EDITORIALE

Come ha giustamente dichiarato la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Bernadette Ségol, «l’incapacità finora mostrata dai governi europei di agire insieme sulla crisi dei rifugiati è un imbarazzo internazionale per l’Ue e i suoi cittadini». Egoismi e presunti interessi nazionali hanno infatti spinto alcuni governi dell’Ue a ignorare la richiesta di solidarietà comunitaria avanzata dagli Stati membri che ricevono gran parte dei profughi e, quel che è peggio, a non considerare il dovere di solidarietà umanitaria nei confronti di persone che fuggono da conflitti e persecuzioni. «Impedire alle barche di attraccare, appiccare il fuoco ai campi di rifugiati, chiudere gli occhi davanti alle persone inermi e bisognose: questa non è l’Europa» ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Certo, non dovrebbe esserlo. L’Unione europea dovrebbe essere luogo dei diritti e delle libertà, dell’asilo e dell’accoglienza, ma purtroppo non lo è, per lo meno non tutta. Alcuni governi stanno vanificando gli sforzi che effettivamente la Commissione e il Parlamento europei hanno fatto negli ultimi mesi per rispondere concretamente all’emergenza profughi. La realtà dei fatti aveva infatti imposto alle istituzioni dell’Ue un’accelerazione rispetto ai tradizionali tempi politico-burocratici: quasi 400.000 persone, in gran parte profughi, giunte alle frontiere dell’Ue dall’inizio dell’anno e quasi 2.900 vittime; profughi e migranti, spesso intere famiglie, che tentano di superare barriere e blocchi di polizia; l’uso di idranti contro i profughi, che in alcuni casi sono stati anche arrestati; le immagini del bambino siriano annegato sulle coste turche; la forza simbolica delle marcia dei profughi in Ungheria. Di fronte a questi fatti, oltre a Commissione e Parlamento anche alcuni Stati membri e molti cittadini europei si sono mobilitati a favore dei profughi. Continua però a mancare la risposta comunitaria di un’Unione europea che, come ha ammesso Juncker illustrando lo “stato dell’Unione”, «non versa in buone condizioni» perché «non c’è abbastanza Europa e non c’è abbastanza unione». Che fare, allora? Una soluzione potrebbe essere quella proposta dallo stesso presidente della Commissione: «Il modo in cui gestiamo una crisi non m’importa, sia che si prediligano soluzioni intergovernative o che si propenda per processi a guida comunitaria, purché si trovi una soluzione e si agisca nell’interesse dei cittadini europei. Tuttavia se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio. Bisogna fare molto di più se vogliamo far fronte alle enormi sfide che ci troviamo oggi a gestire. Dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare. Dobbiamo essere più veloci. Dobbiamo adottare un metodo più europeo. Non perché vogliamo più potere a livello europeo, ma perché abbiamo urgente bisogno di risultati migliori e in tempi più rapidi».