Euronote 37/2005

appuntamenti mancati

vignetta eurovisitaNel mondo globale si fa sempre più urgente la progressiva costruzione di un governo mondiale e l’Europa, forte della sua tradizione democratica e della sua complessa esperienza politica, è chiamata a dare un contributo importante. Certo, non è quanto avvenuto nella recente Assemblea generale dell’Onu, luogo deputato nelle condizioni attuali a farsi carico di un “governo condiviso” del pianeta. L’Unione europea si è presentata in ordine sparso sul tema delicato della riforma del Consiglio di sicurezza, dove sarebbe stato saggio lavorare per un seggio dell’Ue in quanto tale nel massimo organo dell’Onu. Purtroppo, Regno Unito e Francia si sono arroccati nella difesa del loro seggio con diritto di veto e la Germania ha fatto la sua battaglia per un proprio seggio, inducendo altri Paesi a una corsa analoga: in questa trappola è finita anche l’Italia, illudendosi che gli “amici” Bush e Putin le avrebbero dato una mano. Come c’era da aspettarsi, nulla di tutto questo è andato in porto. L’argomento è rimandato a dicembre e ha ormai tutta l’aria di un rinvio “sine die”. E così per l’Ue ancora un appuntamento mancato. È in questo clima, non proprio propizio, che si dovranno affrontare la riforma del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale e la preparazione della Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), in programma ad Hong Kong nel dicembre prossimo. Difficile che progredisca una “governance economica” senza un’analoga dinamica politica che la inquadri e la vincoli, tra l’altro, al rispetto dei diritti e delle tutele sociali. Vincoli e tutele di cui c’è urgente bisogno, come nel corso dell’estate ha ampiamente dimostrato il contenzioso tra Ue e Cina per l’importazione di prodotti tessili. Quella che la stampa inglese ha chiamato la “battaglia del reggiseno” (con tonnellate di capi bloccati nei porti europei) annuncia ben altri conflitti commerciali, una futura “madre di tutte le battaglie” che coinvolgerà in tempi brevi gran parte dell’economia europea e non solo i nostri settori maturi. Ma anche in questa occasione l’Ue si è fatta trovare divisa: da una parte i Paesi produttori (Italia, Francia, Spagna) decisi a bloccare le importazioni e dall’altra i Paesi consumatori (Germania, Regno Unito, Svezia) favorevoli all’ingresso di tali prodotti. Una “faglia” inquietante nell’Ue tra Nord “libero-scambista” e Sud “protezionista”, che si aggiunge a quella tra Ovest ed Est europei in materia fiscale, dove ormai si è alla vigilia di uno scontro durissimo, come ha chiaramente dimostrato la campagna elettorale tedesca. Nei due casi, una miscela esplosiva con effetti potenzialmente distruttivi sul modello sociale europeo e la sua cultura dei diritti e della solidarietà.

incertezza nell’Ue

Mentre queste e altre nubi si addensano sull’Ue, importanti scadenze incombono, come evidenzia il calendario.
3 ottobre: è la data prevista per l’apertura del negoziato di adesione della Turchia. La decisione è del Consiglio europeo adottata all’unanimità nel dicembre scorso e formalmente non ci sono argomenti per rinviare. Ma c’è il clima politico che intanto è cambiato: le persistenti difficoltà dell’allargamento, lo sconquasso creato dai “no” alla Costituzione europea in Francia e Olanda, le vicende elettorali tedesche e il permanente contenzioso su Cipro sono altrettanti fattori che rendono problematico l’avvio di un negoziato in cui l’Ue non può non inoltrarsi, forte anche di tutte le possibilità che avrà di sospenderlo se verranno meno le condizioni politiche per progredire verso una soluzione positiva.
28-29 ottobre: il premier britannico Tony Blair convoca a Londra un Consiglio europeo informale dei capi di Stato e di governo per esplorare la possibilità di una revisione del modello sociale europeo. Nelle condizioni politiche di questa Ue, governata in maggioranza da coalizioni di centro-destra e con la solidarietà a rischio, è improbabile che la direzione sia quella di rafforzare il modello sociale esistente e molto più probabile che prevalgano le esigenze della competitività e dei mercati.
Inizio gennaio 2006: la presidenza dell’Ue passa dal Regno Unito all’Austria e sarà l’occasione per riprendere, in un clima meno teso, la ricerca di un compromesso sulle prospettive finanziarie 2007-2013. Per trovare cioè un’intesa sul futuro della solidarietà e della coesione attraverso lo strumento del bilancio comunitario.
Giugno 2006: il Consiglio europeo che concluderà il turno di presidenza austriaca dovrà valutare l’evoluzione del dibattito sul futuro della Costituzione europea e formulare proposte per uscire dalla grave crisi politica creatasi dopo i “no” francese e olandese. Purtroppo il dibattito langue o circola sotto-traccia, ancora una volta senza coinvolgimento popolare e con governi molto divisi tra loro. Senza contare poi che, per vederci chiaro, bisognerà aspettare l’esito delle elezioni presidenziali francesi nel 2007.
Insomma, un’Europa con tanti problemi e ancor più incertezze: e tutto questo mentre le turbolenze nel mondo aumentano.

crisi dell’Onu

Nelle scorse settimane, mentre il Rapporto dell’Onu sullo sviluppo umano 2005 ci ricordava che nel mondo muoiono ogni ora 1200 bambini e ci avvertiva che «siamo incamminati verso una prevedibile catastrofe» (dove, se è drammatico parlare di catastrofe è ancora più tragico definirla prevedibile), a New York si è svolta una storica Assemblea delle Nazioni Unite, nel sessantesimo anniversario della loro creazione. Attorno al tavolo quasi 200 Paesi, un tavolo di pace e di dialogo che farebbe ben sperare per il futuro dell’umanità se non fosse che l’Onu vi è giunta stremata, prima dalla questione irachena e poi da scandali finanziari che certo non ne hanno risollevato il credito. Nonostante all’ordine del giorno ci fossero temi importanti quali la lotta alla povertà, la salvaguardia dei diritti umani e le riforme dell’Organizzazione, tutta l’attenzione si è concentrata sulla riforma del Consiglio di sicurezza. Qui, i “grandi” di un tempo (Usa, Cina, Russia, Regno Unito e Francia) non vogliono far posto a rappresentanti di altri continenti e, soprattutto, non vogliono concedere loro quel diritto di veto, vera chiave del potere - ormai più inibitorio che propositivo - dell’Onu. Il nulla di fatto al Vertice di New York, e il rinvio del negoziato a dicembre, allontanano ulteriormente l’orizzonte di un “governo” multilaterale del mondo e il discredito dell’Onu comincia pericolosamente ad assomigliare a quello della defunta Società delle Nazioni, dichiarata estinta nel 1946 ma già moribonda alla vigilia della Seconda guerra mondiale.

i focolai del pianeta


Intanto, molti sono i “punti caldi” del pianeta. A cominciare dalla guerra in Iraq, di cui non si vede la conclusione e non è sicuro che il referendum costituzionale di ottobre acceleri una soluzione. Nell’attesa, gli Usa potrebbero addirittura rafforzare la loro presenza militare, rendendo difficile agli alleati (che come l’Italia si sono fatti intrappolare in quel ginepraio) venirsene fuori come vanno promettendo. Anche perché la schiacciante vittoria elettorale degli sciiti rischia di rendere possibile una saldatura con l’inquietante nuovo corso politico in Iran, dove agli integralismi religiosi si aggiungono le minacce di attività nucleari. Sempre in Medio Oriente, poi, è difficile prevedere gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese che pure ha segnato, con il recente ritiro dei coloni da Gaza, un importante passo sul difficile e fragile cammino di pace.
In Egitto le recenti elezioni politiche, che hanno riconfermato al potere Mubarak, hanno fatto registrare una prima apertura democratica a liste di opposizione: considerare per questo tranquilla la situazione politica di quel Paese sarebbe far prova di molta ingenuità, per poi stupirsi di esplosioni di violenza simili a quelle di Sharm el Sheikh. Dell’Africa si parla meno, quasi considerandola un continente alla deriva dove nemmeno tragedie come quella del Darfur riescono a mobilitare iniziative politiche adeguate e dove continuano i conflitti in Costa d’Avorio e nei Paesi vicini. In Asia la scena è rubata dalla Cina, avviata a essere la prima potenza commerciale del mondo, non priva di ambizioni politiche e anche militari. Prospettiva che non tranquillizza il vicino Giappone, in perdita di velocità economica e in una crisi politica che le ultime elezioni non sembrano aver scongiurato. Fuori dalla luce dei riflettori l’India, un sub-continente che sarà tra non molto un importante attore economico e politico e che deve risolvere le storiche tensioni con il vicino Pakistan (detentore come l’India dell’arma nucleare). E non lontano da lì l’Afghanistan, ben lungi dall’essere pacificato, dove la forza multinazionale oggi sotto comando italiano dovrà probabilmente ancora trattenersi a lungo e non senza pericoli.
Dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, su cui si è da tempo spostato il baricentro del mondo spingendo la piccola Europa sempre più alla periferia, l’America Latina va di crisi in crisi: dopo quelle argentina, boliviana e venezuelana, nubi si addensano sul Brasile di Lula, sicuramente generoso ma non sempre ben supportato dai suoi collaboratori. E infine, a nord, gli Usa ancora superpotenza unica e solitaria: ma le aggressioni terroristiche subite prima, l’infelice guerra dichiarata all’Iraq e, nelle scorse settimane, il disastro di New Orleans hanno svelato la debolezza del “gigante” e l’inadeguatezza del suo attuale presidente a guidarlo con saggezza verso orizzonti di pace e di giustizia.
In questo mondo, a rischio di “prevedibile catastrofe”, noi siamo chiamati a vivere e l’Unione europea ad assumersi le sue responsabilità.
(Franco Chittolina)

budget 2006: le tappe della procedura

Indipendentemente dal complesso e stagnante negoziato sulle prospettive finanziarie 2007-2013, nelle prossime settimane i due rami dell’autorità europea di bilancio - Consiglio e Parlamento - saranno chiamati a portare a termine la procedura per l’approvazione del budget 2006.
Il quadro finanziario attualmente in vigore (1999-2006) prevede un bilancio 2006 costituito da 90,6 miliardi di crediti di impegno (che coprono per il 2006 il costo totale degli obblighi contratti per azioni da realizzarsi nell’arco di più di un esercizio) e un tetto massimo di 103,4 miliardi in crediti di pagamento (che coprono, invece, le spese relative a impegni che si esauriscono nell’esercizio corrente o sono relativi a esercizi precedenti).

orientamenti strategici

All’inizio del 2005 la Commissione aveva individuato nel raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, nella riforma della Politica agricola comune (Pac), nella sicurezza, nella solidarietà e nel rafforzamento delle relazioni esterne gli obiettivi a cui destinare le risorse dell’Unione per il 2006.
A marzo i ministri finanziari dell’Ue ribadirono la necessità di coniugare il realismo delle proposte con il rigore della disciplina di bilancio, chiedendo alla Commissione un progetto in cui fossero presenti:
• l’attenta sorveglianza dei crediti di pagamento legati allo sviluppo rurale;
• il rispetto degli impegni presi a Copenaghen e Berlino in materia di fondi strutturali;
• l’adeguato finanziamento delle azioni legate al raggiungimento degli obiettivi di Lisbona;
• il sostegno alla Politica estera e di sicurezza comune (con impegni supplementari per le ricostruzioni in Iraq e nelle zone asiatiche colpite dallo tsunami);
• la razionalizzazione delle spese amministrative.
Ad Aprile il Parlamento approvava il Rapporto redatto dall’eurodeputato Gianni Pittella (Gruppo socialista), in cui erano individuate le seguenti priorità:
• sostegno dello sviluppo rurale;
• miglioramento delle capacità dell’Ue in materia di aiuto d’urgenza e potenziamento delle relazioni esterne;
• equilibrio tra priorità tradizionali dell’Ue e nuove responsabilità (Balcani, Iraq, zone colpite dallo tsunami).

confronto sulle cifre


La Commissione ipotizza di destinare al bilancio dell’Ue l’1,02% del Pil per i crediti di pagamento (112 miliardi di euro) e l’1,09% per i crediti di impegno (121,3 miliardi di euro).
In quasi tutte le voci di spesa si registrano aumenti rispetto al 2005, sia per quanto riguarda i crediti di impegno sia per quanto riguarda i crediti di pagamento. Le azioni strutturali superano di 123,5 milioni di euro il tetto massimo previsto dal quadro finanziario vigente e, per questo, la Commissione ha già presentato un budget supplementare (98 milioni di euro) per la ricostruzione dei Paesi colpiti dallo tsunami e prevede stanziamenti per la ricostruzione dell’Iraq e per il sostegno alle economie dei Paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) a fronte della riforma del mercato dello zucchero.
Relativamente al capitolo aiuti alla pre-adesione sono previsti crediti di impegno che ammontano a 1,6 miliardi di euro per Romania e Bulgaria, 500 milioni per la Turchia e 140 milioni per la Croazia.
Il budget complessivo proposto dal Consiglio ammonta a 111 miliardi circa in crediti di pagamento e 120 in crediti di impegno, con riduzioni rispetto al progetto preliminare della Commissione che sono rispettivamente di 1,14 miliardi (pagamenti) e 487 milioni (impegni).
In sintesi il Consiglio propone di:
• ridurre di 150 milioni di euro sia gli impegni sia i pagamenti della rubrica agricoltura e sviluppo rurale e i crediti di pagamento delle azioni strutturali;
• ridurre di 43,41 milioni di euro i crediti di pagamento e di 516,01 milioni i crediti di pagamento delle politiche interne con forti riduzioni a carico del programma-quadro Ricerca (-428,75 milioni);
• ridurre di 127 milioni i crediti di pagamento degli aiuti alla pre-adesione senza variare gli impegni.
Le questioni sulle quali le posizioni non sembrano così distanti sono la mobilizzazione interna alla rubrica agricoltura e sviluppo rurale (tutti d’accordo nel contenere l’aumento degli aiuti diretti all’agricoltura a vantaggio dei fondi da destinare allo sviluppo rurale) e le relazioni esterne; ancora lunga, invece, la strada per trovare un accordo su azioni strutturali e politiche interne.
La parola passa ora al Parlamento che voterà il bilancio in prima lettura ad ottobre e lo consegnerà al Consiglio per la sua seconda lettura. A novembre il progetto di bilancio tornerà a Strasburgo dove, conclusa con esito positivo la votazione, il presidente del Parlamento ne constaterà l’approvazione e il bilancio 2006 diventerà esecutivo. (m. m.)

LE CIFRE DI COMMISIONE E CONSIGLIO A CONFRONTO
Rubriche

Impegni

Pagamenti
A Commissione B Consiglio B-A A Commissione B Consiglio B-A
Agricoltura e sviluppo rurale 51.412.320 51.262.320 -150.000 51.352.620 51.202.620 -150.000
Azioni strutturali 44.555.004.990 44.555.004.990 0 32.134.099.237 31.984.099.237 -150.000.000
Politiche interne 9.218.359.185 9.174.946.589 -43.412.596 8.836.227.649 8.320.209.681 -516.017.968
Azioni esterne 5.392.500.000 5.227.344.950 -165.155.050 5.357.195.920 5.274.643.164 -82.552.756
Pre-adesione 248.600.000 248.600.000 0 3.152.150.000 3.024.900 -3.149.125.100
Spese amministr. 6.697.756.487 6.577.886.113 -119.870.374 6.697.756.487 6.577.886.113 -119.870.374

Fonte: http://europa.eu.int

strategia europea
contro il terrorismo



La Commissione europea ha presentato, il 21 settembre scorso, un pacchetto di 4 iniziative che copre gli aspetti principali della strategia europea contro il terrorismo.
La prima consiste in una proposta di direttiva sulla conservazione dei dati relativi al traffico delle comunicazioni, che prevede l’armonizzazione degli obblighi dei fornitori di comunicazioni elettroniche disponibili al pubblico (o di una rete pubblica di telecomunicazioni) di conservare i dati relativi alla telefonia mobile e fissa e alle comunicazioni via Internet, per un periodo rispettivamente di un anno e di sei mesi. La norma non è però applicabile al contenuto delle comunicazioni ed è previsto il rimborso dei costi supplementari ai fornitori del servizio o della rete. Inoltre, il trattamento dei dati avverrà sotto la totale supervisione delle autorità responsabili per la protezione dei dati degli Stati membri e il Parlamento europeo è coinvolto sulla base di una codecisione.
La seconda è una decisione finanziaria che destina 7 milioni di euro a un progetto pilota nel settore della prevenzione, preparazione e risposta agli attentati terroristici, che fa seguito alla proposta del Parlamento europeo del dicembre 2004.
La terza riguarda una proposta di decisione del Consiglio che autorizza la firma della convenzione del Consiglio d’Europa n. 198 sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato e sul finanziamento del terrorismo.
Infine la Commissione ha adottato una comunicazione intitolata “Il reclutamento dei terroristi: studio dei fattori che contribuiscono alla radicalizzazione violenta”, che costituisce il contributo dell’esecutivo europeo alla strategia che il Consiglio deve mettere a punto in materia entro fine 2005. Il documento propone possibili metodologie di lavoro per affrontare il tema in diversi settori, come i mezzi radiotelevisivi e Internet, il dialogo tra diverse culture e fedi, l’istruzione, le politiche di integrazione, la cooperazione tra le autorità di contrasto e i servizi segreti degli Stati membri e le relazioni esterne.
«Il pacchetto è equilibrato, dal momento che cerca di armonizzare diversi diritti fondamentali, la sicurezza e la protezione dei dati, e diversi interessi, quelli delle autorità di contrasto e quelli dei fornitori di comunicazioni - ha dichiarato il commissario europeo a Giustizia, Libertà e Sicurezza, Franco Frattini - Inoltre, rispecchia la salda convinzione della Commissione secondo cui tutte e tre le istituzioni dell’Ue devono essere pienamente coinvolte nell’attuazione della strategia europea antiterrorismo».

la proposta britannica


Dopo gli attentati di Londra del luglio scorso (quelli del 7 che causarono 56 morti e decine di feriti e quelli falliti del 21), gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue avevano concordato di rafforzare le strategie per contrastare e prevenire il terrorismo. Il governo britannico, alla presidenza di turno dell’Ue fino alla fine del 2005 e direttamente colpito dagli attentati di Londra, attraverso il ministro dell’Interno Charles Clarke aveva così proposto una serie di misure, che avevano però suscitato parecchie perplessità perché non garantivano sufficientemente i diritti dei cittadini. Proponendo nuove misure in materia di archiviazione dei dati sulle conversazioni telefoniche e su contatti tramite Internet, utilizzo della biometria per visti, passaporti, carte d’identità e in futuro per le patenti, facendo balenare addirittura la possibilità di modificare l’articolo della Convenzione di Ginevra sui diritti umani che condanna «torture, pene o trattamenti disumani o degradanti», il governo britannico aveva sollevato molte critiche, divenute anche più dure quando aveva auspicato una procedura del Consiglio che non includesse la codecisione con il Parlamento europeo.
«L’Ue deve utilizzare tutti gli strumenti giuridici esistenti, ma non deve lasciarsi coinvolgere in uno spazio privo di diritti», aveva commentato il leader del Partito popolare europeo (Ppe) Hans-Gert Poettering, mentre il capogruppo dei socialisti europei (Pse) Martin Schulz dichiarava che «l’Ue deve reagire fortemente contro chi minaccia la democrazia, ma non deve disconoscere i loro diritti», il capogruppo dell’Alleanza dei liberaldemocratici Graham Watson ricordava che «la barbarie del terrorismo è ingiustificata, ma bisogna reagire in modo proporzionato perché i diritti umani sono indivisibili» e critiche ancor più dure esprimevano Sinistra unitaria e Verdi europei.

diversi principi e contenuti


La Commissione ha dunque presentato una proposta alternativa a quella del governo britannico. «La principale differenza è la base giuridica - ha spiegato Frattini - nel senso che noi proponiamo la co-decisione con il Parlamento europeo, quindi un’iniziativa in cui il Parlamento sia attore protagonista allo stesso titolo della Commissione e del Consiglio dell’Ue». Un’altra differenza, secondo Frattini, riguarda il tempo di custodia dei dati: la Commissione propone 12 mesi per le telefonate e 6 mesi per Internet, mentre la proposta del Consiglio prevede anche la possibilità di un aumento fino a 36 o addirittura 48 mesi, «cosa che mi sembra francamente incompatibile con il principio della riservatezza più volte sollecitato dal Parlamento» ha dichiarato il commissario europeo. Secondo la Commissione, il valore aggiunto della co-decisione Parlamento-Consiglio è così forte da indurre maggiore flessibilità e da poter ottenere il consenso dei 25 Stati membri alla proposta. «Le principali preoccupazioni avute sono state da un lato proteggere la vita delle persone, lottando contro il terrorismo, e dall’altro rispettare il diritto alla privacy» ha aggiunto Frattini. Rispetto poi al rischio di abuso dei dati conservati, la Commissione ha chiarito che i dati possono essere utilizzati solo in alcuni tipi di investigazioni e sotto il controllo delle autorità investigative.

INFORMAZIONI: http://www.europa.eu.int/comm/index_it.htm

fallimento Onu

Fallimentare è il giudizio espresso praticamente all’unanimità sul Vertice dell’Onu svoltosi a New York nei giorni 14-16 settembre scorsi, cui hanno preso parte capi di Stato e di governo di tutto il mondo. Il 60° anniversario della nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, dunque, non è stato celebrato come si sperava con una presa di posizione responsabile sulle sorti del pianeta e della sua popolazione, quanto piuttosto col rinvio di ogni decisione al fine di non evidenziare le forti divisioni esistenti tra i suoi Stati membri.
Il documento finale, approvato dall’Assemblea generale con alzata di mano, è piuttosto indicativo dell’attuale situazione di stallo in cui si trova l’Onu. Suddiviso in 5 capitoli, dedica quasi la metà delle 35 pagine complessive alla lotta contro la povertà riproponendo gli Obiettivi di sviluppo decisi nell’Assemblea del Millennio del 2000, ma non li rende vincolanti e dunque non crea le condizioni perché essi siano raggiunti concretamente. Il documento condanna poi genericamente ogni atto di terrorismo e istituisce un Consiglio dei diritti umani, «palesemente inadeguato» secondo Amnesty International perché è poco più di un semplice cambio di denominazione della discreditata Commissione dei diritti umani. Infine, la spinosa questione del rafforzamento dell’Organizzazione e della composizione del Consiglio di sicurezza, su cui si era principalmente concentrata l’attenzione, è stata rimandata ai prossimi mesi. Un documento al ribasso e senza contenuti concreti, da cui sono stati stralciati paragrafi importanti relativi al disarmo, alla non proliferazione nucleare e all’istituzione di un trattato sul commercio internazionale di armi, data la totale mancanza di consenso. Un Vertice che, se ce ne fosse stato ancora bisogno, ha mostrato chiaramente la crisi dell’Onu e della sua capacità di incidere sulle sorti del pianeta, anche per l’assoluta indisponibilità delle maggiori potenze di limitare la loro autonomia e la loro sovranità.

stallo vergognoso

Un ruolo decisivo sul fallimento del Vertice l’hanno avuto gli Usa, con un’amministrazione e un neo-ambasciatore, John Bolton, che sono riusciti nell’intento di vanificare il pur modesto accordo prodotto da circa un anno di negoziati intergovernativi. Gli Usa hanno preteso (e ottenuto) che nella risoluzione finale restassero gli impegni contro il terrorismo e la rivisitazione della Carta dell’Onu al fine di autorizzare interventi militari preventivi, senza riferimenti concreti e impegni effettivi per il raggiungimento degli obiettivi del Millennio sullo sviluppo e contro la povertà. «Questo summit avrebbe dovuto consegnare la povertà alla storia, avrebbe dovuto rivedere i progressi compiuti nel raggiungimento dei cosiddetti obiettivi del Millennio. In realtà le trattative hanno subito uno stallo vergognoso, gli impegni sono stati cancellati e i “decision makers” sembrano aver dimenticato i costi umani delle azioni politiche» denuncia la Global Call to Action against Poverty (Gcap), il più grande movimento mondiale contro la povertà.
Per quanto riguarda gli impegni disattesi in materia di diritti umani, Amnesty International commenta: «È del tutto inaccettabile che a un piccolo gruppo di Paesi che presentano un quadro problematico in termini di diritti umani, guidati da Cina e Russia, sia permesso di bloccare la creazione di un Consiglio dei diritti umani più forte, efficace e autorevole. Gli Usa e il Regno Unito hanno a loro volta la responsabilità di non aver difeso la proposta in un momento cruciale del negoziato».
Sul fronte ambientale «è incredibile che i governi non riaffermino gli impegni a favore dello sviluppo sostenibile precedentemente assunti», dichiara Greenpeace secondo cui «il mondo ora è di gran lunga più pericoloso» dato il disaccordo sulle questioni del disarmo e della non proliferazione nucleare. E in tema di riforme è stato lo stesso segretario generale Kofi Annan ad ammettere che gli Stati membri dell’Onu «hanno fallito l’obiettivo di dare all’organizzazione le riforme di cui questa aveva bisogno».
Insomma, un fallimento su tutti i fronti che registra le responsabilità statunitensi ma anche le non meno gravi negligenze degli altri governi, i quali si nascondono dietro al decisionismo dell’amministrazione Usa senza fornire il necessario impegno per rilanciare la credibilità e il ruolo dell’Onu.

proposte della società civile


Qualche giorno prima del Vertice delle Nazioni Unite di New York, si è riunita a Perugia la 6ª Assemblea dell’Onu dei Popoli, iniziativa promossa dalla Tavola della pace cui partecipano esponenti dei movimenti della società civile di tutto il mondo, rappresentanti di organizzazioni sindacali, università, centri di ricerca, istituzioni locali. L’assemblea si è data la stessa agenda del Vertice delle Nazioni Unite, raccogliendo, sul modello delle risoluzioni dell’Onu, le principali proposte concrete e realizzabili per rafforzare il ruolo dell’Onu.
• Creare un’Assemblea parlamentare delle Nazioni Unite, con funzioni consultive, quale premessa per la successiva istituzione di un Parlamento dell’Onu. L’Assemblea dovrebbe essere composta da delegazioni dei parlamenti nazionali, dei parlamenti europeo, panafricano e latinoamericano e avrà la responsabilità del processo di creazione del Parlamento dell’Onu.
• Trasformare il Consiglio economico e sociale (Ecosoc) in Consiglio per la sicurezza economica, sociale e ambientale, con funzioni di orientamento dell’economia mondiale e supervisione delle politiche pubbliche e degli organismi internazionali secondo principi di giustizia sociale ed economica.
• Assicurare che i Paesi membri rispettino gli impegni presi alla Conferenza sugli obiettivi di sviluppo del Millennio, sia in termini di impegni di finanziamento sia in termini di realizzazioni degli obiettivi economici, sociali e ambientali.
• Trasformare l’attuale Conferenza che riunisce le Ong con status consultivo all’Ecosoc (Congo) in una Conferenza delle Organizzazioni della Società Civile (Cosco), organo sussidiario dell’Assemblea generale, con funzioni di consultazione e di partecipazione politica popolare; istituire un fondo Onu per sviluppare le capacità della società civile nei Paesi in sviluppo.
• Istituzionalizzare la partecipazione di rappresentanti dei parlamenti e della società civile accanto a quelli dei governi nelle delegazioni degli Stati membri all’Assemblea generale, all’Ecosoc e alle Conferenze mondiali.
• Rendere più rappresentativa la composizione del Consiglio di sicurezza mediante l’aumento del numero dei Paesi del Sud del mondo e, in qualità di membri con speciale status, l’Unione europea, l’Unione africana e di altre Organizzazioni regionali.
• Chiedere l’abolizione del potere di veto nel Consiglio di sicurezza e, come primo passo, stabilire la moratoria per il suo esercizio, con speciale riferimento alla materia della pace e dei diritti umani.
• Estendere le competenze della Corte internazionale di giustizia al controllo di legittimità sugli atti del Consiglio di sicurezza e ai “ricorsi individuali”.
• Istituire un corpo permanente di polizia internazionale ai sensi dell’art. 43 della Carta, utilizzabile dal segretario generale sulla base delle decisioni dell’Assemblea generale.
• Istituire un’Alta autorità Onu per il disarmo e il controllo della produzione e del commercio di armi.
• Ampliare i poteri dell’Alto commissario per i diritti umani e allargare la composizione della Commissione diritti umani a tutti gli Stati membri dell’Onu; creare un Consiglio permanente dei diritti umani a composizione più limitata con rappresentanti degli Stati e della società civile, con funzioni di garanzia dei diritti internazionalmente riconosciuti.
• Rafforzare le competenze delle agenzie del sistema Onu che lavorano su temi inerenti al commercio, nella prospettiva di restringere il mandato dell’Organizzazione mondiale del commercio a tematiche meramente commerciali e di permettere ai Paesi membri di mantenere accordi preferenziali commerciali, subordinando il funzionamento di questa organizzazione ai principi e diritti fondamentali della Carta Onu e assicurando che qualsiasi accordo commerciale o sugli investimenti non abbia supremazia rispetto accordi internazionali che promuovono la giustizia sociale, economica e ambientale.
• Creare un corpo di polizia giudiziaria internazionale (Caschi blu giudiziari) a sostegno delle attività della Corte penale internazionale.

Fonti: http://unimondo.oneworld.net - http://www.tavoladellapace.it

la folle corsa
al riarmo mondiale

All’inizio del 2005 le spese militari mondiali hanno superato i 1000 miliardi di dollari, secondo la stima resa nota lo scorso mese di giugno da uno dei più autorevoli istituti di ricerca internazionali, lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che ha pubblicato il suo Yearbook 2005 sugli armamenti, il disarmo e la sicurezza internazionale. Il Sipri stima infatti che la spesa militare mondiale abbia raggiunto i 1035 miliardi di dollari (975 miliardi di dollari a prezzi costanti 2003), cioè solo il 6% in meno di quanto fu speso tra il 1987 e il 1988, periodo che segnò il picco più alto nella storia delle spese militari mondiali allora fortemente alimentate dalla Guerra fredda. Le guerre in Afghanistan e Iraq, volute dall’amministrazione statunitense negli ultimi 4 anni, un risultato l’hanno sicuramente ottenuto: la crescita senza precedenti della spesa militare statunitense, che ha superato i 455 miliardi di dollari costituendo il 47% del totale della spesa mondiale, e una generale corsa al riarmo. Così, mentre le crisi afgana e irachena sono tutt’altro che risolte, mentre l’Iran non intende rinunciare al nucleare e mentre Cina e Russia svolgono esercitazioni militari congiunte, la spesa militare complessiva equivale a circa il 2,6% del Prodotto mondiale lordo e, facendo una media tra la popolazione mondiale, per ogni abitante del pianeta si spendono 162 dollari in armamenti. Certo, le differenze sono rilevanti tra i 1627 dollari pro capite spesi in Israele o i 1533 spesi negli Usa e invece i 27 dollari pro capite spesi in Cina e i 14 in India, ma è la tendenza generale a destare preoccupazione: complessivamente si registra un aumento delle spese militari in tutte le regioni del mondo, con una crescita del 23% a livello mondiale negli ultimi 10 anni. Preoccupazione che non sfiora minimamente l’industria degli armamenti: i 100 maggiori produttori mondiali hanno incrementato le loro vendite del 25% nel solo periodo 2002-2003.

la guerra statunitense


Il rapido incremento delle spese militari voluto dall’amministrazione degli Stati Uniti tra il 2002 e il 2004 per la “guerra al terrorismo” e per le operazioni belliche in Afghanistan e Iraq è stato l’elemento di maggior influenza della tendenza al riarmo registrata negli ultimi anni a livello mondiale. Gli Usa, che detengono già il 47% circa della spesa militare mondiale, hanno stanziato 238 miliardi di dollari per il periodo 2003-2005 come integrazione del loro già elevato budget militare, cifra superiore alla somma delle spese militari di Africa, America Latina, Asia (eccetto il Giappone ma inclusa la Cina) e Medio Oriente nel 2004 (193 miliardi di dollari). Mentre però le “normali” spese militari sono cresciute negli Usa come in tutti i Paesi e le regioni del mondo, le notevoli differenze sono dovute principalmente alle spese che gli Usa sostengono per le operazioni militari all’estero, spese che risultano molto più contenute tra gli stessi Stati coalizzati con gli Usa. L’enorme spesa militare statunitense, che nel 2004 ha sfiorato il 4% del Pil, ha accresciuto il dibattito (interno ed esterno agli Usa) sulla sostenibilità economica di una tale scelta da parte dell’amministrazione Bush e sull’impatto che essa avrà sull’economia statunitense già caratterizzata da un deficit abissale. Un dibattito influenzato anche dalle incertezze dell’operazione Iraq: Paese a rischio di una guerra civile, dopo 3 anni di occupazione militare da parte della coalizione internazionale guidata dagli Usa (i cui partner continuano a diminuire), e dove alla fine di agosto si contavano 1879 militari statunitensi morti dall’inizio del conflitto. Inoltre, un Rapporto diffuso il 31 agosto scorso dall’Institute for Policy Studies e dal Foreign Policy in Focus, due istituti di ricerca statunitensi, ha rilevato come l’intervento in Iraq comporti ingenti costi economici oltre a enormi costi umani: 186 milioni di dollari al giorno, cioè circa 5,6 miliardi di dollari al mese; più della guerra in Vietnam che, tenendo conto dell’inflazione, costò circa 5,1 miliardi di dollari al mese. Se a ciò si aggiunge il fatto che da quando è stata lanciata la cosiddetta “guerra al terrorismo” il numero degli attentati terroristici a livello mondiale è almeno raddoppiato, si può capire perché aumenti costantemente anche negli Usa il numero delle persone contrarie alle strategie militari dell’amministrazione Bush.

non solo Usa

Nella classifica dei Paesi che spendono di più in armamenti, gli Usa, con il loro 47% della spesa mondiale complessiva, sono seguiti da Regno Unito e Francia col 5%, Giappone e Cina col 4%, Germania e Italia col 3%. Se però si rapportano le spese militari al Pil di ogni Paese, allora dopo gli Usa troviamo Cina, India, Russia, Francia, Regno Unito, Germania, Giappone e Italia. La Cina, che nell’ultimo decennio ha registrato una crescita media annua delle spese militari di circa l’11%, è strettamente legata alla Russia (con cui ha recentemente svolto esercitazioni militari congiunte) per la fornitura dei suoi armamenti, ma negli ultimi anni ha acquisito un maggior grado d’indipendenza nella fabbricazione rivolgendosi all’industria bellica russa principalmente per tecnologie e componenti e iniziando a cercare nuovi interlocutori.
Secondo il Sipri, comunque, oltre il 70% della spesa militare appartiene al “mondo ricco”, che conta appena il 16% della popolazione mondiale. L’insieme di tale spesa supera abbondantemente l’intero debito dei Paesi poveri, mentre l’impegno complessivo dei Paesi ricchi in aiuti allo sviluppo corrisponde a meno di un decimo della loro spesa militare.

produzione e commercio

La vendita di armamenti delle prime 100 aziende produttrici a livello mondiale (esclusa la Cina) ha raggiunto i 236 miliardi di dollari nel 2003, valore che equivale al Pil complessivo dei 61 Paesi più poveri del mondo. Oltre il 63% delle vendite è stato attuato da 38 produttori statunitensi e uno canadese, mentre il 30% circa ha riguardato 42 produttori europei (incluse 6 aziende russe). Così come in altri ambiti economici, anche nel settore della produzione bellica si sono registrate nell’ultimo decennio fusioni e acquisizioni che hanno reso sempre più grandi ed economicamente potenti le maggiori aziende produttrici, molte delle quali sono diventate società multinazionali che operano a livello globale. Con la privatizzazione di un numero crescente di servizi prima forniti dai ministeri della difesa e dalle forze armate in molti Paesi, poi, alcune tra le maggiori aziende del settore degli armamenti si sono specializzate e hanno ulteriormente incrementato i loro profitti, soprattutto negli Usa. Tale tendenza ha raggiunto il suo culmine nella guerra in Iraq, con gravi limiti per quanto concerne la trasparenza dei contratti e dei servizi stessi.
A livello di commercio tra Stati, negli ultimi 5 anni la Russia è diventato il principale fornitore mondiale dei maggiori armamenti convenzionali, interrompendo il lungo predominio degli Usa, anche se è previsto un declino delle vendite russe perché tali armamenti sono basati su tecnologie vecchie e gli investimenti in ricerca sono relativamente bassi. Nel periodo 2000-2004, Francia, Germania, Russia, Regno Unito e Stati Uniti insieme hanno superato l’80% delle consegne mondiali di armamenti. Nello stesso periodo, le esportazioni di armamenti complessive dei 25 Stati membri dell’Ue verso Stati extraeuropei hanno fatto dell’Unione europea il terzo maggior esportatore mondiale. Cina e India sono stati i due maggiori riceventi di armamenti convenzionali nell’ultimo anno; entrambi risultano essere i migliori clienti della Russia, anche se l’India si rivolge in misura sempre maggiore a Francia, Regno Unito, altri Paesi europei e recentemente a Israele e Stati Uniti.
Il contenzioso tra Ue e Usa relativo all’eliminazione o meno dell’embargo sulla vendita di armi alla Cina (decretato nel 1989 come reazione agli abusi cinesi in materia di diritti umani) è piuttosto indicativo della tendenza futura del commercio mondiale di armamenti: da un lato attrae la possibilità di sfruttare il fiorente mercato cinese anche in questo settore, dall’altro l’attuale superpotenza statunitense cerca di impedire che la prossima superpotenza economica cinese diventi anche superpotenza militare.

rischio nucleare


La rinnovata corsa al riarmo mondiale riguarda anche il settore nucleare, con programmi che «si stanno susseguendo a catena» secondo il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan. Il recente annuncio della Corea del Nord di possedere già armi nucleari, sommato alla volontà dell’Iran di proseguire le sue attività in ambito di ricerca e produzione nucleare (sebbene le autorità di Tehran sostengano il loro carattere civile), rischiano di innescare una reazione a catena tra tutti quei Paesi che si ritengono legittimati a possedere armamenti nucleari a scopo deterrente e di difesa. Così, alle attuali 8 potenze nucleari mondiali (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele), potrebbero aggiungersi a breve la Corea del Nord, l’Iran e il Giappone, Paese dotato di tecnologie avanzate che gli permetterebbero di dotarsi in poco tempo di armi nucleari. In un simile quadro internazionale, aumenterebbero i rischi di una corsa all’armamento nucleare da parte di un crescente numero di Paesi, considerando anche l’esistenza di un ricco mercato nero (a cui possono rivolgersi anche gruppi terroristici).
Secondo il Center for Defense Information, nel 2004 la Russia era il Paese con il più alto numero di testate nucleari (strategiche e non) nei propri arsenali (9000), seguita da Stati Uniti (7500), Cina (400), Francia (350), Regno Unito (185), India (più di 60) e Pakistan (tra le 24 e le 48). A questi Paesi si aggiungono Israele, con circa 200 testate mai dichiarate, e la Corea del Nord, su cui non ci sono dati certi.

INFORMAZIONI: www.sipri.org

STATI UNITI CONTRO IL DISARMO
«Un passo molto pericoloso, che va a cancellare non solo gli impegni nel campo del disarmo nucleare e della regolamentazione del commercio di armi leggere, ma anche nel campo dei diritti umani, della protezione ambientale, del commercio, della lotta contro il riscaldamento globale». Così i rappresentanti della Campagna Control Arms hanno commentato le richieste avanzate alla fine di agosto dal neo-ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Michael Bolton, in merito al documento sul disarmo in discussione tra i membri dell’Organizzazione. L’amministrazione statunitense chiede infatti l’eliminazione dal documento dei riferimenti all’obbligo degli Stati al disarmo nucleare, quelli al Trattato per la messa al bando delle sperimentazioni nucleari (Ctbt), al Trattato sui materiali fissili (Fmct), all’estensione delle “zone libere” da armi nucleari e alla regolamentazione delle armi leggere. «Le modifiche richieste da Bolton - denuncia Control Arms - svuoterebbero di contenuto il documento finale che rappresenta un primo passo della comunità internazionale verso un effettivo controllo sul commercio delle armi».
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo


* Market Exchange Rate (MER);
** Purchasing Power Parity (PPP), calcolato dalla Banca Mondiale in base al Prodotto nazionale lordo;
( ) = le cifre tra parentesi sono stime;
La lista dei 15 Paesi con maggior spesa militare comprenderebbe probabilmente la Birmania se il dato fosse disponibile;
I dati relativi a Iran e Arabia Saudita comprendono le spese per ordine pubblico e sicurezza, perciò risultano leggermente sovrastimati;
Le popolazioni di Australia, Israele e Arabia Saudita costituiscono rispettivamente meno dello 0,5% della popolazione mondiale.
Fonte: SIPRI Yearbook 2005, pubblicato nel giugno 2005.



* I totali sub-regionali sono indicati tra parentesi quando le stime si basano su dati provenienti da meno del 90% dei Paesi della regione. Le cifre non sono indicate quando le stime si basano su dati provenienti da meno del 60% dei Paesi della regione.
** Alcuni Paesi sono esclusi dalle stime per mancanza di dati o di serie complete. Per l’Africa sono esclusi: Angola, Benin, Guinea Equatoriale e Somalia; per l’Asia: Afghanistan;
per il Medio Oriente: Iraq e Qatar. Di conseguenza, il totale mondiale esclude tutti questi Paesi.
Fonte: SIPRI Yearbook 2005, pubblicato nel giugno 2005.

sviluppo
nei Paesi arabi

La lotta al terrorismo, al centro del dibattito mondiale negli ultimi anni e di quello europeo soprattutto dopo gli attentati di Londra del luglio scorso, non può essere portata avanti solo per via poliziesca e normativa. Essa deve necessariamente comprendere anche promozione di riforme e sviluppo, incontro tra culture, reciproca conoscenza di civiltà, creazione di un sentire comune di pace e stabilizzazione di relazioni economiche e sociali. Elementi, questi, emersi e discussi in occasione della presentazione del terzo Rapporto Arab Human Development, curato dal United Nations Development Program (Undp) e presentato a Torino lo scorso 8 luglio da Rima Khalaf Hunaidi (assistente del segretario generale dell’Onu e direttore dell’Ufficio Undp per gli Stati arabi) e da Clovis Maksoud (direttore del Centre for Global South e professore di Relazioni Internazionali all’American University di Washington). Alla presentazione del Rapporto hanno preso parte membri delle istituzioni, docenti universitari, esponenti sindacali e rappresentanti della società civile delle due sponde del Mediterraneo, riuniti a Torino per l’inaugurazione del nuovo Istituto mediterraneo del nord-ovest denominato Paralleli (vedi box in questa pagina).

pochi diritti

Illustrando l’Arab Human Development Report, i rappresentanti dell’Undp hanno sottolineato che, se è vero che la qualità della vita nei Paesi arabi è sensibilmente migliorata negli ultimi dieci anni, è altrettanto vero che non c’è crescita economica: per raddoppiare il reddito pro capite nei Paesi arabi sarebbero necessari 140 anni e la produttività del lavoro è in costante calo dagli anni Ottanta.
A questo si aggiungono la scarsità di opportunità e il deficit di conoscenza e di libertà: molti Paesi arabi hanno il livello più basso di libertà civili nel mondo e alcuni regimi, sostenuti dai poteri della globalizzazione, continuano a deprivare i cittadini sempre più considerati oggetti e sempre meno soggetti della vita politica.
Le norme costituzionali dei Paesi arabi garantiscono le libertà civili, ma restano lettera morta se non si traducono in misure concrete che tutelino la libertà di dimostrazione, il diritto all’informazione e il diritto alla vita. Il persistere, poi, in molti Paesi dello stato d’assedio o dello stato di emergenza tiene in vita tribunali militari e tribunali speciali contrari al diritto al giusto processo.
Solo in Algeria, Barhein, Sudan e Yemen esistono forme di democrazia diretta o rappresentativa; in generale, però, molti gruppi culturali ed etnici non possono esercitare i diritti civili e politici e non è garantito il diritto di partecipazione alla vita politica, in particolare per le donne. La questione dell’occupazione dei territori palestinesi, inoltre, complica ulteriormente le cose anche per gli altri Paesi arabi, in quanto comporta gravi ritardi nell’implementazione delle riforme politiche.

fattori antidemocratici


Nel Rapporto Undp si individuano quattro fattori strutturali che limitano la libertà nel mondo arabo. Esiste un problema legale, per cui le carte costituzionali garantiscono formalmente i diritti ma tali principi non si traducono in prassi o in norme sostanziali; c’è poi una questione politica: la concentrazione e la centralizzazione del potere determina un “buco nero nello Stato” e limita, ad esempio, l’autonomia del potere giudiziario. Esistono, infine, problemi legati alla struttura sociale e allo scenario internazionale: il clan è e resta l’unità fondamentale della società nei Paesi arabi e questo stato di cose è perpetuato dall’inesistenza di istituzioni che garantiscano i diritti in modo oggettivo e uguale per tutti.
Anche la comunità internazionale ha delle responsabilità, in primo luogo perché non si è mai impegnata per il superamento di questa struttura sociale, funzionale al mantenimento dello status quo in tema di accesso al petrolio; in secondo luogo perché il sistema globale della governance ha bloccato i canali di pace disponibili per i Paesi arabi che inevitabilmente “implodono”, essendo inascoltati da quelle istituzioni della governance mondiale in cui il diritto di veto, esercitato ad esempio dagli Stati Uniti, blocca il compimento della democrazia globale.

primi cambiamenti


Il Rapporto sottolinea però anche che, dal 2002, qualcosa è cambiato e alcuni segnali positivi cominciano a vedersi: ci sono state conferenze, petizioni e movimenti per le riforme in Marocco, Barehein e Giordania e più in generale i cittadini del mondo arabo si sono resi conto dell’importanza delle riforme politiche e sociali perché la loro condizione è precaria, perché la crescente ingerenza statunitense getta ombre cupe sul futuro del mondo arabo e perché senza riforme si rischiano recrudescenze di violenze e rivoluzioni che l’Undp definisce l’«imminente scenario disastroso».
Questo passaggio e questa acquisizione di consapevolezza sono fondamentali per l’apertura delle società. Secondo il Programma dell’Onu si è a un crocevia ed è necessario agire per la prosperità futura; bisogna dar vita a una società pacifica che realizzi riforme implementate dal basso e rispettose delle aspettative dei popoli arabi. Non servono iniziative “importate” dall’esterno, vanno garantite le libertà di opinione, espressione e associazione, porre fine alle discriminazioni e allo stato di emergenza per garantire una magistratura indipendente.
Tali cambiamenti però, sottolinea l’Undp, vanno promossi dall’interno, perché solo così si può giungere alla costruzione solida della democrazia che non è unica e esportabile sempre nelle stesse forme; le riforme, che passano attraverso la costruzione di partnership paritarie, devono aiutare i Paesi arabi a sviluppare le capacità, le competenze e le esperienze per stare sullo scenario internazionale.

(m. m.)

PARALLELI: NUOVO ISTITUTO MEDITERRANEO DEL NORD-OVEST

La presentazione del Rapporto Undp e il relativo dibattito, tenutisi a Torino nei giorni 8-9 luglio scorsi, sono stati realizzati su iniziativa di Paralleli: il neo-costituito Istituto per il Mediterraneo del nord-ovest.
Paralleli è un’associazione senza fini di lucro che intende contribuire alla costruzione di uno spazio euromediterraneo di libertà, sicurezza e sviluppo economico e sociale.
Il riferimento essenziale è costituito dal “global approach” che fu (ed è ancora) alla base del Processo di Barcellona e che tende a legare insieme riforme economiche e sviluppo, scambi culturali e dialogo politico, diritti fondamentali e sicurezza, istituzioni (europee, nazionali e locali) e società civile.
L’Istituto promuoverà iniziative di coinvolgimento della società civile, di partecipazione sociale, di promozione del dialogo culturale e religioso e di relazioni economiche orientate al co-sviluppo.
Gli ambiti di intervento di Paralleli saranno la sensibilizzazione della società civile e delle istituzioni locali, la ricerca-formazione e informazione e la realizzazione di iniziative pubbliche in un contesto di rafforzamento del dialogo euromediterraneo.
INFORMAZIONI: www.paralleli.org

Omc: critiche e richieste dei sindacati internazionali

l commercio dovrebbe costituire un fattore rilevante per conseguire lo sviluppo e creare “lavoro dignitoso”; tuttavia, rispetto a questi obiettivi di sviluppo, per molti lavoratori il sistema del commercio internazionale o non ha alcuna rilevanza o, fatto ancor più negativo, ne compromette il raggiungimento. Tanto nei Paesi in via di sviluppo che nei Paesi industrializzati l’agricoltura, la sicurezza del posto di lavoro e livelli di esistenza dignitosi sembrano minacciati e non favoriti da pratiche commerciali inique, mentre le multinazionali agitano la minaccia della delocalizzazione delle produzioni in aree dove sono negati i diritti dei lavoratori e la mano d’opera è a buon mercato». Inizia così la Dichiarazione che le organizzazioni sindacali internazionali (Global Unions Group, Confederazione mondiale del lavoro e Confederazione europea dei sindacati) hanno redatto in occasione della VI Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) che si terrà ad Hong Kong nel dicembre prossimo (dal 13 al 18). Secondo i sindacati internazionali, i governi hanno l’obbligo di affrontare una situazione in cui centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno perso ogni fiducia nel sistema del commercio internazionale: «La creazione di “decent work” (lavoro dignitoso) deve costituire la priorità fondamentale dei governi e l’elemento centrale di una tornata di negoziati commerciali autenticamente finalizzati allo sviluppo».

troppi fallimenti dell’Omc

Come dimostrato dalla situazione creatasi in seguito alla fine dell’Accordo sul tessile e l’abbigliamento (Atc), norma stabilita nel 1994 a conclusione dell’Uruguay Round e quindi nota da 10 anni, l’Omc e l’intero sistema multilaterale delle istituzioni economiche e finanziarie hanno evidenziato gravi incongruenze che hanno causato la totale impreparazione mondiale di fronte al prevedibile impatto di una simile scadenza. Ciò, secondo i sindacati, è dovuto al fatto che mentre le regole commerciali negoziate e fatte applicare dall’Omc incidono pesantemente sull’occupazione, sui diritti dei lavoratori e sulle condizioni di povertà in tutto il mondo, esiste un vero e proprio «vuoto» nell’Organizzazione «dovuto alla separazione esistente tra Omc e istituzioni dell’Onu responsabili dello sviluppo sociale, del lavoro, della salute, delle donne e dell’ambiente e alla vicinanza dell’Omc alle politiche delle istituzioni finanziarie internazionali basate sul cosiddetto “Consenso di Washington”».
Anche le promesse di espansione che dovevano derivare dalla liberalizzazione degli scambi tramite l’Omc non si sono materializzate né in termini di migliori e più numerosi posti di lavoro né in termini di una crescita più sostenuta sia nei Paesi in via di sviluppo (Pvs) sia nel resto del mondo. In realtà, notano i sindacati internazionali, «molti Pvs, che hanno imboccato la strada della liberalizzazione del commercio, in ossequio alle politiche raccomandate dall’Omc e dalle altre istituzioni finanziarie internazionali, hanno visto come risultato una massiccia deindustrializzazione prodotta dal crollo delle industrie nazionali che ne è derivato». A fronte di un tale fallimento in ambito occupazionale, denunciano i sindacati, nel suo World Trade Report 2004 l’Omc addossa alle organizzazioni sindacali importanti responsabilità nella scarsa creazione di posti di lavoro, dato il loro impegno nel resistere alla deregolamentazione selvaggia del sistema del commercio internazionale.

minacce al “lavoro dignitoso”

Altro importante esempio di inadeguatezza dell’Organizzazione mondiale del commercio è dato dal massiccio ingresso della Cina su tutti i principali mercati internazionali senza l’obbligo di rispettare le più fondamentali norme dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). Ciò minaccia seriamente l’obiettivo del “lavoro dignitoso”, con conseguenze caotiche sulla divisione internazionale del lavoro. «Tale processo sta destabilizzando il sistema del commercio mondiale e incide negativamente sull’occupazione in tutto il mondo, in particolare nei settori a forte intensità di mano d’opera dei Pvs» dichiarano i sindacati, secondo cui nel solo settore del tessile e dell’abbigliamento andranno perduti milioni di posti di lavoro su scala mondiale come conseguenza dei massicci trasferimenti di produzione in Cina da parte delle imprese multinazionali. Così, nel disperato tentativo di reggere la concorrenza, i governi di molti Pvs fanno a gara per aumentare la produzione, basata sullo sfruttamento dei lavoratori, nelle zone franche per l’esportazione (EPZs), con conseguenze negative per le persone (in larga maggioranza donne) che vi lavorano.
Anche l’agricoltura e i livelli di vita dei lavoratori agricoli che da essa dipendono, ricordano i sindacati internazionali, sono messi in pericolo dal dumping sui mercati internazionali dei sussidi all’esportazione, dalla persistente crisi globale da eccesso di offerta, dalla caduta dei prezzi dei prodotti primari più rilevanti e da un sistema di scambi che rafforza la posizione dominante degli operatori agro-alimentari globali, delle imprese trasformatrici e del settore distributivo a scapito dei lavoratori e dei piccoli produttori. E la povertà nelle campagne è una delle principali cause delle migrazioni di massa e irregolari di forza lavoro, che espongono i gruppi sociali più vulnerabili a condizioni pericolose di lavoro e di vita.

una riforma radicale


Per far sì che un sistema multilaterale del commercio possa fornire una protezione maggiore agli interessi dei Paesi piccoli e marginali rispetto ai negoziati bilaterali con i Paesi più potenti «è indispensabile attuare una riforma radicale dell’Omc», dichiarano le organizzazioni sindacali internazionali secondo cui è «di vitale importanza il riequilibrio del sistema di governance globale, che conferisce importanza e poteri ingiustificati all’Omc, alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale, in modo tale che i problemi sociali e ambientali siano trattati con lo stesso rilievo dei problemi concernenti il commercio e l’economia». A tale proposito sono prese ad esempio le raccomandazioni della Commissione mondiale sulla dimensione sociale della globalizzazione che, dichiarano i sindacati, rispecchiano le richieste portate avanti da tempo dal movimento sindacale internazionale di una maggiore coerenza fra le varie istituzioni multilaterali internazionali, basata sulla nozione di “decent work”, sul rispetto dei diritti umani e dei lavoratori e delle altre norme sociali, su una crescita più elevata e più equamente distribuita e sull’eliminazione della povertà.

alcune richieste


• I sindacati, insieme a molte altre organizzazioni nei vari Paesi del mondo, rivendicano equità nei commerci come parte della loro Campagna per un’azione globale contro la povertà, al fine di realizzare importanti progressi nella lotta mondiale contro la povertà, l’ingiustizia, la discriminazione e l’ineguaglianza di genere. La creazione di “decent work” costituisce l’elemento centrale del programma dei sindacati, che chiedono ai ministri del Commercio di tutto il mondo di assumere le raccomandazioni della Commissione Mondiale e della Campagna contro la povertà nella fase preparatoria della VI Conferenza ministeriale dell’Omc.
• È poi richiesta maggior trasparenza e democrazia nei metodi di lavoro dell’Omc, dando lo spazio dovuto ai punti di vista dei Paesi più piccoli e più poveri e maggior accessibilità ai sindacati e alle altre organizzazioni democratiche e rappresentative.
• L’Omc deve riconoscere appieno il ruolo delle agenzie dell’Onu competenti in settori specifici quali la salute, il lavoro e l’ambiente nelle sue procedure di risoluzione delle controversie, sostengono i sindacati secondo cui occorre maggior coerenza in tutto il sistema multilaterale.
• I sindacati internazionali chiedono che le trattative commerciali si svolgano sulla base di un’analisi approfondita e preliminare del loro impatto sui livelli e sulla stabilità dell’occupazione (in particolare nei settori ad alta intensità di lavoro), sul rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, sull’eguaglianza fra donne e uomini, sulla bontà delle condizioni di lavoro, sulla protezione sociale e sull’accesso a servizi pubblici di qualità. Perciò, alla VI Conferenza ministeriale dell’Omc tutti i Paesi membri sono chiamati a rinnovare il loro impegno formale al rispetto delle norme fondamentali del lavoro e, per consentire un esame completo dei rapporti esistenti tra commercio, sviluppo e “decent work”, l’Omc deve istituire una procedura formale, realizzata congiuntamente con l’Oil, per valutare l’impatto sociale e occupazionale della liberalizzazione del commercio, comprese le sue sinergie con i diritti fondamentali dei lavoratori.
• Inoltre, chiedono i sindacati, sia nei Paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, i governi dovranno cominciare a fornire livelli adeguati di assistenza per il sostegno e la riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori in esubero per effetto del commercio, onde assicurare un’equa ripartizione dei costi e dei benefici della liberalizzazione degli scambi, al fine di garantire equità ai diversi gruppi all’interno dei singoli Paesi, parità tra uomini e donne ed eguaglianza tra Paesi diversi.
• La VI Conferenza ministeriale dell’Omc dovrà poi emendare gli accordi sui Diritti di proprietà intellettuale in relazione al commercio (Trips), o adottare un documento di chiarificazione, in modo da garantire a tutti i Pvs l’accesso a farmaci a basso costo nell’eventualità di necessità di cure per patologie quali l’Hiv/Aids, come previsto originariamente negli accordi adottati a Doha.
• Occorre inoltre procedere alla valutazione delle barriere non tariffarie alle esportazioni provenienti dai Pvs, per garantire, con la partecipazione delle agenzie specializzate dell’Onu nonché dei sindacati e di altri attori della società civile interessati, condizioni ragionevoli di tutela dei consumatori e dell’ambiente.
• Per quanto concerne i negoziati in corso nell’ambito dell’Accordo generale per il commercio dei servizi (Gats), che rischiano di compromettere gli obblighi dei governi relativi alla fornitura di servizi universali e la loro capacità di regolamentazione, secondo i sindacati è necessario modificare le condizioni previste nell’accordo al fine di escludere da tutti i futuri negoziati Gats i servizi pubblici, anche ai livelli di governo sub-nazionali, (in primis l’istruzione, la sanità e i servizi pubblici d’interesse primario come il servizio postale e le telecomunicazioni) e il settore delle attività no profit nei servizi sociali. In tutti i negoziati Gats si dovrà prevedere, su base orizzontale, l’accesso ai servizi universali a prezzi uniformi e alla portata degli utenti.
• La VI Conferenza ministeriale dell’Omc dovrà poi adottare una dichiarazione che rafforzi il principio di precauzione nei meccanismi dell’Omc, richiedono i sindacati internazionali, onde garantire che la salute e la sicurezza dei consumatori e dei lavoratori non possano in nessuna circostanza essere messi in pericolo dalle trattative e dagli impegni in sede Omc o dalle deliberazione di organismi dell’Omc quali i Panel per la soluzione delle controversie.

INFORMAZIONI: http://www.global-unions.org; http://www.etuc.org

COS’È L’OMC
L’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization; Omc-Wto), con sede a Ginevra e attualmente costituita da 148 Paesi membri, fu creata nel 1994 con gli accordi di Marrakech, prendendo il posto dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt) che aveva messo in atto 8 cicli negoziali (round) conclusisi in Uruguay nel 1994. A differenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, che formalmente fanno parte del sistema delle Nazioni Unite, l’Omc non ha nulla a che fare con l’Onu. Si pone come organismo di governo del commercio mondiale attraverso vari accordi (agreements) riguardanti i vari ambiti (agricoltura, prodotti industriali, servizi, brevetti ecc.). Dispone dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario: gli Stati membri che non si adeguano alle regole stabilite nei vari accordi possono essere costretti a farlo con sanzioni commerciali stabilite da un apposito tribunale.
La prima e la seconda Conferenze ministeriali dell’Omc si svolsero a Singapore nel 1996 e a Ginevra nel 1998. Nel 1999, la terza Conferenza ministeriale tenuta a Seattle (Usa) divenne famosa per il fallimento del cosiddetto “Millennium round” e, soprattutto, per le manifestazioni di protesta verificatesi durante il Vertice. La quarta Conferenza è stata quella di Doha (Qatar) nel 2001, caratterizzata dall’apertura di un nuovo ciclo di negoziati e dall’entrata della Cina nell’Omc. La quinta Conferenza si è svolta a Cancun (Messico) nel 2003, Vertice segnato dal fallimento del negoziato avviato a Doha perché gli Stati membri non hanno trovato un accordo. La sesta Conferenza ministeriale si terrà a Hong Kong dal 13 al 18 dicembre.
INFORMAZIONI: http://www.wto.org

LO STATO DEI NEGOZIATI SUL COMMERCIO
Secondo Pascal Lamy, ex commissario europeo al Commercio e attualmente direttore dell’Omc, per portare a compimento l’agenda di Doha entro il 2006 l’obiettivo minimo è quello di giungere al Vertice ministeriale di Hong Kong a dicembre con almeno due terzi delle intese sui negoziati raggiunti. Obiettivo parziale ma ambizioso, se si considera l’attuale stato di avanzamento dei principali negoziati.
• Agricoltura: continua la disputa tra gli Usa, che non accettano il protezionismo europeo, e l’Ue, che critica il supporto governativo alle esportazioni statunitensi. Senza un accordo Usa-Ue il negoziato resta bloccato, mentre il Brasile chiede maggior accesso ai mercati del Nord per i suoi prodotti agricoli, l’India a nome del G20 vuole più protezione dall’importazione di prodotti agricoli a basso costo e i Paesi dell’Africa occidentale chiedono agli Usa di porre fine ai loro sussidi all’esportazione del cotone.
• Prodotti non agricoli: nell’ambito dei negoziati per l’accesso ai mercati non agricoli (Nama), si discute su come ridurre le tariffe sui prodotti industriali, estrattivi e minerari, forestali ed ittici. Su pressioni delle multinazionali, gli Usa (e in misura minore l’Ue) spingono per favorire le delocalizzazioni e la vendita di prodotti senza alcun vincolo, a scapito dei diritti sociali, sindacali e ambientali.
• Servizi: gli Stati membri dell’Omc stanno presentando la lista dei servizi che intendono liberalizzare, ma secondo l’Ue le offerte sono incomplete e di qualità scadente. Per questo, chiede l’introduzione di indicatori minimi che ogni Paese dovrebbe rispettare, col rischio di costringere all’immissione sul mercato di servizi pubblici ed essenziali.
Va segnalato che, dopo il fallimento della Conferenza ministeriale di Cancun nel 2003, un nuovo fallimento alla ministeriale di Hong Kong segnerebbe una crisi grave e probabilmente irreversibile per l’Omc. In ogni caso, se l’accesso al mercato delle società multinazionali resta il fulcro dei negoziati, se rimangono inascoltate le richieste dei Paesi più deboli e poveri, se i diritti sociali, ambientali ed economici continuano a essere oscurati dalla necessità di liberalizzazione selvaggia dei mercati in nome del profitto, allora, come sostengono le maggiori organizzazioni della società civile a livello mondiale, probabilmente «nessun accordo è meglio di un pessimo accordo». Così, se un’istituzione internazionale che regoli il commercio mondiale è necessaria per evitare che regni la legge del più forte in accordi bilaterali o regionali squilibrati e poco trasparenti, questa dovrebbe essere portata in ambito Onu e controllata in un sistema multilaterale più coerente e democratico. Secondo molti osservatori che criticano l’attuale sistema del commercio mondiale e le sue conseguenze sulle popolazioni, una ridefinizione generale delle regole può scaturire solo da una crisi profonda dei negoziati, dato che finora governi e burocrati non hanno dato alcun segnale di voler riequilibrare e democratizzare il sistema, nonostante gli evidenti fallimenti.
INFORMAZIONI: http://www.tradewatch.it

brevi


accordo Ue-Cina sul tessile
«L’Europa ha bisogno della Cina e la Cina ha bisogno dell’Europa»: con questa constatazione condivisa si è concluso lo scorso 5 settembre l’ottavo Vertice Ue-Cina che ha sbloccato la complessa situazione delle relazioni commerciali venutasi a creare nelle scorse settimane. L’accordo siglato, criticato sia dal sindacato europeo dei tessili (secondo cui pagheranno i lavoratori anziché imprenditori e importatori) sia dagli imprenditori tessili (che lo considerano un regalo alla Cina), prevede che tutti gli 87 milioni di capi di abbigliamento cinesi bloccati presso le dogane europee entreranno nell’Ue: metà a carico delle quote previste per il 2005 e metà a carico delle quote 2006. In pratica, si procederà a saturare le quote previste per tutte le categorie di prodotti, anche operando spostamenti che consentiranno di caricare prodotti di altre categorie in quote per le quali non è stato raggiunto il tetto massimo (ad esempio i filati di cotone, oggi fermi al 40%). Effettuata questa prima operazione, per tutti i prodotti sarà consentito uno sforamento che permetterà lo sdoganamento di circa 40 milioni di capi; gli altri dovrebbero entrare grazie a un anticipo delle quote previste per il 2006, anno in cui la Cina si è impegnata a ridurre le licenze e i flussi di merce.
Sembrano così superate anche le divisioni emerse tra gli Stati membri dell’Ue: i Paesi produttori, guidati da Francia e Italia, hanno definito l’intesa «ragionevole e rispettosa degli accordi di Shanghai»; i Paesi importatori - Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Germania - hanno invece ottenuto lo sblocco delle merci ferme e il rispetto degli interessi dei consumatori e degli importatori.
Fin dallo scadere dell’Accordo multifibre nel gennaio scorso, che aveva messo fine al sistema delle quote che limitava l’esportazione di prodotti tessili dalla Cina verso l’Europa, l’Ue si era dichiarata pronta a utilizzare gli strumenti di difesa commerciale di cui dispone per limitare l’ingresso di prodotti tessili cinesi.
Nei primi mesi dell’anno si erano succedute le richieste di procedure di salvaguardia rivolte alla Commissione da associazioni di categoria, Stati membri e Paesi terzi partner economici dell’Ue, finché ad aprile furono adottate alcune “misure di salvaguardia”. Tali misure erano però considerate insufficienti dagli Stati membri e i soggetti economici che le avevano richieste e invece eccessive dalle autorità cinesi e dall’Organizzazione mondiale del commercio.
In giugno l’Ue e la Cina si erano accordate per una limitazione delle importazioni europee dalla Cina fino al dicembre 2007, ma in agosto le quote previste erano già superate e le merci cinesi sono state bloccate nei porti europei.
Si è così aperta una discussione interna all’Ue tra Paesi produttori e Paesi importatori, fino al negoziato con la Cina condotto dal commissario europeo al Commercio Peter Mandelson e conclusosi con l’accordo del 5 settembre.
INFORMAZIONI:
http://europa.eu.int/comm/external_relations/china/intro/


nuovo Piano d’azione sulla comunicazione
Ascoltare, comunicare e agire a livello locale sono i tre pilastri su cui si basa il nuovo Piano d’azione presentato il 20 luglio scorso dalla Commissione europea per migliorare l’iniziativa “Comunicare l’Europa”. Proposto dalla commissaria per le Relazioni istituzionali e la Strategia della comunicazione, Margot Wallström, il Piano indica il nuovo approccio della Commissione al dialogo e alla comunicazione con i cittadini europei, indicando 50 azioni volte a migliorare la capacità e le competenze della Commissione in materia di comunicazione delle politiche europee.
Tre i principi su cui si basa la nuova impostazione della comunicazione europea:
• ascoltare: cioè non solo informare i cittadini europei ma anche ascoltarli e tener conto dei loro punti di vista;
• comunicare: spiegando come le politiche dell’Ue influenzano la vita quotidiana dei cittadini e qual è il loro valore aggiunto;
• collegarsi, agendo a livello locale: vale a dire adattando i messaggi a seconda del pubblico di ogni Stato membro e trasmettendoli attraverso i canali preferiti da tale pubblico nella lingua che comprende.
Il Piano d’azione sarà seguito da un Libro bianco, per impegnare tutte le parti in causa esponendo la visione politica e le iniziative da intraprendere a medio e lungo termine, in cooperazione con le altre istituzioni e gli altri partecipanti.
È inoltre proposto un metodo di lavoro attraverso cui conseguire un uso più mirato e più efficiente delle risorse e migliorare il funzionamento della comunicazione sull’Europa.
Si prevede in particolare di:
• coordinare le attività di comunicazione in tutta la Commissione, al fine di ottimizzare gli sforzi e di usare meglio gli strumenti di comunicazione;
• utilizzare gli strumenti comunicativi preferiti dalle persone, nella lingua che capiscono, in particolar modo Internet e i servizi audiovisivi;
• acquisire maggiore professionalità nella comunicazione, impartendo formazioni specifiche ai funzionari e assumendo specialisti in comunicazione;
• utilizzare metodi quali, ad esempio, l’inserimento di una sintesi non specializzata nelle principali proposte della Commissione, che descriva i vantaggi concreti delle politiche dell’Ue per i cittadini;
• rafforzare le rappresentanze della Commissione negli Stati membri, al fine di raggiungere i cittadini su quelle politiche e quelle iniziative che destano il loro interesse o la loro preoccupazione.
«Abbiamo stabilito un metodo di lavoro per un’impostazione moderna della comunicazione, elemento essenziale se intendiamo affrontare seriamente la necessità di aumentare il dialogo, la consultazione e il dibattito sul ruolo dell’Unione - ha dichiarato Wallström - È chiaro però che questo è un compito che va al di là della missione della Commissione; il suo successo dipende essenzialmente da un partenariato con tutti gli altri attori fondamentali della politica europea all’interno dell’Ue».
INFORMAZIONI:
http://www.europa.eu.int/comm/index_it.htm


flash

i dati su deficit e debito pubblico
Eurostat ha reso noti recentemente i dati relativi a deficit e debito pubblico negli Stati membri e nella zona euro per il 2004. Per quanto riguarda il deficit, la media della zona euro e dell’Ue a 25 è stata rispettivamente del 2,7% e del 2,6% rispetto al Pil. In materia di debito pubblico, invece, le rilevazioni indicano una media del 70,8% del Pil per la zona euro e del 63,4% per l’Ue a 25.
I disavanzi pubblici più elevati, rispetto al Pil, sono stati osservati in Grecia (-6,6%), Ungheria (-5,4%), Malta (-5,1%) e Cipro (-4,1%). Otto altri Stati membri hanno registrato un deficit pubblico superiore o uguale al 3% del Pil: Polonia (-3,9%), Germania (-3,7%), Francia (-3,6%), Italia (-3,2%), Slovacchia (-3,1%), Regno Unito (-3,1%), Repubblica ceca (-3,0%) e Portogallo (-3,0%). Sei Stati membri hanno invece registrato eccedenze pubbliche nel 2004: Danimarca (+2,3%), Finlandia (+2,1%), Estonia (+1,7%), Svezia (+1,6%), Irlanda (+1,4%) e Belgio (+0%). Complessivamente, 16 Stati membri hanno avuto un miglioramento del loro saldo pubblico espresso in percentuale del Pil, mentre 8 hanno registrato un peggioramento.
Per quanto riguarda il debito pubblico, invece, nel 2004 i livelli più bassi in termini di Pil sono stati registrati in Estonia (5,5%), Lussemburgo (6,6%), Lettonia (14,7%) e Lituania (19,6%). Otto Stati membri - gli stessi del 2003 - hanno registrato un rapporto di debito pubblico superiore al 60% del Pil: Grecia (109,3%), Italia (106,5%), Belgio (95,7%), Malta (75,9%), Cipro (72,0%), Germania (66,4%), Francia (65,1%) e Austria (64,3%).
(Fonte: InEurop@)

primo bilancio dell’Ue a 25

Il maggiore beneficiario dei fondi Ue nel 2004 è stata la Spagna (16,4 miliardi di euro) che ha preceduto gli Stati membri con maggiore popolazione: Francia (12,9 miliardi di euro), Germania (11,7 miliardi), Italia (10,4 miliardi), e Regno Unito (7,1 miliardi). La Spagna, in particolare, è il primo beneficiario dei fondi nell’ambito degli interventi strutturali, seguita dalla Germania, dall’Italia e dal Portogallo.
Per quanto riguarda i nuovi Stati membri, la Polonia (2,7 miliardi di euro) è al decimo posto della classifica UE a 25. Tutti i nuovi Stati membri hanno registrato un saldo netto positivo, che ammonta a 2,9 miliardi di euro per il 2004, con un incremento di 1,3 miliardi rispetto al 2003, anno precedente all’adesione. In percentuale sul reddito nazionale lordo, Grecia (3,52%) e Portogallo (3,35%) hanno ricevuto più fondi, seguiti da Lituania (2,81%), Estonia (2,50%) e Lettonia (2,46%).

polemiche istituzionali sulla Costituzione
È «probabile» che per i prossimi due o tre anni non sarà ratificata la nuova Carta costituzionale dell’Ue, ha dichiarato lo scorso 21 settembre durante una conferenza stampa il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, secondo cui, pur con «rammarico», occorre «essere realisti». Il presidente della Commissione ha però sottolineato come ciò non significhi la paralisi dell’Ue, perché i Trattati già in vigore danno tutti gli strumenti per agire. In seguito a tali dichiarazioni, Barroso è stato convocato dal Parlamento europeo per chiarimenti. Criticando le affermazioni del presidente della Commissione, alcuni eurodeputati hanno amaramente rilevato che «con simili sostenitori la Costituzione non ha bisogno di avversari».
Il Parlamento europeo, che per primo ha ratificato a grande maggioranza il testo costituzionale, ha ribadito invece la necessità di coinvolgere le assemblee nazionali, i partiti, le parti sociali e i cittadini in un ampio dibattito. Tra le varie proposte c’è quella di convocare una nuova Convenzione per definire obbiettivi, confini, modello economico e sociale, politica estera e di sicurezza auspicati dai cittadini. Infine, per tener conto delle critiche si potrebbe modificare la terza parte del Trattato costituzionale, trasformandola in un programma legislativo speciale.

2007 anno europeo antidiscriminazione
La Commissione europea ha indicato il 2007 come Anno europeo delle pari opportunità per tutti, a dimostrazione «dell’impegno per l’uguaglianza e la non discriminazione» nell’Ue. L’Anno europeo sarà il punto focale nel quadro di una più ampia strategia per combattere la discriminazione e promuovere le pari opportunità. Le principali tematiche proposte dalla Commissione sono:
• Diritti: aumentare la consapevolezza sul diritto all’eguaglianza e alla non discriminazione.
• Rappresentazione: stimolare il dibattito sui modi di aumentare la partecipazione dei gruppi sottorappresentati nella società.
• Riconoscimento: celebrare la diversità.
• Rispetto e tolleranza: promuovere una società più coesa.
Gli stanziamenti per questo progetto ammontano a 13,6 milioni di euro che dovranno andare a coprire la preparazione nel 2006 e le varie attività nel 2007. La strategia quadro mira ad assicurare che la legislazione anti-discriminazione sia implementata e applicata e suggerisce le azioni da intraprendere per far fronte alle discriminazioni e la protezione dei diritti. L’anno europeo include inoltre nuove iniziative: uno studio sulle possibili nuove misure atte a completare l’esistente legislazione comunitaria contro la discriminazione; la creazione di un gruppo di consiglieri che indichi la strada per una maggiore integrazione sociale e nel mercato del lavoro delle minoranze, comprese le comunità Rom. La questione dell’uguaglianza sessuale sarà presa in considerazione nel quadro dell’anno europeo e della strategia antidiscriminazione al fine di completare le azioni specifiche intraprese dall’Ue per assicurare l’uguaglianza uomo-donna e lottare contro la discriminazione sessuale, tra cui la proposta di istituire un Istituto europeo per l’uguaglianza tra i sessi e la comunicazione sull’uguaglianza tra i sessi prevista per il 2006. La strategia quadro e l’anno europeo fanno seguito a un’ampia consultazione tenutasi nel 2004 sulla base del Libro verde della Commissione intitolato “Uguaglianza e non discriminazione nell’Unione europea allargata”.
INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/emplyment_social/fundamental_rights/pdf/ey07/dec07_it.pdf

nuovo sito web contro l’esclusione sociale
La Rete europea delle associazioni per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale (Eapn) ha presentato a Bruxelles, l’8 settembre scorso, un nuovo sito web dedicato alle iniziative locali di lotta all’esclusione sociale. Allestito con il contributo della Commissione europea e denominato Locin, il sito multilingue contiene informazioni qualitative su oltre 170 iniziative locali, informazioni nazionali, una bibliografia commentata, collegamenti a centri di ricerca e associazioni di 6 Paesi dell’Ue (Germania, Austria, Belgio, Finlandia, Italia e Regno Unito)
INFORMAZIONI: http://www.locin.info/

grave in Turchia la condizione femminile
La Turchia è al penultimo posto nella graduatoria di 58 Paesi scrutinati per quanto riguarda la condizione femminile, secondo quanto emerge da un Rapporto del World Economic Forum intitolato Women’s empowerment: Measuring the global gender gap. In condizioni peggiori delle donne turche si trovano solo quelle egiziane, dato che agli ultimi posti della graduatoria si trovano la Giordania (55° posto), il Pakistan (56°), la Turchia (57°) e l’Egitto (58°). Il criterio principale del Rapporto e della relativa graduatoria è un concetto di eguaglianza tra i sessi definito come quella situazione ideale, non raggiunta sul pianeta da alcun Paese - precisa il rapporto - «in cui i diritti, le responsabilità e le opportunità degli individui non sono determinati dal fatto di essere nati uomo o donna». In Turchia, con la eguaglianza dei sessi stabilita dalle leggi e con una condizione di emancipazione delle donne degli strati sociali ricchi e colti di alcune grandi città, fa da stridente contrasto una condizione di privazione materiale, culturale e, di fatto, anche giuridica della grande maggioranza delle donne meno privilegiate che vivono nelle città interne, nelle campagne e nelle stesse periferie delle grandi città.
(Fonte: Ansamed)

curdi: il governo turco vanifica le riforme
Il governo turco sta modificando le riforme introdotte su richiesta dell’Ue, rafforzando nuovamente i poteri dell’esercito e della polizia, reintroducendo le leggi anti-terrorismo e ampliando la durata delle detenzioni per coloro che sono in attesa di processo. Lo denuncia un Rapporto presentato lo scorso 20 settembre da una delegazione curda nel corso di una conferenza al Parlamento europeo. Lo studio sottolinea inoltre che la Turchia potrà difficilmente aderire all’Ue se non compenserà «i suoi giganteschi squilibri regionali», dal momento che tutte le province meno sviluppate si trovano nell’est del Paese. Per dare un esempio dell’enorme differenza economica tra la regione occidentale e quella orientale (a maggioranza curda), il Rapporto indica il graduale declino della capitale curda in termini di occupazione: Diyarbakir è passata dal 3° al 54° posto nella classifica dei comuni turchi per impiego nel settore manifatturiero.
(Fonte: Ansa)

formazione nell’Ue

Quasi la metà della popolazione europea di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha preso parte a un percorso di formazione permanente nel 2003; il tasso medio di partecipazione è del 42%, con oscillazioni che vanno dal 12% dell’Ungheria all’89% dell’Austria. È quanto emerge da un Rapporto Eurostat reso noto nelle scorse settimane. Rilevante la distinzione tra percorsi formali (scuole e università), che hanno coinvolto solo il 4% del campione, e quelli informali (auto-apprendimento) che hanno invece riguardato circa una persona su tre. La variabile di genere non sembra incidere sulla partecipazione a percorsi di questo tipo, mentre sembra avere qualche rilevanza la condizione occupazionale: i disoccupati partecipano meno sovente a corsi di formazione non formale rispetto agli impiegati, ma il loro livello di formazione è più rilevante.

la Svizzera apre ai 10 nuovi Stati membri
Con una maggioranza del 55,95% i cittadini della Svizzera si sono pronunciati a favore dell’apertura del mercato del lavoro nazionale ai cittadini dei 10 nuovi Stati membri dell’Ue. Votando “sì” al referendum svoltosi lo scorso 25 settembre, gli svizzeri hanno approvato l’estensione dell’accordo di libera circolazione delle persone, già in vigore tra la Svizzera e i 15 “vecchi” Stati membri dell’Ue, ai Paesi che sono entrati a far parte dell’Unione nel maggio 2004. In cambio, la libera circolazione permetterà ai cittadini elvetici di lavorare o risiedere in tutta l’Ue. L’apertura sarà graduale: l’entrata in vigore è prevista per l’inizio del 2006 e nei primi anni l’immigrazione in Svizzera potrà essere limitata e controllata con varie disposizioni (3000 lavoratori all’anno per i permessi di lunga durata, ad esempio). La libera circolazione vera e propria sarà applicata solo nel 2011 o addirittura nel 2014 nell’eventualità di forte immigrazione. Il voto «garantisce le buone relazioni con l’Ue, il principale partner economico e politico della Svizzera», ha affermato il presidente svizzero Samuel Schmid. Sconfitta dunque la destra populista che aveva lanciato appelli contro l’apertura all’est paventando un’invasione di lavoratori a basso costo.

istruzione e formazione nei Paesi dell’Ocse
Oltre il 10% dei giovani tra i 15 e i 19 anni in Italia, Francia, Messico, Slovacchia e Turchia ha un basso livello di istruzione, non lavora e non frequenta corsi scolastici. Lo denuncia il Rapporto annuale sull’istruzione presentato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) il 13 settembre scorso a Parigi.
In tutti gli Stati membri dell’Ocse i dipendenti dei settori dei servizi hanno più possibilità di beneficiare di corsi di formazione rispetto ad altri, mentre i corsi per adulti sono più comuni nelle grandi aziende, nel settore pubblico, in quello dei servizi alle imprese e nelle banche o istituzioni finanziarie. Inoltre, rileva l’Ocse, all’aumentare del livello di formazione iniziale cresce la possibilità di fruire di corsi di formazione. La differenza retributiva tra laureati e diplomati è cresciuta tra il 1997 e il 2003 in 18 dei 22 Paesi membri, con percentuali che vanno dal 25% in Danimarca e Nuova Zelanda a livelli compresi tra il 50% e il 119% in Italia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia e Stati Uniti. La formazione scolastica iniziale non è sufficiente per rispondere al moltiplicarsi e all’evolversi delle esigenze di professionalità, sottolinea il Rapporto: mentre in Finlandia, Svezia, Svizzera e Usa oltre il 40% dei lavoratori attivi partecipa a programmi di aggiornamento professionale ogni anno, questo livello scende a meno del 10% in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Ungheria.
INFORMAZIONI: http://www.oecd.org

Italia: cari i conti correnti
Secondo quanto riferito lo scorso 21 settembre dal commissario europeo al Mercato interno, Charlie McCreevy, l’Italia è lo Stato membro dove i conti correnti bancari sono meno efficienti e più cari. «In Italia i consumatori pagano in media 252 euro l’anno per i servizi bancari di base che includono i pagamenti, mentre, ad esempio, i consumatori olandesi pagano in media solo 34 euro» ha detto McCreevy, annunciando che la Commissione europea presenterà in ottobre una nuova direttiva per armonizzare il mercato unico dei pagamenti europei.
bassi i salari italiani
Una ricerca svolta dal Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei consumatori (Codacons) rileva che i salari dei metalmeccanici italiani sono tra i più bassi d’Europa. Tra i 12 Stati membri dell’Ue presi in considerazione dallo studio, infatti, l’Italia è al penultimo posto (11.000 euro di retribuzione netta annua), seguita solo dal Portogallo (8110 euro). Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio e Finlandia, invece, registrano retribuzioni nette annue al di sopra dei 20.000 euro. Anche per le altre 5 professioni analizzate dalla ricerca (insegnanti, segretarie, ingegneri, autoferrotranvieri e impiegati di banca) l’Italia si trova agli ultimi posti in Europa. A fronte della pochezza delle retribuzioni italiane, condivisa nella maggioranza dei casi con Grecia e Portogallo, spiccano i salari dei lavoratori del Lussemburgo: in 4 professioni su 6 risultano i più alti e tra i più elevati anche nelle altre 2 professioni: un ingegnere guadagna più del doppio (oltre 46.000 euro) di un collega italiano e un insegnante addirittura il triplo (42.750 euro contro 14.000).
INFORMAZIONI: http://www.codacons.it

il Pe rinnova il sito web
Dal 12 settembre scorso è consultabile su Internet il nuovo sito del Parlamento europeo, dopo un anno di lavori per il suo rifacimento. Disponibile in 20 lingue, il nuovo sito web intende essere più veloce da consultare e fruibile a tutti i cittadini. Lo slogan dell’iniziativa voluta dai servizi dell’Europarlamento è “457 milioni di cittadini @ un solo indirizzo”.
INFORMAZIONI: http://www.europarl.eu.int/