Millennium Round: spunta il terzo incomodo

A Seattle, nel corso del vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC o WTO - World trade organization) tenutosi nei giorni 30 novembre - 3 dicembre scorsi, è apparso un nuovo soggetto che, pur non invitato a partecipare direttamente al negoziato, ha fatto sentire pesantemente la sua presenza. Si tratta della cosiddetta società civile organizzata, che attraverso un enorme lavoro di riflessione, elaborazione, organizzazione e partecipazione ha reso evidente, utilizzando principalmente la rete telematica, un aspetto importante della globalizzazione (certo il più interessante): le decisioni che riguardano le sorti del pianeta non passano più sopra la testa delle persone senza che queste se ne accorgano. La critica ad una liberalizzazione totale dei mercati portata avanti dalle Ong riunitesi nel controvertice di Seattle, infatti, non è stata fondamentalista e distruttiva ma alternativa e propositiva, non contro la globalizzazione ma piuttosto contro la globalizzazione delle multinazionali. Di questo, i membri più importanti dell'OMC dovranno tener conto, soprattutto Usa e Ue finora impegnate nelle loro dispute da "pesi massimi" sugli organismi geneticamente manipolati, sulle banane, sulla carne agli ormoni, sulle esportazioni ecc. Tutte questioni importantissime, ma troppo spesso affrontate in un'ottica miope o comunque influenzata da interessi non certo globali.

Eppure l'Europa credeva e crede molto nel cosiddetto Millennium Round, cioè nell'avvio di un nuovo ciclo di negoziati commerciali del quale è stata tra i principali promotori. Questo, nella convinzione che si tratti di uno strumento essenziale per migliorare l'economia europea, stimolare la crescita economica e lo sviluppo nel mondo e trarre il massimo vantaggio dalla globalizzazione. 
Secondo l'Unione europea l'OMC, come in passato il GATT (General agreement on tariffs and trade), «incarna la libera associazione di nazioni sovrane, la risoluzione pacifica delle controversie e l'applicazione di principi basilari quali la non discriminazione, la trasparenza e la proporzionalità alla gestione delle relazioni economiche internazionali». Questo sistema, sottolinea ancora l'Ue nel documento preparatorio al Millennium Round, contribuisce da mezzo secolo ad assicurare una crescita economica stabile e sostenuta: dal 1951 gli scambi a livello mondiale sono aumentati di diciassette volte, la produzione mondiale è più che quadruplicata e il reddito mondiale pro capite è raddoppiato. In questa esaltazione del sistema della liberalizzazione degli scambi che «ha contribuito in larga misura alla prosperità, allo sviluppo e al miglioramento del tenore di vita nel mondo», sembra impossibile che l'Unione europea non si renda conto di quanto sia improponibile calcolare valori medi tra il Pil statunitense, europeo o giapponese e quello della maggior parte dei Paesi africani o dell'America Latina, del fatto cioè che lo sviluppo sia stato finora fortemente squilibrato e rischi di esserlo sempre di più. E infatti, in un passaggio del documento viene sottolineato come «la povertà rimane un grave problema», riflessione subito bilanciata però dalla constatazione che «l'impegno costante dei Paesi in via di sviluppo a favore del sistema multilaterale e il loro riconoscimento dei vantaggi che ne derivano sono evidenziati dal fatto che attualmente la maggior parte dei 134 membri dell'OMC è costituita da questi Paesi, come pure la maggioranza di quelli candidati all'adesione». Come se contassero veramente qualcosa o avessero altra scelta!
Durante il vertice OMC di Seattle il commissario europeo al Commercio estero, Pascal Lamy, ha dichiarato alla stampa: «L'Unione europea crede che gli argomenti dei dimostranti - quali le questioni ambientali, gli standard di lavoro, la sicurezza alimentare, i diritti dei consumatori, la cura degli animali - devono ricevere una risposta. L'agenda del commercio mondiale deve essere indirizzata verso gli interessi pubblici». Egli ha detto inoltre di essersi reso conto, e con lui i partecipanti al vertice, che i negoziati, già difficoltosi di per sé, non potevano ignorare a lungo i punti di vista espressi fuori, dalla società civile organizzata. D'altronde, già il documento Ue di preparazione al vertice diceva che «la Comunità e gli altri membri dell'OMC dovrebbero assicurare che il Millennium Round rifletta gli interessi della società nel suo complesso».
Non resta che farlo.


La povertà nell'Unione europea

Sono oltre 70 milioni i cittadini dell'Unione europea che vivono in condizioni economiche precarie, cioè sotto la cosiddetta soglia di povertà. Numero che sarebbe ancora più elevato senza i trasferimenti sociali, che in molti Paesi dell'Unione sono rilevanti e che intervengono in modo significativo nella lotta alla povertà.
Recentemente sono stati pubblicati due studi che affrontano il problema della povertà in Europa e che illustriamo di seguito in estrema sintesi. Il primo è un rapporto dell'Ufficio statistico europeo, Eurostat, che presenta un'analisi dettagliata degli effetti redistributivi dei trasferimenti sociali. Il secondo, invece, è l'European Community Household Panel (ECHP), cioè il Panel europeo sulle famiglie che è un'indagine longitudinale sulle condizioni di vita delle famiglie condotta a partire dal 1994 - con cadenza annuale - nei diversi Paesi dell'Unione Europea. Di questa indagine prendiamo brevemente in esame solo la parte relativa alla povertà delle famiglie.

gli effetti dei trasferimenti sociali

Secondo Eurostat, nell'Unione europea, il 26% dei cittadini disponeva nel 1995 di un reddito iniziale (cioè privo di trasferimenti sociali) inferiore alla soglia di povertà del loro Paese, fissata al 60% del reddito medio. Questa percentuale di poveri europei era compresa in una forbice che va dal 21% dell'Italia al 34% di Gran Bretagna e Irlanda. I trasferimenti sociali consentono però di intervenire in modo significativo nella lotta alla povertà, dal momento che una volta percepiti la percentuale comunitaria di poveri scende di 8 punti percentuali al 18%, oscillando a livello nazionale tra il 10-11% di Danimarca e Paesi Bassi e il 24% del Portogallo (vedi tabella). Un ribasso medio, quindi, di circa un terzo che varia sensibilmente da uno Stato membro all'altro: più debole in Grecia, Italia e Portogallo (dal 7 al 15%), molto più forte in Danimarca e Paesi Bassi (intorno al 60%); almeno del 25% negli altri Paesi.
Nell'Ue, il 52% della popolazione vive in contesti familiari che beneficiano di trasferimenti sociali che non comprendono le pensioni, cioè sussidi di disoccupazione, malattia, invalidità, assegni familiari, trasferimenti per l'alloggio ecc. In questo caso la forbice tra i vari Stati membri si allarga enormemente, perché si passa da percentuali che raggiungono e superano il 70% in Belgio, Regno Unito, Danimarca e Irlanda a Paesi come Italia e Grecia dove i beneficiari di trasferimenti sociali sono il 17-18% della popolazione (vedi tabella).
In media, questi trasferimenti rappresentano il 9% del reddito totale dei cittadini dell'Unione, parte di reddito molto più elevata in Belgio, Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi e Regno Unito, dove si situa tra il 12 e il 16%, e molto più bassa in Italia, Grecia e Portogallo dove rappresenta solamente il 2-5%. I quattro Stati membri del Sud dell'Unione europea sono quindi caratterizzati da uno scarso peso dei redditi sociali (escluse le pensioni) sui redditi totali (Italia, Grecia e Portogallo) e da una bassa percentuale di beneficiari (Italia, Grecia e Spagna). Tuttavia, in Spagna e in Italia queste prestazioni - essenzialmente relative a malattia/invalidità e disoccupazione - costituiscono una parte importante del reddito dei beneficiari.
La concessione dei trasferimenti sociali è fatta in modo molto mirato. A livello comunitario, la metà di queste prestazioni va, in effetti, a persone situate nel 20% più povero della popolazione, cioè con il reddito iniziale più basso. In Irlanda, Paesi Bassi e Regno Unito, ad esempio, i trasferimenti sociali sono molto concentrati sui redditi più bassi: il quinto più povero della popolazione riceve il 56-58% dei trasferimenti. Viceversa, in Portogallo e Austria questa percentuale di popolazione percepisce solo il 34-37% dei trasferimenti.

le condizioni economiche degli europei

Il Panel europeo misura la quota delle famiglie povere in ciascun Paese sulla base del reddito familiare, utilizzando un concetto di povertà relativa. In questo modo constata come il Portogallo, la Grecia e il Regno Unito presentino le più alte proporzioni di famiglie povere rispetto agli altri Paesi e come l'Italia si collochi in una posizione intermedia con un valore molto prossimo alla media europea. Il Portogallo e la Danimarca si posizionano al primo e all'ultimo posto nella graduatoria, con proporzioni di famiglie povere rispettivamente superiori di oltre il 70% ed inferiori di oltre il 40% alla media europea.

A questa misura oggettiva della povertà il Panel affianca poi alcuni indicatori soggettivi. Così, alla richiesta di un giudizio sulla propria situazione economica, le quote più elevate di famiglie europee che hanno risposto di cavarsela con difficoltà e con molta difficoltà si riscontrano in Grecia (55,3%) e in Portogallo (38,8%), ovvero nei due Paesi che manifestano anche le più alte proporzioni di famiglie povere sulla base del reddito; la percentuale più bassa si osserva in Lussemburgo (6,1%). In generale, la tipologia familiare che presenta maggiori problemi è quella con un solo genitore con uno o più figli (38% in media europea).

In Italia, la percentuale di famiglie che manifesta difficoltà economiche è relativamente bassa (20%). Le famiglie in maggiori difficoltà sono quelle monogenitore con figli (25,2%). Denunciano molte o abbastanza difficoltà economiche il 19,6% delle famiglie che vivono prevalentemente di pensione, il 18,1% delle famiglie di salariati e il 15,2% di famiglie di lavoratori autonomi. Esiste inoltre una forte correlazione tra il giudizio espresso sulla propria situazione finanziaria e quello sulla situazione economica generale del Paese: il 46,6% delle famiglie che esprime un giudizio negativo sulla condizione economica generale dichiara pure di vivere con difficoltà.

Per quanto riguarda invece le fonti di reddito delle famiglie europee, nel 1994 (anno di inizio del Panel) il 58,6% di quelle con almeno un reddito ne aveva due o più, mentre il 41,4% viveva con un solo reddito. Circa la metà delle famiglie aveva come fonte prevalente una retribuzione da lavoro dipendente, e un'ampia proporzione di famiglie aveva un reddito da pensione (28,8%). Il 9,4% viveva con reddito da lavoro autonomo e l'8,6% con un sussidio o indennità sociale.

Le differenze tra Paesi sono notevoli, si va dal 36,2% di redditi da lavoro dipendente dichiarati come reddito prevalente in Grecia, al quasi 60% del Lussemburgo, dal 3,6% di redditi da lavoro autonomo in Belgio, al 23,2% della Grecia. Per le pensioni la situazione è più omogenea: in Italia la quota di famiglie che hanno come reddito prevalente la pensione (33%) o il lavoro autonomo (13,2%) è superiore alla media europea, mentre quella di chi vive con assegni sociali è molto inferiore (2,7%). *

TASSO DI POVERTÀ - PERCENTUALE DI PERSONE SITUATE AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI POVERTÀ PRIMA E DOPO LA CONCESSIONE DI TRASFERIMENTI SOCIALI (PENSIONI ESCLUSE)    

PAESI prima dei trasferimenti dopo i trasferimenti PAESI prima dei trasferimenti dopo i trasferimenti

B

30

18

I

21

19

DK

29

11

L

26

14

D

24

18

NL

23

10

EL

22

21

A

27

17

E

27

19

P

28

24

F

28

16

UK

34

20

IRL

34

21

UE13

26

18

N.B. : il reddito iniziale (cioè prima dei trasferimenti) include le pensioni.

Fonte: Eurostat; settembre 1999

BENEFICIARI DI TRASFERIMENTI SOCIALI (PENSIONI ESCLUSE) E PESO DEI TRASFERIMENTI SUL REDDITO TOTALE

PAESI beneficiari dei trasferimenti (pensioni escluse)

peso dei trasferimenti sul reddito totale

PAESI beneficiari dei trasferimenti (pensioni escluse) peso dei trasferimenti sul reddito totale

B

70

14

I

17

3

DK

75

16

L

66

8

D

55

7

NL

68

13

EL

18

2

A

64

10

E

37

8

P

63

5

F

63

10

UK

73

12

IRL

81

12

UE13

52

9

Fonte: Eurostat; settembre 1999


Parte da Tampere la politica comune su asilo e immigrazione

Come preannunciato sullo scorso numero di Euronote (n. 5/99), nei giorni 15 e 16 ottobre scorsi si è tenuto a Tampere (Finlandia) una riunione straordinaria del Consiglio europeo sulla creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell'Unione europea. Il vertice è stato centrato su quattro temi principali, quali la politica comune in materia di asilo e immigrazione, la creazione di uno spazio europeo di giustizia, la lotta contro la criminalità e il rafforzamento dell'azione esterna.

Per quanto concerne la politica europea su immigrazione e asilo, da formulare entro cinque anni secondo quanto previsto dal Trattato di Amsterdam (e per un approfondimento della quale rimandiamo all'inserto di Euronote n. 5/99), riportiamo di seguito le conclusioni del Consiglio, segnalando che i maggiori soggetti ed organizzazioni impegnati su questi temi hanno espresso un moderato ottimismo per la direzione assunta dai Quindici in questa fase iniziale dei lavori.

Sullo spazio europeo di giustizia, data l'attuale diversità, complessità e in molti casi incompatibilità dei sistemi giuridici e amministrativi degli Stati membri, sono stati privilegiati tre settori di azione: l'accesso alla giustizia, il riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie e la convergenza nel settore del diritto civile. Sono state previste misure relative all'informazione dei cittadini sui sistemi giuridici e sulla cooperazione giudiziaria, nonché la fissazione di norme minime relative all'aiuto giuridico per le controversie transfrontaliere. Per il riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie e dei giudizi si è deciso che la Commissione e il Consiglio dovranno adottare un programma di misure entro la fine del 2000. In materia di diritto civile, poi, l'obiettivo è facilitare la cooperazione giudiziaria e migliorare l'accesso al diritto, in particolare in materia di misure provvisorie, conseguimento di prove, ingiunzione di pagamento ecc.

La lotta europea alla criminalità presenta la difficoltà politica di raggiungere un giusto equilibrio tra la messa in atto di misure efficaci e la protezione delle libertà individuali. I Quindici hanno definito tre assi principali: la prevenzione della criminalità, l'intensificazione della cooperazione tra autorità nazionali e un'azione specifica contro il riciclaggio di denaro. I primi due aspetti (prevenzione e cooperazione nella lotta contro la criminalità) contengono principalmente misure di coordinamento, di scambi di migliori pratiche e di definizioni di priorità comuni. Il Consiglio europeo chiede l'attuazione di una struttura di collegamento operativo tra servizi di polizia, il rafforzamento dell'Ufficio europeo di polizia (Europol) e la creazione di un'accademia europea di polizia. È stato inoltre deciso di creare Eurojust, un'unità composta da procuratori, magistrati o ufficiali di polizia per migliorare il coordinamento tra le autorità nazionali. Contro il riciclaggio dei capitali gli Stati membri si dicono determinati «a fare in modo che siano adottate misure concrete per individuare, congelare, afferrare e confiscare i prodotti del crimine».

L'ultimo pilastro della strategia di Tampere riguarda il rafforzamento dell'azione esterna. Si tratta soprattutto dell'integrazione delle questioni di giustizia e affari interni nelle politiche esterne dell'Unione (per esempio, nella preparazione degli accordi di cooperazione conclusi tra la Comunità e i Paesi terzi). I Quindici insistono inoltre sull'utilità della cooperazione regionale nei Paesi terzi limitrofi (Paesi rivieraschi del Baltico, regione dei Balcani, Europa del Sud-Est).

(Fonte: Infospeciale)

RICHIESTE DI ASILO PRESENTATE IN EUROPA
NEL 1998

Austria

13.800

Belgio

22.000

Bulgaria

830

Rep. Ceca

4100

Danimarca

5700

Finlandia

1200

Francia

22.310

Germania

98.700

Grecia

2640

Irlanda

4600

Italia

11.120

Lussemburgo

1600

Norvegia

8300

Paesi Bassi

45.200

Polonia

3300

Portogallo

340

Regno Unito

58.910

Romania

1200

Slovacchia

490

Slovenia

330

Spagna

6500

Svezia

13.000

Svizzera

41.200

Ungheria

7400

Totale

374.770

Fonte: Acnur; dati aggiornati al 31/12/1998

 

partenariato con i Paesi d'origine

L'Unione europea ha bisogno di un approccio generale al fenomeno della migrazione che abbracci le questioni connesse alla politica, ai diritti umani e allo sviluppo dei Paesi e delle regioni di origine e transito. Ciò significa che occorre combattere la povertà, migliorare le condizioni di vita e le opportunità di lavoro, prevenire i conflitti e stabilizzare gli Stati democratici, garantendo il rispetto dei diritti umani, in particolare quelli delle minoranze, delle donne e dei bambini. A tal fine, l'Unione e gli Stati membri sono invitati a contribuire, nelle rispettive sfere di competenza ai sensi dei trattati, a una maggiore coerenza delle politiche interne ed esterne dell'Unione stessa. Un altro elemento fondamentale per il successo di queste politiche sarà il partenariato con i Paesi terzi interessati, nella prospettiva di promuovere lo sviluppo comune.

In tale contesto il Consiglio europeo accoglie favorevolmente la relazione del Gruppo ad alto livello "Asilo e migrazione" istituito dal Consiglio e conviene il prosieguo del suo mandato e l'elaborazione di altri piani d'azione. Esso ritiene che i primi piani d'azione elaborati da questo Gruppo e approvati dal Consiglio costituiscono un utile contributo e invita il Consiglio e la Commissione a riferire in merito alla loro attuazione al Consiglio europeo del dicembre 2000.

regime europeo comune in materia di asilo

Il Consiglio europeo ribadisce l'importanza che l'Unione e gli Stati membri riconoscono al rispetto assoluto del diritto di chiedere asilo. Esso ha convenuto di lavorare all'istituzione di un regime europeo comune in materia di asilo, basato sull'applicazione della Convenzione di Ginevra in ogni sua componente, garantendo in tal modo che nessuno venga esposto nuovamente alla persecuzione, ossia mantenendo il principio di non-refoulement.

A breve termine questo regime dovrebbe permettere di determinare con chiarezza e praticità lo Stato competente per l'esame delle domande di asilo, prevedere norme comuni per una procedura di asilo equa ed efficace, condizioni comuni minime per l'accoglienza dei richiedenti asilo e il ravvicinamento delle normative relative al riconoscimento e agli elementi sostanziali dello status di rifugiato. Il regime dovrebbe essere altresì completato da misure che prevedano forme complementari di protezione e offrano uno status adeguato alle persone che necessitano tale protezione. A tal fine si esorta il Consiglio ad adottare, in base a proposte della Commissione, le decisioni necessarie secondo il calendario stabilito nel trattato di Amsterdam e nel piano d'azione di Vienna. Il Consiglio europeo fa presente quanto sia importante la consultazione dell'Unhcr (Acnur) e di altre organizzazioni internazionali.

Nel lungo periodo, le norme comunitarie dovrebbero indirizzarsi verso una procedura comune in materia di asilo e uno status uniforme per coloro che hanno ottenuto l'asilo, valido in tutta l'Unione. La Commissione è invitata a preparare entro un anno una comunicazione al riguardo.

Il Consiglio europeo esorta il Consiglio a intensificare gli sforzi per giungere ad un accordo sulla protezione temporanea degli sfollati, basato sulla solidarietà tra gli Stati membri. Il Consiglio europeo ritiene che occorra prendere in considerazione l'opportunità di mettere a disposizione qualche forma di riserva finanziaria per la protezione temporanea nelle situazioni di afflusso massiccio di rifugiati. La Commissione è invitata a studiare le possibilità al riguardo.

Il Consiglio europeo esorta il Consiglio a completare celermente i lavori inerenti al sistema per l'identificazione dei richiedenti asilo (Eurodac).

equo trattamento dei cittadini dei Paesi terzi

L'Unione europea deve garantire l'equo trattamento dei cittadini dei Paesi terzi che soggiornano legalmente nel territorio degli Stati membri. Una politica di integrazione più incisiva dovrebbe mirare a garantire loro diritti e obblighi analoghi a quelli dei cittadini dell'Ue. Essa dovrebbe inoltre rafforzare la non discriminazione nella vita economica, sociale e culturale e prevedere l'elaborazione di misure contro il razzismo e la xenofobia.

Muovendo dalla comunicazione della Commissione relativa al piano d'azione contro il razzismo, il Consiglio europeo chiede un'intensificazione della lotta contro il razzismo e la xenofobia. Gli Stati membri s'ispireranno alle migliori prassi ed esperienze. Sarà ulteriormente potenziata la cooperazione con l'Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia e con il Consiglio d'Europa. La Commissione è inoltre invitata a presentare quanto prima proposte di applicazione dell'articolo 13 del trattato Ce concernente la lotta al razzismo e alla xenofobia. Per combattere la discriminazione più in generale, si invitano gli Stati membri a elaborare programmi nazionali.

Il Consiglio europeo riconosce la necessità di un ravvicinamento delle legislazioni nazionali relative alle condizioni di ammissione e soggiorno dei cittadini dei Paesi terzi, in base a una valutazione comune sia degli sviluppi economici e demografici all'interno dell'Unione sia della situazione nei Paesi di origine. A tal fine, esso chiede al Consiglio decisioni rapide, sulla base di proposte della Commissione. Tali decisioni dovrebbero tenere conto non solo della capacità di accoglienza dei singoli Stati membri ma anche dei loro legami storici e culturali con i Paesi di origine.

Occorre ravvicinare lo status giuridico dei cittadini dei Paesi terzi a quello dei cittadini degli Stati membri. Alle persone che hanno soggiornato legalmente in uno Stato membro per un periodo di tempo da definire e che sono in possesso di un permesso di soggiorno di lunga durata dovrebbe essere garantita in tale Stato membro una serie di diritti uniformi il più possibile simili a quelli di cui beneficiano i cittadini dell'Ue, ad esempio il diritto a ottenere la residenza, ricevere un'istruzione, esercitare un'attività in qualità di lavoratore dipendente o autonomo; va inoltre riconosciuto il principio della non discriminazione rispetto ai cittadini dello Stato di soggiorno. Il Consiglio europeo approva l'obiettivo di offrire ai cittadini dei Paesi terzi che soggiornano legalmente in maniera prolungata l'opportunità di ottenere la cittadinanza dello Stato membro in cui risiedono.

gestione dei flussi migratori

Il Consiglio europeo sottolinea la necessità di una gestione più efficace dei flussi migratori in tutte le fasi. Esso chiede che siano sviluppate, in stretta cooperazione con i Paesi di origine e transito, campagne di informazione sulle effettive possibilità di immigrazione legale e che siano adottate misure per prevenire qualsiasi forma di tratta di esseri umani. Dovrebbe essere ulteriormente sviluppata un'attiva politica comune in materia di visti e documenti falsi, che preveda anche una più stretta cooperazione fra i consolati dell'Ue nei Paesi terzi e, se necessario, la creazione di servizi comuni dell'Ue preposti al rilascio dei visti.

Il Consiglio europeo è determinato ad affrontare alla radice l'immigrazione illegale, soprattutto contrastando coloro che si dedicano alla tratta di esseri umani e allo sfruttamento economico dei migranti. Esso chiede di adottare norme che prevedano sanzioni severe contro tale grave reato. Il Consiglio è invitato ad adottare entro la fine del 2000, sulla base di una proposta della Commissione, una normativa a tal fine. Gli Stati membri, congiuntamente all'Europol, dovrebbero adoperarsi ad individuare e smantellare le organizzazioni criminali coinvolte. I diritti delle vittime di tali attività devono essere garantiti, con particolare attenzione ai problemi delle donne e dei minori.

Il Consiglio europeo chiede una più stretta cooperazione e assistenza tecnica fra i servizi degli Stati membri preposti al controllo delle frontiere, per esempio mediante programmi di scambio e trasferimenti di tecnologia, in particolare alle frontiere marittime, e la rapida integrazione degli Stati candidati in tale cooperazione. In tale contesto il Consiglio esprime soddisfazione per il memorandum d'intesa tra l'Italia e la Grecia che prevede di rafforzare la cooperazione tra i due Paesi nel Mare Adriatico e nello Ionio per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata, al contrabbando e alla tratta di essere umani.

In seguito all'integrazione dell'acquis di Schengen nell'ambito dell'Unione, i Paesi candidati devono accettare appieno il medesimo e le ulteriori misure fondate su di esso. Il Consiglio europeo sottolinea l'importanza di controlli efficaci alle future frontiere esterne dell'Unione da parte di professionisti qualificati e specializzati.

Il Consiglio europeo chiede di sviluppare l'assistenza ai Paesi di origine e transito, al fine di promuovere il rientro volontario e di aiutare le autorità di tali Paesi a rafforzare la loro capacità di combattere efficacemente la tratta degli esseri umani e di adempiere i loro obblighi di riammissione nei confronti dell'Unione e degli Stati membri.

Il Trattato di Amsterdam ha conferito alla Comunità competenze nel settore della riammissione. Il Consiglio europeo invita il Consiglio a concludere accordi di riammissione o a includere clausole tipo in altri accordi fra la Comunità europea e i Paesi terzi o gruppi di Paesi pertinenti. Occorre altresì rivolgere l'attenzione a norme sulla riammissione interna. *

UNIONE EUROPEA - PRESENZA STRANIERA NEI 15 STATI DELL'UNIONE EUROPEA (31/12/1996)

    
Paesi stranieri
31/12/96
**
di cui
UE (%) 
incid. su
pop. resid. (%)
stranieri
ripartiti
per Stato (%)
popol.
ripartita
per Stato (%)
incid.
sulla popol.
attiva (%)
pop. attiva
aggiuntiva
necassaria
(2010-2020)
casi di
cittadinanza
nel 1996

 tasso di
naturalizz.
nel 1996

Austria

728.200

14,5

9,0

4,1

2,2

10,0

1.210.000

16.200

2,2

Belgio

911.900

61,0

9,0

5,2

2,7

8,1

1.620.000

24.600

2,7

Danimarca

237.700

22,8

4,7

1,3

1,4

3,0

750.000

7300

3,1

Finlandia

73.800

17,4

1,4

0,4

1,4

0,8

1.340.000

1000

1,4

Francia

3.970.786

39,0

7,0

16,1

15,3

6,3

10.950.000

109.800

2,8

Germania

7.314.000

26,1

8,9

41,4

22,1

9,1

4.700.000

302.800

4,1

Grecia

305.000

11,3

2,9

1,7

2,8

-

900.000

(500)*

0,2

Irlanda

118.000

72,4

3,2

0,7

1,0

3,5

840.000

(335)*

0,3

Italia

1.095.600

16,7

2,0

6,2

15,5

1,7

6.700.000

5948

0,5

Lussemburgo

142.800

89,3

34,1

0,8

0,1

53,8

60.000

800

0,6

Paesi Bassi

679.900

29,2

4,4

3,9

2,7

3,1

4.040.000

82.700

12,2

Portogallo

172.900

20,0

1,7

1,0

4,2

1,8

980.000

100

0,1

Regno Unito

1.972.000

40,3

3,4

11,2

15,6

3,4

7.640.000

43.100

2,2

Spagna

539.000

49,2

1,3

3,0

10,6

1,0

4.280.000

8400

1,6

Svezia

526.600

27,2

6,0

3,0

2,4

5,1

1.290.000

25.600

4,9

Unione europea

17.653.500

29,4

5,1

100,0

100,0

-

47.300.000

629.183

3,6

* Dati 1995
** I dati sono approssimati per difetto perché solo parte dei minori è inclusa tra i titolari di permesso di soggiorno e ciò incide anche sul calcolo della variazione annuale.

Fonte: Elaborazioni Caritas Roma/Dossier Statistico Immigrazione su dati SOPEMI, EUROSTAT e Ministero dell'Interno.


Come vivono i cittadini europei?

I cittadini francesi sono gli europei che consumano più alcolici, i greci sono in testa alla classifica dell'Unione per il consumo di tabacco, in Portogallo si rischia più che negli altri Stati membri di morire in un incidente stradale, mentre in Finlandia si registra il tasso di suicidi maschili più elevato. Questi alcuni dei dati più significativi sulla vita dei cittadini europei che emergono dall'annuario intitolato "Uno sguardo statistico sull'Europa" pubblicato recentemente dall'Istituto statistico europeo Eurostat. Nella prefazione al testo, il direttore generale di Eurostat, Yves Franchet, spiega così l'importanza di una raccolta di dati: «Uno dei modi per comprendere meglio i nostri simili è quello di confrontarli con noi stessi. Questo è il ruolo delle statistiche internazionali: esse costituiscono un modo importante, obiettivo e realistico di valutare il nostro modo di vivere e di effettuare queste indispensabili comparazioni».

incidenti stradali e suicidi

In Europa gli uomini corrono un rischio circa tre volte superiore alle donne di morire in un incidente stradale. I tassi più elevati si registrano in Portogallo (34,1 decessi ogni 100.000 uomini) e in Grecia (34), mentre i più bassi sono quelli della Svezia (7,4). Anche le strade della Gran Bretagna sembrano relativamente sicure (8,6), cosa che non si può dire per le strade che si trovano dall'altra parte del tunnel della Manica, cioè in Francia, dove il tasso sale al 20. La media europea è di 17,7 per gli uomini e di 5,7 per le donne, le quali in Grecia e Portogallo corrono un rischio di morire in incidente stradale triplo rispetto alla Gran Bretagna e maggiore di quello corso dagli uomini svedesi e britannici. Gli Stati Uniti fanno registrare tassi di mortalità sulle strade superiori a quelli europei: 21,9 per gli uomini e 10,2 per le donne.

La Finlandia, con un tasso del 41,8 per 100.000 abitanti, è il Paese europeo dov'è più frequente il ricorso al suicidio. Tassi elevati si registrano anche in Austria (33), Francia (30,2) e Svizzera (29,6) e, nella media europea, il tasso di suicidi tra gli uomini (18,3) è di oltre tre volte superiore a quello che si registra tra le donne (5,8). Tuttavia, le donne finlandesi (11,4) sono ad esempio oltre due volte più a rischio di suicidio rispetto agli uomini greci (5,2). La Grecia, infatti, è il Paese europeo con i tassi di suicidio più bassi sia tra gli uomini che tra le donne (1). Confrontando i dati europei con quelli di altri Paesi si può vedere come il Giappone (23,1 tra gli uomini e 10,9 tra le donne) e la Svizzera (29,6 e 10,9) presentino dei tassi decisamente superiori a quelli medi dell'Unione.

DECESSI IN INCIDENTI STRADALI SU VEICOLI A MOTORE
(TASSO SU 100 MILA PERSONE)

 

UE

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

uomini

17,7

23,2

13,6

16,1

34,0

21,3

20,0

16,6

21,4

25,7

donne

5,7

7,9

4,8

5,5

10,6

6,2

7,3

6,0

5,7

6,8

 

 

NL

A

P

FIN

S

UK

ISL

NO

CH

USA

uomini

10,9

16,8

34,1

11,8

7,4

8,6

5,8

9,4

12,8

21,9

donne

4,0

5,5

9,4

3,8

3,3

3,1

1,6

3,9

4,4

10,2

Fonte: Eurostat; dati relativi al 1997

SUICIDI (TASSO SU 100 MILA PERSONE)

 

UE

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

NL

uomini

18,3

n.d.

22,9

21,8

5,2

11,8

30 ,2

15,5

11,7

25,0

12,5

donne

5,8

n.d.

8,7

7,1

1,0

3,3

9,8

4,2

3,4

8,8

6,1

 

 

A

P

FIN

S

UK

ISL

NO

CH

USA

CAN

JPN

uomini

33,0

9,9

41,8

20,3

11,3

16,4

18 ,5

29,6

21,9

21,5

23,1

donne

8,9

2,7

11,4

8,4

3,0

2,9

6,1

10,9

4,5

5,4

10,9

Fonte: Eurostat; dati relativi al 1997

consumo di alcool

Ogni cittadino francese con più di 15 anni consuma in media l'equivalente di 14,1 litri di alcool puro all'anno (16,2 nel 1987), cifra superiore a quella di tutti gli altri Paesi dell'Unione europea. In realtà, i dati relativi alla vendita registrano valori più elevati in Lussemburgo (14,5 litri), ma il caso del Granducato è particolare poiché una forte percentuale degli alcolici lì acquistati viene poi consumata nei Paesi vicini. A parte questa specificità, i più forti consumatori di alcolici dopo i francesi sono i portoghesi, seguiti dai danesi. I più sobri sono invece gli svedesi (6,4 litri) ed i finlandesi(8,4 litri), seguiti da britannici ed italiani (9,4) e olandesi (9,8), ma superati tuttavia, al di fuori della Ue, da altri nordeuropei come i norvegesi e gli islandesi che consumano in media meno di 5 litri a testa.

Nella maggior parte dei Paesi dell'Unione tende a diminuire il consumo di alcool puro, in aumento in Danimarca, Irlanda e Portogallo e stazionario in Olanda, Austria, Finlandia e Regno Unito; mentre si registra invece un aumento dal 1990 del consumo complessivo di bevande alcoliche, con le eccezioni di Italia, Portogallo, Finlandia, Svezia e Regno Unito.

CONSUMO MEDIO ANNUALE DI LITRI D'ALCOOL PURO
PER PERSONA MAGGIORE DI 15 ANNI

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L

11,7

12,1

11,8

10,4

11,4

14,1

11,5

9,4

1 4,5

NL

A

P

FIN

S

UK

ISL

NO

CH

9,8

11,9

13,6

8,4

6,4

9,4

4,8

4,8

11,8

Fonte: Eurostat; dati relativi al 1997

consumo di tabacco

Quanto al consumo di tabacco, al primo posto si situano i greci, con una media di 3020 sigarette a testa nel 1997, quasi il doppio della media europea che è di 1646, seguiti a distanza dagli spagnoli (1929 sigarette) e dai tedeschi (1841). Pur rimanendo al di sotto di tali cifre, anche danesi, irlandesi, austriaci e portoghesi consumano una quantità di tabacco superiore alla media dell'Unione. Al di sotto di questa media si trovano invece belgi, italiani, britannici, francesi ed olandesi. Come per il consumo di alcool, anche per quanto riguarda il tabacco sono i cittadini svedesi (893) e finlandesi (817) a far registrare i comportamenti più sani nell'Ue e la Norvegia (619) tra i Paesi europei non Ue. Anche in questo caso, inoltre, il Lussemburgo si trova in una situazione particolare, con apparentemente un altissimo consumo (2140 sigarette nel 1994, ultimo dato disponibile) ma in realtà una gran parte degli acquisti è dovuta agli abitanti dei Paesi vicini.

In generale, considerando la media Ue, il consumo di sigarette è in lieve calo dal 1995, anche se nella maggior parte degli Stati membri la situazione è stazionaria; gli unici Paesi che fanno rilevare dall'inizio degli anni '90 una diminuzione notevole sono Svezia e Finlandia e, in misura molto minore, la Francia, mentre è nettamente aumentato in Grecia e, in misura minore, in Irlanda.

nuove misure contro il fumo

Nell'Unione europea il 30% dei decessi per cancro ha come causa prima il tabacco; il 90% circa dei fumatori europei ha iniziato a fumare prima dei 20 anni; vi sono studi che dimostrano come prima si cominci a fumare e più difficile sia smettere.

Lo scorso mese di ottobre, nell'ambito del programma "Europa contro il cancro", l'Ue ha affrontato il tema "I giovani ed il tabacco" definendo, dieci anni dopo l'adozione da parte del Consiglio dei ministri europei di una risoluzione sul divieto di fumare nei luoghi pubblici, un'età minima per fumare in pubblico ed acquistare tabacco e derivati e una regolamentazione della vendita di sigarette nei distributori e quella in pacchetti da meno di 20 unità. Anche l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sta elaborando una convenzione internazionale destinata a limitare il consumo del tabacco.

Ma qual è la situazione nei Paesi dell'Unione?

In Germania ed in sette Länder (regioni) su nove dell'Austria, bambini ed adolescenti non possono fumare in pubblico: devono attendere i 16 anni. In Lussemburgo, il consumo di tabacco è proibito in tutti gli istituti scolastici e nelle altre strutture destinate ad essere frequentate da ragazzi inferiori ai 16 anni. La vendita di prodotti del tabacco è vietata ai minori di 16 anni in Spagna, Irlanda, Regno Unito e in tre Länder austriaci su nove; in Finlandia e Svezia il divieto riguarda i minori di 18 anni.

La vendita nei distributori automatici è vietata in Belgio e sottoposta a restrizioni in Irlanda; in Grecia, i distributori non esistono; in Francia, sono quasi del tutto spariti; in Spagna, devono trovarsi in luoghi chiusi e sono vietati ai minori di 16 anni; nel Regno Unito la situazione è pressochè simile; in Finlandia i distributori sono ammessi unicamentesotto la costante sorveglianza di un adulto, e in Svezia essi devono trovarsi in un luogo chiuso vietato ai minori di 18 anni. In Germania, la società che gestisce i distributori non li sistema mai a meno di 50 m. dalle scuole e dai centri giovanili, in seguito ad un accordo stipulato con i pubblici poteri.

I luoghi pubblici, in particolare i luoghi di lavoro, sono stati oggetto delle maggiori iniziative relative al divieto di fumo messe in atto dagli Stati membri Ue negli ultimi anni. A questo proposito è la Finlandia che pare avere la regolamentazione più severa: dal 1995, il divieto di fumare è totale, con l'eccezione del personale dei ristoranti e delle persone che lavorano sole. Si può fumare solamente in spazi riservati, a condizione che il fumo non penetri nelle zone non fumatori. All'inizio di quest'anno, il Parlamento finlandese ha adottato una nuova legge, che prevede che dal luglio 2001 lo spazio fumatori nei ristoranti non costituirà più della metà della superficie totale.

In Francia, uffici e laboratori dove lavorano sia fumatori che non fumatori devono essere organizzati in modo da non disturbare chi non fuma; in pratica, un'impresa su dieci vieta il fumo completamente. In Danimarca, la legge sugli spazi non fumatori riguarda solamente il settore pubblico; nel Lussemburgo, vi si aggiungono gli ospedali in genere e gli istituti per persone anziane, mentre nel Regno Unito non esiste alcuna legge che riguardi il tabagismo sui luoghi di lavoro.

In un unico Paese, la Finlandia, dal 2000 il fumo di tabacco nell'aria che si respira verrà considerato agente cancerogeno. 

NUMERO DI SIGARETTE CONSUMATE IN MEDIA DA OGNI PERSONA IN EUROPA

UE

B

DK

D

EL

E

F

IRL

I

L*

1646

1568

1791

1841

3020

1929

1443

1784

1541

2140

NL

A

P

FIN*

S

UK

ISL

NO

CH

1245

1685

1681

817

893

1515

2190

619

2061

* 1994; Fonte: Eurostat; dati relativi al 1997


Eurolabel: un servizio a favore dei consumatori

Un accordo europeo tra associazioni dei consumatori e associazioni del commercio, della piccola impresa, dell'artigianato, per favorire il passaggio dalle monete nazionali all'euro con precise garanzie per il consumatore. Questo è l'Eurolabel, un accordo nato per facilitare ai cittadini il passaggio alla moneta unica europea, sottoscritto anche dalla Commissione europea e valevole per i 15 Stati membri Ue, dove sono in corso di negoziazione gli accordi applicativi.
Il Label si applica in tutti i Paesi dell'Ue ed è rivolto alle imprese di commercio, di servizio e produttive. In via prioritaria interessa i negozi, la grande distribuzione, gli alberghi, la ristorazione, vale a dire tutti coloro che hanno un rapporto con il pubblico e in via immediata le zone caratterizzate da un turismo straniero.
L'adesione è volontaria e per applicare l'accordo l'impresa sottoscrive un'impegnativa che le permette di esporre il simbolo Eurolabel e la obbliga a garantire una serie di servizi ai propri clienti e ai consumatori:

In pratica, l'Eurolabel valorizza un servizio dell'impresa verso i consumatori e facilita i pagamenti, che dal 1° gennaio di quest'anno possono essere effettuati con l'euro scritturale (le monete e le banconote arriveranno solo nel gennaio del 2002) e cioè: con carte di credito e debito, con il Bancomat, con assegni, bonifici e travellers' cheques in euro, con i borsellini elettronici. Questi ultimi, già in sperimentazione in alcune città e in alcuni Paesi nordeuropei, sono delle carte simili alle Viacard delle autostrade, vengono "caricate" sul conto corrente (valore medio di ricarica circa 300 mila lire) e possono essere utilizzate per le piccole spese (caffè, giornali, parcheggio, spesa alimentare ecc.). L'utilizzo dei borsellini elettronici faciliterà i pagamenti in euro poiché sarà automatico il calcolo dei centesimi.
Tra l'altro, è consigliabile chiedere alla propria banca che il proprio conto corrente operi in lire ed in euro, in modo da evitare la duplicazione delle spese derivante da un conto corrente aggiuntivo in euro. La raccomandazione europea prevede infatti che la conversione lira/euro o euro/lira non debba comportare alcun costo di commissione. È quindi opportuno controllare il rispetto di tale raccomandazione da parte delle banche.
Per quanto concerne l'Italia, l'Unioncamere sta realizzando una prima stampa del "kit Label" (vetrofania, impegnativa, locandina, accordo ecc.) che viene messo a disposizione delle varie associazioni di impresa (Confcommercio, Confesercentiecc.), le quali provvederanno a diffonderla fra i propri associati e a raccogliere le impegnative sottoscritte.
L'Eurolabel può essere richiesto rivolgendosi alla propria associazione, all'Osservatorio presso la propria Camera di Commercio, alle Associazioni dei consumatori che hanno sottoscritto il protocollo. Su tutte l'Adiconsum, che nel luglio del 1997 ha proposto tale iniziativa al Comitato euro europeo del quale fa parte, ha in seguito partecipato al negoziato del Protocollo europeo sottoscritto a Bruxelles con la Commissione, è firmataria per i consumatori italiani di tale Protocollo e ha negoziato e sottoscritto l'accordo applicativo con la Confcommercio.

INFORMAZIONI: Adiconsum, Associazione difesa consumatori e ambiente, http://www.adiconsum.it

 

FAMILIARIZZARE CON LA NUOVA MONETA

Lo scorso 26 ottobre, a Bruxelles, si è riunito il gruppo costituito dalla commissione politica europea che si occupa del passaggio dalle monete nazionali all'euro. L'Adiconsum ha partecipato a questo incontro, al quale erano presenti anche i rappresentanti di alcuni Paesi, come Grecia e Danimarca, che non sono ancora coinvolti nel passaggio all'euro. Era già prevista la decisione, presa alcuni giorni dopo, di anticipare i tempi e di ridurre ad un massimo di due mesi il periodo della doppia circolazione: lire ed euro circoleranno insieme solo fino al 28 febbraio 2002.
E' stata segnalata l'inopportunità della coincidenza di questo passaggio con il periodo delle spese di fine d'anno: la grande circolazione monetaria legata alle festività e la probabilità di molti turisti presenti in Paesi diversi dal proprio, avrebbero aumentato rischi e problemi. Sono state studiate altre iniziative, preparate da ricerche e questionari che riguarderanno tutti i Paesi interessati: giochi e strumenti didattici per la comprensione del processo; preventiva distribuzione di un kit composto da facsimili di banconote e monete euro, per una opportuna familiarizzazione; facilitazione di accesso del comune cittadino alle fonti di distribuzione della nuova moneta e di ritiro di quella vecchia; l'esigenza di regolare il rapporto tra pagamenti in una moneta e resti nell'altra; le difficoltà specifiche dei non vedenti e di altre fasce deboli di consumatori.
Il Gruppo ha inoltre rivendicato il riconoscimento per le associazioni dei consumatori di un ruolo importante nel quadro delle campagne di familiarizzazione.


Lo sviluppo sociale nelle metropoli secondo i sindacati

Nei giorni 4-6 novembre scorsi si è svolta a Francoforte la terza conferenza dei sindacati delle "4 Metropoli": Milano, Barcellona, Francoforte e Lione. Convocata per discutere e approfondire i temi riguardanti le nuove forme di organizzazione del lavoro e le regole della rappresentanza, i tempi di lavoro e i tempi di vita, le nuove povertà, il futuro della pubblica amministrazione e le infrastrutture, l'iniziativa è scaturita dalla valutazione comune che il dialogo tra i sindacati può contribuire ad accelerare un sviluppo socialmente giusto, democratico, ecologicamente compatibile ed economicamente sostenibile.
I processi di globalizzazione producono profondi cambiamenti economici e sociali che si registrano più rapidamente nelle grandi metropoli, causando squilibri sociali sempre più evidenti; inoltre, i fenomeni di terziarizzazione del tessuto produttivo delle aree metropolitane determinano la perdita di posti di lavoro nell'industria e una sempre maggiore precarizzazione dei rapporti di lavoro. Aumentano così le persone che dipendono da politiche statali di assistenza, e questo richiede da un lato iniziative dei governi e dell'Ue per potenziare e qualificare lo stato sociale e per favorire l'inserimento lavorativo, dall'altro un'intensificazione dell'iniziativa sindacale tanto in ambito locale quanto a livello europeo.
Le decisioni assunte dalla conferenza di Francoforte di intensificare lo scambio sindacale sui temi comuni e di intraprendere azioni conseguenti rappresentano un contributo importante alla costruzione di un sindacato europeo capace di pensare globalmente e agire localmente.
Pubblichiamo di seguito il testo integrale del documento finale.

Le organizzazioni sindacali CC.OO e UGT di Barcellona, DGB di Francoforte, CFDT e CGT di Lione, CGIL-CISL-UIL di Milano hanno continuato il loro dialogo, iniziato a Barcellona (1994) ed a Milano (1998). Esse considerano questo dialogo come contributo ad uno sviluppo socialmente giusto, democratico, ecologicamente compatibile ed economicamente sostenibile nelle metropoli.
I processi di globalizzazione producono profondi cambiamenti di carattere economico e sociale, e si registrano più velocemente nelle metropoli, causando ingiustizie sociali sempre più evidenti che esigono un agire sindacale comune.
I processi di cambiamento e di terziarizzazione delle città determinano la perdita di posti di lavoro nell'industria. Questo ha conseguenze sul numero di persone che dipendono da politiche statali di assistenza e per l'occupazione, soprattutto per i disoccupati di lunga durata; oltretutto in una condizione di riduzione dei sistemi di sicurezza sociale e dell'aumento dei rapporti di lavoro precari. Le esigenze di consolidamento dei bilanci comunali e la privatizzazione della gestione dei servizi pubblici non devono influire sulla qualità dei servizi.
I sindacati delle 4 Metropoli hanno intensificato lo scambio sui temi comuni, raggiungendo l'accordo sulle azioni da intraprendere. Si tratta dei seguenti temi: il futuro della pubblica amministrazione, infrastrutture, trasporto persone, merci e informazioni; le nuove forme di organizzazione del lavoro, le regole e le rappresentanze; tempi di lavoro, tempi di vita; le nuove povertà.
Questi temi saranno approfonditi nei prossimi anni, attraverso gruppi di lavoro confederali e con la possibilità di iniziative settoriali.

il futuro della pubblica amministrazione

Il settore pubblico nelle aree metropolitane europee deve dare un contributo alla creazione di un'Europa sociale, trasformandosi in un settore moderno, democratico e capace di produrre i servizi pubblici in modo efficace, efficiente e vicino agli interessi dei cittadini. I sindacati delle 4 Metropoli sostengono una riforma del settore pubblico che ne garantisca la natura pubblica attraverso un dibattito di ampio respiro che coinvolga i lavoratori e i cittadini per definire gli standard qualitativi e gli scopi della ristrutturazione. Pertanto si dichiarano contrari a una politica che metta al suo centro esclusivamente il calo dei costi, con la soppressione di posti di lavoro, dumping salariale e la riduzione degli standard qualitativi.
Un punto di partenza importante per il miglioramento della qualità della vita nelle aree metropolitane è il qualificare e l'ampliare il trasporto pubblico locale dei passeggeri con politiche tariffarie adeguate. Per ottenerlo sono necessarie non solo delle iniziative politiche concertate dei comuni, dei sindacati e delle imprese municipali, ma anche di incentivi che favoriscano l'uso del trasporto pubblico locale di passeggeri e che portino alla riduzione del traffico privato.

I sindacati delle 4 Metropoli hanno raggiunto i seguenti accordi per un'azione concertata:

nuove forme di organizzazione del lavoro

Il processo della ristrutturazione economica può portare da un lato, in alcuni settori, alla costituzione di grandi gruppi monopolistici e dall'altro a nuove imprese di servizi anche attraverso il ricorso all'outsorcing (separazione delle parti di un'impresa). Questo processo produce una differenziazione crescente delle forme e delle condizioni di lavoro. I rapporti di lavoro "normali" diminuiscono a favore di un aumento dei contratti a termine, del part-time, del lavoro interinale e dei lavori autonomi. Le nuove forme di lavoro, come l'attività lavorativa nel settore della telecomunicazione, il free-lance ed il lavoro a tempo determinato, sempre più comportano che un numero crescente di lavoratori resta escluso dalle protezioni sociali nei settori del lavoro, economici e del diritto sociale.

I sindacati delle 4 Metropoli hanno raggiunto i seguenti accordi per un'azione concertata:

tempi di lavoro, tempi di vita

La riduzione e la flessibilità dell'orario di lavoro hanno causato un cambiamento delle strutture aziendali e del mercato del lavoro. Influiscono anche in modo ampio sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici e sulla struttura sociale della società. L'organizzazione del tempo nelle aziende industriali e di servizi influisce sulle strutture ed i ritmi delle città. La politica sindacale sull'orario di lavoro deve prendere in considerazione la diversità dei settori e per ciò bisogna tenere conto non solo del numero delle ore di lavoro, ma anche della loro distribuzione.
I sindacati delle 4 Metropoli, in sintonia con il congresso della CES, assumono l'obiettivo della riduzione dell'orario di lavoro per creare nuova occupazione.

I sindacati delle 4 Metropoli hanno raggiunto i seguenti accordi per un'azione concertata:

le nuove povertà

Le nuove povertà sono un segno che un numero crescente di persone - soprattutto nelle aree metropolitane - è spinto economicamente e socialmente ai margini della società, il che è collegato anche all'aumento delle disoccupazione di lunga durata, compresa quella dei giovani.

I sindacati delle 4 Metropoli hanno raggiunto i seguenti accordi per una linea di condotta concertata:

I sindacati delle 4 Metropoli interverranno sui loro governi e sull'Unione europea per favorire un'offensiva di potenziamento dello stato sociale e per l'unione sociale, a favore di una lotta contro il dumping sociale e con strumenti per favorire l'inserimento lavorativo.


presto i prodotti transgenici saranno indicati sull'etichetta

Ancora non conosciamo gli eventuali rischi prodotti dagli alimenti contenenti prodotti transgenici o geneticamente modificati (abbreviati in OGM), ma in attesa di certezze sulla questione, molti sono i consumatori che desiderano sapere in ogni caso se gli alimenti che acquistano contengano o meno OGM. Presto ciò sarà possibile con maggiore precisione di quanto non lo sia oggi grazie a due regolamenti europei recentemente approvati dal Comitato permanente delle derrate alimentari, che riunisce rappresentanti degli Stati membri dell'Unione europea.
Secondo uno di questi regolamenti, quando additivi o aromi incorporati nei prodotti alimentari contengono OGM, i fabbricanti di tali prodotti dovranno indicarlo sulla confezione, il che non si verifica attualmente perché l'obbligo di segnalare la presenza di OGM riguarda per il momento solo gli alimenti nuovi, prodotti con la partecipazione di OGM. La regolamentazione europea destinata a garantire la sicurezza degli additivi e degli aromi è stata infatti adottata ben prima dell'apparizione dei prodotti transgenici.
L'altro regolamento completa le attuali leggi europee, esigendo l'etichettaggio del tipo "contiene OGM" per tutte le derrate alimentari delle quali almeno un ingrediente comprenda più dell'1% di materia geneticamente modificata. Ma questo limite dell'1% si applicherà solamente nel caso in cui la presenza di OGM in un ingrediente sia puramente accidentale e il produttore sia in grado di provare che ha evitato di ricorrere a materie prime transgeniche. Altrimenti, l'etichettaggio sarà obbligatorio anche sotto la percentuale dell'1%.
La Commissione europea dovrebbe adottare definitivamente questi regolamenti entro la fine del 1999.
Un'altra questione importante legata agli alimenti riguarda i casi emersi la scorsa estate di fanghi contenenti ogni tipo di rifiuti mescolati ad alimenti per animali da macello.
La Commissione europea sta valutando la possibilità di rendere più chiara la regolamentazione in modo da rendere del tutto illegali tali pratiche.
Questi metodi estremamente dubbi sono stati dapprima individuati in Francia, dove la Direzione frodi ha visitato cinque stabilimenti per il trattamento di rifiuti animali alla fine del 1998 e all'inizio del 1999, il che ha valso l'invio in agosto di una missione europea in questo Paese. Altri organi di stampa hanno in seguito denunciato l'utilizzazione di rifiuti animali in differenti Paesi del Centro e del Nord dell'Unione.
In genere, le acque nere provenienti dai macelli e dagli stabilimenti di trasformazione dei prodotti animali - carne e altro - subiscono tre tipi di operazioni: per prima cosa si procede ad un filtraggio destinato a separare i grossi elementi solidi dalla parte liquida; seguono un trattamento fisico e chimico il cui scopo è la separazione dal liquido dei piccoli elementi solidi e dei grassi e infine un'azione biologica. Le autorità di vari Paesi Ue ritengono che i risultati delle prime due operazioni non diano luogo a fanghi di depurazione vietati dalle regole europee, ma piuttosto a rifiuti animali che nell'alimentazione delle bestie è ammesso utilizzare.
Fonte: Eurofocus

gli anziani soli hanno le peggiori abitazioni

Secondo un recente rapporto pubblicato da Eurostat gli anziani che vivono soli dispongono di abitazioni peggiori degli altri abitanti dell'Unione europea.
Nell'insieme della Ue, nel 1995 - ultimo anno per cui si dispone di dati - viveva da solo il 28% delle persone della fascia d'età 65/79 anni, e la percentuale raggiungeva il 45% per le persone di 80 e più anni. Mentre nell'Unione europea viveva sola una persona anziana su tre, si raggiungeva il 40% in Danimarca, Svezia, Finlandia e Germania, Paesi nei quali il numero di persone anziane sole appariva già più alto che negli altri Stati membri. È al contrario in Spagna e Portogallo che si rilevava la più bassa percentuale di anziani che vivono soli: meno del 20%.
Dal rapporto Eurostat emerge come gli anziani soli siano meno spesso proprietari della loro abitazione rispetto agli altri cittadini. Nell'insieme dell'Unione, solo un anziano su due è proprietario della casa in cui vive, mentre la percentuale supera i due terzi per le coppie di 65 e più anni. Si tratta di una situazione generale che si rileva in tutti i Paesi Ue, ma mentre in Olanda solamente un anziano solo su cinque è proprietario della sua abitazione, in Grecia ed Irlanda si giunge a più di quattro su cinque.
Piuttosto preoccupante è poi il dato secondo cui gli anziani soli sono maggiormente colpiti dalla mancanza di comfort elementari come acqua calda corrente, una doccia o una vasca e gabinetti all'interno dell'abitazione: il 12% è privo di almeno una di queste minime comodità, passando da percentuali minime in Olanda e Gran Bretagna (2%) fino al 54% del Portogallo. Nell'insieme della Ue, il 5% dei nuclei familiari di ogni età è privo di almeno una delle comodità di base, ma il problema riguarda il 9% dei nuclei composti da persone di 65 e più anni (intendendo per nuclei la o le persone che vivono nella stessa abitazione). Secondo Eurostat anche in Grecia la situazione è grave, ma non si dispone di dati precisi a riguardo. Germania, Francia, Italia e Austria, invece, superano la media comunitaria che la Spagna raggiunge esattamente, mentre il Lussemburgo si situa al 10%.
Nonostante tutto, solo il 16% dei cittadini europei di età superiore ai 65 anni si dichiara insoddisfatto della propria abitazione, percentuale che è invece del 18% per quanto riguarda la popolazione al di sopra dei 16 anni. Grecia ed Italia sono gli unici Paesi in cui gli abitanti anziani appaiono più scontenti della media, e sono anche i Paesi in cui, insieme al Portogallo, si rilevano nel settore delle punte massime di insoddisfazione. In Danimarca, Lussemburgo ed Olanda si constatano invece le più basse percentuali di scontenti.

Fonte: Eurofocus


la Grecia vicina all'Uem

Nelle ultime settimane la Commissione europea ha constatato la scomparsa del grande disavanzo delle finanze pubbliche greche ed ha chiesto al Consiglio di abrogare la decisione, relativa appunto all'esistenza di un disavanzo eccessivo, che ostacola l'ingresso della Grecia nell'Uem. Il deficit delle amministrazioni pubbliche greche è stato portato dal 13,8% del Pil nel 1993 al 2,5% del Pil nel 1998, ossia a un valore inferiore rispetto a quello di riferimento fissato dal Trattato di Maastricht al 3%. Per quanto riguarda il debito delle amministrazioni pubbliche, dopo aver raggiunto la cifra massima di 112,3% del Pil nel 1996, è stato riportato a 106,3% del Pil nel 1998 riflettendo il tentativo di uniformarsi al valore di riferimento (60%).
(da Inforapid 379/99)

la Bce aumenta il tasso d'interesse al 3%

Lo scorso 4 novembre la Banca centrale europea (Bce) ha deciso di aumentare di mezzo punto il tasso d'interesse di riferimento portandolo al 3%, causa i timori rispetto ad un aumento dell'inflazione. In questo modo è stato annullato il ribasso deciso lo scorso 8 aprile e si tratta del primo aumento dei tassi dalla nascita dell'euro, avvenuta il 1° gennaio 1999. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha espresso preoccupazioni in relazione a tale decisione della Bce che, a suo avviso, rischia di interrompere il rilancio economico e la creazione di posti di lavoro in Europa.

proposte Ces al Comitato occupazione

Solo un maggior ricorso alle politiche macroeconomiche può migliorare la situazione occupazionale dell'Unione. È quanto sostenuto dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) lo scorso 11 novembre durante il Comitato permanente dell'occupazione, organizzazione che ha per compito di garantire il dialogo e la concertazione tra il Consiglio, la Commissione e le parti sociali. Nel corso dell'incontro è stato esaminato il cosiddetto "pacchetto occupazione" presentato lo scorso settembre dalla Commissione (comprendente le linee direttive 2000 per l'occupazione, la relazione congiunta e il progetto di raccomandazioni agli Stati membri in materia di politica dell'occupazione). Il padronato europeo ha insistito sulla necessità della flessibilità e sui problemi che devono affrontare le imprese, mentre la Ces ha diffuso un comunicato nel quale rinnova la sua domanda «per una migliore sinergia o un migliore coordinamento tra le linee direttive per l'occupazione e le linee macroeconomiche». I sindacati europei si dichiarano inoltre «a favore di un utilizzo più ampio di obiettivi, di ulteriori iniziative per una maggiore uguaglianza tra uomini e donne, di una considerazione più attenta delle specificità regionali e di occupazione e di una revisione dei sistemi fiscali in generale invece che soltanto di quelli legati al mercato del lavoro». Ha ribadito la sua proposta di adottare un programma di lavoro congiunto con la delegazione dei datori di lavoro e ha espresso il desiderio che l'Unione europea si prefigga un obiettivo di crescita del 3,5%.
(da Inforapid 393/99)

Socrates: accordo sul nuovo programma

Il Consiglio dell'Unione europea e il Parlamento europeo sono riusciti, dopo lunghi negoziati, ad accordarsi sul finanziamento di Socrates, il programma di sviluppo della dimensione europea nell'istruzione. L'accordo riguarda un bilancio totale di 1,85 miliardi di euro per il periodo 2000-2006, mentre per il periodo 1995-1999 il programma era stato inizialmente dotato di un pacchetto finanziario di 920 milioni di euro, ma le domande di contributo finanziario erano state in gran parte superiori. Per questo motivo gli eurodeputati desideravano destinare 2,5 miliardi di euro alla nuova fase di Socrates, ma il Consiglio ha rifiutato. Il compromesso raggiunto, che riguarda come già detto 1,85 miliardi di euro, prevede una clausola di revisione che dovrebbe permettere di rivedere tale importo nel 2004, se necessario (in particolare nel quadro dell'allargamento dell'Unione). L'accordo tra Consiglio e Parlamento permetterà l'avviamento del programma dal gennaio 2000.
(da Inforapid 392/99)

TASSO DI DISOCCUPAZIONE (IN ORDINE CRESCENTE)

 

Settembre

Agosto

UE15

9,1

9,2

UE11

10,0

10,0

Lussemburgo

2,7

2,8

Paesi Bassi

-

3,1

Austria

4,2

4,3

Danimarca

4,3

4,4

Portogallo

4,7

4,7

Irlanda

6,4

6,6

Svezia

6,9

6,9

Belgio

8,9

9,1

Germania

9,2

9,2

Finlandia

9,8

9,9

Francia

10,8

11,0

Spagna

15,4

15,7

- Dato non disponibile.
I dati relativi a Grecia, Gran Bretagna e Italia non sono disponibili.
Fonte: Eurostat; novembre 1999.
 

Aids in regresso nell'Ue

Secondo l'annuario Eurostat di recente pubblicazione, l'Aids è in diminuzione nell'Unione europea. Nel 1997 sono stati censiti 14.731 casi, mentre solo un anno prima erano oltre 20.000 e nel 1994 ben 24.294. Nella maggior parte dei Paesi dell'Unione il numero di casi di Aids ha raggiunto le punte massime nel 1995, mentre in Grecia, Irlanda e Portogallo il morbo ha continuato ad aumentare fino al 1996.
Il Paese più colpito all'interno della Ue è la Spagna, con 127,5 casi ogni milione di abitanti nel 1997, ben più della media dell'Unione che presenta valori di 31,3 casi ogni milione. Dopo la Spagna, gli Stati membri più colpiti in proporzione alla loro popolazione sono il Portogallo, l'Italia e la Francia. Al di sotto della media europea si situano invece Lussemburgo, Regno Unito e Danimarca, poi Olanda, Grecia, Belgio e infine la Finlandia, Paese dove si registrano solo 3,7 casi ogni milione di abitanti. Per quanto concerne la tipologia del contagio, nel 1997 oltre il 40% dei malati europei aveva contratto la malattia attraverso lo scambio di siringhe utilizzate per iniettare droghe (con punte massime in Italia, Spagna e Portogallo), il 35% in seguito a rapporti omosessuali o bisessuali (soprattutto nei Paesi nordeuropei), il 10-15% causa rapporti eterosessuali (con il Belgio al primo posto) e meno del 10% dei casi era non chiarito.

ritardi nelle mappe degli aiuti regionali

Negli Stati membri dell'Unione europea, alcune regioni in difficoltà possono beneficiare di aiuti pubblici resi compatibili con il mercato comune (in tali zone, gli aiuti statali sono soggetti a regolamentazioni precise). Tuttavia, gli Stati devono precisare la delimitazione di tali regioni e l'ammontare degli aiuti pubblici nel quadro delle "mappe degli aiuti per gli Stati regionali" approvate dalla Commissione. Le mappe attuali scadono alla fine dell'anno ed è pertanto necessario convalidare le nuove mappe per il periodo 2000-2006. Tuttavia, alcuni Stati membri non hanno ancora presentato proposte del tutto compatibili con le direttive valide per gli aiuti regionali. Ai ministri responsabili negli Stati membri interessati (tutti, ad esclusione di Finlandia, Danimarca, Irlanda e Grecia), la Commissione ha quindi ricordato le conseguenze importanti di una tale situazione: a partire dal 1° gennaio prossimo e fino all'approvazione di una nuova mappa da parte della Commissione, tali Stati non saranno più autorizzati ad accordare alcun aiuto regionale.
(da Inforapid 381/99)

concertazione: la Ces preoccupata

Il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Emilio Gabaglio, ha incontrato lo scorso 21 ottobre la neo-commissaria europea per l'Occupazione e gli Affari sociali, Anna Diamantopoulou, per esprimere le preoccupazioni dei sindacati sul futuro della concertazione. La Ces non condivide infatti la posizione dell'organizzazione europea dei datori di lavoro (Unice), emersa dallo scambio di corrispondenza e dalla recente pubblicazione del programma sociale 2000, che attribuisce scarsa importanza al dialogo con la controparte sindacale. La concertazione è uno strumento essenziale del processo d'integrazione europea, sostiene il segretario generale della Ces, e se i datori di lavoro continuano a non prenderla nella dovuta considerazione «la Commissione deve assumersi le proprie responsabilità e preparare iniziative legislative».

proposte d'intervento nella lotta contro le discriminazioni

La lotta contro le discriminazioni in materia di sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni, handicap, età o orientamento sessuale è, dall'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, uno degli obiettivi dichiarati della Comunità europea. Per condurre questa lotta, la Commissione sta preparando un pacchetto di misure da adottare che proporrà al Consiglio e al Parlamento europeo. Il pacchetto dovrebbe contenere due proposte di direttive, una finalizzata a creare un quadro generale a favore della parità di trattamento in materia d'occupazione e di lavoro, l'altra volta ad attuare il principio della parità di trattamento tra persone senza distinzione di razza o origine etnica. Oltre a queste iniziative legislative, un programma d'azione comunitaria contro la discriminazione dovrebbe essere proposto per il periodo dal 2001 al 2006. Tale programma dovrebbe sostenere gli sforzi compiuti dagli Stati membri per elaborare politiche e strategie di lotta contro la discriminazione.
(da Inforapid 372/99)

la concertazione nel settore pubblico

Il 2 novembre scorso si è tenuta ad Helsinki una conferenza tra quadri decisionali, esperti, organizzazioni sindacali e datori di lavoro sul tema della concertazione in Europa nel settore pubblico. Riconoscendo il ruolo sempre più importante della concertazione per il miglioramento delle condizioni di lavoro e per la promozione dell'occupazione a livello europeo, i partecipanti hanno esaminato le condizioni necessarie ad approfondire e ampliare le relazioni tra interlocutori sociali del settore pubblico. Certamente le pratiche tradizionali e le legislazioni nazionali in questo settore differiscono fortemente da uno Stato all'altro, tuttavia i partecipanti hanno tentato di definire obiettivi comuni che cercheranno di raggiungere nel quadro di riunioni future nelle quali saranno affrontate questioni specifiche come le nuove forme d'organizzazione del lavoro, la gestione delle risorse umane ecc.
INFORMAZIONI: http://presidency.finland.fi/frame.asp
(da Inforapid 373/99)

sindacati internazionali per il rispetto delle norme sociali

In occasione della conferenza dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), tenutasi a Seattle dal 30 novembre al 3 dicembre scorsi, la Confederazione internazionale dei sindacati liberi (Cisl) ha chiesto che la questione delle norme sociali venga presa in grande considerazione. La Cisl, che rappresenta le organizzazioni sindacali di 143 Paesi, ha più volte denunciato gli effetti perversi di una liberalizzazione selvaggia del commercio, dove imprese e Paesi ignorano, in nome di una concorrenza feroce, i diritti fondamentali dei lavoratori o chiudono gli occhi sulle loro violazioni. Ha inoltre chiesto ai ministri di presentare un'istanza ufficiale volta ad analizzare le norme fondamentali del lavoro nel sistema del commercio internazionale e a proporre procedure per trattare tale questione, tra cui misure da adottare là dove la liberalizzazione del commercio sia associata a violazioni delle norme fondamentali del lavoro. L'Unione europea, tra l'altro, ha deciso di proporre la creazione di un forum congiunto permanente tra l'Omc e l'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), allo scopo di favorire una migliore comprensione dei problemi sociali collegati alla globalizzazione e promuovere il dialogo tra tutte le parti interessate.
(da Inforapid 377/99)

un miliardo di euro per la riduzione del debito

La Commissione europea ha proposto al Consiglio di contribuire con un miliardo di euro alla riduzione del debito dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Tale proposta si iscrive nel quadro dell'iniziativa internazionale "Highly Indebted Poor Countries" (HIPC), che mira ad aiuta re i Paesi poveri molto indebitati. Il contributo europeo dovrebbe principalmente essere prelevato dalle risorse non assegnate dei Fondi europei di sviluppi (Fes), che costituiscono lo strumento finanziario per l'applicazione della Convenzione di Lomé. La proposta della Commissione è oggetto di un accordo tra gli Stati membri dell'Unione europea e i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (Acp) che si stipula nel mese di dicembre.
(da Inforapid 363/99)

sito web per la lotta alla povertà

La rete europea delle associazioni di lotta contro la povertà e l'esclusione sociale (Eapn) ha appena inaugurato il suo sito Internet. Il sito comprende informazioni generali sull'associazione, un collegamento diretto al repertorio delle organizzazioni che ne fanno parte (oltre mille), gli indirizzi di contatto delle reti nazionali di Eapn e delle organizzazioni europee membri della rete, l'accesso diretto a una serie di pubblicazioni e i collegamenti ad altre Ong, alle istituzioni europee e ad altre organizzazioni (sindacati, Onu, Consiglio d'Europa ecc.). L'indirizzo web del nuovo sito è: http://www.eapn.org
INFORMAZIONI: European anti-poverty network - Rete europea delle associazioni per la lotta contro la povertà - Rue Belliard 205 Bte 13 B-1040 Bruxelles, Belgio; tel. +32 2 2304455, fax +32 2 2309733, e-mail: eapn@euronet.be
(da Inforapid 371/99)

la cooperazione "post-Lomé"

Sono giunti in dirittura d'arrivo i negoziati che mirano a preparare un accordo "post-Lomé", cioè una nuova convenzione in sostituzione di quella di Lomé (che scadrà nel febbraio 2000) che lega l'Unione europea ad oltre 70 Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (Acp). Lo scorso 11 novembre il consiglio Sviluppo dell'Unione ha precisato la posizione europea su alcune questioni commerciali e politiche che costituivano ancora degli ostacoli. Si tratterebbe, in breve, di confermare l'obiettivo a lungo termine di costituzione di zone di libero scambio tra l'Unione e i Paesi dell'Acp pur accettando una più grande flessibilità nell'attuazione degli accordi di partenariato economico regionali e nelle modalità di inserimento del concetto di buona gestione degli affari pubblici nell'accordo quadro. Intanto, si sta anche discutendo sulla dotazione del nuovo Fondo europeo di sviluppo (Fes), che costituisce il principale strumento finanziario per l'attuazione della cooperazione tra Ue ed Acp. Della durata di cinque anni, l'attuale Fes è in funzione dal 1995 con una disponibilità di circa 13 miliardi di euro, mentre per il prossimo è stato proposto dalla Commissione europea uno stanziamento di oltre 14 miliardi di euro.
(da Inforapid 389/99)

ultimi sondaggi europei

Secondo i più recenti sondaggi svolti tra i Paesi europei, Il 39% degli svedesi è favorevole alla partecipazione del loro Paese all'Unione economica e monetaria, rispetto al 31% di pareri contrari e al 30% di indecisi, e una netta maggioranza auspica che il governo prenda una posizione chiara in merito. La percentuale di cittadini favorevoli sale al 47% se si prendono in considerazione i membri del sindacato dei dipendenti dell'industria. In Belgio, invece, la moneta europea è già una realtà, dal momento che l'11% delle imprese paga in euro i propri dipendenti.
Tra gli aspiranti nuovi Stati membri, invece, è in diminuzione la percentuale di cittadini polacchi favorevoli all'adesione del proprio Paese all'Ue, scesa sotto al 50%, mentre a Malta i favorevoli costituiscono il 43% della popolazione rispetto al 42% contrario.

nuovo sito sulla formazione sindacale

"La formazione sindacale in Europa" è il nome di un nuovo sito web in cantiere organizzato dall'Accademia sindacale europea (Ase). Il sito si propone come un indirizzo a partire dal quale si possono trovare informazioni e intende mettere a disposizione uno spazio di riunione per la formazione sindacale europea. Le informazioni che si possono trovare riguardano in particolare il lavoro dei servizi di formazione della Confederazione europea dei sindacati, i corsi di formazione e gli eventi, le risorse e il materiale didattico disponibili per la formazione sindacale (con numerose pubblicazioni elettroniche), i progetti intrapresi dall'Ase e dalle altre organizzazioni di formazione a livello nazionale o europeo, collegamenti ad altri siti, un forum, ecc. L'indirizzo è: http://www.etuc.org/etuco/fr/eu_information/Partner_search/default.cfm
INFORMAZIONI: Jeff Bridgford, direttore Ase, e Ana Smith, Ces, Bld Emile Jacqmain 155 - B-1210 Bruxelles (Belgio); tel.: +32 2 2240536; fax: +32 2 2240533; e-mail: asmith@etuc.org
(da Inforapid 397/99)


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Aggiornato il: 17 January 2000