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Euronote 39/2006


compromesso Bolkestein

Vignetta di Steve Adesso che il Parlamento europeo ha espresso, in prima lettura, il suo voto sulla proposta di direttiva Bolkestein è venuto il momento di un primo bilancio su una vicenda ricca di molti risvolti. A cominciare dalle reazioni suscitate, talune del tutto non pertinenti o almeno tardive per finire con una valutazione degli emendamenti proposti e alcune considerazioni sulla traiettoria futura della direttiva. La proposta di direttiva che, come è noto, mira a promuovere la libera circolazione dei servizi nell’Ue ha sicuramente provocato reazioni tardive in chi aveva dimenticato che quell’obiettivo era iscritto già nel Trattato di Roma del 1957, rilanciato negli anni Ottanta con il completamento del mercato unico, ripreso con forza dal Consiglio europeo di Lisbona del 2000 prima di essere fatto proprio dalla Commissione Prodi nel 2004. L’attenzione pubblica al tema esplode soltanto nel 2005, in un contesto non pertinente: quello del dibattito sulla Costituzione europea che anzi sull’argomento “servizi pubblici” conteneva qualche modesto progresso. In particolare, richiamando il ruolo dei servizi di interesse economico generale nella «promozione della coesione sociale e territoriale» (art. III.6) e prevedendo «limiti» alla concorrenza per non ostacolare «l’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» (art. III.55). La prova dell’estraneità della Bolkestein al dettato costituzionale è tanto nel fatto che questa si fonda sui Trattati precedenti quanto nella constatazione che il suo percorso proseguirà con minori salvaguardie senza la Costituzione.
Ma poiché non tutti i mali vengono per nuocere e aprire gli occhi è meglio tardi che mai, la Bolkestein è stata un test importante per misurare il gap crescente che si registra nell’Ue tra l’integrazione dei mercati e la costruzione di un modello sociale, se non proprio armonizzato, almeno convergente. L’allarme lanciato dal sindacato e da movimenti progressisti ha contribuito a riportare il tema al centro dell’attenzione e, grazie a mobilitazioni anche insolite per un argomento di tale complessità, ha spinto un vasto arco di forze politiche a interventi vigorosi che hanno dato un primo importante frutto e, tra questi, la salvaguardia del diritto del lavoro. Il compromesso negoziato non senza fatica tra i due maggiori partiti del Parlamento europeo, il Ppe e il Pse, potrebbe sminare, almeno in parte, gli articoli più distruttivi della direttiva. In particolare l’art. 16, dove l’abolizione del principio del Paese d’origine riconsegna i servizi alle regole e ai controlli del Paese dove avviene la prestazione e, in parte minore, l’art. 2 con l’esclusione dai servizi esposti ai rischi della liberalizzazione di quelli relativi a poste, elettricità, gas, acqua, sanità, servizi sociali ma non di quelli relativi all’immobiliare, costruzioni, informatica, cultura, istruzione privata, ecc. Il risultato del voto, se da una parte ha rivitalizzato il ruolo del Parlamento di fronte a una Commissione abulica e a un Consiglio diviso, non ha però potuto evitare all’interno del blocco Ppe-Pse spaccature trasversali. Su punti importanti si sono registrate defezioni significative, ma anche adesioni da parte di forze politiche progressiste che avrebbero poi espresso un voto globale negativo sul risultato finale. Non meno problematiche le divisioni motivate dalla collocazione nazionale dei parlamentari, dove il malumore e la delusione in provenienza da est annuncia future tensioni anche in seno ai due partiti maggiori.
Alla fine, su tutto, si impone un’evidenza: questa Unione non può reggere a lungo senza un chiarimento sui suoi valori di riferimento e sui vincoli di regole comuni. Il compromesso è fragile, oltre che confuso (è facile prevedere il contenzioso che approderà dinanzi alla Corte di Giustizia), proprio perché è il risultato di visioni diverse e talora incompatibili del progetto europeo e le ulteriori divergenze che si manifesteranno in seno al Consiglio dei ministri ne saranno la riprova.
Perché ora la strada continua in salita: che ne faranno i governi nazionali della proposta modificata che la Commissione presenterà sulla base degli emendamenti votati dal Parlamento? A partire da maggio toccherà al Consiglio cercare un compromesso da sottoporre al Parlamento in seconda lettura: difficile che le deliberazioni finali avvengano prima dell’autunno.
Se alla fine la direttiva sarà adottata se ne può prevedere l’entrata in vigore al termine del decennio. Si preannunciano così ulteriori divergenze tra i fautori dell’Europa mercato e quelli dell’Europa politica, senza la quale non ci sono grandi prospettive per l’Europa sociale e un’armonizzazione verso l’alto delle sue tutele. Una conta sommaria dà i primi in forte maggioranza, i secondi ad oggi poco numerosi e soprattutto timidi se non contraddittori.
Secondo il Trattato costituzionale europeo, l’Unione «promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri» (art.3§3): questa è una delle buone ragioni per riprendere con forza il processo costituzionale.

Franco Chittolina


anno nuovo per un'Europa in crisi

L’Unione europea si lascia alle spalle un 2005 che verrà probabilmente ricordato come uno degli anni più difficili della sua storia. E già alcuni raffronti sono stati proposti: dalla crisi degli inizi, quando non andò in porto la transizione dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) alla Comunità europea della difesa (Ced), alla crisi degli anni Sessanta con la politica della “sedia vuota” praticata da De Gaulle in difesa della sovranità della Francia e poi la crisi del primo allargamento in coincidenza con la crisi energetica degli anni Settanta, la conflittualità permanente durante il governo della Thatcher negli anni Ottanta, i brividi fatti correre negli anni Novanta con i referendum danese e francese sul Trattato di Maastricht e via via fino ai nostri giorni, in un’altalena di alti e bassi che non ha mai smesso di oscillare.
Insomma, una storia che per tanti versi assomiglia a quella che, in un concentrato molto denso, abbiamo vissuto nel corso dell’anno che si è appena concluso: verrebbe voglia di dire che ancora una volta non c’è niente di nuovo sotto il sole. Ma sarebbe un errore, perché la crisi del 2005 si è sviluppata in un contesto del tutto diverso da quello dei decenni precedenti e potrebbe, se dovesse prolungarsi troppo a lungo, avere esiti ben più negativi.


la crisi europea del 2005

Molti avvenimenti hanno cambiato il mondo in questi ultimi anni: dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 e la successiva dissoluzione dell’Urss alla globalizzazione instabile e non governata multilateralmente che ne è seguita, dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli Usa alle nuove conflittualità innescate nel mondo e di cui la guerra in Iraq è traduzione eloquente; dall’emergenza della Cina e dell’India che sposta il baricentro della futura economia verso l’Asia ai periodici fallimenti dei negoziati commerciali nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) fino all’aggravarsi - ma le cose sono legate - delle condizioni di vita nei Paesi che è ormai ipocrita chiamare in via di sviluppo, soprattutto se si guarda all’Africa.
Quale la reazione dell’Unione europea davanti ad avvenimenti di così grande rilievo? L’ultimo decennio registra risposte importanti dell’Ue: dalla creazione della moneta unica degli anni Novanta, agli allargamenti del 1995 ad Austria, Finlandia e Svezia e nel 2004 ai dieci nuovi Paesi dell’Est e del Mediterraneo fino alle coraggiose decisioni di aprire i negoziati di adesione con Turchia, Croazia e Macedonia. Ma di tutti i tentativi di risposta, il più importante è stato quello di dar vita a un processo costituzionale europeo per mettere l’Ue in grado di governarsi a 25 e di affrontare le nuove sfide che il mondo le impone.
Purtroppo è proprio qui che il motore si è “imballato”: i due “no” dei referendum francese e olandese hanno di fatto imposto una sospensione del processo di ratifica nonostante i quindici “sì” degli altri Paesi che si sono espressi fino ad oggi e bisognerà ancora attendere prima che si possa ripartire alla ricerca di una soluzione. E questo proprio in una stagione del mondo che avrebbe un grande bisogno di un’Unione europea con un profilo politico forte, capace di governare le sue economie in difficoltà e ispirare le regole del commercio mondiale. Né è stata positiva la vicenda del futuro bilancio 2007-2013 appena conclusa con risultati molto modesti e con profonde ferite alla solidarietà tra i Paesi dell’Ue.

quali prospettive?


Per l’anno appena iniziato verrebbe da dire che non può che andare meglio, ma sarebbe alto il rischio di un’illusione. Il 2006 si apre con l’Austria alla guida dell’Ue per un semestre: è tradizione che i Paesi “piccoli” ottengano spesso risultati migliori, perché meno appesantiti che non i “grandi” dagli interessi nazionali e soprattutto perché hanno tutto da guadagnare dall’essere associati ad un’Unione europea più forte. Purtroppo, però, la regola ha cominciato a soffrire più di un’eccezione: il caso degli insuccessi dell’ottima presidenza lussemburghese del primo semestre 2005 lo ha dimostrato.
Cresciuta nell’Ue la dimensione intergovernativa, è diventato difficile trovare un consenso di fronte all’opposizione di Paesi come il Regno Unito e la Francia o al disimpegno della Germania di Schroeder. E così, per provare ad anticipare il futuro, è proprio da questi Paesi che bisogna ricominciare, anche perché sono quelli dove si annunciano importanti novità.
Nel Regno Unito si avvia a conclusione il lungo regno di Tony Blair, a cui si prepara a succedere quel Gordon Brown, guardiano degli interessi inglesi anche più di Blair e di questo sicuramente ancor meno europeista. In Francia volge a un triste tramonto il regno di Jacques Chirac, sovrano francese con velleità europee, e si annuncia una successione incerta ma che rischia di premiare nelle elezioni del 2007 sensibilità politiche non proprio favorevoli a un’accelerazione dell’Europa politica e che comunque dovranno fare i conti con il “no” referendario. Una novità importante - e positiva per l’Europa - è però venuta dalla Germania, con la recente elezione al cancellierato di Angela Merkel. Il suo esordio nel Consiglio europeo non è passato inosservato ed è stato decisivo per venire a capo del negoziato “avvelenato” sulle prospettive finanziarie 2007-2013. Né meno importanti politicamente gli impegni presi sul rilancio del processo costituzionale che potrebbe avvenire nel primo semestre 2007, quando Merkel assumerà la presidenza di turno dell’Ue in coincidenza con l’elezione del nuovo presidente francese.
Nel frattempo ci saranno state le elezioni in Italia, Paese fondatore dell’Ue che da tempo manca all’appello tra i protagonisti delle politiche europee, che anzi sembra più sabotare che promuovere come ci ricordano le prolungate infrazioni al Patto di stabilità e la denuncia dell’euro come capro espiatorio di incapacità tutte italiane. Spesso in passato è avvenuto che le elezioni del Parlamento europeo abbiano avuto una dimensione esclusivamente nazionale. Magari, per riparare, sarebbe auspicabile che le imminenti elezioni nazionali avessero anche positive ricadute europee e che consentano a questo nostro Paese di tornare a contare in Europa. Ne ha bisogno l’Europa e ne abbiamo urgente bisogno noi.

Franco Chittolina

IN CALO LA FIDUCIA DEI CITTADINI

Le difficoltà che hanno caratterizzato l’Ue nel 2005, soprattutto la crisi del processo di ratifica del Trattato costituzionale e gli estenuanti negoziati sulle prospettive finanziarie, hanno avuto un riflesso negativo sulle opinioni dei cittadini europei. Da un sondaggio Eurobarometro, reso noto il 20 dicembre 2005, emerge infatti un calo di fiducia rispetto alle rilevazioni effettuate nella scorsa primavera. I tre principali indicatori che riflettono l’attitudine generale nei confronti dell’Ue sono in flessione: i pareri sull’immagine dell’Ue e quelli sui benefici derivanti dall’appartenenza all’Ue registrano una diminuzione di 3 punti percentuali, mentre solo il 50% degli intervistati sostiene e considera positiva l’appartenenza all’Ue, percentuale che era del 54% nella primavera 2005. Gli europei più scettici sono austriaci (32% di risposte favorevoli) e britannici (34%), i principali sostenitori sono lussemburghesi (82%) e irlandesi (73%), mentre gli italiani si collocano nella media europea (50%). Una tendenza negativa è rilevata anche nel livello di fiducia verso la Commissione, il Parlamento e il Consiglio europei. In generale, l’opinione pubblica resta favorevole al proseguimento della costruzione europea, in alcuni casi persino più intensamente che nella primavera 2005, anche se emerge un apprezzamento per il rallentamento del progetto europeo: sia il ritmo percepito che quello desiderato per la costruzione dell’Ue sono diminuiti nel corso del 2005, regredendo ai livelli del 1997. Nonostante il rifiuto francese e olandese al Trattato costituzionale, il sostegno espresso a una Costituzione per l’Ue è aumentato nella seconda metà del 2005 (63%, + 2 punti) e i cittadini europei restano convinti della necessità di una Costituzione che possa migliorare il funzionamento dell’Ue e rafforzarne la posizione sulla scena internazionale. In leggero declino il sostegno a un ulteriore allargamento, mentre resta solida l’adesione alla politica europea di difesa e sicurezza (77%) e a una politica estera comune (68%).
Commentando il sondaggio, la commissaria europea responsabile per le Relazioni istituzionali e la Strategia di comunicazione, Margot Wallström, ha dichiarato: «L’Eurobarometro ci fornisce una fotografia alla fine di un anno difficile. L’Ue deve ora consolidare i risultati raggiunti e mostrare determinazione nel conquistare i cuori e le menti dei suoi cittadini. Questo compito non è mai stato importante come oggi. I cittadini vedono troppo interesse egoistico da parte di ogni Stato membro, poca visione di insieme e solidarietà. Io credo ancora che la gente voglia più Europa, con leader più ispirati e buone politiche».

le priorità della presidenza austriaca


«Mobilitare la fantasia e le energie di tutti i 25 Stati»: così il governo austriaco intende rilanciare il progetto di costruzione europea dopo le pesanti battute d’arresto del 2005. Assumendo la presidenza di turno dell’Ue per il primo semestre 2006, il cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel ha presentato il suo programma che sarà concentrato innanzitutto sulle riforme economiche per stimolare la crescita e l’occupazione. Secondo Schuessel, per rilanciare l’Europa servono «azioni concrete», ad esempio concentrandosi sulla ricerca e promuovendo le piccole e medie imprese europee che rappresentano il principale soggetto per la creazione di posti di lavoro. La questione della crescita e dell’occupazione è centrale per la presidenza dell’Ue perché, come dichiara il presidente di turno, «se vogliamo creare una ripresa atmosferica e psicologica dell’Europa dobbiamo ascoltare le preoccupazioni dei cittadini». La seconda parte della presidenza austriaca sarà invece dedicata a una riflessione sul futuro dell’Europa dopo lo stallo del processo costituzionale, con un Vertice di bilancio a giugno. Dichiarando che «la Costituzione non è morta, ma non è neanche in vigore», Schuessel ha sottolineato l’importanza di concentrarsi sullo scontento manifestato dai cittadini europei. Così, ha detto, accanto alle questioni meramente istituzionali servono un maggior coinvolgimento dei cittadini, maggior sussidiarietà e una definizione dei «confini dell’Unione europea» perché, pur dicendosi contrario a un’Europa “a più velocità”, è necessario ragionare sui futuri allargamenti in modo da «non compromettere la capacità di accoglienza» dell’Ue. Confermando in qualche modo la contrarietà espressa nei mesi scorsi dall’Austria all’ingresso nell’Ue della Turchia.


sinergie austro-finlandesi


La presidenza di turno austriaca ha inoltre annunciato una stretta collaborazione con il governo finlandese, che presiederà l’Ue nel secondo semestre 2006. Il bilancio sul percorso costituzionale segnerà il passaggio di consegne tra le due presidenze che, a seconda di come si sarà svolto il dibattito tra gli Stati membri e le istituzioni europee, decideranno di comune accordo come proseguire il processo di ratifica del Trattato.
Altra questione comune riguarda la traduzione in necessari strumenti giuridici dell’accordo di massima raggiunto nel dicembre scorso sulle prospettive finanziarie per il periodo 2007-2013, strumento fondamentale per il finanziamento delle politiche dell’Ue nel medio periodo. Per quanto riguarda crescita e occupazione, poi, la riforma della Strategia di Lisbona prevede per il 2006 l’attuazione dei nuovi programmi nazionali e le azioni che l’Ue dovrà adottare per integrarli. Così come sarà centrale la questione del completamento del mercato interno, soprattutto rispetto ai settori dei servizi, dell’energia, delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari, con priorità per il problema energetico diventato di estrema attualità (al limite dell’emergenza) dopo le tensioni internazionali di inizio anno in merito al gas russo. Le presidenze austriaca e finlandese dovranno anche garantire l’attuazione del Patto di stabilità e crescita, in base a quanto stabilito nel corso del 2005, facendo in modo che gli Stati membri rispettino il contenimento dei rispettivi disavanzi di bilancio.
In materia di libertà, sicurezza e giustizia, proseguirà il tentativo di coordinare gli interventi sull’immigrazione e contro il terrorismo, anche se la questione delle garanzie e dei diritti dovranno essere affrontate seriamente, ancor di più dopo i casi di Lampedusa, delle enclave spagnole in Marocco e dei “voli Cia” che hanno sollevato forti critiche anche da parte dell’Europarlamento e del Consiglio d’Europa. Sull’ulteriore allargamento dell’Ue dovrà essere portata a termine la preparazione dell’ingresso di Romania e Bulgaria (prevista nel 2007) e continuati i negoziati con Croazia e Turchia, mentre a livello internazionale risultano particolarmente delicate la questione iraniana, quella dei negoziati sul commercio in ambito Wto e il necessario rilancio del multilateralismo.

INFORMAZIONI:
http://www.eu2006.at/en/The_Council_Presidency/Priorities_Programmes/index.html

PROGRAMMA 2006 DELLA COMMISSIONE

Alla fine del dicembre scorso anche la Commissione europea ha indicato il suo programma di lavoro per il 2006, confermando gli obiettivi strategici che si era posta all’inizio del suo mandato: prosperità, solidarietà, sicurezza e ruolo di partner mondiale per l’Europa. L’anno appena iniziato è considerato cruciale dalla Commissione per concretizzare la Strategia di Lisbona sulla crescita e l’occupazione, per questo è proposta una “nuova generazione” di programmi in settori quali i Fondi strutturali, lo sviluppo rurale, l’innovazione, la ricerca e l’istruzione nonché la predisposizione di un nuovo programma di ricerca e la creazione di un Istituto europeo di tecnologia. La Commissione intende migliorare la mobilità geografica e professionale con l’Anno europeo della mobilità dei lavoratori e mediante la trasparenza, il trasferimento e il riconoscimento delle qualifiche all’interno dell’Unione, impegnandosi anche per azioni in materia di aiuti di Stato, imprenditorialità e rafforzamento della capacità delle Pmi di crescere e creare occupazione. In ambito di sostenibilità ambientale, la Commissione conferma l’importanza dei Piani nazionali di ripartizione e l’estensione del sistema di scambio delle quote di emissione, nel quadro dei negoziati multilaterali sul clima. È prevista anche una maggior attenzione alla protezione dei cittadini, attraverso azioni transfrontaliere coordinate nell’ambito della sicurezza alimentare e della protezione civile, mentre saranno potenziate l’Agenzia per la sicurezza aerea e l’Agenzia ferroviaria. Oltre ai vari impegni sullo scenario internazionale, dove dovranno essere concretizzate le promesse fatte nel 2005 a favore della cooperazione allo sviluppo, la Commissione ha annunciato di impegnarsi per una migliore regolamentazione del suo operato: semplificazione, ammodernamento, consultazione e attenta valutazione dell’impatto delle politiche costituiscono obiettivi fondamentali. Così come tutte le istituzioni europee dovranno accrescere il loro impegno per una migliore comunicazione con i cittadini sulle questioni europee, secondo quanto indicato dal Libro bianco sulla comunicazione.

INFORMAZIONI: http://www.europa.eu.int/comm/index_it.htm


scontro istituzionale sulle prospettive finanziarie

Tra le molte questioni che riguardano il futuro dell’Ue resta aperta quella relativa a come e quanto saranno finanziate le politiche necessarie per il percorso di costruzione europea, cioè le cosiddette prospettive finanziarie 2007-2013. Dopo il fallimento del Consiglio europeo del giugno 2005, in cui emersero forti divergenze tra gli Stati membri sia sull’entità delle entrate che ciascun Paese deve versare nel bilancio dell’Ue sia sull’articolazione della spesa, con una generale affermazione dell’approccio intergovernativo a scapito di quello comunitario, un faticoso accordo è stato raggiunto nel corso del Consiglio europeo del 16 dicembre. La questione è però stata riaperta dal Parlamento europeo, che il 18 gennaio ha respinto la proposta del Consiglio dando così avvio a una complessa negoziazione tra le istituzioni europee.

l’accordo del Consiglio

Al termine di lunghe trattative tra i vari rappresentanti dei governi europei, l’accordo stabilito dal Consiglio europeo di dicembre sembrava aver scongiurato l’ennesima crisi dell’Ue, avviando, seppur con molti limiti, un percorso di trasferimento di risorse finanziarie dai vecchi ai nuovi Stati membri. In pratica, il governo britannico ha accettato una riduzione di 10 miliardi di euro in sette anni dello “sconto” sui contributi all’Ue di cui gode da 20 anni; il governo francese ha acconsentito l’anticipo al 2008-2009 della discussione sulla politica agricola comune (Pac), che avrebbe dovuto svolgersi nel 2013; il governo tedesco, con la neo-premier Angela Merkel, ha prima mediato sul contenzioso anglo-francese e quindi messo a disposizione dei nuovi Stati membri 100 milioni di aiuti regionali già assegnati ai Länder tedeschi.
Si è così stabilita una spesa complessiva per il periodo 2007-2013 di 862,363 miliardi di euro, pari all’1,045% del Pil, spesa calcolata per un’Ue a 27 dato l’ingresso di Romania e Bulgaria nel 2007. La quota di spesa concordata si colloca più o meno a metà strada tra la proposta della presidenza lussemburghese dell’Ue (primo semestre 2005) e quella avanzata dalla presidenza britannica (secondo semestre), considerata inaccettabile da molti Stati membri. Il dato che emerge è il netto calo rispetto al quadro finanziario precedente in cui, per un’Ue di soli 15 Stati membri e non di 27 come sarà nei prossimi anni, il massimale era fissato all’1,24% del Pil.
Le spese sono state raggruppate in alcuni capitoli: il primo per finanziare l’applicazione della Strategia di Lisbona su crescita e occupazione, con un impegno compreso tra gli 8,2 miliardi di euro nel 2007 e i 12,6 miliardi nel 2013; il secondo dedicato alla politica di coesione, alla luce delle disparità economico-sociali derivanti dall’allargamento, con impegni per 43 miliardi di euro nel 2007 che raggiungeranno i 45,3 miliardi nel 2013; altro capitolo è dedicato a tutela e gestione delle risorse naturali (agricoltura, sviluppo rurale, pesca e ambiente), il cui tetto di spesa fu concordato nel 2002; in materia di libertà, sicurezza e giustizia si passa dai 600 milioni di euro del 2007 a 1,4 miliardi nel 2013; stanziamenti per un massimo di 520 milioni di euro all’anno sono previsti per una serie di azioni riguardanti la cultura, i giovani, l’audiovisivo, la salute e la tutela dei consumatori; l’azione esterna dell’Ue (preadesione, stabilità, cooperazione allo sviluppo e cooperazione economica, partenariato e vicinato europeo, aiuti umanitari e assistenza macrofinanziaria) sarà finanziata con 6,3 miliardi di euro nel 2007 che saliranno a 8 miliardi nel 2013; infine la spesa per l’amministrazione delle istituzioni, che non potrà superare i 6,7 miliardi di euro nel 2007 e i 7,7 miliardi nel 2013.

il rifiuto del Parlamento

L’accordo raggiunto dal Consiglio europeo non ha però convinto il Parlamento europeo, che il 18 gennaio ha espresso il suo rifiuto aprendo il negoziato interistituzionale, dal momento che l’approvazione definitiva del bilancio quinquennale deve avere il parere positivo dei deputati europei. Secondo il Parlamento, la posizione adottata dal Consiglio non garantisce all’Ue le condizioni necessarie per far fronte alle nuove sfide e sviluppare un valore aggiunto europeo a favore dei cittadini. L’aula parlamentare non condivide l’atteggiamento degli Stati membri, che «combattono per preservare i propri interessi nazionali piuttosto che per generare una dimensione europea», e considera le conclusioni del Consiglio troppo incentrate «sulle politiche tradizionali» a scapito del futuro dell’Ue, perché «non garantiscono un bilancio europeo che rafforzi la prosperità, la solidarietà e la sicurezza in futuro, né offrono un meccanismo di flessibilità specifico né un ruolo del Parlamento europeo nella revisione». Così, l’Europarlamento dichiara la sua volontà di avviare «negoziati costruttivi» con il Consiglio, attraverso la mediazione della presidenza di turno austriaca e sulla base delle nuove proposte avanzate dalla Commissione.
Il Parlamento intende discutere sia sull’ammontare complessivo delle risorse finanziarie, che auspica essere maggiore di quello proposto dal Consiglio, sia riguardo alle priorità nella destinazione delle spese, privilegiando innovazione, crescita e ruolo esterno dell’Unione europea.

energia: Europa a sovranità limitata

Con la temperatura particolarmente bassa di questo inverno sono saliti i prezzi dell’energia. È stata la conseguenza della legge del mercato su domanda e offerta, magari sostenuta da una speculazione cui ci hanno abituati i distributori dell’energia e la fiscalità perversa che l’accompagna, oltre che i prezzi imposti all’origine dai Paesi produttori. E tuttavia, in prospettiva e con scadenze ravvicinate, è al comportamento di questi ultimi che dobbiamo guardare con particolare attenzione.
Due vicende, una solo provvisoriamente conclusa e l’altra appena agli inizi, dovrebbero aprirci gli occhi sul futuro del mercato dell’energia e il suo impatto sull’Europa: da una parte il contenzioso sulla fornitura di gas all’Ucraina e alle altre repubbliche ex sovietiche da parte della Russia, dall’altra il conflitto in corso tra l’Iran e l’occidente (Ue e Usa) sulla riapertura delle centrali nucleari.

gas russo e nucleare iraniano


La vicenda del gas fornito all’Ucraina dalla Russia è nota: Gazprom, gigante monopolista controllato dallo Stato russo, ha messo fine ai “prezzi politici” della fornitura del gas in provenienza dalla Russia verso ex-Paesi dell’Urss, oggi anche sempre più ex-amici della Russia. Il segnale mandato all’Ucraina è chiaro: il raddoppio del prezzo del gas (grazie al congelamento del basso prezzo del gas che per 2/3 proviene dall’Asia centrale, ma oggi con passaggio obbligato in Russia) è anche il prezzo politico da pagare alla presa di distanza dell’Ucraina dalla Russia dopo la “rivoluzione arancione” del 2004. Ne ha fatto le spese anche la Georgia, dopo la “rivoluzione delle rose” del 2003.
Insomma, la Russia dopo aver congelato gli arsenali militari anche per gli altissimi costi, brandisce l’arma energetica di cui dispone, non solo come produttrice ma anche come distributrice (vedi box), direttamente contro gli ex Paesi amici e indirettamente verso l’Europa che, non apprezzata da Mosca, “simpatizza” verso questi stessi Paesi.
Una situazione diversa quella dell’Iran ma con esiti geopolitici simili e un’analoga concezione dell’energia come nuova arma nei conflitti economici che si annunciano in Eurasia. Qui la vicenda è aggravata dal possibile utilizzo militare dell’energia nucleare e non è disgiunta dalla rilevanza strategica di un Paese grande produttore di petrolio e snodo importante nel mondo islamico a dominante sciita. Per chi non ne fosse convinto, basterebbe guardare a come stanno reagendo alle “provocazioni” iraniane i principali attori mondiali: ferma ma alla ricerca del dialogo l’Ue, minacciosi gli Usa, imbarazzata ma non ostile la Russia e sicuramente comprensiva se non alleata la Cina, grande divoratrice di energia e, a questo titolo, particolarmente dipendente dall’Iran. La prova del nove di queste differenze l’avremo presto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove si annuncia improbabile l’unanimità su eventuali sanzioni verso l’Iran.

energia e sovranità in Europa


La preoccupazione per l’energia in Europa non data da oggi: la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) nel 1951 e della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) nel 1957, dopo la crisi di Suez, testimoniano come l’Unione europea abbia fin dai suoi inizi avuto coscienza del problema. Soltanto che questa consapevolezza non si è tradotta in politiche efficaci per la riduzione della nostra dipendenza energetica: negli anni Cinquanta importavamo in Europa il 20% del nostro fabbisogno, oggi siano al 50% e, senza interventi efficaci, nel 2030 arriveremo al 70%. Quali le ragioni di questa deriva? Da una parte, il forte sviluppo economico dell’UE aggravato da una cultura dei consumi energetici fuori controllo, anche grazie al basso costo dell’energia fino alla crisi petrolifera del 1973, dall’altra l’incapacità dei Paesi dell’Ue a dotarsi di una politica energetica comune in grado di guardare oltre gli interessi immediati delle singole economie nazionali. Ci si è così limitati a politiche di incitamento alla riduzione dei consumi e ad uno sviluppo modesto delle energie rinnovabili. L’argomento è tornato recentemente sul tavolo del Consiglio europeo di Hampton Court nell’ottobre scorso e si sta intensificando l’iniziativa della Commissione europea cui spetta di formulare proposte per un rilancio della politica energetica comunitaria.

serve una politica comune


Il segnale venuto dalla Russia, le molteplici minacce in provenienza dall’area mediorientale e l’instabilità politica di molti Paesi dell’Asia centrale, grande serbatoio di energia, provocheranno finalmente un sussulto decisivo nell’Ue? È consentito sperarlo, ma restando prudenti nel pronostico e non dimenticando, come ci ricordano osservatori attenti, che la questione essenziale è quella delle relazioni tra l’Europa e i Paesi fornitori. Essa attiene alla geostrategia e quindi alla politica estera. In altre parole, non ci sarà politica comune in materia di energia fin quando l’Europa non sarà dotata di una diplomazia comune. Come dire che fino a quando i Paesi dell’Ue continueranno nelle loro “finzioni” di sovranità, l’Europa sarà condannata anche dalla sua crescente dipendenza energetica a una mortificante sovranità limitata.

I NUMERI DEL GAS

Le riserve mondiali di gas ammontano a circa 178.000 miliardi di metri cubi e la Russia è il primo Paese al mondo con oltre 46.000 miliardi, di cui oltre la metà di proprietà della Gazprom. Dati forniti dall’Eni a inizio 2005 vedono al secondo posto per riserve di gas l’Iran, con 26.000 miliardi di metri cubi, seguito dal Qatar con 25.000. La Russia è anche il primo produttore al mondo: nel 2003 la produzione mondiale ammontava a circa 2700 miliardi di metri cubi l’anno, quasi un quarto dei quali (oltre 600 miliardi) prodotti dalla Russia, seguita da Usa (541 miliardi) e Canada (182 miliardi). La società russa Gazprom, oltre a possedere più della metà delle riserve russe, con 545 miliardi di metri cubi all’anno produce circa l’85% di tutto il gas russo e il 20% circa di quello mondiale, e intende giungere a una produzione di 630 miliardi di metri cubi annui entro il 2030. Per quanto riguarda invece i consumi di gas, nel 2003 la domanda mondiale è stata di 2600 miliardi di metri cubi, con gli Usa primi consumatori (621 miliardi), seguiti da Russia (411 miliardi) e Regno Unito (circa 100 miliardi). L’Italia, che possiede riserve per 190 miliardi di metri cubi, è il nono Paese consumatore con circa 77 miliardi di metri cubi annui utilizzati.


- La dipendenza dall’importazione di combustibili è calcolata dal rapporto tra le importazioni nette e il consumo lordo più i depositi. Spesso è utilizzata una formula semplificata che non tiene conto dei depositi: essa dà un valore maggiore alla dipendenza dalle importazioni trascurando però i trasporti marittimi.
- Percentuali negative indicano che il Paese è un esportatore netto; valori superiori al 100% sono dovuti a variazioni delle riserve.
Fonte: Commissione europea 2004, su dati Eurostat relativi al 2002


la "guerra" del gas russo

Nel novembre 2005 la Russia aveva deciso di rinegoziare i contratti del gas con le ex repubbliche sovietiche, fino ad allora caratterizzati da prezzi decisamente inferiori a quelli di mercato che le autorità russe impongono agli altri Paesi-clienti, ad esempio molti Stati membri dell’Ue.
Nel caso dell’Ucraina, la Russia aveva proposto di quadruplicare il prezzo (da 50 a 220 dollari per 1000 metri cubi), stabilendo la fine del 2005 come limite massimo per la negoziazione. Dal canto suo, l’Ucraina rivendicava un incremento minore del prezzo, in linea con quello già pattuito da Mosca con le altre ex repubbliche sovietiche che pagano da 100 a 160 dollari per 1000 metri cubi, e annunciava l’istituzione di una tassa del 15% sul gas russo che attraversa il suo territorio per raggiungere i mercati europei.
La Russia però, che non ha gradito il cambio di governo verificatosi in Ucraina nel dicembre 2004, accusava le autorità di Kiev di prelievi abusivi sul gas russo diretto nell’ovest europeo e, di fronte al protrarsi delle trattative e delle polemiche, il 1° gennaio 2006 decideva di interrompere le forniture di gas verso l’Ucraina.
Dopo alcuni giorni di negoziato, il 4 gennaio era annunciato l’accordo sul prezzo del gas tra i gestori dell’energia dei due Paesi, la russa Gazprom e l’ucraina Naftogaz.
Il compromesso raggiunto prevede un accordo di 5 anni in cui la Russia venderà il gas a 230 dollari per 1000 metri cubi, mentre l’Ucraina lo acquisterà a 95 dollari: il “trucco” è reso possibile dall’intermediazione della società russo-ucraina RosUkrEnergo, che acquisterà il gas russo per poi rivenderlo mescolato a quello acquistato da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan a prezzo decisamente inferiore (circa 60 dollari).
Lo stesso gas “misto” sarà venduto ad altri Paesi europei al prezzo di 230 dollari, così da far tornare i conti della RosUkrEnergo. È stabilito anche l’aumento del 55% delle tariffe di transito (da 1,09 a 1,65 dollari per 1000 metri cubi e 100 chilometri di percorso), che riguarderà sia il gas russo che attraversa l’Ucraina per giungere in Europa, sia quello centroasiatico che passa in Russia per raggiungere l’Ucraina.
L’accordo è però ritenuto ambiguo dall’opposizione politica ucraina, che lo considera un cedimento al potere russo (RosUkrEnergo è controllata da Gazprom) e promette battaglia in vista delle elezioni del marzo prossimo.
Non si erano ancora placate le polemiche tra Russia e Ucraina che ne sono nate di nuove e altrettanto forti al confine meridionale della Russia. Il 22 gennaio alcune esplosioni, verificatesi nella regione caucasica del territorio russo, hanno danneggiato tubature di gas e linee ad alta tensione interrompendo i rifornimenti di gas ed elettricità a Georgia e Armenia.
Mentre le autorità russe hanno parlato di «attentati», quelle georgiane hanno subito accusato la Russia di «sabotaggio» e di «ricatto», motivato dai rapporti tesi tra i due Paesi.
Il governo russo, che oltre alla “rivoluzione arancione” ucraina del 2004 non ha gradito la “rivoluzione colorata” georgiana del 2003 perché entrambe volte a rapporti privilegiati con Ue e Usa, accusa quello georgiano di scarsa collaborazione sulla questione cecena e non dimentica lo smantellamento delle basi militari ex sovietiche; Tbilisi, dal canto suo, accusa Mosca di sostenere il secessionismo in alcune regioni della Georgia.
Il governo armeno, più in sintonia con quello russo, non ha commentato l’interruzione delle forniture, nonostante abbia subito il raddoppio del prezzo del gas russo come Georgia e Ucraina.

l'Ue chiede chiarezza sui "voli segreti" della Cia

«Centinaia di voli organizzati dalla Cia sono transitati in numerosi Paesi europei ed è altamente improbabile che i governi europei, o almeno i loro servizi segreti, non ne siano stati al corrente». È grave la denuncia contenuta nel Rapporto reso noto il 24 gennaio scorso dal Consiglio d’Europa, redatto dall’apposita commissione istituita due mesi prima e presieduta dal deputato svizzero Dick Marty, anche perché parla di «numerosi indizi, coerenti e convergenti» dell’esistenza di un sistema di «delocalizzazione o di subappalto della tortura». Il Consiglio d’Europa, però, pur avendo un forte “peso” morale non ha nessun potere d’investigazione, dunque la sua è semplicemente una conferma autorevole di quanto denunciato nei mesi scorsi da organizzazioni per i diritti umani e organi d’informazione di tutto il mondo e su cui Commissione e Parlamento europei intendono fare chiarezza: i servizi segreti statunitensi (Central Intelligence Agency - Cia), su mandato dell’amministrazione Bush, hanno organizzato negli ultimi anni un sistema di sequestri e trasferimenti di sospetti terroristi in luoghi “segreti” per svolgere interrogatori senza rispettare le norme del diritto internazionale, con la probabile collaborazione di numerosi governi e servizi segreti anche europei.

“siti neri” e voli sospetti


La questione fu sollevata nel novembre 2005 dal quotidiano statunitense “The Washington Post”, che in un’inchiesta rivelava l’esistenza di una rete mondiale di prigioni segrete denominate «black sites» (“siti neri”), creata dalla Cia dopo l’11 settembre 2001, che si estenderebbe da Afghanistan e Thailandia fino a Stati dell’Europa orientale e dove sarebbero detenuti oltre 100 presunti terroristi catturati dai servizi segreti statunitensi in vari Paesi. L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch aggiunse che due siti sospetti erano l’aeroporto Szymany in Polonia e la base militare Michail Kogalniceanu in Romania, mentre altre inchieste e denunce iniziarono a rivelare il passaggio in scali europei degli aerei utilizzati dalla Cia per il trasferimento dei prigionieri. Il quotidiano spagnolo “El Pais” scrisse di numerosi atterraggi e decolli di voli della Cia dalle Baleari, dalle Canarie e dall’Andalusia tra il 2004 e il 2005. Il quotidiano britannico “The Guardian”, ottenendo dall’autorità statunitense per l’aviazione civile (Federal Aviation Administration) il permesso di visionare le registrazioni dei voli, denunciò che 26 velivoli della Cia avevano compiuto oltre 300 missioni in Europa (96 atterraggi in Germania, circa 80 nel Regno Unito, 15 nella Repubblica Ceca, 2 in Francia e uno in Polonia). Il settimanale tedesco “Der Spiegel”, con ammissioni delle autorità tedesche, svelò almeno 437 passaggi in Germania di aerei dei servizi segreti statunitensi, mentre secondo Amnesty International i voli da e per l’Europa sono stati circa 800. Intanto, inquirenti di tutti questi e di molti altri Paesi europei (tra cui l’Italia, dove la procura milanese ha emesso nel giugno 2005 un ordine di cattura internazionale per 13 agenti della Cia che nel febbraio 2003 sequestrarono a Milano l’egiziano Abu Omar) hanno aperto indagini, il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo hanno istituito commissioni d’inchiesta, mentre la Commissione europea e la presidenza dell’Ue hanno chiesto chiarimenti all’amministrazione Usa.
Del Consiglio d’Europa si è detto in apertura e del Parlamento si dirà di seguito, mentre restano alcune perplessità sull’effettiva esigenza di chiarezza da parte di presidenza e Commissione: la prima perché manifestata durante il turno di presidenza britannico, cioè del più fedele alleato statunitense che pare impossibile non sapesse nulla; la seconda perché ha visto il meritorio impegno del commissario Franco Frattini, che però durante i voli sospetti e il sequestro di Abu Omar a Milano era il ministro degli Esteri italiano.
Intanto, di fronte alle accuse l’amministrazione Bush sostiene che trasferire detenuti da un Paese all’altro al di fuori di un procedimento legale è consentito dal diritto internazionale, mentre le organizzazioni per i diritti umani ricordano che il trasferimento di prigionieri verso Paesi dove rischiano di subire torture e maltrattamenti è una violazione diretta e flagrante del diritto internazionale.

l’inchiesta dell’Europarlamento


Nel gennaio scorso, il Parlamento europeo ha istituito una commissione composta da 46 europarlamentari e con mandato di un anno che, parallelamente a quella del Consiglio d’Europa, dovrà chiarire la controversa questione delle prigioni e dei voli “segreti” utilizzati dalla Cia in Europa. Secondo l’Europarlamento, «la lotta al terrorismo non può essere vinta sacrificando proprio quei principi che il terrorismo cerca di distruggere. Deve essere condotta con mezzi legali e vinta nel rispetto del diritto internazionale, con un atteggiamento responsabile da parte dei governi e dell’opinione pubblica». Condannando «energicamente» qualsiasi ricorso alla tortura, inclusi i trattamenti crudeli, inumani o degradanti, il Parlamento invita il Consiglio e la Commissione a fornire chiarimenti in merito a un presunto accordo che l’Ue avrebbe concluso con gli Usa nel 2003 per consentire a questi ultimi l’accesso a strutture di transito “speciali”. Inoltre invita i governi europei a mettere in atto «ogni sforzo» per indagare e fornire tutte le informazioni necessarie.
La commissione raccoglierà e analizzerà informazioni per appurare se la Cia o servizi di intelligence di Paesi terzi abbiano effettuato rapimenti, trasferimenti, detenzioni in centri segreti, torture, trattamenti inumani o degradanti di prigionieri sul territorio dell’Ue o su quello di Paesi candidati, o se abbiano usato il territorio europeo per voli da un Paese all’altro. Dovrà inoltre verificare se queste azioni, condotte nella lotta al terrorismo, possano essere considerate in violazione dell’articolo 6 del Trattato dell’Ue, di alcune norme della Convezione europea sui diritti umani e della Carta dei diritti fondamentali e di altri accordi internazionali, incluso quello fra Ue e Usa che regola l’estradizione e la mutua assistenza giudiziaria. «La piena trasparenza e il vicendevole rispetto dei principi fondamentali del diritto - sostiene il Parlamento europeo - sono essenziali per l’ulteriore rafforzamento delle relazioni Ue-Usa e per la cooperazione nella lotta contro il terrorismo».

INFORMAZIONI:
www.coe.int e www.europarl.eu.int

AMNESTY: 800 VOLI DELLA CIA IN EUROPA
Il 14 dicembre 2005, l’organizzazione Amnesty International ha inviato al Consiglio europeo una lettera aperta nella quale mette in dubbio l’attuale strategia europea in materia di diritti umani. A fronte delle continue rivelazioni di organi d’informazione europei e statunitensi che fanno presumere una complicità degli Stati membri dell’Ue nel trasferimento e nella detenzione di persone sospette da parte della Cia e delle numerose indagini giudiziarie avviate in Europa sui centri segreti di detenzione situati in territorio europeo, Amnesty ritiene che la reazione delle istituzioni europee sia stata insoddisfacente e che l’Ue ha il dovere legale, morale e politico di assicurare che nessuno Stato membro sia direttamente o indirettamente coinvolto in “sparizioni” e torture. Secondo Dick Oosting, direttore dell’ufficio di Amnesty International presso l’Ue, «la formula retorica “combattere il terrorismo rispettando i diritti umani” non funziona più. Se i leader europei nascondono la testa sotto la sabbia, viene messa in gioco la credibilità dell’Ue, sia al suo interno che all’estero». Amnesty aveva denunciato 800 passaggi in Europa, tra il settembre 2001 e il settembre 2005, di almeno 6 aerei utilizzati dalla Cia per il trasferimento “segreto” di prigionieri, spesso destinati in Paesi dove hanno potuto subire maltrattamenti e torture o “sparire”.

INFORMAZIONI: www.amnesty.it

consumo di droghe nell'Ue

In Europa cresce il consumo di cocaina e cannabis, è stabile ma elevato quello di amfetamine, in calo quello di eroina, mentre è molto diffusa la poliassunzione di sostanze, comprese alcol e tabacco. Sono questi gli elementi principali che emergono dal Rapporto annuale sul consumo di droghe pubblicato nel novembre 2005 dall’Osservatorio europeo con sede a Lisbona (Emcdda-Oedt).

molta cannabis

Il consumo di droghe nell’Ue resta un fenomeno diffuso soprattutto tra i giovani di sesso maschile. I dati a disposizione riferiscono di almeno 3 milioni di consumatori quotidiani di cannabis, che continua a essere la sostanza più usata. Sebbene dalla metà degli anni Novanta sia prevalso un andamento crescente, alcuni Paesi mostrano un modello più stabile, come ad esempio il Regno Unito, o variazioni esigue in Paesi a bassa prevalenza, come Svezia e Finlandia a Nord e Grecia e Malta a Sud. La maggior parte degli aumenti del consumo di cannabis osservati interessa i nuovi Stati membri, mentre Repubblica Ceca, Spagna e Francia hanno raggiunto il Regno Unito nel gruppo di Paesi «ad alta prevalenza».

anfetamine e cocaina

In molti Paesi l’ecstasy ha superato le anfetamine come seconda droga più usata in Europa dopo la cannabis, ma i dati del Regno Unito (primo consumatore europeo di queste sostanze) mostrano una flessione del consumo di entrambe, soprattutto delle anfetamine. Un «imponente» aumento generale è invece registrato per l’importazione e il consumo di cocaina, mentre crescono i problemi di salute legati a questa sostanza che riguarda anche il 10% circa delle domande di trattamento in Europa. L’Osservatorio stima che circa 9 milioni di europei (3% di tutta la popolazione adulta) abbiano provato la cocaina almeno una volta, 3 milioni ne abbiano fatto uso nell’ultimo anno e 1,5 milioni l’abbiano assunta nell’ultimo mese. Il consumo si concentra principalmente tra i giovani adulti (15-34 anni), soprattutto maschi residenti in zone urbane.

consumo problematico


L’eroina rimane la droga principale per la quale i tossicodipendenti chiedono di entrare in terapia nella maggior parte dei Paesi dell’Ue. In termini di nuovi consumatori di eroina e di consumo per via parenterale, la situazione attuale sembra più positiva rispetto a quella degli anni Novanta. Esistono segnali di stabilizzazione e di invecchiamento della popolazione, il che riflette probabilmente una riduzione dell’incidenza. Tuttavia, in alcuni dei nuovi Stati membri, dove il consumo di eroina è un fenomeno più recente, l’uso per via parenterale continua a essere la modalità predominante dell’assunzione di oppiacei. Secondo le stime attuali, nell’Ue esistono tra gli uno e i 2 milioni di consumatori problematici di droghe, di cui un numero compreso tra 850.000 e 1,3 milioni riguarda consumatori recenti di droga per via parenterale.

la poliassunzione


L’uso correlato di varie sostanze psicoattive, comprese alcol e tabacco, è una delle caratteristiche principali del problema delle droghe in Europa. La cannabis è spesso fumata col tabacco, ad esempio, con implicazioni sia in termini di danni sia rispetto alle attività di prevenzione. Le analisi tossicologiche dei decessi collegati al consumo di stupefacenti rivelano spesso la presenza di più sostanze, mentre è stato dimostrato che il consumo concomitante di alcol aumenta i rischi associati all’uso di eroina e di cocaina. Inoltre, concentrarsi sugli andamenti tipici di una sostanza può essere fuorviante se è ignorata l’interazione tra diversi tipi di droghe. Secondo l’Osservatorio europeo sarebbe opportuno valutare la potenziale sovrapposizione del consumo di sostanze stimolanti diverse, «nonché capire in quale misura i cambiamenti osservati siano riconducibili a una variazione dei modelli di consumo». In generale, la stragrande maggioranza di coloro che in Europa si rivolgono a comunità terapeutiche per un problema di droga fa uso di più sostanze stupefacenti: «È quindi necessario comprendere l’impatto della poliassunzione sull’efficacia degli interventi in futuro».

INFORMAZIONI:
http://www.emcdda.eu.int

piano d'azione europeo sull'immigrazione legale

Dopo il pacchetto di misure sull’immigrazione presentato nel settembre 2005 (vedi euronote n. 37/2005), la Commissione europea ha adottato alla fine dello scorso anno anche un Piano d’azione sull’immigrazione legale, secondo quanto previsto dal Programma dell’Aia su libertà, sicurezza e giustizia che chiedeva all’esecutivo europeo di presentare, entro il 2005, «un programma politico in materia di migrazione legale che includa procedure di ammissione che consentano di reagire rapidamente alla domanda fluttuante di manodopera straniera nel mercato del lavoro».
Incentrato principalmente sulla migrazione economica, il Piano è finalizzato a offrire una panoramica delle iniziative, legislative e non, che la Commissione intende promuovere nel periodo 2006-2009. Sono individuate quattro sfere di azioni: una sezione legislativa per disciplinare alcune condizioni di entrata e di soggiorno dei cittadini non comunitari ai fini dell’occupazione; azioni e politiche per promuovere l’acquisizione di competenze e lo scambio di informazioni nel settore dell’immigrazione; politiche e finanziamenti finalizzati a sostenere e migliorare l’integrazione dei migranti economici e dei loro familiari nel mercato del lavoro e nella società di accoglienza; misure per una gestione più efficiente dei flussi migratori internazionali che richiedono la cooperazione e il sostegno dei Paesi di origine e dei migranti. Nel corso del 2006 saranno effettuati studi su temi specifici e avranno luogo dibattiti sul modo di procedere, mentre le iniziative concrete inizieranno a partire dal 2007.
«Questo piano d’azione è particolarmente importante, dal momento che è il risultato di un lungo processo partito dal basso - ha dichiarato il commissario Franco Frattini, responsabile europeo in materia di Giustizia, Libertà e Sicurezza - Abbiamo ascoltato con attenzione tutti gli operatori del settore, e segnatamente i sindacati, le organizzazioni dei datori di lavoro, i governi, il Parlamento europeo, le Ong e il Comitato economico e sociale. Grazie ai loro contributi, la Commissione è ora in grado di spiegare in quale modo intende far fronte alle sfide economiche e demografiche e di proporre un pacchetto globale di misure, che dovrebbe permettere una migliore gestione del fenomeno dell’immigrazione in tutte le sue diverse angolature. Sono fermamente convinto che la migrazione legale e l’integrazione siano due concetti indissolubili e che devono rafforzarsi a vicenda». L’altro responsabile del Piano d’azione insieme a Frattini, il commissario europeo a Occupazione e Affari sociali Vladimir Špidla, ha dichiarato presentando l’iniziativa della Commissione europea: «L’immigrazione ha sempre rappresentato al tempo stesso un arricchimento e un problema. Perché l’Europa possa beneficiare veramente dell’immigrazione dobbiamo riuscire a gestirla in maniera coerente, prevedibile ed efficace. L’immigrazione deve essere positiva per l’economia europea, per i Paesi di origine e per i singoli immigrati. In tale prospettiva, occorre che ci si impegni per integrare gli immigranti nel mercato del lavoro e più in generale nella società, ma occorrono anche norme chiare e flessibili per l’ingresso, il soggiorno e il reingresso».
Il Piano d’azione della Commissione riflette comunque l’attuale impossibilità di armonizzazione di tutti i criteri che regolano l’ingresso e il soggiorno per lavoro, dati i diversi sistemi e le diverse esigenze degli Stati membri che continuano ad avere la sovranità in materia. Così, si limita a garantire un insieme comune di diritti per i lavoratori stranieri ammessi a soggiornare in uno Stato membro e a definire una disciplina armonizzata per quanto concerne l’ingresso e il soggiorno di particolari categorie di lavoratori stranieri (stagionali, altamente qualificati, in trasferimento all’interno di multinazionali, tirocinanti retribuiti). Secondo alcuni osservatori, l’impossibilità di giungere a un’armonizzazione dei criteri generali di ingresso e soggiorno dimostra la debolezza di Commissione e Parlamento europei rispetto ai governi degli Stati membri, soprattutto dei più grandi (G5), e la generale prevalenza dell’approccio intergovernativo su quello comunitario.

GRAVI RITARDI SULLO STATUS GIURIDICO DEGLI IMMIGRATI

Il 23 gennaio scorso è scaduto il termine per l’attuazione della direttiva europea del novembre 2003 relativa allo status dei cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo (2003/109/CE). Tale direttiva traduce sul piano giuridico la richiesta formulata dal Consiglio europeo di Tampere di ravvicinare lo status dei cittadini dei Paesi terzi a quello dei cittadini degli Stati membri e di riconoscere alle persone soggiornanti regolarmente da lungo periodo in uno Stato membro una serie di diritti uniformi e quanto più simili a quelli di cui beneficiano i cittadini dell’Ue. Per acquisire lo status di soggiornante di lungo periodo, i cittadini dei Paesi terzi devono provare di aver risieduto regolarmente e ininterrottamente in uno Stato membro per almeno 5 anni e di disporre di un reddito sufficiente. Una volta riconosciuto lo status, i soggiornanti di lungo periodo beneficiano di una tutela rafforzata contro l’espulsione, godono della parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro in una vasta gamma di settori economici e sociali e hanno anche il diritto di soggiornare in un altro Stato membro per lavoro, studio o per altri scopi alle condizioni previste dalla direttiva. I dati disponibili indicano che almeno 10 milioni di cittadini stranieri soggiornanti regolarmente nell’Ue potrebbero beneficiare della direttiva, che però finora ha segnato un grave ritardo di attuazione da parte degli Stati membri e solo 5 di essi hanno notificato alla Commissione le misure specifiche adottate: Austria, Lituania, Polonia, Slovenia e Slovacchia.


asilo: una direttiva molto discussa

Dopo un iter travagliato e molte discussioni, la controversa direttiva europea sull’asilo è stata adottata dal Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Ue il 1° dicembre 2005. L’obiettivo della direttiva è accelerare la procedura di esame delle domande di asilo e di armonizzare le garanzie minime accordate ai rifugiati, nell’ambito della costituzione di un regime comune di asilo in Europa programmata entro il 2010.
Il testo della direttiva era già stato approvato da Commissione e Consiglio nei mesi scorsi, ma il Parlamento europeo aveva espresso parere contrario su molti punti. In particolare, i deputati europei si erano detti contrari alla creazione da parte del Consiglio di un elenco comune di Paesi cosiddetti “super sicuri”, che autorizzerebbe gli Stati membri a rifiutare automaticamente le domande d’asilo alle persone provenienti da tali Paesi, senza ricorrere dunque all’esame della domanda. Pur accettando l’istituzione di un elenco unico europeo “minimo”, gli eurodeputati avevano respinto la definizione di liste nazionali integrative, auspicando garanzie supplementari per i richiedenti asilo. Inoltre, secondo il Parlamento europeo, gli Stati membri non devono trattenere i richiedenti asilo in centri d’accoglienza chiusi e devono sempre prendere in considerazione misure alternative «non custodiali». Su questa materia, però, il Parlamento ha un ruolo meramente consultivo e la Commissione ha ritenuto urgente l’entrata in vigore della direttiva, «anche se imperfetta», per rimediare alle differenze di trattamento esistenti tra i vari Stati membri. Così, nessuno degli emendamenti approvati dall’Europarlamento è stato recepito.
Pur ammettendo che l’accordo sulle norme minime d’asilo è solo «un primo passo», il commissario europeo Franco Frattini ha dichiarato che «la nuova direttiva apporterà un contributo di grande rilievo alla parità di condizioni in materia d’asilo in tutti e 25 gli Stati membri, e ne stimolerà la fiducia reciproca nei rispettivi ordinamenti». Stabilendo un sistema comune, ha detto Frattini, «noi assicuriamo la protezione dei richiedenti asilo in qualsiasi luogo essi presenteranno la loro domanda in Europa, ma assicuriamo pure che gli Stati membri siano in grado di trattare con efficienza ed equità i casi di chi non ha diritto a ottenere protezione». Il commissario europeo ha poi ricordato che l’adozione della direttiva comporta anche la possibilità di concordare ogni ravvicinamento tra la legge e la prassi in codecisione con il Parlamento europeo e secondo la regola della maggioranza qualificata.
Di tutt’altro avviso l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur-Unhcr), secondo cui la direttiva potrebbe causare un serio abbassamento degli standard d’asilo all’interno dell’Ue e anche oltre i suoi confini. «Temiamo che l’attuazione della direttiva, qualora non vengano introdotte ulteriori forme di tutela, possa condurre a violazioni del diritto internazionale sui rifugiati e rendere più difficile per i rifugiati vedere adeguatamente esaminate le loro richieste di asilo presentate in Europa» ha dichiarato Pirkko Kourula, responsabile dell’Ufficio europeo dell’Acnur, chiedendo agli Stati membri di non ratificare le norme tendendo al livello minimo permesso dalla direttiva. In particolare, l’Acnur è preoccupato dalle regole che consentono di designare “Paesi terzi sicuri”, dove i richiedenti asilo possono essere rinviati senza che la loro domanda sia stata esaminata in uno Stato dell’Ue, e dalla mancanza di un divieto esplicito di espulsione mentre è in corso l’appello del richiedente asilo. Secondo l’Acnur, poi, la direttiva consente anche altre pratiche restrittive attualmente contenute solo nella legislazione di uno o due Stati membri, ma che potrebbero essere inserite nella legislazione di tutti e 25 i Paesi dell’Ue.

DELEGAZIONE EUROPARLAMENTARE IN LIBIA

Una delegazione di europarlamentari, in rappresentanza della sottocommissione sui diritti umani del Parlamento europeo (Pe), ha reso noto l’8 dicembre 2005 l’esito di una visita compiuta in Libia per verificare la situazione dei migranti lì espulsi da alcuni Paesi europei, dopo le visite già compiute nei mesi scorsi a Lampedusa (vedi euronote n. 37/2005). Le autorità libiche hanno confermato agli europarlamentari che centinaia di migranti illegali dell’area subsahariana sono stati rimandati in Libia dalle autorità italiane nel 2004 e nel 2005, e che il governo di Tripoli ha provveduto a rimpatriarne la maggior parte nei rispettivi Paesi d’origine anche con il contributo finanziario del governo italiano. Coloro per i quali non è stato possibile verificare la nazionalità sono trattenuti nei Centri di detenzione libici dove, secondo la delegazione del Pe, molte persone avrebbero diritto alle procedure per la richiesta dell’asilo politico. La Libia, Paese di circa 6 milioni di abitanti di cui 1,5 milioni sono immigrati, non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e il suo governo non riconosce ufficialmente l’esistenza di rifugiati o richiedenti asilo sul suo territorio, anche se la delegazione europea ha riscontrato maggiore disponibilità rispetto a una precedente visita svolta nell’aprile 2005. Le autorità libiche hanno poi confermato che il governo italiano ha finanziato la costruzione di un Centro di detenzione a 20 chilometri da Tripoli e ha promesso il suo contributo per altri due Centri. Inoltre, i rappresentanti del governo libico hanno dichiarato di aver sottoscritto accordi di cooperazione per la lotta all’immigrazione illegale con Italia, Francia, Spagna e Malta.
Nel gennaio scorso, la Commissione europea ha reso noto di essere pronta ad aprire un negoziato con la Libia, che preveda il sostegno anche finanziario dell’Ue per una serie di iniziative finalizzate a contrastare l’immigrazione illegale, compreso il pattugliamento delle coste.

in stallo il processo di Barcellona

Un Vertice deludente, con troppi assenti e poche intese specifiche e concrete. Questa l’opinione largamente diffusa in merito al Vertice Euromediterraneo svoltosi a Barcellona nei giorni 27-28 novembre 2005 per valutare e rilanciare il partneariato euromediterraneo. Dieci anni prima, un analogo Vertice tenutosi nella città catalana aveva avviato il cosiddetto Processo di Barcellona, che avrebbe dovuto sviluppare un forte partenariato tra i Paesi europei e quelli della sponda meridionale del Mediterraneo, fino a giungere entro il 2010 alla realizzazione di un’area di libero scambio. A dieci anni di distanza, però, la situazione non è molto diversa da quella iniziale: gli obiettivi fissati nel 1995 in materia di sicurezza e garanzia dei diritti sono in larga parte falliti, mentre le riforme economiche avviate in alcuni Paesi della sponda Sud non hanno veicolato analoghe riforme politiche (vedi box).
Così, dal Vertice del decennale si attendevano impegni concreti per il rilancio del partenariato, ma già l’elenco dei partecipanti lasciava immaginare scarsi risultati: mentre tutti i rappresentanti dei 25 Stati membri dell’Ue erano presenti, tra gli altri Paesi partner si registrava solo la partecipazione di Turchia e Palestina, a dimostrazione di un malcontento generale e scarsa fiducia in un Processo mai decollato. L’incontro è quindi stato caratterizzato dalla difficoltà di raggiungere qualsiasi conclusione concreta sui temi all’ordine del giorno e si è chiuso senza un’intesa di fondo, ma solo con una vaga dichiarazione della presidenza britannica dell’Ue.

programma quinquennale


I partecipanti al Vertice hanno adottato un programma di lavoro quinquennale e un codice di condotta per la lotta al terrorismo. Il programma per i prossimi 5 anni contempla obiettivi a medio termine in materia di partenariato politico e di sicurezza, crescita e riforme economiche sostenibili, istruzione e scambi socioculturali, immigrazione, integrazione sociale, giustizia e sicurezza. È però piuttosto deludente, perché non recepisce le molte critiche sollevate all’attuazione del Processo e parla genericamente di rilancio della politica euromediterranea, senza definire intese specifiche e concrete. Nessuna decisione concreta è stata adottata sulla questione mediorientale e il conflitto israelo-palestinese, a conferma dell’irrilevanza della posizione dell’Ue in una vicenda fondamentale nello scenario internazionale, che si trascina da anni ai confini europei e sulla quale si continua a lasciare agli Usa ogni iniziativa. In merito alle migrazioni, problema centrale per l’area mediterranea e che negli ultimi anni ha assunto caratteri drammatici per le innumerevoli tragedie verificatesi, sono stati riconfermati gli orientamenti in materia di migrazioni legali, lotta contro l’immigrazione illegale e la tratta degli esseri umani. Questo è forse il tema su cui il partenariato è più avanzato, anche se eccessivamente concentrato sui controlli e il contenimento dei flussi a scapito della salvaguardia di diritti umani e diritti fondamentali.

terrorismo e politica di vicinato

Il codice di condotta per la lotta al terrorismo, che secondo il Consiglio europeo «rappresenta un progresso notevole nel quadro della cooperazione politica e di sicurezza con i partner del Mediterraneo», in realtà è stato molto discusso e, pur affermando che il terrorismo «non è mai giustificato», non chiarisce il significato del termine rimandando la questione all’Onu. Molti Paesi arabi, infatti, insistono per non estendere il significato di terrorismo alla resistenza armata contro chi indebitamente occupa il territorio nazionale.
Infine, alcune difficoltà di dialogo sono derivate anche dall’insistenza dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo a ottenere un legittimo chiarimento sulla specificità e la priorità del Processo di Barcellona rispetto alla politica di vicinato che l’Unione europea ha promosso e cerca di sviluppare ai suoi confini orientali.

LE CRITICHE: SCARSA ATTENZIONE AI DIRITTI
Molti i giudizi negativi sui primi 10 anni del Processo di Barcellona. La rete di istituti EuroMesCo, cui spetta la verifica dello stato di attuazione degli obiettivi del Processo per favorire l’integrazione e lo sviluppo della regione, ha presentato un Rapporto in occasione del Vertice di novembre in cui constata «il fallimento degli obiettivi fissati nel 1995 per quanto concerne la sicurezza e il rispetto dei diritti umani» nel Mediterraneo e avverte che le riforme economiche nei Paesi del Sud «non sono servite a dare impulso a quelle politiche». Il Rapporto propone di «dare priorità alla promozione della democrazia nei Paesi del Sud, invece di privilegiare la crescita economica, e di accettare l’Islam moderato, perché non ci saranno processi democratici se esso continua a essere visto come una minaccia reale». Il presidente del Parlamento europeo, Joseph Borrell, ha sottolineato come il reddito pro capite europeo sia passato in 10 anni da 20.000 a 30.000 dollari mentre quello dell’altro lato del Mediterraneo è rimasto fermo a 5000 e progressi non sono stati compiuti neppure sul versante dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna. L’organizzazione Amnesty International ha denunciato le violazioni dei diritti umani sulla riva sud del Mediterraneo, ricordando però che l’Europa è altrettanto colpevole «a causa del suo silenzio o della sua assenza». L’organizzazione internazionale Attac, diverse Ong catalane e un gran numero di intellettuali hanno invece denunciato il fallimento del progetto di creare una zona di pace e stabilità nella regione dando impulso alla sua democratizzazione. L’Istituto Europeo per il Mediterraneo di Barcellona ha reso nota un’inchiesta secondo cui la maggioranza di 500 esperti internazionali ritiene che il Processo sia poco visibile e i suoi obiettivi abbiano un basso livello di realizzazione.
Il Forum sindacale Euromed, riconoscendo la debolezza del partenariato rispetto agli obiettivi stabiliti nel 1995, ritiene che il Processo vada rivitalizzato e intensificato.

il Vertice di Hong Kong condanna i Paesi poveri

Il rinvio di ogni decisione importante sembra ormai essere la tattica comune a molti vertici internazionali per evitarne il fallimento, cosa puntualmente verificatasi anche a Hong Kong nei giorni 13-18 dicembre 2005 in occasione della sesta Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto). La posta in gioco era piuttosto alta e le parti su posizioni molto distanti. A Hong Kong, infatti, i 149 Stati membri dell’Organizzazione dovevano evitare il fallimento definitivo del negoziato sul commercio avviato a Doha (Qatar) nel 2001 e bloccatosi bruscamente a Cancun (Messico) nel 2003. Per far ciò, però, era necessario trovare un accordo tra le grandi potenze economiche (Usa e Ue su tutte) e il blocco costituitosi nel precedente Vertice di Cancun, formato dai Paesi emergenti (Brasile, India e Cina) e da quelli con economie meno o poco sviluppate (cioè la maggioranza). Sul tavolo delle trattative, da un lato la richiesta di Usa e Ue per la liberalizzazione del mercato dei servizi e dei prodotti industriali, dall’altro la fine degli ingenti sussidi che i Paesi ricchi concedono ai propri agricoltori e che danneggiano irrimediabilmente le economie povere ed emergenti. Dopo mesi di discussioni, continuate a Hong Kong, e di fronte all’impossibilità di una soluzione concreta, si è giunti a un compromesso che prevede un accordo di massima per il medio periodo, mentre la definizione concreta delle modalità e dei tempi è demandata ai negoziati che si svolgeranno nei prossimi mesi nella sede di Ginevra dell’Omc, probabilmente caratterizzati da logiche bilaterali e regionali. In sostanza, il Vertice ministeriale di Hong Kong ha deciso che le sovvenzioni che i Paesi ricchi concedono all’esportazione dei loro prodotti agricoli dovrebbero cessare nel 2013, mentre i Paesi meno sviluppati dovranno intanto aprire i loro mercati alla liberalizzazione dei servizi e ai prodotti industriali.
In sette anni però può succedere di tutto, ma non che le economie più povere riescano a uscire dalla situazione drammatica in cui l’attuale globalizzazione economica le ha relegate, con le sue regole a senso unico. Dunque, se da Hong Kong non escono vincitori, i perdenti sono ben identificabili e sono sempre gli stessi: i Paesi più poveri. Anche perché hanno perso molto del sostegno ricevuto a Cancun dalle sempre più forti economie emergenti: India e Brasile hanno ceduto alle offerte dei Paesi ricchi accettando il rinvio al 2013, mentre la Cina è parsa più che altro preoccupata a evitare il fallimento dell’importante Vertice che ospitava.

piccola vittoria dell’Ue


Durante il Vertice di Hong Kong la Francia ha chiesto al negoziatore europeo, il commissario dell’Ue Peter Mandelson, di indicare come termine per la cancellazione dei sussidi agricoli all’export non il 2010 (come proposto nella bozza di intesa preparata dal direttore generale dell’Omc, Pascal Lamy) bensì il 2013, data in cui scade anche il bilancio comunitario. Il termine del 2010, infatti, avrebbe costretto gli Stati membri dell’Ue a rivedere da subito la politica agricola comune (che assorbe il 40% circa del bilancio dell’Ue), come richiesto peraltro dal governo britannico. Fissando invece la data al 2013, la complessa e discussa questione non sarebbe stata affrontata dall’Ue nel quadro del bilancio 2007-2013, già piuttosto tormentato (vedi pag. 5), ma in quello successivo, con una conseguente dilatazione dei tempi della sua realizzazione effettiva. La richiesta europea ha irritato non poco il Brasile e i G20: «Passi che il mio Paese abbia dovuto cambiare e a volte stravolgere le proprie leggi per adattarsi alle richieste dell’Omc, ma che le sue politiche e quelle degli altri Paesi del Sud del mondo debbano essere condizionate dalle scelte di bilancio decise a Bruxelles è del tutto inaccettabile» ha dichiarato il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorin. Alla fine, però, l’Ue ha ottenuto non solo il posticipo al 2013 per la fine dei sussidi agricoli, ma anche quanto chiedeva in merito al calo delle tariffe industriali (dove i tagli probabilmente saranno commisurati alla reale forza economica dei Paesi produttori e non a una generica divisione tra Paesi ricchi o in via di sviluppo), sulla tutela delle indicazioni geografiche e, soprattutto, sulla liberalizzazione dei servizi, con la riproposizione degli approcci plurilaterali.

forti critiche da Ong e sindacati


Commentando l’accordo di Hong Kong, la Confederazione sindacale internazionale Icftu e la rete di Ong Solidar hanno dichiarato che «rappresenta un altro colpo all’occupazione e allo sviluppo sostenibile e ignora la necessità e l’urgenza di migliorare i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori». L’accordo, inoltre, «non fa nulla per eliminare la paura della gente verso la globalizzazione o l’immagine dell’Omc come un club dei ricchi e dei potenti. Continuando a ignorare le voci della società civile, l’Omc sta mettendo a rischio il sistema multilaterale del commercio».
Secondo l’organizzazione Tradewatch, il testo finale di Hong Kong rappresenta «un vero e proprio insulto ai Paesi più poveri del pianeta, che invece di portare a casa dei progressi sullo sviluppo dovranno far fronte a sacrifici ancora più duri degli attuali». La delusione delle Ong è profonda, soprattutto per come le economie emergenti del Sud del mondo, a partire da Brasile e India, hanno abbandonato la causa dei Paesi poveri «per sposare una fallimentare logica liberista, proprio quando un’autentica posizione diversa avrebbe generato un cambiamento nella geopolitica mondiale» sostiene l’organizzazione Mani Tese.
In ogni caso, sindacati e Ong dichiarano che continueranno a chiedere un sistema multilaterale del commercio mondiale con una dimensione sociale e del lavoro, che sia connesso e coerente con le altre istituzioni globali, come l’Onu e l’Oil.

brevi

aiuti umanitari a 10 Paesi africani
La Commissione europea ha deciso di stanziare 165,7 milioni di euro per il sostegno di profughi, rifugiati e in generale delle popolazioni più vulnerabili dell’Africa. I fondi, elargiti nel corso del 2006, riguardano i 10 Paesi africani che secondo l’Ue e la comunità internazionale stanno affrontando le crisi più gravi e sono così ripartiti: Sudan, 48 milioni; Repubblica Democratica del Congo, 38 milioni; Burundi, 17 milioni; Liberia, 16,4 milioni; Uganda, 15 milioni; Ciad, 13,5 milioni; Tanzania, 11,5 milioni; Costa d’Avorio, 5,2 milioni; Isole Comore, 600.000 euro; Madagascar, 500.000 euro.
Presentando l’iniziativa europea, il commissario europeo allo Sviluppo e agli Aiuti umanitari, Louis Michel, ha ricordato che queste crisi umanitarie «non attirano l’attenzione dei media occidentali, ma sono fonte di grandi sofferenze per milioni di persone» che vanno sostenute dalla comunità internazionale.
Il Sudan, ad esempio, è il Paese africano maggiormente colpito dalla povertà causata dal grave conflitto in corso e dalle catastrofi naturali. Gli scontri nel Darfur hanno provocato una delle crisi umanitarie più gravi del mondo e, se a questo si aggiunge il conflitto tra il nord e il sud del Paese, si stimano circa 6 milioni di profughi interni e almeno 800.000 persone che hanno cercato rifugio nei Paesi limitrofi, oltre 200.000 delle quali si trovano in Ciad. Il Paese africano che accoglie il maggior numero di rifugiati è invece la Tanzania: 350.000 persone, provenienti soprattutto dal Burundi e dal Congo, la cui sopravvivenza dipende quasi interamente dall’aiuto umanitario. L’Uganda, invece, continua a essere luogo di innumerevoli rapimenti di bambini nel nord del Paese, nella regione di Acholiland, dove si stima che in 20 anni i ribelli del Lord’s Resistance Army ne abbiano sottratti alle famiglie circa 25.000. In quella regione, 35.000 persone abbandonano ogni notte le loro abitazioni per cercare maggior sicurezza nelle aree urbane e nei campi profughi. In Costa d’Avorio, Paese diviso in due dalla guerra civile, la situazione umanitaria resta molto fragile e si stimano circa mezzo milione di sfollati interni. L’obiettivo degli aiuti è di migliorare l’accesso all’acqua e alle cure medico-sanitarie, nonché dare protezione alle persone più vulnerabili come bambini senza famiglie e donne. Nel Madagascar, oltre 150.000 persone che vivono nel sud, nella regione del Vangaindrano, hanno perso quasi tutto a causa di inondazioni, infestazioni di insetti e siccità, mentre in Liberia si cerca di trovare sistemazione per i 191.000 profughi e gli 80.000 rifugiati provocati da 14 anni di conflitto.
I finanziamenti dell’Ue giungeranno a queste popolazioni attraverso 180 organizzazioni umanitarie, comprese le agenzie specializzate delle Nazioni Unite, la Croce Rossa e organizzazioni non governative. La maggior parte dei contributi rientrano nei piani globali di assistenza 2006 per garantire la sopravvivenza delle persone, ma anche per creare servizi sanitari, rete idrica, ripari e abitazioni.

INFORMAZIONI:
http://www.europa.eu.int/comm/echo/index_en.htm

vantaggi dalla diversità sul lavoro
Oltre l’80% delle imprese europee che applicano politiche in favore della diversità ne riconosce i vantaggi commerciali, soprattutto una più vasta scelta al momento di assumere personale e la possibilità di trattenere i lavoratori migliori, di stabilire relazioni umane più solide e di offrire un’immagine migliore. Mentre però le imprese dell’Europa settentrionale e occidentale hanno ampiamente sperimentato le politiche a favore della diversità, quelle dell’Europa meridionale e dei nuovi Stati membri dell’Ue sottolineano la necessità di maggiori informazioni sulle modalità per introdurre queste politiche. È quanto emerge da un sondaggio svolto nel 2005 su circa 800 imprese (in maggioranza medie e piccole) che hanno risposto a domande sul loro atteggiamento e sulle loro politiche in materia di diversità, generalmente percepita come «riconoscimento e apprezzamento della differenza» sul posto di lavoro. Il sondaggio, finanziato dal Programma d’azione comunitario per combattere le discriminazioni basate sull’origine etnica o la razza, la disabilità, la religione o le convinzioni personali, l’età o l’orientamento sessuale, sarà utilizzato dalla Commissione europea nel dibattito in corso per la preparazione dell’Anno europeo delle pari opportunità, proclamato per il 2007.
Lo studio «mostra che le imprese che attuano strategie a favore della diversità e della parità sul luogo di lavoro, non lo fanno solo per ragioni etiche e giuridiche ma anche per gli evidenti vantaggi commerciali» ha commentato il commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimir Špidla. Infatti, molte imprese che hanno partecipato al sondaggio hanno sottolineato che ciò che le spinge ad applicare strategie a favore della diversità non è la necessità di rispettare gli obblighi di legge ma i risultati che si aspettano di ottenere. Il vantaggio commerciale principale, evidenziato dal 42% delle imprese, è la soluzione al problema della carenza di personale e l’assunzione e il mantenimento sul posto di lavoro di personale altamente qualificato. Il secondo vantaggio commerciale, secondo il 38% delle risposte, è il consolidamento della reputazione e della posizione dell’impresa nella comunità locale. Oltre il 26% delle imprese, poi, ha rilevato un miglioramento della propria capacità di creazione e innovazione.
Una serie di buone pratiche evidenziate dallo studio riguardano, ad esempio, la formazione del personale sulla lotta contro la discriminazione, la creazione di rappresentanze dei lavoratori diversamente abili, omosessuali o appartenenti a minoranze etniche, il lancio di campagne d’informazione sul valore dei lavoratori più anziani, la definizione di obiettivi da raggiungere in termini di diversità associandoli alla valutazione dei risultati. La maggior parte degli esempi di buone pratiche proviene, in ordine decrescente, dalle imprese del Regno Unito, della Spagna, della Germania, della Francia, dei Paesi Bassi e del Belgio. Secondo le imprese, i principali ostacoli alla promozione della diversità sono la mancata informazione e sensibilizzazione sulle pratiche in materia di diversità, la difficoltà di valutare i risultati e gli atteggiamenti discriminatori sul luogo di lavoro.

INFORMAZIONI:
http://europa.eu.int/comm/employment_social/index_it.html


flash

l'Ue per le libertà d'espressione e religiose
Esprimendo «profondo rispetto per la civiltà islamica e per il contributo che essa ha offerto e che continua a offrire all’Europa», il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso è intervenuto lo scorso 15 febbraio a Strasburgo sulla questione delle vignette raffiguranti Maometto e pubblicate da alcuni quotidiani danesi e di altri Paesi europei. Le vignette hanno offeso molti musulmani in tutto il mondo, ha ricordato Barroso secondo cui «dobbiamo rispettare questa sensibilità e la sua espressione mediante forme di protesta pacifica, protesta che è un diritto fondamentale in ogni società aperta». Le preoccupazioni della Commissione sono però per le reazioni violente di una minoranza, sconfessate da molti musulmani, attuate anche nei confronti dei suoi uffici a Gaza e delle missioni degli Stati membri. Barroso ha ricordato che la società europea è basata sul rispetto per la vita e la libertà del singolo, sull’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, sulla libertà di parola e su una chiara distinzione tra politica e religione. «La libertà di parola è parte integrante dei valori e delle tradizioni dell’Europa. Come tutte le libertà, la sua salvaguardia dipende da un uso responsabile da parte degli individui. I governi e le altre pubbliche autorità non impongono né autorizzano le opinioni espresse dai singoli cittadini, e di converso le opinioni espresse dai singoli impegnano soltanto coloro che le esprimono e non impegnano un Paese, un popolo o una religione» ha dichiarato il presidente della Commissione, ricordando che «così come rispetta la libertà di parola, l’Europa deve rispettare la libertà di religione», che è un diritto fondamentale degli individui e delle collettività e «comporta il rispetto di tutte le convinzioni religiose e di tutti i modi in cui si estrinseca il loro esercizio». Secondo Barroso «è tramite un dialogo energico ma pacifico, e sotto la protezione della libertà di espressione, che è possibile approfondire la mutua comprensione e costruire un rispetto reciproco», un dialogo che «deve essere basato sulla tolleranza, non sul pregiudizio, sulle libertà di espressione e di religione e sui valori ad esse collegati».

Ong e deputati Euromed richiamano alle responsabilità
La libertà di espressione è uno degli elementi essenziali di una società democratica basata sul rispetto dei diritti umani, tuttavia chi esercita tale libertà ha doveri e responsabilità nei confronti dei diritti degli altri. Così si sono espresse in un comunicato del 7 febbraio scorso le oltre 80 Ong di 30 Paesi europei e arabi riunite nella Rete euromediterranea per i diritti umani Emhrn, commentando la questione delle vignette su Maometto. La libertà di espressione "deve essere applicata non solo alle informazioni e alle idee che sono accettate con favore, ma anche a quelle che disturbano gli Stati o qualche gruppo della popolazione" dichiarano le Ong, sottolineando che "chi fa uso di tale libertà deve essere consapevole che le sue responsabilità non si limitano al contenuto, ma anche al contesto geografico, sociale, culturale e politico" in cui si opera. Così, condannando ogni azione violenta, la Rete Emhrn ricorda però che il fatto che alcune vignette pubblicate identifichino l'Islam con il terrorismo "può solo accrescere la xenofobia e il razzismo di cui i musulmani sono già vittime in Europa". Forte condanna per "l'offesa portata al sentimento religioso della comunità musulmana" e disapprovazione "per l'uso della violenza contro le rappresentanze diplomatiche europee" sono state espresse anche dall'Assemblea parlamentare euromediterranea (Apem), organismo che riunisce deputati arabi ed europei. L'Apem, attualmente presieduta dal Parlamento europeo, fa appello a un "uso responsabile" della libertà di stampa ed espressione, che deve "limitare qualsiasi insulto" e condanna "ogni mancanza di rispetto per le religioni e allo stesso modo ogni tentativo di incitare all'odio religioso, alla xenofobia o al razzismo".

Libro bianco sulla comunicazione
Il 1° febbraio scorso la Commissione europea ha adottato un Libro bianco sulla politica europea di comunicazione, che segue la pubblicazione del piano d’azione del luglio 2005 relativo alle azioni che l’esecutivo europeo dovrebbe intraprendere per attuare una riforma delle sue attività di comunicazione. «La comunicazione è anzitutto e soprattutto una questione di democrazia. I cittadini hanno il diritto di sapere quello che fa l’Ue e hanno il diritto di partecipare pienamente al progetto europeo» ha dichiarato la vicepresidente della Commissione Margot Wallström presentando l’iniziativa. Il Libro bianco intende mobilitare istituzioni, organismi della Commissione, Stati membri, autorità regionali e locali, partiti politici e società civile al fine di avvicinare i cittadini alle istituzioni e alle politiche europee perché, come sottolinea Wallström, «l’Ue si è sviluppata come progetto politico, ma non ha trovato un posto nei cuori e nelle menti dei cittadini». I campi d’azione principali proposti dal Libro bianco sono cinque: definizione di principi comuni per le autorità di comunicazione su tematiche europee; coinvolgimento dei cittadini; collaborazione con i media e ricorso alle nuove tecnologie; comprensione dell’opinione pubblica; cooperazione. È previsto un periodo di consultazione di sei mesi, nel corso del quale cittadini europei e operatori del settore potranno avanzare proposte e contributi tramite il sito web appositamente creato. Alla fine di tale periodo, in base alle indicazioni ricevute la Commissione elaborerà i piani d’azione specifici per ciascun settore.

INFORMAZIONI:
http://europa.eu.int/comm/communication_white_paper

nessuna invasione dai nuovi Stati membri
A quasi due anni dall’allargamento dell’Ue del maggio 2004 non si è verificata alcuna invasione di lavoratori dai 10 nuovi Stati membri, al contrario di quanto temevano la maggior parte dei “vecchi” Paesi dell’Ue e parti consistenti delle loro popolazioni. Il dato emerge dal Rapporto presentato l’8 febbraio scorso dal commissario europeo all’Occupazione e Affari sociali Vladimir Spidla, che ha analizzato la situazione di Irlanda, Regno Unito e Svezia, cioè gli unici 3 Stati membri che avevano deciso di non avvalersi dell’opzione di limitazione dei flussi di manodopera dai nuovi Stati membri. Il Rapporto ha registrato «effetti positivi» sul mercato del lavoro di questi 3 Paesi, con un aumento della crescita e dell’occupazione, dato che i lavoratori provenienti dai nuovi Paesi dell’Ue hanno occupato mansioni lasciate scoperte. «La migrazione prima e dopo l’allargamento è stata stabile» sia per chi ha deciso di chiudere le frontiere sia per i 3 Stati che le hanno aperte, rileva la Commissione. In particolare, il Regno Unito ha accolto 220.000 nuovi lavoratori, l’Irlanda 160.000 e la Svezia 8000, mentre le richieste sono state solo lievemente superiori alle quote indicate in Germania e in Italia tali quote sono state soddisfatte solo al 60%. Inoltre, aggiunge la Commissione, la forza lavoro proveniente dai nuovi Stati membri e soprattutto dall’est europeo, che nel 70% dei casi si limita a una permanenza stagionale, è fondamentale per compensare la mancanza di manodopera in alcuni settori. Molti dei nuovi lavoratori registrati risiedevano già nei 3 Paesi, per cui l’apertura dei mercati del lavoro dopo l’allargamento ha permesso la fuoriuscita di questi lavoratori dall’economia sommersa. Va poi considerato il fatto che l’economia e l’occupazione di molti dei nuovi Stati membri crescono rapidamente, sottolinea il Rapporto, quindi «non ci si deve attendere una pressione crescente». Nonostante ciò, solo Finlandia e Spagna hanno finora deciso di aggregarsi a Irlanda, Regno Unito e Svezia per l’apertura dei loro mercati ai lavoratori dei nuovi Stati dell’Ue, mentre tutti gli altri si avvarranno probabilmente della possibilità di mantenere il blocco per altri 3 anni, anche se, come ricorda la Commissione, la libera circolazione dei lavoratori è uno dei valori consacrati nel Trattato dell’Ue.
INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social/emplweb/news/news_en.cfm?id=119


accuse all'Ue sui diritti umani
L'Unione europea ha "chiuso gli occhi" su violazioni e abusi commessi da Paesi terzi, minimizzando l'importanza dei diritti umani nelle relazioni con Paesi partner nella lotta al terrorismo, come Russia, Cina e Arabia Saudita, mentre alcuni Stati membri quali Francia e Germania esprimono ripensamenti rispetto all'embargo sulla vendita delle armi alla Cina. Tali accuse sono contenute nel Rapporto pubblicato il 18 gennaio scorso dall'organizzazione internazionale per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw), che rimprovera l'Ue di non aver utilizzato adeguatamente i numerosi accordi commerciali e di cooperazione in atto con Paesi terzi condizionandoli maggiormente a progressi in materia di diritti dell'uomo. "Non credo che qualcuno possa affermare che siamo stati morbidi sui temi dei diritti umani" ha risposto la commissaria europea alle Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, sottolineando come l'Ue abbia mantenuto l'embargo sulle armi alla Cina in vigore da 17 anni e abbia ripetutamente indicato alla Russia la necessità del rispetto dei diritti umani, soprattutto in merito alla situazione della Cecenia. "Il fatto che noi europei abbiamo relazioni commerciali importanti con determinati Paesi non ci impedisce di sollevare, al tempo stesso, la questione dei diritti umani" sostiene la Commissione europea. Intanto sulla questione cecena si è pronunciato anche il Consiglio d'Europa che, lo scorso 25 gennaio, ha chiesto alle atutorità russe l'istituzione di una commissione d'inchiesta sulle violazioni dei diritti umani nella regione e ha esortato il Comitato dei ministri dell'organismo europeo ad "assumersi le proprie responsabilità nei confronti di una delle più gravi situazioni dei diritti umani esistente in uno Stato membro" qual è la Russia, pena il rischio di minare la credibilità stessa del Consiglio d'Europa.
INFORMAZIONI : http://www.hrw.org; http://www.coe.int

raccomandazioni del Pe all'Iran
Di fronte alla crescente tensione tra l’Iran e la comunità internazione per la decisione del governo iraniano di riprendere il suo programma nucleare, il Parlamento europeo ha adottato lo scorso 15 febbraio una risoluzione in cui sostiene che la situazione debba essere risolta in forza al diritto internazionale con l’implicazione dell’Onu. Condannando le dichiarazioni del presidente iraniano Ahmedinejad contro Israele, l’Europarlamento esige dalle autorità di Teheran la fine di ogni appoggio a gruppi terroristici. In accordo con la risoluzione del Consiglio dei governatori dell’Aiea, che critica l’Iran per il non rispetto delle raccomandazioni e sottolinea la mancanza di fiducia rispetto al fatto che il programma nucleare iraniano sia destinato esclusivamente ad obiettivi pacifici, i deputati europei considerano necessario che l’Iran: ripristini «una piena e durevole» sospensione di tutte le attività di arricchimento e rigenerazione; riconsideri la costruzione di un reattore di ricerca moderato ad acqua pesante; ratifichi e riprenda l’applicazione integrale del Protocollo addizionale; metta in atto le misure di trasparenza richieste dall’Aiea. Il Pe sottolinea inoltre l’importanza della collaborazione con Usa, Russia, Cina e Paesi non allineati per un accordo globale con l’Iran sulle sue strutture nucleari e il loro uso, «che tenga conto delle preoccupazioni iraniane sulla sicurezza». L’Iran è quindi invitato a «esaminare seriamente» la proposta russa, condivisa dall’Ue, relativa al processo di arricchimento dell’uranio «che offrirebbe al Paese la possibilità di avanzare nel proprio programma nucleare in un quadro multilaterale».