il "peso" dei diritti

Grandi manovre sono in corso nell'Unione europea. Quella delle continue riforme è una formula che ha sempre caratterizzato la Comunità europea (trasformata in Unione proprio da una di queste) e che ha dimostrato, specie negli ultimi quindici anni, la sua capacità di adattarsi alle nuove esigenze. Le riforme dei Trattati, da Maastricht ad Amsterdam, pur con molti difetti hanno indubbiamente trasformato l'Europa indirizzandola sempre più nella direzione di una vera Unione. Così, iniziando dall'armonizzazione economica e finanziaria che ha portato alla moneta unica, stanno procedendo i lavori che porteranno entro qualche anno ad un'armonizzazione fiscale, ad un'unica politica di difesa, alla creazione di un unico spazio di libertà, sicurezza e giustizia (che riguarderà gli Affari interni) e ad una politica estera comune (per la quale è già stato nominato un Alto rappresentante). Ma non è tutto. Dallo scorso mese di febbraio è in corso la Conferenza intergovernativa che entro la fine dell'anno dovrà riscrivere le regole istituzionali per preparare l'Unione europea ad un nuovo grande cambiamento: il passaggio dagli attuali 15 Stati membri ad un futuro con 27 o 30 Paesi.

La fitta agenda delle tematiche in discussione è stata ulteriormente arricchita dalla proposta lanciata dal ministro degli Esteri tedesco Joschka Fisher che immagina una federazione per il futuro dell'Europa: con un governo; un parlamento bicamerale; un presidente eletto dai cittadini; una ripartizione delle competenze tra i livelli europeo, statale e regionale; una Costituzione.

Ed è proprio di una base costituzionale che l'Unione ha bisogno, qualsiasi sia il suo futuro assetto istituzionale, perché, come scrive Andrea Pierucci nell'articolo di apertura dell'inserto di questo numero (alle pagine I-VIII), essa «deve avere un punto d'appoggio sicuro per continuare la sua azione di riforma e di adattamento ai cambiamenti»; cioè delle regole e dei principi condivisi, che tutelino tutti i cittadini e che caratterizzino l'Unione europea a livello internazionale. Questa base costituzionale è in fase di elaborazione e di scrittura ad opera di un gruppo di rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali denominato Convenzione, convocato per la prima volta nel dicembre del 1999 (in base alle decisioni del Consiglio europeo di Colonia del giugno dello stesso anno) e che alla fine dell'anno dovrà presentare la sua proposta al Consiglio europeo di Nizza. La Carta europea dei diritti fondamentali non dovrà però essere una semplice dichiarazione politica solenne, ma dovrà contenere, oltre ai diritti civili e politici, anche i diritti sociali ed economici, avere effetti giuridici ed essere inserita nel Trattato dell'Ue in modo vincolante. Dovrà cioè "pesare" veramente. Questo importante risultato politico e sociale non è però assolutamente scontato e per ottenerlo sarà fondamentale nei prossimi mesi una grande mobilitazione da parte di tutti i cittadini europei.


spiragli nella "Fortezza europea"?

19 giugno 2000: nel porto britannico di Dover vengono scoperti i cadaveri di 54 uomini e 4 donne di origine asiatica all'interno del rimorchio di un autotreno olandese che trasportava pomodori. Tutti senza documenti e circa ventenni sono morti, probabilmente soffocati, nel corso del viaggio di attraversamento della Manica dalla città belga di Zeebrugge a Dover. Le autorità suppongono siano cittadini cinesi quasi sicuramente provenienti dalla provincia di Fujian, area sudorientale della Cina che in certi villaggi registra una percentuale di emigrati intorno al 10%. Quel che è certo è che si tratta delle ennesime vittime di un traffico illegale che ogni anno porta, secondo stime dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), quasi 500 mila persone a tentare di superare illegalmente le frontiere dell'Unione europea.

La notizia della tragedia di Dover giungeva ai capi di Stato e di governo riuniti a Santa Maria di Feira (Portogallo) per il Consiglio europeo, i quali esprimevano «sgomento» per la tragica morte dei 58 stranieri condannando «gli atti criminali di coloro che traggono profitto dalla tratta di esseri umani» e impegnandosi «ad intensificare la cooperazione per contrastare tale genere di reati transnazionali, che hanno causato numerose altre vittime in tutta l'Europa». Il Consiglio europeo chiedeva inoltre alla presidenza di turno e alla Commissione «di dar seguito urgentemente alle conclusioni del Consiglio europeo di Tampere in questo settore, segnatamente mediante una stretta cooperazione tra gli Stati membri e l'Europol nell'individuare e smantellare le organizzazioni criminali coinvolte in questo traffico e adottando severe sanzioni contro gli autori di questi gravi e riprovevoli atti criminali». Neanche il minimo accenno ad una seppur lieve autocritica. Le responsabilità delle organizzazioni criminali certo sono enormi, ma sono davvero le uniche?

oltre 2000 morti dal 1993

Quello di Dover non è stato un incidente isolato. Si stima che nel 1999 e nella prima metà del 2000 siano state almeno 467 le vittime del traffico illegale di immigrazione verso l'Europa. Secondo la rete antirazzista europea "United for intercultural action" oltre 2000 persone, tra rifugiati e immigrati, sono morte all'interno ed ai confini dell'Unione europea dal 1993 ad oggi. Persone che anziché trovare un luogo sicuro e migliori condizioni e prospettive di vita, hanno trovato la morte annegando, soffocando, o in seguito ad atti violenti di gruppi razzisti e, in molti casi, delle forze di polizia, oppure togliendosi la vita per disperazione.

Queste morti, sostiene "United", possono essere accollate anche alla cosiddetta "Fortezza europea" e alla quasi impossibilità di entrarvi attraverso vie legali che ha portato le organizzazioni criminali a fiutare l'affare e, con il crescere dei controlli alle frontiere, a ricercare rotte sempre più pericolose. Il Mediterraneo è teatro di continui naufragi (molti dei quali restano sconosciuti): l'agenzia Reuters segnala circa 120 persone annegate nei primi 4 mesi del 2000 mentre cercavano di attraversare lo Stretto di Gibilterra, oltre 200 nei primi 6 mesi secondo l'Associazione andalusa per i diritti umani, 3450 negli ultimi 10 anni secondo fonti marocchine; oltre 600 persone in 7-8 anni sono affogate o disperse nel Canale d'Otranto, che separa le coste albanesi da quelle italiane. Ma decine e decine di persone sono morte anche soffocate nei cassoni degli autotreni o dal fumo nella stiva dei traghetti, schiacciate durante lo scaricodei container o dei camion dalle navi, annegate nei fiumi o nell'Atlantico, morte o suicidatesi all'interno dei centri di detenzione; com'è avvenuto il 6 maggio scorso nel centro situato presso l'aeroporto di Francoforte quando un richiedente asilo algerino si è tolto la vita per disperazione dopo oltre 8 mesi di detenzione.

rotte illegali come unica possibilità

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) stima che il giro d'affari globale del traffico di esseri umani sia di 5-7 miliardi di dollari ogni anno, traffico che viene considerato «la parte oscura della globalizzazione».

Secondo stime recenti dell'Iom ogni anno circa 700 mila donne e bambini sono coinvolti nel traffico di esseri umani a livello mondiale. Nel 1997 si stima che circa 175.000 donne e ragazze siano state trasportate dai Paesi dell'ex Unione Sovietica e dell'Est europeo verso l'Europa centrale e occidentale dalle organizzazioni criminali. Il traffico internazionale di esseri umani coinvolge uomini in cerca di lavoro, donne da avviare alla prostituzione, bambini, famiglie che cercano di sottrarsi alla povertà e molte persone che fuggono da guerre o persecuzioni. La maggior parte delle persone che decidono di loro iniziativa di emigrare si affida alle organizzazioni criminali pagando cifre elevatissime e mettendo a rischio la propria vita.

In uno studio indipendente commissionato dall'Acnur e presentato lo scorso 7 luglio, intitolato "Trafficking and smuggling of refugees - The end game of european asylum policy?", viene sottolineato come le rotte del traffico illegale (vedi box a lato) rappresentino l'unica via d'uscita per molti rifugiati in fuga dalle persecuzioni e in cerca di protezione in Europa. Per contrastare questo traffico, però, le sole misure repressive non sono sufficienti. «L'anno 2000 è diventato l'anno dell'azione generale contro il traffico di esseri umani, con impegni politici presi dagli Stati, dall'Unione europea, dall'Osce, dal G8 - si legge nel rapporto - Le stesse Nazioni Unite vorrebbero giungere all'approvazione da parte dell'Assemblea generale di una Convenzione sul crimine organizzato internazionale, mentre organizzazioni intergovernative e non governative (come Hchr, Unicef, Iom ecc. ) varano programmi per la lotta al traffico di esseri umani e alle sue terribili conseguenze nei Paesi di partenza, di transito e di destinazione. Ma un'attenzione decisamente inferiore viene rivolta a spiegare perché i profughi si rivolgano in primo luogo alle organizzazioni criminali del traffico». Ed è proprio questo il punto centrale dell'analisi: qualsiasi approccio che voglia affrontare con successo il traffico illegale di persone deve considerare, insieme a misure di controllo, delle opportunità di migrazione legali e sicure per tutti i rifugiati. Il dichiarato impegno dell'Unione europea per la salvaguardia del diritto d'asilo, denuncia il rapporto, viene nei fatti contraddetto dalla determinazione nel combattere il traffico illegale di persone: si stima che da un terzo a due terzi di quanti sono costretti a ricorrere al traffico illegale vengano poi riconosciuti dai Paesi europei come rifugiati. «Gli effetti di diffuse misure di controllo, come le procedure comuni sui visti e i trattamenti di riammissione - è scritto nel documento - fanno sì che i rifugiati non abbiano più la possibilità di uscire legalmente dai luoghi nei quali vengono perseguitati». Per evitare quindi le conseguenze del traffico illegale, lo studio raccomanda agli Stati membri dell'Ue di rivedere le loro politiche in materia di immigrazione e asilo per fare in modo che si possano aprire dei canali legali per le persone che fuggono dal proprio Paese.

immigrazione necessaria

Richiesta analoga a quella fatta dal direttore generale dell'Iom, Brunson McKinley,nel corso del convegno "Migrazioni: scenari per il 21 secolo" tenutosi a Roma nei giorni 12-14 luglio scorsi: «I governi europei devono prendere in considerazione delle nuove misure che permettano l'immigrazione legale dai Paesi terzi: solo così sarà possibile ridurre la pressione dei flussi irregolari. Quando l'immigrazione viene vista come un fenomeno incontrollato e incontrollabile - ha dichiarato McKinley - questa diventa una prospettiva talmente minacciosa da destabilizzare la coesione sociale. Quella dell'immigrazione diventa così un'area chiave sulla quale i governi si devono misurare e il miglior messaggio di fiducia e civiltà che possono dare se sono intenzionati a governarla in cooperazione tra loro è che si tratta di un fenomeno necessario e non di una minaccia».

E proprio della necessità di immigrazione da Paesi terzi gli Stati membri iniziano a rendersi conto. Molti governi europei stanno adottando provvedimenti che aprono le frontiere a flussi di lavoratori non comunitari e ciò avviene non certo per motivi umanitari quanto per esigenze dei vari mercati del lavoro che devono colmare posti vuoti (generalmente o molto o molto poco qualificati). Anche l'Italia sta discutendo se e come ampliare il flusso in entrata di stranieri previsto per l'anno in corso (63.000 permessi assorbiti dal mercato del lavoro italiano nei soli primi sei mesi dell'anno).

C'è poi il problema del calo demografico. Uno studio dell'Onu pubblicato nel marzo scorso, dal titolo "Migrazione di ricambio: una soluzione all'invecchiamento delle popolazioni?", sostiene che gli immigrati saranno provvidenziali per l'economia europea dei prossimi anni causa il decremento demografico che si verificherà in tutti i Paesi europei. In Italia, ad esempio, la popolazione scenderà dagli attuali 57 milioni a 41 milioni entro il 2050 e, secondo il rapporto Onu, per compensare la scarsa natalità dovrebbero essere ammessi 300 mila immigrati all'anno per i prossimi 25 anni. La Germania, nello stesso periodo, registrerà una diminuzione della popolazione da 83 a 73 milioni di abitanti con ripercussioni sulla forza lavoro tali che solo mezzo milione di immigrati all'anno potrebbero limitare. Condizioni che valgono per i maggiori Paesi europei, dove nascono sempre meno bambini mentre l'età media continua a salire. Lo studio prevede che nel 2050 in Europa, se non si dovesse compensare con l'immigrazione, ci sarà un pensionato per ogni due persone in età da lavoro (oggi il rapporto è 1 a 5).

"immigrazione zero": fallimento europeo

Ma entro qualche anno sarà l'Unione, e non più ogni singolo Stato membro secondo i propri interessi, a definire le regole per i flussi di entrata di cittadini non comunitari sul territorio europeo. Il Trattato di Amsterdam prevede infatti la formulazione di una politica comune in materia di immigrazione e asilo entro 5 anni, processo iniziato ufficialmente col Consiglio europeo di Tampere il 15 ottobre 1999 (vedi euronote n. 5/2000) e che ora segue addirittura un'apposita tabella di marcia (vedi box a lato). Probabilmente verrà invertita la tendenza degli ultimi 25 anni che ha visto i Paesi dell'Unione chiudere progressivamente ogni canale legale di entrata, secondo accordi presi però a livello intergovernativo (Schengen) e non istituzionale europeo. Intervenendo al convegno di Roma sulle migrazioni, il commissario europeo per la Giustizia e gli Affari interni António Vitorino ha dichiarato che «le politiche restrittive denominate "immigrazione zero", se da un lato hanno sensibilmente ridotto l'immigrazione legale dall'altro hanno accresciuto notevolmente il numero dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali nonché incrementato il traffico controllato dalle organizzazioni criminali internazionali». Le numerose regolarizzazioni e sanatorie messe in atto in tutti gli Stati membri negli ultimi 10 anni (vedi euronote n. 8/2000, pag. VI) a favore di stranieri residenti irregolarmente dimostrano il fallimento delle politiche di chiusura. «E' giunta l'ora di politiche più realistiche di ammissione e integrazione, anche alla luce delle necessità del mercato del lavoro europeo e degli andamenti demografici - ha detto il commissario europeo - Nei prossimi 25 anni il tasso di crescita della popolazione dell'Unione sarà dello 0,15% e dovuto in gran parte alle famiglie immigrate; nello stesso periodo la popolazione in età lavorativa diminuirà del 5% mentre gli ultrasessantenni passeranno dall'attuale 8% al 29% della popolazione totale». Nel ricordare come debba essere sottolineato più spesso il contributo sociale e culturale che gli immigrati hanno portato al livello di vita europeo, Vitorino ha indicato i punti centrali della politica comune: salvaguardia del diritto d'asilo, in conformità con la Convenzione di Ginevra; politiche per l'integrazione degli immigrati, il ricongiungimento familiare e la non discriminazione nella vita sociale, culturale ed economica; collaborazione con i Paesi d'origine; controllo dei flussi migratori e lotta all'immigrazione illegale.

«L'Unione necessita di politiche migratorie non solo più aperte ma anche più flessibili, che considerino le migrazioni come parte di un quadro generale di movimento e non solo come fine a sé stesse - ha detto ancora Vitorino - La futura politica europea su immigrazione e asilo dovrà essere ancorata sul rispetto dei diritti e della dignità umana, l'affermazione del valore della multiculturalità, il riconoscimento dei diritti e dei doveri della cittadinanza». Tutto condivisibile, non resta che attendere i fatti. n

INFORMAZIONI:
* United for Intercultural Action, http://www.united.non-profit.nl
* Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, http://www.iom.int
* Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, http://www.unhcr.ch

 

IMMIGRAZIONE ILLEGALE: LE ROTTE DEL TRAFFICO VERSO L'UNIONE EUROPEA

La maggior parte delle rotte del traffico internazionale di immigrazione illegale verso l'Unione europea sono pilotate e passano dai Paesi dell'Europa centrale:

  • L'Albania e la "rotta balcanica" sono le vie maggiormente utilizzate dalle organizzazioni criminali per il traffico;

  • La Polonia è diventata una Paese-chiave di transito per la "rotta orientale" (che parte dall'area che va da Mosca alla Bielorussia ed è utilizzata soprattutto da migranti asiatici e africani) e per la "rotta meridionale" (utilizzata da rumeni e da cittadini balcanici);

  • L'Ungheria è il Paese di transito più importante per i flussi di immigrazione illegale che, attraverso la Croazia e la Slovenia raggiungono l'Austria e l'Unione europea;

  • Slovacchia e Repubblica Ceca costituiscono il punto di transito per molti migranti provenienti dal Medio e dall'Estremo Oriente e dai Paesi dell'ex Unione Sovietica attraverso l'Ucraina;

  • Turchia, Bulgaria e Romania sono tutti Paesi importanti per il transito di immigrati irregolari verso l'Europa occidentale attraverso Paesi come Albania, Ungheria o Repubblica Ceca;

  • La "rotta blu" mediterranea trasporta persone africane e asiatiche dal Nord-Africa all'Unione europea: Grecia, Italia, Spagna e, recentemente, Portogallo i Paesi di approdo degli immigrati illegali dopo aver attraversato il Mediterraneo;

  • La "rotta settentrionale o baltica", pur essendo meno utilizzata dalle organizzazioni criminali, prevede una via piuttosto complessa che da Mosca conduce aiPaesi baltici e poi, attraverso la Scandinavia, all'Unione europea.

  • Sebbene l'Unione europea sia la destinazione principale delle rotte del traffico di persone e del contrabbando, non è l'unica. C'è un crescente traffico di donne verso la stessa regione balcanica, così come reti di traffico e contrabbando che partono da Gran Bretagna, Germania, Olanda e Francia verso il Nord America. Alcuni Paesi dell'Est europeo candidati ad entrare nell'Ue, come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono divenuti inoltre destinazione di un numero crescente di richiedenti asilo provenienti da tutto il mondo.

Fonte: "Trafficking and smuggling of refugees - The end game of european asylum policy?", Acnur, luglio 2000.

 

TABELLA DI MARCIA SULLA POLITICA COMUNE

Un documento in progress, da aggiornare ad ogni nuova presidenza semestrale dell'Ue: così la Commissione europea intende monitorare e rendere noti i progressi conseguiti nell'adozione degli atti legislativi e di altro genere necessari per creare lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, cioè soprattutto la politica comune in materia di immigrazione e asilo. Come stabilito al vertice di Tampere nell'ottobre 1999, infatti, l'esecutivo europeo ha presentato lo scorso marzo al Consiglio europeo per la Giustizia e gli Affari Interni la "tabella di marcia" (scoreboard) contenente le scadenze per i prossimi cinque anni indicate dal Trattato di Amsterdam e dal Piano d'Azione di Vienna (vedi euronote n. 5/2000), che prevedono misure di breve e di medio periodo. La tabella di marcia, scritta in un linguaggio accessibile a tutti, sarà costituita da quattro colonne che riguarderanno: il tipo di azione necessaria distinguendo, se del caso, tra azione legislativa e non e specificando se possibile la natura degli atti che dovranno essere adottati; il soggetto competente per agire; il calendario di adozione, nel caso esso sia stato già indicato nei testi di base o sia stato aggiunto o successivamente modificato in considerazione di eventi successivi; la situazione attuale (questa colonna servirà ad individuare i risultati conseguiti e i settori in cui il progresso segna il passo). Secondo la Commissione questo "quadro di controllo" si pone tre obiettivi: «garantire il notevole livello di trasparenza richiesto da un progetto di diretto interesse per i cittadini; salvaguardare la dinamica generata dal Consiglio europeo di Tampere; esercitare pressioni sugli eventuali settori in ritardo rammentando ai responsabili che è necessario riscoprire l'impegno politico espresso al riguardo ripetutamente e con chiarezza dal Consiglio europeo». L'aggiornamento della tabella/quadro di controllo e la sua trasmissione ogni sei mesi al Parlamento europeo e al Consiglio creerà, nelle intenzioni della Commissione, l'occasione per «esaminare i progressi raggiunti, segnalare dove e quando vi sono dei ritardi e se necessario modificare le priorità senza perdere però di vista gli obiettivi e le scadenze generali stabiliti nel Trattato e nelle successive conclusioni del Consiglio europeo». In questo modo si intende chiarire anche come gli Stati membri e la Commissione si dividono il potere di iniziativa negli eventuali settori non ancora contemplati.

 


rilanciato il dibattito sul futuro dell'Unione

E' in corso una partita decisiva per il futuro dell'Unione europea. Mentre si concludeva il semestre finlandese alla presidenza di turno dell'Ue e iniziava quello della Francia (luglio-dicembre 2000), si è acceso un importante dibattito a livello europeo su quale sarà l'assetto istituzionale dell'Unione nei prossimi anni. La scintilla è stata una proposta del ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fisher, che a titolo personale (ma appoggiato del cancelliere Gerhard Schroder) ha lanciato l'idea di una federazione europea, con un governo, un parlamento bicamerale, una Costituzione, un presidente eletto dai cittadini e una ripartizione delle competenze tra i livelli europeo, statale e regionale (vedi box "la proposta di Fischer").

Immediate le reazioni: da quella francese favorevole alla cooperazione rafforzata tra un "nocciolo duro" di Paesi che dovrebbero trainare le riforme, allo scetticismo britannico improntato sul metodo intergovernativo e sul mantenimento della sola zona di libero scambio; dal timore dei Paesi più piccoli (attuali e futuri Stati membri) di restare fuori dalle principali decisioni, all'importanza data da alcuni alla scrittura di una Costituzione europea (tra questi il presidente italiano Azeglio Ciampi).

Tutto ciò è avvenuto mentre è in corso la Conferenza intergovernativa (iniziata nel febbraio scorso), che entro la fine dell'anno dovrà riscrivere le regole del funzionamento dell'Unione in vista dell'allargamento, ed è stato piuttosto salutare dal momento che ha portato allo scoperto e all'attenzione della pubblica opinione questioni che finora erano chiare solo agli addetti ai lavori, rilanciando un dibattito piuttosto statico.

Consiglio di Feira: solo una tappa intermedia

Il Consiglio europeo tenutosi a Santa Maria da Feira nei giorni 19 e 20 giugno scorsi era troppo concentrato sul caso austriaco per poter prendere decisioni importanti sulle questioni più delicate. Si doveva decidere se e come sospendere le sanzioni nei confronti del governo di Vienna (introdotte per la partecipazione ad esso dell'estrema destra rappresentata dall'Fpö), questione che divide i Quindici e sulla quale probabilmente non vi saranno novità durante il semestre di presidenza francese (la Francia è schierata in prima fila contro il governo austriaco). Austria che ha costituito anche un grande ostacolo per l'approvazione dell'armonizzazione fiscale dato il suo rifiuto allo scambio di informazioni sui risparmi dei non residenti, cioè la sua ferma volontà di non eliminare il segreto bancario.

Un vertice intermedio, dunque, caratterizzato dall'annuncio dell'entrata nella zona euro della Grecia e dalle tragiche notizie che giungevano da Dover (vedi pag. 2), con dichiarazioni di principio sull'importanza dei lavori della Conferenza intergovernativa per la riforma dei trattati e della Convenzione per la scrittura della Carta sui diritti fondamentali (vedi inserto pag. I-VIII). Di tutt'altro rilievo è stata invece la manifestazione che contemporaneamente si teneva ad Oporto, dove oltre 50 mila persone convocate dai sindacati europei sfilavano per le strade della città chiedendo un rafforzamento dell'Europa sociale, cioè un impegno concreto degli Stati membri a favore dell'occupazione e dei diritti sociali per un'Unione ancora troppo economica e monetaria nonostante 15 milioni di disoccupati e 65 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.

Cig: la partita delle grandi riforme

Intanto però continuano i lavori della Conferenza intergovernativa concentrati principalmente su quattro grandi questioni.

Innanzitutto si deve decidere sull'estensione della maggioranza qualificata. In vista dell'allargamento dell'Unione a quasi 30 Paesi, infatti, deve essere previsto come eccezione il voto all'unanimità e come regola quello a maggioranza qualificata, pena la paralisi di qualsiasi decisione. Su questo il consenso è generale ma i problemi sorgono rispetto ai temi da sottoporre all'uno o all'altro metodo. Alcuni Stati (come Gran Bretagna e Spagna) insistono sulla decisione "caso per caso", mentre la presidenza ha presentato una nota secondo la quale solo le norme legislative sarebbero in codecisione. Sono comunque le questioni economiche e fiscali a creare maggiori problemi.

Altro punto in discussione è quello della cooperazione rafforzata. C'è quasi unanimità sulla necessità di utilizzare questo strumento (previsto dal Trattato di Amsterdam) che permetterebbe ad alcuni Paesi di accordarsi per proseguire più celermente di altri rispetto a questioni importanti per l'integrazione europea. A questo proposito sembra elevata la possibilità che venga approvata la proposta della Commissione che prevede la fine del potere di veto nei confronti di una cooperazione rafforzata e la limitazione del numero minimo di membri partecipanti a otto anche dopo l'ampliamento.

C'è poi la questione della ponderazione dei voti in seno al Consiglio europeo. Diverse sono le proposte per modificare l'attuale situazione che non tiene nel dovuto conto il peso demografico degli Stati membri e favorisce quelli più piccoli dando a tutti eguali possibilità in ambito decisionale. Con l'allargamento questo problema sarebbe ulteriormente amplificato, dal momento che la maggior parte dei futuri Stati membri sono di piccole dimensioni. Nonostante l'insistenza del Parlamento europeo e della Commissione europea, comunque, al momento sembra tramontato il progetto della cosiddetta "doppia maggioranza" e si dovrebbe procedere alla semplice riponderazione.

Il quarto tema in discussione è quello della composizione della Commissione. Attualmente l'esecutivo europeo è composto da 20 commissari, due per i Paesi più grandi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna) e uno per quelli più piccoli. Con questo metodo le dimensioni della Commissione dopo l'allargamento sarebbero eccessive, per cui si stanno discutendo diverse proposte (un commissario per Paese, rotazione dei commissari) tra le quali la più accreditata pare essere quella di una Commissione a numero definito.

Entro il Consiglio europeo di Nizza del dicembre prossimo (passando per quello di Biarritz del 13 ottobre) tutti questi nodi andranno sciolti. La Conferenza intergovernativa infatti si concluderà e dovrà essere pronto il nuovo assetto istituzionale dell'Ue in vista dell'allargamento.

 

LA PROPOSTA DI FISCHER

Una federazione in cui continuerebbero a esistere gli Stati, con un parlamento bicamerale, un governo che si occuperebbe di tutto ciò che riguarda il livello europeo e un presidente eletto dai cittadini. E' questa in estrema sintesi la proposta che il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fisher, ha lanciato a titolo personale, ma con l'appoggio del cancelliere Gerhard Schroder, lo scorso 12 maggio e illustrato alla commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo il 7 luglio scorso. Ecco i punti principali della proposta che ha aperto il dibattito sul futuro dell'Unione in una fase molto delicata.

i criteri

  • l'integrazione politica europea non potrà essere costituita contro le istituzioni e le tradizioni nazionali esistenti;

  • l'integrazione politica deve essere fondata sulla ripartizione della sovranità tra l'Europa e gli Stati nazionali.

le istituzioni

  • un Parlamento europeo che rappresenti l'Europa degli Stati nazionali e dei cittadini con due camere: la prima costituita da membri dei parlamenti nazionali; la seconda formata da membri eletti direttamente dai cittadini (sul tipo del Senato degli Stati Uniti d'America);

  • un Governo europeo risultante dalla trasformazione: del Consiglio europeo in un esecutivo costituito da membri dei governi nazionali; della Commissione con elezione diretta del presidente.

il Trattato

  • un testo costituzionale essenziale che: fissi le competenze di ciascuno delimitando i settori governati dall'Europa e dagli Stati nazionali; sancisca i diritti fondamentali deicittadini.

le tappe

  • una cooperazione rafforzata tra gli Stati (sul tipo di quanto avvenuto per l'euro o prima, a livello intergovernativo, per il sistema Schengen);

  • creazione di un "centro di gravità" costituito da un gruppo di Stati firmatari di un nuovo Trattato fondamentale, una sorta di avanguardia/locomotiva per l'integrazione politica;

  • compimento dell'integrazione in una federazione europea.


giovani: più lavoro con formazione e apprendistato

La disoccupazione rimane uno dei maggiori problemi dell'Unione europea. Istituzioni europee e Stati membri stanno cercando di individuare le forme di intervento più efficaci, pur con molte difficoltà dettate spesso dalle differenti caratteristiche dei diversi mercati del lavoro e dai differenti approcci di politica del lavoro, per abbattere tassi già in lieve diminuzione ma ancora troppo elevati (9,2% nella zona euro e 8,5% nell'Ue). Ma è soprattutto la situazione occupazionale dei giovani a preoccupare per le enormi difficoltà che un po' in tutta l'Unione si incontrano al momento in cui si terminano gli studi e si entra nel mercato del lavoro: per milioni di giovani al di sotto dei 25 anni (e spesso anche più grandi) la condizione occupazionale resta a lungo o diventa spesso quella del disoccupato, condizione che in alcune regioni europee riguarda addirittura un ragazzo su tre. Tra le cause del problema si è spesso individuato in passato lo scarso o inefficace collegamento tra sistema scolastico e mondo del lavoro, e per porvi rimedio negli ultimi anni si è puntato molto sull'importanza delle varie forme di istruzione e formazione professionale e di apprendistato.

Per capire quanto incide la formazione professionale sulle possibilità di occupazione e com'è organizzata nei diversi Paesi europei, Eurostat ha analizzato la situazione degli Stati membri dell'Unione europea e di Islanda, Norvegia e Svizzera. Sono stati presi in esame cioè tutti quei corsi che attraverso l'attività pratica forniscono ai giovani partecipanti le conoscenze e le capacità necessarie per ottenere un impiego in una specifica occupazione o tipologia di occupazioni.

studenti: oltre la metà sceglie l'istruzione professionale

Nell'anno scolastico 1995/96 erano 13,4 milioni i giovani europei coinvolti in progetti di formazione ed istruzione professionale, circa la metà di essi aveva un'età compresa tra i 15 e i 19 anni, mentre i tre quarti erano sotto i 25 anni. Facendo una media tra i 15 Stati membri dell'Unione, l'86% dei ragazzi che seguivano corsi di formazione e istruzione professionale si trovavano al livello d'istruzione secondario superiore.

Nell'Unione, infatti, la maggior parte degli allievi della scuola secondaria superiore opta per una istruzione e formazione professionale (erano il 58% nell'anno scolastico 1995/96), percentuale che raggiunge il 70% in Germania, nei Paesi Bassi, in Italia e in Austria. Solo in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, invece, gli studenti scelgono in maggioranza un'istruzione generale, cioè non indirizzata professionalmente.

STUDENTI EUROPEI DELLA SCUOLA SECONDARIA SUPERIORE
NELL'ANNO SCOLASTICO 1995/1996:

SCELTA TRA ISTRUZIONE GENERALE E ISTRUZIONE/
FORMAZIONE PROFESSIONALE (%)

Stato

 

Istruzione

generale

Formazione

professionale

Stato

 

Istruzione

generale

Formazione

professionale

UE15

42.4

57.6

Lussemburgo

35.1

64.9

Belgio

39.3

60.7

Paesi Bassi

29.7

70.3

Danimarca

43.0

57.0

Austria

19.1

80.9

Germania

28.3

71.7

Portogallo

71.4

28.6

Grecia

53.3

46.7

Finlandia

47.7

52.3

Spagna

62.5

37.5

Svezia

47.8

52.2

Francia

47.7

52.3

Gran Bretagna

42.5

57.5

Irlanda

74.6

25.4

Islanda

68.9

31.1

Italia

28.3

71.7

Norvegia

42.1

57.9

Fonte: Eurostat, maggio 2000

maggiori possibilità di trovare lavoro

Secondo l'indagine condotta da Eurostat, la formazione e istruzione professionale gioca un ruolo importante per l'entrata dei giovani nel mercato del lavoro. Nel 1996, ad esempio, il tasso di disoccupazione tra i giovani del gruppo di età 25-29 anni con una qualifica di formazione professionale era di circa la metà rispetto a quello di coloro che non erano andati al di là del livello di istruzione secondario inferiore (9,7% rispetto al 20,5%).

La frequentazione dei corsi di formazione professionale successivi all'istruzione di base (cioè l'istruzione secondaria inferiore di carattere generale, assolta dalla scuola dell'obbligo in tutti gli Stati membri dell'Ue) riduce notevolmente il rischio di disoccupazione in Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Paesi Bassi. In Spagna e Finlandia, invece, si registra la situazione inversa per cui il tasso di disoccupazione tre i giovani che hanno completato solo la scuola dell'obbligo è più basso di quello di coloro in possesso di qualifica professionale.

molta pratica in Danimarca e Germania

Quasi la metà (48%) di coloro che frequentano corsi di formazione ed istruzione professionale nell'Unione europea non ha esperienze dirette sui luoghi di lavoro durante i corsi. L'altra metà, invece, viene preparata prevalentemente con una formazione in istituto che prevede alcuni momenti trascorsi in ambienti lavorativi (20%), o con la frequenza di corsi direttamente collegati ai posti di lavoro (24%) in forma di apprendistato, oppure attraverso una formazione che avviene esclusivamente sul lavoro (8%).

Si registrano naturalmente differenze rilevanti tra i vari Stati membri. Corsi di formazione e istruzione professionale collegati direttamente agli ambienti di lavoro esistono, in forme diverse, in tutti i Paesi dell'Ue tranne Grecia, Svezia e Italia (ma va ricordato che il governo italiano ha varato recentemente alcuni provvedimenti nell'ambito della nuova legge di riforma scolastica che prevedono il ricorso alla formazione professionale e all'apprendistato per un periodo successivo alla scuola dell'obbligo). La Danimarca e la Germania sono gli unici due Stati membri dell'Ue dove la formazione direttamente collegata al lavoro riguarda la maggior parte degli studenti (rispettivamente l'87% e il 66%). La stessa cosa si può dire per l'Islanda (57%) e la Norvegia (100%). Pochissimi sono i giovani che vengono formati più o meno esclusivamente sul posto di lavoro: si va dall'1% in Irlanda al 28% in Italia.

buoni risultati con l'apprendistato

La forma più comune di formazione direttamente collegata all'ambiente di lavoro è l'apprendistato. Non prevedendo le condizioni di un regolare rapporto di lavoro (contratto, salario, posto di lavoro più o meno garantito), l'apprendistato viene considerato uno strumento che facilita l'entrata dei giovani nel mercato del lavoro. Il numero di apprendisti nel periodo 1995/96 era stimato in 2,5 milioni, circa un quinto di tutti coloro che erano impegnati in corsi di formazione professionale. Anche in questo caso si registravano grandi differenze tra i vari Paesi, con percentuali di apprendisti che variavano dal 4,4% del Belgio all'86,7% della Danimarca.

Anche se i salari ricevuti da quasi tutti gli apprendisti europei (96%) sono in media inferiori a quelli pagati normalmente per gli stessi tipi di lavoro, il 93% dei giovani ha la possibilità di proseguire la formazione al termine di questo periodo trascorso ad apprendere una professionalità direttamente sul luogo di lavoro.

APPRENDISTATO (1995-96) IN RELAZIONE AI PARTECIPANTI A CORSI DI ISTRUZIONE/
FORMAZIONE PREOFESSIONALE (%)

UE15

19.1

Lussemburgo

9.9

Belgio

4.4

Paesi Bassi

24.7

Danimarca

86.7

Austria

36.9

Germania

65.7

Portogallo

-

Grecia

-

Finlandia

7.2

Spagna

4.9

Svezia

-

Francia

17.4

Gran Bretagna

6.5

Irlanda

14.1

Islanda

41.7

Italia

-

Norvegia

100.0

- Dato non disponibile
Fonte: Eurostat, maggio 2000

soprattutto giovani di famiglie operaie

In tutta l'Unione europea sono più uomini che donne a seguire percorsi di formazione e istruzione professionale, anche se in alcuni casi la differenza è minima, così le donne rappresentano circa il 47% di tutte le persone impegnate nei corsi.

Esistono comunque alcune differenze significative: l'apprendistato riguarda solo il 15% delle donne in formazione professionale rispetto al 23% degli uomini; il 14% delle donne frequenta corsi di formazione professionale parauniversitari rispetto al 10% degli uomini; la maggior parte delle donne (51%) è costretta ad una formazione svolta principalmente in istituti che non offrono la possibilità di confronto diretto con le attuali condizioni del lavoro, cosa che riguarda invece il 44% degli uomini.

Inoltre, il rapporto di Eurostat nota che alcune differenze rispetto alla formazione professionale sono collegate alle origini sociali degli studenti. Mentre circa il 20% dei giovani di età compresa tra i 16 e i 19 anni in tutta l'Ue frequentava corsi di formazione e istruzione professionale nel 1996, la percentuale era del 25% quando si trattava di giovani provenienti da famiglie con un capofamiglia operaio o disoccupato e scendeva al 12% nei casi di capofamiglia impiegato.

TASSO DI DISOCCUPAZIONE (1996) TRA I GIOVANI DI 25-29 ANNI CON ISTRUZIONE DI BASE E CON ISTRUZIONE/FORMAZIONE PROFESSIONALE (%)

Stato Istruz. di base Istr./formaz. prof.  Stato Istruz. di base Istr./formaz. prof. 

UE15

20.5

9.7

Italia

18.2

11.0

Belgio

18.8

15.1

Lussemburgo

8.0

^

Danimarca

16.0

6.7

PaesiBassi

14.6

5.1

Germania

19.0

8.5

Austria

^

4.9

Grecia

13.4

12.3

Portogallo

9.7

^

Spagna

32.0

36.9

Finlandia

13.6

15.1

Francia

25.3

15.2

Svezia

23.9

^

Irlanda

-

-

GranBretagna

14.6

8.9

- Dato non disponibile;
^ Dato inattendibile
Fonte: Eurostat, maggio 2000


 sindacati e associazioni insieme per i diritti

Unire le forze per vincere la battaglia sul riconoscimento dei diritti sociali e civili da parte dell'Unione europea. Questo il motivo per cui la Confederazione europea dei sindacati (Ces) e la Piattaforma delle Ong sociali europee hanno lanciato la "Campagna per l'inserimento dei diritti fondamentali nei Trattati dell'Ue e delle Comunità europee" e intendono stimolare il dibattito affinché la cosiddetta società civile contribuisca attivamente all'elaborazione della Carta europea dei diritti fondamentali. Abbiamo chiesto al segretario generale della Ces, Emilio Gabaglio, qual è il significato di questa "alleanza sociale" e quale importanza rivestono la forma e i contenuti della futura Costituzione europea.

Per la prima volta il sindacato europeo e le Ong elaborano una vera e propria piattaforma comune. Come e perché è nata questa intuizione?

Le rivendicazioni comuni sui diritti tra la Confederazione europea dei sindacati e la Piattaforma europea delle Ong a vocazione sociale è la logica conseguenza dell'evoluzione dei nostri rapporti in questi ultimi anni. E' per noi la presa d'atto che se il movimento sindacale resta, anche a livello europeo, l'attore più importante in campo sociale, altre organizzazioni si vanno strutturando in funzione di aspirazioni e di bisogni che si esprimono anche in forme autonome. La lotta all'esclusione sociale e alla povertà, l'affermazione della parità uomo/donna o i diritti degli immigrati sono temi essenziali dell'azione sindacale ma non gli appartengono in esclusiva. La Campagna comune per la Carta europea è l'espressione di un'alleanza necessaria in una società complessa.

Perché puntare ad una Carta e non piuttosto ad un ampliamento del capitolo sociale presente nel Trattato di Amsterdam?

Il capitolo sociale del Trattato di Amsterdam riguarda essenzialmente le politiche. Qui stiamo parlando invece del riconoscimento di diritti fondamentali, sociali e civili e quindi di cittadinanza europea.

Se, come noi pensiamo, il Trattato è oggi il surrogato della Costituzione dell'Unione a cui dobbiamo tendere in futuro, il capitolo dei diritti deve rappresentare la premessa fondativa, il preambolo, se si vuole che influenzi e inquadri tutto il resto: l'articolazione delle competenze e delle responsabilità, le istituzioni e, appunto, le diverse politiche. Per questo chiediamo la piena integrazione della Carta dei diritti nel Trattato.

Rispetto alla vostra piattaforma, quali sono le sue valutazioni sulla bozza istituzionale in corso di negoziato?

Per il momento, la Convenzione che prepara la Carta sta discutendo un gran numero di emendamenti al testo ed è impensabile anticipare quale sarà alla fine il risultato.

La nostra principale preoccupazione riguarda il capitolo dei diritti economici e sociali che include anche i diritti sindacali (libertà di associazione, di contrattazione colletiva e di sciopero). In questo campo si registrano infatti le maggiori difficoltà: c'è anche chi li vorrebbe escludere. Si tratta di un'ipotesi del tutto inaccettabile per il sindacato in via di principio e a maggior ragione quando l'integrazione dei mercati e delle economie, l'esistenza di una moneta unica e la ristrutturazione delle imprese, nello spazio europeo, impongono al sindacato un salto di qualità nella sua azione.

Il riconoscimento dei diritti sindacali nella loro dimensione transnazionale in Europa è la condizione indispensabile per permettere lo sviluppo di un sistema di relazioni industriali a livello europeo.

Che tipo di valutazione può essere fatta sui comportamenti dei governi nazionali in questo negoziato, in particolare sulla "ostilità" espressa da Tony Blair e sull'atteggiamento per lo meno "tiepido" di Lionel Jospen?

Il governo britannico ha almeno il pregio della chiarezza. Ha detto apertamente che non crede nella necessità di una Carta che vada al di là dei contenuti di strumenti internazionali già esistenti, quali la Convenzione dei diritti dell'uomo e la Carta sociale del Consiglio d'Europa. Gli altri governi sollevano piuttosto dei problemi per quanto riguarda il valore giuridico della Carta e l'eventualità della sua integrazione da subito all'interno del Trattato. La Francia è su questa posizione, ma lo sono anche la Svezia e la Danimarca.

Da parte nostra, possiamo accettare una distinzione tra diritti immediatamente esigibili (per esempio i diritti sindacali) e quelli che richiedono per la loro realizzazione la messa in campo di politiche concrete (il diritto all'educazione, alla protezione sociale, ad un alloggio decente ecc.). In ogni caso, la Ces non accetterà una Carta senza conseguenze sul piano giuridico. Una sorta di Dichiarazione di buone intenzioni anche se essa, come si dice, dovesse essere "proclamata" in forma solenne dalle istituzioni europee.

Quali sono le posizioni delle associazioni imprenditoriali europee, in particolare l'Unice, sulla Carta? Esiste qualche punto possibile di convergenza con la piattaforma sindacale e delle Ong?

La Confindustria britannica si oppone vigorosamente all'idea stessa di una Carta soprattutto per quanto riguarda i diritti sociali considerandoli un costo non necessario e un ostacolo alla competitività delle imprese. Altre organizzazioni imprenditoriali hanno posizioni meno aggressive ma nessuna fa prova di particolare entusiasmo. L'Unice ha detto chiaramente che si tratta di un'iniziativa superflua se non nociva. Tutto questo ci deve spingere ad intensificare la nostra campagna e la mobilitazione nei prossimi mesi affinché si crei una vasta corrente di opinione a favore dell'integrazione dei diritti fondamentali nel Trattato. Soprattutto, dobbiamo pesare sui governi a cui spetterà decidere in ultima istanza sul da farsi al Consiglio europeo di Nizza nel dicembre prossimo, alla fine della Conferenza intergovernativa in corso per la revisione del Trattato.

E' una battaglia non facile ma che si può vincere allargando le alleanze sociali e politiche. In questo senso è importante che il Parlamento europeo abbia fatto proprie le posizioni della Confederazione europea dei sindacati.


imposte sui salari: uno studio comparativo

Pubblichiamo di seguito alcune parti di una elaborazione effettuata dall'Ufficio Studi Cisl sulla base dei dati Ocse contenuti nel Rapporto "Imposte sui salari" relativo alla situazione del costo del lavoro nel 1998 in 29 Paesi. Eseguita da Luigi Di Vezza e di prossima pubblicazione, l'elaborazione prende in considerazione 20 Paesi scelti tra i 29 Ocse in modo da rappresentare compiutamente l'universo considerato dal Rapporto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e da assicurare la variegata articolazione dei sistemi contributivi e fiscali. In particolare lo studio dell'Ufficio Studi Cisl esamina: gli 11 Paesi dell'area euro; 3 Paesi europei fuori di tale area ma rientranti nell'Unione europea; 3 tra quelli maggiormente sviluppati e membri del G7; 3 dell'Europa centro-orientale.

I valori assoluti delle componenti di base per le varie grandezze (retribuzione lorda, netta, reddito netto disponibile) di tutti i Paesi sono indicati in dollari e a parità di potere di acquisto, dando così la possibilità di un'adeguata comparabilità dei dati.

cosa emerge dall'analisi generale

costo del lavoro, retribuzione, reddito disponibile: la situazione italiana

COSTO LAVORO, RETRIBUZIONE LORDA E NETTA, REDDITO DISPONIBILE: Anno 1998
SITUAZIONI RIFERITE ALL'OPERAIO MEDIO DELL'INDUSTRIA MANIFATTURIERA CON CONIUGE E DUE FIGLI A CARICO
(valori assoluti in dollari e a potere di acquisto equivalente)

Paesi

CL

Posizione

Paesi

RL

Posizione

Paesi

RN

Posizione

Paesi

RD

Posizione

B

40995

1

DK

32053

1

CH

22770

1

CH

22770

1

D

35863

2

B

30376

2

JAP

22236

2

JAP

22236

2

CH

32535

3

CDN

30200

3

CDN

0921944

3

CDN

21944

3

I

32351

4

D

29626

4

USA

21587

4

USA

21587

4

NL

32271

5

CH

29167

5

L

20582

5

L

20582

5

DK

32214

6

USA

29076

6

UK

919906

6

UK

19906

6

CDN

32211

7

NL

27788

7

NL

918226

7

NL

18226

7

USA

31300

8

L

27304

8

DK

18133

8

DK

18133

8

L

31102

9

UK

26616

9

B

17690

9

B

17690

9

A

29823

10

JAP

25788

10

D

17147

10

D

17147

10

SF

29334

11

I

23981

11

I

16995

11

I

16995

11

UK

29277

12

SF

23281

12

EIR

16532

12

EIR

16532

12

F

28198

13

A

22640

13

A

16174

13

A

16174

13

JAP

27664

14

EIR

22024

14

SF

15041

14

SF

17409

14

EIR

24667

15

F

20307

15

E

9;14922

15

E

14922

15

E

24454

16

E

18696

16

F

14766

16

F

14766

16

CS

15781

17

CS

11689

17

P

9;9198

17

P

9198

17

P

13903

18

P

11235

18

CS

9021

18

CS

9021

18

PL

13051

19

PL

8809

19

PL

97418

19

PL

7418

19

H

9916

20

H

6746

20

H

4795

20

H

4795

20

Legenda:
A=Austria; B=Belgio; CDN=Canada; CH=Svizzera; CS=Repubblica Ceca; E=Spagna; D=Germania; DK=Danimarca; EIR=Irlanda; F=Francia; H=Ungheria; I=Italia; JAP=Giappone; L=Lussemburgo; NL=Olanda; P=Portogallo; PL=Polonia; SF=Finlandia; UK=Regno Unito; USA=Stati Uniti
CL=Costo Lavoro (RL più contributi a carico azienda); RL=Retribuzione Lorda; RN=Retribuzione Netta (RL meno contributi a carico lavoratore meno imposte nette); RD=Retribuzione Netta più eventuali trasferimenti monetari generali
Fonte: elaborazioni Ufficio Studi Cisl su dati Ocse

aliquote contributive e fiscali sulla retribuzione

Ogni sistema contributivo e fiscale è il prodotto di scelte politiche (in campo economico, erariale, fiscale, del lavoro, al tipo di sistema di sicurezza sociale sviluppatosi nei vari Paesi e alle forme, esclusivamente o prevalentemente pubbliche e/o private, di partecipazione al suo finanziamento, ecc.) fatte, nel tempo, da ciascun Paese.

Ne deriva una fondamentale esigenza: quella, cioè, di considerare contestualmente gli effetti delle due componenti (contributive e fiscali) quando si vuol procedere a confrontare il composito pianeta retributivo.

Lo studio dell'Ocse, pur con i limiti che la stessa organizzazione correttamente sottolinea, costituisce un valido contributo in questo senso. Restano tuttavia alcune riserve sulle modalità adottate ai fini della determinazione, nei vari Paesi, delle retribuzioni lorde che costituiscono la base per gli sviluppi successivi. E' appena il caso di sottolineare che, nel campo comparato internazionale, i dati di base per le analisi effettuate da organismi ed istituti vari raramente presentano uniformità di riferimento. Ne derivano, spesso, risultati non univoci e a volte contrastanti. Lo studio in esame si fa apprezzare, comunque, per la maggiore estensione dei Paesi indagati.

In generale si riscontra, in tutti i Paesi oggetto dell'analisi, un carico fiscale per la famiglia di quattro persone (monoreddito) sensibilmente più basso rispetto a quello del single.

ALIQUOTE CONTRIBUTIVE E FISCALI NETTE SULLA RETRIBUZIONE LORDA: Anno 1998
SITUAZIONI RIFERITE ALL'OPERAIO MEDIO DELL'INDUSTRIA MANIFATTURIERA CON CONIUGE E DUE FIGLI A CARICO

CONTRIBUTI
AZIENDA
CONTRIBUTI
LAVORATORE
CONTRIBUTI
TOTALE
IMPOSTE
LAVORATORE

CONTR.+IMPOSTE
LAVORATORE

Paesi

%

Posiz.

Paesi

%

Posiz.

Paesi

%

Posiz.

Paesi

%

Posiz.

Paesi

%

Posiz.

PL

48,2

1

NL

23,7

1

H

58,5

1

SF

27,8

1

DK

36,4

1

H

47,0

2

D

21,1

2

F

52,1

2

DK

26,6

2

SF

35,4

2

F

38,9

3

A

18,1

3

A

49,8

3

H

17,4

3

B

30,7

3

CS

35,0

4

B

13,9

4

B

48,9

4

B

16,8

4

NL

29,6

4

B

35,0

5

F

13,2

5

PL

48,2

5

I

15,7

5

H

28,9

5

I

34,9

6

L

13,1

6

CS

47,5

6

UK

15,1

6

I

24,9

6

A

31,7

7

CS

12,5

7

I

44,1

7

PL

13,5

7

UK

23,6

7

E

30,8

8

CH

11,6

8

D

42,2

8

EIR

12,9

8

A

23,5

8

SF

26,0

9

H

11,5

9

NL

39,8

9

CDN

12,6

9

D

22,4

9

P

23,7

10

P

11,0

10

E

37,2

10

USA

10,2

10

F

20,8

10

D

21,1

11

DK

9,8

11

P

34,7

11

F

7,6

11

CDN

18,2

11

NL

16,1

12

I

9,2

12

SF

33,6

12

E

6,4

12

EIR

18,1

12

L

13,9

13

UK

8,5

13

L

27,0

13

NL

5,9

13

USA

17,9

13

EIR

12,0

14

USA

7,7

14

CH

23,1

14

A

5,4

14

CS

17,2

14

CH

11,5

15

SF

7,6

15

UK

18,5

15

CH

5,2

15

CH

16,8

15

UK

10,0

16

JAP

7,0

16

EIR

17,2

16

CS

4,7

16

P

14,0

16

USA

7,6

17

E

6,4

17

USA

15,3

17

P

3,0

17

PL

13,5

17

JAP

7,3

18

CDN

5,6

18

JAP

14,3

18

D

1,3

18

L

13,1

18

CDN

6,7

19

EIR

5,2

19

CDN

12,3

19

JAP

0,7

19

E

12,8

19

DK

0,5

20

PL

0,0

20

DK

10,3

20

L

0,0

20

JAP

7,7

20

Legenda:
A=Austria; B=Belgio; CDN=Canada; CH=Svizzera; CS=Repubblica Ceca; E=Spagna; D=Germania; DK=Danimarca; EIR=Irlanda; F=Francia;
H=Ungheria; I=Italia; JAP=Giappone; L=Lussemburgo; NL=Olanda; P=Portogallo; PL=Polonia; SF=Finlandia; UK=Regno Unito; USA=Stati Uniti
Fonte: elaborazioni Ufficio Studi Cisl su dati Ocse

le varie componenti del costo del lavoro

Nell'ultima tabella sono riportate specifiche elaborazioni tendenti a determinare i differenziali tra le situazioni dell'Italia e quelle degli altri Paesi in rapporto alle varie componenti del costo del lavoro.

Al di là delle aliquote formali stabilite nei vari Paesi in termini di contribuzione sociale a carico delle aziende, il loro effetto reale va infatti combinato con il livello delle retribuzioni lorde alle quali vengono applicate le aliquote contributive stesse.

Si rilevano così, per l'Italia, due fenomeni. Da una parte, una retribuzione lorda sensibilmente più bassa rispetto a molti altri Paesi; dall'altra, una contribuzione a carico delle aziende altrettanto sensibilmente più elevata, tale da collocarla al secondo posto in graduatoria (superata solo dal Belgio che presenta una situazione più pesante del 27%). Le distanze si allungano, in senso discendente, fino ad arrivare ad una contribuzione quasi nulla in Danimarca.

Non meraviglia più di tanto la collocazione, nelle posizioni più basse della graduatoria, dei tre Paesi dell'Europa centro-orientale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca) con riferimento al costo del lavoro, alla retribuzione lorda, a quella netta, al reddito disponibile: è lo specchio dello stadio di "sviluppo" economico di tali Paesi.

Per quanto riguarda l'effetto dei trasferimenti monetari di carattere generale a sostegno dei nuclei familiari, l'Italia, con le misure assicurate dall'assegno al nucleo familiare, si colloca al settimo posto contribuendo a recuperare qualche posto nella graduatoria del reddito disponibile netto (11ª posizione). Da rilevare, infine, l'assoluta assenza di tale prestazione in ben cinque Paesi (Usa, Giappone, Spagna, Germania, Canada), almeno a livello di amministrazione centrale. Non è tuttavia da escludere del tutto che in tali Paesi, o in alcuni di essi, possano sussistere interventi monetari aventi le stesse finalità ma erogati a livello di amministrazioni locali.

stime Ocse riguardanti l'Italia

Il Rapporto dell'Ocse si spinge, per la prima volta, ad un esercizio/stima della dinamica delle grandezze esaminate con riferimento all'anno successivo (1999) a quello dell'indagine. Sulla base di valutazioni del Segretariato dell'Organizzazione, per l'Italia è stata indicata una crescita della retribuzione media pari al 2,4%. Tenuto anche conto dei provvedimenti approvati in materia di imposte e contributi, il Rapporto indica le seguenti dinamiche:

Comparativamente, l'Italia appare caratterizzarsi quindi per una contribuzione aziendale più elevata (superata infatti solo dal Belgio); per una contribuzione a carico dei lavoratori relativamente più leggera; per una imposizione fiscale di media incidenza (grazie ai trasferimenti assicurati dall'assegno al nucleo familiare). n

Fonte: Ufficio Studi Cisl

DIFFERENZIALI E GRADUATORIE TRA I VARI PAESI
NELLE VARIE COMPONENTI DEL COSTO LAVORO
(O.M.con coniuge e 2 figli) ( ITALIA =100 )

COSTO
LAVORO
RETRIBUZIONE
LORDA
CONTRIBUTI
AZIENDA
CONTRIBUTI
LAVORATORE
IMPOSTE
LAVORATORE
CONTR.+IMPOSTE
LAVORATORE
RETRIBUZIONE
NETTA
REDDITO DISPONIBILE
NETTO

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

Paesi

Valore

Posiz.

B

127

1

DK

134

1

B

127

1

NL

299

1

DK

226

1

DK

195

1

CDN

137

1

L

135

1

D

111

2

B

127

2

I

100

2

D

283

2

SF

172

2

B

156

2

CH

135

2

CH

132

2

CH

101

3

CDN

126

3

F

94

3

B

191

3

B

136

3

SF

138

3

USA

133

3

CDN

122

3

I

100

4

D

124

4

A

86

4

A

186

4

UK

107

4

NL

138

4

JAP

132

4

B

120

4

NL

100

5

CH

122

5

D

75

5

L

162

5

CDN

101

5

D

111

5

L

132

5

USA

118

5

DK

100

6

USA

121

6

SF

72

6

CH

153

6

I

100

6

UK

105

6

D

128

6

JAP

118

6

CDN

100

7

NL

116

7

E

69

7

DK

142

7

USA

79

7

I

100

7

B

117

7

D

114

7

USA

97

8

L

114

8

NL

54

8

F

121

8

EIR

75

8

CDN

92

8

DK

113

8

DK

111

8

L

96

9

UK

111

9

PL

51

9

UK

103

9

NL

44

9

A

89

9

UK

113

9

UK

109

9

A

92

10

JAP

108

10

CS

49

10

USA

101

10

F

41

10

USA

87

10

NL

109

10

NL

107

10

SF

91

11

I

100

11

L

45

11

I

100

11

CH

40

11

CH

82

11

EIR

100

11

I

100

11

UK

90

12

SF

97

12

CH

40

12

JAP

82

12

A

32

12

F

71

12

I

100

12

A

99

12

F

87

13

A

94

13

H

38

13

SF

80

13

E

32

13

EIR

67

13

A

96

13

EIR

95

13

JAP

86

14

EIR

92

14

P

32

14

CDN

77

14

PL

32

14

L

60

14

E

91

14

SF

86

14

EIR

76

15

F

85

15

UK

32

15

CS

66

15

H

31

15

E

40

15

F

89

15

F

86

15

E

76

16

E

78

16

EIR

32

16

P

56

16

CS

15

16

CS

34

16

SF

84

16

E

81

16

CS

49

17

CS

49

17

USA

27

17

E

54

17

D

10

17

JAP

33

17

CS

54

17

CS

60

17

P

43

18

P

47

18

CDN

24

18

EIR

52

18

P

9

18

H

33

18

P

54

18

P

51

18

PL

40

19

PL

37

19

JAP

22

19

H

35

19

JAP

5

19

P

26

19

PL

42

19

PL

40

19

H

31

20

H

28

20

DK

29

20

PL

0

20

L

0

20

PL

20

20

H

27

20

H

29

20

A=Austria; B=Belgio; CDN=Canada; CH=Svizzera; CS=Repubblica Ceca; E=Spagna; D=Germania; DK=Danimarca; EIR=Irlanda; F=Francia; H=Ungheria; I=Italia; JAP=Giappone; L=Lussemburgo; NL=Olanda; P=Portogallo; PL=Polonia; SF=Finlandia; UK=Regno Unito; USA=Stati Uniti

 


il Pil nell'Est europeo

Delle 50 regioni che costituiscono i Paesi dell'Europa centrale candidati ad entrare nell'Unione europea, 48 registrano un Prodotto interno lordo (Pil) pro capite inferiore a quello medio dell'Ue nel periodo 1995-1997 con valori di gran lunga più bassi e che mediamente non raggiungono il 75%. Solo le regioni di Praga, nella Repubblica Ceca, e di Bratislava, in Slovacchia, presentano un Pil superiore equivalente rispettivamente al 119% e al 96% di quello Ue, valori questi che innalzano notevolmente la media regionale altrimenti molto più bassa del 75%. E' quanto emerge da un rapporto pubblicato da Eurostat lo scorso mese di aprile che ha monitorato la situazione economica delle regioni di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria secondo i criteri utilizzati per la classificazione regionale degli Stati membri.

In generale si notano forti differenze tra le varie regioni. Il valore più basso registrato è quello di una regione polacca situata a sud di Varsavia (regione di Swietokrzyski) con un Pil che raggiunge solo il 24% di quello medio dell'Ue e che corrisponde a circa un quinto del Pil più elevato, cioè quello della regione ceca di Praga.

Nei Paesi dove il tipo di distribuzione del Pil è relativamente omogenea, le regioni delle capitali emergono chiaramente con livelli di Pil pro capite 2 o 3 volte superiori a quelli delle regioni più povere del Paese. Ciò avviene in Polonia, con la regione di Varsavia (49% del Pil medio Ue, mentre quasi tutte le altre regioni presentano valori inferiori o di poco superiori al 30%), in Ungheria con la regione di Budapest (69% del valore medio Ue), in Slovacchia con quella di Bratislava (96%), in Repubblica Ceca con la regione di Praga (119%) e, anche se in modo meno netto, in Romania con la regione di Bucarest (44%).

Osservando complessivamente le regioni che formano un Paese, è la Repubblica Ceca ad avere la situazione migliore per quanto riguarda il Pil: una regione raggiunge il 50% del Pil dell'Ue mentre le altre sette superano nettamente questa percentuale. Le 10 regioni più povere, invece, con un Pil che si aggira intorno al 25% di quello medio dell'Unione, sono cinque delle sedici polacche, tutte e tre quelle bulgare, la Lettonia (costituita da un'unica regione) e la regione Nord-Est della Romania.

PIL NEI PAESI DELL'EUROPA CENTRALE CANDIDATI A ENTRARE NELL'UE   

Paesi  PIL valore medio
1995-97 
PIL pro capite
medio 1995-97
( PAS2)
PIL pro capite in PAS2
valore medio 1995-97
  milioni di Ecu PAS2
milioni
  UE=100 UE15+
PECC10=100

UE15

6917129

6917129

18463

100

:

PECC101

274259

730666

6950

:

:

UE15+PECC101

7191388

7647795

15940

:

100

Bulgaria

8918

38592

4616

25

29

Estonia

3414

9146

6220

34

39

Lettonia

4139

11731

4708

25

30

Lituania

6425

19707

5311

29

33

Polonia

111858

242229

6272

34

39

Rep. Ceca

43960

121336

11761

64

74

Romania

28684

132580

5863

32

37

Slovacchia

15082

43288

8049

44

50

Slovenia

15094

24190

12164

66

76

Ungheria

36685

87867

8621

47

54

1 I 10 Paesi dell'Europa centrale candidati ad entrare nell'UE
2
Potere d'acquisto standard: unità artificiale utilizzata per calcolare gli effetti delle differenze tra i vari Paesi per quanto riguarda i prezzi di beni e servizi comparabili.
Fonte: Eurostat, aprile 2000

 


la Grecia entra nell'euro

Il Consiglio europeo tenutosi a Santa Maria da Feira nei giorni 19 e 20 giugno scorsi ha sancito l'ingresso della Grecia nella zona euro. Il Consiglio, nel congratularsi con il governo di Atene «per la convergenza raggiunta negli ultimi anni grazie a valide politiche economiche e finanziarie» ha annunciato che la Grecia farà parte dell'area euro a partire dal 1° gennaio 2001, andando ad aggiungersi agli 11 Paesi tuttora membri dell'Uem.

caso Austria: nominati i tre saggi

La Corte europea dei diritti umani ha reso noti lo scorso 13 luglio i nomi delle tre personalità indipendenti che dovranno valutare la situazione austriaca rispetto ai diritti umani dopo l'entrata nella coalizione di governo del partito di estrema destra Fpö. I tre saggi sono l'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, già inviato speciale dell'Ue nella crisi del Kosovo lo scorso anno, l'ex ministro degli Esteri spagnolo e due volte commissario europeo Marcelino Oreja e il tedesco Jochen Frowein, già vicepresidente della Commissione europea dei diritti umani. In pochi mesi i tre saggi presenteranno un rapporto dettagliato sulla situazione dell'Austria in base al quale l'Unione deciderà se revocare le sanzioni diplomatiche imposte a Vienna lo scorso 31 gennaio dopo la formazione del nuovo governo di Wolfgang Schuessel comprendente l'ultradestra di Joerg Haider.

iniziato il semestre di presidenza francese

Il 1° luglio scorso è iniziato il semestre di presidenza dell'Ue della Francia, che ha preso il posto della Finlandia e precede il semestre della Svezia. In questa occasione il ministro degli Esteri francese Pierre Moscovici ha esposto le priorità del programma che riguarderanno alcuni punti principali. Innanzitutto il consolidamento dell'Europa dei cittadini, la cui realizzazione richiede una risposta ai bisogni concreti degli europei, specialmente in campo sociale e in materia di occupazione, adottando un Programma sociale, ossia un programma di lavoro per un periodo di cinque anni che contribuisca a rafforzare tutte le componenti del modello sociale europeo. Altri due punti fondamentali del programma francese saranno l'avanzamento del processo di ampliamento dell'Ue e il consolidamento della difesa europea.

Fonte: Fse news

proposta sulla protezione temporanea dei profughi

Una proposta di direttiva sulla protezione temporanea in caso di massiccio afflusso di sfollati è stata adottata lo scorso 24 maggio dalla Commissione. La direttiva dovrebbe istituire norme minime per la concessione di una protezione temporanea ai rifugiati che permetta agli Stati membri (tranne la Danimarca, in virtù del "opt-out" nel Trattato di Amsterdam) di fronteggiare in modo coordinato e solidale emergenze come quelle determinatesi negli ultimi anni con le crisi della ex-Jugoslavia e del Kosovo. Queste crisi hanno provocato un forte incremento delle richieste d'asilo, emergenze affrontate autonomamente dagli Stati membri con disposizioni speciali per l'ammissione dei profughi. Al fine di un'armonizzazione delle norme, la Commissione propone che la durata massima della protezione sia di due anni, sostenuta da meccanismi di solidarietà fra gli Stati membri tramite il Fondo europeo per i rifugiati (la cui istituzione era stata proposta dalla stessa Commissione nel dicembre 1999). I profughi potranno beneficiare di titoli di soggiorno valevoli per la durata della protezione, di un'informazione adeguata, di accesso ad un alloggio e ad un lavoro, nonché all'istruzione per i minorenni, all'assistenza sociale e sanitaria. Disposizioni particolari sono previste per le vittime di stupri, o altre forme di violenza fisica e morale, e per i minori non accompagnati. E' garantito il diritto alla normale procedura d'asilo, una volta terminata la protezione temporanea, ma soprattutto lo snellimento di tutte le procedure di ammissione.

Fonte: Ufficio Europa Cgil

ambiente: prima sanzione per inosservanza delle norme

Prima sanzione miliardaria decisa dalla Corte di Giustizia europea nei confronti di uno Stato membro dell'Unione. La Grecia dovrà infatti pagare da luglio 20 mila euro per ogni giorno di inosservanza di una sentenza che nel 1992 la condannò per violazione delle norme ambientali nel caso di una discarica per sostanze tossiche situata a Creta.

Germania, Austria e Italia sono invece state per ora solo citate di fronte alla Corte di Giustizia dalla Commissione europea lo scorso 5 luglio per violazioni della direttiva europea sulle acque reflue, mentre al Belgio è stato inviato un parere motivato relativo alla città di Bruxelles. In particolare, il caso italiano riguarda la città di Milano per non aver attuato la depurazione delle proprie acque di scarico. L'esecutivo europeo ha inoltre deciso che gli Stati membri dovranno rendere note tutte le informazioni relative all'ambiente secondo il principio del diritto all'informazione ambientale sancito con una direttiva del 1990.

parere del Comitato economico e sociale sulla lotta alle discriminazioni

Il 29 maggio scorso il Comitato economico e sociale ha adottato un parere in risposta alla Commissione che aveva presentato una serie di iniziative sulla lotta alla discriminazione: proposta di direttiva sull'attuazione del principio della parità di trattamento fra le persone, indipendentemente dalla razza o l'origine etnica; direttiva quadro intesa ad attuare il principio della parità di trattamento tra le persone, indipendentemente dalla razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali; programma d'azione comunitaria per combattere la discriminazione. Il Comitato economico e sociale condivide l'importanza che la Commissione attribuisce alla definizione di norme minime comuni a tutta l'Unione, ma segnala la mancanza, nelle proposte, di disposizioni contro la violenza razziale e l'incitamento all'odio razziale. Secondo il Comitato, sarebbe inoltre importante prevedere norme che vincolino gli Stati membri a diffondere informazioni sui modi per prevenire la discriminazione e a divulgare le buone prassi in materia. Per quanto riguarda la direttiva sull'occupazione, poi, il Comitato economico e sociale sostiene che bisogna garantire che le responsabilità dei datori di lavoro siano limitate alle situazioni che ricadono sotto il loro diretto controllo e ai casi in cui essi siano al corrente di molestie, ma le abbiano tollerate. Osservazioni importanti riguardano il programma d'azione: il Comitato sosterrà certamente la proposta d'azione, ma ritiene che si debba chiarire in che modo si terrà conto dell'esperienza delle vittime e deplora il fatto che saranno sostenuti solo programmi transnazionali.

Fonte: Ufficio Europa Cgil

critiche all'Ue su Ogm e globalizzazione

Forti contrasti sono in corso tra la Commissione europea e alcuni Stati membri sulla questione degli organismi geneticamente modificati (Ogm). La Commissione sta infatti definendo un nuova normativa, che dovrebbe essere approvata a settembre ed entrare in vigore tra due anni, per la regolamentazione del commercio degli Ogm che porrebbe fine alla moratoria tuttora in corso su iniziativa di alcuni Stati membri (Italia, Francia, Grecia, Danimarca e Lussemburgo). Secondo la Commissione, infatti, la moratoria costituisce una forma di ostruzionismo al libero mercato e deve terminare con l'introduzione di una seria regolamentazione che tuteli sia i consumatori che le aziende che commercializzano gli Ogm. Totalmente contrari ad un'apertura di questo mercato sono invece i 5 (al momento) Paesi che intendono proteggere coltivazioni e produzioni alimentari tradizionali, cioè prive di manipolazioni genetiche. Contro gli Ogm si schiera anche un folto gruppo di Ong europee, parte delle quali (circa 40) si è riunita lo scorso mese di maggio a Bruxelles siglando un documento di forte critica nei confronti delle politiche Ue in ambito commerciale. «Noi, membri della società civile provenienti da vari Paesi europei, sosteniamo la decisione di opporci e resistere a una globalizzazione guidata dalle aziende» hanno scritto le Ong in linea con la Dichiarazione di Boston ("Cambiare o affondare") e a favore di un sistema economico alternativo «che protegga i diritti di base di tutte le persone e dell'ambiente». Viene aspramente criticata la linea dell'Unione, e in particolare della Commissione, a favore di un nuovo round onnicomprensivo all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio, linea definita e perseguita, secondo le Ong, dalle grandi aziende transnazionali e caratterizzata dalla totale mancanza di trasparenza e di possibilità di discussione.

INFORMAZIONI: http://www.retelilliput.it oppure http://www.attac.org

poco adottate le direttive europee

Secondo l'ultima edizione del "Quadro di valutazione del mercato interno", dopo due anni di miglioramenti gli Stati rallentano l'impegno per adottare velocemente le direttive del mercato interno. Il 13% di queste direttive (194 su 1489) non è stato ancora recepito; più del 40% dei ritardi è imputabile a quattro Paesi: Francia, Lussemburgo, Grecia e Portogallo. La Commissione ha fissato per gli Stati membri l'obiettivo della riduzione, entro fine anno, del deficit di recepimento a meno dell'1,5%: questo traguardo è stato raggiunto solo da Svezia, Spagna e Finlandia, ma notevoli passi avanti si sono registrati in Italia, Belgio, Austria, Regno Unito, Spagna e Lussemburgo. Il dato preoccupante segnalato dalla Commissione riguarda la società dell'informazione: delle cinque direttive che la riguardano, neppure una è stata del tutto attuata in tutta l'Unione. Secondo il commissario per il mercato interno Fritz Bolkestein, «è sconfortante vedere che si accentua il divario tra i Paesi che applicano le norme del mercato interno e quelli che ne ritardano l'applicazione. Gli stati membri che sono in ritardo devono rapidamente darsi da fare per colmare questo divario. E' particolarmente importante se vogliamo raggiungere l'obiettivo fissato a Lisbona di creare "l'economia fondata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo". Senza un mercato interno pienamente operante, non credo che sarà possibile realizzare quest'obiettivo».

Fonte: Ufficio Europa Cgil

come tutelare i diritti nel mercato unico

Come orientarsi nel mercato interno per far valere i propri diritti, da cittadini e da imprenditori? Una serie di informazioni pratiche sono fornite dalla nuova guida presentata dalla Commissione europea. "Come tutelare i propri diritti nel mercato unico" illustra i passi che i cittadini europei e le imprese possono compiere nel caso in cui incontrino difficoltà ad esercitare il loro diritto di soggiornare, lavorare, viaggiare e studiare nell'Unione europea. La guida traccia un quadro dei mezzi di ricorso disponibili a livello nazionale ed europeo: spetta innanzitutto agli Stati membri applicare il diritto comunitario, ma molti problemi nascono dal fatto che spesso le amministrazioni nazionali non sempre sono informate su tutti i diritti connessi al mercato unico. In ogni Stato membro sono stati creati dei "punti di contatto" dove è possibile cercare una soluzione ai contenziosi su base informale e bilaterale tra le amministrazioni degli Stati membri. L'elenco di questi punti è disponibile sul sito http://www.europa.eu.int./comm/internal_market, mentre la guida con tutte le informazioni utili si può trovare all'indirizzo web http://www.europa.eu.int/citizens

Fonte: Ufficio Europa Cgil