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Euronote 53/2008

polemiche sul dopo Kyoto

VignettaMolti e importanti erano i temi all’ordine del giorno del Consiglio europeo dell’Ue, svoltosi a Bruxelles nei giorni 15-16 ottobre scorsi. La tempesta finanziaria ha finito per occultarne alcuni, come le prospettive del Trattato di Lisbona e del partenariato con la Russia dopo l’invasione della Georgia, ma non le difficoltà di trovare un’intesa sulle misure da adottare nella lotta al cambiamento climatico.
Il tema era e resta una delle priorità fortemente perseguite dalla presidenza francese dell’Ue in questo secondo semestre dell’anno, sulla base di una proposta della Commissione europea accolta a suo tempo favorevolmente dai governi dell’Ue. Il suo contenuto è caratterizzato da una serie di numeri 20: entro il 2020, la riduzione del 20% delle emissioni del gas serra, 20% in più di consumi da energie rinnovabili e 20% in più di efficienza energetica.
Invocando l’aggravamento della situazione economica e un eccesso di costi per l’Italia il governo, anche sotto la pressione degli ambienti industriali, ha sollevato pesanti riserve sulla praticabilità degli obiettivi proposti dalla Commissione nel 2007. Nel Consiglio europeo di metà ottobre era stato raggiunto un faticoso compromesso che, riconoscendo le attuali condizioni di difficoltà delle nostre economie, manteneva tuttavia saldi gli obiettivi lasciando presagire nelle decisioni rinviate a dicembre una maggiore flessibilità.
Su questa breccia ha cercato di fare leva l’Italia, d’intesa con la Polonia e altri Paesi dell’Europa dell’Est, dando battaglia fino a brandire l’arma del veto. Un’arma spuntata poiché la decisione sarà presa a maggioranza, ma che già ha aggravato l’isolamento dell’Italia, impigliata in alleanze non proprio di progresso e incline a scivolare sulla china del non rispetto di regole a suo tempo condivise.
Alla vigilia del Consiglio dei ministri dell’Ambiente, riunito successivamente in Lussemburgo, a dare fuoco alle polveri sono intervenuti alcuni complicati calcoli sul costo per l’Italia delle misure proposte nel “pacchetto clima”. In estrema sintesi: per il governo italiano l’Italia avrebbe costi attorno a 18/20 miliardi di euro all’anno per dieci anni, per l’Ue poco più di metà. Dov’è il “trucco contabile”? In buona parte nella presa in conto da parte dell’Ue del ritorno positivo grazie al taglio dell’importazione di idrocarburi, all’innovazione tecnologica indotta e alla creazione di nuova occupazione, “ricavi” non contabilizzati nel calcolo italiano.
Trattandosi di costi riferiti ad incerti scenari futuri sarà saggio fare chiarezza, soprattutto nella prospettiva di una crescita economica debole. Ma quello che appare chiaro fin d’ora è il grave ritardo dell’Italia nella lotta contro il cambiamento climatico come rivela anche la non proprio buona compagnia in cui si trova il nostro Paese, alleato in questo muro contro muro con le economie più arretrate dell’Ue.
Se a questo si aggiungono altre pesanti deviazioni dalle regole comunitarie, come nel caso dell’immigrazione, del Patto di stabilità e degli aiuti di Stato – tra l’altro riservati a industrie non proprio amiche dell’ambiente come quelle automobilistiche – allora il quadro prende forma e non con colori rasserenanti.
Perché a ben guardare, tutte queste crescenti flessibilità invocate dall’Italia convergono verso un indebolimento del “patto comunitario” di cui il “patto per l’ambiente” è un elemento importante. Se poi a flessibilità molteplici si aggiunge, anche nella salvaguardia dell’ambiente, la nostra nota arte del rinvio allora il rischio è grande che i risultati arrivino fuori tempo massimo, con un futuro ipotecato e un pianeta ormai “rottamato”.
Intanto un primo rinvio l’Italia lo ha già ottenuto e altri ne minaccia: si aspetterà il Consiglio europeo di dicembre per decidere, nella speranza che nel frattempo in tutti prevalga la saggezza e la solidarietà verso le generazioni future. Per non finire con la domanda di Woody Allen che cinicamente si chiedeva: «Ma che cos’hanno fatto per noi i posteri, perché io debba preoccuparmi per loro?».
(Franco Chittolina)

 

tentativi di tagliare i tagli alle emissioni

L’Italia chiede «una valutazione di impatto» sulle industrie e l’economia delle misure previste nel pacchetto salva-clima. In pratica, «l’Italia condivide gli obiettivi di fondo» della strategia europea contro il surriscaldamento del pianeta, ma secondo il governo italiano «vanno valutate le sue implicazioni». E non è una novità la posizione in materia sia del governo sia degli industriali italiani, così come di alcuni altri Stati membri dell’Ue soprattutto dell’ex blocco comunista, Polonia in testa.

pressioni degli industriali

Anche BusinessEurope (l’organizzazione europea degli industriali) ha preso posizione contro le nuove misure ambientali attraverso una lettera inviata alla presidenza francese dell’Ue. «Le imprese del settore manifatturiero sono considerate le più esposte alla concorrenza internazionale» perciò «dovrebbero beneficiare del 100% di quote di emissione gratuite» (cioè inquinanti) secondo il presidente di BusinessEurope, Ernest-Antoine Sellie’re, autore della lettera. Gli industriali europei, così come alcuni governi (ad esempio quello italiano), esprimono dunque preoccupazione «per i costi addizionali imposti dalle politiche dell’Ue sul clima che condizioneranno profondamente la competitività internazionale» delle imprese europee, mentre invece dovrebbe «essere salvaguardato» il settore manifatturiero esposto alla concorrenza.

voto dell’Europarlamento
La commissione Ambiente dell’Europarlamento ha già approvato la parte più importante e controversa del pacchetto, riguardante la nuova “borsa delle emissioni” di gas serra (Ets) che funzionerà dal 2013 al 2020. Il voto ha confermato l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 20% entro il 2020, che passerebbe automaticamente al 30% in caso di accordo internazionale alla Conferenza di Copenaghen del dicembre 2009 sul periodo post-Kyoto. La commissione europarlamentare ha anche confermato la posizione iniziale della Commissione europea riguardo ai permessi di emissione, che prevede fin dal 2013 l’obbligo per il settore energetico di acquistare all’asta il 100% delle emissioni attribuite a ciascuna installazione (oggi le quote di anidride carbonica sono assegnate gratis e si paga solo in caso di superamento dei tetti previsti). Nel 2013 gli altri settori industriali, invece, dovranno pagare solo per il 15% dei loro permessi di emissione, ma ogni anno questa percentuale aumenterà fino a raggiungere il 100% nel 2020. L’organizzazione Greenpeace osserva però che «sono stati stanziati nuovi sussidi all’industria del carbone», che rappresenta la fonte energetica dal maggior impatto sul clima: un emendamento approvato dalla commissione europarlamentare da il via libera alle centrali a carbone dotate della tecnologia CCS (Carbon Capture and Storage), ovvero un dispositivo di “cattura” delle emissioni e il loro stoccaggio in un deposito geologico. Un tecnologia ancora agli albori, sottolineano le organizzazioni ambientaliste che la ritengono poco sicura e soprattutto colpevole di drenare risorse al miglioramento delle fonti rinnovabili.

maggioranza qualificata
Nel corso di un intervento nell’Aula dell’Europarlamento il 21 ottobre scorso il presidente di turno dell’Ue Nicolas Sarkozy ha riaffermato la validità degli obiettivi climatici. Osservando che «il mondo va verso una catastrofe se continua a produrre in questo modo», ha affermato la necessità di mantenere «l’obiettivo e il calendario» del cosiddetto “20-20-20” che non deve essere abbandonato a causa della crisi finanziaria. Una rinuncia, anzi, sarebbe «irresponsabile» perché limiterebbe la capacità dell’Ue di convincere i partner internazionali a collaborare verso gli obiettivi del post-Kyoto. «Non vedo alcuna argomentazione che mi dica che il mondo va meglio dal punto di vista ambientale solo perché c’è la crisi economica» ha detto Sarkozy, ridimensionando di fatto la minaccia di veto al pacchetto “energia-clima” avanzata da Italia e Polonia con la precisazione che le nuove misure saranno approvate a dicembre come previsto con la procedura di “codecisione”, cioè sulla base di una maggioranza qualificata nel Consiglio europeo e di un compromesso con il Parlamento europeo. Dunque sarà adottata la necessaria «flessibilità» per non danneggiare eccessivamente «alcune economie che puntano al 95% sul carbone» (ad esempio la Polonia), ma è fuori discussione la possibilità di bloccare tutto il pacchetto, ha precisato Sarkozy.
Se non sarà trovato un accordo tra gli Stati membri, quindi, si prospetta la possibilità di un’Europa “a due velocità” sulle politiche ambientali contro l’effetto serra, cioè un gruppo di Paesi virtuosi che procederà comunque alle riduzioni delle emissioni e tra i quali potrebbe non esserci l’Italia.

CONTRASTI SUL CALCOLO DEI COSTI

Il governo italiano guida di fatto l’opposizione europea al pacchetto “energia-clima”, un fronte costituito al momento dai governi dei nuovi Stati membri Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania.
I maggiori contrasti sulle misure ambientali tra il governo italiano e le istituzioni europee riguardano i costi previsti. Gli obiettivi “20-20-20” costerebbero all’Italia 18-25 miliardi l’anno, pari a circa l’1,14% del Pil, secondo le stime del governo italiano, mentre il commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, ritiene che «la stima dei costi aggiuntivi è pari al massimo allo 0,66% del Pil, un dato che considera non solo gli obiettivi per la riduzione delle emissioni e per lo sviluppo delle rinnovabili «ma anche i “meccanismi flessibili” che si possono utilizzare per raggiungerli».
Le organizzazioni ambientaliste pongono invece l’accento sulle ricadute positive del pacchetto che il governo italiano sembra non voler contabilizzare: secondo Legambiente «per l’Italia l’Ue stima un risparmio di 7,6 miliardi l’anno nel taglio delle importazioni di idrocarburi e di 0,9 miliardi di euro nei costi per contrastare l’inquinamento. I costi effettivi pertanto scendono fino a trasformarsi in un guadagno netto di 600 milioni di euro l’anno. Questo senza contare i benefici di lungo termine di un settore innovativo come quello delle rinnovabili e di crescita occupazionale» (quasi 250.000 posti di lavoro in Italia e oltre un milione nell’Ue, secondo le stime europee).

INFORMAZIONI: http://www.legambiente.eu

 

Consiglio europeo con luci e ombre

Crisi economico-finanziaria internazionale, politica migratoria e misure per contrastare i cambiamenti climatici sono stati i temi centrali discussi durante il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo svoltosi a Bruxelles nei giorni 15-16 ottobre. Mentre sulle prime due questioni i 27 Stai membri hanno però mostrato unità di intenti, sulle misure ambientali il concreto rischio di divisioni ha indotto la presidenza francese di turno a rimandare ogni decisione a dicembre.
Il Consiglio europeo si è infatti mostrato unito nell’esprimere la determinazione ad agire in modo concertato e globale per stabilizzare il sistema finanziario europeo e proteggere i risparmiatori. A tal fine sono stati confermati i principi stabiliti dal Vertice dell’Eurogruppo dei giorni precedenti (vedi pag. 5) e si è deciso di istituire un meccanismo che permetta una reazione rapida e coordinata in caso d’emergenza. Il Consiglio ha inoltre deciso di rafforzare il sistema di supervisione e le norme prudenziali a livello europeo e ha accolto favorevolmente l’adozione di norme contabili che riflettano il giusto valore degli attivi, mentre ha dato mandato al suo presidente di operare con i partner internazionali a una riorganizzazione del sistema finanziario internazionale e a una nuova governance mondiale.
Unità tra i 27 governi dell’Ue anche per quanto concerne il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo (vedi pag. 12), che intende costituire la base di una politica comune sull’immigrazione e l’asilo incentrata sulla solidarietà tra Stati membri e sulla cooperazione con i Paesi terzi attraverso una «buona gestione dei flussi migratori».
Per quanto riguarda invece il dossier energia/clima, cioè le misure denominate «20-20-20» che prevedono per l’Ue entro il 2020 un taglio delle emissioni di CO2 del 20%, un incremento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili di un altro 20% e 20% in più di efficienza energetica, oltre a un aumento al 10% dei biocarburanti utilizzati per l’autotrasporto, il Consiglio europeo ha rimandato l’accordo al prossimo Vertice di dicembre. Di fronte alle minacce di veto espresse dai governi polacco prima e italiano poi, la presidenza francese ha invitato a lavorare per «un’applicazione del pacchetto in un modo da tener rigorosamente conto del rapporto costi-benefici per tutti i settori dell’economia europea e per tutti gli Stati membri». È però stata confermata la volontà di «onorare gli impegni ambiziosi assunti in materia di clima» con l’obiettivo di giungere a un accordo a dicembre sulle quattro direttive proposte dalla Commissione.
L’importanza di un accordo tra i governi europei, che non retroceda rispetto agli impegni espressi dalla Commissione in materia di lotta ai cambiamenti climatici ma piuttosto rilanci l’impegno a livello internazionale, è dimostrata dalla Relazione annuale dell’Agenzia europea dell’embiente (Aea) sui progressi realizzati in questo campo: l’Ue e gran parte degli Stati membri sono sulla buona strada per quanto riguarda il rispetto degli impegni assunti a Kyoto di ridurre o limitare le emissioni di gas serra. Dalle ultime proiezioni degli Stati membri risulta infatti che l’Ue-15 riuscirà a conseguire l’obiettivo di riduzione dell’8% grazie alle politiche e misure già adottate, all’acquisto di crediti di emissione derivanti da progetti realizzati in Paesi terzi e alle attività silvicole in grado di assorbire il carbonio dall’atmosfera. Inoltre, altre misure attualmente all’esame in alcuni Stati membri dovrebbero contribuire a ridurre le emissioni di un altro 3,3% e permettere così all’Ue-15 di ottenere risultati addirittura migliori rispetto agli obiettivi fissati.

INFORMAZIONI:
http://www.consilium.europa.eu

 

i conti pubblici nell’Ue

Secondo le ultime rilevazioni fornite da Eurostat, nel corso del 2007 il deficit di bilancio e il debito sono diminuiti in percentuale sul Pil sia nell’Ue che nella zona euro, mentre il debito pubblico è aumentato in termini assoluti. Il rapporto medio deficit/Pil è infatti passato dall’1,4% di fine 2006 allo 0,9% di fine 2007 nell’Ue e dall’1,3% allo 0,6% nell’area dell’euro, mentre il rapporto debito/Pil è sceso dal 61,3% al 58,7% nell’Ue e dal 68,5% al 66,3% nella zona euro.
Sedici Stati membri hanno registrano un miglioramento di bilancio rispetto all’anno precedente, 11 un peggioramento, 12 hanno avuto un surplus di bilancio mentre i deficit maggiori sono stati rilevati in Ungheria (-5%) e Grecia (-3,5%).
Per quanto riguarda il debito, invece, 8 Stati membri hanno fatto registrare livelli superiori al parametro del 60% rispetto al Pil: Italia (che con il 104,1% del Pil continua a detenere nettamente il record negativo), Grecia (94,8%), Belgio (83,9%), Ungheria (65,8%), Germania (65,1%), Francia (63,9%), Portogallo (63,6%) e Malta (62,2%).

Tabella 1

piano anti-crisi finanziaria

Per fronteggiare la crisi economico-finanziaria il Consiglio europeo di metà ottobre ha confermato quanto stabilito dal Vertice straordinario dell’Eurogruppo svoltosi pochi giorni prima a Parigi. In quell’occasione, i leader politici della zona euro (e del Regno Unito, che ha partecipato al Vertice pur non avendo adottato l’euro) hanno concordato un piano “anti-tracollo”, che intende difendere la solidità del sistema bancario e garantire che la crisi di liquidità non strangoli l’economia reale. Sta poi alle autorità nazionali tradurre le linee concordate in provvedimenti concreti. In pratica, come ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, è stata definita una «tool box» (“cassetta degli attrezzi”) a cui si potrà ricorrere in base alle esigenze e alle realtà specifiche dei singoli Paesi, sempre però in stretto coordinamento tra i Paesi dell’eurozona.
Una delle novità più rilevanti è la decisione di introdurre «flessibilità» alle norme europee sugli aiuti di Stato: i governi si sono infatti dichiarati pronti a interventi coordinati e concertati per sostenere, anche attraverso garanzie pubbliche, il rifinanziamento delle banche a breve termine sul mercato interbancario, ma anche a garantire o acquisire direttamente emissioni obbligazionarie a medio termine fino a una durata massima di cinque anni. Tali misure dovranno essere limitate nel tempo e nell’importo, saranno sottoposte al controllo delle autorità finanziarie e potranno essere realizzate fino alla fine del 2009. Inoltre, i governi dell’eurozona, preoccupati degli effetti negativi della crisi di liquidità sull’economia reale, hanno previsto la possibilità di mettere a disposizione delle banche nuovi «mezzi», in cambio di azioni privilegiate o simili, finalizzati al sostegno delle attività produttive.
Alla fine è prevalsa l’idea di non definire regole precise cui attenersi ma invece di stabilire solo i principi di fondo, lasciando poi a ogni Paese la scelta di come intervenire concretamente. «Gli Stati membri devono agire in un quadro comune, coordinando le loro azioni. Crediamo che sia molto importante assicurare questa coerenza, anche con i Paesi membri che non fanno parte della zona euro, come il Regno Unito, per restaurare la fiducia nei mercati» ha dichiarato il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. «Bisogna ridare liquidità alle banche, perché diano finanziamenti a medio termine, soprattutto alle famiglie e alle piccole imprese: per questo stiamo varando questo piano che tutti i Paesi applicheranno, anche se con flessibilità» ha invece sottolineato il presidente di turno dell’Ue, Nicolas Sarkozy. Il presidente francese ha però aggiunto: «Non faremo regali alle banche. Gli Stati faranno pagare gli interventi al loro giusto prezzo. I management che falliscono saranno messi da parte, non dovranno avvantaggiarsi da questo piano». Ribadendo cioè l’impegno a evitare qualsiasi fallimento di banche attraverso le necessarie iniezioni di capitali, i governi della zona euro si sono però impegnati affinché gli interventi siano effettuati «nel rispetto degli interessi dei contribuenti e accompagnati da adeguati piani di ristrutturazione».

piano della Commissione e monito della Bce
Dopo l’Ecofin, il Consiglio europeo, l’Eurogruppo e una serie di eventi e contatti formali e informali, alla fine di ottobre è stata la Commissione europea a proporre misure appropriate per rispondere alla situazione economico-finanziaria. Tre sono i punti principali su cui la Commissione intende portare avanti la sua azione: ridisegnare l’architettura dei mercati finanziari a livello europeo; fornire una risposta all’impatto della crisi sull’economia reale; lavorare sulla risposta globale da adottare nelle sedi opportune. La comunicazione adottata dall’esecutivo europeo il 29 ottobre scorso chiede a Parlamento e Consiglio di procedere presto con l’esame di provvedimenti per aumentare i requisiti minimi per le banche e innalzare la tutela dei depositi bancari, quindi garantire le banche ma soprattutto i cittadini loro clienti. Per quanto riguarda l’economia reale, flessibilità e regole sono al primo posto: flessibilità nei meccanismi del Patto di stabilità e crescita, ma rispetto delle regole esteso anche alla concorrenza e al mercato interno. La Commissione sottolinea poi le priorità di sviluppo tecnologico e di potenziamento degli investimenti con attività orizzontali quali il clima e l’energia, le infrastrutture, l’impegno di sostenere l’occupazione. Molto dipende però dalla posizione che l’Ue esprimerà sul piano globale: l’Europa vuole una riforma e un rafforzamento della governance globale, ma anche attenzione per l’economia reale il cui impatto sulla vita dei cittadini è più profondo e duraturo.
La Banca centrale europea (Bce) ritiene invece «essenziale che i governi rispettino i dettami del Patto di stabilità e crescita e assicurino la sostenibilità delle finanze pubbliche». Un Patto che quattro Paesi dell’area euro - Grecia, Francia, Italia e Portogallo - non sono riusciti a rispettare per quanto riguarda l’obiettivo di medio termine di un saldo di bilancio prossimo al pareggio, o in avanzo. Secondo la Bce, le prospettive economiche sono soggette a maggiori rischi al ribasso, «connessi principalmente a uno scenario di perduranti tensioni nei mercati finanziari con ricadute sull’economia reale più negative di quanto previsto al momento», mentre gli ultimi dati evidenziano «l’indebolimento dell’attività economica dell’area dell’euro».

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/economy_finance

 

CRISI FINANZIARIA: LE RICHIESTE DELLA CES

L’Europa e i suoi governi non devono solo agire urgentemente ma anche in modo unitario, perché una crisi sistemica richiede come risposta una politica sistemica. È quanto sostiene la Confederazione europea dei sindacati (Ces), secondo cui la politica europea deve basarsi su alcune priorità:
• Salvare l’Europa dagli speculatori finanziari, istituendo un Fondo di ricapitalizzazione europeo che inietti nuovo capitale nel settore bancario; è anche necessaria una piena ri-regolamentazione dei mercati finanziari così che possano agire nell’interesse del bene pubblico.
• Salvare l’economia reale dal “capitalismo d’azzardo” tramite un Fondo europeo di investimento per promuovere gli investimenti nelle risorse rinnovabili, nel risparmio energetico, nell’innovazione e in una rete europea di infrastrutture.
• Salvare i salari operando una totale revisione del modello politico della Banca centrale europea (Bce), che non può più ruotare esclusivamente intorno all’inflazione ma focalizzarsi anche sulla direzione presa dall’economia reale.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/IMG/pdf_Annex_141008_Finan_crisis.pdf

 

iniziative dell’Ue contro povertà ed esclusione sociale

Con il 16% dei cittadini europei a rischio povertà, percentuale che sale al 19% per i minori, con una disoccupazione di lunga durata che si attesta al 3% e con una percentuale del 15% per quanto riguarda l’abbandono prematuro dell’istruzione da parte dei giovani, il problema dell’esclusione sociale e della mancanza di mezzi di sostentamento sta diventando un problema sempre più grave e comune in Europa. Nonostante i vari programmi di aiuto e sussidio, dove esistono, dimostrino ancora la loro efficacia  riducendo di circa 10 punti percentuali il tasso di povertà che altrimenti si attesterebbe al 26%, molti destinatari non riescono ad accedervi.
Per questo la Commissione europea ha presentato, il 3 ottobre scorso, una raccomandazione agli Stati membri contente una serie di principi chiave per lottare contro povertà ed esclusione: sussidi adeguati ai livelli di reddito, mercati del lavoro che favoriscano l’inserimento e accesso a servizi di buona qualità.
I governi nazionali saranno incoraggiati a far riferimento a questi principi comuni e a definire strategie per l’«inclusione attiva», così da lottare più efficacemente contro l’emarginazione dalla società e dal mercato del lavoro.

inclusione attiva e approccio integrato

«Le attuali strategie per affrontare la povertà spesso non funzionano» osserva il commissario europeo responsabile per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, il quale sottolinea come l’esclusione sociale sia il risultato di più problemi, che vanno dalla mancanza di un lavoro o da competenze insufficienti fino ad alloggi inadeguati, emarginazione sociale o disgregazione del nucleo familiare. «Dobbiamo adottare un approccio integrato per offrire ai cittadini una vera e propria via d’uscita dalle condizioni di povertà» sostiene Špidla. Obiettivo della Commissione è dunque quello di cercare di reintegrare nel mercato del lavoro tutti coloro che possono lavorare, fornendo al tempo stesso le risorse necessarie per vivere in modo dignitoso a tutti coloro che non possono esercitare un’attività. Affinché l’integrazione nel mercato del lavoro sia sostenibile, le persone svantaggiate devono essere sostenute con risorse sufficienti e servizi sociali e occupazionali personalizzati, in modo da garantire la loro partecipazione sociale e la possibilità di svolgere un’attività lavorativa.
I principi comuni di lotta alla povertà sono stati definiti attraverso un’ampia consultazione con gli Stati membri e con tutti gli attori interessati, rappresentano un contesto volontario per gli Stati membri al momento di definire le loro politiche e saranno discussi a livello formale dai governi nazionali nell’ambito del Consiglio Occupazione e Affari sociali che si terrà nel dicembre 2008. Il 2010 sarà poi l’Anno europeo della lotta contro la povertà, e presumibilmente l’Unione europea vuole arrivare a questo appuntamento avendo avanzato proposte adeguate per contrastare il problema. Starà poi ancora una volta ai governi applicare sul terreno le misure adeguate.

incontri europei a Marsiglia

Alla vigilia della Giornata internazionale della lotta alla povertà, si è poi svolta a Marsiglia il 16 ottobre scorso una riunione ad alto livello che ha segnato l’avvio dei preparativi per l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale 2010. Una tavola rotonda europea sulla povertà e l’esclusione sociale, presieduta dall’alto commissario alla solidarietà attiva contro la povertà, Martin Hirsch, ha preceduto la prima riunione dei ministri europei sulla povertà e l’esclusione sociale, con la convinzione che giungere a dei risultati concreti in materia di lotta contro la povertà e l’esclusione sociale in seno all’Ue implica un forte impegno politico degli Stati membri.
La lotta contro la povertà e l’esclusione sociale figura, infatti, tra i principali obiettivi dell’Ue e dei suoi Stati membri: al momento del lancio della Strategia di Lisbona, nel marzo del 2000, il Consiglio europeo aveva invitato gli Stati membri e la Commissione a prendere delle misure per dare «uno slancio decisivo all’eliminazione della povertà» entro il 2010. Tuttavia, i risultati ottenuti fino ad oggi sono ancora insufficienti, mentre prendono corpo nuove forme di precarietà in seno all’Unione, come quelle che colpiscono i lavoratori poveri.
«L’Europa è una delle regioni più ricche al mondo eppure al suo interno 78 milioni di persone vivono a rischio di povertà. È una situazione assolutamente inaccettabile! Dobbiamo fare di più e cambiare la nostra strategia» ha ammonito il commissario europeo Vladimír Špidla. L’Ue, i governi nazionali e i cittadini operando assieme «possono e devono agire per eliminare la povertà», sostiene il commissario agli Affari sociali, perché «otto anni dopo l’avvio della prima strategia europea di inclusione sociale, è venuto il momento di riaffermare l’impegno dell’Ue nei confronti di questo importante obiettivo».
Da quando nel 2000 l’Ue ha avviato il suo metodo di coordinamento aperto delle politiche nazionali volte ad affrontare la povertà e l’esclusione sociale, tutti e 27 gli Stati membri hanno sviluppato Piani d’azione nazionali pluriennali, mentre prima del 2000 solo tre Paesi dell’Ue avevano attivato strategie di questo genere. L’impegno dell’Ue incoraggia standard elevati basati su obiettivi fissati di comune accordo, mentre ciascun Paese può attuare le politiche meglio adattate al suo contesto nazionale. Il Fondo sociale europeo (Fse) ha ora una dotazione pari al 10% del bilancio dell’Ue e investe annualmente in tutti gli Stati membri circa 10 miliardi di euro per valorizzare le capacità degli individui. La riunione ministeriale di Marsiglia, preceduta dalla tavola rotonda sulla povertà, ha voluto anche mobilitare i diversi attori e promuovere il dialogo sull’inclusione sociale. Va ricordato che l’Anno europeo 2010 intende: riconoscere i diritti e la capacità delle persone escluse di svolgere un ruolo attivo nella società; ribadire la responsabilità di tutti gli attori sociali nella lotta contro la povertà; promuovere la coesione sociale e diffondere le buone pratiche in materia di inclusione; rafforzare l’impegno di tutti i principali attori politici a intraprendere azioni più efficaci.

un reddito minimo per l’inclusione sociale
Anche il Parlamento europeo, alla fine di settembre, ha affrontato il problema della povertà e dell’esclusione sociale nell’Ue: chiedendo un approccio organico a livello europeo per l’inclusione sociale, ha invitato gli Stati membri a prevedere un sistema di reddito minimo garantito corredato di un pacchetto di misure di supporto.
Secondo gli eurodeputati, infatti, l’adeguatezza dei sistemi di reddito minimo «costituisce una condizione preliminare per un’Unione europea fondata sulla giustizia sociale e sulle pari opportunità per tutti». Gli Stati membri sono quindi esortati a garantire che sia assicurato un reddito minimo adeguato nei periodi senza lavoro o in quelli tra un lavoro e l’altro, con particolare attenzione ai gruppi di donne su cui incombono responsabilità aggiuntive. Il Consiglio dovrebbe inoltre introdurre un obiettivo europeo per la retribuzione minima (stabilita in sede legislativa o di contrattazione collettiva a livello nazionale, regionale o di settore) «in modo da assicurare un reddito pari ad almeno il 60% della media pertinente» (nazionale, settoriale, ecc.) oltre a concordare un calendario di attuazione di tale obiettivo in tutti gli Stati membri.
L’Europarlamento ha salutato con favore l’approccio della Commissione europea all’inclusione sociale attiva, considerando che la finalità generale di tali politiche deve essere quella di dare attuazione ai diritti fondamentali per «permettere alla gente di vivere dignitosamente e di partecipare alla vita sociale e lavorativa». Il Parlamento ha rilevato inoltre che le politiche di inclusione sociale attiva devono esercitare un impatto decisivo sull’eliminazione della povertà e dell’esclusione sociale, sia per quanti hanno un’occupazione (i cosiddetti “lavoratori poveri”) sia per quanti non svolgono un’attività lavorativa remunerata.
Gli eurodeputati hanno sollecitato anche regimi previdenziali che motivino a cercare nuove opportunità di lavoro e la riduzione della pressione fiscale sui redditi medi. Auspicando l’eliminazione della povertà infantile e del fenomeno dei senzatetto, l’Europarlamento chiede inoltre di assicurare l’accesso a servizi di qualità.

ampliamento del programma alimentare
Nelle scorse settimane la Commissione europea ha proposto anche l’ampliamento dell’attuale programma di distribuzione di derrate alimentari a favore delle persone indigenti nell’Ue, aumentando la dotazione di bilancio a circa 500 milioni di euro dal 2009 e ampliando la scelta di prodotti da fornire.
Dal momento che le scorte si trovano a un livello estremamente basso ed è improbabile un loro aumento nel prossimo futuro, il nuovo regime dovrebbe consentire in forma permanente gli acquisti sul mercato, ad integrazione delle restanti scorte d’intervento. La scelta dei generi alimentari sarebbe lasciata agli Stati membri e i piani di distribuzione sarebbero fissati per periodi di tre anni. Le derrate verrebbero ancora distribuite in collaborazione con associazioni senza scopo di lucro e con i servizi sociali locali.
Sebbene i livelli di vita nell’Ue siano in media tra i più alti del mondo, osserva la Commissione, alcuni cittadini non sono in grado di nutrirsi adeguatamente. Si stima che 43 milioni di persone nell’Ue siano a rischio di povertà alimentare: ciò significa che non possono permettersi un pasto con carne, pollo o pesce ogni due giorni. A partire dal piano 2010/2012 il regime dovrebbe essere cofinanziato (75% da attingere al bilancio dell’Ue e 85% nelle zone di coesione), mentre a partire dal piano 2013/2015 il cofinanziamento verrebbe suddiviso al 50% e il bilancio dell’Ue fornirebbe il 75% nelle regioni di coesione.
La Commissione considera necessario aumentare la dotazione di bilancio perché l’incremento dei prezzi delle derrate si ripercuote negativamente sulla sicurezza alimentare dei bisognosi e rende più costosa la fornitura di aiuti alimentari. Nel corso del 2006, oltre 13 milioni di cittadini dell’Ue hanno beneficiato di questo regime di aiuti. Il programma dovrebbe essere disponibile a partire dal 2010.

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/social;
http://www.europarl.europa.eu;
http://www.ue2008.fr/PFUE

 

GIORNATA DELL’ALIMENTAZIONE: MONITO ALL’EUROPA

La mancanza di sicurezza alimentare e idrica aumenteranno con il cambiamento climatico e tale situazione non potrà che peggiorare le disuguaglianze all’interno dell’Ue e creare ulteriori pressioni sulle persone più povere. Questa è la denuncia dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), dell’Ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per gli alimenti e l’agricoltura (Fao), che in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione hanno dedicato un seminario (svoltosi a Roma il 14 ottobre) agli effetti sanitari del cambiamento climatico su cibo, acqua e nutrizione.
Tutta l’Europa sarà colpita dai mutamenti climatici, ma non tutti i Paesi e le regioni lo saranno nello stesso modo: secondo un Rapporto dell’Oms, oltre 60 milioni di persone nei Paesi dell’Europa dell’est vivono in assoluta povertà e il cambiamento climatico potrà peggiorare significativamente le disuguaglianze nello stato di salute all’interno dei singoli Paesi e tra di essi. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) infatti la proiezione per l’Europa tra la fine del 20° e la fine del 21° secolo è di un incremento della temperatura tra i 2,3 ai 6 °C. Ciò potrebbe causare un aggravamento della malnutrizione specialmente fra le popolazioni rurali più povere, il cui reddito familiare è strettamente legato alla produzione di alimenti. Inoltre, la scarsità di acqua aumenterà al centro e al sud d’Europa e in Asia centrale, colpendo un numero variabile tra 16 e 44 milioni di persone in più entro il 2080, mentre l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, non equamente distribuito in Europa, potrebbe peggiorare.

INFORMAZIONI: http://www.efsa.europa.eu

 

OCSE: CRESCIUTE LE DISUGUAGLIANZE TRA POVERI E RICCHI

Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), negli ultimi 20 anni la disuguaglianza tra ricchi e poveri è cresciuta in oltre tre quarti dei suoi 30 Stati membri, soprattutto per l’impiego massiccio di manodopera non qualificata e per l’aumento dei nuclei monoparentali. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto pubblicato dall’Ocse e che considera povero chi vive in un nucleo familiare che ha a disposizione un reddito inferiore al 50% del reddito medio.
In Paesi come Canada, Finlandia, Germania, Italia, Norvegia e Stati Uniti, osserva l’Ocse, è aumentata anche la disparità tra le classi medie e quelle più ricche, mentre nei Paesi con le maggiori disuguaglianze sociali è minore la mobilità sociale, e anche in questo caso il Rapporto indica l’Italia oltre a Regno Unito e Stati Uniti. Negli ultimi 20 anni sono migliorate mediamente le condizioni dei pensionati e invece peggiorate quelle di minori e giovani, che hanno il 25% in più di possibilità di trovarsi in una situazione di povertà rispetto alla media della popolazione. Inoltre, nonostante i Paesi Ocse spendano oggi nelle politiche per la famiglia tre volte di più rispetto a due decenni fa, la probabilità di trovarsi in situazione di povertà per le famiglie monoparentali è tre volte maggiore rispetto al resto della popolazione, situazione grave ma che diventerebbe gravissima senza l’incremento registrato nella spesa sociale per le famiglie.
«Ignorare la crescente disuguaglianza non è un’opzione» ha dichiarato il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurría, durante la presentazione del Rapporto, ma «provare a ricucire le differenze tra ricchi e poveri solo attraverso un aumento della spesa sociale è come curare i sintomi invece della malattia». Per ridurre la povertà, secondo l’Ocse, è invece necessario migliorare i livelli di istruzione e formazione e favorire l’ingresso nel mercato del lavoro di coloro che ne sono rimasti finora esclusi.

INFORMAZIONI: http://www.oecd.org

 

differenze di Pil tra i Paesi dell’Ue

Il Prodotto interno lordo (Pil) pro capite presenta differenze sostanziali tra gli Stati membri dell’Ue, tanto che tra il livello più basso registrato in Bulgaria e il più elevato relativo al Lussemburgo c’è un rapporto di uno a sette: fatta 100 la media dell’Ue, infatti, la variazione massima registrata è tra il 38% e il 276%.
Il dato emerge da uno studio effettuato da Eurostat nei mesi scorsi e basato sul Purchasing power standards (Pps), cioè l’unità di misura utilizzata nelle comparazioni internazionali per eliminare la differenze nei livelli di prezzo e nei tassi di cambio e permettere i confronti tra le diverse regioni europee basandosi su volumi o unità di beni piuttosto che sui valori.
Il Pil pro capite è vicino alla media dell’Ue relativa all’anno 2007 in Spagna, Italia, Grecia e Cipro. Paesi quali Austria, Svezia, Danimarca, Belgio, Finlandia, Regno Unito, Germania e Francia presentano livelli compresi tra il 10% e il 30% superiori alla media dell’Ue, mentre i livelli più elevati di Pil pro capite sono registrati in Lussemburgo, Irlanda e Paesi Bassi.
Sul fronte opposto, invece, cioè con Pil pro capite inferiore alla media dell’Ue, si trovano tutti i nuovi Stati membri più il Portogallo, con la seguente distribuzione: Slovenia, Repubblica Ceca, Malta, Portogallo ed Estonia presentano livelli di Pil pro capite inferiori dal 10% al 30% alla media dell’Ue; Slovacchia, Ungheria, Lituania, Lettonia e Polonia sono invece al 30-50% sotto la media, mentre i livelli più bassi si registrano in Romania e Bulgaria dove il Pil pro capite è di circa il 60% inferiore a quello medio dell’Ue.

Tabella 2

lavoro interinale: direttiva per la parità di trattamento
Fin dal primo giorno di lavoro» i lavoratori interinali devono godere di condizioni d’occupazione identiche a quelle dei lavoratori dipendenti, questo almeno secondo una direttiva adottata dal Parlamento europeo lo scorso 22 ottobre e che segue l’accordo raggiunto in sede di Consiglio nel giugno scorso. La direttiva intende inquadrare il ricorso al lavoro interinale «al fine di contribuire efficacemente alla creazione di posti di lavoro e allo sviluppo di forme di lavoro flessibili». Afferma infatti che il lavoro tramite agenzia interinale non risponde solo alle esigenze di flessibilità delle imprese ma anche «alla necessità di conciliare la vita privata e la vita professionale dei lavoratori dipendenti, contribuendo pertanto alla creazione di posti di lavoro e alla partecipazione al mercato del lavoro e all’inserimento in tale mercato».

uguali diritti

Le condizioni di base di lavoro e d’occupazione dei lavoratori tramite agenzia interinale, sancisce la direttiva, dovranno essere «almeno identiche a quelle che si applicherebbero loro se fossero direttamente impiegati dalla stessa impresa per svolgervi il medesimo lavoro». Per questo, oltre alla parità di salario e alla tutela delle gestanti, i lavoratori interinali avranno diritto a essere informati sui posti vacanti e ad essere assunti nelle imprese in cui operano, nonché di accedere a mense, asili nido e trasporti, alle attività di formazione e di essere protetti da qualsiasi forma di discriminazione fondata su sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o tendenze sessuali.

accesso all’occupazione
La direttiva sancisce che i lavoratori tramite agenzia interinale siano informati dei posti vacanti nell’impresa utilizzatrice, «affinché possano aspirare, al pari degli altri dipendenti dell’impresa, a ricoprire posti di lavoro a tempo indeterminato». Tali informazioni, è precisato, potranno essere fornite mediante un avviso generale opportunamente affisso all’interno dell’impresa in cui operano. Gli Stati membri, inoltre, saranno tenuti a adottare le misure necessarie affinché siano dichiarate nulle le clausole che vietano o impediscono la stipulazione di un contratto di lavoro o l’avvio di un rapporto di lavoro tra l’impresa utilizzatrice e il lavoratore al termine della sua missione. Un’agenzia, inoltre, non potrà richiedere compensi ai lavoratori in cambio di un’assunzione presso un’impresa utilizzatrice o nel caso in cui essi stipulino un contratto di lavoro.

campo d’applicazione
La direttiva si applica ai lavoratori che hanno un contratto di lavoro o un rapporto di lavoro con un’agenzia interinale e assegnati ad imprese utilizzatrici per lavorare temporaneamente e sotto il controllo e la direzione delle stesse. Si applica alle imprese pubbliche e private che sono agenzie di lavoro interinale o imprese utilizzatrici che esercitano un’attività economica con o senza fini di lucro. Gli Stati membri, previa consultazione delle parti sociali, possono prevedere che la direttiva non si applichi ai contratti o ai rapporti di lavoro conclusi nell’ambito di un programma specifico di formazione, d’inserimento e di riqualificazione professionale pubblico o sostenuto da enti pubblici. La direttiva lascia «impregiudicate» le definizioni di retribuzione, contratto o rapporto di lavoro, o di lavoratore, contenute nella legislazione nazionale. Gli Stati membri non possono però escludere dal suo ambito d’applicazione i lavoratori, i contratti o i rapporti di lavoro unicamente per il fatto che riguardano lavoratori a tempo parziale, lavoratori a tempo determinato o persone che hanno un contratto o un rapporto di lavoro con un’agenzia interinale.

applicazione e sanzioni
Gli Stati membri dovranno adottare le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva entro tre anni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue. In caso di inosservanza della direttiva da parte dell’agenzia interinale o dell’impresa utilizzatrice, gli Stati membri dovranno disporre misure idonee, prevedendo procedure amministrative o giudiziarie appropriate intese a fare rispettare gli obblighi che derivano dalla direttiva. Dovranno quindi determinare il regime delle sanzioni applicabili a violazioni delle disposizioni nazionali di attuazione della direttiva e adottare ogni misura necessaria a garantirne l’attuazione, mentre tali sanzioni dovranno essere «effettive, proporzionate e dissuasive».

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu

 

CES: UN SEGNALE IMPORTANTE PER L’EUROPA SOCIALE

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha accolto favorevolmente il voto del Parlamento europeo sulla direttiva riguardante il lavoro interinale, che ha introdotto il principio di parità di trattamento per il lavoratori interinali fin dal primo giorno dell’assunzione, con limitate possibilità di deroga che possano coinvolgere i partner sociali. La Ces è particolarmente soddisfatta del metodo con cui il Consiglio ha risolto la questione dell’eguaglianza di trattamento tra i lavoratori interinali e i lavoratori interni alle aziende, cioè l’argomento più contrastato della direttiva che ha bloccato ogni progresso in materia per sei anni. La direttiva non introdurrà più un periodo generale di qualifica prima dell’applicazione del principio di parità di trattamento, com’era stato proposto precedentemente, ma permetterà solo la deroga in caso di contratto collettivo o, sotto specifiche condizioni, in caso di contratto con i partner sociali nazionali. «È un segno incoraggiante per uscire dal vicolo cieco nello sviluppo dell’Europa sociale e dimostra che il progresso sociale a livello comunitario è necessario e possibile» ha dichiarato il segretario generale della Ces, John Monks, sottolineando inoltre come la direttiva conferirà un ruolo importante ai partner sociali, «con l’implementazione e l’applicazione nella pratica di questo principio che permetterà di avere contemporaneamente flessibilità e protezione dei lavoratori».

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/5471

 

disoccupazione in aumento

Il tasso di disoccupazione è salito dal 7,4% al 7,5% tra luglio e settembre scorsi nei 15 Paesi della zona euro e dal 6,9% al 7% nell’intera Ue, invertendo una tendenza alla diminuzione in corso da mesi, pur presentando nella maggioranza degli Stati membri livelli di disoccupazione inferiori a quelli rilevati un anno prima. Così, secondo Eurostat, il numero totale di disoccupati nell’Ue era di 16,71 milioni a fine settembre scorso, di cui 11,69 nell’area dell’euro, con un incremento di circa 52.000 unità in un mese e di oltre 500.000 in un anno tra i Paesi che hanno adottato la moneta unica (nell’intera Ue l’aumento è stato rispettivamente di 32.000 e 132.000).
Le rilevazioni di Eurostat mostrano i Paesi Bassi (2,5%) e la Danimarca (2,9%) con i più bassi tassi di disoccupazione nell’Ue, mentre Spagna (11,9%) e Slovacchia (10%) presentano i valori percentuali più elevati; l’Italia, con il 6,8% (relativo però al mese di giugno), si colloca al di sotto della media sia della zona euro sia dell’Ue.
Rispetto a un anno prima, 17 Stati membri hanno registrato una diminuzione del tasso di disoccupazione, 9 un incremento e uno è rimasto stabile, con il calo più significativo rilevato in Polonia (dal 9% al 6,5%) e l’incremento maggiore in Spagna (dall’8,3% all’11,9%).
Inoltre, il tasso di disoccupazione maschile è aumentato dal 6,5% del settembre 2007 al 6,9% del settembre 2008 in Eurolandia e dal 6,4% al 6,6% nell’Ue-27; quello femminile è rimasto stabile all’8,2% nella zona euro e sceso dal 7,6% al 7,4% nell’Ue; il tasso di disoccupazione giovanile (under 25) a settembre è stato del 15,3% sia nella zona euro sia nell’Ue-27, contro rispettivamente il 14,5% e il 15% dello stesso mese di un anno fa. Tra i giovani, il livello più basso di disoccupazione è rilevato nei Paesi Bassi (5,3%) e in Austria (6%), mentre il tasso più elevato riguarda Spagna (25,9%) e Grecia (21,4%).

INFORMAZIONI:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu

Tabella 3

 

Europarlamento: garantire la contrattazione collettiva

I diritti sociali fondamentali non sono subordinati a quelli economici, quindi deve essere garantito nell’Ue il diritto dei sindacati a negoziare contratti collettivi e avviare azioni collettive, inclusi gli scioperi, mentre occorre assicurare la parità di trattamento della manodopera e stabilire un quadro giuridico europeo per gli accordi collettivi transnazionali. Questi i punti principali di una relazione approvata dal Parlamento europeo lo scorso 22 ottobre (presentata dall’eurodeputato Jan Andersson), nella quale è sottolineato come la libertà di fornire servizi «è una pietra angolare del progetto europeo» ma tale facoltà non è «di rango superiore rispetto al diritto fondamentale delle parti sociali di promuovere il dialogo sociale».
La relazione approvata osserva poi che la Carta dei diritti fondamentali comporterebbe «il diritto dei sindacati di negoziare e concludere contratti collettivi ai livelli opportuni e, in caso di conflitti di interesse, di intraprendere azioni collettive, comprese le azioni di sciopero, per difendere i loro interessi». Secondo gli eurodeputati, cioè, «i diritti sociali fondamentali non sono subordinati ai diritti economici in una gerarchia di libertà fondamentali».

parità di trattamento
Ogni cittadino dell’Ue dovrebbe avere il diritto di lavorare ovunque in Europa «beneficiando del diritto alla parità di trattamento» secondo l’Europarlamento, che sottolinea la necessità di salvaguardare e di rafforzare la parità di trattamento e di retribuzione tra uomini e donne per il medesimo lavoro, come prescritto dal Trattato. Inoltre, nel quadro della libertà di prestazione di servizi o di stabilimento la cittadinanza del datore di lavoro, dei dipendenti o dei lavoratori distaccati «non può giustificare ineguaglianze nelle condizioni normative, retributive o nell’esercizio dei diritti fondamentali, come il diritto di sciopero». Non devono quindi esistere «ostacoli» agli accordi collettivi, ad esempio a quelli che stabiliscono la parità di retribuzione per tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità o da quella del loro datore di lavoro, nel luogo in cui viene fornito il servizio, o alle azioni sindacali a sostegno di tali accordi.

diritto ad azioni collettive
Nella direttiva relativa al distacco dei lavoratori e nella direttiva sui servizi «l’intenzione del legislatore è incompatibile con interpretazioni che possono favorire una concorrenza sleale fra imprese» osserva il Parlamento europeo, secondo cui le imprese che sottoscrivono e seguono contratti collettivi possono «incorrere in svantaggi concorrenziali rispetto alle imprese che si rifiutano di agire in tal modo». Allo stesso tempo, contesta l’introduzione del principio di proporzionalità per azioni contro le imprese che, richiamandosi al diritto di stabilimento o al diritto di fornire servizi oltre i confini, minano deliberatamente le condizioni di lavoro. Ritiene infatti che «non dovrebbe esistere alcun dubbio circa il diritto di ricorrere alle azioni collettive per sostenere la parità di trattamento e garantire condizioni di lavoro dignitose».

distacco dei lavoratori
Il Parlamento europeo ritiene inoltre che la base giuridica della direttiva relativa al distacco dei lavoratori debba essere ampliata, «al fine di includere un riferimento alla libera circolazione dei lavoratori». Osservando infatti che, attualmente, può essere interpretata «come invito esplicito alla concorrenza sleale in materia di condizioni retributive e normative», sollecita la Commissione a elaborare le necessarie proposte legislative volte a prevenire conflitti di interpretazione nel futuro. La revisione dovrebbe in particolare affrontare questioni come le condizioni di lavoro applicabili, i livelli salariali, il principio della parità di trattamento dei lavoratori nel contesto della libera circolazione dei servizi, il rispetto di modelli di lavoro diversi e la durata del distacco.

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu

 

CONTRATTAZIONE: VOTO EUROPARLAMENTARE PIACE ALLA CES

«Con la relazione approvata il 22 ottobre scorso l’Europarlamento ha espresso profonda preoccupazione riguardo alle sentenze della Corte Europea di Giustizia nei casi Viking, Laval, Rüffert e Commissione versus Lussemburgo, sottolineando che le libertà economiche quali la libertà di prestazione di servizi non sono superiori ai diritti fondamentali, come ad esempio il diritto dei sindacati di condurre un’azione collettiva». Così la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha commentato l’approvazione della relazione Andersson da parte del Parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che l’Europarlamento ha sottolineato in particolare il diritto delle parti sociali di garantire la non discriminazione, la parità di trattamento e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori dipendenti.
Gli europarlamentari, ha aggiunto la Ces, hanno richiesto anche una difesa più forte del bilanciamento tra i diritti fondamentali e le libertà economiche nel diritto primario, in modo da aiutare ad evitare una corsa verso standard sociali più bassi. In particolare, non dovrebbe essere messo in dubbio l’esercizio dei diritti fondamentali riconosciuto dagli Stati membri e dalla Carta dei diritti fondamentali.
«Questo voto mostra chiaramente come il Parlamento europeo abbia trovato con successo un compromesso che permette la salvaguardia del modello sociale europeo e la protezione dei sistemi di relazione industriale degli Stati membri» ha dichiarato il segretario generale della Ces, John Monks. La competizione equa tra le imprese e il rispetto per le manifestazioni sociali, ha aggiunto Monks, sono preoccupazioni condivise da tutti i sindacati europei. Per questo, il segretario generale della Ces si e detto «particolarmente felice di constatare che il Parlamento abbia cercato il mezzo per ripristinare un equilibrio adeguato tra diritti sociali fondamentali e libertà economiche». La Ces ha inoltre rinnovato alle istituzioni europee la richiesta di esaminare con urgenza l’adozione di un protocollo per il progresso sociale in allegato ai Trattati istitutivi dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/5475

 

politiche e realtà delle migrazioni

Il Consiglio europeo del 15-16 ottobre scorsi ha adottato il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, una delle priorità dichiarate della presidenza di turno francese dell’Ue «per disporre di una base per un’effettiva politica europea comune a fronte delle sfide degli anni futuri e dell’esigenza di solidarietà e cooperazione nella gestione dei flussi migratori». Il Patto, già approvato il 25 settembre scorso dal Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Ue, propone cinque impegni politici principali: organizzare l’immigrazione legale tenendo conto di priorità, esigenze e capacità d’accoglienza stabilite da ciascuno Stato membro e favorire l’integrazione; combattere l’immigrazione clandestina, in particolare provvedendo al rimpatrio nel Paese d’origine o verso un Paese di transito degli stranieri in posizione irregolare; rafforzare l’efficacia dei controlli alle frontiere; costruire un’Europa dell’asilo;  creare un partenariato globale con i Paesi d’origine e di transito favorendo le sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo.
Ognuno di questi impegni si dovrà tradurre in obiettivi concreti e strategici e in una serie di misure da attuare immediatamente a livello sia di Unione europea sia nazionale. Ad essi si ispirerà inoltre il futuro programma di lavoro dell’Ue, che la Commissione europea proporrà nel maggio 2009 in previsione di una sua messa a punto sotto la presidenza di turno svedese, mentre l’attuazione del Patto sarà oggetto di un dibattito annuale a decorrere dal Consiglio europeo del giugno 2010.
Come ha spiegato il ministero dell’Immigrazione francese alla vigilia del Consiglio europeo, il Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo «aggiunge poco sul piano tecnico ma molto sul piano politico», perché il suo obiettivo «non è di creare nuove regole bensì di portare a un impegno politico da parte del Consiglio europeo rivolto a tutti i suoi componenti, all’opinione pubblica europea e ai Paesi terzi». Un accordo europeo fortemente voluto dalla presidenza di turno francese dell’Ue e che, pur criticato da più parti, costringerà gli Stati membri a dedicare ogni anno alle materie dell’immigrazione e dell’asilo «una parte della loro agenda europea», sottolinea il governo francese.

un Patto ridimensionato

Va ricordato però che la versione del Patto approvata dai leader dei 27 Stati membri dell’Ue presenta alcune variazioni rispetto alla bozza resa nota nel luglio scorso dalla presidenza di turno francese.
Per quanto concerne il sistema europeo d’asilo, ad esempio, si nota un generale ridimensionamento del livello di armonizzazione delle procedure tra gli Stati membri dell’Ue: per il 2009 si propone la creazione di un ufficio europeo di appoggio in materia di asilo, che non avrà però come obiettivo l’armonizzazione ma semplicemente «la messa in coerenza delle pratiche e delle procedure», cosa che potrebbe significare che la convergenza delle legislazioni nazionali rimarrà facoltativa. La Commissione europea è comunque invitata a presentare delle proposte per l’instaurazione, «se possibile nel 2010 e al più tardi nel 2012», di una procedura d’asilo unica, mentre in vista del regime unico europeo dell’asilo il nuovo Patto prevede un maggior spazio al dialogo con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr).
La nuova versione del Patto prevede anche un ruolo meno ambizioso per l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex): è scritto che «potrà essere studiata» la creazione di un sistema europeo di guardie di frontiera, ma non pare più immediato e certo come nella precedente versione. È invece stato accolto l’appello degli Stati membri dell’area mediterranea sulla condivisione dei flussi d’ingresso via mare, con un accenno a una «migliore presa in carico delle difficoltà che affrontano gli Stati membri rispetto ad afflussi sproporzionati di migranti» e una richiesta alla Commissione di presentare proposte in merito.
Per quanto concerne poi l’immigrazione legale, il nuovo Patto europeo invita a rafforzare l’attrattiva dell’Ue e la libera circolazione dei lavoratori altamente qualificati, a creare strumenti per dare informazioni sulle possibilità di immigrazione legale e a intensificare la lotta alle discriminazioni di cui possono essere vittime gli immigrati.

la Carta blu
E infatti, il Patto comprende anche la proposta di direttiva sulle condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di Paesi terzi che intendano svolgere lavori altamente qualificati, la cosiddetta direttiva “Carta blu”. Una proposta di direttiva che mira a rendere l’Europa «attraente» e a rispondere alle esigenze di manodopera qualificata mettendo a punto una «procedura comune accelerata e flessibile per l’ammissione degli immigrati altamente qualificati nonché condizioni di soggiorno e mobilità interessanti per loro e per i loro familiari». La proposta si prefigge non solo di rafforzare la competitività nell’ambito della Strategia di Lisbona, ma anche di limitare la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Infatti, i cittadini di Paesi terzi che soddisfano i criteri della proposta potranno ottenere la Carta blu che consentirà loro e ai membri delle loro famiglie di entrare, soggiornare in uno Stato membro dell’Ue e di uscirne, avendo così accesso al mercato del lavoro nel settore interessato e usufruendo della parità di trattamento rispetto ai cittadini nazionali in un’ampia serie di settori. Altro obiettivo della Carta blu è di facilitare la mobilità nell’Ue dei titolari del permesso: previo un periodo di soggiorno e di lavoro nello Stato membro interessato, essi potranno recarsi in un altro Stato membro per esercitarvi un impiego altamente qualificato, fatti salvi i limiti fissati dalle autorità di tale Stato in merito al numero di cittadini che possono essere ammessi.
E proprio il rapporto con i sistemi nazionali di rilascio di permessi di soggiorno per motivi di lavoro, e dunque la sovranità rivendicata dai governi in materia di immigrazione legale, potrebbe creare qualche problema alla concretizzazione dei principi contenuti nella proposta. Mentre un problema certo è costituito dalla realtà delle migrazioni, che non sono costituite in maggioranza da persone altamente qualificate e la cui selettività pare di difficile realizzazione, soprattutto se si vogliono evitare forme di discriminazione (con scarsa tutela dei diritti) per quella maggioranza di migranti scarsamente qualificati che cercano semplicemente di migliorare le condizioni di vita proprie e delle proprie famiglie e dei quali l’Europa ha comunque estremo bisogno in base alle previsioni demografiche.

la realtà delle migrazioni
Oltre alla drammatica e quasi quotidiana strage di migranti ai confini dell’Ue connessa al fenomeno dell’immigrazione illegale verso i Paesi europei, con un bollettino sconcertante di vittime che conta una media di quasi 200 morti ufficiali al mese (191 a settembre, 270 ad agosto, 160 a luglio, 185 a giugno, secondo la rassegna on line Fortress Europe), esiste un’immigrazione legale che continua a crescere ma più lentamente rispetto al passato, almeno secondo l’analisi effettuata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nel suo International Migration Outlook 2008, Rapporto annuale in materia di migrazioni. Sono queste le due componenti dell’immigrazione reale e non presunta (o desiderata), la cui analisi dovrebbe costituire la base per elaborare politiche migratorie che troppo spesso sono invece determinate più da motivazioni politico-ideologiche che dallo studio della situazione reale.
Ad esempio, lo studio dell’Ocse evidenzia aspetti significativi delle migrazioni troppo spesso ignorati: circa i due terzi degli immigrati in condizioni di irregolarità con le norme del soggiorno sono entrati regolarmente e si sono poi protratti oltre i termini consentiti; si stima che solo il 10% circa dell’immigrazione illegale giunga via mare; il flusso di lavoratori immigrati temporanei è circa tra volte più elevato di quello dei permanenti; le politiche che incoraggiano il ritorno in patria dei migranti hanno avuto finora un impatto limitato: una percentuale compresa tra il 20% e il 50% dei migranti lascia il Paese ospitante entro cinque anni dall’arrivo, ma la maggior parte lo fa spontaneamente sulla base di motivazioni individuali, familiari o di opportunità lavorative in patria. Inoltre, in Europa l’immigrazione contribuisce mediamente al 50% della crescita demografica, con punte dell’80% nell’Europa meridionale.
Secondo il Rapporto, nel corso del 2006 (cioè l’ultimo anno di riferimento statistico) gli immigrati legali permanenti sono aumentati del 5% nei Paesi membri dell’Ocse, una crescita però fortemente ridotta rispetto al 12% del 2005 e al 18% del 2004. Complessivamente, circa 4 milioni di persone sono emigrate verso gli Stati membri dell’Ocse, il 44% per motivi di ricongiungimento familiare e il 14% per lavoro tra gli immigrati permanenti. Mentre in termini assoluti gli aumenti più significativi dei flussi d’immigrazione si sono registrati negli Stati Uniti (che hanno ricevuto circa un terzo del flusso permanente con 1,3 milioni nel 2006), nel Regno Unito (340.000) in Spagna, Canada e Germania, in rapporto alla popolazione totale Irlanda, Nuova Zelanda e Svizzera hanno ricevuto i flussi più significativi mentre anche Portogallo, Svezia e Danimarca hanno rilevato incrementi superiori al 20%; in Austria (-18%) e Germania (-11%) invece le diminuzioni più consistenti. L’Irlanda, ad esempio, ha registrato un aumento di immigrazione del 66% negli ultimi sei anni, la Finlandia del 40%. In alcuni Paesi come Giappone, Germania e Ungheria, il contributo dell’immigrazione non ha permesso di portare in positivo il saldo demografico nel 2006, mentre nei Paesi dove la popolazione è in aumento l’immigrazione contribuisce già per il 40% alla crescita, con punte dell’80% nei Paesi dell’Europa meridionale.
Il flusso di lavoratori temporanei si è attestato nel 2006 sui 2,5 milioni nell’area dell’Ocse, circa tre volte il numero dei lavoratori permanenti che però nel periodo 2003-2006 sono aumentati del 40% contro il 15% dei lavoratori temporanei. La maggior parte degli ingressi temporanei per lavoro riguarda manodopera straniera poco qualificata, nonostante molti Paesi Ocse si contendano i lavoratori migranti altamente qualificati in una sorta di “tratta dei cervelli”.

“free movement” e “overstayer”
Oltre alla tradizionale distinzione tra lavoratori permanenti e temporanei, il Rapporto dell’Ocse introduce quest’anno anche la categoria “free movement”, cioè i lavoratori che si muovono all’interno delle aree di libero scambio come l’Unione europea e l’Australia-Nuova Zelanda. Considerando l’area dell’Ue, questo tipo di immigrazione riguarda oltre la metà dei lavoratori immigrati permanenti di Austria, Belgio, Danimarca e Germania ma meno del 20% in Francia, Portogallo e Italia. In generale a livello dell’Ocse, nel 2006 il 60% delle migrazioni ha avuto carattere transeuropeo, mentre al di fuori dall’Europa, nel resto dei Paesi Ocse, il 50% dei migranti è rappresentato da asiatici. Una quota sempre maggiore di immigrati latinoamericani sceglie quali Paesi di destinazione il Portogallo e la Spagna, mentre la Cina è in testa tra i Paesi d’origine dei migranti con l’11% del totale, seguita da Polonia e Romania (entrambe intorno al 5-6%).
Per la prima volta dal 1987 il numero dei richiedenti asilo è sceso sotto i 300.000. Gli Stati Uniti continuano a essere il principale Paese di arrivo, con 41.000 richiedenti asilo, seguiti da Canada, Francia, Germania e Regno Unito (tutti tra i 20 e 30 mila). Il Rapporto osserva come l’asilo sia sempre meno una fonte di immigrazione permanente nei Paesi Ocse, dato che le domande d’asilo sono in costante diminuzione e i tassi di accettazione raramente superano il 20%.
Il Rapporto mette poi in evidenza un dato interessante: il 60-65% degli immigrati irregolari sono giunti nel Paese di destinazione attraverso vie legali e sono “overstayer”, cioè persone che si sono trattenute più a lungo di quanto consentito dal visto di ingresso. In alcuni casi, come quello del Giappone, gli overstayer raggiungono addirittura il 75%. Secondo l’Ocse, questo «suggerisce che è difficile ridurre l’immigrazione irregolare attraverso misure di solo controllo delle frontiere. Queste misure non tengono in considerazione il fatto che molti immigrati sono in grado di entrare nel Paese legalmente per cercare lavoro subito dopo il loro arrivo». Ma si tratta di una ricerca alimentata dalle richieste del mercato del lavoro non soddisfatte dai canali dell’immigrazione legale, sottolinea il Rapporto: «Quando esistono reali necessità del mercato e i datori di lavoro hanno mezzi limitati per reclutare lavoratori all’estero, l’ingresso illegale, seguito dalla ricerca del lavoro e dal protrarsi della permanenza, è una delle strade usate per bilanciare la domanda e l’offerta, sebbene non necessariamente sia la più vantaggiosa per gli stessi immigrati e per il mercato del lavoro del Paese ospitante».
I dati mostrano quindi come l’elemento principale per contrastare l’immigrazione illegale dovrebbe essere l’apertura di canali legali d’immigrazione, non solo per lavoratori altamente qualificati: questo è ciò che chiedono i mercati del lavoro nei Paesi Ocse e in Europa ma su cui la risposta politica è ancora insufficiente, a partire dal Patto su immigrazione e asilo proposto dalla presidenza di turno francese dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/  e   http://www.oecd.org

 

CARITAS/MIGRANTES: QUASI 4 MILIONI GLI IMMIGRATI IN ITALIA

Sono tra i 3,8 e i 4 milioni gli immigrati regolarmente presenti in Italia, secondo il Dossier immigrazione 2008 Caritas/Migrantes (presentato il 30 ottobre scorso), con un’incidenza del 6,7% sulla popolazione che si attesta leggermente al di sopra della media Ue, al 6% nel 2006.
La prima comunità straniera, raddoppiata in due anni, è quella rumena (625.000 residenti e, secondo la stima del Dossier, quasi un milione di presenze regolari), seguita da quelle albanese (402.000) e marocchina (366.000), mentre intorno alle 150.000 unità si collocano le collettività cinese (un po’ al di sopra) e ucraina (un po’ al di sotto). In termini percentuali gli europei rappresentano il 52% del totale degli stranieri residenti in Italia, gli africani il 23,2%, gli asiatici il 16,1% e gli americani l’8,6%. Secondo le stime del Dossier la regione con il maggior numero di stranieri regolari è la Lombardia (953.600 presenze pari al 23,9% del totale), seguita dal Lazio (480.700 pari al 12,1% del totale) e dal Veneto (473.800 pari all’11,9% del totale). A fronte di un’incidenza di stranieri del 6,7% a livello nazionale, infatti, il tasso sale decisamente a livello locale raggiungendo ad esempio il 10% a Roma e il 14% a Milano. L’incidenza femminile sulla popolazione immigrata è ormai pari a quella maschile e per alcune nazionalità il numero delle donne supera quello dei connazionali uomini: esse rappresentano infatti l’80,4% degli oltre 132.000 ucraini presenti in Italia, il 70,2% degli oltre 90.000 polacchi e il 66,4% degli oltre 68.000 moldavi. L’80% circa della popolazione immigrata in Italia ha meno di 45 anni, mentre tra le donne straniere residenti in Italia si registra una media di 2,51 figli per donna contro 1,26 per le italiane.
Gli autori del Dossier osservano quindi come gli immigrati in Italia esercitino ormai «un’incidenza notevole», perché costituiscono 1 ogni 15 residenti e 1 ogni 15 studenti a scuola, quasi 1 ogni 10 lavoratori occupati, mentre in un decimo dei matrimoni celebrati in Italia è coinvolto un partner straniero, così come un decimo delle nuove nascite va attribuito a entrambi i genitori stranieri. Oltre al numero complessivo delle presenze, anche altri dati contenuti nel Dossier sono particolarmente significativi: tra 1,5 e 2 milioni di lavoratori, quasi 800.000 minori, più di 600.000 studenti, più di 450.000 persone nate in territorio italiano, più di 300.000 diventati cittadini italiani, più di 150.000 imprenditori e il doppio se si tiene conto anche dei soci e delle altre cariche societarie. Il tasso di attività degli immigrati è del 73,2%, ma sale all’88% se si considera solo quello maschile: percentuali, queste, che superano il tasso di attività degli italiani. Mentre la percentuale di presenze nel settore industriale è scesa al 35,3%, cresce la presenza di immigrati in agricoltura (7,3%) e nei servizi (53,8%). Nelle regioni settentrionali prevale comunque il lavoro in imprese (soprattutto medie e piccole, protagoniste di circa tre quarti delle nuove assunzioni) e il lavoro autonomo, nel centro il lavoro autonomo e in famiglia, al sud il lavoro in famiglia e il lavoro agricolo.
Secondo gli autori del Dossier, però, «lascia perplessi sentir dire che in Italia si fa troppo per l’integrazione degli immigrati, non tenendo conto che questo impegno si può misurare»: rispetto ai 100 milioni di euro, con cui attualmente è finanziato il Fondo per l’integrazione in Italia, la Spagna di milioni ne spende annualmente 300 e la Germania 750. La Germania, inoltre, offre a ogni nuovo immigrato 300 ore gratuite di insegnamento del tedesco.
In una situazione come quella italiana attuale, Caritas e Migrantes ritengono essere proprio le politiche di integrazione il vero banco di prova degli interventi governativi: a giudicare da quanto proposto negli ultimi mesi, però, questi sembrano andare in tutt’altra direzione.

INFORMAZIONI: http://www.caritasroma.it/Prima%20pagina/Dossier2008.asp

 

UNHCR: L’UE CONCRETIZZI GLI IMPEGNI SULL’ASILO

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr) esprime soddisfazione per l’approvazione del Patto europeo su immigrazione e asilo da parte del Consiglio europeo, ma sottolinea la necessità di misure concrete per garantire la protezione di richiedenti asilo e rifugiati. «L’impegno solenne», contenuto nel Patto, di assicurare che le politiche europee in materia di immigrazione e asilo rispettino il diritto internazionale dei rifugiati e i diritti umani è infatti accolto favorevolmente dall’Unhcr, che però osserva come «non potremo mai avere un’Europa dell’asilo se non viene garantito l’accesso nell’Ue a chi è in cerca di protezione». Come sottolinea infatti la rappresentante dell’Unhcr presso le istituzioni europee, Judith Kumin, attualmente non è ancora assicurata il tutta l’Ue la protezione internazionale per le persone che ne hanno bisogno: «La prassi nell’Ue varia molto da Paese a Paese. Per gli afghani, ad esempio, il tasso di riconoscimento della protezione internazionale varia da zero ad oltre l’80%, a seconda dello Stato presso il quale viene fatta richiesta di asilo».
L’Unhcr, secondo cui sarebbe necessario rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri dell’Ue con la creazione di un Ufficio di supporto europeo in materia di asilo, apprezza poi che sia riconosciuta la necessità di un meccanismo di ricollocamento all’interno dell’Ue delle persone che necessitano di protezione internazionale: «Tale meccanismo, che deve essere distinto dal reinsediamento dei rifugiati fuori da Paesi terzi, potrebbe alleggerire particolari pressioni subite da alcuni Stati membri». Il Patto auspica però anche un maggiore coinvolgimento dell’Ue nel reinsediamento dei rifugiati che non hanno potuto beneficiare di protezione effettiva in Paesi terzi e, dato che attualmente l’Ue fornisce solo il 6% circa dei posti disponibili a livello globale per il reinsediamento dei rifugiati, l’Unhcr si augura che «siano rapidamente intraprese azioni concertate per un programma europeo di reinsediamento dei rifugiati».

INFORMAZIONI: http://www.unhcr.it

 

FLASH

bilancio Ue: chiesti più fondi per le priorità strategiche
Criticando i tagli apportati dal Consiglio a un «già modesto» progetto preliminare di bilancio per il 2009, il Parlamento europeo chiede di aumentare la dotazione di voci prioritarie quali crescita e occupazione, lotta ai cambiamenti climatici, sicurezza, politica sociale, coesione e azione esterna. L’Europarlamento osserva che gli stanziamenti d’impegno del progetto di bilancio ammontano complessivamente a 133,9 miliardi di euro, con una contrazione di 469 milioni di euro rispetto alla proposta della Commissione, mentre l’importo degli stanziamenti di pagamento, pari a 114,9 miliardi di euro e inferiore di 1,7 miliardi a quello del progetto preliminare di bilancio, rappresenta lo 0,89% del Reddito nazionale lordo (Rnl), «il che colloca i pagamenti a un livello minimo mai raggiunto finora».
In base a tali constatazioni, gli eurodeputati propongono invece stanziamenti d’impegno per 136 miliardi di euro (1,04% del Rnl e 2 miliardi in più rispetto al Consiglio) e stanziamenti di pagamento di poco inferiori a 124,5 miliardi (0,96% del Rnl e 9 miliardi in più rispetto al Consiglio). In generale, per il bilancio 2009 il Parlamento considera «priorità importanti» la crescita e l’occupazione, la lotta ai cambiamenti climatici e il rafforzamento dell’incolumità e della sicurezza dei cittadini dell’Ue, nonché della dimensione sociale (anche attraverso l’iniziativa della crescita per l’occupazione, gli aiuti alle piccole e medie imprese e alla ricerca) e il sostegno alla coesione interregionale. I deputati intendono quindi incrementare gli stanziamenti delle linee destinate a finanziare tali priorità. Riguardo alla politica sociale, ribadendo l’importanza del principio di solidarietà all’interno dell’Ue, l’Europarlamento si rammarica dei tagli apportati dal Consiglio per quanto riguarda la dotazione del Fondo sociale europeo (Fse) a favore della competitività e l’occupazione a livello regionale. L’approvazione finale del bilancio 2009 dovrebbe avvenire nel corso della sessione europarlamentare di dicembre.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

crolla la fiducia economica
L’indice europeo di fiducia economica (Economic Sentiment Indicator - Esi) delle imprese e dei consumatori, dopo la forte diminuzione di settembre ha fatto registrare in ottobre un ulteriore peggioramento ai livelli più bassi degli ultimi 15 anni. La Commissione europea registra infatti per il mese di ottobre diminuzioni di 7,4 punti nell’Ue e di 7,1 punti nella zona euro (1,5 e 0,8 rispettivamente le diminuzioni dell’Esi in settembre), con dei livelli di indice di 77,5 nell’Ue e di 80,4 nella zona euro che rappresentano un vero record negativo (in settembre l’Esi, già in forte calo, era stato rispettivamente dell’85,2 e dell’87,7).
Se tutti gli Stati membri dell’Ue hanno segnato una diminuzione dell’Esi, tra quelli economicamente più rilevanti il calo più significativo si è registrato nei Paesi Bassi (-11,3), seguiti da Francia (-6,5), Italia (-6,1), Regno Unito (-5,7), Polonia (-5,1), Germania (-4,8) e Spagna (-3,5). Tranne che in Polonia, in tutti gli altri Paesi il livello dell’Esi è ampiamente al di sotto della media di lungo periodo.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance

Ces: direttiva Cae entro l’anno
La Confederazione europea dei sindacati (Ces) si augura una soluzione rapida e positiva della revisione della direttiva sui Comitati aziendali europei (Cae) entro la fine dell’anno. Con un messaggio inviato al Parlamento europeo, infatti, il comitato esecutivo della Ces ha mostrato il suo ampio sostegno ai risultati delle trattative condotte dal segretario generale e dal segretario generale aggiunto con BusinessEurope, e su questa base ha deciso di chiedere all’Europarlamento di portare a termine le sue considerazioni entro l’anno. In caso contrario, ammonisce la Ces, si corre il rischio concreto di fallimento a causa della mancanza di tempo.
Secondo il segretario generale della Ces, John Monks, «con il problema della recessione economica in agguato abbiamo bisogno urgentemente di Comitati aziendali europei forti e spero che questa considerazione faccia da guida al lavoro del Parlamento europeo».
INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

Libro verde sulla coesione territoriale
La Commissione europea ha pubblicato un Libro verde sulla coesione territoriale per lanciare un dibattito a livello europeo, con l’obiettivo di raggiungere una comprensione migliore e condivisa della coesione territoriale e delle sue implicazioni per la definizione delle politiche di sviluppo. Il documento adottato dall’esecutivo europeo risponde alle richieste del Parlamento europeo, della riunione ministeriale sullo sviluppo urbano e sulla coesione territoriale di Lipsia (del maggio 2007), e dei contributi che molti soggetti interessati hanno inviato durante la consultazione pubblica sul quarto Rapporto concernente la coesione. L’iniziativa, avviata in occasione dell’inizio degli “Open Days 2008” cioè della settimana europea delle regioni e delle città, intende stimolare un ampio dibattito pubblico fino al 28 febbraio 2009 per pervenire a una comprensione migliore e condivisa del concetto di coesione territoriale nonché delle sue implicazioni per le politiche dell’Ue.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/regional_policy/consultation/terco/index_it.htm

Giornata per il lavoro dignitoso
Con varie azioni ed eventi organizzati in almeno 500 città di 100 diversi Paesi del mondo si è celebrata il 7 ottobre la Giornata mondiale per il lavoro dignitoso, mobilitazione promossa dalla Confederazione sindacale internazionale (Csi-Ituc), dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) e da varie organizzazioni sociali e sindacali. Secondo i promotori, porre al centro delle politiche sociali nazionali, europee e mondiali il decent work (lavoro dignitoso) è l’unico modo sostenibile per uscire dalla povertà, per costruire la democrazia e la coesione sociale. Il lavoro dignitoso per tutti deve quindi diventare l’elemento centrale dello sviluppo economico, commerciale e finanziario. Quattro sono le componenti principali su cui si basa il concetto di lavoro dignitoso: il rispetto delle Convenzioni internazionali; uguali opportunità e diritti e una retribuzione adeguata; la salute e la sicurezza sul lavoro; la libertà d’organizzazione e di contrattazione collettiva.
Secondo il direttore generale dell’Ilo, Juan Somavia, «garantire i diritti sul lavoro deve essere il cuore delle sfide di questo secolo per la giustizia sociale e una giusta globalizzazione», mentre il segretario generale della Csi, Guy Ryder, ha osservato che per la prima volta i lavoratori di tutto il mondo hanno espresso «a una sola voce la loro protesta contro i risultati di due decenni di deregulation, che hanno causato crescente insicurezza e ineguaglianza nonché una spirale al ribasso della competizione globale che ha messo i profitti dinanzi ai diritti fondamentali delle persone». Per questo, ha aggiunto il segretario generale della Confederazione internazionale di cui fa parte la Ces, «vogliamo fare di questa Giornata mondiale un catalizzatore per il reale cambiamento».
INFORMAZIONI: http://www.wddw.org

PREVISIONI D’AUTUNNO: UE IN RECESSIONE

«L’orizzonte delle ultime previsioni è un po’ cupo e la recessione è un rischio concreto per alcuni Paesi, per la zona euro e per l’intera Ue», questo il commento del commissario europeo responsabile per gli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, in merito alle previsioni economiche d’autunno presentate dalla Commissione europea. Secondo tali previsioni, la crescita economica dell’Ue sarà dell’1,4% del Pil nel 2008, cioè circa la metà di quella registrata nel 2007, per poi crollare allo 0,2% nel 2009 e risalire leggermente all’1,1% nel 2010. Per la zona euro le previsioni sono anche peggiori: la crescita economica sarà dell’1,2% nel 2008, dello 0,1% nel 2009 e dello 0,9% nel 2010. Le ripercussioni della crisi finanziaria internazionale colpiscono dunque seriamente le economie dell’Ue, la situazione resta precaria e i rischi di recessione restano significativi anche in prospettiva, secondo la Commissione. La zona euro è già entrata in «recessione tecnica» con due trimestri consecutivi di crescita negativa del Pil: nel secondo trimestre è stata del -0,2% e nel terzo si prevede un ulteriore calo sia nei 15 Paesi dell’euro sia nell’intera Ue. Nel 2009, poi, i 15 Paesi dell’Uem resteranno di fatto a una crescita vicino allo zero (0,1%), che a causa di eventuali choc «potrebbe diventare recessione», mentre solo nel 2010 si prevede una flebile ripresa. Così, l’occupazione aumenterà solo marginalmente nel biennio 2009-2010 dopo i 6 milioni di nuovi posti di lavoro creati nel periodo 2007-2008, mentre si prevede un aumento di almeno un punto percentuale del tasso di disoccupazione, che aveva invece raggiunto i livelli più bassi dell’ultima decade.
Secondo la Commissione, anche l’Italia è entrata «in recessione tecnica» nella seconda metà del 2008 e chiuderà l’anno a crescita zero, così come il 2009 (0,1% e 0,2% invece le previsioni del Fondo Monetario Internazionale); il deficit tornerà a salire dall’1,6% del 2007 (anno record in positivo) al 2,5% quest’anno e al 2,6% nel 2009, mentre il debito pubblico nei prossimi 12 mesi riprenderà a salire fino 104,3% del PIL. Anche altri Stati membri della zona euro registreranno problemi simili: si prevede che sforeranno il parametro deficit/PIL del 3% Francia, Irlanda, Grecia e Slovacchia. La speranza indicata dalla Commissione è che ci possa essere per l’Ue un recupero graduale nella seconda metà dell’anno prossimo, così da permettere una leggera ripresa l’anno successivo, questo anche grazie al previsto calo dei prezzi delle materie prime, a partire da quello del petrolio, che dovrebbe riportare l’inflazione della zona euro dal 3,5% del 2008 al 2,2% nel 2009 e al 2,1% nel 2010. Ma si tratta di uno «scenario molto prudente» ha ammonito Almunia, perché «nessuno ha cognizione di quello che accadrà nel prossimo futuro» e quindi le previsioni per il 2010 «sono da prendere con cautela».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance

 

MARIO SEPI NUOVO PRESIDENTE DEL CESE

Il 22 ottobre scorso Mario Sepi è stato eletto presidente del II gruppo (lavoratori) del Comitato economico e sociale europeo (Cese), per il mandato 2008-2010. Sepi, con una lunga esperienza da sindacalista attivo in Italia (Cisl) e in Europa, è membro del Cese dal 1995 e per il proprio mandato ha scelto di adottare lo slogan “Diritti e solidarietà per guidare la globalizzazione”.
Il Cese è un organo consultivo dell’Ue fondato nel 1957 e fornisce consulenza alle maggiori istituzioni europee (Commissione, Consiglio e Parlamento) attraverso l’elaborazione di pareri. È suddiviso al suo interno in tre grandi gruppi: datori di lavoro, lavoratori e attività diverse (agricoltori, consumatori, ambientalisti, associazioni delle famiglie, Ong, ecc.) e il suo compito principale è di fungere da ponte tra le istituzioni dell’Ue e la società civile organizzata.

INFORMAZIONI: http://eesc.europa.eu