I primi passi dell'Unione politica

Il periodo trascorso tra la fine del 1999 e l'inizio del 2000 ha fatto registrare una forte accelerazione nel processo di costruzione dell'Unione europea, finora poco più che un'Unione prettamente economica e monetaria. Il cambio di marcia è avvenuto, forse inevitabilmente, per una serie di eventi verificatisi nell'ultimo anno, in ordine di importanza: il culmine della tragedia balcanica con i 78 giorni di bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, l'entrata in vigore del nuovo Trattato dell'Unione, l'inizio della fase finale per la realizzazione dell'Uem, le dimissioni della Commissione presieduta da Jacques Santer. Eventi molto diversi tra loro nella forma e nella sostanza ma con un denominatore comune: la necessità di un cambiamento, di una svolta per l'Unione. Lo spazio comune nel quale le merci, i capitali e le persone avessero libertà di circolazione non era più sufficiente, era necessaria un'unità d'intenti che trasformasse l'Unione europea in un soggetto politico forte in grado di rendere effettivi quei principi di democrazia e sovranità ad esso trasferiti dagli Stati membri. Così, anche grazie ad alcune novità introdotte dal Trattato di Amsterdam, il Parlamento europeo ha acquisito un maggior peso, è partito il processo per la realizzazione di uno Spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia (che porterà, tra l'altro, ad una politica comune in materia di asilo e immigrazione), è stato nominato un Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione. Ma nei tre mesi a cavallo tra vecchio e nuovo anno, il livello politico dell'Unione ha avuto una decisa impennata individuabile in tre momenti fondamentali.

Nei giorni 10 e 11 dicembre 1999 il Consiglio europeo di Helsinki ha deciso di accelerare il processo di allargamento dell'Ue, estendendo a 13 il numero dei Paesi candidati, e di dare il via alla costruzione di una difesa comune. Due decisioni dettate dalla triste esperienza della guerra balcanica che, tra le altre cose, ha reso evidente come la pace europea non possa seguire i confini dell'attuale Unione ma debba essere continentale, e come l'Europa debba acquisire un certo grado di autonomia rispetto all'eccessivo potere militare dell'alleato statunitense.

Il 14 febbraio di quest'anno si è aperta a Bruxelles la Conferenza intergovernativa (Cig), che in circa dieci mesi riscriverà le regole del funzionamento delle istituzioni europee adeguandole alle nuove esigenze dell'Unione. Una su tutte, il passaggio dall'attuale obbligo dell'unanimità all'estensione del voto a maggioranza, inevitabile quando ogni decisione dovrà essere presa da quasi 30 Paesi.

Il 31 gennaio scorso, poi, la data politicamente forse più significativa. Per la prima volta l'Ue si è attribuita il diritto di ingerenza nella politica interna di uno dei suoi membri e 14 governi hanno reso noto al quindicesimo, l'Austria, che l'appartenenza all'Unione impone degli obblighi democratici che vanno rispettati nella politica interna, pena l'isolamento. Le misure adottate dai Quattordici hanno una natura esclusivamente diplomatica ma un peso politico e morale molto forte: la sovranità di uno Stato membro può essere soggetta a limitazioni se si ritiene che vengono minacciati i valori costitutivi dell'Unione. Un gesto forte, senza precedenti, che conterà molto nella prossima revisione dei trattati e nella stesura della Costituzione europea, tuttora in corso.

L'Unione politica, dunque, compie i primi passi al suo interno, ma urgono passi significativi anche verso l'esterno. Sulla situazione della Cecenia, ad esempio, l'Ue è stata evanescente, e se è vero che la Russia non fa parte dell'Unione europea è pur sempre un membro del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

 

Cig: parte la riforma

Il 14 febbraio scorso si è aperta a Bruxelles la Conferenza intergovernativa (Cig) che dovrà riscrivere le regole del funzionamento delle istituzioni europee adeguandole alle nuove esigenze dell'Unione. Sotto la responsabilità politica generale dei ministri europei che costituiscono il Consiglio Affari generali, i lavori saranno svolti da un gruppo composto da un rappresentante del governo di ciascun Stato membro e dovranno concludersi entro il dicembre 2000 (a Nizza) con un accordo sulle necessarie modifiche dei trattati. La Commissione parteciperà a livello politico con un suo rappresentante, il Consiglio fornirà i servizi a livello di segretariato, mentre il Parlamento svolgerà un monitoraggio permanente sui lavori e sarà strettamente collegato con i 15 parlamenti nazionali.

Molte sono le questioni che la Cig dovrà affrontare nei prossimi dieci mesi, con la consapevolezza che questa non potrà essere una tappa iniziale del processo di riforma ma dovrà necessariamente portarlo a termine, soprattutto in seguito alle decisioni prese ad Helsinki in merito all'allargamento dell'Unione (vedi pag. 6).

Ed è proprio l'allargamento ad imporre la necessità di modifiche istituzionali sostanziali. «Per passare da 15 a 28 membri non basta una semplice "aggiustatina" - ha detto il presidente della Commissione, Romano Prodi, nel corso dell'inaugurazione della Cig - ma ci vogliono soluzioni energiche e radicali, altrimenti avremo un'Unione destinata a indebolirsi». Così, la prima cosa da rivedere sarà il numero dei membri della Commissione, perché in un'Unione europea decisamente allargata non sarà più possibile mantenere i criteri stabiliti oltre quarant'anni fa quando gli Stati membri erano 6. L'attuale formula, che prevede 2 commissari per i Paesi più grandi e uno per quelli più piccoli, porterebbe ad un esecutivo troppo esteso e, probabilmente, non molto efficiente. La proposta della Commissione, già accolta favorevolmente da molti Stati membri, è di prevedere un solo commissario per ogni Paese. Stesso discorso vale per altri organi dell'Unione, come la Corte dei conti, il Comitato economico e sociale, il Comitato delle Regioni ecc.

C'è poi la questione della ponderazione del voto all'interno del Consiglio europeo, bilanciando le votazioni tra maggioranza degli Stati e maggioranza di popolazione che rappresentano, per evitare che coalizioni di piccoli Stati impongano la loro volontà a tutta l'Unione. La proposta in questo caso è quella della "doppia maggioranza semplice", secondo la quale si avrebbe una decisione a maggioranza qualificata quando viene presa dalla maggioranza semplice del numero degli Stati e dalla maggioranza semplice della popolazione totale dell'Unione allargata.

Il terzo tema che dovrà essere affrontato è quello dell'estensione del voto a maggioranza qualificata rispetto all'attuale obbligo dell'unanimità. Ricercare il voto unanime tra 27-28 Stati sarebbe sinonimo di immobilismo e per questo dovranno essere decise le materie sulle quali andrà mantenuta l'unanimità (probabilmente quelle relative agli interessi vitali per gli Stati membri) e quelle invece per le quali sarà sufficiente il voto a maggioranza.

Infine, poiché l'Unione sarà meno omogenea di oggi, andrà ripensata la possibilità per alcuni gruppi di Paesi di progredire più velocemente di altri in alcuni settori per i quali non si registrasse una disponibilità generalizzata. Si tratta della cosiddetta "cooperazione rafforzata", prevista per gruppi costituiti da un numero di Stati pari ad almeno un terzo di quelli che fanno parte dell'Unione.

Ognuna di queste riforme, apparentemente di carattere tecnico, comporterà delle importanti decisioni politiche e sarà collegata ad altre riforme di sistema. Si pensi alle numerose confusioni e sovrapposizioni esistenti oggi in campi cruciali come quelli della neonata politica estera e della politica economica, dove soggetti istituzionali, ruoli e competenze dovranno essere definiti in modo chiaro una volta per tutte dalla Cig.

Le decisioni scaturite dalla Conferenza intergovernativa confluiranno probabilmente con le conclusioni dei lavori in atto per la formulazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, una sorta di costituzione europea, e a quel punto l'Unione europea dovrà essere molto di più che una semplice sommatoria di Stati con interessi comuni.

 

DIALOGO CON I CITTADINI EUROPEI SULLA CIG

I cittadini europei sanno molto poco del modo in cui le istituzioni europee operano, sebbene le decisioni che queste prendono abbiano un impatto sempre maggiore sulla loro vita quotidiana. Gli anni 2000 e 2001, periodo in cui verrà discusso e deciso come le istituzioni europee dovranno essere riformate e tali decisioni saranno ratificate, devono essere utilizzati per costruire un dialogo sull'Europa con la società civile. E' quanto perlomeno si prefigge la Commissione europea, che vuole accompagnare la Conferenza intergovernativa appena avviata con un dialogo diretto con il pubblico europeo riguardante tutte le questioni in discussione.

Le linee di questo dialogo sono state dettate da una comunicazione che l'esecutivo europeo ha adottato lo scorso 15 febbraio, su iniziativa del presidente Romano Prodi e dei commissari Michel Barnier (che con Prodi ha la responsabilità della Cig per la Commissione) e Viviane Reding (commissaria responsabile per il dialogo con il pubblico) ), in accordo con Günter Verheugen (commissario responsabile per i negoziati di allargamento).

Insieme agli Stati membri e al Parlamento europeo, la Commissione si augura di perseguire una politica attiva di dialogo con la società civile e il più ampio pubblico possibile, sulle funzioni dell'Ue nei prossimi anni e su come le istituzioni europee dovrebbero adattarsi a queste nuove funzioni e nell'accoglienza dei nuovi membri. Nel 2000 verrà messo a disposizione un budget di 4 milioni di euro a questo scopo, e la Commissione chiederà un maggior coinvolgimento degli Stati membri. Il dialogo prenderà la forma di dibattiti e conferenze negli Stati membri, campagne di informazione dirette alla stampa regionale e locale, inoltre pubblico e organizzazioni della società civile verranno dotati dei mezzi necessari per perseguire un dialogo attraverso le nuove tecnologie (Internet, videoconferenze). La comunicazione chiede inoltre ad ogni membro della Commissione di essere personalmente coinvolto ed impegnato in questo dialogo.

 

Un progetto per la nuova Europa

Pubblichiamo di seguito i passaggi a nostro avviso più significativi del discorso tenuto dal presidente della Commissione europea, Romano Prodi, il 15 febbraio scorso di fronte al Parlamento europeo. Intitolato "Dal 2000 al 2005: un progetto per la Nuova Europa", l'intervento delinea le priorità d'intervento e le sfide che l'Unione dovrà affrontare nei prossimi anni.

(...) Le nuove frontiere dell'integrazione dell'Europa sono la giustizia e la sicurezza interna, la politica estera e di sicurezza comune, la collaborazione nella difesa, il cruciale tema dei valori politici fondamentali.

Si tratta di questioni che vanno al cuore della stessa sovranità nazionale e che impongono di ricercare un livello di consenso politico ancora più alto di quello raggiunto negli anni Ottanta e Novanta.

La Commissione ha tradotto questa dimensione politica in quattro grandi filoni d'intervento, annunciati la settimana scorsa nei nostri obiettivi strategici per il periodo 2000-2005: promuovere nuove forme di governo (governance) su scala europea; stabilizzare l'Europa e rafforzare la nostra presenza a livello mondiale; ridefinire le priorità economiche e sociali; migliorare per tutti la qualità della vita.

A proposito del primo di questi punti, promuovere nuove forme di governo (governance) su scala europea, abbiamo annunciato un Libro bianco. Gli scopi di questo Libro bianco sono due. Anzitutto, porrà alcuni interrogativi fondamentali sulle politiche di cui avremo bisogno in un'Unione europea che potrebbe raggiungere i 30 membri e sul modo migliore per attuare tali politiche. In secondo luogo, chiederà di che istituzioni avremo bisogno per il XXI secolo e proporrà una nuova divisione dei compiti tra la Commissione, le altre istituzioni, gli Stati membri e la società civile. Una nuova e più democratica forma di partenariato tra i diversi livelli di governo (governance) in Europa.

un "piano d'insieme" basato sulle nuove priorità

Perché riteniamo che occorra intervenire in questa direzione? Cercherò di spiegarvi il nostro punto di vista. In primo luogo, il riesame delle nostre politiche.

Nel corso degli anni, l'Unione europea si è sviluppata, per così dire, per stratificazioni successive: prima l'unione doganale, quindi il mercato interno, e infine la moneta unica. Le varie politiche si sono sviluppate parallelamente, via via che si rendevano necessarie e che si sedimentava ciascuna stratificazione.

Sino ad oggi non c'è mai stato un "piano d'insieme" generale, in base al quale formulare e coordinare le nostre politiche, e i nostri tentativi di generalizzare determinate politiche, come quelle dell'ambiente o delle pari opportunità, incorporandole in tutti gli altri settori, hanno avuto un successo piuttosto limitato.

Ma l'Unione europea si appresta ad affrontare, nel medio-lungo termine, un grande allargamento che ci imporrà anche un radicale ripensamento di gran parte delle politiche attuali e delle relative modalità di attuazione.

(...) La verità è che dobbiamo riesaminare a fondo tutte le nostre politiche alla luce delle nostre nuove priorità. Le politiche inadeguate dovranno essere reinventate da capo o semplicemente abbandonate.

(...) Ben presto, quindi, avvieremo un riesame approfondito delle nostre politiche, non per procedere all'ennesima revisione, ma per metterne fondamentalmente in discussione l'impatto e l'incidenza politica.

Questo riesame delle nostre politiche si concluderà in tempo per la prossima revisione delle prospettive finanziarie, prevista per il 2006. A quel punto si dovrà decidere quali politiche devono effettivamente essere finanziate dalla Comunità e quale dovrà essere l'equilibrio della spesa tra politica interna e politica esterna e tra le varie politiche interne.

ripensare il modo di "fare Europa"

In secondo luogo, dobbiamo chiederci cosa andrebbe fatto a livello europeo e cosa andrebbe fatto dagli Stati membri, dalle Regioni o dalla società civile. Ben lungi dal rivendicare un ruolo centralizzatore per "Bruxelles", ritengo piuttosto che sia giunto il momento di un radicale decentramento. È venuto il momento di rendersi conto che l'Europa non è gestita solo dalle istituzioni europee, ma anche dalle autorità nazionali, regionali e locali e dalla società civile.

I nostri cittadini non sono contenti di come vanno le cose a livello europeo. Non criticano solo l'operato recente della Commissione: si sentono lontani da tutte le istituzioni europee, e dubitano della nostra capacità di realizzare la società che vorrebbero. Chiedono, giustamente, di avere molta più voce in capitolo nel progettare la Nuova Europa.

La sfida, dunque, non consiste solo nel riformare la Commissione, per quanto questo possa essere importante. Né si tratta soltanto di far funzionare più efficacemente tutte le istituzioni, che pure è un altro obiettivo essenziale. La sfida è a ripensare da capo il nostro modo di fare Europa. Riprogettare l'Europa. Inventare una forma di governo (governance) completamente nuova per il mondo di domani.

Vorrei essere chiaro. Non c'è dubbio che l'Europa allargata dovrà avere delle istituzioni forti. Queste istituzioni, però, devono essere democraticamente legittimate, operare in modo trasparente e totalmente giustificabile e godere della totale fiducia dei cittadini. La gente vuole una democrazia molto più tangibile, molto più partecipativa, e non aderirà al progetto europeo se non sarà pienamente coinvolta nel processo di fissazione degli obiettivi, di decisione delle politiche e di valutazione dei progressi compiuti. E ha ragione.

Secondo me, dobbiamo smettere di pensare in termini di livelli gerarchici di competenza separati in base al principio di sussidiarietà e cominciare piuttosto a pensare a un sistema reticolare, in cui tutti i livelli di governo (governance) concorrono a formulare, a proporre, ad attuare le politiche e a verificarne i risultati.

Naturalmente, non possiamo parlare di forme di governo o di democrazia partecipativa senza sviluppare la nostra capacità di fare in modo che le donne, che costituiscono metà della popolazione, siano adeguatamente rappresentate nel dibattito e nel processo decisionale. (...)

Ci metteremo subito al lavoro sul Libro bianco, che a mio giudizio potrà essere pronto verso la primavera del 2001. Ovviamente, la sua stesura procederà di pari passo con la Conferenza intergovernativa e con le nostre riforme istituzionali, dato che uno dei punti chiave consisterà appunto nel chiedere di quali istituzioni avremo bisogno nel XXI secolo. (...).

un nuovo ruolo politico per la Commissione

I fatti parlano più forte delle parole. La capacità delle istituzioni europee di produrre fatti concreti è la loro maggiore fonte di legittimazione. (...).

Dobbiamo colmare il divario tra retorica e realtà in Europa. La gente vuole un'Europa che mantenga la parola data. Questa Commissione intende mantenerla.

In questa prospettiva, la Commissione farà due cose: ci impegneremo per condurre in porto con successo le nostre riforme interne, e riesamineremo le nostre priorità per concentrarci sulle nostre attività fondamentali.

Una riforma approfondita della Commissione è essenziale, data la complessità delle sfide che si prospettano. Questo comporterà un ripensamento radicale dei nostri metodi di lavoro.

Dobbiamo migliorare le capacità manageriali, assicurare che il denaro pubblico sia speso bene e ammodernare la nostra amministrazione. L'esperienza del passato sta a testimoniare quanto sia necessario intervenire in questa direzione.

Ma questo non basta. Dobbiamo creare le condizioni per trasformare un'organizzazione basata sulle procedure in un'organizzazione politicamente orientata. È questa la vera essenza del processo di riforma.

La Commissione deve diventare una forza trainante politica per dar forma alla nuova Europa. E deve concentrarsi su questo compito, allontanandosi dai compiti più tradizionali svolti sino ad ora.

(...) Io chiederò a ciascun commissario di riesaminare nei prossimi mesi le priorità del settore di sua competenza, per permettere alla Commissione di mantenere gli impegni relativi alle priorità fondamentali negli anni a venire. Il nostro obiettivo è s pogliarci delle attività non prioritarie per liberare risorse. Quando avremo stabilito con precisione quali sono le priorità fondamentali della Commissione, riassegneremo il personale allo svolgimento di questi compiti.

riformare gli aiuti esterni iniziando dai Balcani

(...) Se c'è un settore nel quale occorre una gestione efficace, è quello degli aiuti esterni. L'Unione europea è il più generoso donatore di assistenza per lo sviluppo al mondo, ma i nostri risultati in termini di rapidità ed efficienza delle consegne sono disastrosi. Il problema deriva in parte dalla carenza di personale e dalla presenza di sistemi interni farraginosi. Le riforme di cui ho parlato contribuiranno a risolvere questi problemi. Ma deriva anche dall'eccessiva regolamentazione imposta dal Consiglio. Anche questo aspetto dovrà essere affrontato.

(...) La Commissione è decisa a cambiare le cose. Una riforma strutturale fondamentale non è un'alternativa, ma una necessità. Dobbiamo migliorare le nostre strategie in materia di aiuti e gli stanziamenti di bilancio per fare in modo che corrispondano al fabbisogno dei beneficiari e alle nostre priorità. (...). Ma questo non basta. Al tempo stesso, dobbiamo ristrutturare da cima a fondo il nostro modo di utilizzare le risorse esterne per la gestione e l'attuazione dei progetti. Il Parlamento ha presentato suggerimenti costruttivi per sostituire agli uffici di assistenza tecnica dei nuovi organismi più trasparenti e controllabili. Osservo con piacere che, per quanto riguarda il miglioramento delle forniture di aiuti esterni, ci muoviamo nella stessa direzione.

Il nostro successo in questo settore è fondamentale per tutta la nostra strategia di riforma. Gli aiuti esterni costituiranno dunque uno dei temi principali del documento sulla Riforma che presenteremo tra qualche settimana.

La situazione nei Balcani sarà il banco di prova della nostra capacità di intervenire in maniera efficace, dalla quale dipende la nostra credibilità. Se c'è un settore in cui deve scomparire lo scarto tra retorica e realtà, è proprio questo.

Non si può chiedere alle popolazioni dell'Europa sudorientale di dimenticarsi quanto è avvenuto negli ultimi anni, ma si può mostrare loro che c'è una via d'uscita. Alcuni segnali lasciano sperare che la situazione inizi finalmente a cambiare per il meglio.

La popolazione della Croazia ha smentito i pessimisti, dimostrando che un cambiamento democratico è possibile. Noi sosterremo con convinzione il nuovo governo nell'attuazione del suo programma di riforma, così come sosterremo i riformatori di tutta la regione, attuando gli accordi di Dayton in Bosnia-Erzegovina, sostenendo il governo democraticamente eletto del Montenegro, avviando negoziati di stabilizzazione e di associazione con l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia e adoperandoci per raggiungere questo stesso obiettivo in Albania.

In Kosovo, intanto, continueremo ad assicurare il nostro pieno appoggio allo sforzo di ricostruzione.

Col medesimo spirito stiamo giocando un ruolo di primo piano a sostegno del Patto di stabilità, e lavoriamo a stretto contatto con altri partner importanti, quali gli Stati Uniti e la Banca Mondiale.

Stiamo spingendo per accelerare il processo di stabilizzazione e di associazione, questo è l'itinerario da seguire per giungere in Europa. E ci stiamo dotando degli strumenti necessari per giungere allo scopo che ci siamo prefisso (...).

aumentare gli sforzi esterni ma anche interni

Ma io voglio che facciamo di più. Voglio che noi troviamo il modo di liberalizzare gli scambi nella regione, con l'Unione europea e con gli Stati candidati all'adesione. Contribuiamo a costruire i collegamenti infrastrutturali, le reti e i corridoi paneuropei necessari perché tutta la regione disponga di comunicazioni efficaci, e che partecipiamo a bonificare e decontaminare il Danubio il più rapidamente possibile. Intensifichiamo gli sforzi per far radicare in questi Paesi una società civile, basata su istituzioni pluralistiche, sullo Stato di diritto e sulla libertà dei mezzi d'informazione. Ci impegniamo più a fondo per spingere gli Stati e le popolazioni a lavorare insieme, adottando una prospettiva regionale ed unitaria, tanto nel campo dell'economia quanto in quello della politica.

Il nostro impegno nei Balcani non si può limitare, per quanto grande possa già sembrare questo obiettivo, a far cessare conflitti vecchi di secoli. Ciò che noi vogliamo per i Balcani è una pace duratura e una altrettanto duratura e robusta fase di sviluppo economico.

Se è giusto che l'Unione protegga i propri cittadini dal diffondersi della criminalità organizzata, dobbiamo anche aiutare i Paesi dei Balcani a combattere questa crescente minaccia, tra l'altro, aiutandoli a formare forze dell'ordine moderne e professionali.

I nostri interventi in tutta l'Europa sudorientale saranno lunghi e costosi, ma non possiamo sfuggire alle nostre responsabilità. (...) La situazione dell'Europa sudorientale e, in un altro contesto, della Cecenia, sta a ricordarci quanto sia importante stabilizzare il nostro continente e assicurare la pace, la democrazia e il rispetto dei diritti umani in tutta Europa. È per questo che diventa essenziale condurre positivamente in porto l'allargamento e sviluppare una coerente politica di cooperazione con i nostri vicini.

Ma la democrazia e il rispetto dei diritti umani vanno tutelati con grande attenzione anche all'interno dell'Unione europea attuale. Una delle cose che faremo quest'anno a tal fine sarà contribuire alla stesura di una Carta dei diritti fondamentali. Tale iniziativa è tanto più necessaria alla luce della nuova situazione creatasi in Austria.

Vorrei ricordarvi quanto ho detto all'inizio del mese a questa Assemblea a proposito del ruolo politico della Commissione nella situazione austriaca. Quando uno dei suoi membri si trova in difficoltà è tutta l'Unione che si trova in difficoltà. Il dovere di una istituzione sovranazionale forte non è quello di isolare uno dei suoi membri ma quello di vincolarlo indissolubilmente ai suoi valori. A questo dovere la Commissione si dedicherà con la massima tenacia. Se interrompesse le relazioni di lavoro che intrattiene con l'Austria, così come con qualsiasi altro Stato membro, la Commissione abdicherebbe al proprio ruolo.

La Commissione, d'altra parte, continuerà a seguire passo dopo passo gli sviluppi della situazione in Austria. L'Unione Europea non sopravvive senza I principi di libertà, di democrazia, di rispetto dei diritti dell'uomo. Questi sono i principi fondamentali dell'Unione. Essi sono la ragione stessa dell'esistenza dell'Unione.

Questi principi sono tutt'uno con il rispetto dello stato di diritto e la Commissione, che dello stato di diritto è garante, sarà inflessibile nella loro difesa. Anche la più piccola infrazione nei diritti delle persone, di qualsiasi minoranza, sarà da noi perseguita nella forma più dura. (...).

le altre cose da fare nei prossimi 5 anni

(...) Porteremo avanti con determinazione i negoziati per l'allargamento e contribuiremo allo sviluppo di una cooperazione efficace con i nostri vicini, come la Russia e i Paesi del Mediterraneo.

Dopo toccherà al resto del mondo. Una delle priorità della politica estera europea dei prossimi anni sarà un nuovo, massiccio sforzo per aiutare tutta l'Africa a raggiungere la stabilità politica e lo sviluppo sostenibile. Questo è l'unico modo, nel lungo periodo, per sanare le due piaghe della guerra e della fame che troppo a lungo hanno afflitto le popolazioni di quel continente.

Ci adopereremo anche per assicurare, nonostante la battuta di arresto di Seattle, il rilancio di un Millennium Round di vastissima portata. Le forze della globalizzazione devono essere messe al servizio dei bisogni di tutto il mondo e si deve garantire uno sviluppo globale sostenibile. Perché un nuovo ciclo di negoziati possa andare felicemente in porto, Europa e Stati Uniti devono mostrare maggiore sensibilità per le esigenze dei Paesi meno sviluppati.

Ci impegneremo per la definizione di nuove priorità economiche e sociali per accrescere la competitività e creare posti di lavoro, in un contesto che tuteli le pari opportunità. (...). La piena occupazione deve tornare ad essere uno dei principali obiettivi politici.

Punteremo a fare dell'Europa un luogo migliore e più sicuro in cui vivere, adottando iniziative per l'ambiente e attuando l'ordine del giorno di Tampere e le misure contenute nel Libro bianco sulla sicurezza alimentare. Desidero richiamare la vostra attenzione, in particolare, sull'emergenza del Danubio, un drammatico esempio della necessità di un intervento su scala europea per far fronte ai disastri ambientali e, in particolare, di una struttura di intervento rapido di protezione civile a livello europeo. Questo punto è particolarmente urgente.

Infine, svolgeremo un ruolo centrale nel dibattito sul sistema di governo di un'Europa allargata, per conciliare la diversità e il decentramento con la necessità di istituzioni forti e di un'azione coordinata. (...).

Queste non sono delle vaghe aspirazioni: sono gli obiettivi quantificabili che ci siamo prefissati (...).

Come faremo, tra quattro o cinque anni, a sapere se l'opinione pubblica europea riterrà che l'Unione europea ha tenuto la parola? Che parametro potrà adottare l'Unione europea nel suo complesso per misurare il suo successo? Io propongo un parametro molto semplice: un aumento dell'affluenza alle elezioni del Parlamento europeo del 2004. (...). *

Fonte: http://europa.eu.int

 

Decisioni importanti al Consiglio di Helsinki

Mentre si concludeva il 1999, l'Unione europea ha preso alcune decisioni che influenzeranno in modo decisivo i primi anni del nuovo millennio. Nei giorni 10 e 11 dicembre 1999, infatti, si è tenuto ad Helsinki, in Finlandia, un Consiglio europeo che ha affrontato alcune questioni fondamentali come l'allargamento dell'Unione, la riforma delle istituzioni, la difesa comune, le politiche per l'occupazione e fiscali, le relazioni esterne. Su alcune di queste materie i capi di Stato e di governo dei 15 Stati membri si sono espressi in modo netto, al punto che il Consiglio di Helsinki verrà ricordato come un momento decisivo nella costruzione dell'Unione europea.

l'Unione si allarga ad Est

Nella convinzione che occorra «sostenere un processo di allargamento efficace e credibile», il Consiglio ha deciso di estendere il processo di adesione a 13 Stati (vedi inserto, pagg. I-VIII) che devono "«condividere i valori e gli obiettivi dell'Unione europea quali sono sanciti dai trattati» e «fare tutti gli sforzi per risolvere ogni disputa frontaliera e altri problemi connessi». L'apertura dei negoziati di adesione è subordinata al rispetto dei criteri politici stabiliti dal Consiglio europeo di Copenaghen e il rispetto di tali criteri costituisce la base per l'adesione all'Unione.

In base alla decisione del Consiglio, dunque, ai 6 Paesi con i quali sono già in corso da due anni negoziati bilaterali (Cipro, Estonia, Polonia, Repubblica ceca, Slovenia, Ungheria), si aggiungono altri 6 Paesi (Bulgaria, Lettonia, Lituania, Malta, Romania e Slovacchia) con i quali vengono avviati negoziati sulle condizioni per la loro adesione all'Unione e sui conseguenti adeguamenti del trattato. Ma la decisione politicamente più forte presa dai capi di Stato e di governo ad Helsinki è stata quella di considerare candidato anche un tredicesimo Paese: la Turchia. Le notizie relative a continue violazioni dei diritti umani e alla pratica diffusa della tortura nelle carceri turche, la grave questione curda culminata con la condanna a morte del leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Ocalan, avvenuta il 29 giugno 1999, facevano della Turchia un Paese troppo distante dagli standard europei per poter ipotizzare la sua candidatura ad entrare nell'Ue. La decisione del Consiglio europeo assume quindi una forte valenza politica perché sceglie di non lasciare Ankara al suo destino (che la porterebbe inevitabilmente lontana dall'Europa e sempre più vicina al mondo arabo) ma piuttosto di darle la possibilità di entrare nell'Unione allargata obbligandola così ad aumentare il tasso di democraticità ed il livello dei diritti umani, pena la sua esclusione che non avviene però a priori. Vengono sottolineati dal Consiglio «recenti sviluppi positivi» nonché l'intenzione manifestata dalla Turchia «di proseguire le riforme per conformarsi ai criteri di Copenaghen»: questo viene considerato sufficiente per accettare la sua candidatura e, quando avrà soddisfatto tali criteri politici ed economici, avviare un negoziato pur istituendo «adeguati meccanismi di sorveglianza». Certo, il ruolo strategico che la Turchia riveste dal punto di vista geo-politico ed economico (crocevia tra Occidente, Asia centrale e mondo arabo) non lasciava molte scelte ai leader dei Quindici, ma se la decisione di ammetterla ai negoziati per l'allargamento porterà ad una soluzione della questione curda e alla garanzia del rispetto dei diritti umani nel Paese, il risultato politico sarà indiscutibilmente positivo.

Il Consiglio ha deciso inoltre che l'allargamento avverrà solo quando sarà terminato il processo di riforma istituzionale avviato con la Conferenza intergovernativa (vedi pag. 2) e che dovrebbe concludersi entro la fine del 2002.

al via la difesa comune

Per quanto riguarda la politica europea comune in materia di sicurezza e di difesa, i capi di Stato e di governo europei riconoscono al Consiglio di sicurezza dell'Onu la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, ma sottolineano la propria determinazione a sviluppare una capacità decisionale autonoma e, ove non sia impegnata la Nato nel suo complesso, a lanciare e condurre operazioni militari dirette dall'Ue in risposta a crisi internazionali. A questo fine, è stato deciso che entro il 2003 gli Stati membri dovranno essere in grado, grazie ad una cooperazione volontaria alle operazioni dirette dall'Ue, di schierare nell'arco di 60 giorni e mantenere per almeno un anno forze militari fino a 50.000-60.000 uomini, capaci di svolgere azioni umanitarie e di soccorso, di mantenimento e ristabilimento della pace ("compiti di Petersberg"). Per garantire le necessarie guida politica e direzione strategica di tali operazioni verranno creati due nuovi organismi: un Comitato politico e di sicurezza, formato da rappresentanti diplomatici dei Quindici; e un Comitato militare, composto dai capi di stato maggiore della difesa di tutti gli Stati membri, organo di comando dell'eurodifesa che eleggerà un capo di stato maggiore europeo.

Nel caso di operazioni militari, invece, la sicurezza europea sarà ancora vincolata alle decisioni dell'alleato statunitense nell'ambito della Nato e verranno elaborate «modalità per la piena consultazione, cooperazione e trasparenza tra l'Ue e la Nato, tenendo conto delle esigenze di tutti gli Stati membri dell'Ue». Saranno inoltre definite «disposizioni appropriate atte a consentire, nel rispetto dell'autonomia decisionale dell'Unione, ai membri europei della Nato, non appartenenti all'Ue e agli altri Stati interessati, di contribuire alla gestione militare delle crisi da parte dell'Ue».

Pur mantenendo dunque intatto il ruolo della Nato nella gestione delle crisi che si verificheranno (ruolo che la sola Francia chiedeva di ridimensionare), il Consiglio di Helsinki segna per l'Unione europea un'altra tappa molto importante: l'inizio di un processo che porterà entro qualche anno ad una difesa comune. La decisione, che per ora ha un carattere prevalentemente burocratico e diplomatico, acquisterà un valore sempre più importante quanto più l'Unione saprà costruire una propria identità e unità politica.

poche novità per occupazione e fisco

Il problema dell'occupazione è stato affrontato rimandando al vertice straordinario di Lisbona (23 e 24 marzo 2000) ogni decisione. E' stata comunque sottolineata l'attuale congiuntura favorevole dell'economia europea sostenuta dall'introduzione dell'euro, situazione che «dovrebbe continuare ad essere appoggiata dagli sforzi compiuti dagli Stati membri in termini di risanamento delle finanze pubbliche e di riforme economiche, in particolare la liberalizzazione e la riforma fiscale, nonché da una evoluzione dei salari compatibile con la stabilità dei prezzi e la creazione di posti di lavoro». La disoccupazione è in lieve diminuzione ma resta «ad un livello elevato inaccettabile». Constatando i risultati positivi del processo avviato due anni fa in Lussemburgo con l'istituzione dei piani d'azione nazionali per l'occupazione, il Consiglio considera importante «rafforzare la partecipazione delle parti sociali e del Parlamento europeo, che per la prima volta è stato formalmente consultato sugli orientamenti in materia di occupazione». Inoltre, nell'intraprendere la riforma del mercato del lavoro, gli Stati membri «dovrebbero prestare particolare attenzione, nell'ambito dei loro piani d'azione nazionali, ai regimi fiscali e previdenziali, all'occupazione nel settore dei servizi, all'organizzazione del lavoro, all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita e alle pari opportunità per uomini e donne».

Per quanto riguarda il cosiddetto pacchetto fiscale, affermando che «tutti i cittadini residenti in uno Stato membro dell'Unione europea dovrebbero pagare ogni imposta dovuta sui loro redditi da risparmio», si è deciso di istituire un Gruppo ad alto livello che entro il prossimo mese di giugno dovrà riferire al Consiglio i risultati di un approfondito esame della situazione nell'ottica di un'armonizzazione fiscale.

Sottolineando come un efficace utilizzo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione sia essenziale nell'ambito della concorrenza globale, il Consiglio ha invitato poi la Commissione «a elaborare senza indugio proposte riguardo alle necessarie modifiche da apportare alla normativa comunitaria sulle telecomunicazioni a seguito degli sviluppi intervenuti a livello tecnico e del mercato». In campo ambientale, invece, è stata esortata la ratifica del protocollo di Kyoto da parte di tutti gli Stati membri entro il 2002 ed è stata invitata la Commissione a elaborare una proposta di strategia a lungo termine per il coordinamento delle politiche ai fini di uno sviluppo sostenibile sotto il profilo economico, sociale ed ecologico, destinata ad essere presentata al Consiglio europeo nel giugno 2001.

 

HELSINKI: LE CRITICHE DELLA CES

Un bilancio positivo per l'allargamento, incerto per le riforme istituzionali, negativo in materia di occupazione e di politica fiscale. In questo modo la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha commentato le decisioni prese nel corso del Consiglio europeo di Helsinki. «Il Vertice ha preso le decisioni che si imponevano sull'allargamento dell'Unione, anche in merito alla Turchia - ha dichiarato il segretario generale Emilio Gabaglio - Ma tali decisioni contrastano con quelle timide sulla prossima Cig. L'allargamento dell'Unione a molti Paesi mette tuttavia in evidenza la necessità di aumentare ulteriormente la capacità di gestione e d'approfondimento dell'Unione se si vuole evitare ogni annacquamento delle sue politiche».

Secondo la Ces, il Consiglio ha ignorato le proposte presentate dai sindacati europei e da diverse organizzazioni della società civile sull'integrazione nel Trattato di un "nocciolo duro" dedicato ai diritti sociali e civili. Eppure, dichiarano i rappresentanti della Ces, «questi rappresentano uno strumento per rendere l'Unione più sociale e più aperta ai cittadini. Una Carta dei diritti, senza conseguenze giuridiche, non basta».

La Confederazione europea dei sindacati ha indicato inoltre altre debolezze del Consiglio, in particolare per quanto riguarda le decisioni sul coordinamento delle politiche economiche: «Sono arretrate rispetto alla necessità di trarre vantaggio dall'integrazione economica e monetaria per realizzare una migliore crescita e creare un maggior numero di posti di lavoro». Viene inoltre definito un vicolo cieco preoccupante il percorso stabilito per il cosiddetto pacchetto fiscale e si auspica che il Vertice di Lisbona (23 e 24 marzo) sia l'occasione per realizzare una vera integrazione di tutti gli strumenti e le politiche di cui dispone l'Unione per rendere l'economia europea più attiva e competitiva nella garanzia della coesione sociale e nella direzione di un ritorno alla piena occupazione.

Il Patto per l'Occupazione, annunciato in occasione del Vertice di Colonia ma scomparso dalle conclusioni di Helsinki, resta per la Ces il quadro operativo necessario a questo scopo.

 

Cooperazione: nuovo accordo tra Ue e Paesi Acp

L'Unione europea e i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (Acp) hanno concluso il 3 febbraio scorso un accordo di partenariato ventennale dopo 18 mesi di negoziati, raggiungendo un consenso su tutte le materie in discussione. Il nuovo patto, che sarà siglato alla fine del prossimo mese di maggio alle isole Fiji, rinnova la Convenzione di Lomè, cioè l'accordo di cooperazione per lo sviluppo che ha governato le relazioni tra Ue e Paesi Acp dal 1975 al 29 febbraio 2000, quando è scaduto. Tale partenariato è una componente chiave dello sviluppo della politica di cooperazione e della politica estera europea e attualmente riguarda 71 Paesi cosiddetti in via di sviluppo, 39 dei quali sono tra i meno avanzati. «Un risultato notevole, innovativo, che affronta le sfide della globalizzazione fondando un approccio integrato e comprensivo per lo sviluppo, lo sradicamento della povertà e il dialogo politico e commerciale - ha dichiarato Paul Nielson, commissario europeo per lo sviluppo e l'aiuto umanitario - Il patto rappresenta il maggior contributo allo sforzo di creare un governo internazionale e di promuovere un dialogo Nord-Sud nell'era post-Seattle».

coniugare economia e dimensione sociale

I negoziati per il rinnovo del partenariato erano iniziati il 30 settembre 1998, nella scia dei 2 anni di dibattito pubblico riguardante le prospettive per il periodo post-Lomè.

Alcune organizzazioni internazionali, come la Confederazione europea dei sindacati (Ces), la Cisl internazionale e molte Ong, avevano posto l'accento su alcuni elementi che dovevano assolutamente essere tenuti in considerazione come prioritari nel corso del negoziato. Tra questi, il commercio al servizio dello sviluppo socio-economico, le condizioni sociali del progresso economico e il funzionamento democratico del futuro strumento di cooperazione e dei suoi programmi. La richiesta era ed è, in pratica, quella di coniugare bene la dimensione economica con quella sociale e fare in modo che questo diventi un obbligo in tutti i programmi e le attività, al fine di migliorare le gravi carenze nei settori della salute, dell'istruzione, dell'occupazione e dei redditi che gravano su molti Paesi Acp.

Il nuovo accordo, che ci limitiamo per ora ad illustrare in attesa di analizzarne in modo più approfondito i contenuti e le possibili conseguenze, è costituito sostanzialmente da 3 pilastri interattivi: la dimensione politica; le strategie di sviluppo; la cooperazione economica e di mercato.

Dal punto di vista politico, il nucleo del partenariato è il dialogo, che permette alle parti di discutere apertamente le questioni fondamentali dello sviluppo, dei diritti umani, dei principi democratici, del ruolo della legge e di ogni altro argomento di interesse comune.

immigrazione illegale ma anche diritti e integrazione

Lo scorso dicembre, le parti si erano trovate d'accordo su un approccio innovativo atto a promuovere un buon governo e la lotta contro la corruzione. Durante l'incontro di febbraio sono invece stati discussi a lungo i vari aspetti delle migrazioni e in particolare la questione che coinvolge direttamente entrambi i gruppi di Paesi, cioè la lotta all'immigrazione illegale. Su questo punto, Ue e Paesi Acp hanno raggiunto un accordo di cooperazione che prevede la ricerca, nell'ambito di una struttura da negoziare con ogni Paese, delle vie e dei mezzi per il rimpatrio degli immigrati presenti illegalmente sui territori di ognuna delle parti in causa.

Questo nuovo aspetto del patto di partenariato riflette le linee guida adottate dall'Ue in accordo al Trattato di Amsterdam e alle conclusioni del Consiglio di Tampere dell'ottobre 1999 (vedi euronote n. 6/99, pag. 4). L'Ue si impegna cioè a sviluppare e realizzare una politica in materia di asilo e immigrazione fondata sul principio del partenariato con i Paesi e le regioni di origine. L'accordo concluso con i Paesi Acp prepara inoltre la strada a nuove iniziative, in particolare quelle riguardanti i diritti dei cittadini provenienti dal cosiddetto Terzo mondo che si trovano nell'Unione europea e le misure atte a facilitarne l'integrazione.

E' stata poi introdotta una nuova dimensione democratica nel partenariato, con l'obiettivo di incoraggiare attivamente la partecipazione della società civile e di attori non governativi nei vari ambiti politici, sociali, economici, commerciali, e provvedere ad informare e consultare questi soggetti.

commercio: i rischi della liberalizzazione

La base dell'accordo è rappresentata da una strategia di cooperazione interattiva, che lega cioè la strategia di sviluppo agli accordi economici e commerciali del partenariato. L'obiettivo comune è quello della riduzione della povertà. A dicembre, le parti avevano concordato un approccio riguardante il commercio, in particolare i principi, gli obiettivi, i programmi per la realizzazione di futuri accordi commerciali. Il nuovo accordo stabilisce che Paesi Acp e Ue negozieranno e concluderanno, al più tardi entro il 2008, nuovi accordi subordinati all'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto). Rispetto a ciò è stato però riconosciuto che i processi di liberalizzazione in corso a livello bilaterale e multilaterale stanno seriamente danneggiando la competitività dei Paesi Acp, e per questo è stato concordato di valutare l'impatto della liberalizzazione con l'intento di trovare dei rimedi adeguati.

Il principio di non discriminazione tra i Paesi Acp non dovrebbe frapporsi alle misure per il miglioramento dell'accesso al mercato, per le quali l'Ue si è impegnata nei confronti dei Paesi meno avanzati e che dovrebbero garantire loro il libero accesso a tutti i prodotti essenziali entro il 2005.

l'impegno finanziario

Per quanto riguarda poi la cooperazione finanziaria, la programmazione è stata rivista sulla base delle necessità e del rendimento. Il nono Fondo europeo di sviluppo sarà valutato nell'ordine di 13,5 miliardi di euro, di cui 10 miliardi per il pacchetto finanziario a lungo termine, 1,3 miliardi per quello regionale e 2,2 miliardi per gli investimenti. Sono stati inoltre previsti altri 1,7 miliardi di euro sotto forma di prestiti che verranno concessi dalla Banca europea d'investimento, che porta a 15,2 miliardi di euro l'impegno finanziario totale. Tale somma, alla quale vanno aggiunti i bilanci ancora in sospeso relativi ai fondi precedenti (circa 10 miliardi di euro), viene considerata sufficiente per il periodo 2000-2007.

La Commissione europea ha assunto l'impegno politico di assicurare, nel periodo concordato e tramite tali risorse, un incremento significativo delle spese a favore dei Paesi Acp, che dovrebbero raddoppiare rispetto agli attuali 3,5 miliardi di euro annui. Ciò comporta però una riforma interna di strumenti e procedure e una ridefinizione dei ruoli della Commissione stessa e degli Stati membri nel processo decisionale, problematiche che si inseriscono pienamente nella strategia di riforma globale della Commissione.

 

La protezione sociale oggi in Europa

Pubblichiamo di seguito la parte iniziale dell'intervento svolto da Franco Chittolina, amministratore principale presso la Commissione europea, durante il meeting europeo "Welfare municipale e nuove politiche per i servizi socio-assistenziali in Europa" tenutosi a Mantova nei giorni 17-19 febbraio scorsi su iniziativa dell'amministrazione comunale e dell'A.S.P.e F.

Affrontare un discorso sulla prospettiva di una convergenza europea della spesa sociale e, più in particolare, della protezione sociale, necessita di due precisazioni preliminari:

* non si parla della spesa sociale erogata dal bilancio dell'Ue, modesta almeno quanto il gettito che concorre alla sua costituzione (1,27 % del Pil);

* così come non si intende la spesa sociale aggregata a livello europeo, oggi puro esercizio statistico che raccoglie i dati (non sempre comparabili) delle singole spese nazionali (autonome e sovrane). Anche se da alcuni dati è utile partire per qualche considerazione sul futuro del welfare europeo.

Oggi - ma qualcosa sta cambiando - l'Unione europea limita la sua ambizione alla convergenza sugli obiettivi della protezione sociale. Questo perché è impossibile pensare ad una armonizzazione della protezione sociale: troppo diseguali i modelli di riferimento dei Paesi Ue, diverse le prestazioni erogate, differenti i sistemi di finanziamento; ma soprattutto non è immaginabile un'armonizzazione delle prestazioni prodotte da contesti nazionali (relativamente) sovrani nelle loro politiche di bilancio e da regolazioni sociali dove rilevanze diverse hanno gli attori pubblici e le parti sociali.

La modestia dell'Unione sulla protezione sociale è imposta - oltre che dalla grande diversità delle situazioni e dalla fortissima sensibilità politica del tema - dai limiti esplicitamente definiti dal Trattato dell'Ue che esclude dalle proprie competenze la protezione sociale.

Nonostante ciò, qualcosa si muove in diverse direzioni: oggi, di una strategia concertata a livello europeo sul futuro della protezione sociale; domani, di una parziale competenzaeuropea sulla materia; in futuro, di una protezione sociale europea (che i prossimi "allargamenti" dell'Ue renderanno particolarmente problematica - ma anche più opportuna).

La dinamica dell'integrazione europea dagli anni '50 ad oggi ha prodotto risultati importanti. Non solo ha consolidato la pace tra Paesi da sempre in guerra tra di loro, ma lo ha fatto integrando le rispettive economie, intrecciando interessi divergenti fino a farli convergere verso alcune politiche comuni (una per tutta la Pac).

Negli anni, si è realizzata l'unione doganale, poi con più ambizione all'inizio degli anni '90 il mercato unico che ha portato a compimento le quattro libertà (persone, merci, servizi, capitali), oggi la moneta unica, un elemento federatore potente creatore di vincoli forti tra i Paesi dell'Uem e, in fase di accelerata costruzione, una politica esterna e della sicurezza comune (Pesc).

Trainato da questa forte dinamica di integrazione, il tema della protezione sociale è sicuramente cresciuto nel confronto europeo, tenuto conto anche delle evoluzioni economiche, sociali e demografiche dei Paesi Ue.

Quattro iniziative importanti della Commissione europea hanno segnato questo confronto.

Nel 1992, su proposta della Commissione, il Consiglio dell'Ue adotta una raccomandazione sulla convergenza degli obiettivi e delle politiche di protezione sociale, fondata sulla convinzione condivisa che la protezione sociale è parte integrante del modello sociale europeo.

Nel 1995 vi è una nuova comunicazione della Commissione su "Il futuro della protezione sociale: quadro per un dibattito europeo". Questo dibattito si sviluppa animatamente coinvolgendo gli interlocutori interessati, dagli Stati membri alle istituzioni europee e internazionali, dalle istituzioni della sicurezza sociale alle parti sociali e alle Ong della società civile.

Raccogliendo gli elementi di consenso del dibattito lanciato due anni prima, nel 1997 la Commissione rilancia il tema con una comunicazione intitolata: "Modernizzare e migliorare la protezione sociale nell'Ue". Vi si constata che «lungi dal costituire un peso economico, i sistemi di protezione sociale possono costituire un fattore produttivo favorevole alla stabilità economica e politica» e conclude che «il processo attuale di riforma intende adattare i sistemi alle nuove realtà attraverso una migliore utilizzazione delle risorse disponibili - e non già attraverso l'abbassamento del livello della protezione sociale. Un livello elevato di protezione sociale è determinante tanto per la protezione sociale che per il progresso economico».

A conclusione - provvisoria - di questo percorso prudente ma progressivo, nel 1999 la Commissione propone "Una strategia concertata per modernizzare la protezione sociale". In questo caso va sottolineato come ogni parola contenga un messaggio sufficientemente esplicito: "strategia" evoca tempi non brevi, processi complessi dentro un contesto politico-economico fortemente evolutivo; "concertata" si fa carico di una ricerca faticosa di un consenso tra la molteplicità degli attori (ed interessi) in campo.

"Modernizzare", poi, annuncia un'intenzione chiara di riforma e di adattamento, riconsiderando il futuro della sicurezza sociale europea in relazione a quattro grandi obiettivi :
1) rendere il lavoro più vantaggioso e fornire un reddito sicuro, favorendo la capacità d'inserimento e di adattamento sul mercato del lavoro. Saranno necessari interventi sui regimi fiscali e sui sistemi di protezione sociale che dovranno riflettere l'emergenza di nuove forme di lavoro;
2) garantire pensioni sicure e sistemi di pensione sostenibili, scoraggiando, tra l'altro, uscite anticipate dal mercato del lavoro;
3) promuovere l'integrazione sociale, facendo giocare alla protezione sociale un ruolo cruciale nella lotta contro l'esclusione sociale;
4) garantire un livello elevato e durevole di protezione della salute, consentendo a tutti di accedere a servizi di salute di grande qualità e riducendo le disuguaglianze in materia di cura. *

SPESA PER LA PROTEZIONE SOCIALE NELL'UE TRA IL 1990 E IL 1997
(IN % SUL PIL)

anno

1990

1993

1996

1997

Austria

26.7

29.0

29.6

28.8

Belgio

26.7

29.4

28.8

28.5

Danimarca

29.7

33.0

32.5

31.4

Finlandia

25.5

35.3

32.3

29.9

Francia

27.7

31.0

31.0

30.8

Germania

25.4

29.1

30.6

29.9

Grecia

23.2

22.3

23.1

23.6

Irlanda

19.1

20.7

18.5

17.5

Italia

24.1

26.0

25.3

25.9

Lussemburgo

22.6

24.5

25.2

24.8

Paesi Bassi

32.5

33.6

30.8

30.3

Portogallo

15.6

21.0

21.6

22.5

Regno Unito

23.2

28.9

27.7

26.8

Spagna

19.9

24.0

21.9

21.4

Svezia

33.1

38.6

34.6

33.7

EU-15

25.4

29.0

28.7

28.2

Fonte: Eurostat, febbraio 2000

 

PRESTAZIONI SOCIALI NELL'UE-15* (PROCAPITE A PREZZI COSTANTI)
(1990 = 100)

1993 1997

% sul totale 
delle prestazioni

1997

Spesa previdenziale (vecchiaia + reversibilità)

109

119

45.2

Malattia-spese sanitarie-invalidità

110

116

35.4

Famiglia-infanzia

114

130

8.3

Disoccupazione

151

129

7.5

Alloggio + esclusione sociale n.c.a.**

122

131

3.5

Totale prestazioni

113

120

100

* esclusi i dati relativi alla Svezia ** non classificata altrove
Fonte: Eurostat, febbraio 2000

 


il documento preparatorio per il Vertice di Lisbona

La presidenza di turno portoghese dell'Unione europea ha reso pubblico lo scorso mese di gennaio il documento preparatorio per il Vertice europeo straordinario di Lisbona (23-24 marzo 2000) dedicato all'occupazione, alle riforme economiche e alla coesione sociale.

Il testo definisce alcuni obiettivi concreti che dovrebbero fare dell'Europa uno spazio economico dinamico e competitivo su scala mondiale. Fra questi, la necessità di stabilire condizioni per il pieno impiego, la ricerca di un tasso di crescita annuo medio di almeno 3% e l'applicazione di metodi di coordinamento in materia di protezione sociale. Il Portogallo intende organizzare un Forum di alto livello nel giugno prossimo per concretizzare questo percorso, non tanto per lanciare un nuovo "processo" dopo quelli di Lussemburgo, Cardiff e Colonia, ma piuttosto per rafforzare il coordinamento di quelli vigenti.

Un posto importante è assegnato alla politica europea nel campo dell'innovazione e della conoscenza. «Oggi - si legge nel documento portoghese - si comincia a riconoscere che il problema non è solo quello dell'informazione, ma quello della conoscenza e dell'innovazio ne, e che non si tratta solo di una evoluzione tecnologica, ma anche di una evoluzione economica e sociale». In continuità con questa analisi, la presidenza sottolinea che l'economia europea, e dunque anche la politica dell'occupazione in Europa, deve essere fondata sull'innovazione e la conoscenza. A questo riguardo, oltre all'impulso che il Vertice di Lisbona dovrebbe dare alle politiche dell'istruzione e della formazione, la presidenza lancia l'idea di una Carta europea delle competenze fondamentali che avrebbe una incidenza sul rinnovamento dei programmi di insegnamento.

Per quanto riguarda le riforme economiche, gli obiettivi primari devono essere la competitività e l'innovazione, e a questo proposito viene suggerita l'elaborazione di una Carta europea delle micro-imprese «allo scopo di stimolare questo nuovo potenziale di creazione di occupazione».

Il modello sociale europeo, poi, secondo la presidenza portoghese «potrà essere mantenuto nel contesto della mondializzazione solo a due condizioni: la sua base economica deve essere rinnovata mediante l'attuazione di nuovi fattori concorrenziali, e la sua configurazione deve essere modernizzata». A questo scopo una "agenda sociale europea" deve essere definita sotto la presidenza francese (2° semestre 2000) a partire dai contributi forniti non solo dai poteri pubblici ma anche dai partner sociali. Del resto, un gruppo di lavoro di alto livello dovrebbe spianare la strada alla modernizzazione della protezione sociale e, in particolare, realizzare uno studio di prospettiva riguardo la viabilità del regime di pensione nel periodo 2010-2020.

Il Vertice di Lisbona valuterà anche l'attuazione della strategia europea per l'occupazione (processo di Lussemburgo) in rapporto a quattro criteri prioritari: l'attivazione delle politiche per l'impiego, l'adattabilità e l'istruzione-formazione, l'occupazione nel settore dei servizi, le pari opportunità.

La presidenza rilancia inoltre il dibattito sulla lotta contro l'esclusione sociale, affermando che «l'Europa del XXI secolo deve avere una politica sistematica di lotta contro la povertà e l'esclusione sociale, nelle sue forme antiche o più recenti».

INFORMAZIONI: http://www.portugal.ue-2000.pt/
(da Infospeciale n°1-2000)

memorandum della Ces alla presidenza portoghese

Come fa abitualmente, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha rivolto alla presidenza di turno portoghese del Consiglio dell'Ue un memorandum che riprende l'essenziale delle sue rivendicazioni per il semestre in corso (gennaio-giugno 2000). Queste riguardano essenzialmente la strategia europea in favore della piena occupazione, la Conferenza intergovernativa e i diritti fondamentali, i diritti dei lavoratori e la lotta contro le discriminazioni. La Ces prende anche posizione rispetto alle questioni legate all'allargamento futuro dell'Ue, ai negoziati commerciali nel quadro dell'Omc e alle relazioni esterne dell'Ue.

Nel memorandum vengono sviluppate alcune idee per una strategia di piena occupazione. Secondo la Ces, tutti i criteri sono presenti per mirare ad un decremento costante della disoccupazione e per porre in atto obiettivi di convergenza per realizzare la piena occupazione. L'obiettivo centrale dovrebbe essere quello di assicurare la realizzazione di un tasso di crescita di almeno il 3,5% l'anno, una crescita dell'occupazione dell'ordine dell'1,5% l'anno e la riduzione del tasso di disoccupazione dell'1% l'anno. Il Vertice di Lisbona dovrebbe, partendo dalle conclusioni di Lussemburgo, di Cardiff e di Colonia, organizzare la gestione del Patto europeo per l'occupazione. La Ces sostiene pienamente gli sforzi della presidenza per la realizzazione di progressi sul dossier del coordinamento fiscale. L'Unione deve vigilare affinché le politiche di crescita, di competitività e del lavoro contribuiscano anche alla coesione sociale per ridurre lo scarto fra le regioni povere e ricche e per realizzare una migliore distribuzione dei redditi e del "benessere" fra le persone. La Ces apprezza l'interesse che la presidenza portoghese dimostra verso l'accesso alla società dell'informazione. A questo livello, un ruolo forte del servizio pubblico è necessario per garantire che le infrastrutture della società dell'informazione contribuiscano a includere la dimensione sociale e a garantire la competitività a lungo termine. I sindacati europei si sono più volte opposti a una Conferenza intergovernativa minimalista, nella convinzione che un riavvicinamento dell'Unione rispetto ai suoi cittadini implichi che i diritti sociali e civili fondamentali siano interamente integrati nel Trattato, e chiedono quindi con insistenza che la presidenza includa questi diritti nell'ordine del giorno della Cig. La Ces si aspetta anche che il Consiglio cominci i suoi lavori sulla proposta di direttiva sull'informazione e la consultazione e che vengano realizzati passi avanti nell'attuazione dell'Osservatorio sui mutamenti industriali. Chiede anche che la presidenza portoghese faccia progressi nell'applicazione dell'art. 13 sul pacchetto "anti-discriminazione" del Trattato di Amsterdam. Per quanto riguarda poi il processo di allargamento, nel memorandum la Ces rivendica un rafforzamento della dimensione sociale, chiedendo che venga rivolto un messaggio chiaro ai Paesi candidati nel quale si affermi che l'Unione non costituisce solo una costruzione economica e di mercato ma anche un modello sociale. Questo significa in particolare il riconoscimento del ruolo dei partner sociali nel processo di riforma e di allargamento. La Confederazione europea dei sindacati formula inoltre alcune proposte relative alla legislazione sociale europea, all'Omc e alle relazioni esterne dell'Unione.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org
(da Report-Ces n. 1/00)


al via l'ultima fase dell'informazione sull'euro

Imprese, in particolare le Pmi, grande pubblico e Paesi non partecipanti all'Uem sono gli obiettivi dell'ultima fase della campagna di comunicazione sull'euro appena avviata dalla Commissione e che avrà luogo per i prossimi due anni. Finora, secondo l'esecutivo europeo, le banche, i mercati obbligazionari, azionari e valutari hanno adottato l'euro in modo ordinato e dopo una buona preparazione. Per quanto riguarda l'opinione pubblica, l'obiettivo della Commissione sarà di fare in modo che tutti i cittadini della zona euro conoscano il tasso di conversione della loro valuta e sappiano che questo tasso è assolutamente irrevocabile; comprendano i prezzi e i valori espressi in euro; capiscano le implicazioni pratiche per i loro salari, pensioni e altri redditi; si familiarizzino con l'aspetto e il contatto delle nuove banconote e monete, e comprendano i vantaggi della moneta unica. Va ricordato che alla fine del 2001 si concluderà il periodo transitorio verso l'euro, a partire dal 1° gennaio 2002 le banche forniranno soltanto banconote e monete in euro, e la maggior parte delle transazioni fiduciarie sarà effettuata in euro entro e non oltre l'inizio del mese di marzo 2002. (da Inforapid 034/00)

presto anche la Grecia nell'Uem

Il Primo ministro greco ha confermato che il suo Paese intende chiedere al più presto l'adesione all'Unione economica e monetaria, in modo che una decisione in merito possa essere presa in occasione del Vertice europeo di giugno. La Grecia dovrebbe così entrare a far parte dell'Unione economica e monetaria, la cosiddetta zona euro costituita al momento da 11 Stati membri, dall'inizio del 2001. Esclusa in ragione del non rispetto dei criteri di convergenza previsti per l'Uem (parametri di Maastricht), il Paese ha ora migliorato nettamente la sua situazione economico-finanziaria. (da Inforapid 013/00)

cresce l'inflazione nell'Ue

Il tasso d'inflazione della zona euro e dell'Unione europea nel suo insieme ha raggiunto secondo Eurostat l'1,7 % nello scorso mese di dicembre (rispetto all'1,5% in novembre e l'1% nel dicembre dell'anno precedente). Quest'aumento, secondo gli osservatori, è dovuto all'impennata del prezzo del petrolio. I tassi annuali più elevati sono stati registrati in Irlanda (3,9 %), in Danimarca (3,1 %) e in Spagna (2,8 %). I tassi più bassi sono stati registrati in Svezia e nel Regno Unito (1,2 % ciascuno), in Germania e in Francia (1,4 % ciascuno). Rispetto al mese di novembre 1999, l'inflazione annuale è aumentata in dodici Stati membri ed è diminuita in tre. (da Inforapid 028/00)

biosicurezza e organismi geneticamente modificati

Nel corso della Conferenza di Montreal, tenutasi alla fine di gennaio, circa 130 Paesi hanno raggiunto un accordo su un protocollo riguardante la biosicurezza. Questo testo prevede un certo numero di norme che inquadrano il commercio degli organismi geneticamente modificati (OGM) e stabilisce diritti e doveri per i Paesi che saranno in grado di prendere decisioni fondate sul principio di precauzione riguardo alle importazioni di organismi viventi geneticamente modificati. Tale protocollo dovrebbe contribuire a risolvere la questione delle sementi transgeniche, che oppone gli Stati Uniti e l'Unione europea, anche se l'Ue non ha ottenuto soddisfazione sulle modalità d'etichettatura che auspicava per i lotti di organismi viventi modificati oggetto di un commercio transfrontaliero. Lo scorso 2 febbraio, inoltre, la Commissione ha reso pubblica una comunicazione sul "principio di precauzione", introdotto nel trattato di Maastricht ma mai chiaramente definito, e che giustifica un'azione precoce in caso d'incertezza e d'ignoranza scientifiche quanto ai pericoli potenziali di prodotti o attività allo scopo di prevenire qualsiasi danno inaccettabile per l'ambiente e la salute umana. La comunicazione riguarda l'analisi e la gestione del rischio nei casi in cui i dati scientifici sono insufficienti, scarsamente probanti o incerti, ed in cui una valutazione scientifica preliminare indica che si può ragionevolmente temere che effetti potenzialmente pericolosi per l'ambiente e la salute umana, animale o vegetale siano incompatibili con l'elevato livello di protezione ricercato dall'Unione europea. (da Inforapid 032 e 033/00)

Libro Bianco sulla sicurezza alimentare

La Commissione ha adottato recentemente un Libro Bianco sulla sicurezza alimentare che intende richiamare la necessità di raggiungere livelli massimi di sicurezza alimentare all'interno dell'Unione europea. Il testo comprende un insieme di proposte tra cui la creazione di una Autority alimentare europea (che avrà in particolare il compito di valutare i rischi alimentari sulla base di pareri scientifici e di gestire un sistema di allerta rapida), l'attivazione di un piano di azione che comprende misure legislative (legate agli alimenti per animali, alla salute e al benessere degli animali, all'igiene, ai contaminanti e residui, ai nuovi alimenti ecc.), un miglior controllo dell'applicazione della legislazione, l'informazione dei consumatori, la cooperazione internazionale. (da Inforapid 009/00)

controlli alle frontiere in Belgio

In merito alla decisione del Belgio di reintrodurre il controllo alle frontiere, la Commissione europea ha auspicato la creazione di un regolamento più chiaro che obblighi gli Stati membri ad indicare il motivo e la durata del ristabilimento di tali misure. Nonostante ciò l'esecutivo europeo ha confermato il diritto del Belgio di attuare tale iniziativa, che secondo le autorità belghe è stata decisa per evitare che immigrati illegali non comunitari fossero attratti dalla regolarizzazione in corso nel Paese. La reintroduzione dei controlli alle frontiere è prevista come procedura d'urgenza dalla convenzione di Schengen ed è già stata adottata da altri Paesi nel corso degli anni per contrastare l'immigrazione irregolare e il traffico di droga. (da Inforapid 009/00)

verso un Fondo europeo per i rifugiati

Al fine di riequilibrare gli sforzi compiuti dagli Stati membri dell'Unione europea per quanto riguarda l'accoglienza di rifugiati e profughi, la Commissione europea ha adottato lo scorso mese di dicembre una proposta. L'iniziativa della Commissione rientra nel quadro degli sviluppi del Consiglio europeo di Tampere (15 e 16 ottobre 1999, vedi Euronote n. 5 e 6/99) e coprirebbe, per un periodo di cinque anni, le azioni relative all'accoglienza dei richiedenti asilo, all'integrazione dei rifugiati e al rimpatrio volontario. Per l'anno 2000 la dotazione prevista all'interno di un apposito Fondo europeo per i rifugiati, creato anche per affrontare le situazioni d'emergenza come quella dei profughi kosovari dello scorso anno, ammonterebbe a 26 milioni di euro, con una riserva di 10 milioni di euro per le azioni di emergenza. (da Inforapid 423/99)

diritto europeo al ricongiungimento familiare

Oltre alla proposta in materia di rifugiati (vedi notizia precedente), sempre nel dicembre scorso la Commissione ha proposto una direttiva relativa al diritto di ricongiungimento delle famiglie non comunitarie. Nella direzione delle linee sulla politica migratoria europea definite nel Trattato di Amsterdam, la proposta si pone l'obiettivo di offrire un insieme di norme comuni per garantire la protezione della vita familiare dei cittadini di Paesi terzi riconoscendo un diritto (non assoluto) al ricongiungimento di tutte le famiglie legalmente residenti in uno Stato membro. Rientrano nella direttiva le persone che risiedono legalmente negli Stati membri e sono titolari di un permesso di soggiorno di validità pari ad almeno un anno, i rifugiati riconosciuti, come pure le persone che beneficiano di modulo sussidiario di protezione. Il diritto al ricongiungimento delle famiglie è aperto al coniuge o al partner (in alcune condizioni), ai figli legittimi, naturali, adottati dalla coppia o da un solo partner ed è sottoposto al rispetto dell'ordine pubblico e della sicurezza interna. (da Inforapid 409/99)

un nuovo partenariato tra Europa e Africa

La presidenza di turno portoghese dell'Unione europea intende attuare un nuovo partenariato tra l'Africa e l'Unione europea. In occasione del Consiglio informale "Sviluppo", tenutosi nel gennaio scorso, i Quindici hanno discusso di quest'argomento, imperniato su tre assi principali: ruolo dell'Unione nella prevenzione e la gestione dei conflitti e nella promozione della pace e della sicurezza; consolidamento dello Stato di diritto e sostegno alla democrazia; promozione delle condizioni politiche dello sviluppo in Africa. Nei prossimi mesi dovrebbe essere organizzato un vertice per un confronto su questi temi. (da Inforapid 036/00)

droghe: le leggi europee su cd-rom

L'Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze (Emcdda), organo dell'Ue con sede a Lisbona, ha pubblicato lo scorso mese di gennaio un cd-rom contenente oltre 200 provvedimenti emessi dalle istituzioni dell'Unione europea sul fenomeno delle droghe. L'iniziativa dell'Emcdda intende fornire ai responsabili degli Stati membri, ai loro partner europei, ad altre istituzioni, a tecnici ed operatori del campo, e al pubblico generale un quadro delle politiche e delle strategie comunitarie relative alle droghe nonché le relative iniziative legislative adottate negli ultimi 10 anni.
INFORMAZIONI: Emcdda; tel. +351 1 8131318; fax +351 1 8131711; e-mail: info@emcdda.org; sito web: http://www.emcdda.org

l'Agenda 2000 dei cittadini

L'"Agenda 2000" dell'Unione non riguarda solo le istituzioni europee ma anche i cittadini. Sulla base di questa considerazione, un gruppo di Ong (50 finlandesi e 20 di altri Paesi europei) ha organizzato lo scorso dicembre a Tampere il vertice "Agenda 2000 dei cittadini", al quale hanno partecipato rappresentanti di associazioni e di movimenti sociali, uomini politici e rappresentanti delle istituzioni europee. Al vertice, che ha accolto oltre 1000 partecipanti non solo europei, si è parlato di questioni riguardanti le riforme istituzionali dell'Unione europea, gli obiettivi della prossima conferenza intergovernativa, l'allargamento, la democrazia, la mondializzazione, ecc. La Commissione europea ha annunciato la preparazione di un progetto di comunicazione al Consiglio sul rafforzamento della cooperazione tra le Ong e la Commissione stessa.
INFORMAZIONI: Miapetra Kumpula, tel. +358 9 35097690; fax +358 9 35097691; e-mail: miapetra.kumpula@eurooppalainensuomi.fi; sito Internet: www.citizen2000.net
(da Inforapid 421/99)

l'accesso ai documenti comunitari

Miglior accessibilità ai documenti comunitari: è quanto chiede l'Euro citizen action service (Ecas) che ha appena pubblicato un rapporto nel quale fa un bilancio dei codici di condotta che regolano le possibilità di accesso alle istituzioni dell'Unione europea. Sono fondamentalmente quattro le richieste che l'Ecas considera necessarie per non mettere «la libertà d'informazione in pericolo». Innanzitutto un maggior impegno affinché tutti i documenti dell'Ue siano accessibili, dopo un esame caso per caso, ivi compresi i documenti preparatori; poi la definizione precisa delle eccezioni, così che l'interesse del pubblico per l'ambiente, la sicurezza, la salute e i diritti dell'uomo «l'abbiano vinta sul segreto»; vanno poi definiti più ampiamente i documenti in modo da includervi quelli in possesso delle istituzioni dell'Ue, e non unicamente quelli prodotti da esse; devono infine essere adottate misure per migliorare l'uso dei codici di condotta attuali.
Queste richieste sono state presentate dall'Ecas congiuntamente al segretario generale della Fédération internationale des journalistes (Fij).

INFORMAZIONI: Ecas, 53, rue de la Concorde -B-1050 Bruxelles; tel. +32 2 5480490; fax +32 2 5480499; e-mail: admin@ecas.org; sito Internet: http://www.ecas.org.

(da Inforapid 014/00)

anziani: contro le discriminazioni sul lavoro

La rete Eurolink Age, che si occupa a livello europeo delle questioni relative all'invecchiamento e dei problemi degli anziani, ha annunciato la sua intenzione di organizzare nel corso dell'anno una vasta consultazione sul tema delle discriminazioni sul mercato del lavoro. I risultati di questa consultazione serviranno come base di un "codice europeo volontario delle pratiche di impiego delle persone anziane" che dovrebbe essere fondato su un accordo tra imprenditori sindacati e governi degli Stati membri. Questa iniziativa fa seguito alla delusione di Eurolink Age determinata dal pacchetto di misure di lotta contro le diverse forme di discriminazione in materia di occupazione e di lavoro, presentato alla fine di novembre dalla Commissione.
INFORMAZIONI: Eurolink Age, 1 Place du Luxembourg -B-1040 Bruxelles; tel. +32 2 5129946; fax +32 2 5126673; e-mail: markinc@ace.org.uk
(da Inforapid 007/00)

handicap: una direttiva specifica?

Il Forum europeo delle persone handicappate ha chiesto alle istituzioni dell'Unione europea di preparare una direttiva specifica di non-discriminazione per le persone che soffrono di un handicap in tutti i settori di competenza dell'Ue (istruzione, accesso ai beni e ai servizi, tutela dei consumatori, protezione sociale, alloggio, cultura, ecc.).
INFORMAZIONI: Forum européen des personnes handicapées, Square Ambiorix 32 bte 2A - B-1000 Brussels; tel. +32 2 2824600; fax +32 2 2824609; e-mail: info@edf.arc.be; sito Internet: http://www.edf.unicall.be
(da Inforapid 008/00)

un forum con i parlamentari europei

Un nuovo sito Internet è stato inaugurato nella sede del Parlamento europeo a Strasburgo. Dal titolo "e-ping!" l'iniziativa mira a realizzare un forum di discussione con dei parlamentari europei. Secondo i promotori del progetto, il nuovo sito dovrebbe diventare uno spazio in cui tutti potranno esprimere i loro punti di vista e scambiare le loro idee con i parlamentari europei.
INFORMAZIONI: http://www.eping.org
(da Inforapid 020/00)

 

LE MINACCE AMBIENTALI PER L'EUROPA

Mentre le coste atlantiche francesi erano ancora devastate dalla marea nera fuoriuscita da una petroliera nel dicembre scorso, 100 mila tonnellate di acqua contaminata con cianuro provenienti da una miniera della Romania (31 gennaio) si sono riversate nel Danubio dopo aver distrutto l'ecosistema di due fiumi (Tibisco e Szamos) dell'Europa centro-orientale. Si tratta solo delle ultime due catastrofi ecologiche che hanno colpito il continente europeo e rispetto alle quali il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ha proposto il 15 febbraio scorso di fronte al Parlamento europeo l'istituzione urgente di «una struttura di intervento rapido di protezione civile a livello europeo».

Il Danubio, poi, era già stato messo duramente alla prova dai 78 giorni di bombardamenti effettuati dalla Nato un anno fa sul territorio jugoslavo. La distruzione dei ponti ne ha compromesso seriamente la navigazione ed ha contribuito ad aumentarne un inquinamento divenuto drammatico con il bombardamento degli impianti petrolchimici e delle raffinerie dai quali si sono riversate nel fiume quantità enormi di clorovinilmonomero (Cvm), mercurio, acidi usati per la trasformazione del Pvc e petrolio. Danni ambientali che, secondo la commissione per il Danubio di Budapest, necessitavano di oltre 24 milioni di euro per effettuare una bonifica, cifra ormai largamente superata dopo la recente onda di cianuro. Ma il Danubio, secondo fiume del continente europeo dopo il Volga, dal quale dipendono circa 20 milioni di persone per l'approvvigionamento di acqua potabile, non è l'unico corso d'acqua europeo in cattive condizioni. Secondo un recente studio del Wwf, infatti, in Europa l'11% dei fiumi è fortemente inquinato da materia organica; oltre il 25% è stato classificato di mediocre o bassa qualità in Belgio, Danimarca e nei Paesi dell'Europa sud-orientale; la metà dei fiumi è inquinata dal fosforo nelle Fiandre belghe (dove viene depurato solo il 38% delle acque di scarico), in Gran Bretagna, Moldavia, Polonia, Romania e Ucraina; l'80% dei fiumi in Austria e il 70% in Svezia è danneggiato dalle dighe per la produzione dell'energia elettrica; le regioni più industrializzate presentano un elevato inquinamento da metalli pesanti e pesticidi.

A tutto ciò va aggiunto il rischio nucleare, segnalato dalla stessa Commissione europea, proveniente da impianti non sicuri di molti Paesi dell'Europa centrale e orientale.

 

l'esclusione sociale secondo Eurostat

L'Istituto statistico delle comunità europee (Eurostat) ha esaminato per la prima volta l'aspetto multidimensionale dell'esclusione sociale. Dallo studio pubblicato lo scorso mese di gennaio risulta che sono soprattutto le famiglie monoparentali (spesso una donna sola con figli) e i disoccupati i più esposti ai rischi dell'esclusione sociale. La percentuale di questi gruppi è infatti molto più elevata nella popolazione a basso reddito che nel resto della popolazione. Un'analisi più approfondita mostra che i disoccupati a basso reddito sono invariabilmente "vittime dell'esclusione sociale", dal punto di vista dei mezzi di cui dispongono o della percezione che hanno della vita. Quanto alle famiglie monoparentali, la loro percentuale nel gruppo delle persone a basso reddito era, nel 1995, tre volte superiore a quella rilevata nel resto della popolazione. Lo studio di Eurostat esamina inoltre l'effetto cumulativo dell'esclusione: livello d'istruzione più basso, maggiore dipendenza dalle prestazioni sociali, maggioranza di inquilini, maggiore incapacità di acquistare un'automobile o concedersi una settimana di vacanze, netta insoddisfazione riguardo alla propria vita. (da Inforapid 037/00)

 

RAZZISMO IN EUROPA E CASO AUSTRIACO

Secondo l'Osservatorio europeo sui fenomeni del razzismo e della xenofobia (Eumc, con sede a Vienna, costituito nel luglio del 1998 e il cui riconoscimento ufficiale avverrà il prossimo 7 aprile), i fattori sociali sono insufficienti da soli a spiegare l'aumento dell'intolleranza in alcune regioni europee. Pubblicando alla fine del 1999 la sua prima relazione annuale, l'Osservatorio, che valuta le azioni pubbliche condotte allo scopo di combattere questo fenomeno e raccoglie informazioni sulle vittime e sui loro aggressori, sottolinea che regioni assai poco toccate dalla disoccupazione e dall'esclusione sociale possono conoscere manifestazioni importanti di razzismo: ne sono un esempio le Fiandre in Belgio e la Carinzia in Austria. E a proposito dell'Austria, l'Eumc ha espresso forte preoccupazione per la nascita di una coalizione di governo che comprende un partito (l'Fpö) che fa dell'esclusione delle minoranze etniche, culturali e religiose e del rifiuto degli stranieri una parte essenziale delle proprie politiche. Secondo l'Osservatorio europeo, le attività e le dichiarazioni dei rappresentanti di questo partito sono in totale opposizione con i valori di tolleranza, non discriminazione e rispetto delle diversità sui quali l'Unione europea è fondata e con la "Carta dei partiti politici europei per una società non razzista" (sottoscritta da oltre 80 partiti di tutti gli Stati membri). Tale Carta esorta inoltre i partiti politici a non sostenere alcuna forma di alleanza con partiti che esprimano pregiudizi di ordine razziale o etnico ed incitino all'odio razziale, ricorda l'Eumc, e una sua violazione costituisce un pericoloso precedente. Per queste ragioni, l'Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia condivide pienamente la storica dichiarazione di principi e le azioni annunciate lo scorso 31 gennaio dal primo ministro portoghese a nome dei 14 Stati membri dell'Ue, che riaffermano i valori fondanti dell'Unione europea.
INFORMAZIONI: Eumc; tel. +43 1 5803037; fax +43 1 5803099; e-mail: media@eumc.at; sito web: http://www.eumc.at

 

 

2000: I NUOVI PROGRAMMI EUROPEI

Con l'inizio dell'anno 2000, una serie di programmi comunitari in campo culturale e sociale giunti alla loro scadenza sono stati rilanciati dalla Commissione europea.

- Socrates (istruzione): continuazione del programma, che comprende ormai il programma di scambio universitario Erasmus, con un budget d 1,85 miliardi di euro per sette anni (2000-2006);

- Leonardo da Vinci (formazione professionale): continuazione del programma con un budget di 1,15 miliardi di euro per sette anni per il periodo 2000-2006;

- Daphne (violenze contro i bambini, gli adolescenti e le donne): continuazione del programma con un budget di 20 milioni di euro per i quattro anni 2000-2003;

- Europass (mobilità intracomunitaria per le persone che seguono una formazione o un apprendistato in diversi Stati membri): lancio del programma con un budget di 7,3 milioni di euro per cinque anni, dal 2000 al 2004;

- Culture 2000 (in sostituzione dei programmi culturali Kaléidoscope, Raphaël e Ariane): lancio del programma con un budget di 167 milioni di euro per cinque anni, dal 2000 al 2004.
(da Inforapid 001/00)

CARETTERISTICHE SOCIO-DEMOGRAFICHE DELLA POPOLAZIONE A BASSO REDDITO NEL 1995
(RESTO DELLA POPOLAZIONE=100)

Tipo di famiglia

EU132

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

UK

Coppie con un figlio

63

82

(47)

68

41

76

55

9;52

62

(82)

93

126

46

50

Persone sole con pił di 65 anni

175

168

336

168

311

64

167

408

187

-

(71)

128

431

219

2 adulti senza figli a carico

77

111

100

68

186

103

82

42

48

64

45

70

178

78

Famiglie monoparentali

305

214

(82)

383

248

225

199

602

90

-

384

235

184

509

Coppie con un figlio a carico

63

82

(47)

68

41

76

55

52

62

(82)

93

126

46

50

Coppie con 2 figli a carico

81

73

(39)

105

62

89

62

63

80

87

79

93

58

82

Coppie con 3 o pił figli a carico

169

109

96

182

67

177

138

156

260

323

156

199

249

177

- : informazioni non disponibili;
2: costituita dai 12 Stati membri del 1995 più l'Austria;
(..): campione ridotto;
Fonte: Eurostat, gennaio 2000

 

TIPO DI ATTIVITÀ DELLA POPOLAZIONE A BASSO REDDITO NEL 1995  
(RESTO DELLA POPOLAZIONE=100)

 

EU132

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

UK

Occupati

46

37

35

64

37

36

41

21

45

77

53

78

40

31

Disoccupati

293

247

125

292

165

258

09;313

329

376

-

194

237

155

421

Pensionati

119

114

218

116

206

74

111

109

84

(94)

(61)

80

188

179

Inattivi

156

168

245

154

110

129

202

161

144

139

141

152

127

186

- : informazioni non disponibili;
2: costituita dai 12 Stati membri del 1995 più l'Austria;
(..): campione ridotto;

Fonte: Eurostat, gennaio 2000