Reddito minimo contro la povertà

novembre 2018

Petizione europea affinché l’Ue garantisca un sistema europeo di reddito minimo

 

«Lo sradicamento della povertà è un bene pubblico, e quindi un imperativo morale e politico per i nostri leader. Un sistema economico e politico che consente a quasi il 25% dei cittadini del più ricco continente del mondo di vivere a rischio di povertà o esclusione sociale è un sistema moralmente in bancarotta». Con queste motivazioni l’European Anti-Poverty Network, la vasta Rete europea di lotta alla povertà presente in 31 Paesi europei, ha rilanciato una petizione per sollecitare le istituzioni dell’Ue a intraprendere un’iniziativa che garantisca un sistema europeo di regimi di reddito minimo garantito.

Il fatto che 118 milioni di cittadini dell’Ue stiano rischiando la povertà o l’esclusione sociale, osserva l’Eapn, «rappresenta un fallimento dei nostri sistemi politici ed economici, che necessitano di una riprogrammazione radicale per rendere l’Ue libera dalla povertà». Parte di questa riprogrammazione dovrebbe garantire la progressiva realizzazione di schemi di reddito minimo, sostengono i promotori della campagna, perché questi «garantiscono il sostegno al reddito per tutti coloro che ne hanno bisogno, per tutto il tempo necessario, abbastanza per vivere una vita dignitosa. Nelle società basate sul denaro l’assenza di schemi di reddito minimo di buona qualità espone le persone a rischi intollerabili». Inoltre, sottolineano i rappresentanti dell’Eapn, schemi di reddito minimo ben progettati non avvantaggiano solo i beneficiari diretti ma tutta la società perché contribuiscono alla coesione sociale. I regimi di reddito minimo, poi, incidono in minima parte sulla spesa sociale ma hanno un ritorno elevato, mentre il costo del non investimento ha impatti negativi enormi per le persone interessate e alti costi a lungo termine per la società. «Sappiamo che il cambiamento è possibile, a livello locale, nazionale ed europeo. Vogliamo invitare le persone a esprimere il loro sostegno per un’Europa libera dalla povertà. Tutti possiamo essere parte del cambiamento di cui abbiamo bisogno» ha dichiarato il presidente dell’Eapn, Carlos Susias.

 

I contenuti della petizione

La petizione per richiedere una direttiva-quadro dell’Ue è gestita dall’Eapn che coordina a sua volta l’European Minimum Income Network (Emin), network europeo informale di organizzazioni e singoli a cui aderisce anche la Confederazione europea dei sindacati (Ces). Secondo i promotori della petizione la povertà in Europa «non è inevitabile, ma conseguenza di scelte politiche», così si chiede un sostegno nella lotta alla povertà anche attraverso i sistemi di reddito minimo spiegandone l’importanza:

  • sostengono persone e famiglie con mezzi finanziari limitati per vivere in modo dignitoso;
  • supportano le persone a essere attive e facilitano la (re) integrazione nel mercato del lavoro;
  • sono essenziali per assicurare la coesione e gestire le transizioni nel mondo del lavoro;
  • aiutano a garantire salari dignitosi e a invertire la tendenza dei “lavoratori poveri”.
  • contribuiscono all’attività economica delle aree con elevati livelli di svantaggio.

Ricordando che il diritto a un reddito minimo adeguato è previsto dal Pilastro europeo dei diritti sociali e citato dalla Carta europea dei diritti fondamentali, la petizione sottolinea come regimi di reddito minimo promuovano l’empowerment e la partecipazione delle persone.

 

Ces: il reddito minimo non sostituisce i salari equi

Anche la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che si dichiara «orgogliosa di far parte della rete Emin», ha osservato come il diritto a un reddito minimo adeguato rappresenti uno dei 20 principi del Pilastro europeo dei diritti sociali, per il quale i sindacati europei sostengono «fermamente» la piena attuazione: «Il Pilastro deve garantire che lavoratori e cittadini sentano che l’Europa (e i loro governi) si prende cura dei loro interessi, bisogni e diritti». Ricordando che la povertà colpisce anche chi ha un lavoro («quasi uno su dieci)», la Ces ritiene che non si possa proclamare la ripresa dell’Ue finché non saranno affrontate seriamente la disoccupazione, la povertà e la frammentazione sociale. I regimi di reddito minimo però, sottolineano i sindacati europei, «non sono sostitutivi di salari equi, perché è giusto che i lavoratori ricevano una paga equa per il lavoro svolto. Il futuro dell’Europa è legato a migliori e più numerosi posti di lavoro, essere al lavoro deve essere una garanzia di prevenzione della povertà».

 

La riforma della riforma italiana

L’Italia, che insieme alla Grecia è stato l’ultimo Paese europeo a adottare un anno fa un intervento nazionale di contrasto alla povertà, il cosiddetto Reddito d’inclusione (Rei), si accinge ora a introdurre su iniziativa del nuovo governo una misura denominata Reddito di cittadinanza (Rdc). La nuova misura dovrebbe introdurre ulteriori modifiche e legare in qualche modo il supporto economico al tentativo di inserire o reinserire i beneficiari nel mondo del lavoro. «A livello internazionale si registra un esito positivo quando 1/3 degli utenti trova un impiego, 1/3 risolve problemi di varia natura e costruisce nuove condizioni per migliorare la propria vita, 1/3 riesce almeno a vivere decentemente» osserva Cristiano Gori, ideatore del Reddito di inclusione sociale (Reis) proposto nel 2015 dall’Alleanza contro la povertà, cui partecipano anche Cgil-Cisl-Uil. «La realtà dei poveri e del mercato del lavoro italiano suggerisce che un simile risultato sarebbe ottimo per il nostro Paese – prosegue Gori –. L’impressione è che la definizione degli obiettivi, e il ruolo dell’inserimento occupazionale tra questi, rappresenti lo snodo principale su cui si giocherà il destino del Rdc». Inoltre, una modifica strutturale del Rei anziché una sua estensione e implementazione costringerebbe i vari soggetti del welfare locale coinvolti a ulteriori cambiamenti e adattamenti, cosa che secondo Gori «li distoglierebbe proprio dall’obiettivo di offrire risposte adeguate ai poveri». Cioè una mancanza di continuità e stabilità nei percorsi d’innovazione che è già stata «causa decisiva dei numerosi fallimenti incontrati nei tentativi di modernizzare le politiche pubbliche italiane».

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