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Euronote 48/2007


diritti sulla Carta

steveÈ piuttosto evidente la volontà delle istituzioni europee di garantire i diritti dei cittadini nell’Ue. Si susseguono infatti le iniziative: mentre termina l’Anno europeo delle pari opportunità per tutti e sta per iniziare l’Anno europeo del dialogo interculturale, è proclamata solennemente la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Una Carta già proclamata a Nizza sette anni fa, ma che ha visto il suo destino legato al tortuoso percorso del Trattato costituzionale poi trasformato in Trattato di riforma. Comunque sia, e con tutti i difetti che contiene, la Carta dei diritti riunifica in un unico testo i diritti già previsti dalla Convenzione europea sui diritti umani e dalla legislazione dell’Ue, ma soprattutto ha uno status giuridico vincolante. Il suo scopo è infatti di assicurare che tali diritti siano rispettati dalle istituzioni e garantiti dagli Stati membri che applicano le normative europee. È noto però che la sola normativa, pur importante, non è sufficiente a far sì che i diritti siano effettivamente garantiti. Retaggi culturali, pregiudizi, scarsa sensibilità sociale e politica oppongono spesso enormi ostacoli e varie e diffuse restano le discriminazioni subite da ampie fasce di popolazione. Sono infatti noti i gravi ritardi nella parità di genere anche in vari Paesi dell’Ue (soprattutto in Italia), come sottolineato anche da un recente studio del Wordl Economic Forum, nonostante il forte impegno e di lunga durata delle istituzioni europee. L’accessibilità delle persone diversamente abili è ancora limitata, non solo per le barriere architettoniche ma per ben più gravi barriere culturali che ostacolano la piena cittadinanza e l’inserimento nel mercato del lavoro, situazione segnalata dalla Commissione nel piano d’azione 2008-2009 sulla disabilità. Il lavoro poi, con la sua crescente precarietà, i bassi livelli salariali e gli insufficienti ammortizzatori sociali, crea ansie e forti preoccupazioni per milioni di cittadini (soprattutto giovani) in molti Paesi dell’Ue, che sentono minacciato un diritto sicuramente fondamentale: quello a un futuro dignitoso. Le minoranze etniche e le varie comunità straniere che vivono nell’Ue continuano a subire gravi discriminazioni, in tutti gli ambiti della vita sociale, tanto che a leggere i vari Rapporti dell’Agenzia europea dei diritti e, prima, dell’Osservatorio europeo su razzismo e xenofobia pare piuttosto chiara l’esistenza di una cittadinanza “minore”, che vede ultimi tra gli ultimi i rom (a cui dedichiamo l’inserto di questo numero). Per far sì che i diritti non restino “sulla Carta” è dunque necessario un maggiore sforzo dell’Ue, soprattutto nel richiamare gli Stati membri a mantenere di fatto i molti impegni presi.

Kosovo: Balcani di nuovo a rischio

Non è difficile prevedere che giorni difficili attendono i Balcani. Il 28 novembre scorso, infatti, dopo tre giorni di negoziato la troika di mediazione formata da Ue, Usa e Russia ha preso atto del fallimento della trattativa sullo statuto del Kosovo, oggi provincia della Serbia a forte maggioranza albanese musulmana. Ennesimo episodio, non certo minore, della storia infinita dei Balcani e una coda all’irrisolto problema della convivenza all’interno della Serbia tra gruppi etnici in costante tensione dopo la guerra del Kosovo del 1999 e dopo in nuovi gravi incidenti del 2004. Da allora non si sono calmate le spinte secessioniste e ora tutti quei nodi vengono al pettine: anche l’Onu non potrà che constatare il mancato accordo sullo status futuro del Kosovo, per il quale i kosovari albanesi vogliono l’indipendenza dalla Serbia contraria invece ad andare oltre il riconoscimento di una pure avanzata autonomia. Le recenti elezioni in Kosovo hanno dato fiato all’ala dura del secessionismo e vi è nell’aria la proclamazione unilaterale di indipendenza, nonostante la ferma opposizione della Russia tradizionale alleata della Serbia. Ma come sempre, le vicende balcaniche hanno ricadute al di fuori di quei confini e non solo nel continente europeo.

ripercussioni a vari livelli

Coinvolta è anche la Russia, non solo per la sua “anima slava” ma anche e più ancora per il timore di altre dinamiche secessioniste nel suo sterminato territorio dalle cento etnie, dove la Cecenia potrebbe non essere l’unico focolaio a tornare ad incendiarsi. A questo si aggiunga la tensione intrattenuta dal presidente Vladimir Putin con gli Usa e in tono minore con l’Ue, accusate di voler spingere la Nato ai confini della Russia. Non è certo di buon auspicio, infatti, che in questo clima che si va surriscaldando la Russia abbia sospeso il Trattato sulle armi convenzionali in Europa in risposta alla minaccia di scudo missilistico voluto dagli Usa alle porte della Federazione russa. Naturalmente è coinvolta l’Ue, perché si tratta non solo di vicende che interessano un territorio europeo ma anche una regione con la quale sono in corso negoziati di adesione, come con la Croazia, o di accordi di associazione come nel caso della Serbia e degli altri Stati della ex Jugoslavia. Senza dimenticare che alcuni Paesi membri dell’Ue, quali Romania e Grecia, hanno più di un motivo per non incoraggiare movimenti di secessione nella regione.
Infine, non meno interessati alla questione kosovara sono gli Usa, da sempre attivi nella regione come testimoniano gli accordi di Dayton sulla Bosnia sotto la presidenza di Bill Clinton e l’intervento armato del 1999, mentre oggi sono presenti in Kosovo con la più grande base americana costruita all’estero dai tempi del Vietnam e localizzata non a caso nei pressi di importanti corridoi energetici. Non stupisce che in questo contesto gli Usa siano pronti a sostenere una dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, nonostante l’opposizione di Serbia e Russia e l’invito alla prudenza dell’Ue.

problemi per Ue e Italia

Per l’Ue, incerta e divisa come spesso accade in politica estera, si impone la ricerca di una soluzione condivisa che non accenda nuove micce nella polveriera balcanica, dove la Repubblica serba di Bosnia potrebbe saltare sull’occasione offerta dalla secessione del Kosovo per rimettere in discussione i fragili equilibri raggiunti, e che non renda più difficili di quanto già non siano i negoziati in vista dell’adesione di “tutti” i Balcani all’Unione europea.
Per l’Italia, che in Kosovo ha duemila militari e prospettive di una presenza importante nella costruzione di assetti democratici e di promozione della legalità in una regione ad alto tasso di criminalità, vi è l’esigenza di una soluzione se non proprio condivisa almeno non traumatica. Una soluzione da ricercare nella sede naturale dell’Onu, dove il nostro Paese ha da poco assunto la presidenza del Consiglio di Sicurezza e dove il tema caldo dell’indipendenza del Kosovo dovrebbe essere affrontato il 19 dicembre.
Si moltiplicano però gli allarmi: gli Usa parlano di «pace in bilico» e Putin, alle prese con la sua auto-successione, fa la voce grossa. L’Ue, malgrado le sue incertezze, non può certo chiamarsi fuori: ne va del suo ruolo nel mondo, a cominciare dal suo territorio europeo, del suo impegno a proseguire nel processo di integrazione europea e della sua vocazione a costruire una società multietnica che è ormai il suo destino. (Franco Chittolina)

IL FALLIMENTO DEL NEGOZIATO

«Purtroppo le parti non sono riuscite a raggiungere un accordo sullo statuto del Kosovo», ha dichiarato al termine dei colloqui di Baden (Vienna) Wolfgang Ischinger, il rappresentante dell’Ue nella troika di mediazione costituita anche da rappresentanti di Usa e Russia. Durante i colloqui non è stato dunque possibile raggiungere un compromesso tra le parti. L’indipendenza è infatti fuori discussione per la Serbia, pronta «a difendere i suoi legittimi interessi e la sua integrità territoriale», come dichiarato prima della riunione dal presidente Boris Tadic: «Vogliamo un compromesso accettabile per ambedue le parti, non solo per i kosovari, altrimenti si rischia l’instabilità nell’intera regione». Sulla stessa linea il premier serbo Vojislav Kostunica: «La Serbia è uno stato libero, democratico, riconosciuto internazionalmente; non permetteremo che ci venga portato via anche un solo centimetro di territorio». Il futuro premier kosovaro, Hashim Thaci, aveva invece affermato prima dell’incontro di Baden: «Siamo pronti a dichiarare l’indipendenza e speriamo che la comunità internazionale, gli Usa e l’Ue siano pronti a riconoscerci come Stato indipendente». Il diplomatico tedesco Ischinger ha specificato che «la Conferenza di Baden significa la fine dei colloqui diretti», ricordando che il mandato della troika termina il 10 dicembre con la presentazione di un Rapporto finale sui negoziati al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/serbia/kosovo/index_en.htm

concluso l'anno delle pari opportunità per tutti


Si è concluso l’Anno europeo delle pari opportunità per tutti, che attraverso un migliaio di attività diverse in 30 Paesi ha cercato di sensibilizzare i cittadini sul diritto a vivere senza discriminazioni determinate da sesso, origine etnica, razza, handicap, orientamento sessuale, religione o convinzioni personali. L’Anno europeo aveva lo scopo di attirare l’attenzione dei cittadini sui vantaggi della diversità, intesa come risorsa e non come problema. Si era aperto ufficialmente il 30 gennaio 2007 a Berlino con l’Equality Summit & Opening Conference, iniziativa congiunta della Commissione europea e dell’allora presidenza tedesca dell’Ue, esattamente dieci anni dopo l’Anno europeo contro il razzismo e l’introduzione, nel Trattato dell’Ue, dell’articolo 13, che vieta ogni forma di discriminazione.

un anno di iniziative
Diritti, rappresentatività, riconoscimento e rispetto sono state le parole d’ordine dell’Anno, che ha stanziato 15 i milioni di euro per finanziare le varie iniziative. Delle circa 1000 attività svolte a livello locale, regionale e nazionale, circa la metà sono state cofinanziate dalla Commissione europea e hanno compreso 47 diversi programmi di formazione antidiscriminazione, 31 studi o indagini e 21 concorsi. In Austria e Belgio sono state condotte campagne pubblicitarie mentre in Francia e Cipro si è colta l’occasione di importanti festival musicali e giovanili per far passare il messaggio della diversità. In Slovenia, persone vittime di discriminazione hanno visitato le scuole per far conoscere le loro esperienze, mentre in Lituania l’ufficio per le pari opportunità è stato selezionato per un premio televisivo nazionale in base alle attività svolte durante l’Anno europeo. Si è poi svolta la tournée europea del “camion antidiscriminazione”, che in 99 fermate lungo i 72 mila chilometri percorsi ha attirato mezzo milione di visitatori, mentre il partenariato con il concorso canoro Eurovisione ha consentito di diffondere il messaggio della campagna a 100 milioni di telespettatori europei.
All’Anno europeo delle pari opportunità farà seguito nel 2008 un’iniziativa della Commissione relativa alla discriminazione fuori del posto di lavoro, mentre le migliori proposte emerse nel 2007 saranno valorizzate nel nuovo programma Progress.

resta molto da fare
Vari studi mostrano però come, nonostante le buone intenzioni, le pari opportunità per tutti nell’Ue siano ancora in molti casi un obiettivo da raggiungere (si veda a proposito l’inserto di questo numero). Troppo spesso, infatti, si ritiene che la parità significhi semplicemente che tutti gli individui debbano essere trattati allo stesso modo, indipendentemente da sesso, appartenenza etnica, ecc. Un trattamento identico porterebbe a una “parità formale”, ma potrebbe non essere sufficiente per ottenere una parità nella pratica. Per realizzare concretamente la parità, sono necessarie misure compensative per combattere gli effetti della discriminazione passata, oltre che di quella attuale. La vera sfida consiste nel rapportarsi con una società dove ci sono molti più pregiudizi che persecutori, e dove le vittime sono spesso inconsapevoli del fatto che le proprie difficoltà sociali sono il risultato di discriminazioni. Il primo passo consiste nel rendere visibile l’invisibile, ossia cercare indicatori che rivelino i processi discriminatori senza attendere passivamente una reazione delle potenziali vittime. La legislazione rappresenta certo un utile strumento nella lotta contro la discriminazione, ma per cambiare atteggiamenti e comportamenti è necessario uno sforzo continuo, che sostenga la normativa con misure concrete da attuare ben oltre il pur importante Anno europeo.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/eyeq/index.cfm?language=IT

APPROVATA LA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI

La Carta dei diritti fondamentali dell’Ue è stata approvata il 29 novembre scorso dal Parlamento europeo, che ha dato mandato al suo presidente di proclamarla solennemente, prima della firma del Trattato di riforma, insieme ai presidenti di Consiglio e Commissione, cerimonia prevista per il 12 dicembre a Strasburgo. La Carta dei diritti fondamentali è stata approvata con 534 voti favorevoli, 85 contrari e 21 astensioni, insieme ad essa è stato approvato anche un emendamento che esorta Polonia e Regno Unito a fare ogni sforzo per giungere, dopo tutti gli altri Stati membri, a un consenso sull’applicabilità illimitata della Carta.
Il Regno Unito beneficia infatti di un protocollo speciale sull’applicazione, secondo cui i poteri della Carta non possono essere estesi ai tribunali, britannici o europei, che colpiscono la legislazione britannica e non possono creare alcun nuovo diritto processabile nel Regno Unito: ad esempio, non possono essere istituiti diritti sociali o economici maggiori di quelli già previsti dalla legislazione britannica. Tale protocollo speciale è stato ottenuto anche dalla Polonia.
La Carta dei diritti fondamentali riunifica tutti i diritti già previsti per i cittadini dell’Ue, contenuti nella Convenzione europea sui diritti umani e nella legislazione europea. Il suo scopo è di assicurare che le istituzioni europee rispettino tali diritti, affermandone l’esistenza, e che gli Stati membri li applichino quando ratificano la legislazione dell’Ue.
La relazione approvata dall’Aula europarlamentare ricorda che già nel novembre 2000 il Parlamento aveva approvato il progetto di Carta dei diritti fondamentali, proclamata a Nizza il successivo mese di dicembre dai capi di Stato e di governo. Rammenta inoltre che il Parlamento europeo aveva già accettato le modifiche apportate alla Carta nel settembre 2003, aveva valutato l’esito dei lavori della Convenzione sul futuro dell’Europa e, nel gennaio 2005, aveva approvato il Trattato costituzionale redatto dalla Conferenza intergovernativa (Cig). L’Europarlamento ha sottolineato poi che, fornendo il suo parere sulla convocazione della Cig del 2007, «ha protetto lo status giuridico vincolante della Carta dei diritti fondamentali». INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

direttiva europea sulle armi “leggere”

Condizioni più rigorose per acquistare e detenere armi da fuoco, un rigido regime di marcatura delle armi e un archivio informatico che permetteranno di rintracciare tutte le armi e i loro proprietari: questi i contenuti principali di una direttiva approvata dal Parlamento europeo lo scorso 29 novembre. Gli Stati membri dovranno poi vigilare attentamente sui rivenditori e sulle compravendite on line, procedere a un migliore scambio di informazioni e stabilire le sanzioni appropriate in caso di violazioni. Dopo la recente strage avvenuta in Finlandia, nel liceo Jokela di Tuusula (7 novembre), l’Europa si è resa conto che il problema della diffusione di armi leggere non riguarda solo gli Usa (dove simili fatti criminosi sono frequenti), ma che in un mondo digitale senza confini anche le armi circolano senza controlli e limiti. Per questo, nonché per aggiornare una normativa europea ferma al 1991 e adattarla alle disposizioni contenute nel protocollo dell’Onu contro la fabbricazione e il traffico illecito di armi da fuoco (del 2001), la nuova direttiva approvata introduce norme più severe nell’acquisto di armi, anche sul web, un controllo mirato per il traffico di armi e la possibilità di risalire a proprietario, modello, calibro e numero di serie di ogni arma.

Gli Stati membri dovranno infatti istituire, entro il 2014, un archivio di dati «computerizzato» in cui sia contenuta ogni informazione necessaria relativa a ciascuna arma e sia accessibile alle autorità competenti. Tale archivio registrerà e conserverà «per non meno di 20 anni» (invece dei dieci anni proposti dalla Commissione europea) tutte le caratteristiche delle armi in circolazione nonché i nomi e gli indirizzi del fornitore e dell’acquirente o del possessore dell’arma. A tale proposito, pur accogliendo favorevolmente la direttiva, la Rete Italiana per il Disarmo osserva che solo le nuove armi acquistate dovranno confluire in questo particolare registro: «Se un possessore di pistola non è attualmente obbligato a dichiararla, non sarà soggetto a nessun obbligo in tal senso. Un problema non da poco, soprattutto in alcuni Paesi dell’Ue che non dispongono attualmente di meccanismi di controllo avanzati». È previsto inoltre un controllo supplementare per le armi “modificate”, in aumento in tutta Europa, e una maggior importanza per il porto d’armi europeo.

La direttiva non si applica all’acquisizione e alla detenzione, conformemente alle legislazioni nazionali, di armi e munizioni da parte delle forze armate, della polizia o dei servizi pubblici, dei collezionisti e degli organismi a carattere culturale e storico in materia di armi. Così come non si applica neanche ai trasferimenti commerciali di armi e munizioni da guerra e non pregiudica l’applicazione delle disposizioni nazionali relative al porto d’armi o relative alla regolamentazione della caccia e del tiro sportivo. Gli Stati membri avranno la possibilità di imporre regole più rigide di quelle richieste dalla direttiva europea, mentre la nuova normativa dovrebbe entrare in vigore dal prossimo gennaio, per poi essere applicata nelle leggi nazionali entro il 2010.

Gli Stati membri dell’Ue sono dunque chiamati a stabilire sanzioni «effettive, proporzionate e dissuasive» da infliggere in caso di infrazione e adottare ogni misura necessaria per assicurare l’esecuzione della direttiva. La Commissione europea dovrà invece presentare una Relazione sull’applicazione della direttiva entro cinque anni dalla sua trasposizione nel diritto nazionale, entro due anni uno studio sulla commercializzazione di «repliche di armi» (per determinare se includerle nel campo d’applicazione), mentre uno studio dovrà poi valutare l’opportunità di semplificare la classificazione delle armi riducendo da quattro a due le categorie previste: proibite e soggette ad autorizzazione.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

ARMAMENTI CONVENZIONALI: SFIDA DELLA RUSSIA

Nonostante i tentativi di dissuasione da parte di Ue, Usa e Nato, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato a fine novembre il decreto che sospende la partecipazione della Russia al Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa (Cfe), considerato centrale per la sicurezza europea. Il provvedimento era stato adottato dalla Camera bassa del Parlamento russo (Duma) il 7 novembre scorso e approvato il 16 novembre dal Consiglio della Federazione (Camera alta). La decisione della Russia di uscire dal Cfe, atto che segna un incremento della politica aggressiva verso l’Occidente in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali, è stata giustificata dalle autorità russe con accuse rivolte ai membri della Nato per non aver voluto accettare una versione emendata del Trattato.
Il Cfe sulla riduzione degli armamenti convenzionali in Europa (carri armati, artiglieria, mezzi blindati, aerei da combattimento e elicotteri di attacco), fu firmato il 19 novembre 1990 a Parigi dai Paesi della Nato e dell’allora Patto di Varsavia. In seguito alla dissoluzione del Patto di Varsavia, il Trattato è poi stato più volte riformato fino alla versione definitiva del 1999, che stabiliva nuovi tetti per ogni Paese firmatario e non più sulla base dei due blocchi. L’accordo del 1999, ratificato solo da Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan, fu poi firmato anche dalla Russia nel 2004, ma il 26 aprile 2007 Putin aveva annunciato una moratoria russa sull’applicazione del Cfe, finché «tutti i Paesi non ratificano il Trattato e non iniziano ad applicarlo». Dopo la firma del decreto, che stabilisce l’uscita della Russia dal Cfe il 12 dicembre, il presidente russo ha dichiarato che la Russia potrebbe anche rientrare, ma solo se dopo una piena e totale applicazione da parte di tutti i Paesi membri della Nato: «La Russia non può continuare a rispettare unilateralmente quegli accordi, perché minacciano la nostra sicurezza» ha detto Putin.

INFORMAZIONI: http://www.europa.eu/pol/cfsp/index_it.htm

cambiamenti climatici: l'Ue chiede più impegno

In preparazione della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici la Commissione europea ha pubblicato la sua Relazione annuale sugli obiettivi di Kyoto, in cui rileva che l’Ue sta progredendo nella riduzione dei gas serra, ma che servono altre urgenti iniziative per mantenere gli impegni presi.

Dalle ultime proiezioni fornite dagli Stati membri, infatti, emerge che i provvedimenti già in atto, uniti all’acquisto di crediti di emissione da Paesi terzi e alle attività di forestazione che assorbono carbonio dall’atmosfera, serviranno a ridurre le emissioni nei “vecchi” 15 Stati dell’Ue del 7,4% entro il 2010 rispetto ai valori dell’anno scelto come riferimento (il cosiddetto anno base che è il 1990). Così facendo, sostiene la Commissione europea, l’obiettivo da raggiungere per il 2012 (-8%) «sarà a portata di mano». Inoltre, le politiche e le misure supplementari attualmente al vaglio dell’Ue e degli Stati membri dovrebbero permettere di conseguire il traguardo e addirittura di abbattere le emissioni dell’11,4%, ma per questo «dovranno essere attuate tempestivamente e nella loro interezza».

le proiezioni per il 2010

Come era stato annunciato nel giugno scorso, le emissioni di gas serra dell’Ue a 15 Stati nell’ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi, cioè il 2005, erano inferiori del 2% rispetto ai livelli dell’anno di riferimento (1990). Un dato decisamente in controtendenza se correlato a una crescita economica aumentata del 35% nello stesso periodo. Per l’Ue a 25, nel 2005 le emissioni sono diminuite dell’11% rispetto all’anno di riferimento. In base a questi dati, le proiezioni degli Stati membri mostrano che le politiche e le misure già in atto dovrebbero quindi portare a un abbattimento delle emissioni dell’Ue-15 del 4% entro il 2010, anno intermedio del periodo 2008-2012 che conduce al termine previsto dagli accordi di Kyoto. Dieci Stati membri dell’Ue-15 intendono poi acquistare crediti derivanti da progetti di abbattimento delle emissioni realizzati in Paesi terzi, come previsto dai meccanismi del protocollo di Kyoto: iniziative che dovrebbero permettere una diminuzione delle emissioni di un altro 2,5%, portando così l’abbattimento complessivo al 6,5%. Le previste attività di afforestazione e riforestazione, che servono a creare i cosiddetti pozzi di assorbimento dell’anidride carbonica dall’atmosfera, dovrebbero ridurre ulteriormente le emissioni di uno 0,9% portandole a -7,4%, cioè appena lo 0,6% in meno rispetto all’obiettivo fissato a Kyoto. Se le politiche e le misure supplementari oggi in discussione saranno messe in atto al più presto e realizzate integralmente, dunque, sarà possibile raggiungere senza grandi difficoltà l’obiettivo finale, osserva la Commissione europea, situazione che potrebbe condurre a una riduzione complessiva delle emissioni addirittura all’11,4%.

necessari interventi supplementari

Sono però necessarie politiche e misure supplementari. Quelle attualmente al vaglio dell’Ue e che potrebbero servire a onorare l’impegno di Kyoto si basano sulle proposte della Commissione, che prevedono ad esempio di inserire le emissioni del settore aereo nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione (Ets) a partire dal 2011 e di ridurre del 10% le emissioni di gas serra prodotte dai carburanti utilizzati per i trasporti nel periodo compreso tra il 2011 e il 2020. Entrambe le proposte sono all’esame del Consiglio e del Parlamento europeo, nell’ambito della procedura di codecisione.

Un contributo importante al conseguimento dell’obiettivo dell’8% dell’Ue-15 verrà poi dalle decisioni della Commissione di tagliare le quote assegnate agli impianti da molti Stati membri nell’ambito dei Piani nazionali di assegnazione (i cosiddetti Pna) per il secondo periodo di scambio contemplato dal sistema Ets comunitario. Rispetto ai livelli di emissione dell’anno di riferimento, le decisioni taglieranno le emissioni dell’Ue-15 del 3,4% e quelle dell’Ue-25 del 2,6% (i dati relativi a Bulgaria e Romania non sono stati ancora sottoposti a verifica indipendente data la recente adesione all’Ue dei due Paesi). Una parte di questa riduzione è già presa in considerazione nelle previsioni di alcuni Stati membri.

La Relazione sui progressi realizzati finora evidenzia che tutti i 25 Stati membri dell’Ue (tranne appunto Bulgaria e Romania) sono in grado di conseguire i rispettivi obiettivi di Kyoto e quelli che per il momento presentano delle difficoltà hanno di recente individuato le azioni supplementari necessarie o stanno per farlo. Per abbattere le emissioni in modo efficace e tempestivo, nota la Commissione, tutti questi provvedimenti dovranno tuttavia essere introdotti e messi in atto rapidamente.

gli obiettivi per il 2020

Nel corso del Consiglio europeo di primavera del marzo 2007, i capi di Stato e di governo dell’Ue si sono impegnati a ridurre le emissioni dell’Ue del 30% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 se altri Paesi sviluppati accetteranno di assumersi impegni analoghi. In ogni caso, i leader europei hanno comunque concordato l’impegno di ridurre le emissioni dell’Ue di almeno il 20% nello stesso periodo e hanno pertanto approvato il pacchetto di iniziative sull’energia e i cambiamenti climatici che la Commissione aveva presentato nel gennaio 2007 come base di partenza per realizzare questo obiettivo.

Dalle ultime proiezioni si deduce che gli obiettivi fissati per il 2020 potranno essere raggiunti solo se la diminuzione delle emissioni nell’Ue seguirà un andamento più deciso dopo il 2012. Per questo l’Ue e gli Stati membri dovranno mettere in atto al più presto le politiche e le misure definite nel pacchetto “Energia e clima”. Per l’inizio del 2008 la Commissione ha già previsto di proporre una serie di iniziative prioritarie utili a questo scopo.

impegni internazionali nel dopo-Kyoto

C’è poi tutto il discusso capitolo relativo agli accordi internazionali per gli anni successivi al 2012, di cui si occupa la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in corso a Bali, in Indonesia, dal 3 al 14 dicembre. La recente valutazione scientifica presentata dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) è «allarmante», come sottolineato dal commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, il quale ha indicato la linea europea da seguire a Bali: «L’unica risposta responsabile è impegnarsi di più a livello mondiale per limitare le emissioni di gas serra. Per questo a Bali è necessario decidere il varo dei negoziati su un accordo mondiale sul clima che sia esauriente e ambizioso e stabilire una tabella di marcia che ne definisca gli elementi principali. La Conferenza dovrà inoltre fissare alla fine del 2009 la data limite per la durata dei negoziati».

La posizione dell’Ue, approvata dal Consiglio dei ministri dell’Ambiente il 30 ottobre scorso, propone che l’accordo sul clima post-Kyoto comprenda almeno otto elementi principali: limitazione del surriscaldamento del pianeta a 2ºC al di sopra della temperatura dell’era pre-industriale, con una stabilizzazione delle emissioni nei prossimi 15 anni e un dimezzamento entro il 2050; riduzioni delle emissioni vincolanti e più consistenti in termini assoluti per i Paesi industrializzati, del 30% entro il 2020 e del 60-80% entro il 2050; contributi equi ed efficaci da parte di altri Paesi; potenziamento e ampliamento del mercato globale del carbonio, anche attraverso meccanismi flessibili innovativi e rafforzati; miglioramento della cooperazione per la ricerca, lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie pulite necessarie per abbattere le emissioni; maggiore impegno a favore dell’adattamento ai cambiamenti climatici; inserimento dei settori aereo e marittimo nel sistema di scambio delle quote di emissione; abbattimento delle emissioni conseguenti alla deforestazione, attività che contribuisce fino al 20% delle emissioni planetarie di anidride carbonica.

INFORMAZIONI: http://unfccc.int/meetings/cop_13/items/4049.php;
http://ec.europa.eu/environment/climat/future_action.htm

tabella 1

ancora troppe barriere per le persone con handicap

In occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, celebrata il 3 dicembre scorso, l’Ue ha affermato l’importanza dell’accessibilità, sottolineando che il mercato interno deve diventare una realtà per tutti i cittadini, quindi anche per i circa 50 milioni di persone che nell’Ue hanno problemi cronici di salute o disabilità, che rappresentano almeno il 16% della popolazione europea in età lavorativa.
«L’accessibilità a beni, servizi e infrastrutture è una precondizione per il pieno godimento dei diritti fondamentali delle persone con disabilità. Inoltre, con l’aumento della disabilità legato all’invecchiamento della popolazione, crescerà anche il mercato di prodotti, servizi e infrastrutture accessibili» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla. La Commissione europea ha poi presentato una comunicazione contenente le nuove priorità per il 2008-2009 nell’ambito del piano d’azione europeo sulla disabilità nell’Ue. La questione centrale della comunicazione riguarda proprio l’accessibilità: di beni, servizi, infrastrutture, trasporti, nuove tecnologie, edilizia, ma anche accessibilità del mercato del lavoro attraverso la flexicurity e l’inserimento lavorativo delle persone con handicap. Dall’analisi della Commissione, infatti, emerge la forte correlazione tra disabilità e invecchiamento demografico, così come il fatto che le persone con disabilità continuano a essere «sproporzionatamente escluse» dal mercato del lavoro, con una situazione peggiore per quanto concerne le donne con handicap. Le persone con problemi intellettivi o di apprendimento, poi, hanno ancor meno possibilità di trovare un lavoro rispetto a quelle con disabilità fisica.

un decimo della popolazione mondiale

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo), le persone con disabilità sono 650 milioni in tutto il mondo, circa 470 milioni delle quali in età lavorativa, e l’80% vive nei Paesi in via di sviluppo. In pratica, una persona su dieci nel mondo ha qualche forma di handicap o disabilità.

Il tema scelto per la Giornata 2007 è stato il lavoro, con lo slogan “Un lavoro decente per le persone disabili”. Attualmente è ancora molto diffusa l’emarginazione delle persone con handicap dal mondo del lavoro, questo perché «la loro assunzione è percepita in maniera negativa. Si ritiene pregiudizialmente che le persone con disabilità non sono impiegati validi e affidabili» osserva Edoardo Bellando, membro della sezione Sviluppo nel dipartimento Informazione delle Nazioni Unite. È infatti necessario superare il pregiudizio secondo cui le persone con disabilità non possono lavorare, migliorando il sistema degli inserimenti mirati, è affermare il concetto della “diversabilità”. «È un diritto di ogni persona avere opportunità di impieghi in attività produttive, in condizioni di libertà, equità, sicurezza e dignità umana» si legge nel messaggio del segretario generale dell’Onu in occasione della Giornata, che continua sottolineando l’importanza di «riaffermare uguali opportunità per tutti, la piena partecipazione delle persone disabili nella vita della comunità».

emarginazione dal mondo del lavoro

Dall’analisi dell’Ilo emerge però una situazione mondiale di grande emarginazione dal mondo del lavoro, cosa che oltre alla grave discriminazione che comporta provoca una perdita annua del Prodotto mondiale lordo stimata nell’ordine di 1370-1940 miliardi di dollari: «Dare un lavoro dignitoso alle persone disabili ha un valore non solo sociale, ma anche economico» sostiene l’Ilo. In generale, le persone con disabilità presentano tassi di disoccupazione molto più elevati; quando lavorano lo fanno prevalentemente a livelli inferiori e con basse retribuzioni; affrontano problemi di accesso fisico al posto di lavoro e ai trasporti; rischiano di perdere il diritto all’assegno di invalidità quando intraprendono un nuovo lavoro; possono essere oggetto di pregiudizi da parte di colleghi, datori di lavoro e dell’ambiente lavorativo in generale. «È necessario un maggiore impegno per eliminare del tutto le barriere che ancora impediscono a milioni di persone di lavorare e contribuire allo sviluppo economico e sociale», sottolinea l’Ilo che evidenzia come sia necessario un impegno sostanziale e costante, non solo per favorire l’inserimento delle persone diversamente abili nel mercato del lavoro, nello sviluppo rurale e nei programmi di riduzione di povertà, ma anche per realizzare gli obiettivi del Millennio che mirano a dimezzare la povertà mondiale entro il 2015.

INFORMAZIONI: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/site/en/com/2007/com2007_0738en01.pdf

IN ITALIA LAVORA SOLO IL 3,5%

Il diritto al lavoro delle persone con disabilità resta un problema anche in Italia. Secondo dati Isfol, solo il 3,5% dei cittadini disabili sono occupati, contro la media del 49% della popolazione nazionale. Nella fascia di età 15-44 anni, la popolazione attiva tra i disabili è del 18,4% contro il 62,5% della media nazionale. La legge n. 68/99 ha istituito servizi di collocamento mirato per i disabili nei Centri pubblici per l’impiego (Cpi). Ma, sempre secondo l’Isfol, il 44,5% dei Cip non ha ancora attivato i servizi, otto anni dopo la legge, mentre il 34,8% presenta barriere architettoniche che precludono l’accesso di molti lavoratori disabili. Colpisce il dato secondo cui il 48,6% dei disabili iscritti alle liste speciali di collocamento non si dichiara disponibile a lavorare, ma si tratta di un dato corrotto: molti anziani poveri, portatori di una lieve disabilità, si iscrivono infatti al collocamento perché è obbligatorio per avere l’assegno mensile di 220 euro. Una pratica destinata a terminare, dato che il Protocollo sul welfare prevede che non sarà più necessario iscriversi al collocamento per riscuotere l’indennità. La Federazione italiana superamento handicap (Fish) denuncia invece il comportamento delle aziende italiane rispetto all’inserimento lavorativo delle persone con handicap: circa la metà delle imprese obbligate dalla legge n. 68 ad assumere un numero minimo di lavoratori disabili, infatti, ricorre al pagamento delle penali per esserne esonerate.

(Fonte: http://www.redattoresociale.it)

relazione annuale sull’occupazione nell’Ue

E' stata pubblicata il 23 ottobre scorso la Relazione annuale sull’occupazione nell’Ue, che evidenzia l’aumento dei posti di lavoro (circa 4 milioni nel 2006) ma anche la necessità di sviluppare politiche dell’occupazione e della formazione più integrate, per accrescere la sicurezza dei lavoratori. La Relazione della Commissione europea esamina le tendenze strutturali del mercato del lavoro ed evidenzia che politiche globali e ben articolare in importanti ambiti prioritari possono effettivamente migliorare i risultati socioeconomici negli Stati membri dell’Ue.

bene per gli anziani, male per i giovani

I progressi verso l’obiettivo complessivo di un tasso d’occupazione del 70%, nonché verso gli obiettivi di un tasso d’occupazione femminile pari al 60% e dei lavoratori anziani pari al 50%, sono stati i più pronunciati dal 2000. Nel 2006, il tasso d’occupazione complessivo, quello femminile e quello dei lavoratori anziani hanno raggiunto rispettivamente il 64,3%, il 57,1% e il 43,6%. Malgrado questi progressi, appare sempre più impegnativo per l’Ue raggiungere l’obiettivo relativo al tasso d’occupazione complessivo e quello per i lavoratori anziani entro i prossimi quattro anni, mentre sembra raggiungibile quello relativo al tasso d’occupazione femminile. Le strategie di invecchiamento attivo iniziano comunque a produrre risultati: il tasso di occupazione delle persone tra i 55 e i 64 anni di età ha raggiunto il 43,6% nel 2006 rispetto al 36% del 2000. Gran parte dell’espansione di questa occupazione si è concentrata in settori e mansioni caratterizzate da qualifiche relativamente elevate e ad alta intensità di conoscenze, osserva la Commissione. Danimarca, Finlandia e Svezia offrono gli esempi più validi di politiche per l’invecchiamento attivo. Restano invece molte difficoltà a integrare efficacemente i giovani nel mercato del lavoro, così il tasso medio di disoccupazione giovanile rimane estremamente elevato (17,4% nel 2006), sia in termini assoluti sia rispetto ai valori relativi agli adulti.

flessicurezza e formazione permanente

L’analisi mostra come un’impostazione politica di tipo strategico e integrato nei confronti dei settori prioritari fondamentali, come la flessicurezza e un approccio al lavoro basato sul ciclo della vita attiva, possa incidere sul rendimento del mercato del lavoro negli Stati membri, il che vale sia per i lavoratori giovani che per quelli anziani. «Efficaci strategie di flessicurezza richiedono un’appropriata combinazione di entrambi questi elementi», rileva però la Commissione, lasciando spazio a soluzioni in linea con le preferenze nazionali. Per aiutare i lavoratori ad adattarsi a condizioni «in rapido mutamento», secondo la Relazione è essenziale migliorare le prospettive di carriera, in particolare aprendo l’accesso a diverse forme di apprendimento permanente che rimane un elemento necessario di politiche valide in questo campo. Il crescente fabbisogno di formazione permanente e la necessità di assicurare una valida offerta formativa in modo efficace ed equo sono problemi avvertiti soprattutto dai lavoratori anziani, da quelli che hanno livelli d’istruzione più bassi e da coloro che hanno posti di lavoro scarsamente retribuiti o precari. Secondo la Commissione, quindi, «politiche pubbliche adeguatamente concepite possono contribuire a porre rimedio ad alcune di queste situazioni».

verso gli obiettivi di Lisbona

La Relazione esamina anche il tema degli sviluppi della quota del reddito da lavoro nell’Ue e suggerisce alcune risposte politiche volte a mitigarne i possibili effetti negativi. Nel complesso, le conclusioni della Relazione appoggiano l’orientamento generale delle principali iniziative politiche a livello di Ue nel quadro dell’agenda di Lisbona rinnovata. Il migliore clima economico del 2006, ammonisce perà la Commissione, non dovrebbe distogliere l’attenzione dall’urgenza di continuare la riforma del mercato del lavoro. Al contrario, questo miglioramento congiunturale dovrebbe rappresentare un’occasione per pianificare e realizzare i cambiamenti strutturali necessari per arrivare a una svolta in direzione dei grandi obiettivi di Lisbona consistenti in piena occupazione, qualità e produttività del lavoro, coesione sociale e territoriale.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/employment_analysis/employ_2007_en.htm

LE CONCLUSIONI PRINCIPALI DELLA RELAZIONE 2007

• La ripresa dei mercati del lavoro dell’Ue nel 2006 ha portato a un aumento netto dell’occupazione di oltre 4 milioni di unità - il risultato migliore dal 2000; l’occupazione è aumentata in tutti e 27 gli Stati membri.
• La disoccupazione giovanile, che supera il 17% a livello di Ue, continua a essere il problema principale, insieme alle difficoltà nell’integrare efficacemente i giovani nel mercato del lavoro.
• I risultati per l’occupazione dei lavoratori anziani sono più incoraggianti: il tasso d’occupazione è salito del 7% rispetto al 2000; gli approcci integrati all’invecchiamento attivo sono quelli che danno i migliori risultati.
• Le forme avanzate di lavoro flessibile sono un elemento importante per il successo dei sistemi di flessicurezza e risultano cruciali per l’apprendimento e l’innovazione.
• Le inefficienze che rimangono nell’accesso alla formazione professionale continua (Cvt) finanziata dalle imprese e le ineguaglianze di tale accesso mostrano che si possono ancora migliorare gli interventi pubblici in questo settore; politiche ben concepite possono aiutare ad aumentare l’efficienza nell’offerta di Cvt, garantendo sia gli investimenti in formazione sia i benefici da essa recati, garantendo allo stesso tempo una partecipazione più attiva delle persone che più ne hanno bisogno.
• Gli sviluppi della quota del reddito da lavoro sono determinati dalle interazioni fra il progresso tecnologico, le istituzioni del mercato del lavoro e altri fattori quali l’apertura al commercio; fattori che hanno spesso un effetto variabile sulla quota del reddito delle diverse categorie professionali.

Tabella 2

il consumo di droghe nell’Ue

Stabilizzazione dell’uso di cannabis, aumento preoccupante del consumo di cocaina e sequestri record della sostanza in tutta Europa, resta elevato il numero di decessi sempre più causati da mix di varie sostanze: è quanto emerge dalla Relazione annuale sulle tendenze europee del fenomeno. Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt-Emcdda), dopo oltre un decennio di crescita del consumo di stupefacenti «per l’Europa potrebbe iniziare ora una fase di maggiore stabilità». Infatti, si rilevano segnali che il consumo di eroina e l’assunzione di stupefacenti per via parenterale sono generalmente meno diffusi, mentre gli ultimi dati suggeriscono una stabilizzazione dei livelli di consumo di cannabis dopo un prolungato periodo di crescita. «Questi dati incoraggianti sono tuttavia oscurati da percentuali elevate di decessi correlati al consumo di stupefacenti e dall’aumento del consumo di cocaina» sottolinea l’Osservatorio.

in aumento l’uso di cocaina

L’uso di cannabis nei Paesi dell’Ue è piuttosto stabile e si riscontrano segnali di attenuazione della popolarità della sostanza tra i giovani. Resta però invariato il consumo intensivo, che desta timori per la salute: si stima che almeno 3 milioni di persone facciano uso di cannabis con frequenza quotidiana o quasi, mentre circa 23 milioni l’anno provata nell’ultimo anno. Il consumo riguarda in media il 13% dei giovani europei (15-34 anni), con le percentuali più elevate registrate in Spagna, Repubblica Ceca, Francia, Italia e Regno Unito. L’Italia è tra i pochi Paesi dove si rileva un aumento del consumo tra i giovani adulti.
Grave invece la situazione della cocaina, con stime sul consumo in continua ascesa: almeno 4,5 milioni di cittadini dell’Ue riferiscono di averne fatto uso nell’ultimo anno. Nonostante le differenze sostanziali tra un Paese e l’altro, la cocaina è la sostanza stimolante d’elezione in Europa e la sostanza illecita più consumata dopo la cannabis, prima dell’ecstasy e delle anfetamine. L’Osservatorio europeo stima che circa 12 milioni di europei (il 4% degli adulti) ha provato la cocaina almeno una volta nella vita, circa 2 milioni l’hanno assunta nell’ultimo mese, più del doppio della stima dell’ecstasy. Tra i giovani adulti si sono osservati aumenti del consumo nella maggior parte dei Paesi dell’Ue nell’ultimo anno, con Spagna e Regno Unito in testa alla classifica europea del consumo e Danimarca e Italia che segnalano netti incrementi. Negli ultimi anni sono stati messi a segno sequestri record di cocaina: 107 tonnellate nel 2005, oltre il 45% in più dei quantitativi sequestrati nel 2004.

non diminuiscono le morti

L’Osservatorio europeo sottolinea poi come «l’Europa rischia di non riuscire a raggiungere l’obiettivo di ridurre i decessi correlati al consumo di stupefacenti». Ogni anno, infatti, si registrano tra i 7000 e gli 8000 decessi per overdose e i dati più recenti non mostrano segni di una tendenza al ribasso. Ciò avviene nonostante siano in calo il consumo di eroina e l’assunzione di stupefacenti per via parenterale, causa principale dei decessi in passato. Tra i nuovi fattori di rischio che potrebbero concorrere al problema, osserva il Rapporto, vi sono il ricorso più massiccio alla poliassunzione da parte dei consumatori di oppiacei e l’aumento della disponibilità di eroina.

La potenziale produzione globale di eroina è infatti stata stimata a 606 tonnellate nel 2006, rispetto alle 472 tonnellate dell’anno precedente, mentre si calcola che nel 2006 siano state prodotte in Afghanistan 6610 tonnellate di oppio (il 92% della produzione mondiale). «La sostenibilità della situazione generale stabile o in via di miglioramento che è stata osservata per quanto riguarda il consumo di eroina in Europa è messa in discussione dall’aumento della produzione di oppio in Afghanistan» ammonisce l’Osservatorio europeo.

INFORMAZIONI: http://www.emcdda.europa.eu/html.cfm/index419EN.html

STIME SUL CONSUMO DI DROGHE IN EUROPA

Il Rapporto dell’Osservatorio europeo riporta le stime più recenti disponibili relative al consumo di droghe tra la popolazione adulta europea.


Cannabis
- Prevalenza una tantum: almeno 70 milioni o un europeo adulto su cinque.
- Consumo nell’ultimo anno: circa 23 milioni di europei adulti o un terzo dei consumatori una tantum.
- Consumo negli ultimi 30 giorni: più di 13 milioni di europei.
- Variazioni da Paese a Paese nel consumo nell’ultimo anno: 1-11,2%.

Cocaina
- Prevalenza una tantum: almeno 12 milioni o circa il 4% degli europei adulti.
- Consumo nell’ultimo anno: 4,5 milioni di europei adulti o un terzo dei consumatori una tantum.
- Consumo negli ultimi 30 giorni: circa 2 milioni.
- Variazioni da Paese a Paese nel consumo nell’ultimo anno: 0,1-3%.

Ecstasy
- Prevalenza una tantum: circa 9,5 milioni di europei adulti (3% degli europei adulti).
- Consumo nell’ultimo anno: 3 milioni o un terzo dei consumatori una tantum.
- Consumo negli ultimi 30 giorni: più di 1 milione.
- Variazioni da Paese a Paese nel consumo nell’ultimo anno: 0,2-3,5%.

Anfetamine

- Prevalenza una tantum: quasi 11 milioni o il 3,5 % circa degli adulti europei.
- Consumo nell’ultimo anno: 2 milioni, un quinto dei consumatori una tantum.
- Consumo negli ultimi 30 giorni: meno di 1 milione.
- Variazioni da Paese a Paese nel consumo nell’ultimo anno: 0-1,3 %.

Oppiacei
- Consumo problematico di oppiacei: tra 1 e 8 casi ogni 1000 persone adulte (età compresa tra 15 e 64 anni).
- Più di 7500 decessi acuti legati al consumo di droga, con circa il 70% dei casi legato al consumo di oppiacei (dati 2004).
- Principale sostanza usata dal 50% dei soggetti che chiedono di entrare in terapia per consumo di stupefacenti.
- Più di 585.000 consumatori di oppiacei è stato sottoposto nel 2005 a trattamento con terapia sostitutiva.

(Fonte: Oedt-Emcdda, Evoluzione del fenomeno della droga in Europa, novembre 2007)

aumentano le rimesse degli immigrati

Circa 26 miliardi di euro, questa la stima del volume complessivo delle rimesse finanziarie che gli immigrati nell’Ue hanno inviato nei rispettivi Paesi d’origine nel corso del 2006 secondo una stima resa nota da Eursotat il 13 novembre scorso. Va però tenuto conto del fatto che i dati forniti dall’Ufficio statistico dell’Ue prendono in considerazione solo le rimesse ufficiali, cioè non riguardano l’insieme reale dei trasferimenti di denaro verso i Paesi d’origine che spesso utilizzano canali informali. In ogni caso, anche solo per le rimesse ufficiali si tratta di un flusso di denaro in costante crescita, dal momento che la stima riferita all’anno precedente ammontava a circa 23 miliardi di euro. La maggior parte di questo denaro, circa i tre quarti, è destinato a Paesi extracomunitari (19,2 miliardi nel 2006 e 17 miliardi nel 2005), mentre rimane all’interno dell’Ue solo un quarto circa delle rimesse (6,8 miliardi nel 2006 e 6,1 miliardi nel 2005).
Circa l’85% del totale delle rimesse degli immigrati è inviato da soli cinque Stati membri dell’Ue a 27: Spagna, Regno Unito, Italia, Germania e Francia, che sono logicamente anche quelli in cui risiede la maggior parte delle persone immigrate provenienti da altri Paesi dell’Ue o da Paesi terzi. I dati relativi al 2006 mostrano inoltre come le rimesse complessive in uscita dall’Ue (oltre 19 miliardi) ammontano a oltre il doppio di quelle entrate nell’Ue da emigrati europei (circa 9 miliardi). Uno studio finanziato dalla Commissione europea ha invece per la prima volta analizzato i flussi sia formali sia informali stimandone il volume complessivo e soprattutto le loro direzioni geografiche, prendendo in considerazione il periodo 2000-2004 (vedi tabella a fondo pagina). Per la metodologia seguita, questo studio presenta dati diversi da quelli riportati da Eurostat (basati su rilevazioni ufficiali) e dunque i due lavori non sono direttamente comparabili. Può comunque risultare particolarmente utile per capire alcune tendenze dei flussi di rimesse.
Ad esempio, individua i 10 principali “corridoi” delle rimesse europee che sono nell’ordine: Germania-Turchia, Francia-Morocco, Francia-Portogallo, Spagna-Morocco, Spagna-Colombia, Germania-Polonia, Spagna-Ecuador, Francia-Algeria, Italia-Albania, Germania-Serbia e Montenegro. Considerando solo le destinazioni extracomunitarie, invece, le rimesse finanziarie delle persone immigrate nell’Ue sono dirette prevalentemente verso altri Paesi europei, seguono poi le regioni nordafricana, subsahariana e latinoamericana.

Tabella 3 Tabella 4

Cina e India: partner sempre più importanti per l’Ue

Alla vigilia dei due importanti Vertici internazionali che l’Ue ha tenuto con Cina e India alla fine di novembre, Eurostat ha pubblicato uno studio che mette in evidenza l’importanza crescente delle relazioni europee con queste due potenze economiche emergenti. Negli ultimi 6 anni, infatti, i rapporti commerciali europei sono aumentati del 150% con la Cina e dell’80% con l’India.

cresce il deficit commerciale con la Cina

La Cina, che era il quarto partner commerciale dell’Ue nel 2000, è dal 2003 seconda solo agli Usa, mentre l’India è salita in pochi anni dal diciassettesimo al nono posto. Tra il 2000 e il 2006, le esportazioni dell’Ue verso la Cina sono salite da 26 a 64 miliardi di euro, mentre le importazioni sono passate da 75 a 195 miliardi, così la Cina copre oggi il 6% delle esportazioni europee e il 14% delle importazioni. Intanto il deficit commerciale dell’Ue con la Cina è salito dai 49 miliardi di euro del 2000 ai 131 miliardi del 2006 ed è destinato a salire ulteriormente nel 2007 (si stima fino a 170 miliardi); un deficit che riguarda tutti gli Stati membri dell’Ue, soprattutto Paesi Bassi (-28 miliardi), Regno Unito (-24 miliardi), Germania (-16 miliardi) e Italia (-12 miliardi). Uno squilibrio che crea non poche tensioni, soprattutto per il diffuso problema della contraffazione e per la sottovalutazione della moneta cinese.
Sul fronte dell’export europeo in Cina, i primi Paesi esportatori nel 2006 sono stati la Germania (43% del totale), la Francia (13%) e l’Italia (9%), mentre la Germania (con il 22% del totale Ue) è anche il primo importatore europeo dalla potenza economica cinese, seguita da Paesi Bassi (16%) e Regno Unito (15%). In generale, oltre la metà delle esportazioni europee in Cina riguardano macchinari e veicoli, in misura minore (un quinto) articoli manufatti: questi due gruppi di beni costituiscono invece il 95% delle importazioni europee dalla Cina.

raddoppiati in sei anni gli scambi con l’India


Di minor entità ma comunque rilevante e soprattutto in costante crescita il volume degli scambi europei con l’India: le esportazioni sono passate da 14 a 25 miliardi di euro nel periodo 2000-2006, le importazioni da 13 a 23 miliardi, con un deficit commerciale raddoppiato che si attesta sui 2 miliardi di euro. L’India è protagonista del 2,1% delle esportazioni europee e dell’1,7% delle importazioni. I principali esportatori europei sono la Germania (26%) il Belgio (19%) e il Regno Unito (16%), Paese quest’ultimo che è anche il primo importatore europeo dall’India (20%), seguito da Germania (17%), Belgio e Italia (13%).

tra Ue e Cina molte questioni aperte

Particolarmente delicato era il Vertice Ue-Cina, date alcune questioni importanti che ne caratterizzano i rapporti economico-commerciali e non solo. Tra queste, la concorrenza sleale, la contraffazione, la sottovalutazione della moneta cinese (yuan), la salvaguardia dei diritti umani e la necessità di una migliore tutela ambientale nell’ambito del forte processo di crescita e sviluppo economico. Al termine del Vertice la delegazione dell’Ue ha espresso soddisfazione per l’esito degli incontri e la presidenza di turno portoghese dell’Ue ha dichiarato che anche le autorità cinesi «capiscono che per l’Europa il deficit commerciale verso la Cina è un problema». Il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, ha invece reso noto che esiste «un chiaro impegno politico della leadership cinese al più alto livello per affrontare il deficit, incluso l’accesso al mercato e la questione della proprietà intellettuale». È prevista la costituzione di un gruppo tecnico di lavoro sulle questioni commerciali, mentre per la prima volta contemporaneamente al summit politico si sono svolti colloqui tra le autorità monetarie dell’eurozona e cinesi centrati sui movimenti di cambio.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu;
http://ec.europa.eu/external_relations/china/intro/index.htm

UE-CINA: IL PARERE DELLA SOCIETÀ CIVILE

Prima del Vertice ufficiale tra l’Ue e la Cina, si è tenuta il 14 novembre presso il Comitato economico e sociale europeo (Cese) la seconda riunione della “tavola rotonda Ue-Cina”, un incontro tra rappresentanti delle due parti creato per esporre il punto di vista della società civile.
I cambiamenti climatici, la politica energetica e forestale e la responsabilità sociale delle imprese (Rsi) sono stati individuati come elementi di importanza cruciale per le relazioni Ue-Cina. Secondo i partecipanti alla tavola rotonda, la società civile organizzata ha un ruolo vitale nel portare le questioni del cambiamento climatico all’attenzione dei cittadini e nel promuovere dibattiti a livello locale. La tavola rotonda ha raccomandato che le rispettive autorità politiche creino un forum Ue-Cina sui cambiamenti climatici e la silvicoltura. Si dovrebbero effettuare ricerche congiunte sullo sviluppo di capacità negli studi relativi alle politiche forestali, sulla condivisione di informazioni, sullo sviluppo e sul trasferimento di tecnologie, sulle azioni di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e sui metodi per valutare l’apporto dei pozzi di assorbimento del carbonio (“carbon sink”). La tavola rotonda ha poi convenuto che la Rsi massimizzerà a livello globale il contributo delle imprese al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio e di altri riferimenti importanti quali il Patto mondiale (Global Compact) dell’Onu e la Dichiarazione tripartita di principi dell’Ilo sulle imprese multinazionali e la politica sociale. I rappresentanti del Cese hanno inoltre espresso le preoccupazioni della società civile europea rispetto alle libertà e all’esercizio dei diritti in Cina, alla sperequazione sociale a fronte dei forti tassi di crescita economica e alle condizioni dei lavoratori nel Paese, auspicando che queste problematiche siano analizzate e dibattute nel Consiglio economico e sociale cinese.

INFORMAZIONI: http://www.eesc.europa.eu/index_en.asp


in Birmania continuano gli arresti

Nonostante l’impegno assunto all’inizio di novembre dal primo ministro Thein Sein di fronte al rappresentante speciale dell’Onu, Ibrahim Gambari, continuano in Burmania (Myanmar) gli arresti di attivisti e oppositori politici. È quanto denunciato da Amnesty International lo scorso 29 novembre, secondo cui nelle carceri birmane si troverebbero attualmente oltre 700 persone arrestate durante e dopo le manifestazioni di settembre, oltre a 1150 prigionieri politici di vecchia data. Nel corso del summit dell’Associazione delle nazioni dell’Asia sud-orientale (Asean), svoltosi a Singapore nei giorni 21-22 novembre scorsi, il governo birmano aveva sottoscritto la nuova Carta dell’organismo che impegna tutti gli Stati membri a «promuovere e proteggere i diritti umani». Tuttavia Amnesty ha rilevato arresti per tutto il mese di novembre.
«Due mesi dopo la violenta repressione nei confronti dei manifestanti pacifici, gli arresti arbitrari proseguono senza sosta nell’ambito di una sistematica soppressione della libertà di espressione e di associazione, che fa a pugni con il conclamato ritorno alla normalità» ha dichiarato la direttrice del Programma Asia-Pacifico di Amnesty International, Catherine Baber. Secondo Amnesty, infatti, per il regime militare birmano il concetto di “normalità” significa ritornare a compiere violazioni dei diritti umani sistematiche e massicce, senza l’attenzione dei mezzi d’informazione: «La comunità internazionale non può più tollerare una situazione del genere» afferma l’organizzazione internazionale per i diritti umani.

manifestazione di donne a Rangoon

Il 25 novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un gruppo donne attiviste ha sfilato nel centro di Rangoon, dando vita alla prima iniziativa pubblica contro il regime militare dopo la repressione di settembre. Il gruppo che era composto da casalinghe e studentesse che hanno sfilato dalla pagoda di Sule alla Pagoda di Botataung, dove hanno pregato per i monaci e gli altri dimostranti uccisi nelle manifestazioni di settembre e per il rilascio dei detenuti. Le donne sono state seguite da militari e paramilitari filogovernativi, che però non hanno attaccato il corteo.
«Non abbiamo paura di esser arrestate, siamo pronte al sacrificio delle nostre vite per il popolo e il nostro Paese» ha dichiarato una delle manifestanti a Radio Free Asia. Secondo le attiviste birmane in esilio, almeno 106 donne sono tenute in carcere a Rangoon dopo essere state arrestate in collegamento alle dimostrazioni di settembre. La Lega delle donne per la Birmania ha accusato il regime di condurre una campagna di denigrazione contro le donne attiviste, costringendole ad ammettere di fronte alle telecamere di aver avuto rapporti sessuali con i monaci. Nonostante le misure di sicurezza rafforzate intorno a Rangoon, si svolgono ancora piccole iniziative dell’opposizione, sono distribuiti volantini e scritti slogan sui muri contro il regime.

allarme per le donne birmane in Thailandia


Un altro problema emerso nelle ultime settimane collegato alla situazione birmana è la denuncia di alcuni Rapporti secondo cui le autorità della Thailandia rimpatrieranno le lavoratrici immigrate birmane in stato di gravidanza. La notizia è nata dalle dichiarazioni del vice primo ministro thailandese, secondo il quale sono necessarie misure di sicurezza per ridurre le circa 2000 nascite mensili di figli di immigrati nel Paese, come riportato da alcuni media locali. Dichiarazione che ha fortemente allarmato l’ampia comunità birmana in Thailandia. Molti birmani, infatti, sono fuggiti in Thailandia proprio per evitare la repressione della giunta militare che tra l’altro costringe molti bambini ad arruolarsi nell’esercito. Il ritorno in patria per partorire, come previsto dalle autorità thailandesi, creerebbe seri problemi di costi sia economici sia soprattutto sociali per le migranti birmane.
Secondo alcune fonti, inoltre, la questione è stata ingigantita dai media thailandesi, perché il numero reale delle nascite di figli di immigrati sarebbe molto inferiore, mentre si prefigura il rischio che molte donne birmane decidano di abortire piuttosto di essere costrette a tornare in Birmania.

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.it

FOPPAPEDRETTI BLOCCA LE IMPORTAZIONI DALLA BIRMANIA

Contro la repressione dei diritti umani messa in atto dalla giunta birmana, e grazie a varie iniziative delle organizzazioni non governative e sindacali, sta proseguendo seppur lentamente il boicottaggio economico. Dopo Bulgari e Cartier, infatti, un altro gruppo internazionale ha rinunciato a importare prodotti provenienti dalla Birmania. Si tratta di FoppaPedretti, una delle aziende storiche nella produzione di mobili “made in Italy”. L’azienda ha annunciato alla Filca Cisl di Bergamo la volontà di non importare più dalla Birmania per le proprie produzioni il teak, un tipo di legno pregiato. L’opera di sensibilizzazione avviata dalla Cisl, dal Dipartimento Internazionale e ripresa anche dalla Filca Cisl Nazionale, inizia dunque a dare qualche risultato. La Cisl si augura che questo sia l’inizio di una lunga serie di ripensamenti etici delle imprese italiane, non solo nel legno, ma in tutti i settori. L’organizzazione sindacale ha promosso negli ultimi mesi una Campagna per i diritti e la democrazia in Birmania, chiedendo la fine della repressione e l’adozione dell’embargo delle armi e dei rapporti economici e commerciali con le imprese della giunta e dello Stato birmano. Sul sito web della Campagna è consultabile l’elenco delle imprese che hanno relazioni con la Birmania, iniziativa che ha spinto alcune di esse, come FoppaPedretti, a rinunciare alle relazioni commerciali con quel Paese. Al tema dei diritti in Birmania la Cisl di Bergamo ha dedicato un incontro il 10 dicembre nell’ambito di una serie di iniziative organizzate per il 60° anniversario della Dichiarazione dell’Onu sui diritti umani.

INFORMAZIONI: http://www.birmaniademocratica.org/Home.aspx


flash

Anno europeo del dialogo interculturale

Con lo slogan “Insieme nella diversità” è iniziata la campagna di comunicazione della Commissione europea per l’Anno europeo del dialogo interculturale 2008, che ha l’obiettivo di favorire la comprensione reciproca e la convivenza. Si tratta di un’iniziativa congiunta dell’Unione europea, degli Stati membri e della società civile europea, nel corso della quale saranno esaminati i vantaggi della diversità culturale, di una partecipazione attiva dei cittadini alle questioni europee e si tenterà di stimolare il senso di appartenenza all’Europa. Le attività dell’Anno europeo saranno supportate da un finanziamento di 10 milioni di euro, a sostegno della campagna di informazione, delle indagini e degli studi sul dialogo interculturale, del cofinanziamento di sette progetti europei di eccellenza e di 27 progetti nazionali (uno per ciascuno Stato membro) sul dialogo interculturale nell’Ue. L’Anno europeo 2008 intende creare una base per iniziative strategiche europee che proseguiranno nel tempo, oltre il 2008, nel settore del dialogo interculturale. Nel corso del 2008 saranno organizzati, tra le altre attività, sei dibattiti che si svolgeranno a Bruxelles. Per ogni dibattito sarà definita una prospettiva settoriale specifica del dialogo interculturale e verranno presi in considerazione aspetti quali media, arti e patrimonio, luogo di lavoro, dialogo interreligioso, istruzione e gioventù, migrazione e integrazione.

INFORMAZIONI: http://www.interculturaldialogue2008.eu


presidenza slovena già sul web

Con un mese di anticipo rispetto all’inizio della presidenza di turno dell’Unione e a 15 giorni dalla presentazione del relativo programma di fronte al Parlamento europeo, la Slovenia ha allestito il portale attraverso il quale darà evidenza degli eventi, delle iniziative e dei documenti frutto della sua realizzazione. Accessibile in lingua inglese e francese, oltre che slovena, sul sito, che sarà disponibile in versione definitiva a partire dal primo gennaio, è già presente un calendario molto dettagliato. Segnaliamo anche la realizzazione di un portale “parallelo” dedicato al dialogo con le Ong già molto attivo.

INFORMAZIONI: http://www.eu2008.si/info/en

Conferenza di Annapolis: Ue soddisfatta

«Un punto di svolta per la partnership regionale e internazionale mirata a supportare il processo di pace in Medio Oriente», questo il giudizio della presidenza portoghese dell’Ue sulla Conferenza svoltasi ad Annapolis (Usa) il 27 novembre scorso. La presidenza dell’Ue ha infatti sottolineato l’importanza del tipo di partecipazione alla Conferenza, con la presenza di tutti gli «attori chiave» della regione, ha espresso «soddisfazione» per l’iniziativa dell’Amministrazione statunitense, partner del quartetto (insieme a Ue, Onu e Russia) promotore della Road Map, e ha rinnovato il suo impegno per una soluzione che preveda l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente e democratico accanto a quello israeliano. La presidenza portoghese ha poi espresso congratulazioni alle parti in causa per la storica decisione di avviare immediatamente negoziati sulle questioni ancora aperte, la cui definizione è necessaria per il raggiungimento di un accordo di pace, e di impegnarsi a concluderli entro la fine del 2008. «La soluzione del conflitto arabo-israeliano è essenziale per la sicurezza e la stabilità della regione e avrà un impatto fortemente positivo» sostiene la presidenza dell’Ue, riaffermando il suo impegno a supportare tutti gli sforzi per il raggiungimento della pace in Medio Oriente. E dovranno essere sforzi enormi e concreti perché, come sostengono vari osservatori internazionali, al di là dell’impegno dell’Amministrazione statunitense la partecipazione alla Conferenza è stata dettata più dalla paura reciproca che da una reale convinzione nel raggiungimento dell’obiettivo. La minaccia iraniana, i tatticismi di alcuni Paesi partecipanti (Arabia Saudita e Siria, ad esempio) e soprattutto l’estrema debolezza politica di entrambi i leader protagonisti, palestinese e israeliano, non lasciano prevedere un facile percorso di pace.

INFORMAZIONI: http://www.eu2007.pt

nuove tecnologie più accessibili a tutti

Un terzo dei cittadini dell’Ue non trae ancora vantaggi dalla nuove tecnologie, mentre se fossero più accessibili i siti web e la banda larga per Internet si stimano benefici fino a 85 miliardi di euro in cinque anni. Per questo la Commissione europea ha lanciato lo scorso 29 novembre un’iniziativa sulla “e-inclusione”.
A Riga (Lettonia), nel 2006, i ministri dell’Ue si erano impegnati a conseguire obiettivi quali il dimezzamento dei divari nell’uso di Internet, l’alfabetizzazione digitale e il conseguimento dell’accessibilità al 100% dei siti pubblici entro il 2010. Nonostante le numerose azioni avviate, che coinvolgono autorità pubbliche, industria e società civile, la maggior parte degli obiettivi non saranno conseguiti entro il termine previsto. L’accessibilità dei siti pubblici è ferma al 5%. Solo il 10% delle persone di età superiore a 64 anni utilizza Internet, mentre la media europea è del 47%. L’accessibilità dei siti web, dei terminal di comunicazione, degli apparecchi televisivi e di altre innovazioni tecnologiche rimane problematica, soprattutto per le persone con bassi livelli d’istruzione, quelle economicamente inattive e quelle più anziane. La Commissione invita dunque gli Stati membri dell’Ue a sostenere una serie di azioni chiave, tra cui una campagna di sensibilizzazione per il 2008 e la possibilità di adottare una regolamentazione sulla e-accessibilità simile a quella vigente negli Stati Uniti.
L’iniziativa europea per una società accessibile a tutti istituisce un quadro strategico per: consentire a tutti di partecipare alla società dell’informazione colmando i divari in termini di e-accessibilità, banda larga e competenze; accelerare l’effettiva partecipazione di coloro che rischiano di rimanere esclusi e migliorare la qualità della vita di queste persone; integrare le azioni a favore della “e-inclusione” in Europa, ottimizzando il loro impatto duraturo.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/information_society/activities/einclusion/index_en.htm

pena di morte verso la moratoria

La moratoria universale della pena di morte, promossa da Ue e Italia, ha compiuto un altro passo importante all’Onu, dov’è stata approvata dalla Terza Commissione a metà novembre e si accinge ad affrontare l’ultima tappa in Assemblea generale. La Terza Commissione dell’Onu, cioè quella che si occupa di diritti umani, ha infatti approvato la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni presentata il 1° novembre scorso da Nuova Zelanda e Brasile in seguito all’iniziativa dell’Ue, attraverso l’azione della presidenza portoghese e in particolare dell’Italia. Il testo, concordato da 87 Paesi sponsor, ha ricevuto il voto favorevole di 99 Paesi (due in più dei 97 necessari per ottenere la maggioranza assoluta), mentre altri 52 Paesi hanno votato contro e 33 si sono astenuti. La risoluzione è passata quindi all’esame dell’Assemblea generale, dove dovrebbe essere votata entro la metà di dicembre. Soddisfazione particolare per l’esito del voto è stata espressa dalle numerose organizzazioni che in Italia e a livello internazionale portano avanti da anni la battaglia contro la pena capitale, così come dai rappresentanti del governo italiano, che erano riusciti a far diventare europea la proposta di moratoria, e dall’Ue per aver coinvolto in questa azione la maggioranza dei Paesi membri dell’Onu.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/external_relations/human_rights/adp/index.htm

scuola: Italia bocciata dall’Ocse

Il rendimento degli studenti quindicenni delle scuole italiane è decisamente inferiore alla media dei Paesi dell’Ocse e dell’Ue. Vanno male soprattutto le scuole professionali, meglio i licei. L’apprendimento è problematico in matematica, scienze e letteratura. È quanto emerge da un Rapporto dell’Ocse-Pisa, che ha esaminato un campione di quindicenni nei 30 Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico più altri 17 Paesi nel mondo. Scopo del Rapporto era di verificare le conoscenze dei ragazzi e la loro capacità di comprensione. L’Italia ha partecipato con 21.773 ragazzi e 803 scuole tra medie inferiori, superiori e centri di formazione professionale e i risultati sono piuttosto negativi. L’Italia presenta infatti un punteggio medio di 475, contro una media Ocse di 500 e una media Ue di 497. Il 25,3% dei ragazzi italiani esaminati si colloca sotto il livello 2, quello delle competenze di base. I punteggi più alti riguardano la Finlandia (563), Hong Kong (542) e Canada (534), mentre l’Italia si posiziona nella parte bassa della classifica anche rispetto ai soli Stati membri dell’Ue: prestazioni peggiori di quelle italiane tra i Paesi europei sono rilevate solo in Grecia, Portogallo, Bulgaria e Romania. I quindicenni italiani sono al 36° posto nel campo delle scienze, al 38° nel settore della matematica e al 33° nella competenza in lettura. In generale, le ragazze mostrano risultati decisamente superiori ai ragazzi, ma il complesso del campione italiano ha dato risultati ampiamente insufficienti con percentuali elevate di studenti che si collocano al di sotto del livello di competenze basilari. Già nel 2003 un analogo Rapporto dedicato alla sola matematica aveva bocciato la situazione degli studenti italiani.

INFORMAZIONI: http://www.oecd.org

uno studio sulla flexicurity

L’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles ha pubblicato il primo numero di una serie di policy papers, intitolato “Flexicurité: ridefinire la sicurezza dei cittadini europei”. Il documento svolge una profonda analisi della comunicazione della Commissione europea sulla cosiddetta flessicurezza e ne valuta la pertinenza di fronte alla profonda trasformazione del contesto economico, sociale e demografico dell’Europa. Nell’esercizio di questa valutazione, il Rapporto cerca altresì di ridefinire le caratteristiche di base di un modello sociale adeguato, di individuare i vari livelli di organizzazione e di gestione della sicurezza e di definire il ruolo dell’Unione europea al riguardo.

INFORMAZIONI: http://www.ose.be

ANCORA UN LIEVE CALO DELLA DISOCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione nella zona euro è sceso in ottobre al 7,2% rispetto al 7,3% del mese precedente, una diminuzione però significativa nell’ultimo anno dal momento che nell’ottobre 2006 si registrava un tasso dell’8%. Stabile invece tra settembre e ottobre il tasso dell’intera Ue. I dati pubblicati da Eurostat mostrano infatti un tasso di disoccupazione nell’Ue a 27 del 7% sia in ottobre sia in settembre, mentre era del 7,8% nell’ottobre 2006. Gli Stati membri che in ottobre hanno registrato i tassi più bassi sono Danimarca (2,9%) e Paesi Bassi (3,1%), mentre i più elevati hanno riguardato la Slovacchia (11,2%) e la Polonia (8,8%). Complessivamente, nell’ultimo anno 23 Stati membri hanno segnato una diminuzione della disoccupazione, cresciuta invece nei restanti 4 Paesi dell’Ue. Rilevante le diminuzioni osservate tra ottobre 2006 e ottobre 2007 in Polonia (dal 12,6% all’8,8%) e Repubblica Ceca (dal 6,7% al 5%), mentre gli incrementi maggiori hanno riguardato il Portogallo (dal 7,8% all’8,5%) e l’Irlanda (dal 4,2% al 4,4%). Il tasso di disoccupazione maschile è sceso nell’ultimo anno dal 7,1% al 6,5% nella zona euro e dal 7,3% al 6,4% nell’Ue a 27; la disoccupazione femminile è invece diminuita dal 9% all’8,2% nella zona euro e dall’8,5% al 7,6% nell’intera Ue. Per quanto riguarda invece la disoccupazione giovanile (tra i giovani con meno di 25 anni), il calo è stato dal 15,9% dell’ottobre 2006 al 14,3% dell’ottobre 2007 nella zona euro e dal 16,6% al 14,7% nell’Ue a 27. Notevole però la differenza tra Stati membri: Paesi Bassi (5,2%), Danimarca (6,2%) e Austria (8,3%) mostrano tassi di disoccupazione giovanile ben diversi da quelli di Grecia (22,9%), Romania (20,7%) e Francia (19,3%). Complessivamente, Eurostat stima che il numero dei disoccupati ammonti a 16,5 milioni nell’intera Ue e a 11,1 milioni nella zona euro (erano rispettivamente 18,4 e 12,1 milioni nell’ottobre 2006), mentre come termine di paragone segnala che in ottobre il tasso di disoccupazione è stato del 4,7% negli Usa e del 4% in Giappone.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

ASILO: RITARDI DEGLI STATI MEMBRI E NUOVE PROPOSTE DELLA COMMISSIONE

Il 1° dicembre scorso è scaduto il termine per la trasposizione della direttiva europea sugli standard minimi di asilo (2005/85/EC): solo 6 Stati membri dell’Ue hanno comunicato le misure nazionali adottate per recepire pienamente la direttiva, altri 4 hanno notificato una parziale trasposizione. Gli unici Paesi che hanno rispettato i tempi previsti sono Austria, Bulgaria, Germania, Lussemburgo, Regno Unito e Romania; i quattro Stati membri che non hanno ancora adempito completamente agli obblighi europei ma che almeno hanno iniziato a farlo sono Belgio, Estonia, Francia e Lituania, mentre tutti gli altri latitano clamorosamente a dimostrazione delle forti difficoltà che incontra il percorso verso la politica comune in materia di asilo e immigrazione. «Questo ritardo manda un pessimo messaggio» ha dichiarato il commissario europeo responsabile per Libertà, Sicurezza e Giustizia, Franco Frattini, sottolineando come la direttiva introduce una serie di misure necessarie a garantire chi ha diritto a chiedere protezione negli Stati membri dell’Ue. Tra queste, la velocizzazione dell’analisi delle domande, informazioni esaustive all’inizio del processo circa le procedure da seguire e particolare attenzione alle necessità dei minori non accompagnati. La completa implementazione delle norme obbligatorie contenute nella direttiva è una precondizione fondamentale per procedere verso la normativa comune sull’asilo, come descritta nelle conclusioni di Tampere e reiterata nel Programma dell’Aia. Il 26 novembre la Commissione europea aveva poi pubblicato una Relazione sull’attuazione della direttiva (2003/9/CE) riguardante l’accoglienza dei richiedenti asilo, proponendo alcune modifiche per limitare il margine di discrezionalità degli Stati membri. Secondo la Commissione, la direttiva è stata recepita «debitamente» nella maggior parte degli Stati membri e non ha causato restrizioni delle norme nazionali, nonostante le varie preoccupazioni sollevate. In ogni caso, creare una situazione di parità nel settore delle condizioni di accoglienza resta una priorità per la Commissione, che per questo annuncia di voler proporre «alcune modifiche alla direttiva che limitino il margine di discrezionalità concesso per quanto riguarda il livello e la forma delle condizioni materiali di accoglienza, l’accesso al lavoro, l’assistenza sanitaria, il diritto alla libera circolazione e l’individuazione e l’assistenza delle persone vulnerabili». Dalla Relazione emerge infatti l’ampio margine discrezionale concesso dalla direttiva in una serie di settori, cosa che ostacola la creazione di un piano di parità tra gli Stati membri in materia di condizioni di accoglienza. La Commissione intende quindi proporre alcune modifiche nel 2008, dopo aver completato la consultazione relativa al Libro Verde sul futuro regime comune europeo in materia di asilo, il tutto per giungere entro il 2010 a un quadro legislativo più armonizzato.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/doc_centre/asylum/doc_asylum_intro_en.htm

SERVIZI PUBBLICI: CONSEGNATE DALLA CES PETIZIONE E FIRME

Il 19 novembre John Monks, segretario generale della Ces, e Carola Fishback-Pyttel, segretario generale della Federazione sindacale europea dei servizi pubblici (Fsesp), hanno presentato al presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, la petizione per servizi pubblici di qualità con la quale sono state raccolte oltre mezzo milione di firme. La petizione chiede una direttiva dell’Ue sulla materia. In reazione alle indicazioni secondo cui la Commissione intende rifiutare le proposte di direttiva sui servizi di interesse generale (servizi pubblici), il Comitato direttivo della Ces ha chiesto alla Commissione di considerare adeguatamente i servizi pubblici nel mercato interno dell’Ue e di non sottoporli agli stessi controlli del settore del mercato. La campagna della Ces ha tuttavia permesso un passo avanti e cioè l’inclusione di un Protocollo nel Trattato di riforma dell’Ue, che riconosce la preminenza dei servizi di interesse generale. Questo risultato è stato raggiunto, in particolare, grazie al governo olandese e va nella direzione della campagna della Ces, che ha avuto un grande sostegno da parte dei sindaci di grandi capitali e da numerosi attori della società civile. «Oggi ci rammarichiamo del fatto che la Commissione abbia perso un’occasione per garantire che i servizi pubblici siano sufficientemente rispettati. Se ratificato, il Trattato di riforma dell’Ue ci permetterà di raggiungere gli stessi obiettivi. Tuttavia, una direttiva-quadro più dettagliata avrebbe permesso di chiarire gli intenti necessariamente generali del Trattato di riforma e la Commissione avrebbe dovuto cogliere questa occasione» ha dichiarato John Monks. Secondo la Ces, la Commissione verrà accusata di considerare i servizi pubblici come una dispensa dalle regole del mercato interno e di incoraggiare la liberalizzazione e la privatizzazione. I sindacati europei hanno quindi invitato la Commissione a fare progressi più sostanziali per cambiare questa percezione e a mantenere la promessa di un’analisi sulle conseguenze della liberalizzazione e dei suoi effetti sull’occupazione. «Nelle nostre società – ha aggiunto Monks – molti servizi non possono essere sottoposti alle ragioni del profitto e al calcolo degli azionisti, ma devono rispondere a esigenze culturali e ai valori del servizio pubblico. La posizione della Ces, che ha già raccolto 510.000 firme, riflette l’attaccamento dell’opinione pubblica ai servizi pubblici, cosa che la Commissione dovrebbe riconoscere e reagire di conseguenza».

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org