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Euronote 52/2008

impronte digitali

Vignetta Che il clima tra Italia e Unione europea in questi ultimi mesi non fosse dei migliori è cosa nota. Ma visti i toni dei recenti scambi tra il governo di Roma e le istituzioni comunitarie vale la pena tornarci su, anche perché il barometro è ormai vicino a segnare tempesta.
Per non andare troppo lontano, ai tempi in cui l’attuale presidente del Consiglio italiano si segnalava per i suoi atteggiamenti goliardici, più di un segnale è arrivato in questi ultimi mesi: dalla promessa di un “drizzone” all’Ue alle considerazioni non proprio ortodosse sull’euro e la disciplina finanziaria e, adesso, più clamorosa la vicenda delle impronte digitali ai bambini rom. La condanna da parte del Parlamento europeo (vedi pagg. 6-7) è stata netta e accompagnata da un’impressionante serie di richiami al diritto comunitario e internazionale, in sintonia con le preoccupazioni manifestate dall’Unicef, dal Consiglio d’Europa e dalle principali Ong europee.
L’Europarlamento ha votato la risoluzione di condanna all’Italia con una maggioranza ampia ed insolita: 336 voti a favore, 220 i contrari e 77 gli astenuti. Una maggioranza trasversale nella quale, al voto compatto delle sinistre, si sono aggiunti i liberal-democratici e 21 eurodeputati popolari memori dei loro valori di riferimento e di tragiche esperienze nei rispettivi Paesi: oltre i rumeni, molti tedeschi, francesi, belgi ed olandesi.
La risoluzione che «esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori» per evitare che «questi ultimi vedano i propri diritti fondamentali violati e vengano criminalizzati» ha suscitato dure e scomposte reazioni da parte del governo italiano. Per il ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, Franco Frattini, si è trattato di un «voto politico» e come tale da respingere al mittente. Per l’apprendista, ultimo arrivato, ministro degli Affari europei l’Ue avrebbe scritto una delle sue «pagine più nere». Opinioni discutibili, come tante altre, se pronunciate da un frettoloso uomo della strada, ma affermazioni gravi per il governo di uno Stato membro dell’Ue. Che poi si sia trattato di un “voto politico” non dovrebbe stupire da parte di un Parlamento, salvo forse per chi attribuisce al Parlamento una residua funzione notarile rispetto al sovrano di turno. Del voto si è detto, giustamente, che non ha valore vincolante: sicuramente per ragioni giuridiche, secondo qualcuno anche perché sembra che ormai il richiamo ad un’etica fondamentale vincoli sempre meno.
È in corso in Europa, e in particolare in Italia, una pericolosa deriva di civiltà, un’inquietante erosione dello Stato di diritto, un oscuramento dei valori di solidarietà e di pace che sono stati a fondamento della costruzione europea. Non è troppo presto per reagire.

 

Agenda sociale rinnovata: buone intenzioni, molti limiti

Definita sulla base di un’ampia consultazione avviata nel 2007 per valutare l’evoluzione della realtà sociale in Europa, il 2 luglio scorso la Commissione europea ha presentato l’Agenda sociale rinnovata, un pacchetto che comprende 19 iniziative in materia di occupazione e affari sociali, istruzione e giovani, salute, società dell’informazione e affari economici, secondo un approccio integrato che costituisce il nuovo impegno dell’Ue nell’ambito dell’Europa sociale. Obiettivo della Commissione è di adattare il cosiddetto “modello sociale europeo” alla nuova realtà economico-sociale dell’Ue, fortemente influenzata dalla globalizzazione economica, dalle turbolenze dei mercati mondiali, dallo sviluppo tecnologico e dal costante invecchiamento della popolazione europea.

i risultati ottenuti

La nuova Agenda sociale, osserva la Commissione, interviene su una già ampia attività portata avanti dall’Ue in ambito sociale negli ultimi anni con buoni risultati.
Almeno 6,5 milioni di nuovi posti di lavoro sono stati creati nell’Ue nell’ultimo biennio e altri 5 milioni sono previsti entro la fine del 2009; il tasso di disoccupazione, attestatosi intorno al 7%, è il più basso dalla metà degli anni Ottanta; dei circa 12 milioni di posti di lavoro creati dal 2000, ben più della metà (7,5) sono occupati da donne e cresce anche il numero di lavoratori “anziani”: tutti risultati positivi nell’ambito della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Il Fondo sociale europeo rappresenta ormai circa il 10% del budget dell’Ue e ogni anno contribuisce all’inserimento lavorativo di circa 2 milioni di persone disoccupate o inattive (di cui 1,2 milioni sono donne), muove verso l’occupazione l’11% dei disoccupati europei e circa 200.000 persone socialmente escluse o svantaggiate, favorendo inoltre l’adattamento alle evoluzioni del mercato del lavoro di circa 4 milioni di persone attraverso la formazione permanente. Gli Stati membri dell’Ue spendono in media il 27,3% del Pil per finanziare la protezione sociale (pensioni, sussidi sociali e di disoccupazione), con punte superiori al 30% in vari Paesi nordeuropei, rispetto ad esempio al 17% speso dal Giappone e al 15% dagli Usa. Dalla sua nascita l’Ue ha già adottato 13 normative sulla parità di genere per assicurare eguale trattamento nell’accesso al lavoro, alla formazione, alla retribuzione, alle condizioni di lavoro e alla sicurezza sociale, così oggi gran parte dei nuovi posti di lavoro sono occupati da donne e quasi il 60% dei laureati sono ragazze. La non discriminazione e le pari opportunità per tutti, già regolate da normative europee in ambito lavorativo, sono ora estese al di fuori dei posti di lavoro, mentre procede il dialogo sociale tra sindacati e datori di lavoro (pur con qualche difficoltà) ed è in corso il coordinamento a livello europeo delle politiche nazionali contro la povertà e l’esclusione sociale.
Queste buone prestazioni mostrate dall’Ue in materia sociale dovrebbero essere ulteriormente migliorate dalle varie iniziative contenute nell’Agenda sociale rinnovata: la Commissione ritiene ad esempio che le spese per protezione sociale potrebbero essere effettuate «in modo più mirato ed efficiente», che si debba migliorare il coordinamento europeo degli interventi sociali nazionali e che lo sviluppo di «servizi sociali di qualità, accessibili e sostenibili» passi attraverso la garanzia del «mercato unico e delle regole di concorrenza». Senza dimenticare però, sottolinea la Commissione, che «gli interventi in ambito sociale sono essenzialmente di competenza degli Stati membri e vanno attuati portandoli il più vicino possibile ai cittadini a livello nazionale, regionale e locale».

critiche delle organizzazioni sociali e sindacali
Questo approccio dell’esecutivo europeo evidenziato nell’Agenda sociale, fatto di buone intenzioni ma anche di chiara delega di responsabilità agli Stati membri nell’efficacia degli interventi, è stato criticato dalle organizzazioni sociali e sindacali europee che vedono un insufficiente impegno politico dell’Ue in un momento molto delicato dal punto di vista economico-sociale com’è quello attuale.
Le Ong sociali europee riunite nella Social Platform, ad esempio, hanno reagito con moderato ottimismo alla rinnovata Agenda sociale, osservando come manchi ancora un chiaro impegno per far sì che le questioni sociali siano centrali nella strategia politica dell’Ue. Secondo la Social Platform, nonostante focalizzi un ampio spettro di problematiche sociali la Commissione continua a concentrarsi quasi esclusivamente sul terreno della “crescita e occupazione” e, dato che poche componenti del pacchetto hanno valore legislativo, gli effetti di reale cambiamento sulla vita dei cittadini saranno limitati. «Con il 16% della popolazione dell’Ue a rischio di povertà e discriminazioni rampanti, le proposte contenute nell’Agenda sociale rinnovata sono fortemente necessarie. Ma finché la Commissione non avanzerà un vero patto sociale, mettendo impegni concreti per il progresso sociale al centro della sua visione dell’Ue, allora le pari opportunità per tutti e lo sradicamento della povertà resteranno obiettivi impossibili da raggiungere» ha dichiarato il presidente della Social Platform europea, Conny Reuter.
La proposta di direttiva “orizzontale” per la tutela dalle discriminazioni al di fuori degli ambiti di lavoro basate sull’età, l’handicap, le tendenze sessuali, la religione e le convinzioni personali (vedi pag. seguente), contenuta nell’Agenda rinnovata, secondo la Social Platform fa sì riferimento all’articolo 13 del Trattato di Amsterdam che è però a sua volta limitato rispetto all’articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali, dove si condannano tutte le discriminazioni fondate su «sesso, razza, colore, origini etniche o sociali, caratteristiche genetiche, linguaggio, religione o credo, opinioni politiche o di altra natura, appartenenza a minoranze nazionali, diritto di proprietà, nascita, disabilità, età e orientamento sessuale». Le Ong europee chiedevano dunque che l’Agenda contenesse chiare raccomandazioni antidiscriminatorie che andassero oltre l’ambito di riferimento normativo dell’articolo 13.
Critiche sono giunte anche rispetto all’azione prevista dall’Agenda in materia di lotta alle discriminazioni subite dalle popolazioni rom (vedi pag. 6). L’approccio della Commissione è ritenuto infatti «limitato» dalla EU Roma Policy Coalition (Erpc), coalizione europea che comprende le principali organizzazioni europee dei rom oltre ad Amnesty International e all’European Network Against Racism (Enar). Secondo l’Erpc, in un momento in cui le discriminazioni contro le popolazioni rom sono in aumento in Europa la Commissione dovrebbe assumere un ruolo guida nell’elaborazione e nel coordinamento di una strategia europea di lungo termine per i rom, non limitarsi a delegare le responsabilità agli Stati membri.
L’Agenda sociale costituisce poi «un modesto passo avanti» secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che osserva come l’Europa sociale sia stata «parcheggiata troppo a lungo» dalle istituzioni europee. Secondo la Ces, il pacchetto contiene delle buone intenzioni ma non sufficienti per «persuadere i cuori e le menti dei cittadini europei e soddisfare le loro necessità». È necessario un approccio sociale più ambizioso, sostengono i sindacati europei, perché alcune recenti proposte di direttive e alcune sentenze della Corte di Giustizia hanno «elevato il mercato unico al di sopra dei diritti fondamentali». L’approccio è simile anche nel pacchetto dell’Agenda sociale: ad esempio la proposta di direttiva sulle cure sanitarie transfrontaliere centra la questione solo in termini di mercato interno e di libera circolazione dei servizi, osserva la Ces che condanna la predominante del “consumo” in campo sanitario, perché minaccia e indebolisce la solidarietà su cui è basato il sistema sanitario e amplia le ineguaglianze nell’accesso alle cure soprattutto per i più deboli e poveri. «L’Ue deve urgentemente cambiare direzione per non mettere a repentaglio il progetto europeo e allontanarsi dai propri cittadini» ammonisce la Ces.

una direttiva antidiscriminazioni

Nell’ambito dell’Agenda sociale rinnovata, la Commissione europea ha presentato una proposta di direttiva “orizzontale” per la tutela dalle discriminazioni al di fuori degli ambiti di lavoro basate sull’età, l’handicap, le tendenze sessuali, la religione e le convinzioni personali. La proposta intende assicurare la parità di trattamento negli ambiti della protezione sociale, compresa la sicurezza sociale e l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’accesso e la fornitura di beni e servizi commercialmente disponibili al pubblico, compresi gli alloggi.
«Il diritto a un trattamento equo è fondamentale, ma milioni di persone nell’Ue continuano a scontrarsi contro la discriminazione nella vita quotidiana» ha dichiarato il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari Sociali, Vladimír Špidla, osservando come attualmente nell’Ue si registrano diseguaglianze nella stessa legislazione comunitaria, poiché i cittadini sono protetti dalla discriminazione fuori dal posto di lavoro solo nei casi di discriminazioni fondate su sesso, razza o origine etnica. «Le misure che proponiamo - ha sottolineato Špidla - sono proporzionate e ragionevoli; assicurano la certezza del diritto per le imprese e gli utilizzatori di beni e servizi rispettando nel contempo le esigenze specifiche dei diversi settori nonché le diverse tradizioni nazionali».
Le normativa proposta vieterà la discriminazione diretta e indiretta nonché le molestie e la vittimizzazione. Per le persone diversamente abili, ad esempio, la non discriminazione comporterà un principio di accessibilità generale nonché di «sistemazione ragionevole» già presente nella normativa europea esistente. Gli Stati membri rimarranno invece liberi di mantenere misure atte ad assicurare la laicità dello Stato o per quanto concerne lo status e le attività delle organizzazioni religiose. La direttiva non avrà inoltre effetti su prassi quali ad esempio gli sconti per i cittadini anziani o limitazioni d’età per l’accesso a certi beni per ragioni di salute pubblica. Per assicurare l’efficacia delle misure proposte, gli organismi nazionali preposti alla parità forniranno consulenze alle vittime di discriminazione mentre le organizzazioni della società civile potranno a loro volta aiutare le vittime ad espletare le procedure giudiziarie e amministrative.
La proposta di direttiva rientra in una più ampia strategia politica di lotta contro la discriminazione, adottata dalla Commissione quale follow up dell’Anno europeo delle pari opportunità per tutti (2007). L’iniziativa della Commissione è completata da una comunicazione sulla non discriminazione e le pari opportunità, che delinea ambiti chiave in cui occorre realizzare ulteriori progressi a livello europeo e nazionale come ad esempio la lotta contro la discriminazione multipla, le azioni di sensibilizzazione, l’inserimento della tematica antidiscriminatoria in tutte le altre politiche, l’azione positiva e la raccolta di dati. È inoltre annunciata la creazione di un nuovo gruppo di esperti governativi finalizzato a rafforzare il dialogo tra gli Stati membri in materia di politiche antidiscriminatorie. Da un sondaggio Eurobarometro, pubblicato insieme alla proposta di direttiva e alla comunicazione, emerge una percezione di persistenti discriminazioni tra i cittadini europei basate sugli orientamenti sessuali (51%), sull’handicap (45%), sull’età e sul credo religioso (42% entrambe), mentre circa la metà dei cittadini interpellati ritiene che non si faccia abbastanza per contrastare le discriminazioni.

INFORMAZIONI:
http://www.socialplatform.org
http://www.etuc.org/a/5185
http://ec.europa.eu/employment_ social/fundamental_rights

 

INDICAZIONI SULLA SCUOLA EUROPEA DEL 21° SECOLO

Per mettere le scuole europee in grado di rispondere ai bisogni reali dei giovani e alle richieste dei mercati del lavoro sono necessari cambiamenti anche radicali e una maggior cooperazione tra gli Stati membri, secondo una comunicazione presentata dalla Commissione europea nell’ambito dell’Agenda sociale rinnovata. La Commissione propone un’agenda di cooperazione in tre ambiti: conferire a tutti gli allievi le competenze di cui hanno bisogno; assicurare un apprendimento di qualità elevata per ciascuno studente, attraverso educazione prescolastica, equità nei sistemi scolastici, riduzione della dispersione scolastica e sostegno agli studenti con bisogni specifici; migliorare la qualità degli insegnanti e del personale delle scuole. L’istruzione scolastica è sempre più considerata un ambito chiave per il raggiungimento degli obiettivi della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, ma finora i progressi in materia di miglioramento della capacità di lettura, di riduzione degli abbandoni scolastici e di aumento della partecipazione all’istruzione sono stati deludenti. Per questo la Commissione chiede maggior impegno e cooperazione agli Stati membri dell’Ue e auspica che si migliori la qualità dell’istruzione scolastica facendo leva su una più intensa autovalutazione delle scuole e mediante una formazione qualitativamente migliore per il personale scolastico. Sempre in materia scolastica, oltre alla comunicazione la Commissione europea ha presentato un Libro verde per aprire il dibattito a livello europeo sul modo in cui le politiche dell’istruzione possono affrontare al meglio le sfide poste dall’immigrazione e dai flussi di mobilità all’interno dell’Ue. Tra i quesiti chiave posti dalla Commissione, come si può evitare la creazione di contesti scolastici segregati e migliorare quindi l’equità nell’istruzione, come far fronte alla crescente diversità di lingue e di prospettive culturali, come adattare la didattica e migliorare il dialogo con le famiglie e le comunità immigrate.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/education

 

COMMISSIONE EUROPEA: FONDAMENTALE LA DIMENSIONE SOCIALE

«La dimensione sociale dell’Europa non è mai stata importante come oggi» ha dichiarato il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, durante la presentazione del corposo pacchetto di iniziative che costituiscono l’Agenda sociale europea rinnovata e che sono incentrate sulle seguenti priorità: prepararsi al domani: i bambini e i giovani; investire in risorse umane: gestire il cambiamento; consentire vite più lunghe e più sane; combattere la discriminazione; rafforzare gli strumenti; orientare le priorità a livello internazionale; combattere povertà ed esclusione sociale. La Commissione propone ad esempio un testo per colmare le lacune giuridiche e meglio tutelare da discriminazioni fondate su religione o convinzioni personali, handicap, età o tendenze sessuali in settori diversi dall’occupazione (vedi pag. 5). Un’altra proposta legislativa compresa nel pacchetto mira invece ad agevolare l’accesso all’assistenza sanitaria dei cittadini in Paesi europei diversi dal proprio. Il pacchetto comprende poi un documento che espone il parere della Commissione sul tipo di scuole necessarie nell’Europa del XXI secolo e un altro che esamina la problematica dell’istruzione e dell’integrazione sociale dei bambini appartenenti a famiglie migranti (vedi box sopra).
Secondo il presidente Barroso, la dimensione sociale «è indissociabile dalla Strategia di Lisbona, adottata dall’Ue per stimolare la crescita e garantire posti di lavoro migliori ai cittadini europei. L’Europa ha bisogno di un’agenda sociale moderna, che permetta di rispondere rapidamente ai cambiamenti economici e sociali e di potenziare le opportunità, l’accesso e la solidarietà per i cittadini dell’Ue. Il successo economico apporta vantaggi sociali e il pacchetto proposto dalla Commissione mira a far sì che nessuno venga dimenticato e che la prosperità dell’Europa venga condivisa da tutti». Il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, ha invece sottolineato come gli europei siano «consapevoli del fatto che ancora troppe persone vengono private di possibilità a causa della discriminazione. Alcune perdite di posti di lavoro sono dovute al fatto che i comitati aziendali non collaborano efficacemente a livello transfrontaliero. Attraverso un’azione concertata l’Ue può apportare un valore aggiunto alle misure prese a livello nazionale per migliorare la vita dei cittadini». Gli interventi in ambito sociale sono di competenza degli Stati membri ma, sottolinea la Commissione, l’Ue può efficacemente integrare gli interventi nazionali e promuovere la cooperazione al fine di gestire i cambiamenti socioeconomici.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social 


rom: comunicazione europea e polemiche con l’Italia


La normativa europea dice chiaramente che «non è possibile riservare un trattamento diverso su base etnica» ha detto il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, il 2 luglio scorso durante la presentazione di una comunicazione sull’esclusione dei rom e commentando l’iniziativa del governo italiano di sottoporre le popolazioni dei campi nomadi alla raccolta delle impronte digitali.
Con la comunicazione sull’esclusione dei rom nell’Ue, presentata nell’ambito dell’Agenda sociale rinnovata (vedi pagine precedenti) la Commissione europea rileva come milioni di europei di origine rom siano oggetto di continua discriminazione, sia a livello individuale sia istituzionale, e di diffusa emarginazione sociale (vedi “euronote” n. 51 pag 4. e n. 48 inserto). Tuttavia, sottolinea l’esecutivo europeo, esistono gli strumenti legislativi, finanziari e politici a livello europeo per migliorare la situazione e ciò sarà possibile se gli Stati membri e la società civile uniranno le forze per coordinare le loro attività. Ad esempio, i Fondi strutturali dell’Ue, compreso il Fondo sociale europeo (Fse), e gli strumenti di preadesione «sono essenziali per superare l’emarginazione», ma sono efficaci solo con un coordinamento forte e col «pieno coinvolgimento della società civile nella progettazione, nell’attuazione e nel monitoraggio dell’azione europea». L’Ue dispone poi di «chiari poteri» nel campo dell’antidiscriminazione (come la direttiva 2000/43/CE sulla parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica) e per monitorare il corretto recepimento della normativa europea, ma «la responsabilità principale in merito a molti degli aspetti centrali dell’inclusione dei rom compete essenzialmente agli Stati membri», ad esempio su istruzione, occupazione, inclusione sociale, ambiti in cui l’Ue può solo coordinare le politiche nazionali e supportarne l’attuazione.
L’approccio della Commissione è però ritenuto «limitato» dalla EU Roma Policy Coalition (Erpc), coalizione europea che comprende le principali organizzazioni europee dei rom oltre ad Amnesty International e all’European Network Against Racism (Enar). Secondo l’Erpc, infatti, in un momento in cui le discriminazioni contro le popolazioni rom sono in aumento in Europa la Commissione dovrebbe assumere un ruolo guida nell’elaborazione e nel coordinamento di una strategia europea di lungo termine per i rom, non limitarsi a delegare le responsabilità agli Stati membri.

Europarlamento: «L’Italia non schedi i rom»
Il 10 luglio, poi, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione con la quale ha esortato le autorità italiane ad «astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori, e dall’utilizzare le impronte digitali già raccolte». Tale pratica, infatti, «costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l’origine etnica, vietato dall’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e per di più un atto di discriminazione tra i cittadini dell’Ue di origine rom o nomadi e gli altri cittadini, ai quali non viene richiesto di sottoporsi a tali procedure». È quanto rileva l’Europarlamento nella risoluzione sostenuta dai gruppi politici socialista (Pse), sinistra europea (Gue/Ngl), verdi (Verdi/Ale) e democratico/liberale (Alde), adottata con 336 voti favorevoli, 220 contrari e 77 astensioni.
I deputati europei ritengono «inammissibile» che, con l’obiettivo di proteggere i bambini, questi «vedano i propri diritti fondamentali violati e vengano criminalizzati». Il miglior modo per proteggere i diritti dei bambini rom è invece quello di «garantire loro parità di accesso a istruzione, alloggi e assistenza sanitaria di qualità, nel quadro di politiche di inclusione e di integrazione, e di proteggerli dallo sfruttamento», sostiene l’Europarlamento che invita la Commissione «a valutare approfonditamente le misure legislative ed esecutive adottate dal governo italiano per verificarne la compatibilità con i Trattati e il diritto dell’Ue». A tutti gli Stati membri è poi chiesto di rivedere e abrogare le leggi e le politiche che discriminano i rom sulla base della razza e dell’origine etnica, direttamente o indirettamente, mentre Consiglio e Commissione sono sollecitati a monitorare l’applicazione dei Trattati e delle direttive dell’Ue sulle misure contro la discriminazione e sulla libertà di circolazione, al fine di «assicurarne la piena e coerente attuazione».
Il Parlamento condanna quindi «totalmente e inequivocabilmente» tutte le forme di razzismo e discriminazione cui sono sottoposti i rom e altri considerati “zingari” e invita il Consiglio e la Commissione a «rafforzare ulteriormente» le politiche dell’Ue riguardanti i rom, lanciando una strategia europea per i rom volta «a sostenere e promuovere azioni e progetti da parte degli Stati membri e delle Ong connessi all’integrazione e all’inclusione dei rom, in particolare dei bambini». Invita inoltre la Commissione e gli Stati membri a «varare normative e politiche di sostegno alle comunità rom, promuovendone al contempo l’integrazione in tutti gli ambiti, e ad avviare programmi contro il razzismo e la discriminazione nelle scuole, nel mondo del lavoro e nei mezzi di comunicazione e a rafforzare lo scambio di competenze e di migliori pratiche». In tale contesto, ribadisce l’importanza di sviluppare strategie a livello dell’Ue e a livello nazionale, «avvalendosi pienamente delle opportunità offerte dai fondi dell’Ue, di abolire la segregazione dei rom nel campo dell’istruzione, di assicurare ai bambini rom parità di accesso a un’istruzione di qualità». Ma anche di assicurare e migliorare l’accesso dei rom ai mercati del lavoro, di assicurare la parità di accesso all’assistenza sanitaria e alle prestazioni previdenziali, di combattere le pratiche discriminatorie in materia di assegnazione di alloggi e di rafforzare la partecipazione dei rom alla vita sociale, economica, culturale e politica.
Intervenendo al dibattito dell’Europarlamento, il commissario europeo Špidla ha osservato che questa è la quarta volta che l’Aula esamina la situazione dei rom in Italia, affermando che tutti devono essere d’accordo che su questo tema è necessaria «una politica responsabile». La Commissione, ha aggiunto, ha appreso con «un certo scontento» l’approvazione delle misure che si intendono prendere in Italia emerse da una situazione di urgenza che prevede anche la raccolta delle impronte digitali. In proposito, ha commentato che vi sono alcune incertezze quanto al carattere e alle ripercussioni di queste misure e ha sottolineato che la raccolta delle impronte può avvenire solo nel rispetto della legislazione vigente. Per questo la Commissione ha chiesto alla autorità italiane di chiarire gli obiettivi e il merito delle misure, al fine di valutarne la proporzionalità e verificarne la compatibilità con i principi europei.

la replica italiana

«Siamo indignati per la risoluzione votata dal Parlamento europeo» ha dichiarato il ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, aggiungendo che il governo italiano «andrà avanti fino in fondo, nel pieno e totale accordo con la Commissione europea», perché censire i campi nomadi e restituire dignità a chi vi abita «è una battaglia di civiltà». Il ministro degli Esteri italiano ed ex vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, ha invece così commentato la risoluzione dell’Europarlamento: «Se fosse un’accusa fondata mi sentirei in imbarazzo, ma siccome è un’accusa infondata ed è frutto di un voto politico non mi sento in imbarazzo per niente». Secondo Frattini, la decisione del Parlamento europeo è il risultato di «non conoscenza di una legge italiana che non è ancora una legge», dunque si tratta di una «azione prematura, anche da questo punto di vista».
Di tutt’altro avviso l’ex ministra italiana per le Politiche comunitarie, Emma Bonino, che ritiene l’iniziativa dell’Europarlamento «una decisione importante, anche se non vincolante, frutto di una grossa battaglia culturale». Il monito del Parlamento europeo, supportato dalla presa di posizione della Commissione europea, ha riguardato «un’iniziativa sgangherata» secondo l’attuale vicepresidente del Senato italiano, che ha aggiunto: «Adesso speriamo che questo atto ci aiuti a convincere alcuni sindaci e il ministro a cambiare opinione e alla fine penso che qualche barlume di speranza si aprirà. Io credo ci debba essere una mobilitazione che sia di richiamo alla ragionevolezza e alla storia: abbiamo sempre la memoria corta, e invece avere attenzione al già visto, già vissuto e già patito, può aiutare».
 
INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/employment_social/fundamental_rights/roma/
http://www.europarl.europa.eu
http://cms.horus.be/files/99935/MediaArchive/pdfpress/08_07_02_Roma_PR.pdf

 

ITALIANI I PIÙ INTOLLERANTI CON I ROM

Mentre in Italia, e nell’Ue, si susseguono le polemiche contro la schedatura dei rom decisa dal governo, un sondaggio Eurobarometro mostra come gli italiani siano insieme ai cechi gli europei che esprimono il maggior disagio nella convivenza con le popolazioni rom e nomadi.
Dalle interviste svolte negli Stati membri dell’Ue tra febbraio e marzo scorsi nell’ambito di un sondaggio sulle discriminazioni, infatti, emerge che mentre a livello europeo circa un quarto (24%) degli intervistati considera fastidiosa la vicinanza di cittadini di etnia rom, tale atteggiamento riguarda quasi la metà degli italiani e dei cechi (entrambi al 47%), che presentano i livelli più elevati di intolleranza nell’Ue seguiti a distanza da irlandesi (40%), slovacchi (38%), bulgari (36%) e ciprioti (34%). Solo il 14% degli italiani intervistati ha dichiarato di sentirsi a proprio agio con i rom, a fronte di una media europea del 36% e di percentuali ben diverse rilevate ad esempio in Svezia (52%), Francia (48%), Danimarca (47%), Belgio (45%) e anche in Spagna (42%), il Paese con il più elevato numero di rom residenti tra i “vecchi” Stati membri dell’Ue. La media europea del disagio alla convivenza scende al 6% se si considerano in generale “altre etnie”.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_296_en.pdf


direttiva sui rimpatri e politica migratoria comune


Mentre continuano le stragi di migranti alle “porte” dell’Ue, con 185 vittime registrate nel mese di giugno dalla rassegna on line Fortress Europe, 173 delle quali nel solo Canale di Sicilia dove hanno perso la vita 347 migranti nei primi sei mesi dell’anno, tra i quali 251 dispersi in mare, nelle ultime settimane l’Ue ha prodotto alcune importanti iniziative in materia di immigrazione e asilo. Il Parlamento europeo ha infatti approvato la discussa direttiva sui rimpatri degli immigrati illegali, mentre la Commissione europea ha adottato una comunicazione sulla politica migratoria comune e un piano strategico sull’asilo politico, due iniziative che intendono completare il Programma dell’Aia e che saranno inserite nel 2009 in un nuovo programma quinquennale.

direttiva sui rimpatri
Nonostante le numerose critiche espresse a livello europeo negli ultimi mesi, sul rischio di abbassare il livello dei diritti umani dei migranti, con 369 “sì”, 197 “no” e 106 astenuti il Parlamento europeo ha approvato lo scorso 18 giugno la direttiva sui rimpatri, senza apportare modifiche al testo di compromesso. Gli eurodeputati hanno infatti respinto tutti gli emendamenti presentati al testo, adottandolo così in prima lettura. La direttiva riguarda le norme per il rimpatrio dei cittadini extracomunitari in situazione di illegalità rispetto alle normative nazionali sull’ingresso e sul soggiorno negli Stati membri dell’Ue. In particolare, prevede di dare la priorità ai rimpatri volontari ma stabilisce anche le modalità per i rimpatri obbligatori, fissando la possibilità di detenzione per sei mesi estendibili fino a 18 mesi nei circa 200 Centri di identificazione ed espulsione esistenti in tutti i Paesi dell’Ue. Sono previsti inoltre il divieto di reingresso nell’Ue fino a cinque anni e l’allontanamento anche di minori non accompagnati. Il testo approvato stabilisce la difesa gratuita dell’immigrato colpito da un provvedimento di rimpatrio, ma a condizioni molto precise, mentre è sancito che, in conformità dei principi generali del diritto comunitario, le decisioni adottate in base alla direttiva «dovrebbero essere applicate caso per caso e tenendo conto di criteri obiettivi, non limitandosi quindi a prendere in considerazione il semplice fatto del soggiorno irregolare». La direttiva precisa che se gli Stati membri ricorrono - «in ultima istanza» - a misure coercitive per allontanare un cittadino di un Paese terzo che oppone resistenza, tali misure dovranno essere «proporzionate», non potranno eccedere «un uso ragionevole della forza» e dovranno essere attuate, conformemente a quanto previsto dalla legislazione nazionale, «in ottemperanza ai diritti fondamentali e nel debito rispetto della dignità e dell’integrità fisica del cittadino».
In merito alle condizioni di detenzione dei migranti, la direttiva precisa che i cittadini trattenuti in un Centro di identificazione ed espulsione devono avere la possibilità di entrare, a tempo debito, in contatto con rappresentanti legali, familiari e autorità consolari competenti. Inoltre, le pertinenti e competenti organizzazioni ed organismi nazionali, internazionali e non governativi devono avere la possibilità di accedere ai Centri, previa autorizzazione. Particolare attenzione deve essere prestata alla situazione delle persone vulnerabili e vanno assicurati le prestazioni di pronto soccorso e il trattamento essenziale delle malattie. Inoltre, i minori non accompagnati e le famiglie con minori devono essere trattenuti «solo in mancanza di altra soluzione e per un periodo il più possibile breve in funzione delle circostanze». Le famiglie trattenute devono poter usufruire di una sistemazione separata che assicuri loro «un adeguato rispetto della vita privata». Ai minori, poi, deve essere offerta la possibilità «di svolgere attività di tempo libero, compresi il gioco e le attività ricreative, consone alla loro età e, in funzione della durata della permanenza, l’accesso all’istruzione». A quelli non accompagnati deve essere fornita, per quanto possibile, una sistemazione in istituti dotati di personale e strutture «consoni a soddisfare le esigenze di persone della loro età». In generale, sottolinea la direttiva, il prevalente interesse del minore «costituisce un criterio fondamentale per il trattenimento dei minori in attesa di allontanamento», anche se l’Aula europarlamentare ha respinto un emendamento del Pse che intendeva rafforzare ulteriormente le garanzie da assicurare ai minori per il rimpatrio.
Primo provvedimento sull’immigrazione adottato in co-decisione tra Parlamento e Consiglio europei, la direttiva entrerà in vigore a breve e gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepirla nelle loro legislazioni nazionali.

molte critiche alla direttiva

«Ha vinto l’Europa della diffidenza» ha dichiarato l’eurodeputato italiano del gruppo socialista Claudio Fava, secondo il quale «prevedere fino a diciotto mesi di detenzione per gli immigrati clandestini è uno scempio giuridico di cui i governi europei da oggi portano per intero la responsabilità».
Gli oltre 40.000 gruppi, associazioni, organizzazioni e singoli cittadini europei che avevano promosso una campagna contro la direttiva definita «della vergogna» appellandosi all’Europarlamento affinché non adottasse il testo, esprimono profonda delusione e ritengono che il Parlamento europeo, adottando senza emendamenti il testo definito dai governi dell’Ue, abbia perso gran parte della sua credibilità rispetto alla sua capacità di mantenere un ruolo di istanza democratica. Annunciando ricorsi presso la Corte di Giustizia europea e la Corte europea per i diritti dell’uomo, la coalizione europea dichiara: «Sordo agli appelli delle Ong, delle chiese, di vari rappresentanti degli Stati del sud e alle mobilitazioni dei cittadini, gli eurodeputati hanno scelto in maggioranza di rinunciare a resistere alla logica poliziesca che sottende la politica d’immigrazione condotta in Europa negli ultimi vent’anni dai ministri degli Interni».
Secondo Amnesty International, il testo approvato «non garantisce il rimpatrio dei migranti irregolari in condizioni di sicurezza e dignità», mentre un periodo di detenzione fino a un anno e mezzo e il divieto di reingresso, valido per tutto il territorio dell’Ue, per le persone rimpatriate forzatamente «rischiano di abbassare gli standard vigenti negli Stati membri e costituiscono un esempio estremamente negativo per altre regioni del mondo». Secondo Amnesty è difficile capire quale sia il valore aggiunto di questa direttiva, che rischia invece di «promuovere pratiche detentive di lungo periodo negli Stati membri e di avere un impatto negativo sull’accesso al territorio dell’Ue», per questo l’organizzazione per i diritti umani sollecita gli Stati membri che applicano standard più elevati a non usare questa normativa come pretesto per abbassarli.
L’Arci giudica invece la nuova direttiva «un obbrobrio giuridico, uno strappo allo stato di diritto, che viola Trattati e Convenzioni internazionali (come la Convenzione per i diritti del fanciullo) e contrasta apertamente con la legislazione di Paesi dell’Ue, a partire dal dettato della Costituzione italiana che prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge».

politica migratoria e piano strategico sull’asilo
Partendo dalla constatazione che, secondo le stime, l’invecchiamento della popolazione dell’Ue porterà a una diminuzione della forza lavoro di circa 50 milioni entro il 2050 (questo mantenendo un flusso costante di immigrazione di 1,5-2 milioni di persone all’anno, altrimenti il crollo di manodopera potrebbe raddoppiare), la Commissione europea sollecita la promozione di immigrazione legale nell’Ue che va «governata con regole chiare, trasparenti ed eque» secondo un approccio comune e tenendo conto che si tratta di una risorsa per l’Ue. Questo il senso della comunicazione “Una politica d’immigrazione comune per l’Europa: principi, azioni e strumenti” con cui l’esecutivo europeo invita il Consiglio ad approvare dieci principi comuni, raggruppati in tre gruppi, che si fondano sui capisaldi del Consiglio europeo di Tampere del 1999, sul programma dell’Aia del 2004 e sull’Approccio globale in materia di migrazione varato nel 2005. Il primo gruppo, riguardante “Prosperità e immigrazione”, prevede: regole chiare e condizioni di parità; incontro tra qualifiche ed esigenze; integrazione come chiave di un’immigrazione riuscita. Il secondo gruppo è relativo a “Solidarietà e immigrazione” e comprende: trasparenza, fiducia e cooperazione; uso efficace e coerente dei mezzi disponibili; partenariati con i Paesi terzi. Il terzo gruppo è dedicato alla materia della “Sicurezza e immigrazione” con proposte relative a: una politica dei visti al servizio degli interessi dell’Europa; gestione integrata delle frontiere; intensificare la lotta all’immigrazione illegale e tolleranza zero contro la tratta di persone; politiche di rimpatrio sostenibili ed efficaci.
Per l’attuazione di ognuno di questi principi sono previste varie azioni, mentre si propone un nuovo meccanismo di monitoraggio e valutazione della politica d’immigrazione comprendente anche la valutazione annuale e le raccomandazioni che il Consiglio europeo di primavera formulerà sulla base di una Relazione della Commissione.
Contemporaneamente alla comunicazione sulla politica migratoria è stato adottato il “Piano strategico sull’asilo – Un approccio integrato in materia di protezione nell’Ue”, contenente le misure per portare a termine la seconda fase del sistema europeo comune di asilo. Sono proposti il miglioramento degli standard di protezione modificando gli strumenti giuridici esistenti, meccanismi adeguati di cooperazione (scambio di informazioni e buone prassi, formazioni comuni ecc.), l’istituzione di un Ufficio europeo di sostegno per l’asilo che coordini le attività di cooperazione pratica, la solidarietà tra Stati membri dell’Ue e il sostegno ai Paesi terzi che ospitano un gran numero di rifugiati.

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu
http://ec.europa.eu/justice_home
http://www.direttivadellavergogna.org

 

CORTE DI GIUSTIZIA: ESPULSIONI DI MASSA ILLECITE

Con una sentenza del 10 luglio scorso, riguardante un cittadino rumeno espulso dal Belgio, la Corte di Giustizia europea ha riaffermato che le «limitazioni nazionali al diritto alla libera circolazione devono essere fondate sul comportamento personale dei cittadini e rispettare il principio di proporzionalità». Inoltre, «tale comportamento deve costituire una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave nei confronti di un interesse fondamentale della società». Secondo la Corte, il diritto alla libera circolazione non è incondizionato, e può essere subordinato alle limitazioni e alle condizioni previste dal Trattato, in particolare per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza. Nel contesto comunitario, però, tali esigenze devono essere intese in senso restrittivo, in modo che la loro portata non può essere determinata unilateralmente da ciascuno Stato membro senza il controllo delle istituzioni europee. La Corte di Giustizia sottolinea che le espulsioni di massa di cittadini comunitari (come quelle di cittadini rumeni avvenute nel dicembre scorso) sono del tutto illecite: l’interesse della sentenza per l’attualità (soprattutto quella italiana, ma non solo) risiede proprio nel carattere personale dei decreti di espulsione, che devono sempre rispondere a una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società.

 

PROFUGHI: ALLARME DELL’UNHCR

Nel 2007 il numero di profughi e rifugiati nel mondo ha raggiunto i 67 milioni, un dato definito «senza precedenti» dall’Alto commissariato nelle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr). Se fino ad oggi sono state le guerre la causa principale di queste migrazioni di massa, ora a peggiorare la situazione sono anche i cambiamenti climatici, in grado di innescare conflitti e aumentare ulteriormente il numero di coloro che abbandonano le loro case. «Il cambiamento climatico è oggi uno dei principali fattori che stanno alla base delle migrazioni di massa. Colpisce i popoli sia in modo diretto, a livello ambientale, impedendo alle persone di vivere nelle tradizionali zone di residenza, sia in modo indiretto, scatenando conflitti e povertà estrema» osserva l’Unhcr, che mette in guardia l’Europa dal chiudere le porte ai profughi iracheni: si stima infatti che il conflitto iracheno abbia movimentato circa 4,7 milioni di persone, 2 milioni delle quali ospitate da Siria e Giordania.
Secondo i dati dell’Unhcr, alla fine del 2007 vi erano 11,4 milioni di rifugiati fuggiti dal loro Paese (contro i 9,9 milioni a fine 2006) e 26 milioni di sfollati all’interno del proprio Paese a causa di conflitti o persecuzioni (24,4 nel 2006). Sommando a questi dati gli sfollati causati dai disastri naturali (25 milioni) e i 4,6 milioni di rifugiati palestinesi, risulta che a fine 2007 il mondo registrava un totale di 67 milioni di «sradicati», con un aumento dovuto in gran parte alla situazione in Iraq.

INFORMAZIONI: http://www.unhcr.org


sindacati europei: agire per sostenere la crescita


Nell’ultimo anno l’economia europea è stata colpita da una serie di shock dalle conseguenze negative. Il tasso di cambio dell’euro si è apprezzato, erodendo in parte gli sforzi passati di moderazione salariale, mentre l’inflazione spinta in alto dai prezzi del petrolio, dei beni primari e dei prodotti alimentari sta trasferendo redditi verso il resto del mondo, erodendo al contempo il potere di acquisto ottenuto con i già modesti incrementi dei salari nominali. La crescita economica mondiale sta per entrare in una fase di rallentamento, con conseguenze per l’Europa: si prevede per la crescita europea una forte decelerazione da oltre il 3% del 2006 all’1,8% del 2009 e all’1,5% per l’area dell’euro (1,2% secondo il Fondo monetario internazionale).
Alcune delle riforme strutturali attuate finora (tagli ai sussidi di disoccupazione e alle misure di protezione del lavoro, maggiore incidenza di posti di lavoro a bassa retribuzione e precari) aggravano l’impatto dello shock iniziale, contribuendo a destabilizzare il sistema economico. «Per questa ragione, il fatto stesso di incentrare un’azione politica, o meglio un’inazione politica, sui recenti risultati in termini di crescita appare quanto meno ingannevole» sostiene la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che ritiene necessario un forte intervento per stabilizzare l’economia e sostenere la crescita. Se non controllati, infatti, gli shock negativi tendono ad amplificarsi fino a scatenare un circolo vizioso di crescita bassa, perdita di fiducia, riduzione della spesa e ulteriore rallentamento della crescita. Inoltre, la politica monetaria attuata dalla Banca centrale europea (Bce) sta negando l’evidente necessità di intervenire per stabilizzare l’economia. Preoccupata della stagflazione, la Bce mantiene alti i tassi di interesse e continua a chiedere moderazione salariale: «Si tratta di una risposta politica assolutamente inadeguata, dato che non tiene conto del fatto che un più elevato tasso di inflazione non è in alcun modo correlato al surriscaldamento dell’economia interna, ma dipende interamente dall’esterno». Secondo la Ces, né l’eccessivo monetarismo né la conseguente eccessiva moderazione salariale possono costituire una soluzione strutturale.

le priorità secondo la Ces


La Ces ritiene dunque necessari alcuni interventi nella politica economica dell’Ue:

• Una politica monetaria rivolta al futuro: l’obiettivo delle politiche monetarie deve spostarsi dall’inflazione primaria alle pressioni inflazionistiche sottostanti e da un approccio rivolto al passato ad uno rivolto al futuro, che si concentri sulle prospettive dei sistemi economici nell’anno o negli anni a venire.

• Una moratoria temporanea sul consolidamento fiscale causa di contrazione economica: è necessario lasciare operare nella misura massima possibile gli stabilizzatori automatici. Nei Paesi in cui i deficit si situano attualmente al di sotto del 3% del Pil deve essere tollerato l’incremento dei deficit stessi per far fronte al rallentamento dell’economia; in altri Paesi in cui sia in corso un tentativo di mantenere il livello del deficit intorno al 3% è necessaria una combinazione di misure fiscali e di spesa, di modo tale che l’impatto netto sulla domanda aggregata sia neutro. Ciò comporta la revisione dei tagli fiscali a favore delle classi più agiate, oltre alla necessità di rafforzare al contempo il potere d’acquisto dei soggetti più deboli dell’economia.

• Un’iniziativa europea per una crescita intelligente: la Ces suggerisce l’apertura di un dibattito per il lancio di una nuova iniziativa europea per la crescita basata sul principio di azione congiunta da parte degli Stati membri dell’Ue. Un tale intervento farebbe sì che la debolezza del mercato interno diverrebbe invece il suo punto di forza, dato che un’espansione fiscale congiunta comporterebbe un effetto sulla domanda interna europea pari ad almeno il doppio. L’iniziativa europea dovrebbe essere coordinata e agevolata attraverso alcune azioni: sfruttare in modo adeguato il Patto di stabilità e di crescita riformato; emettere un’obbligazione internazionale da parte della Banca europea degli investimenti per finanziare l’iniziativa europea per una crescita intelligente; organizzare la solidarietà economica europea in modo tale che gli Stati membri con basso deficit e forti eccedenze vengano trasformati in motori di crescita per le altre economie europee.

• Non si possono più considerare i salari come il primo e unico elemento di adattamento: che il problema sia la globalizzazione, la crisi della domanda, la crisi della stabilità dei prezzi o la crescita dei profitti, la risposta politica tende sempre a essere quella di una maggiore moderazione salariale e di una maggiore flessibilità salariale. Di conseguenza la quota dei salari come percentuale del Pil continua a ridursi, mentre per quanto riguarda l’occupazione i risultati si sono rivelati quanto meno controversi. «Tale situazione non può essere tollerata oltre» sostiene la Ces, secondo cui è necessario che l’evoluzione dei salari reali torni a essere in linea con la crescita della produttività generale: ciò comporta una più forte contrattazione collettiva e un più forte coordinamento, al fine di impedire che i lavoratori di diversi Stati membri si trovino in concorrenza gli uni con gli altri, evitando al tempo stesso ulteriori ricadute inflazionistiche.

• Mettere i mercati finanziari al servizio di investimenti produttivi: per ristabilire il ruolo dei mercati finanziari nella trasformazione del risparmio in investimenti è necessario un miglioramento sostanziale della regolamentazione: intervenire su questioni quali la mancanza di trasparenza, i fallimenti delle agenzie di rating, l’eccessivo indebitamento, i comportamenti imitativi e le bolle speculative. Tutto ciò richiede una politica di intervento volta a garantire che le normative necessarie siano in linea con le innovazioni introdotte nei mercati finanziari.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org


accordo su orario settimanale e lavoro interinale

Dopo un periodo di stallo della legislazione sociale comunitaria il Consiglio europeo, nella sua sessione di lavoro del 9-10 giugno 2008 a Lubiana, ha raggiunto un accordo politico sulla proposta di revisione della direttiva sull’orario di lavoro (2003/88/CE) e sulla proposta di un nuova direttiva sul lavoro interinale. Entrambi i testi sono ora al vaglio del Parlamento europeo che, entro sei mesi, dovrà accettarli o proporre emendamenti.
Per quel che riguarda la nuova direttiva sul lavoro temporaneo, il commento delle organizzazioni sindacali europee e della Confederazione europea dei sindacati (Ces) è sostanzialmente positivo, poiché è stato affermato il principio della parità di trattamento dei lavoratori interinali con quelli a tempo indeterminato, a parità di mansioni svolte nella stessa azienda (derogabile per limitati periodi a livello nazionale solo attraverso la contrattazione collettiva o avvisi comuni tra le parti sociali). Ben più problematica è invece la valutazione della revisione della direttiva sull’orario di lavoro. Cgil, Cisl e Uil avevano già espresso al governo italiano la loro contrarietà al compromesso che si andava profilando in ambito europeo, poi all’indomani delle conclusioni del Consiglio europeo hanno ribadito la loro opinione contraria, in linea con quanto dichiarato dalla Ces, chiedendo una riformulazione che tenga in maggior conto le esigenze di conciliazione delle lavoratrici e dei lavoratori e i problemi legati alla sicurezza, in un’ottica di realizzazione di una vera flexicurity che non si limiti semplicemente a una flessibilità unilaterale realizzata attraverso processi di liberalizzazione e deregolamentazione indiscriminate.
Va tenuto presente che, se approvate, le direttive dovranno essere obbligatoriamente recepite da quei Paesi che assicurano livelli di tutela inferiori a quanto previsto dalle direttive stesse ma, in base alla clausola di non regresso, non avranno alcuna conseguenza automatica sulla legislazione italiana, che è migliorativa. È tuttavia evidente che l’approvazione di direttive europee che si posizionano a livelli di tutela inferiori a quelli previsti dalle leggi italiane espongono anche l’Italia ad eventuali pressioni per adeguare verso il basso la legislazione.

critiche alla direttiva sull’orario

L’accordo che definisce le regole europee relative al numero massimo di ore di lavoro settimanali consentite è stato accompagnato da due prese di posizione ufficiali critiche. La prima è stata firmata congiuntamente dalle delegazioni di Belgio, Cipro, Grecia, Ungheria e Spagna che hanno espresso orientamento contrario al provvedimento, osservando che, dal punto di vista sociale, non è stato raggiunto un valido compromesso sul tema dell’orario di lavoro, che le deroghe presenti nella direttiva sono rimaste per un tempo illimitato ed anzi, con il sistema dell’opt out, sia possibile una deroga che porta fino a 65 le ore massime di lavoro a settimana. Inoltre le delegazioni sottolineano come il dialogo sociale non sia stato tenuto in considerazione sufficientemente a differenza di quanto avvenuto con la direttiva sul lavoro interinale e si impegnano a ricercare in modo costruttivo dei miglioramenti in collaborazione con la presidenza dell’Ue, la Commissione e il Parlamento europei. Una breve e più specifica nota è stata allegata anche dalla delegazione francese, che ha sottolineato come il compromesso raggiunto dovrà essere migliorato grazie alla procedura di codecisione che prevede un tempo di sei mesi in cui il Parlamento europeo può formulare emendamenti e che non verrà in alcun modo trasposto nella legislazione nazionale il controverso passaggio della direttiva che non computa pienamente il periodo di reperibilità dei lavoratori nel calcolo dell’orario massimo settimanale. Secondo la Ces, invece, l’accordo sull’orario di lavoro è «insoddisfacente e inaccettabile», se si considerano le disposizioni sul lavoro a chiamata e la prosecuzione dell’opt-out britannico, e ha quindi annunciato di voler agire presso il Parlamento europeo al fine di modificare questa parte dell’accordo.

punti salienti della direttiva

• Il “periodo inattivo del tempo di guardia”, definito come periodo durante il quale il lavoratore è di guardia ma non esercita effettivamente la propria attività o le proprie funzioni, non verrà più computato pienamente come tempo di lavoro a meno che ciò non sia previsto dalla contrattazione collettiva o dalla legislazione nazionale. Tale periodo di guardia inattiva può essere determinato dalla contrattazione collettiva o dalla legislazione nazionale, sulla base di una media di numero di ore o di una quota del tempo di guardia tenendo conto delle specificità del settore. Il periodo di guardia inattiva non dovrà essere preso in considerazione per calcolare i periodi di riposo giornaliero e settimanale, a meno che la legislazione nazionale, un contratto collettivo o un accordo tra partner sociali non disponga altrimenti. Questa disposizione contraddice una serie di sentenze della Corte di Giustizia.
• È specificato che i periodi di riposo compensativi da concedere alle categorie di lavoratori soggetti alle deroghe sui periodi di riposo e le pause (dirigenti, manodopera familiare), saranno concessi in un “periodo ragionevole” determinato dalla legislazione o da contratti/accordi tra le parti sociali a livello nazionale (e non, come richiesto dalla Corte di Giustizia, “immediatamente” dopo la fine del periodo di lavoro).
• Il limite settimanale dell’orario di lavoro, compreso lo straordinario, è confermato in 48 ore, da calcolare in un periodo di riferimento di 4 mesi, che potrà però essere portato a 12 mesi dalla legislazione, «sentite le parti sociali», mentre fino ad oggi l’allungamento del periodo di riferimento è stato  vincolato alla contrattazione collettiva.
• Opt out individuale: la possibilità di derogare all’orario massimo settimanale di lavoro è confermata e le nuove condizioni introdotte non possono certo definirsi rigorose.  Se previsto in una legge nazionale o in un contratto collettivo, il limite massimo di 48 ore di lavoro settimanali potrà infatti essere superato, con il consenso del lavoratore.

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/employment_social
http://www.etuc.org

 


Vertice G8: Ue soddisfatta, critiche le Ong


Sono molto contento dei risultati del G8 sui cambiamenti climatici» ha dichiarato il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, commentando l’accordo raggiunto durante il Vertice di Toyako, in Giappone, nei giorni 7-9 luglio scorsi.
I leader del G8 hanno infatti annunciato di aver raggiunto il consenso necessario per dimezzare entro il 2050 le emissioni di gas responsabili dell’effetto serra. Secondo un particolarmente ottimista Barroso, è nata «una nuova visione comune delle maggiori economie» che dà «un forte segnale ai cittadini del mondo», anche se ora è necessario completare il percorso che manca con «un ambizioso accordo» a Copenaghen, nel novembre 2009, dove si dovrà definire il dopo-Kyoto.
I G8 hanno poi espresso preoccupazioni sull’andamento delle quotazioni delle materie prime, soprattutto petrolio e generi alimentari, «in quanto pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali», concordando sulla necessità di una stabilizzazione: «Le capacità di produzione e di raffinazione del greggio dovrebbero essere aumentate nel breve periodo» si legge nel documento del G8 sullo stato dell’economia mondiale, dove si sottolinea anche che il G8 «è determinato a intraprendere iniziative appropriate, individualmente e collettivamente per assicurare stabilità e crescita».
I G8 hanno riaffermano inoltre che «la globalizzazione è un elemento chiave per la crescita dell’economia globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, da libertà economica e da istituzioni affidabili». Altri impegni concordati dai G8 riguardano l’aiuto allo sviluppo africano, la sicurezza alimentare, il rafforzamento della non proliferazione nucleare, l’antiterrorismo e la cooperazione, mentre è stata rifiutata la proposta di allargamento del G8 ad alcuni grandi Paesi emergenti quali Cina, India e Brasile.

«slogan senza sostanza» sull’ambiente

A differenza del presidente della Commissione europea, le principali Ong italiane e internazionali hanno espresso delusione e critiche per i risultati del G8. L’organizzazione Greenpeace, ad esempio, ha sottoscritto pienamente il giudizio espresso dal ministro dell’Ambiente del Sudafrica, Marthinus van Schalkwyk, secondo cui l’accordo sulla riduzione delle emissioni è «un patetico slogan senza sostanza». Secondo Greenpeace, infatti, l’accordo non indica alcun anno di riferimento e non ha alcun obiettivo intermedio vincolante: «Per salvare il pianeta dai peggiori impatti dei cambiamenti climatici occorre che i grandi del mondo decidano di fissare un obiettivo di riduzione di almeno il 50% al 2050 rispetto ai livelli del 1990 a livello globale, questo vuol dire che i Paesi industrializzati dovranno operare abbattimenti superiori all’80%» osservano i responsabili di Greenpeace.
«A questo ritmo, entro il 2050 il pianeta sarà già bruciato e i leader G8 di oggi saranno solo un lontano ricordo» commenta il portavoce di Oxfam International, aggiungendo: «Più che una novità, l’annuncio dei G8 rappresenta un altro esempio di temporeggiamento a oltranza, che non fa nulla per ridurre il rischio affrontato oggi da milioni di persone povere. Attingere le risorse per i Fondi di investimento nel clima amministrati dalla Banca Mondiale dall’Aiuto pubblico allo sviluppo, quando i livelli di aiuto globale stanno diminuendo invece di aumentare, è palesemente ingiusto. Ogni dollaro che viene dirottato all’adattamento ai cambiamenti climatici è un dollaro sottratto ai farmaci essenziali, ai libri di testo e ad altri fattori cruciali di sviluppo».

povertà: molte promesse, pochi impegni
Fortemente critico anche il presidente dell’Associazione delle Ong italiane, Sergio Marelli, secondo cui «cifre e dati sono in calo per gli aiuti ai Paesi poveri, mentre continuano ad abbondare le promesse. Si parla di crisi alimentare come della nuova emergenza ma si propongono soluzioni tipo la liberalizzazione dei mercati e modelli di sviluppo improntati alle logiche del profitto, come se entrambe non avessero già ampiamente dimostrato di essere tra le stesse cause di questa situazione». Le dichiarazioni del G8 su Sviluppo e Africa e sulla Sicurezza alimentare globale «appaiono parole vuote e promesse rinnovate per l’ennesima volta dai leader dei G8, che non riescono a riempire lo stomaco dei 900 milioni di persone che non hanno cibo sufficiente neppure alla sopravvivenza - osservano le Ong italiane - Mancano due anni per raggiungere gli obiettivi fissati a Gleneagles nel 2005 e l’unico dato di verità è che lo scorso anno gli aiuti stanziati dai G8 sono diminuiti rispetto al 2006 del 14,1%».
Dal Vertice di Toyako non sono giunte decisioni adeguate per la soluzione delle sfide globali dello sviluppo, secondo l’organizzazione internazionale ActionAid, perché il Summit «nella migliore delle ipotesi ha riarticolato le promesse assunte negli ultimi incontri internazionali; nella peggiore delle ipotesi, invece, ha diluito la portata degli impegni per la lotta alla povertà, in particolare in termini di risorse». Molte le perplessità indicate da ActionAid rispetto alla dichiarazione resa nota dai G8: «Il riferimento alla creazione di un mercato mondiale dei prodotti alimentari non può prescindere dalla necessità di dare a tutti eguali possibilità di accesso al mercato globale, attraverso la rimozione di qualunque genere di sussidio all’agricoltura; la cancellazione dei sussidi è maggiormente necessaria proprio nel momento in cui il G8 richiede la rimozione “imperativa” di tutte le restrizioni alle esportazioni; il riferimento a un meccanismo “virtuale” di risposta coordinata al problema reale della crisi alimentare è inadeguato; desta perplessità il possibile rilancio di tecnologie per il miglioramento della produzione poiché potrebbe esserci un’inopportuna apertura agli Ogm, di cui non sono stati ancora valutati gli effetti sulla salute umana; sulla questione dei biocarburanti la posizione del G8 non prende assolutamente in considerazione l’impatto che la loro produzione sta avendo sulla crisi alimentare; è necessario che il G8 faccia di più privilegiando il sostegno finanziario nella risposta alle crisi alimentari rispetto al sistema degli aiuti umanitari».

INFORMAZIONI:
http://www.greenpeace.org
http://www.oxfam.org
http://www.ongitaliane.it
http://actiong8.blogspot.com
http://www.g8summit.go.jp/eng

 

G8: IL DOCUMENTO SULL’ECONOMIA MONDIALE

Durante il Vertice dei G8 di Toyako sono stati approvati otto documenti principali riguardanti: l’economia mondiale, l’ambiente e i cambiamenti climatici, lo sviluppo e l’Africa, la sicurezza alimentare mondiale, le istituzioni internazionali, le questioni politiche, la lotta al terrorismo e la situazione dello Zimbabew. Ecco in sintesi i passaggi più rilevanti del documento in materia di economia mondiale.
crescita globale
I leader del G8 restano «fiduciosi» sulle prospettive di crescita dell’economia globale, ma esprimono «forte preoccupazione» per gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari, perché pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni  per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali.
Le condizioni dei mercati finanziari «sono in qualche modo migliorate nei mesi passati, ma permangono serie tensioni». La globalizzazione è considerata un «elemento chiave per la crescita globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, libertà economica e istituzioni affidabili».
commercio e investimenti
I Paesi del G8 «resisteranno, in ogni loro manifestazione, alle pressioni protezioniste» che frenano il commercio e gli investimenti. Il documento sottolinea la necessità di chiudere i negoziati del Doha round dell’Organizzazione mondiale del commercio, tramite un accordo «ambizioso ed equilibrato».
Secondo i G8, «il commercio aperto e le politiche di investimento rafforzano le economie». Tutti i Paesi «dovrebbero adottare misure per sviluppare, mantenere e promuovere regimi che accolgano gli investimenti stranieri».
energia
Il G8 esprime forte preoccupazione per l’impennata dei prezzi del petrolio, «che pone dei rischi all’economia globale». Sul lato delle forniture, le capacità di produzione e raffinazione « dovrebbero essere aumentate nel breve periodo», mentre i Paesi produttori di petrolio «dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti che faciliti un innalzamento della capacità produttiva necessaria per soddisfare la crescente domanda globale».
Per quanto riguarda la domanda, «è importante fare ulteriori sforzi per migliorare l’efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica».
I leader dei G8 si impegnano a sostenere «gli sforzi presi dalle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime». Al fine di migliorare la sicurezza energetica, propongono che si tenga un Forum sull’efficienza energetica e le nuove tecnologie, «per contribuire al dialogo tra produttori e consumatori».
materie prime
Il G8 «accoglie molto positivamente gli sforzi fatti dalle autorità nazionali per rafforzare la trasparenza nei mercati futures delle materie prime» e ribadisce l’importanza di mercati delle materie prime aperti, «quale meccanismo più efficiente per la distribuzione delle risorse», sottolineando l’importanza di «trasparenza, sostenibilità e governance della crescita economica» in questo settore.

INFORMAZIONI: http://www.g8summit.go.jp/eng

AFRICA SEMPRE IN AGENDA, MA PROBLEMI IRRISOLTI

I vari problemi che caratterizzano il continente africano occupano da diversi anni l’agenda dei Vertici G8, nonostante ciò le molte promesse e le dichiarazioni di impegno non hanno finora contribuito a migliorare sensibilmente la situazione.
Genova (Italia) 2001: nel corso del drammatico Vertice i G8 varano un piano per l’Africa articolato in nove punti, che resta sulla carta. Il piano dovrà tradursi in un programma d’azione concreto da sottoporre al successivo G8.
Kananaskis (Canada) 2002: il G8 approva il piano d’azione per l’Africa, all’insegna della filosofia di “aiutare il continente ad aiutarsi da solo”. Il Vertice si chiude con la stretta di mano ai leader africani ospiti, ma senza un accordo preciso sulla parte concreta del finanziamento degli aiuti promessi.
Evian (Francia) 2003: il Vertice si apre con una giornata dedicata al problema del terzo mondo. Ne esce un impegno a «porre rimedio con misure immediate alle penurie alimentari che richiedono soluzioni urgenti» nel terzo mondo e soprattutto in Africa.
Sea Island (Usa) 2004: leader di diversi Paesi africani partecipano alla colazione conclusiva e discutono su come accelerare in Africa la crescita basata sul settore privato e lo sviluppo. I G8 avviano un’iniziativa per aiutare le popolazioni del Corno d’Africa colpite dalla carestia. In cantiere anche un fondo di aiuti per 25 miliardi di dollari ai Paesi più poveri (circa metà destinati all’Africa) entro il 2010.
Gleneagles (Regno Unito) 2005: il G8 approva un ennesimo piano d’azione e di partnership per l’Africa; promette, entro il 2010, aiuti per 50 miliardi di dollari ai Paesi più poveri, raddoppiando l’impegno del 2004, ai quali si aggiungono 40 miliardi di azzeramento del debito a 18 Paesi, 14 dei quali africani.
San Pietroburgo (Russia) 2006: dopo anni di molte promesse e pochi fatti, il tema torna ad affievolirsi. Di Africa si parla poco, anche se il documento finale rinnova l’impegno a varare misure per ridurre la povertà e incoraggiare uno sviluppo sostenibile.
Heiligendamm (Germania) 2007: l’Africa torna in primo piano, ma gli impegni restano al futuro. I leader del G8 decidono di destinare 60 miliardi di dollari entro il 2010 al Fondo globale per la lotta ad Aids, malaria e tubercolosi. Confermati gli impegni del 2005 per 50 miliardi di dollari entro il 2010 ai Paesi più poveri, per metà destinati all’Africa. Secondo varie voci critiche, le promesse sono solo «impegni vaghi», mentre per il premio Nobel per la pace Muhammed Yunus «un tentativo di salvare la faccia».
(Fonte: Ansa)


un seminario europeo dei giovani sindacalisti


Nei giorni  5-7 giugno 2008 si è svolto a Milano il II Seminario internazionale dei giovani sindacalisti, dal titolo “Lavoro e sindacato in Europa: quale mobilità per i giovani”. La dichiarazione finale, che pubblichiamo di seguito, è stata sottoscritta dai giovani delle organizzazioni sindacali Avalot - Ugt Catalunya, Alcuentru - Ugt Asturia, Accio Joves, CcOo Catalunya, Stuc - Scozia, Csdr Romania, Jugend Dgb Baden Wutterberg, Cgt Rhone Alpes, Coordinamento Giovani Cisl Lombardia e Coordinamento Cisl Young Milano.

Noi, giovani sindacalisti europei, ci siamo riuniti a Milano per il II Seminario Internazionale dei giovani. L’idea di realizzare questo seminario nasce dal bisogno di confronto tra giovani europei che vivono le medesime problematiche lavorative, sociali e sindacali, cercando di rafforzarne ed incrementarne la rete di relazioni.
Crediamo sia importante individuare momenti come questo nei quali discutere la “questione giovanile” in Europa, provando a trovare soluzioni che ne migliorino la condizione. In particolare in questo seminario abbiamo affrontato il tema del lavoro e sindacato in Europa: “Quale mobilità per giovani?”.
Lo scenario internazionale è in continua evoluzione: la costante globalizzazione, ed il consolidarsi della mobilità del lavoro, contraddistinguono sempre più gli Stati dell’Unione europea. Per meglio fronteggiare questi cambiamenti ci siamo interrogati su quali siano gli strumenti predisposti dall’Ue per favorire la mobilità dei giovani in Europa; abbiamo altresì analizzato come il sindacato possa promuovere e gestire tale mobilità, ed in particolare come le diverse organizzazioni sindacali giovanili possano interagire a tutela della dignità e del rispetto della professionalità dei singoli individui.
Abbiamo inoltre discusso il tema del mercato del lavoro nei diversi Stati dell’Ue, riscontrando comuni problematiche: flessibilità–precarietà, bassi salari d’ingresso, difficoltà nell’acquisto di una abitazione, ecc.; a tal proposito abbiamo tuttavia rilevato che in alcuni Paesi i diritti dei lavoratori sono meglio tutelati e sussiste un Welfare più strutturato.
Per tutte queste ragioni, riaffermiamo la nostra volontà di continuare a lavorare insieme perché:
- siamo giovani europei che si battono per una politica a favore di una “giusta” mobilità dei lavoratori nell’Ue, fermi nella convinzione che questa favorisca lo scambio di idee e l’intreccio di culture;
- siamo convinti che l’Europa non può essere unita unicamente dalla stessa moneta ma che il valore aggiunto di questa unione di Stati siano proprio i popoli che la abitano: uomini, donne, giovani lavoratori e pensionati. Condividiamo lo stesso sogno di un’Europa libera, democratica, solidale che ripudia la guerra e che lavora per rimuovere gli ostacoli della disuguaglianza sociale, culturale, religiosa ed etnica;
- consideriamo la mobilità come un diritto e, per questo motivo, rifiutiamo direttive come quella sull’immigrazione recentemente approvata, che va contro i diritti umani fondamentali e crediamo che ci sia un altro modo per creare un’Europa sociale;
- vogliamo lavorare per costruire un’Europa sociale che generi una regolamentazione minima di diritti sociali e del lavoro;
- è importante che le nostre organizzazioni lavorino congiuntamente per dare risposte certe alla “questione giovanile”. Occorrono maggiori tutele per chi si affaccia al mondo del lavoro non riuscendo tuttavia a permanervi in modo stabile e continuativo.
Con questa convinzione chiediamo ai lavoratori delle nostre organizzazioni di partecipare all’azione globale per il “lavoro dignitoso” convocata dalla Confederazione Internazionale dei Sindacati il prossimo ottobre.
È inoltre importante, anche come contributo al lavoro giovanile, la realizzazione della V Conferenza sull’occupazione delle Regioni 4 Motori d’Europa, la cui presidenza di turno è della Regione Lombardia.
I giovani europei, per sentirsi realmente tali, vogliono poter lavorare con le stesse condizioni e la stessa dignità in ognuno dei 27 Paesi membri dell’Unione europea!

APPELLO DELLA CES ALLA PRESIDENZA FRANCESE DELL’UE

«L’Ue non deve tradire il suo obiettivo sociale e i sindacati europei faranno pressione sulla presidenza francese affinché la dimensione sociale torni ad essere una priorità»: questo il messaggio lanciato dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) nel corso dell’incontro informale sul lavoro e le politiche sociali promosso dalla presidenza francese dell’Ue nei giorni 10-12 luglio a Chantilly.
L’Europa si trova in una crisi sociale ed economica che va aggravandosi: la crescente inflazione, trainata dall’aumento dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari, sta colpendo in modo più grave le fasce di popolazione con redditi bassi. Anche la speculazione finanziaria contribuisce a rendere instabile la situazione. Tutto ciò ha un impatto diretto sui lavoratori, di cui fasce sempre più estese sono colpite dall’insicurezza crescente che nasce dalla combinazione di bassi salari e perdita di potere d’acquisto. Questa situazione dovrebbe preoccupare le classi dirigenti europee, «ma i timori dei lavoratori europei non sono affatto affrontati né dalla recente decisione sulla direttiva sui tempi di lavoro, né dalle pronunce della Corte di Giustizia nei casi Laval, Viking, Ruffert e Luxembourg, né infine dall’innalzamento dei tassi di interesse da parte delle Banca centrale europea» osserva la Ces, secondo cui l’assenza della dimensione sociale non risolverà né i problemi interni all’Ue né le sfide della globalizzazione. «L’Europa sociale non può sparire in silenzio man mano che la Corte di Giustizia emette le sue sentenze. C’è bisogno di un vero dibattito sui bisogni sociali e sui diritti che devono esprimersi a livello europeo». Per questo la Ces ha rinnovato la sua proposta di inserire un protocollo sociale nei Trattati: «L’Ue deve fissare al più presto obiettivi chiari e strutturati. L’Europa deve garantire una robusta strategia per l’ambiente, la piena occupazione, alti standard di formazione e innovazione, la parità di genere, servizi pubblici efficienti e un efficace meccanismo redistributivo».

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org

 

FLASH


nasce l’Unione per il Mediterraneo

Lanciato circa un anno fa dal presidente francese Nicolas Sarkozy, il progetto di Unione per il Mediterraneo è stato ufficialmente varato in occasione del Vertice di Parigi del 13 luglio scorso e intende consolidare e far progredire la cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo. «Abbiamo sognato tanto e ora il sogno diventa realtà» ha dichiarato Sarkozy, aggiungendo: «È stato un grande onore avere tutti i Paesi delle due sponde, uno straordinario consesso, gli arabi erano seduti assieme a Israele ed è stato un grande momento». Il presidente francese ha poi precisato che la Conferenza si terrà ogni due anni, mentre i ministri degli Esteri si riuniranno ogni anno. L’Unione, che riunisce 44 Stati d’Europa e del Mediterraneo, le istituzioni comunitarie e le organizzazioni regionali, nasce con l’obiettivo di dare un nuovo impulso al partenariato euromediterraneo, riprendendo le realizzazioni del Processo di Barcellona inaugurato tredici anni fa ma spingendone più avanti le ambizioni e sviluppandone il funzionamento e gli strumenti di azione. Tre principi sono alla base del progetto: una mobilitazione politica al più alto livello con Vertici di capi di Stato e di governo ogni due anni; una governance su base egualitaria incarnata da una copresidenza nord-sud e una segreteria permanente paritaria; una priorità data ai progetti concreti di dimensione regionale creatori di una solidarietà di fatto. Mentre nel Processo di Barcellona la direzione politica è sempre stata della presidenza di turno dell’Ue, che convocava le riunioni ministeriali e decideva l’agenda, e sempre legato a Bruxelles era lo strumento finanziario costituito dal Fondo per il Mediterraneo della la Banca europea d’investimenti (Bei), con l’Unione per il Mediterraneo i Paesi del sud e quelli del nord dovrebbero avere lo stesso potere d’iniziativa e di decisione: l’Unione avrà infatti una doppia presidenza nord-sud a rotazione biennale e un segretariato permanente. Le prime presidenze spettano a Francia ed Egitto. Per i progetti comuni, le indicazioni prioritarie riguardano: pulizia del Mediterraneo entro il 2020, collegare tutti i Paesi del bacino con le “autostrade del mare”, sfruttare l’energia solare e creare una protezione civile comune per rispondere alle numerose emergenze dell’area (immigrazione illegale, affondamenti di petroliere), creare un’agenzia di sviluppo tra le piccole e medie imprese. Entro breve tempo dovrebbe poi nascere dalla Bei la Banca del Mediterraneo, che finanzierà i progetti principali e gestirà i risparmi dei Paesi dell’Unione.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/euromed/index_en.htm

le Olimpiadi migliorino i diritti umani in Cina

Alla vigilia dei Giochi olimpici di Pechino, l’Europarlamento chiede alla Cina di rispettare gli impegni pubblici assunti per quanto riguarda i diritti dell’uomo e le minoranze, la democrazia e lo Stato di diritto. Secondo il Parlamento europeo le Olimpiadi offrono infatti «un’occasione unica per migliorare i diritti umani in Cina», così chiede alle autorità cinesi la grazia per i detenuti politici e i difensori dei diritti umani, inclusi quanti incarcerati il marzo scorso in Tibet, e di sospendere la campagna di “rieducazione patriottica”. È espressa condanna per le violazioni «diffuse e sistematiche» dei diritti umani e invitato il governo cinese a introdurre una moratoria sulla pena di morte. Osservando come le relazioni con la Cina abbiano registrato progressi significativi in ambito commerciale ed economico, il Parlamento europeo si rammarica che ciò non sia stato accompagnato da risultati di rilievo per quanto riguarda i diritti dell’uomo e la democrazia. L’Europarlamento invita inoltre le autorità cinesi a porre fine a ogni discriminazione a danno dei migranti dalle zone rurali e delle minoranze etniche nonché ad astenersi da intimidazioni contro sindacalisti, avvocati e giornalisti che denunciano violazioni delle libertà fondamentali, ribadendo la convinzione che l’arresto di queste persone contrasta con i principi universali e riconosciuti del diritto internazionale.
L’Aula europarlamentare ha invece bocciato un emendamento che invitava il Consiglio a adottare una posizione europea comune sulla presenza dei capi di Stato e di governo e di Javier Solana, Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

mercato interno: migliora il recepimento delle norme

Buoni i risultati dell’attuazione delle regole del mercato interno nel diritto nazionale da parte degli Stati membri: è quanto emerge dal quadro di valutazione del mercato interno reso noto dalla Commissione europea il 10 luglio scorso. Secondo il monitoraggio dell’esecutivo europeo, in media solo l’1% delle direttive del mercato interno il cui termine di attuazione è scaduto non sono attualmente recepite nel diritto nazionale, a fronte dell’1,2% nel dicembre del 2007. Ciò significa, osserva la Commissione, che gli Stati membri sono già in linea con il nuovo obiettivo dell’1% da raggiungere entro il 2009 concordato dai capi di Stato dell’Ue. Diciotto Stati membri hanno raggiunto il nuovo obiettivo, o si trovano al di sotto della percentuale di deficit fissata, mentre la Bulgaria è il primo Stato membro a registrare un deficit di recepimento dello 0%. Dieci Stati membri (tra cui l’Italia) hanno ottenuto il loro migliore risultato in assoluto, tre Stati hanno eguagliato la loro migliore prestazione.
La tendenza generale è positiva anche per quanto riguarda la corretta applicazione delle norme del mercato interno: 15 Stati membri sono riusciti a ridurre il numero di procedimenti d’infrazione a loro carico. Il numero globale dei procedimenti resta però relativamente elevato e la messa in conformità richiede tempi troppo lunghi. La classifica in base al numero di procedimenti di infrazione vede sempre in testa l’Italia con il numero maggiore di procedimenti (127), ma anche con la maggiore riduzione nel numero di infrazioni (7), seguita dal Regno Unito e dall’Irlanda (6). Suddividendo il deficit di recepimento per settore, emerge che all’origine della percentuale più alta di direttive non ancora recepite (7,9%) sono le norme sulla libera circolazione delle persone. Subito dopo vengono le norme comunitarie sui servizi finanziari, con un deficit di recepimento del 4,5%. Questi due settori sono quindi quelli in cui i cittadini e le imprese possono meno beneficiare del pieno potenziale del mercato interno.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/internal_market

Trattato: il Consiglio europeo prende tempo

Il Consiglio europeo, riunito a Bruxelles nei giorni 19-20 giugno scorsi, ha deciso di rinviare la questione del Trattato di Lisbona e del “no” irlandese al prossimo 15 ottobre, quando si terrà il primo Vertice europeo presieduto dalla Francia e sarà esaminata «la via da seguire». I capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell’Ue hanno infatti preso atto che «occorre più tempo» per esaminare attentamente la crisi istituzionale innescata dal rifiuto irlandese, mentre l’Irlanda sarà chiamata a «procedere attivamente» in consultazioni interne e con i partner per «proporre una via di uscita». Nelle sue conclusioni il Consiglio europeo ha sottolineato come il Trattato di Lisbona è già stato ratificato da 19 Stati membri e che il processo di ratifica «prosegue in altri Paesi», mentre qualche problema è sorto per il blocco espresso dalla Repubblica Ceca che si è detta pronta a ratificare il Trattato solo dopo l’esito dell’esame di costituzionalità in corso presso la Corte costituzionale. Pochi giorni dopo il Consiglio europeo è poi stato il presidente della Polonia, Lech Kaczynski, ad aprire un nuovo fronte annunciando che non firmerà il Trattato perché «senza scopo»: il Parlamento polacco ha già ratificato lo scorso aprile il Trattato, ma la ratifica sarà definitiva solo dopo la firma del presidente. Il Consiglio europeo ha confermato inoltre la sua volontà di «occuparsi dei cittadini» e di raggiungere «risultati concreti» nelle politiche «che preoccupano i cittadini», in particolare rispetto all’emergenza inflazione, impegnandosi a elaborare un pacchetto di misure «a breve, medio e lungo termine» contro il caro petrolio e l’aumento delle derrate alimentari. È stato poi deciso che la Slovacchia potrà adottare l’euro a partire dal 2009, portando così a 16 il numero dei Paesi membri dell’Unione monetaria.
INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu

la Bce aumenta il costo del denaro

Come già ampiamente previsto dai mercati la Banca centrale europea (Bce) ha deciso di rialzare di un quarto di punto i tassi di interesse, portando il tasso principale al 4,25% che corrisponde al valore più elevato da quasi sei anni. Con questa decisione presa dal Consiglio direttivo, la Bce intende dare una risposta all’incremento dell’inflazione, che a giugno ha raggiunto il 4% nella zona euro, e ai continui rincari del petrolio. In un momento in cui «i rischi di inflazione nel medio termine sono al rialzo», soprattutto per quanto riguarda energia e alimentari, «l’obiettivo primario è la stabilità dei prezzi» ha dichiarato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, osservando come «l’inflazione è preoccupante e potrebbe rimanere alta per un periodo più prolungato di quanto avevamo inizialmente pensato». La Bce ha reso noto di non aver ancora preso alcun impegno su future mosse in materia di tassi, sottolineando che continuerà a comunicare «con chiarezza ai mercati e agli osservatori» le sue valutazioni così da permettere a tutti di capire la sua posizione. Con il rialzo dei tassi deciso dalla Bce il divario tra il costo del denaro della zona euro (misurato dal tasso principale) e quello negli Stati Uniti è salito a 2,25 punti percentuali, dal momento che lo scorso 25 giugno la Federal Reserve statunitense ha deciso di mantenere al 2% il tasso sui Fed Fund.
INFORMAZIONI: http://www.ecb.int/ecb/html/index.it.html

aiuti di Stato più facili per le Pmi

Nelle prossime settimane entrerà in vigore un regolamento adottato dalla Commissione europea che permetterà di procedere all’approvazione automatica di una serie di aiuti di Stato a favore della crescita e dell’occupazione senza previa comunicazione all’esecutivo europeo. Il regolamento autorizza gli Stati membri dell’Ue a concedere aiuti a favore delle piccole e medie imprese (Pmi), della ricerca e innovazione, dello sviluppo regionale, della formazione, dell’occupazione e del capitale di rischio. Sono autorizzati inoltre aiuti di Stato per la tutela dell’ambiente e misure di sostegno alla promozione dell’imprenditorialità, quali gli aiuti per nuove imprese innovative, per piccole imprese nuovamente create nelle regioni assistite, nonché le misure finalizzate a risolvere problemi, quali le difficoltà di accesso ai finanziamenti, che incontrano le imprenditrici. Il regolamento rappresenta inoltre un contributo significativo e di immediata efficacia all’Atto sulle piccole imprese per l’Europa, adottato nelle scorse settimane dalla Commissione, e permetterà agli Stati membri di sostenere le Pmi nelle varie fasi del loro sviluppo. Tutte le ventisei categorie di aiuto contemplate dal regolamento possono infatti essere concesse alle Pmi e, dal momento che gli aiuti in questione sono disponibili anche per le grandi imprese, le Pmi beneficeranno di una maggiorazione. Questo nuovo regolamento generale di esenzione per categoria (Rgec) armonizza e consolida in un unico testo le norme precedentemente contenute in cinque distinti regolamenti e amplia le categorie di aiuti di Stato che beneficiano dell’esenzione. Esso entrerà in vigore venti giorni dopo la data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, permettendo agli Stati membri di concedere immediatamente aiuti più mirati.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/comm/competition/state_aid/reform/reform.cfm