Torna alla home page


Euronote 44/2007


2006 modesto per l’Ue

Vignetta di Steve Nel delineare un bilancio di cosa è stato l’anno appena concluso per l’Ue, viene da dire che poteva andare peggio, anche se molti avrebbero sperato meglio. Il 2006 non era infatti cominciato granché bene: era (e resta) aperta la “ferita” al processo di integrazione inferta dal “no” francese e olandese alla ratifica del Trattato costituzionale ed erano ancora ben visibili le “cicatrici” lasciate dal penoso negoziato sulle prospettive finanziarie 2007-2013, che si era trascinato lungo tutto il 2005. In quel clima non poté far molto la presidenza austriaca durante il primo semestre e così quella che avrebbe dovuto essere una pausa di riflessione e di rilancio fu una pausa, punto e basta.
Alla presidenza finlandese toccò a luglio riprendere il testimone proprio nel momento del drammatico conflitto israelo-libanese quando, dopo qualche esitazione, l’Ue riuscì in un’impresa che, visti i chiari di luna di questa stagione e l’assenza di una politica estera comune, ebbe del miracoloso. All’unanimità i Venticinque dettero un seguito concreto alla Risoluzione 1701 dell’Onu che creava una forza multinazionale di pace nell’area del conflitto. Rilevante fu in quell’occasione il ruolo dell’Italia, da poco tornata a essere ascoltata nelle sedi internazionali e alla ricerca di una difficile credibilità da riconquistare.
Intanto, però, altri fronti caldi per l’Ue registravano stanche guerre di posizione o furbizie tattiche poco lungimiranti. Fu il caso, tra gli altri, di temi come quelli dell’energia, dell’immigrazione e del rilancio del processo di ratifica costituzionale. Non che su quest’ultimo punto qualche progresso non ci sia stato: oggi, a fronte dei due soli no ricordati sopra, sono 18 i Paesi che hanno ratificato il Trattato costituzionale, con il risultato che questo è stato approvato da una grande maggioranza di Paesi membri che rappresentano a loro volta una larga maggioranza di cittadini europei. Ma sono numeri che non bastano, visto che per entrare in vigore un simile Trattato deve godere di una ratifica unanime. Sull’energia (a cui dedichiamo l’inserto di questo numero) qualcosa si è mosso in vista di politiche condivise, nell’attesa che questa diventi oggetto di una politica comune (tra l’altro, con il Trattato costituzionale si sarebbe progredito significativamente in questa direzione). Nel frattempo tutti, Italia compresa, cercano affannosamente di assicurarsi approvvigionamenti al miglior prezzo possibile, che tutti sanno essere più esoso se si continua a procedere in ordine sparso. Lo stesso ordine in cui si continua a procedere in materia di immigrazione, dove le pressioni particolarmente pesanti subite da alcuni Paesi del sud Europa, tra cui l’Italia, non inducono l’insieme dell’Ue a politiche comuni e a misure di solidarietà. Ci hanno riprovato i capi di Stato e di governo europei nel Consiglio europeo di metà dicembre scorso, ma senza riuscire a sottrarre la materia al voto all’unanimità.
Così la parola solidarietà resta in Europa una parola vuota e se ne ha un’altra prova nelle vicende sempre più problematiche dei futuri allargamenti. Poco più di un anno fa l’Ue aveva aperto con coraggio i negoziati di adesione con Croazia e Turchia, ma le turbolenze del 2006 nell’area mediorientale e l’aggravarsi dei fondamentalismi, non solo religiosi ma anche politici, non hanno certo facilitato il compito dei negoziatori. A farne le spese da subito i Paesi balcanici, che vedevano nel negoziato con la Croazia il primo passo verso un’adesione da realizzare in tempi ravvicinati (intorno alla fine del decennio). Resta questo anche l’obiettivo perseguito dall’Italia, che nel recente Consiglio europeo ha insistito perché sia accelerata anche la marcia della Serbia verso l’Ue, data la pericolosa instabilità della regione.
Sicuramente più complessa la vicenda del negoziato di adesione all’Ue della Turchia ed è qui in particolare che poteva andare peggio, tenuto conto della crescente ostilità dell’opinione pubblica delle due parti a questo storico approdo. Il Consiglio europeo ha fatto di tutto per temperare le tensioni, limitandosi a prendere atto delle decisioni adottate qualche giorno prima dai ministri degli esteri dell’Ue: una parziale sospensione del negoziato per 8 capitoli su 35, con la clausola che nessun capitolo sarà chiuso fino a quando tutti non troveranno una conclusione definitiva. Una decisione non facile e certamente severa, che non pregiudica però una ripresa delle dinamiche di reciproco ravvicinamento.
Su questi e altri temi sensibili si attende ora l’iniziativa politica della nuova presidenza tedesca dell’Ue, che ha iniziato il suo semestre di turno all’inizio di questo nuovo anno. Alla cancelliera tedesca Angela Merkel e all’Unione che deve guidare tanti auguri: ne hanno sicuramente bisogno.
(Franco Chittolina)

accelerare Lisbona

La strategia europea per la crescita e l’occupazione inizia a dare i primi risultati positivi, tuttavia le riforme sono ancora in fase iniziale e dovranno essere realizzate appieno se si vuole avere un impatto economico duraturo. È quanto afferma la Commissione europea nella Relazione annuale sull’attuazione della Strategia di Lisbona, presentata il 12 dicembre scorso, basata sui Rapporti inviati a Bruxelles dagli Stati membri nell’autunno 2006 e sul riesame, compiuto dall’esecutivo europeo, dell’andamento delle riforme nel contesto del programma comunitario.
È ribadito il fatto che una buona resa nel futuro è funzionale a un maggiore sforzo di riforma nell’immediato. Soprattutto in molti nuovi Stati membri, nota la Commissione, il successo dipenderà anche dall’utilizzazione ottimale dei flussi provenienti dai fondi strutturali europei. «La nostra strategia per la crescita e l’occupazione funziona - ha dichiarato il commissario europeo per le Imprese e la Politica industriale, Günter Verheugen - L’imprenditorialità e l’innovazione stanno guadagnando terreno in Europa e iniziamo ora ad attuare i cambiamenti strutturali necessari per le nostre economie». La Relazione, che sarà sottoposta al Consiglio europeo del marzo 2007, invita il Consiglio a adottare formalmente raccomandazioni specifiche per ogni Paese, volte a indirizzare le iniziative di riforma degli Stati membri.

progressi e ritardi
Negli ultimi anni ci sono stati buoni progressi nell’ambito della ricerca e innovazione, nel miglioramento del quadro normativo e nel contesto in cui operano le aziende, soprattutto le piccole e medie (Pmi), rileva la Commissione. Passi avanti sono stati fatti nel rafforzamento della sostenibilità finanziaria, dato che i governi hanno generalmente istituito misure appropriate per migliorare le loro posizioni di bilancio e per affrontare i previsti aumenti dei costi delle pensioni e dell’assistenza sanitaria. La continuazione di tali misure e il risanamento delle finanze nel medio-lungo termine restano una sfida importante, così come il miglioramento della concorrenza in molti mercati, soprattutto quelli dei servizi in rete compreso quello energetico. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, l’occupazione è in aumento e la disoccupazione cala. Il crescente consenso a favore di un approccio di “flexicurity” alla riforma del mercato del lavoro costituisce uno sviluppo positivo, secondo la Commissione, ma deve ancora essere tradotto pienamente in azione: è necessario accelerare per affrontare il duplice problema di mercati del lavoro rigidi e degli squilibri tra lavoratori garantiti e lavoratori precari.

ambiti d’azione prioritari

La Relazione aggiorna sul modo in cui gli Stati membri si impegnano in quattro ambiti d’azione delineati nel Consiglio europeo di primavera 2006.
Sulle “conoscenze” (istruzione, R&S e innovazione) è rilevato l’impegno degli Stati membri rispetto alla R&S, ma si sollecita un approccio maggiormente strategico per l’innovazione. Per il “contesto in cui operano le imprese”, è dato atto di un certo progresso nella creazione di sportelli unici per la creazione d’impresa, nell’agevolazione dell’assunzione e nella promozione dell’educazione all’imprenditorialità. La Commissione auspica che entro il 2012 tutti gli Stati membri riducano del 25% gli oneri amministrativi che gravano sulle imprese e, a tale scopo, presenterà proposte dettagliate. Sulla “flexicurity” nei mercati del lavoro la Relazione nota progressi limitati. Entro l’estate 2007, la Commissione presenterà una comunicazione contenente principi comuni su cui gli Stati membri potrebbero impostare politiche adatte alla loro situazione nazionale. Rispetto al quarto ambito prioritario, “l’energia e il cambiamento climatico”, la Relazione ribadisce i grandi costi umani ed economici del cambiamento climatico e l’importanza di: un’analisi strategica della politica energetica europea; un riesame del sistema di scambio delle quote di emissione; il completamento del mercato interno dell’energia; sforzi a tutti i livelli per cambiare i comportamenti di imprese e cittadini.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/growthandjobs/index_en.htm

piccoli miglioramenti nel mercato del lavoro


La situazione occupazionale nell’Ue ha registrato un miglioramento nell’ultimo anno, con una lieve diminuzione della disoccupazione e una leggera crescita del tasso di occupazione anche tra le donne e gli anziani, tuttavia l’Ue resta al di sotto delle sue possibilità in materia di occupazione e di produttività e per questo deve proseguire sulla via delle riforme previste dalla Strategia di Lisbona. Queste in estrema sintesi le conclusioni contenute nella Relazione Occupazione in Europa 2006, resa nota dalla Commissione europea nel novembre scorso. «Malgrado la crescita dell’occupazione delle donne e dei lavoratori più anziani, i progressi verso l’obiettivo di un tasso d’occupazione globale del 70% non sono abbastanza rapidi» ha commentato il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali, Vladimír Špidla, secondo cui «per raggiungere tale obiettivo occorre intraprendere maggiori sforzi nella maggior parte degli Stati membri».

donne e lavoratori anziani

La relazione evidenzia i buoni risultati ottenuti dalle politiche mirate ad attirare e conservare sul mercato occupazionale un maggior numero di donne e di lavoratori più anziani (55-64 anni). Negli ultimi 5 anni il tasso di occupazione delle donne è aumentato di almeno 5 punti percentuali a Cipro, in Estonia, in Lettonia e in Italia e di oltre 10 punti percentuali in Spagna. Quanto ai lavoratori più anziani, in ben 16 Stati membri il tasso di occupazione è aumentato di almeno 5 punti percentuali, mentre aumenti ancor più rilevanti (oltre 10 punti percentuali) si sono registrati in Finlandia, Ungheria e Lettonia. Secondo la Relazione, i buoni risultati ottenuti con i lavoratori più anziani sono frutto delle politiche attuate a favore dell’invecchiamento attivo e delle riforme di alcuni sistemi pensionistici.
Persistono tuttavia forti divergenze negli effetti sul mercato del lavoro dei vari Stati dell’Ue, in particolare tra uomini e donne, tra cittadini comunitari e non comunitari, nonché tra regioni. Ad esempio, i tassi di occupazione delle donne nell’Ue variano sensibilmente da oltre il 70% in Danimarca e in Svezia al 34% circa di Malta. Così come i tassi di occupazione nelle regioni europee passano da poco più del 40% in alcune regioni dell’Italia all’80% in certe regioni del Regno Unito.

flessibilità e sicurezza

È quindi preso in considerazione il modo in cui alcuni mercati del lavoro nazionali sono riusciti a combinare clausole contrattuali elastiche con una maggiore sicurezza, grazie a programmi di formazione continua, a politiche attive del mercato del lavoro e ad elevati livelli di protezione sociale. Ciò che è comunemente denominato “flexicurity”, cioè un’interazione positiva tra la flessibilità e la maggiore sicurezza dei lavoratori, combinazione che può contribuire a creare maggiori e migliori posti di lavoro. I successi registrati in Danimarca, Spagna, Finlandia, Austria e Paesi Bassi dimostrano che la flessibilità e la sicurezza sono compatibili tra loro e che si rafforzano reciprocamente. Naturalmente non esiste un modello unico valido per tutti, ma la flexicurity è un approccio che può comunque contribuire a superare le resistenze politiche e sociali nei confronti delle riforme.
La Relazione evidenzia inoltre che un buon dosaggio di flessibilità e di sicurezza dell’occupazione può essere raggiunto con politiche attive del mercato del lavoro. Gli Stati membri, però, impegnano quote molto differenti di risorse finanziarie nell’attivazione delle persone alla ricerca di occupazione: molto basse in Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Slovacchia e Regno Unito e decisamente più elevate invece in Danimarca (fino all’1,5% del Pil). In ogni caso, sottolinea lo studio, il successo di tali iniziative dipende soprattutto dall’efficacia dell’investimento in settori quali la formazione professionale e i servizi pubblici dell’occupazione.

manodopera qualificata

La Commissione europea osserva come, per ottenere una crescita superiore della produttività attraverso il progresso tecnologico, sia indispensabile disporre di una manodopera ben formata e in grado di adeguarsi. Nella Relazione si dichiara anche che una manodopera altamente qualificata e in grado di adeguarsi migliora la capacità di un Paese di creare nuove tecnologie sul proprio territorio e di assorbire e applicare inoltre tecnologie valide sviluppate all’estero. Malgrado dal 2000 il numero di posti di lavoro altamente qualificati sia fortemente aumentato nell’Ue, la percentuale di lavoratori altamente qualificati sull’insieme della manodopera resta notevolmente al di sotto della percentuale registrata negli Stati Uniti. Inoltre, l’Ue destina soltanto l’1,2% circa del proprio Pil all’istruzione superiore, cioè meno della metà degli stanziamenti fatti dagli Stati Uniti nel medesimo settore.

mobilità e fiducia nell’Ue

Altro elemento importante per il mercato del lavoro nell’Ue ampliata è rappresentato dalla mobilità geografica dei lavoratori. Meno del 2% dei cittadini europei in età lavorativa vive attualmente in un altro Stato membro, per questo la Commissione ritiene sia necessario intensificare gli sforzi per creare una vera e propria cultura della mobilità. Tali sforzi dovrebbero riguardare l’eliminazione degli ostacoli amministrativi e giuridici alla mobilità, ma anche e soprattutto degli ostacoli sociali, culturali, educativi e organizzativi.
Secondo un’indagine resa nota lo stesso giorno della Relazione, la maggior parte degli europei ha un’immagine positiva del ruolo svolto dall’Ue nel campo dell’occupazione e degli affari sociali. Tre persone su quattro dichiarano che l’Ue ha ripercussioni positive sull’accesso all’istruzione e alla formazione oltre che sulla creazione di posti di lavoro e sulla disoccupazione. Stando ai risultati dell’indagine, la stragrande maggioranza dei lavoratori europei è fiduciosa di poter mantenere l’attuale posto di lavoro nel breve termine, mentre molti accettano che il “posto fisso a vita” sia una cosa del passato. La maggior parte degli interpellati dà risalto all’importanza di una formazione regolare; molti riconoscono il sostegno fornito dal Fondo sociale europeo nell’aiutare le persone a migliorare le proprie capacità professionali e le prospettive di lavoro.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/index_it.html

INFORMAZIONE E CONSULTAZIONE: ACCORDO TRA LE PARTI SOCIALI

Il 27 novembre 2006 le parti sociali italiane hanno sottoscritto l’Avviso Comune per la trasposizione della Direttiva europea 2002/14, che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori. Con tale Avviso Comune, le organizzazione di rappresentanza dei lavoratori (Cgil-Cisl-Uil e Ugl) e dei datori di lavoro propongono la loro posizione condivisa e raccomandano a governo e Parlamento italiani l’adozione di un provvedimento legislativo che sia coerente con gli obiettivi della Direttiva e conforme al testo concordato dalle parti sociali.
La Direttiva europea era nata dalla constatazione che l’esistenza di quadri giuridici a livello comunitario e nazionale, intesi a garantire il coinvolgimento dei lavoratori nell’andamento delle imprese e nelle decisioni che li riguardano, non hanno sempre impedito che decisioni gravi, che interessavano i lavoratori, fossero adottate e rese pubbliche senza che venissero preventivamente osservate procedure adeguate di informazione e consultazione. Questo perché i quadri giuridici esistenti sono spesso eccessivamente orientati al trattamento a posteriori dei processi di cambiamento e non favoriscono una reale anticipazione dell’evoluzione dell’occupazione nell’ambito dell’impresa e la prevenzione dei rischi. Secondo la Direttiva, invece, l’informazione e la consultazione in tempo utile costituiscono una condizione preliminare del successo dei processi di ristrutturazione e di adattamento delle imprese e una condizione necessaria per rafforzare l’occupabilità e l’adattabilità dei lavoratori.
Accogliendo fedelmente lo spirito della Direttiva, l’Avviso Comune intende rilanciare il dialogo sociale e le relazioni di fiducia nell’ambito dell’impresa per favorire i processi di cambiamento e, contestualmente,  accrescere le misure di prevenzione a tutela dell’occupazione e della professionalità dei lavoratori. Estende inoltre il campo di influenza delle organizzazioni sindacali, perché amplia in modo considerevole l’ambito delle aziende interessate dalla norma, fornisce una definizione dei diritti di informazione e consultazione e realizza la puntuale e corretta applicazione del metodo della concertazione, che indica nelle intese tra le parti sociali «lo strumento prioritario affinché governo e Parlamento adempiano gli obblighi comunitari».

Fonte: Cisl nazionale - Dipartimento Democrazia Economica, Economia Sociale, Fisco e Previdenza

un Libro verde sul lavoro

Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo è il titolo del Libro verde adottato nel novembre scorso dalla Commissione europea. Atteso da tempo e fonte certa di discussioni, il documento presenta alcuni indiscutibili pregi: utilizza un linguaggio chiaro e sobrio, come raramente avviene col gergo comunitario; offre una fotografia aggiornata del lavoro in Europa e individua con sufficiente chiarezza gli interrogativi (tradotti in 14 domande) proposti al confronto e al dibattito nel mondo economico e sociale europeo, in vista di una sintesi che la Commissione si impegna a presentare nel giugno 2007.
Secondo il documento, dal 2001 al 2005 i contratti di lavoro non standard o basati sullo statuto di lavoro indipendente sono passati dal 36% al 40% sul totale degli occupati, il tempo parziale dal 13% al 18%, contribuendo così da solo alla creazione del 60% di nuovi posti di lavoro, e i contratti a tempo indeterminato hanno progredito dal 12% al 14%. Queste evoluzioni, che convergono verso la dimensione della flessibilità del lavoro, sono registrate alla scadenza del 2005 e non dicono nulla dunque delle ulteriori evoluzioni verificatesi dopo l’allargamento del 2004.
Fin qui i numeri dietro i quali vi sono milioni di persone che vivono nell’insicurezza economica e progettuale, in una situazione di incertezza giuridica quando non addirittura di abusi sulle tutele pure previste. Per intervenire sull’argomento la Commissione europea prende più di una precauzione: traccia una mappa su quanto fatto o in cantiere da parte dei governi nazionali (e qui fa riflettere l’assenza di riferimenti all’Italia, citata solo marginalmente), lascia chiaramente capire che non sarà facile intervenire a livello europeo pur citando i risultati ottenuti grazie al dialogo sociale (le direttive sul lavoro a tempo parziale e quello a durata determinata, l’accordo-quadro sul telelavoro e la proposta di direttiva, ferma davanti al Consiglio, sul lavoro interinale). Una spiegazione a questa difficoltà di intervento dell’Ue è chiaramente svelata nelle prime righe del documento, dove vengono evocati gli obiettivi da raggiungere congiuntamente: la piena occupazione, la produttività della manodopera e la coesione sociale, un “triangolo delle Bermuda” dove in passato si sono inabissate tante buone intenzioni e ambiziosi programmi.
Al confronto e al dibattito, da cui la Commissione si aspetta utili indicazioni, sono sottoposti alcuni nodi essenziali del problema. Prima di tutto quello delle “transizioni professionali” da statuti di lavoro flessibili e precari verso statuti con tutele sicure nonché l’esigenza di accedere e restare sul mercato del lavoro. Per l’Ue a 15 le statistiche indicano che solo il 60% delle persone che erano state assunte con contratti atipici nel 1997 avevano avuto un contratto standard nel 2003, mentre il 16% era bloccato nella stessa situazione e il 20% era uscito dal mercato del lavoro. Per la ricerca di soluzioni a questo problema, il Libro verde cita le recenti misure legislative olandesi, austriache e il decreto spagnolo del giugno 2006.
Aggravano la situazione complessiva l’insicurezza giuridica, dovuta in particolare alle forme di lavoro “mascherato” al fine di evitare costi come i prelievi fiscali e i contributi sociali, e le relazioni di lavoro “triangolari” come nel caso del lavoro interinale. Se a ciò si aggiungono il recente mancato accordo al Consiglio dei ministri sul tempo lavoro, l’esigenza di creare le condizioni per un’effettiva e corretta mobilità dei lavoratori in un mercato sempre più transnazionale, i problemi posti dall’applicazione della legislazione e il fenomeno del lavoro “nero”, allora il quadro si avvia ad essere completo e a tinte non luminose.
Senza anticipare commenti, non è possibile tuttavia sottrarsi a un antico interrogativo: quanto delle soluzioni possibili può venire dal dialogo sociale, quanto dall’intervento legislativo classico e quanto da un “mix” tra i due? Ricorre spesso nel documento della Commissione il riferimento al dialogo sociale: a tratti ha i toni dell’invocazione, a tratti del realismo da adottare nel groviglio difficile che è diventato il lavoro in questi ultimi anni. Il dibattito lanciato dal Libro verde non potrà evitare di rispondere a questa domanda cruciale.
(Franco Chittolina)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/labour_law/docs/2006/green_paper_it.pdf

lavoratori italiani i meno soddisfatti nell’Ue

I lavoratori in Italia sono meno soddisfatti delle loro condizioni di lavoro rispetto alla media dei lavoratori europei; oltre un lavoratore su due afferma che le proprie capacità professionali corrispondono pienamente alle sue mansioni sul lavoro, ma solo un lavoratore su cinque si è visto offrire una formazione sulle competenze professionali nei 12 mesi precedenti. È quanto emerge dalla quarta Indagine europea sulle condizioni di lavoro, elaborata dalla Fondazione per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, organismo europeo tripartito istituito nel 1975 con sede a Dublino. La ricerca, resa nota il 5 dicembre scorso, è stata condotta sulla base di questionari sottoposti alla fine del 2005 a circa 30.000 lavoratori in 31 Paesi (Ue-25, i due nuovi Stati membri Bulgaria e Romania, nonché Croazia, Norvegia, Svizzera e Turchia). Le indagini europee sulle condizioni di lavoro della Fondazione, che si effettuano ogni cinque anni, forniscono un panorama delle questioni legate alla qualità del lavoro dal 1990. La quarta indagine presenta i punti di vista dei lavoratori su una vasta gamma di argomenti comprendenti l’organizzazione del lavoro, gli orari di lavoro, le pari opportunità, la formazione, la salute, il benessere e la soddisfazione del lavoro (vedi box).
Secondo il direttore della Fondazione europea, Jorma Karppinen, i risultati dell’indagine rivelano che «in Italia negli ultimi cinque anni vi è stato un deterioramento delle condizioni di lavoro, almeno rispetto al resto dell’Europa», per cui i decisori politici italiani «sono confrontati alla sfida di raggiungere migliori livelli di occupazione e di qualità del lavoro, così come definiti nei criteri di Lisbona».
Tra i lavoratori italiani, il sintomo sanitario più comune associato al lavoro è lo stress: essi lamentano sintomi legati al lavoro (mal di schiena, cefalee, affaticamento generale) analogamente alla media dei loro colleghi europei, ma un numero significativamente più elevato di lavoratori italiani (27%), rispetto al resto dell’Europa (22%), menziona lo stress quale sintomo sanitario principale connesso al lavoro.
Per quanto concerne le prassi lavorative, un lavoratore italiano su due (51%) godrebbe di sostegno e assistenza da parte dei colleghi rispetto ai due lavoratori su tre (67%) nel resto dell’Europa. L’assistenza da parte di un superiore gerarchico è ancor peggiore, con il 34% in Italia rispetto al 56% della media europea. Ciò si riflette anche a livelli comparativamente bassi di lavoro in gruppo sui luoghi di lavoro italiani: solo quattro lavoratori italiani su dieci (39%) riferiscono che il loro lavoro comporta una costante collaborazione di gruppo, rispetto a una media di oltre cinque lavoratori su dieci (55%) negli altri Paesi dell’Ue a 25.
Una nota positiva si registra invece quando la relazione rivela che, in Italia, le restrizioni per i fumatori sul luogo di lavoro sono risultate efficaci. Unitamente agli altri Paesi europei nei cui luoghi di lavoro il fumo è stato bandito o limitato negli anni recenti (ad es. Irlanda, Paesi Bassi, Svezia), l’Italia presenta uno dei tassi più bassi di esposizione al fumo passivo sul luogo di lavoro, il 9% rispetto a una media europea del 20%.

INFORMAZIONI: http://www.eurofound.europa.eu

I RISULTATI DELL’INDAGINE EUROPEA

Intensità del lavoro: il 12% della forza lavoro europea afferma di aver avuto tempo di portare a termine le proprie mansioni soltanto raramente o mai.

Autonomia e controllo: più di due terzi dei lavoratori possono scegliere o modificare il proprio ritmo di lavoro. Dirigenti donne: un dipendente su quattro ha come diretto superiore una donna. Tuttavia, sono più le donne che gli uomini a trovarsi in questa situazione: il 42% delle donne ha un superiore donna rispetto al 10% degli uomini.

Uso del computer: meno della metà (46%) dei lavoratori utilizza un computer per almeno un quarto del proprio orario di lavoro. Settimane lavorative: dei lavoratori intervistati, il 65% lavora cinque giorni alla settimana, il 23% sei o sette giorni alla settimana.

Ore di lavoro: il 15% di tutti gli intervistati generalmente lavora più di 48 ore alla settimana.

Orario di lavoro: due terzi dei dipendenti lavorano in base a un orario definito dal datore di lavoro, senza avere la possibilità di modificarlo. Solo il 24% dei lavoratori è libero di adattare l’orario di lavoro alle proprie esigenze, in taluni casi entro certi limiti.

Lavoro retribuito e non: considerando sia le ore di lavoro retribuite sia quelle non retribuite, emerge con evidenza che le donne impiegate a tempo parziale lavorano più ore rispetto agli uomini impiegati a tempo pieno. Se le donne, in genere, scelgono il tempo parziale per dedicare più tempo alla famiglia e alle occupazioni domestiche, gli uomini che optano per questa forma di lavoro dedicano persino meno tempo al lavoro non retribuito rispetto agli uomini con un impiego a tempo pieno.

Posizione professionale: circa il 23% dei lavoratori è in possesso di un contratto di lavoro atipico (prevalentemente un contratto a tempo determinato). Tuttavia, nel caso dei nuovi arrivati nel mondo del lavoro (ossia le persone che svolgono un’attività di lavoro retribuita da almeno quattro anni, dopo aver concluso gli studi), la percentuale dei contratti atipici non è inferiore al 50%.

Formazione: negli ultimi 12 mesi, più del 70% degli impiegati non ha ricevuto alcuna formazione retribuita o organizzata dal datore di lavoro.
Corrispondenza delle competenze: circa la metà degli intervistati rivela che le proprie mansioni sono adeguate al proprio livello di competenza, mentre un intervistato su tre dichiara che potrebbe svolgere mansioni più complesse.

Effetti sulla salute: il 35% dei lavoratori intervistati dichiara che il lavoro incide sulla salute.

Salute e sicurezza: quasi un lavoratore su tre rivela che la salute e la sicurezza personale sono a rischio a causa del lavoro. Violenza e molestie: circa il 5% dei lavoratori ammette di aver subito atti di violenza, bullismo o molestie sul lavoro nell’ultimo anno.

Soddisfazione lavorativa: mentre l’82% dei lavoratori si considera soddisfatto o molto soddisfatto delle proprie condizioni di lavoro, solo il 31% è del parere che il proprio lavoro offra buone prospettive di carriera.

buone previsioni per l’economia europea

Le previsioni economiche di autunno, presentate dalla Commissione europea il 6 novembre scorso, confermano il contenuto della Relazione trimestrale pubblicata un mese prima (vedi euronote n. 43/2006, pag. 4) e cioè che l’economia europea nel 2006 ha fatto registrare i risultati migliori dall’inizio del decennio. Secondo le elaborazioni dell’esecutivo europeo, infatti, il tasso di crescita economica è di circa un punto percentuale superiore a quello dell’anno precedente: 2,8% per l’Ue a 25 e 2,6% per la zona euro nel 2006 rispetto all’1,7% e all’1,4% registrati nel 2005.
L’attività economica dovrebbe poi calare leggermente nel 2007 e nel 2008, in linea con le prospettive mondiali e in particolare con il rallentamento registrato negli Stati Uniti. Tuttavia, la crescita del Pil nei prossimi due anni dovrebbe continuare ad attestarsi intorno al potenziale europeo: per l’Ue a 27 si prevede un tasso di crescita del 2,4% nel 2007 e nel 2008, mentre per la zona dell’euro (che dal 2007 comprenderà 13 Stati dato l’ingresso della Slovenia) i tassi dovrebbero essere del 2,1% nel 2007 e del 2,2% nel 2008. «Ciò mostra i vantaggi delle riforme economiche e del risanamento dei conti pubblici, in un contesto mondiale di forte crescita economica, e dovrebbe incoraggiare gli Stati membri a proseguire su questa strada» ha dichiarato il commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, Joaquín Almunia.

domanda interna e investimenti
La revisione al rialzo delle previsioni economiche fa seguito ai risultati della prima metà del 2006, che si sono rivelati migliori del previsto. II tasso reale di crescita del Pil è aumentato dello 0,8% nel primo trimestre 2006 e dello 0,9% nel secondo trimestre, sia nell’Ue che nell’area dell’euro. Si tratta del più forte ritmo di espansione registrato negli ultimi sei anni.  La crescita economica è sostenuta da una forte domanda interna, in particolare per quanto riguarda gli investimenti, cresciuti nella prima metà del 2006 a un tasso del 6% su base annua, e dovrebbe mantenersi stabile, visto il forte aumento dell’utilizzazione delle capacità, il miglioramento dei bilanci delle aziende, le favorevoli condizioni finanziarie e gli ampi margini di profitto. Secondo le previsioni gli investimenti nel 2006, in particolare in attrezzature, dovrebbero crescere di oltre il 5%, per poi rallentare leggermente nel 2007-2008. La spesa dei consumatori dovrebbe crescere più gradualmente, di pari passo con il miglioramento del mercato del lavoro. Le esportazioni, per parte loro, continuano a essere sostenute da una forte economia mondiale. Modelli di crescita più equilibrati nell’Ue e nell’area dell’euro nonché le riforme strutturali in corso dovrebbero fornire la base per un aumento della crescita potenziale, che porti a un’espansione più sostenuta di quella registrata in precedenti periodi di ripresa.

aumenta l’occupazione
Il tasso di crescita dell’occupazione ha subito una netta accelerazione nella prima metà del 2006, riflettendo così, secondo la Commissione, «gli effetti benefici delle riforme strutturali sui mercati dei prodotti e della forza lavoro nonché una rinnovata fiducia nell’economia». Nel periodo 2006-2008 l’Ue dovrebbe creare globalmente 7 milioni di nuovi posti di lavoro (5 milioni nell’area dell’euro). Ciò corrisponde a un tasso di creazione di posti di lavoro quasi doppio di quello del triennio precedente nella zona euro e superiore di tre quarti rispetto a quello registrato nell’intera Ue. Il tasso di occupazione dovrebbe quindi raggiungere nel 2008 il 65,5%, contro il 63,75% del 2005.
Per quanto concerne la disoccupazione, il cui tasso aveva raggiunto il 9% nel 2004 sia nell’Ue che nella zona euro, nel 2006 dovrebbe scendere a circa l’8% in entrambe le aree per poi calare ulteriormente entro il 2008 al 7,3% nell’Ue e al 7,4% tra i Paesi dell’euro.
Lo studio della Commissione osserva poi come si stia rafforzando anche la crescita della produttività del lavoro, che abbinata all’aumento degli investimenti e dell’occupazione avrà un impatto positivo. Il declino a lungo termine della crescita potenziale ha subito dunque un’inversione di tendenza a partire dal 2004 e il tasso di crescita tendenziale dovrebbe continuare ad aumentare gradualmente fino a raggiungere nel 2008 il 2,3% nell’Ue e il 2,1% nell’area dell’euro.

inflazione e conti pubblici
L’inflazione della zona euro è rimasta stabile nel 2006 al 2,2%, ma dovrebbe salire al 2,3% nell’Ue. L’inflazione di fondo resta comunque contenuta, il che secondo la Commissione indica che i bruschi aumenti del prezzo del petrolio non hanno avuto effetti significativi. Poiché secondo le previsioni tali effetti dovrebbero continuare a essere lievi, nel 2007 l’inflazione apparente in entrambe le zone dovrebbe essere appena superiore al 2% e scendere poi nel 2008 al di sotto del 2% nell’area dell’euro. Anche la situazione delle finanze pubbliche è risultata migliore di quanto previsto nella primavera scorsa, con un disavanzo medio nell’anno in corso pari al 2% del Pil sia nell’Ue che nella zona euro, rispetto al 2,3% nell’Ue e al 2,4% nell’area dell’euro registrati nel 2005. Una riduzione che secondo la Commissione è dovuta principalmente a entrate fiscali superiori al previsto. Nonostante questo miglioramento globale, cinque Stati membri, compresi due Paesi dell’area dell’euro, presentano un disavanzo superiore al 3% del Pil nel 2006. Sulla base dei bilanci 2007 disponibili e partendo dal presupposto che non vi siano cambiamenti di politica, la Commissione prevede che il disavanzo delle amministrazioni pubbliche nell’Ue dovrebbe scendere all’1,6% nel 2007 e all’1,4% nel 2008 (e rispettivamente all’1,5% e all’1,3% nella zona euro).
Fonte: Rapid

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/european_economy/forecasts_en.htm

UN RAPPORTO SULLA COMPETITIVITÁ EUROPEA

Anche il Rapporto sulla competitività 2006, redatto dalla Commissione europea e pubblicato il 14 novembre scorso, conferma l’andamento positivo dell’economia europea espresso dalle previsioni economiche d’autunno.
Il Rapporto, che fornisce una base analitica a sostegno della strategia europea per la crescita e l’occupazione, prende in esame i cosiddetti “motori della competitività”, ponendo l’attenzione sulle sfide strategiche più importanti per l’Ue:

- La liberalizzazione dei mercati dell’energia: che, sostiene lo studio, è in corso ma ancora limitata e quindi sono necessari ulteriori sforzi. Secondo il Rapporto sono necessari autorità di regolamentazione efficaci e investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca di base a lungo termine.
-  Il contesto imprenditoriale: progressi sono stati realizzati dagli Stati membri nel campo della better regulation in vari settori, quali ad esempio la semplificazione delle procedure per l’avvio di una nuova impresa. In tutti gli Stati membri è in corso un’azione volta a misurare i costi amministrativi e a fissare obiettivi di riduzione. Obiettivo della Commissione è la riduzione di tali costi al fine di consentire alle imprese di risparmiare annualmente 150 milioni di euro entro il 2012.
-  La politica di innovazione: per la quale il Rapporto insiste sulla necessità di sostenere il capitale di rischio nella fase iniziale e sulla necessità di semplificare le operazioni transfrontaliere che lo riguardano. Sono indicati i fattori che possono contribuire a formulare una politica dell’innovazione incentrata su alcuni mercati pilota: in molti casi non è il Paese in cui avviene un’innovazione tecnologica a trarne i maggiori benefici, ma piuttosto quello dove si è sviluppato prima il mercato.

Il Rapporto esamina poi la posizione concorrenziale di due settori ad alto contenuto tecnologico. Il primo è quello delle Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic), in cui l’Ue ha una posizione importante nella produzione e dispone di un vantaggio comparativo a livello di prodotti differenziati di alta qualità. Secondo lo studio, la risposta alla sfida dei produttori a basso costo consiste nel raggiungere standard ancora più elevati di qualità e nella sempre più veloce elaborazione di prodotti innovativi che rispondano alle nuove esigenze del mercato.
Il secondo settore è quello dell’industria farmaceutica europea, che sta crescendo in termini di produzione e occupazione ma che, secondo il Rapporto, mostra ritardi nella capacità di creare, organizzare e sostenere i processi di innovazione e la crescita della produttività.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/enterprise_policy/competitiveness/doc/comprep_2006_en.pdf

la situazione dei Paesi fuori dalla “zona euro”

L’Unione economica e monetaria, cioè la cosiddetta “zona euro”, ha portato a 13 il numero dei suoi Stati membri con l’ingresso della Slovenia avvenuto il 1° gennaio 2007. Molti altri Paesi dell’Ue sono però in lizza per adottare la moneta unica europea e, per verificarne la situazione rispetto ai parametri necessari, il 5 dicembre scorso è stata resa nota la Relazione 2006 sul processo di convergenza di 9 Stati membri dell’Ue.
Si tratta della seconda Relazione sulla convergenza pubblicata dopo l’allargamento del maggio 2004; la prima risale all’ottobre 2004, quando nessuno dei 10 nuovi Stati membri dell’Ue (e neppure la Svezia) soddisfaceva tutte le condizioni richieste, meglio note come “criteri di Maastricht”.

convergenza faticosa
Dalla Relazione 2006 emerge che i nove Paesi valutati (cioè Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia e Svezia) stanno progredendo verso la convergenza, ma a ritmi piuttosto differenti tra loro. Nei mesi scorsi, la Commissione aveva redatto poi due relazioni specifiche relative ai Paesi che ne avevano fatto richiesta: la Slovenia, che soddisfaceva già in giugno tutti i criteri, e la Lituania, per la quale era invece stato deciso che avrebbe mantenuto lo status di Paese con deroga.
«Sebbene il cammino verso l’euro si stia rivelando più difficile di quanto alcuni possano aver pensato in origine, la ricompensa merita lo sforzo» ha dichiarato il commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, spiegando quali sono a suo avviso i vantaggi: «In primo luogo le politiche richieste sono auspicabili indipendentemente dall’euro; in secondo luogo, l’adozione dell’euro consolida la stabilità macroeconomica necessaria per la crescita e l’occupazione; in terzo luogo, un Paese ben preparato ha maggiori probabilità di prosperare in un’unione monetaria».
Va ricordato che, per essere in grado di adottare l’euro, un Paese deve raggiungere un grado elevato di convergenza sostenibile per quanto riguarda la stabilità dei prezzi, la situazione di bilancio, la stabilità del tasso di cambio e i tassi d’interesse a lungo termine, garantendo nel contempo che la legislazione nazionale sia compatibile con le regole del Trattato dell’Ue, con lo statuto del Sistema europeo di banche centrali (Sebc) e della Bce.

chi soddisfa i criteri
Per quanto concerne l’inflazione, solo Repubblica Ceca, Cipro, Polonia e Svezia presentano tassi medi su base annua inferiori al valore di riferimento, che nell’ottobre del 2006 era pari al 2,8%, mentre la situazione del bilancio pubblico è buona per Estonia, Cipro, Lettonia e Svezia. Dei nove Paesi esaminati, l’Estonia è quello che è stato più a lungo nel meccanismo di cambio (Erm) del Sistema monetario europeo e l’unico che rispetta il criterio della stabilità del tasso di cambio. Solo l’Ungheria, poi, non soddisfa il criterio del tasso d’interesse a lungo termine, che osservato in media nell’arco di un anno prima dell’esame non deve superare di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi. La Repubblica Ceca, l’Estonia, Cipro, la Lettonia, Malta, la Polonia, la Slovacchia e la Svezia hanno applicato tassi d’interesse medi a lungo termine (annuali) inferiori al valore di riferimento (6,2% nell’ottobre 2006). Per l’Estonia, non è disponibile alcun titolo di Stato a lungo termine di riferimento o titolo comparabile che consenta di valutare il carattere durevole della sua convergenza, tuttavia non esistono ragioni per concludere che non soddisferebbe tale criterio.
Rispetto alla compatibilità legislativa, infine, al momento della redazione della Relazione i requisiti erano rispettati solo dall’Estonia, mentre Cipro e Malta hanno presentato ai rispettivi parlamenti nazionali disegni di legge volti a eliminare le residue incompatibilità.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/convergencereports_en.htm

la nuova Direttiva sui servizi

Dopo oltre due anni di discussioni e modifiche la Direttiva europea sulla liberalizzazione dei servizi nel mercato interno è giunta alla sua fase finale. Il 15 novembre scorso, infatti, il Parlamento europeo ha approvato in seconda lettura il nuovo testo presentato dal commissario al Mercato interno Charlie McCreevy, documento che accogliendo gli emendamenti dell’Europarlamento aveva modificato radicalmente quella che era stata una delle più discusse proposte di Direttiva della storia dell’Ue: la cosiddetta “Bolkestein”.
Toccherà ora ai 27 Stati membri dell’Ue recepirne i contenuti all’interno delle rispettive legislazioni nazionali, al massimo entro tre anni.
Il compromesso raggiunto tra i gruppi politici del Parlamento europeo, e poi tra l’aula parlamentare e la Commissione, cerca di ridurre gli ostacoli alla prestazione di servizi nell’Ue senza danneggiarne i modelli sociali e di lavoro. Vediamo in estrema sintesi come, sottolineando però che la Confederazione europea dei sindacati (Ces) critica il permanere di un linguaggio ambiguo su questioni quali l’esclusione del diritto del lavoro e il rispetto dei diritti fondamentali.

oggetto della Direttiva
La Direttiva stabilisce le disposizioni generali che permettono di agevolare l’esercizio della libertà di stabilimento dei prestatori nonché la libera circolazione dei servizi, «assicurando nel contempo un elevato livello di qualità dei servizi stessi». Il testo precisa che la Direttiva «non riguarda la liberalizzazione dei servizi d’interesse economico generale riservati a enti pubblici o privati, né la privatizzazione di enti pubblici che forniscono servizi». È anche puntualizzato che la Direttiva lascia totale libertà agli Stati membri di definire, in conformità del diritto comunitario, quali essi ritengano essere servizi d’interesse economico generale e in che modo tali servizi debbano essere organizzati e finanziati. Inoltre, la Direttiva «non pregiudica la legislazione del lavoro», cioè le disposizioni giuridiche o contrattuali che disciplinano le condizioni di occupazione, le condizioni di lavoro, compresa la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, e il rapporto tra datori di lavoro e lavoratori, che gli Stati membri applicano in conformità del diritto nazionale che rispetta il diritto comunitario. campo di applicazione
La Direttiva si applica solo ai servizi che sono prestati dietro corrispettivo economico, dunque anche ai servizi d’interesse economico generale esclusi però il settore postale, quelli dell’energia elettrica e del gas, quelli di distribuzione e fornitura idrica, di gestione delle acque reflue e del trattamento di rifiuti.
Tra i servizi oggetto della Direttiva rientrano numerose attività in costante evoluzione: i servizi alle imprese, quali i servizi di consulenza manageriale e gestionale, i servizi di certificazione e di collaudo, i servizi di gestione delle strutture, compresi i servizi di manutenzione degli uffici, i servizi di pubblicità o i servizi connessi alle assunzioni e i servizi degli agenti commerciali. Sono inoltre oggetto della Direttiva i servizi prestati sia alle imprese sia ai consumatori, quali i servizi di consulenza legale o fiscale, i servizi collegati con il settore immobiliare, come le agenzie immobiliari, l’edilizia, compresi i servizi degli architetti, la distribuzione, l’organizzazione di fiere, il noleggio di auto, le agenzie di viaggi, i servizi nel settore del turismo, compresi i servizi delle guide turistiche, i servizi ricreativi, i centri sportivi, i parchi di divertimento e, nella misura in cui non sono esclusi dall’ambito di applicazione della Direttiva, i servizi a domicilio, come l’assistenza agli anziani.
Sono invece esclusi dalla Direttiva: i servizi non economici d’interesse generale; i servizi sociali e sanitari; i servizi finanziari quali l’attività bancaria, il credito, l’assicurazione, le pensioni professionali o individuali, i titoli, gli investimenti, i fondi; i servizi di pagamento e quelli di consulenza nel settore degli investimenti; i servizi e le reti di comunicazione elettronica; i servizi nel settore dei trasporti, quelli delle agenzie di lavoro interinale, i servizi audiovisivi, le attività di azzardo, i servizi privati di sicurezza, le attività connesse con l’esercizio di pubblici poteri e i servizi forniti da notai e ufficiali giudiziari.

libertà di prestazione
Il principio del Paese d’origine è stato sostituito con quello della libera prestazione di servizi (art. 16), secondo cui agli Stati membri è imposto l’obbligo di rispettare «il diritto dei prestatori di fornire un servizio in uno Stato membro diverso da quello in cui sono stabiliti». Lo Stato membro in cui il servizio viene prestato, quindi, deve assicurare il libero accesso a un’attività di servizi e il libero esercizio della medesima sul proprio territorio. I requisiti per cui uno Stato limita l’accesso o l’esercizio di servizi sul suo territorio non possono essere direttamente o indirettamente discriminatori e devono essere giustificati da ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di sanità pubblica o di tutela dell’ambiente («necessità»).

INFORMAZIONI: http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/06/st10/st10003-re04.it06.pdf

PETIZIONE PER DIRETTIVA SUI SERVIZI D’INTERESSE GENERALE

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha lanciato alla fine di novembre una petizione a favore dell’elaborazione di una direttiva-quadro sui servizi d’interesse generale (Sig), sostenuta nel Parlamento europeo dal gruppo dei Verdi. «Solo una direttiva-quadro - dichiara l’eurodeputato belga Pierre Jonckheer in un comunicato - permetterà di definire i criteri e gli obiettivi della categoria dei servizi di interesse generale, di limitare l’impatto delle norme della concorrenza su questi servizi, di garantire il diritto e la capacità dei poteri pubblici locali, regionali e nazionali di finanziare e gestire questi servizi per perseguire obiettivi come la coesione sociale e territoriale, la tutela dell’ambiente o la diversità culturale». In mancanza di un atto legislativo trasversale, la direttiva sui servizi nel mercato interno fungerà infatti da «strumento orizzontale per tutti i servizi d’interesse economico generale» (Sieg) e le liberalizzazioni settoriali continueranno.

INFORMAZIONI: http://www.petitionpublicservice.eu



i ritardi dei governi su razzismo e xenofobia

Gli immigrati e le minoranze etniche continuano a subire diffuse discriminazioni nei Paesi dell’Unione europea in ambiti importanti della vita quotidiana quali sono il lavoro, l’alloggio e l’istruzione. Del resto, «la maggior parte degli Stati membri non è in grado di stabilire fino a che punto si sia riusciti a interrompere il circolo vizioso dell’esclusione, del pregiudizio e della discriminazione», dal momento che non si dispone dei dati necessari per monitorare l’incidenza delle diverse politiche sociali ed economiche adottate in favore delle minoranze etniche e delle comunità immigrate.Un bilancio amaro quello contenuto nel Rapporto annuale redatto dall’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e di xenofobia (European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia - Eumc), presentato lo scorso 28 novembre, soprattutto perché poco è cambiato rispetto a quanto rilevato negli ultimi anni. Il problema di fondo infatti, come già denunciato lo scorso anno, è che persiste una grave carenza di dati, logica conseguenza di uno scarso impegno dei governi europei nel tradurre e mettere in pratica le direttive comunitarie contro la discriminazione.

ancora pochi dati
Solo 11 Paesi dell’Ue hanno finora adottato sistemi ufficiali ed efficaci di raccolta dei dati sugli episodi di xenofobia e discriminazione, solo 2 hanno introdotto un sistema esaustivo per monitorare i reati di matrice razzista, mentre in 5 Paesi non esiste un sistema collaudato: Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta. Una simile carenza, nota il Rapporto, fa sì che gli eventuali comportamenti discriminatori passino inosservati in numerosi ambiti e, fra le minoranze etniche, taluni gruppi subiscono discriminazioni senza che queste siano adeguatamente affrontate dallo Stato. Come sarebbe inconcepibile che uno Stato membro non disponga di statistiche a sostegno di politiche fiscali ed economiche fondate su dati e informazioni, osserva l’Eumc, un analogo principio dovrebbe valere per le politiche volte a combattere il razzismo e la xenofobia.
Ma oltre alla mancanza di un sistema europeo di raccolta dati, manca anche una definizione comune a livello europeo di “crimine a sfondo razzista”: la Direttiva sulla eguaglianza razziale varata nel 2000 dall’Ue, che tra l’altro non è ancora stata recepita da tutti gli Stati membri, «contiene una definizione di razzismo, ma non di crimine razzista» sostengono i responsabili dell’Osservatorio europeo.

tendenza negativa

Secondo il Rapporto, nel 2005 sono aumentati gli episodi di violenza razzista in 8 degli 11 Paesi che raccolgono i dati ufficialmente e in modo sistematico. Si tratta di Danimarca, Germania, Francia, Irlanda Polonia, Slovacchia, Finlandia e Regno Unito. Negli altri tre, Repubblica Ceca, Austria e Svezia, si è registrata una diminuzione del fenomeno. La comunità dei Rom è la principale vittima di atti di razzismo e discriminazione, sia da parte di normali cittadini che di pubblici ufficiali. Gli appartenenti alla comunità ebraica continuano a subire episodi di antisemitismo e la crescente islamofobia suscita preoccupazioni. «Di fatto - denuncia l’Eumc - nonostante alcuni incoraggianti esempi di buone prassi, oggi non ci è ancora possibile annunciare una sostanziale inversione di tendenza per quanto concerne il razzismo e la xenofobia negli Stati membri dell’Ue».

alcune proposte
Gli Stati membri dell’Ue, le istituzioni comunitarie, i responsabili decisionali e la società civile sono chiamati ad accrescere l’impegno contro xenofobia e razzismo «al fine di espellerli dalle nostre realtà», dichiara l’Eumc nel suo Rapporto che, richiamando la classe politica alle sue responsabilità, propone una serie di iniziative mirate:

- porre in atto senza riserve la normativa europea contro la discriminazione, applicando tutte le disposizioni, comprese le iniziative per garantire una piena uguaglianza;
- introdurre sistemi e strutture di raccolta dei dati più efficaci ed esaustivi, idonei a coordinare la raccolta di dati a livello nazionale;
- valutare gli aspetti antidiscriminatori e l’impatto delle politiche e delle prassi di governo sui simboli religiosi;
- diffondere l’impiego di test sulla discriminazione negli Stati dell’Ue e sviluppare competenze a livello nazionale per estenderli ad altri settori oltre l’occupazione;
- elaborare e mettere a punto piani d’azione nazionali completi per combattere il razzismo e la discriminazione, contenenti una componente relativa alla raccolta e al monitoraggio dei dati, intervenendo nei settori politici centrali.

INFORMAZIONI: http://www.eumc.europa.eu

SALUTE MENTALE, PROBLEMA DIFFUSO NELL’UE

Nell’ultimo anno, il 13% circa dei cittadini europei ha richiesto un aiuto psicologico, al 7% delle persone immigrate nell’Ue sono stati somministrati farmaci per risolvere problemi mentali o emotivi, mentre persistono pregiudizi verso chi soffre di disagi psichici ed emotivi: il 63% degli europei ritiene si tratti di persone «imprevedibili» e il 37% le considera «pericolose». È il quadro che emerge da un’ampia consultazione lanciata un anno fa dalla Commissione europea per definire una strategia in favore della salute mentale nell’Ue e da un sondaggio Eurobarometro sul tema. Presentati all’inizio del dicembre scorso, i risultati delle due indagini mostrano come i problemi di salute mentale costituiscano attualmente una delle più rilevanti questioni di salute pubblica nell’Ue. Si tratta infatti di problemi che affliggono un quarto della popolazione europea almeno una volta nel corso della vita, con conseguenze sociali ed economiche rilevanti: si stima che i problemi di salute mentale causino una perdita del 3-4% del Pil europeo. Solo un quinto delle persone con seri disordini mentali è regolarmente occupato, condizione che invece riguarda il 65% di coloro che hanno handicap fisici. Le persone anziane, i pensionati, le donne e coloro che lavorano in casa sono le categorie di popolazione europea che più spesso dichiarano disagio o malessere psicologico.
Dalla consultazione lanciata dalla Commissione emerge la necessità di un maggior impegno (anche finanziario) a favore della prevenzione e della promozione della salute mentale, anche per ridurre le discriminazioni, l’importanza di migliorare lo scambio di esperienze tra gli Stati membri e di potenziare i collegamenti tra ricerca e politiche.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/health/ph_determinants/life_style/mental_health_en.htm

nuovi impegni dell’Ue su asilo e immigrazione

Continua l’intensa attività dell’Ue in materia di immigrazione e asilo, anche se la tanto auspicata politica migratoria comune, su cui era stato preso un impegno ufficiale a Tampere nel 1999 riaffermato poi col Programma dell’Aia nel 2004, resta ancora un obiettivo da raggiungere. La materia è infatti sottoposta a decisioni prese all’unanimità dagli Stati membri, i quali hanno esigenze e approcci piuttosto differenti tra loro. Così, è stato lo stesso Consiglio europeo del dicembre scorso, che alla politica migratoria europea ha dedicato gran parte dei lavori, a dichiarare nelle sue conclusioni che «aumentano sempre più le preoccupazioni riguardo alla difficoltà di rispondere a queste aspettative avvalendosi delle attuali procedure decisionali». E mentre i governi discutono e la Commissione europea continua a produrre materiali e proposte sul tema, ai confini meridionali dell’Ue si susseguono inesorabili le tragedie delle migrazioni che causano centinaia di vittime ogni anno (vedi box seguente).

Consiglio europeo di fine anno
Nei giorni 14 e 15 dicembre scorsi si è svolto a Bruxelles il Consiglio europeo che ha segnato la fine del semestre di presidenza finlandese dell’Ue. Il Vertice ha avuto tra i temi centrali proprio quello della politica migratoria europea, su cui i capi di Stato e di governo dei 27 hanno concordato le misure da adottare nel corso del 2007:

- Rafforzare e approfondire la cooperazione e il dialogo internazionali con i Paesi terzi di origine e di transito in modo «globale e equilibrato». In particolare, l’Ue intende approfondire il partenariato con i Paesi mediterranei e africani in base agli impegni comuni assunti nel 2006 nelle conferenze ministeriali di Rabat e Tripoli e nel quadro del dialogo in corso tra Ue e Africa sulla migrazione. È previsto l’invio di missioni specifiche europee in alcuni Paesi africani, anche per studiare più approfonditamente le cause delle migrazioni. L’Ue intende integrare le questioni relative alle migrazioni nelle politiche di aiuto, mentre supporterà i Paesi di origine e transito dei flussi a inserire tali questioni nei loro piani nazionali di sviluppo. Il tema sarà proposto anche a livello internazionale, con l’organizzazione europea della prima riunione del Forum globale su migrazione internazionale e sviluppo che si terrà in Belgio nel luglio 2007. Sarà inoltre intensificata la cooperazione con i Paesi terzi in materia di rimpatri e riammissioni, reintegrazione di coloro che rientrano nel Paese d’origine, studio delle rotte migratorie e lotta al traffico delle persone. Nel rispetto delle competenze degli Stati membri, sostiene il Consiglio europeo, si cercherà di sviluppare un partenariato «equilibrato» sulle opportunità di migrazione legale, «adeguato alle esigenze specifiche degli Stati membri dell’Ue in termini di mercato del lavoro», così da agevolare la migrazione «circolare e temporanea».

- Rafforzare la cooperazione fra gli Stati membri nella lotta all’immigrazione illegale, attraverso misure contro il lavoro illegale, il potenziamento dei controlli di frontiera e l’identificazione delle persone e lo studio di politiche di «solidarietà europea» nei settori dell’immigrazione, del controllo di frontiera e dell’asilo.

- Migliorare la gestione delle frontiere esterne dell’Ue sulla scorta della strategia di gestione integrata delle frontiere adottata dal Consiglio nel 2006. In particolare, potenziando le capacità dell’Agenzia europea Frontex, creando un sistema europeo di sorveglianza delle frontiere marittime meridionali e migliorando l’efficienza della cooperazione in materia di ricerca e salvataggio. Parlamento e Consiglio sono invitati a giungere rapidamente a un accordo sul regolamento relativo alla creazione di squadre di intervento rapido alle frontiere nel primo semestre del 2007.

- Elaborare, in materia di migrazione legale, politiche migratorie «opportunamente gestite», nel pieno rispetto delle competenze nazionali, per aiutare gli Stati membri a soddisfare le esigenze di manodopera attuali e future contribuendo nel contempo allo sviluppo sostenibile di tutti i Paesi.

- Promuovere l’integrazione e il dialogo interculturale e la lotta a tutte le forme di discriminazione negli Stati membri e nell’Ue; rafforzare le politiche di integrazione, convenire obiettivi e strategie comuni.

- Realizzare entro la fine del 2010 il regime europeo comune in materia di asilo iniziando con una valutazione preliminare della sua prima fase nel 2007. Per la seconda fase sono previste squadre di esperti in materia di asilo e l’istituzione di una rete di cooperazione, mentre si prenderà in esame l’eventuale creazione di un ufficio di sostegno europeo.

- Rendere disponibili risorse adeguate per l’attuazione della politica migratoria globale utilizzando appieno i finanziamenti disponibili: il fondo per le frontiere esterne, il fondo per l’integrazione, il fondo per i rifugiati e il fondo per i rimpatri, come pure l’Enpi e lo strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo (Cas) apporteranno importanti risorse, mentre il Fes aiuterà ad affrontare le cause all’origine delle migrazioni.

In merito all’attuazione della politica migratoria comune il Consiglio invita la Commissione a riferire in tempo utile prima del Consiglio europeo del dicembre 2007.

due nuove Comunicazioni
Due settimane prima del Consiglio europeo, il 30 novembre, la Commissione europea aveva presentato due nuove Comunicazioni in materia di immigrazione, la prima mirata a rafforzare il quadro per lo sviluppo di una politica europea comune e la seconda riguardante la gestione delle frontiere marittime. La comunicazione intitolata L’approccio globale in materia di migrazione un anno dopo: una politica generale dell’Europa sulla migrazione riassume il lavoro svolto nel corso del 2006 con gli Stati africani e le organizzazioni regionali. Essa propone mezzi per incentivare il dialogo e la cooperazione con l’Africa sull’intera gamma delle questioni relative alla migrazione: dalla migrazione legale e illegale all’aumento della protezione per i rifugiati fino al rafforzamento dei legami tra politica migratoria e politica di sviluppo. È proposta l’istituzione di «squadre di assistenza in materia di migrazione» per supportare i Paesi africani a migliorare la loro capacità operativa e amministrativa. Si suggerisce anche la creazione di «portali europei della mobilità professionale», che offrano ai Paesi africani informazioni sulle opportunità di lavoro in Europa. Altre azioni proposte mirano ad agevolare il collegamento tra domanda e offerta di lavoro: promuovendo la formazione professionale, programmi per lo sviluppo delle competenze e corsi di lingua, fino alla creazione nei Paesi partner di «centri di assistenza per la migrazione» sostenuti da finanziamenti europei, che dovrebbero agevolare la gestione dei lavoratori stagionali, gli scambi di studenti e ricercatori e altre forme di circolazione legale delle persone.
La seconda comunicazione riguarda invece l’attività operativa dell’Ue in materia di asilo e immigrazione, in particolare la gestione delle frontiere marittime che sono sottoposte alla pressione delle migrazioni illegali. La comunicazione ha l’obiettivo di aumentare la capacità dell’Agenzia europea Frontex ed evidenzia una serie di nuovi strumenti destinati a migliorare la gestione integrata delle frontiere europee. Tra le proposte avanzate, una Rete di pattugliamento costiero, un Sistema europeo di sorveglianza e un’assistenza operativa volta a migliorare la capacità degli Stati membri di gestire flussi misti di migranti illegali. La Commissione suggerisce anche la creazione di una «squadra di esperti» provenienti dalle amministrazioni dei Paesi europei, i quali potrebbero entrare in funzione rapidamente per aiutare gli Stati membri nell’analisi iniziale dei richiedenti asilo, offrendo ad esempio traduzioni o consulenze sul Paese d’origine dei richiedenti.
Soddisfazione è stata espressa dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Acnur-Unhcr), perché le nuove misure proposte dalla Commissione riconoscono che il diritto d’asilo deve essere tenuto in considerazione in ogni misura di controllo dell’immigrazione, anche nelle cosiddette “situazioni di crisi” lungo le frontiere meridionali dell’Europa. L’Unhcr aggiunge però che la protezione internazionale deve essere garantita anche sulle altre frontiere dell’Ue, in particolare quelle orientali.

Vertice Europa-Africa
La cooperazione sulle migrazioni tra Ue e Paesi dell’area mediterranea è stata anche l’argomento del Vertice Europa-Africa svoltosi a Tripoli (Libia) nei giorni 23-24 novembre scorsi, il primo incontro ufficiale su immigrazione e sviluppo tra l’Unione europea e l’Unione africana (Ua). Nel corso del Vertice, il commissario europeo responsabile per Libertà, Sicurezza e Giustizia, Franco Frattini, ha proposto ai responsabili politici europei e africani che le quote migratorie, pur ancora stabilite a livello nazionale, siano gestite da Bruxelles. Obiettivo della Commissione europea è che gli Stati membri dell’Ue non procedano a trattative separate in merito ai flussi d’ingresso di immigrazione ma che l’Ue possa invece esprimersi con una sola voce (a questo proposito si veda anche euronote n. 43/2006, pag. 6).
Frattini ha invitato i partecipanti al Vertice a lavorare per un «approccio globale» sulla questione delle migrazioni, combinato alle politiche di sicurezza e di sviluppo ma che comprenda anche tutti gli aspetti dell’integrazione sociale ed economica. È stata proposta anche l’istituzione di un «portale della mobilità», al fine di fornire a coloro che intendono emigrare legalmente tutte le informazioni utili alla ricerca di opportunità lavorative in Europa.
Tra i punti principali dell’accordo stipulato da Ue e Ua, oltre al controllo delle frontiere anche il rispetto degli accordi di riammissione nei Paesi d’origine degli immigrati illegali e l’impegno a valutare la possibilità di un Fondo “ad hoc” euroafricano per l’immigrazione. Su questo ultimo punto, però, è stato posto un veto dal commissario europeo per gli Aiuti umanitari e lo Sviluppo Louis Michel, secondo il quale i soldi destinati allo sviluppo non devono essere toccati e quindi vanno reperiti nuovi fondi. È stato inoltre confermato l’impegno a perseguire gli obiettivi del Millennio definiti dalle Nazioni Unite: destinare lo 0,7% del Pil agli aiuti pubblici e allo sviluppo entro il 2015 con uno passaggio intermedio dello 0,56% nel 2010.
Il documento comune Ue-Ua punta anche a rafforzare l’istruzione nei Paesi dov’è stata più massiccia la “fuga di cervelli”, mentre il lavoro congiunto delle Commissioni europea e africana proseguirà con un nuovo Vertice entro i prossimi 3 anni.

LA STRAGE CONTINUA DEI MIGRANTI

La strage di immigrati alle frontiere dell’Ue o nel tentativo disperato di raggiungerle è continua e ha raggiunto ormai cifre pazzesche. Quasi 6000 morti, tra cui circa 2000 dispersi, documentate in meno di 20 anni da Fortress Europe, una rassegna stampa che dal 1988 raccoglie notizie dei media relative alle vittime delle migrazioni. Si tratta prevalentemente di naufragi, ma i migranti muoiono anche per incidenti stradali o asfissia nei tir carichi di merci in cui si nascondono, disidratati nel deserto del Sahara o assiderati sui valichi montuosi, saltati sulle mine di Evros (Grecia) o sotto gli spari di alcune polizie di frontiera, fino ad alcuni casi di tortura nelle carceri libiche e algerine. Tra l’altro, Fortress Europe stima che l’entità reale della strage di migranti ai confini dell’Ue sia due o tre volte superiore rispetto alle cifre documentate. E la cosa sconvolgente è la continuità del dramma: solo negli ultimi mesi sono state documentate 269 vittime in agosto, 71 a settembre nel Mediterraneo, 76 in ottobre, 86 in novembre, mentre il 2006 si è chiuso con il naufragio di un’imbarcazione diretta alle Canarie dalla costa senegalese che ha causato 102 dispersi in mare. La Croce rossa e la Mezzaluna rossa stimano in 2000-3000 il numero dei migranti scomparsi solo nel Mediterraneo e nell’Atlantico negli ultimi anni.

INFORMAZIONI: http://fortresseurope.blogspot.com

LIBIA: ABUSI CONTRO I MIGRANTI

Mentre a Tripoli i ministri europei e africani discutevano di cooperazione sulle migrazioni, in Marocco veniva presentato un Rapporto allarmante sulle condizioni dei migranti in Libia, contenente 160 testimonianze di marocchini incarcerati per immigrazione illegale che accusano le autorità libiche di torture sistematiche ai danni dei detenuti e di alcuni casi di esecuzioni. Altre 60 famiglie dichiarano di aver perso i contatti da mesi con i figli detenuti in Libia, o addirittura di non avere alcuna notizia sulla loro sorte. Secondo le accuse raccolte dall’associazione marocchina Afvic, confermate anche dall’organizzazione internazionale Human Rights Watch, migliaia di persone di varie nazionalità sono detenute senza processo e sottomesse al totale arbitrio delle autorità libiche nelle carceri di Tripoli, Gharyan, Sebha, Kufrah. Strutture in parte finanziate anche dall’Italia e che l’Ue propone di utilizzare come centri di accoglienza per il rimpatrio dei migranti illegali. Va ricordato che i centri per migranti in Libia sono già stati al centro di varie denunce e più volte oggetto di ispezioni europee. La cooperazione euroafricana, dunque, dovrebbe tener conto anche di questi inaccettabili risvolti delle migrazioni, mettendo alcuni governi di fronte alle proprie responsabilità in materia di diritti fondamentali.

le droghe in Europa

La cannabis resta la droga illecita più utilizzata nell’Ue, continua ad aumentare il consumo di cocaina, anche se pare in via di stabilizzazione, mentre crescono i problemi legati alla poliassunzione e alle nuove droghe. La Relazione annuale dell’Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze (Oedt-Emcdda), presentata il 23 novembre scorso, conferma sostanzialmente le tendenze del consumo di droghe rilevate negli ultimi anni in Europa. Risultano però interessanti alcuni elementi di novità e alcune riflessioni proposte dall’Osservatorio. Ad esempio, nota lo studio, sarebbe sbagliato concludere che una stabilizzazione dell’uso di cocaina porterà una stabilizzazione dei problemi legati al suo consumo, perché esiste un intervallo di tempo tra la prima assunzione di droga e l’insorgere di un’emergenza legata a un consumo regolare. Infatti, il numero di nuove domande di trattamento per tossicodipendenza da cocaina in Europa è quasi raddoppiato tra il 1999 e il 2004, e corrisponde attualmente al 12% circa di tutte le nuove domande, percentuale che in Spagna e nei Paesi Bassi dove l’uso di cocaina è stabile sale al 25%.

prezzi in calo
Negli ultimi cinque anni il prezzo degli stupefacenti al dettaglio in Europa è diminuito, in alcuni casi addirittura dimezzato, fino a raggiungere livelli mai toccati prima. In alcuni Paesi ecstasy e cocaina sono più economiche oggi che alla fine degli anni Ottanta. Un calo dei prezzi generalizzato che presenta però importanti differenze tra Paesi e tra sostanze. Per esempio, se il prezzo della cannabis nella maggior parte dei Paesi è compreso tra i 5 e i 10 euro al grammo, in Portogallo scende anche fino ai 2 euro mentre in Norvegia può superare i 12 euro. Per la cocaina si passa da 41 euro al grammo in Belgio a più di 100 euro a Cipro, in Romania e in Norvegia. Allo stesso modo, i prezzi di una pasticca di ecstasy sono di 3 euro in Lituania e Polonia, mentre vanno dai 15 ai 25 euro in Grecia e Italia. Variano considerevolmente anche i prezzi della forma più diffusa di eroina (brown): da 12 euro al grammo in Turchia ai 141 euro in Svezia. Se, come sottolinea l’Emcdda, non si può individuare un collegamento lineare fra prezzo e livelli generali di consumo, tale panoramica può tuttavia fornire elementi per capire le dinamiche del mercato delle sostanze illecite e valutare l’impatto degli interventi.

nuove droghe
Tra i compiti dell’Osservatorio c’è anche quello di rilevare la comparsa di nuove droghe. Così, nel 2005 sono state notificate per la prima volta 14 nuove sostanze psicoattive. Una novità importante è stata la comparsa e la rapida diffusione dell’mCPP (1-3-clorofenil piperazina), individuata dagli Stati membri con una frequenza maggiore rispetto a qualsiasi altra sostanza psicoattiva da quando è stato introdotto il nuovo sistema di monitoraggio nel 1997. Nel giro di un anno l’mCPP ha infatti preso piede in 20 Stati membri dell’Ue-25 nonché in Romania e in Norvegia, dov’è spesso commercializzata come “nuovo tipo di ecstasy”. Altra sostanza da tenere sotto controllo è la metamorfina, una droga associata in tutto il mondo a problemi gravi per la salute pubblica. In Europa, i problemi dovuti a questa sostanza sono ancora circoscritti a pochi Paesi, ma nell’ultimo anno sono più numerosi i Paesi europei che hanno riferito di sequestri.

consumo “ricreativo”
Dalle indagini risulta che i giovani che frequentano discoteche hanno una probabilità dieci volte maggiore rispetto ai coetanei di far uso di sostanze stimolanti. In alcuni casi, quasi i due terzi dei frequentatori di questo tipo di locali (i cosiddetti club-goers) hanno dichiarato di aver fatto uso di tali sostanze. Oltre il 60% degli intervistati in alcuni locali in Francia, Italia e Regno Unito dichiara di aver provato la cocaina, mentre oltre la metà degli interpellati in Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Paesi Bassi e Regno Unito afferma di aver provato l’ecstasy.
Nelle politiche di prevenzione si è quindi verificato un “cambiamento paradigmatico”, che ha messo in primo piano lo studio di mode e stili di vita nell’influenzare le modalità di svago dei giovani e il contrasto della percezione della “normalità” dell’assunzione di droghe. Gli operatori nel settore della prevenzione fanno così un uso crescente di Internet per raggiungere i giovani e i consumatori potenziali “nel loro mondo”, stimolandoli a riflettere in maniera critica.
Un problema invece generalmente riconosciuto ma ancora poco affrontato nella pratica è quello della differenza di genere, che incide sui tipi di problemi provati dai singoli così come sulla loro disponibilità a sottoporsi al trattamento e sui tipi di servizio efficaci.

un approccio diverso
«Oggi in Europa abbiamo un quadro migliore della situazione e abbiamo cominciato a dialogare sulle droghe a un livello più razionale, aperto e informato rispetto al passato», sostiene il direttore dell’Emcdda, Wolfgang Götz. Quasi tutti i Paesi europei, osserva Götz, oggi inseriscono le proprie iniziative politiche nell’ambito di una strategia nazionale generale in materia di droga e si rilevano segni importanti di allargamento del campo di applicazione: non sono comprese solo le sostanze illecite ma anche quelle lecite che producono dipendenza come l’alcol, il tabacco e i medicinali. «Ciò va inteso senza dubbio come uno sviluppo tempestivo, in un’epoca in cui l’uso concomitante di sostanze lecite e/o illecite (“poliassunzione”) sta diventando sempre più visibile nella cultura europea degli stupefacenti» rileva il direttore dell’Emcdda.

INFORMAZIONI: http://www.emcdda.europa.eu

I DATI EUROPEI SULLE SOSTANZE ILLECITE

Cannabis: tra gli adulti europei (15-64 anni) 65 milioni hanno fatto uso di cannabis almeno una volta (20% degli adulti); 22,5 milioni l’hanno consumata nell’ultimo anno (7%); 12 milioni nell’ultimo mese (4%); 3 milioni la consumano quotidianamente (1%). In Europa, la cannabis è segnalata come il principale problema di droga da circa il 15% di coloro che chiedono un trattamento per tossicodipendenza e dal 27% di quanti lo chiedono per la prima volta nella loro vita, facendo della cannabis la droga più comune segnalata dopo l’eroina. È aumentato il numero di sequestri, ma è diminuito l’importo totale sequestrato. Nel periodo 1999-2004 i prezzi medi al dettaglio sono diminuiti nella maggior parte del Paesi dell’Ue.
Cocaina: 10 milioni di adulti europei hanno fatto uso di cocaina almeno una volta (oltre il 3%); 3,5 milioni l’hanno consumata nell’ultimo anno (1%); 1,5 milioni nell’ultimo mese (0,5%). La cocaina rappresenta circa l’8% delle richieste di terapia (terza droga, dopo eroina e cannabis) e i prezzi medi al dettaglio sono generalmente diminuiti nell’Ue. La maggior parte della cocaina sequestrata in Europa (74 tonnellate nel 2004) proviene direttamente dal Sudamerica (Colombia, primo produttore mondiale), anche se parti dell’Africa stanno diventando punti di transito importanti. Negli ultimi 5 anni la Spagna ha registrato circa la metà dei sequestri europei. Anfetamine: 10 milioni di adulti europei hanno fatto uso di anfetamine almeno una volta (3%); 2 milioni nell’ultimo anno (0,6%); 900.000 nell’ultimo mese (0,3%). L’Europa occidentale e centrale è un’area importante di traffico, mentre consumo e produzione sono limitati a pochi Paesi (per le metanfetamine alla Repubblica Ceca). Il 97% delle 6 tonnellate sequestrate a livello mondiale nel 2004 è avvenuto in Europa.
Ecstasy: 8,5 milioni di adulti europei hanno fatto uso di ecstasy (2,6%); 3 milioni nell’ultimo anno (circa 1%); un milione nell’ultimo mese (0,3%). L’uso di ecstasy è raramente segnalato come motivo per accedere a terapie. L’Europa rimane il principale centro di produzione, mentre il traffico è fortemente concentrato nell’Europa occidentale. Numero di sequestri e quantità sequestrate sono in aumento (28,3 milioni di compresse sequestrate nel 2004 nell’Ue). Il prezzo medio al dettaglio è diminuito nella maggior parte dei Paesi europei.
Allucinogeni: la maggior parte dei Paesi europei rileva tassi di consumo di Lsd tra lo 0,4% e il 2% degli adulti. Tra gli studenti (15-16 anni) il consumo di funghi “magici” è notevolmente più basso di quello di cannabis, ma analogo a quello di ecstasy: la prevalenza tipica varia tra l’1% e il 3%. Il consumo di funghi è solitamente sperimentale e raramente diventa regolare.
Eroina e consumo problematico: si stimano circa 1,7 milioni di consumatori problematici di droghe (essenzialmente eroina) nell’Ue. Annualmente avvengono circa 7000 decessi connessi alla droga e gli oppioidi incidono nel 70% dei casi. Gli oppioidi sono le principali droghe per le quali i tossicodipendenti chiedono un trattamento (60% delle richieste nel 2004). Tra coloro che chiedono un trattamento per l’uso di eroina, almeno la metà sono ultratrentenni, mentre ricevono un trattamento di sostituzione oltre mezzo milione di consumatori. L’Afghanistan produce il 90% circa dell’oppio illecito a livello mondiale e negli ultimi anni il prezzo al dettaglio è diminuito in tutta l’Ue.


commercio mondiale e diritti fondamentali


Come garantire che i diritti fondamentali siano rispettati nelle relazioni commerciali dell’Unione europea con il resto del mondo è stato il tema centrale del Convegno che si è svolto a Milano nei giorni 1-2 dicembre scorsi. L’iniziativa, organizzata dall’associazione culturale Punto Rosso con l’adesione, tra gli altri, di Terre des Hommes, Attac, Forum mondiale delle alternative e Apice, ha voluto avviare una discussione preparatoria al prossimo Forum sociale mondiale che si terrà a Nairobi nel 2007. Punto di partenza è stata la presentazione della risoluzione del Parlamento europeo, presentata dall’eurodeputato Vittorio Agnoletto e adottata nel febbraio 2006, relativa all’inserimento di una clausola sui diritti umani e sulla democrazia negli accordi commerciali fra Unione europea e Paesi terzi. Risoluzione adottata a grande maggioranza e che esprime una posizione alquanto ferma del Parlamento sulla sua indisponibilità ad accettare negoziati o accordi con Paesi terzi che non facciano espressamente riferimento a questa clausola o non rispettino le Convenzioni in materia dell’Onu e dell’Oil-Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro).
Il tema, oltre a essere importante in sé, è anche di grande attualità a più di un titolo. È infatti alquanto recente la comunicazione della Commissione sugli orientamenti futuri della politica commerciale dell’Ue. Comunicazione che ha destato seri interrogativi per il suo taglio fortemente liberista, volto a rimuovere ogni ostacolo e barriera alla competitività delle imprese europee sul mercato mondiale, e senza accenni significativi agli aspetti sociali, al rispetto dei diritti fondamentali, o alle condizioni dei lavoratori dei Paesi terzi coinvolti. Inquieti giustamente, a questo proposito, anche i sindacati europei e la società civile, che non hanno risparmiato appelli alla Commissione europea affinché rivedesse questi orientamenti e tenesse fede alle tante comunicazioni e dichiarazioni in materia fatte negli ultimi anni. In una situazione in cui i negoziati di Doha, in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto), sono praticamente fermi dal luglio scorso, la tentazione di concludere accordi bilaterali al di fuori dalla fragile protezione delle regole del multilateralismo getta una luce ancor più preoccupante sulle intenzioni della Commissione. Inoltre, come sottolineato al Convegno da Aminata Traoré, già ministro della Cultura nel Mali, stiamo oggi assistendo, con una certa impotenza, agli effetti perversi ed esplosivi sull’Africa (ma non solo) dovuti anche ad un’apertura forzata alla mondializzazione dei Paesi più poveri: l’immigrazione e l’abbandono delle terre non fanno che portare naufraghi e disperati sulle coste dell’Unione europea: Ceuta e Melilla, o Lampedusa, sono ormai diventati luogo d’approdo della disperazione e della richiesta, troppo spesso negata, di una condivisione di benessere e di dignità umana.
In questo contesto, l’Unione europea ha deciso di dotarsi di un’Agenzia dei diritti fondamentali, che dovrebbe essere operativa dagli inizi del 2007 e il cui compito principale è quello di sorvegliare e di rafforzare la promozione dei diritti fondamentali nell’Ue. Iniziativa importante, se si considera che il recente Rapporto 2006 dell’Osservatorio europeo dei fenomeni razzisti e xenofobi (Eumc, che sarà appunto sostituito dall’Agenzia dei diritti fondamentali) dà una visione allarmante della situazione in Europa (vedi pag. 9). L’Agenzia non avrà però competenze che coprono le politiche esterne dell’Ue: il suo mandato non lo prevede. E allora, come trovare una logica o una coerenza per il rispetto dei diritti fondamentali dentro e fuori dall’Unione europea? Qui sta anche il senso del Convegno di Milano: l’Unione europea ha strumenti e rappresentanze, soprattutto in seno al nuovo Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani, per assumere un ruolo di prima importanza per la difesa dei diritti fondamentali anche sulla scena mondiale.
Il messaggio del Convegno, insieme a tutte le altre voci che si esprimono in questo senso, deve giungere con tutta la sua gravità all’Unione europea.
(Adriana Longoni - Apice)


anche i bambini pagano la disuguaglianza di genere

Un quadro a tinte fosche quello che emerge dal Rapporto annuale La condizione dell’infanzia nel mondo 2007, presentato dall’Unicef lo scorso 11 dicembre in occasione del 60° anniversario dell’organismo dell’Onu. Particolare attenzione è riservata alle discriminazioni subite da donne e bambine perché, sottolinea l’Unicef, «l’uguaglianza di genere e il benessere dei bambini sono inestricabilmente legati»: nei casi in cui il ruolo delle donne è rafforzato allora prosperano anche le famiglie e i bambini. Una migliore condizione femminile, inoltre, produce un effetto propulsivo su tutti gli obiettivi di sviluppo fissati dall’Onu, osserva l’Unicef: dalla riduzione della povertà e della fame alla salvaguardia della vita dei bambini; dal progresso della salute materna alla garanzia dell’istruzione universale; dalla lotta all’Hiv/Aids a quella contro la malaria e le altre malattie, fino a garantire, al contempo, la sostenibilità ambientale. Purtroppo, però, nonostante alcuni progressi la situazione globale resta decisamente preoccupante.

donne discriminate a vita
Le discriminazioni di genere iniziano dalla nascita o addirittura prima. In Cina e India, ad esempio, continua la pratica di feticidi e infanticidi selettivi ai danni delle femmine. Anche l’accesso all’istruzione è fortemente discriminante: tra i 115 milioni di bambini in età d’istruzione primaria che non frequentano la scuola la maggior parte sono femmine, con un rapporto di 115 ogni 100 maschi; nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo (Pvs) il 20% delle bambine non completa il ciclo d’istruzione primaria e solo il 43% delle ragazze frequenta la scuola secondaria. Ciò è particolarmente grave, perché le donne istruite hanno una probabilità minore di morire durante il parto e sono più inclini a mandare i figli a scuola.
La questione sanitaria è altrettanto preoccupante. Oltre 130 milioni di donne e bambine sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili, che possono causare gravi conseguenze sulla salute, mentre ogni minuto una donna muore a causa di complicanze insorte durante il parto, cioè oltre mezzo milione di decessi all’anno praticamente tutti nei Pvs: nell’Africa subsahariana una donna su 16 è destinata a morire durante la gravidanza o il parto, contro una su 4000 nei Paesi industrializzati, e va sottolineato che i neonati orfani di madre corrono un rischio di morire da 3 a 10 volte superiore di quelli con madre.
Per questioni fisiologiche e culturali, poi, le donne sono più esposte al rischio di contagio da Hiv: in parte dell’Africa e dei Caraibi, tra le ragazze di 15-24 anni il rischio è 6 volte maggiore rispetto ai coetanei maschi; nell’Africa subsahariana i due terzi delle giovani donne non conoscono bene le modalità di trasmissione del virus; inoltre, 150 milioni di minorenni in tutto il mondo sono state sottoposte a rapporti sessuali forzati.
Un doppia discriminazione, di genere e di età, riguarda infine molte donne anziane nei Pvs, sia perché spesso non possono avere il controllo delle risorse familiari sia per gli scarsi sistemi di protezione sociale.

la sfera socio-economica
Secondo il Rapporto, spesso le donne non hanno pari voce in decisioni familiari fondamentali riguardanti le spese, la salute, la nutrizione, l’istruzione, cosa che può nuocere ai bambini. Dove sono le donne ad assumere tali decisioni, infatti, la quota di risorse destinate ai bambini è di gran lunga maggiore: se donne e uomini avessero eguale “peso” nelle decisioni familiari, in Asia meridionale l’incidenza dei bambini sottopeso con meno di 3 anni scenderebbe del 13%, con 13,4 milioni di bambini malnutriti in meno; in Africa subsahariana sarebbero ben nutriti 1,7 milioni di bambini in più.
Anche le disparità di genere salariali e sulla partecipazione al lavoro possono diminuire o limitare le risorse a favore dei bambini. Nei Paesi esaminati dal Rapporto le discriminazioni economiche sono evidenti: il reddito delle donne equivale al 30% circa di quello degli uomini in Medioriente e Nord Africa, al 40% in America Latina e Asia meridionale, al 50% nell’Africa subsahariana e al 60% circa in Europa centro-orientale, in Asia orientale e nei Paesi industrializzati.
È poi assodato che un maggior coinvolgimento delle donne in politica può avere un impatto positivo sulla tutela dei bambini: ebbene, nel luglio 2006 erano donne meno del 17% dei parlamentari di tutto il mondo.

INFORMAZIONI: http://www.unicef.it

UNA ROAD MAP PER L’UGUAGLIANZA DI GENERE

Il Rapporto 2007 dell’Unicef indica sette interventi che considera fondamentali per raggiungere la parità di genere:

- Istruzione: abolire le tasse scolastiche e incoraggiare genitori e comunità locali a investire nell’istruzione delle bambine.
- Finanziamenti: finora è stata poco riconosciuta la necessità di risorse specifiche per la parità di genere e il potenziamento del ruolo delle donne. Gli investimenti per l’eliminazione della discriminazione di genere devono essere integrati nei bilanci e nei piani governativi.
- Legislazioni: le legislazioni nazionali in materia di diritto di proprietà e di successione dovrebbero garantire eque opportunità per le donne, oltre a misure atte a prevenire e contrastare la violenza domestica e le violenze di genere perpetrate durante i conflitti armati.
- Quote di rappresentanza: le quote sono un sistema di provata efficacia per assicurare la partecipazione delle donne alla politica. Dei 20 Paesi con il maggior numero di donne in Parlamento, 17 adottano qualche sistema di quote.
- Donne che sostengono altre donne: i movimenti femminili di base hanno dato una grande risonanza all’uguaglianza e al potenziamento del ruolo delle donne e dovrebbero essere coinvolti fin dalle fasi preliminari dell’elaborazione politica, in modo che i programmi - Coinvolgere uomini e ragazzi: educare gli uomini e i bambini, così come le donne e le bambine, sui benefici dell’uguaglianza di genere e della condivisione delle decisioni, può contribuire a una maggiore cooperazione nei rapporti.
- Ricerche e dati di maggiore qualità: dati e analisi più precisi sono fondamentali in materie come la mortalità materna, la violenza contro le donne, l’istruzione, il lavoro, il salario, il lavoro non pagato e l’impiego del tempo, la partecipazione in politica.


flash

Costituzione: ratifica finlandese

Al termine del suo mandato alla presidenza di turno dell’Ue, la Finlandia ha ratificato il Trattato costituzionale europeo. Con il voto favorevole espresso dal parlamento il 5 dicembre scorso, la Finlandia ha inteso lanciare un segnale politico di fiducia nei confronti dell’attuale struttura del Trattato costituzionale, prima della ripresa del dibattito sulla riforma delle istituzioni europee coordinato nel primo semestre 2007 dalla presidenza di turno tedesca. La ratifica della Finlandia porta a 16 il numero degli Stati membri dell’Ue che hanno finora adottato a livello nazionale il testo costituzionale europeo, ai quali si aggiungono i nuovi entrati Romania e Bulgaria che si erano già pronunciati favorevolmente.

INFORMAZIONI: http://europa.eu/constitution/index_it.htm


approvato primo bilancio a 27

Il 14 dicembre scorso il Parlamento europeo ha approvato il bilancio 2007 dell’Ue, il primo riguardante l’Unione a 27 Stati. Sono previsti crediti di impegno per 125,8 miliardi di euro e crediti di pagamento pari a 115,5 miliardi, equivalenti allo 0,9877% del reddito nazionale lordo dei 27 Stati membri, con un aumento di 3,6 miliardi rispetto al 2006.
È stato trovato un accordo per uno stanziamento di 159,2 milioni da assegnare alla Politica estera e di sicurezza comune, di cui il responsabile Javier Solana si è impegnato a informare l’assemblea di Strasburgo su ogni azione che il Consiglio intende avviare. Gli eurodeputati hanno anche ottenuto aumenti di 29 milioni di euro per la competitività e l’innovazione (dossier che disporrà ora di 130 milioni), di 20 milioni per il programma di apprendimento permanente (totale 583,6 milioni) e di 17 milioni per il fondo per le frontiere esterne (95 milioni).

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/budget/index_en.htm

allargamento: novità per Turchia e Croazia

Con l’accordo raggiunto dai ministri degli Esteri europei lo scorso 11 dicembre, l’Ue ha deciso una sospensione parziale dei negoziati d’adesione con la Turchia a seguito del fallimento del tentativo di normalizzare i rapporti commerciali tra le autorità turche e quelle cipriote. Sulla base delle indicazioni della Commissione europea sono così stati sospesi 8 dei 35 capitoli negoziali. Tale misura non equivale però a un blocco totale del negoziato, come sottolineato dal commissario europeo all’Allargamento Olli Rehn: «Da un lato si lancia il segnale alla Turchia che il mancato adempimento di obblighi legali non può rimanere senza conseguenze, dall’altro si chiarisce qual è la strada da percorrere per avanzare nei negoziati di adesione». Aprendo invece altri capitoli di negoziato oltre a quello su scienza e ricerca, l’altro Paese candidato all’adesione, cioè la Croazia, ha di fatto superato la Turchia nel cammino di avvicinamento all’Ue. La Croazia, il Paese balcanico più avanti nel processo negoziale di adesione all’Ue, potrebbe così diventare il ventottesimo Stato membro, dopo l’ingresso di Bulgaria e Romania del 1° gennaio 2007.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enlargement/index_it.htm

l’Ue si impegna per il lavoro “dignitoso”

Il 1° dicembre scorso il Consiglio dell’Ue ha approvato le proposte della Commissione europea volte a rafforzare le politiche, le azioni e i programmi per promuovere il cosiddetto lavoro “dignitoso” all’interno dell’Ue e a livello mondiale. Il Consiglio ha infatti adottato un documento politico che dovrà costituire la base di una strategia europea coerente ed esauriente e mirerà al compimento dell’obiettivo del lavoro dignitoso sia nell’Ue che a livello mondiale. La metà dei lavoratori a livello mondiale guadagna meno di 2 dollari al giorno e in gran parte non gode di protezioni sociali; ogni anno 2 milioni di lavoratori muoiono a causa di incidenti e di malattie. Per queste ragioni, da anni l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo) sostiene la necessità di un maggior impegno da parte di governi e istituzioni internazionali al fine di garantire un livello “dignitoso” di lavoro.
La Confederazione europea dei sindacati (Ces) e la neocostituita Confederazione internazionale dei sindacati (Cis) hanno espresso la loro soddisfazione per l’approvazione del documento politico da parte del Consiglio dell’Ue. «Ora è necessario che le conclusioni si trasformino in azioni concrete che includano l’adesione al rispetto del lavoro dignitoso in seno alla Wto, al Fmi e alla Banca Mondiale - ha commentato il segretario generale della Csi, Guy Ryder - Allo stesso tempo, l’Ue deve garantire che le prese di posizione nelle negoziazioni commerciali non compromettano il futuro di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici dei Paesi in via di sviluppo. Se la Wto li obbliga a togliere le barriere doganali, questi lavoratori corrono il rischio di perdere i loro posti di lavoro a causa dell’aumentata concorrenza internazionale». Secondo la Cis e la Ces, nel quadro delle sue relazioni commerciali e delle sue partnership economiche bilaterali l’Ue dovrà continuare a insistere su un impegno fermo in favore dei diritti dei lavoratori e sullo stanziamento di strutture durature che permettano una consultazione costruttiva coi sindacati.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/international_cooperation/decent_work_en.htm

nuovo Istituto per le ricerche di genere

Superando la concorrenza di Slovenia e Slovacchia, la Lituania è lo Stato membro dell’Ue scelto per ospitare il nuovo Istituto europeo per le ricerche di genere, attivo dal 2007. L’Istituto, che avrà sede a Vilnius, raccoglierà i dati su tematiche di genere e sulle politiche adottate in Europa, organizzando seminari e conferenze a tema, cercando di contribuire in modo significativo al contrasto delle discriminazioni di genere.
Dopo l’assegnazione dell’Agenzia per la gestione delle frontiere esterne alla Polonia, la Lituania è così diventata il secondo “nuovo” Stato membro ad ospitare un organismo comunitario.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/employment_social/index_it.html

un Fondo di adeguamento alla globalizzazione

Adottando il 13 dicembre una relazione sul Fondo europeo d’adeguamento alla globalizzazione, il Parlamento europeo ha aperto la strada alla creazione di un nuovo strumento suscettibile di fornire un aiuto annuale ai lavoratori vittime delle ristrutturazioni internazionali. Il Fondo, che potrà raggiungere i 500 milioni di euro, contribuirà alle misure di sostegno che i Paesi membri metteranno in campo per rimediare ai licenziamenti e agli esuberi strutturali derivanti dalla globalizzazione, dai cambiamenti che si sono prodotti nel sistema produttivo e commerciale internazionale. Primo intervento diretto dell’Ue nel campo sociale e del lavoro a favore di chi subisce le conseguenze della globalizzazione, il Fondo dovrà finanziare l’aiuto alla ricerca di un posto di lavoro, l’orientamento professionale, la formazione e la riqualificazione, le competenze nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic), il rilascio di attestati dell’esperienza acquisita e la valorizzazione dell’imprenditoria. Il Fondo prenderà avvio appena il nuovo regolamento entrerà in vigore, cioè al termine della procedura di codecisione: ciò significa che potrebbe diventare operativo a decorrere dal gennaio 2007.

approvata la Direttiva sulle sostanze chimiche

Dopo tre anni di trattative, il Parlamento europeo ha approvato lo scorso 13 dicembre la Direttiva europea sulla regolamentazione e il controllo delle sostanze chimiche denominata Reach (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals). Dalla sua entrata in vigore, la Direttiva esigerà la registrazione per un periodo di undici anni di circa 30.000 sostanze chimiche oggi utilizzate, un processo che permetterà di completare le informazioni mancanti sui pericoli di queste sostanze e identificare misure idonee di gestione dei rischi. Spetterà all’industria fornire i dati e determinare le misure necessarie alla gestione dei rischi.
Inoltre, la Direttiva permetterà una valutazione più accurata di queste sostanze in caso di sospetto di rischi e sarà previsto un sistema d’autorizzazione per l’utilizzo delle sostanze dannose, quali sostanze cancerogene o considerate responsabili di cambiamenti genetici o malformazioni congenite.
Soddisfazione per l’accordo raggiunto è stata espressa anche dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces), soprattutto per la conferma del principio fondamentale dell’inversione dell’onere della prova a carico dell’industria. I sindacati europei criticano tuttavia il ridimensionamento di alcune norme circa la protezione della salute dei lavoratori, avvenuto in seguito alle pressioni dell’industria chimica.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/reach/index_en.htm

LE PRIORITÁ DELLA PRESIDENZA TEDESCA DELL’UE

La Germania ha assunto la presidenza dell’Ue per il primo semestre 2007, oltre che del G8 per tutto l’anno. Il programma della presidenza tedesca, in continuità con la precedente presidenza finlandese, è parte di una strategia più vasta che delinea già le priorità comuni alle future presidenze portoghese e slovena, che riguardano il futuro dell’Unione, il suo funzionamento e il processo costituzionale. La presidenza tedesca dovrà infatti riavviare il dialogo fra gli Stati membri al riguardo e avanzare proposte su come giungere all’adozione del Trattato costituzionale nel secondo semestre del 2008. Altri capitoli importanti riguardano l’ingresso nello “spazio Schengen” di tutti i nuovi Stati membri dell’Ue e l’allargamento della “zona euro”, dato che altri Paesi rispondono ai criteri di convergenza fissati nei Trattati.
La stabilità alle frontiere dell’Unione, in particolare nei Balcani, e i rapporti con i Paesi a Est e a Sud dell’Ue dovranno inoltre volgere sotto presidenza tedesca verso una più coerente e adeguata politica di vicinato, con particolare attenzione alla questione mediorientale. Per quanto riguarda la Strategia di Lisbona la presidenza tedesca, insieme alle prossime presidenze, ha tracciato a grandi linee le priorità in tema di competitività, di completamento del mercato interno, di rafforzamento della ricerca, di educazione e di formazione, assumendo una ferma posizione rispetto alla dimensione sociale e ambientale dell’Europa. Il programma tedesco esprime la volontà di analizzare costantemente le ripercussioni sociali provocate dall’adozione della legislazione europea, prendendo come punto di partenza il dibattito che si è verificato sulla Direttiva relativa alla liberalizzazione dei servizi (ex “Bolkestein”). A tale proposito è stata ipotizzata la creazione di un organo europeo competente in materia, incaricato di valutare tali ripercussioni. La priorità della politica energetica è invece considerata dalla presidenza tedesca sotto il doppio profilo della vulnerabilità e della dipendenza esterna dell’Europa e della necessità di sviluppare fonti alternative di energia volte anche a combattere il surriscaldamento del pianeta.

INFORMAZIONI: http://www.eu2007.de