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Euronote 45/2007


energia europea

Vignetta di Steve La dimensione rituale dei Consigli europei contribuisce non poco alla crescente disattenzione con cui vengono seguiti dai media e conseguentemente dall’opinione pubblica. Non è infatti infondata l’immagine di una liturgia che si ripete tre o più volte all’anno, senza che ne derivino decisioni in grado di rispondere alle attese dei cittadini europei. Per la verità, si tratta però anche di una percezione non del tutto corretta: la complessità del sistema istituzionale europeo nasconde spesso nelle sue pieghe l’adozione di molte misure concrete e lo stesso Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo non si limita a formulare orientamenti politici e generose intenzioni, ma è anche luogo a volte di decisioni forti.
C’è un po’ di tutto questo nel Consiglio europeo di primavera, svoltosi nei giorni 8 e 9 marzo scorsi a Bruxelles. Il comunicato finale che contiene le conclusioni del Vertice ne è lo specchio fedele: dopo un inizio un po’ declamatorio sulla necessità di “riuscire l’Europa”, un accenno prudente ai progressi (pochi per la verità) della Strategia di Lisbona con la conferma di una crescita del 2,7% nell’anno in corso, l’ossessivo richiamo al risanamento dei conti pubblici e alla competitività europea, le conclusioni affrontano tre sfide forti che attendono l’Europa.
Si comincia con l’impegno a rafforzare l’innovazione, la ricerca e l’educazione. Alla ricerca andrà destinato entro il 2010 il 3% del Prodotto interno lordo (Pil) e viene rinnovato l’invito a una maggiore cooperazione tra i vari soggetti europei e ad investimenti nelle tecnologie del futuro. Sul versante della formazione - che con la ricerca e l’innovazione compone il “triangolo della conoscenza” - si registrano incoraggianti progressi, in particolare nella modernizzazione dell’insegnamento superiore. Più cauto il capitolo dedicato all’occupazione e al rafforzamento del modello sociale europeo: è confermato l’obiettivo di un “lavoro di qualità” a fronte delle derive della precarizzazione e l’esigenza di un equilibrio tra flessibilità e sicurezza, richiamata l’esigenza di rafforzare la coesione sociale lottando contro la povertà, in particolare quella dei minori e, di fronte alla crisi demografica, affermata la necessità di realizzare in Europa un’“alleanza per la famiglia”. L’impressione che si ricava dalle risposte delineate a queste due fondamentali sfide è quella di una litania di buone intenzioni, ancora lontane da politiche concrete e vincolanti: proprio quel genere di letteratura che difficilmente farà innamorare i cittadini della loro Europa.
È sulla terza sfida, quella di “una politica integrata in materia di clima e di energia” che la musica cambia. Sarà stato il trauma di questo strano inverno e le denunce sul surriscaldamento del pianeta, sarà l’esigenza politica di presentarsi con qualcosa in mano alla festa del 50° compleanno dell’Ue il 25 marzo a Berlino, sarà stata la caparbietà e l’abilità negoziale della presidente di turno Angela Merkel, ma qui un risultato importante (più di un osservatore ha parlato di “miracolo”) è stato raggiunto da un’Unione europea decisa a buttare il cuore oltre l’ostacolo e ad assumersi finalmente le sue responsabilità per la salvaguardia del pianeta e, cosa compatibile, per difendere i propri interessi economici e politici nel mondo. Le decisioni prese sono note: l’Ue si impegna unilateralmente a ridurre l’effetto serra del 20% entro il 2020 rispetto al 1990, pronta a spingersi fino al 30% se si troverà un accordo globale a livello mondiale nel 2012. Sempre entro la data del 2020, le fonti energetiche rinnovabili dovranno rappresentare il 20% del consumo energetico dell’Ue (oggi l’Italia, ad esempio, è a quota 6,2%), i biocarburanti il 10% del consumo totale di benzina e gasolio nel settore dei trasporti e bisognerà risparmiare il 20% del consumo totale di energia. Obiettivi precisi e vincolanti, che ogni Paese deve raggiungere entro una data precisa sotto la sorveglianza della Commissione europea.
Dirà il futuro se questo coraggio sarà sufficiente e produrrà gli effetti desiderati, intanto conforta il segnale che giunge dall’Ue in una stagione di crisi e incertezza, che tuttavia non si dissolve ancora: sullo sfondo resta il nodo della futura Costituzione europea, tema che questo Consiglio europeo non ha sollevato o almeno non ha lasciato trasparire nel comunicato finale. Lo sanno tutti: il tema non può essere affrontato prima di conoscere il risultato delle elezioni presidenziali francesi a maggio. La cancelliera tedesca, infatti, rilancerà l’argomento solo pochi giorni prima del termine della presidenza tedesca dell’Ue, durante il Consiglio europeo di metà giugno: speriamo che in quella occasione l’Unione europea sappia trovare almeno la stessa “energia” di cui ha dato prova nel Consiglio europeo di primavera.

conclusioni del Consiglio

Perseguire l’attuazione della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione, rafforzando il mercato interno e l’innovazione, modernizzare il modello sociale europeo e creare una politica climatica ed energetica integrata sono stati i tre elementi centrali del Consiglio europeo di primavera, svoltosi nei giorni 8 e 9 marzo scorsi.

strategia di Lisbona
Secondo il Consiglio europeo, la Strategia di Lisbona rinnovata comincia a dare i primi risultati: tasso di crescita del 2,7% atteso nel 2007 e sviluppi positivi previsti sui mercati del lavoro, con 7 milioni di nuovi posti creati nel 2007/2008 e un aumento potenziale del tasso di occupazione che passa dal 64% circa del 2005 a quasi il 66% entro il 2008 e un tasso di disoccupazione in diminuzione. Secondo il Consiglio, la recente direttiva sui servizi costituisce uno «strumento fondamentale per liberare il pieno potenziale del settore», ma deve essere data priorità al «completo, coerente e tempestivo recepimento delle sue disposizioni». In generale, il Consiglio rileva prioritari: un mercato interno del gas e dell’energia elettrica pienamente funzionante e interconnesso, l’ulteriore integrazione dei mercati finanziari europei, con la soppressione degli ostacoli alla creazione di un’area unica dei pagamenti, nonché l’ulteriore liberalizzazione dei mercati postali, assicurando nel contempo il finanziamento di un «servizio universale efficiente». È poi ribadita l’importanza di destinare il 3% del Pil a ricerca e sviluppo entro il 2010, mentre la Commissione è invitata a presentare proposte per giungere a una strategia integrata volta alla promozione dell’ecoinnovazione all’inizio del 2008.

modello sociale europeo
Il Consiglio sottolinea «l’importanza del “lavoro di qualità” e dei principi che ne sono alla base», cioè i diritti e la partecipazione dei lavoratori, le pari opportunità, la sicurezza e la protezione della salute sul luogo di lavoro e un’organizzazione del lavoro favorevole alla famiglia. Sono attesi «con interesse» i risultati della discussione europea sulla flexicurity, che dovrebbe servire a preparare la via per «trovare la corretta combinazione di politiche, adeguata alle esigenze del mercato del lavoro». È ribadita la necessità di rafforzare la coesione economica e sociale in tutta l’Ue e sottolineato il «ruolo fondamentale» delle parti sociali al riguardo. Il Consiglio rileva che l’agenda di Lisbona dovrebbe tenere maggiormente conto degli obiettivi sociali comuni degli Stati membri per assicurare che i cittadini europei continuino a sostenere l’integrazione europea e, a tale proposito, è sottolineata la necessità di rafforzare la coesione sociale e di combattere povertà (soprattutto infantile) ed esclusione sociale.

politica energetica e climatica
L’obiettivo dell’Ue è di limitare l’aumento della temperatura media globale al massimo a 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, per cui «è necessario un approccio integrato alla politica climatica ed energetica». Secondo il Consiglio, i Paesi sviluppati e dunque anche l’Ue si devono impegnare a ridurre collettivamente le emissioni di gas a effetto serra del 30% entro il 2020 rispetto al 1990, nella prospettiva di ridurre collettivamente le emissioni del 60%-80% entro il 2050. In attesa di un accordo globale, l’Ue decide unilateralmente di ridurre le emissioni «di almeno il 20% entro il 2020», impegnandosi anche a sostenere i Paesi in via di sviluppo in tale direzione. In materia di energia, è adottato il piano d’azione 2007-2009 proposto dalla Commissione per il completamento del mercato interno di gas ed energia elettrica, la realizzazione di un mercato più integrato, il miglioramento della cooperazione bilaterale per garantire l’approvvigionamento e “una voce comune” europea a livello internazionale. Gli obiettivi riguardano, entro il 2020: il risparmio dei consumi energetici dell’Ue del 20% rispetto alle proiezioni; una quota del 20% di energie rinnovabili nel totale dei consumi europei; una quota minima del 10% per i biocarburanti nel totale dei consumi di benzina e gasolio per autotrazione. Inoltre, entro il 2015 dovranno essere attivati 12 impianti per la produzione di elettricità con «l’utilizzazione sostenibile» dei combustibili fossili, mentre è riconosciuto «il contributo» dell’energia nucleare, lasciando ogni decisione agli Stati membri ma sottolineando la centralità della sicurezza per qualsiasi processo decisionale.

INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu

migliorare la coesione sociale nell’Ue


La protezione e l’inclusione sociale costituiscono uno dei problemi centrali per l’Ue, alle prese con il risanamento dei conti pubblici e il progressivo invecchiamento demografico ma anche con la necessità di mantenere un adeguato livello di coesione sociale tra gli Stati membri e, all’interno di essi, tra le varie componenti della popolazione. Secondo le previsioni, nonostante le riforme in corso l’invecchiamento farà aumentare la spesa per pensioni, salute e assistenza di lunga durata di 4 punti percentuali di Pil entro il 2050. La sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche è quindi una preoccupazione concreta: la Commissione europea ritiene che esistano rischi elevati per 6 Stati membri, medi per 10 e bassi per 9. La riduzione del debito pubblico, l’aumento dell’occupazione e la riforma dei regimi di protezione sociale sono dunque ritenute le tre direzioni politiche su cui indirizzarsi oggi per governare la stabilità sociale dell’Ue futura.
Così, nel gennaio scorso la Commissione europea ha presentato una Relazione su protezione e inclusione sociale nell’Ue, approvata il 22 febbraio dal Consiglio Occupazione e Affari sociali e presentata al Consiglio europeo di primavera, che illustra il quadro europeo generale sulla base dei rapporti nazionali presentati per la prima volta dagli Stati membri in merito alle loro strategie su inclusione sociale, pensioni, sanità e assistenza di lunga durata. Va ricordato che per sostenere l’impegno degli Stati membri a favore di una maggior coesione sociale, nel 2006 l’Ue ha introdotto il Metodo aperto di coordinamento (Mac) integrato, il quale ha evidenziato la natura multidimensionale della povertà e dell’emarginazione contribuendo all’elaborazione di un approccio comune e congiunto sugli obiettivi da perseguire. I vari interventi, poi, sono supportati in particolare dal Fondo sociale e europeo e dai Fondi strutturali più in generale.

il panorama sociale europeo
Secondo le ultime rilevazioni sulla povertà nell’Ue, che si riferiscono a dati 2004 e quindi all’Ue a 25 Stati, il 16% dei cittadini europei vive al di sotto della soglia di povertà (stabilita al 60% del reddito medio di ogni Paese). Il tasso di povertà varia da meno del 10% in Svezia e Repubblica Ceca al 21% in Lituania e Polonia, e i bambini sono generalmente a maggior rischio di povertà rispetto al resto della popolazione (19% nell’Ue a 25) nella maggior parte degli Stati membri tranne che nei Paesi nordici, in Grecia e a Cipro.
Il 10% circa degli adulti europei in età lavorativa (tra i 18 e i 59 anni e non studenti) vive in famiglie dove nessuno lavora, percentuale che in Polonia e Belgio supera il 13%, e anche in queste situazioni le ricadute peggiori riguardano i minori. Avere un lavoro, comunque, non sempre riduce il rischio di povertà: circa l’8% degli adulti europei occupati vive al di sotto del livello di povertà, con punte del 13-14% in Grecia, Polonia e Portogallo.
L’estensione della vita lavorativa, una delle condizioni per garantire la sostenibilità futura dei sistemi pensionistici, è tra le priorità della Strategia di Lisbona che prevede un tasso di occupazione del 50% entro il 2010 per il lavoratori con più di 55 anni. Ebbene, pur essendo cresciuto molto questo tasso in tutta l’Ue rispetto al 38% registrato nel 2001 e aver già raggiunto il 50% nei Paesi scandinavi, nel Regno Unito ma anche in Irlanda, Estonia, Cipro e Portogallo, molti altri Stati membri presentano ancora tassi di occupazione dei lavoratori “anziani” intorno al 30%.
I sistemi pensionistici, fondamentali per ridurre il rischio di povertà tra le persone anziane, attualmente garantiscono agli ultrasessantacinquenni europei di avere un reddito mediamente corrispondente all’85% di quello della popolazione più giovane, con differenze sostanziali tra il 57% di Cipro e il 100% circa di Ungheria e Polonia. Resta il fatto però che le recenti riforme dei sistemi pensionistici hanno generalmente abbassato il livello medio delle pensioni rispetto a quello dei salari, diminuzione che secondo le indicazioni della Commissione dovrebbe essere compensata dalle pensioni private (integrative) e dal prolungamento dell’attività lavorativa.
Negli ultimi 10 anni la speranza di vita media nell’Ue è aumentata di 3 anni per gli uomini e di 2 anni per le donne, ma restano ancora grandi disparità tra gli Stati membri se si pensa che per gli uomini si passa dai 65,4 anni della Lituania ai 78,4 della Svezia, mentre per le donne si va dai 75,4 anni della Romania agli 83,9 della Spagna.
Tali differenze riconducono ai sistemi sanitari, sia in termini di organizzazione che di impegni economici dei singoli Paesi dell’Ue: la distribuzione dell’assistenza non è uniforme, il decentramento ha creato notevoli differenziazioni, aumenta l’esclusione di alcuni tipi di prestazioni per questioni di bilancio, mentre le spese sanitarie variano sensibilmente dal 5,5% del Pil in Estonia al 10,9% in Germania.

interazione degli interventi
La Relazione congiunta sottolinea la necessità di un approccio integrato sui vari aspetti che hanno ricadute sulla coesione sociale e nota come tale approccio sia riconosciuto dagli Stati membri. Dunque, le riforme economiche e del mercato del lavoro devono rafforzare la coesione sociale e le politiche sociali non vanno fatte a spese della crescita economica e dell’occupazione, così come le politiche attive d’inclusione possono aumentare l’offerta di manodopera e consolidare la coesione della società. O ancora, aumentando il benessere dell’infanzia si aiuta la popolazione a sviluppare tutte le sue potenzialità, dando un forte impulso alla società e all’economia, mentre le riforme pensionistiche e sanitarie in via d’attuazione si ripercuotono sia sulla sostenibilità delle finanze pubbliche che sul comportamento del mercato del lavoro. L’intervento sulla sanità, osserva la Commissione, migliora la qualità della vita e la produttività aiutando a mantenere la sostenibilità finanziaria.
Gli Stati membri riconoscono però che una crescita economica e dell’occupazione non riduce automaticamente le disparità di reddito, regionali o il numero di lavoratori poveri. Alcuni programmi nazionali di riforma sono quindi impegnati verso gli strati sociali più svantaggiati, affrontando ad esempio la segmentazione e la precarietà del mercato del lavoro attraverso aiuti alle famiglie povere a beneficiare della crescita dell’occupazione. Inoltre, provvedimenti per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche sono affiancati da disposizioni per tutelare i gruppi più vulnerabili, il tutto nel tentativo di attuare quell’interazione che la Commissione ritiene debba essere «più forte e visibile» a livello sia nazionale sia europeo.

lotta alla povertà
Uno degli elementi prioritari per ridurre la povertà nell’Ue, secondo la Relazione, è quello di impedirne la trasmissione da una generazione all’altra. In Europa è a rischio di povertà quasi un bambino su tre, rischi che aumentano ulteriormente nelle famiglie monoparentali o di disoccupati. Essendo noto che i bambini disagiati hanno più probabilità dei loro coetanei di fallire a scuola, di avere problemi con la giustizia, di ammalarsi e di restare poi esclusi dal mercato del lavoro e dalla società, risulta evidente come la povertà e la sua trasmissione intergenerazionale costituiscano una grave minaccia per la coesione sociale. La Relazione osserva come l’azione di prevenzione e lotta alla povertà da parte degli Stati membri si basi su un «mix di politiche»: incremento dei redditi delle famiglie, servizi migliori, abitazioni dignitose, tutela dei diritti dei bambini. Alcuni Stati membri si sono prefissi obiettivi specifici contro l’abbandono scolastico, che riguarda in media il 15% degli alunni europei ma che in alcuni Paesi sale a un terzo: sono così in fase di attuazione sia misure preventive (per istruzione, orientamento e consulenza, assistenza individuale, borse di studio) sia iniziative compensative (come le “scuole della seconda opportunità”).
Altro problema diffuso, con forti implicazioni sulla povertà, è quello della disoccupazione giovanile, che con un tasso medio nell’Ue del 18,7% raggiunge tra i giovani una quota doppia rispetto a quella complessiva. Così, molti Stati membri hanno deciso di ampliare l’apprendistato, fornire sostegni individuali e attività alternative in settori socialmente sfavoriti, migliorare l’accesso a iniziative di integrazione nei contesti di immigrazione.

inclusione attiva
Nel sottolineare che posti di lavoro di qualità rappresentano «la vera via d’uscita dalla povertà e dall’emarginazione sociale», la Relazione osserva come gli Stati membri si stiano concentrando in misura crescente sulla cosiddetta «inclusione attiva». Le prestazioni sono subordinate a condizioni rigorose di disponibilità al lavoro mentre si aumentano gli incentivi con riforme fiscali e delle prestazioni, così da permettere alle persone svantaggiate di partecipare al mercato del lavoro. In molte strategie tuttavia, nota la Relazione, non è dedicata sufficiente attenzione alla necessità di garantire livelli di reddito minimi adeguati. La crescita economica e dell’occupazione non riuscirà da sola a inserire le persone più lontane dal mercato del lavoro, sostiene la Commissione, così alcuni Stati membri stanno attuando politiche di aiuto al mantenimento dell’occupazione e all’avanzamento professionale, di formazione sul lavoro e di aumento dei salari minimi per garantire che il lavoro sia redditizio. Altri elementi essenziali indicati dalla Relazione sono le iniziative antidiscriminatorie, quelle contro l’emarginazione finanziaria e l’indebitamento eccessivo, quelle per promuovere le attività imprenditoriali e l’adattabilità, nonché un diritto del lavoro che insieme al dialogo sociale «renda consapevoli dei vantaggi dell’inclusione» nel mercato del lavoro.
Oltre all’integrazione nel mercato del lavoro, alcuni Stati membri stanno affrontando il problema degli alloggi e della fissa dimora, mirando alla prevenzione e alla qualità dell’abitare, altri cercano di facilitare l’accesso al lavoro delle persone con handicap, altri ancora affrontano l’inclusione coordinando politiche che la favoriscono con un miglior accesso ai servizi sociali di qualità. Così come molti Stati membri sono impegnati per l’inclusione sociale di immigrati e minoranze etniche, sviluppando competenze linguistico-culturali ma anche lottando contro la discriminazione e promuovendo la partecipazione alla vita civica.

sanità e pensioni
In questo primo anno di coordinamento, nota la Relazione, si sono evidenziate «differenze impressionanti» nel campo delle cure sanitarie tra i vari Stati membri e spesso all’interno di essi a seconda dello stato socioeconomico. Mentre è unanime la consapevolezza che occorre sviluppare regimi di assistenza «di lunga durata», l’offerta attuale è «spesso insufficiente, ha elevati costi di personale e lunghi tempi di attesa». La mutevole struttura delle famiglie, la maggior mobilità geografica e la diffusione del lavoro femminile impongono un’assistenza più formalizzata per anziani e disabili, osserva la Relazione, così come deve essere data priorità ai servizi di assistenza a domicilio, all’introduzione di nuove tecnologie e alla riabilitazione per il ritorno alla vita attiva.
In materia di pensioni, le strategie di riforma devono tener conto delle sinergie e dei compromessi tra gli obiettivi generali di adeguatezza, sostenibilità e aggiornamento, sostiene la Relazione. Riforme strutturali generali sono state messe in atto dalla maggior parte degli Stati membri nell’ultimo decennio, ma affinché i regimi pensionistici siano adeguati e sostenibili «deve lavorare, e più a lungo, un numero maggiore di persone». Sostenibilità e adeguatezza, nota la Relazione, sono questioni che procedono di pari passo: se regimi pensionistici insostenibili mettono a repentaglio le pensioni, pensioni inadeguate generano domande impreviste per contrastare la povertà dei pensionati.
Nella maggior parte dei Paesi, soprattutto dove sono state introdotte riforme globali nell’ottica della sostenibilità, le previsioni mostrano diminuzioni significative delle pensioni, che gli Stati cercano di compensare prolungando la vita lavorativa o aumentando il risparmio destinato ai regimi pensionistici complementari.
Recentemente l’attenzione ha riguardato questioni specifiche, come l’aumento del rischio di povertà per le donne anziane oppure le pensioni e i redditi minimi a disposizione dell’assistenza sociale. In alcuni Paesi la copertura è molto migliorata, in altri le pensioni minime perdono d’importanza con l’avanzare di pensioni legate al reddito e con l’aumento dei tassi di occupazione, osserva la Relazione secondo cui «gli Stati membri devono pensare ai futuri adeguamenti di tali benefici, compresa la loro indicizzazione per evitare un eccessivo allontanamento dal livello salariale complessivo, ma mantenendo forti incentivi al risparmio e all’allungamento della vita professionale».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/social_inclusion/jrep_en.htm

CES: L’UE DEVE FARE DI PIÙ E MEGLIO

Commentando il Rapporto congiunto dell’Ue sulla protezione e l’inclusione sociale, in un comunicato reso noto il 22 febbraio scorso la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha dichiarato che «resta ancora molto da fare, soprattutto per quanto riguarda l’inclusione sociale». Secondo la Ces «è urgente rafforzare, e in alcuni casi modificare, alcune delle politiche attuate oggi dagli Stati membri». Il diritto alla salute, ad esempio, deve essere parte integrante dei diritti sociali fondamentali e per questo la Ces intende intensificare la sua attuazione. Gli Stati membri dovrebbero farne una priorità e i sindacati europei insistono perché i governi europei diano prova di maggiori ambizioni sia negli obiettivi che nei mezzi, siano essi umani o finanziari: «La garanzia di un accesso a cure di qualità per tutti significa finanziamenti continui e all’altezza delle sfide odierne, nonché solidarietà fra le generazioni».
Per quanto riguarda le pensioni, sostiene la Ces, lo sviluppo di sistemi privati non rappresenta la risposta adeguata alla lotta contro la povertà dei pensionati (di cui il 19% con più di 65 anni era a rischio di povertà nel 2003). «Se gli Stati membri ne hanno la volontà politica, la risposta si trovi nello sviluppo e nel rafforzamento di sistemi di pensioni pubbliche di qualità e solidali, unici in grado di garantire un reddito decente alle persone anziane e quindi di far recedere la povertà» dichiarano i sindacati europei. Troppo spesso poi, secondo la Ces, la globalizzazione serve come pretesto per precarizzare le condizioni di lavoro dei lavoratori: «Sostenere lo sviluppo della flessibilità significa anche, come tra l’altro sta già succedendo, accettare l’aumento dei lavoratori poveri o a rischio di povertà in seno all’UE (oggi, circa 11 milioni di lavoratori si trovano in questa situazione)». La Ces, al contrario, rivendica lavori di qualità per tutti (giovani e meno giovani) e chiede al Consiglio e quindi agli Stati membri di riorientare le loro politiche in tal senso. Quando la flessibilità esiste, osserva la Ces, deve assolutamente essere accompagnata dalla garanzia del mantenimento dei diritti sociali e dell’accesso ai servizi sociali d’interesse generale. La Confederazione sindacale è inoltre «fortemente contraria» all’adozione di misure volte a rendere più difficile l’accesso alle prestazioni sociali «col pretesto dell’inclusione attiva», perché un irrigidimento delle condizioni di accesso rischia di «aggravare l’esclusione sociale» delle persone coinvolte. Se effettivamente l’Ue vuole raggiungere l’obiettivo di sradicare la povertà entro il 2010, gli Stati membri non solo dovranno moltiplicare i loro sforzi ma dovranno anche modificare le loro politiche dagli effetti controproducenti sugli obiettivi dichiarati, sostiene la Ces che continuerà i suoi sforzi per raccogliere la sfida della Strategia di Lisbona.

INFORMAZIONI: http://www.etuc.org/a/3370

SONDAGGIO SULLA REALTÀ SOCIALE EUROPEA

Nel febbraio 2007 è stato pubblicato un sondaggio Eurobarometro sulle diverse dimensioni sociali della popolazione europea, realizzato alla fine del 2006 attraverso 26.755 interviste a cittadini dell’Ue.
Dalle risposte raccolte emerge una generale condizione di soddisfazione: l’86% è relativamente soddisfatto della propria vita e del contesto quotidiano, l’83% del proprio tenore di vita, il 78% delle infrastrutture di trasporto, il 77% dei servizi medici e il 71% delle scuole nel proprio circondario. Secondo il 51%, il sistema sociale nazionale garantisce una copertura abbastanza ampia. L’85% degli europei intervistati non teme di perdere il lavoro nei prossimi mesi e nell’ambito lavorativo i livelli di soddisfazione risultano piuttosto elevati: il 77% dei cittadini ritiene di poter mettere a frutto le proprie conoscenze e competenze nel lavoro; per il 71% degli intervistati, il lavoro implica la necessità di imparare costantemente e, per due terzi dei cittadini, il lavoro comporta l’attribuzione soddisfacente di poteri e responsabilità. Il 41% degli intervistati considera tuttavia che il lavoro richieda un impegno eccessivo e risulti troppo stressante, contro il 34% che non condivide questa opinione. Meno di un terzo dei cittadini europei, invece, ha fiducia nelle istituzioni nazionali e la preoccupazione attualmente più diffusa è la disoccupazione (36%), seguita dal costo della vita (35%) e dalle pensioni (30%). Circa un quarto dei cittadini dell’Ue si sente minacciato dal rischio della povertà e il 62% ritiene che chiunque possa prima o poi correre un simile rischio. Conseguire un buon livello di istruzione (62%) e lavorare molto (45%) sono considerati i due fattori più importanti per cavarsela nella vita; tuttavia, il 64% dei cittadini europei ritiene che i bambini di oggi siano destinati ad avere un’esistenza più difficile rispetto a quella della propria generazione.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm

nuovo slancio sociale per l’Ue

Il 14 febbraio scorso, i ministri del Lavoro di nove Stati membri dell’Ue hanno sottoscritto un documento in cui sostengono la necessità di rilanciare la dimensione sociale nel processo di costruzione europea. Oltre alla dichiarazione congiunta, il documento contiene un’appendice in cui sono indicate le priorità per rilanciare l’Europa sociale. Lo pubblichiamo di seguito.

Noi, ministri del Lavoro di Belgio, Bulgaria, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Cipro, Lussemburgo, Ungheria: Convinti che a 50 anni dal Trattato di Roma, la dimensione sociale continui ad essere uno degli elementi essenziali dell’integrazione europea. Ci rallegriamo con la presidenza tedesca per aver inscritto la dimensione sociale al centro delle priorità del suo programma e ci auguriamo di apportarvi un contributo positivo. Affermiamo la necessità di rafforzare il modello sociale europeo, rappresentato da principi e valori comuni - quali la giustizia sociale, l’eguaglianza, la solidarietà - che ispirano, pur nella loro diversità, i sistemi sociali nazionali e che si riflettono nei Trattati. Riconosciamo che l’Unione europea ha potuto ottenere rilevanti risultati nel cammino del progresso sociale sulla base di obiettivi e strumenti comuni stabiliti dai Trattati. È quindi necessario collegare il rilancio dell’Europa sociale ad una ripresa della dinamica istituzionale. Consideriamo essenziale, a tal fine, che il Consiglio, il Parlamento europeo e la Commissione elaborino congiuntamente una visione lungimirante per l’Europa sociale, che promuova con un approccio equilibrato le riforme e gli adattamenti connessi alla globalizzazione, alle ristrutturazioni industriali, all’innovazione tecnologica, alla demografia e all’immigrazione, per rafforzare la crescita, l’occupazione e la qualità del lavoro, garantendo nel contempo i diritti e le protezioni sociali propri della tradizione europea.
Riteniamo che la lotta alla disoccupazione debba restare un asse prioritario della politica economica e sociale degli Stati membri e dell’Unione. Ricordiamo che, nella prospettiva della realizzazione della Strategia di Lisbona rinnovata, le politiche sociali sono anche un fattore di sviluppo economico e competitività in quanto contribuiscono al miglioramento della produttività, alla creazione di posti di lavoro e alla coesione sociale. Riaffermiamo la necessità di rafforzare la convergenza economica e sociale nell’Unione al fine di promuovere la creazione di posti di lavoro, le pari opportunità sul mercato del lavoro, la formazione continua, la modernizzazione della sicurezza sociale. L’Europa sociale offrirà così un autentico valore aggiunto al mondo del lavoro e ai cittadini, in particolare quelli che le ristrutturazioni e l’impatto della globalizzazione rendono più vulnerabili. In tale direzione, l’Unione potrà fare affidamento sui vari strumenti di cui dispone (coordinamento, legislazione, dialogo sociale, programmi).
Sottolineiamo il ruolo determinante che in tale contesto sono chiamate a svolgere le parti sociali, il dialogo sociale e la contrattazione collettiva ai vari livelli.
Riteniamo che l’Europa a 27 non può ridursi ad una zona di libero scambio ma che essa deve assicurare l’indispensabile equilibrio tra libertà economica e diritti sociali così che il mercato interno possa divenire uno spazio regolato anche sul piano sociale. Il completamento di tale mercato è inscindibile dall’attuazione effettiva dell’“acquis” sociale comunitario, dei principi di parità di trattamento dei lavoratori e dell’applicazione del diritto del lavoro nazionale nel quadro della libera prestazione dei servizi. Esortiamo affinché l’Unione europea s’impegni a promuovere i principi e i valori del suo modello sociale sul piano internazionale. Al fine di contribuire ad una globalizzazione più giusta ed equilibrata, è necessario generalizzare le clausole sociali negli accordi commerciali dell’Unione con i Paesi terzi; incoraggiare, in ambito multilaterale, la presa in conto dei principi e diritti fondamentali del lavoro così come sono definiti dall’Oil; sostenere la campagna per un lavoro dignitoso per tutti. Proponiamo che il prossimo rapporto sulla Realtà sociale dell’Unione europea conduca ad una revisione di medio termine dell’Agenda sociale, che abbia come obiettivo il miglioramento della qualità del lavoro e la tutela dei percorsi professionali, al fine di concretizzare le pari opportunità sul lavoro.
Auspichiamo che questa esigenza di sviluppare l’Europa sociale, elemento qualificante di qualsiasi riavvicinamento dei cittadini al progetto europeo, possa riflettersi nelle conclusioni della presidenza in occasione dei prossimi Consigli europei.

Peter Vanvelthoven, Emilia Maslarova, Savvas Tsitouridis, Jesús Caldera Sánchez-Capitán, Gérard Larcher, Cesare Damiano, Antonis Vassiliou, François Biltgen, Péter Kiss.

ALCUNI SPUNTI PER L’IMPEGNO FUTURO

Con un allegato alla dichiarazione, i nove ministri europei hanno indicato le priorità su cui intendono impegnarsi nell’ottica dell’Europa sociale.

politiche per l’occupazione e flessicurezza
• Combattere il lavoro precario e favorire la stabilizzazione dell’occupazione e la qualità del lavoro.
• Investire nella formazione continua, al fine di permettere ai lavoratori di far fronte ai cambiamenti del mercato del lavoro, anche attraverso il riconoscimento di un diritto individuale alla formazione.
• Rendere più sicura, nell’ambito di un mercato del lavoro evolutivo, la tutela dei percorsi professionali attraverso la riqualificazione professionale, il mantenimento dei diritti e il sostegno al reddito nei periodi di transizione.
• Favorire l’accesso dei giovani al lavoro attraverso una formazione qualificante e iniziative per il primo impiego e il sostegno all’imprenditorialità, al fine di agevolarne l’integrazione nel mercato del lavoro.
• Favorire l’aumento del tasso di attività dei lavoratori anziani.
• Migliorare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro tenendo conto delle nuove tecnologie nella prevenzione dei rischi.
• Sviluppare, sulla base dell’“acquis” comunitario, il diritto europeo del lavoro con un sistema di norme sociali minime applicabili nell’Unione.
• Combattere il lavoro non dichiarato, favorendone l’emersione.
• Garantire la mobilità del lavoro nell’Unione tramite misure volte a creare un mercato del lavoro più integrato in Europa.

coesione sociale
• Impegnarsi affinché le riforme dei sistemi di protezione sociale siano orientate alla sostenibilità finanziaria ma anche all’esigenza di garantirne le finalità sociali ed il loro carattere universale e solidale.
• Garantire interventi di protezione sociale ed una rete di servizi che rispondano ai bisogni delle persone non autosufficienti.
• Combattere la povertà e l’esclusione sociale con la definizione di un reddito minimo per i cittadini dell’Unione e con specifiche iniziative verso le persone meno favorite o vulnerabili come i giovani, le donne, i lavoratori anziani, i lavoratori migranti e i Rom.
• Eliminare tutte le discriminazioni sul mercato del lavoro.
• Sviluppare le politiche per l’integrazione professionale e sociale dei lavoratori immigrati e le loro famiglie.

pari opportunità
• Favorire l’aumento del tasso di occupazione femminile.
• Sviluppare politiche in grado di aiutare la conciliazione tra vita professionale e vita familiare e privata, sia per le donne che per gli uomini.
• Mettere fine alle disparità di trattamento tra uomini e donne sul posto di lavoro, in particolare sotto il profilo retributivo e delle carriere.
• Rafforzare le politiche fiscali e sociali a sostegno delle famiglie e dell’infanzia, ivi compresa una rete adeguata di asili nido.

una migliore “governance” sociale dell’Ue
• Garantire la piena e corretta applicazione dell’“acquis” sociale comunitario.
• Rafforzare il coordinamento tra i servizi di ispezione sociali e del lavoro.
• Stabilire un quadro comunitario per valutare l’impatto sociale di tutte le politiche dell’Unione.
• Valorizzare la contrattazione collettiva, estendere la concertazione sociale a tutti i livelli e sostenere il dialogo sociale europeo.
• Promuovere una valutazione dei diversi strumenti di intervento dell’Unione in materia di politica sociale (legislazione, metodo aperto di coordinamento, dialogo sociale) al fine di misurarne la pertinenza e l’efficacia nei differenti ambiti.

una consultazione europea sul benessere sociale

La Commissione europea ha varato il 26 febbraio scorso una consultazione pubblica volta a inventariare realtà e tendenze attuali delle società europee.
Proposto per la prima volta a maggio 2006 nell’ambito della comunicazione Un’agenda dei cittadini, l’inventario della realtà sociale è stato quindi sottoscritto dal Consiglio europeo del giugno 2006. Lo scopo è di intavolare il dialogo con i vari interlocutori per discutere ciò che caratterizza la realtà sociale europea. Si tratta di una consultazione unica nel suo genere, basata su un documento di riferimento, un Eurobarometro (vedi box a pag. 5) e un apposito sito Internet, lanciata dalla Commissione allo scopo di ascoltare, non di vagliare opzioni politiche. Nella misura del possibile, si terrà conto dei risultati della consultazione in vista di iniziative politiche future, quali la revisione intermedia dell’agenda della Commissione per la politica sociale nei prossimi mesi.
Come primo passo, la Commissione ha presentato al Consiglio europeo dell’8 e 9 marzo 2007 una relazione intermedia, accompagnata da un documento di riferimento a cura dell’Ufficio dei consiglieri per le politiche europee (Bepa) della Commissione.
La realtà sociale europea è il titolo dell’analisi del Bepa che riflette la visione personale degli autori, Roger Liddle e Fréderic Lerais; essa solleva, in maniera interessante, un’estesa gamma di questioni ritenute utili dal Collegio ai fini del tipo di dibattito, profondo e ampio, che si intende suscitare.
Nel presentare l’iniziativa, il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha affermato: «Nell’Europa moderna, la finalità dell’Unione è di consentire ai suoi cittadini di raggiungere livelli più elevati di prosperità, solidarietà e sicurezza in un mondo globalizzato. A tal fine, è necessario prendere conoscenza di quanto accade nelle nostre società alla luce di un quadro unico di riferimento e far sì che le possibili ripercussioni dei profondi mutamenti sociali in corso siano comprese in modo unanime».
In occasione del Vertice di Hampton Court (dell’ottobre 2005 sotto la presidenza di turno britannica), questa duplice sfida è stata dibattuta dai leader europei nell’ambito dei due grandi temi della demografia e della globalizzazione. Da allora, le preoccupazioni dei cittadini in tema di benessere ed equità sociali sono andate aumentando. «A livello comunitario, sono state a giusto titolo esaminate nei minimi dettagli le sfide moderne della competitività. È ora giunto il momento di analizzare e riflettere, con pari intensità, in merito alle sfide connesse all’Europa sociale» ha aggiunto il presidente Barroso. È la prima volta che la Commissione ricorre a questo tipo di consultazione. L’intento è di stimolare un dibattito esteso e aperto sui mutamenti sociali cui sono confrontati i cittadini europei nell’era della globalizzazione. In questa fase, la Commissione non è alla ricerca di pareri su una serie di proposte o di orientamenti politici. Le conclusioni politiche potranno essere tratte solo in un secondo momento, con il concorso degli Stati membri.
La consultazione non è rivolta unicamente alle organizzazioni con sede a Bruxelles. È previsto infatti il coinvolgimento di organismi locali e nazionali, di enti politici e di gruppi di riflessione in tutta Europa. Durante la fase di consultazione, chiunque abbia interesse per i temi trattati è invitato a partecipare al dibattito (o ad esplicitare le proprie opinioni). La consultazione sarà realizzata durante tutto il 2007.
(Fonte: InEurop@)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/citizens_agenda/social_reality_stocktaking/index_it.htm

nuova strategia europea per salute e sicurezza sul lavoro

La Commissione europea ha adottato il 21 febbraio scorso una nuova strategia quinquennale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che si pone l’obiettivo di ridurre di un quarto le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro negli Stati membri dell’Ue.
Dal 2002 al 2004 gli infortuni mortali sono diminuiti del 17% e quelli che comportano un’assenza dal lavoro non inferiore a tre giorni sono scesi del 20%. I progressi variano però secondo i Paesi, i settori, le imprese e le categorie di lavoratori. I mutamenti nel mondo del lavoro stanno facendo emergere nuovi rischi, e alcune malattie professionali sono in aumento. «Le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro rappresentano in Europa un grosso onere per lavoratori e datori di lavoro: ogni anno si contano circa quattro milioni di infortuni, che sotto il profilo economico rappresentano un costo enorme per l’economia europea. Una parte considerevole di questo costo ricade sui sistemi di previdenza sociale e sulle finanze pubbliche», ha dichiarato Vladimír Špidla, commissario europeo responsabile per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità. Il miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori, ha aggiunto il commissario europeo, «è di fondamentale importanza ai fini della strategia dell’Unione europea per la crescita e l’occupazione. Migliorare la produttività e la qualità del lavoro significa dare impulso alla crescita e alla competitività dell’Europa».

ancora troppi infortuni
Malgrado gli importanti passi avanti compiuti negli ultimi cinque anni, rimane ancora molto da fare, sostiene la Commissione. Il costo degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali non grava in ugual misura su tutti i soggetti coinvolti. Le assenze dal lavoro costano ai lavoratori europei circa un miliardo di euro all’anno. I datori di lavoro devono sostenere i costi delle indennità di malattia, della sostituzione dei lavoratori assenti  e della perdita di produttività, in molti casi non coperti da assicurazione.
Particolarmente esposte sono le piccole e medie imprese, in cui si verifica l’82% degli infortuni professionali e il 90% degli infortuni mortali sul lavoro. I settori dell’edilizia, dell’agricoltura, dei trasporti e della sanità sono quelli che presentano il rischio più elevato di infortuni sul lavoro; i giovani, gli immigrati, i lavoratori più anziani e i lavoratori precari sono le categorie più fortemente colpite.
Alcuni tipi di malattie sono in aumento, e soprattutto le patologie muscolo-scheletriche (lombalgie, lesioni articolari, lesioni da sforzi ripetuti) e quelle connesse a stress psicologici.

proposte di intervento
La strategia per il periodo 2007-2012 mira a una riduzione del 25% degli infortuni e delle malattie professionali nell’Ue, e a tal fine prevede una serie di azioni a livello europeo e nazionale nei seguenti campi:
• miglioramento e semplificazione della legislazione in vigore e rafforzamento della sua applicazione concreta mediante strumenti non vincolanti (scambi di buone pratiche, campagne di sensibilizzazione, miglioramento dell’informazione e della formazione);
• definizione e attuazione di strategie nazionali adattate alla situazione specifica di ciascuno Stato membro, rivolte ai settori e alle imprese più direttamente coinvolti e finalizzate a obiettivi nazionali di riduzione degli infortuni e delle malattie professionali;
• integrazione delle tematiche relative alla salute e alla sicurezza sul lavoro nelle altre politiche europee (istruzione, sanità pubblica, ricerca) e perseguimento di nuove sinergie;
• individuazione e valutazione dei possibili nuovi rischi mediante un rafforzamento della ricerca, lo scambio di conoscenze e l’applicazione pratica dei risultati.

le critiche della Ces
Quella presentata dalla Commissione europea «è la strategia meno ambiziosa, in quanto a iniziative concrete, che sia mai stata proposta dall’adozione, nel 1978, del primo programma d’azione comunitario» dichiara in un comunicato del 27 febbraio scorso la Confederazione europea dei sindacati (Ces), osservando che gli incidenti sul posto di lavoro non rappresentano che una parte limitata dei danni provocati alla salute e sottolineando che finora la strategia comunitaria aveva sempre privilegiato un approccio più ampio all’insieme dei problemi legati alla salute.
«La scelta di definire come obiettivo centrale la riduzione degli incidenti sul posto di lavoro rappresenta un regresso nei confronti di tale strategia» sostiene la Ces, che si rammarica del fatto che le malattie legate al lavoro non siano menzionate nella comunicazione della Commissione e si faccia solo riferimento a “malattie professionali”. In Europa, meno del 5% dei tumori causati dal lavoro sono riconosciuti come malattie professionali, osservano i sindacati europei, e il fatto di presentare come un obiettivo “la riduzione continua, sostenibile e omogenea” delle malattie professionali non permette di definire una vera strategia. Al contrario, è probabile che una politica di prevenzione più efficace porti, in un primo momento, a un aumento significativo del numero di malattie professionali riconosciute: «Evidentemente, tale constatazione non è compatibile con l’approccio generale della Commissione che sembra considerare la salute sul posto di lavoro semplicemente una variante della produttività e della competitività delle imprese» scrive la Ces.
Una strategia di prevenzione deve basarsi su dispositivi precisi che permettano azioni concrete sul posto di lavoro, quali la rappresentanza dei lavoratori, l’ispezione del lavoro e i servizi di prevenzione, nota la Confederazione europea secondo cui la comunicazione della Commissione ignora l’approccio partecipativo previsto dalla direttiva-quadro del 1989 e ignora completamente l’importanza della rappresentanza. La Ces critica anche il ruolo riservato all’ispezione del lavoro, immaginato dalla Commissione come una rete di consulenti al servizio delle imprese «sottovalutando gravemente l’importanza del controllo e delle sanzioni nei confronti delle responsabilità dei datori di lavoro». Sui servizi di prevenzione, poi, la comunicazione si limita ad alcuni suggerimenti sui servizi esterni, «un approccio troppo limitato e contrario allo spirito della direttiva-quadro che considera, giustamente, una priorità l’instaurazione di servizi interni di prevenzione» commenta la Ces, secondo cui la Commissione «sembra aver dimenticato il Trattato che prevede l’armonizzazione dell’ambiente di lavoro attraverso direttive comunitarie. Privilegia invece raccomandazioni che, come dimostrato, sono inefficaci, nonché strumenti non obbligatori».
Due sono i campi d’azione prioritari per ridurre le malattie legate al lavoro, secondo i sindacati europei: la prevenzione dei disturbi muscolo-scheletrici e la lotta contro i rischi chimici e, in particolare, contro i tumori, due punti presenti nella strategia 2002-2006. «L’arresto delle iniziative comunitarie per quanto riguarda la revisione della direttiva sugli agenti cancerogeni, l’elaborazione di valori-limite obbligatori e la direttiva globale sui disturbi muscolo-schelettrici ha costituito uno dei maggiori insuccessi per la politica di salute e di sicurezza di quest’ultimo periodo» osserva la Ces che, rilevando come la Commissione non utilizzi più il termine di direttiva, conclude amaramente: «Dopo cinque anni di tergiversazioni, avremmo preferito che la Commissione avesse idee più chiare sulle possibili iniziative».
(Fonti: InEurop@ e Apiceuropa)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/health_safety/index_en.htm - http://www.etuc.org/a/3387

previsioni al rialzo per l’Ue

La crescita economica europea nel 2006 ha fatto registrare le prestazioni più elevate degli ultimi anni e le previsioni per il 2007 sono in linea con questa tendenza. Mentre infatti nel 2006 il tasso di crescita è stato del 2,7% nella zona euro e del 2,9% nell’Ue a 25, contro l’1,4% e l’1,7% registrati rispettivamente nel 2005, per l’anno in corso si prevede una crescita del 2,4% nell’area dell’euro e del 2,7% nell’Ue a 27, tassi in leggero calo rispetto all’anno precedente ma superiori dello 0,3% alle proiezioni presentate nell’autunno scorso.
Il dato è contenuto nelle previsioni intermedie pubblicate dalla Direzione generale Affari economici e finanziari della Commissione europea lo scorso 16 febbraio, secondo cui parallelamente dovrebbe diminuire l’inflazione: dal 2,2% del 2006 sia nell’area dell’euro che nell’Ue, all’1,8% nella zona euro e al 2% nell’Ue per il 2007. Una situazione generale che «non è dovuta soltanto a condizioni cicliche favorevoli, ma riflette anche una maggiore robustezza dell’economia europea e dimostra che le riforme economiche già realizzate meritavano lo sforzo fatto» dichiara il commissario europeo per gli Affari economici e monetari Joaquín Almunia, che però avverte: «Dobbiamo evitare di ripetere gli errori del passato e sfruttare questi periodi economici favorevoli per continuare sulla via del risanamento delle finanze pubbliche e delle riforme strutturali».

inflazione in calo, per ora
Con una crescita mondiale rivista al rialzo al 5,2% per il 2007, anche l’economia europea dovrebbe mantenere una crescita superiore al potenziale secondo le previsioni. È la domanda interna, cioè il consumo e gli investimenti privati, a essere il principale motore della ripresa. In particolare, le prospettive migliori del previsto in materia di inflazione e l’evoluzione favorevole del mercato del lavoro faranno salire il reddito disponibile reale, sostenendo ulteriormente il consumo privato. La ripresa della crescita, osserva la Commissione, va di pari passo con la riduzione degli scarti tra i tassi di crescita delle principali economie. Il calo dei prezzi del petrolio dovrebbe contribuire alla riduzione dell’inflazione: il prezzo medio del greggio è stimato infatti a 59,9 dollari al barile nel 2007, ovvero 6,5 dollari in meno rispetto al prezzo dello scorso autunno. Anche la ripresa della produttività del lavoro e l’intensa concorrenza internazionale a livello di prezzi dovrebbero contribuire a mantenere l’inflazione al di sotto della soglia del 2% stabilita dalla Banca centrale europea. Tuttavia, osserva la Commissione, pressioni sui prezzi a livello dei produttori e accordi salariali più elevati del previsto potrebbero rappresentare un rischio.

occupazione e finanze pubbliche
A seguito dell’attività economica è aumentata sensibilmente anche l’occupazione dall’ultimo trimestre del 2005, con 3 milioni di nuovi posti di lavoro creati nell’Ue di cui 2 milioni nell’area dell’euro. Nel dicembre 2006 il tasso di disoccupazione ammontava al 7,5% nella zona euro (con una media annuale del 7,8%), cioè il livello più basso da oltre un decennio. Il dato è pari a quello del tasso di disoccupazione naturale stimato, che ha registrato un calo negli ultimi anni, cosa che secondo la Commissione dimostrerebbe come le riforme strutturali messe in atto stiano dando i primi risultati. Così come risultano migliori del previsto anche i risultati di bilancio in molti Stati membri, un’evoluzione positiva che dovrebbe continuare, almeno in parte, nel 2007.

valutazione dei rischi
In generale, i rischi legati alle previsioni sembrano controbilanciarsi, secondo la Commissione. In particolare, l’inversione di tendenza nel mercato del lavoro potrebbe creare un circolo virtuoso: crescita dei redditi da lavoro, maggiore fiducia e aumento della spesa dei consumatori. D’altra parte e nonostante i margini creati dalla recente ripresa della crescita della produttività, un’accelerazione dei salari scollegata da previsti incrementi di produttività potrebbe soffocare l’espansione, determinando una stretta di politica monetaria. Permane poi incertezza per l’impatto dell’innalzamento dell’Iva in Germania e destano preoccupazione i persistenti squilibri mondiali.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/index_en.htm

voli Cia: condannate le reticenze europee

Dopo aver approvato il 7 luglio 2006 la relazione intermedia sulle presunte attività illegali della Cia in Europa (vedi “euronote” n. 42, pag. 8), il Parlamento europeo ha adottato lo scorso 14 febbraio la relazione conclusiva della commissione temporanea istituita il 18 gennaio 2006 e composta da 46 europarlamentari, che ha così terminato il suo incarico. Condannando con fermezza il rapimento e la detenzione di sospetti terroristi sul territorio di Stati membri dell’Ue, nonché nei Paesi candidati e nei Paesi associati, l’Europarlamento deplora la mancanza di collaborazione da parte di taluni governi e del Consiglio dell’Ue. Il Parlamento ritiene infatti «totalmente inaccettabile» che il Consiglio abbia inizialmente nascosto e in seguito fornito soltanto informazioni frammentarie sulle discussioni svolte con alti funzionari del governo americano, ed esprime «indignazione» per la proposta che sarebbe stata avanzata dall’allora presidenza del Consiglio dell’Ue (britannica) di istituire un “quadro” comune con gli Usa sulle norme relative alla consegna di sospetti terroristi.
Inoltre, il Parlamento europeo mette in dubbio «la concretezza effettiva» del posto di coordinatore europeo per la lotta al terrorismo (Gijs de Vries si è dimesso nelle stesse ore in cui l’Europarlamento votava la relazione), visto che «non è stato in grado di dare risposte soddisfacenti alle domande della commissione temporanea», deplora il rifiuto del direttore di Europol di comparire di fronte alla commissione, esprime «profonda preoccupazione» per l’analogo rifiuto del precedente e dell’attuale segretario generale della Nato, e chiede a Javier Solana di rendere noti tutti i fatti e le discussioni tenute su temi che rientrano fra le competenze della commissione, nonché di promuovere una Politica estera e di sicurezza e una strategia internazionale contro il terrorismo «che rispetti i diritti umani e le libertà fondamentali».

le “consegne straordinarie”

I deputati condannano la pratica extragiudiziale delle cosiddette extraordinary renditions (consegne straordinarie) quale «strumento illegale» utilizzato dagli Usa nella lotta al terrorismo, pratica secondo cui un individuo sospetto di coinvolgimento in attività terroristiche è illegalmente rapito, arrestato e/o posto sotto la custodia di funzionari statunitensi e/o trasportato in un altro Paese per essere sottoposto a interrogatori, il che, nella maggior parte dei casi, comporta torture e detenzione segreta. «Questa prassi è stata accettata e tenuta nascosta dai servizi segreti e dalle autorità governative di taluni Paesi europei» sostiene la relazione adottata, secondo cui tra la fine del 2001 e la fine del 2005 i voli effettuati dalla Cia nello spazio aereo europeo o che hanno fatto scalo in aeroporti europei sono stati almeno 1245, a cui va aggiunto un imprecisato numero di voli militari utilizzati per lo stesso scopo. Sono 19 invece i casi provati di consegne straordinarie avvenute in Europa.
Nel condannare anche «chiunque abbia partecipato all’interrogatorio di individui che sono vittime di consegne straordinarie», il Parlamento ritiene che tale prassi abbia inoltre dimostrato «di esser controproducente nella lotta al terrorismo», visto che danneggia e indebolisce le normali procedure giudiziarie e di polizia contro i sospetti terroristi. È condannato inoltre il fatto che Paesi europei «abbiano rinunciato al controllo sul proprio spazio aereo e sui propri aeroporti chiudendo gli occhi nei confronti dei voli operati dalla Cia o autorizzandoli», per questo l’Europarlamento ritiene impossibile che alcuni governi non fossero a conoscenza delle attività svolte sul loro territorio e denuncia un «quadro di illegalità non casuali né episodiche».

il caso italiano
La relazione adottata riporta dettagliatamente i vari casi esaminati, che riguardano ben 14 Paesi: Italia, Regno Unito, Germania, Svezia, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Danimarca, Belgio, Turchia, Macedonia e Bosnia-Erzegovina.
Sulle attività della Cia in Italia, i deputati europei deplorano anzitutto che i rappresentanti dell’attuale e del precedente governo italiano che sono, o sono stati, responsabili dei servizi segreti (Enrico Micheli, Enzo Bianco e Gianni Letta) abbiano declinato l’invito a comparire di fronte alla commissione temporanea. La relazione prende atto dei 46 scali effettuati negli aeroporti italiani da aerei della Cia ed esprime profonda preoccupazione quanto alla finalità di tali voli, che provenivano da Paesi collegati con i circuiti delle consegne straordinarie e col trasferimento di prigionieri o che vi erano diretti. A tale proposito, i deputati europei condannano la consegna straordinaria del funzionario egiziano Abu Omar, rapito a Milano nel febbraio 2003 da agenti della Cia e trasportato in aereo verso l’Egitto, dov’è stato detenuto e torturato. Al riguardo, la relazione condanna «il ruolo attivo svolto da un maresciallo dei carabinieri e da taluni funzionari dei servizi segreti e di sicurezza militari italiani (Sismi) nel rapimento».

rivedere la legislazione

Nel sollecitare la chiusura della prigione statunitense di Guantánamo (Cuba) ed esortando i Paesi europei ad attivarsi immediatamente per ottenere il ritorno dei rispettivi cittadini e residenti «detenuti illegalmente dalle autorità statunitensi», il Parlamento chiede ai governi europei di «risarcire le proprie vittime innocenti delle consegne straordinarie». Alla Commissione europea è invece chiesto di effettuare una valutazione di tutta la legislazione antiterrorismo negli Stati membri nonché degli accordi, formali o informali, tra questi e i servizi segreti di Paesi terzi, «nella prospettiva dei diritti dell’uomo». Secondo l’Europarlamento occorre riesaminare le eccezioni derivanti dalla nozione di “segreto di Stato”, limitandole e definendole in modo restrittivo, così come ritiene necessario che le istituzioni dell’UE adottino principi comuni per quanto riguarda il trattamento delle informazioni riservate, al fine di evitare abusi «sempre più inaccettabili nel contesto degli Stati democratici moderni».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

l’Ue contro la pena di morte

E’ necessaria un’immediata moratoria universale delle esecuzioni per giungere all’abolizione della pena di morte in tutto il mondo, perché l’abolizione «contribuisce a rafforzare la dignità dell’uomo». Con queste motivazioni il Parlamento europeo ha adottato a grande maggioranza (591 favorevoli, 45 contrari e 31 astensioni), il 1° febbraio scorso, una risoluzione con cui l’Ue intende chiedere all’Onu un impegno ufficiale per una moratoria «incondizionata».
L’Europarlamento, pur constatando la generale tendenza verso l’abolizione della pena di morte a livello mondiale, si dice vivamente preoccupato del fatto che esistano, o siano state reintrodotte, legislazioni nazionali in decine di Paesi del mondo che prevedono la pena capitale e che causano ogni anno l’esecuzione di migliaia di persone. Così come i deputati europei condannano l’esecuzione dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein (avvenuta il 29 dicembre 2006) e «lo sfruttamento mediatico della sua impiccagione», deplorando anche il modo in cui è stata effettuata. L’Europarlamento sollecita le istituzioni e gli Stati membri dell’Ue a fare quanto possibile, politicamente e diplomaticamente, per garantire il successo dell’iniziativa in seno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ed esortano tutti i Paesi dell’Ue a ratificare il secondo protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, volto alla completa abolizione della pena di morte. Al riguardo, ricordano anche che l’abolizione della pena di morte «è un valore fondamentale dell’Unione europea e un requisito per i Paesi che chiedono di aderirvi».

il contesto europeo
Il 1° marzo 1985 entrò in vigore il Protocollo n. 6 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa e, dal 1997, nessuna sentenza capitale è stata eseguita nei Paesi membri dell’Organizzazione. Tutti i nuovi Stati che aderiscono al Consiglio s’impegnano a introdurre una moratoria immediata sulle esecuzioni e a ratificare il Protocollo. Nel maggio 2002 i ministri degli Esteri e i rappresentanti dei 36 Stati membri del Consiglio d’Europa (tra cui l’Italia), riuniti a Vilnius in occasione della 110ª sessione del Comitato dei ministri dell’Organizzazione, hanno poi firmato il Protocollo n. 13 che abolisce la pena di morte in ogni circostanza, anche per gli atti commessi in tempo di guerra o di pericolo imminente di guerra, senza deroghe né riserve. L’Assemblea parlamentare del Consiglio sta ora cercando di estendere la proibizione della pena capitale anche ai Paesi “osservatori” dell’Organizzazione, in particolare Giappone e Stati Uniti.
Per quanto riguarda l’Ue, invece, nel 1998 decise di rafforzare le sue attività internazionali contro la pena capitale, come parte integrante della sua politica in materia di diritti umani. Furono quindi stilate le linee guida sull’approccio cui attenersi nell’ambito delle discussioni multilaterali e bilaterali. In seguito, la Carta europea dei diritti fondamentali (adottata a Nizza nel dicembre 2000) ha sancito che «nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato». La Carta, che è diventata la parte seconda del progetto di Trattato costituzionale, afferma poi che «nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». L’abolizione della pena di morte, d’altra parte, è un requisito cui devono attenersi i Paesi candidati all’adesione all’Ue.

l’iniziativa italiana
Il 27 luglio 2006 la Camera dei deputati italiana ha approvato all’unanimità una risoluzione che chiedeva al governo italiano di presentare all’Assemblea generale dell’Onu, dopo aver consultato i partner dell’Ue, una proposta di risoluzione per una moratoria universale della pena di morte. In dicembre, poi, su iniziativa italiana i ministri degli Esteri dell’Ue hanno ribadito che il Consiglio «si oppone fermamente alla pena di morte in tutti i casi», che l’Ue «continuerà a prodigarsi per incoraggiare i Paesi che ancora conservano la pena capitale ad abolirla» e «solleverà la questione in tutte le sedi pertinenti». Così è stato fatto in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu dello stesso mese, quando l’Ue ha presentato una dichiarazione sulla pena di morte che è stata poi controfirmata da 85 Paesi.
Il 9 gennaio 2007 il governo italiano e il Consiglio d’Europa hanno quindi deciso di collaborare per raccogliere il massimo sostegno possibile a favore dell’iniziativa promossa all’Onu. Nella riunione del 22 gennaio 2007, il Consiglio Affari generali dell’Ue ha convenuto che la presidenza tedesca dell’Ue avrebbe verificato le possibilità e modalità per riaprire il dibattito all’Onu.

la pena di morte nel mondo
Secondo l’Ong Nessuno tocchi Caino, i Paesi che hanno deciso di abolire la pena di morte - per legge o in pratica - sono oggi 142. Di questi, 90 sono totalmente abolizionisti e 10 abolizionisti solo per crimini ordinari. La Russia, in quanto membro del Consiglio d’Europa, è impegnata ad abolirla e sta attuando una moratoria delle esecuzioni. In totale sono 5 i Paesi che hanno introdotto moratorie, mentre i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono cioè sentenze capitali da oltre dieci anni, sono 37. Sono invece 54 gli Stati che mantengono la pena di morte (a fronte dei 60 del 2004), ma solo 24 di questi hanno effettuato esecuzioni negli ultimi due anni ed è così diminuito il numero complessivo delle esecuzioni nel mondo. Dei 54 Paesi in cui vige la pena di morte, 43 sono regimi dittatoriali, autoritari o illiberali e in essi è compiuto oltre il 98% delle esecuzioni mondiali. Cina, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti sono responsabili insieme del 94% delle esecuzioni messe in atto in tutto il mondo, ma oltre il 90% sono a carico della sola Cina.

(Fonte: Dipartimento Internazionale Cisl Bergamo)

tutelare il modello sociale: la Ces sui 50 anni dell’Ue

In occasione del 50° anniversario dell’adozione del Trattato di Roma, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha reso noto un documento che pubblichiamo integralmente di seguito.

La Confederazione europea dei sindacati saluta positivamente i risultati del processo di integrazione europea che da 50 anni porta pace e prosperità e offre un quadro per l’unificazione europea.
Fin dagli anni Ottanta, la dimensione sociale è stata aggiunta ai principali pilastri macro-economici, finanziari e monetari; questa dimensione essenziale assicura l’appoggio popolare per continuare l’integrazione. Attraverso i mezzi pacifici di negoziazione, dialogo e accordo, l’Unione europea ha costruito un’area dove progresso economico e sociale, cooperazione e democrazia hanno raggiunto un livello più alto che in qualunque altro luogo nel mondo. L’Ue, guidata da principi sociali ed etici e impegnata a favore di alti livelli di protezione sociale, standard di vita elevati, sviluppo sostenibile, giustizia sociale e pari opportunità per tutti, è un modello per le altre regioni del mondo.
Nel corso degli ultimi 50 anni, la costruzione europea ha inoltre incoraggiato le organizzazioni sindacali a guardare oltre le proprie frontiere nazionali, a sviluppare nuovi mezzi di lavoro comune e ad offrire solidarietà reciproca. Nata nel 1973 come alleanza democratica di sindacati che rispettano il pluralismo e la diversità, la Ces permette di raggiungere questo obiettivo. I sindacati sono stati creati in Europa, e non è una coincidenza che l’Europa abbia giornate lavorative più corte, festività più lunghe, maggiore responsabilità sociale, migliori sistemi di sicurezza sociale, servizi pubblici più universali e meno disuguaglianze che in altre parti del mondo. Il capitolo dedicato alla politica sociale, il riconoscimento del dialogo sociale europeo (come processo di co-regolamentazione), un’ambiziosa agenda e un programma di lavoro in materia di politica sociale costituiscono tappe essenziali verso una Europa più sociale e verso lo sviluppo di un modello sociale europeo. A ciò è seguita la legislazione su salute e sicurezza sul posto di lavoro, condizioni di lavoro, non-discriminazione, parità di genere, diritto all’informazione e consultazione e creazione dei Comitati aziendali europei (Cae). Ma dalla fine degli anni Novanta, i progressi si sono fermati e la dimensione sociale dell’Ue è stata trascurata.

l’agenda deve essere ambiziosa
La Ces è delusa dalla mancanza di progressi sulla dimensione sociale del mercato interno, dalle recenti agende di politica sociale prive di ambizioni, dall’arresto della Strategia di Lisbona e dalla mancanza di misure sui servizi di interesse generale.

la Costituzione europea
L’Ue ha percorso un lungo cammino sulla via dell’integrazione. Ma l’attuale dibattito costituzionale, che ha fatto seguito al cosiddetto periodo di riflessione, deve giungere a una decisione che dia peso adeguato all’Europa sociale. Il testo del Trattato costituzionale prende in esame, in larga misura, i desideri di cittadini, lavoratori e sindacati per sviluppare una Europa più efficiente e sociale. Soprattutto, dà peso giuridico alla Carta europea dei diritti fondamentali, introducendo clausole che garantiscono il diritto di sciopero e la partecipazione nelle negoziazioni collettive. La Carta non è ancora giuridicamente vincolante, per questo la Ces insiste sul fatto che deve rimanere parte integrante del Trattato costituzionale finale.

maggiore e migliore occupazione
Nonostante alcuni recenti passi in avanti, sfide chiave come disoccupazione e qualità del lavoro rimangono senza risposta. Nel corso degli ultimi 50 anni, l’Ue ha lavorato per creare un mercato unico europeo di beni e servizi e sta realizzando un mercato europeo del lavoro. Oggi i lavoratori hanno anche bisogno di uguali condizioni, che garantiscano un trattamento uguale in tutta Europa e proteggano i diritti di lavoratori migranti e sindacati, al fine di giungere ad accordi collettivi.
Al contrario, il lavoro precario è in aumento nell’Ue. La pressione attuale a favore della “flexicurity” nel mercato del lavoro è accettabile solamente a condizione che migliori la qualità dell’occupazione attraverso la creazione di lavori dignitosi e salari adeguati, metta fine all’espansione del lavoro precario, migliori la conciliazione fra vita professionale e vita privata e migliori la sicurezza e la salute sul posto di lavoro. Deve anche combinare la sicurezza del lavoro con le nuove forme di assistenza ai lavoratori per offrire protezione sociale adeguata, mantenimento dei diritti e garanzia di un reddito durante periodi di transizione, salvaguardando i percorsi professionali e le competenze richieste per far fronte al rapidi cambiamenti e alle ristrutturazioni industriali. Il ruolo dell’Ue dovrebbe essere, attraverso una combinazione di strumenti legislativi e contrattuali, quello di stabilire standard minimi in materia di condizioni di lavoro per combattere la concorrenza sleale e il dumping sociale nel mercato del lavoro e oltre le frontiere.

legislazione europea
Le recenti proposte in materia di legislazione sociale hanno insistito maggiormente sulla deregolamentazione che sull’aspetto sociale, rafforzando in questo modo il potere delle imprese e indebolendo la protezione dei lavoratori. Gli esempi più gravi sono stati l’incapacità di eliminare l’opt-out della direttiva sul tempo di lavoro e il progetto iniziale della direttiva “Bolkestein” sui servizi nel mercato interno - sconfitta dal movimento sindacale e dal Parlamento europeo - che minacciava l’aumento del dumping sociale in ragione dell’applicazione del principio del Paese di origine come motore di apertura dei mercati. La Ces saluta positivamente la crescente influenza del Parlamento europeo nell’elaborazione delle politiche dell’Ue e la sua volontà di ascoltare la voce dei cittadini europei in quanto contributo importante per il rafforzamento della democrazia in Europa. La Ces auspica una migliore legislazione su parità di genere, informazione, consultazione e partecipazione nelle imprese, Comitati aziendali europei e salute e sicurezza sul posto di lavoro. L’Ue deve urgentemente adottare la bozza di direttiva che garantisce parità di trattamento per i lavoratori temporanei, mentre la Commissione europea deve presentare proposte sulla protezione delle nuove forme di lavoro atipico.

servizi pubblici
Servizi pubblici di elevata qualità sono una pre-condizione per il benessere generale dei cittadini e dei lavoratori. La Ces perciò chiede che la Commissione europea presenti un quadro legale al fine di sostenere gli sforzi che gli Stati membri fanno per assicurare la qualità dei servizi di interesse generale e la loro accessibilità a tutti.

disuguaglianze crescenti
Prendiamo atto con preoccupazione che la natura del capitalismo sta cambiando, spostandosi dal tradizionale patto tra datore di lavoro e lavoratore verso il capitalismo da casinò degli “hedge funds”, “private equity buy-outs” e rapidi guadagni da investimenti. È necessaria una regolamentazione di questa tendenza se non vogliamo assistere a un aumento di licenziamenti, precarietà e “outsourcing”, nonché a un incremento del divario tra ricchi e poveri nella società. Finora la risposta è stata inadeguata.

energia e sviluppo sostenibile
La Ces ritiene che l’Europa debba sviluppare con urgenza una strategia energetica comune al fine di salvaguardare l’occupazione e l’offerta. Per raggiungere lo sviluppo sostenibile è necessario un maggiore senso di responsabilità da parte dei decisori e dell’industria. Il cambiamento climatico è una priorità imprescindibile per la società mondiale e la Ces sta facendo pressione perché si investa in tecnologie pulite e si facciano tagli sostanziali nelle emissioni di gas serra. Ciò perché crede che il cambiamento climatico possa essere uno stimolo per nuove opportunità di occupazione e di coesione sociale. Tuttavia, l’impatto sociale di tutte queste misure deve essere tenuto in considerazione e gestito adeguatamente.

combattere la discriminazione
Il 2007 è l’Anno europeo delle pari opportunità per tutti. Un sondaggio recente ha però mostrato che molti cittadini europei ignorano l’esistenza di una legislazione europea contro la discriminazione. C’è ancora molta strada da fare. È inaccettabile, ad esempio, che a cinquant’anni dalla firma del Trattato di Roma le donne ancora oggi guadagnino in media il 15% in meno rispetto agli uomini.

dialogo sociale
In qualità di partner sociale, la Ces ha dimostrato di essere un partner maturo nella formulazione delle politiche europee e di poter contribuire in modo significativo al progresso in tutte queste aree, tramite le negoziazioni autonome tra i partner sociali e il processo di consultazione a opera della Commissione europea. È fondamentale che la Commissione dimostri una maggiore volontà politica di ricorrere al proprio diritto di iniziativa nel campo della politica sociale, al fine di rafforzare le politiche sociali e il modello sociale europeo.

il futuro
Man mano che l’Ue si avvicinerà al suo secondo cinquantenario, dovrà impegnarsi a promuovere e rafforzare il modello sociale europeo. Le istituzioni europee devono mostrare come intendono risolvere i problemi economici e sociali in modo proattivo, rispondendo alle richieste dei cittadini riguardo a sviluppo sostenibile, piena occupazione, welfare, protezione dei consumatori e globalizzazione. Se l’Ue vuole guadagnare il sostegno dei lavoratori e delle loro famiglie deve anche mettere in risalto i principi fondamentali e le condizioni sociali e lavorative nella sua dichiarazione ufficiale. L’Ue deve promuovere i principi e i valori del modello sociale dell’Europa a livello internazionale. Una globalizzazione più equa può essere raggiunta solo attraverso l’inclusione di una clausola sociale in tutti gli accordi commerciali tra Ue e altri Paesi, che promuova il rispetto dei diritti e dei principi fondamentali sul lavoro e l’agenda sul lavoro dignitoso per tutti. La Ces saluta con favore la recente dichiarazione siglata dai ministri del lavoro dei nove Stati membri (vedi pag. 6, ndr) e auspica che anche gli altri Stati la sottoscrivano. A cinquant’anni dalla ratifica del Trattato di Roma è sempre più importante comprendere che la dimensione sociale europea rappresenta un investimento vitale nella propria gente e rendere la politica sociale importante quanto la crescita economica. L’Ue e gli Stati membri devono lavorare per promuovere la dignità umana, uguali opportunità, giustizia sociale, libertà, dialogo sociale, protezione e inclusione sociale e condizioni di vita dignitose per tutti.

(Traduzione a cura della redazione)

ILO: DISOCCUPAZIONE MONDIALE AI MASSIMI STORICI

La disoccupazione globale è rimasta ai massimi storici nel 2006, nonostante la forte crescita economica a livello globale. Il numero delle persone che hanno un lavoro non è mai stato così alto, eppure il totale dei disoccupati a livello mondiale non è diminuito rispetto all’anno precedente confermandosi nell’ordine dei 195,2 milioni, il che equivale a un tasso globale di disoccupazione del 6,3%. È quanto emerge dal Rapporto annuale sulle Tendenze Globali dell’Occupazione pubblicato il 25 gennaio dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo). Un «modesto miglioramento» è segnalato per la situazione dei 1,37 miliardi di lavoratori poveri nel mondo, cioè coloro che vivono con meno di 2 dollari al giorno pur lavorando, mentre resta insufficiente per poter permettere loro di superare tale soglia di povertà il numero complessivo di posti di lavoro «dignitoso e produttivo».
Secondo il Rapporto, negli ultimi 10 anni la crescita economica è consistita più nell’aumento della produttività che nella crescita dell’occupazione, infatti la produttività mondiale è cresciuta del 26% e solo del 16,6% il numero degli occupati. I giovani (15-24 anni) sono i più colpiti dalla disoccupazione: ben 86,3 milioni nel 2006, cioè il 44% di tutti i disoccupati; mentre persiste il divario tra donne e uomini: solo il 48,9% di donne con più di 15 anni aveva un lavoro nel 2006 rispetto al 49,6% registrato nel 1996, mentre per gli uomini le percentuali erano del 75,7% nel 1996 e del 74% nel 2006. Lo scorso anno si è poi registrato per la prima volta il superamento degli occupati nel settore dei servizi (40%) rispetto a quelli in agricoltura (diminuiti dal 39,7% al 38,7%), mentre il settore dell’industria rappresenta il 21,3% del totale dei lavoratori nel mondo. «Anche qualora si dovesse registrare una forte crescita economica per tutto il 2007, rimane forte la preoccupazione sulla prospettiva di creare posti di lavoro dignitosi e quindi di ridurre il numero di lavoratori poveri» dichiara il direttore generale dell’Oil, Juan Somavia, mentre invece, come sostiene il Rapporto, la creazione di posti di lavoro dignitosi e produttivi è fondamentale per lo sviluppo e la crescita economica.

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org


flash

parità di genere nell’Ue

In occasione della Festa della donna dell’8 marzo e alla vigilia del Consiglio europeo, nonché nell’Anno europeo delle pari opportunità qual è stato dichiarato il 2007, la Commissione europea ha presentato un Rapporto sulla parità tra donne e uomini nell’Ue. Se da un lato 3 nuovi posti di lavoro su 4 sono occupati da donne, a dimostrazione di buoni progressi nel diritto al lavoro, le disuguaglianze restano forti. Le donne continuano infatti a essere meno richieste e meno remunerate rispetto agli uomini, guadagnando in media il 15% in meno per ogni ora di lavoro, nonostante rappresentino la netta maggioranza dei laureati (quasi il 60%). Sul lavoro le maggiori difficoltà si incontrano nell’accesso ai ruoli dirigenziali, realtà che contrasta con i risultati di una recente indagine di Eurobarometro secondo cui gran parte degli europei ritiene che ci sia bisogno di un numero maggiore di donne nelle carriere direttive (77 %) e in Parlamento (72 %). Inoltre, il tasso di occupazione femminile dai 20 ai 49 anni diminuisce di 15 punti percentuali in seguito alla nascita di un bambino, mentre quello degli uomini aumenta di 6 punti. Le donne ricorrono anche più spesso al lavoro part-time (32,9% contro il 7,7% degli uomini) e, secondo il Rapporto, è necessario eliminare i vari ostacoli che impediscono un miglior equilibrio tra vita privata e vita professionale, come la carenza di strutture di custodia dei bambini, gli aspetti finanziari, le penalizzazioni nella carriera, il rischio di perdita delle competenze, la difficoltà di riprendere il lavoro e la pressione a conformarsi agli stereotipi. Secondo le ultime rilevazioni Eurostat sulla condizione femminile in merito a demografia e istruzione, la speranza di vita delle donne dovrebbe superare gli 80 anni in tutti gli Stati membri nel 2050, variando dagli 82 anni in Romania agli 89 in Francia. Il tasso di fecondità medio nell’Ue a 27 è di 1,51 figli per donna, con Francia (1,92) e Irlanda (1,88) che fanno registrare i tassi più elevati, Polonia (1,24) e Slovacchia (1,25) i più bassi. La percentuale di laureati è simile tra donne (24%) e uomini (23%) nell’Ue, con un maggior numero di donne laureate in Finlandia (42%), Estonia e Danimarca (39%) e percentuali più basse in Romania (12%), Repubblica Ceca e Malta (13%).
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/gender_equality/index_en.html


una Road map sulla parità

L’uguaglianza tra donne e uomini «è un diritto e un principio fondamentale dell’Ue» ma, nonostante i significativi progressi realizzati, «continuano a sussistere molte disuguaglianze» rileva una relazione adottata dal Parlamento europeo a metà marzo in merito alla tabella di marcia per la parità 2006-2010 proposta dalla Commissione europea. Il Parlamento chiede più impegno nel garantire l’uguaglianza di genere e tolleranza zero nei confronti della violenza contro le donne, sollecita misure per favorire l’accesso al lavoro, colmare il divario retributivo rispetto agli uomini e promuovere l’imprenditoria femminile. Per conciliare vita privata e professionale suggerisce l’istituzione del congedo di paternità, ponendone il costo a carico della collettività. Inoltre, riconosce il doppio approccio per la promozione della parità tra i generi, basato sull’integrazione della dimensione di genere in tutte le politiche e sulla contemporanea applicazione di specifici provvedimenti in tal senso. Il Parlamento chiede poi alla Commissione di promuovere la diffusione e l’adozione di buone prassi tese a favorire la partecipazione delle donne ai processi decisionali.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

per bulgari e rumeni libera circolazione parziale

Come nell’allargamento del 2004, anche con l’ingresso nell’Ue di Bulgaria e Romania del 1° gennaio 2007 in un primo periodo il diritto di libera circolazione dei nuovi cittadini europei non si applicherà senza riserve, dato che gli Stati membri possono imporre restrizioni temporanee all’ingresso di lavoratori bulgari e rumeni sul proprio territorio. La maggior parte dei 10 Paesi entrati nell’Ue nel 2004, così come Svezia e Finlandia, hanno deciso di non avvalersi di questa possibilità. Negli altri Stati membri, invece, l’accesso al mercato del lavoro sarà limitato: Regno Unito, Germania, Austria, Spagna, Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Grecia, Irlanda e Lussemburgo imporranno infatti delle restrizioni temporanee, mentre Francia e Ungheria apriranno il mercato solo ai lavoratori più qualificati. In Italia, la liberalizzazione del mercato sarà solo parziale: il sistema delle quote non si applicherà più ai lavoratori di livello dirigenziale e altamente qualificati, al settore agricolo e turistico-alberghiero, domestico e di assistenza alla persona, edilizio, metalmeccanico e stagionale.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/index_en.htm

in calo inflazione e disoccupazione nell’Ue

All’inizio del 2007 il tasso d’inflazione annuale è pari all’1,8% nella zona euro e al 2,1% per l’Ue a 27, in ribasso rispetto al 2006 (quando era pari al 2,4%). Il tasso d’inflazione mensile ha registrato una diminuzione dello 0,5% nel gennaio 2007 rispetto al gennaio precedente. Nel gennaio 2007, i tassi di inflazione annuali più bassi si sono registrati nei Paesi Bassi (1,0%), a Malta (1,2%) e in Finlandia (1,3%), i più elevati invece hanno riguardato Ungheria (8,4%), Lettonia (7,1%) e Bulgaria (6,9%). È quanto reso noto alla fine del febbraio scorso da Eurostat, secondo cui anche la disoccupazione è scesa al 7,4% nell’area dell’euro e al 7,5% nell’Ue a 27. Nella zona euro, il tasso di disoccupazione corretta delle variazioni stagionali è diminuito dello 0,1% nel gennaio 2007 rispetto al 7,5% rilevato nel dicembre 2006, ma di quasi un punto percentuale se paragonato all’8,3% del gennaio 2006. Nell’Ue a 27, invece, il tasso di disoccupazione registrato a gennaio 2007 è stato del 7,5%, rispetto al 7,6% del dicembre 2006 e all’8,3% del gennaio 2006. I tassi più bassi in gennaio sono stati quelli di Danimarca (3,2%), Paesi Bassi (3,6%) ed Estonia (4,2%), mentre i tassi di disoccupazione più elevati sono stati osservati in Polonia (12,6%) e in Slovacchia (11,0%), seguiti dalla Grecia (8,7% al terzo trimestre 2006).

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

nasce l’Agenzia per i diritti fondamentali

Il 1° marzo 2007 è stata inaugurata a Vienna l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, che sostituisce l’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc). Con competenze più ampie dell’Osservatorio, l’Agenzia è chiamata a sorvegliare l’applicazione del diritto comunitario sulla base della Carta europea dei diritti fondamentali, ma non ha competenza sui diritti del terzo pilastro del Trattato, cioè sulla cooperazione intergovernativa in materia di polizia, giustizia, immigrazione e anti-terrorismo. Il ruolo dell’Agenzia è dunque limitato: metterà le sue competenze a disposizione delle istituzioni europee, degli Stati membri e della società civile, raccoglierà e pubblicherà informazioni e rapporti, collaborerà con il Consiglio d’Europa, tuttavia non avrà competenze per condurre inchieste specifiche né la possibilità di portare tempestivamente all’attenzione dell’Ue eventuali sospetti di violazione dei diritti da parte dagli Stati membri. L’Agenzia avrà un consiglio d’amministrazione composto da un rappresentante indipendente di ogni Stato membro, da due rappresentanti della Commissione e da un rappresentante del Consiglio d’Europa, mentre il Parlamento europeo non ha voce in capitolo nella nomina dei membri. Lo statuto prevede poi la creazione di una «piattaforma dei diritti fondamentali» per il dialogo con le organizzazioni della società civile ma, dati i limiti operativi dell’Agenzia, resta qualche dubbio sul ruolo effettivo che potrà svolgere la società civile. È piuttosto evidente, inoltre, che l’opera di sensibilizzazione sui diritti umani svolta dall’Agenzia sarà insufficiente se non entrerà in vigore col futuro Trattato la Carta dei diritti fondamentali con valore giuridico vincolante.

INFORMAZIONI: http://eumc.europa.eu/eumc/index.php

relazioni con i Balcani occidentali

Continuano gli intensi rapporti dell’Ue con i Paesi dei Balcani occidentali, seppur con esiti piuttosto diversi. Mentre la Croazia è diventato ormai il principale candidato a diventare il 28° Stato membro dell’Ue nei prossimi anni e con il Montenegro è tutto pronto per la firma di un Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), resta complessa la situazione della Serbia. La sospensioni dei negoziati per la scarsa collaborazione delle autorità di Belgrado con il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (Tpij) e le distanti posizioni sullo status definitivo del Kosovo non hanno comunque chiuso le porte dell’Ue alla Serbia. All’inizio di marzo, infatti, il commissario europeo per l’allargamento Olli Rehn ha dichiarato che la Serbia potrebbe ottenere lo status di Paese candidato nel 2008, «un obiettivo ambizioso, ma nelle migliori circostanze può essere raggiunto» ha detto il commissario. Da parte serba, il presidente Boris Tadic ha garantito che la priorità del nuovo governo è la «piena collaborazione» con il Tpij, nell’intenzione di creare le condizione affinché la Serbia diventi «uno Stato membro dell’Ue il più presto possibile».

l’Ue riduce i militari in Bosnia

Nel corso della riunione dei ministri europei della Difesa svoltasi a Wiesbaden (Germania) il 1° marzo scorso è stato annunciato che l’Ue ha deciso di ritirare dalla Bosnia-Erzegovina un primo contingente di 3500 militari dei 6500 attualmente presenti in territorio bosniaco, per giungere nei prossimi mesi a mantenere un contingente Eufor ridotto a 2500 uomini. Attualmente i principali contingenti di Stati membri dell’Ue sono quelli di Italia (900 uomini), Germania (830), Regno Unito (630), Francia (530) e Spagna (495). Secondo l’Ue, che nel 2004 aveva ereditato dalla Nato il compito di stabilizzare la regione, oggi la situazione della sicurezza in Bosnia è «buona» mentre restano problemi di natura «prevalentemente politica».

nuovi programmi per la sicurezza

Il Consiglio dell’Ue ha approvato tre nuovi programmi di azione per il periodo 2007-2013, volti a combattere il terrorismo e la criminalità, a potenziare la tutela dei cittadini in Europa e a promuovere la cooperazione giudiziaria penale tra gli Stati membri. Il programma “Prevenzione, preparazione e gestione delle conseguenze in materia di terrorismo e di altri rischi correlati alla sicurezza per il periodo 2007-2013” disporrà di 140 milioni di euro. 600 milioni di euro sono destinati al programma “Prevenzione e lotta contro la criminalità”, che intende tutelare dalle attività criminose la libertà e la sicurezza dei cittadini e della società. Infine, il programma “Giustizia penale”, dotato di 196,2 milioni di euro, finanzierà la promozione della cooperazione giudiziaria in materia penale al fine di contribuire alla creazione di uno spazio europeo di giustizia.

INFORMAZIONI: http://www.ec.europa.eu/commission_barroso/frattini/index_it.htm

Italia: comunicare l’Ue

Il governo italiano ha avviato una campagna di comunicazione ad ampio raggio e multitematica con lo slogan “Vivi italiano, cresci europeo”, che intende sottolineare le specificità di ogni Stato membro dell’Ue ma contemporaneamente l’importanza della costruzione europea. Dovrà essere comunicata «l’Europa dei risultati, quella vicina ai cittadini, in un momento cruciale nella vita dell’Ue» ha dichiarato la ministra per le Politiche comunitarie Emma Bonino, che ha promosso la campagna in occasione del 50° anniversario della firma del Trattato di Roma. La campagna si svilupperà non solo tramite le istituzioni, le aziende o le associazioni di categoria, ma attraverso diversi canali: dalla pubblicità sugli autobus, alle fiere, le università o gli aeroporti e un nuovo sito web (www.vivieuropa.it) strutturato in quattro grandi settori (essere cittadini, studiare, lavorare e fare impresa, viaggiare). L’obiettivo è di arrivare, con un effetto moltiplicatore, al maggior numero possibile di cittadini, ricordando gli effetti positivi dell’Ue per la vita degli europei, ad esempio in aree quali l’alimentazione, la salute, i trasporti e l’ambiente.

INFORMAZIONI: http://www.politichecomunitarie.it