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Euronote 41/2006


Lisbona 6 anni dopo

Vignetta di Steve All’inizio del nuovo Millennio, nel marzo 2000, di fronte ai nuovi scenari mondiali creati dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica, l’Ue decise di intervenire in modo coerente con i propri valori per sfruttare le opportunità che si presentavano. Così, i capi di Stato e di governo europei riuniti nel Consiglio europeo di Lisbona concordarono un programma per promuovere l’innovazione, le riforme economiche e la modernizzazione dei sistemi di previdenza sociale e d’istruzione. L’obiettivo fissato, da realizzare in un decennio, era ambizioso: «Diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Furono indicati anche dei parametri da soddisfare entro il 2010 per raggiungere l’obiettivo: innalzare il tasso medio di occupazione dell’Ue al 70%, il tasso di occupazione femminile al 60% e quello dei cittadini con 55-64 anni d’età al 50%. Lo sviluppo di strategie per l’occupazione era considerato prioritario e doveva prevedere nuovi meccanismi fiscali, incentivi alle persone che prolungano la loro vita lavorativa e il miglioramento dell’assistenza alle famiglie. Indispensabili, inoltre, investimenti nella formazione e il pieno coinvolgimento delle parti sociali. Altre priorità erano individuate nelle riforme necessarie a completare il mercato interno, per renderlo più dinamico e competitivo, e accelerare l’integrazione dei mercati finanziari, nonché moltiplicare gli investimenti nella ricerca e nella conoscenza per incentivare la competitività e nuovi posti di lavoro.
Al fine di monitorare lo stato di attuazione di questa strategia (denominata appunto Strategia di Lisbona) si decise di dedicarvi ogni anno il Consiglio europeo di primavera (marzo), che nel 2005 ha stilato un bilancio di metà percorso non entusiastico: dopo 5 anni le prestazioni previste per l’economia europea in materia di crescita, di produttività e di occupazione non erano state raggiunte; la creazione di posti di lavoro aveva subito un rallentamento; restavano insufficienti gli investimenti nel settore della ricerca e dello sviluppo. Secondo la Commissione europea, gli scarsi risultati ottenuti derivavano da: assenza di azione politica risoluta e incapacità di ultimare il mercato interno dei beni e di creare quello dei servizi; agenda eccessivamente nutrita; coordinamento mediocre e priorità inconciliabili.
Il Consiglio europeo della primavera 2005 decideva allora di rilanciare «senza indugi» la Strategia di Lisbona e procedere a un «riorientamento delle priorità» verso la crescita e l’occupazione, considerando indispensabile una mobilitazione di tutti i mezzi nazionali e comunitari a disposizione nelle dimensioni economica, sociale e ambientale della Strategia. La Commissione propose dunque un processo di coordinamento semplificato, accompagnato da una concentrazione degli sforzi sui Piani di azione nazionali (Pan), e di concentrare l’attenzione sulle azioni necessarie più che sugli obiettivi in cifre da raggiungere.

Valutazione della Commissione

Nel gennaio di quest’anno, poi, l’esecutivo europeo ha espresso la sua valutazione sul primo anno di attuazione della Strategia rivista e rilanciata nel 2005. Pur se aumentato, all’inizio del 2006 il tasso di occupazione è ancora nettamente al di sotto degli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona per il 2010: il divario è di circa 6 punti percentuali per il dato complessivo e di 4 e 9 punti per le donne e per i lavoratori anziani. La Commissione individua quindi quattro settori di azione prioritaria: investire nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione; eliminare le costrizioni per le Piccole e medie imprese (Pmi); incrementare la popolazione attiva mediante politiche del lavoro; garantire l’approvvigionamento sicuro e sostenibile di energia.
«Da quando abbiamo rilanciato la Strategia di Lisbona, l’anno scorso, vi è tutta un’aria di cambiamento a Bruxelles e nelle capitali nazionali. È cambiata l’andatura nelle nostre attività e vi sono ormai le basi adeguate» ha dichiarato il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, presentando la relazione annuale. Sottolineando l’importanza dei 25 programmi nazionali di riforme, indice del nuovo grado d’impegno degli Stati membri, Barroso ha però esortato alla concretizzazione dei “buoni intenti”: «Gli Stati membri devono accelerare le riforme, tradurre in pratiche comuni, trovare la volontà politica di conciliare le parole con gli atti. È il momento di passare alla marcia superiore. La nostra ambizione è chiara: miriamo ad avere università eccellenti, lavoratori dotati di alta istruzione e formazione, sistemi solidi di prestazioni sociali e di pensioni, le industrie più competitive e l’ambiente più pulito».

Consiglio di primavera 2006

Alla luce del documento della Commissione, il Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles nei giorni 23-24 marzo 2006 ha ribadito la necessità di riforme strutturali: maggiori investimenti in crescita, innovazione, ricerca e formazione; aumentare la partecipazione al lavoro di tutte la categorie di lavoratori (giovani, donne, lavoratori anziani, diversamente abili, immigrati). Tenendo conto della ripresa economica (vedi l’inserto di questo numero) sono necessarie alcune misure per la creazione di 2 milioni di posti di lavoro entro il 2010. Gli assi su cui investire sono:
• Eliminazione delle barriere che impediscono l’accesso al mercato del lavoro o i passaggi da una situazione lavorativa a un’altra.
• Riduzione dell’abbandono scolastico (che entro il 2010 dovrebbe essere limitato al 10%) e diffusione della formazione post-obbligo (che entro il 2010 dovrebbe riguardare almeno l’85% dei giovani al di sopra dei 22 anni).
• Strategie di invecchiamento attivo, che stimolino i lavoratori a restare più a lungo al lavoro e a ritirarsene gradualmente ricorrendo al lavoro part time.
• Pari opportunità: il Consiglio ha approvato il Patto per l’uguaglianza tra gli uomini e le donne, in cui enuncia la necessità di promuovere l’occupazione femminile, di vigilare sul principio dell’uguale salario per uguale lavoro e di implementare misure per una più semplice conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare.
• Equilibrio tra flessibilità e sicurezza: gli Stati membri sono invitati a perseguire riforme del mercato del lavoro e politiche sociali integrate nell’approccio della flexicurité (flessibilità e sicurezza). Il Consiglio, dunque, accoglie l’approccio della Commissione e si impegna ad avviare una riflessione interistituzionale per l’elaborazione di un insieme di principi comuni sulla flexicurité, che dovrebbero rappresentare il quadro di riferimento per la creazione di mercati del lavoro più aperti e reattivi e di luoghi di lavoro più produttivi.

INFORMAZIONI:
http://europa.eu.int/growthandjobs/annual-report_en.htm
http://epp.eurostat.cec.eu.int/portal


i ritardi dell'Ue su istruzione e formazione

Risultati positivi sono stati registrati in alcuni settori, ma i progressi realizzati dai sistemi europei di istruzione e formazione, nell’ottica del pieno raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, sono ancora scarsi. Questa la principale conclusione dell’edizione 2006 del Rapporto annuale elaborato dalla Commissione europea sui progressi verso gli obiettivi di Lisbona nell’istruzione e nella formazione, reso noto il 16 maggio scorso. Sono necessari e fondamentali dei «passi avanti più decisi», ha dichiarato il commissario europeo responsabile per Istruzione, formazione, cultura e multilinguismo Ján Figel, altrimenti «la competitività dell’Europa non potrà progredire».

troppi abbandoni scolastici

In base ai dati relativi al 2005, infatti, sono circa 6 milioni i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato la scuola prematuramente. Per raggiungere gli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona, cioè una percentuale massima del 10% di giovani che abbandonano gli studi, sarebbe necessario che almeno 2 milioni di coloro che hanno abbandonato riprendessero il percorso educativo. In alcuni Stati membri, l’obiettivo dell’85% di studenti che abbiano concluso positivamente gli studi superiori è già stato raggiunto e superato: ad esempio in Slovacchia il dato raggiunge il 91,5%, in Slovenia il 90,6% e nella Repubblica Ceca il 90,3%. Molto diversa però la situazione nella maggior parte degli altri Paesi dell’Ue.
Un dato positivo si registra invece nel settore della matematica, delle scienze e della tecnologia, in cui, se l’attuale tendenza sarà confermata, circa un milione di studenti otterrà un diploma ogni anno, rispetto agli attuali 755.000 mila. I risultati migliori in questo campo si registrano in Irlanda (24,2 diplomati su 1000), Francia (22,2) e Regno Unito (21). La percentuale di donne diplomate in queste materie è particolarmente alta in Estonia, Cipro e Portogallo.

aumentare gli investimenti

Per quanto riguarda la formazione lungo tutto l’arco della vita, gli obiettivi di Lisbona potranno essere raggiunti solo quando altri 4 milioni di cittadini vi potranno accedere. Un altro dato preoccupante riguarda le competenze in lettura, che sono ancora scarse per uno studente su cinque con meno di 15 anni di età. L’investimento di ciascun Paese per ogni studente dovrà raddoppiare nei prossimi anni, con un incremento di 10.000 euro all’anno, così da raggiungere i livelli che si rilevano ad esempio negli Usa. Se però la spesa pubblica destinata al settore dell’istruzione e della formazione può raggiungere livelli comparabili a quelli degli Usa e superiori a quelli del Giappone, molto resta invece da fare per incrementare gli investimenti del settore privato. Sarà inoltre necessario formare almeno un milione di nuovi insegnanti per sostituire quelli che andranno in pensione nei prossimi anni e migliorare il sistema di apprendimento delle lingue. In base ai dati 2003, è infatti ancora al di sotto della media il numero di studenti che apprendono almeno due lingue straniere.

accelerare le riforme

Già nel novembre 2005 la Commissione europea aveva lanciato un monito sulla necessità di riformare i sistemi di istruzione e formazione negli Stati membri: senza una decisa accelerazione del ritmo delle riforme una quota consistente della prossima generazione dovrà confrontarsi con l’esclusione sociale, sosteneva una comunicazione dell’esecutivo europeo sull’argomento.
Nonostante gli sforzi realizzati da tutti gli Stati membri, notava la Commissione, progressi insufficienti sono stati compiuti in rapporto ai livelli di riferimento europei fissati per il miglioramento delle qualifiche e delle competenze dei giovani. In una simile situazione, dunque, le conseguenze saranno gravi per tutti i cittadini europei e in particolare per i gruppi sfavoriti e per i circa 80 milioni di lavoratori poco qualificati in Europa. Oltre che, naturalmente, per l’intera economia in termini di competitività e di creazione di posti di lavoro. La comunicazione sottolineava inoltre come fossero troppo pochi gli adulti che partecipano all’istruzione e alla formazione lungo tutto l’arco della vita, esortando tutti gli Stati membri a realizzare urgentemente delle strategie nazionali.

le “competenze chiave”


Nella comunicazione dello scorso anno, inoltre, la Commissione affermava la necessità di riforme sia efficienti che eque e che i partenariati di apprendimento fossero stabiliti a tutti i livelli, al fine di migliorare la gestione dei sistemi. Contemporaneamente, era richiesta una migliore valutazione delle politiche per controllare l’efficacia delle riforme introdotte, nonché un uso «più giudizioso» dei Fondi strutturali per quanto concerne gli investimenti nel capitale umano.
La Commissione aveva approvato anche una proposta di raccomandazione del Parlamento e del Consiglio, mirante a stabilire un «quadro europeo delle competenze chiave», strumento di riferimento pratico destinato a sostenere gli sforzi degli Stati membri. L’intenzione era di definire caratteristiche, conoscenze e attitudini che tutti gli europei dovrebbero avere per riuscire in una società e in un’economia fondate sulla conoscenza. Erano così individuate otto «competenze chiave»: saper comunicare nella lingua madre; saper comunicare in una lingua straniera; cultura di base in matematica, scienze e tecnologia; competenze informatiche; capacità di apprendimento; attitudini interpersonali, interculturali e competenze sociali e civiche; spirito imprenditoriale; espressione culturale.
Oltre a concentrarsi sulle qualifiche di base, la Commissione includeva alcuni «elementi orizzontali», come la riflessione critica, la creatività, la dimensione europea e la cittadinanza attiva, nell’idea che tali competenze contribuiscano alla maturazione personale, favoriscano la partecipazione attiva e migliorino la capacità di inserimento professionale.
(Fonte: http://ec.europa.eu/italia)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/education/policies/2010/objectives_en.html#measuring

la Commissione propone un'Agenda per i cittadini


Il dibattito attualmente in corso in Europa sul futuro dell’Unione europea evidenzia il divario esistente tra le politiche e le misure adottate dalle istituzioni europee e il modo in cui i cittadini interpretano il ruolo dell’Ue. Al fine di ottenere la fiducia della popolazione europea, la Commissione ha deciso di utilizzare tutte le risorse a sua disposizione per rispondere ai vari problemi sollevati dai cittadini. Si tratterà di risposte politiche consistenti in varie iniziative a livello europeo, che si baseranno su una vera e propria “Agenda per i cittadini” che la Commissione ha proposto il 10 maggio scorso di definire in vista del prossimo Consiglio europeo di giugno, chiamato a fare il punto sul periodo di riflessione sull’avvenire dell’Europa.
«I cittadini vogliono avere voce in capitolo. Si aspettano che l’Europa svolga un ruolo guida. Anche se nutrono sentimenti contrastanti nei confronti dell’appartenenza all’Ue o del modo in cui funziona l’Unione, hanno fiducia nella capacità dell’Unione europea di attuare le politiche» ha dichiarato la vicepresidente della Commissione europea Margot Wallström, responsabile delle Relazioni istituzionali e della Strategia di comunicazione. L’agenda proposta dall’esecutivo europeo è incentrata sugli obiettivi strategici della prosperità, della solidarietà e della sicurezza, con un’attenzione particolare alla crescita e all’occupazione, e intende fornire una risposta ai vari messaggi scaturiti dal Piano D sulla comunicazione e dai dibattiti nazionali svoltisi durante il periodo di riflessione proclamato dai leader europei. Secondo la Commissione, infatti, è ora di tradurre il dialogo in azioni concrete.
«Negli ultimi diciotto mesi ci siamo occupati con successo di molte questioni che all’inizio del mio mandato erano bloccate» ha detto il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, spiegando il senso dell’iniziativa: «Stiamo adottando un’ambiziosa agenda per i cittadini, che si basa sulle politiche e richiede oggi un’azione concertata degli Stati membri e delle istituzioni dell’Ue, nonché un rinnovato impegno a favore dell’Europa. Solo ottenendo risultati concreti potremo far sì che i cittadini ritrovino la fiducia nell’Europa e creare i presupposti per una soluzione istituzionale».

priorità dell’Agenda

La proposta della Commissione mira a soddisfare alcune priorità, che riguardano in particolare: il riesame del mercato unico in un’ottica a lungo termine; un’agenda per l’accesso e la solidarietà, parallela al riesame del mercato unico; far sì che i cittadini dell’Ue siano più informati e possano avvalersi più agevolmente dei loro diritti mediante l’introduzione di una “Carta dei diritti”; il miglioramento del processo decisionale e della responsabilità nell’ambito delle politiche di giustizia, libertà e sicurezza, utilizzando le possibilità offerte dal Trattato.
La Commissione ribadisce inoltre il suo impegno a una partecipazione più attiva nel dibattito sui tempi e sulla portata dei prossimi allargamenti dell’Ue, mentre pubblicherà un documento strategico sulle relazioni esterne dell’Unione e avvierà nel corso dell’anno un dibattito sulle conseguenze esterne per l’Ue derivanti dalla globalizzazione. È proposta anche una serie di iniziative concrete per consolidare il partenariato, con suggerimenti su nuovi modi per ridurre la burocrazia e migliorare la trasparenza, nonché di rinsaldare le relazioni con i parlamenti nazionali.
Varie misure possono essere adottate utilizzando i Trattati esistenti, perché «l’Europa non è paralizzata dalla mancanza di una Costituzione» come sostiene la Commissione, tuttavia oltre alle azioni politiche è necessario un rilancio istituzionale. Per questo, la Commissione propone che il Consiglio europeo di giugno approvi un’impostazione graduale, invitando anzitutto i leader europei a adottare una nuova dichiarazione politica e a ribadire il loro impegno nel 2007, cioè nel 50° anniversario della firma del Trattato di Roma. Sulla base di questa dichiarazione, il Consiglio europeo adotterebbe decisioni volte ad avviare un processo finalizzato a una futura soluzione istituzionale. L’appuntamento successivo sarà nel 2008-2009, quando la Commissione riferirà sul futuro finanziamento dell’Unione nel quadro della revisione di metà percorso delle prospettive finanziarie.
«Speriamo di vedere un superamento del Trattato di Nizza per la fine del mandato di questa Commissione» ha dichiarato Barroso, chiedendo un sincero impegno europeista ai leader degli Stati membri.

contesto dell’iniziativa

Con la dichiarazione adottata un anno fa (giugno 2005), dopo l’esito negativo dei referendum costituzionali in Francia e Paesi Bassi, i capi di Stato e di governo europei auspicavano l’avvio di un ampio dibattito in ogni Stato membro sul futuro dell’Ue, invitando le istituzioni europee e la Commissione in particolare a contribuirvi attivamente. Così, nell’ottobre 2005 l’esecutivo europeo aveva reso noto il suo “Contributo al periodo di riflessione” in cui definiva tredici iniziative da prendere a livello comunitario, oltre ad assistere gli Stati membri nei dibattiti nazionali. Il documento prevedeva anche un processo di feedback, con l’impegno di realizzare uno speciale Eurobarometro sul futuro dell’Europa (vedi box) e di elaborare una sintesi globale delle visite e dei dibattiti nazionali organizzati in tutta l’Ue. All’inizio della presidenza di turno austriaca, nel gennaio scorso, il cancelliere Schüssel aveva poi invitato la Commissione ad esporre ai capi di Stato e di governo le sue idee per il dibattito, cosa avvenuta con la comunicazione adottata il 10 maggio dalla Commissione che intende rispondere agli impegni assunti e alle richieste formulate.

“riconnessione” con i cittadini

«Ci sono alcune importanti indicazioni che si possono trarre dai dibattiti nazionali e che sono confermate dal sondaggio Eurobarometro», sostiene la commissaria Wallström che le ha illustrate nelle scorse settimane all’aula del Parlamento europeo. Innanzitutto il fatto che i cittadini europei sono preoccupati dagli alti livelli di disoccupazione e dagli effetti negativi della globalizzazione: la protezione sociale e i livelli di vita dei cittadini sono infatti al centro di ogni dibattito. La seconda questione individuata dalla commissaria europea riguarda l’allargamento dell’Ue, in merito al quale la maggior parte degli europei chiede di conoscere tempi e obiettivi: le istituzioni europee devono quindi spiegare perché tale processo è necessario e come procederà. Infine, sostiene la vicepresidente della Commissione, dai dibattiti e dai sondaggi emerge che i cittadini europei vogliono in maggioranza «più Europa, non meno», ma essi vogliono vedere risultati concreti ed essere coinvolti nel processo politico. Gli europei percepiscono l’Ue come un’entità che può proteggerli e ad essa chiedono maggior sicurezza, livelli più elevati di protezione ambientale, sicurezza alimentare, stabili forniture energetiche, sottolinea Wallström che considera l’adozione dell’Agenda proprio il tentativo della Commissione di rispondere a queste domande. Il futuro dell’Ue passa attraverso una «riconnessione con i cittadini», ma la ricerca di risultati attraverso politiche concrete per la popolazione non è alternativa all’affrontare le questioni istituzionali, sostiene Wallström che ricorda come sia giusto ascoltare le posizioni dei Paesi che hanno detto “no” al Trattato costituzionale ma egualmente importante prendere atto che ormai 16 Stati lo hanno già ratificato. Per questo si sta cercando un accordo affinché Commissione, Parlamento e Consiglio adottino nel 2007 una dichiarazione comune che stabilisca le basi del futuro processo di costruzione europea.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/dgs/communication/index_it.htm

IL SITO WEB EUROPEO SUL FUTURO DELL’UE

La Commissione europea ha aperto alla fine dello scorso mese di marzo un sito Internet multilingue dedicato al dibattito sul futuro dell’Europa. Denominato appunto “Debate Europe”, il sito web raccoglie in 20 lingue i vari materiali, le opinioni e le riflessioni prodotti nel corso dei dibattiti europei cui sono invitati a partecipare tutti i cittadini, nell’ambito del Piano D promosso dalla Commissione in risposta alla richiesta del Consiglio europeo di procedere a un periodo di riflessione. I risultati di questi dibattiti figureranno nella relazione che la Commissione redigerà al termine del periodo di riflessione.
«So che molti dicono di aver perduto la fiducia nell’Unione europea perché, a loro parere, essa si è assunta troppe responsabilità ed è diventata molto complessa e difficile da capire» si legge sul sito web in un messaggio della commissaria europea responsabile per le Relazioni istituzionali e la Strategia di comunicazione, Margot Wallström. «Ma quando nei nostri sondaggi chiediamo l’opinione degli Europei - continua la commissaria europea - sentiamo dire che l’Ue dovrebbe occuparsi, per esempio, di questioni come la disoccupazione, la globalizzazione, le pensioni, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’ambiente. Noi vogliamo sapere che cosa vi aspettate dall’Europa e che cosa vi preoccupa in quanto europei».

INFORMAZIONI: http://europa.eu/debateeurope/index_it.htm

EUROBAROMETRO: I CITTADINI CHIEDONO PIÙ EUROPA

Il 5 maggio scorso sono stati pubblicati i dati di due sondaggi europei, condotti tra febbraio e marzo 2006 nell’ambito del Piano D per democrazia, dialogo e dibattito, che mostrano crescenti aspettative nell’Ue da parte dell’opinione pubblica europea. I cittadini intervistati, infatti, chiedono “più Europa” e auspicano un intervento più incisivo dell’Ue in un gran numero di settori, esprimendo preoccupazione soprattutto su questioni quali la disoccupazione, la sicurezza, la responsabilità delle istituzioni e i futuri allargamenti.
Secondo i dati raccolti da Eurobarometro, i cittadini europei mostrano ottimismo sul processo europeo. Regge l’immagine positiva delle istituzioni comunitarie: il 67% degli europei reputa l’Ue democratica e moderna, il 54% protettiva. Il 39% degli intervistati ritiene che la realtà europea sia migliore di quella nazionale e una persona su due considera positiva l’appartenenza all’Unione. Secondo i cittadini europei, poi, i maggiori risultati raggiunti dall’Europa unita riguardano la pace tra gli Stati membri (60%) e il mercato unico (56%). Uno dei dati più attesi, quello relativo al processo di allargamento, conferma le previsioni: il 55% degli europei considera positivo l’ingresso dei nuovi Stati membri, mentre per il 61% degli intervistati l’Europa a 25 favorirà l’accrescimento dell’influenza dell’Ue a livello internazionale.
Naturalmente emergono anche vari elementi critici al processo di costruzione europea. Un’ampia parte della popolazione considera l’Ue eccessivamente tecnocratica (49%) e inefficiente (43%), mentre è forte la critica per la carenza di integrazione politica e culturale. Tra gli elementi che potrebbero rafforzare il sentimento di appartenenza all’Unione europea, i cittadini considerano più importante la creazione di un sistema europeo di protezione sociale che non una Costituzione comune o un presidente eletto a suffragio universale.
Notando come l’Ue sia associata all’idea di sicurezza, intesa come sicurezza sociale e come protezione dal crimine e dal terrorismo ma anche come sicurezza ambientale e delle condizioni di vita e di lavoro, la commissaria europea per le Relazioni istituzionali e la Strategia di comunicazione, Margot Wallström, deduce che gli europei «desiderano un’Europa più forte». I cittadini, sostiene la commissaria, si attendono dall’Ue soluzioni in termini di pace nel mondo, democrazia, standard di vita, ricerca, innovazione e crescita economica: «Questi devono essere i fondamenti dell’agenda politica europea».

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm

risultati positivi dall'allargamento dell'Ue

Dopo l’allargamento dell’Ue, avvenuto nel maggio 2004, i tassi di occupazione dei cittadini provenienti dai nuovi Stati membri sono diventati generalmente comparabili, e in alcuni casi superiori, a quelli delle popolazioni nazionali. I cittadini dei nuovi Stati, dunque, contribuiscono in modo positivo ai risultati generali del mercato del lavoro, alla crescita economica e alle finanze pubbliche. Restano gli “effetti indesiderabili” del lavoro non dichiarato o irregolare che, per altro, l’allargamento sembra aver ridotto e che sono tanto più pesanti quanto più sono state forti e restrittive le deroghe alla libera circolazione dei lavoratori.
Nel presentare i dati relativi ai primi due anni di allargamento dell’Ue, il commissario europeo agli Affari sociali e all’Occupazione, Vladimir Spidla, ha invitato gli Stati membri a valutare se mantenere in vita le limitazioni transitorie, anche in considerazione del fatto che i flussi migratori sembrano determinati più dai meccanismi intrinseci della domanda e dell’offerta di lavoro che dalle disposizioni in vigore: la maggior parte dei permessi di lavoro concessi era relativa a impieghi stagionali o di breve durata alla cui conclusione i lavoratori tornano nei rispettivi Paesi di origine.

sulla mobilità approcci diversi

Il pronunciamento degli Stati membri è arrivato, come previsto, entro la fine dello scorso mese di aprile. Due sono i Paesi che hanno comunicato di mantenere le deroghe senza alcuna modifica: Austria e Germania. In altri Paesi sono state annunciate eliminazioni progressive:
• per tipi di lavoro: il Belgio eliminerà progressivamente le limitazioni di ingresso per infermieri, idraulici, elettricisti, architetti e ingegneri informatici;
• per forme contrattuali: la Danimarca semplificherà le procedure per l’ingresso di lavoratori “coperti” dalle contrattazioni collettive;
• per scansione temporale: la Francia eliminerà le deroghe in maniera progressiva e controllata; il governo olandese è stato costretto dalle pressioni del Paramento a rinviare all’anno prossimo la decisione.
Accanto a questi Paesi ci sono poi quelli che invece, di fatto, non applicano nessuna restrizione all’ingresso dei lavoratori. Tre Paesi, Regno Unito, Irlanda e Svezia, non hanno mai applicato limitazioni; altri le hanno inizialmente applicate ma, constatate le loro necessità di manodopera e probabilmente confortati dalle esperienze di altri Paesi e dai dati presentati a febbraio, hanno annunciato già dall’inizio della primavera scorsa l’eliminazione delle deroghe. È il caso di Portogallo, Grecia, Spagna e Finlandia.
Peculiare la situazione dell’Italia, che ha comunicato di non aver intenzione di rimuovere le deroghe ma di avere aumentato le quote di visti di ingresso dai nuovi Stati membri.
Commentando questo quadro generale, il commissario Spidla si è detto soddisfatto e ha definito tali decisioni come capaci di «rafforzare la cooperazione sul mercato interno». La Commissione, ha detto ancora Spidla, non farà pressione sugli Stati membri ma svolgerà appieno il suo ruolo di promotore della discussione sulla libera circolazione per giungere all’apertura totale del mercato.

buoni risultati economici


L’ingresso di nuovi cittadini, dunque, non destabilizza i mercati e non reca nemmeno un danno all’economia: questo almeno è quanto si deduce dalla comunicazione sulla situazione economica dell’Ue a 25 presentata dalla Commissione a due anni dall’allargamento. I dati evidenziano che l’allargamento è stato un successo economico evidente, un “gioco a somma positiva” in cui tutti hanno vinto e che permette all’Europa di fronteggiare meglio le sfide della globalizzazione. La crescita economica dei nuovi Stati membri è stata tra il 1997 e il 2005 del 3,75% contro il 2,5% dell’Ue a 15, le cui imprese hanno trovato nei nuovi Stati membri opportunità commerciali e di investimento. L’allargamento ha portato lavoro nell’Ue a 15 (35.000 posti di lavoro in Danimarca), ha creato investimenti nei nuovi Stati (191 miliardi di euro nel 2004) e ha ridotto al minimo gli effetti della delocalizzazione, che indubbiamente è un problema esistente ma non tra vecchi e nuovi Stati europei: non ci sono evidenze, infatti, di un massiccio trasferimento di attività dai Quindici ai Dieci.
Da questi dati non è possibile trarre alcuna indicazione sull’impatto della futura possibile adesione turca all’Ue, ma ancora una volta si conferma quanto visto in occasione di precedenti adesioni: l’ingresso nell’Ue di nuovi Stati determina una diffusione e una stabilizzazione dei diritti di cittadinanza con innegabili vantaggi economici, prima ancora che politici, per tutti. (marina marchisio)

CHI MANTIENE LE RESTRIZIONI SULLA MOBILITÀ DEI LAVORATORI

Il 30 aprile scorso è terminata la prima fase dell’allargamento dell’Ue nella quale la quasi totalità dei 15 “vecchi” Stati membri, tranne Irlanda, Regno Unito e Svezia, ha utilizzato la possibilità prevista dall’Ue di attuare restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori provenienti da 8 dei 10 nuovi Stati membri (i cittadini di Cipro e Malta erano infatti esclusi dalla normativa). Entro tale data, dunque, i governi dei 12 Stati membri che hanno attuato le restrizioni nei primi due anni di allargamento dell’Ue dovevano comunicare alla Commissione le loro intenzioni su eventuali deroghe del provvedimento che possono essere praticate fino al 2009.
Così, Austria, Germania e Italia hanno reso noto che manterranno le deroghe fino al termine massimo previsto, il 2009 appunto, anche se l’Italia potrebbe ampliare le quote d’ingresso previste. Belgio, Danimarca e Lussemburgo semplificheranno le procedure di ingresso per alcuni settori occupazionali o alcune situazioni. Francia e Paesi Bassi si sono pronunciate per una eliminazione graduale delle deroghe e dei sistema delle quote di ingressi, mentre Grecia, Spagna, Finlandia e Portogallo hanno invece comunicato l’intenzione di eliminare da subito le restrizioni per l’ingresso dei lavoratori provenienti dall’Europa orientale, aggiungendosi così ai 3 Stati membri che non le hanno mai utilizzate.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/comm/employment_social/free_movement/index_en.htm

decisione a ottobre per Bulgaria e Romania

I due Paesi europei che dovrebbero diventare Stati membri dell’Ue tra pochi mesi, cioè Bulgaria e Romania, potrebbero in realtà vedere posticipato il loro ingresso. È quanto ha stabilito la Commissione europea che il 16 maggio scorso ha presentato il suo Rapporto di valutazione sulla situazione dei due Paesi in vista dell’adesione all’Ue. La Commissione ritiene infatti che Bulgaria e Romania potrebbero essere pronti a diventare Stati membri dell’Ue dal 1° gennaio 2007, a condizione però che riescano a risolvere alcuni problemi ancora pendenti, soprattutto per quanto concerne la lotta alla corruzione e la riforma del sistema giudiziario nella direzione di maggiori trasparenza, efficienza e imparzialità.
L’approccio utilizzato, ha sottolineato la Commissione, è stato attentamente calibrato al fine di assicurare che il processo di riforme in atto in entrambi i Paesi prosegua anche dopo la loro adesione all’Ue.

progressi ancora insufficienti


Circa un anno fa, il 25 aprile 2005, Bulgaria e Romania avevano sottoscritto il Trattato di adesione che prevedeva per il 1° gennaio 2007 il loro ingresso nell’Ue, ma che permetteva alle istituzioni europee di decidere l’eventuale posticipo di un anno nel caso la Commissione avesse rilevato ritardi nelle riforme richieste e nell’adozione di parti importanti dell’acquis comunitario. Nell’ottobre 2005, poi, la Commissione aveva presentato un primo Rapporto di valutazione sul grado di preparazione dei due Paesi, in cui erano indicate varie carenze, riguardanti soprattutto la Romania. In ambito giudiziario, area chiave per l’adeguamento degli standard dei due Paesi a quelli dell’Ue, dall’ottobre scorso sia la Bulgaria che la Romania hanno compiuto notevoli passi avanti per riformare i propri sistemi. Entrambi i Paesi hanno adottato misure contro la corruzione che consentono di avviare delle indagini anche nei casi che coinvolgono le massime sfere della società. Tuttavia, secondo la Commissione sono necessari interventi ulteriori.

motivazioni e reazioni

Presentando a Bruxelles il Rapporto sulla situazione attuale dei due Paesi, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha dichiarato: «Bulgaria e Romania hanno compiuto chiari progressi dall’ottobre scorso, dei quali siamo consapevoli. Entrambi i Paesi dovrebbero riuscire a raggiungere gli obiettivi entro il termine previsto. Ma per riuscirci dovranno intensificare i propri sforzi, specialmente per quanto riguarda le riforme in campo giudiziario e la lotta alla corruzione. Incoraggio le autorità di Bulgaria e Romania a prendere le nostre raccomandazioni come un incentivo per completare la propria preparazione. L’Ue vuole onorare il suo impegno. Questo richiede il rispetto dei criteri di adesione stabiliti». Nella stessa occasione, il commissario europeo per l’Allargamento Olli Rehn ha aggiunto che «un sistema giudiziario indipendente, efficace e ben preparato per combattere la corruzione e il crimine organizzato, costituisce il fondamento di ogni società democratica», sottolineando come esso sia anche la «garanzia» per una riuscita adesione all’Ue, in quanto «il funzionamento dell’Unione europea si basa sul rispetto delle leggi».
Diverse le reazioni dei responsabili politici dei due Paesi. Mentre le autorità della Romania hanno lasciato intendere di essere disponibili ad accettare un eventuale rinvio dell’ingresso del loro Paese nell’Ue, i responsabili della Bulgaria si sono pronunciati ufficialmente contro l’ipotesi di un posticipo: il premier bulgaro Seguei Stanichev ha infatti dichiarato: «Non cercate di umiliarci», osservando inoltre che «l’attitudine di Bruxelles è condizionata dal cambiamento di atmosfera relativo all’allargamento in generale».

interventi richiesti

Affinché Bulgaria e Romania possano entrare a far parte dell’Ue già dal 1° gennaio 2007, basandosi sull’esito delle verifiche la Commissione ritiene necessario un maggiore impegno dei rispettivi governi nei seguenti ambiti:
• La Bulgaria deve dimostrare più chiaramente i risultati ottenuti nella lotta contro la corruzione, in termini di indagini e di procedimenti giudiziari. Deve inoltre riformare ulteriormente il settore giudiziario, in particolare per rafforzarne la trasparenza, l’efficienza e l’imparzialità.
• La Romania deve impegnarsi maggiormente e dimostrare di aver fatto ulteriori progressi nella lotta contro la corruzione. Deve inoltre consolidare l’attuazione delle riforme giudiziarie in corso, promuovendo ulteriormente la trasparenza, l’efficienza e l’imparzialità del sistema giudiziario.
Per quanto riguarda gli altri criteri, quelli economici rappresentano gli elementi di maggior successo, ma molto resta ancora da fare nel campo dei criteri politici, dei diritti umani (in particolare per quanto riguarda le minoranze) e nel recepimento dell’acquis comunitario. Al riguardo, la Commissione ha precisato che i capitoli che suscitano preoccupazione sono scesi dall’ottobre scorso da 16 a 6 per la Bulgaria e da 14 a 4 per la Romania.
La Commissione esaminerà nuovamente i progressi compiuti dai due Paesi non più tardi dell’inizio del prossimo mese di ottobre, occasione in cui l’esecutivo europeo valuterà se Bulgaria e Romania potranno aderire nel 2007 come previsto. Il prossimo Rapporto chiarirà inoltre in quali settori specifici potrebbe essere necessario applicare le clausole di salvaguardia, o misure analoghe, una volta che i due Paesi saranno entrati a far parte dell’Ue.

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Montenegro: un nuovo Stato nei Balcani

Con il referendum svoltosi il 21 maggio scorso, il Montenegro si è ufficialmente separato dalla Serbia, diventando così un nuovo Stato europeo indipendente e slegando il suo destino da quello della Serbia anche nell’ottica di un futuro ingresso nell’Unione europea. Essendo questo esito piuttosto prevedibile, l’Ue si era già preparata a gestire un dialogo negoziale separato con le autorità serbe e montenegrine, approntando la struttura giuridico-istituzionale necessaria. Tantopiù che, il 3 maggio scorso, il commissario europeo responsabile per l’allargamento Olli Rehn aveva annunciato la sospensione del negoziato di adesione con l’allora Serbia-Montenegro finché il governo di Belgrado non avesse consegnato al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia il generale serbo Ratko Mladic, ricercato per crimini di guerra commessi durante il conflitto jugoslavo degli anni Novanta. Dunque, mentre si è momentaneamente chiusa la strada verso l’Ue per la Serbia, il nuovo status del Montenegro probabilmente permetterà un avvicinamento molto più rapido all’Ue per questo nuovo e minuscolo Paese balcanico (650.000 abitanti).

grande affluenza alle urne

Con un’affluenza alle urne che ha sfiorato il 90%, dato che rafforza l’esito referendario, il 55,5% dei cittadini del Montenegro si è pronunciato a favore dell’indipendenza dalla Serbia. È stata così superata la soglia del 55% concordata dagli opposti schieramenti, con la mediazione dell’Ue, come base minima di suffragi per rendere possibile la secessione montenegrina. Il Montenegro non era indipendente dal 1918, mentre la battaglia politica degli indipendentisti condotta dal primo ministro Milo Djukanovic era in corso da circa dieci anni.
Il voto referendario è stato caratterizzato da un’affluenza record, una sostanziale regolarità almeno nelle procedure e da un clima complessivamente sereno, cioè molto diverso da quello che segnò la secessione da Belgrado delle altre repubbliche ex jugoslave. Secondo l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), il referendum si è svolto «in conformità con le norme dell’Osce, del Consiglio d’Europa e con gli altri standard internazionali per processi elettorali democratici», dando agli elettori «l’autentica possibilità di decidere sul futuro status attraverso un processo di democrazia diretta».

garantire la stabilità dei Balcani

Soddisfazione sull’esito referendario del Montenegro è stato espresso anche dai rappresentanti delle istituzioni europee. Sottolineando che l’Ue «rispetterà» il risultato del voto, l’Alto rappresentante della politica estera Javier Solana ha dichiarato che l’Unione europea è «pronta a cooperare», ma che è di fondamentale importanza che ora Serbia e Montenegro «parlino tra loro». Solana ha ricordato quanto sia importante garantire la stabilità dei Balcani, area in cui l’Ue è impegnata «da anni con molte risorse ed energia». Ora, però, è probabile che la nuova situazione creatasi con l’indipendenza del Montenegro influenzi il negoziato per lo status del Kosovo, regione della Serbia con forte desiderio d’indipendenza. La Serbia, dal canto suo, e soprattutto il governo del premier Vojislav Kostunica, in poche settimane è stata fortemente indebolita: le divisioni interne alle forze politiche e ai servizi segreti e di sicurezza hanno reso vana la promessa fatta al Tribunale dell’Aja di consegnare il generale Mladic entro la fine di aprile, cosa che ha indotto l’Ue a sospendere i negoziati di adesione e ha causato il crollo della credibilità internazionale del governo di Belgrado; l’indipendenza del Montenegro, inoltre, acuisce i contrasti interni al mondo politico serbo, cosa che renderà ancor più difficile al governo di Belgrado il negoziato sullo status del Kosovo.

due velocità verso l’Ue

Le strade di Serbia e Montenegro dunque si separano, così come il rispettivo percorso di avvicinamento all’Ue. È facile immaginare, infatti, che Podgorica viaggerà a una velocità più elevata di Belgrado. Innanzitutto perché le ridotte dimensioni del Montenegro lo rendono decisamente più controllabile per quanto concerne l’adeguamento agli standard dell’Ue. Poi perché, come detto in precedenza, Belgrado deve risolvere la controversa e complessa questione della consegna dei criminali di guerra, che implica delicati equilibri interni ma che è una condizione basilare per proseguire il negoziato con l’Ue. I rappresentanti delle istituzioni europee hanno inoltre sottolineato come i governi di entrambe le parti debbano quanto prima iniziare a discutere le varie questioni bilaterali che richiedono una soluzione.
Sul un piano strettamente operativo, invece, la Commissione europea dovrà ora avere dai 25 Stati membri un nuovo mandato per poter negoziare separatamente con le due capitali. Ovviamente, le trattative di Bruxelles con Podgorica non saranno azzerate, dato che la Commissione manterrà valida buona parte del lavoro svolto finora nel corso dei negoziati con l’ormai ex Stato della Serbia-Montenegro.
(Fonte: Ansa)

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CROAZIA PIU VICINA ALL’UE DELLA TURCHIA

Intervenendo nella riunione del gruppo politico Ppe-De del Parlamento europeo, lo scorso 11 maggio, il presidente della commissione europarlamentare Affari esteri Elmar Brok ha assicurato ai rappresentanti del governo croato che la Croazia fa parte «dell’onda di allargamento attualmente in corso» e non «di un futuro secondo round». Ancora più esplicito è stato l’ex commissario europeo all’agricoltura e attuale consigliere del primo ministro croato per l’adesione all’Ue, Franz Fischler, che ha sostenuto la necessità di «rompere il collegamento fra il processo di negoziazione della Turchia e quello della Croazia», in quanto quest’ultima «è veramente un Paese sud-est dell’Europa ed è attualmente il più grande mercato emergente che si sta rapidamente sviluppando in Europa e nel mondo».

approvato il bilancio dell'Ue 2007-2013

L’Unione europea ha definito il suo budget finanziario per il periodo 2007-2013. Il 17 maggio scorso, infatti, il Parlamento europeo ha approvato, integrandolo, il compromesso raggiunto in aprile con il Consiglio, ponendo fine al contenzioso istituzionale verificatosi nei primi mesi di quest’anno.
Adottando la relazione del deputato europeo Reimer Böge con 440 voti favorevoli, 14 astensioni e 190 voti contrari (Verdi e Sinistra unitaria), il Parlamento europeo ha riaffermato la sua determinazione a definire un quadro finanziario pluriennale sostenibile, «che preveda mezzi finanziari sufficienti per far fronte alle esigenze politiche negli anni a venire, nonché strumenti e riforme idonei al fine di migliorare l’esecuzione». La relazione approvata ricorda anche che il Parlamento è stato l’unica istituzione europea ad aver sviluppato una strategia globale e che ha effettuato un’analisi approfondita e completa dei fabbisogni al fine di individuare le priorità politiche, a differenza dell’approccio del Consiglio «basato su massimali e percentuali». Alcuni europarlamentari hanno manifestato la loro delusione per un’intesa «al ribasso», inevitabile però per scongiurare la paralisi e per la forte spinta dei nuovi Stati membri dell’Ue che rischiavano di restare senza fondi per finanziare i loro programmi.

i termini dell’accordo


La nuova definizione delle prospettive finanziarie 2007-2013 dell’Ue prevede spese per 864,316 miliardi di euro in crediti di impegno e per 820,780 miliardi in crediti di pagamento. Gli aumenti rispetto all’accordo raggiunto dal Consiglio nel dicembre 2005 non sono stati di 12 miliardi di euro come chiedeva il Parlamento ma di soli 4 miliardi, da destinare direttamente ai programmi nell’ambito delle rubriche: Competitività per la crescita e l’occupazione; Coesione per la crescita e l’occupazione; Libertà, sicurezza e giustizia; Ue come partner globale. Sono state inoltre aumentate le riserve della Banca europea degli investimenti (2,5 miliardi) per potenziare l’impatto del bilancio comunitario nei settori della Ricerca e sviluppo, delle Reti transeuropee di trasporto e delle Piccole e medie imprese. Consistenti gli aumenti registrati per: riserva per gli aiuti di emergenza (1,5 miliardi di euro), fondo di solidarietà dell’Ue (fino a 7 miliardi di euro al di fuori del quadro finanziario), fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (fino a 3,5 miliardi di euro mediante il riutilizzo degli stanziamenti soppressi al di fuori del quadro finanziario). L’accordo apre la strada al miglioramento della struttura del bilancio mediante una maggiore flessibilità e rafforza il ruolo del Parlamento nell’ambito della procedura di bilancio e delle sue eventuali modifiche o riforme future.

compromesso minimo

Come sottolineato nella relazione approvata, il Parlamento ha deliberato per oltre otto mesi in seno a una commissione temporanea ad hoc e ha approvato una posizione negoziale globale basata su tre pilastri, intesa a conciliare priorità politiche ed esigenze finanziarie, ammodernare la struttura del bilancio e migliorare la qualità dell’esecuzione del bilancio dell’Ue. Le conclusioni del Consiglio europeo del dicembre 2005 erano state respinte perché, secondo l’Europarlamento, non permettevano all’Ue di dotarsi dei mezzi quantitativi e qualitativi necessari per far fronte alle sfide future. L’accordo raggiunto dalle tre istituzioni europee (Parlamento, Consiglio e Commissione) il 4 aprile 2006 ha poi permesso di realizzare progressi nel quadro dei tre pilastri della posizione negoziale del Parlamento, tuttavia l’Aula europarlamentare sottolinea che alcuni problemi non sono stati risolti nell’ambito dei negoziati e dovranno quindi essere affrontati in occasione del riesame 2008-2009 e, se possibile, nel quadro delle procedure di bilancio annuali. In particolare, secondo gli eurodeputati è «urgentemente necessario» riformare il sistema delle risorse proprie e il versante della spesa, anche per evitare di ripetere, in occasione delle prossime prospettive finanziarie, «la dolorosa esperienza di un mercanteggiamento all’insegna degli interessi nazionali».
Commentando l’accordo interistituzionale raggiunto, il presidente del Parlamento europeo Josep Borrell ha sottolineato come, con la somma fissata, ogni cittadino europeo verserà appena 26 centesimi di euro al giorno per il funzionamento dell’Europa e ha dichiarato: «Al termine di un negoziato lungo e difficile abbiamo un compromesso che per molti parlamentari rappresenta il massimo che si poteva ottenere, ma che è il minimo rispetto alle ambizioni dell’Ue».

PIÙ EFFICACIA E TRASPARENZA PER I FONDI EUROPEI

Dal 2007 l’utilizzo di fondi europei sarà sottoposto a regole più semplici, efficaci e trasparenti. La Commissione europea ha infatti presentato il 18 maggio scorso una proposta per rendere più agevole l’accesso ai mezzi finanziari dell’Ue, sistema che permetterà di attuare i programmi previsti nell’ambito del quadro finanziario europeo 2007-2013. Le formalità amministrative saranno rese meno gravose per Pmi, scuole, università, agenzie di sviluppo e piccoli comuni. L’accesso ai finanziamenti comunitari sarà più semplice per i beneficiari abituali di sovvenzioni e di contratti di importo modesto. Le istituzioni europee e gli Stati membri potranno pubblicare bandi comuni e la Commissione potrà delegare compiti alla Banca europea degli investimenti e al Fondo europeo per gli investimenti. Per le azioni che associano più beneficiari, la Commissione potrà limitarsi a notificare l’attribuzione senza firmare un accordo formale, mentre per le operazioni di aiuto umanitario o di crisi potrà addebitare le spese al bilancio dell’anno successivo. È previsto un meccanismo di controllo interno più efficace, mentre l’obbligo di pubblicare la lista dei beneficiari dei fondi sarà esteso alle politiche gestite in partenariato con gli Stati membri, tra cui la politica agricola e i fondi strutturali. Sarà infine applicato anche dalle autorità nazionali che gestiscono fondi europei il sistema l’identificazione dei beneficiari che abbiano commesso errori professionali o frodi.

in calo nel mondo il lavoro minorile

Secondo l’International Labour Organization (Ilo), il lavoro minorile, soprattutto nelle sue peggiori forme, è in calo in tutto il mondo per la prima volta da quando il fenomeno è monitorato. Mentre infatti il primo Global Report, pubblicato dall’Ilo nel 2002, stimava in quasi 246 milioni il numero complessivo di minori impiegati in attività economico-produttive in tutto il mondo, la seconda edizione del Rapporto, intitolata significativamente The end of child labour: Within reach e presentata lo scorso 4 maggio, stima una diminuzione di oltre l’11% dei piccoli lavoratori il cui numero complessivo si sarebbe così “ridotto” a meno di 218 milioni.
È evidente che si tratta comunque di una cifra elevatissima, soprattutto perché illustra una chiara ed estesa violazione dei diritti dell’infanzia, ma la diminuzione di quasi 30 milioni di unità in quattro anni, cioè nel periodo compreso tra il 2000 e il 2004 a cui si riferiscono le stime, è un dato indubbiamente significativo.

Ilo: porvi fine entro 10 anni

Secondo i responsabili dell’Organizzazione internazionale, tale riduzione del numero di piccoli lavoratori è frutto delle Convenzioni internazionali che hanno influito sulle legislazioni e le normative dei governi: dei 175 Stati membri dell’Ilo, infatti, 139 hanno ratificato la Convenzione n. 138/1973 sull’età minima lavorativa e 154 hanno ratificato la n. 182/1999 relativa alle peggiori forme di lavoro minorile. La prima chiede di innalzare l’età minima di assunzione a 15 anni (14 per i Paesi in via di sviluppo), mentre attività lavorative più “leggere” possono essere consentite dai 13 anni d’età (12 per i Paesi in via di sviluppo). Per quanto riguarda invece i lavori considerati pericolosi per la salute, la sicurezza o l’integrità psico-fisica dei minori, l’età minima richiesta è di 18 anni. Alcune associazioni di bambini e adolescenti lavoratori, attive soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, pur opponendosi decisamente a ogni forma di sfruttamento dei minori sono contrarie a un’abolizione indifferenziata del lavoro minorile, chiedendo piuttosto condizioni degne e rispettose dei diritti dei minori. I dati del Global Report non fanno però una distinzione tra le attività basate sullo sfruttamento e quelle che garantiscono condizioni di lavoro dignitose, mentre il direttore generale dell’Ilo Juan Somavia ritiene che «porre fine al lavoro minorile è possibile entro dieci anni», fissando al 2016 l’obiettivo per gli Stati membri dell’Organizzazione e rinnovando l’impegno del Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile (Ipec), istituito nel 1992 e che coopera con organizzazioni sindacali, imprese e governi in 86 Paesi con progetti che superano i 70 milioni di dollari.

liberi o solo disoccupati?


Meno ottimista invece Cecilia Brighi, membro Cisl del consiglio di amministrazione dell’Ilo per i sindacati, secondo la quale la riduzione del lavoro minorile «non deriva solo dalle ratifiche delle Convenzioni internazionali e dalla sensibilizzazione dei governi», ma piuttosto il dato «va contestualizzato nell’aumento complessivo della disoccupazione degli adulti e dei giovani nel mondo: come dire, aumenta la disoccupazione e di conseguenza la disoccupazione dei minori». Brighi osserva come sia molto difficile rilevare il numero di minori impiegati in attività informali, ma il fatto che la disoccupazione sia aumentata a 191 milioni di unità negli ultimi anni e che la maggior parte dei minori lavori in agricoltura o nell’economia informale, rende poco misurabile la forza lavoro effettiva. Inoltre, sottolinea l’esponente sindacale, molti governi hanno sottoscritto la Convenzione n. 182 ma non la n. 138, mantenendo così ampia libertà sul problema dell’età minima: «È il caso degli Usa, ad esempio, dove l’organizzazione sindacale denuncia la presenza di 300.000-800.000 minori impiegati in agricoltura, spesso figli di immigrati, che lavorano fino a 12 ore al giorno spesso a contatto con pesticidi».

più maschi tra i più grandi

Dei 217,7 milioni di minori impiegati in attività lavorative in tutto il mondo stimati dall’Ilo, 122,3 milioni si trovano nella regione Asia e Pacifico, 49,3 milioni in Africa Sub-Sahariana, 5,7 milioni nella regione America Latina e Carabi e 13,4 milioni in altre regioni mondiali. Tra i minori lavoratori di età compresa tra i 5 e i 14 anni, il 69% è impiegato nel settore agricolo, il 9% nel settore industriale e il restante 22% nel settore dei servizi. Mentre nella fascia d’età 5-11 anni la presenza di maschi e femmine è praticamente uguale sia nel complesso delle attività lavorative che in quelle maggiormente pericolose, la percentuale di ragazzini al lavoro cresce rispetto a quella delle ragazzine al crescere dell’età: nella fascia 12-14 anni i maschi costituiscono il 55% dei minori al lavoro e il 61% di quelli impiegati nelle attività più pericolose, mentre nella fascia 15-17 anni la percentuale di maschi sale al 62% sia nel complesso delle attività lavorative che in quelle maggiormente a rischio.

problema Africa

L’incidenza più elevata di minori lavoratori si registra nell’Africa Sub-Sahariana, dove lavora il 26,4% dei bambini e ragazzini di età compresa tra i 5 e i 14 anni, il che equivale a circa 50 milioni di minori di cui si stima che circa 50.000 siano coinvolti nel mercato della prostituzione e della pornografia e circa 120.000 costretti ad attività collegate a guerre e conflitti armati. In generale, in tutte le regioni del mondo l’Ilo rileva gravi forme di sfruttamento dei minori nel mercato sessuale, nei conflitti armati e nel commercio di droghe. L’aumento della popolazione, rilevante in alcune aree mondiali, l’estensione della povertà e di gravi epidemie quali l’Hiv-Aids così come le decine di conflitti in corso, soprattutto in Africa, sono individuati dall’Ilo come gli elementi che hanno maggiormente ostacolato la lotta al lavoro minorile, in particolare nel continente africano.

la maggior parte in Asia

La regione mondiale Asia e Pacifico è quella dove si registra invece il maggior numero di piccoli lavoratori: 122,3 milioni di minori di età compresa tra i 5 e i 14 anni economicamente attivi. Secondo il Rapporto dell’Ilo, nella regione sono anche particolarmente sviluppati il traffico di minori, lo sfruttamento sessuale, la schiavitù per debiti, il lavoro minorile domestico, le attività lavorative pericolose, nonché il reclutamento e l’utilizzo di minori nei conflitti armati e nel traffico di droghe. La situazione è poi resa ancora più grave e difficile, soprattutto in alcuni Paesi della regione, da elementi quali l’alta tolleranza nei confronti del lavoro minorile, l’instabilità politica e i vari conflitti (Afghanistan, Nepal, Indonesia, Kashmir, Sri Lanka), così come un peso rilevante sul fenomeno del lavoro minorile è stato quello derivante dalla crisi economica causata dallo tsunami in Thailandia, Indonesia, Sri Lanka e India. Per quanto riguarda la Cina, invece, non sono disponibili dati ufficiali, ma l’Ilo ritiene che la rilevante crescita economica del Paese stia contribuendo alla diminuzione dell’impiego di minori in attività lavorative, pur ancora piuttosto frequente. Il fenomeno è invece decisamente più contenuto in Europa, anche se si registra una rapida e preoccupante crescita nelle economie in transizione dell’Europa centrale e orientale così come nelle ex-repubbliche sovietiche.

forte calo in America Latina

Secondo lo studio dell’Ilo, le riduzioni più rilevanti del numero di minori al lavoro si sono registrate nelle attività più pericolose, dove nel 2000 si stimavano 170,5 milioni di piccoli lavoratori mentre per il 2004 la stima è di 126,3 milioni (-25,9), diminuzione che ha riguardato soprattutto la fascia d’età compresa tra i 5 e i 14 anni (-33,2%). Rispetto alla collocazione geografica, invece, la riduzione è stata registrata soprattutto nella regione America Latina e Caraibi, area influenzata dalle significative diminuzioni di minori al lavoro verificatesi in Brasile e Messico. Il numero dei minori lavoratori nella regione è infatti sceso del 66% nel quadriennio preso in esame, e oggi lavora solo il 5% dei minori tra i 5 e i 14 anni. In Brasile la percentuale relativa a questa fascia d’età è del 6,8%, per un totale di oltre 2,2 milioni di minori.
Restano comunque significative le differenze tra maschi e femmine: mentre i maschi sono maggiormente impiegati nel settore agricolo (63,6%), le femmine sono più presenti nel settore dei servizi (43%). In molti Paesi dell’America Latina, poi, incide il tempo dedicato ai lavori domestici, specialmente per le femmine, un impegno che interferisce con il tempo dedicato alla scuola e allo svago e che riguarda il 93% circa dei bambini tra 5 e 14 anni in Nicaragua e dal 60% all’80% negli altri Paesi. Secondo il Global Report, inoltre, parte dei minori impiegati nei servizi lavorano in nero, spesso senza paga, presso i rispettivi nuclei familiari o per poter avere un posto dove dormire.
(Fonti: Ilo e redattoresociale)

INFORMAZIONI: http://www.ilo.org




proposta un'alleanza europea per la Rsi

Esistono iniziative e modalità efficaci per indurre un numero maggiore di imprese europee a superare gli obblighi minimi di legge per migliorare le loro prestazioni in termini di ricadute positive sociali e ambientali nei luoghi dove esse operano? In altri termini, com’è possibile promuovere un maggiore ed effettivo impegno a favore della Responsabilità sociale delle imprese (Rsi), approccio divenuto ormai noto e ampiamente condiviso ma ancora carente per quanto concerne i risultati effettivi in ambito sociale, ambientale e finanziario? (A tale proposito si veda l’inserto di euronote n. 38/2005).
Da alcuni anni la Commissione europea è impegnata in questo ambito, attraverso la promozione di un ampio dibattito politico fatto di consultazioni e dialogo con tutte le parti interessate. Nel 2001 l’esecutivo europeo pubblicò un Libro verde sul tema, seguito da una comunicazione e dall’istituzione di un Forum europeo multilaterale sulla Rsi. Proprio dal dibattito in seno al Forum sono emersi alcuni elementi comuni tra le varie parti coinvolte, ma si sono evidenziate anche notevoli differenze tra le posizioni dei diversi soggetti, soprattutto tra le imprese e i soggetti non aziendali (organizzazioni sindacali e sociali). A una generale interpretazione comune del concetto di Rsi, intesa come integrazione delle problematiche sociali e ambientali nelle attività delle imprese e nei loro rapporti con le parti interessate, si accompagnano infatti approcci diversi sulle modalità per renderla effettiva ed efficace. Così, negli ultimi mesi la Commissione ha proposto l’istituzione di una “Alleanza europea per la responsabilità sociale delle imprese”, al fine di mobilitare le risorse e le capacità delle imprese europee e fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia di Rsi.

rilanciare il partenariato

L’Alleanza proposta dalla Commissione è aperta e le imprese europee di ogni dimensione sono invitate a manifestare il proprio sostegno su base volontaria. Non si tratta di uno strumento giuridico che le imprese devono sottoscrivere, ma di una cornice politica per le attuali o future iniziative nel campo della Rsi promosse da grandi aziende, Piccole e medie imprese (Pmi) e dai rispettivi interlocutori (stakeholder). Tale Alleanza dovrebbe dar luogo a nuovi partenariati e offrire nuove opportunità di promozione della Rsi a tutti i soggetti coinvolti.
L’iniziativa della Commissione costituisce il seguito dell’ampia consultazione di tutti i protagonisti interessati svoltasi nell’ambito del Forum multilaterale europeo, che ha presentato la sua relazione finale nel 2004. La Commissione propone così di convocare nuovi incontri del Forum nel corso del 2006, al fine di esaminare con tutti i soggetti interessati i progressi compiuti nel campo della Rsi.
Attraverso l’Alleanza europea, la Commissione intende promuovere l’ulteriore adozione della responsabilità sociale da parte delle imprese europee e accrescere il sostegno e il riconoscimento accordati alla Rsi, vista quale contributo importante allo sviluppo sostenibile e alla strategia per la crescita e l’occupazione. Secondo la Commissione occorre un nuovo metodo politico per il conseguimento di tale obiettivo, cosa che comporta tra l’altro il riconoscimento di un ruolo centrale alle imprese. Contemporaneamente, l’esecutivo europeo continua ad attribuire la massima importanza al dialogo con tutti i soggetti interessati e ammette che la Rsi non si svilupperà senza il sostegno attivo e le critiche costruttive degli attori non aziendali.

sintesi economico-sociale

«Questa Alleanza contribuirà a trovare una sintesi tra le ambizioni economiche, sociali e ambientali europee. La Commissione ha optato per un metodo volontario più efficace e meno burocratico» sostiene il commissario europeo responsabile per l’Industria e le imprese, Günter Verheugen. Secondo il commissario, inoltre, dato che la Rsi riguarda un comportamento volontario delle imprese, essa può essere promossa solo attraverso una collaborazione con le imprese stesse: «L’Europa ha bisogno di un clima generale in cui gli imprenditori sono apprezzati non soltanto per il fatto che realizzano buoni utili ma anche per il loro valido contributo di fronte alle sfide che interessano la società».
Il commissario europeo agli Affari sociali, Vladimir Spidla, considera il partenariato proposto dalla Commissione come una «alleanza aperta», il cui obiettivo è quello di dare un nuovo slancio alle iniziative in materia di Rsi. «Ritengo che la Rsi possa aiutare i lavoratori a adattarsi meglio al cambiamento e ad apprendere le competenze necessarie per l’economia del XXI secolo. Può anche contribuire a fare diventare le pari opportunità una realtà nelle aziende europee e favorire l’integrazione dei gruppi svantaggiati» ha dichiarato Spidla, secondo il quale un miglioramento del contesto e delle condizioni per le imprese in Europea crea contestualmente l’esigenza di una maggiore autodisciplina del mondo delle imprese. In questo quadro, ha aggiunto, la Rsi è sempre più importante ai fini del buon funzionamento dell’economia di mercato.

risultati potenziali della Rsi

Nonostante quanto si crede comunemente, la Rsi non riguarda esclusivamente le grandi aziende. Come per molte altre prassi commerciali, alcuni dei più recenti e interessanti sviluppi in questo campo si sono prodotti a livello delle Piccole e medie imprese (Pmi). La Commissione riconosce l’esigenza di un migliore riconoscimento del contributo che già oggi molte Pmi apportano nel settore della Rsi, per questo si impegna ad agevolare lo scambio di esperienze e buone pratiche su come promuovere ulteriormente la Rsi tra le Pmi.
Inoltre, nel proporre l’Alleanza europea la Commissione ricorda quali possono essere i risultati conseguibili attraverso un potenziamento della Rsi:
• assunzione di un maggior numero di persone appartenenti a gruppi svantaggiati;
• investimento nello sviluppo delle competenze, nell’apprendimento permanente e nell’occupabilità;
• miglioramento della salute pubblica, in settori quali la commercializzazione e l’etichettatura dei prodotti alimentari;
• migliori risultati sul fronte dell’innovazione;
• uso più razionale delle risorse naturali e livelli di inquinamento più bassi grazie agli investimenti nel campo dell’innovazione ecocompatibile e all’adozione volontaria di sistemi di gestione ambientale;
• migliore immagine dell’impresa e degli imprenditori nella società;
• maggiore rispetto dei diritti dell’uomo e delle norme fondamentali del lavoro, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo;
• riduzione della povertà e progresso verso la realizzazione degli obiettivi di sviluppo del Millennio.

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/csr/index_en.htm

ESEMPI DI IRRESPONSABILITÀ SOCIALE DELLE IMPRESE

• British Petrol, Repsol, Suez, Bbva, Agip, Benetton, Bnl sono solo alcune delle società multinazionali condannate dal Tribunale internazionale dei popoli, riunito all’inizio di maggio in sessione speciale a Vienna nell’ambito del Vertice Enlazando Alternativas II per giudicare le multinazionali europee che operano in America Latina. Il Tribunale dei popoli ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di una trentina tra le più grandi aziende europee del settore energetico, finanziario, turistico, alle quali sono stati contestati reati quali disastro ecologico, sfruttamento dei Paesi del sud del mondo e sfruttamento del lavoro.
• La multinazionale petrolifera ExxonMobil è stata condannata in Francia a un risarcimento di oltre 322.000 euro a tre dipendenti di due raffinerie, discriminati per la loro adesione e militanza sindacale. Il tribunale francese ha intimato l’azienda al pagamento della sanzione dopo numerose denunce di comportamento antisindacale, in particolare contro un delegato, lavoratore con 34 anni di anzianità, al quale spetterà il risarcimento più cospicuo: oltre 210.000 euro.
• E.I. Du Pont de Nemours & Co., US Steel, ConocoPhillips, General Electrics e Eastman Kodak sono invece le cinque aziende più inquinanti del mondo secondo il Political Economy Research Institute dell’Università del Massachusetts, i cui ricercatori hanno redatto come ogni anno l’indice Toxic 100. Questo indice contiene la lista delle imprese più inquinanti per l’aria, a partire dalla aziende presenti negli indici Fortune 500, Forbes 500 e Standard & Poor’s 500, e non tiene conto solo della quantità delle emissioni ma anche della relativa tossicità delle sostanze rilasciate.
• L’organizzazione californiana Global exchange, impegnata nella promozione della giustizia sociale, economica e ambientale nel mondo, alla fine del 2005 aveva reso noto un Rapporto sulle 14 peggiori multinazionali, per le loro sistematiche violazioni e discriminazioni. Si tratta in prevalenza di corporation statunitensi: Caterpillar, Chevron, Coca-Cola, Dow Chemical, Dyncorp, Ford Motor Company, Kellogg Brown and Root (KBR), Lockheed Martin, Monsanto, Nestlé, Philip Morris, Pfizer, Suez-Lyonnaise des Eaux, Wal-Mart. Secondo Global exchange, le violazioni commesse includono «omicidio, tortura, sequestro, degrado ambientale, abuso dei fondi pubblici, repressione violenta dei diritti politici, liberazione di tossine in ecosistemi vergini, distruzione di abitazioni, discriminazione ed enormi problemi riguardanti la salute».

INFORMAZIONI: http://www.metamorfosi.info | http://www.globalexchange.org


FALLIMENTI E INSOLVENZE DELLE IMPRESE EUROPEE

Nel 2005 si sono registrati oltre 140.000 casi di insolvenza di società nell’Ue a 15 Stati, che hanno messo a rischio almeno 1,5 milioni di posti di lavoro. Tra le imprese insolventi ci sono anche aziende competitive, spesso di piccole e medie dimensioni, che si sono trovate in difficoltà finanziarie perché lo sviluppo di nuovi prodotti è stato più lungo di quanto preventivato. Le conseguenze legali del fallimento poi, molto severe in alcuni casi, spesso dissuadono gli imprenditori dall’avviare una nuova attività. La questione dell’insolvenza e del riavvio delle imprese è stata discussa alla fine del marzo scorso a Bruxelles, in una conferenza cui hanno preso parte più di 120 esponenti del mondo imprenditoriale provenienti da 24 Paesi, rappresentanti della Commissione, della Banca mondiale, della United Nations Commission on International Trade Law (Uncitral) e dell’Ocse. Durante l’incontro sono state presentate varie iniziative in questo campo e discusse questioni quali: come evitare il fallimento, come affrontare gli ostacoli derivanti dal fallimento e come promuovere il riavvio dell’attività dopo una bancarotta non fraudolenta. La Commissione europea ha proposto, ad esempio, il miglioramento della legislazione nazionale in materia fallimentare e l’organizzazione di servizi di assistenza alle imprese che si trovano in difficoltà finanziarie. Sono stati affrontati anche i temi del sostegno alle piccole e medie imprese in difficoltà finanziarie e del ruolo cruciale svolto delle banche che sono le principali finanziatrici delle Pmi, dal momento che circa l’80% delle Pmi ottiene in questo modo i finanziamenti.
La discussione si è incentrata inoltre sulle iniziative in materia adottate da alcuni Paesi europei, come ad esempio la recente legge fallimentare spagnola, che pone l’accento sulla ristrutturazione delle imprese in difficoltà piuttosto che sulla loro liquidazione, oppure il Centro per la prevenzione dei fallimenti sperimentato in Francia, o ancora l’iniziativa tedesca sulla “cultura della seconda opportunità”.
«Troppe imprese dichiarano fallimento e non ottengono una seconda opportunità semplicemente perché il quadro legislativo è spesso troppo rigido» ha dichiarato il commissario europeo per l’Industria e le imprese, Günter Verheugen, secondo il quale è necessario «affrontare la questione degli effetti negativi del fallimento».
Per quanto riguarda l’armonizzazione a livello comunitario della normativa in materia, si registrano segnali positivi perché circa un terzo dei programmi nazionali di riforma prevedono modifiche della legislazione fallimentare. La Commissione, in linea con la comunicazione del novembre 2005 intitolata “Una politica moderna delle Pmi per la crescita e l’occupazione”, sta inoltre lavorando per sostenere le attività che riducono i rischi e le incertezze insiti nell’attività imprenditoriale.
(Fonte: http://ec.europa.eu/italia)

INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/enterprise/index_en.htm

l'Italia "ritorna" in Europa

La nuova legislatura italiana sta partendo, con qualche lentezza di cui questa Italia non avrebbe davvero bisogno, ma è di buon auspicio che i suoi primi passi si muovano verso l’Europa, di cui fu Paese fondatore oltre cinquant’anni fa e da cui si era andata pericolosamente allontanando in questi ultimi anni. A tenerla “aggrappata” all’Europa era stata soprattutto la tenace coerenza di Carlo Azeglio Ciampi e un arco non molto ampio di forze politiche, per la verità più nel Parlamento europeo che non in quello italiano. Poche in questi anni, infatti, le tracce di Europa nel dibattito politico nazionale, non solo nel corso della recente e penosa campagna elettorale, ma anche alla vigilia delle elezioni europee del giugno 2004 e addirittura in occasione della ratifica del Trattato costituzionale europeo da parte del parlamento italiano.
Ora, finalmente, l’Europa ritorna sulla scena italiana, a cominciare dall’elezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica. Molto si è detto del suo profilo di garante delle istituzioni repubblicane e di uomo in grado di riavviare un dialogo tra le attuali coalizioni. Meno si è evocato il suo percorso europeo, che lo ha portato dai gravi errori commessi - ma anche ammessi - al momento della repressione sovietica in Ungheria nel 1956, passando poi per la stagione dell’eurocomunismo fino all’adesione convinta e attiva al cantiere dell’integrazione europea. In questo ambito, Napolitano ha svolto un ruolo importante all’interno della sinistra riformista nella sua qualità di parlamentare europeo e, in questi ultimi anni, di presidente della commissione Affari istituzionali del Parlamento europeo durante i lavori della Convenzione che elaborò il progetto di Trattato costituzionale.
Anche da questo punto di vista era difficile scegliere un migliore successore a Ciampi per proseguire il cammino dell’Italia nel solco dell’integrazione europea. Il neo presidente Napolitano lo ha già chiaramente confermato nel suo discorso di insediamento, dove l’Europa è stato uno dei temi centrali e forse tra i più vigorosi, con richiami alle radici plurali della partecipazione italiana all’impresa europea di cui sono stati protagonisti uomini diversi come De Gasperi e Spinelli, Segni e Martino (padre, ovviamente). Della vicenda europea Napolitano non ha occultato l’attuale momento critico, senza per questo rinunciare a dichiarare che non vi è «alcuna alternativa al rilancio della costruzione europea» e impegnando l’Italia a «creare le condizioni per l’entrata in vigore di un testo di autentica rilevanza costituzionale» quale quello già ratificato dall’Italia e da altri sedici Paesi dell’Ue.
E tuttavia, per camminare sulla strada dell’Europa non basta un buon presidente della Repubblica: l’esperienza della passata legislatura ne è stata la triste prova. Bisogna che anche l’esecutivo sia all’altezza di questo compito oggi particolarmente difficile, non solo per le gravi inadempienze dell’Italia ma anche per il pericoloso prolungarsi della crisi dell’Unione europea alla ricerca di una Costituzione e di un rilancio della sua iniziativa interna ed esterna. I primi segnali giungono già dalla composizione del nuovo governo - che tuttavia avremmo voluto meno torturata - e più ancora dal suo programma, la cui realizzazione andrà sorvegliata con tutta la severità che la situazione del nostro Paese esige. Una prima positiva discontinuità con il passato risiede sicuramente nella cultura europea, a diverso titolo, della nuova coalizione di governo le cui forze politiche hanno dignitose rappresentanze nel Parlamento di Strasburgo, dove non si dovranno più temere i ripetuti incresciosi incidenti di cui si resero responsabili il passato presidente del Consiglio e parlamentari leghisti il cui nome non merita alcuna citazione. Ma se fosse solo questo l’unico risultato sarebbe poco e certo non basterebbe a risollevare la credibilità italiana in Europa. Fortunatamente, questo nuovo governo si presenta all’Europa con buone credenziali, a cominciare dal presidente del Consiglio, Romano Prodi, che ha guidato per cinque anni la Commissione europea nella legislatura che ha registrato due successi storici: la creazione dell’euro e l’allargamento dell’Ue ad est. Due risultati di cui proprio l’Italia deve rapidamente rimpossessarsi, dando prova di disciplina nel rispetto delle regole del Patto di stabilità e riprendendo iniziativa nel cantiere degli allargamenti in corso, in particolare nella vicina area balcanica.
Presentando il suo programma al Senato italiano, Romano Prodi ha impegnato con chiarezza il suo governo per una nuova politica internazionale attenta ai rischi presenti nell’area mediorientale, ai bisogni dell’Africa, alle esigenze della vicina area mediterranea. Ma tutto questo insieme con l’Europa, su cui «ogni volta che l’Italia ha scommesso, ha vinto» e insieme alla quale si può effettivamente contare nella riconfermata alleanza storica con gli Stati Uniti. Per fare questo vi è una strada obbligata, quella del rafforzamento dell’Unione europea che bisogna dotare di un vero governo economico e di una nuova Costituzione e questo prima del 2009, quando i cittadini europei saranno chiamati alle future elezioni europee.
Affiancano Romano Prodi nel governo personalità che hanno esperienza di rapporti europei sia per i ruoli esercitati all’interno del Parlamento europeo, come nel caso dei due vicepresidenti e di diversi altri ministri, sia per le esperienze di gestione di politiche europee o di responsabilità nel governo dell’euro, come nel caso di Tommaso Padoa Schioppa, svincolato da appartenenze di partito anche perché già tanto sarà vincolato dalla dura disciplina che attende l’Italia chiamata a risanare i suoi disastrati conti pubblici. Né è priva di significato e di impatto europeo la presenza nell’esecutivo di una personalità come Giuliano Amato, apprezzato vicepresidente della Convenzione europea cui si deve il Trattato costituzionale in corso di ratifica.
A questo governo è chiesta una prova di grande coraggio per rispondere a una sfida straordinaria: ritornare in Europa e aiutarla a ripartire. Una prima risposta verrà dal programma e dalle convergenze che emergeranno dal dibattito parlamentare: sarà importante seguirne da vicino la realizzazione anche per misurare la nuova effettiva credibilità dell’Italia in Europa.

Franco Chittolina


flash

Estonia e Finlandia ratificano la Costituzione
Il 9 maggio scorso il parlamento dell’Estonia ha approvato, con 73 voti favorevoli e un voto contrario, il Trattato costituzionale europeo. La repubblica baltica è così diventata il quindicesimo Stato membro dell’Ue ad avere ratificato la Carta costituzionale. Commentando il risultato del voto parlamentare, il presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo ha dichiarato che questo è la riprova che la Costituzione europea «non è morta», nonostante le bocciature di Francia e Paesi Bassi. Pochi giorni dopo, il 12 maggio, anche il parlamento della Finlandia ha approvato il Trattato costituzionale, aprendo così la strada alla ratifica da parte del governo di Helsinki. La Finlandia, che dal luglio prossimo assumerà la presidenza di turno dell’Ue, diventerà così il sedicesimo Stato membro a ratificare la Carta firmata a Roma nel 2004.

aiuti alle popolazioni irachena e palestinese
In seguito alla formazione del nuovo governo dell’Iraq, fondato sul proposito dell’unità nazionale, l’Ue ha deciso di stanziare 200 milioni di euro che saranno inviati alle autorità di Baghdad sotto forma di aiuti della Commissione europea come «ulteriore sostegno per la ricostruzione». Tale aiuto riguarda l’anno in corso e si aggiunge ai 518 milioni di euro già concessi da Bruxelles nel biennio 2003-2005. La Commissione europea ha precisato che oltre la metà dei 200 milioni sarà destinata al miglioramento della qualità della vita della popolazione irachena, ripristinando servizi sociali ed economici di interesse pubblico, in particolare strutture sanitarie e scolastiche. Il resto sarà invece utilizzato per il sostegno degli sforzi per la democratizzazione e la corretta gestione di governo. È prevista poi una riserva di 10 milioni di euro per garantire «flessibilità», in vista delle priorità che saranno definite dal nuovo governo di Baghdad, con cui la Commissione ha annunciato di voler avviare in futuro negoziati per un accordo di cooperazione e commercio.
In seguito a una richiesta della Commissione, inoltre, il Consiglio dell’Ue ha autorizzato lo stanziamento di 34 milioni di euro per aiuti umanitari di emergenza in favore del popolo palestinese. Secondo dati della Banca mondiale, infatti, il 70% degli abitanti della Striscia di Gaza vive sotto la soglia di povertà, mentre il 40% dei palestinesi in Cisgiordania non ha accesso regolare all’acqua. A ciò si aggiunge la condizione critica dei rifugiati palestinesi in Libano, Giordania e Siria.
Dopo l’autorizzazione che il Parlamento europeo dovrebbe dare in giugno, gli aiuti saranno diretti in Palestina e utilizzati da organizzazioni dell’Onu (come l’Unrwa per i rifugiati o l’Unicef) e da Ong già presenti in loco, tra le quali la Croce rossa. I fondi serviranno a fornire cibo, acqua potabile, servizi sanitari e anche a creare impieghi temporanei. Va ricordato che gli aiuti umanitari sono gli unici esclusi dalle limitazioni stabilite da Usa e Ue in seguito all’insediamento di Hamas al governo dell’Autorità palestinese.
INFORMAZIONI: http.//ec.europa.eu/echo/index_en.htm;
http://ec.europa.eu/comm/external_relations/index.htm

euro: sì a Slovenia no alla Lituania
Secondo la Commissione europea, la Slovenia ha raggiunto tutti i requisiti necessari per l’adozione dell’euro, mentre la Lituania non è ancora pronta per adottare la moneta unica. Lo ha comunicato il 16 maggio scorso, aggiungendo particolari sulla situazione della Lituania: attualmente il Paese soddisfa tutti i requisiti per l’ingresso nell’area dell’euro tranne uno, quello sull’inflazione, il cui livello è superiore al valore di riferimento (2,6%) e si prevede che aumenti nei prossimi mesi.
Alla luce di tali valutazioni, la Commissione ha reso noto che proporrà al Consiglio dell’Ue l’ingresso della Slovenia nell’Unione economica e monetaria (Uem) dal 1° gennaio 2007, dopo una consultazione con il Parlamento europeo e un dibattito con i capi di Stato e di governo in occasione del prossimo Consiglio europeo. La decisione finale sarà presa dal Consiglio economico e finanziario (Ecofin) nel luglio prossimo.
Le autorità slovene dovranno dunque fissare il cambio tra la moneta nazionale (tallero) e l’euro, tasso che dovrà rimanere invariato fino alla fine del 2006. L’esecutivo europeo ha comunque precisato che continuerà la sua collaborazione con la Lituania, anche con la creazione di una task force che possa dare suggerimenti sulle decisioni da prendere per portare il livello d’inflazione entro i parametri previsti.
Per quanto concerne invece gli altri Stati membri dell’Ue in attesa di adottare la moneta unica europea, la Commissione ha comunicato che Malta, Cipro, Estonia e Lettonia hanno dato il via al processo che potrebbe concludersi alla fine del prossimo anno, con l’ingresso nella zona euro previsto per il 2008.
INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/index_en.htm

partner sociali delusi dalle proposte sui servizi
Dal mondo imprenditoriale, sindacale, politico e della società civile, numerose sono state le reazioni, per lo più critiche, alla recente comunicazione della Commissione sui servizi sociali di interesse generale (vedi euronote n. 40/2006, pag. 5). Il Centro europeo delle imprese a partecipazione pubblica (Ceep), pur rallegrandosi per l’iniziativa della Commissione, ha valutato negativamente la decisione di concentrarsi unicamente sui servizi sociali escludendo dal documento i servizi sanitari. Anche la Confederazione europea dei sindacati (Ces) considera la comunicazione «un passo necessario ma insufficiente», associandosi alla richiesta della Federazione europea dei sindacati del servizio pubblico (Epsu) per una direttiva quadro sui servizi d’interesse generale (Sig) che faccia da contraltare alla direttiva sui servizi del mercato interno. Richiesta simile a quella avanzata dal Partito dei socialisti europei (Pse) e dal Comitato delle Regioni. La Piattaforma delle Ong sociali europee, che lamenta l’esclusione dei servizi sanitari dalla comunicazione sui servizi sociali di interesse generale, chiede maggior coraggio alla Commissione nell’approntare gli strumenti giuridici necessari.
INFORMAZIONI: http://www.epsu.org/a/1778

contro la povertà non solo lavoro
Il lavoro non è la sola strada per uscire dalla povertà, è necessario assicurare un avvenire migliore per tutti, sostiene la rete delle Ong di lotta alla povertà European anti poverty network (Eapn), che in un comunicato risponde alla consultazione lanciata dalla Commissione europea per individuare misure a favore dell’inclusione di coloro che sono maggiormente distanti dal mercato del lavoro. L’Eapn giudica positivamente il concetto di «inclusione attiva» che lega lavoro, sostegno al reddito e accesso ai servizi, ma ritiene che non si debba dimenticare il diritto fondamentale al reddito minimo, che dovrebbe permettere di vivere dignitosamente a prescindere dalla situazione occupazionale. Critico invece il giudizio nei confronti della consultazione, più interessata a impedire che i sistemi di sicurezza sociale frenino l’occupazione che non a fare in modo che tali sistemi diventino un argine contro la povertà. Il rischio, sostiene l’Eapn, è un aumento dei posti di lavoro di scarsa qualità e di bassa retribuzione.
INFORMAZIONI: http://www.eapn.org/code/en/hp.asp

le retribuzioni negli Stati europei
Nell’Europa del nord si guadagna di più, nel sud e nell’est di meno mentre nel centro le retribuzioni sono a un livello intermedio. È quanto emerge da uno studio pubblicato il 3 maggio scorso da Eurostat, dedicato ai salari europei nei settori dell’industria e dei servizi, su dati relativi al 2002. In testa alla classifica europea delle retribuzioni si trovano i Paesi scandinavi, come la Norvegia, dove la retribuzione media annuale (lorda) è pari a 42.475 euro pro capite, e la Danimarca, con una media di 41.376 euro. Seguono i Paesi anglosassoni: Regno Unito (39.538 euro) e Irlanda (32.912 euro), mentre nelle ultime posizioni figurano molti Paesi dell’est europeo, come Polonia (7065 euro), Slovacchia (5708 euro), Romania (2321 euro) e Bulgaria (1884 euro). A metà classifica si trovano invece alcuni Paesi mediterranei, tra cui Portogallo (13.609 euro), Grecia (18.751 euro) e Spagna (21.063 euro), con l’Italia (25.808 euro) collocata quasi in linea con la media dell’Ue a 25 (28.024 euro). Più in alto della media europea si collocano la Francia (29.139 euro) e la Germania (34.622 euro).
Eurostat sottolinea che il livello retributivo «varia in modo significativo» all’interno dell’Ue, indicando come le minori differenze si registrano tra i Paesi scandinavi e quelle più consistenti nei Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania). In generale, all’interno della maggior parte degli Stati le disparità maggiori si registrano nei grandi centri urbani: a Londra, ad esempio, tra salari “medio-bassi” (15.266 euro) e “medio-alti” (64.761 euro) la differenza è tra le più consistenti.
INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.cec.eu.int/portal

l’Ue cambia indirizzo web
In occasione della Giornata dell’Europa, lo scorso 9 maggio, tutti i siti web delle istituzioni europee hanno iniziato a funzionare sotto il nome di dominio di primo livello “.eu”, cosa che i cittadini europei possono fare già dal 7 aprile 2006. Il suffisso “europa.eu” è diventato così il “marchio” unico su Internet e il punto unico di accesso on line alle istituzioni e agenzie dell’Ue, mentre gli attuali indirizzi “.int” delle istituzioni continueranno a essere accessibili per un periodo transitorio di almeno un anno. La commissaria europea responsabile per le Relazioni istituzionali e la Comunicazione, Margot Wallström, ha dichiarato: «La nuova identità web delle istituzioni è simbolica. L’Ue dovrebbe essere imperniata meno su “.istituzioni” e più su “.europei”. Il dominio “.eu” renderà più visibile l’Ue su Internet e quindi anche ai suoi cittadini».
INFORMAZIONI: http://europa.eu