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Euronote 40/2006


riflessione europea

Vignetta di Steve L'Unione europea si trova nel pieno di un "periodo di riflessione" ormai da quasi un anno, cioè da quando, dopo l'esito negativo dei referendum costituzionali francese e olandese, il Consiglio europeo del giugno 2005 invitò tutti gli Stati membri a "un ampio dibattito, che coinvolga i cittadini, la società civile, le parti sociali, i parlamenti nazionali e i partiti politici". Tutto ruota attorno alla questione del Trattato costituzionale, già ratificato da 14 Stati membri ma su cui pesa il rifiuto espresso dai cittadini di Francia e Paesi Bassi, che ha spinto molti Paesi a rinviare le procedure di ratifica. Il Parlamento europeo auspica che la Costituzione europea possa entrare in vigore alla data prevista del giugno 2009, considera valida l'idea di un referendum paneuropeo in occasione delle prossime elezioni europee e ritiene che non si possa procedere a ulteriori allargamenti dell'Ue senza l'entrata in vigore del Trattato. L'obiettivo del 2009 è condiviso da alcuni governi e in particolare da quello tedesco, che lo considera una delle priorità del suo turno di presidenza dell'Ue nel primo semestre 2007. Secondo alcuni leader politici europei, invece, la Costituzione europea è "morta" e occorre ripartire da zero privilegiando accordi intergovernativi o cooperazioni rafforzate sulle singole politiche. Altri ritengono necessaria un'Europa "a due" o "a più" velocità, che si sviluppi intorno ai Paesi dell'euro, o ai principali Stati membri o ancora a un gruppo di Paesi "pionieri". Il primo ministro belga, Guy Verhofstadt, ha riproposto recentemente la creazione degli "Stati Uniti d'Europa", cioè di un'Europa federale su cui convergono molte personalità politiche e culturali europee. C'è poi chi propone di separare le varie parti del testo costituzionale, sottoponendo a referendum le parti I e II e destinando a nuova ratifica parlamentare la parte III, mentre altri ancora ritengono necessario convocare una nuova Convenzione per ridefinire obiettivi, confini, modello economico e sociale, politica estera e di sicurezza. Ma non è immaginabile un rilancio della Costituzione europea nei prossimi mesi, dato che la Commissione si limita a proporre un calendario, la presidenza austriaca non ha condotto a una vera riflessione collettiva e tutti attendono il 2007, quando sarà la Germania a guidare l'Ue e si terranno elezioni in Francia e Paesi Bassi. Osservando questa prima fase della riflessione europea, però, qualcosa si può notare: la scarsa partecipazione dei cittadini al dibattito, nonostante alcuni canali aperti (http://europa.eu.int/debateeurope/index_it.htm e http://www.avvenireuropa.it); il poco coraggio politico di governi troppo propensi a "usare" le questioni europee per fini politici nazionali; la totale assenza italiana, cui si spera riesca a rimediare il nuovo governo.

i conti pubblici nell'Ue

Nel corso del 2005, sia nella zona euro che nell'intera Ue a 25 Stati si è registrato un miglioramento nell'andamento del rapporto deficit/Pil e un peggioramento del rapporto debito/Pil. Tra i 12 Paesi che hanno adottato l'euro, infatti, il disavanzo è calato dal 2,8% del Pil rilevato nel 2004 al 2,4% del 2005, mentre il debito è salito al 70,8% del Pil rispetto al 69,8% dell'anno precedente. Più o meno la stessa cosa è avvenuta anche considerando tutti e 25 gli Stati membri dell'Ue: il rapporto deficit/Pil è passato dal 2,6% del 2004 al 2,3% del 2005, mentre quello tra debito e Pil è cresciuto dal 62,4% del 2004 al 63,4% del 2005.
Il deficit prosegue così il suo cammino "virtuoso", essendo calato in rapporto al Pil dal 3% registrato nel 2003 sia nella zona euro che nell'Ue, al 2,8% (zona euro) e 2,6% (Ue) del 2004, fino al 2,4% (zona euro) e 2,3% (Ue) dello scorso anno.
L'indebitamento pubblico risulta invece in crescita costante: è passato infatti dal 68,1% rispetto al Pil nel 2002 al 69,3% del 2003, per salire poi al 69,8% nel 2004 e al 70,8% l'anno scorso nella zona euro, mentre nell'Ue l'aumento negli anni compresi tra il 2002 e il 2005 è stato altrettanto costante: 60,5% nel 2002, 62% nel 2003, 62,4% nel 2004 e 63,4% nel 2005.
Sostanzialmente stabile, invece, l'andamento della spesa pubblica che, dal 47,7% del Pil nel 2002, è salita al 48,2% l'anno successivo, per scendere poi al 47,5% sia nel 2003 che nel 2004 per quanto riguarda la zona euro, mentre nell'Ue è stata del 46,8% nel 2002, del 47,5% nel 2003, del 47% nel 2004 e del 47,2% nel 2005.
I dati sono stati resi noti da Eurostat il 24 aprile scorso e mostrano differenze sostanziali tra i vari Stati membri. Per quanto riguarda il rapporto deficit/Pil, ad esempio, i disavanzi maggiori si registrano in Ungheria (- 6,1%, ma che non fa parte della zona euro), Portogallo (- 6%), Grecia (- 4,5%) e Italia, il cui rapporto tra deficit e Pil è passato dal - 2,9% del 2002 al - 3,4% del 2003 e del 2004 fino al - 4,1% del 2005; altri tre Stati membri presentano disavanzi superiori al 3% del Pil: Regno Unito (- 3,6%), Germania e Malta (- 3,3%), ma di questi solo la Germania è interessata ai parametri previsti dall'unione monetaria, dato che né Regno Unito né Malta hanno per ora adottato l'euro. Sono invece otto gli Stati dell'Ue che registrano un surplus nel rapporto deficit/Pil: Danimarca (4,9%), Svezia (2,9%), Finlandia (2,6%), Estonia (1,6%), Spagna (1,1%), Irlanda (1%), Lettonia (0,2%) e Belgio (0,1%). Complessivamente, in 18 Stati membri si è verificato un miglioramento del bilancio in relazione al Pil nel 2005, mentre in 7 si è registrato un peggioramento.
Sul fronte del debito, invece, nove Stati membri presentano un rapporto debito/Pil superiore al 60%, con i rapporti maggiormente sbilanciati in Grecia (107,5%), Italia (106,4% rispetto al 103,8% dell'anno precedente) e Belgio (93,3%), seguiti a distanza da Malta (74,4%), Cipro (70,3%), Germania (67,7%), Francia (66,8%), Portogallo (63,9%) e Austria (62,9%). Viceversa, le quote di debito più basse in relazione al Pil riguardano Estonia (4,8%), Lussemburgo (6,2%), Lettonia (11,9%) e Lituania (18,7%).


* Dati riferiti all'anno finanziario, che per il Regno Unito è conteggiato dal 1° aprile al 31 marzo. Fonte: Eurostat, 24 aprile 2006

stato di applicazione della Strategia di Lisbona


Nel gennaio 2006 la Commissione europea ha presentato il rapporto sullo stato di attuazione della Strategia di Lisbona per la crescita e l'occupazione negli Stati membri dell'Ue. Il testo esamina la situazione nei diversi Paesi a partire dai piani di riforma presentati nell'ottobre 2005 e indica i settori di azione e le misure da implementare per determinarne il rilancio (vedi tabella).
Commentando i 25 Piani nazionali, il presidente della Commissione Manuel Barroso ha invitato gli Stati membri a trovare la volontà politica di "passare alla marcia superiore" e di tradurre in impegni concreti quanto scritto nei Piani nazionali.

il Consiglio europeo di primavera


Alla luce del documento della Commissione, i capi di Stato e di governo dell’Ue riuniti a Bruxelles nei giorni 23-24 marzo 2006 per il tradizionale Vertice di primavera, che fin dal 2001 è dedicato alla valutazione della Strategia di Lisbona, hanno ribadito la necessità di proseguire sulla strada delle riforme strutturali che rappresentano la via maestra per sostenere la crescita, elevare il livello di vita e creare nuovi posti di lavoro.
Le conclusioni della presidenza del Consiglio europeo ribadiscono la priorità dei maggiori investimenti in crescita, innovazione, ricerca e formazione.
In materia di occupazione, è necessario aumentare la partecipazione al mercato di tutte la categorie di lavoratori (giovani, donne, lavoratori anziani, diversamente abili, immigrati); tale aumento si può ottenere soltanto attraverso una stretta collaborazione con i partner sociali e con la realizzazione della Strategia europea per l’occupazione. Tenendo conto della ripresa economica sono necessarie alcune misure per la creazione di 2 milioni di posti di lavoro entro il 2010.
Gli assi su cui investire per il raggiungimento di questo obiettivo sono:

• L’eliminazione delle barriere che impediscono l’accesso al mercato del lavoro o i passaggi da una situazione lavorativa a un’altra.

• La riduzione dell’abbandono scolastico (che entro il 2010 dovrebbe essere limitato al 10%) e la diffusione della formazione post-obbligo (che entro il 2010 dovrebbe riguardare almeno l’85% dei giovani al di sopra dei 22 anni).

• Le strategie di invecchiamento attivo che stimolino i lavoratori a restare nel mondo del lavoro il più a lungo possibile e a ritirarsene gradualmente ricorrendo al lavoro part time.

• Le pari opportunità: il Consiglio ha approvato il Patto per l’uguaglianza tra gli uomini e le donne in cui enuncia la necessità di promuovere l’occupazione femminile, di vigilare sull’effettiva applicazione del principio dell’uguale salario per uguale lavoro e di implementare misure che consentano una più semplice conciliazione tra vita lavorativa/pubblica e vita famigliare/privata.

• Equilibrio tra flessibilità e sicurezza: gli Stati membri sono invitati a perseguire riforme del mercato del lavoro e politiche sociali integrate nell’approccio della flexicurité (parola francese che tenta di declinare flessibilità e sicurezza). Il Consiglio, dunque, accoglie su questo punto l’approccio della Commissione e si impegna ad avviare una riflessione interistituzionale per l’elaborazione di un insieme di principi comuni sulla flexicurité che dovrebbero rappresentare il quadro di riferimento per la creazione di mercati del lavoro più aperti e reattivi e di luoghi di lavoro più produttivi.

tasso di occupazione in crescita

Secondo rilevazioni rese note da Eurostat nel febbraio 2006, il tasso di occupazione della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) alla fine del 2005 era del 64,1% nell'Ue, rispetto al 63,6% di un anno prima, con la Spagna che ha fatto registrare l'incremento più elevato tra gli Stati membri (dal 61,5% al 63,9%). Per quanto riguarda la ripartizione di genere, il tasso era del 71,8% per gli uomini e del 56,6% per le donne, con gli incrementi più elevati del tasso femminile rispetto all'anno precedente rilevati in Spagna (dal 48,6% al 51,6%) e Irlanda (dal 57,3% al 59,3%). Altri aumenti consistenti si sono registrati a Cipro, in Grecia e in Lussemburgo, mentre l'occupazione ha ripreso a crescere dopo due anni anche in Germania; viceversa, un calo preoccupante di occupati si è registrato nei Paesi Bassi.
L'aumento del tasso di occupazione a livello comunitario ha comportato un aumento del tasso di attività (occupati più disoccupati) della popolazione in età lavorativa, passato dal 69,9% dell'anno precedente al 70,4% nel terzo quadrimestre 2005.
Pur se aumentato, il tasso di occupazione è ancora nettamente al di sotto degli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona per il 2010: il divario è di circa 6 punti per il dato complessivo e di 4 e 9 punti per le donne e per i lavoratori anziani.
In media, il 14,9% degli occupati nell'Ue ha un contratto a tempo determinato, con differenze sostanziali tra il 43,2% riguardante i giovani al di sotto dei 25 anni, l'11,6% degli occupati di 25-54 anni e il 7,4% per i lavoratori con più di 55 anni. Differenze notevoli anche tra Stati membri, con percentuali di contratti a termine al di sotto del 5% in Estonia, Malta e Irlanda e invece del 34,4% in Spagna e del 26,4% in Polonia.

cala la disoccupazione, ancora alta tra i giovani

Eurostat stima circa 12 milioni di disoccupati nella zona euro e 18,4 milioni nell'Ue a 25, con un leggero calo rispetto a un anno fa: il tasso di disoccupazione è sceso dall'8,8% all'8,2% nella zona euro e dall'8,9% all'8,5% nell'Ue a 25.
Nel febbraio 2006, i livelli più bassi di disoccupazione hanno riguardato Irlanda (4,3%), Danimarca e Paesi Bassi (4,4%), Regno Unito (4,9%) e Austria (5,1%), mentre i più elevati si sono registrati in Polonia (17%), Slovacchia (15,8%), Grecia (9,6%), Francia (9,1%) e Germania (8,9%).
Tra i 25 Stati membri, 17 hanno registrato un calo della disoccupazione rispetto all'anno precedente, con le diminuzioni più significative rilevate in Estonia (dall'8,8% al 5,9%), Lituania (dal 9,5% al 6,6%) e Danimarca (dal 5,3% al 4,4%), le crescite più elevate in Ungheria (dal 6,7% al 7,6%), Malta (dal 7,1% all'8%), Lussemburgo (dal 5% al 5,4%) e Portogallo (dal 7,3% al 7,7%). Il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,6% al 7% tra gli uomini nella zona euro e dall'8% al 7,6% nell'Ue a 25 tra febbraio 2005 e febbraio 2006, mentre per le donne il calo è stato dal 10,3% al 9,7% nella zona euro e dal 10,1% al 9,6% nell'Ue a 25.
Il tasso di disoccupazione giovanile (al di sotto dei 25 anni) è sceso dal 18,4% del febbraio 2005 al 17,7% del febbraio 2006 nella zona euro e dal 19% al 18,5% nell'Ue, livello ancora più che doppio rispetto a quello complessivo riguardante tutti i lavoratori. Tra gli Stati membri, i tassi minori di disoccupazione giovanile si registrano nei Paesi Bassi (7,7%), mentre i più elevati sono in Polonia (35,4%).

prospettive occupazionali

Secondo la Commissione sembrano esserci le condizioni macroeconomiche per una ripresa, ma tutto dipende dal rilancio della fiducia degli operatori economici e soprattutto dalla prosecuzione delle riforme strutturali che, già negli anni scorsi, hanno determinato un calo nel tasso strutturale di disoccupazione.
È calata anche la disoccupazione di lunga durata e si sono ridotti i periodi medi di disoccupazione, tuttavia sono ancora molti gli ostacoli (soprattutto di natura fiscale e salariale) che rendono complesso il passaggio dalla disoccupazione/inattività all'occupazione.
Aumenta anche la partecipazione all'apprendimento permanente, ma sono necessari ulteriori progressi per la transizione dal lavoro temporaneo a quello a tempo indeterminato. Dalla metà degli anni Novanta, poi, si registra un calo della produttività del lavoro. Le cause di tale calo, secondo la Commissione, sono da individuare negli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, nelle difficoltà per l'Ue a riorientare le spese verso settori con prospettive elevate di crescita di produttività, nelle difficoltà a produrre e assorbire tecnologie nuove, più saldamente basate sulla conoscenza.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/growthandjobs/annual-report_en.htm; http://epp.eurostat.cec.eu.int/portal
  

- Dato non disponibile
Fonte: Eurostat, febbraio 2006

servizi: le nuove proposte della Commissione

Preso atto del voto con cui il 16 febbraio scorso il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura la relazione sulla proposta di direttiva “Bolkestein”, che pur mantenendo i principi ispiratori ne modifica profondamente i contenuti, la Commissione europea ha adottato il 4 aprile una nuova proposta di direttiva sui servizi, elaborata dall’attuale commissario al Mercato interno Charlie McCreevy.
La nuova versione della “Bolkestein”, che date le modifiche rispetto alla versione originale dovrebbe ormai essere denominata “McCreevy”, riprende praticamente quasi tutti gli emendamenti indicati dall’Europarlamento, eliminando il principio del Paese d’origine e mantenendo fuori dal campo di applicazione i servizi di interesse pubblico e sociale. Il nuovo testo dovrà ora passare al vaglio del Consiglio dei ministri europei, per poi tornare al Parlamento europeo dove sarà sottoposto alla votazione in seconda lettura, iter che si prevede dovrebbe concludersi entro il 2006.

la nuova “Bolkestein”

«È una soluzione realistica, pratica e attuabile, che può risultare decisiva a livello economico in un momento critico per l’Europa» ha dichiarato il commissario europeo McCreevy, secondo cui la nuova proposta di direttiva avvia un processo che condurrà a una migliore integrazione del mercato, con una maggiore certezza giuridica per chi vende e compra i servizi: «Le imprese saranno in grado di stabilirsi e di offrire servizi liberamente, senza che vi siano misure destinate ad escluderli. I consumatori saranno avvantaggiati da più possibilità di scelta, maggiore concorrenza e prezzi più bassi, mentre le condizioni lavorative non saranno pregiudicate». La proposta, infatti, secondo la Commissione non pregiudica la legislazione sul lavoro né riguarda il distacco dei lavoratori, ed esclude dal campo d’applicazione una vasta gamma di servizi: i servizi finanziari, le telecomunicazioni, i servizi di trasporto, i servizi portuali, le cure sanitarie, i servizi sociali quali l’edilizia popolare, la custodia dei bambini e il sostegno alle famiglie e alle persone in difficoltà, le attività connesse all’esercizio dei poteri pubblici, le agenzie di lavoro interinale, i servizi di sicurezza privati nonché i servizi audiovisivi e di scommesse.
Nelle intenzioni della Commissione, le imprese potranno completare tutte le formalità on line attraverso un unico punto di contatto, i regimi di autorizzazione saranno più chiari e trasparenti, mentre non saranno più consentiti i test relativi alla “necessità economica” (procedure con cui le imprese devono provare alle autorità che non “destabilizzeranno” la concorrenza locale). Inoltre, sarà potenziata la libertà di fornire servizi in tutta l’Ue e gli Stati membri dovranno rispettare i diritti dei fornitori di offrire servizi in un Paese diverso da quello in cui hanno sede. Gli Stati membri potranno tuttavia adottare disposizioni non discriminatorie, proporzionate e necessarie per motivi di protezione dell’ordine pubblico, della pubblica sicurezza, della salute pubblica e dell’ambiente. Le imprese avranno l’obbligo di mettere a disposizione dei consumatori informazioni importanti e non potranno discriminare un consumatore per ragioni di residenza o nazionalità, mentre gli Stati membri dovranno rafforzare la cooperazione amministrativa per garantire un controllo migliore ed efficace delle imprese.
Rispetto al testo approvato in febbraio dal Parlamento europeo, le uniche novità introdotte dalla Commissione riguardano la liberalizzazione dei «servizi di consulenza legale e fiscale» (cosa che però non dovrebbe incidere molto sull’attività ordinaria di notai e avvocati) e il settore delle costruzioni, per il quale la nuova proposta di direttiva prevede che siano «comprese le prestazioni degli architetti», categoria di professionisti che, se non interverranno ulteriori modifiche, dovrebbe divenire così la prima ad aprirsi alla concorrenza in tutta l’Ue.

le prime reazioni

La nuova proposta della Commissione è stata accolta favorevolmente sia dalla presidenza di turno austriaca dell’Ue sia dai principali gruppi politici europei. Il ministro austriaco dell’Economia, Martin Bartenstein, ha assicurato il proprio impegno per trovare un accordo politico anche se, ha sottolineato, i governi europei hanno posizioni diverse sulla liberalizzazione dei servizi.
I rappresentanti dei gruppi europarlamentari popolare (Ppe-De), socialista (Pse) e liberaldemocratico (Alde), così come lo stesso presidente del Parlamento europeo Josep Borrell, hanno espresso soddisfazione per la proposta «basata ampiamente sul compromesso raggiunto in aula», mentre il gruppo dei verdi ha criticato l’eccessiva discrezionalità lasciata alla Corte di giustizia in relazione al campo di applicazione della direttiva. In effetti, tra le maggiori critiche espresse dalle diverse parti politiche e sociali figurano da un lato le molte limitazioni considerate eccessive da alcuni, dall’altro le disposizioni eccessivamente vaghe sulle previsioni di legge applicabile in caso di prestazione transfrontaliera dei servizi, sulle quali dovrà abbondantemente intervenire la giurisprudenza europea.
Non esprimono invece grande soddisfazione le parti sociali, per motivi naturalmente opposti, consapevoli del fatto che i contenuti della proposta presentata dalla Commissione dovranno ancora essere sottoposti al vaglio del Consiglio prima e del Parlamento poi. L’Unione delle Confindustrie europee (Unice), pur apprezzando le semplificazioni per la libertà di insediamento delle imprese sul territorio dell’Ue, critica l’esclusione del lavoro interinale dal campo di applicazione della direttiva, mentre la Confederazione europea dei sindacati (Ces), che aveva accolto molto positivamente la relazione approvata in febbraio dal Parlamento europeo, esprime apprezzamento per gli sforzi della Commissione nel mantenere gli elementi essenziali del compromesso parlamentare, ma denuncia alcune ambiguità della nuova proposta.

la comunicazione sui servizi sociali

Il 26 aprile scorso la Commissione europea ha poi presentato una comunicazione relativa ai Servizi sociali d’interesse generale (Ssig), che presenta per la prima volta un elenco delle caratteristiche specifiche di questi servizi ed esamina il sostegno di cui beneficiano grazie ai vari strumenti comunitari. Con questa comunicazione, la Commissione avvia un processo di ampia consultazione, che si rivolge a tutti i protagonisti dei settori interessati, Stati membri, parti sociali, Ong e operatori dei servizi sociali, al fine di poter meglio tener conto delle specificità di questi servizi in fase di attuazione della legislazione comunitaria.
Pur differendo notevolmente da uno Stato membro all’altro, questa categoria di sevizi può comprendere settori quali l’edilizia popolare e l’assistenza all’infanzia o servizi alle famiglie o alle persone bisognose. La Commissione non prende però in considerazione i servizi sanitari, che rientrano in un’altra iniziativa europea specifica. Partendo dalla constatazione che nell’Ue si stanno aprendo e diversificando sempre più i Ssig e che una percentuale crescente di essi è ora di competenza europea sul mercato interno e sulla concorrenza, mentre finora tali servizi erano gestiti dalle autorità pubbliche nazionali, con questa comunicazione la Commissione intende dare un chiarimento giuridico che riguarda gli aiuti pubblici ai prestatori di servizi sociali ma anche l’applicazione delle norme relative al mercato interno (in particolare il principio della libertà di prestazione dei servizi e della libertà di stabilimento) e agli appalti pubblici.
In pratica, in sintonia con la proposta di direttiva sui servizi recentemente adottata (ex “Bolkestein”) di cui si è detto in precedenza, la comunicazione sottolinea come i servizi sociali abbiano caratteristiche specifiche che li distinguono dagli altri servizi d’interesse generale (quali le telecomunicazioni e i trasporti), ad esempio il fatto che si tratta di servizi personalizzati e che i loro obiettivi sono direttamente connessi all’accesso a diritti sociali fondamentali e al conseguimento della coesione sociale.
«I servizi sociali rappresentano un pilastro del modello sociale europeo e di conseguenza è essenziale che le condizioni instaurate a livello comunitario contribuiscano allo sviluppo armonico del settore» ha dichiarato il commissario europeo per l’Occupazione e gli Affari sociali Vladimír Špidla, sottolineando l’intenzione della Commissione di creare un equilibrio tra la coesione sociale, l’apertura e il principio di sussidiarietà.
La comunicazione non modifica per ora il diritto comunitario e, per ottenere un quadro più chiaro dell’approccio seguito da ciascuno Stato membro dell’Ue in materia di Ssig, la Commissione ha deciso di avviare uno studio sulla situazione di ciascuno Stato membro. In base ai risultati di questo studio e di una consultazione con le parti interessate, la Commissione presenterà ogni due anni a partire dal 2007 una relazione che descriverà le nuove tendenze della modernizzazione del settore, la giurisprudenza e gli sviluppi in atto.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social/emplweb/news/news_en.cfm?id=153

FRANCIA: COSTRUIRE LA SICUREZZA PROFESSIONALE
di Jean Michel Gelati*

Il Contratto di primo impiego (Contrat première embauche - Cpe), un contratto molto precario che il governo francese voleva applicare ai giovani e al mondo del lavoro, è “morto”.
Per il movimento sindacale si tratta di un vero successo. Il primo dopo numerosi anni, grazie a una mobilitazione senza precedenti, all’unità sindacale (sempre complicata da realizzarsi in Francia) e grazie all’impegno fianco a fianco di giovani e lavoratori.
A questo proposito, è la prima volta che le aspirazioni di lavoratori e giovani si uniscono e proseguono (il movimento del 1968, ad esempio, nella memoria di tutti è ricordato per una certa opposizione tra studenti e mondo del lavoro).
Il sindacalismo francese, riunito con una nuova modalità e con orizzonti più ampi, ha dato prova della sua efficacia. L’evento, che non deve rimanere senza seguito, porta esigenze di alto livello: uguaglianza, giustizia sociale, dignità, sicurezza professionale contro la generalizzazione di una precarietà già massiccia e la rimessa in discussione del diritto del lavoro.
Ora i sindacati francesi, forti del loro successo, devono perseguire le loro azioni e il loro impegno, essere portatori di proposte in grado di riunire i precari, i disoccupati, i lavoratori e i futuri salariati per concretizzare le loro aspirazioni: disporre di un futuro professionale sicuro e con garanzie, con dispositivi di inserimento, formazione, qualifica e riconoscimento delle competenze e del lavoro.
L’impegno dei giovani insieme a quello dei lavoratori, sulle maggiori questioni sociali, è una formidabile promessa per tutto il mondo sindacale. Da non deludere!
I sindacati europei, la Confederazione europea dei sindacati, non si sono tirati indietro e hanno sostenuto il movimento: «Lo sviluppo della precarietà, la rimessa in discussione del diritto del lavoro, particolarmente in Francia ma anche in numerosi altri Paesi europei, non è la risposta adeguata per rilanciare la crescita, migliorare la competitività europea, né creare posti di lavoro» hanno dichiarato festeggiando la vittoria.
Una vittoria che porterà lontano.

* Segretario del Comité Régional CGT Rhône-Alpes. Chargé des Relations Internationales

la pena di morte nel mondo

Almeno 2148 esecuzioni sono state praticate in 22 Paesi nel corso del 2005, il 94% delle quali ha avuto luogo in soli 4 Stati: Cina, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti. Oltre a quelle eseguite, sono state emesse almeno 5186 condanne a morte in 53 Paesi, mentre oltre 20.000 detenuti sono in attesa di essere messi a morte nelle carceri di tutto il mondo. La Cina continua a essere ampiamente il Paese col numero più elevato di esecuzioni al mondo: almeno 1770 nel 2005, ma si tratta di una cifra sottostimata causa la parzialità dei dati forniti dalle autorità cinesi, mentre secondo alcuni esperti legali sarebbero addirittura 8000 le persone messe a morte ogni anno in Cina. Numeri decisamente inferiori ma comunque rilevanti riguardano l’Iran, con almeno 94 esecuzioni lo scorso anno, e l’Arabia Saudita, dove almeno 86 detenuti sono stati messi a morte nel 2005. Seguono gli Stati Uniti, con 60 esecuzioni nel 2005, anno in cui è stata raggiunta la quota di 1000 esecuzioni da quando la pena di morte fu reintrodotta, nel 1976. Se il numero di esecuzioni è inferiore agli altri 3 Stati citati, il valore simbolico è però decisamente rilevante per gli Usa, Paese notoriamente conosciuto come la più grande democrazia del mondo a differenza dei sistemi autoritari vigenti in Cina, Iran e Arabia Saudita. Tra l’altro, lo scorso gennaio il Federal Bureau of Investigation (Fbi) statunitense aveva annunciato il riesame di tutte le impronte digitali dei condannati a morte, decisione presa dopo un clamoroso errore di identificazione che aveva portato all’accusa infondata di un avvocato dell’Oregon per gli attentati di Madrid del 2004. Poche settimane dopo Amnesty International, che il 20 aprile ha pubblicato i dati sulla pena di morte nel mondo qui citati, aveva presentato un Rapporto sull’applicazione della pena capitale negli Usa a persone affette da malattia mentale: erano segnalati i casi di 100 prigionieri con gravi disturbi psichici messi a morte dal 1977, dato che equivale al 10% circa del totale delle esecuzioni statunitensi. Amnesty denunciava le profonde carenze del sistema sanitario e giudiziario, focalizzando l’attenzione sulle condizioni dei detenuti con problemi psichici in attesa di esecuzione, che costituiscono il 5-10% dei 3400 prigionieri che si trovano nei “bracci della morte” statunitensi.

una tragica illusione

«La pena di morte rappresenta l’estrema, irreversibile negazione dei diritti umani, poiché è contraria all’essenza stessa dei valori fondamentali. Spesso è applicata in modo discriminatorio, a seguito di processi iniqui o per ragioni politiche. Quando è frutto di un’ingiustizia può rappresentare un errore fatale, mentre non ha un potere deterrente particolare nei confronti del crimine» dichiara la segretaria generale di Amnesty International, Irene Khan, secondo la quale «i governi dovrebbero sforzarsi di introdurre misure efficaci contro la criminalità invece di affidarsi all’illusoria sensazione di controllo che dà la pena di morte». Amnesty sottolinea come i dati da essa pubblicati siano approssimativi, a causa del segreto che circonda l’applicazione della pena di morte: «Molti governi, come quello cinese, rifiutano di pubblicare statistiche ufficiali sulle esecuzioni, mentre in Paesi come il Vietnam le informazioni su questo argomento sono considerate “segreto di Stato”».

le peggiori pratiche

Nonostante ciò, molte informazioni filtrano. La Cina, Paese in cui è praticato circa l’80% delle esecuzioni mondiali, prevede la pena di morte per 68 tipi di reato, anche per atti che non comportano l’uso della violenza come la frode fiscale, l’appropriazione indebita e i crimini legati al traffico di droga. Secondo Amnesty, l’Iran è l’unico Paese che nel 2005 ha messo a morte persone minorenni all’epoca del reato: almeno 8, dei quali 2 avevano meno di 18 anni anche al momento dell’esecuzione. Gli Usa, in precedenza leader mondiali in questo campo, hanno messo al bando le esecuzioni nei confronti dei minorenni nel marzo 2005, fatto che secondo Amnesty «dovrebbe costituire un chiaro messaggio rivolto ai Paesi che ancora applicano questa pratica barbara».
In Arabia Saudita, alcuni detenuti sono stati prelevati dalle loro celle e messi a morte senza ricevere informazioni sulla loro esecuzione; altri, stranieri o appartenenti a minoranze etniche, sono stati giudicati colpevoli e condannati al termine di processi celebrati in una lingua sconosciuta, senza che fosse stato fornito loro un interprete.

speculazioni e violazioni

Secondo Amnesty, alla gravità dell’uso della pena di morte in alcuni casi si sommano macabre speculazioni e totale disprezzo per i diritti minimi, con procedure inumane che aggravano l’intrinseca crudeltà della permanenza nei bracci della morte. In Cina, ad esempio, molti sospettano che gli alti profitti derivanti dall’espianto degli organi delle persone messe a morte possano essere un incentivo a mantenerla.
In Bielorussia e Uzbekistan, le autorità non informano i prigionieri né i loro familiari sulla data di esecuzione, mentre i corpi dei prigionieri non sono restituiti ai parenti e a questi ultimi viene persino tenuto nascosto il luogo di sepoltura. Sistemi penali difettosi e minati dalla corruzione creano poi in questi due Paesi terreno fertile per errori giudiziari. Secondo denunce attendibili, le esecuzioni in Uzbekistan avvengono spesso dopo processi iniqui, a seguito di maltrattamenti e torture con lo scopo di estorcere confessioni. In Giappone, diverse persone sono state condannate a morte dopo essere state sottoposte a maltrattamenti, costrette a confessare crimini mai commessi.

tendenza abolizionista

Nonostante tutti questi dati e informazioni raccolti da Amnesty International sull’applicazione della pena capitale, la tendenza verso l’abolizione continua a crescere: negli ultimi 20 anni il numero degli Stati che eseguono condanne a morte si è dimezzato e nel 2005 è risultato in calo per il quarto anno consecutivo. Gli esempi più recenti sono costituiti da Messico e Liberia, dove lo scorso anno la pena di morte è stata abolita per tutti i crimini. Cina, Iran, Arabia Saudita, Usa e pochi altri Paesi costituiscono ormai una «clamorosa anomalia per l’estremo uso che ne fanno», sottolinea Amnesty che nota come «il percorso abolizionista è inarrestabile»: a fronte dei soli 16 Paesi che nel 1977 avevano abolito la pena di morte per tutti i reati, si è passati a 86 Paesi alla fine del 2005.

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.it; http://www.amnesty.org

I NUMERI DELLA PENA CAPITALE

Lo stesso giorno in cui Amnesty International pubblicava il suo Rapporto sulla pena di morte nel mondo, il 20 aprile, in Iran alcuni giornali riportavano la notizia di 10 esecuzioni effettuate a Evin, a nord di Tehran: i condannati sono stati impiccati dopo essere stati riconosciuti colpevoli di omicidio e in seguito al rifiuto dei familiari delle vittime di accordare loro il perdono. Poco più di un mese prima, il 9 marzo, erano state eseguite 13 condanne a morte in Iraq, Paese dove la pena capitale è stata reintrodotta dalle nuove autorità il 30 giugno 2004. Si tratta solo dei casi più recenti di applicazione della pena di morte, pratica che è ancora in vigore in 73 Paesi mentre 123 l'hanno abolita nella legge o nella pratica: 86 l'hanno abolita per ogni reato, 11 la mantengono per reati eccezionali, 26 Paesi non l'hanno ancora abolita ma non praticano esecuzioni da almeno 10 anni o si sono impegnati a livello internazionale a non eseguire condanne a morte. Nel 2005 sono state registrate da Amnesty almeno 2148 esecuzioni in 22 Paesi: Cina (almeno 1770), Iran (94), Arabia Saudita (86), Usa (60), Pakistan (31), Yemen (24), Vietnam (21), Giordania (11), Singapore e Mongolia (8), Kuwait (7), Libia (6), Autorità palestinese (5), Iraq, Bangladesh e Taiwan (3), Indonesia e Uzbekistan (2), Bielorussia, Corea del Nord, Giappone e Somalia (1).

asilo: poche domande e troppe restrizioni

Per il quarto anno consecutivo, nel 2005 il numero di domande d’asilo presentate nei 50 Paesi più industrializzati è diminuito, raggiungendo il livello più basso degli ultimi due decenni, mentre il numero complessivo delle richieste d’asilo si è praticamente dimezzato dal 2001 a oggi. È quanto emerge dal Rapporto annuale Asylum Levels and Trends in Industrialized Countries, pubblicato il 17 marzo scorso, con cui l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati (Acnur-Unhcr) aggiorna le statistiche relative alle richieste di asilo politico a livello mondiale. Secondo l’Alto commissario per i rifugiati António Guterres, gli ultimi dati mostrano come «nei Paesi industrializzati parlare dell’asilo come di un problema crescente è un’affermazione che non riflette la realtà. Questi Paesi dovrebbero piuttosto chiedersi se, imponendo restrizioni ancora più rigide sui richiedenti asilo, non stiano chiudendo le porte a uomini, donne e bambini in fuga dalla persecuzione».

la Francia al primo posto

Nel 2005 il numero complessivo di domande d’asilo presentate in 50 Paesi è stato di 336.000, con una diminuzione del 15% rispetto all’anno precedente. La Francia, con circa 50.000 domande, è stato come già nel 2004 il Paese che ha ricevuto il maggior numero di richieste (nonostante un calo del 15% tra il 2004 e il 2005), seguita dagli Stati Uniti con 48.800 domande, dal Regno Unito con 30.500 (numero dimezzato negli ultimi 2 anni e abbattuto del 70% rispetto alle 103.000 domande del 2002) e dalla Germania con 28.900, Paese che negli ultimi 15 anni è stato quasi sempre quello in cui sono state presentate più domande. Seguono Austria (22.500 richieste), Canada (19.700), Svezia (17.500) e Belgio (16.000). Nel complesso, i primi tre Paesi riceventi registrano circa il 40% del totale delle domande, i primi cinque il 54% e i primi otto il 70% delle domande presentate nei Paesi maggiormente industrializzati, mentre solo 10 Paesi hanno ricevuto più di 10.000 domande d’asilo (Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti, Svezia e Svizzera).

incidenza sulla popolazione

Considerando il numero di domande d’asilo presentate in un Paese in relazione alla popolazione totale del Paese stesso, emerge però un quadro differente: durante gli ultimi 5 anni, i Paesi con il più alto numero di domande d’asilo presentate in proporzione alla popolazione totale sono Cipro (quasi 30 richiedenti asilo per 1000 abitanti), Austria (18‰), Svezia (14‰), Norvegia (13‰) e Svizzera (13‰). Paesi come Regno Unito (5,5‰), Francia (4,7‰) e Germania (3,3‰) si collocano a metà di questa classifica, più basso invece il tasso di domande in relazione alla popolazione in Australia (1,4‰), Stati Uniti (1,3‰), Nuova Zelanda (1,1‰) e Italia (1‰). Nello stesso periodo, la media dell’Ue è stata di 3,8 domande per 1000 abitanti, con 12 Paesi al di sotto della media.
«Con livelli così bassi di domande d’asilo, i Paesi industrializzati sono ora nelle condizioni di dedicare maggiore attenzione al miglioramento dei sistemi d’asilo, dal punto di vista della protezione dei rifugiati, piuttosto che alla riduzione delle quantità» sostiene Guterres, ricordando come «nonostante la percezione dell’opinione pubblica, la maggioranza dei rifugiati è ancora accolta in Paesi in via di sviluppo, quali Tanzania, Iran e Pakistan».

nell’Ue le cifre più basse dal 1988

Il numero di domande d’asilo presentate nel 2005 negli Stati membri dell’Ue è diminuito del 16% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la quota più bassa registrata dal 1988 sia nell’Ue che nell’intero continente europeo. Nella maggior parte dei singoli Paesi d’asilo, infatti, il totale di domande inoltrate nel 2005 è stato il più basso da diversi anni a questa parte: in Danimarca e in Germania, ad esempio, si tratta della cifra più bassa dal 1983, in Canada dal 1985, in Svizzera dal 1986, nel Regno Unito dal 1993, in Bulgaria, Repubblica Ceca, Irlanda, Italia, Norvegia e Spagna dal 1997. In controtendenza, si segnalano i casi di Grecia, Malta e Corea del Sud, tra i pochi Paesi ad aver registrato nel 2005 un numero di domande d’asilo più elevato rispetto agli anni precedenti.
All’interno dell’Ue, si è registrato un calo significativo nei Paesi scandinavi (- 25%), ma la diminuzione più rilevante è quella verificatasi nei 10 nuovi Stati membri, pari al 35%, mentre negli altri 15 “vecchi” Stati dell’Ue il calo è stato del 12%. Le diminuzioni di richieste più rilevanti nel 2005 rispetto all’anno precedente si sono registrate in Slovacchia (- 69%), Polonia (- 33%), Svizzera (-29%), Regno Unito (- 25%), Svezia (- 24%), Canada (- 23%), Germania (- 19%) e Francia (- 15%), viceversa gli incrementi maggiori hanno riguardato la Grecia (+ 102%) e i Paesi Bassi (+ 26%). Considerando invece gli ultimi cinque anni, la maggior diminuzione di domande d’asilo è avvenuta nei Paesi non europei: nel 2005 in Canada e Stati Uniti sono state presentate il 54% di richieste in meno rispetto al 2001, in Australia e Nuova Zelanda la cifra è scesa addirittura del 75%.

nazionalità dei richiedenti asilo

Per quanto riguarda la nazionalità dei richiedenti asilo, nel 2005 il gruppo più numeroso è stato quello della Serbia-Montenegro (che comprende i richiedenti asilo provenienti dal Kosovo), seguito dai cittadini della Federazione Russa (compresi i richiedenti asilo della Cecenia). Questi due gruppi nazionali di richiedenti asilo costituiscono insieme il 14% circa del totale delle domande d’asilo presentate.
La Cina è rimasta il terzo Paese d’origine di richiedenti asilo (con il 6% circa delle domande), seguita da Iraq e Turchia. Tra i primi 10 Paesi d’origine, i cui cittadini costituiscono il 42% del totale dei richiedenti asilo, l’aumento più sensibile ha riguardato le domande d’asilo presentate da cittadini di Iraq, Haiti ed Eritrea (cresciute del 27% circa per ognuno), seguite da Siria (+ 23%), Bulgaria (+ 21%), Messico (+ 17%) e Mongolia (+ 2%). Viceversa, 16 Paesi hanno registrato una diminuzione superiore al 25% delle domande d’asilo presentate dai loro cittadini, con le flessioni maggiori riguardanti Algeria (- 50%), India (- 38%), Nigeria (- 33%), Bangladesh (- 31%) e Camerun (- 30%). Ha continuato a decrescere costantemente anche il numero di domande inoltrate da cittadini di Afghanistan e Turchia, Paesi d’origine dei gruppi di richiedenti asilo tra i più numerosi negli ultimi anni: dal 2001 al 2005, le domande d’asilo di cittadini afgani sono diminuite dell’85% e del 61% quelle di cittadini turchi.

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UNHCR: RIVEDERE “DUBLINO II” PER GARANTIRE I DIRITTI

L’Unhcr chiede all’Ue una sostanziale revisione del Regolamento Dublino II, normativa attualmente al vaglio della Commissione europea che stabilisce le regole per l’individuazione dello Stato membro responsabile dell’esame di una domanda d’asilo. Secondo l’Alto Commissariato per i rifugiati, infatti, sono necessarie modifiche volte ad assicurare il rispetto dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati: «Sia nel Regolamento in sé che nella sua messa in pratica, si rilevano lacune che, oltre a causare sofferenze ai richiedenti asilo, possono anche rendere impossibile l’esame di una domanda d’asilo» ha dichiarato il 20 aprile scorso Pirkko Kourula, direttrice dell’Ufficio europeo dell’Unhcr.
Il Regolamento Dublino II, entrato in vigore nel settembre 2003, è applicato nel caso in cui il richiedente asilo, dopo essere entrato nel territorio di un Paese dell’Ue, si sia successivamente spostato in un altro Stato membro, inoltrando in quest’ultimo la propria domanda d’asilo. Scopo del Regolamento è di individuare quale Stato membro sia responsabile dell’esame di una domanda, così da condurre un corretto esame di ogni richiesta e di scoraggiare le persone a inoltrare domanda d’asilo in più Paesi. Il Regolamento è applicato in tutti gli Stati dell’Ue (compresa la Danimarca, che ha aderito lo scorso 1° aprile) più Norvegia e Islanda. Il funzionamento del Regolamento presuppone che le leggi e le prassi sull’asilo dei Paesi aderenti si basino su standard comuni, tuttavia una reale armonizzazione delle politiche e delle misure sull’asilo non è ancora stata raggiunta dall’Ue: sia le legislazioni nazionali che le rispettive prassi in materia d’asilo, infatti, variano ancora molto tra gli Stati membri, generando così un diverso trattamento dei richiedenti asilo, cosa che può produrre disparità nell’applicazione del Regolamento Dublino II.
L’Unhcr propone dunque 20 raccomandazioni mirate a colmare tali lacune, partendo dalla questione che ritiene più importante e cioè che il testo del Regolamento proibisca esplicitamente il respingimento o l’espulsione del richiedente asilo senza che la sua richiesta sia stata correttamente esaminata. È anche evidenziata la necessità di un approccio più coerente alla questione dei ricongiungimenti familiari e di una definizione più estesa della nozione di membro di una famiglia. Nei casi di minori non accompagnati, deve essere applicato il principio del superiore interesse del minore, mentre gli Stati sono esortati a garantire il diritto di presentare ricorso contro eventuali trasferimenti messi in atto nell’ambito del “sistema Dublino”.
La Commissione europea presenterà le sue raccomandazioni al Consiglio dei ministri europei di Giustizia e Affari interni e al Parlamento europeo entro l’anno in corso.
L’Unhcr stima che in media il 15% delle richieste d’asilo inoltrate nel 2005 nei 25 Stati membri dell’Ue è stato soggetto alla procedura di determinazione della responsabilità secondo il Regolamento di Dublino II. Riguardo alla situazione italiana, in base ai dati dell’Unità Dublino del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, nel 2005 altri Stati membri dell’Ue hanno chiesto all’Italia di assumere la competenza di 2254 domande d’asilo presentate sul proprio territorio, mentre in 249 casi l’Italia ha chiesto ad altri Paesi membri di assumere la competenza di domande d’asilo presentate sul proprio territorio.

Lione-Torino: un progetto molto discusso e delicato

La nuova linea ferroviaria ad alta capacità tra Lione e Torino è necessaria perché la linea storica, attualmente in funzione ma sottoutilizzata, presenta troppi limiti per poter essere potenziata e adattata alle esigenze future del trasporto transeuropeo. Gli studi finora realizzati dalla società Lyon Turin Ferroviaire (Ltf) sugli aspetti del trasporto, della salute e dell’ambiente sono coerenti e i rischi derivanti dall’impatto ambientale dell’infrastruttura possono essere tenuti sotto controllo. In ogni caso, va migliorata la comunicazione con le popolazioni locali e i loro rappresentanti, che esprimono forti critiche sulle procedure di scelta del tracciato, sulle opzioni tecniche e sulla decisione di avviare i lavori conformemente alla Legge Obiettivo italiana, percepita come una restrizione del processo di consultazione pubblica vigente in passato. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni a cui giunge il Rapporto Analisi degli studi condotti da Ltf in merito al progetto Torino-Lione, eseguito da un gruppo di tecnici per conto della società belga Cowi a cui l’ex commissaria europea Loyola de Palacio, attuale coordinatrice europea del progetto di rete transeuropea Lione-Torino-Budapest, ha affidato il lavoro. Al fine di basare le loro valutazioni su varie fonti, gli autori del Rapporto comunicano di aver esaminato e analizzato una quantità considerevole di informazioni e dati tecnici messi a disposizione da Ltf, prendendo in considerazione anche alcuni degli studi commentati dagli oppositori del progetto. I tecnici del Cowi sottolineano comunque che «i punti di vista espressi nello studio sono quelli degli esperti e non quelli della Commissione europea». Puntualizzazione espressa dallo stesso commissario europeo ai Trasporti Jacques Barrot, secondo cui il Rapporto costituisce semplicemente un «eccellente» punto di partenza: «Abbiamo incaricato esperti indipendenti e ora dobbiamo riflettere» ha dichiarato il commissario europeo, secondo cui «le interrogazioni degli abitanti della Valle di Susa meritano delle risposte concrete. Questa relazione permetterà loro di giudicare, su basi oggettive, della pertinenza del progetto e delle misure previste per proteggere l’ambiente e controllare i rischi potenziali in particolare sulla salute». La stessa coordinatrice europea de Palacio, sottolineando l’importanza dei contenuti del Rapporto, si è dichiarata «dispiaciuta» per alcuni passaggi della relazione «che non sono strettamente tecnici» e per il fatto che la pubblicazione del Rapporto sia avvenuta con 24 ore di anticipo rispetto al suo incontro con i rappresentanti delle comunità locali avvenuto a Torino il 26 aprile. Alcuni giudizi contenuti nel Rapporto sul variegato movimento di opposizione al progetto di infrastruttura e la pubblicazione on line prima che il Rapporto stesso fosse illustrato alle parti interessate, infatti, hanno provocato non poche polemiche e critiche.
Ora, tutte le parti interessate al progetto, siano esse favorevoli o contrarie, così come le autorità di Bruxelles attendono una decisione del neo-governo italiano e dell’Osservatorio tecnico: quest’ultimo dovrebbe iniziare i lavori in giugno e fornire una valutazione della situazione entro ottobre, mentre il governo dovrebbe prendere una decisione politica definitiva entro la fine dell’anno, dopo la Conferenza dei servizi con gli enti locali sul progetto definitivo che si terrà a novembre. L’Ue, che deve decidere a quali opere infrastrutturali prioritarie destinare i fondi a disposizione, per altro ridotti dalle prospettive finanziarie 2007-2013, ritiene che per poter avere l’opera completata nel 2020 sia necessario iniziare i lavori al massimo nel 2010 e dunque sia necessaria una decisione del governo italiano entro qualche mese. Da parte sua, il governo dovrà svolgere un delicato lavoro di comunicazione, confronto e mediazione con le comunità locali, perché se l’Ue sostiene che non si può imporre a uno Stato membro una decisione che non condivide, l’esperienza dell’ex governo italiano ha mostrato tutti i limiti di decisioni imposte con le forza e la militarizzazione della valle, mentre la nuova maggioranza di governo italiana ha sempre sostenuto la necessità di un accordo con le popolazioni interessate e i loro rappresentanti.

breve cronistoria

Il progetto della nuova linea ferroviaria Lione-Torino rientra nel progetto prioritario n. 6 (Lione-Torino-Trieste-Lubiana-Budapest) delle reti transeuropee (Ten-T) sostenuto fin dal 1994 dall’Ue, che ha cofinanziato gli studi e i lavori preliminari del tunnel di base per la sezione Saint-Jean de Maurienne - Bruzolo (cosiddetta “sezione internazionale”). Nel periodo 1994-2001 gli studi sono stati condotti sotto la responsabilità del Geie Alpetunnel, mentre dal 2001 la competenza per gli studi di fattibilità e dei lavori preparatori è passata alla Lyon Turin Ferroviaire (Ltf), società posseduta in parti uguali da Réseau Ferré de France (Rff) e Rete Ferroviaria Italiana (Rfi). Secondo le raccomandazioni contenute nel Libro bianco sui Trasporti, pubblicato dalla Commissione europea nel 2001, e gli obiettivi di sviluppo sostenibile dei trasporti, il progetto dovrebbe contribuire a modificare significativamente l’attuale squilibrio modale in favore della ferrovia. In particolare, i circa 300 chilometri di collegamento ferroviario fra Lione e Torino costituiscono uno degli “anelli chiave” del progetto europeo prioritario n. 6 che diverrebbe in ultima fase il collegamento Kiev-Lisbona (cosiddetto “corridoio 5”).
È previsto che il progetto Lione-Torino possa ridurre la durata del tragitto Parigi-Milano da 6,35 ore a 3,40, aumentando l’efficienza e l’affidabilità del trasporto delle merci convogliate sulla linea e alleviando la saturazione futura della capacità della linea storica.
Il progetto, scrivono gli esperti nella loro relazione, «ha un impatto locale diretto lungo il tracciato dell’opera tanto in Francia quanto in Italia e suscita legittimi interrogativi e richieste di spiegazioni da parte delle popolazioni potenzialmente interessate». I punti più contestati riguardano la perforazione della montagne del tratto alpino sul confine italo-francese e nella Val di Susa, per la creazione di un tunnel di circa 12 chilometri tra Mompantero e Bruzolo, di un altro lungo circa 54 chilometri tra Venaus e Saint-Jean de Maurienne e di un tunnel di ricognizione di 10 chilometri a Venaus che farà parte dell’infrastruttura finale (via di accesso di sicurezza, ventilazione), per i quali sono state espresse preoccupazioni di vario genere (vedi box).
Nel luglio 2005, l’ex commissaria europea per l’Energia e i trasporti, Loyola de Palacio, è stata ufficialmente designata coordinatrice del progetto n. 6 Lione-Torino-Budapest. In base alle constatazioni fatte in loco durante una visita svolta nel novembre 2005, de Palacio ha constatato l’assenza di una chiara comunicazione sia sulla natura del progetto sia sulle attività svolte da Ltf, individuando in tale carenza uno dei principali fattori che spiegherebbero l’opposizione da parte italiana. Così, al fine di attenuare le tensioni e tornare a un dialogo costruttivo, la coordinatrice europea ha deciso di utilizzare una consulenza per valutare la coerenza e l’affidabilità dei risultati degli studi condotti da Ltf sulla base delle principali critiche espresse dagli oppositori. Dopo due mesi di lavoro, i tecnici della Cowi hanno consegnato il loro Rapporto nell’aprile 2006.

esigenze di trasporto

Secondo il gruppo di esperti, la capacità massima della linea storica non può superare i 19 milioni di tonnellate all’anno (molto meno dei 24 milioni stimati da alcuni studi), per cui «la saturazione sarà raggiunta verosimilmente prima del 2020, tenuto conto delle attuali previsioni di traffico tra Francia e Italia e della probabile crescita del flusso di merci di scambio con i nuovi Stati membri». Questo perché, sostiene lo studio, la sezione internazionale della linea storica presenta «numerose e severe limitazioni operative, dovute particolarmente al tracciato e al profilo longitudinale, al calibro dello scartamento, all’ambiente e alle differenze nei sistemi di elettrificazione». A causa di queste limitazioni la linea storica potrà assorbire tutto il traffico solo a medio termine, sostengono gli esperti, giungendo a saturazione anche prima del 2020 se si dovessero applicare delle misure di restrizione del traffico al tunnel storico. Considerando il mezzo ferroviario come uno dei più sicuri e assai più sicuro del modo stradale, i tecnici consigliano di incorporare negli studi sul traffico merci uno scenario che ipotizzi l’interdizione totale di utilizzare i tunnel stradali alpini per il trasporto di sostanze pericolose. Così, il Rapporto ritiene «realistico prevedere la messa in servizio di una nuova infrastruttura da qui al 2020».

impatto ambientale

Per quanto concerne le forti preoccupazioni sull’impatto ambientale dell’opera, espresse dalle comunità locali e dai loro rappresentanti, il gruppo di esperti raccomanda la realizzazione di uno Studio di impatto ambientale (Sia) anche per il tunnel di ricognizione di Venaus, prima di avviare i lavori, nonostante «l’attuale quadro giuridico italiano non ne preveda la necessità». In merito alle questioni geologiche e idrogeologiche, il Rapporto raccomanda di condurre studi d’impatto in merito al drenaggio dei tunnel al fine di identificare i cambiamenti del livello delle acque, della portata, ecc. prevedibili nei bacini versanti interessati, di valutare se gli impatti siano accettabili e di mettere a punto dei metodi precauzionali. Gli studi, sottolineano gli esperti, dovranno tener conto anche degli aspetti relativi alla contaminazione, tenuto conto che alcuni dei canali possono trasportare acqua potabile e certi prodotti utilizzati possono essere tossici: «L’intenzione è quella di salvaguardare le risorse idriche, e ciò include la qualità, oltre alla quantità».
Sui rischi di radioattività, che lo studio considera limitati, il gruppo di tecnici ritiene che «sarebbe vantaggioso identificare le zone più colpite dal radon emanante dal tunnel o dallo sterro sul lungo termine e mettere in atto un controllo dei livelli di radioattività, soprattutto in prossimità delle zone residenziali, ben prima dell’avvio dei lavori. Ciò rimuoverebbe certe ambiguità in occasione di ulteriori discussioni relative agli impatti del tunnel e dei lavori». Sono invece riconosciute le preoccupazioni sollevate dalla popolazione locale sulla possibile presenza di amianto lungo il tracciato della nuova linea, anche se la vena amiantifera dovrebbe essere limitata a un tratto di circa un chilometro. In ogni caso, alla luce delle «informazioni contraddittorie circolanti a questo proposito» il Rapporto raccomanda alla Ltf di redarre un unico documento sintetico ed esaustivo sulla questione, che «dovrà essere indirizzato al grande pubblico ed essere facilmente comprensibile, ma allo stesso tempo deve permettere di consolidare i dati disponibili e presentare le informazioni in modo scientifico e professionale».

migliorare la comunicazione

Dal punto di vista della comunicazione del progetto, lo studio rileva diverse carenze soprattutto nella prima fase, quella gestita fino al 2001 da Alpetunnel. Si raccomanda un processo di conciliazione che affronti soprattutto le questioni essenziali e razionali, ad esempio partendo da un incontro informativo fra tutti gli attori implicati nel progetto e il team preposto alla comunicazione sul grande tunnel del San Gottardo in Svizzera, cosa che secondo il gruppo di esperti potrebbe favorire un cambiamento di prospettiva. È inoltre proposta la realizzare su base annua di sondaggi (barometro) per mezzo di questionari individuali (anonimi) su un campione della popolazione locale, cosa che «consentirebbe una migliore conoscenza dell’evoluzione delle percezioni reali prevalenti presso le comunità interessate dal progetto, e su questa base una più facile identificazione delle misure di riconciliazione e di accettazione del progetto». I tecnici ritengono poi che gioverebbe a tutte le parti interessate disporre di un portavoce unico, che sarebbe ufficialmente incaricato(a) della comunicazione istituzionale sul progetto e che potrebbe assumere un ruolo di mediatore, supportando il coordinatore europeo.
Altro suggerimento degli esperti è quello di organizzare visite ai siti delle discenderie francesi per gli abitanti della Val di Susa, al fine di illustrare i metodi che sarebbero utilizzati in Italia e le misure di prevenzione adottate da Ltf.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/ten/transport/priority_projects/doc/2006-04-25/2006_ltf_final_report_it.pdf

GLI ESPERTI ANALIZZANO LE CRITICHE AL PROGETTO

Esaminando documentazione di vario genere relativa al progetto di infrastruttura ferroviaria Lione-Torino e al suo impatto ambientale, il Rapporto del gruppo di esperti riassume anche le principali critiche espresse contro l’opera negli ultimi anni da più parti e a diversi livelli. «Sulla base di fonti diverse e di studi specifici, gli oppositori al progetto esprimono dubbi sulla correttezza degli studi condotti da Ltf in termini di previsione di traffico e sottolineano i pericoli per la salute e l’ambiente che deriverebbero dal progetto» scrivono gli autori del Rapporto, che fanno risalire l’opposizione al progetto Lione-Torino alla fine della fase di studio di Alpetunnel, «i cui risultati non hanno fatto oggetto di una comunicazione chiara e mirata».

L’opposizione contro l’utilità di una nuova linea e la natura del progetto, si legge nel Rapporto, è stata organizzata e intensificata dal 2002 in reazione a 3 eventi ai quali Ltf si è trovata associata: la pubblicazione e deposito del progetto preliminare (marzo 2003) di Ltf (per la sezione internazionale) e Rfi (per la sezione italiana); l’applicazione delle procedure di consultazione e decisione previste dalla Legge Obiettivo da parte dello Stato italiano e della regione Piemonte; l’approvazione del progetto preliminare (con un certo numero di interrogativi e chiarimenti) che ha permesso legalmente a Ltf di avviare i lavori di ricognizione (galleria di ricognizione di Venaus, trafori sul tracciato previsto in Val di Susa) e a Rfi di procedere sulla parte italiana. «L’applicazione della Legge Obiettivo e l’imminenza dell’avvio dei lavori di ricognizione hanno contribuito a un sentimento di “fatto compiuto” e a partire da quel momento l’opposizione al progetto (che era latente) si è organizzata per farsi sentire e in seguito per radicalizzarsi» scrive il gruppo di esperti.

In sintesi, il Rapporto individua le principali critiche avanzate dagli abitanti della valle, centrate sui seguenti punti:

• un progetto di questa portata non si può decidere senza consultazione e concertazione con le popolazioni;
• nella valle esistono già numerose infrastrutture e questo progetto accentuerà i disagi acustici;
• le previsioni di traffico per giustificare la nuova linea non sono convincenti;
• sussistono numerose incertezze quanto ai rischi idrologici e ambientali legati al progetto.

«Vista la notevole durata dei lavori ci si sarebbe aspettati dagli Studi di impatto ambientale (Sia) una valutazione più approfondita e più qualitativa degli importanti effetti durante la fase dei lavori» scrivono gli autori del Rapporto, secondo cui «un principio importante dei Sia è che il pubblico sia bene informato sui rischi inerenti al progetto. Ciò favorisce inoltre il controllo e la valutazione delle misure di salvaguardia adottate». Per alleviare alla mancanza di comunicazione e concertazione rilevata in occasione degli studi di Alpetunnel, sostengono gli esperti, Ltf ha cercato di tenere conto delle preoccupazioni e inquietudini delle popolazioni effettuando investigazioni complementari e presentandone i risultati. Queste hanno permesso di chiarire e identificare le lacune del Sia, sostengono i tecnici del Cowi, e tali lacune dovrebbero essere affrontate nei documenti del Progetto definitivo.

voli Cia: l’Europa non poteva non sapere

Dopo circa tre mesi di lavoro, la commissione temporanea istituita dal Parlamento europeo per fare chiarezza sulla controversa pratica extragiudiziaria adottata dai servizi segreti statunitensi (Cia) nella lotta al terrorismo, le cosiddette extraordinary renditions (consegne straordinarie) di sospetti terroristi a Paesi terzi in cui si pratica la tortura, e sulle probabili connivenze e collaborazioni di alcuni governi europei, ha acquisito elementi tali da confermare quanto già affermato il 24 gennaio 2006 da un’analoga inchiesta svolta dal Consiglio d’Europa (vedi “euronote” n. 39, pag. 8). Secondo i contenuti di un Rapporto preliminare reso noto il 24 aprile scorso dalla commissione europarlamentare, infatti, sulla base delle testimonianze e della documentazione raccolte finora «è inverosimile che alcuni governi europei non fossero a conoscenza delle attività di “consegne straordinarie” che hanno avuto luogo sul loro territorio e all’interno del loro spazio aereo o dei loro aeroporti». Così come, aggiunge la commissione dell’Europarlamento, appare «egualmente inverosimile» che il «prelevamento del cittadino egiziano Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 ad opera di agenti della Cia, sia stato organizzato ed effettuato in assenza di informazioni preliminari alle autorità governative o ai servizi di sicurezza italiani». La presa di posizione della commissione si basa sulle numerose audizioni svolte in questa prima fase dei suoi lavori e, al momento, oltre ai dubbi sul comportamento delle autorità italiane esprime perplessità per analoghi comportamenti delle autorità svedesi (nei confronti di 2 cittadini egiziani) e bosniache (per la consegna di 6 cittadini algerini). Va ricordato che la commissione temporanea ha un mandato di un anno ed è dunque solo all’inizio del suo lavoro d’inchiesta, i cui risultati intermedi saranno discussi dall’aula europarlamentare nel prossimo luglio dopo che la commissione avrà raccolto anche alcune testimonianze di autorità politiche e di intelligence statunitensi.

violazioni inammissibili

Sulla base della documentazione sin qui raccolta, la commissione europarlamentare constata che dopo l’11 settembre 2001 e nel quadro «dell’indispensabile lotta contro il terrorismo», i diritti umani fondamentali sono stati oggetto «a più riprese di violazioni gravi e inammissibili», in particolare rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, della Convenzione Onu contro la tortura e della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. I deputati europei deplorano il fatto che la Cia è stata più volte «chiaramente responsabile» del prelevamento e della detenzione illegale di presunti terroristi sul territorio di Stati membri dell’Ue e che in diversi casi tali pratiche abbiano riguardato cittadini europei. Così come deplorano, secondo quanto emerso dai lavori d’indagine finora svolti, che la Cia abbia prelevato, detenuto e consegnato segretamente persone sospettate di terrorismo a Paesi quali l’Egitto, la Giordania, la Siria e l’Afghanistan che, come riconosciuto dalle stesse autorità statunitensi, utilizzano frequentemente la tortura nel corso degli interrogatori.

centinaia di voli

Per quanto concerne l’utilizzo dello spazio aereo europeo e di alcuni aeroporti europei da parte dei servizi segreti di Paesi terzi, la commissione del Parlamento europeo stima che ciò sia avvenuto a più riprese per centinaia di voli utilizzati dalla Cia, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione di Chicago che prevede l’obbligo di ottenere la previa autorizzazione delle autorità locali. È espresso disappunto per il fatto che alcuni Stati membri dell’Ue non abbiano adottato le procedure necessarie a verificare se tali velivoli civili erano utilizzati per fini incompatibili con le norme internazionali in materia di diritti umani, mentre è considerata insufficiente da parte della commissione europarlamentare la legislazione europea relativa all’utilizzo degli spazi aerei nazionali e degli aeroporti europei: è sottolineata «la necessità di fissare nuove norme nazionali, europee e internazionali» e si invita la Commissione europea a proporre una Direttiva per l’armonizzazione delle legislazioni nazionali.

torture in subappalto

Pochi giorni prima della pubblicazione della relazione preliminare, la commissione aveva svolto un’audizione con Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan dal 2002 al 2004. Sottolineando come i servizi segreti uzbeki utilizzino spesso la pratica della tortura ai danni dei detenuti, Murray ha denunciato l’atteggiamento ipocrita del governo britannico in merito alla tortura, situazione che egli ha constatato direttamente ma probabilmente non unica nel panorama europeo. Murray, infatti, ha rivelato «con rammarico ma con certezza» ai deputati europei che le autorità britanniche e statunitensi, in accordo coi rispettivi servizi segreti MI6 e Cia, hanno deciso di utilizzare testimonianze ottenute attraverso la tortura praticata in Paesi terzi, come ad esempio l’Uzbekistan ma anche la Siria, l’Algeria, l’Egitto e il Marocco. Secondo l’ex ambasciatore britannico, gli agenti di Usa e Regno Unito non hanno partecipato direttamente agli interrogatori e alle torture ma hanno condiviso le informazioni estorte, mentre alle sue numerose segnalazioni a tale riguardo il governo britannico ha risposto di voler continuare a ricevere quel tipo di informazioni e che il fatto non contravveniva la Convenzione dell’Onu contro la tortura finché non erano funzionari britannici a praticare direttamente la tortura. Costretto proprio per la sua insistenza su tali denunce a lasciare il suo incarico, l’ex ambasciatore ha inoltre segnalato alla commissione la scarsa credibilità delle informazioni estorte con la tortura, che ad esempio in Uzbekistan erano utilizzate dalle autorità locali per costruire falsi collegamenti tra l’opposizione politica e la rete terroristica di Al Qaeda.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.eu.int/comparl/tempcom/tdip/default_en.htm#

AMNESTY: OLTRE 1000 I VOLI DELLA CIA, MOLTI IN EUROPA

La Cia ha effettuato più di un migliaio di voli negli ultimi quattro anni nell’ambito delle cosiddette extraordinary renditions, voli eseguiti attraverso compagnie aeree «di facciata» o effettuati da aerei usati «temporaneamente» dai servizi segreti statunitensi. È quanto denunciato in un Rapporto pubblicato il 5 aprile 2006 da Amnesty International, che descrive dettagliatamente le destinazioni e l’appartenenza di specifici aerei serviti per trasferire prigionieri al di fuori del contesto legale e giudiziario. Secondo Amnesty, la maggior parte di questi oltre 1000 voli ha utilizzato lo spazio aereo europeo, facendo scalo in molti aeroporti dell’Europa tra cui anche 11 passaggi in Italia: 8 a Ciampino, 2 a Pisa e uno ad Aviano. Almeno due di questi voli hanno trasportato cittadini di origine araba, sequestrati illegittimamente e trasportati per interrogatori in Egitto e Siria. In Europa, denuncia poi Amnesty, si troverebbero anche alcune prigioni segrete (black sites), in Turchia, Bulgaria, Romania e Albania. «La segretezza che avvolge le operazioni di trasferimento dei prigionieri rende impossibile sapere quante persone sono state sequestrate, trasferite da un Paese all’altro, poste in detenzione segreta e torturate nel contesto della “guerra al terrore”» sottolinea Amnesty, che però in base alle informazioni raccolte stima si tratti di «centinaia di persone»: «Nel 2005 il primo ministro egiziano ha affermato che gli Usa avevano trasferito solo in Egitto da 60 a 70 prigionieri; un ex agente della Cia ritiene che gli Usa abbiano trasferito centinaia di prigionieri in carceri situate in Medio Oriente; gli Usa hanno ammesso di aver catturato circa 30 prigionieri “di primo piano”, la cui attuale ubicazione è sconosciuta; la Cia starebbe indagando su una trentina di cosiddetti “trasferimenti sbagliati”, relativi cioè a sequestri eseguiti sulla base di prove inesistenti o a seguito di un errore di persona».
Dietro la «precauzione semantica» della rendition (consegna), spiega la segretaria generale di Amnesty Irene Khan, si nascondono in realtà molteplici livelli di violazioni dei diritti umani: «La maggior parte delle vittime delle “consegne” sono state arrestate e imprigionate illegalmente, molte sono state sequestrate al di fuori di ogni contesto legale e sono successivamente “scomparse”. Tutte le persone che hanno subito questi sequestri e che sono state da noi intervistate hanno denunciato torture e maltrattamenti». Gli Stati che tollerano l’atterraggio di questi voli sul proprio territorio e le compagnie che li compiono possono essere considerati complici di gravi violazioni dei diritti umani, sostiene Amnesty che chiede di proibire l’uso dello spazio aereo e degli scali per le “consegne” dei detenuti e di indagare su tutti i casi sospetti e sul destino dei detenuti nelle prigioni segrete sparse per il mondo.

INFORMAZIONI: http://www.amnesty.org

GUANTÁNAMO: PUBBLICATI I NOMI DEI DETENUTI

In seguito a un’iniziativa dell’agenzia di stampa Associated Press, appellatasi alla legge statunitense sulla libertà d’informazione (Freedom of Information Act), le autorità statunitensi sono state costrette per la prima volta dopo 4 anni a rendere noti i nomi delle persone detenute nel campo di prigionia istituito presso la base militare di Guantánamo (Cuba). Si tratta dei cosiddetti «nemici combattenti», cioè delle persone sospette catturate dalle forze di sicurezza e dai servizi segreti statunitensi in varie aree del mondo nell’ambito della “guerra al terrorismo” e trasferite nella prigione speciale di Guantánamo, dove non sono riconosciuti né i diritti normalmente garantiti ai detenuti delle carceri statunitensi né quelli previsti dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra. In base all’istanza giudiziaria presentata dall’Associated Press, il Pentagono ha dovuto pubblicare un primo elenco di 317 nomi e relative nazionalità lo scorso marzo, mentre il 20 aprile il numero dei nomi resi noti è salito a 558, ma si stima che complessivamente siano stati detenuti in 4 anni nella prigione statunitense di Cuba circa 800 persone. Dall’elenco pubblicato si contano «nemici combattenti» di 41 diverse nazionalità, ma nella maggior parte dei casi si tratta di cittadini afgani, sauditi e yemeniti. Molti di essi sono detenuti nella prigione speciale da diversi anni e solo pochi hanno dovuto far fronte ad accuse formali.
Secondo uno studio pubblicato nei mesi scorsi dalla Seton Hall University del New Jersey, il 55% dei detenuti di Guantánamo non è accusato di attacchi contro le forze statunitensi o alleate, mentre il 95% è stato catturato da militari o servizi segreti non americani, soprattutto pakistani e afgani, che potrebbero così aver arrestato persone “non gradite” ai governi più che presunti terroristi. Il 15 febbraio 2006, poi, la Commissione ONU per i diritti umani ha reso noto un Rapporto sulle condizioni di detenzione a Guantánamo Bay, chiedendo «la chiusura immediata» della prigione. Descrivendo le gravi violazioni che caratterizzano la detenzione e gli interrogatori dei detenuti, il Rapporto accusa il governo statunitense di tentare di «ridefinire la tortura in funzione della lotta al terrorismo» e di «consentire forme di interrogatorio bandite» dalla Convenzioni internazionali, mentre «l’assenza di qualsiasi inchiesta imparziale sulle accuse di tortura rende impunibili i responsabili».



il commercio Euro-Med

L’Unione europea è il principale partner commerciale dei Paesi del Sud Mediterraneo, cioè Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, Autorità Palestinese, Israele, Libano e Siria, Paesi con i quali i rapporti sono regolati nell’ambito del Processo di Barcellona avviato nel 1995. Complessivamente, il 45% circa delle esportazioni (per un totale di circa 40 miliardi di euro nel 2004) e delle importazioni (per circa 42 miliardi di euro) dei Paesi Mediterranei avviene in relazione all’Ue. Forniture e macchinari meccanici (15%) ed elettronici (11%), insieme ai veicoli (8%), costituiscono le maggiori esportazioni dell’Ue verso i Paesi Mediterranei, viceversa le principali importazioni europee da questi Paesi riguardano petrolio e gas (40%) e prodotti tessili (10%). Uno degli obiettivi prioritari del Processo di Barcellona riguarda proprio la liberalizzazione del commercio nella regione euromediterranea, così da poter costituire un’area di libero scambio entro il 2010. Per migliorare un processo mai decollato effettivamente, come constatato da più parti nel corso del decennale svoltosi nel novembre 2005 (vedi “euronote” n. 39, pag. 12), il 24 marzo scorso si è svolta a Marrakech (Marocco) la quinta Conferenza del commercio Euro-Med, cui hanno preso parte i ministri dell’Ue e dei Paesi mediterranei. L’Ue ha già concluso e avviato con tutti i partner mediterranei tranne la Siria degli Accordi di associazione, che agevolano l’accesso ai prodotti manufatti e a quelli agricoli, mentre uno dei punti centrali dell’incontro di Marrakech ha riguardato il negoziato sulla liberalizzazione del commercio dei servizi e degli investimenti.

integrazione economica Sud-Med

Dall’avvio del Processo di Barcellona, il volume globale delle esportazioni dei Paesi mediterranei verso l’Ue è raddoppiato, mentre le importazioni sono aumentate del 60% circa. La regione mediterranea registra un deficit commerciale nei confronti dell’Ue, ma questo è comunque diminuito dal 20% del 1995 a meno del 10% registrato nel 2004. In campo agricolo, l’Ue e i Paesi Sud-Med hanno già concordato e avviato varie liberalizzazioni, così che larga parte delle esportazioni agricole dei Paesi mediterranei entra nell’Ue senza tariffe. Si ritiene comunque esistano ancora spazi per ulteriori liberalizzazioni tra i mercati dell’Ue e dei Paesi Sud-Med, così come tra gli stessi Paesi mediterranei. Anche perché il livello di integrazione economica dell’area mediterranea è ancora decisamente insufficiente e il mercato Sud-Med eccessivamente frammentato: il commercio intra-regionale rappresenta appena il 15% del totale delle relazioni commerciali della regione, il tasso più basso al mondo tra le regioni con analoghe dimensioni. Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia hanno siglato nel febbraio 2004 un Accordo di libero commercio arabo-mediterraneo, che però non è ancora entrato in vigore. Altri accordi simili sono stati conclusi tra Israele e Giordania, Marocco e Turchia, Tunisia e Turchia, mentre sono in corso negoziati tra altri Paesi mediterranei e la stessa Turchia. Questi piccoli progressi nell’integrazione commerciale della regione hanno portato il volume del commercio tra i Paesi Sud-Med (esclusa la Turchia) da meno di un miliardo di euro del 1995 a oltre 2,6 miliardi nel 2004, il che equivale a un incremento annuo medio del 13% circa. Ma mentre Algeria, Israele, Giordania e Libano hanno mostrato tassi di crescita annua superiori al 15% nell’ultimo decennio, Marocco e Tunisia hanno fatto registrare una diminuzione.
Altro discorso riguarda invece la Turchia, che nello stesso periodo ha segnato un incremento significativo dei suoi scambi commerciali con i vicini Paesi Sud-Med, tanto che il volume complessivo di tale commercio è passato dai 2,5 miliardi di euro del 1995 agli 8 miliardi di oggi.

potenzialità dei servizi


Il settore dei servizi è fondamentale per l’economia dei Paesi Sud-Med: rappresenta circa il 50% del Pil in Egitto, Marocco e Siria, il 60% in Tunisia e quasi il 70% in Giordania e Libano, mentre è meno rilevante in Algeria dove l’economia è dominata dal settore energetico. Per attrarre nuovi investimenti, questi Paesi stanno pensando a graduali aperture dei rispettivi mercati, sia all’Ue sia tra loro stessi. Ad oggi il commercio nel settore dei servizi con i Paesi mediterranei rappresenta solo il 3,5% del commercio totale di servizi dell’Ue, per questo si considera lo sviluppo potenziale di questo mercato nell’area euromediterranea, che oggi riguarda prevalentemente il turismo ma che in futuro potrà aprirsi a servizi finanziari, telecomunicazioni, distribuzione, energia e trasporti. Secondo la Banca mondiale (Bm), la liberalizzazione commerciale dei servizi potrebbe portare a una crescita del 13% del Pil in Egitto e il libero accesso ai mercati dell’Ue far aumentare tale crescita al 21%, mentre per la Tunisia la Bm stima una crescita superiore al 5% del Pil con la liberalizzazione dei servizi finanziari, delle telecomunicazioni e dei trasporti. Il flusso di investimenti esteri nei Paesi Euro-Med è ancora molto basso, anche da parte europea: nel 2002 era meno del 3% degli investimenti esteri dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/trade/issues/bilateral/regions/euromed/euromed_en.htm


flash

costo del lavoro nell'Ue
Il costo del lavoro orario ha registrato una crescita annua del 2,9% nel quarto quadrimestre 2005 nell’Ue e del 2,4% nella zona euro. Stipendi e salari sono cresciuti a un tasso annuo del 2,1% e i costi non salariali del 2,5% nella zona euro, mentre nell’intera Ue l’aumento è stato rispettivamente del 3,2% e del 2,1%. Per quanto concerne le varie attività economiche, il costo del lavoro è cresciuto nell’industria del 2,2% nella zona euro e del 2,6% nell’Ue, nei servizi rispettivamente del 2,4% e del 3%, mentre nelle costruzioni l’aumento è stato del 2,6% nella zona euro e del 3,3% nell’Ue. Tra gli Stati membri, gli incrementi minori del costo del lavoro si sono registrati in Germania (0,4%), Portogallo (0,7%), Malta (2%), Svezia (2,8%) e Danimarca (2,9%), mentre i più elevati hanno riguardato Lettonia (16,6%), Estonia (14,2%), Lituania (13,7%) e Slovacchia (9,2%). L’incremento annuo di salari e stipendi è compreso tra lo 0,8% della Germania e il 16,8% della Lettonia, mentre per quanto riguarda i costi non salariali si passa da un decremento dell’1% in Germania e un aumento del 17,6% in Lettonia.

INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.cec.eu.int

società civile e futuro dell’Ue

Nei giorni 24 e 25 aprile scorsi si è tenuto a Bruxelles un Forum europeo della società civile organizzato dalla commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo sul tema dell’avvenire dell’Europa nel contesto del periodo di riflessione (vedi l’inserto di questo numero). Le Ong europee hanno così potuto confrontarsi con gli europarlamentari e muovere le loro critiche: se la maggioranza degli esponenti della società civile ha riconosciuto che il Trattato costituzionale contribuirebbe a costruire un’Europa più democratica e trasparente, oggetto di forti critiche è stato il processo di ratifica così come lo stesso periodo di riflessione, entrambi caratterizzati secondo le Ong da una mancanza di partecipazione della cittadinanza. In previsione del Consiglio europeo di giugno, che dovrà fare il punto sul periodo di riflessione, il Parlamento europeo ha inoltre organizzato in maggio un Forum interparlamentare.

INFORMAZIONI: http://www.europarl.eu.int
(Fonte: http://www.apiceuropa.eu)

pochi Stati aprono all’Est europeo
Il governo dei Paesi Bassi ha deciso lo scorso 17 aprile di aprire solo gradualmente ai lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri dell’Ue. La scelta, più restrittiva rispetto alla proposta iniziale di totale apertura, è stata presa dall’esecutivo olandese in seguito alle proteste espresse dal Parlamento nazionale. Dall’allargamento dell’Ue avvenuto nel maggio 2004, i “vecchi” Stati membri hanno adottato scelte diverse sulla libera circolazione dei lavoratori provenienti dai nuovi Stati membri: alcuni, come Irlanda, Regno Unito e Svezia, non hanno mai adottato restrizioni all’ingresso, mentre Finlandia, Spagna e Portogallo hanno annunciato l’apertura dal 1° maggio scorso e i Paesi Bassi, appunto, un’apertura graduale. Il regime transitorio che limita la mobilità dei lavoratori da 8 dei 10 nuovi Stati membri dell’Ue (Cipro e Malta sono esclusi) consente un prolungamento delle restrizioni fino al 2009, con la possibilità di un’ulteriore estensione al 2011. Finora, Germania, Austria, Belgio e Italia hanno annunciato la volontà di avvalersi del periodo transitorio, che manterrà il sistema di quote sebbene ampliate, mentre su posizioni simili si è situata ultimamente la Danimarca, anche se il parlamento danese ha firmato un compromesso per un mercato del lavoro più flessibile, aperto e per la futura soppressione delle quote. La Francia intende avviare un progressivo annullamento delle misure restrittive al mercato del lavoro, mentre il Lussemburgo, pur prolungando per tre anni le restrizioni, ha introdotto un sistema particolarmente flessibile soprattutto per i settori che incontrano maggiori difficoltà a reclutare personale.
Va ricordato che un Rapporto pubblicato dalla Commissione europea lo scorso febbraio ha rilevato come la mobilità dei lavoratori dagli Stati membri dell’Europa centrale e orientale verso i vecchi Stati membri ha avuto effetti positivi ed è stata quantitativamente inferiore alle previsioni: i cittadini dei nuovi Stati membri rappresentano meno dell’1% della popolazione in età lavorativa in tutti i Paesi dell’Ue, tranne l’Austria (1,4%) e l’Irlanda (3,8%). Inoltre, i 3 Paesi che non hanno applicato restrizioni agli ingressi, hanno registrato tutti crescita economica e maggior occupazione.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social/index_it.html

direttiva sulla libera circolazione
Il 30 aprile 2006 è scaduto il termine entro cui gli Stati membri dell’Ue dovevano mettere in vigore le disposizioni di attuazione necessarie per conformarsi alla direttiva 2004/38/CE, relativa al diritto dei cittadini europei e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, adottata dal Parlamento europeo e dal Consiglio il 29 aprile 2004. Si ritiene che siano circa 7 milioni i cittadini che vivono attualmente in un altro Stato membro da quello d’origine. Italia, Belgio, Lussemburgo e Finlandia hanno comunicato alla Commissione di essere in ritardo nella trasposizione della direttiva, ma il ritardo riguarda un numero più ampio di Stati membri dato che solo Austria, Slovenia e Slovacchia hanno trasposto finora le nuove norme nelle legislazioni nazionali. Regno Unito e Danimarca hanno adottato misure che corrispondono a un’adozione de facto, mentre Spagna e Francia hanno informato la Commissione che la direttiva è in fase di discussione nei rispettivi parlamenti nazionali.
Rispetto alla normativa vigente finora, la nuova direttiva presenta alcune innovazioni: consolida un complesso corpus normativo (9 direttive e un regolamento) e la vasta giurisprudenza della Corte europea di giustizia e costituisce un unico e semplice strumento giuridico sul diritto fondamentale di libera circolazione e di libero soggiorno; istituisce un regime giuridico unico per la libertà di circolazione e di soggiorno nel contesto della cittadinanza dell’Ue, applicabile a tutte le categorie di cittadini, senza intaccare i diritti acquisiti dei lavoratori; migliora e facilita l’esercizio del diritto di circolare e di soggiornare liberamente in vari modi. La principale innovazione della direttiva consiste comunque nell’introduzione di un diritto di soggiorno permanente e incondizionato dopo 5 anni di soggiorno nello Stato membro ospitante, che garantirà ai cittadini dell’Ue la parità di trattamento con i cittadini nazionali. Infine, la nuova direttiva aumenta la protezione contro l’allontanamento per i cittadini dell’Ue e i loro familiari che abbiano acquisito un diritto di soggiorno permanente e limita a motivi imperativi di pubblica sicurezza la possibilità di allontanamento dei cittadini europei che abbiano soggiornato nello Stato membro ospitante per i 10 anni precedenti o che siano minorenni.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/dgs/justice_home/index_en.htm

polemiche sugli aiuti europei
Nel 2005 l’Ue si è fatta promotrice di una proposta che prevede di aumentare i fondi annuali destinati ai Paesi in via di sviluppo fino a una quota pari allo 0,56% del Pil europeo entro il 2010. Sulla base di questo impegno, l’Ue provvederà da sola a coprire le spese per circa l’80% dell’aumento totale di aiuti stabilito per i prossimi anni. La capacità dei Paesi poveri di utilizzare in modo efficace la crescente mole di aiuti dipenderà però dalla capacità dei Paesi donatori di coordinare i propri interventi. Per questo, nel corso dell’annuale riunione del Comitato di Sviluppo della Bm e del Fmi svoltosi il 23 aprile scorso, il commissario europeo agli Aiuti umanitari Luis Michel ha posto l’attenzione sull’importanza di promuovere la «buona governance» come chiave per lo sviluppo. Il commissario europeo ha inoltre posto la questione di come rendere flessibili e al tempo stesso certi gli aiuti. Attraverso fondi di sostegno per il bilancio nazionale, i Paesi beneficiari necessitano di maggiore flessibilità per rispondere ai bisogni degli strati più poveri delle loro popolazioni. Il sostegno al bilancio è tuttavia attualmente anche la forma più dispersiva di aiuto, per questo la Commissione ritiene necessaria la collaborazione tra tutti i donatori.
Poche settimane prima, un’ampia coalizione di Ong tra le quali Oxfam International e Action Aid avevano accusato numerosi Stati membri dell’Ue di «gonfiare artificialmente» le cifre relative agli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Secondo le Ong, «ci sono prove che su 12,5 miliardi di euro degli aiuti ufficiali dell’Ue relativi al 2005, circa un terzo non sono nuove risorse destinate alla riduzione della povertà, ma fondi destinati alla cancellazione del debito estero, all’accoglienza dei rifugiati in Europa e alla formazione di studenti stranieri nelle università europee». Il Rapporto delle Ong segnala che i governi di Francia, Germania e Regno Unito sono fra quelli che nel 2005 hanno “gonfiato” di più le cifre relative agli aiuti, con rispettivamente 3,5 miliardi di euro, 2,96 miliardi e 2,26 miliardi. Inoltre, Regno Unito, Germania e Italia avrebbero calcolato come aiuti la cancellazione di 8,47 miliardi di euro d’indebitamento a favore di Iraq e Nigeria, mentre l’Austria avrebbe “gonfiato” le cifre sugli aiuti del 50%. Le Ong si sono quindi appellate ai governi dell’Ue affinché «mantengano le promesse fatte» e hanno chiesto nuove regole per assicurarsi che la cancellazione del debito non sia considerata come un aiuto ai Paesi poveri. A tali accuse, il commissario europeo Michel ha risposto che «la riduzione del debito è un aiuto particolarmente apprezzato dai Paesi beneficiari».

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/development/index_en.htm

forti sanzioni in agricoltura
Causa controlli inadeguati, ritardi nel pagamento degli aiuti o altre carenze in ambito agricolo, la Commissione europea ha deciso di non riconoscere (e quindi di recuperare) a 11 Stati membri dell’Ue, tra cui l’Italia, la somma di 128,2 milioni di euro. L’Italia dovrà restituire 85,71 milioni, per i quali Bruxelles ha già effettuato detrazioni per 31,6 milioni di euro sugli anticipi che versa mensilmente all’Italia per il finanziamento della sua agricoltura. Le correzioni finanziarie riguardano esercizi che vanno dal 1999 al 2003. Dei 128,2 milioni complessivi di correzioni finanziarie decise dalla Commissione europea, le detrazioni riguardano oltre all’Italia, Belgio, Germania, Grecia, Spagna, Finlandia, Francia, Olanda, Portogallo, Svezia e Regno Unito.
Nel presentare la decisione, la commissaria europea per l’agricoltura Mariann Fischer Boel ha sottolineato che negli ultimi anni sono stati fatti «enormi progressi per rafforzare i controlli» e si è detta determinata «per far sì che tali sforzi continuino in futuro».

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/agriculture/index_it.htm
(Fonte: Ansa)