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Euronote 51/2008

il caso italiano

Vignetta

Non era difficile prevedere quanto si è puntualmente verificato, cioè un irrigidimento dei rapporti tra l’Italia e l’Ue, sia con le sue istituzioni sia con alcuni Stati membri. Sul numero scorso di “euronote” si era parlato di un Paese sotto osservazione, poche settimane dopo siamo alle prese con i primi veri contrasti. Dall’irrisolta questione dei rifiuti al caso Alitalia, dalle costanti infrazioni normative e frodi al bilancio dell’Ue fino alle svolte annunciate in politica estera, l’Italia continua a mostrare una “indisciplina comunitaria” accresciuta dall’approccio quanto meno “euroscettico” di vari membri del nuovo governo. In materia di immigrazione e di rapporti con la popolazione rom, poi, le critiche alla nuova linea italiana sono giunte anche da alcuni governi partner e membri delle istituzioni dell’Ue, oltre che da tutte le maggiori Ong nazionali e internazionali e da rappresentanti del Consiglio d’Europa e di varie componenti dell’Onu. Leggendo però gli interventi di alcuni europarlamentari italiani nel corso del dibattito svoltosi il 20 maggio scorso al Parlamento europeo sulla questione rom e osservando il crescente numero di atti xenofobi, razzisti e discriminatori verificatisi nelle ultime settimane in varie località italiane, è piuttosto evidente che non si tratta tanto di un problema politico quanto piuttosto culturale. È stata infatti la netta maggioranza del Paese ad aver scelto democraticamente i nuovi governanti e le loro politiche, quindi non si può parlare di un “caso italiano” pensando unicamente alla sua classe politica di governo bensì all’intero sistema Paese.
Quando deputati europei eletti dai cittadini italiani propongono l’introduzione del «reato di associazione a delinquere tipico dei rom» o la «creazione di uno Stato rom nell’Est europeo», quando gruppi di cittadini attuano spedizioni punitive contro rom e immigrati stranieri o si leggono sui muri scritte tipo “rom e immigrati sarete giustiziati”, quando le forze dell’ordine schedano senza motivo cittadini italiani di etnia rom residenti in campi sosta legali o attuano sgomberi senza che siano proposte soluzioni alternative alle famiglie, allora è evidente che si tratta di un Paese in regressione culturale oppure che si sente legittimato a esternare sentimenti finora sopiti, forse per pudore.
Un Paese che nell’individuazione di un “nemico” si illude di cercare un’identità perduta in troppe divisioni e dove il valore sociale della solidarietà è sopraffatto dalle “libertà” particolari e individuali del “si salvi chi può”, è un Paese che rischia di chiudersi tristemente su se stesso. Alle iniziative della società civile e dei cittadini che non accettano una simile deriva spetta il compito di invertire questa tendenza, all’Unione europea e alle sue istituzioni quello di richiamare l’Italia a rispettare quegli standard europei che ha contribuito a definire.

 

l’inflazione resta il “nemico” principale

L’aumento dell’inflazione continua a preoccupare le istituzioni europee, nonostante i dati mostrino un leggero miglioramento. Il tasso di inflazione annuale è infatti sceso leggermente in aprile rispetto al mese precedente, dal 3,6% al 3,3% nella zona euro e dal 3,8% al 3,6% nell’Ue27. Secondo i dati pubblicati da Eurostat, i tassi di inflazione più bassi in aprile si sono registrati nei Paesi Bassi (1,7%), in Portogallo (2,5%) e in Germania (2,6%), mentre i più elevati hanno riguardato la Lettonia (17,4%), la Bulgaria (13,4%) e la Lituania (11,9%). Rispetto al mese di marzo, l’inflazione è diminuita in 15 Stati membri, aumentata in 8 e rimasta stabile in 4 Paesi dell’Ue, tra i quali l’Italia. In leggero miglioramento anche la crescita del Pil: dopo i tassi dello 0,4% nella zona euro e dello 0,5% nell’Ue27 registrati nel quarto trimestre 2007, il primo trimestre 2008 ha fatto segnare un tasso di crescita dello 0,7% sia nell’Ue sia nell’area dell’euro. Rispetto al primo trimestre 2007, la crescita del Pil nel primo trimestre di quest’anno è stata del 2,2% nella zona euro e del 2,4% nell’intera Ue.

monito della Commissione

«Il forte shock inflazionistico avrà serie conseguenze sociali» secondo il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, il quale ha confermato che la Commissione europea è «preoccupata per il livello dell’inflazione» e invita le parti sociali a non alimentare la spirale al rialzo dei prezzi. «Speriamo che l’inflazione scenda verso il 2% nella seconda metà dell’anno» ha auspicato Almunia, osservando che i governi dell’Ue devono «impedire effetti di secondo round quando negoziano i salari». Il commissario europeo ha poi ribadito la posizione della Commissione sui deficit di bilancio, ricordando che i Paesi che non hanno ancora raggiunto l’equilibrio devono farlo apportando le necessarie correzioni al deficit strutturale. Secondo Almunia, tuttavia, la situazione attuale «è migliore rispetto agli ultimi anni, dal momento che in breve tempo resterà solo l’Ungheria con una procedura aperta per deficit pubblico eccessivo».

Ecofin: mantenere il controllo
Anche il Consiglio dei ministri europei economici e finanziari (Ecofin), in totale sintonia con la Banca centrale europea (Bce), ha indicato nell’inflazione il «nemico principale» dell’attuale ciclo economico, tenendo sotto esame anche la politica di bilancio degli Stati membri. Il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, ha rilevato che i mercati finanziari «stanno comprendendo meglio il messaggio del G7 sui cambi e li incoraggerei a mantenersi su questa linea». Secondo Juncker, l’effetto del caro prezzi sulle condizioni di vita dei cittadini può essere fronteggiato «in qualche modo senza abbandonare i principi della moderazione salariale»; infatti, i governi che hanno già raggiunto l’obiettivo di medio termine per il bilancio pubblico «hanno qualche spazio di manovra per prendere misure a sostegno delle persone a basso reddito». Qualche preoccupazione è invece stata espressa rispetto a eventuali tagli delle tasse da parte di alcuni governi senza adeguati tagli di spesa, soprattutto per Francia e Italia, poiché «ci sono dei rischi che la politica virtuosa del 2007 non prosegua nel 2008» ha aggiunto Juncker.
La linea di Commissione ed Eurogruppo è che i Paesi ancora lontani dall’equilibrio di bilancio devono compiere passi sostanziali «più ambiziosi» per raggiungerlo nei tempi previsti (2010 con alcune eccezioni, l’Italia nel 2011). Va evitato il rischio di raggiungere e superare il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil, mentre i Paesi che non hanno raggiunto l’equilibrio di bilancio devono ridurre il deficit in termini strutturali di almeno lo 0,5% all’anno. È stato inoltre proposto di evitare aumenti retributivi «scandalosi» per manager e dirigenti di impresa (bonus speciali, liquidazioni “d’oro”), secondo una svolta etico-politica «in linea con la moderazione salariale».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/index_en.htm

 

È UN PROBLEMA L’ESCLUSIONE FINANZIARIA NELL’UE

Milioni di cittadini europei si trovano esposti a un maggiore rischio di esclusione sociale perché non hanno accesso ai servizi finanziari di base: è quanto emerge da uno studio sull’esclusione finanziaria nell’Ue presentato dalla Commissione europea. Lo studio evidenzia che nell’Ue a 15 (vecchi Stati membri), due adulti su dieci non hanno un conto bancario, circa tre su dieci non dispongono di risparmi e quattro su dieci non possono ricevere alcun credito, benché soltanto uno su dieci lamenti il mancato accesso a tale servizio. Per quanto riguarda i cittadini dei nuovi Stati membri dell’Ue, invece, un terzo è vittima dell’esclusione finanziaria, oltre la metà non dispone né di conto corrente né di risparmi e circa i tre quarti non possono ottenere crediti rinnovabili. Le persone che percepiscono redditi bassi sono le prime a essere interessate dal fenomeno dell’esclusione finanziaria, ma il fatto di vivere in una zona svantaggiata aumenta le probabilità d’esclusione così come il vivere in zone rurali dei nuovi Stati membri. Secondo lo studio, l’esclusione finanziaria rientra in un fenomeno d’esclusione sociale molto più ampio che colpisce alcuni gruppi di individui che non possono avere accesso a servizi essenziali di qualità quali l’occupazione, l’alloggio, l’istruzione o le cure sanitarie.
«Le autorità pubbliche, a livello nazionale ed europeo, devono garantire che tutti gli europei possano ottenere e utilizzare in modo adeguato i servizi finanziari di cui hanno bisogno» ha dichiarato il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, mentre secondo il commissario al Mercato interno e ai Servizi, Charlie McCreevy, «mercati efficienti, dotati di regole chiare in un contesto di agguerrita concorrenza costituiscono importanti motori ai fini dell’inclusione sociale, creando posti di lavoro, occupazioni a reddito elevato, crescita e maggiori opportunità». Per questo, ha aggiunto, la Commissione europea «persegue l’equilibrio tra l’agenda sociale e quella economica, che non devono essere in contrapposizione ma stimolarsi a vicenda».

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/employment_social/spsi/events_en.htm#financial_exclusion

 

 

stabile nell’Ue la spesa sociale

Eurostat ha presentato un aggiornamento dei dati sulla spesa per protezione sociale nell’Ue, da cui emerge che nel 2005 ammontava al 27,2% del Pil nell’attuale Ue a 27 e al 27,4% nell’allora Ue a 25 Stati, stabile dunque rispetto al 27,3% del 2004 e al 27,4% del 2003. Si tratta però della percentuale di spesa media, mentre tra i vari Stati membri le differenze sono rilevanti: si passa infatti da percentuali superiori al 30% in Svezia (32%), Francia (31,5%) e Danimarca (30,1%) ad altre inferiori al 15% in Lettonia (12,4%), Estonia (12,5%) e Romania (14,2%). Disparità di spesa che, come osserva Eurostat, riflettono sia i diversi standard economico-sociali e demografici sia le profonde differenze istituzionali e dei sistemi di protezione sociale. In generale, nell’Ue-27 circa il 46% della spesa per protezione sociale è dedicata alle pensioni e ai sussidi di sussistenza, il 29% alle cure sanitarie, circa l’8% ai sussidi per disabilità e per famiglia-minori, il 6% ai sussidi di disoccupazione e il 4% a quelli per l’alloggio e l’esclusione sociale.
Tra il 2000 e il 2005 gli aumenti più rilevanti di spesa per protezione sociale si sono registrati in Romania (10,9%), Irlanda (9,3%) e Ungheria (8%), mentre i più contenuti hanno riguardato Germania (0,2%), Slovacchia (1,3%) e Austria (1,4%), con una crescita media di spesa nell’Ue-27 del 2,1%. Considerando invece la spesa pro capite per protezione sociale (a parità di potere d’acquisto), quella del Lussemburgo è risultata più che doppia rispetto alla media europea e dieci volte superiore a quella della Romania. Il Lussemburgo è seguito da Danimarca e Svezia (entrambi con una spesa pro capite superiore alla media europea del 40%), mentre i livelli più bassi riguardano oltre alla Romania anche Bulgaria e Paesi baltici.
INFORMAZIONI:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/

tabella 1

rom: il dibattito all’Europarlamento

In seguito agli avvenimenti verificatisi in Italia nelle ultime settimane, con spedizioni anti-rom e anti-immigrati in varie città e gli annunci del nuovo governo sull’introduzione di misure restrittive in materia di sicurezza e immigrazione, il 20 maggio scorso l’Aula del Parlamento europeo ha dedicato un dibattito alla situazione delle popolazioni rom in Italia e più in generale in Europa. Ne è scaturita una discussione accesa, cui ha partecipato una maggioranza di deputati italiani, nel corso della quale è stata sottolineata la necessità di garantire l’integrazione nelle società europee ma anche di assicurare la legalità e la sicurezza dei cittadini. Dagli interventi di alcuni eurodeputati italiani però, come si dirà di seguito, sono emersi sentimenti xenofobi e razzisti che poco si conciliano con lo spirito dell’Ue e del suo Parlamento.
Il dibattito è stato aperto dal commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, che pochi giorni prima aveva commentato la situazione italiana dichiarando: «Non è assolutamente l’Italia il Paese europeo con il maggior numero di rom né col maggior numero di campi rom». Interpellato poi sul messaggio che intendeva inviare all’Italia, Špidla aveva risposto: «Il mio messaggio è uguale per tutti, se utilizzano tutte le misure a disposizione i risultati ci potranno essere».

la Commissione condanna le violenze
Nel suo intervento di fronte all’Aula europarlamentare di Strasburgo, il 20 maggio, Špidla ha esordito sottolineando che «la Commissione europea condanna ogni tipo di violenza contro i rom» e osservato che fatti come quelli di Napoli «non sono casi isolati», perché «la violenza politica e xenofoba è un fenomeno diffuso in vari Paesi membri dell’Ue». Il commissario europeo ha ricordato che gli Stati dell’Ue devono garantire la sicurezza delle persone sul loro territorio e che l’espulsione è una «misura estrema di limitazione di una libertà fondamentale sancita dal Trattato», possibile solo esaminando «caso per caso». La Commissione, ha proseguito, respinge anche ogni assimilazione dei rom con i criminali, mentre le autorità degli Stati membri devono dare l’esempio nella lotta al razzismo, indagare e punire gli attacchi xenofobi e i loro istigatori. Špidla ha poi ricordato la direttiva che sancisce la libera circolazione dei cittadini europei, precisando che «i cittadini rumeni hanno la stessa libertà di circolare dei cittadini degli altri Paesi europei». Sollecitando quindi uno «sforzo congiunto», il commissario europeo ha invitato le autorità nazionali ad affrontare i problemi reali delle popolazioni rom, perché «tutti ne vedono l’indigenza e la disoccupazione che porta sofferenza umana e tensioni sociali, spingendo i rom ai margini della società». Se l’inclusione è una competenza degli Stati membri, ha proseguito Špidla, anche la Commissione ha un ruolo da svolgere, ad esempio coordinando e agevolando le politiche nazionali. Può anche assicurare che sia rispettato il diritto europeo nei campi in cui è competente, la direttiva deve essere completata con misure di sensibilizzazione sui diritti e sugli obblighi, mentre anche il Fondo sociale europeo può contribuire a migliorare le condizioni di vita dei rom. Il commissario europeo ha poi aggiunto: «Le nostre comunità rom hanno bisogno della nostra solidarietà per spezzare il circolo vizioso di esclusione, violenza e disperazione».

dai gruppi politici critiche ai governi
In seguito all’intervento di apertura di Špidla, il capogruppo europarlamentare del Partito socialista europeo (Pse-De), Martin Schulz, ha osservato che la situazione dei rom in Europa «è drammatica» e che l’obiettivo del dibattito al Parlamento europeo non era di «accusare l’Italia» ma di cercare con le autorità italiane di risolvere il problema delle comunità rom. «Non possiamo perderci nel confrontarci su colpe o mancanze, ma adoperarci perché i recenti avvenimenti servano a dire che i rom hanno bisogno della solidarietà di tutti per integrarli» ha dichiarato Schulz, anche «nell’interesse fra l’altro delle autorità locali, dei piccoli comuni, delle piccole città che sono arrivate al limite della loro capacità di intervento nel campo dell’integrazione». Occorre chiedersi quindi come, anche con lo stanziamento di fondi dell’Unione europea, si può aiutare queste comunità locali e l’Unione deve muoversi nella stessa direzione.
La situazione dei rom «è terribile» e in tutta l’Europa è stato fatto «molto poco» durante l’ultimo decennio per sostenerli, ha dichiarato per il Partito popolare europeo (Ppe-De) Lívia Járóka. Anche i governi «sono colpevoli» di ciò, poiché «sono stati incapaci di promuovere veramente l’integrazione dei rom nella società». Occorre quindi impegnarsi maggiormente per l’integrazione dei rom in Europa, «altrimenti ci ritroveremo in una situazione nella quale verranno commesse e perpetrate delle atrocità come quelle che abbiamo recentemente visto». Sostenendo che tale questione «non dovrebbe essere troppo politicizzata», Járóka ha sottolineato che i governi «non sono stati in grado di fare nulla di concreto». Dicendosi contraria «a sanzioni e ad azioni penali collettive», ha affermato che i governi devono fare del loro meglio «per lottare contro questi reati e contro la discriminazione di qualsiasi gruppo etnico». La rappresentante del Ppe ha poi auspicato «standard minimi», oggetto di accordi tra i Paesi membri, «su come si possa risolvere la questione».
L’eurodeputata dell’Alleanza dei liberali e democratici (Alde-Adle), Viktória Mohácsi, ha detto di aver scritto una lettera al premier italiano Silvio Berlusconi «esprimendo la preoccupazione di tante Ong in merito a una politica che associa i rom a stereotipi negativi, utilizzando l’intera popolazione rom come il capro espiratorio elettorale» e «ora noi vediamo qual è l’impatto di questa campagna elettorale». Dopo aver visitato Roma e Napoli, l’eurodeputata ha espresso preoccupazione per le scarse indagini di polizia sui fatti verificatisi in queste e altre città italiane ai danni delle popolazioni rom, dichiarando che «il governo italiano sembra essere forte con i deboli e debole con i forti». Ha quindi auspicato che le autorità italiane perseguano tutte le persone responsabili, «compresi i funzionari pubblici che continuano a fare dichiarazioni contro i rom, incitando all’odio razziale». Mohácsi ha poi rivolto un invito alle autorità italiane affinché cooperino pienamente con le istituzioni intergovernative, con le organizzazioni internazionali e con la società civile italiana «per risolvere l’emergenza umanitaria dei rom in Italia» e ha invitato la Commissione europea a preparare una strategia per i rom, affinché la loro integrazione sia «una priorità urgente» e coordini i Paesi membri nelle loro responsabilità, «nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini rom».

tra italiani un dibattito a tratti imbarazzante
Intervenendo al dibattito in rappresentanza del governo italiano, il neoministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto che la Commissione europea metta a disposizione dei Paesi interessati, e quindi anche dell’Italia, fondi sufficienti per affrontare efficacemente «la situazione di degrado e di abbandono in cui vivono da lunghi anni molte comunità rom». Secondo l’eurodeputata dei Verdi Monica Frassoni, non bisogna «negare la realtà»: si è deciso di dibattere sui rom perché si tratta della «minoranza più discriminata in Europa». Gli episodi di «estrema violenza, di intolleranza e razzismo», ha ammonito, devono essere chiamati con il loro nome «se vogliamo cominciare a risolverli». Sottolineando che «la legalità è il cuore della soluzione che noi tutti perseguiamo: il rispetto delle regole, di tutte le regole», Frassoni ha osservato che tali regole «vietano di rubare e di obbligare i bimbi alla mendicità o le donne a una situazione di schiavitù», ma vietano anche «di discriminare, di cacciare le persone povere e di mantenere senza diritti per decenni gente che non sa più neppure di che nazionalità è» e che rimane nomade «non per scelta, ma perché in fuga».
Molte critiche ha suscitato l’intervento di Luca Romagnoli (Movimento sociale Fiamma tricolore, del gruppo dei non iscritti) il quale, dicendosi contrario ai campi rom in Italia e nel resto d’Europa, ha proposto la promozione di una Stato rom, «magari nell’Est europeo visto che in gran parte vengono da quell’area», nel quale possano «esprimere al meglio la loro identità e perché sia tutelata, perché si possano meglio autogovernare». A suo parere, «finirebbe così la loro diaspora, potrebbero amministrarsi e governarsi autonomamente, migliorerebbe la loro qualità di vita e la sicurezza sociale e, finalmente, migliorerebbe anche la nostra». Secondo l’eurodeputato del gruppo Socialista, Claudio Fava, Romagnoli «non si può certo fregiare della paternità» della sua proposta, visto che l’idea di «ricostruire, costruire o immaginare uno Stato nel quale rinchiudere e confinare tutti i cittadini di etnia rom ed ebrei fu fatta da Goebbels negli anni Trenta nella Germania nazista, poi scoppiò la guerra e allo Stato degli zingari e degli ebrei si sostituirono i forni crematori». Secondo Fava, «i fatti ci dicono che il governo Berlusconi sta reintroducendo il concetto di razza nell’impianto giuridico del nostro Paese e sta rapidamente portando l’Italia alla periferia dell’Unione europea, violando sistematicamente i principi fondanti su cui è costruita la direttiva 38 dell’Ue e primo fra tutti il diritto di libera circolazione della persone come principio fondamentale».
Un altro esponente dell’estrema destra italiana, Roberto Fiore (Alternativa sociale, anch’egli tra i non iscritti), ha dichiarato che il problema dei rom è «insormontabile» e che ciò che l’Italia può fare, con l’appoggio dell’Europa, è sospendere il Trattato di Schengen per almeno sei mesi, istituire il reato di immigrazione clandestina, nonché «negoziare con Romania, Bosnia, Macedonia, Serbia, cioè Paesi comunitari ed extracomunitari, il rimpatrio dei rom presenti sul territorio nazionale». Mentre il leghista Mario Borghezio (del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni) ha dichiarato che «il blabla della Commissione non ci convince», che i cittadini italiani ed europei «chiedono sicurezza dall’immigrazione selvaggia e dalle invasioni di chi non emigra per lavorare, si tratta molto spesso di delinquenti che emigrano e non di emigranti che delinquono» e che si batterà personalmente affinché il governo italiano «faccia diventare figura di reato l’associazione a delinquere tipica delle famiglie rom, finalizzata a commettere furti e rapine, e magari anche reati più gravi». Secondo Romano La Russa (anch’egli del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni), «non è colpa nostra se in Italia i rom si manifestano quasi esclusivamente per rapine, furti, rapimenti di minori, accattonaggio abusivo. Questa è l’immagine in Italia, nostro malgrado, dello zingaro, questa è l’immagine che viene data dai rom. Io sono ancora alla ricerca, qualcuno me lo segnali se lo conosce, di un rom in Italia con un lavoro regolare, legale e che paghi regolarmente le tasse». E ha aggiunto: «Non accusatemi di razzismo, siate seri». Di fronte ad alcuni di questi interventi, ogni commento pare superfluo e non resta che condividere l’affermazione di Giuseppe Gargani (gruppo dei Popolari europei) quando ha dichiarato che «il dibattito per gran parte non è stato all’altezza» della relazione del commissario Špidla né dell’invito rivolto dal capogruppo socialista Schulz.
INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu

 

REAZIONI EUROPEE ALLA SITUAZIONE ITALIANA

La Commissione europea non ha in programma alcuna modifica degli accordi di Schengen, questa la risposta giunta da Bruxelles all’ex commissario europeo e neoministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che aveva sollecitato una riflessione sulla circolazione nell’Ue. L’esecutivo europeo ha reso noto di non avere in atto né studi né iniziative per la revisione delle norme Schengen che riguardano le frontiere, ma solo l’entrata in funzione entro il 2009 del nuovo sistema di informazioni potenziato, al quale si affiancherà l’introduzione dei visti biometrici per i cittadini extracomunitari. Dal canto suo, Frattini ha precisato che «rivedere Schengen, non significa porre sul tavolo la revisione del Trattato ma di fare un “tagliando”» all’accordo, perché «è chiaro che l’Europa non ha più solo il problema della libera circolazione, ma anche il tema della sicurezza alle frontiere». Altro fronte di polemiche europee per il neogoverno italiano ha riguardato le relazioni con la Spagna, la cui vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega ha espresso forti critiche nei confronti delle misure che il governo italiano ha annunciato contro l’immigrazione illegale. «Il governo spagnolo respinge la violenza, il razzismo e la xenofobia, e per questo non può condividere quanto sta succedendo in Italia» ha affermato la vicepremier, aggiungendo che il governo spagnolo «non condivide la politica di espulsioni senza rispetto della legge e del diritto. E neppure le azioni che possono esaltare la violenza e la xenofobia». Il ministero degli Esteri italiano ha poi parlato di un chiarimento tra i due governi, ma al di là delle logiche relazioni diplomatiche i contenuti delle critiche pesano a livello europeo. Non meno rilevante è stata la presa di posizione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), che ha espresso «preoccupazione per i violenti attacchi» al campo nomadi di Napoli, sollecitando le autorità italiane ad «assicurare la protezione della popolazione rom» e politici e media ad astenersi dalla retorica anti rom. L’Osce respinge la «stigmatizzazione di rom e gruppi di immigrati in Italia in quanto contribuisce ad alimentare tensioni e aumenta il potenziale di violenza». Secondo l’Osce «non deve esserci posto in una tollerante società democratica per stereotipi razziali e incitazioni all’odio e alla violenza».

 

 

la nuova Italia della “pulizia etnica”

Probabilmente non è un caso se il Paese più “fermo” dell’Ue, come indica la maggior parte dei dati economico-sociali, sfoga i suoi fallimenti e le sue frustrazioni contro i diversi, gli “ultimi”. Quasi come se nell’individuazione di un “nemico” si cercasse un’identità perduta e nel colpire gli “ultimi” ci si illudesse di sentirsi “meno ultimi”. Quel che emerge, nell’imbarazzante Italia odierna della “caccia allo straniero” e dei pogrom contro i rom, è una preoccupante regressione culturale nell’Anno europeo del dialogo interculturale. I vari “imprenditori politico-mediatici del razzismo e della xenofobia” hanno buon gioco in un tessuto sociale sempre più sfilacciato e diviso, tra nord e sud, tra ricchi e poveri, tra autoctoni e stranieri, tra “furbi” e onesti, dove il valore sociale fondante della solidarietà è sopraffatto dalle “libertà” particolari e individuali del “si salvi chi può”.
La deriva securitaria, annunciata dalle politiche e già in corso con il “fai da te” delle ronde e delle spedizioni punitive, altro non è che sintomo di estrema debolezza. La ricerca del capro espiatorio, rappresentato dai rom, dai rumeni o dagli stranieri di turno, assume un patetico valore salvifico per un Paese caratterizzato dall’illegalità dilagante delle italianissime organizzazioni criminali, dell’evasione fiscale, delle truffe ai danni dello Stato e dell’Ue. La doverosa lotta all’illegalità, infatti, andrebbe fatta costantemente e su tutti i fronti, indipendentemente dalla nazionalità e dalla posizione economico-sociale del soggetto illegale. E di soggetto si dovrebbe parlare, perché come ha ricordato recentemente il Parlamento europeo «la responsabilità penale è sempre individuale» ed estenderla a intere comunità è gravissimo, oltre che molto pericoloso.
Incendiare e distruggere interi accampamenti rom o edifici occupati da stranieri, come successo in Italia negli ultimi mesi e settimane da parte di gruppi di popolazione e anche di forze dell’ordine, con il pretesto di vendicare atti criminali commessi da alcune persone o di “sanare” aree urbane, non sono altro che rappresaglie contro intere comunità. Se poi le politiche non creano le condizioni per governare i fenomeni, cercando di prevenire l’illegalità e di limitare l’esclusione sociale, allora la paranoia della sicurezza esercitata contro alcuni gruppi di popolazione non è altro che uno sterile e miope sfogo di frustrazione. Peggio ancora è fomentare o anche solo assecondare azioni e atteggiamenti xenofobi, com’è avvenuto in Italia nelle recenti campagne elettorali e nelle ultime settimane: sconcertante il fatto che il pogrom di metà maggio a Napoli non sia stato immediatamente condannato da tutte le autorità e le forze politiche, timorose di perdere un consenso popolare attualmente centrato quasi esclusivamente su sentimenti xenofobi e su vaghe speranze di riduzioni fiscali.
Il caso dei rom in Italia è emblematico di come si possa creare un’emergenza che non esiste ma lo diventa per inadempienze politico-amministrative e strumentalizzazioni. Secondo le stime del Consiglio d’Europa relative al 2006, l’Italia è al quattordicesimo posto in Europa per numero di rom presenti sul suo territorio: con una popolazione rom stimata in circa 120.000 persone (e un’incidenza sulla popolazione italiana di circa lo 0,2%), di cui quasi la metà minorenni, oltre che dalla maggior parte dei Paesi dell’Est europeo l’Italia è ampiamente preceduta tra i “vecchi” Stati membri dell’Ue da Spagna (700.000), Francia (oltre 300.000), Grecia (circa 220.000), Regno Unito (circa 200.000) e conta un numero più o meno analogo alla Germania (circa 100.000). Ai circa 120.000 rom presenti in Italia si aggiungono alcune decine di migliaia di sinti e altre etnie cosiddette “zingare”, che però nella maggior parte dei casi sono cittadini italiani stanziali da molto tempo, dunque non rientrano nella problematica dei campi e delle baraccopoli.
I casi della Francia e della Spagna dimostrano che politiche adeguate possono evitare i problemi di convivenza frequenti in Italia. Le politiche attuate dalle autorità spagnole nei confronti dei circa 700.000 rom hanno ottenuto buoni risultati, tra i quali una loro partecipazione al mercato del lavoro particolarmente elevata. In Francia, due leggi del 1990 e del 2000 hanno previsto che ogni comune con più di 5000 abitanti deve essere dotato di un’area di accoglienza attrezzata per i rom, leggi che comunque considerano quella dei campi una soluzione temporanea e prevedono un programma abitativo per dare alloggi in affitto o terreni su cui costruire piccole abitazioni, situazioni in cui i gitani pagano regolarmente l’affitto e le forniture domestiche. Nel 2003 l’allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy ha introdotto pesanti sanzioni contro le infrazioni, sulla base però di una politica di accoglienza preesistente.
In Italia invece, a fronte di alcune meritorie esperienze di integrazione (quali ad esempio Pisa, Venezia e la stessa Napoli del recente pogrom), si registrano le costanti denunce del Consiglio d’Europa, del Comitato europeo per i diritti sociali, dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu, dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali e delle varie organizzazioni rom e non, impegnate per la tutela dei diritti. L’idea ora di istituire un commissario nazionale o commissari cittadini per i rom è fortemente criticata dal Consiglio d’Europa, secondo cui si tratta di una «strana divagazione sul concetto di giustizia» perché si deve indagare e agire sulla base di un crimine e non su quella di un gruppo etnico. «È fondamentale in ogni società democratica evitare le generalizzazioni e informare, educare la gente sul fatto che la maggior parte dei rom non delinque: solo così si bloccano le tendenze xenofobe» sostiene il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg. Esattamente quello che in Italia non si è fatto e non si fa e dove anzi la paura, l’insicurezza e la criminalizzazione di alcuni gruppi di persone sono troppo spesso strumentalizzate a fini politici.
Intanto, la neomaggioranza di governo italiana oltre ad affrontare in modo radicale la questione rom annuncia una generale recrudescenza della normativa sull’immigrazione, pronta a proporre a livello europeo la revisione della direttiva sulla libera circolazione e degli accordi di Schengen in modo restrittivo, oltre che prospettare l’introduzione del reato di clandestinità, un rafforzamento del sistema di detenzione dei Centri di permanenza temporanea e riproporre quelle espulsioni collettive vietate dalla Carta europea dei diritti fondamentali.
Dato l’assordante silenzio dell’opposizione politica, non resta che puntare sull’associazionismo nazionale ed europeo e sul potere regolatore dell’Ue per evitare l’abbassamento degli standard dei diritti e la “pulizia etnica” che si prospetta in Italia. Perché, come osserva ancora il rappresentante del Consiglio d’Europa Hammarberg, «c’è il rischio che l’Italia diventi il cattivo esempio delle politiche su rom e immigrati e sarebbe un fatto estremamente negativo, anche perché i cattivi esempi poi vengono sempre seguiti».
(Enrico Panero)

 

 

Italia: appelli per la tutela dell’asilo

Durante il primo Consiglio dei ministri del 21 maggio 2008, il neogoverno italiano ha approvato un insieme di modifiche e proposte normative in materia di “sicurezza” che prevedono pesanti restrizioni e nuove figure di reato che colpiscono soprattutto gli immigrati, direttamente o indirettamente. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha annunciato l’introduzione del «reato di immigrazione clandestina, con una procedura rapida di giudizio e di espulsione (...) e il trattenimento fino a 18 mesi», anticipando di fatto una direttiva europea ancora in discussione al Parlamento europeo.
Le nuove misure introdotte dal governo italiano hanno creato notevoli preoccupazioni per la salvaguardia dei diritti dei migranti, soprattutto del diritto d’asilo, per questo si sono immediatamente susseguiti vari appelli da parte di organizzazioni nazionali e internazionali.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr) ha espresso «seria preoccupazione» per alcune misure particolarmente restrittive, quali ad esempio l’abolizione dell’effetto sospensivo del ricorso avanzato dal richiedente asilo che, in prima istanza, abbia ricevuto una decisione negativa alla sua domanda di protezione. Un richiedente asilo la cui domanda non è stata accolta potrebbe infatti essere espulso prima di avere la possibilità di presentare un ricorso o comunque prima che il tribunale competente si sia pronunciato, togliendo così ogni efficacia al ricorso stesso. Secondo l’Unhcr, tale modifica alla legislazione italiana in materia d’asilo si porrebbe in netto contrasto con uno dei principi fondamentali del diritto, nonché con quanto stabilito dall’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. La direttiva comunitaria sulla procedura di asilo inoltre, osserva l’Unhcr, definisce la possibilità di un «rimedio effettivo dinanzi a un giudice» come «principio fondamentale del diritto comunitario».
Alle preoccupazioni dell’Unhcr si sono aggiunte quelle delle associazioni ed enti di tutela del diritto d’asilo riunite a livello nazionale nel Tavolo Asilo, tra le quali Amnesty International, Arci, Asgi, Caritas Italiana, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Federazione Chiese Evangeliche, Medici Senza Frontiere, Save the Children. Oltre al problema dell’inefficacia del ricorso all’espulsione, evidenziato dall’Unhcr, il Tavolo Asilo segnala il problema dell’inserimento dei richiedenti asilo nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie, ex Cpt), con possibilità di trattenimento fino a 18 mesi, e i dubbi sulla conformità con le direttive europee della norma che prevede di limitare fortemente il diritto alla circolazione dei richiedenti asilo a determinate aree.
Amnesty International, poi, ritiene che l’introduzione del reato di immigrazione clandestina sia una norma «pericolosa soprattutto per il richiedente asilo che, per il solo fatto di aver messo piede in Italia, rischia di essere accusato di un crimine, di essere detenuto per 18 mesi o di essere espulso verso un Paese dal quale fuggiva perché discriminato o minacciato». A preoccupare Amnesty è anche il «clima di razzismo e xenofobia» che si sta diffondendo in Italia: «Siamo allarmati per il contenuto di queste misure sull’immigrazione e per i toni discriminatori nei confronti di rom e migranti irregolari che le hanno accompagnate» hanno dichiarato i rappresentanti dell’organizzazione, invitando il governo italiano a «riflettere sulle conseguenze dei singoli testi». Osservando poi quanto accade nel resto d’Europa, Amnesty mette in guardia dal rischio che l’Italia contribuisca ad abbassare gli standard internazionali in materia di diritti umani: «Le norme sulla sicurezza non sono meno gravi e pericolose solo perché seguono la direzione in cui si sta muovendo l’Unione europea».

 

 

vittimismo e “furbizie” italiane
Questa volta l’Europa si è conquistata i titoli di apertura dei principali mezzi di informazione in Italia    e c’è da scommettere che la cosa durerà ancora a lungo. Che questo sia avvenuto in coincidenza con l’avvio della nuova legislatura non è certo un caso, ma il problema viene da più lontano e sarà bene cercare di leggerlo nella sua complessità.
Dell’Unione europea l’Italia è stata Paese fondatore fin dagli inizi degli anni Cinquanta, quando venne creata la Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca), partecipando poi attivamente ai suoi ulteriori sviluppi con la Comunità economica europea (Cee) fino all’Unione europea di oggi. Lungo tutto quel percorso i nostri responsabili politici hanno cambiato di colore, anche se non molto, ma sono sempre stati seduti al tavolo che ha negli anni elaborato e adottato normative europee di cui a nessuno sarebbe dovuto sfuggire l’inevitabile impatto sulla vita quotidiana degli italiani. Queste normative hanno riguardato settori sempre più ampi dell’azione politica e amministrativa: dalle politiche comuni interamente delegate all’Ue come l’agricoltura, la politica della concorrenza e il governo della moneta a quelle largamente condivise come la politica commerciale e, progressivamente negli anni, le politiche sociali e ambientali fino al cantiere comune, in corso di avvio, delle politiche energetiche e della ricerca.
Altre politiche poi sono state implementate dagli orientamenti adottati a Bruxelles: dalla cultura all’informazione, dalle politiche di sviluppo regionale a pezzi già importanti di politica estera e di armonizzazione fiscale. Stessa condivisione senza riserve per la politica di allargamento che ci ha condotto all’attuale Unione a 27, Romania compresa, una comunità di quasi mezzo miliardo di cittadini con uguali diritti tra i quali quelli della libera circolazione.
E la lista potrebbe ancora continuare, al punto che non è eccessivo dire che oggi in Italia, come in tutti gli altri Paesi dell’Ue, la stragrande maggioranza delle normative nazionali sono o una diretta traduzione di decisioni assunte a Bruxelles o comunque da quelle ampiamente ispirate.

l’indisciplina comunitaria italiana

Quello che sta accadendo in questi giorni in Italia non può non essere letto sullo sfondo di questo “corpus di regole comuni” cui l’Italia ha liberamente concorso, anche se non sempre da protagonista attiva, ma sicuramente nemmeno da vittima costretta ad accettare decisioni non condivise. E tuttavia nel corso degli anni è andata crescendo pericolosamente una nostra tendenza antica, quasi uno sport nazionale, a infrangere regole liberamente adottate o a darne interpretazioni così flessibili e “furbe” da raggiungere alla fine lo stesso risultato.
Ne sono prova eloquente le interminabili liste delle infrazioni italiane alle normative comunitarie (poco meno di 200 ad oggi) e l’elenco delle frodi al bilancio dell’Ue, che in tempi brevi lo Stato italiano dovrà provvedere a riparare. Chi volesse saperne di più sul “patrimonio di infrazioni” accumulato negli anni può agevolmente accedere ai siti delle istituzioni comunitarie o a quelle dell’amministrazione italiana, in particolare del Dipartimento delle politiche comunitarie presso la Presidenza del Consiglio.
Oggi la singolarità del caso italiano risiede nell’alto tasso di “indisciplina comunitaria” esplosa con l’insediamento del nuovo governo, tanto per misure in corso di adozione quanto per orientamenti su politiche future. Grande visibilità hanno avuto le tensioni tra Roma e Bruxelles a proposito delle nuove misure in materia di immigrazione e sulla cosiddetta “emergenza” dei rifiuti a Napoli, altre sono imminenti sul caso Alitalia e diritti televisivi.

scarsa credibilità nelle trattative
Ma purtroppo non finisce qui: altre tensioni, di non minore rilievo, si annunciano a proposito della futura politica agricola comune, la ventilata introduzione degli Ogm nelle coltivazioni nostrane, gli sviluppi della politica energetica e il nucleare e le svolte annunciate in materia di politica estera con l’Italia intenzionata a riposizionarsi sullo scacchiere geopolitico con novità non indifferenti per le alleanze dentro e fuori l’Ue e rispetto a conflitti armati come quelli nell’area mediorientale e in Afghanistan.
Se a tutto questo si aggiunge l’indebolimento della presenza italiana in ruoli di responsabilità nelle istituzioni internazionali, a cominciare da quelle europee dalle quali stiamo a poco a poco sparendo, allora si comincia ad avere un primo quadro di come sa stare al mondo questo nostro Paese.
Come si vede, ci aspetta un’ampia e densa “materia del contendere” che peserà non poco sul futuro dell’Italia e sulla sua credibilità internazionale, da sempre fragile ma oggi ancora più a rischio. Per chiarezza di giudizio, nelle numerose contese che ci aspettano dentro l’Ue bisognerà distinguere il più nettamente possibile due capitoli. Prima di tutto, e per semplice decenza, sarà da valutare il capitolo delle regole già adottate e adesso da rispettare senza l’arroganza di chi considera l’Ue «una bomba a orologeria contro l’Italia», come ha detto il neoministro dell’Interno Roberto Maroni che definisce «indebite pressioni» i richiami di Bruxelles ai patti liberamente sottoscritti. Altra cosa poi il capitolo delle nuove politiche comuni da negoziare, con all’ordine del giorno materie importanti come il futuro bilancio dell’Ue, la riforma della politica agricola comune e i molti altri temi già ricordati.
Due capitoli certamente distinti, ma anche sicuramente collegati: con quale autorevolezza e credibilità infatti potrà l’Italia sedersi al tavolo del negoziato se vi arriva col volto del trasgressore e del partner furbetto e inaffidabile?
(Franco Chittolina)

 

 

Serbia: un voto verso l’Ue
Con le elezioni legislative dell’11 maggio scorso, la Serbia ha confermato la sua volontà di proseguire sulla strada dell’integrazione europea. La lista liberale “Per una Serbia europea” di Boris Tadic, dopo la vittoria alle elezioni presidenziali del febbraio scorso ha infatti raccolto il 39% dei voti, contro il 28% del Partito radicale serbo (Srs), guidato da Tomislav Nikolic e prima forza del Paese dal 2003. Dal canto suo, l’Unione europea aveva mandato segnali incoraggianti prima del voto, sciogliendo parzialmente le resistenze di alcuni Stati membri alla firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), resistenze dovute in particolare alla garanzia di una totale collaborazione da parte della Serbia con il Tribunale penale internazionale dell’Aia. Resistenze quindi in parte superate dall’Ue, ma anche dai serbi, che non contribuiscono però a risolvere il problema cruciale della Serbia: vincitori e vinti alle elezioni hanno infatti, pur con intensità diverse, un interesse comune e cioè l’integrità territoriale del Paese e il non riconoscimento della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo.
Sebbene l’Accordo firmato con l’Ue rappresenti un primo passo verso l’integrazione e una futura possibile adesione, resta il fatto che la stessa Unione europea ha favorito l’indipendenza del Kosovo, ha predisposto la missione Eulex per sostituire la missione Onu e alcuni suoi Stati membri hanno riconosciuto ufficialmente tale indipendenza. Una strada verso l’Europa in salita quindi per Tadic, chiamato ad affrontare contemporaneamente due questioni tanto legate fra loro quanto impossibili da negoziare congiuntamente con l’Europa.
Ma la vittoria di Tadic e dei democratici non ha raggiunto la maggioranza assoluta e deve fare i conti con una legge proporzionale che richiede delle alleanze per governare. Una vittoria che potrebbe quindi tradursi in una sconfitta, ma se questo fosse il caso riapparirebbe nel cuore dei Balcani un nazionalismo esasperato, si rischierebbe un allontanamento della Serbia dall’Europa e una rimessa in gioco di interessi internazionali, in particolare con la Russia da una parte e Ue, Usa e Nato dall’altra. Non solo, ma anche quel fragile filo che sottende il dialogo fra i Paesi stessi dei Balcani e che trova nelle relazioni con l’Unione europea un contesto incoraggiante, rischierebbe di spezzarsi e di allontanare quel processo di pace di cui i Balcani hanno enormemente bisogno dopo il loro tragico e recente passato.
A confermare che la questione del Kosovo è di portata ben più vasta dell’area balcanica è la recente decisione di Vladimir Putin di sostenere apertamente il desiderio di indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, due regioni della Georgia teatro di guerre fratricide agli inizi degli anni Novanta. Putin, grande alleato della Serbia, ha sempre dimostrato la sua opposizione all’indipendenza del Kosovo, facendone una questione di diritto internazionale. Atteggiamento ben diverso nel Caucaso, dove le posizioni si rovesciano con Europa e Stati Uniti pronti a difendere l’integrità territoriale della Georgia. Resta il fatto che soffiano di nuovo venti di guerra nella regione, con il sospetto che a soffiare sia un sentimento dettato da una voglia di rivincita da parte della Russia. E questo non è buon segno, non solo perché i conflitti hanno conseguenze umanamente disastrose, ma anche per quanto riguarda i rapporti Est/Ovest. La Serbia rivendica, come la Georgia, la sua integrità territoriale, il rispetto delle frontiere riconosciute a livello internazionale, ma a seconda dei “giardini di casa” l’interpretazione dell’integrità territoriale assume connotati diversi. È un aspetto che può avere risvolti pericolosi nelle relazioni internazionali e diventare fonte di incertezza e instabilità.
Sta di fatto che la Serbia, malgrado il suo desiderio di Europa, è decisa a battersi per il Kosovo con tutti i mezzi giuridici e diplomatici a sua disposizione. A settembre porterà il caso davanti all’Assemblea generale dell’Onu e avvierà contemporaneamente una procedura di verifica della legalità della dichiarazione unilaterale di indipendenza davanti alla Corte internazionale di Giustizia. Sarà un percorso difficile, viste le divisioni e l’incapacità di pronunciarsi del Consiglio di sicurezza dell’Onu al riguardo. Sarà anche il percorso più sensibile che la Serbia dovrà affrontare dalla caduta di Milosevic, un percorso in un equilibrio molto precario fra il pericolo di isolarsi e la convinzione che l’Europa da raggiungere rappresenti garanzia di democrazia, valori condivisi, spazio di dialogo e di sicurezza. Anche per l’Europa una grande sfida.       
(Adriana Longoni)

L’UE INTENDE ACCELERARE PER L’INTEGRAZIONE DELLA SERBIA

Dopo le elezioni serbe, l’Ue ha reso noto di voler accelerare verso l’integrazione europea della Serbia e la concessione dello statuto di Paese candidato, sperando nella formazione di un governo europeista.
L’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune, Javier Solana, ha auspicato che «possa essere formato rapidamente un nuovo governo fortemente impegnato a fare le riforme e a raggiungere le condizioni necessarie per progredire la marcia di avvicinamento verso l’Europa», garantendo che l’Ue darà «tutto il suo appoggio a un governo di questo tipo». Secondo Solana, dopo la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione la Serbia è ora «ben posizionata per avanzare rapidamente». Anche il commissario europeo all’Allargamento, Olli Rehn, ritiene che il risultato elettorale serbo possa «permettere la formazione di un nuovo governo» che prosegua l’agenda di riforme avviate nel Paese e il relativo percorso verso l’Ue. «La Serbia può diventare il motore dei Balcani occidentali» ha osservato il commissario europeo, assicurando che l’Ue è pronta ad accelerare la marcia della Serbia verso l’Europa, «compreso il suo statuto di Paese candidato».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement

 

 

approvata la direttiva sui reati ambientali

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva una direttiva riguardante i reati ambientali gravi da considerare «penalmente rilevanti» in tutta l’Ue, sia che siano commessi intenzionalmente sia per grave negligenza, inclusi l’istigazione e il favoreggiamento.
La direttiva «obbliga gli Stati membri a prevedere nella loro legislazione nazionale sanzioni penali per gravi violazioni del diritto comunitario in materia di protezione dell’ambiente». Spetterà dunque agli Stati membri dell’Ue fissare le sanzioni per i reati che rientrano nella direttiva e che riguardano le attività pericolose, le specie protette e i rifiuti. Su questi ultimi, in particolare, potranno essere perseguiti penalmente i reati relativi a raccolta, trasporto, recupero ed eliminazione di rifiuti, compresi la sorveglianza di queste operazioni e la vigilanza dei siti di smaltimento e le azioni effettuate nella gestione dei rifiuti, che «provochino o possano provocare il decesso o lesioni gravi alle persone o danni rilevanti alla qualità dell’aria, del suolo o delle acque oppure alla fauna o alla flora».
Sono contemplati nella direttiva anche lo scarico, l’emissione o l’immissione nell’aria, nel suolo o nelle acque, di un quantitativo di sostanze o radiazioni ionizzanti, nonché la produzione, la lavorazione, il trattamento, l’uso, la conservazione, il deposito, il trasporto, l’importazione, l’esportazione e lo smaltimento di materiali nucleari o di altre sostanze radioattive pericolose. Tra i reati puniti dalla nuova normativa europea, anche l’uccisione, la distruzione, il possesso e la cattura di esemplari di specie protette animali o vegetali (salvo talune eccezioni), qualsiasi azione che provochi il significativo deterioramento di un habitat all’interno di un sito protetto, nonché la produzione, l’importazione, l’esportazione e l’immissione sul mercato o l’uso di sostanze che riducono lo strato di ozono.
Secondo la direttiva, gli Stati membri dovranno anche provvedere affinché le persone giuridiche possano essere dichiarate responsabili dei reati previsti «quando siano stati commessi a loro vantaggio» da qualsiasi persona che agisca individualmente o in quanto parte di un organo societario, che detenga «una posizione dominante in virtù del potere di rappresentanza, di prendere decisioni o dell’esercizio del controllo in seno alla persona giuridica». La direttiva chiede la garanzia che le persone fisiche «possano essere dichiarate responsabili quando la carenza di sorveglianza o di controllo abbia reso possibile commettere uno dei reati oggetto del regolamento a vantaggio della persona giuridica da parte di una persona soggetta alla sua autorità». Per quanto concerne le sanzioni, sono state soppresse tutte le disposizioni dettagliate proposte della Commissione che prevedevano, nei casi più gravi, fino a 10 anni di reclusione e l’eventuale obbligo di riparare i danni. Gli eurodeputati e il Consiglio, infatti, hanno tenuto conto di una sentenza della Corte di giustizia dell’ottobre 2007 per cui la determinazione della tipologia e dell’entità delle sanzioni penali da applicare non rientra nelle competenze della Comunità: spetterà quindi ai singoli Stati membri fissare le sanzioni.
«Dietro ogni fenomeno di aggressione criminale all’ambiente, si nasconde un interesse illecito» dichiarano i responsabili di Legambiente, secondo i quali la nuova direttiva europea dovrà essere recepita per «completare il processo di riforma della normativa ambientale italiana, iniziato con l’approvazione nel 2001 del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti e mai concluso, procedendo una volta per tutte all’inserimento dei delitti ambientali nel codice penale».

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu

CHIESTE NUOVE MISURE CONTRO IL RISCALDAMENTO GLOBALE

Il Parlamento europeo non condivide i dubbi relativi a cause ed effetti dei cambiamenti climatici, quindi sollecita immediate e più ambiziose misure di mitigazione, la promozione della ricerca sugli effetti della produzione di biocarburanti e la sensibilizzare del pubblico.
Approvando una relazione interlocutoria sui cambiamenti climatici, l’Europarlamento sottolinea che «le conoscenze scientifiche e la consapevolezza delle origini umane dell’attuale tendenza al riscaldamento globale sono notevolmente aumentate e sono ormai considerate come dati scientifici». Alla luce della valutazione dei rischi fornita, «in caso di incertezza è più opportuno prendere immediate misure piuttosto che rinviare l’azione». Anche perché, se non saranno adottate rapidamente misure intese a rallentare o addirittura ad arrestare gli aumenti di emissioni di anidride carbonica e di altri gas a effetto serra, vi è «il rischio di un grave impatto sul pianeta». Secondo la relazione approvata, le attuali politiche per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e le relative prassi in materia di sviluppo sostenibile saranno «insufficienti per ridurre le emissioni globali di gas a effetto serra nei prossimi decenni». Se quasi tutti gli Stati membri stanno compiendo buoni progressi nei loro sforzi di rispettare gli obiettivi di Kyoto, infatti, dopo il 2012 «dovranno essere più ambiziosi» nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra se intendono raggiungere anche gli obiettivi di lungo termine: riduzione, rispetto al 1990, del 60-80% delle emissioni entro il 2050.
L’Europarlamento ribadisce quindi il suo impegno a conseguire l’obiettivo strategico dell’Ue di limitare l’aumento della temperatura media globale a non oltre 2°C al di sopra dei livelli preindustriali. Un obiettivo che «implica che i Paesi industrializzati riducano le emissioni di gas a effetto serra del 25%-40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020». Secondo il Parlamento europeo, gli sforzi di adattamento mirati a gestire le conseguenze inevitabili del riscaldamento globale sono altrettanto importanti di quelli volti a mitigare gli effetti del fenomeno «per evitare un’evoluzione ingestibile del riscaldamento globale».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

 

le risposte dell’Ue all’aumento dei prezzi di base

La recente impennata dei prezzi dei generi alimentari a livello mondiale è giunta dopo quasi un trentennio di prezzi in calo. Tra i fattori strutturali alla base dei rincari figurano un aumento costante della domanda dei generi alimentari di base e dei generi con un più elevato valore aggiunto, in particolare nelle grandi economie emergenti, nonché una crescita generalizzata della popolazione mondiale. L’aumento dei costi dell’energia sta producendo un profondo effetto sui prezzi degli alimenti, in particolare in termini di aumento del costo di fattori di produzione e del costo dei trasporti. Inoltre, la crescita della resa agricola è rallentata e tra i fattori congiunturali si annoverano la scarsità dei raccolti in una serie di regioni del mondo, il livello storicamente basso delle scorte, la svalutazione del dollaro americano e le restrizioni all’esportazione verso il mercato mondiale in una serie di Paesi tradizionalmente fornitori. La speculazione ha poi amplificato la soggiacente volatilità dei prezzi.
Una situazione preoccupante che è stata recentemente affrontata dalla Commissione europea, con una comunicazione in materia, e dal Parlamento europeo che ha dedicato alla questione un dibattito chiedendo di garantire un maggior accesso alle materie prime.

risposte politiche della Commissione
La comunicazione presentata dalla Commissione europea il 20 maggio scorso, e che sarà discussa al Consiglio europeo del 19-20 giugno, definisce le potenziali risposte politiche volte a mitigare gli effetti dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari a livello mondiale. Secondo la Commissione, i rincari dei prodotti di base hanno contribuito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e all’inflazione nell’Ue, ma le ripercussioni sui prezzi al dettaglio sono state attutite dall’apprezzamento dell’euro.
La comunicazione propone una risposta politica articolata su tre fronti: misure a breve termine nell’ambito della valutazione dello stato di salute della Politica agricola comune (Pac) e del monitoraggio della distribuzione al dettaglio; iniziative intese a potenziare gli approvvigionamenti agricoli e a garantire la sicurezza alimentare, promuovendo al tempo stesso future generazioni di biocarburanti sostenibili; iniziative volte a contribuire allo sforzo globale per ridurre gli effetti dei rincari sulle popolazioni più povere.
La Commissione sottolinea come a livello mondiale il rincaro abbia colpito maggiormente i Paesi in via di sviluppo importatori netti di generi alimentari, mentre gli esportatori netti ne hanno tratto beneficio. Pur non essendosi ancora verificate penurie alimentari, per i Paesi più poveri i rincari si sono tradotti in maggior povertà, malnutrizione e vulnerabilità. Secondo le previsioni della Commissione l’aumento dei prezzi dovrebbe rientrare e i mercati si dovrebbero stabilizzare, anche se appare improbabile un ritorno ai prezzi bassi del passato. Per questo, auspica una risposta internazionale più coordinata alla crisi alimentare, in particolare in seno all’Onu e al G8; il mantenimento di una politica commerciale aperta che offra ai Paesi più poveri la possibilità di accedere al mercato dell’Ue; una risposta pronta ai bisogni umanitari immediati; l’inserimento degli aiuti allo sviluppo fra gli obiettivi di progetti a più lungo termine per rivitalizzare l’agricoltura dei Paesi in via di sviluppo.

Europarlamento: garantire la moderazione dei prezzi

La questione dell’aumento dei prezzi è stata discussa anche dal Parlamento europeo, che approvando una relazione in materia ha chiesto una strategia riguardante l’accesso alle materie prime, la lotta alle speculazioni, la rimozione delle misure che distorcono la concorrenza e una nuova politica energetica.
Per materie prime e prodotti di base l’Europarlamento si riferisce a prodotti alimentari agricoli, prodotti di base agricoli, metalli, minerali e prodotti energetici utilizzati come fattori di input nel processo industriale, siano essi trasformati, grezzi o riciclati. I deputati europei hanno espresso preoccupazione circa le previsioni di un aumento della domanda mondiale per tali prodotti, anche perché il recente aumento dei prezzi sui mercati internazionali «si è tradotto in un’assenza di crescita economica» nell’Ue e minaccia la sua competitività. La relazione europarlamentare osserva infatti che dal 2002 l’indice dei prezzi delle materie prime non combustibili è cresciuto del 159%, quello dei metalli e dei minerali del 285% e quello delle materie prime agricole del 133%. Tali aumenti, secondo il Parlamento, sono dovuti a una crescita significativa della domanda proveniente da Paesi emergenti (quali Cina, India e Brasile) e al cambiamento delle condizioni meteorologiche. Ma il fenomeno è determinato anche dalle pratiche restrittive adottate da taluni Paesi esportatori, dalla forte espansione del mercato di agrocarburanti e della produzione di bestiame, nonché dalle speculazioni di borsa, rileva l’Europarlamento.
È dunque raccomandata «vivamente» l’adozione, a livello europeo e internazionale, di tutte le misure necessarie a garantire la moderazione dei prezzi che consentirebbe di uscire dall’attuale crisi alimentare. Per il lungo periodo, però, l’Europarlamento chiede di elaborare una normativa adeguata volta a combattere le operazioni speculative e di riesaminare i poteri e le competenze degli organi nazionali e internazionali di sorveglianza delle materie prime alimentari, per «garantire la stabilità e la sicurezza dei mercati ed evitare che tali operazioni compromettano il diritto all’alimentazione».

accesso alle materie prime e politica energetica

Il Parlamento europeo invita la Commissione ad attuare una «strategia completa ed equilibrata» riguardo all’accesso alle materie prime, «tenendo conto degli interessi dell’industria europea e dei Paesi in via di sviluppo». La cooperazione economica regionale e commerciale dovrebbe essere incoraggiata e potrebbe condurre alla conclusione di accordi di libero scambio, contesto in cui l’accordo di libero scambio EuroMed dovrebbe essere una priorità, secondo gli eurodeputati, vista l’importanza degli scambi di materie prime in questa regione.
Riconoscendo il diritto dei Paesi a limitare l’accesso alle proprie materie prime per motivi ambientali o per far fronte a carenze critiche di approvvigionamento, il Parlamento europeo esprime preoccupazione per questa tendenza che provoca una «distorsione della concorrenza». Alla Commissione è quindi richiesto di perseguire attivamente l’obiettivo dell’eliminazione multilaterale delle misure aventi effetti di distorsione, nel pieno rispetto delle restrizioni dettate da motivi legati allo sviluppo dei Paesi meno avanzati, e di occuparsi della questione dell’accesso «libero ed equo» ai mercati delle materie prime nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto). È inoltre chiesto all’esecutivo europeo di negoziare un accesso non discriminatorio ai mercati delle materie prime in cambio dell’accesso a tecnologie rinnovabili, che consentono il risparmio energetico e un uso efficiente delle risorse in tutti i negoziati bilaterali sugli accordi di libero scambio.
D’altro canto, l’elevato prezzo del petrolio rafforza la necessità di un’impostazione «urgente e diversa» nella politica energetica per migliorare e aumentare l’efficienza e l’utilizzo di altre fonti energetiche, comprese quelle rinnovabili, sostiene l’Europarlamento che sottolinea tuttavia le sue critiche rispetto ai benefici economici e ambientali della produzione di biocarburanti. Così come esprime preoccupazione per il fatto che una parte crescente delle risorse del pianeta sia utilizzata per l’allevamento del bestiame che è responsabile, insieme all’industria della produzione di carne, del 18% delle emissioni complessive mondiali di gas serra, nonché della deforestazione nei Paesi in via di sviluppo.

INFORMAZIONI: 
http://www.europarl.europa.eu

AIUTI ALLO SVILUPPO IN CALO NELL’UE

La maggior parte degli Stati membri dell’Ue ha diminuito negli ultimi anni gli Aiuti pubblici allo sviluppo (Aps), «un paradosso per l’Europa che si vanta di essere leader mondiale» denuncia un Rapporto presentato dalla confederazione europea di Ong Concord.
Secondo i dati ufficiali più recenti (aprile 2008), tra il 2006 e il 2007 solo cinque Paesi dell’Ue hanno aumentato gli Aps in rapporto al Pil: Austria, Danimarca, Germania, Lussemburgo e Spagna. La grande maggioranza degli Stati membri, 18 su 27, non ha invece registrato alcun aumento mostrando anzi una tendenza alla riduzione: Belgio, Francia e Regno Unito hanno ridotto il proprio Aps di oltre il 10%, mentre Grecia, Italia e Portogallo sono ancora al di sotto degli obiettivi stabiliti per il 2006. Tra i nuovi Stati membri, Cipro e Ungheria hanno ridotto l’Aps mentre solo Estonia e Lituania l’hanno aumentato. Per quanto riguarda l’Italia, secondo il Rapporto l’Aps italiano è calato del 3,6% nel 2007. Malgrado l’obiettivo dello 0,33% previsto per il 2006 sia rimasto inevaso, nel 2007 è stato approvato un piano di aumento degli aiuti che, se rispettato, dovrebbe portare alla realizzazione dell’obiettivo dello 0,51% entro il 2010. Se però l’attuale tendenza dovesse persistere, osservano le Ong, l’Italia fallirà anche questa volta.
Le proiezioni ufficiali contenute nel Rapporto rilevano che la maggioranza dei Paesi dell’Ue è ben lontana dal raggiungimento degli obiettivi europei per il 2010: solo nove governi hanno rispettato quanto stabilito lo scorso anno dal Consiglio europeo introducendo un calendario per l’incremento lineare degli stanziamenti pubblici per l’Aps. Ciò avviene nonostante i governi dell’Ue forniscano oltre la metà dell’aiuto allo sviluppo mondiale e si siano impegnati ad aumentarne ulteriormente i volumi finanziari per combattere la povertà globale. Inoltre, denunciano le Ong europee, sia i governi che segnalano un apparente incremento degli aiuti sia quelli che annunciano riduzioni continuano a distorcere e “gonfiare” i dati sull’aiuto, includendo delle voci che non rientrano nelle spese mirate alla riduzione della povertà dei Paesi in via di sviluppo. «I governi europei hanno l’obbligo alla trasparenza e devono smettere di gonfiare le cifre dell’APS per concentrarsi su aumenti genuini, programmati e trasparenti delle risorse finanziarie reali», dichiarano i rappresentanti della rete Concord ricordando che il 2008 è un anno di importanti Vertici dedicati all’aiuto e alla finanza per lo sviluppo e che, se non si registrerà una decisa inversione nei livelli di aiuto reale, potrebbe poi essere troppo tardi.

INFORMAZIONI: http://www.concordeurope.org/Public/Page.php?ID=4

 

RUOLO DEL MICROCREDITO CONTRO LA POVERTÁ

Il Parlamento europeo ha chiesto all’Ue di riconoscere l’importanza del microcredito come elemento essenziale di lotta alla povertà, sostenendo maggiormente i progetti di microfinanziamento soprattutto a favore delle donne. Nell’Ue il microcredito è basato su prestiti inferiori a 25.000 euro, ma normalmente la media è pari a poco più di 10.000 nell’Ue15 e a 3800 nei nuovi Stati membri. Il microcredito è concepito per le microimprese che occupano meno di dieci persone (oltre il 90% di tutte le imprese europee), nonché per i disoccupati o le persone non attive che desiderino avviare un’attività autonoma ma non hanno accesso ai tradizionali servizi bancari.
Secondo stime basate su dati Eurostat, la domanda potenziale di microcredito nell’Ue potrebbe ammontare a più di 700.000 nuovi prestiti, pari a un importo di circa 6,1 miliardi di euro nel breve termine.
Proponendo la creazione di un’Associazione congiunta del microcredito, incaricata della certificazione di credibilità dei progetti, l’Europarlamento ha invitato la Commissione e il Consiglio a riconoscere l’importanza del microcredito «nel quadro del processo di Barcellona e delle politiche di vicinato e di sviluppo», sollecitando l’impiego di maggiori risorse per i progetti di microcredito nei Paesi in via di sviluppo. Avendo per oggetto la concessione di piccoli prestiti, il microcredito è «accessibile alle persone indigenti» e dunque «essenziale» nella lotta contro la povertà e per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, osserva l’Europarlamento. Secondo gli eurodeputati, il microcredito ha consentito, con grande successo, lo sviluppo di progetti autonomi di occupazione e ha contribuito così al miglioramento delle condizioni di vita, rappresentando anche un importante vettore di emancipazione delle donne.

INFORMAZIONI:
http://www.europarl.europa.eu

Tabella 2

dibattito sindacale sui comitati aziendali

Con la creazione del mercato unico europeo e il progressivo allargamento dell’Unione, molte imprese multinazionali hanno iniziato a operare su basi territoriali sempre più ampie assumendo una dimensione europea. Ciò ha comportato che aspetti fondamentali delle condizioni di vita e di lavoro siano decise in modo crescente da direzioni aziendali situate al di fuori dei Paesi in cui sono impiegati i lavoratori. Così, nel 1994 l’Ue ha adottato una direttiva (n. 45/94) che obbliga tutti i governi degli Stati membri a adottare leggi nazionali che riconoscano ai lavoratori il diritto di formare dei Comitati aziendali europei (Cae) all’interno delle imprese multinazionali. In quattordici anni, però, il numero dei Cae è passato da 40 a 840 coinvolgendo oltre 14 milioni di lavoratori europei, dunque non ci si può più limitare ad accordi su base volontaria ma c’è invece bisogno dell’intervento del legislatore europeo e di un conseguente aggiornamento della direttiva.
Di questo si è discusso il 30 maggio scorso a Sesto San Giovanni nella Conferenza transnazionale organizzata dalla Cisl Lombardia, in partenariato con Cgil e Uil lombarde, Cc.Oo Catalunya, Csdr Romania, Cfdt Rhône-Alpes e Podkrepa Bulgaria, in conclusione del progetto europeo “Pont des Cee” dedicato appunto ai Cae e alle prospettive del lavoro in Europa. È ampiamente condivisa la necessità di revisione della direttiva del 1994 al fine di migliorare il lavoro dei Cae e renderli più effettivi. L’attuale normativa, infatti, troppo spesso non è rispettata e per questo la Confederazione europea dei sindacati (Ces) chiede da anni una revisione a cui si sono sempre opposti però i datori di lavoro. Nel febbraio 2008 la Commissione europea ha introdotto la seconda parte della consultazione, mentre lo scorso aprile la Ces ha chiesto di accelerare la consultazione e, preso atto della continua opposizione dei datori di lavoro e quindi dell’impossibilità di procedere nella trattativa, ha proposto all’esecutivo europeo di procedere su alcuni punti, illustrati dal vicesegretario generale della Ces Reiner Hoffmann. Innanzitutto il miglioramento dell’informazione e consultazione, per partecipare alle decisioni; poi il riconoscimento del ruolo sindacale, perché molte imprese tentano di usare i Cae contro i sindacati; devono anche essere migliorate le condizioni dei Cae per svolgere meglio i compiti previsti e fare in modo che sia garantito il diritto alla formazione, così come va prevista la possibilità di consulenti esterni per i Cae; infine, per migliorare la direttiva tutti i Cae devono avere il diritto di rinegoziare il proprio accordo con l’impresa, cosa che ad oggi dipende dalla volontà dell’impresa. In caso di violazioni dei diritti, poi, le sanzioni devono essere effettive: ad esempio bloccando i processi di riorganizzazione e delocalizzazione finché non sono chiuse le consultazioni dei Cae.
«Le proposte avanzate finora dalla Commissione contengono troppe concessioni ai datori di lavoro» ha osservato Hoffmann, sottolineando che se la revisione della direttiva deve essere chiusa entro l’anno bisogna accelerare e le condizioni sono favorevoli, perché l’Europarlamento e la prossima presidenza di turno francese dell’Ue si sono detti favorevoli. Mentre la Ces è per una fitta negoziazione per giungere entro due mesi alla revisione, i datori di lavoro stanno prendendo tempo per evitare la revisione in tempi utili. Entro il 2 luglio prossimo dovrebbe essere definita la proposta di revisione della Commissione, dopodichè il testo passerà al Parlamento europeo e ai ministri del Lavoro su cui la Ces annuncia un’azione di pressione. Secondo il segretario confederale della Cisl, Gianni Baratta, è però necessario «sindacalizzare i Cae, e non sarà la revisione della direttiva a farlo bensì un maggior impegno delle organizzazioni sindacali».

INFORMAZIONI:
http://www.lombardia.cisl.it

 

 

FLASH

rimpatri: dai ministri europei via libera alla direttiva
I ministri degli Interni dell’Ue hanno dato il via libera alla proposta di direttiva per i rimpatri degli immigrati extracomunitari illegali, che prevede la norma molto discussa di detenzione fino a 18 mesi in attesa di espulsione. La decisione del Consiglio dei ministri degli Interni è stata presa all’unanimità il 5 giugno scorso, dopo che anche Austria e Belgio hanno sciolto la riserva. Il testo, già emendato in aprile dal Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) rispetto alla proposta originaria della Commissione, prevede anche il divieto di reingresso nell’Ue per un massimo di cinque anni per i migranti oggetto di un provvedimento di espulsione. La presidenza di turno slovena auspica che la proposta di direttiva sia approvata definitivamente in prima lettura dal Parlamento europeo in giugno, ma molte sono le critiche sollevate soprattutto dai gruppi europarlamentari dei socialisti, della sinistra e dei verdi, mentre anche i liberaldemocratici non sembrano compatti per un voto favorevole.
Alla contrarietà al testo della direttiva espressa da centinaia di Ong europee, che da alcuni mesi hanno lanciato un appello al Parlamento europeo affinché non approvi quella che definiscono «la direttiva della vergogna», nelle ultime settimane si sono aggiunte le forti critiche dei vescovi europei. La Conferenza degli Episcopati della Comunità europea (Comece) ha infatti espresso «forte preoccupazione» per le nuove norme proposte, chiedendo al Parlamento europeo che «sia limitato l’uso delle detenzione amministrativa e il divieto di riammissione in circostanze eccezionali». In una lettera del 30 maggio scorso agli europarlamentari, il Comece e altri rappresentanti delle Chiese e delle organizzazioni cristiane hanno criticato il compromesso politico raggiunto perché «non tiene conto della situazione di molti immigrati» e hanno chiesto che «sia rispettata la dignità di ogni essere umano».
Molto critico anche il presidente del Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (Cpt) del Consiglio d’Europa, Mauro Palma, secondo cui «privare una persona della libertà per 6 mesi, e in casi particolari fino a 18 mesi, stride con il principio del diritto penale della nostra civiltà giuridica che dovrebbe corrispondere a ciò che uno ha fatto, non a un problema relativo il suo status».
INFORMAZIONI: http://www.direttivadellavergogna.org/

l’Europarlamento chiede una politica estera più efficace
Il Parlamento europeo ha sollecitato riforme per rafforzare l’efficacia, la coerenza e la responsabilità della politica estera europea: terrorismo, immigrazione, energia e armi di distruzione di massa tra le priorità tematiche; Balcani, Mediterraneo, Iran, Cina, Usa e Russia tra quelle geografiche.
Il Parlamento europeo sottolinea il contributo della Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc) nel rafforzamento dell’identità europea e del ruolo dell’Ue come attore globale, osservando però come il ruolo dell’Ue nel mondo «non sia commisurato al suo potenziale e alle aspettative dell’opinione pubblica europea» a causa della riluttanza degli Stati membri a adottare le riforme «necessarie e indispensabili» per rafforzare l’efficacia, la coerenza e la responsabilità della loro politica estera. Secondo i deputati europei, l’Ue può esercitare un impatto e portare avanti una vera Pesc «efficace e credibile» solo se definisce chiaramente i suoi obiettivi comuni e se si dota degli opportuni strumenti. «Il rispetto del diritto internazionale, un effettivo multilateralismo, la sicurezza umana e il diritto dei cittadini a essere protetti in tutto il mondo, la prevenzione dei conflitti, il disarmo e il ruolo delle istituzioni internazionali» dovrebbero diventare i principi guida dell’azione esterna dell’Ue, secondo l’Europarlamento, mentre il processo legislativo dovrebbe essere «snellito» tramite «il superamento del potere di veto e l’introduzione del voto a maggioranza qualificata». I deputati europei chiedono che tutte le azioni esterne dell’Ue, comprese quelle nell’ambito della futura Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (Psdc) ma ad esclusione di qualsiasi spesa militare, siano finanziate a partire dal bilancio comune dell’Ue e ritengono che l’importo totale di 1,74 miliardi di euro assegnato alla Pesc per il periodo 2007-2013 «sia insufficiente per conseguire gli ambiziosi e specifici obiettivi dell’Ue in quanto attore globale».
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

Ong: le liberalizzazioni non risolvono la crisi alimentare
In un documento sottoposto ai responsabili politici riuniti a Roma per il Vertice della Fao, conclusosi il 5 giugno scorso senza grandi risultati, 32 reti sociali internazionali e 205 tra coordinamenti e Ong hanno dichiarato che l’attuale crisi alimentare mondiale non si risolve con la totale liberalizzazione della produzione e del commercio del cibo. Promosso dal network internazionale “Our world is not for sale” (Il nostro mondo non è in vendita), il documento rivendica la necessità di respingere le posizioni dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc-Wto) e gli assunti dei negoziati del cosiddetto Doha Round. Secondo i firmatari del documento, «Doha intensificherà la crisi alimentare rendendo i prezzi delle merci più volatili, aumentando la necessità di importare cibo da parte dei Paesi in via di sviluppo e rafforzando il potere delle multinazionali che operano in ambito agricolo». Gli autori del documento sostengono inoltre che «l’incapacità di gestire l’attuale crisi è una dimostrazione del fallimento di tre decadi di liberalizzazione del mercato dell’agricoltura». Per questo, è necessario definire un nuovo modello del sistema di mercato «che abbia al centro sviluppo, occupazione e sicurezza alimentare». Le reti internazionali chiedono una soluzione «che stabilizzi la produzione di cibo e la sua distribuzione»: i governi, si legge nel documento, «devono incominciare a prendere coscienza delle sfide di lungo termine nel settore dell’agricoltura».
Nel corso di un controvertice organizzato in concomitanza con il Vertice della Fao, l’organizzazione internazionale Actionaid ha osservato che «dodici anni dopo il Vertice mondiale dell’alimentazione, in cui sono stati presi degli impegni che ad oggi non sono stati neanche in minima parte rispettati, è arrivato il momento che tutti si prendano le loro responsabilità». Actionaid ha proposto quattro interventi per fermare la fame nel mondo: investire di più nell’agricoltura locale per garantire alle popolazioni rurali l’accesso al cibo e la sicurezza alimentare; valorizzare il ruolo delle donne nell’agricoltura e garantire una rappresentanza femminile nei luoghi del potere e nei processi decisionali locali, nazionali e globali; evitare di promuovere l’utilizzo di biocarburanti attraverso la concessione di sussidi alla produzione, cosa che ha generato la riduzione dell’utilizzo delle terre a fini alimentari a favore della produzione di biocarburanti, riducendo di fatto la disponibilità alimentare globale con conseguente crescita del prezzo delle derrate; salvaguardare la biodiversità evitando la produzione di cibo transgenico, che non rappresenta una risposta alla crisi dei prezzi del settore alimentare: «L’Unione europea deve continuare ad applicare la moratoria nell’uso degli Ogm assicurandosi che questi non vengano utilizzati nella distribuzione di aiuti alimentari», sostiene Actionaid.
INFORMAZIONI: http://www.fao.org

proposto un mercato unico per i ricercatori
La Commissione europea ha proposto una nuova partnership tra gli Stati membri dell’Ue per i ricercatori, in modo da garantire le risorse umane necessarie per sostenere e rafforzare il contributo della scienza e della tecnologia a un’economia della conoscenza. Al fine di affrontare le sfide demografiche e la concorrenza mondiale crescente per i migliori talenti, la Commissione ritiene importante creare una partnership europea così da armonizzare e canalizzare gli sforzi dei singoli Stati membri. Le azioni prioritarie congiunte dovrebbero rendere l’Ue più attraente per i ricercatori e consentire loro di essere più mobili tra Paesi, istituzioni e tra il settore accademico e privato. Per raggiungere l’obiettivo di un investimento nella ricerca pari al 3% del Pil, denuncia la Commissione, nell’Ue mancano quasi 700.000 ricercatori, per questo i governi degli Stati membri sono invitati ad aprire «sistematicamente» le assunzioni negli istituti di ricerca a tutti gli europei e garantite sicurezza sociale e pensioni supplementari. La proposta della Commissione prevede che la partnership europea si impegni a compiere entro la fine del 2010 progressi rapidi e misurabili per: aprire sistematicamente le assunzioni da parte degli istituti di ricerca a tutti i ricercatori europei; soddisfare le esigenze di sicurezza sociale e pensionistiche supplementari dei ricercatori mobili; fornire condizioni di occupazione e lavorative allettanti; garantire che i ricercatori abbiano le competenze necessarie per tradurre le conoscenze in risultati, in particolare rafforzando i legami tra le università e l’industria. Secondo la Commissione, provvedimenti coordinati in questi settori e un maggior impegno su iniziative esistenti, quali la Carta europea dei ricercatori e il Codice di condotta per le assunzioni dei ricercatori, aiuterebbero a creare un vero e proprio mercato del lavoro europeo per i ricercatori.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/research

droghe: un portale europeo delle buone pratiche
L’Osservatorio europeo per le droghe e le tossicodipendenze ha lanciato un nuovo portale web contenente informazioni sulle buone pratiche nelle aree della prevenzione, del trattamento, della riduzione del danno e della reintegrazione sociale. Obiettivo dell’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (Emcdda) è di creare una rete tra gli Stati membri dell’Ue per ricercatori, professionisti e amministratori al fine di offrire una rassegna delle ultime prove disponibili sull’efficacia dei diversi interventi oltre a strumenti per migliorare gli interventi stessi grazie a esempi di buone pratiche attuate nei vari Paesi. Quattro le sezioni: “Evidence of efficacy”, raccolta di prove sull’efficacia dei diversi trattamenti; “Tools for evaluation”, strumenti di valutazione degli interventi; “Standards and guidelines”, ovvero standard qualitativi e linee-guida; “Examples of evaluated practices: Eddra”, esempi di buone pratiche. Il tutto corredato da un glossario con centinaia di voci su ogni aspetto della dipendenza da droghe e sui trattamenti. Il sito contiene anche un data-base per le ricerche, una sezione per ogni Stato membro e sezioni specifiche su scuola, comunità, famiglia e media. L’iniziativa dell’Emcdda intende rispondere al Piano europeo per le droghe 2005-2008 che fa riferimento all’effettiva divulgazione delle buone pratiche: l’Osservatorio dovrà assumere sempre più nei prossimi anni il ruolo di fornitore di informazioni sulle buone pratiche e scambio tra Stati membri.
INFORMAZIONI: http://www.emcdda.europa.eu/themes/best-practice

Parlamento europeo: stop all’uso di armi all’uranio
L’uso dell’uranio impoverito nei conflitti bellici «è contrario alle norme e ai principi sanciti dal diritto internazionale, umanitario e ambientale scritto e consuetudinario» ed esistono testimonianze della sua tossicità: per questo l’Europarlamento chiede una moratoria sull’uso di armi all’uranio. In una risoluzione approvata quasi all’unanimità, il Parlamento europeo ricorda che l’uranio impoverito «è stato ampiamente utilizzato nelle guerre moderne», sia come munizione sia come protezione blindata contro attacchi missilistici e di artiglieria, osservando come esistano «numerose testimonianze sugli effetti dannosi e spesso letali» per il personale militare e per i civili. Sono infatti emerse gravi preoccupazioni sulla «tossicità radiologica e chimica» delle microparticelle di uranio rilasciate in seguito all’impatto di tali armi contro bersagli corazzati. L’Europarlamento chiede quindi agli Stati membri dell’Ue e della Nato di attuare una moratoria sull’uso di questi armamenti, di intensificare gli sforzi verso un divieto globale e di cessare sistematicamente la produzione e l’acquisto di questo tipo di armi. Gli Stati membri e il Consiglio sono poi invitati ad assumere un «ruolo guida» per giungere all’elaborazione di un Trattato internazionale che introduca il divieto allo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio, il trasferimento, la sperimentazione e l’uso di armi all’uranio, nonché la distruzione o il riciclaggio delle riserve esistenti nel caso di prove scientifiche che confermino i danni. Stati membri, Consiglio e Commissione sono invitati a far eseguire studi scientifici sull’uso dell’uranio impoverito, a fornire informazioni complete e adottare sufficienti misure di protezione, nonché a redigere un inventario ambientale delle zone contaminate dall’uranio impoverito (inclusi i poligoni per i test) e a fornire tutto l’appoggio possibile alle vittime e ai loro familiari.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

PAREGGIO DI BILANCIO NELL’UE POSTICIPATO AL 2012

L’Eurogruppo ha deciso il 2 giugno scorso di posticipare al 2012 il termine entro cui tutti gli Stati della zona euro devono raggiungere il pareggio di bilancio, mentre il precedente obiettivo del 2010 resta da rispettare ma sarà condizionato alle condizioni del ciclo economico. Questo il compromesso raggiunto dall’Eurogruppo per risolvere il caso della Francia: le autorità francesi hanno infatti continuato a insistere che il Paese raggiungerà l’equilibrio di bilancio nel 2012, mentre un anno fa a Berlino era stato deciso che la scadenza sarebbe stata il 2010. La decisione dello spostamento della data ultima per tutti i Paesi è stata presa in base alla constatazione, a questo punto anche formale, che le condizioni dell’attività produttiva sono peggiorate e che non è più possibile mantenere in tutti i Paesi l’impegno del 2010. La decisione di Berlino, ha precisato il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker, era fondata sulle buone condizioni cicliche e sull’extra gettito. Nell’ultimo anno le condizioni sono però mutate e oggi la Commissione europea chiede di verificare se nei prossimi mesi l’andamento delle entrate non cambierà, come invece teme. L’obiettivo del 2010 resta quindi per i Paesi le cui condizioni cicliche lo permetteranno.
Per evitare una nuova crisi della supervisione di bilancio nella zona euro l’Eurogruppo ha così preso atto della situazione, confortato da un andamento dell’economia che crescerà all’1,7% secondo il Fondo Monetario Internazionale, una crescita comunque ben al di sotto del potenziale con evidenti ripercussioni sui bilanci pubblici. L’Eurogruppo ha poi approvato gli orientamenti per le politiche di bilancio dei Paesi membri, compresi quelli per l’Italia. Tra le raccomandazioni, il taglio del deficit strutturale dello 0,5% del Pil ogni anno. Juncker ha commentato favorevolmente le misure annunciate dal governo italiano e il piano illustrato dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, mentre il commissario europeo per gli Affari economici e monetari Joaquin Almunia ha reso noto che il governo italiano ha confermato il pareggio di bilancio entro il 2011.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance

 

PRESENTATO IL RAPPORTO 2008 DI AMNESTY INTERNATIONAL

A 60 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, la tortura è ancora presente in almeno 61 Paesi, processi iniqui si celebrano in almeno 54 Paesi mentre in 77 Paesi non è consentita la libera espressione delle idee, denuncia Amnesty International nel suo Rapporto 2008. Analizzando gli articoli della Dichiarazione dei diritti umani, Amnesty dimostra infatti come essa sia ancora ampiamente disattesa, sottolineando come la più grave minaccia al futuro dei diritti umani è costituita «dall’assenza di una visione condivisa e di una leadership collettiva». Il 2008 presenta «l’opportunità senza precedenti, per le nuove leadership al potere, per quelle che verranno elette e per le potenze emergenti, di indicare una nuova direzione e rigettare le politiche miopi che, negli ultimi anni, hanno reso il nostro pianeta un luogo sempre più pericoloso e diviso» ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della Sezione italiana di Amnesty, nel corso della presentazione del Rapporto annuale 2008 pubblicato in Italia da Ega Editore.
I governi, soprattutto delle maggiori potenze mondiali, sono quindi invitati a dare l’esempio e stabilire un nuovo paradigma per la leadership collettiva, basato sui principi della Dichiarazione universale dei diritti umani. La Cina dovrà rispettare gli impegni assunti in occasione dell’assegnazione delle Olimpiadi, consentendo piena libertà d’espressione e di stampa e ponendo fine alla rieducazione attraverso il lavoro. Gli Usa dovranno chiudere il centro di detenzione di Guantánamo e le strutture detentive segrete, processare i prigionieri secondo procedure eque oppure rilasciarli e respingere inequivocabilmente l’uso della tortura e dei maltrattamenti. La Russia dovrà mostrare maggiore tolleranza verso il dissenso politico e nessuna indulgenza per le violazioni dei diritti umani in Cecenia. L’Ue dovrà indagare sulla complicità dei suoi Stati membri nelle rendition di sospetti terroristi e pretendere dai suoi Stati membri il medesimo rispetto dei diritti umani che chiede agli altri Stati del mondo.
«C’è una sempre maggiore domanda di giustizia, libertà e uguaglianza» osserva Amnesty, secondo cui le immagini dei monaci birmani, degli avvocati pakistani e delle donne iraniane che nel 2007 hanno riempito le strade e le piazze dei loro Paesi sono state eloquenti: «Instancabile e indignata, la gente non rimane in silenzio e i leader mondiali non possono correre il rischio d’ignorarla. Al contrario, devono mostrare quella stessa visione, quello stesso coraggio e quello stesso impegno che portarono, 60 anni fa, all’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani».

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.it