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Euronote 54/2008

clima: accordo sufficiente?

Vignetta Il Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles nei giorni 11 e 12 dicembre scorsi non è stato come tutti gli altri. L’Unione europea vi arrivava, come al solito, in ordine sparso ma questa volta sotto la pressione di una crisi economica di dimensioni eccezionali e al termine del difficile semestre di presidenza francese. Un turno di presidenza dell’Ue che era già partito male con il Trattato di Lisbona impallinato a giugno dal “no” del referendum irlandese, era proseguito anche peggio ad agosto con il pericoloso conflitto che in Caucaso aveva opposto Russia e Georgia ed era andato a sbattere a settembre con una crisi finanziaria trasformatasi rapidamente nella più grave crisi economica del dopoguerra.
Nei limiti imposti dal Trattato, il presidente di turno dell’Ue Nicolas Sarkozy si è mosso piuttosto bene e con tempestività, negoziando una tregua in Caucaso e promuovendo un ampio coordinamento tra i principali Paesi industrializzati per cercare una risposta comune alla crisi. Il Consiglio europeo di dicembre si presentava quindi come l’occasione per tirare le fila del lavoro fatto nel corso del semestre, assumendo decisioni all’altezza della triplice sfida che l’Europa aveva davanti a sé: superare il “no” irlandese al Trattato di Lisbona e consentirne l’entrata in vigore al più presto, trovare un compromesso sul pacchetto “clima-ambiente” e adottare un piano coordinato di risposta alla crisi economica.
Sul nodo del Trattato il Consiglio europeo ha preso atto dell’impegno del governo irlandese di indire un nuovo referendum in cambio di alcune garanzie per l’Irlanda. Obiettivo condiviso quello di iniziare il 2010 con il nuovo Trattato, ad oggi ratificato da 25 Paesi su 27, sperando che con la crisi in corso non sia troppo tardi e comunque affrontando le difficili elezioni del Parlamento europeo senza un segnale di novità condivisa. Più difficile è stata la ricerca di un’intesa sul pacchetto “clima-ambiente”, quell’insieme di misure che mirano per l’Ue entro il 2020 a ridurre del 20% le emissioni di gas serra, aumentare del 20% le energie rinnovabili e accrescere del 20% il risparmio energetico. Qui a mettersi di traverso è stata in particolare l’Italia d’intesa con la Polonia, a conferma della loro scarsa sensibilità ambientale tradotta senza equivoci dalla classifica dei Paesi ecosostenibili che vede l’Italia occupare un non invidiabile 44° posto. Alla fine il compromesso raggiunto premia quanti hanno a cuore la salvaguardia del pianeta e riconferma gli obiettivi del 2020, affidando all’Ue una beneaugurante leadership, in attesa che gli Usa di Barack Obama riprendano la via del Protocollo di Kyoto e vi coinvolgano nuovi Paesi emergenti, in particolare la Cina. L’accordo ha concesso facilitazioni e deroghe all’Italia e ai Paesi dell’Est europeo, con il risultato di aggregare da una parte i Paesi decisi a innovare e dall’altra quelli, come l’Italia, che finiranno per aggiungere ritardo a ritardo. 
Altro piatto forte del Consiglio europeo era il piano anti-crisi. La Commissione europea aveva messo sul tavolo una proposta da 200 miliardi di euro, da reperire in gran parte dai bilanci nazionali con misure coordinate a livello europeo. Nel frattempo alcuni Paesi, il Regno Unito in testa e poi via via la Spagna, la Germania e finalmente anche l’Italia, avevano adottato piani nazionali di diseguali dimensioni (quello italiano era un quarto di quello inglese e francese e un sesto di quello tedesco) e, soprattutto, con divergenti misure come nel caso della riduzione dell’Iva adottata dal Regno Unito e non presa in considerazione dall’Italia e dello sforamento delle soglie consentite per la spesa pubblica.
In tale contesto, il Consiglio europeo aveva almeno due esigenze da comporre tra di loro: raggiungere un’intesa su un livello sufficiente di risorse globali da investire per far fronte alla crisi e garantire coordinamento e coerenza alle misure che ciascuno Stato si accingeva a adottare. Anche qui un compromesso è stato faticosamente trovato attorno all’obiettivo di rispondere alla crisi con quella massa critica di circa 200 miliardi di euro proposti dalla Commissione, ma lasciando che ogni Paese decida sovranamente le misure da adottare, comunque senza eccedere nello sforamento del deficit di bilancio. Sull’argomento si sono affrontati il duo Francia-Regno Unito, favorevoli a un forte intervento pubblico per fare fronte all’emergenza, e la Germania, più preoccupata del rigore di bilancio e della stabilità dell’economia sul medio-lungo periodo.
Come andrà veramente è tutto da vedere, ma si capirà presto. Saranno rivelatori gli “aiuti di Stato” già generosamente attivati per le banche e pronti per l’industria, in particolare quella automobilistica. Qui il rischio è grande di alterare la concorrenza e di saccheggiare i conti pubblici, trasferendone i costi ai contribuenti.
Il Consiglio europeo di Bruxelles ha quindi aperto la strada a una nuova fase dell’economia dell’Ue: non è sicuro che ne abbia rafforzato la dimensione comunitaria e posto le basi per una crescita sostenibile nel tempo in una stagione politica in cui i governi nazionali sono ripiegati sulle difficoltà di casa loro, esposti alla tentazione del “si salvi chi può” mentre incombono scadenze elettorali ravvicinate.

 

clima: sull’accordo Ue giudizi contrastanti

Il Consiglio europeo riunito a Bruxelles nei giorni 11-12 dicembre scorsi ha raggiunto un accordo sulla controversa questione del cosiddetto pacchetto “20-20-20” per contrastare i cambiamenti climatici: mentre però i leader politici hanno mostrato grande entusiasmo, le organizzazioni ambientaliste hanno espresso scetticismo e preoccupazione. Come ampiamente preannunciato, la presidenza di turno francese dell’Ue ha lavorato per giungere comunque a un accordo tra i 27 Stati membri, anche per non chiudere con un fallimento il suo semestre di presidenza. Di fronte alle modifiche richieste da alcuni governi dell’Ue e alle minacce di veto annunciate da Italia e Polonia, la presidenza francese è riuscita a confermare gli obiettivi di fondo, cioè la riduzione del 20% delle emissioni di Co2 e l’aumento del 20% dell’efficienza energetica e dei consumi da fonti rinnovabili entro il 2020. Tuttavia, le modalità per raggiungerli hanno subito profondi cambiamenti rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, con l’esenzione di fatto di vari settori produttivi in molti Paesi e la possibilità di rivedere tutto dopo la Conferenza di Copenaghen del dicembre 2009.

entusiasmo e avvertimenti
Secondo il presidente di turno dell’Ue, Nicolas Sarkozy, si è trattato di un «accordo storico» perché ha confermato l’impegno unitario dell’Ue a favore della salvaguardia ambientale in prospettiva dei negoziati sul post-Kyoto. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha invece avvertito che gli obiettivi del pacchetto clima sono «giuridicamente vincolanti», che eventuali violazioni da parte di uno Stato membro sarebbero sanzionate con l’usuale procedura d’infrazione comunitaria e che la «revisione» del sistema dei diritti di emissione dopo la Conferenza Onu di Copenaghen potrà «solo aumentare la percentuale di emissioni da tagliare entro il 2020, e non ridurla». Il suo ammonimento cerca di calmare gli entusiasmi di quei governi che parlano di «successo» pensando all’ottenuto indebolimento degli impegni a favore dell’ambiente (ogni riferimento al governo italiano non è casuale).

le critiche

Organizzazioni ambientaliste internazionali quali Climate Action Network Europe, Friends of the Earth, Wwf e Greenpeace sono così deluse dal merito dell’accordo raggiunto dal Consiglio europeo che chiedono all’Europarlamento di non ratificarlo. Ritengono infatti che la direttiva per la riduzione delle emissioni dei settori non regolamentati sia «del tutto incompatibile» con l’obiettivo europeo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di +2°C e aggiungono: «Questo è un giorno buio per la politica climatica dell’Europa. I capi di Stato e di governo europei hanno rinnegato le loro promesse e voltato le spalle agli sforzi globali per combattere i cambiamenti climatici».

le altre decisioni

Oltre all’accordo sul pacchetto “clima-energia”, il Consiglio europeo ha dato il via libera al piano anti-recessione proposto dalla Commissione europea che prevede impegni finanziari equivalenti all’1,5% del Pil dell’Ue e ha sbloccato la questione del Trattato di Lisbona, dopo sei mesi di stallo: l’Irlanda si è impegnata a convocare un nuovo referendum dopo quello che nel giugno scorso ha decretato la bocciatura del Trattato, ottenendo in cambio la promessa che il numero dei componenti della Commissione europea resti pari al numero dei Paesi e che sia garantita la non interferenza dell’Ue nella sua neutralità militare, nel diritto di famiglia e nel sistema fiscale.

INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu/ueDocs/cms_Data/docs/pressData/it/ec/104698.pdf

 

varato il piano europeo anti-crisi

Questo periodo eccezionale richiede misure eccezionali. Sono in gioco i posti di lavoro e il benessere dei nostri cittadini. L’Europa deve estendere all’economia reale il suo coordinamento senza precedenti sui mercati finanziari». Con queste parole il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha presentato il 26 novembre 2008 il piano anti-crisi dell’Unione europea, poi approvato dal Consiglio europeo di dicembre.
Un piano «audace, strategico e sostenibile», secondo la Commissione europea, che comprende un incentivo finanziario coordinato pari a circa 200 miliardi di euro o all’1,5% del Pil, con circa 170 miliardi di euro (1,2% del Pil) a livello degli Stati membri, mediante azioni nel quadro dei loro bilanci, e circa 30 miliardi di euro (0,3% del Pil) a livello dell’Ue, mediante azioni nel quadro del bilancio europeo e della Banca europea per gli investimenti (Bei).

tutelare i posti di lavoro

La priorità del piano è «difendere i cittadini europei dalle conseguenze più drammatiche della crisi finanziaria, in quanto lavoratori, famiglie e imprenditori sono i primi a risentirne», sostiene la Commissione. Per questo propone di semplificare i criteri applicati al sostegno del Fondo sociale europeo, riprogrammare la spesa e incrementare i pagamenti degli anticipi dall’inizio del 2009, in modo che gli Stati membri possano avere rapidamente accesso a un importo fino a 1,8 miliardi di euro per rafforzare le politiche attive per il mercato del lavoro, riorientare il sostegno verso le categorie più vulnerabili, intensificare le azioni volte a migliorare le competenze e, ove necessario, optare per un finanziamento comunitario integrale dei progetti durante questo periodo.
Si riesaminerà il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (Feag) per ampliarne il campo di applicazione e consentire interventi più rapidi, affinché il Fondo possa aiutare le persone a conservare il posto di lavoro o a ritrovare un impiego.
Per creare domanda di manodopera, poi, il piano invita gli Stati membri a prendere in considerazione una riduzione dei contributi sociali versati dai datori di lavoro per le persone a più basso reddito e chiede al Consiglio dell’Ue di adottare, prima del Consiglio europeo della primavera 2009, la direttiva proposta per rendere permanenti le aliquote Iva agevolate per servizi ad alta intensità di lavoro.

investimenti intelligenti

Il piano di ripresa comprende proposte di partenariato fra il settore pubblico, attraverso i fondi dell’Ue, della Bei e nazionali, e il settore privato per promuovere le tecnologie pulite attraverso un sostegno all’innovazione, tra cui un’iniziativa europea per le “auto verdi”, con un finanziamento combinato di almeno 5 miliardi di euro, un’iniziativa europea per edifici efficienti sul piano energetico, pari a un miliardo di euro, e un’iniziativa per le “fabbriche del futuro” stimata a 1,2 miliardi di euro.
Massima importanza è attribuita ai cosiddetti «investimenti intelligenti»: secondo la Commissione, investendo di più nell’istruzione, nella formazione e nella riqualificazione si aiutano le persone a conservare il posto di lavoro e a rientrare nel mercato occupazionale, aumentando nel contempo la produttività; investendo nelle infrastrutture e nell’efficienza energetica si mantengono in attività i lavoratori dell’industria edilizia, si risparmia energia e si migliora l’efficienza; investendo nelle auto pulite si contribuisce alla difesa del pianeta e si conferisce alle imprese europee una posizione di primo piano su un mercato altamente competitivo.
Oltre a prevedere un particolare sostegno alle piccole e medie imprese, il piano comprende anche iniziative volte ad applicare le norme sugli aiuti di Stato in modo «flessibile» per affrontare la crisi pur mantenendo condizioni di concorrenza equa: accelerare il processo decisionale, aumento temporaneo della “soglia di sicurezza” per il capitale di rischio a 2,5 milioni di euro, maggiori possibilità per gli Stati membri di garantire i prestiti alle imprese.

accelerare le riforme

Il piano di ripresa, dunque, intende rafforzare e accelerare le riforme già avviate nell’ambito della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione e rilanciare gli sforzi prodigati per affrontare i cambiamenti climatici creando al tempo stesso posti di lavoro. Secondo la Commissione, infatti, riforme strutturali giuste, associate a investimenti intelligenti, aiuteranno gli Stati membri, sulla base dei progressi già compiuti, a migliorare la competitività e a rafforzare la propria posizione onde rimborsare i prestiti contratti e costituire una piattaforma per la crescita sostenibile.
Secondo Barroso il piano di ripresa «può non soltanto salvare nell’immediato i posti di lavoro di milioni di persone, ma anche trasformare la crisi in un’occasione per incentivare una crescita pulita e creare in futuro posti di lavoro più numerosi e di migliore qualità». Il commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, ha invece sottolineato che «il Patto di stabilità e di crescita continua a esistere e non viene messo tra parentesi», anche se in realtà per due anni sarà applicato con molta flessibilità permettendo agli Stati membri di spendere sforando il parametro del 3% tra deficit e Pil, nell’ambito di un percorso concordato con la Commissione e indicando le misure per il rientro del disavanzo.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/focuson/focuson13254_en.htm

 

LA BCE TAGLIA I TASSI DI UN’UE IN RECESSIONE

La Banca centrale europea (Bce) ha deciso all’inizio di dicembre una nuova riduzione del costo del denaro di tre quarti di punto, portandolo così al 2,5%. «Il più grande taglio di sempre» lo ha definito il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, sottolineando le «circostanze eccezionali» in cui è stata presa la decisione. Secondo la Bce, il livello di incertezza resta «eccezionalmente elevato» ed esistono rischi di «un’ulteriore contrazione dell’attività economica», mentre l’inflazione è prevista in calo nei prossimi mesi. Pur constatando un «margine di manovra per le politiche di bilancio» degli Stati membri dell’Ue, la Bce ritiene «essenziale mantenere la disciplina e una prospettiva di medio termine»: è importante infatti «salvaguardare la fiducia dell’opinione pubblica sulla solidità delle politiche di bilancio», attenendosi al Patto di stabilità e crescita e «non andando oltre la flessibilità concessa» ha detto Trichet.
Intanto Eurostat ha pubblicato le nuove stime economiche da cui emerge che il Pil è diminuito dello 0,2% nel terzo trimestre dell’anno sia nell’Ue27 sia nella zona euro: per quest’ultima è quindi confermata la situazione di recessione tecnica, dato che si tratta della seconda diminuzione successiva del Pil dopo quella registrata nel secondo trimestre 2008.
Tecnicamente si trovano in recessione la Germania (-0,5% nel terzo trimestre e -0,4% nel secondo), l’Italia (-0,5% e -0,4%), la Svezia (-0,1% in entrambi i trimestri) e l’Estonia (primo trimestre -0,9%, secondo -0,8%, terzo -1%). Mancano però i dati dell’Irlanda, già in recessione nei primi due trimestri dell’anno (-0,5% nel secondo trimestre e -0,3% nel primo) e della Lettonia (già in recessione nella prima parte dell’anno).
Eurostat segnala inoltre che, nel terzo trimestre dell’anno, le spese per i consumi delle famiglie sono rimaste stabili nella zona euro e aumentate dello 0,1% nell’Ue (dopo il -0,2% e il -0,1% del trimestre precedente); gli investimenti sono calati dello 0,6% nella zona euro e dello 0,8% nell’Ue (-0,9% e -1% nel trimestre precedente); le esportazioni sono cresciute dello 0,4% nella zona euro e dello 0,3% nell’Ue27 (dopo il -0,1% del secondo trimestre in ambo le aree); le importazioni hanno invece registrato un aumento dell’1,7% nella zona euro e dell’1,3% nell’Ue27 (dopo il -0,4% del precedente trimestre).

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

 

programma sindacale per la ripresa europea

Il Piano per la ripresa economica dell’Ue proposto dalla Commissione europea il 26 novembre scorso (vedi pag. precedente) «è un buon punto di partenza, ma con alcune incertezze e con una tiepida accoglienza degli Stati membri» sostiene la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che in una risoluzione ha indicato il suo parere in merito a «un programma per la ripresa europea».
Secondo la Ces, l’intento di stimolare la domanda «è sostanzialmente corretto», essendo urgentemente necessario evitare che l’economia entri in una fase di recessione prolungata, tuttavia i sindacati europei ritengono che l’iniziativa dell’Ue mostri «alcuni limiti evidenti».
Ad esempio, osserva la Ces, la logica del Patto di stabilità e di crescita e il parametro del 3% del deficit continuano ancora a dominare concettualmente, così che gli interventi proposti per rilanciare la domanda pari all’1,2% del Pil europeo «verranno assunti essenzialmente da quegli Stati membri che dispongono delle possibilità fiscali per farlo». Ma, ad eccezione della Germania e dei Paesi scandinavi, non sono molti gli Stati membri in una simile posizione.
Altro limite individuato dalla Ces riguarda «lo squilibrio dell’approccio alla formazione salariale»: i sistemi di formazione salariale dei Paesi con problemi di inflazione e di competitività «sono attualmente sotto attacco, mentre il caso opposto in cui le dinamiche salariali non tengono assolutamente il passo degli sviluppi della produttività viene semplicemente ignorato». Inoltre, la Ces giudica non coerente deregolamentare i mercati del lavoro «quando invece sono i mercati finanziari a necessitare di una ri-regolamentazione».
Se a ciò si aggiunge il fatto che la reazione di alcuni Stati membri è stata «tutt’altro che travolgente», la Confederazione europea dei sindacati ritiene che il piano della Commissione necessiti «di ulteriori sviluppi». La risoluzione della Ces descrive dunque le caratteristiche di un piano «maggiormente coerente» per la ripresa europea e costituisce la base di un intervento comune con la Commissione, il Consiglio e il Vertice sociale tripartito straordinario auspicato dalle parti sociali europee.

intervento europeo necessario
La Ces ritiene fondamentale un coordinamento paneuropeo per impedire che in Europa siano attuati programmi nazionali isolati e per garantire il finanziamento del programma per la ripresa europea, con maggiori possibilità di accesso ai mercati globali del capitale a tassi di interesse più accessibili e mantenendo sotto controllo la concorrenza fiscale. La crisi finanziaria sta facendo sentire i suoi effetti sull’economia reale, osserva la Ces, e la generale stretta creditizia sta causando il crollo della domanda. L’economia è già in recessione e mentre le banche e le famiglie saranno alle prese con l’onere del debito per i prossimi anni, la prospettiva che emerge è quella di una protratta depressione della crescita, cosa che «non farà che alimentare la crisi del settore finanziario».
I tagli dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea (Bce) non sono sufficienti e sono arrivati troppo tardi per poter sostenere l’economia in un difficile 2009, mentre gli stabilizzatori automatici possono attutire solo una parte del colpo inferto all’attività economica. Dunque, sostiene la Ces, per evitare che le aspettative negative si radichino ulteriormente sono necessari interventi urgenti di politica fiscale. «Le massicce ristrutturazioni dell’occupazione e la disoccupazione crescente alimenteranno aspettative ancora più pessimistiche le quali, a loro volta, accelereranno il crollo della domanda, in un contesto in cui la disinflazione finirà per trasformarsi in deflazione» sostiene la Ces, secondo cui «per arginare l’ondata recessiva che si sta alimentando devono essere messe in atto rapidamente politiche dal lato della domanda».

risorse umane, innovazione e sviluppo sostenibile
Il Piano per la ripresa europea, secondo la Ces dovrà basarsi su interventi di emergenza nel brevissimo periodo, per evitare il collasso dell’economia, e su investimenti in un «New Deal verde» per trascinare l’economia verso la ripresa. Vari gli interventi richiesti nel breve periodo, basati sull’adozione rapida e massiccia di politiche del mercato del lavoro nella misura dell’1% del Pil, con diversi obiettivi: rafforzare le indennità di disoccupazione; migliorare la sicurezza per i lavoratori maggiormente flessibili, garantendo loro ulteriori indennità di disoccupazione sotto forma di importi versati una tantum o come bonus “occupazione” che i soggetti disoccupati potrebbero utilizzare per finanziare la ricerca di un nuovo posto di lavoro; sostenere la flessicurezza interna, promossa da un lato attraverso una forte protezione del posto di lavoro, dall’altro attraverso la cassa integrazione finanziata tramite il sistema previdenziale (i lavoratori mantengono il posto, lavorano part time con relativa riduzione dei salari che sono integrati con i sussidi di disoccupazione); investire in competenze e apprendimento lungo tutto l’arco della vita; adottare «programmi lavoro» per incrementare l’occupazione nel settore dell’economia sociale; rafforzare il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, trasformandolo in un fondo di assistenza e supporto «per tutti i lavoratori colpiti dalla prospettiva della perdita del posto di lavoro».

evitare ricadute sui salari
Crescita e posti di lavoro non sono gli unici elementi a dover sopportare gli effetti della crisi, sostiene la Ces secondo cui c’è il rischio che le dinamiche salariali possano giungere a minacciare la stessa stabilità dei prezzi, spingendoli al ribasso. Per creare un’ulteriore garanzia contro la deflazione e per evitare l’effetto a cascata di una spirale salariale al ribasso, «la Commissione dovrebbe basare le proprie scelte sulle linee guida già esistenti e integrate nella Strategia di Lisbona con l’obiettivo di proporre un nuovo processo politico: gli Stati membri, di concerto con le parti sociali nazionali, dovrebbero essere invitati a formulare politiche che istituiscano o rafforzino un minimo salariale con dinamiche salariali in linea con gli incrementi di inflazione tendenziale e produttività tendenziale».
Ciò, secondo i sindacati europei, implicherebbe che: ogni Paese istituisca un minimo salariale all’estremo più basso del mercato del lavoro, rimuovendo dal mercato la concorrenza basata su salari di povertà; i contratti collettivi abbiano un’ampia diffusione; la gerarchia della contrattazione collettiva venga generalmente rispettata; le condizioni salariali e occupazionali stabilite nei contratti collettivi e/o nel diritto del lavoro vengano rispettate e attuate nella pratica. Obiettivi raggiungibili con strumenti quali i salari minimi garantiti, i redditi minimi stabiliti nei programmi di previdenza sociale, il sostegno per una maggiore sindacalizzazione, l’allargamento giuridico della contrattazione collettiva e gli appalti pubblici che promuovano i contratti collettivi.

garantire i diritti dei lavoratori

Secondo la Ces, «la risposta giusta per combattere con efficacia la crisi economica e l’ulteriore frammentazione del mercato del lavoro sta nel rafforzamento dei diritti dei lavoratori». In conseguenza della crisi si preannunciano piani di ristrutturazione in numerose imprese, mentre il lavoro temporaneo e i contratti a tempo determinato vengono tagliati rapidamente. Piuttosto che riforme strutturali che promuovano licenziamenti facili e prolungamento dell’orario di lavoro (come la direttiva sull’orario di lavoro, vedi inserto), «sono necessarie riforme che forniscano alle imprese incentivi per sviluppare politiche incentrate sulla promozione della formazione interna e sulla flessibilità funzionale interna, con l’obiettivo di promuovere la creazione di posti di lavoro stabili» sostiene la Ces, secondo cui devono anche essere rafforzati i diritti di partecipazione dei lavoratori (come nel caso dei Cae) per permettere la gestione del cambiamento e il miglioramento delle condizioni di lavoro, e di conseguenza della produttività.
INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

 

CES: POLITICA INDUSTRIALE COERENTE E SVILUPPO SOSTENIBILE

Secondo la Ces, la crisi finanziaria e la crisi dell’economia reale sollevano anche la questione specifica del ruolo e del futuro dell’industria in Europa. L’industria europea rappresenta il 20% del Pil e contribuisce direttamente con 40 milioni di posti di lavoro. La crisi economico-finanziaria minaccia questi posti di lavoro oltre ad altri milioni di posti che dipendono dall’industria europea. Gli standard ambientali europei sono tra i più severi al mondo, così tanto da costituire punti di riferimento per le future misure a carattere globale. Le imprese europee che operano nei mercati internazionali sono già esposte a forti pressioni competitive in conseguenza delle normative ambientali dell’Ue, oltre a numerose altre fonti di pressione. Tuttavia l’elemento positivo, osserva la Ces, è che la ricerca e lo sviluppo, l’innovazione tecnologica e la reazione delle imprese alle norme ambientali in Europa in relazione ai cambiamenti climatici e ad altre tematiche hanno messo in moto una nuova dinamica.
La Commissione europea ha riconosciuto parte di questa nuova dinamica per una transizione verso un’economia basata in minore misura sull’utilizzo dei combustibili fossili, sottolineando invece l’utilizzo di sistemi e tecnologie pulite e di prodotti ecologici. I consumatori richiedono comunque di muoversi in questa direzione e sempre di più sceglieranno tecnologie più pulite. La Ces ha ottenuto l’impegno della presidenza francese dell’Ue per l’istituzione di un Comitato consultivo delle parti sociali sul cambiamento climatico. Se il riscaldamento del pianeta deve essere mantenuto entro i 2°C da qui al 2050, come accettato dall’Ue, «un tale approccio concertato risulta essenziale per operare questa transizione» osserva la Ces, secondo cui «si tratta di esaminare come dare attuazione a misure difficili, incluse ad esempio quelle che influenzano l’occupazione. Su questo punto l’Europa ha l’obbligo di dare un segnale».
I sindacati europei dichiarano quindi il loro forte sostegno all’iniziativa “Green Cars” (auto verdi), al programma europeo per l’efficienza energetica in edilizia e alle “fabbriche del futuro” per la ricerca e lo sviluppo, perché «per conseguire l’obiettivo dei 2°C è necessario creare una produzione e un consumo entrambi sostenibili». Secondo la Ces, usciti dalla crisi potrà emergere una nuova visione, che costituirà parte integrante del “New Deal verde”, un pacchetto degno del ventunesimo secolo.
Fonte: Ces, “Risoluzione su un programma per la ripresa europea”

 

mobilità dei lavoratori positiva per l’Ue

In seguito ai due recenti allargamenti dell’Unione europea (2004 e 2007), i «lavoratori mobili» dei nuovi Stati membri hanno avuto un impatto positivo sull’economia dei Paesi dell’Ue in cui si sono recati e non hanno causato gravi turbative ai loro mercati del lavoro.
Lo rileva una Relazione della Commissione europea, pubblicata nel novembre scorso, che sottolinea come sia per l’Ue nel suo insieme sia per la maggior parte dei suoi Stati membri questi flussi di manodopera sono stati «limitati rispetto alle dimensioni dei mercati del lavoro e agli afflussi da Paesi terzi». In generale, comunque, secondo la Commissione i lavoratori dei Paesi Ue-8 (cioè i 10 nuovi Stati membri del 2004 tranne Cipro e Malta) come anche quelli della Bulgaria e della Romania hanno recato un «contributo importante per assicurare una crescita economica sostenuta senza penalizzare in modo significativo i lavoratori locali e senza determinare un dumping salariale». Essi hanno recato negli ultimi anni benefici ad una crescita economica sostenuta, permettendo di risolvere carenze di manodopera e senza comportare oneri eccessivi per il sistema di welfare. Così come «vi sono ben poche prove» del fatto che i lavoratori dei nuovi Stati membri abbiano soppiantato i lavoratori locali o abbiano comportato un sensibile dumping dei salari persino nei Paesi in cui gli afflussi sono stati maggiori, «anche se in certi settori specifici vi sono stati problemi temporanei di adattamento».

flussi in diminuzione

La Relazione indica che la quota media della popolazione costituita dai cittadini dei Paesi che hanno aderito all’Ue nel 2004 e che vivono nei “vecchi” 15 Stati membri è passata dallo 0,2% del 2003 allo 0,5% di fine 2007, mentre la quota di bulgari e rumeni che vivono nell’Ue-15 è passata dallo 0,2% allo 0,5%. La maggior parte dei lavoratori mobili provenienti dai nuovi Stati entrati nell’Ue nel 2004 (soprattutto polacchi, lituani e slovacchi) si è recata in Irlanda e nel Regno Unito, mentre la Spagna e l’Italia hanno costituito le principali destinazioni dei rumeni. Inoltre, molti lavoratori mobili dell’Ue vanno in un altro Stato membro su base temporanea ma non intendono rimanervi in permanenza, mentre gli attuali sviluppi dell’economia e il probabile declino nella domanda di manodopera potrebbero ridurre i flussi di lavoratori nell’Ue e aumentare le migrazioni di ritorno.
In pratica, suggerisce la Relazione, la libera mobilità della manodopera tende ad autoregolarsi con flessibilità in entrambe le direzioni: i lavoratori vanno dove c’è domanda di lavoro e molti vanno via quando le condizioni occupazionali diventano meno favorevoli.

rivedere i limiti alla circolazione

Sulla base di tali motivazioni, la Commissione invita gli Stati membri a «riesaminare» le restrizioni alla libera circolazione al fine di valutare se siano ancora necessarie, perché l’eliminazione di tali restrizioni «non sarebbe solo opportuna sul piano economico, ma contribuirebbe anche a ridurre problemi quali il lavoro non dichiarato e il lavoro autonomo fittizio».
Va ricordato che il 31 dicembre 2008 è scaduta la prima fase di disposizioni transitorie che consentono agli Stati membri di limitare temporaneamente il libero accesso dei lavoratori bulgari e rumeni, restrizioni introdotte nel gennaio 2007 da 15 Stati membri su 25 (tranne Finlandia, Svezia, Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia e Slovacchia). Per i Paesi entrati nell’Ue nel 2004 (tranne Cipro e Malta), invece, la seconda fase delle disposizioni transitorie scadrà nell’aprile 2009: quattro Stati membri (Germania, Austria, Belgio e Danimarca) continuano a limitare in diversa misura l’accesso di questi lavoratori, ma dopo il 30 aprile 2009 le restrizioni potranno essere mantenute solo in caso di grave turbativa (o di minaccia di grave turbativa) del mercato del lavoro.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=508&langId=en

 

MOLTI STATI MEMBRI NON APPLICANO LA DIRETTIVA DEL 2004

Il recepimento della direttiva europea (2004/38/CE) sul diritto dei cittadini dell’Ue e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente sul territorio degli Stati membri «è nel complesso piuttosto deludente» secondo il monitoraggio svolto dalla Commissione europea. La Relazione sull’applicazione della direttiva, resa nota dall’esecutivo europeo il 10 dicembre scorso, evidenzia infatti come solo Cipro, Grecia, Finlandia, Portogallo, Malta, Lussemburgo e Spagna abbiano adottato correttamente oltre l’85% delle disposizioni, mentre in Austria, Danimarca, Estonia, Slovenia e Slovacchia il recepimento è corretto per meno del 60% di tali disposizioni. Il problema, osserva la Relazione, è attenuato dal fatto che in numerosi casi le disposizioni recepite in modo scorretto sono poi applicate correttamente dai giudici e dalle autorità nazionali, malgrado manchino chiari orientamenti scritti per l’esercizio del potere discrezionale giudiziario e amministrativo in questo settore.
Le violazioni dei diritti dei cittadini dell’Ue nell’esercizio della libera circolazione sul territorio dell’Unione riguardano soprattutto il diritto di ingresso e soggiorno dei familiari che sono cittadini di Paesi terzi e l’obbligo per i cittadini dell’Ue di presentare a sostegno della domanda di soggiorno documenti non previsti dalla direttiva. La Commissione ricorda che spetta agli Stati membri assicurare che siano rispettati i diritti dei cittadini dell’Ue e che questi siano informati dei loro diritti. «La libera circolazione delle persone è una delle libertà fondamentali del mercato interno, a beneficio dei cittadini dell’Ue, degli Stati membri e della competitività dell’economia europea. Se la legislazione europea in questo settore è attuata in modo carente, il rischio è che siano violati i principi che formano le fondamenta stesse della costruzione europea. Ecco perché la Commissione intende moltiplicare gli sforzi affinché i cittadini dell’Ue e le loro famiglie fruiscano realmente e pienamente dei diritti conferiti dalla direttiva» ha dichiarato Jacques Barrot, commissario europeo  responsabile per Giustizia, Libertà e Sicurezza, annunciando che la Commissione farà ampio uso dei poteri che il Trattato le conferisce, avviando se necessario procedimenti d’infrazione, fornendo orientamenti agli Stati membri e garantendo informazioni ai cittadini.
Per offrire informazioni e assistenza, nella prima metà del 2009 saranno pubblicate delle linee direttive sulle molteplici difficoltà emerse a livello di recepimento o applicazione della direttiva, mentre la Commissione incoraggerà e sosterrà gli Stati membri nel lancio di campagne di sensibilizzazione destinate a informare i cittadini dell’Ue sui diritti di cui godono in forza della stessa direttiva.

INFORMAZIONI: http://europa.eu/scadplus/leg/it/lvb/l33152.htm

 

ANCHE LA SVIZZERA NELL’AREA SCHENGEN

La Svizzera è diventato il 25° Stato membro del cosiddetto spazio Schengen, cioè l’area di libera circolazione che ha abolito le frontiere interne e che comprende tutti i 15 “vecchi” Paesi dell’Ue più, dal dicembre 2007, 9 nuovi Stati membri: restano per ora esclusi Bulgaria, Romania e Cipro. Si tratta di un momento storico nei rapporti tra Svizzera e Ue, giunto dopo anni di negoziati grazie al decreto federale con cui nel giugno scorso la Confederazione elvetica ha approvato il rinnovo dell’accordo tra la Svizzera e l’Ue sulla libera circolazione delle persone e la sua estensione a Bulgaria e Romania. Oltre allo spazio Schengen la Svizzera accede anche al cosiddetto sistema di Dublino, cioè il processo che dovrebbe portare a un sistema europeo comune in materia di asilo e di protezione di rifugiati e richiedenti asilo.
L’accordo sulla libera circolazione fa parte del primo pacchetto di accordi bilaterali che la Svizzera ha sottoscritto con l’Ue nel 1999 (il secondo è del 2004 e contiene l’adesione a Schengen), che comprende anche il commercio, l’agricoltura, i trasporti aerei e terrestri, gli appalti pubblici e la ricerca scientifica, nonché una clausola secondo cui se anche un solo capitolo non viene rinnovato decadono tutti. L’ingresso della Svizzera nell’area Schengen è dunque fortemente vigilato e potrebbe durare poco: nel febbraio prossimo la popolazione svizzera sarà chiamata a pronunciarsi tramite referendum sul decreto federale adottato nel giugno 2008 e, se vincesse il “no”, la Svizzera rischierebbe di uscire da Schengen pochi mesi dopo esserci entrata. Anche se l’esito negativo pare poco probabile, pesa il fatto che la consultazione popolare è stata promossa dalle forze politiche cosiddette euroscettiche, dall’estrema destra e dal primo partito della Confederazione: quell’Udc che alle ultime elezioni ha ottenuto il 27% dei consensi e che nelle ultime settimane si è schierato ufficialmente per il “no” alla proroga degli accordi bilaterali con l’Ue sulla libera circolazione per il timore che il Paese diventi oggetto di forti flussi di immigrazione.

INFORMAZIONI: http://europa.eu/scadplus/leg/it/s17000.htm

 

ALLARGAMENTO: 2009 ANNO DEI BALCANI OCCIDENTALI

«Mi compiaccio per i passi avanti compiuti dai Paesi dei Balcani occidentali. Il processo di avanzamento verso l’adesione all’Ue può essere accelerato, sempre che risultino soddisfatte le necessarie condizioni» ha detto il commissario europeo per l’Allargamento, Olli Rehn, presentando il documento di strategia annuale adottato dalla Commissione europea nel novembre scorso.
I Paesi candidati potenziali che dimostrano di essere pronti potranno vedersi riconoscere lo status di candidati, ha aggiunto Rehn, rendendo nota l’intenzione di approntare uno studio di fattibilità per preparare il futuro europeo del Kosovo. Per quanto riguarda i progressi ottenuti nell’ultimo anno nella strategia di allargamento, secondo il Rapporto la Croazia potrà entrare nella fase finale dei negoziati di adesione entro la fine del 2009 se riuscirà a rispettare le condizioni richieste. Il Paese è sollecitato a progredire sulla strada delle riforme, soprattutto per adeguare il sistema giudiziario e affrontare la «grave sfida» della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata.
Quanto alla Turchia, i negoziati di adesione proseguiranno di pari passo con l’andamento del processo di riforma nel Paese: «La Turchia riveste un’importanza strategica capitale per l’Ue e mi felicito per il ruolo costruttivo da essa svolto nella crisi del Caucaso. Sul fronte interno, nel 2008 il Paese si è confrontato con forti tensioni politiche ma è giunto ora il momento di rilanciare lo sforzo riformatore».
L’ex Repubblica iugoslava di Macedonia ha proseguito nella riforma del settore giudiziario e nell’adempimento degli obblighi derivanti dall’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), tuttavia è chiamata a migliorare il dialogo politico e democratico nonché a un ulteriore impegno nella lotta alla corruzione, nella riforma della funzione pubblica, nel miglioramento del clima commerciale e della politica occupazionale. In Albania, Montenegro e Bosnia-Erzegovina procede l’attuazione degli accordi interinali e vengono compiuti progressi nei principali ambiti di riforma: «Questi Paesi devono ancora impegnarsi per consolidare lo Stato di diritto e per potenziare la capacità esecutiva. In particolare, l’Albania dovrà provvedere all’adeguata preparazione e al corretto svolgimento delle elezioni politiche del 2009. Il Montenegro dovrà continuare con determinazione la riforma del settore giudiziario. In Bosnia-Erzegovina occorre raggiungere il consenso politico necessario per realizzare le riforme, soprattutto affinché il Paese assuma una maggiore titolarità del proprio governo» osserva il Rapporto.
La Serbia, poi, potrebbe ottenere lo status di candidato nel 2009 se continuerà i progressi fin qui conseguiti collaborando con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e realizzando passi avanti nei maggiori ambiti di riforma connessi allo Stato di diritto e all’economia. Infine il Kosovo: nell’autunno 2009 la Commissione presenterà uno studio di fattibilità per valutare come conseguire progressi nello sviluppo politico e socioeconomico del Paese e per esaminare in che modo esso potrà progredire, in quanto parte della regione, verso l’integrazione all’Ue.
La Commissione, che nel corso del 2009 potrebbe proporre di sopprimere l’obbligo di visto per i Paesi dei Balcani occidentali se saranno soddisfatte le condizioni stabilite, ritiene che l’allargamento, oltre a favorire gli interessi strategici dell’Ue in termini di stabilità, sicurezza e prevenzione dei conflitti, abbia contribuito ad aumentare la prosperità e le opportunità di crescita, a migliorare i contatti con rotte energetiche e di trasporto di capitale importanza e a conferire all’Ue un peso maggiore sulla scena mondiale.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement

 

quasi mezzo miliardo gli abitanti dell’Ue

La popolazione dell’Ue è cresciuta del 4,4‰ nel corso del 2008 e all’inizio del 2009 si avvicinerà al mezzo miliardo di persone (499,7 milioni), dei quali 328,6 milioni nella zona euro compresa la Slovacchia che vi entrerà il 1° gennaio.
È quanto risulta dalle stime demografiche presentate da Eurostat il 15 dicembre scorso, che rilevano come nel 2008 la crescita naturale negli Stati membri dell’Ue sia stata dell’1,1‰ mentre il saldo migratorio del 3,3‰, per un aumento complessivo di circa 2,2 milioni di persone. Tre quarti dell’incremento della popolazione dell’Ue nel 2008 sono quindi dovuti all’immigrazione, soprattutto in Irlanda (+14,1‰), Slovenia (+12,6‰), Lussemburgo (+11,9‰), Cipro (+11,7‰) e Spagna (+10,2‰).
L’Irlanda si conferma primo Paese dell’Ue anche per quanto concerne il tasso di natalità (18,1‰), seguita da Regno Unito (13‰), Francia (12,9‰), Estonia (12,2‰), Svezia (11,9‰) e Danimarca (11,8‰), tutti al di sopra della media europea che è del 10,8‰. L’Italia presenta invece un tasso di natalità tra i più bassi dell’Ue, insieme al Portogallo (entrambi al 9,6‰), alla Bulgaria (9,4‰), Malta e Austria (entrambi al 9,2‰) e Germania (8,3‰). Conseguentemente, il tasso naturale di crescita più elevato riguarda nettamente l’Irlanda (+12‰), seguita a distanza da Francia, Lussemburgo, Cipro e Regno Unito (con tassi compresi tra il +4,5‰ e il +3,6‰), mentre 8 Stati membri hanno registrato nel 2008 un tasso negativo.
Complessivamente, dunque, la popolazione è aumentata in 20 Paesi dell’Ue e diminuita in 7, con differenze notevoli tra gli Stati membri: all’elevato incremento relativo dell’Irlanda (+26,1‰) e a quelli significativi di Lussemburgo (+16,2‰), Cipro (+15,5‰), Slovenia (+13,5‰) e Spagna (+12,5‰), si contrappongono i decrementi di Bulgaria (-5.0‰), Lituania (-4.8‰) e Lettonia (-4.3‰). L’Italia, con una crescita del 7,9‰, all’inizio del 2009 supererà i 60 milioni di abitanti.

INFORMAZIONI:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu

tendenze demografiche: più anziani, meno lavoratori

È stato presentato nel corso del secondo Forum europeo sulla demografia, a Bruxelles il 25 novembre scorso, l’European Demography Report redatto dalla Commissione europea, che mette in luce le priorità cui devono far fronte gli Stati membri dell’Ue per affrontare le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione europea.
Secondo il Rapporto, mentre nella passata decade la popolazione in età lavorativa (20-59 anni) e quella ultrasessantenne sono aumentate entrambe in media di 1-1,5 milioni all’anno, le proiezioni per i prossimi 25 anni mostrano un aumento del numero di ultrasessantenni stimabile in circa due milioni ogni anno e una crescita della popolazione in età lavorativa che si fermerà in sei anni per poi contrarsi di oltre un milione all’anno.

gli anziani non lavorano

Nonostante ciò, sottolinea lo studio della Commissione europea, nel 2007 solo il 50% degli uomini e il 40% delle donne nell’Ue lavorava ancora all’età di 60 anni, tanto che nella maggior parte degli Stati membri il tasso di occupazione per la fascia d’età 55-64 anni resta decisamente inferiore all’obiettivo del 50% definito dalla Strategia di Lisbona, anche se rispetto al 2000 si registra un incremento del 10% di questo tasso. Tra gli over 65, invece, l’attività lavorativa resta piuttosto rara: solo il 13% degli uomini e il 7% delle donne lavora tra i 65 e i 69 anni nell’Ue, soprattutto part time (47% degli uomini e 61% delle donne ancora in attività).

famiglie in trasformazione

D’altro canto, il Rapporto rileva anche profondi cambiamenti nella vita delle famiglie europee. Ad esempio, l’età media delle donne che si sposano è passata negli ultimi 15 anni da 24,8 anni a 27,4, per gli uomini è salita da 27,5 a 29,8 anni, mentre una percentuale crescente di matrimoni riguarda oggi partner di nazionalità diverse: 12-15% in Germania e Francia, circa il 20% in Belgio e Austria, 25-30% in Estonia, Lussemburgo e Cipro. In molti Paesi dell’Ue è poi più che raddoppiato il numero di divorzi negli ultimi 30 anni, diventata pratica comune la convivenza non matrimoniale e quindi aumentata significativamente la percentuale di figli di coppie non sposate: 25-50% dei bambini nella maggior parte degli Stati membri dell’Ue.

migliora l’occupazione femminile

Altra tendenza evidente mostrata dal Rapporto è l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, con una differenza dei tassi di occupazione tra uomini e donne passata in 15 anni dal 32% al 16%, nonostante resistano le difficoltà di conciliare vita familiare e vita professionale che ostacolano l’attività lavorativa per le donne: i Paesi europei che presentano i più alti tassi di occupazione femminile sono anche quelli dove si registrano i più elevati tassi di fertilità. Secondo un sondaggio pubblicato dalla Commissione europea su quale sia il fattore più importante per conciliare vita professionale e familiare, il 42% dei cittadini ritiene che la disponibilità di orari di lavoro flessibili sia la prima misura da adottare, seguita (21%) da una maggior disponibilità di servizi di assistenza all’infanzia.

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/social

 

EUROPARLAMENTO: INNALZARE L’ETÀ PENSIONABILE

Innalzare l’età pensionabile e ridurre le imposte sul lavoro, queste le azioni prioritarie proposte dal Parlamento europeo il 20 novembre scorso per fronteggiare l’invecchiamento della popolazione europea. L’Europarlamento ha invitato gli Stati membri ad ammodernare i sistemi di protezione sociale e i regimi pensionistici per garantirne la sostenibilità nonché di mettere a punto un mercato europeo in questo campo.
Il concetto di previdenza sociale «non è inteso come rapporto costi-benefici», bensì come «contratto sociale da cui derivano diritti e doveri sia per il cittadino sia per lo Stato, e come tale dovrebbe essere trattato» sostiene il Parlamento europeo, sottolineando però come gli aspetti di bilancio della previdenza sociale «non devono in alcun caso essere trascurati». Anche perché, osserva l’Europarlamento, la spesa dell’Ue destinata alla protezione sociale ammonta al 27,2% del Pil europeo (dati 2008), la cui quota principale serve a finanziare le prestazioni di vecchiaia e le pensioni (46%). Mentre, secondo le proiezioni, il rapporto fra le persone con più di 65 anni e quelle in età lavorativa passerà da 1 a 4 del 2005 a 1 a 2 nel 2050.
Il Parlamento sottolinea quindi la necessità di discutere a livello nazionale un innalzamento delletà pensionabile prevista dalla legge. A suo parere, infatti, è necessario che i lavoratori «siano incoraggiati a continuare a svolgere la propria attività su base volontaria e finché le condizioni lo permettano, fino all’età legale o anche oltre». Invita quindi gli Stati membri a creare incentivi finanziari e sociali «che stimolino i lavoratori a proseguire volontariamente l’attività lavorativa anche dopo il raggiungimento dell’età pensionabile prevista dalla legge». Le parti sociali, invece, sono esortate a negoziare misure ad hoc per ciascun settore in relazione sia all’invecchiamento dei lavoratori sia a una politica del personale attenta agli aspetti legati all’età.
Deve essere mantenuto l’equilibrio fra l’attuabilità economica dei sistemi previdenziali e di sicurezza sociale, da un lato, e la copertura dei rischi sociali, dall’altro, osserva l’Europarlamento, rilevando che la normativa dell’Ue sul lavoro dovrebbe potenziare i contratti di lavoro a tempo indeterminato come forma predominante di occupazione pur riconoscendo che è necessario tutelare i diritti dei lavoratori con altre forme di occupazione. Al fine di aumentare la competitività delle economie degli Stati membri e di offrire ulteriori incentivi al lavoro sarebbe importante limitare il ricorso alle imposte sul lavoro, suggerisce il Parlamento europeo, così come ritiene necessario che gli Stati membri assicurino la sostenibilità delle finanze pubbliche, in modo da far fronte alla crescente pressione esercitata dall’invecchiamento della popolazione e includere nei loro bilanci annuali un fondo per il pagamento delle pensioni future.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

Carta blu e modifiche al sistema d’asilo

Accogliendo favorevolmente a fine novembre scorso le due proposte legislative sul rilascio della Carta blu europea per i lavoratori non comunitari altamente qualificati, l’Europarlamento ha chiesto tuttavia di evitare la “fuga di cervelli” da Paesi terzi, di garantire parità di trattamento e di dare comunque priorità ai lavoratori comunitari. Con la premessa che l’Ue deve garantire «l’equo trattamento» dei cittadini immigrati da Paesi terzi che vi soggiornano legalmente e che una politica d’integrazione «più incisiva» dovrebbe mirare a garantire loro «diritti e obblighi analoghi a quelli dei cittadini dell’Ue», i deputati europei hanno proposto alcuni emendamenti rispetto alla proposta di direttiva della Commissione europea.
Ad esempio l’estensione della Carta ai cittadini di Paesi terzi che già soggiornano legalmente in uno Stato membro dell’Ue in virtù di altri regimi, ma non ai richiedenti asilo, agli stagionali, ai ricercatori, ai beneficiari dello status di soggiornante di lungo periodo in uno Stato membro, né coloro che entrano nell’Ue in base a un accordo internazionale (lavoratori trasferiti nell’ambito di una società multinazionale). Secondo i deputati europei, poi, la validità della Carta deve essere inizialmente di tre anni (contro i due proposti dalla Commissione) e deve poter essere rinnovata per almeno due anni, mentre la Carta blu autorizza il titolare a entrare, rientrare e soggiornare nel territorio dello Stato membro che l’ha rilasciata e a passare attraverso il territorio di altri Stati membri.
Un altro emendamento chiede ai Paesi dell’Ue di non cercare di attirare i lavoratori altamente qualificati in settori che sono già, o si prevede che saranno, soggetti a una carenza di personale nei Paesi terzi, con particolare riferimento al settore sanitario e al settore dell’istruzione. Secondo l’Europarlamento è anche necessario applicare il principio della “parità di retribuzione per pari lavoro”, così da garantire ai cittadini di Paesi terzi lo stesso trattamento di cui godono i cittadini nazionali. Prima di decidere in merito a una domanda di Carta blu, gli Stati membri possono esaminare la situazione del loro mercato del lavoro e applicare procedure relative ai requisiti per la copertura di posti vacanti, ma «devono considerare in via prioritaria i cittadini dell’Ue», sostengono gli eurodeputati, e possono dare la preferenza a cittadini di Paesi terzi nei casi previsti dalla legislazione comunitaria.
Essere altamente qualificati professionalmente non costituisce però una garanzia di pari trattamento per gli immigrati, come sottolineano gli autori dell’ultimo Rapporto redatto dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse): «Tutti i Paesi tendono ad attirare manodopera straniera qualificata, ma poi noi verifichiamo che in molte realtà più gli stranieri sono qualificati e più rischiano di essere discriminati». Oltre al problema della “tratta dei cervelli”, l’Ocse sottolinea poi quello delle rimesse finanziarie in un momento di crisi economica come l’attuale: molti Paesi d’origine dei migranti puntano infatti sulle rimesse dei loro lavoratori, quasi considerandole fondi pubblici da utilizzare per il welfare, ma con la crisi a una richiesta crescente da parte di questi Paesi corrisponderà probabilmente una diminuzione delle rimesse. L’Ocse stima inoltre che nei prossimi dieci anni aumenteranno di almeno il 10% anche i flussi di lavoratori migranti poco o nulla qualificati.

proposte modifiche al sistema comune d’asilo

In materia d’asilo, invece, a inizio dicembre la Commissione europea ha adottato le proposte di modifica di tre degli strumenti legislativi del sistema comune europeo: la direttiva sull’accoglienza dei richiedenti asilo, il regolamento Dublino che stabilisce lo Stato competente per l’esame delle domande e il regolamento che istituisce la banca dati Eurodac. Si tratta delle prime proposte concrete presentate dalla Commissione per attuare il Piano strategico sull’asilo e il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, con l’intenzione di «mettere i richiedenti asilo al centro di una procedura umana ed equa, assicurando norme di protezione più elevate, condizioni più eque e un sistema più efficace» come dichiara Jacques Barrot, commissario europeo responsabile per Libertà, Sicurezza e Giustizia. Attualmente nell’Ue esistono grandi disparità tra Stati membri nell’accoglienza dei richiedenti asilo e faglie nel sistema che provocano il cosiddetto “asylum shopping”, cioè la richiesta di protezione in vari Paesi oppure dove si sa che è accolta più facilmente (ad esempio, un iracheno ha il 75% di possibilità di ottenere lo status di rifugiato in Germania ma solo il 2% in Grecia). Le nuove norme dovrebbero inoltre favorire il “burden sharing”, cioè la condivisione dell’accoglienza tra gli Stati membri dell’Ue.
La proposta sulla direttiva accoglienza si pone tre obiettivi principali: fare in modo che il trattenimento sia applicato solo in circostanze eccezionali e prevedere garanzie giuridiche che ne impediscano l’applicazione arbitraria, garantendo che i minori non possano essere trattenuti se non nel loro interesse; garantire che siano stabiliti i meccanismi per individuare tempestivamente i richiedenti asilo con esigenze particolari per offrire loro un trattamento appropriato; agevolare l’accesso al mercato del lavoro e fare in modo che le limitazioni applicate dagli Stati membri non ostacolino l’accesso effettivo all’occupazione.
Per quanto concerne il regolamento Dublino, invece, la proposta stabilisce un meccanismo di sospensione dei trasferimenti per evitare che gli Stati membri i cui sistemi di asilo risultano più sollecitati siano sottoposti a un onere eccessivo; inoltre garantisce che i richiedenti asilo non siano inviati negli Stati membri che non possono offrire loro un adeguato livello di protezione, introduce garanzie supplementari per impugnare una decisione di trasferimento e facilita il ricongiungimento familiare.

comunitari il 40% dei migranti nell’Ue

Sempre in dicembre, Eurostat ha pubblicato uno studio basato sui dati dell’immigrazione nell’Ue nel 2006, da cui emerge che circa il 40% dei cittadini stranieri immigrati nei 27 Stati membri proviene da altri Paesi membri, mentre il restante 60% è diviso più o meno equamente tra cittadini europei extracomunitari, asiatici, americani e africani. Dei circa tre milioni di stranieri immigrati regolarmente nei 27 Stati membri nel 2006, infatti, 1,2 milioni erano cittadini comunitari provenienti da altri Stati membri e 1,8 milioni cittadini extracomunitari. Il gruppo più numeroso di immigrati a livello comunitario proveniva dalla Polonia (circa 290.000 persone), seguito da quelli costituiti da cittadini di Romania (circa 230.000), Marocco (circa 140.000), Regno Unito, Ucraina e Cina (circa 100.000 ognuno) e Germania (circa 90.000).
Sempre nel 2006 la Spagna era lo Stato membro che registrava il maggior numero di immigrati stranieri (803.000 persone), seguita da Germania (558.500) e Regno Unito (451.700), tre Paesi che insieme hanno ricevuto circa il 60% di tutte le persone immigrate nell’Ue. L’Italia era al quarto posto con 392.800 immigrati, ma Eurostat sottolinea come il dato italiano sottoposto a comparazione europea sia relativo al 2003.
Per quanto riguarda invece l’incidenza degli immigrati sulla popolazione totale, al primo posto si trova il Lussemburgo (28,8 immigrati stranieri per 1000 abitanti), seguito da Irlanda (19,6‰), Cipro (18,7‰), Spagna (18,1‰) e Austria (10,3‰), a fronte di una media Ue del 6,2‰. Anche in questo caso il dato italiano, 6,8‰, riguarda il 2003 e quindi risulta poco aggiornato.
In 17 Paesi dell’Ue su 24 per i quali sono disponibili i dati, la maggior parte degli immigrati stranieri nel 2006 era di cittadinanza non comunitaria, con le percentuali più elevate di extracomunitari sulla popolazione immigrata registrate in Slovenia (90%), Romania (86%), Portogallo (84%) e Repubblica Ceca (83%). Viceversa, in sette Stati membri la maggior parte di immigrati era costituita da cittadini dell’Ue, e cioè in Lussemburgo (84%), Irlanda (77%), Germania (57%), Ungheria e Slovacchia (54%), Austria (53%) e Belgio (51% ma riferito al 2003).

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/index_en.htm

 

colmare la disparità salariale tra donne e uomini

Nell’Ue le donne continuano a guadagnare in media il 15% in meno degli uomini e fino al 25% in meno nel settore privato, un divario che «non tende a ridursi in modo significativo» secondo il Parlamento europeo che, con una risoluzione adottata il 18 novembre scorso, chiede alla Commissione di presentare entro la fine del 2009 delle proposte legislative per garantire la parità retributiva. Il divario nella disparità retributiva di genere varia sensibilmente tra gli Stati membri dell’Ue, da un minimo del 4% a un massimo del 25%, ma in generale l’Europarlamento sottolinea come mediamente «una donna deve lavorare fino al 22 febbraio (ossia 418 giorni di calendario) per guadagnare quanto un uomo guadagna in un anno».
pari salario per pari lavoro
Sottolineando che l’applicazione del principio di parità retributiva per lo stesso lavoro e per un lavoro di pari valore «è essenziale per conseguire la parità di genere», il Parlamento europeo raccomanda quindi l’introduzione di definizioni più precise riguardo la parità retributiva, all’analisi della situazione, alla valutazione del lavoro e alla classificazione delle professioni, all’ampliamento delle competenze degli organismi di parità, al dialogo sociale, alla prevenzione della discriminazione, all’integrazione della dimensione di genere e all’inasprimento delle sanzioni.
I comparti economici e le aziende sono invitati a valutare i loro sistemi di classificazione delle professioni, alla luce dell’obbligo di integrare la dimensione di genere e ad apportarvi le necessarie correzioni, mentre agli Stati membri è chiesto di introdurre classificazioni delle professioni che permettano «sia ai datori di lavoro che ai lavoratori di individuare eventuali discriminazioni in materia di retribuzione basate su una definizione distorta dei livelli retributivi».

più indagini e sanzioni
Secondo l’Europarlamento sono necessari anche ulteriori controlli sui contratti collettivi, sui livelli di retribuzione applicabili e sui sistemi di classificazione professionale, soprattutto per quanto riguarda il trattamento dei lavoratori a tempo parziale e di quelli con contratti di lavoro atipici o gli straordinari/bonus. Così come sono importanti azioni specifiche in materia di formazione e classificazione delle figure professionali, rivolte al sistema scolastico e della formazione professionale, e azioni per conciliare l’attività professionale e la vita familiare nonché la flessibilità dell’organizzazione e dell’orario di lavoro. Sollecitando accordi salariali volti a combattere le discriminazioni retributive e indagini sistematiche sulla parità di trattamento salariale, i deputati europei ritengono necessario l’inserimento nella direttiva 2006/54/CE di indicazioni precise per gli Stati membri riguardo al principio della parità di trattamento in materia retributiva e per il superamento dei differenziali tra uomini e donne, prevedendo sanzioni più appropriate rispetto a quelle in vigore giudicate «insufficienti».

pensioni: Italia  discriminatoria

E a proposito di parità di trattamento tra donne e uomini, in questo caso non salariale ma previdenziale, va ricordato che il 13 novembre scorso una sentenza della Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia per il regime pensionistico dei dipendenti pubblici, secondo cui le donne vanno in pensione a 60 anni e gli uomini a 65. Secondo la Corte, infatti, la norma italiana (legge n. 421/92) viola «il principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore». Inoltre, alla motivazione secondo cui l’età pensionabile differente servirebbe a compensare in qualche modo le discriminazioni subite dalle donne nella vita lavorativa, la Corte risponde in modo netto: anticipare l’età pensionabile per le donne «non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che possono incontrare nella loro vita professionale». La normativa italiana va dunque riformata, sentenzia la Corte di Giustizia europea, perché ha istituito «un regime professionale discriminatorio» e viola il principio generale della parità di trattamento.

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu

 

PARITÀ DI GENERE: PROCEDIMENTI CONTRO 6 STATI MEMBRI

La Commissione europea ha inviato ad Austria, Italia, Lituania, Malta, Slovenia e Ungheria dei pareri motivati sollecitandoli ad attuare appieno la normativa dell’Ue che proibisce la discriminazione di genere nell’accesso al lavoro e nell’occupazione. Se entro due mesi i sei Stati membri non si adegueranno alle richieste della Commissione per il recepimento della direttiva n. 73 del 2002, l’esecutivo europeo potrò rivolgersi alla Corte di Giustizia europea.
I principali problemi riscontrati riguardano le definizioni di discriminazione diretta e indiretta, il diritto delle donne a un congedo di maternità e il funzionamento degli organismi preposti ad assicurare la parità. Problemi in merito ai quali all’inizio del 2008 la Commissione aveva inviato lettere di costituzione in mora a 22 Stati membri e ora ha riscontrato che Austria, Lituania, Slovenia, Ungheria, Italia e Malta non hanno attuato correttamente la direttiva. Analoghi pareri motivati erano già stati inviati a Finlandia ed Estonia nel giugno scorso, mentre le analisi degli altri Stati membri sono ancora in corso (tranne che per Grecia e Cipro le cui pratiche sono state archiviate). Nel 2009 la Commissione presenterà una Relazione sull’attuazione della direttiva come prescritto dalla normativa vigente perché, come sottolineato dal commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimír Špidla, «questa direttiva è essenziale per affrontare il problema della discriminazione di genere, un obiettivo importante dell’Ue. Tale direttiva è stata concordata all’unanimità dagli Stati membri ed è stata adottata nel 2002, ma le direttive dell’Ue non possono realizzare appieno le loro potenzialità se non sono recepite integralmente e correttamente nelle normative nazionali».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/gender_equality/legislation/index_en.html

 

droghe nell’Ue: più cocaina e vendite on-line

Se la cannabis resta la sostanza stupefacente più consumata nell’Ue, aumenta sensibilmente il consumo di cocaina in Europa occidentale e meridionale, mentre nei Paesi settentrionali, centrali e orientali (soprattutto nei nuovi Stati membri) le anfetamine restano di gran lunga la sostanza stimolante prevalente. È quanto emerge dal Rapporto annuale 2008 pubblicato dall’Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction - Emcdda), secondo cui a fronte di una certa stabilizzazione del fenomeno, se non addirittura una flessione, nell’uso di anfetamine ed ecstasy, si registra un aumento costante del consumo di cocaina, pur se in un numero ristretto di Paesi. I dati raccolti dall’Emcdda mostrano che quasi un quarto di tutti gli europei, pari a circa 71 milioni (15–64 anni), ha fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita, circa 12 milioni hanno fatto uso di cocaina, 11 milioni circa hanno usato anfetamine e 9,5 milioni l’ecstasy. Per quanto riguarda però solo l’ultimo anno analizzato, il consumo di cannabis ha riguardato circa 23 milioni di persone (7%), 3,5 milioni i consumatori di cocaina (1,5 milioni nell’ultimo mese preso in esame), 2,5 milioni hanno usato ecstasy e circa 2 milioni le anfetamine.

cocaina in aumento costante
Per quanto concerne in particolare il consumo di cocaina, 7 Paesi segnalano una tendenza all’aumento nell’ultimo anno, mentre in Paesi «ad alta prevalenza» quali Danimarca, Spagna, Irlanda, Italia e Regno Unito, i dati relativi all’ultimo anno tra i giovani adulti oscillano dal 3% al 5,5%. Si conferma inoltre la tendenza all’aumento delle richieste di trattamento per problemi di tossicodipendenza legati alla cocaina: tra il 2002 e il 2006, il numero di casi in Europa di nuovi pazienti che hanno richiesto tale trattamento è passato da circa 13.000 a quasi 30.000, mentre nel 2006 l’Emcdda ha registrato circa 500 decessi associati all’uso di cocaina.

stabili ecstasy e anfetamine
Il Rapporto indica per l’ultimo anno una tendenza generalmente stabile e addirittura in calo nell’uso di anfetamine tra i giovani europei rispetto al 2003, con una media dell’1,3% dei giovani adulti che dichiara di farne uso una volta l’anno. Anche il consumo di ecstasy da parte dei giovani adulti nel corso dell’ultimo anno è rimasto in larga misura stabile rispetto al quinquennio precedente, sebbene con lievi variazioni al rialzo o al ribasso. In media, tra i Paesi dell’Ue, l’1,8% dei giovani adulti ha dichiarato di aver fatto uso di ecstasy nell’ultimo anno, anche se in realtà si registrano differenze notevoli tra uno Stato membro e l’altro. I dati emersi da studi specifici condotti nelle scuole in Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Regno Unito confermano anch’essi questa situazione stabile o in calo nel consumo sia di anfetamine che di ecstasy nella fascia di età 15-16 anni.

in calo la diffusione della cannabis
La cannabis si conferma come la sostanza illecita più utilizzata in Europa, tuttavia in alcuni importanti mercati «si vanno rafforzando i segnali di un calo di popolarità, convalidando in tal senso l’analisi presentata nella Relazione annuale dello scorso anno» osserva l’Emcdda.
Si stima che circa 17,5 milioni di giovani europei (15-34 anni) abbiano fatto uso di cannabis nell’ultimo anno, ma gli studi nazionali più recenti rivelano tendenze di segno stabile o in calo per la maggior parte dei Paesi, con un 13% in media di giovani europei adulti che ha fatto uso della sostanza nell’ultimo anno. Il consumo di cannabis, sia occasionale sia abituale, tra gli studenti quindicenni nella maggior parte dei Paesi dell’Ue pare anch’esso stabilizzato o in diminuzione. Anche nel Regno Unito, Paese che normalmente spiccava per i livelli di consumo elevato di cannabis, emerge una tendenza al calo, specialmente tra le fasce di età più giovani. Si stima poi che circa 4 milioni di adulti europei (15-64 anni) consumino cannabis quotidianamente o quasi, mentre tra le 160.000 nuove richieste di trattamento per problemi di tossicodipendenza nel 2006 i consumatori di cannabis sono risultati essere il secondo gruppo per importanza (28%) dopo l’eroina (35%).

un mercato dinamico
Il Rapporto segnala poi un’evoluzione del mercato europeo dell’offerta di stupefacenti: la sempre maggiore rilevanza della produzione interna di cannabis; il numero accresciuto di casi di diversione di oppiacei sintetici e produzione clandestina; un mercato on line in piena espansione che promuove «sballo legale» e prodotti medicinali (oltre 200 sostanze psicoattive vendute on line in Europa); l’impatto ambientale della produzione di droghe sintetiche; aumento del traffico di cocaina attraverso l’Africa occidentale «in concomitanza con l’impegno profuso dalla comunità internazionale a sostegno della regione». Il quadro sempre più frammentato del mercato suggerisce di adottare un «approccio olistico» alle sostanze stimolanti anziché concentrarsi su sostanze singole, osserva l’Emcdda: «Sussiste infatti il rischio potenziale che i benefici ottenuti riducendo la disponibilità di una sostanza semplicemente inducano i consumatori a orientarsi verso un’altra».

gruppi vulnerabili giovanili
Sempre di più gli Stati membri dell’Ue tendono ad attribuire un ordine di priorità ai “gruppi vulnerabili” nell’ambito delle politiche sociali e in materia di sostanze stupefacenti, al fine di minimizzare i rischi potenziali derivanti dal consumo di droghe laddove è più probabile che si verifichino. Tuttavia alle dichiarazioni di principio deve far seguito una maggiore offerta di servizi, sostiene l’Emcdda che osserva come alcuni gruppi vulnerabili giovanili (ad esempio minori presso istituti di custodia, giovani senzatetto, ragazzi che abbandonano prematuramente la scuola o la marinano) siano più inclini a un consumo precoce di sostanze rispetto ai loro coetanei e possano evolvere più rapidamente verso un uso problematico di droga. «Conoscere il profilo di tali gruppi ed essere in grado di localizzarli può rappresentare una componente cruciale delle strategie e degli interventi di prevenzione della tossicodipendenza» sostiene l’Osservatorio europeo. È inoltre possibile che l’uso di sostanze illecite sia solo uno dei tanti comportamenti tipici di un gruppo vulnerabile, quindi «è opportuno che le politiche in materia di droghe affrontino i diversi fattori sociali che possono aggravare, prevedere o accelerare problemi sanitari all’interno di tali gruppi».

INFORMAZIONI:
http://www.emcdda.europa.eu

OLTRE 200 SOSTANZE PSICOATTIVE ACQUISTABILI ON LINE

Secondo uno studio condotto nel 2008 su 25 punti vendita in rete, attualmente sono oltre 200 le sostanze psicoattive vendute on line in Europa. Sebbene molte di queste siano implicitamente pubblicizzate come “sballo legale”, in alcuni Paesi i loro componenti chimici sottostanno alle stesse disposizioni in vigore per le sostanze controllate e possono incorrere in sanzioni. «Data l’esiguità del campione, i risultati devono essere interpretati con cautela» osserva l’Emcdda, ma in ogni caso la maggior parte dei punti vendita identificati si trovano nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e, in misura minore, in Germania e Austria. Secondo le informazioni raccolte, il numero di rivenditori online è in aumento e si differenzia per la capacità di adeguarsi rapidamente ai nuovi tentativi di controllo del mercato. Tra le sostanze più diffuse commercializzate come “sballo legale” rientrano: la salvia divinorum, il kratom (mitragyna speciosa), l’argyreia nervosa (nota come “rosa hawaiana”), i funghi allucinogeni e un’ampia gamma di “droghe da party” proposte in alternativa all’ecstasy (mdma). Spesso, l’ingrediente principale dichiarato di queste droghe sintetiche è la benzilpiperazina (Bzp), sebbene tali prodotti possano contenere una varietà di materiali vegetali e sostanze sintetiche o semisintetiche. In seguito a una valutazione dei rischi condotta dall’Emcdda sulla Bzp, il Consiglio dell’Ue ha adottato nel marzo 2008 una decisione in cui si concede agli Stati membri un anno di tempo per porre la sostanza sotto controllo.
«I personaggi dediti alla produzione, al traffico e allo spaccio di sostanze illecite sono dotati di creatività, determinazione e capacità di sfruttare prontamente qualsiasi opportunità per espandere il proprio mercato. Ciò può avvenire attraverso l’uso di nuova tecnologia o facendo leva sui problemi sociali esistenti in alcune aree del mondo in via di sviluppo» osserva il presidente dell’Emcdda, Marcel Reimen, secondo il quale «le politiche di contrasto devono pertanto dimostrarsi altrettanto creative ove si voglia fronteggiare questo mercato privo di scrupoli e in costante evoluzione».

 

servizi di cura all’infanzia
Circa un quarto (26%) dei bambini che nell’Ue hanno un’età inferiore ai tre anni frequenta servizi all’infanzia “formali” (pubblici o convenzionati), percentuale che sale all’84% nella fascia d’età che va dai tre anni all’inizio della scuola dell’obbligo.
Si tratta di percentuali ancora inferiori a quelle stabilite nel 2002 durante il Summit di Barcellona per rimuovere entro il 2010 gli ostacoli alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che prevedevano una frequenza di almeno il 33% dei minori di tre anni e di almeno il 90% dei bambini tra i tre anni e la scuola dell’obbligo. I dati raccolti da Eurostat sono riferiti al 2006 e quindi all’Ue25 (senza Bulgaria e Romania), riguardano circa 30 milioni di bambini ed evidenziano forti differenze tra gli Stati membri: per i bambini con meno di tre anni le percentuali più elevate di frequenza di servizi per l’infanzia formali sono registrate in Danimarca (73%), Paesi Bassi (45%) e Svezia (44%), mentre le più basse riguardano Repubblica Ceca e Polonia (entrambe al 2%); per la fascia d’età compresa tra i tre anni e la scuola dell’obbligo i livelli più elevati di frequenza si osservano in Belgio (98%), Danimarca (96%) e Francia (94%), i più bassi in Polonia (28%), Lituania (56%) e Malta (57%).
Per quanto concerne l’Italia, il recente Rapporto Censis 2008 evidenzia la scarsa tutela delle famiglie con figli: la capacità ricettiva dei servizi per la prima infanzia è stimata intorno all’11% della domanda, con ampie oscillazioni regionali; il 23% delle domande presentate presso gli asili nido comunali finisce in lista di attesa; solo il 27,8% delle donne lavoratrici con figli minori di tre anni ricorre agli asili pubblici o privati, mentre nel 63% le esigenze sono coperte da soluzioni familiari e nel 9,2% da baby sitter.
INFORMAZIONI:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu

 

FLASH

Cae: soddisfazione della Ces per il voto dell’Europarlamento
Nel quadro della revisione della direttiva sui Comitati aziendali  europei (Cae), il Parlamento europeo ha confermato a larga maggioranza il 16 dicembre scorso l’accordo politico concluso con il Consiglio due settimane prima nel corso del meeting trilaterale. L’accordo politico è basato sul parere congiunto espresso dai partner sociali nell’agosto 2008. La revisione della direttiva tende a migliorare le definizioni di informazione e consultazione dei lavoratori. Per facilitare la creazione di Cae, gli eurodeputati hanno soppresso la soglia di 50 lavoratori per la creazione  degli organismi di negoziato speciale nelle imprese. Inoltre, l’Europarlamento ha chiarito la definizione di “transnazionale”: le questioni che riguardano l’insieme dell’impresa o del gruppo o almeno due Stati membri sono considerati come transnazionali. Sulla base dei principi generali del diritto comunitario, gli Stati membri devono assicurarsi che in caso di incapacità a conformarsi alla direttiva sui Cae le sanzioni siano «adeguate, proporzionate  e dissuasive».
In seguito ai considerevoli sforzi messi in campo dai partner sociali e dal Parlamento europeo il Consiglio procede ora alla revisione della direttiva, mentre la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha espresso la sua soddisfazione per il voto dell’Europarlamento attraverso il segretario generale aggiunto Reiner Hoffmann: «Rafforzare i diritti dei Cae è  il modo migliore per limitare l’impatto negativo della crisi economica. I lavoratori hanno bisogno di diritti di informazione e di consultazione effettivi, che permettono loro di influenzare le decisioni di gestione per anticipare e gestire socialmente il cambiamento strutturale in una direzione socialmente accettabile».
INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/5669

cresce nell’Ue l’utilizzo del web, non in Italia
Circa il 60% delle famiglie europee ha accesso al web nel 2008 rispetto al 54% di un anno fa, nel 48% dei casi si tratta di connessioni a banda larga (42% nel 2007), mentre quasi un terzo degli utenti usa il web per viaggiare o per i servizi bancari. L’Italia è però in controtendenza. Particolare infatti il caso italiano, dal momento che è l’unico Stato membro dell’Ue che nell’ultimo anno ha fatto registrare una diminuzione della diffusione di Internet: dal 43% al 42%. L’Italia si colloca così al quartultimo posto della graduatoria europea, con prestazioni peggiori rilevate solo in Bulgaria (25% ma in aumento rispetto al 19% del 2007), Romania (30% ma in aumento rispetto al 22% del 2007) e Grecia (31% ma in aumento rispetto al 25% del 2007). Sul fronte opposto della classifica Ue per l’utilizzo del web si trovano invece i Paesi Bassi (86%), Svezia e Norvegia (84%), Danimarca (82%), Lussemburgo (80%), Germania (75%) e Regno Unito (71%). In Italia si registra anche un basso tasso di “informatizzazione” di molte attività quotidiane: dai servizi bancari (15% contro il 28% della media Ue), ai rapporti con la pubblica amministrazione (15% contro il 28% dell’Ue), dalla lettura dei giornali (17% contro il 26% dell’Ue) allo shopping on line (7% contro il 25% dell’Ue) fino alla ricerca di lavoro (7% contro il 13% dell’Ue). Gli Stati membri dell’Ue che nel 2008 hanno registrato la percentuale più elevata di queste prestazioni on line sono Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia e Lussemburgo.
INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

un mercato europeo delle armi
Il Parlamento europeo ha adottato il 16 dicembre scorso una direttiva per il mercato europeo degli armamenti e dei mezzi militari, che migliora la regolamentazione introducendo autorizzazioni preventive al trasferimento, condizioni per il rilascio delle licenze, un Registro dei trasferimenti e certificazioni sull’affidabilità delle imprese. La direttiva mira a semplificare le norme e le procedure applicabili al trasferimento intracomunitario di prodotti destinati alla difesa al fine di garantire il corretto funzionamento del mercato interno, tuttavia non incide sulla discrezionalità degli Stati membri in materia di politica di esportazione dei prodotti destinati alla difesa e non pregiudica loro la possibilità di proseguire e intensificare cooperazioni intergovernative.
Il campo di applicazione della nuova normativa comprende una lunga serie di prodotti destinati al settore della difesa, che vanno dalle armi e gli armamenti di ogni tipo a carri armati, navi e aerei da guerra, fino ad apparecchiature varie e agenti chimici. Le licenze potranno essere generali, globali o individuali. In forza alla direttiva, gli Stati membri dovranno definire tutte le modalità e le condizioni delle licenze di trasferimento, comprese eventuali restrizioni all’esportazione di prodotti destinati alla difesa a destinatari di Paesi terzi, tenendo conto, tra l’altro, «dei rischi che il trasferimento presenta per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, della pace, della sicurezza e della stabilità». Nel rispetto del diritto comunitario, gli Stati membri potranno avvalersi della possibilità di richiedere «garanzie circa l’impiego finale, inclusi certificati relativi all’utilizzatore finale», mentre dovranno assicurarsi che i fornitori tengano un registro dettagliato e completo dei loro trasferimenti.
Soddisfazione per il voto dell’Europarlamento è stata espressa dalla Rete italiana per il disarmo, soprattutto perché nella risoluzione adottata si ribadiscono «fermamente» critiche «all’attuale stallo politico» e alla mancata adozione della posizione comune in merito alla revisione del Codice di condotta Ue sulle esportazioni di armi al fine di «trasformarlo in un efficace strumento di controllo». Va ricordato infatti, osserva la Rete disarmo, che attualmente tale Codice è solo un elenco di prescrizioni senza valore vincolante e sanzionatorio, e soprattutto non esiste una struttura condivisa di gestione dello stesso a livello di controlli. Nel chiederne l’adozione «senza ulteriori indugi», l’Europarlamento sottolinea dunque che il contributo dell’Ue a un trattato sul commercio di armi internazionalmente vincolante (sollecitato dalla coalizione internazionale Control Arms e oggetto di discussione all’ultima Assemblea Generale Onu) «acquisterà notevole credibilità non appena diverrà giuridicamente vincolante il regime comunitario di controllo delle esportazioni di armi».
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu - http://www.disarmo.org

Feag per lavoratori italiani in esubero
La Commissione europea ha effettuato quattro pagamenti all’Italia attingendo al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (Feag), per un importo complessivo di 35,16 milioni di euro che serviranno ad aiutare quasi 6000 lavoratori del settore tessile a trovare un nuovo lavoro. Le richieste dell’Italia, approvate dalla Commissione nel settembre scorso, riguardano 5955 casi di licenziamento: 1816 licenziamenti in Lombardia (in 190 imprese), 1558 in Toscana (in 461 imprese), 1537 in Piemonte (in 202 imprese) e 1044 in Sardegna (in 5 imprese). Si tratta di esuberi di manodopera conseguenza della generalizzata delocalizzazione della produzione di indumenti e accessori dall’Ue verso Paesi terzi a basso costo, nonché dell’aumentata importazione di prodotti tessili a basso prezzo da economie contraddistinte dai bassi costi salariali, per lo più dall’Asia. «Questi pagamenti, i maggiori finora effettuati a partire dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, aiuteranno i lavoratori di più di 800 imprese e indicano che il Feag può sostenere i lavoratori delle piccole e medie imprese allo stesso modo di quelli delle grandi imprese» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimír Špidla. Il Feag, istituito dal Parlamento europeo e dal Consiglio alla fine del 2006, è uno strumento di solidarietà che aiuta i lavoratori offrendo loro misure attive del mercato del lavoro in seguito ai licenziamenti dovuti alla globalizzazione. Può concedere un contributo finanziario a uno Stato membro nei casi in cui almeno 1000 lavoratori di un’impresa, di una regione e di un settore siano messi in esubero a causa di importanti cambiamenti dei flussi commerciali mondiali che determinino un aumento sostanziale delle importazioni nell’Ue o un rapido declino della quota di mercato europeo ovvero la delocalizzazione della produzione in Paesi terzi. Finora nell’ambito del Feag sono pervenute e sono state approvate 12 domande per un importo complessivo di 67,65 milioni di euro, che hanno supportato casi di licenziamenti nell’industria automobilistica in Francia, Portogallo e Spagna, nel settore dei telefoni mobili in Germania e Finlandia e nel settore tessile a Malta, in Lituania e Italia.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/egf/index_it.html

l’Ue verso un nuovo partenariato orientale
La Commissione europea ha proposto l’apertura di una nuova fase della sua politica di vicinato attraverso il potenziamento delle relazioni politiche ed economiche verso il confine orientale, cioè rivolte ad Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina. L’iniziativa, che dovrebbe prendere forma nella primavera 2009, prevede nuovi accordi di associazione comprendenti accordi di libero scambio, programmi globali finanziati dall’Ue per migliorare la capacità amministrativa dei partner, una graduale integrazione nell’economia dell’Ue, il supporto per la creazione a lungo termine di una «comunità economica di vicinato», la possibilità di mobilità della forza lavoro, il sostegno per la riduzione delle disuguaglianze socio-economiche, una cooperazione rafforzata per la sicurezza energetica. La Commissione indica poi una serie di «iniziative faro»: programma di gestione integrata delle frontiere; strumenti per le Pmi; sviluppo dei mercati regionali dell’energia elettrica e promozione dell’efficienza energetica e delle fonti energetiche rinnovabili; realizzazione del corridoio energetico meridionale; cooperazione in materia di prevenzione, preparazione e risposta alle calamità naturali e alle catastrofi causate dall’azione dell’uomo. Il partenariato orientale proposto dalla Commissione europea intende rispondere all’auspicio dei vicini orientali dell’Ue di ridurre le distanze e rientra tra gli interessi fondamentali dell’Ue di contribuire al rafforzamento della stabilità, a una migliore governance e allo sviluppo economico alle sue frontiere orientali.
INFORMAZION: http://ec.europa.eu/world/enp/index_en.htm

 

2009 ANNO EUROPEO DELLA CREATIVITÀ E DELL’INNOVAZIONE

“Immaginare, creare, innovare” è lo slogan della campagna di comunicazione per l’Anno europeo della creatività e dell’innovazione 2009, lanciata dalla Commissione europea per promuovere approcci creativi e innovativi importanti per lo sviluppo personale, sociale ed economico.
L’Anno della creatività e dell’innovazione è un’iniziativa orizzontale che coinvolge vari aspetti: oltre a quelli riguardanti l’istruzione e la cultura, comprende le politiche d’impresa, quelle regionali e della ricerca. Il lancio della campagna mediatica comprende anche l’inaugurazione del sito web dedicato all’Anno, nel quale saranno reperibili notizie, eventi e attività - aggiornate regolarmente durante tutto l’anno - messaggi di politica/pubblicità, relazioni sui risultati delle attività e pagine separate per ciascuno dei partner dell’Anno. Una sezione speciale sarà dedicata alle attività svolte negli Stati membri.
Come nei precedenti anni europei, saranno varate campagne di promozione, eventi e iniziative a livello europeo, nazionale, regionale e locale, in questo caso per sviluppare il potenziale creativo e innovativo dell’Europa. «La creatività e la capacità di innovare sono qualità umane fondamentali, che albergano in ognuno di noi e alle quali ricorriamo in numerose situazioni e occasioni, consapevolmente e non» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per Istruzione, Cultura, Formazione e Gioventù, Ján Figel’, aggiungendo: «Con questo anno europeo vorrei far sì che i cittadini europei comprendano che promuovendo i talenti umani e la capacità umana di innovare, si può dar vita a un’Europa migliore e aiutarla a sviluppare tutto il suo potenziale sia economico che sociale».

INFORMAZIONI: http://www.create2009.europa.eu