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Euronote 50/2008

le libertà... vigilate

Vignetta

In un momento di insicurezza generale, forse più percepita che reale, la maggioranza degli elettori italiani ha scelto di rinnovare la fiducia all’eterno e rassicurante ottimismo di Silvio Berlusconi e alle sue promesse “libertà”, sicuramente percepite tali mentre sulla loro realizzazione bisognerà attendere l’operato del nuovo esecutivo. Meno fiduciose sono state le prime reazioni a livello europeo, con le istituzioni economico-finanziarie affrettatesi a sottolineare il risanamento dei conti pubblici attuato in meno di due anni dal governo Prodi e ad auspicare che il nuovo governo non inverta la tendenza, per un Paese come l’Italia che presenta un debito superiore al suo Prodotto interno lordo (Pil) e nettamente il più elevato tra gli Stati membri dell’Ue. Un Paese che economicamente è il malato d’Europa, con una crescita del Pil prevista dalla Commissione europea per il 2008 (0,5%) inferiore a un terzo di quella più bassa tra i Paesi dell’euro (Francia, con l’1,6%) e con una produttività che secondo l’Ocse cresce (1%) a un ritmo inferiore alla media dell’Ue-15 (1,7%), dei Paesi Ocse (1,4%) e dei G7 (1,3%), ma che nel quinquennio del precedente governo Berlusconi (2001-2005) è stata addirittura negativa (-0,5%). Le prestazioni economico-sociali dell’Italia sono in vari ambiti tra le peggiori d’Europa, dai salari agli infortuni sul lavoro, dalla povertà alla parità di genere, dall’occupazione giovanile al welfare, e mentre si enfatizzano atti criminali di immigrati stranieri la criminalità organizzata italiana è nettamente la prima industria del Paese per fatturato. Secondo il quotidiano britannico “Financial Times” «l’Italia si è allontanata dal resto dell’Ue», mentre Berlusconi «è il sintomo, non la soluzione, dei mali italiani». Comunque sia, sarà il suo governo a confrontarsi sulla scena internazionale ed europea e, a giudicare dagli annunci, gli elementi di contrasto potrebbero essere vari. Un Parlamento a forte componente leghista-euroscettica dovrà ratificare il Trattato di Lisbona, permane intatto il conflitto tra interessi privati e responsabilità pubbliche, è messo in discussione il mandato della Banca centrale europea, mentre il Patto di stabilità era già stato disatteso dal precedente governo Berlusconi. Inoltre, secondo l’ex commissario europeo e membro del nuovo governo, Franco Frattini, dopo l’allargamento dello Spazio Schengen le direttive europee dovrebbero essere riviste in ottica di sicurezza, mentre altri esponenti della nuova maggioranza invocano di rinegoziare la direttiva sulla libera circolazione per espellere anche i comunitari che non hanno reddito e si torna a parlare di espulsioni collettive, nonostante siano vietate dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Per evitare problemi, la Commissione europea ha deciso di dare all’Italia la responsabilità dei Trasporti anziché quella di Giustizia, Libertà e Sicurezza detenuta fino alle dimissioni di Frattini, ma è probabile che il governo italiano tornerà a essere un “vigilato speciale” delle istituzioni europee.

 

preoccupazioni per l’aumento dell’inflazione

Continua a crescere l’inflazione nell’Ue e l’entità del problema inizia a essere riconosciuta anche dalle istituzioni economico-finanziarie europee.
Nel mese di marzo 2008 si è registrato un nuovo record, con un tasso d’inflazione che ha raggiunto il 3,8% nell’intera Ue e il 3,6% nella zona euro. Si è trattato del terzo rialzo consecutivo nel 2008, dopo il 3,2% di gennaio e il 3,3% di febbraio, e del tasso più elevato degli ultimi sedici anni. La dimensione della crescita dell’inflazione è piuttosto evidente se si considera che solo un anno prima, nel marzo 2007, era al 2,3% nell’Ue e all’1,9% nella zona euro. Eurostat rileva un aumento dell’1% su base mensile. Tra gli Stati membri, il tasso d’inflazione più basso è stato registrato nei Paesi Bassi (1,9%), nel Regno Unito (2,5%) e in Portogallo (3,1%), il più alto in Lettonia (16,6%), Bulgaria (13,2%) e Lituania (11,4%).
A trascinare in alto l’indice dei prezzi sono ancora il caro-petrolio e gli aumenti dei prodotti alimentari, ma anche le spese per l’istruzione, cresciute del 9,6%. Gli alimentari a marzo hanno fatto registrare su base annua un incremento dei prezzi del 6,2% (+0,5% rispetto a febbraio): incidono soprattutto il costo di latte, uova e formaggi, osserva Eurostat. Gli aumenti nel settore dei trasporti, invece, sono stati su base annua del 5,6% (+1,3% rispetto allo scorso febbraio), dovuti essenzialmente al rincaro del carburante e dei combustibili. Questi ultimi sono alla base anche dell’aumento dell’inflazione nel settore energia, che ha fatto registrare rispetto al marzo 2007 un balzo dell’11,2% (+2,3% su febbraio).

Bce: «evitare spirale salari-prezzi»
Nel suo bollettino mensile di aprile 2008, la Banca centrale europea (Bce) ha osservato che i dati macroeconomici indicano «il perdurare della crescita del Pil in termini reali, seppure a ritmi moderati», ma anche che il livello di incertezza derivante dalle turbolenze nei mercati finanziari resta «insolitamente elevato» e le tensioni si potrebbero prolungare «oltre l’orizzonte temporale che ci si attendeva inizialmente». L’area dell’euro attraversa dunque «una fase piuttosto prolungata di inflazione elevata» dovuta soprattutto ai rincari dell’energia e dei prodotti alimentari, ha rilevato la Bce che ha quindi confermato l’obiettivo primario di mantenere la stabilità dei prezzi nel medio periodo.
Le prospettive di inflazione nel medio periodo restano soggette a rischi al rialzo, che includono la possibilità di ulteriori rincari dei prodotti energetici e alimentari, nonché di incrementi dei prezzi amministrati e delle imposte indirette in aggiunta a quelli previsti finora. Ma soprattutto esiste «il rischio che il processo di formazione di salari e prezzi acuisca le pressioni inflazionistiche» osserva la Bce, secondo cui potrebbe risultare superiore alle attese «il potere delle imprese nel determinare i prezzi», soprattutto in segmenti di mercato a bassa concorrenza, e si potrebbe generare una «crescita salariale più vigorosa del previsto, tenuto conto dell’elevato grado di utilizzo della capacità produttiva e delle condizioni tese nel mercato del lavoro». È dunque indispensabile che tutte le parti coinvolte mostrino «senso di responsabilità», osserva la Bce invitando a evitare «effetti di secondo impatto sul processo di formazione dei salari e dei prezzi connessi al rincaro dei prodotti energetici e alimentari», cosa che diminuirebbe il potere d’acquisto di tutti i cittadini dell’area dell’euro.
La Banca centrale europea conferma quindi di nutrire «preoccupazione» per l’esistenza di forme di indicizzazione delle retribuzioni nominali ai prezzi al consumo: «Queste comportano il rischio che shock al rialzo sull’inflazione inneschino una spirale salari-prezzi con ricadute negative sull’occupazione e sulla competitività nei Paesi coinvolti».

polemiche sul mandato della Bce
L’attuale fase di aumento dell’inflazione ha riacceso il dibattito sul ruolo della Banca centrale europea, soprattutto dopo le dichiarazioni del futuro premier italiano Silvio Berlusconi secondo il quale la Bce non dovrebbe occuparsi solo del contenimento dell’inflazione. «Mantenere la stabilità dei prezzi è l’obiettivo prioritario della Banca centrale europea, molto prioritario», ha immediatamente replicato il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, secondo il quale «non c’è alcuna ragione per modificare il mandato della Bce», non c’è né la possibilità né la necessità di rivedere il mandato da quando è stato adottato il Trattato di Lisbona. «Nessuno nel momento in cui è stato varato il nuovo Trattato ha ritenuto di dover rimettere in discussione» le funzioni della Bce, ha aggiunto Juncker, mentre riferendosi all’euro ha invitato i governi «a non fare della moneta unica il capro espiatorio delle difficoltà economiche dell’eurozona», richiamo che era già giunto in precedenza dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet. La sintonia tra Eurogruppo e Bce è totale in relazione alle preoccupazioni per l’inflazione che anche i ministri dell’economia ritengono arrivata a livelli preoccupanti.
La polemica sul mandato della Bce, rilanciata da Berlusconi, era stata sollevata in precedenza dal presidente francese Nicolas Sarkozy, secondo il quale la Bce non dovrebbe limitarsi a considerare centrale solo la difesa della stabilità dei prezzi ma anche, alla stessa stregua, le esigenze di crescita economica. Lo stesso Sarkozy ha però ultimamente stemperato la sua posizione, mentre il presidente della Bce ha più volte sottolineato che la missione e la priorità della Banca centrale europea è il mantenimento della stabilità, aggiungendo che la Bce «ha un solo parametro che guida la sua azione e non due», come sancisce il suo statuto all’art. 2 dove è scritto anche che il sistema «sostiene le politiche economiche generali della Comunità». Per modificare questo mandato, e quindi emendare i Trattati istitutivi della Bce, sarebbe necessario un voto unanime di tutti gli Stati membri.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/eurostat; http://www.ecb.int

tabella 1

Tabella 2

 

L’EUROPARLAMENTO SUI PREZZI ALIMENTARI

Nel corso della plenaria svoltasi il 21-24 aprile, il Parlamento europeo ha affrontato la questione dell’aumento su scala globale dei prezzi dei generi alimentari, sottolineando le implicazioni negative a livello di cambiamento climatico e riduzione dell’offerta, soprattutto rispetto ai Paesi più poveri del pianeta. I biocarburanti e le speculazioni finanziarie sono stati evocati come causa dell’attuale crisi. Tra le richieste degli eurodeputati, evitare che il sistema finanziario «contribuisca alla fame» nel mondo, mettere fine al protezionismo in campo agricolo e alle restrizioni delle esportazioni, mentre sono state espresse forti critiche al dumping praticato dalle industrie alimentari europee ai danni dei mercati dei Paesi in via di sviluppo e alcuni gruppi politici hanno accolto favorevolmente la proposta dell’Onu di una moratoria di cinque anni sull’utilizzo dei biocarburanti. Il commissario europeo per lo Sviluppo e gli Aiuti umanitari, Louis Michel, ha messo in guardia da possibili «destabilizzazioni economiche, politiche e sociali», sottolineando la necessità di un’azione umanitaria coadiuvata da misure strutturali.

 

rallenta la crescita economica

La crescita dell’economia europea dovrebbe rallentare nell’Ue al 2% nel 2008 e all’1,8% nel 2009, rispetto al 2,8% del 2007, e nella zona euro all’1,7% nel 2008 e all’1,5% nel 2009, a fronte del 2,6% del 2007. È quanto emerge dalle previsioni economiche di primavera della Commissione europea rese note il 28 aprile.
La crescita moderata, di circa mezzo punto percentuale inferiore a quella prevista nell’autunno scorso, deriva dal persistere della crisi nei mercati finanziari, dal rallentamento marcato dell’economia statunitense e dall’impennata dei prezzi dei prodotti di base, tutti fattori determinanti per l’attività economica mondiale. Secondo la Commissione, tuttavia, l’economia dell’Ue resiste relativamente bene grazie a fondamentali solidi, evidenziati dall’assenza di squilibri macroeconomici e da finanze pubbliche sane. In media, sia il disavanzo pubblico che il saldo delle partite correnti si sono attestati al di sotto dell’1% del Pil nel 2007, anche se persistono notevoli differenze tra gli Stati membri. I bilanci delle famiglie e delle imprese sono migliorati considerevolmente negli ultimi anni e i tassi di disoccupazione dell’Ue e dell’area dell’euro sono al loro livello più basso da più di 15 anni a questa parte.
Dopo il netto miglioramento registrato nel 2006-2007, la crescita dell’occupazione dovrebbe dimezzarsi nell’anno in corso, passando dall’1,7% nel 2007 allo 0,8% quest’anno e allo 0,5% il prossimo anno. La Commissione prevede così la creazione di 3 milioni di nuovi posti di lavoro nel biennio 2008-2009 rispetto ai 7,5 milioni creati nel biennio 2006-2007. Il tasso di disoccupazione dovrebbe invece raggiungere quest’anno il 6,8% nell’Ue e il 7,2% nella zona euro. Secondo l’analisi della Commissione, la crescita degli investimenti segna il passo a causa del raffreddamento dei mercati immobiliari sopravvalutati e del rallentamento ciclico, così la crescita del consumo privato dovrebbe anch’essa rallentare parallelamente alla decelerazione della crescita dei salari reali e al costante declino della fiducia dei consumatori.
L’incertezza resta ampia per quanto concerne l’incidenza della crisi sull’economia reale. I rischi derivanti da squilibri registrati in taluni Paesi che presentano disavanzi delle partite correnti consistenti e/o un debito esterno elevato potrebbero essere alimentati da modifiche della propensione al rischio a seguito di un ulteriore aggravamento e/o estensione della crisi finanziaria. Altri rischi di peggioramento riguardano una correzione disordinata degli squilibri mondiali in generale, anche se le prospettive attuali annunciano un miglioramento del disavanzo delle partite correnti negli Usa. Inoltre, sottolinea la Commissione, l’evoluzione dei prezzi dei prodotti di base potrebbe comportare ulteriori sorprese negative ma anche positive.

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/economy_finance/

Tabella 3

 

deficit e debito nell’Ue
L’Italia continua ad avere il debito pubblico più ampio tra tutti i Paesi dell’Ue, anche se sceso dal 106,5% del Pil nel 2006 al 104% nel 2007, mentre negli ultimi due anni ha registrato un netto calo del rapporto deficit/Pil passato dal 4,2% del 2005 all’1,9% del 2007.
Secondo i dati pubblicati da Eurostat, per quanto riguarda il debito oltre all’Italia altri sette Paesi presentano percentuali superiori al 60% nel rapporto debito/Pil: Grecia (94,5%), Belgio (84,9%), Ungheria (66%), Germania (65%), Francia (64,2%), Portogallo (63,6%) e Malta (62,2%), mentre complessivamente tale rapporto è diminuito tra il 2006 e il 2007 dal 68,4% al 66,3% nella zona euro e dal 61,2% al 58,7% nell’intera Ue, pur con un aumento del debito in valori assoluti che nel 2007 ha sfiorato i 6000 miliardi nella zona e euro e ha superato i 7200 miliardi nell’Ue-27.
Il rapporto tra deficit e Pil è invece sceso tra il 2006 e il 2007 dall’1,3% allo 0,6% nella zona euro e dall’1,4% allo 0,9% nell’Ue-27, con gli aggiustamenti più rilevanti fatti registrare da Ungheria (dal 9,2% al 5,5%) e Cipro (da un deficit dell1,2% a un surplus del 3,3%), ma buone prestazioni anche per “vecchi” e grandi Stati membri quali la Germania (da un deficit dell’1,6% al pareggio) e l’Italia (dal 3,4% all’1,9%).
Eurostat nota però che i recenti eventi nei mercati finanziari, con i conseguenti interventi dei governi nazionali, potrebbero aver modificato i conti pubblici nei primi mesi del 2008 e dunque saranno necessarie ulteriori verifiche nelle prossime settimane per avere un quadro più aggiornato della situazione dei conti pubblici nell’Ue.

Tabella 4

cresce l’abuso di sostanze tra adulti e anziani nell’Ue

Nonostante l’abuso di sostanze sia generalmente associato ai giovani è in aumento in tutta Europa tra gli adulti e gli anziani, un problema che diventerà rilevante in futuro dato l’invecchiamento della popolazione.
È quanto rileva l’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (Emcdda) secondo cui, infatti, il numero di anziani con problemi legati all’abuso di sostanze, o che necessitano di una cura a causa di tale consumo, aumenterà più del doppio tra il 2001 e il 2020. Secondo l’Osservatorio europeo sulle tossicodipendenze, gli adulti più anziani che fanno uso di sostanze possono essere classificati in due categorie: le persone che hanno iniziato a consumare tali sostanze da giovani oppure in età più avanzata. Chi ha iniziato precocemente di solito ha fatto uso di sostanze per molto tempo fino a tarda età. Chi le consuma in età avanzata, invece, inizia sovente a causa di eventi di vita stressanti, tra cui il pensionamento, la separazione dal coniuge, l’isolamento sociale o un lutto.
L’Emcdda rileva alcuni elementi chiave del problema. Ad esempio che la fascia di popolazione che consuma droghe sta invecchiando e, poiché i programmi con farmaci sostitutivi mantengono sotto trattamento un maggior numero di pazienti, il numero di quelli più anziani sta aumentando. I dati indicano anche che gli adulti più anziani corrono un rischio relativamente alto di sviluppare problemi di alcolismo: l’uso combinato di alcol e di altre droghe comporta un rischio maggiore di problemi sociali e di salute fisica e psicologica, e può essere fonte di problemi anche quando l’assunzione di alcol è leggera o moderata. L’invecchiamento può provocare problemi psicologici, sociali e di salute e può costituire un fattore di rischio per l’abuso di sostanze e, al contempo, essere aggravato dal consumo di sostanze.
Inoltre, i problemi di salute fisica e mentale sono maggiormente diffusi tra gli adulti più anziani che fanno uso di sostanze, mentre i dati sul trattamento dell’abuso di sostanze tra gli adulti più anziani sono relativamente scarsi.

i farmaci da banco
Una delle questioni centrali osservata dall’Emcdda riguarda il fatto che gli adulti più anziani fanno un uso frequente di farmaci da banco o su prescrizione medica: l’uso problematico di questi farmaci può essere intenzionale o non intenzionale e la sua gravità può variare.
Le persone oltre i 65 anni di età usano circa un terzo di tutti i farmaci prescritti, tra cui spesso si annoverano le benzodiazepine e gli analgesici oppioidi. Le donne anziane hanno maggiori probabilità rispetto agli uomini di usare farmaci su prescrizione medica e di abusare di farmaci psicoattivi. Esse sono inoltre a più alto rischio di abuso di farmaci su prescrizione rispetto alle persone di altre fasce di età.
I problemi di questa fascia di età, in particolare, possono non essere riconosciuti, rileva l’Osservatorio europeo, perché l’abuso di farmaci su prescrizione medica tra gli anziani può essere causato inavvertitamente dal trattamento. Ciò può accadere a causa di un mancato monitoraggio regolare dell’uso dei farmaci e della risposta al trattamento o dalla prescrizione di farmaci multipli la cui interazione ha effetti indesiderati. Perciò l’esposizione medica a farmaci su prescrizione che possono generare abuso o dipendenza è una causa significativa dell’uso problematico dei farmaci da parte di molti adulti anziani.

abuso continuativo e astinenza
Gli adulti più anziani che sviluppano problemi assumendo farmaci su prescrizione differiscono sovente dai loro pari che consumano droghe illegali, poiché l’abuso può essere intenzionale o non intenzionale. Questi casi possono variare per gravità a seconda che si tratti di singoli casi di abuso, di uso inappropriato come quello di «prendere in prestito» un medicinale da un amico o da un parente, di uso periodico a fini ricreativi, fino ad arrivare all’abuso continuativo. Quando i farmaci su prescrizione sono assunti per periodi prolungati, anche nelle giuste dosi, è possibile sviluppare una resistenza o una dipendenza fisica e, quando la loro assunzione è interrotta, possono comparire sintomi di astinenza. Quando l’abuso di farmaci da banco o su prescrizione da parte degli adulti più anziani è intenzionale, ciò può implicare: l’assunzione deliberata di dosi più elevate rispetto a quelle prescritte, l’uso dei farmaci per periodi prolungati, l’accumulo di scorte di farmaci, e l’assunzione di farmaci in concomitanza con l’assunzione di alcol.

le droghe illegali
Anche gli anziani, come le persone più giovani, possono fare uso di droghe illegali. Sebbene l’uso di tali sostanze sia meno comune in questa fascia di età, la sua diffusione sta aumentando, osserva l’Emcdda. Alcune stime, effettuate negli Stati Uniti, suggeriscono che il numero di persone di età superiore ai 50 anni che necessitano di trattamenti per problemi legati all’uso di droghe illecite può aumentare del 300% tra il 2001 e il 2020. In Europa, tra il 2002 e il 2005 la percentuale di pazienti con età uguale o superiore ai 40 anni che sono stati trattati per problemi legati all’uso di oppiacei è più che raddoppiata (dall’8,6 al 17,6%).
Sebbene poco si sappia sui fattori di rischio per l’uso di droghe illecite tra gli adulti più anziani, precedenti abusi o dipendenze rappresentano sovente caratteristiche salienti: gli adulti più anziani che fanno uso di droghe illegali sono in gran parte consumatori precoci. L’uso di droghe illecite costituisce un problema anche tra le persone che soffrono al contempo di problemi di salute mentale. Nell’ambito dei servizi di salute mentale, la cannabis risulta essere la droga illecita più comunemente usata.
Inoltre, i consumatori regolari di droghe a fini ricreativi stanno invecchiando e possono incontrare maggiori complicazioni con l’età. Le persone più anziane, osserva l’Emcdda, metabolizzano le droghe più lentamente e il cervello, con il passare degli anni, può diventare più sensibile ai loro effetti. Numerosi stimolanti provocano cambiamenti nella funzione dei recettori cerebrali, destando così preoccupazioni sui loro effetti a lungo termine. Tali problemi possono interagire con altri processi, accelerando la progressione o accrescendo la gravità del deterioramento neurocognitivo legato all’invecchiamento.
uso e abuso di alcol
Secondo le statistiche, negli Stati Uniti fino al 10% degli anziani ha problemi più o meno gravi di «alcolismo» e il 2-4% soddisfa i criteri diagnostici di chi fa uso di alcol o di chi ne è dipendente. In Europa il 27% delle persone di 55 anni di età e oltre riferisce di consumare alcol quotidianamente. I dati disponibili suggeriscono che questa fascia di età corre un rischio relativamente alto di avere problemi legati al consumo di alcol. Infatti, i cambiamenti metabolici e fisiologici associati all’invecchiamento possono avere effetti dannosi a livelli più bassi di consumo rispetto a quelli dei giovani bevitori. Uno studio sui pazienti che abusano di alcol in sei Paesi europei ha rilevato che i bevitori problematici più anziani avevano maggiori problemi di salute fisica rispetto ai più giovani, anche bevendo di meno ed essendo meno dipendenti dall’alcol.
L’uso eccessivo di alcol tra gli anziani può anche aggravare i problemi medici legati all’invecchiamento, mentre l’uso combinato di alcol e medicinali genera un maggiore rischio di problemi sociali e di salute. I farmaci da banco o su prescrizione apparentemente innocui possono interagire con l’alcol, causando effetti sedativi eccessivi e un maggiore rischio di incidenti e danni. Analogamente, l’uso combinato di alcol e di altre droghe può causare problemi tra le persone più anziane, anche in caso di assunzione leggera o moderata di alcol.

rischi particolari per gli anziani
Il processo di invecchiamento è spesso associato a una serie di problemi sociali, psicologici e di salute. Molti di questi sono fattori di rischio per l’abuso di sostanze tra le persone più anziane e, a loro volta, possono essere aggravati dall’uso di sostanze, osserva l’Emcdda. I problemi sociali tra le persone più anziane possono emergere a causa di un lutto, dell’isolamento sociale, della mancanza di supporto sociale e di difficoltà finanziarie. I problemi psicologici possono includere la depressione, la solitudine, l’ansietà, i problemi di memoria, il deterioramento cognitivo, la demenza e la confusione. I problemi fisici, invece, possono comprendere la mancanza di mobilità, eventuali cadute, una scarsa cura di sé e in generale la cattiva salute.
L’invecchiamento porta con sé un rischio crescente di dolorose condizioni di salute e questo può portare allo sviluppo o alla prosecuzione dell’uso improprio di sostanze (tra cui l’alcol) come rimedio per affrontare il dolore, a causa dei loro effetti analgesici a breve termine (il dolore è talvolta un motivo di utilizzo della cannabis a scopo terapeutico). Via via che i consumatori cronici di droghe invecchiano, molti di essi svilupperanno malattie gravi e terminali ed alcuni di loro potrebbero far ricorso a sostanze psicoattive per far fronte ai loro problemi.
Particolari problematiche emergono dalla necessità di fornire cure palliative ai malati terminali che abusano di sostanze. Secondo l’Osservatorio europeo, esse rappresentano una sfida importante per i professionisti del settore medico e per i servizi dell’assistenza sanitaria.

considerazioni politiche dell’Osservatorio
Una migliore identificazione dell’uso problematico di farmaci da banco o su prescrizione medica da parte degli adulti più anziani richiede il monitoraggio regolare dell’uso dei medicinali e della risposta ai trattamenti, nonché un’attenta valutazione di altri problemi sociali e di salute che potrebbero essere causati dall’uso di sostanze.
Mentre la diffusione dell’uso di droghe illecite da parte degli adulti più anziani è in aumento, i servizi di trattamento delle tossicodipendenze e gli altri servizi sanitari non sono sufficientemente consapevoli delle esigenze dei più anziani che fanno uso di sostanze e devono prevedere e prepararsi ad affrontare gli aumenti previsti della domanda da parte di persone di questa fascia di età. Inoltre, i servizi per le tossicodipendenze possono trovarsi a dover rivedere i loro sistemi di assistenza per assicurare che i problemi legati all’alcol siano riconosciuti.
I problemi sociali, psicologici e di salute, che possono colpire gli adulti più anziani e metterli a maggior rischio di abuso di sostanze, richiedono un’attenzione specifica se si vuole che gli interventi per questa fascia siano pienamente efficaci.
Sebbene l’identificazione dei disturbi legati all’uso di sostanze da parte delle persone anziane possa essere difficile, l’assistenza sanitaria di base e gli altri servizi sanitari si trovano in una posizione adeguata per individuare i problemi legati all’uso di sostanze. Un trattamento adeguato ed efficace, sostiene l’Emcdda, dovrebbe essere personalizzato in base alle esigenze specifiche delle persone più anziane che abusano di sostanze, cosa che può richiedere la modifica delle attuali forme di trattamento o lo sviluppo di nuovi trattamenti.

INFORMAZIONI: http://www.emcdda.europa.eu/publications/drugs-in-focus

AZIONE EUROPEA PER LIMITARE L’ABUSO DI ALCOL

Nell’ambito del Forum europeo su alcol e salute 46 imprese e organizzazioni non governative si sono impegnate per attuare un’azione europea contro l’abuso di alcol, soprattutto nei confronti dei giovani.
Si stima che ogni anno nell’Ue l’uso dannoso di alcol causi la morte di 200.000 persone e costituisca la causa di circa un quarto delle morti tra i giovani maschi di età compresa tra i 15 e i 29 anni e di una ragazza su dieci nella stessa fascia d’età. Secondo un sondaggio Eurobarometro svolto nel 2007, circa un quinto dei giovani di 15-24 anni beve cinque o più bevande alcoliche in una sera, mentre la maggior parte dei cittadini intervistati ritiene necessario introdurre misure per ridurre gli incidenti stradali che in percentuali elevate sono causati dall’abuso di alcol.
Per porre rimedio a questa situazione, la piattaforma europea costituita da operatori economici del settore e da varie Ong ha quindi deciso di accrescere l’impegno con azioni concrete di informazione e prevenzione soprattutto tra i giovani, estendendo e divulgando le buone pratiche già sperimentate. Il Forum europeo su alcol e salute, che vede le istituzioni europee, gli Stati membri e l’Organizzazione mondiale della sanità in qualità di osservatori, al fine di ampliare la partecipazione anche a soggetti non ancora membri ha deciso di organizzare un “Forum aperto” una volta all’anno, partendo dal 17 aprile 2008.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/health/index_en.htm

ambiente e sociale: priorità del Consiglio di primavera

Preoccupazione per l’inflazione e la super valutazione dell’euro, ma anche l’impegno a tradurre entro l’anno il piano europeo sul clima e aperture sulla futura Unione per il Mediterraneo: queste le principali conclusioni del Consiglio europeo di primavera, svoltosi a Bruxelles nei giorni 13-14 marzo scorsi.
Mentre i dati sull’inflazione pubblicati da Eurostat segnavano il livello più alto degli ultimi anni, i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi dell’Ue esprimevano ufficialmente la loro inquietudine nel documento conclusivo del Vertice: «Nell’attuale situazione preoccupano i movimenti eccessivi dei tassi di cambio. È per questo che è tanto più essenziale per l’Unione non cadere nell’autocompiacimento e sostenere gli sforzi di riforma attraverso la piena attuazione dei programmi nazionali di riforma e degli orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione».
E infatti il Consiglio europeo di primavera è tradizionalmente dedicato alla valutazione dell’attuazione della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, per la realizzazione della quale i 27 hanno confermato i loro impegni.
Per quanto riguarda invece la proposta dei leader di Francia e Germania relativa a un’Unione per il Mediterraneo, il Consiglio ha incaricato la Commissione di presentare proposte concrete per la sua nascita in tempo utile per il summit convocato a Parigi il 13 luglio prossimo, ma in sostanza il Vertice ha rappresentato l’occasione per riportare l’iniziativa nella cornice comunitaria del Processo di Barcellona.

Strategia di Lisbona
Tra le priorità individuate, il Consiglio europeo ha sottolineato la necessità di: investire in conoscenza e innovazione, favorendo la libera circolazione della conoscenza considerata la “quinta libertà” dell’Ue; liberare la potenzialità delle imprese, soprattutto le piccole e medie (Pmi), rafforzando la dimensione esterna della Strategia; migliorare il livello di istruzione e formazione per giovani e adulti; promuovere una maggiore partecipazione della forza lavoro e combattere la segmentazione per garantire l’inclusione sociale attiva.
Invitando poi tutti gli Stati membri ad attuare i principi comuni concordati di flessicurezza, «delineando nei loro programmi nazionali di riforma per il 2008 le modalità nazionali di attuazione di tali principi», il Consiglio europeo ha dichiarato di ritenere necessario prestare un’attenzione costante all’occupazione dei giovani e delle persone con disabilità, aumentare l’accessibilità dei servizi di custodia dei bambini, attuare nuovi sforzi per conciliare la vita professionale con la vita privata e familiare, ridurre sostanzialmente i differenziali retributivi di genere e «attuare il patto europeo per la parità di genere».
In pratica, il Consiglio europeo è sembrato rilanciare i pilastri sociale e ambientale per l’ultima fase (2008-2010) della Strategia di Lisbona che, a partire dalla revisione del 2005, era invece stata orientata in modo prioritario verso quello economico (crescita ed occupazione). Le parole d’ordine uscite dal Vertice non convincono però la Confederazione europea dei sindacati (Ces) e la Piattaforma sociale delle Ong europee, che mettono in luce l’insicurezza sociale derivante dalla riforma del mercato del lavoro all’insegna della “flexicurity” e la degradazione dei servizi pubblici e dei sistemi di sicurezza sociale.

energia e ambiente
In merito al capitolo cambiamento climatico/energia, il Consiglio europeo si è impegnato a raggiungere un accordo politico entro l’anno con l’obiettivo dell’approvazione definitiva nella primavera del 2009, ovvero sotto la legislatura attuale e, soprattutto, prima che entrino nel vivo i negoziati internazionali per un accordo post-Kyoto, che dovrebbe essere siglato entro il prossimo anno.
Il Consiglio ritiene che i costi da sostenere per mantenere l’impegno della riduzione delle emissioni del 20% entro il 2020 «saranno molto inferiori a quelli della non azione». Il Vertice ha quindi ribadito i principi chiave del piano energetico europeo (efficienza economica oltre che ambientale, equità e solidarietà nella ripartizione degli oneri fra Stati membri, trasparenza nelle discussioni), anticipando che verrà fissato un nuovo tetto massimo per le emissioni europee e un meccanismo di scambio delle quote di emissione (Emission Trading Scheme - Ets). Ancora una volta, sul tema del cambiamento climatico l’Europa propone alla comunità internazionale la strada della sostenibilità, ma, se necessario, si dichiara disposta a percorrerla anche da sola.

il parere dell’Europarlamento

I risultati del Consiglio europeo di primavera sono stati discussi anche dal Parlamento europeo, con un’assemblea plenaria svoltasi il 26 marzo scorso.
Mentre entrambi i gruppi principali (Ppe-De e Pse) hanno espresso sostanziale soddisfazione per l’esito del Vertice, i popolari europei hanno sottolineato la necessità di una rapida attuazione della libera circolazione dei ricercatori tramite un effettivo mutuo riconoscimento delle qualifiche, mentre i socialisti hanno insistito sulla dimensione sociale della Strategia di Lisbona minacciata dalla crisi economica, mettendo in guardia Commissione e Consiglio da un approccio troppo settoriale.
Più critici, invece, i liberaldemocratici di Alde, che denunciano la retorica del Consiglio europeo a fronte di un ritardo sostanziale dell’Ue nel campo dell’efficienza energetica e dell’investimento nella ricerca. Anche il gruppo dei Verdi ha contestato l’atteggiamento autocelebrativo dei leader europei, mettendo in discussione il ruolo di guida che l’Ue si è attribuita nella lotta al surriscaldamento globale, dal momento che già si prospettano deroghe al tetto massimo di emissioni per prevenire la delocalizzazione delle industrie pesanti europee.

INFORMAZIONI: http://www.eu2008.si

 

tutela ambientale: la distanza tra principi e azioni

Nell’anno in cui l’Europa ha dato prova di unità e determinazione nel fronteggiare le sfide ambientali e climatiche, con la posizione dell’Ue al Vertice di Bali sul clima o, più recentemente, col pacchetto energia approvato a gennaio 2008, o ancora con la posizione netta assunta dal Consiglio europeo del marzo scorso, Eurobarometro ha realizzato un sondaggio che ha coinvolto 27.000 cittadini europei. La ricerca ha toccato alcune tematiche ambientali sensibili quali le relazioni tra ambiente e comportamenti personali, le opinioni sulle politiche ambientali, le informazioni sull’ambiente. La ricerca ha consentito di raggruppare gli intervistati sulla base di caratteristiche comuni, pervenendo a una lettura delle differenze di opinione tra i «sensibili» e gli «indifferenti». Sul piano dei comportamenti, invece, la ricerca distingue tre profili caratterizzati da un impegno e da un tasso di attività crescente nell’implementare modi di rapportarsi con l’ambiente: gli «attivisti», i «pragmatici» e i «free riders».
Dai risultati dell’indagine è possibile affermare che i cittadini europei attribuiscono grande importanza alle questioni ambientali e sono sempre più consapevoli del ruolo che l’ambiente gioca nella loro vita: il 96% degli intervistati afferma che la protezione dell’ambiente è importante anche a livello personale. La consapevolezza delle problematiche ambientali sembra aver permeato l’opinione pubblica: gli europei associano il concetto di ambiente con problemi ambientali di carattere globale quali l’inquinamento delle città (associazione indicata dal 22% degli intervistati) e il mutamento climatico (19%); decisamente meno frequenti le associazioni di tipo tradizionale tra il termine ambiente e l’immagine di paesaggi caratterizzati da ampi e gradevoli spazi verdi. In coerenza con questo tipo di associazioni gli europei esprimono preoccupazione soprattutto nei confronti di questioni di carattere globale (acqua, aria, clima) come già era accaduto del 2004.
Risposte globali per problemi globali, così potrebbe sintetizzarsi l’atteggiamento della maggioranza degli europei in tema di politica ambientali. All’Europa è attribuito, sia pure in maniera non uniforme in tutti gli Stati membri, un ruolo di primo piano: l’82% degli intervistati concorda sulla necessità di una legislazione ambientale a livello europeo, l’80% afferma che l’Ue debba sostenere i Paesi terzi nell’implementazione di politiche ambientali e il 78% sarebbe favorevole a un aumento delle risorse economiche investite dall’Ue nella tutela ambientale, anche a prezzo di una riduzione delle risorse destinate ad altri settori. Sempre di più i cittadini europei ritengono lo stato di salute dell’ambiente, al pari dei fattori economici, un elemento importante per la loro qualità della vita: per il 63% degli intervistati le politiche ambientali possono rappresentare un volano per l’innovazione economica mentre solo il 16% le ritiene un ostacolo alla performance economica e alla competitività. Cresce anche la consapevolezza dell’importanza di un ruolo individuale del singolo nella tutela e nella difesa dell’ambiente. Non sempre però questa consapevolezza in termini di principio si traduce in azioni concrete: se è vero che nove europei su dieci hanno compiuto almeno un’azione di tutela dell’ambiente nel mese precedente l’intervista (in genere la raccolta differenziata) è anche vero che sono gli stessi intervistati a dire che molto resta da fare soprattutto sul piano degli stili di vita e dei consumi che non sono percepiti come legati all’ambiente dall’11% degli intervistati.
Sul piano delle intenzioni la ricerca registra la massima disponibilità a farsi carico dei costi di una maggiore tutela ambientale: il 75% degli intervistati si dice disponibile ad acquistare prodotti “amici dell’ambiente” anche se più costosi. Nella realtà quotidiana, però, gli acquirenti di questo tipo ammontano soltanto al 17% del campione. Il tema dell’informazione sembra nevralgico: il 42% degli intervistati sostiene di non essere adeguatamente informato sulle questioni ambientali, il 50% si dice abbastanza informato e il 5% si ritiene ben informato. Significativo il fatto che i cittadini che si definiscono bene informati risiedano per la maggior parte nei Paesi dell’Europa del nord; è in quella direzione che bisogna guardare, anche a livello comunitario per vincere la prima e più importante sfida in tema di politica ambientale: la corretta ed esauriente informazione dei cittadini.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm

 

IN VIGORE LA DIRETTIVA SULLA QUALITÁ DELL’ARIA

L’Ue ha adottato la direttiva europea sulla qualità dell’aria che riunisce quattro precedenti direttive e una decisione del Consiglio, riprendendo quasi integralmente la proposta avanzata nel 2005 dalla Commissione europea. Il nuovo testo istituisce standard che permetteranno di ridurre la concentrazione delle particelle sottili e fissa le date per la loro applicazione. Le particelle sottili sono considerate tra gli inquinanti più pericolosi per la salute insieme alle particelle più “grosse” note come Pm10, già regolamentate da altre normative.
La direttiva prevede che, nelle aree urbane, gli Stati membri dell’Ue riducano mediamente del 20% l’esposizione al Pm2,5 entro il 2020 rispetto ai valori del 2010, obbligandoli a portare i livelli di esposizione in queste zone al di sotto di 20 microgrammi/m3 nel 2015. A livello dell’intero territorio nazionale, gli Stati membri dovranno rispettare il valore limite di 25 microgrammi di Pm2,5/m3, da raggiungere obbligatoriamente entro il 2015 e, se possibile, già nel 2010.
Vari studi ritengono che il solo particolato Pm2,5, cioè la frazione più fine del Pm10, causi una perdita dell’attesa di vita di circa 8,6 mesi e sia la componente più pericolosa delle polveri perché può rimanere sospeso nell’atmosfera per giorni o settimane. Per particolato si intendono tutte le particelle solide o liquide sospese nell’aria, esclusa l’acqua pura, con dimensioni microscopiche.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/environment/air/cafe/index.htm

 

Europa sociale e globalizzazione

Un forte modello sociale e l’affermazione in un’economia globalizzata non sono antitetici, devono anzi procedere di pari passo» ha dichiarato il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, presentando uno studio discusso il 16 aprile a Bruxelles in una Conferenza ad alto livello.
Lo studio evidenzia come non vi siano prove empiriche che la globalizzazione ha prodotto un’erosione del dispositivo sociale, mentre alcune delle economie nordeuropee più floride riescono a coniugare elevati tassi di occupazione con un grado di equità dei redditi molto più alto che in altre parti del mondo, conservando nel contempo un settore pubblico importante ed efficiente.
Nell’Ue la spesa per la protezione sociale in relazione al Pil è rimasta piuttosto stabile negli ultimi due decenni, intorno al 27-28% sin dall’inizio degli anni Novanta, mentre i dati evidenziano continui progressi verso obiettivi sociali quali la riduzione dei differenziali retributivi e degli squilibri occupazionali di genere, anche se le differenze restano ancora sensibili. Non è dunque l’entità dell’erogazione di previdenza sociale quanto piuttosto il modo in cui questa è usata a ripercuotersi sulla competitività, sottolinea lo studio che riconosce la necessità di modernizzare le politiche sociali e di investire nelle risorse umane se si vuole che l’Ue faccia il miglior uso delle opportunità offerte dalla globalizzazione.
Sono quindi segnalate alcune risposte politiche che l’Ue dovrebbe dare alla globalizzazione. Innanzitutto attrezzare l’economia a competere investendo in attività del futuro nonché apportando i necessari adattamenti per tener conto del cambiamento climatico, dell’invecchiamento demografico e delle nuove fonti di competizione. È poi consigliato un «adeguamento morbido», cioè tenendo conto che la globalizzazione richiederà un cambiamento socioeconomico che imporrà costi e implicherà la ridistribuzione delle risorse. Per agevolare tali cambiamenti è quindi necessario migliorare la governance socioeconomica attraverso un’azione concertata dell’Ue e degli Stati membri.

fattori del cambiamento
Secondo lo studio, le fonti di pressione per apportare cambiamenti nei meccanismi di protezione sociale nell’Ue sono sostanzialmente tre. La prima riguarda la spinta della globalizzazione verso un’economia maggiormente post-industriale, anche se è complesso valutare quanto questa abbia influito su un processo avviato proprio dai Paesi a sviluppo avanzato. La seconda riconduce ai cambiamenti in corso nelle strutture familiari: la famiglia nucleare può aiutare sempre meno le persone ad assorbire i rischi della globalizzazione; la diversificazione dei percorsi di vita familiare dà infatti una dimensione diversa alla richiesta di sistemi di protezione sociale più flessibili. La terza è relativa all’invecchiamento demografico dell’Ue generato dal prolungamento della speranza di vita e dalla diminuzione delle nascite: questo comporta effetti sui sistemi sanitari e pensionistici, con conseguenze rilevanti sulla sostenibilità economica del welfare.
Alla luce di queste considerazioni, lo studio ritiene che, nel dibattito generale sulla necessità di riformare i meccanismi di protezione sociale, debbano essere prese in considerazione tutte le trasformazioni sociali in atto, così le riforme non devono riguardare solo il mercato del lavoro e i sistemi pensionistici, sanitari e fiscali ma anche i sistemi dell’educazione, dell’istruzione e della cura dei bambini. 

la spesa sociale non è diminuita

Contrariamente alle aspettative, secondo cui la spesa per la protezione sociale sarebbe stata sacrificata per contribuire alla competitività, questa è rimasta sostanzialmente stabile a partire dagli anni Novanta. Anzi, si è registrato un aumento di questo capitolo di spesa superiore alla crescita del Pil tra il 1992 e il 2003, a dimostrazione del fatto che il welfare europeo è diventato più e non meno generoso e che dunque la globalizzazione non ha avuto effetti sulla quantità della spesa sociale europea. Esistono tuttavia differenze notevoli tra gli Stati membri dell’Ue e si deve tenere conto di due fattori: la crescita del Pil verificatasi negli ultimi anni, fino alla recente inversione di tendenza, ha incrementato il denominatore del tasso di spesa sul Pil e così a tassi di spesa inferiori è corrisposta spesso una spesa maggiore; la diminuzione della disoccupazione e delle persone inattive in età lavorativa ha ridotto le richieste di protezione sociale, quindi in alcuni casi una diminuzione della spesa sociale in relazione al Pil può anche significare il buon funzionamento del modello sociale europeo e non il contrario. Esistono poi profonde differenze nei sistemi pensionistici e dei sussidi, così come è cresciuto notevolmente il settore privato della spesa sociale sia obbligatoria (congedi per malattia, alcune pensioni private) sia volontaria (altre pensioni). 

mercato del lavoro
Anche per quanto riguarda le componenti della spesa per protezione sociale le differenze sono notevoli, soprattutto per ragioni demografiche, con le pensioni di anzianità cresciute notevolmente in tutti gli Stati membri nel medio periodo ma che recentemente hanno registrato una diminuzione. Stessa ragione per cui è cresciuta la spesa per le cure sanitarie. Viceversa, a una generale diminuzione nel medio termine dei sussidi di disoccupazione corrisponde un incremento negli ultimi anni. Lo studio osserva che il generale trend alla diminuzione dei sussidi potrebbe essere una conseguenza indiretta della globalizzazione che ha spinto gli Stati membri a introdurre politiche di liberalizzazione dei mercati del lavoro. Secondo lo studio, la globalizzazione contribuisce sia alla distruzione sia alla creazione di posti di lavoro. Si stima che solo il 6% della perdita di posti di lavoro nell’Ue nel periodo 2002-2006 sia stata causata dalla delocalizzazione di attività, mentre c’è la sensazione che la globalizzazione contribuisca all’instabilità delle relazioni sociali per la pressione su cambiamenti rapidi nel mercato del lavoro. D’altro canto, il senso di insicurezza aumenta se la flessibilità del mercato del lavoro non è bilanciata da un’estesa protezione sociale e da un lavoro di qualità. La quasi totalità dei nuovi posti di lavoro creati negli ultimi anni ha riguardato il terziario, ma questa creazione di posti di lavoro non riesce sempre ad assorbire la deindustrializzazione e la perdita di lavoro del settore manifatturiero. In generale, tra le varie risposte date alle conseguenze della riforma dei mercati del lavoro, lo studio individua nel modello scandinavo quello che è finora riuscito meglio a conciliare la flessibilità dei mercati con la necessaria protezione sociale.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/spsi/simglobe_en.htm

 

CES: MENO PRECARIETÁ PER RENDERE L’UE PIÙ COMPETITIVA

In occasione della Conferenza organizzata dalla Commissione europea nel corso della quale è stato presentato lo studio sui legami tra Europa sociale e globalizzazione, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha delineato le priorità per andare incontro agli interessi di gran parte della forza lavoro europea.
La Ces ritiene necessario rafforzare la governance europea, tenendo conto dei collegamenti tra le politiche esterne dell’Ue (accordi bilaterali, introduzione di standard sociali e ambientali) e le politiche interne. C’è anche il bisogno di migliorare l’organizzazione dei movimenti finanziari e frenare la speculazione su tutte le materie prime, compresi frumento, mais e petrolio.
Secondo la Ces è giunta l’ora di mettere in atto una politica industriale ed energetica collegata ai cambiamenti climatici: «L’Europa necessita di solidarietà e coerenza per fronteggiare la globalizzazione. Lo studio presentato durante la Conferenza affronta le riforme dell’Ue sul mercato del lavoro. La Ces, attualmente impegnata nella campagna per l’incremento salariale e del potere d’acquisto, osserva che l’incremento della produttività del lavoro non ha accompagnato e sostenuto la crescita retributiva. Almeno quattro fattori hanno contribuito a questo fenomeno: la diffusione del lavoro precario, le minacce di rilocazione, le importazioni e le pressioni degli azionisti» ha dichiarato il segretario confederale della Ces Joël Decaillon.
Se da un lato è stata ridotta la disoccupazione dall’altro si registra un impoverimento della forza lavoro: «Rendere l’Europa più competitiva a livello globale significa fare una scelta effettiva contro la precarietà, cosa che può avvenire solo con un miglioramento dei modelli salariali, aumentando la formazione dei lavoratori e riconoscendogliela» sostiene Decaillon. Oltre la metà dei giovani in Europa ha completato il livello superiore di istruzione: perché ciò non è riconosciuto nella struttura dei nuovi lavori che sono stati creati e nelle relative retribuzioni? Chiede il segretario confederale della Ces, secondo il quale «promuovere un’Europa sociale oggi significa trovare una soluzione a questo paradosso e impegnarsi per una graduale crescita nei livelli salariali e di produttività che variano troppo nell’Ue. In questo modo si potranno creare nuove prospettive di divisione del valore aggiunto creando reali solidarietà e coesione a livello europeo. Così facendo si aprirà anche la via per uno sviluppo sostenibile».

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/4883

Tabella 5

 

progressi per le tecnologie delle comunicazioni

Oltre la metà degli europei utilizza regolarmente Internet, l’80% degli utenti ha una connessione a banda larga e il 60% dei servizi pubblici nell’Ue è integralmente disponibile in rete. Grazie alla rapida diffusione della banda larga in Europa, i due terzi delle scuole e la metà dei medici usano connessioni veloci. Sono queste le cifre presentate dalla Commissione europea in una Relazione sui risultati ottenuti finora con l’iniziativa “i2010”, che costituisce la strategia digitale dell’Ue per la crescita e l’occupazione. La strategia, concordata nel 2005, ha favorito l’assunzione di un forte impegno a favore delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (Tic) a livello comunitario e nazionale, sottolinea la Commissione. Dal 2007 tutti gli Stati membri considerano lo sviluppo delle Tic come uno dei principali obiettivi dei programmi di riforma strutturale. Allo stesso tempo, le istituzioni comunitarie hanno incoraggiato l’istituzione di un mercato unico dei servizi on line e l’aumento dei finanziamenti a favore della ricerca. Tuttavia, il mercato unico delle telecomunicazioni, che dovrà promuovere i servizi transfrontalieri di comunicazione, è ancora in via di realizzazione.
«È una piacevole novità vedere come oggi tutti i 27 Stati membri sostengano con le loro rispettive politiche nazionali le Tic, il vero motore della crescita europea. Questa tendenza contribuisce a rafforzare la competitività dell’Europa a livello internazionale e a modernizzare la vita quotidiana degli europei» ha dichiarato la commissaria europea responsabile per i Media e la Società dell’informazione, Viviane Reding. Tuttavia, ha aggiunto la commissaria europea, «alcune regioni dell’Ue sono ancora in ritardo e non sono completamente connesse. Tutti gli Stati membri devono quindi potenziare gli sforzi per colmare queste lacune e migliorare i servizi transfrontalieri di comunicazione così come quelli che raggiungono anche le regioni rurali e periferiche».

il contesto europeo
Nell’Ue le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni rappresentano il 26% delle attività di ricerca, il 20% degli investimenti delle imprese e quasi il 50% della crescita della produttività. L’Ue è attualmente il maggior mercato sviluppato di consumatori al mondo e conta 100 milioni di connessioni web a banda larga, trovandosi quindi in una buona posizione per trarre i benefici economici offerti dalle Tic. Un recente Rapporto pubblicato dalla Commissione sui progressi del mercato unico delle telecomunicazioni ha constatato che in otto Stati membri dell’Ue la diffusione della banda larga è superiore agli Usa, mentre nel 2007 per il quinto anno consecutivo sono aumentati gli investimenti nel settore delle telecomunicazioni nell’Ue, arrivando a superare i 50 miliardi di euro.
La Relazione mette in evidenza che la strategia politica europea nel settore delle Tic, intitolata “i2010: una società europea dell’informazione per la crescita e l’occupazione”, inizia a dare i suoi frutti ed è all’origine di nuove iniziative comunitarie in materia di regolamentazione, ricerca e partenariati pubblico-privato.
i risultati del 2007
Nel corso del 2007 si sono registrati nell’Ue quasi 40 milioni di nuovi utenti regolari del web, per un totale complessivo di utilizzatori di Internet stimato attualmente in circa 250 milioni nell’Ue. Negli ultimi cinque anni le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni hanno avuto un impatto notevole sui servizi pubblici, soprattutto mettendo in rete l’istruzione e la sanità: oltre il 96% delle scuole in Europa è connesso a Internet e i due terzi hanno una connessione a banda larga, mentre nel 2001 la percentuale era praticamente uguale a zero. Nel settore della sanità il 57% dei medici invia o riceve per via telematica i dati dei pazienti (il 17% nel 2002) e il 46% riceve i risultati degli esami di laboratorio in formato elettronico (erano l’11% nel 2002). Nel 2007 la percentuale delle imprese europee che dispone di una connessione a banda larga è salita al 77% (era il 62% nel 2005), mentre una percentuale analoga utilizza Internet per le operazioni bancarie (rispetto al 70% del 2005).

le priorità future
La Relazione della Commissione indica anche le questioni fondamentali che dovranno essere affrontate nel periodo 2008-2010.
Nonostante le attività di ricerca nel settore delle Tic siano intense, fino a raggiungere livelli superiori agli Usa in Svezia (18%), Finlandia (17%) e Danimarca (11%), tuttavia in Slovacchia, Lettonia e Polonia sono inferiori all’1%. Per potenziare la ricerca, nel corso del 2008 diventeranno operative le iniziative congiunte finanziate dall’Ue per la tecnologia in materia di nanoelettronica e sistemi integrati, la “sanità elettronica” e la ricerca di punta ad alto rischio.
Va poi ricordato che quasi il 40% degli europei non usa mai Internet, con percentuali che oscillano fra il 69% in Romania, il 65% in Bulgaria e il 62% in Grecia, da un lato, e il 13% in Danimarca e nei Paesi Bassi, dall’altro. Per incoraggiare l’uso delle nuove tecnologie on line, entro la fine del 2008 la Commissione pubblicherà una Guida sui diritti e sugli obblighi degli utenti comunitari di servizi digitali.
Altro settore da potenziare e migliorare è quello dei servizi pubblici on line: mentre in alcuni Paesi quali Austria, Repubblica Ceca, Malta e Portogallo i servizi pubblici di base per le imprese sono integralmente disponibile in rete, molto inferiore è invece la percentuale in altri come Bulgaria (15%), Polonia (25%) e Lettonia (30%). Per questo motivo, la Commissione ha annunciato per il mese di maggio il lancio di una serie di progetti su larga scala per sostenere i servizi pubblici paneuropei, come i servizi transfrontalieri di identificazione o di firma elettronica.
(Fonte: http://europa.eu/rapid)

INFORMAZIONI:
http://ec.europa.eu/i2010

 

impegno dei “Quattro motori” per la crisi israelo-palestinese

Pubblichiamo di seguito la dichiarazione siglata a Beer Sheva (Israele) il 10 aprile 2008 nel corso della missione realizzata dalle organizzazioni sindacali “Quattro Motori”, con  il sindacato israeliano  Histradrut – Regione Negev e il sindacato palestinese, Pgftu di Gerico.
 
All’incontro internazionale abbiamo posto le basi di una cooperazione tra i sindacati delle regioni  Rhône Alpes in Francia, Lombardia in Italia, Catalogna in Spagna, Negev in Israele e Gerico in Territorio Palestinese.
Il nostro appello e impegno è ad approfondire le relazioni tra le regioni e i popoli sulla base di cooperazioni sindacali, scambi di conoscenze, formazione sindacale ed altri progetti che si deciderà di realizzare.
L’azione, l’intervento dei lavoratori con i loro sindacati costituiscono una delle leve essenziali alla costruzione di una pace giusta e duratura.
Invitiamo tutti i popoli della regione a fare tutti gli sforzi necessari per favorire una pace giusta e duratura, basata sulla stabilità politica, lo sviluppo economico, sociale, la sicurezza individuale e collettiva.
Di conseguenza, condanniamo tutte le forme di violenza e di terrore da chiunque esse siano perpetrate, pregiudizievoli alla pace.
Con questa dichiarazione, adottiamo pienamente i valori di solidarietà, di esigenza di democrazia e pace sostenuti  dal movimento sindacale mondiale.
L’aspirazione alla pace è forte nelle società palestinese e israeliana,  e quest’aspirazione alla pace passa  anche dalla  giustizia sociale. Questa aspirazione passa sia attraverso una risposta al degrado spaventoso delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori palestinesi, sia  attraverso un sensibile miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori israeliani.
Non ci sarà pace senza giustizia sociale e allo stesso modo non si svilupperà mai una forte azione rivendicativa senza rivendicare il bisogno di pace.
Occorre  migliorare sensibilmente le condizioni di alloggio, le condizioni di accesso al lavoro,  il diritto all’educazione, alla formazione,  il diritto al trasporto e alla libera circolazione. Ecco gli ingredienti necessari ed essenziali per raggiungere la pace.
Troppo spesso e per troppo tempo, le iniziative per la pace in diverse regioni del mondo hanno ignorato la necessità di ottenere la pace attraverso  miglioramenti concreti delle condizioni di vita e di lavoro. Il movimento sindacale europeo può giocare un ruolo particolare, indipendente, specifico.
Ci  impegniamo a sostenere iniziative specifiche per favorire il ruolo  delle donne nella vita sindacale in Israele e Palestina.
Ci impegniamo a prendere  iniziative nei confronti di strutture sindacali, imprese, amministrazioni, per la condivisione di  questi progetti sindacali attraverso gemellaggi di imprese, di comitati di imprese, di categorie.
Ci impegniamo anche a favorire nel 2009 la realizzazione di colonie estive per bambini palestinesi e israeliani per lavorare alla pace, così tutti gli altri progetti che decideremo di realizzare.
I delegati dell’Histadrut e della Pgftu terranno incontri periodici a Beer Sheva, e se possibile a Gerico, con la partecipazione di delegati dei “Quattro Motori”.
Oggi, con questa conferenza dei sindacati “Quattro motori” ed Israele-Palestina, il movimento sindacale ha rafforzato il proprio riconoscimento, ora resta, attraverso il  lavoro, da determinarne l’efficacia.
Decidiamo di prolungare questa conferenza con un incontro in Europa nel 2009.

Meir Babayoff - HISTADRUT  Negev
Wael Natheef - PGFTU Jericho
Christine Canale - CCGT Rhône Alpes
Alain Desvignes CFE CGC Rhône Alpes
Susanna Camusso - CGIL Lombardia
Carlo Borio - CISL Lombardia
Laura Pelai - UGT Catalogne

LA MISSIONE DEI QUATTRO MOTORI IN ISRAELE E PALESTINA

La dichiarazione congiunta, riportata integralmente in questa pagina, ha concluso la missione dei sindacati europei delle regioni “Quattro motori” con il sindacato israeliano Histadrut - Regione Negev e il sindacato palesatine Pgftu di Gerico. L’incontro internazionale ha posto le basi di una cooperazione tra i sindacati Ccgt e Cfe Cgc delle regioni Rhone Alpes in Francia, Cgil e Cisl della Lombardia, Ugt della Catalogna in Spagna, Negev in Israele e Gerico in Territorio Palestinese. Invitando tutti i popoli della regione a fare gli sforzi necessari per favorire una pace giusta e duratura, le delegazioni sindacali hanno condannato tutte le forme di violenza e di terrore sottolineando che non ci sarà pace senza giustizia sociale, per cui è necessario migliorare le condizioni di alloggio, di accesso al lavoro, il diritto all’educazione, alla formazione, il diritto alla libera circolazione. In particolare, le organizzazioni firmatarie si sono impegnate a sostenere iniziative a favore del ruolo delle donne nella vita sindacale in Israele e Palestina, alla realizzazione di gemellaggi tra imprese, comitati di imprese e categorie e a favorire nel 2009 la realizzazione di colonie estive per i bambini palestinesi e israeliani. La delegazione sindacale lombarda ha sottolineato di aver firmato la dichiarazione congiunta «senza remore» e «senza la pretesa di voler insegnare a nessuno», nella convinzione che solo dalla capacità di comprendere e agire con chi vive situazioni simili si può contribuire a soluzioni di pace future, che oggi appaiono lontane.

 

FLASH

Quasi 40 milioni di occupati nelle micro imprese
Dei circa 20 milioni di imprese attive nel settore non finanziario dell’Ue, la quasi totalità (99,8%) è costituito da Piccole e medie imprese (Pmi, cioè con meno di 250 dipendenti), ma ben il 92% riguarda piccolissime imprese con meno di 10 dipendenti, le quali danno lavoro a circa 38 milioni di persone (circa il 30% degli occupati) e creano un valore aggiunto stimato in 1100 miliardi di euro (21% del totale). È quanto rileva Eurostat sulla base dei dati riferiti all’anno 2005, osservando come le percentuali più elevate di occupati nelle piccolissime imprese riguardino la Grecia (56%), l’Italia (47%), il Portogallo (43%) e Cipro (40%), mentre le più basse si registrano in Slovacchia (13%), Germania (19%), Danimarca, Lussemburgo e Romania (tutte intorno al 20%). I settori in cui sono maggiormente sviluppate questo tipo di imprese sono quelli immobiliare, alberghiero e ristorazione, vendita e riparazioni automobilistiche. Le piccole imprese, cioè con 10-49 dipendenti, impiegano invece il 21% dei lavoratori del settore non finanziario e producono il 19% del valore aggiunto, con una percentuale sul totale degli occupati che varia da un minimo del 12% in Polonia e del 16% in Estonia fino a un massimo del 26% in Spagna, Lettonia e Lituania e del 28% in Estonia. Per quanto riguarda invece le medie imprese (50-249 dipendenti), la percentuale degli occupati è del 17% sul totale e il valore aggiunto del 18%, con percentuali di occupati che variano dal 27% di Estonia e Lituania al 12% in Italia e al 10% in Grecia, mentre le grandi imprese (almeno 250 dipendenti) sono circa 40.000 nell’Ue con il 33% del totale degli occupati, una produzione del 42% del valore aggiunto e le percentuali più elevate di occupati in Slovacchia e Regno Unito (circa il 46%), le più basse a Cipro (16%), in Grecia e Portogallo (18%).
INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

male la produttività in Italia secondo l’Ocse
Tra il 2005 e il 2006 la produttività in Italia è cresciuta dell’1%, cioè meno della media dell’Ue-15 (1,7%), della media dei Paesi Ocse (1,4%) e della media dei G7 (1,3%), secondo quanto rilevato dal Factbook 2008 pubblicato dall’Ocse.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico osserva come nel periodo 2001-2006 l’Italia abbia segnato prestazioni scarse in materia di crescita della produttività, ossia della produzione per ora lavorata: una media dello 0,2% seppur con un aumento dallo 0,4% del 2005 all’1% del 2006. Un aumento, quello italiano del 2006, comunque nettamente inferiore a quelli registrati in altri Stati membri dell’Ocse quali la Slovacchia (+5,2%), la Grecia (+3,7%), l’Ungheria (+3,4%), la Corea del Sud (+3,4%).
Nel periodo 2001-2005, inoltre, l’Italia ha registrato una performance addirittura negativa (-0,5%) nella produttività multi-fattore, misurata sottraendo alla crescita della produzione la crescita del lavoro e degli investimenti in capitale. Tra gli ultimi posti dei 30 Paesi Ocse anche per quanto riguarda la crescita della produttività 2001-2005 nel solo settore manifatturiero, con una contrazione di quasi il 2%. Oltre all’Italia, solo la Spagna ha fatto registrare una diminuzione ma notevolmente più contenuta. Nei servizi il decremento di produttività italiano è stato di quasi l’1%, alla pari con il Messico (peggio solo la Slovacchia), mentre per Spagna e Portogallo il decremento è stato dello 0,5% e i Paesi più virtuosi sono stati l’Irlanda (quasi +4%), l’Ungheria e la Repubblica Ceca (circa il 3,5%). Secondo le rilevazioni dell’Ocse, l’Italia supera la media europea anche per quanto riguarda il costo del lavoro per unità di prodotto, con una crescita di circa il 2,5% nel periodo 2000-2006 contro una media della zona euro dello 0,5%.
INFORMAZIONI: http://www.oecd.org/

l’influenza delle lobby economiche
Una coalizione europea, costituita da oltre 140 gruppi e organizzazioni sociali, sindacali e del mondo accademico, ha accusato la Commissione europea di essere eccessivamente condizionata dalle lobby industriali ed economiche nelle sue iniziative legislative. Il gruppo di Ong, denominato Alter-EU, ha infatti pubblicato un Rapporto in cui osserva come molti gruppi di consulenza utilizzati dalla Commissione (ad esempio sulle biotecnologie, sulle emissioni degli autoveicoli, sul “carbone pulito”) siano controllati dall’industria. Dal 2000 il numero complessivo di questi gruppi di esperti è aumentato del 40% e oggi il numero dei consulenti supera i 50.000. Uno su otto di questi gruppi di esperti lavora ufficialmente presso la Commissione europea. Il Rapporto ha analizzato 44 gruppi di esperti in aree politicamente rilevanti, quali ambiente, energia, agricoltura, salute, consumatori, acqua e biotecnologie. In un quarto dei 44 gruppi analizzati oltre la metà dei membri è costituito da rappresentanti dell’industria, il 32% presenta membri che rappresentano «un ampio raggio di interessi» e i rimanenti gruppi sono considerati «non equilibrati». Secondo gli autori del Rapporto, questi gruppi dovrebbero lavorare per l’interesse pubblico e invece molti di loro operano per i propri interessi commerciali, mentre la Commissione europea fornisce spesso informazioni scarse sui membri e sulla stessa esistenza di tali gruppi d’esperti, mostrando scarse trasparenza e responsabilità pubblica nel processo decisionale e legislativo europeo.
INFORMAZIONI: http://www.alter-eu.org

Birmania: chieste nuove sanzioni
Diritti umani calpestati, oltre 1800 prigionieri politici e un regime opprimente: questa la situazione della Birmania in vista del referendum sulla Costituzione voluto dalla giunta militare per il 10 maggio, appuntamento bandito ai 400.000 monaci buddisti che nel 2007 si erano ribellati alla dittatura militare. Nel corso di una discussione, il Parlamento europeo ha chiesto l’applicazione di sanzioni mirate contro il regime birmano, sottolineando però la necessità di non colpire ulteriormente un Paese già fortemente provato dalla povertà. L’Europarlamento ritiene necessario un maggiore sostegno alla leader dell’opposizione politica Aun San Suu Kyi e una «strategia coerente» dell’Ue, anche nelle relazioni con i Paesi vicini quali India e Cina per influenzare il governo birmano. La Costituzione, definita dai militari «cammino verso la democrazia», prevede che il 25% dei seggi del Parlamento birmano sia riservato alle cariche militari, mentre le proposte dell’Onu per incoraggiare una transizione democratica nel Paese sono state scartate dal regime militare. Il Parlamento europeo ha quindi proposto di coinvolgere anche le aziende, per un’azione sul campo basata sulla responsabilità sociale dell’impresa, e di considerare l’opzione di un’inchiesta per far luce sulle violazioni dei diritti dell’uomo, fino a ipotizzare un coinvolgimento della Corte internazionale di giustizia.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

Tibet: auspicata posizione comune
Condanna della «brutale repressione» delle manifestazioni dei tibetani, richiesta di un’indagine dell’Onu, rilascio delle persone arrestate e ricerca di una posizione comune dell’Ue sulla partecipazione all’inaugurazione dei Giochi olimpici: queste le priorità secondo l’Europarlamento. Approvando una risoluzione sulla situazione del Tibet, il Parlamento europeo chiede anche alla Cina di aprire il Tibet alla stampa estera e rispettare gli impegni sui diritti umani e delle minoranze. Le autorità cinesi sono poi invitate a presentare un elenco delle persone detenute, a trattare queste persone conformemente al diritto internazionale in materia di diritti umani e a non ricorrere «in nessuna circostanza alla tortura». A tutti gli arrestati deve essere garantita assistenza legale e devono essere rilasciati tutti «coloro che hanno manifestato pacificamente esercitando il loro legittimo diritto alla libertà di espressione». La presidenza dell’Ue è invitata a «adoperarsi per trovare una posizione comune» tra gli Stati membri in merito alla partecipazione dei capi di Stato e di governo e dell’Alto rappresentante dell’Ue alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi olimpici, «con un eventuale rifiuto a partecipare qualora le autorità cinesi non riavviassero il dialogo» con il Dalai Lama. Il Parlamento europeo ha inoltre proposto la designazione di un inviato speciale per le questioni tibetane, allo scopo di promuovere il dialogo tra le parti e seguire da vicino i negoziati una volta che saranno ripresi.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

antidiscriminazione: proposta di direttiva limitata
Ha suscitato molte critiche l’annuncio dato dal commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimir Špidla, secondo cui la proposta di direttiva della Commissione in materia di non discriminazione extra-lavorativa riguarderà solo la disabilità. Il commissario europeo ha precisato che gli altri motivi di discriminazione previsti dall’articolo 13 del Trattato saranno “coperti” da una comunicazione, che è però un atto legislativo non vincolante. La Commissione ritiene infatti «non realistico» proporre una direttiva globale che includa tutti i motivi di discriminazione, data l’opposizione certa di alcuni Stati membri. Immediata la reazione dei principali soggetti europei impegnati nella lotta alle discriminazioni. La Confederazione europea dei sindacati (Ces), pur accogliendo con favore l’azione di lotta contro la discriminazione nei confronti dei disabili, ha espresso profonda delusione per il limitato ambito di applicazione della nuova iniziativa. La Ces aveva infatti sostenuto la necessità di avviare un’ampia iniziativa che includesse anche le discriminazioni per motivi di età, orientamento sessuale, religione, cosa che avrebbe rappresentato «un chiaro esempio della migliore regolamentazione» su cui si sta impegnando l’Ue per evitare incongruenze giuridiche e pratiche. La proposta della Commissione, inoltre, potrebbe creare problemi in situazioni di discriminazione multipla. Amnesty International ha inviato una lettera al presidente della Commissione europea, sottolineando come la discriminazione resti una delle più serie violazioni dei diritti umani in Europa. Secondo Amnesty, limitando la portata della proposta di direttiva l’Ue avrebbe un approccio frammentato ai diritti umani, non coerente coi suoi obblighi derivanti dalle legislazioni europea e internazionale. Solo lottando contro ogni forma di discriminazione, aggiunge Amnesty, l’Ue potrà impedire che queste si annidino in tutte le aree della vita quotidiana, dall’accesso all’istruzione al diritto alla casa e alla salute.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/fundamental_rights/index_en.htm

chiesti fondi e sconti fiscali per il volontariato
Le organizzazioni di volontariato dovrebbero accedere a finanziamenti sufficienti senza eccessivi adempimenti burocratici e formalità di documentazione, secondo il Parlamento europeo che chiede l’eventuale introduzione di esenzioni Iva sugli acquisti e sui beni e servizi ad esse donati. Sono oltre 100 milioni i cittadini dell’Ue che svolgono attività di volontariato. Il contributo economico degli enti senza scopo di lucro è pari, in media, al 5% del Pil e oltre un quarto di tale cifra è dovuto al tempo impiegato in attività di volontariato. Un recente studio sulle organizzazioni che si avvalgono di volontari in tutta Europa ha dimostrato che, per ogni euro speso per sostenere l’attività dei volontari, le organizzazioni hanno ricavato in media un rendimento compreso tra 3 e 8 euro.
Il Parlamento incoraggia quindi gli Stati membri e le autorità regionali e locali a riconoscere il valore del volontariato per la «promozione della coesione sociale ed economica». Li esorta a operare in partenariato con le organizzazioni del volontariato e a consultare adeguatamente il settore per sviluppare piani e strategie finalizzati al «riconoscimento, all’apprezzamento, al sostegno, all’agevolazione e all’incoraggiamento del volontariato». Anche perché, il volontariato «non ha solo un valore economico misurabile, ma può anche consentire risparmi significativi per i servizi pubblici» che, peraltro, non dovrebbe sostituire. Sottolineando la necessità di accrescere la mobilità dei volontari e di promuovere progetti transfrontalieri, l’Europarlamento ha ricordato che l’attività di volontariato «non deve prendere il posto del lavoro retribuito» e che è necessario distinguere in modo più chiaro le organizzazioni di volontariato dalle Ong, le cui attività non sono organizzate sulle stesse basi. Gli Stati membri e le autorità regionali e locali dovrebbero inoltre compiere «veri sforzi» per aiutare le organizzazioni del volontariato ad accedere a finanziamenti sufficienti e sostenibili a fini amministrativi e per progetti. Ma, ammoniscono i deputati, «senza eccessivi adempimenti burocratici e formalità di documentazione», pur mantenendo i necessari controlli sull’esborso di fondi pubblici. Il Parlamento invita quindi la Commissione europea a prendere in considerazione - insieme agli Stati membri - «i validi argomenti sociali» in favore dell’introduzione di esenzioni dall’Iva per le organizzazioni di volontariato, registrate a livello nazionale, su acquisti intesi all’esecuzione dei loro compiti nonché su beni e servizi donati loro. Raccomandando di dichiarare il 2011 Anno europeo del volontariato, gli eurodeputati sollecitano l’adozione della Carta europea del volontariato, che dovrebbe definire il ruolo delle organizzazioni di volontariato e stabilire i loro diritti e le loro responsabilità.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

 

LAVORO: GIORNATA MONDIALE SULLA SICUREZZA

Il 28 aprile si è svolta la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, istituita nel 2003 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo). Secondo l’Ilo, ogni anno nel mondo circa 2,2 milioni di lavoratori muoiono a causa di incidenti e malattie legate al lavoro, circa 270 milioni restano vittime di incidenti di lavoro non mortali e circa 160 milioni di malattie professionali, il tutto per un costo economico che equivale a circa il 4% del Prodotto mondiale lordo. In Europa, dove le organizzazioni sindacali hanno celebrato la Giornata commemorando le vittime sul lavoro, la situazione è migliore rispetto ad altre regioni mondiali ma, soprattutto in alcuni Stati membri, resta grave con oltre 4000 morti e circa 4 milioni di infortuni ogni anno. Secondo le rilevazioni Eurostat, nel decennio 1995-2005 gli infortuni mortali sono diminuiti nell’Ue-15 del 35% e del 17% quelli che comportano un’assenza di almeno quattro giorni, mentre il tasso di incidenza degli infortuni mortali è passato da 3,7 a 2,3 per 100.000 lavoratori. La situazione resta però grave in alcuni Paesi quali l’Italia, che con oltre 900 morti sul lavoro nel 2005 registra quasi un quarto di tutte le morti per incidenti sul lavoro dei 15 “vecchi” Stati membri dell’Ue. Pur essendo interessata dalla generale tendenza europea alla diminuzione degli incidenti, l’Italia presenta tuttavia una diminuzione inferiore rispetto agli altri Stati membri nel periodo 1995-2005, con un calo del 27,5% rispetto a una media europea del 35,6% e rispetto a diminuzioni del 64,8% in Grecia, del 54,4% in Germania, del 41,5% in Belgio e del 39,2% in Spagna.
In generale, le categorie di lavoratori più colpite nell’Ue sono i precari, i più anziani e gli immigrati stranieri, mentre sono in forte aumento i rischi psico-sociali e lo stress da lavoro è il secondo problema sanitario legato all’attività lavorativa in Europa: colpisce il 22% dei lavoratori nell’Ue e il 27% in Italia.

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org  - http://osha.europa.eu

 

PENA DI MORTE 2007: I DATI DI AMNESTY

Nel corso del 2007 sono state eseguite almeno 1252 condanne a morte in 24 Paesi del mondo secondo Amnesty International, ma l’88% delle esecuzioni ha riguardato solo cinque Paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Usa.
Mentre l’Arabia Saudita fa registrare il più alto numero di esecuzioni pro-capite, seguita da Iran e Libia, in termini assoluti continua a essere la Cina il primo Paese al mondo per numero di esecuzioni, nonostante la probabile diminuzione conseguente alla decisione di assegnare alla Corte suprema del popolo la revisione di tutte le condanne a morte. Le autorità cinesi continuano però a non rendere note le statistiche ufficiali, così Amnesty ha registrato almeno 470 esecuzioni nel 2007 ma segnala che la Fondazione Dui Hua, con sede negli Usa, stima che lo scorso anno siano state messe a morte addirittura 6000 persone.
Rispetto al numero di esecuzioni la Cina è seguita dall’Iran, che nel 2007 ha messo a morte almeno 317 persone, poi l’Arabia Saudita con 143 e il Pakistan con 135. Anche in questo caso, sottolinea Amnesty, le cifre sono da considerarsi minime perché mancano i dati ufficiali. Negli Usa si è invece registrato un calo significativo con 42 condanne a morte eseguite in 10 Stati.
Sempre nel corso del 2007, tre Paesi hanno messo a morte imputati minorenni al momento del reato (7 in Iran, 2 in Arabia Saudita e uno in Yemen), in violazione del diritto internazionale. Sono poi state emesse almeno 3347 condanne a morte in 51 Paesi, mentre si stimano attualmente tra i 18.311 e i 27.562 detenuti condannati a morte in attesa di esecuzione in tutto il mondo.

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.it/campagne/pena_di_morte