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Euronote 42/2006


Europa nel pallone

Vignetta di Steve Nella prima metà di luglio, mentre in Europa la totalità dei media, la maggioranza dell’opinione pubblica e buona parte della classe politica concentravano la loro attenzione sui campionati del mondo di calcio in corso in Germania, si riaccendeva lentamente la “miccia” mediorientale per esplodere poco dopo nell’ennesimo conflitto dell’area. Ancora una volta la comunità internazionale si è fatta sorprendere dal ravvivarsi di un focolaio di guerra che non ha mai smesso di ardere sotto le ceneri dei nuovi “equilibri” politici israelo-palestinesi. Da mesi, infatti, l’affermazione politica di Hamas nei territori palestinesi e l’uscita di scena dell’influente Ariel Sharon, con la conseguente formazione di un nuovo governo israeliano ansioso di ottenere una reale legittimazione interna e internazionale, lasciavano pochi dubbi sul fatto che il percorso mediorientale non sarebbe stato di pace. A queste cupe premesse si sono aggiunte: le forti divisioni interne alla comunità palestinese (e alla stessa Hamas), alle prese con i tagli dei finanziamenti internazionali all’Anp; alcune provocazioni delle frange palestinesi più estremiste cui il neo-governo israeliano ha risposto con improvvisate prove di forza (spesso sproporzionata); la nuova instabilità del Libano, con Hezbollah sempre pronta ad accantonare l’attività politica pura per proseguirla con altri mezzi, soprattutto nei confronti dello storico nemico israeliano; alcune deliranti, ma certo non casuali, esternazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad contro Israele. Tutto ciò mentre continuava la drammatica instabilità irachena e gli Usa non smettevano di indicare nell’Iran e nella Siria la vera minaccia mondiale. Una situazione certo molto complessa, ma anche un’evidente miscela esplosiva sulla quale la comunità internazionale avrebbe dovuto lavorare con ben altra decisione e lungimiranza. Anche e soprattutto l’Ue, sia per i suoi storici rapporti con molti Paesi arabi e con Israele (partner euromediterranei), sia alla luce della ormai cronica paralisi dell’Onu e della nuova disponibilità statunitense a cedere un po’ l’iniziativa dopo il fallimento iracheno.
E invece nulla. Ci si trova nuovamente di fronte a vaghe richieste di cessate il fuoco, a ipotetici invii di forze di stabilizzazione, ai numerosi viaggi di un rappresentante europeo (Javier Solana) “di facciata”, a un governo israeliano che chiede legittimamente il rispetto delle risoluzioni Onu ai suoi avversari ma si guarda bene dal rispettare quelle che lo riguardano direttamente, ai soliti veti Usa in sede di Consiglio di sicurezza. Tutto già visto, così come le centinaia di vittime civili che continuano a pagare responsabilità di altri. Tra queste, il totale fallimento della “democratizzazione” del Medio Oriente imposta con le armi dall’amministrazione statunitense, che ha avuto come unico risultato quello di rafforzare le formazioni estremiste in tutta l’area: Hamas in Palestina, Fratelli musulmani in Egitto, Hezbollah in Libano, partiti religiosi in Iraq, ultraconservatori in Iran e Afghanistan.
E poi, la cronica debolezza internazionale di un’Europa che, con 4 squadre nazionali in vetta alla classifica mondiale di calcio, dimostra di essere molto più abile col pallone che non in politica estera.

alla Finlandia il compito di rilanciare l’Ue

Il 1° luglio scorso è iniziato il semestre di turno della Finlandia alla presidenza dell’Ue, subentrata all’Austria. Il lavoro a cui si accinge la presidenza finlandese è particolarmente delicato, perché dovrà riguardare soluzioni a problemi cruciali dell’Unione europea, quali la Costituzione e il processo decisionale per un’Europa a più di 25 Stati membri, i futuri allargamenti, la coesione economica e sociale e, non ultimo, la scarsa legittimità che i cittadini europei conferiscono all’Ue. Illustrando il programma di presidenza al Parlamento europeo lo scorso 5 luglio, il primo ministro finlandese Matti Vanhanen ha dichiarato che l’Europa deve iniziare a pensare al suo ruolo nel mondo globalizzato poiché, per salvaguardare il futuro, occorrono azioni concrete sin da ora. Nonostante le critiche, ha aggiunto, l’Ue ha dimostrato di essere capace ad agire, come nel caso delle prospettive finanziarie o con i progressi realizzati sulla direttiva servizi. L’indebolimento della legittimità dell’Ue, ha spiegato Vanhanen, è dovuto alla scarsa conoscenza dei cittadini su cosa l’Europa fa per loro. Tuttavia, ha aggiunto, è necessario che l’Unione europea migliori il suo modo di funzionare per offrire risultati che influiscono sulla vita dei cittadini al fine di rafforzare la sua legittimità ai loro occhi.

futuro dell’Ue


La prima priorità sull’agenda della presidenza finlandese riguarda il futuro dell’Ue, questione che comprende sia gli sviluppi del Trattato costituzionale sia l’allargamento dell’Ue. Per quanto riguarda la Costituzione, il periodo di riflessione sul come uscire dall’attuale situazione di stallo comincerà concretamente in questo semestre, tenendo presente che al momento non è chiaro se esista un consenso fra gli Stati membri su due aspetti fondamentali: che la sostanza della Costituzione non debba essere modificata e che l’Ue non potrà funzionare sulla base dell’attuale Trattato di Nizza.
Il governo finlandese intende procedere con l’approccio del “doppio binario”, che prevede l’avvio delle riforme in base ai Trattati esistenti. Ma la Finlandia avvierà anche delle consultazioni con gli Stati membri e le istituzioni sul futuro della Costituzione che formeranno la base della relazione che dovrà essere presentata nel corso della successiva presidenza tedesca. Vanhanen si è quindi detto convinto che l’Europa ampliata ha bisogno del Trattato costituzionale e ha ricordato che il suo Paese lo ratificherà in autunno. Rispetto all’allargamento, il premier finlandese ha espresso soddisfazione per il fatto che la “capacità di assorbimento” dell’Ue non sia stata elevata a criterio di adesione. L’allargamento, ha spiegato, è una storia di successi, «la risposta strategica dell’Europa alle sfide mondiali» da cui hanno tratto beneficio sia i vecchi sia i nuovi Stati membri. Ha poi ricordato che è nel corso di questa presidenza che sarà decisa la data di adesione di Bulgaria e Romania, mentre continueranno i negoziati con Turchia e Croazia. Ma la Finlandia sosterrà anche le aspirazioni dei Balcani Occidentali.
È stata fissata la scadenza del dicembre 2006 per esaminare tutte le questioni relative ai futuri allargamenti e alla capacità di accoglienza dell’Ue, esame che non mancherà di rimettere in evidenza divergenze e approcci contrastanti fra gli Stati membri e dove la ricerca di un consenso globale non sarà semplice.

competitività dell’Europa

La seconda priorità per la presidenza finlandese riguarda la competitività degli Stati membri e dell’Ue nel quadro della globalizzazione. Il primo ministro Vanhanen ha dichiarato che cercherà di ottenere risultati sul settimo Programma quadro di ricerca, sulla legislazione riguardante i prodotti chimici (Reach), sulla direttiva servizi, sulla direttiva relativa all’orario di lavoro e sulle tariffe del roaming. Sarà organizzato un Vertice dedicato all’innovazione e dovranno essere continuati gli sforzi per completare il mercato unico. Ma la competitività, ha precisato, non deve essere perseguita a tutti i costi, deve esserci equilibrio tra riforme, sicurezza sociale e sostenibilità ambientale.
La presidenza finlandese ha richiamato la responsabilità e le competenze anche degli Stati membri nei vari settori, sottolineando la necessità della salvaguardia di un modello sociale europeo che coniughi competitività economica e solidarietà sociale. Per quanto concerne le politiche comunitarie e i relativi strumenti, è altresì responsabilità della nuova presidenza portare a termine i negoziati relativi ai vari programmi comunitari nel quadro delle prospettive finanziarie 2007-2013 e definire il loro bilancio. Esistono infatti oltre 40 programmi comunitari, compresi i Fondi strutturali, il settimo Programma quadro di ricerca, i programmi di educazione e formazione, i programmi legati alle relazioni esterne ecc. sui quali è necessario trovare un accordo interistituzionale entro la fine dell’anno per evitare ritardi compromettenti al loro avvio nel 2007.
Sulla questione energetica, Vanhanen ha manifestato l’intenzione di collaborare con le autorità russe al fine di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e di definire linee guida comuni e una politica coerente sugli aspetti esterni della questione energetica. Oltre ai settori energetico e commerciale, la cooperazione con la Russia dovrebbe essere estesa a un contesto più vasto di reale partenariato che comprenderà anche l’ambito culturale.

ruolo internazionale

Secondo la presidenza finlandese l’Ue deve diventare un attore globale, perciò va rafforzato il suo ruolo internazionale e rese più coerenti le sue azioni, anche con un miglior coordinamento civile e militare nella gestione delle crisi internazionali.
I cittadini, ha detto il premier Vanhanen, si aspettano azioni concrete dell’Ue nella lotta contro il crimine internazionale, il traffico di esseri umani e il terrorismo, materie su cui l’azione europea potrà diventare più efficiente se gli Stati membri si accorderanno per rafforzare il metodo comunitario e votare a maggioranza qualificata. Secondo la presidenza finlandese, il rafforzamento dei controlli alle frontiere è solo parte della soluzione, poiché è anche importante rafforzare la cooperazione con i Paesi d’origine e di transito dei flussi di persone.
Va infine segnalato l’impegno preso dalla Finlandia per una maggiore trasparenza del processo decisionale dell’Ue: in base all’accordo raggiunto dal Consiglio europeo, le deliberazioni e decisioni del Consiglio in codecisione col Parlamento saranno d’ora in poi rese pubbliche.

INFORMAZIONI: http://www.eu2006.fi/

VARIE RICHIESTE ALLA PRESIDENZA FINLANDESE

Il ruolo della presidenza finlandese sarà cruciale nel futuro dell’Unione europea, per quanto riguarda la strategia di crescita dell’impiego, della protezione e dell’inclusione sociale. È quanto affermato all’inizio del semestre di turno della Finlandia alla presidenza dell’Ue dalla presidente della Piattaforma delle Ong sociali europee, Anne-Sophie Parent. La Piattaforma delle Ong sociali ha lanciato un appello affinché la nuova presidenza intraprenda una politica di grande trasparenza all’interno dell’Ue e favorisca un grande coinvolgimento della società civile. Inoltre, per valutare l’operato della presidenza finlandese alla fine del suo mandato, nel prossimo mese di dicembre, la Piattaforma delle Ong sociali europee ha definito una lista di sette domande/richieste che costituiranno la base per giudicare l’operato del governo finlandese.
Alla nuova presidenza dell’Ue si è rivolta anche Amnesty International, con una lettera aperta in cui chiede di affrontare la questione relativa alla protezione dei diritti umani all’interno dell’Ue evidenziandone lacune e mancanze. Amnesty elenca 10 punti da rispettare «per una coerente e credibile politica europea sui diritti umani». In particolare, l’organizzazione internazionale manifesta preoccupazione per «la complicità’ europea al ruolo degli Stati Uniti nella diffusa negazione dei diritti di rifugiati e migranti», che «mostra come la violazione dei diritti umani non può più essere considerata responsabilità unicamente degli Stati membri». Amnesty auspica inoltre che con la presidenza finlandese si inauguri una nuova stagione per l’Europa, caratterizzata da un rinnovato impulso per il rispetto dei diritti umani, «rinverdendo quello spirito di Tempere» che nel 1999 caratterizzò in positivo la politica dell’Ue in materia di asilo e immigrazione.

 

europei favorevoli all’Ue,
scettici sull’allargamento



Solo il 45% dei cittadini europei è ancora favorevole all’ingresso nell’Ue di nuovi Stati, con un calo rispetto al 49% registrato un anno fa; il 42% si è detto contrario (era il 39% nell’agosto 2005) e il 13% non ha espresso un’opinione. Si tratta del risultato più negativo rilevato da un nuovo sondaggio Eurobarometro, pubblicato il 10 luglio scorso, condotto tra il 27 marzo e il 1° maggio 2006 e basato su un campione di 30.000 cittadini europei, compresi gli abitanti di Bulgaria, Romania, Croazia, Turchia e la comunità turca di Cipro.
Tutti i 10 nuovi Stati membri dell’Ue, entrati nel maggio 2004, si sono dichiarati ampiamente favorevoli all’ulteriore allargamento, con percentuali che raggiungono il 66%; tra i 15 vecchi Stati membri, invece, la percentuale scende al 41%, mentre 5 dei 6 Stati fondatori hanno espresso un basso gradimento. Significativo anche il calo di consensi registrato in Turchia, dove i pareri favorevoli ad un ulteriore ampliamento dell’Ue sono diminuiti del 7% e raggiungono ora solo il 45%.

note positive


Alla situazione negativa riguardante l’allargamento dell’Ue, si contrappone un generale sviluppo positivo dell’opinione pubblica europea rispetto a tre indicatori importanti che rivelano il generale atteggiamento dei cittadini nei confronti dell’Ue. Raffrontando i dati con l’ultima indagine svolta nell’autunno 2005, infatti, il sostegno all’adesione all’Ue è aumentato di 5 punti (55% rispetto al 50%), l’immagine dell’Ue di 6 punti (50% rispetto al 44%) e la percezione dei vantaggi derivanti dall’appartenenza all’Ue di 2 punti (54% rispetto al 52%). Parallelamente, i pareri negativi su questi tre indicatori sono diminuiti, in modo particolare per l’immagine dell’Ue (15% rispetto al 20%).

preoccupazioni e Costituzione


La principale preoccupazione dei cittadini europei rimane da tempo la disoccupazione (49%, +5% rispetto all’autunno 2005), seguita dalla criminalità (24%, invariata rispetto alla precedente rilevazione) e dall’andamento economico (23%, -3%). In quarta posizione si trova il sistema sanitario, che è oggetto di preoccupazione per il 18% degli europei (+ 3%). Il sostegno all’idea di una Costituzione per l’Ue ha subito una lieve flessione rispetto all’indagine dell’autunno 2005 (61%, -2%), ritornando al livello raggiunto nella primavera dello scorso anno. Il 22% dei cittadini è contrario all’idea di una Costituzione europea, mentre il 17% non si pronuncia a riguardo. Con il 62% di pareri positivi, la Francia si situa appena al di sopra della media europea, mentre i Paesi Bassi sono appena al di sotto con il 59%.

funzionamento dell’Ue


La popolazione europea rappresentata dall’indagine Eurobarometro esprime poi una moderata soddisfazione per il funzionamento della democrazia nell’Unione europea. Il tasso di soddisfazione raggiunge il 50% (48% nell’Ue a 15 Stati e 59% nei nuovi Stati membri, l’1% in più rispetto all’ultima indagine), mentre l’insoddisfazione è pari al 34% (-1%). Si tratta dei punteggi più positivi su questa materia raggiunti nel corso degli ultimi dieci anni. Se tuttavia il 36% (+2%) dei cittadini europei condivide l’affermazione “la mia parola ha valore nell’Unione europea”, il 54% di essi ha ancora obiezioni a riguardo.

servono risultati concreti


«L’unico modo in cui l’Unione europea può riconquistare la fiducia dei suoi cittadini è quello di fornire loro risultati concreti: sicurezza, maggiori possibilità nel mercato del lavoro e migliore qualità della vita» ha commentato Margot Wallström, vicepresidente della Commissione europea responsabile per le Relazioni istituzionali e la Strategia di comunicazione. Secondo la commissaria europea, quindi, «questi sono i temi sui quali dovremmo concentrarci».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm

difficoltà nel negoziato con la Turchia

Nel complesso e preoccupante quadro internazionale, sta passando quasi inosservata una questione certamente meno drammatica ma decisiva per il futuro dell’Unione europea. Si tratta del crescente malessere che si sta manifestando tra l’Ue e la Turchia, impegnate ormai da mesi in un difficile negoziato di adesione. Negoziato che va avanti con discrezione, fors’anche eccessiva, ma che nelle ultime settimane è tornato a incepparsi sul problema di Cipro. Com’è noto, infatti, la Turchia, al contrario della comunità internazionale, non riconosce l’autorità della Repubblica di Cipro sulla parte nord dell’isola che nel 1974 fu occupata proprio dall’esercito di Ankara per difendere la minoranza turca dal clima di violenza instauratosi sull’isola a seguito del colpo di stato appoggiato dalla Grecia dei colonnelli. Trent’anni dopo, il 1° maggio 2004, Cipro è entrata nell’Ue senza che fosse andato in porto il tentativo di riunificazione promosso dall’Onu e rifiutato con referendum dai greco-ciprioti.

Cipro: una questione irrisolta

Una situazione dunque piuttosto complessa, che non poteva non pesare sulle condizioni di apertura dei negoziati: tra queste, l’impegno per la risoluzione della questione cipriota nel quadro dell’Onu e l’applicazione del protocollo di estensione dell’unione doganale, che implica l’apertura da parte della Turchia dei porti e degli spazi aerei alle merci provenienti da Cipro. Per non semplificare una situazione già sufficientemente intricata, la Turchia allegò a questo protocollo una dichiarazione unilaterale con la quale affermava che tale intesa doganale non implicava da parte turca il riconoscimento della Repubblica di Cipro. Soffermarsi sull’irrisolta questione di Cipro è importante per una duplice ragione: da una parte perché è bene sottrarre questi temi alla discrezione delle diplomazie che poco comunicano con i cittadini e poi perché l’argomento è tornato in questi giorni a mettere in forse la prospettiva di adesione della Turchia all’Ue. Per la verità, forte è il sospetto che il conflitto su Cipro nasconda ben altre perplessità da parte dei negoziatori dell’Ue che cominciano a chiedersi se nell’ottobre del 2005 con la decisione di aprire i negoziati di adesione l’Ue non abbia fatto il passo più lungo della gamba e se non sia il caso di soffermarsi un momento a riflettere sulle prospettive future di allargamento. Già si sapeva allora che l’opinione pubblica europea era largamente contraria all’adesione della Turchia, ma condivisibili ragioni politiche ed economiche avevano fatto premio sulle pur forti perplessità di molti, tra cui la Germania, l’Austria e la Francia. Da allora la situazione interna dell’Ue non è certo migliorata: un segnale inquietante è venuto in occasione dell’adozione delle prospettive finanziarie 2007-2013 che hanno rivelato una forte caduta di solidarietà tra i 25, figurarsi verso gli eventuali futuri membri dell’Ue. Lo si è visto con la sospensione di una decisione definitiva per la data di ingresso di Romania e Bulgaria e la perdita di slancio verso l’allargamento dell’Ue ai Paesi balcanici.

una pausa da non sottovalutare


Improbabile che la somma di tutte queste difficoltà metta in crisi la prospettiva lunga di un ampliamento dell’Ue verso sud-est perseguito in particolare dall’Italia, ma certo potrebbe rallentarne la realizzazione o addirittura modificarne le modalità istituzionali e politiche. Per la Turchia si torna a parlare di “partenariato privilegiato” in considerazione non solo delle resistenze che si manifestano all’interno dell’Ue ma anche per indizi di ripensamento da parte turca. Ad oggi, niente di drammatico ma nemmeno una pausa da sottovalutare. E insieme da cogliere come opportunità per un dibattito essenziale che non ha l’aria di decollare tra i cittadini, ancora una volta tenuti all’oscuro di negoziati sì complessi ma anche decisivi per il futuro dell’Ue e della sua dimensione multietnica. Se queste modeste riflessioni potessero servire a sollevare un poco il velo su uno snodo così importante, allora anche la complicata “crisi cipriota” diventerà occasione per un maggiore coinvolgimento dei cittadini nella costruzione dell’Europa di domani.
Intanto, all’inizio di luglio sono riprese le relazioni tra le due comunità cipriote, che sotto gli auspici dell’Onu cercano di trovare una soluzione alla divisione dell’isola. Il 3 luglio si è svolto un incontro tra il presidente di Cipro, Tassos Papadopulos, e il dirigente turco-cipriota, Mehemt Ali Talat, riunione incentrata soprattutto sulle sorti delle persone scomparse durante il conflitto. Alla riunione ha partecipato anche Michael Moeller, rappresentante a Cipro del segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ed è stato deciso un nuovo incontro l’8 luglio in occasione della visita a Cipro di Ibrahim Gambari, segretario generale aggiunto dell’Onu incaricato degli Affari politici nell’ambito di una missione che lo ha portato sia in Grecia sia in Turchia.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/comm/enlargement/turkey/index.htm

NEGOZIATI SEPARATI PER MONTENEGRO E SERBIA

In seguito all’indipendenza del Montenegro, ottenuta con il referendum svoltosi il 21 maggio scorso, la Commissione europea ha raccomandato al Consiglio dell’Ue il proseguimento di negoziati separati in vista della conclusione dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) sulla base dei risultati finora ottenuti. La Commissione ha proposto l’adozione di un nuovo progetto di direttiva di negoziazione per il nuovo Stato indipendente del Montenegro e una direttiva di negoziazione modificata per la Serbia. La raccomandazione non ha ripercussioni sulla decisione presa il 3 maggio scorso dalla Commissione di sospendere i negoziati con la Serbia finché le autorità del Paese non rispetteranno gli obblighi di piena cooperazione con il Tribunale penale per l’ex Yugoslavia. L’Asa è il primo passo del processo di adesione all’Ue per i Paesi dei Balcani e stabilisce una relazione contrattuale tra l’Ue e ciascun Paese, basata su aiuti finanziari, programmi di assistenza alla ricostruzione, allo sviluppo e alla stabilizzazione. L’Ue ha già siglato degli Asa con Macedonia, Croazia e Albania, mentre sono in corso negoziati con la Bosnia Erzegovina.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/comm/enlargement/

buon avvio per il nuovo Patto di stabilità e crescita

Bilancio sostanzialmente positivo del primo anno di applicazione del nuovo Patto di stabilità e crescita riformato, anche se restano alcune difficoltà per le finanze pubbliche dell’Ue: questo il giudizio espresso dalla Commissione europea, contenuto in una comunicazione al Parlamento e al Consiglio adottata lo scorso 13 giugno.
Secondo la Relazione annuale dell’esecutivo europeo, infatti, il nuovo Patto ha determinato una maggiore adesione nazionale alle regole di disciplina di bilancio grazie a un rafforzamento dell’impianto economico che consente di prendere maggiormente in considerazione le differenze tra le economie dei singoli Stati membri dell’Unione economica e monetaria. Gli sforzi di risanamento, osserva la Commissione, sono più strutturali, duraturi e di qualità. Tuttavia, la valutazione del braccio preventivo del Patto, che consiste nel raggiungimento di saldi di bilancio solidi a medio termine, presenta luci e ombre. Ciò è tanto più preoccupante considerata la ripresa economica in atto nell’Ue, compresa l’area dell’euro, che dovrebbe indurre a maggiori e non minori sforzi di risanamento.
«Introducendo maggiori spazi per la valutazione economica, la riforma ha stimolato un dialogo più costruttivo e trasparente in materia di politica economica a livello dell’Ue. Essa ha rafforzato il sostegno e la pressione tra pari e ha contribuito al funzionamento efficace del Patto» ha commentato il commissario per gli Affari Economici e Monetari Joaquin Almunia. La sfida più difficile è però individuata da Almunia nella necessità di superare la correzione dei disavanzi eccessivi e di assicurare una posizione di bilancio «confortevole» a medio termine, cosa possibile grazie al potenziamento degli sforzi di risanamento facilitato dall’attuale miglioramento della situazione economica. «Non possiamo ripetere gli errori del passato se vogliamo disporre di un margine di manovra sicuro da usare nei periodi difficili e rispettare nel contempo il nostro obbligo di ridurre il debito eccessivo» ammonisce il commissario europeo.

correzione dei disavanzi


Nella sua Relazione 2006 sulle Finanze pubbliche nell’Uem, la Commissione osserva che la riforma del Patto di stabilità e crescita, avviata nel giugno 2005, ha determinato un miglioramento significativo nell’applicazione della procedura per i disavanzi eccessivi. Essa ha consentito di tenere maggiormente conto di considerazioni specifiche relative ai singoli Paesi, riguardanti la crescita economica e la situazione delle finanze pubbliche, pur continuando ad assoggettare tutti gli Stati con disavanzi superiori al 3% del Pil alla procedura per disavanzo eccessivo.
Sono stati fissati dei termini realistici per la correzione dei disavanzi eccessivi, sottolinea la Commissione, così da tenere conto delle fasi di scarsa crescita economica. L’aggiustamento strutturale di bilancio raccomandato è significativo, tanto più se si considera che l’aggiustamento è espresso al netto di effetti una tantum e temporanei, il che assicura una correzione più permanente dei disavanzi eccessivi.
Inoltre, nota la Relazione 2006, la maggiore flessibilità e i maggiori spazi di valutazione non hanno pregiudicato il sistema di regole per la politica di bilancio, che garantisce il trattamento equo di tutti gli Stati membri.
Così, in base ai risultati di bilancio del 2005 il disavanzo nominale nell’Ue è sceso al 2,3% del Pil a fronte del 2,6% nel 2004 (i due dati per l’area dell’euro sono rispettivamente il 2,4% e il 2,8%). In termini strutturali, ciò rappresenta un miglioramento di circa tre quarti di punto percentuale del Pil, ovvero il più consistente aggiustamento di bilancio dal 1997 a oggi.

obiettivi a medio termine

Il Patto di stabilità e crescita non riguarda però solo la correzione dei disavanzi eccessivi: il suo obiettivo principale è assicurare solidi obiettivi a medio termine per le finanze pubbliche. Gli obiettivi raccomandati sono ora compresi in una forchetta che va da -1% del Pil per i Paesi con basso debito ed elevata crescita potenziale al pareggio o all’attivo per i Paesi con debito elevato e bassa crescita potenziale.
L’esame della prima serie di programmi di stabilità e di convergenza presentati dopo la riforma del Patto dimostra che gli Stati membri si sono posti obiettivi a medio termine che sono in linea con i principi concordati. Un altro sviluppo positivo, osserva la Commissione, è che le proiezioni di bilancio sono quasi sempre basate su ipotesi di crescita realistiche e scarso ricorso a misure una tantum e ad altre misure temporanee. Nonostante ciò, in alcuni casi i piani di bilancio a medio termine mancano dell’ambizione necessaria per ridurre il differenziale tra le attuali posizioni di bilancio e gli obiettivi di bilancio a medio termine. Aggiustamenti di bilancio più ampi dovrebbero essere fatti in particolare nel 2006 e nel 2007, in un contesto di ripresa economica.

sfruttare la ripresa economica

La Relazione 2006 sulle finanze pubbliche nell’Uem contiene inoltre due sezioni analitiche, la prima dedicata al ruolo delle regole (ad esempio massimali di spesa, “patti nazionali”) e delle istituzioni nazionali in materia di politica di bilancio quale utile complemento a quello del Patto di stabilità, mentre la seconda riguarda la politica di bilancio in “periodi favorevoli”. I recenti sviluppi e le previsioni della Commissione confermano che una ripresa economica è in corso nell’area dell’euro e nell’intera Ue. Gli Stati membri devono però evitare gli errori del passato e approfittare dei periodi favorevoli per rafforzare l’impegno in materia di risanamento del bilancio.
Va ricordato che il Patto di stabilità è composto dalle disposizioni sulla politica economica e monetaria (Titolo VII) del Trattato Ue nonché da due regolamenti del 1997 sulla sorveglianza delle posizioni di bilancio e sulla correzione dei disavanzi eccessivi, regolamenti modificati nel giugno 2005. m

(Fonte: InEurop@)

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/economy_finance/publications/publicfinance_en.htm

una strategia europea
per i diritti dei minori

I diritti dei minori non sono pienamente garantiti nell’Ue e le esigenze di bambini e adolescenti sono troppo spesso trascurate o ignorate. Per rimediare a questa situazione e promuovere iniziative a favore dei minori e dei loro diritti, la Commissione europea ha adottato il 4 luglio scorso una comunicazione che intende promuovere una strategia europea sui diritti dei minori. L’approccio scelto dall’esecutivo europeo è di tipo trasversale e transettoriale e riguarda sia le politiche interne sia quelle esterne dell’Ue, prendendo in considerazione vari settori quali l’occupazione, la cooperazione allo sviluppo, la giustizia civile e penale, i negoziati commerciali, l’istruzione e la sanità.

ruolo internazionale dell’Ue


La Commissione ritiene che l’Ue, data la sua lunga tradizione e i vari impegni politici assunti a favore dei diritti dell’uomo e dei diritti dei minori in particolare, abbia l’autorità necessaria per portare la questione all’attenzione internazionale e possa usare la sua presenza e la sua influenza mondiale per promuovere ovunque ed efficacemente i diritti universali dei minori. Può inoltre favorire e sostenere l’attenzione verso le esigenze dei minori, basandosi sui valori europei di protezione sociale, sui suoi impegni politici e sui programmi attuati nei diversi settori.
A breve termine, e in base alle principali urgenze, la Commissione adotterà alcune misure complementari:
• attribuirà in tutta l’Ue un numero di telefono unico a sei cifre, iniziante con il 116, alle linee di assistenza ai minori e un altro numero per linee dedicate ai minori scomparsi o vittime di sfruttamento sessuale;
• aiuterà il settore bancario e le società di carte di credito nella lotta contro l’uso delle carte di credito su Internet per l’acquisto di materiale pedopornografico;
• varerà un piano d’azione sui minori nel quadro della cooperazione allo sviluppo e farà fronte ai loro bisogni essenziali nei Paesi in via di sviluppo;
• promuoverà una serie di azioni per la lotta contro la povertà infantile nell’Ue.

obiettivi prioritari e strumenti da adottare

Gli obiettivi specifici prioritari posti dalla comunicazione della Commissione sono 7. Ad esempio, la necessità di fare tesoro delle attività già realizzate, di affrontare i bisogni urgenti e di individuare le priorità per l’azione futura dell’Ue. Altro obiettivo consiste nell’assicurare che tutte le politiche esterne e interne dell’Ue rispettino i diritti dei minori sanciti nel diritto comunitario, nella Convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo e in altri strumenti internazionali. L’esecutivo europeo ritiene poi importante migliorare l’efficacia delle attività intese a promuovere i diritti dei minori e, a questo scopo, la comunicazione prevede l’introduzione di un apposito meccanismo. Infine, la Commissione propone una strategia di sensibilizzazione sui diritti dei minori rivolta ai minori stessi, ai loro genitori e alle altre parti interessate.
Sarà inoltre nominato un coordinatore per i diritti dei minori, che fungerà da referente della Commissione europea e avrà il compito di assicurare maggiore visibilità ai diritti dei minori nonché di coordinare la strategia con tutti i servizi interessati.
La comunicazione passa anche in rassegna in via preliminare gli oltre 75 strumenti europei che incidono sui diritti dei minori, ossia le azioni normative, non normative e finanziarie concrete da proporsi nel 2006-2007.

povertà e immigrazione


Alla fine dello scorso mese di maggio, l’organizzazione Save the Children ha pubblicato un Rapporto in cui denuncia «l’aumento di fenomeni di sfruttamento legati alle condizioni di disagio sociale, emarginazione e solitudine» in cui si trovano molti minori nell’Ue, soprattutto di origine non comunitaria ma anche europei. Secondo lo studio, i bambini poveri nell’Ue sono circa 17 milioni e l’Italia si trova al secondo posto di questa preoccupante classifica. «I minori che chiedono soldi ai semafori o alcuni drammatici fatti di cronaca che documentano violenze, abusi e gravi mancanze e negligenze ai danni di minori sono solo la manifestazione più visibile di tendenze strutturali che rileviamo e che ci preoccupano» dichiara Arianna Saulini, responsabile dell’Area Diritti di Save the Children Italia. Secondo il Centro di Ricerca Innocenti dell’Unicef, in Italia vive al di sotto della soglia nazionale della povertà il 16,3% dei bambini, mentre l’Istat ipotizza che le probabilità per un bambino italiano di vivere in condizioni di povertà nel 2005 siano risultate superiori a quelle del 2004.
Il Rapporto di Save the Children, pubblicato alla vigilia del 15° anniversario della ratifica italiana della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, rileva alcune tendenze che richiedono massima attenzione: «In particolare siamo preoccupati per la riduzione in povertà di molti bambini insieme alle loro famiglie e dall’aumento di fenomeni di sfruttamento legati alle condizioni di disagio sociale, emarginazione e solitudine in cui si trovano molti minori sia stranieri sia italiani» afferma Saulini, che segnala la condizione particolarmente difficile dei minori stranieri non accompagnati, presenti soprattutto in Italia e Spagna, a elevato rischio di sfruttamento sia sessuale che lavorativo e di devianza.
Per porre rimedio alla preoccupante situazione italiana, come detto in precedenza tra le più gravi a livello europeo, Save the Children si augura che il nuovo governo istituisca quanto prima il Garante nazionale indipendente per l’infanzia, rafforzi e implementi il meccanismo per la raccolta e l’analisi dei dati disaggregati sui minori, provveda all’adeguata accoglienza dei minori stranieri in Italia regolamentando la materia relativa al rilascio del permesso di soggiorno, al diritto al lavoro, al diritto alla protezione all’arrivo in frontiera. Inoltre, dall’azione congiunta di istituzioni e Ong di settore si auspica l’avvio di misure per il supporto dei minori vittime di tratta e di varie forme di sfruttamento, da quello sessuale, a quello lavorativo.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/fsj/citizenship/fsj_citizenship_intro_en.htm
http://www.savethechildren.it


GIORNATA DEI BAMBINI SCOMPARSI

Il 25 maggio scorso si è svolta la Giornata Internazionale dei bambini scomparsi. Istituita nel 1983 negli Usa per ricordare la scomparsa del piccolo Ethan Patz, rapito a New York il 25 maggio 1979, l’iniziativa è stata adottata nel 1986 anche dal Canada e nel 2002 dall’Europa. La Federazione europea per i bambini scomparsi e sfruttati a scopo sessuale, associazione che nel solo 2005 ha ricevuto quasi 60.000 telefonate al suo numero di emergenza, si è occupata dell’organizzazione nell’Ue della Giornata 2006 che ha registrato manifestazioni in numerosi Paesi europei: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca e Romania.
La Commissione europea intende questa Giornata come un’occasione di conoscenza e impegno, per incoraggiare i cittadini europei a pensare alle migliaia di bambini scomparsi in Europa e nel mondo. Oltre alla speranza e alla solidarietà per chi non ha più notizie dei propri bambini, l’Ue vuole promuovere una conoscenza più vigile: di un bambino non-accompagnato su quattro che giungono in Europa, infatti, si perdono le tracce.
«La protezione e la promozione dei diritti dei bambini rappresentano un valore e un’azione centrali per l’attività della Commissione europea» sostiene il commissario europeo responsabile per Sicurezza, Libertà e Giustizia, Franco Frattini, ricordando come l’Ue sostenga già finanziariamente una dozzina di programmi per affrontare concretamente problemi legati alla violenza contro i bambini, al traffico e al turismo sessuale, all’uso improprio di Internet per diffondere la pornografia infantile (programma Dafne). Insieme a queste azioni di contrasto, poi, la Commissione promuove l’accesso all’educazione per tutti i bambini, compresi quelli che appartengono a minoranze etniche e linguistiche. Alle varie iniziative legislative e finanziarie dell’Ue si sono aggiunti recentemente la comunicazione sui diritti dei bambini (di cui si dice in questa pagina) e un sito Internet contenente l’insieme della legislazione, presentato in un linguaggio semplice e adatto ai piccoli navigatori. Inoltre, tra i 54 articoli della Carta europea dei diritti fondamentali «19 hanno una relazione con l’infanzia e sono ognuno materia di almeno un’azione specifica dell’Ue», osserva Frattini che ricorda come una trentina di direttive, raccomandazioni o Libri verdi riguardanti l’infanzia sono stati adottati negli ultimi cinque anni.

INFORMAZIONI: http://www.childfocus.be

nuovi rapporti Ue-Iraq

Nonostante una situazione generale ancora molto tesa e un elevatissimo livello di violenza, l’Iraq si è dotato di un nuovo governo e l’Ue ha deciso di dargli fiducia con l’intenzione di aprire un nuovo capitolo nelle relazioni con il Paese. La Commissione europea ha così esaminato la possibilità di aumentare il proprio impegno in Iraq e ha presentato nelle scorse settimane alcune raccomandazioni incentrate sul consolidamento della democrazia e la ricostruzione dell’economia nel Paese.
«Le condizioni in Iraq rimangono estremamente difficili. Ma gli iracheni non saranno lasciati soli nei loro sforzi per costruire un futuro prospero e pacifico per il loro Paese» ha dichiarato la commissaria europea per le Relazioni esterne e la politica europea di vicinato, Benita Ferrero-Waldner. La Commissione europea intende dunque sostenere attivamente l’impegno degli iracheni, «e con questa rinnovata strategia potremo aiutare maggiormente l’Iraq a rispondere alle sfide che ha davanti a sé», sostiene la commissaria europea secondo cui è però importante che i cambiamenti «siano portati avanti e appartengano agli iracheni», per cui il ruolo europeo sarà di stretta collaborazione con il nuovo governo dell’Iraq.

obiettivi principali

Il nuovo indirizzo strategico intende rafforzare la collaborazione dell’Ue con le autorità irachene e si propone di fornire sostegno nelle aree dove l’Ue ha particolari vantaggi da offrire. Un fattore determinante per l’impegno europeo sarà il miglioramento delle condizioni di sicurezza. La strategia, che verrà presentata sotto forma di una comunicazione, riguarda tutte le attività attualmente svolte dall’Ue in Iraq e sarà discussa con il Consiglio e il Parlamento europei: non modificherà però l’essenza dell’intervento europeo, che rimane quello di supporto al lavoro delle Nazioni Unite di ricostruzione politica ed economica del Paese.
La strategia europea individua cinque obiettivi principali sui quali indirizzare gli aiuti all’Iraq nei prossimi anni:
• Superare le divisioni all’interno dell’Iraq e costruire la democrazia, ad esempio aiutando in collaborazione con le Nazioni Unite le autorità irachene nel futuro processo di revisione della Carta costituzionale, e sostenendo i piani finalizzati alla prevenzione della violenza tra le diverse fazioni.
• Promuovere lo Stato di diritto e i diritti umani, attraverso attività come la formazione della polizia e dell’esercito e fornendo le autorità irachene di strumenti in grado di consentire il controllo del rispetto dei diritti umani.
• Aiutare le autorità irachene nell’erogazione di alcuni servizi di base (come l’acqua e l’istruzione) e nella creazione di posti di lavoro.
• Sostenere la riforma della pubblica amministrazione.
• Promuovere riforme in campo economico, in particolare nel settore energetico, nel commercio e negli investimenti.

Ue principale donatore


In queste aree di intervento l’Ue intende sfruttare i propri rapporti privilegiati con gli altri attori internazionali presenti in Iraq e l’esperienza maturata finora nel Paese.
Per la realizzazione di questi obiettivi, nel 2006 saranno stanziati 200 milioni di euro, già accantonati dalla Commissione. Il lavoro sarà incentrato sul miglioramento delle condizioni di vita degli iracheni (110 milioni di euro), la promozione della democrazia (40 milioni) e la promozione di una buona governance (40 milioni). Un fondo di riserva di 10 milioni di euro assicurerà un margine di flessibilità in base alle priorità del nuovo governo e alle evoluzioni della situazione nel Paese.
La Commissione aumenterà anche la sua presenza a Baghdad e nominerà un capo della delegazione, mentre intende negoziare nel prossimo futuro un accordo di cooperazione e di commercio con il nuovo governo iracheno.
Tra tutti i donatori internazionali, attualmente la Commissione è quello che fornisce il contributo economico maggiore al processo di ricostruzione dell’Iraq: lo stanziamento di 200 milioni di euro previsto per il 2006 si aggiunge infatti ai 518 milioni stanziati dall’Ue tra il 2003 e il 2005.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/comm/external_relations/

voli Cia: dura condanna dell’Europarlamento

La lotta contro il terrorismo non potrà essere vinta «sacrificando gli stessi principi che il terrorismo tenta di distruggere» e «la tutela dei diritti fondamentali non deve mai essere compromessa». È quanto si legge in una Relazione approvata il 7 luglio scorso dal Parlamento europeo, redatta dalla commissione europarlamentare che da circa 6 mesi indaga sul presunto utilizzo di siti europei da parte della Cia per il trasporto e la detenzione illegali di persone nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrorismo” (vedi anche “euronote” n. 40/2006, pag. 12). Secondo i deputati europei, il terrorismo va combattuto «con mezzi legali e deve essere sconfitto nel rispetto del diritto internazionale e delle normative interne» e con «un atteggiamento responsabile» da parte dei governi e dell’opinione pubblica.
Nonostante l’assenza di qualsiasi potere investigativo paragiudiziario e «dinanzi alla segretezza opposta dalle autorità nazionali circa le presunte attività dei servizi di intelligence», la commissione temporanea del Pe afferma di aver raccolto «informazioni attendibili» stando alle quali sul territorio europeo «si sono svolte pratiche illegali che hanno interessato cittadini e residenti europei». I lavori finora realizzati, inoltre, dimostrano «la necessità di eseguire altre verifiche e di raccogliere elementi complementari di informazione». Per questo, l’Aula europarlamentare ha deciso di prolungare per altri 6 mesi i lavori della commissione.

la Cia in Europa

Sulla base delle prove raccolte e presentate dalla commissione temporanea, gli eurodeputati si dicono indotti a credere che, «in taluni casi», la Cia o altri servizi degli Stati Uniti «sono stati direttamente responsabili dell’arresto, dell’espulsione, del rapimento e della detenzione illegali di persone sospettate di terrorismo nel territorio degli Stati membri e di Paesi in via di adesione e candidati all’adesione, nonché della consegna speciale di persone, tra cui anche cittadini o residenti europei». Nel ribadire che tali atti sono in contrasto con i principi del diritto internazionale e configurano una «grossolana violazione» dei diritti umani fondamentali, il Pe esprime preoccupazione per il fatto che, dopo l’11 settembre 2001 e nel quadro della lotta contro il terrorismo, «i diritti umani fondamentali sono stati oggetto, a varie riprese, di gravi e inammissibili violazioni».

extraordinary rendition

Nel deplorare che gli accordi di intesa tra gli Usa e i Paesi europei non siano stati messi a disposizione della commissione temporanea, l’Europarlamento condanna la prassi delle consegne speciali (extraordinary rendition) che «fanno sì che i sospetti non siano sottoposti a processo, bensì siano trasferiti verso Paesi terzi per esservi interrogati, eventualmente torturati e detenuti in strutture controllate dagli Stati Uniti o dalle autorità locali». Inoltre, i deputati europei ritengono «inammissibili» le prassi di taluni governi volte a limitare la proprie responsabilità chiedendo assicurazioni diplomatiche da Paesi nei cui confronti «sussistono forti motivi per presumere che pratichino la tortura». Nella misura in cui richiedono un’eccezione alla norma, secondo i deputati, tali assicurazioni diplomatiche costituiscono «un tacito riconoscimento dell’esistenza di pratiche di tortura in Paesi terzi».

gravi violazioni e negligenze

Il Pe esprime poi «profonda preoccupazione» per il fatto che tutti i dati raccolti finora sembrano indicare che lo spazio aereo e gli aeroporti europei sono stati utilizzati per il trasferimento illegale di persone sospettate di terrorismo sotto custodia della Cia e dell’esercito statunitense o di altri Paesi (tra cui Egitto, Giordania, Siria e Afghanistan) «che usano sovente la tortura negli interrogatori, come riconosciuto dallo stesso governo statunitense».
Il «numero elevato» di voli (1080 quelli accertati) di aeromobili posseduti o noleggiati dalla Cia utilizzando lo spazio aereo e gli aeroporti europei costituisce poi, secondo il Pe, una violazione della Convenzione di Chicago che impone l’obbligo di ottenere un’autorizzazione in materia di voli di Stato. Gli europarlamentari deplorano inoltre il fatto che nessun Paese europeo abbia adottato procedure volte a verificare se gli aeromobili civili «non servissero a fini incompatibili con le norme internazionalmente riconosciute in materia di diritti umani». La legislazione europea in materia di cielo unico europeo, di utilizzazione, controllo e gestione degli spazi aerei nazionali, di utilizzo degli aeroporti degli Stati membri e dei vettori europei è considerata dall’Aula di Strasburgo «assolutamente insufficiente», per questo è sottolineata la necessità di fissare nuove regole nazionali, europee e internazionali.
I lavori della commissione temporanea «non hanno finora fornito prove che dimostrino l’esistenza di prigioni segrete nell’Ue», osserva il Pe che ritiene tuttavia necessario che nei mesi futuri i lavori della commissione si concentrino maggiormente su tale questione.

responsabilità europee

L’Europarlamento ritiene «inverosimile» che taluni governi europei «non fossero a conoscenza delle attività legate alle consegne speciali svolte nel proprio territorio». In particolare, i deputati ritengono «del tutto inverosimile» che diverse centinaia di voli attraverso lo spazio aereo di vari Stati membri e altrettanti movimenti in arrivo o in partenza da aeroporti europei «possano essere stati effettuati senza che i servizi preposti alla sicurezza né i servizi di intelligence ne abbiano avuto cognizione e senza che i responsabili di tali servizi siano stati quanto meno interrogati sui rapporti fra tali voli e la pratica delle consegne speciali».
Questa considerazione, è spiegato, sarebbe suffragata dal fatto che personalità di primo piano dell’amministrazione statunitense «hanno sempre affermato di aver proceduto senza aver violato la sovranità nazionale dei Paesi europei».
La relazione approvata dal Pe ritiene ugualmente inverosimile, visto quanto emerso dalle inchieste giudiziarie, dalle testimonianze e dalla documentazione esaminata, che il rapimento del cittadino egiziano Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 ad opera di agenti della Cia, trasportato prima ad Aviano e poi a Ramstein, «possa essere stato organizzato ed eseguito senza alcuna comunicazione previa alle autorità governative o ai servizi di sicurezza italiani». Così, il Pe invita il governo italiano a chiedere l’estradizione dei 22 agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar, «al fine di agevolare il procedimento giudiziario in corso e contribuire all’accertamento della verità».

controlli e tutela dei diritti umani

Condannando fermamente altri casi simili verificatesi in Europa, il Pe evidenzia la necessità di un maggior controllo democratico e giudiziario delle misure anti-terrorismo dell’Ue. Chiede che il gruppo di lavoro del Consiglio sulla lotta al terrorismo tratti sistematicamente la questione della protezione dei diritti umani durante le sue riunioni e pubblichi una relazione annuale in materia, e invita la futura Agenzia per i diritti fondamentali a prestare particolare attenzione ai casi che implicano l’estradizione di presunti sospettati di terrorismo da Stati membri dell’Ue a Paesi terzi. Il Parlamento deplora poi il fatto che le regole concernenti le attività dei servizi segreti «siano apparentemente inadeguate» in diversi Stati membri, cosa che «rende necessario istituire controlli migliori, in particolare per quanto riguarda le attività dei servizi segreti stranieri nel proprio territorio, comprese le basi militari straniere». Sono inoltre auspicate norme in materia di cooperazione a livello dell’Ue e, pur dicendosi consapevoli dell’importanza di una stretta cooperazione fra i servizi di intelligence degli Stati membri e quelli degli Stati alleati, gli europarlamentari sottolineano che tale cooperazione «non deve essere confusa con l’abbandono della sovranità» sul territorio e lo spazio aereo europei.

fermo ripudio della tortura

L’Europarlamento ricorda agli Stati membri che hanno l’obbligo di accertare formalmente se il proprio territorio o spazio aereo siano stati utilizzati per violazioni dei diritti umani commesse da essi stessi o da Stati terzi con la loro necessaria cooperazione diretta o indiretta, e di adottare ogni misura legislativa per evitare che tali violazioni si ripetano. Sottolinea inoltre che la proibizione della tortura e di un trattamento crudele, inumano e degradante «è assoluta e senza eccezioni», indipendentemente dal fatto che si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, di instabilità politica interna o di altri stati di emergenza. Ricorda poi che i casi di detenzioni segrete, di rapimenti e di consegne speciali costituiscono violazioni dei diritti fondamentali in virtù del diritto internazionale, soprattutto nella misura in cui tali atti sono sinonimo di tortura o di trattamenti inumani e degradanti.
In proposito, i deputati sottolineano che le informazioni o le confessioni estorte sotto tortura o mediante un trattamento crudele, disumano e degradante, «non possono in nessun caso essere considerate prove valide» e giudicano con grande scetticismo l’attendibilità delle confessioni ottenute con la tortura e il loro presunto contribuito alla prevenzione e alla repressione del terrorismo. Chiedono quindi fermamente agli Stati membri, ai Paesi in via di adesione e ai Paesi candidati di rispettare rigorosamente la convenzione dell’Onu contro la tortura, e segnatamente il principio del non respingimento, invitando gli Stati membri ad evitare ogni ricorso a garanzie diplomatiche contro la tortura.

una posizione europea comune


Secondo gli europarlamentari è urgente pervenire a un’interdizione chiara, in termini di diritto internazionale, delle cosiddette extraordinary rendition (consegne speciali), per questo chiedono alle istituzioni europee di adottare una posizione comune in materia e di affrontare la problematica con i Paesi terzi interessati. Il Pe invita poi gli Stati membri a prendere una posizione più decisa in merito alla chiusura del centro di detenzione statunitense di Guantanamo Bay. Occorre anche assumere un ruolo proattivo nel trovare una soluzione per i detenuti contro cui non sarà intentato alcun procedimento giudiziario e che non possono tornare nel loro Paese d’origine o di residenza perché sono diventati apolidi o perché vi sarebbero sottoposti a tortura o ad altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Infine, gli Stati membri sono esortati a fornire a tutti i cittadini europei e a tutti coloro che hanno risieduto nell’Ue e che sono attualmente detenuti a Guantanamo «tutto il sostegno e l’assistenza necessari, in particolare in campo legale».

INFORMAZIONI: http://www.europarl.europa.eu

AMNESTY: STATI EUROPEI LEGALMENTE RESPONSABILI

Partner in un crimine: il ruolo dell’Europa nelle “rendition” Usa è il titolo di un Rapporto pubblicato il 15 giugno scorso da Amnesty International, in cui è descritto il trasferimento illegale di 13 persone nell’ambito di 6 operazioni di rendition che chiamano in causa 7 Paesi europei (Macedonia, Bosnia Erzegovina, Turchia, Germania, Italia, Regno Unito e Svezia), 4 dei quali membri dell’Ue. Il Rapporto analizza i vari livelli di coinvolgimento di questi Stati, evidenziando come essi, in base al diritto internazionale, siano stati complici negli abusi dei diritti umani commessi nell’ambito delle rendition (pratica illegale in cui una persona è arrestata illegalmente e trasferita in segreto in un Paese terzo, dov’è vittima di crimini quali la tortura, i maltrattamenti e la “sparizione”). Anche se il modo in cui ciascuno dei 7 Stati implicati è diverso - dal permesso di sorvolare lo spazio aereo o usare gli aeroporti alla partecipazione all’arresto, al sequestro di persone e alla loro consegna ai servizi segreti Usa - la loro azione o mancanza di azione contravviene agli obblighi di diritto internazionale. Perciò, sostiene Amnesty, essi devono essere chiamati a rispondere del proprio comportamento.
«Spesso l’Europa si definisce come un punto di riferimento per i diritti umani. La scomoda verità è che, senza il suo aiuto, ora un po’ di persone non starebbero cercando di riprendersi dalle torture che hanno subito in prigioni situate in varie parti del mondo» ha dichiarato Claudio Cordone, direttore della ricerca di Amnesty International. «Gli Stati europei devono porre fine all’approccio basato sul detto “occhio non vede, cuore non duole” e adottare tutte le misure necessarie per porre fine alla pratica delle rendition nel loro territorio».
Amnesty ricorda che, in base al diritto internazionale, gli Stati che facilitano il trasferimento di persone verso Paesi in cui è noto, o dovrebbe essere noto, il rischio che queste subiranno gravi abusi dei diritti umani, sono complici di questi stessi abusi. Inoltre, secondo Amnesty le singole persone che si rendono complici di sequestri di persona, torture e “sparizioni” dovrebbero essere considerate responsabili sul piano penale.

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.it



da Tampere all’Aia: primo bilancio della Commisione

A che punto è lo stato di attuazione di quello spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia nell’Unione europea la cui creazione fu stabilita a Tampere (Finlandia) nell’ottobre 1999? In vista di un incontro informale del Consiglio Giustizia e Affari interni che si terrà proprio a Tampere nel prossimo settembre, sotto la presidenza finlandese dell’Ue, la Commissione europea ha presentato il 28 giugno scorso un documento di valutazione politica dei progressi compiuti finora, alla luce del Programma dell’Aia adottato nel novembre 2004 per rilanciare lo “spirito di Tampere” e giungere in 5 anni alla definizione di uno spazio comune e di una politica europea in materia di immigrazione e asilo.

una priorità per l’Ue

La valutazione della Commissione parte dalla constatazione che i cittadini europei esigono dall’Ue provvedimenti affinché l’Europa diventi un luogo sicuro in cui vivere. Per questo, sostiene l’esecutivo europeo, l’Ue e gli Stati membri devono affrontare insieme tale sfida e agire più efficacemente nella lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo, ma anche nella gestione dei flussi migratori e nel controllo delle frontiere esterne. Dunque, attuare il programma pluriennale teso a rafforzare la libertà, la sicurezza e la giustizia nell’Ue, il cosiddetto Programma dell’Aia, è un obiettivo comune che impone un processo decisionale efficace e trasparente e chiare priorità politiche.
Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, ricorda la Commissione, è una delle priorità massime dell’Ue, non solo perché costituisce uno dei suoi obiettivi fondamentali ma soprattutto perché è al centro degli interessi dei cittadini. Il 17% di tutte le proposte legislative della Commissione riguarda questa materia, il che ne dimostra l’importanza nel programma di riforma.

il “pacchetto” della Commissione

Per una prima valutazione politica dei progressi compiuti nell’attuazione del Programma dell’Aia e per proporre gli adeguamenti necessari, la Commissione ha così presentato un “pacchetto” di iniziative con l’obiettivo di: individuare i progressi compiuti e a valutare il grado di attuazione a livello europeo e nazionale; introdurre un meccanismo per un’analisi approfondita dei risultati; proporre prospettive per il futuro volte a migliorare il funzionamento delle politiche di libertà, sicurezza e giustizia. Il pacchetto della Commissione comprende:
• Una comunicazione su una prima relazione di attuazione del programma e del piano d’azione dell’Aia (Quadro di valutazione +), che passa in rassegna tutte le azioni completate nel 2005 e si concentra per la prima volta sull’attuazione a livello nazionale.
• Una comunicazione sulla valutazione delle politiche in materia di libertà, sicurezza e giustizia, il cui obiettivo principale è istituire un meccanismo per una valutazione efficace dell’attuazione e dei risultati delle politiche in questo settore.
• La comunicazione Attuazione del programma dell’Aia: prospettive per il futuro, che costituisce il seguito, nel settore della giustizia, della libertà e della sicurezza, della comunicazione della Commissione Un’agenda dei cittadini per un’Europa dei risultati, adottata il 10 maggio scorso.
• Una comunicazione per adattare le disposizioni del titolo IV relative alle competenze della Corte di giustizia, per una tutela giurisdizionale più effettiva.

applicazione insoddisfacente


In base a questa prima valutazione, l’attuazione delle politiche di giustizia, libertà e sicurezza a livello nazionale sembra ancora nettamente insufficiente. Colpiscono soprattutto le carenze, di tipo sia quantitativo che qualitativo, del livello generale di recepimento nell’ambito della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale, materie su cui gran parte dell’acquis rimane virtuale. Secondo la Commissione ciò è dovuto a due motivi principali: l’applicazione a livello nazionale non è soddisfacente e gli Stati membri non possono essere denunciati alla Corte in caso di violazioni; i negoziati in sede di Consiglio sono spesso difficili e lenti e l’obbligo dell’unanimità porta spesso ad accordi annacquati.
Nell’ambito del Programma dell’Aia la Commissione intende dunque presentare una serie di proposte di azione e attuazione nei seguenti settori: diritti fondamentali e cittadinanza; asilo, sviluppo della seconda fase; gestione dell’immigrazione; gestione integrata delle frontiere esterne e interoperabilità dei sistemi di informazione; riconoscimento reciproco (giustizia civile e penale); accesso alle informazioni necessarie per combattere il terrorismo e la criminalità organizzata; futuro di Europol.
Il meccanismo di valutazione proposto è destinato a rendere più efficace l’azione dell’Ue, affinché i risultati ottenuti nella pratica si ripercuotano nel processo decisionale. Questo sarà particolarmente importante alla scadenza del Programma dell’Aia, nel 2009. Sviluppando una valutazione delle politiche si contribuirà anche a conseguire due obiettivi generali dell’Ue, la trasparenza e una migliore regolamentazione.
La Commissione intende avviare una discussione, in collaborazione con le altre istituzioni europee e con gli Stati membri, su come portare avanti il programma politico in materia di libertà, giustizia e sicurezza. Tenendo conto dei risultati di questa discussione, nel corso della presidenza finlandese, la Commissione è pronta a prendere iniziative a norma dei Trattati, nonché presentare una proposta specifica diretta a rendere più efficace la tutela giurisdizionale, con un maggior coinvolgimento della Corte di giustizia.

(Fonte: http://europa.eu/rapid)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/index_en.htm

ASILO:RAFFORZARE LA SOLIDARIETÀ TRA STATI MEMBRI

Nel maggio scorso, la Commissione europea ha adottato una proposta modificata concernente il Fondo europeo per i rifugiati (Fer), con l’obiettivo di assicurare un solido sostegno finanziario all’impegno profuso dagli Stati membri per fare fronte a particolari sollecitazioni, per reinsediare nei loro territori persone che necessitano di protezione internazionale, per migliorare la cooperazione pratica e attuare operazioni di ripartizione degli oneri. Con questo Fondo, che sarà disponibile dal 2008, l’Ue intende offrire agli Stati membri un’assistenza finanziaria tempestiva e facilmente accessibile per attuare misure d’urgenza, mettendo in pratica il principio di solidarietà, e per migliorare l’efficacia e la qualità dei loro sistemi di asilo.
La proposta della Commissione mira ad assicurare che le risorse disponibili a titolo del Fer siano utilizzate nel modo più efficace possibile per realizzare gli obiettivi fissati nel programma dell’Aia. La proposta vuole far sì che il Fer possa offrire un sostegno finanziario completo e mirato agli Stati membri:
• per migliorare, attraverso il rafforzamento della cooperazione pratica, la qualità del processo decisionale nel quadro del regime comune europeo di asilo;
• per rispondere alle particolari sollecitazioni a cui sono sottoposti in caso di arrivi massicci e improvvisi di richiedenti asilo;
• per reinsediare nei loro territori i rifugiati la cui vita, libertà, sicurezza, salute o altro diritto siano minacciati nel Paese in cui hanno cercato rifugio;
• per attuare operazioni di ripartizione degli oneri consistenti nel trasferire i beneficiari di protezione internazionale da uno Stato membro all’altro.
Una volta adottato, il Fer modificato dovrebbe consentire di cofinanziare attività di reinsediamento, attuate dagli Stati membri con i loro programmi nazionali, e di garantire un sostegno finanziario più importante per un ricorso mirato al reinsediamento nel quadro di programmi di protezione regionale e per il reinsediamento di categorie di persone vulnerabili, come i minori e le donne a rischio.
La proposta modificata si prefigge inoltre di fornire un adeguato sostegno finanziario al programma di attività presentato dalla Commissione nella comunicazione del 17 febbraio 2006 sul rafforzamento della cooperazione pratica volta a sviluppare una maggiore convergenza tra i sistemi di asilo degli Stati membri, per istituire un regime comunitario pienamente armonizzato.
Il Fer è uno strumento finanziario inteso a raggiungere un equilibrio fra gli sforzi degli Stati membri per accogliere rifugiati e sfollati e farsi carico delle conseguenze dell’accoglienza. L’importo complessivo previsto dalla proposta per l’attuazione del Fondo nel periodo 2008-2013 è di 628 milioni di euro.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice_home/fsj/asylum/fsj_asylum_intro_en.htm

migranti: no a detenzioni

Dopo aver affrontato la persecuzione e la povertà estrema nei loro Paesi, i rifugiati si trovano ad affrontare nuove ulteriori sofferenze, nel momento in cui sono privati della loro libertà di circolazione e rinchiusi in Centri di detenzione, semplicemente per essere fuggiti cercando di salvare le proprie vite. Da più di 20 anni visitiamo i Centri per migranti e il nostro personale è testimone diretto dei danni fisici e psicologici causati a individui già molto vulnerabili, in modo particolare i bambini». Sono parole di Lluís Magriña, direttore del Jesuit Refugee Service (Jrs), organizzazione internazionale che nel giugno scorso ha lanciato la Coalizione internazionale sulla detenzione di immigrati e rifugiati.
La Coalizione coinvolge oltre 100 organizzazioni per i diritti umani di 36 diversi Paesi, in Europa, Medio Oriente, Africa, Asia, Oceania, Caraibi, nord, centro e sud America, tutti luoghi dove centinaia di migliaia di persone sono detenute esclusivamente sulla base del loro status di immigrato. Si è costituita per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle problematiche sulle politiche e le pratiche di detenzione e per promuovere una maggiore protezione e rispetto dei diritti umani dei migranti detenuti. Lo scopo dell’iniziativa è di svolgere un lavoro capillare per un uso limitato della detenzione, per l’adozione di pratiche alternative e per un utilizzo delle forme minime di detenzione nei confronti dei migranti. La coalizione sta raccogliendo informazioni sulle pratiche di detenzione degli immigrati in 36 Paesi, lavoro che ha rilevato come le peggiori pratiche di detenzione adottate da alcuni governi siano poi replicate da altri e che i governi tendono frequentemente a giustificare le proprie politiche di detenzione degli immigrati sulla base del fatto che altri Paesi, spesso ricchi, attuano politiche simili.
Va ricordato che nella sola Europa si contano oltre 200 Centri di detenzione per migranti (immigrati e richiedenti asilo), dov’è trattenuto un numero imprecisato di persone che si può stimare essere abbondantemente superiore alle 100.000 unità, per periodi di detenzione che variano da un minimo di pochi giorni a un periodo di tempo illimitato, con un costo giornaliero di 60-100 euro a persona.
Il Jrs e altre Ong che si occupano della materia, condannano il fatto che sempre più la detenzione sia usata come mezzo deterrente contro l’immigrazione nel suo complesso, incanalando così la politica migratoria «in una strada senza uscita, basata sulla chiusura del territorio e sull’uso della forza e della coercizione per attuare il rimpatrio» dei migranti. In questo modo, osserva il Jrs, si è persa di vista la necessità di contrastare le cause delle migrazioni involontarie e di tutelare i ritorni volontari.
All’interno di Centri, poi, in molti dei Paesi di arrivo dei migranti (come l’Italia), le procedure legali che regolano la detenzione sono «totalmente inadeguate e le condizioni di detenzione sono inaccettabili» denunciano i promotori della Coalizione. «Un tale trattamento spesso risulta essere illegale, ma è comunque sempre immorale e degradante per la persona» afferma Mario Scialoja, presidente della Lega musulmana in Italia. «Nell’esercizio del proprio ruolo di controllo e regolazione dei flussi migratori è comprensibile che gli Stati possano creare dei Centri di detenzione» sostiene Alan Naccache, presidente della sezione giovanile dell’Organizzazione ebraica italiana Bnai Brith. Tuttavia, aggiunge, i governi «non dovrebbero mai dimenticare i loro obblighi internazionali verso i rifugiati e gli altri immigrati. In particolare la detenzione arbitraria dei rifugiati penalizza la persona per il semplice fatto di aver messo in salvo la propria vita e nega la sua umanità». In rappresentanza delle comunità musulmana ed ebraica in Italia, i due hanno preso parte il 15 giugno scorso all’evento organizzato a Roma dal Jrs per presentare in Italia la Coalizione internazionale. Intanto, negli stessi giorni, il governo italiano ha annunciato l’istituzione di una commissione d’indagine e proposte, presieduta dal rappresentante Onu Staffan de Mistura, che lavorerà 6 mesi su incarico del ministero dell’Interno per giungere a proposte concrete per il superamento degli attuali Centri di permanenza temporanea (Cpt). Oltre a de Mistura, il gruppo misto sarà costituito da tecnici del Viminale e da rappresentanti di alcune associazioni quali Asgi, Acli, Arci, Amnesty International, centro Astalli, Caritas-Migrantes, Medici senza frontiere e Anci.

INFORMAZIONI: http://www.jrseurope.org


affari mortali: cresce il traffico di armi

La produzione e il commercio di armi e armamenti costituiscono il più grande e tragico affare del mondo contemporaneo. Le spese militari mondiali sfiorano ormai i 1120 miliardi di dollari e rappresentano il 2,5% del Prodotto mondiale lordo, come rileva lo Stockholm International Peace Research Institute nel suo ultimo Rapporto annuale (di cui si tratta nella pagina successiva).
Negli ultimi anni, poi, si è registrato un forte incremento del commercio di armi e armamenti con risultati drammatici: la violenza armata uccide una persona ogni minuto, circa mezzo milione di esseri umani all’anno. Le sole armi leggere in circolazione sono oltre 639 milioni e ogni anno sono prodotti circa 8 milioni di nuove armi, che circolano liberamente in molte aree del mondo caratterizzate da conflitti. Un problema enorme, contro cui è in corso da anni la mobilitazione internazionale Control Arms, lanciata congiuntamente da Amnesty International, Oxfam e Iansa (Rete internazionale d’azione sulle armi leggere), che si prefigge l’obiettivo dell’adozione da parte dell’Onu di un Trattato internazionale sul commercio delle armi. Anche perché, sottolineano i promotori di Control Arms, i circa 22 miliardi di dollari spesi ogni anno dagli Stati africani, asiatici, mediorientali e latinoamericani per l’acquisto di armi permetterebbero a questi Paesi di mettersi in linea con gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, eliminare l’analfabetismo (per cui si stimano necessari 10 miliardi di dollari l’anno) e ridurre la mortalità infantile e materna (12 miliardi di dollari l’anno la cifra stimata).
controlli scarsi e inefficaci
Invece, operazioni sempre più sofisticate di trasporto e intermediazione permettano attualmente il trasferimento di centinaia di tonnellate di armi in tutto il mondo, sempre più spesso verso Paesi poveri o in via di sviluppo, destinate ad alimentare brutali conflitti. Operazioni che coinvolgono trasportatori e intermediari di Cina, Emirati Arabi Uniti, Israele, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera, Ucraina e dei Paesi balcanici, rileva un Rapporto redatto da Amnesty International e TransArms reso noto nel maggio scorso. Secondo lo studio, questa rete di mediazione agevola l’export dei principali fornitori di armi verso i Paesi in via di sviluppo, che assorbono ormai oltre i due terzi delle importazioni mondiali a scopo di difesa, rispetto al 50% registrato negli anni Novanta.
«Intermediari e trasportatori hanno collaborato alla consegna di molte delle armi usate per uccidere, stuprare e svuotare territori nei conflitti in corso in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo» denuncia il Rapporto, secondo cui i controlli doganali «sono blandi» e «solo 35 Paesi» hanno introdotto leggi per regolamentare l’intermediazione di armi. Ciò rende «praticamente inevitabili ulteriori catastrofi dei diritti umani», sostengono gli autori e i promotori dello studio che infatti chiedono il rafforzamento urgente dei controlli sui trasferimenti di armi, cronicamente deboli e ormai inadeguati.
segretezza e poche regole
Il Rapporto, intitolato Dead on Time, descrive la natura segreta, priva di regole e irresponsabile di molte operazioni di intermediazione e trasferimento di armi, attraverso lo studio di una serie di casi:
• Centinaia di migliaia di armi e milioni di munizioni, provenienti dalle scorte della guerra della Bosnia Erzegovina, sono state esportate clandestinamente, sotto la direzione del dipartimento della Difesa statunitense. Materiale che, secondo il Rapporto, era destinato all’Iraq ed è stato trasferito attraverso una serie di società di intermediazione e di trasporto private, compresa una compagnia aerea responsabile della violazione di un embargo dell’Onu sulle armi destinate alla Liberia.
• Attraverso uno spedizioniere olandese-britannico, un ampio carico di munizioni ed esplosivi è stato spedito da una fabbrica brasiliana verso l’Arabia Saudita e le isole Mauritius. Il carico è stato sequestrato dalle autorità del Sudafrica perché privo di licenza di trasporto. Il Brasile aveva autorizzato l’esportazione, nonostante le gravi violazioni dei diritti umani in corso in Arabia Saudita.
• Il trasferimento, via mare, di ingenti quantitativi di armi dalla Cina verso la Liberia, attraverso un mediatore olandese, in violazione di un embargo dell’Onu e nonostante le ampie prove di omicidi, stupri e terrore nei confronti della popolazione civile del Paese africano.
Inoltre, il Rapporto evidenzia una serie di casi in cui società private coinvolte in consegne illegali di armi sono state utilizzate, con denaro pubblico, anche a sostegno delle missioni di pace dell’Onu e per la distribuzione di aiuti umanitari.
alcune raccomandazioni
Secondo gli autori dello studio, l’attuale livello di regolamentazione «non riesce minimamente a stare al passo col crescente numero di intermediari, delle società di servizi e dei trasportatori che operano a livello internazionale». Amnesty International e TransArms rivolgono dunque una serie di raccomandazioni, con l’obiettivo di ottenere sul commercio delle armi controlli più rigorosi basati su norme internazionali coerenti:
• l’immediata istituzione, a livello nazionale, di leggi, regolamenti e procedure amministrative che impediscano le attività di intermediazione, logistica e trasporto che contribuiscono a gravi violazioni dei diritti umani;
• lo sviluppo di un protocollo internazionale per regolamentare le attività di intermediazione e trasporto, basato su una serie di standard etici condivisi, proclamati in un Trattato globale sul commercio di armi;
• rendere reato le violazioni degli embarghi dell’Onu sulle armi in tutti gli Stati e, in caso di gravi violazioni, considerarle crimini di giurisdizione universale;
• accrescere gli aiuti internazionali per rafforzare i controlli alla dogana e le altre leggi che hanno l’obiettivo di controllare i movimenti dei carichi commerciali.

INFORMAZIONI: http://web.amnesty.org/ library/index/engact300082006

AMNESTY: DALLA CINA ESPORTAZIONI IRRESPONSABILI
La Cina sta diventando rapidamente uno dei più grandi e irresponsabili esportatori di armi e le sue forniture contribuiscono ad alimentare conflitti, criminalità e gravi violazioni dei diritti umani in Paesi quali Sudan, Nepal, Birmania (Myanmar) e Sudafrica. È quanto denuncia un Rapporto reso noto da Amnesty International il 12 giugno scorso, in cui è rilevato anche il possibile coinvolgimento di aziende occidentali nella produzione di alcuni tipi d’armamento.
Mentre le autorità cinesi definiscono la propria politica di autorizzazione all’export di armi «cauta e responsabile» la realtà è molto diversa, sostiene Amnesty che ricorda come la Cina sia l’unico Paese, tra i grandi esportatori di armi, a non aver sottoscritto neanche uno degli accordi multilaterali che vietano il trasferimento di armi il cui utilizzo potrebbe causare gravi violazioni dei diritti umani.
Secondo il Rapporto di Amnesty, le esportazioni cinesi di armi ammonterebbero a circa un miliardo di dollari all’anno e spesso le forniture avvengono in cambio di materie prime necessarie alla crescita economica della Cina. Un commercio totalmente segreto, dato che il governo di Pechino non pubblica informazioni sui trasferimenti di armi all’estero e da 8 anni non fornisce dati al Registro dell’Onu sulle armi convenzionali.
Tra gli esempi citati da Amnesty, l’invio cinese di oltre 200 veicoli militari al Sudan nel 2005, le regolari forniture al regime militare birmano responsabile di gravi violazioni, la consegna di armamenti alle forze armate nepalesi durante la repressione degli oppositori pacifici, il crescente traffico illegale di pistole Norinco fabbricate in Cina e destinate in Australia, Malaysia, Thailandia, Sudafrica dove sono usate per compiere vari reati.
«È giunto il momento che la Cina, in quanto grande esportatore di armi e membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, inizi a rispettare i propri obblighi di diritto internazionale» sostiene Amnesty. Alle autorità di Pechino è inoltre richiesto di rendere noti i dati sulle autorizzazioni all’esportazione e sulle consegne effettuate e di sostenere la proposta di un Trattato internazionale sul commercio di armi avanzata dalla campagna mondiale Control Arms.
Finché ciò non avverrà, afferma Amnesty, la comunità internazionale dovrà rafforzare le norme sulle joint-ventures con la Cina riguardanti tecnologia militare e a doppio uso, nonché l’applicazione degli embarghi sulle armi nei confronti di Pechino, come quelli imposti dall’Ue e dagli Usa.

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.it



quota record per la spesa militare



La spesa militare mondiale ha raggiunto i 1118 miliardi di dollari, la cifra più elevata degli ultimi 20 anni, che equivale al 2,5% del Prodotto mondiale lordo e che rappresenta una spesa media di 173 dollari all’anno per ogni abitante del pianeta. Nel 2005 si è registrato un incremento della spesa militare complessiva del 3,4% rispetto all’anno precedente e del 34% rispetto a 10 anni prima. Gli Stati Uniti sono responsabili dell’80% circa dell’incremento rilevato nel 2005 e la loro spesa militare equivale a circa la metà dell’intera spesa militare mondiale, seguiti a distanza da Regno Unito, Francia, Giappone e Cina con un 4-5% ciascuno. Sono alcuni dati contenuti nel Rapporto annuale pubblicato il 12 giugno scorso dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), da cui emerge come i 15 Paesi che spendono di più in armamenti rappresentano l’84% dell’intera spesa mondiale. Oltre che dall’enorme spesa statunitense in costante crescita, l’incremento della spesa militare mondiale è stato influenzato anche dall’aumento del prezzo delle principali risorse energetiche: molti Paesi esportatori di greggio e gas naturale, infatti, hanno deciso di investire in armamenti parti rilevanti degli ingenti proventi, come ad esempio la Russia, l’Algeria, l’Azerbaijan, il Cile e il Perù. Altro elemento caratterizzante l’aumento della spesa mondiale è da ricondurre alla forte crescita economica di Cina e India e dal conseguente incremento delle loro spese militari.
La vendita di armamenti delle 100 maggiori compagnie produttrici (di cui 40 statunitensi e 36 europee) è aumentata del 15% nell’ultimo anno, raggiungendo un volume complessivo che il Sipri stima per il 2005 in circa 268 miliardi di dollari.

nuove tendenze del mercato

Nel periodo successivo alla cosiddetta Guerra fredda, l’Istituto di Stoccolma rileva alcune importanti tendenze generali:

• L’industria di armamenti, sia a livello nazionale che internazionale, ha registrato una crescente concentrazione, tanto che l’incidenza delle 5 maggiori compagnie produttrici sulle vendite complessive è passata dal 22% circa del 1990 al 44% del 2003.

• C’è stato un chiaro e significativo cambiamento di natura tecnologica, con un ruolo sempre più importante di compagnie civili specializzate nei settori elettronico e delle nuove tecnologie, che hanno così “invaso” il campo militare diventando i principali contractors dei dipartimenti della Difesa, soprattutto negli Usa promotori della cosiddetta “guerra globale al terrorismo”.

• Inoltre si è registrata una generale privatizzazione dei servizi di difesa, particolarmente per quanto concerne forniture, costruzioni e servizi di sicurezza: alcune di queste attività rientrano nell’espansione generale dell’industria bellica, mentre altre attività di supporto hanno creato una rilevante nebulosa di compagnie private attorno all’industria militare.

Russia e Usa maggiori fornitori


Secondo le rilevazioni del Sipri, dal 2003 si è verificato un netto incremento del commercio di armamenti, con un volume di esportazioni belliche stimato in oltre 50 miliardi di dollari che rappresenta oltre lo 0,5% dell’intero commercio mondiale di beni e servizi. Russia, Usa, Francia, Germania e Regno Unito sono nell’ordine i 5 principali fornitori di armamenti: insieme sono responsabili di oltre l’80% delle forniture mondiali di armamenti, con i primi due (Russia e Usa) che fanno registrare ciascuno il 30% circa. Nel periodo 2001-2005, quasi il 70% delle forniture di armamenti del principale esportatore, cioè la Russia, hanno riguardato la Cina (43%) e l’India (25%), a dimostrazione della crescente importanza di queste due nuove potenze economiche per i produttori e i venditori del settore. Nello stesso periodo, invece, i principali clienti del secondo maggior esportatore, gli Usa, sono stati Grecia, Israele, Regno Unito ed Egitto.

INFORMAZIONI: http://yearbook2006.sipri.org


brevi

nuovi impegni e un Libro Verde per la lotta alla droga nell’Ue
In occasione della Giornata mondiale 2006 di lotta alla droga, il 26 giugno scorso, la Commissione europea ha voluto sottolineare gli sforzi dell’Europa attraverso l’adesione ai programmi internazionali e a progetti comuni con i Paesi terzi, nonché con l’adozione di un Libro Verde in cui propone di formalizzare su base più permanente e strutturata il dialogo tra l’Ue e tutta la vasta gamma di organizzazioni che operano nel campo delle droghe e delle tossicodipendenze.
In Europa, ogni anno muoiono circa 8000 persone di overdose, per lo più giovani dai 20 ai 30 anni. Secondo le stime, però, il numero dei decessi legati al consumo di droghe potrebbe triplicare tenendo conto delle morti indirette legate al consumo degli stupefacenti (Aids, incidenti, suicidi e violenze). Sin dagli anni Novanta si è sviluppato un modello europeo basato su un approccio equilibrato e integrato al fenomeno: le azioni contro l’offerta di droga, come l’adozione di strumenti giuridici dell’Ue per combattere il traffico di droga, e le azioni volte a ridurne la domanda e a tutelare la salute pubblica. Secondo la Commissione, nell’attuare la strategia antidroga 2005-2012 e il piano d’azione 2005-2008 dell’Ue è fondamentale che la politica in materia di droga continui ad avvalersi delle idee e dell’esperienza delle numerose organizzazioni della società civile attive nel settore.
«È essenziale stabilire un contatto con i cittadini per raggiungere quei milioni di europei, soprattutto giovani, che consumano droghe come se fosse una normale attività ricreativa, e per capire meglio questo fenomeno e convincere tutti coloro che fanno uso di droghe nell’Ue che non fanno del male solo a se stessi ma anche ad altri, tanto nelle nostre società che in Paesi più lontani» ha dichiarato il commissario europeo a Giustizia, Libertà e Sicurezza Franco Frattini. «Il mio obiettivo - ha aggiunto - è coinvolgere il più possibile le organizzazioni della società civile che hanno più direttamente a che fare con il problema della droga nel processo di elaborazione delle politiche a livello di Unione europea». Il commissario europeo Markos Kyprianou, responsabile per la Salute e la Protezione dei consumatori, nel corso della presentazione dell’iniziativa europea ha sottolineato: «Sappiamo che la politica sanitaria può essere efficace solo se riceve i contributi e il sostegno di chi lavora nel settore. Per questo è importante garantire la partecipazione delle Ong poiché, così facendo, potremo solo migliorare l’orientamento e la pertinenza della nostra politica».
L’intenzione della Commissione è di «unire le forze», basandosi sull’approccio politico definito a livello europeo e sulla lunga tradizione di coinvolgimento della società civile nella politica sanitaria. Il piano d’azione dell’Ue in materia di lotta contro la droga (2005-2008) attribuisce grande importanza al dialogo con le organizzazioni della società civile. La Commissione sta già consultando (e continuerà fino alla fine di settembre) le organizzazioni europee per strutturare questo dialogo e avvalersi, in modo concreto e sostenibile, dell’esperienza e delle conoscenze specifiche della società civile per elaborare la politica europea. Il termine per presentare i contributi è il 30 settembre 2006.

Testo del Libro Verde:
http://ec.europa.eu/justice_home/news/consulting_public/news_consulting_public_en.htm

un Rapporto su energia e ambiente
Il gruppo ad alto livello sulla competitività, l’energia e l’ambiente, istituito dalla Commissione europea nel dicembre 2005 per fornire consulenze ai decisori politici comunitari e nazionali circa le tematiche che presentino una correlazione tra le politiche della concorrenza, dell’energia e dell’ambiente, ha adottato lo scorso 2 giugno il suo primo Rapporto. Nel documento sono contenute una serie di raccomandazioni che vanno dal miglioramento dell’applicazione del quadro normativo comunitario in materia di energia, con particolare riferimento ai mercati dell’elettricità e del gas, all’utilizzo più razionale delle risorse da parte delle industrie a forte intensità energetica, dall’efficienza energetica al funzionamento e alla revisione del sistema relativo allo scambio delle quote di emissione.
Il Rapporto sostiene la necessità di applicare pienamente lo strumento della concorrenza per assicurare un ambiente di approvvigionamento più competitivo per quel che riguarda l’elettricità e il gas: a questo fine gli Stati membri sono chiamati ad attuare entro le scadenze previste il quadro normativo in vigore, con particolare riferimento alle disposizioni in materia di unbundling e alla soppressione delle tariffe regolamentate che falsano la concorrenza. Gli Stati membri dovrebbero anche rafforzare il ruolo e l’indipendenza delle autorità nazionali di regolamentazione. Occorrerebbe poi migliorare il coordinamento tra i gestori nazionali delle reti di trasmissione, armonizzare l’interattività delle reti del gas e abbreviare il termine necessario al conseguimento delle autorizzazioni agli investimenti.
Per quanto riguarda le industrie a forte intensità energetica, l’obiettivo è di tentare di assicurare prezzi accettabili e prevedibili: le autorità sono quindi chiamate a considerare le iniziative in materia di produzione di gruppo, di contratti a lungo termine e di partenariati, mentre la Commissione dovrà valutare se i contratti di fornitura a lungo termine siano compatibili con le norme di concorrenza.
Poiché esiste un importante margine per migliorare l’efficienza energetica, il Rapporto raccomanda la compilazione di un elenco di misure prioritarie in materia. In particolare, ritiene indispensabile conoscere meglio i rischi legati agli investimenti realizzati e valutare meglio la durata di ammortamento di tali investimenti. Raccomanda inoltre la piena applicazione della direttiva sull’ecodesign.
Con riferimento al sistema comunitario di scambio di quote di emissione, il gruppo conferma la sua preferenza per un sistema in grado di garantire un’autentica riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Per garantire che l’Ue possa disporre di uno strumento efficace di lotta contro i cambiamenti climatici, il Rapporto propone di migliorare il sistema attuale procedendo in tre tappe: incentivi efficaci per gli investimenti nelle tecnologie a debole intensità di carbonio; impatto limitato sulla competitività delle industrie a forte intensità energetica attive sul mercato mondiale; costituire dopo il 2012 un quadro di riferimento attraente per i sistemi di altri Paesi a forte volume di emissioni.
Per migliorare ancora il funzionamento del sistema delle quote di emissione, il gruppo ad alto livello raccomanda inoltre di applicare rapidamente e pienamente le disposizioni della normativa comunitaria in materia di liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e del gas.

Testo del Rapporto:
http://ec.europa.eu/enterprise/environment/hlg/hlg_en.htm


flash

consiglio europeo di metà giugno
Dopo il “periodo di riflessione” è il momento di concentrarsi nella «produzione di risultati concreti e nell’attuazione dei progetti». Sono queste alcune delle conclusioni che i 25 capi di Stato e di governo dell’Ue hanno elaborato durante il Consiglio europeo di metà giugno. Nel primo semestre 2007 la presidenza di turno dell’Ue presenterà una relazione al Consiglio europeo contenente anche un riferimento agli «eventuali futuri sviluppi» della discussione sul Trattato costituzionale. Ripartirà, quindi, il dibattito sulla Costituzione e «al più tardi nel secondo semestre 2008» saranno prese le iniziative necessarie per proseguire con il processo di riforma. La data simbolo del rilancio sarà il 25 marzo 2007, quando il Consiglio europeo di Berlino adotterà una dichiarazione politica «che illustri i valori e le ambizioni dell’Europa e confermi l’impegno condiviso di produrre risultati, per celebrare il 50° anniversario dei Trattati di Roma».
Novità anche sul fronte dell’allargamento, con il probabile via libera all’ingresso di Bulgaria e Romania. I leader europei hanno infatti espresso soddisfazione per gli sforzi di riforma intrapresi dai due Paesi, invitandoli «ad intensificare rigorosamente i loro sforzi per affrontare in modo decisivo e senza indugio le rimanenti questioni che destano preoccupazione». Il Consiglio è convinto che, con la necessaria volontà politica, entrambi i Paesi possano colmare le lacune ed essere pronti per l’ingresso nell’Ue il 1° gennaio 2007.
La nuova fase del dibattito sulla capacità d’assorbimento delle istituzioni comunitarie, prevista per il dicembre 2006, andrà ad influenzare il processo di adesione degli altri Paesi candidati. Sulla Turchia, il Consiglio ha invitato Ankara a «intensificare il processo di riforma e ad attuarlo pienamente ed efficacemente, in modo da assicurare che sia irreversibile e duraturo al fine di progredire verso il pieno soddisfacimento dei criteri politici di Copenaghen, compreso l’impegno a mantenere buone relazioni di vicinato». Il capitolo delle conclusioni della presidenza dedicato alla Turchia si chiude con un monito: «Dovrebbe essere evitata qualsiasi azione che possa incidere negativamente sul processo di risoluzione pacifica delle controversie».
Anche per la Croazia e per gli altri Paesi dei Balcani la posizione europea non presenta aspetti di novità, tranne che per il riferimento al Montenegro, «Stato sovrano e indipendente» con cui l’Ue e gli Stati membri hanno già deciso di sviluppare relazioni.

INFORMAZIONI: http://www.consilium.europa.eu


successo del sito web sul futuro dell’Ue
In luglio il sito web “Debate Europe”, forum lanciato in 21 lingue dalla Commissione europea nel marzo 2006 nell’ambito del piano D per la democrazia, il dialogo e il dibattito allo scopo di favorire la discussione a livello europeo, ha raggiunto il milione di visitatori. Un buon risultato di partecipazione, con una media di 200.000 visitatori al mese e 12.700 contributi. Il forum dà la possibilità ai cittadini europei di partecipare a discussioni incentrate su tre grandi temi: lo sviluppo economico e sociale dell’Europa; come l’Europa e la sua missione sono percepite; i confini dell’Europa e il suo ruolo nel mondo. Vi hanno preso parte cittadini di tutti i Paesi europei e di altri Paesi, il 90% dei quali uomini d’età compresa tra i 18 e i 44 anni. I contributi alla discussione, che attualmente ha luogo prevalentemente in inglese (56%), francese (23%) e tedesco (7%), possono essere presentati nelle 20 lingue ufficiali dell’Ue e in catalano.
«La gente mostra grande interesse e desiderio di dire la propria sull’Europa. Non vi è questione o problema che non si possa affrontare nell’attuale dibattito sul futuro dell’Europa e mi piacerebbe che vi fosse una maggiore partecipazione delle donne» ha commentato Margot Wallström, vicepresidente e commissaria per le Relazioni istituzionali e la Strategia di comunicazione. Secondo la commissaria europea, il successo del forum di discussione virtuale «dimostra che non dobbiamo solo adoperarci per elaborare le giuste politiche e istituzioni, ma anche per offrire agli europei maggiori occasioni d’incontro e di discussione». La Commissione europea si avvale dei contributi al forum per la propria analisi sul futuro dell’Europa nell’ambito della riflessione attualmente in corso.

INFORMAZIONI: http://europa.eu/debateeurope/index_it.htm

consiglio informale sociale a Helsinki
I rappresentanti dei partner sociali europei hanno incontrato, il 6 luglio scorso a Helsinki, la troika sociale e il commissario per gli Affari Sociali Vladimir Spidla. A fianco di Unice e Ueapme per le imprese, Ceep per le imprese a partecipazione pubblica e di interesse economico generale e Ces per i sindacati, hanno preso parte all’incontro i rappresentanti della Piattaforma delle Ong sociali europee. Le azioni prioritarie richieste ai ministri dagli attori sociali sono: il miglioramento della qualità della vita professionale, la garanzia di flessibilità e sicurezza sul mercato del lavoro, l’aumento degli investimenti in innovazione e tecnologia. Le Ong, in particolare, chiedono la promozione dell’uguaglianza, la fine delle discriminazioni, la sicurezza sul posto di lavoro e la promozione di un accesso alla formazione continua per tutti. La Ces esorta alla promozione di una vera Europa a favore di conoscenza e innovazione e chiede maggiori investimenti per le attività di R&D. L’Unice insiste invece sull’importanza dell’innovazione e allo stesso tempo dell’affermazione di un modello sociale europeo. In questo senso il dibattito sulla flessibilità-sicurezza del mercato del lavoro, in agenda per ottobre, costituirà una tappa importante per la garanzia futura del modello.
(Fonte: Apice)
INFORMAZIONI:http://www.eu2006.fi/calendar/vko27/en_GB/1129729503392/?calYear=2006&calMonth=6

disoccupazione: sussidi solo nel Paese di residenza
Un cittadino europeo che percepisce un sussidio statale di disoccupazione rischia di vedere la prestazione interrotta nel momento in cui si trasferisce in un altro Stato membro dell’Ue. Lo ha stabilito una sentenza della Corte di giustizia europea, rilevando che «anche se il Trattato prevede che ogni cittadino dell’Ue ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, tale diritto non è incondizionato». Il caso discusso riguarda un cittadino belga che a partire dal 1997 ha iniziato a percepire il sussidio di disoccupazione accordatogli dalle autorità del Belgio. Due anni dopo si è trasferito in Francia e, una volta che i responsabili belgi hanno verificato il cambiamento di residenza, hanno interrotto l’erogazione dell’assegno con un provvedimento a effetto retroattivo, che impone quindi il rimborso della somma percepita a partire dal momento del trasferimento. Il cittadino si è appellato al diritto di circolazione nell’Ue e il caso è approdato alla Corte europea, che ha invece dato ragione allo Stato belga sottolineando che «l’imposizione di una condizione di residenza risponde all’esigenza di controllare la situazione professionale e familiare dei disoccupati per verificare che non abbia subito modifiche tali da incidere sulla prestazione concessa». La Corte ha tuttavia riconosciuto che la prestazione non deve essere interrotta nel caso in cui il disoccupato si rechi in un altro Stato membro per cercare lavoro o se vi risiedeva in passato.
(Fonte: Ansa)


proposti nuovi impegni sull’immigrazione illegale
I ministri degli Esteri dell’Ue, riuniti a metà luglio a Bruxelles, hanno espresso preoccupazione «per l’aumento dei flussi migratori illegali nel Mediterraneo e nell’Atlantico» e hanno sottolineato la necessità di attuare «misure concrete a breve, medio e lungo termine, compresa la cooperazione operativa marittima» per assicurare adeguata capacità di sorveglianza alle frontiere marittime. Dopo essersi dichiarati soddisfatti per i risultati della Conferenza ministeriale euro-africana, svoltasi recentemente a Rabat, i ministri hanno sollecitato lo svolgimento di ulteriori lavori, anche sulle rotte migratorie dell’Africa orientale. Il Consiglio dei ministri europei ha poi sottolineato l’importanza di svolgere «efficaci lavori preparatori per la Conferenza Ue-Africa sulla migrazione e lo sviluppo, che la Libia ha offerto di ospitare a Tripoli, quale contributo per una strategia comune e per il secondo vertice Ue-Africa, da tenersi al più presto a Lisbona». Intervenendo al dibattito, il sottosegretario degli Esteri italiano Famiano Crucianelli ha sottolineato la necessità di coinvolgere tutti i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori. Da parte italiana è giunta anche la richiesta di attribuire al settore immigrazione risorse finanziarie adeguate: «Il lieve aumento proposto dalla Commissione Ue non appare soddisfacente» ha detto il sottosegretario italiano. Secondo il governo italiano, le risorse disponibili dovrebbero essere prioritariamente indirizzate ai Paesi dell’Africa e del Mediterraneo.

via libera ai nuovi Fondi strutturali
Il Parlamento europeo ha approvato il 4 luglio scorso un pacchetto relativo ai Fondi strutturali per il periodo 2007-2013: dal prossimo gennaio saranno stanziati 308 miliardi di euro per contribuire alla convergenza degli Stati membri e delle regioni in ritardo di sviluppo, per sostenere la coesione sociale e per promuovere la cooperazione territoriale. Le 5 relazioni adottate dall’Aula europarlamentare definiscono gli obiettivi dei Fondi, le loro risorse e i criteri per la loro assegnazione. Frutto di un accordo con il Consiglio e la Commissione, i 5 provvedimenti (3 in codecisione e 2 pareri conformi) definiscono gli obiettivi dei Fondi strutturali e di coesione, i criteri cui devono attenersi gli Stati membri e le regioni per essere ammissibili al sostegno comunitario, le risorse finanziarie disponibili e i loro criteri di attribuzione in seno all’Ue ampliata. I Fondi saranno operativi dal 1° gennaio 2007, ma prima che gli stanziamenti siano attribuiti agli Stati membri è necessario che la Commissione negozi i Programmi operativi nazionali. Va ricordato che, secondo il quarto Rapporto interinale sulla coesione in Europa redatto dalla Commissione europea, l’Italia sarà il secondo tra i “vecchi” Stati membri dell’Ue (il primo è la Spagna) a beneficiare del livello più elevato dei Fondi strutturali per il periodo 2007-2013. Nell’insieme dell’Ue a 27 (quale dovrebbe essere dal gennaio 2007) invece, l’Italia si posiziona al terzo posto, dopo la Polonia e la Spagna.

giovani: incidenti d’auto prima causa di morte
I giovani europei con meno di 20 anni muoiono soprattutto in incidenti stradali, mentre la causa di morte più diffusa tra gli adulti è l’infarto. È quanto emerge da una recente indagine di Eurostat che ha preso in esame i decessi nei Paesi dell’Ue negli ultimi anni.
Secondo le statistiche, il 27% delle morti tra i giovani sotto i 20 è dovuto a cause esterne; di queste, circa la metà sono riconducibili a incidenti d’auto, in cui restano coinvolti i maschi due volte più delle femmine. Prendendo in considerazione invece la fascia d’età 20-44 anni, i dati Eurostat evidenziano una tendenza poco nota: i suicidi nell’Ue causano un numero di morti simile a quello degli incidenti stradali. In questo caso emergono però notevoli differenze tra gli Stati membri: il numero dei suicidi è più elevato negli Stati membri del nord-est, mentre è decisamente più basso in quelli del sud (compresa l’Italia). Considerando solo il sesso maschile, il record di suicidi spetta ai Paesi baltici che nel biennio 2003-2005 hanno registrato 90 morti in Lituania, 55 in Estonia e 54 in Lettonia. Seguono la Finlandia e il Belgio con 11 casi. Gli ultimi posti spettano all’Italia, con 10 morti, e alla Grecia, dove i suicidi sono stati solo 5.
Le donne sono invece meno esposte al rischio suicidio in tutta l’Ue: si tolgono la vita circa quattro volte meno degli uomini.
(Fonte: Ansa)