Euronote 36-2005

coma europeo

Dopo i "no" francesi e olandesi e la sospensione del processo di ratifica della Costituzione nel Regno Unito, il Consiglio europeo del 16-17 giugno scorsi a Bruxelles ha confermato le previsioni più nere. Solo il presidente del Consiglio italiano - peraltro chiaramente smentito dal suo più avvertito ministro degli Esteri - ne è uscito sorridente dichiarando che l’Ue ha tempo davanti a sé per trovare una risposta ai gravi problemi irrisolti e che non è il caso di drammatizzare. A dire il vero, lo stesso inganno è contenuto nel surreale testo delle conclusioni della presidenza del Consiglio europeo: un numero incredibile di pagine e non meno di 200 paragrafi per nascondere il fallimento forse più clamoroso nei cinquant’anni di storia dell’Unione. Verrebbe da dire con il saggio greco che «gli dei accecano coloro che vogliono perdere»: una ragione in più perché i cittadini europei aprano bene gli occhi e guardino senza censure a quello che sta capitando in Europa e a quello che potrebbe prepararsi per il futuro. L’esito del Consiglio europeo ci consegna un continente europeo segnato da vere e proprie "faglie telluriche", che potrebbero innescare in Europa miscele esplosive di nazionalismi egoisti e populismi demagogici.

Più ancora che lo stallo del processo costituzionale, l’epicentro del terremoto è rappresentato dalla clamorosa rottura di solidarietà di cui i capi di Stato e di governo hanno dato prova rivendicando ognuno l’irrinunciabilità ai propri interessi e denunciando gli egoismi presenti negli interessi degli altri. Obiettivo del negoziato in corso da mesi - e per la prima volta a 25 - era quello di definire il "pacchetto di risorse" necessarie per far vivere le politiche e la coesione dell’Ue nel periodo 2007-2013. Le divergenze riguardavano sia l’entità delle entrate che ciascun Paese doveva versare nel bilancio dell’Unione sia l’articolazione della spesa, con gli Stati membri decisi a mettere in cassa il meno possibile e a portare a casa il massimo e comunque non meno di quanto versato. Il che per un bilancio di solidarietà è già un criterio abbastanza singolare. Il tutto esasperato dal duello tra il Regno Unito, che non voleva rinunciare al discutibile rimborso ottenuto all’inizio degli anni Ottanta, e il presidente francese Jacques Chirac, intrattabile nel mantenere una spesa agricola non meno discutibile ma molto vantaggiosa per la Francia. E questo quando nell’Ue sono appena entrati 10 nuovi Paesi in condizioni non proprio floride e mentre altri due Paesi - messi anche peggio (Romania e Bulgaria) - sono attesi per il 1° gennaio 2007. Così gli egoismi nazionali sono tornati con rinnovata virulenza, proprio come auspicato da molti fautori del "no" alla Costituzione che un primo risultato potranno vantare di avere ottenuto. Spiace per quei molti "no" che, forse in buona fede, fantasticavano «più Europa e più Europa sociale».

crisi costituzionale

Né migliori prospettive si annunciano per il Trattato costituzionale, rifiutato da Francia e Paesi Bassi e "congelato" dal Regno Unito. Sconcertati da questi eventi, i capi di Stato e di governo hanno finito per decidere una pausa di riflessione di un anno - che in realtà durerà fino all’estate del 2007, dopo le elezioni francesi - anche per il timore di indurre un "effetto domino" che avrebbe potuto provocare una cascata di "no" con il risultato di affossare definitivamente un testo già in cattiva salute. Nel frattempo si disegneranno scenari molteplici, in prevalenza fondati sul timore che la Costituzione sia entrata in un "coma irreversibile". E così si immagineranno nuove assemblee più o meno costituenti, trapianti di organi compatibili della Costituzione sul corpo un po’ malato del Trattato di Nizza, un ricorso a cooperazioni rafforzate su politiche settoriali, la prospettiva di un’Europa "a più velocità" e via seguitando. Forse per ora è bene trovare la forza di vivere lo sconcerto dell’Europa, cercare di capire dove possono coagularsi nuove solidarietà politiche, dopo lo spettacolo non proprio edificante del negoziato finanziario, e convincersi che probabilmente l’Europa del Trattato di Roma è morta e sepolta e che un’altra Unione è urgente inventare prima che sia troppo tardi. Magari rispedendo al mittente le due visioni dell’Unione che si sono contrapposte al Consiglio europeo: quella mercantile e competitiva del premier britannico Blair (cui già sono vicini Paesi Bassi e Italia e non lontani i probabili successori tedeschi di Schroeder e francesi di Chirac) e quella invecchiata e protezionista della Francia (cui si affiancano per ora Germania e Spagna). La nuova Europa presa nel turbine della globalizzazione non può farsi chiudere in un’alternativa che mette in pericolo la sua cultura dei diritti e la sua vocazione alla solidarietà.

prospettive incerte

Poiché la storia talvolta è crudele - magari anche perché grande è la stupidità degli uomini che la fanno - il fallimento del Consiglio europeo del 16-17 giugno 2005 ha preceduto di poche ore l’incontro dei massimi rappresentanti europei (o di quello che ne resta) con l’amministrazione statunitense, di pochi giorni l’inizio della presidenza di turno britannica dell’Ue e la Conferenza in Europa sull’Iraq. Il tutto alla vigilia del confronto che si annuncia duro sulla riforma dell’Onu e dei negoziati non proprio facili sulla competizione commerciale internazionale. Nei prossimi mesi si svolgeranno poi importanti elezioni politiche (Germania, Polonia, Italia e Francia), che aggiungono incertezza a un comune disegno di rilancio dell’Unione europea e rischiano di allontanare le prospettive di allargamento dell’Ue ai Paesi balcanici e, ancor più, alla Turchia (destinata a restare a lungo in "lista d’attesa").

Un’incertezza politica interna di non breve durata si aggiunge a rischi di instabilità ai nostri immediati confini, mentre continua la guerra con l’Iraq, resta irrisolta la contesa israelo-palestinese e si annunciano difficili rapporti con l’Iran. E questo per non parlare di quanto accade nei Paesi dell’ex-Unione sovietica, in particolare nella "fascia Sud" che guarda all’Europa per un approdo a una democrazia compiuta.

Dunque, i fallimenti sono ancor più gravi quando avvengono nel momento sbagliato, ma tant’è: da qui bisognerà necessariamente ricominciare.

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ALTRE QUESTIONI DISCUSSE DAL CONSIGLIO EUROPEO

Il Consiglio europeo di Bruxelles del 16-17 giugno scorsi è stato caratterizzato dal fallimento del negoziato tra i 25 Stati membri sulle prospettive finanziarie 2007-2013, ma ha dibattuto anche altre questioni.

Ha accolto positivamente la firma (25 aprile 2005) del Trattato di adesione all’Ue da parte di Bulgaria e Romania, due Paesi che ora partecipano ai lavori del Consiglio europeo, del Consiglio e dei suoi organi preparatori in veste di osservatori attivi.

Sulle questioni economiche, sociali e ambientali, il Consiglio ha confermato la necessità di rilanciare la Strategia di Lisbona attraverso un riorientamento delle priorità verso la crescita e l’occupazione. Ha così approvato gli orientamenti integrati per la crescita e l’occupazione (20052008), che prevedono indirizzi di massima per le politiche economiche al fine di garantire coerenza finanziaria alla strategia; tali orientamenti devono ora tradursi in programmi nazionali di riforma rispondenti alle specifiche esigenze e situazioni e basati sul calendario proposto dalla Commissione.

In materia di libertà, sicurezza e giustizia il Consiglio europeo ha preso atto con soddisfazione dell’adozione, da parte del Consiglio e della Commissione, del piano d’azione che attua il programma dell’Aia, traducendo in misure concrete gli obiettivi del programma. Compiacendosi del fatto che il piano d’azione pone l’accento sulla cooperazione operativa tra i vari attori della sicurezza interna dell’Ue, il Consiglio ha giudicato positivo il fatto che sono iniziate le attività dell’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne e ha deciso di fare il punto sull’attuazione del piano d’azione dell’Aia nel secondo semestre del 2006.

Oltre ad aver discusso di politica di vicinato e, in particolare, dei rapporti euromediterranei nell’ambito dell’avanzamento del processo di Barcellona, il Consiglio ha poi preso in esame la preparazione del Vertice delle Nazioni Unite che si terrà il prossimo settembre a New York, dando priorità all’impegno per lo sviluppo. Seppur la maggior parte dei Paesi dell’Ue sia ancora lontana dall’obiettivo internazionale di stanziare lo 0,7% del Pil per gli aiuti allo sviluppo, il Consiglio europeo ha espresso soddisfazione per il fatto che gli Stati membri stanno per raggiungere l’obiettivo dello 0,39% nel 2006, fissando per l’Ue un nuovo obiettivo collettivo dello 0,56% entro il 2010.

Testo integrale delle conclusioni del Consiglio europeo:

<http://ue.eu.int/ueDocs/cms_Data/docs/pressData/it/ec/85353.pdf>

 

 

politica europea

le proposte all’Ue
di Tony Blair

di Franco Chittolina

Lo sconcerto nell’Ue continua. Dopo i "no" alla Costituzione e il fallimento del Consiglio europeo il 16 e 17 giugno scorsi a Bruxelles, è stata la volta dell’intervento di Tony Blair davanti al Parlamento europeo alla vigilia del semestre di presidenza inglese dell’Unione europea. Non si era ancora spenta l’eco degli applausi tributati al presidente uscente, il coraggioso lussemburghese Jean-Claude Juncker, che nutriti battimani accoglievano davanti alla stessa Assemblea le proposte del suo più fiero avversario, il primo ministro britannico dai più ritenuto il responsabile principale dello scacco del negoziato finanziario di Bruxelles. Viene da chiedersi se tali comportamenti siano da attribuirsi alle virtù della democrazia che contempla la possibilità di cambiare opinione, a regole di cortesia verso il presidente di turno o, più probabilmente, allo sconcerto che continua a dominare tra gli europei e i loro rappresentanti nelle istituzioni dell’Ue. A scorrere le dichiarazioni di questi ultimi si legge di tutto e il contrario di tutto: Blair interprete della modernità, salvatore dell’Unione di domani, artefice di un nuovo Welfare in Europa dopo averlo sperimentato positivamente nel Regno Unito. Ma anche: Blair il laburista che ha tradito i valori del socialismo, successore in linea diretta della Thatcher e affossatore dell’Europa politica al soldo di Bush.

Blair ha dato il via al suo turno di presidenza dell’Unione imponendosi come il leader di riferimento, quello con cui fare i conti e mettersi alla prova. Almeno su questo, sostenitori e avversari sono d’accordo.

il "personaggio" Blair

Di Blair sarebbe ingenuo negare le doti politiche di cui ha dato prova nel suo Paese o non vedere la sua capacità a muoversi con efficacia sulla scena europea e internazionale. Nel suo Paese, dopo aver ereditato un partito laburista invecchiato e logorato dai governi conservatori, ha imposto un nuovo corso fortemente "riformista" lasciando sul terreno vittime illustri sulla sua ala sinistra e affrancandosi dal non gratuito sostegno del sindacato, peraltro in grave crisi dopo la cura-Thatcher. Conquistata solidamente la leadership del suo partito ha preso il timone del governo britannico tenendolo saldamente in mano, nonostante il disinvolto comportamento nella guerra con l’Iraq, e riuscendo a essere il primo laburista confermato alla guida del Paese per tre legislature consecutive. E adesso, che cosa farà Tony Blair? Giovane di età e di statura politica, francamente sopra la media rispetto ai suoi colleghi europei, Tony Blair ha molte carte da giocare. A cominciare dalla vicinanza politica con i futuri governanti tedeschi e francesi che potrebbe prefigurare il triangolo attorno a cui organizzare il futuro dell’Ue, senza dimenticare il suo solido ancoraggio atlantico e lo stretto rapporto con Bush, come hanno dimostrato le vicende irachene, nonchè le sue doti mediatiche particolarmente apprezzate in questa stagione di "politica debole".

le proposte di Blair

Forte di questa posizione, Blair davanti al Parlamento europeo che si aspettava un discorso tutto in difesa è partito decisamente all’attacco. Dopo essersi dichiarato un europeista della prima ora, ha rivendicato il sostegno dato al Protocollo sociale di Maastricht tralasciando di aggiungere che di lì non si sarebbe più mosso di un millimetro sul rafforzamento della dimensione sociale dell’Ue (e lo sanno bene gli autori del Trattato costituzionale e, in particolare, i sindacati europei), anzi affermando senza apparente imbarazzo che per lui nell’Ue economia, sociale e politica vanno di pari passo. Cioè stanno fermi, il blocco dell’una paralizzando le altre due dimensioni. E qui siamo nel cuore del nodo che aggroviglia il futuro dell’Unione europea: per rispondere alle attese legittime dei cittadini in materia di occupazione e protezione sociale è necessario un governo economico dell’Ue e perché questo sia equilibrato all’interno e sostenibile nella competizione internazionale è indispensabile una capacità politica dell’Unione cui siano delegate competenze sopranazionali adeguate. Ora tutto questo, dopo cinquant’anni di Unione, continua a mancare all’appello. Restano nazionali le politiche sociali e i sistemi di Welfare, nazionali sono le politiche di bilancio indispensabili per un governo economico e sovrane, almeno in apparenza, le politiche estere e di difesa. La stessa moneta unica, potente elemento federatore sopranazionale, è stata adottata da una minoranza di Paesi dell’Unione (e non a caso tra questi non figura la Gran Bretagna) e comunque da sola non costituisce un governo dell’economia che anzi può anche talvolta turbare. Davanti al Parlamento, Blair non ha esitato a dire che l’Ue è un progetto politico, lasciando esterrefatto più di un parlamentare che avesse un po’ di memoria sul comportamento, per la verità lineare e coerente, del Regno Unito nell’Unione dal 1973 ad oggi. Sarebbe lungo ricordare tutti "veti" posti dal governo britannico proprio a quelle misure che avrebbero fatto progredire l’Unione politica, la capacità di governo delle sue istituzioni, la sua dimensione sociale ed economica, fisco compreso. Sarà breve un semestre per misurare la credibilità delle proposte di Blair rispetto a una consolidata esperienza britannica più che trentennale. Ma sarà anche bene non perdere tempo nel capire il disegno di Blair e le esigenze dell’Europa, che già a prima vista non sembrano tra loro coincidere. Varrà la pena ritornare sull’argomento per cominciare a uscire dallo sconcerto in cui siamo
finiti.

 

 

 

bilancio dell’Ue

prospettive finanziarie:
un rischioso fallimento

La Commissione ha proposto - tra il marzo e il luglio del 2004 - un quadro finanziario 2007-2013 che ammonta complessivamente a 1022 miliardi di euro, pari all’1,24% del Prodotto interno lordo (Pil), con stanziamenti di pagamento pari a 943 miliardi di euro (1,14% del Pil).

I criteri che guidano la costruzione delle prossime prospettive finanziarie sono la semplificazione delle procedure, l’unificazione delle linee di bilancio, l’efficacia, l’efficienza e la priorità per le sinergie che rendano evidente il valore aggiunto dell’azione comunitaria.

Sono individuate 4 rubriche (crescita sostenibile, preservazione delle risorse naturali, libertà, sicurezza giustizia e cittadinanza, l’Ue come partner globale) e per ognuna di esse si declinano obiettivi specifici e misure concrete e si individuano le fonti di finanziamento esistenti o da costituire.

Grande spazio è dato a Programmi quadro rinnovati (settimo Programma quadro Ricerca, Programma Cultura), creati ex novo (Programma quadro Competitività, Programma quadro Giustizia) o risultanti dall’unificazione di più linee di bilancio (è il caso, ad esempio, del Programma quadro sulla Formazione che unifica i programmi Erasmus, Socrate, Leonardo e Comenius o dei Programmi per la Sanità Pubblica, per la Tutela dei Consumatori e per la Promozione della cittadinanza).

Restano poi, come strumenti cardine della distribuzione delle risorse, i fondi strutturali che consentiranno grandi investimenti sulla formazione (Fondo sociale europeo), sulla riduzione delle disparità regionali (Fondo europeo per lo sviluppo regionale) e sulla preservazione delle risorse naturali (Fondo europeo per la pesca).

A questi strumenti si aggiungono quelli utilizzati per il raggiungimento di obiettivi specifici quali la promozione della cooperazione transfrontaliera (Fondo di cooperazione transfrontaliera), la creazione di infrastrutture di ricerca e delle reti transeuropee (Galileo, Marco Polo), il consolidamento dell’Europa a 25 (Fondo di adeguamento alla crescita e Fondo di coesione), il rafforzamento del ruolo dell’Ue nel mondo (aiuti alla preadesione, politiche di vicinato, cooperazione allo sviluppo, prevenzione e assistenza in caso di calamità naturali).

Il negoziato, che arriva in uno dei momenti più difficili della storia dell’integrazione europea, si è presentato da subito come complesso e difficile. La materia del contendere attiene a questioni di fondo, quali la percentuale del Pil da destinare al bilancio dell’Unione che i 6 Paesi del rigore (Germania, Francia, Regno Unito, Austria, Paesi Bassi e Svezia) vorrebbero fosse dell’1%, ma anche a questioni specifiche e particolari legate alla situazione dei singoli Stati membri. Di queste ultime le più rilevanti hanno a che fare con la politica agricola comunitaria e con lo "sconto britannico". La Commissione, infatti, ha proposto il progressivo azzeramento dell’assegno che Londra riceve da Bruxelles dal 1984, quando la premier Margareth Thatcher, facendosi scudo del fatto che l’agricoltura non era un settore consistente dell’economia britannica, disse di rivolere «indietro i suoi soldi» e ottenne un assegno che, per fare un esempio, ammonta a 5,3 miliardi di euro per il 2005.

Il primo ministro lussemburghese Jean Claude Juncker aveva tra i suoi obiettivi, enunciati all’inizio del semestre di presidenza, la chiusura del negoziato e per questo ha fatto grandi sforzi alla ricerca di una mediazione, arrendendosi solo alla fine del Consiglio europeo del 16-17 giugno scorsi che segna uno dei più pesanti fallimenti nella storia dell’integrazione europea.

i tentativi
di mediazione

Tra maggio e giugno, tenendo conto delle istanze degli Stati membri la presidenza lussemburghese aveva proposto di ridurre gli stanziamenti di impegno a 870 miliardi di euro (1,06% del Pil) e gli stanziamenti di pagamento a 786 miliardi di euro (0,96%); di rivedere al ribasso le cifre indicate dalla Commissione in materia di ricerca, alle reti transeuropee, libertà sicurezza e giustizia e relazioni esterne e di confermare quelle relative alla conservazione dell’ambiente, con l’aggiunta di una somma supplementare per l’integrazione di Romania e Bulgaria nella Politica agricola comune (Pac).

Per quanto riguarda la situazione dei singoli Stati membri, il testo della presidenza confermava la necessità di ridiscutere il "caso inglese" e proponeva di adottare misure specifiche per sostenere i contributori netti dell’Unione (Paesi Bassi, Germania e Svezia) e gli Stati che compiono gli sforzi maggiori in materia di politiche di coesione. Anche il Parlamento, voce decisiva sul tema in quanto autorità di bilancio, ha concluso un lavoro di analisi del quadro finanziario: la plenaria di Strasburgo ha votato e approvato il 9 giugno il Rapporto redatto dalla commissione temporanea sulle prospettive finanziarie (relatore Reiner Boge, Cdu).

L’ambiziosa proposta del Parlamento prevede 975 miliardi di euro in crediti di impegno (1,18% del Pil) e 883 miliardi in crediti di pagamento (1,07%); non sono compresi nel quadro finanziario i fondi per lo sviluppo (21.800 miliardi di euro) e si propone la creazione di riserve per fare fronte a situazioni impreviste (coesione, aiuti di emergenza, fondi di solidarietà, fondi di garanzia).

Nel merito delle singole rubriche il Parlamento è concorde con la Commissione in materia di crescita sostenibile, mentre propone aumenti per le rubriche giustizia, libertà, sicurezza e cittadinanza (un miliardo di euro) e l’Ue come partner globale (2 miliardi di euro).

il fallimento
di Bruxelles

Su queste basi, e con molti nodi ancora irrisolti, si è aperto il 16 giugno a Bruxelles il Consiglio europeo che, ben prima del cataclisma costituzionale franco-olandese, aveva iscritto all’ordine del giorno il negoziato sulle prospettive finanziarie.

All’inizio del Vertice il presidente di turno ha dovuto confrontarsi con la determinazione del presidente francese Jacques Chirac nel chiedere la riduzione e il progressivo azzeramento dello sconto inglese, con le resistenze del premier britannico Tony Blair che non intende cedere su questo punto prima di aver ottenuto una riforma della Pac e con le rivendicazioni del primo ministro olandese Jan Peter Balkenende, seguito dagli altri contributori netti dell’Ue, che chiede di versare meno denaro - circa un miliardo e mezzo di euro in meno - nelle casse di Bruxelles. Per sbloccare il negoziato, Juncker ha aperto l’incontro confermando le misure specifiche a favore dei contributori netti e proponendo che lo sconto britannico, destinato a superare i 7 miliardi di euro negli anni coperti dal nuovo quadro finanziario, sia congelato a 4,6 miliardi per il 2007 e progressivamente abolito. La Francia sembrava accettare una minima riduzione dei fondi per la Pac in cui verrebbero inserite anche Romania e Bulgaria senza un aumento delle risorse complessive (si tratta in sostanza di un calo complessivo di risorse pari a 8 miliardi di euro su 293).

Dopo due giorni di contatti bilaterali si è giunti alla serata finale del Vertice, in cui Juncker ha offerto agli olandesi un miliardo di euro di riduzione del contributo al bilancio dell’Ue e ha proposto di rallentare l’abolizione dello sconto britannico partendo da 5,5 miliardi di euro. Regno Unito e Paesi Bassi hanno però rifiutato, dichiarando che non si tratta di un problema di soldi ma di cose da fare. A quel punto anche la Spagna (che spera in un trattamento migliore per l’uscita dai fondi di coesione) e la Svezia (sulle stesse posizioni dei Paesi Bassi) si sono opposte e l’accordo è definitivamente saltato, con il presidente di turno Juncker che ha accusato Gran Bretagna e Paesi Bassi nel corso di una difficile conferenza stampa conclusiva.

vittoria
intergovernativa

Siamo dunque di fronte a un fallimento grave, pericoloso, potenzialmente destabilizzante e prospetticamente scoraggiante.

La gravità è legata alla possibile paralisi che la macchina amministrativa comunitaria rischia di subire, dovendo attendere, presumibilmente, il semestre di presidenza austriaca per una vera ripresa del negoziato.

La precarietà degli equilibri istituzionali si scorge se si pensa a quanto il fallimento del negoziato equivalga alla vittoria della dimensione intergovernativa su quella sovranazionale e a quanto questo risultato sia poco rispettoso del lavoro di tutti, soprattutto di Parlamento e Commissione, da sempre anelli deboli del triangolo istituzionale.

I rischi per il futuro sono evidenti: questo fallimento arriva proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe dovuto dimostrarsi forte, solidale e capace di agire, anche per rispondere a chi ha bocciato il Trattato Costituzionale perché "sovranista", "sedotto" dai fantasmi di un Europa che, senza costituzione, avrebbe potuto essere "più sociale" o intimorito dall’arrivo in massa dei cittadini dei nuovi Stati membri.

Lo scoraggiamento, infine, non può non cogliere un attento lettore delle conclusioni del Vertice e degli eventi che in quella sede si sono consumati. Il tavolo del negoziato salta, ma il Consiglio europeo «conferma il suo impegno», «ribadisce la necessità e l’urgenza di un quadro finanziario basato su presupposti di chiarezza e certezza» e «riconosce la solidità dell’impianto costruito dalla presidenza lussemburghese, invitando la presidenza britannica a proseguire il cammino».

L’accordo non è stato trovato perché le dichiarazioni di intenti relative allo Sviluppo sostenibile, alla Strategia di Lisbona o alla Strategia per la crescita e l’occupazione non riescono a trovare sostanza e perché i "commenti ricchi di soddisfazione" per l’adozione di alcuni programmi (libertà, sicurezza e giustizia) o per i progressi compiuti in alcuni ambiti (cooperazione giudiziaria e di polizia) sembrano non avere la forza di tradursi nei necessari impegni concreti da assumere in una logica di medio-lungo periodo, tale da garantire all’Ue i mezzi e le risorse per raccogliere in maniera solidale quelle che in questi mesi sono state più volte definite "le sfide dell’allargamento".

Proprio sulla risposta a queste sfide l’Europa dei Quindici si è dimostrata poco affidabile e distante dai nuovi arrivati: mentre i "vecchi" continuavano ad arroccarsi dietro ai numeri nella difesa delle loro quote in entrata o in uscita è stato il premier polacco Marek Belka, seguito dai suoi colleghi degli altri nuovi Stati membri, a dire che parlare oggi di prospettive finanziarie vuol dire affrontare il tema della ripartizione dei costi dell’allargamento e a dichiararsi disponibile a qualche rinuncia ai benefici previsti pur di trovare un accordo.

A questo punto si tratta di smaltire quello shock che il ministro degli Esteri britannico Jack Straw si è affrettato a rileggere come «occasione di cambiamento» e di aspettare la presentazione del programma della presidenza di turno britannica per capire se il negoziato può ripartire esattamente là dove Juncker lo ha lasciato o se, come appare più probabile, si ripartirà da un nuovo dibattito sulle questioni di fondo, sapendo che in questo caso difficilmente il negoziato potrà chiudersi entro la fine del semestre britannico, con gli inevitabili problemi causati dai ritardi già citati in precedenza.

(m. m.)

 

Trattato costituzionale

sondaggio sul "no" alla Costituzione europea

Se è vero che dieci Paesi hanno già ratificato la Costituzione, è altrettanto vero che i risultati dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi costituiscono un severo avvertimento. Le cause che hanno portato gli elettori a respingere il Trattato sono molteplici, e non sono le stesse nei due Paesi. Il clima economico e sociale ha giocato senz’altro un ruolo importante, ma è comunque chiaro che è necessario migliorare il dialogo tra i cittadini e le istituzioni europee. L’Europa ha bisogno di un "piano D": D come democrazia e dialogo». Sono parole della commissaria europea alle Relazioni istituzionali e alla Strategia di comunicazione Margot Wallström, pronunciate commentando due sondaggi Eurobarometro Flash realizzati in Francia e nei Paesi Bassi nei giorni successivi ai referendum sul Trattato costituzionale, che consentono di comprendere meglio le motivazioni dei cittadini e il loro atteggiamento nei confronti della costruzione europea.

• In generale, il "sì" ha ottenuto la percentuale più elevata di voti tra gli elettori ultracinquantacinquenni (54% in Francia, pari a 9 punti percentuali sopra la media nazionale; 48% nei Paesi Bassi, pari a 10 punti in più rispetto alla media nazionale).

• L’importanza della Costituzione per il proseguimento del processo di costruzione europea è la ragione indicata spontaneamente dal maggior numero di elettori che hanno votato "sì", sia in Francia (39%) che nei Paesi Bassi (24%).

• Coloro che hanno votato "no" in Francia spiegano la loro scelta soprattutto con motivazioni di carattere socioeconomico: il timore di effetti negativi sull’occupazione (31%), la situazione attuale dell’economia e del mercato del lavoro (26%), l’impressione che il testo sia troppo liberale (19%) o non abbastanza "sociale" (16%). L’insoddisfazione nei confronti dei leader politici nazionali o di determinati partiti è indicata dal 18% degli intervistati.

Nei Paesi Bassi, invece, la motivazione più indicata è la mancanza di informazioni (32%), seguita dalla paura di perdere la sovranità nazionale (19%).

• La scelta degli elettori che hanno votato "no" è stata influenzata soprattutto della situazione economica e sociale del loro Paese, sia in Francia che nei Paesi Bassi (rispettivamente 47% e 28%). Gli elettori che hanno votato "sì" sono stati influenzati soprattutto dalla loro opinione generale sulla costruzione europea (rispettivamente 52% e 44%).

• La quasi totalità degli intervistati è favorevole all’appartenenza all’Unione europea: l’88% dei francesi e l’82% degli olandesi la considera infatti qualcosa di positivo. Tra gli elettori che hanno votato "no", la percentuale di risposte positive è pari all’83% in Francia e al 78% nei Paesi Bassi.

• Al contrario, le istituzioni europee non godono di un’immagine altrettanto buona: la valutazione è positiva per il 53% dei francesi ma soltanto per il 31% degli olandesi.

• La maggioranza dei cittadini ritiene che la vittoria del "no" consentirà di rinegoziare la Costituzione per arrivare a un testo più attento agli aspetti sociali (62% in Francia, 65% nei Paesi Bassi) e in grado di difendere meglio gli interessi del proprio Paese (59% in Francia, 66% nei Paesi Bassi).

• Se il 75% dei francesi ritiene - malgrado tutto - che la Costituzione sia indispensabile per proseguire sulla strada della costruzione europea, soltanto il 41% degli olandesi condivide questa opinione.

«Il "no" alla Costituzione non deve essere interpretato come un "no" all’Europa - sostiene la commissaria europea - La grande maggioranza dei cittadini considera l’appartenenza all’Unione come qualcosa di positivo. Da molti anni i sondaggi Eurobarometro indicano che ciò che i cittadini vogliono non è meno Europa, ma più risultati: ora più che mai le istituzioni devono dar prova di responsabilità e trovare il modo per rispondere concretamente alle loro aspettative».

Fonte: <http://europa.eu.int/comm/public_opinion/index_fr.htm>

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PIANO "D" E RESPONSABILITÀ BRITANNICHE

«Il processo di ratifica prosegue il suo cammino. Non ci saranno nuovi negoziati perché non c’è mai stato un piano B, ma c’è un piano D, di "dialogo" e "dibattito"». È quanto dichiarato, in seguito al Consiglio europeo del 16-17 giugno scorsi, dall’allora presidente di turno Jean-Claude Juncker, secondo cui gli Stati membri che procederanno alla ratifica per via parlamentare lo faranno quando lo riterranno opportuno, mentre quelli che opteranno per la via referendaria avranno più tempo per poter debitamente informare i cittadini. Infatti, solo durante il semestre di presidenza austriaca (gennaio-giugno 2006) il Consiglio europeo esaminerà lo stato dei dibattiti sulla ratifica del Trattato costituzionale in tutti gli Stati membri dell’Ue.

Riferendosi poi ai risultati referendari negativi in Francia e Paesi Bassi, Juncker ha aggiunto che in questi Paesi (ma non solo in questi) sono sorti interrogativi, preoccupazioni e dubbi di fronte ai quali l’Ue non può chiudere gli occhi e far finta di niente. Pertanto egli ha suggerito di «avviare un dibattito che spieghi ai cittadini europei il funzionamento dell’Unione europea con le sue istituzioni e le sue regole, affinché si concretizzi una vera e profonda riflessione».

Esponendo poi di fronte al Parlamento europeo i risultati del fallimentare Vertice europeo di giugno, l’uscente presidente del Consiglio europeo ha indicato chiaramente le responsabilità di chi lo ha sostituito dal 1° luglio alla presidenza dell’Ue: il Regno Unito. Secondo Juncker, infatti, non esistevano motivi reali per rompere la trattativa di Bruxelles: «Non si trattava di abolire il rimborso che decurta annualmente il contributo britannico al bilancio dell’Ue, né c’è stato il rifiuto di ridiscutere la spesa agricola». Sono dunque altri i motivi che hanno spinto il premier britannico a far fallire il negoziato e che emergeranno inevitabilmente nel semestre di presidenza dell’Ue appena iniziato.

 

Immigrazione

detenzioni temporanee
violazioni permanenti

Mentre continuano incessanti gli sbarchi di migranti sull’isola di Lampedusa, l’Ue cerca di correre ai ripari. Lo scorso 28 giugno, la Commissione europea ha presentato un piano d’azione concordato con le autorità della Libia per attuare una «lotta congiunta» all’immigrazione illegale. Il piano prevede una gestione comune dell’immigrazione, task force congiunte per operazioni (anche di salvataggio) in mare e nel deserto libico, la formazione di guardie di frontiera e di poliziotti libici e la possibilità di una cooperazione «intensificata» nella gestione dei migranti, che riguarderà i centri di accoglienza, la formazione, il sistema di registrazione e l’equipaggiamento. Per finanziare i diversi programmi di cooperazione contro l’immigrazione illegale, la Commissione europea intende stanziare 6,2 milioni di euro nel 2005, di cui 2 milioni destinati da subito a iniziative di emergenza nel Mediterraneo. Dal canto suo, la Libia ha assicurato il pieno rispetto delle norme internazionali sui diritti dell’uomo, garantendo che si conformerà pienamente alla Carta dell’Unione africana, che sui rifugiati fa riferimento alla Convenzione dell’Onu.

Nelle stesse ore in cui veniva annunciato l’accordo Ue-Libia, si apriva a Malta una Conferenza "di dialogo" tra Stati europei e arabi dell’area mediterranea sul fenomeno dell’immigrazione illegale. I rappresentanti di Francia, Italia, Malta, Portogallo, Spagna, Algeria, Libia, Marocco, Mauritania e Tunisia hanno preso in esame un documento libico-maltese che propone un ampio dialogo tra tutti i Paesi delle due sponde del Mediterraneo interessati al fenomeno. Il documento è stato presentato dal ministro degli Esteri di Malta (nuovo Stato membro dell’Ue dove si sono intensificati gli sbarchi di migranti provenienti dalle coste africane) e propone maggior cooperazione tra i Paesi di partenza, di transito e di accoglienza dei migranti, con proposte «compatibili con quelle attualmente in discussione nell’ambito dell’Ue».

quali garanzie
dai governi africani?

Ma qualsiasi accordo di cooperazione con i Paesi africani dell’area mediterranea non può prescindere da reali garanzie sul rispetto dei diritti umani e del diritto d’asilo. Nessuno di questi Paesi, infatti, è potenzialmente esente da violazioni ai danni dei propri cittadini di Convenzioni internazionali come quella di Ginevra. La Libia, in particolare, Paese verso cui l’Italia continua a espellere migranti illegalmente entrati sul suo territorio, non ha mai sottoscritto tale Convenzione ed è stata oggetto alcuni mesi fa di un’ispezione europea con esiti tutt’altro che positivi. I tecnici europei, funzionari dei ministeri degli Interni e delle polizie di alcuni Stati dell’Ue inviati in missione dalla Commissione europea, hanno rilevato infatti una situazione gravissima: in molti centri di detenzione per immigrati illegali sono detenute intere famiglie, minorenni con adulti, uomini con donne, in condizioni di sovraffollamento e con livelli igienico-sanitari assolutamente insufficienti. Alcuni di questi centri, e molti mezzi utilizzati per l’intercettamento dei migranti, sono stati finanziati dagli europei (soprattutto dall’Italia), sulla base di accordi i cui contenuti sono rimasti finora quasi sconosciuti. Inoltre, la maggior parte degli stranieri detenuti nei centri libici ha dichiarato alla missione europea di essere in Libia per lavoro da anni, di non aver alcuna intenzione di trasferirsi in Europa, di non comprendere i motivi della detenzione e di non aver accesso ad alcuna tutela legale. Molti di essi poi, come documentato da alcuni reportage giornalistici, vengono espulsi dalla Libia con accompagnamento alle frontiere meridionali: cioè nel deserto.

le violazioni
del governo italiano

Se governi e forze dell’ordine di alcuni governi africani sono a rischio di violazione dei diritti dei migranti, chi sta violando chiaramente e costantemente tali diritti è il governo italiano, come ha evidenziato un recente Rapporto di Amnesty International e come denunciano da mesi le maggiori associazioni e organizzazioni italiane ed europee che si occupano di migrazioni e asilo. Le espulsioni collettive, le violazioni del diritto d’asilo e le insufficienti verifiche sulle garanzie fornite dai Paesi verso cui sono effettuate le espulsioni, sono state imputate al governo italiano negli ultimi mesi dal Parlamento europeo e dalla Corte di giustizia.

Amnesty International rivela poi una serie di violazioni dei diritti umani cui i cittadini stranieri sono sottoposti durante la detenzione nei Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), ed esprime preoccupazione circa la possibilità che problemi simili possano verificarsi anche nei neo-istituiti centri di identificazione per richiedenti asilo.

Il Rapporto di Amnesty contiene dettagliate denunce, secondo cui persone detenute nei Cpta sono state sottoposte ad aggressioni fisiche da parte di agenti delle forze dell’ordine e del personale di sorveglianza e alla somministrazione eccessiva e abusiva di sedativi e tranquillanti. Molte persone incontrano difficoltà nell’accedere alla consulenza di esperti, necessaria a contestare la legalità della loro detenzione e del relativo ordine di espulsione. La tensione nei centri è alta, con frequenti proteste, inclusi tentativi di fuga e alti livelli di autolesionismo. I centri sono spesso sovraffollati, con strutture inadeguate, condizioni di vita contrarie alle norme dell’igiene e cure mediche non soddisfacenti.

Secondo Amnesty «è giunto il momento che le autorità italiane riconsiderino profondamente le loro attuali politica, legislazione e prassi circa la detenzione, le condizioni e il trattamento dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo, assicurandone un adeguamento agli standard internazionali dei diritti umani e del diritto dei rifugiati».

Alla questione dei diritti dei migranti sarà dedicato l’inserto del prossimo numero di "euronote".

 

Comunicazione

l’uso di Internet

in Europa

Internet è in piena espansione negli Stati membri dell’Ue, come dimostrano i dati forniti da Eurostat nel maggio scorso secondo cui, nel 2004, nove imprese su dieci, i tre quarti dei giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni e, più in generale, circa la metà delle persone tra i 16 e i 74 anni, ha fatto uso del web.

L’Ufficio statistico dell’Unione europea ha infatti svolto un’indagine sull’utilizzo di Internet nei 25 Stati membri dell’Ue, in Bulgaria, Romania, Turchia, Norvegia e Islanda, indagando anche sulle connessioni a banda larga, il commercio e l’amministrazione on line.

Dal Rapporto di Eurostat emerge che, durante il primo trimestre 2004, nell’Ue a 25 il 47% degli individui con età compresa tra 16 e 74 anni ha fatto uso di Internet. Gli uomini (51%) sono stati più numerosi delle donne (43%) in tutti gli Stati membri eccetto in Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia, dove l’utilizzo è stato sostanzialmente identico tra i due sessi. Inoltre, nel 2004 l’89% delle imprese utilizzava Internet e più della metà disponeva di una connessione a banda larga.

I livelli più alti di utilizzo del web da parte dei singoli individui sono stati registrati in Svezia (82%), Danimarca (76%) e Finlandia (70%); mentre quelli più bassi sono stati osservati in Grecia (20%), Ungheria (28%), Lituania, Polonia e Portogallo (29% ciascuno).

Prendendo in considerazione le fasce d’età, in tutti gli Stati membri dove si hanno dati relativi sia alle donne che agli uomini l’utilizzo di Internet è più elevato nella fascia 16-24 anni e diminuisce con l’aumentare dell’età. Nell’insieme dell’Ue a 25, infatti, durante il primo trimestre 2004 tre quarti dei giovani tra i 16 e i 24 anni hanno utilizzato Internet (76% tra i maschi e 74% tra le femmine). Nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 54 anni l’utilizzo di Internet ha riguardato oltre la metà delle persone (uomini: 57%; donne: 51%), percentuale che scende a un quarto e anche meno tra le persone di 55-74 anni (uomini: 26%; donne: 16%).

Per quanto concerne le imprese, invece, nel 2004 i livelli più elevati di utilizzo di Internet sono stati registrati in Danimarca e in Finlandia (97% ciascuno), così come in Belgio e Svezia (96% ciascuno), mentre i livelli più bassi hanno riguardato Portogallo (77%), Ungheria (78%), Lituania (81%) e Cipro (82%).

Esistono poi i servizi a banda larga, che offrono connessioni al web molto più veloci e permettono di modificare il modo di utilizzo della rete. Tra gli Stati membri di cui si ha disponibilità di dati, emerge che nel 2004 le spese più elevate per l’utilizzo della banda larga sono state registrate in Danimarca (36%), Finlandia (21%) ed Estonia (20%). Nell’insieme dell’Ue a 25, il 53% delle imprese dispone di una connessione a banda larga e i livelli più alti si registrano in Danimarca (80%), Svezia (75%) e Spagna (72%).

Utilizzo di Internet da parte di persone e imprese nel 2004 in Europa (%)

 

Numero utenti Internet

Numero utenti che dispongono di una connessione a banda larga

 

Individui**

   

Imprese**

Famiglie**

Imprese**

 

Totale

Uomini

Donne

     

UE25 *

47

51

43

89

:

53

Belgio

:

:

:

96

:

70

Rep. Ceca

:

:

:

90

:

38

Danimarca

76

79

73

97

36

80

Germania

61

65

57

94

18

54

Estonia

50

50

51

90

20

68

Grecia

20

23

16

87

0

21

Spagna

40

45

36

87

15

72

Francia

:

:

:

:

:

:

Irlanda

:

:

:

92

3

32

Italia

31

37

26

87

:

51

Cipro

32

36

28

82

2

35

Lettonia

33

34

33

:

5

:

Lituania

29

30

29

81

4

50

Lussemburgo

65

74

57

:

16

:

Ungheria

28

30

26

78

6

:

Malta

:

:

:

:

:

:

Paesi Bassi

:

:

:

88

:

54

Austria

52

58

46

94

16

55

Polonia

29

30

28

85

8

28

Portogallo

29

32

27

77

12

49

Slovenia

37

39

35

93

10

62

Rep. Slovacca

:

:

:

:

:

:

Finlandia

70

70

71

97

21

71

Svezia

82

83

80

96

:

75

Regno Unito

63

67

59

87

16

44

Bulgaria

:

:

:

62

:

28

Romania

:

:

:

52

:

7

Turchia

13

19

8

:

0

:

Islanda

82

84

81

:

45

:

Norvegia

75

79

71

86

30

60

* UE25 ad esclusione degli Stati membri per i quali non si hanno dati disponibili.

** Periodo di riferimento: primo trimestre 2004 per gli individui e le famiglie, gennaio per le imprese.

: Dati non disponibili

Fonte: Eurostat, maggio 2005

Sviluppo

cancellare il debito
per non cancellare l’Africa

Ci sono voluti anni di promesse non mantenute (per non andare troppo lontano, fin dal non dimenticato G8 di Genova nel 2001 e poi da quelli di Calgary nel 2002 e di Evian nel 2003) e la cattiva coscienza anglo-americana per la guerra in Iraq perché nel G8 di Gleneagles, in Scozia dal 6 all’8 luglio, si facesse finalmente un primo passo verso la cancellazione del debito dei Paesi poveri. Non si tratta sicuramente di un evento "epocale" né di un azzeramento del debito come qualcuno vorrebbe lasciar credere: una buona ragione per andare a vedere più da vicino il progetto di accordo raggiunto l’11 giugno scorso tra i ministri delle Finanze del G8. Sarà bene, però, non distrarsi sulle tecniche finanziarie che saranno utilizzate per realizzare le misure promesse e sul futuro delle politiche di cooperazione allo sviluppo.

trucchi contabili

Purtroppo non solo in Italia esiste la "finanza creativa", lo dimostrano le cifre rese note nelle settimane scorse dal governo britannico. Si è parlato di 55 miliardi di dollari, poi di 40: resta da spiegare quando, per chi e da chi saranno cancellati. Fin da subito verrebbe ridotto il debito a 18 Paesi (14 africani e 4 latinoamericani) per un valore di 40 miliardi di dollari; di altri 15 miliardi potrebbero beneficiare altri 20 Paesi (quasi tutti africani) entro la fine del 2006. Ma di azzeramento si può parlare solo per quanto riguarda i debiti contratti con due istituzioni internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale), escludendo quindi i debiti contratti con i singoli Paesi per i quali si attendono notizie più precise e soprattutto chiare.

Solo allora si potrà valutare se ci si avvia veramente verso l’azzeramento atteso da anni o solo di una riduzione, valutabile ad oggi attorno a un 30% del debito globale. A questo si aggiunga che si trattava comunque di un debito del tutto inesigibile viste le condizioni di povertà dei Paesi interessati, beneficiari ma anche e soprattutto vittime del debito: insomma molto più una restituzione che non una donazione e sicuramente non un azzeramento.

quali politiche di sviluppo?

Ma tutto questo riguarda il passato. E in futuro, quale sostegno allo sviluppo? Cominciamo dagli aiuti allo sviluppo, lasciando a dopo qualche osservazione sulle politiche che dovrebbero promuoverlo. Anche qui partiamo da promesse ormai antiche formulate in sede Onu e che aspettano di essere mantenute. L’obiettivo che si erano dati i Paesi ricchi era quello di destinare agli aiuti per lo sviluppo lo 0,7% del Prodotto interno lordo (Pil), come dire una briciola della ricchezza nazionale. Ad oggi, soltanto tre Paesi hanno tenuto fede alla promessa: la Norvegia, la Svezia e l’Olanda. Molto sotto la soglia tutti gli altri, con l’Italia ancora una volta in ultima posizione con un eloquente 0,15%. E qui entrano in gioco il ruolo e le responsabilità dell’Unione europea. Il 24 maggio scorso i ministri della Cooperazione dell’Ue hanno raggiunto un accordo anche in questo caso giudicato "miracoloso": dopo aver constatato che oggi l’aiuto pubblico allo sviluppo dei 15 "vecchi" Stati membri ha raggiunto lo 0,39%, si sono impegnati a portarlo allo 0,56% nel 2010 e al promesso 0,7% nel 2015. Impegno che non vale per i dieci nuovi Stati membri dell’Ue, il cui traguardo è lo 0,17% nel 2010 e lo 0,33% nel 2015. Come se questo non bastasse, c’è una dichiarazione messa a verbale da Germania, Portogallo e Italia che invocano i limiti del Patto di stabilità sui propri bilanci nazionali per mettere le mani avanti e preannunciare che l’impegno già modesto potrebbe non venire onorato nei tempi convenuti. A questo si aggiunga che spesso nelle finanze pubbliche funziona un perverso principio dei "vasi comunicanti" e che alto è il rischio - che questo nostro governo ha già sperimentato con i costi della guerra in Iraq - che per mantenere gli impegni su capitoli di spesa più visibili e sorvegliati si operino trasferimenti da altri capitoli più o meno contigui, con il risultato di un saldo zero sul versante della solidarietà internazionale.

la barriera del protezionismo

Ma gli aiuti da soli - e sempre che siano reali - non fanno una politica dello sviluppo, anzi sono fattori piuttosto residuali. Molto di più incidono le politiche economiche, monetarie e commerciali: da queste dipende la possibilità per i Paesi poveri di far valere le proprie ricchezze naturali, di aumentare la quantità e la qualità delle proprie produzioni e di poterle far circolare sui mercati mondiali a prezzi corretti. Purtroppo non solo non li aiuta l’"invisibile (e introvabile) mano del mercato", che pure già darebbe un importante contributo, ma li aspetta la barriera più o meno mascherata del protezionismo. Si pensi all’agricoltura e alle protezioni di cui gode nell’Unione europea: per tenere sul mercato le nostre produzioni e impedire l’ingresso di quelle africane o latinoamericane spendiamo quasi la metà del bilancio dell’Unione, penalizzando contemporaneamente contribuenti e consumatori, mortificando politiche innovative e convivendo con una disoccupazione del 10%, molto di più degli addetti in agricoltura (magari quegli stessi che in Francia e in Olanda hanno detto "no" alla Costituzione europea).

Il Consiglio europeo dello scorso 16-17 giugno ha deciso di rinviare ogni decisione sulle risorse da destinare alle sue politiche per il periodo 2007-2013, posticipando ulteriormente ogni possibile impegno dell’Ue per quanto concerne l’aiuto allo sviluppo. La Commissione europea ha proposto di destinare alla cooperazione allo sviluppo circa il 4% del futuro pacchetto finanziario, un decimo di quanto previsto per la nostra politica agricola comune, e c’è il rischio che il Consiglio europeo peggiori ancora questi dati. Come dire che, dopo la decisione dei G8 a Londra, non è ancora venuto il momento di cantare vittoria: molti debiti del passato restano e altri nuovi debiti si profilano all’orizzonte.

BOX

LONTANI GLI OBIETTIVI DEL MILLENNIO

Nel corso della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo svoltasi nel 1994 al Cairo, 179 governi e i maggiori organismi internazionali si impegnarono a prendere iniziative per portare la popolazione mondiale in una «nuova era» entro 20 anni, definendo alcuni obiettivi per garantire l’accesso universale ai servizi sanitari e educativi. A tali obiettivi fu aggiunto nel 1999 quello di ridurre il tasso di infezione da Hiv, tra le persone di 15-24 anni, del 25% entro il 2005 nei Paesi più colpiti dall’epidemia e di un 25% globale entro il 2010. Nel 2000, poi, il Millennium Summit svoltosi all’Onu stabilì di rafforzare e completare i propositi posti fino a quel momento dalla comunità internazionale definendo i cosiddetti obiettivi del Millennio da raggiungere entro il 2015: sradicare la povertà estrema e la fame dimezzando il numero di persone costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno; garantire l’istruzione primaria a tutti i ragazzi e le ragazze; promuovere l’uguaglianza di genere eliminando la disparità nell’istruzione primaria e secondaria; ridurre di due terzi il tasso di mortalità infantile tra i bambini con meno di 5 anni; estendere le cure alla maternità riducendo di tre quarti il tasso di mortalità delle donne durante gravidanza e parto; fermare la diffusione dell’Hiv/Aids e lottare contro la malaria e le altre gravi malattie; assicurare la sostenibilità ambientale, dimezzare il numero di persone senza accesso all’acqua potabile e migliorare la condizione di almeno 100 milioni di abitanti poveri delle città; sviluppare una partnership globale per lo sviluppo e la riduzione della povertà, con particolare attenzione ai problemi del debito, alla creazione di lavori decenti e produttivi, all’accesso ai farmaci essenziali.

Ad oggi, senza un forte rilancio delle varie iniziative e un maggior impegno reale sembra piuttosto difficile il raggiungimento dei livelli previsti per il 2015. Questo soprattutto perché i Paesi donatori hanno reso disponibile solo la metà circa dei 6,1 miliardi di dollari all’anno su cui si erano impegnati per l’implementazione del Programma d’azione del Millennio. Così, 2,8 miliardi di persone sono costrette a vivere con meno di 2 dollari al giorno, in media ogni minuto muore una donna per complicazioni nella gravidanza o nel parto (529.000 all’anno), mentre le persone sieropositive hanno raggiunto la quota record di 39,4 milioni.

Fonte: Rapporto diritti globali 2005, edizioni Ediesse

 

Sviluppo

ambiguità degli aiuti

Il 2005 rappresenta l’ultima grande opportunità per imboccare una nuova strada verso il riequilibrio globale. Il G8 di luglio (sotto presidenza britannica), la riunione dell’Assemblea generale dell’Onu a settembre sullo stato di avanzamento dei Millennium Development Goals (obiettivi di sviluppo) e la Conferenza ministeriale della World Trade Organization (Wto) a dicembre, sono infatti occasioni non rinviabili per la comunità internazionale di mobilitare le forze politiche e le risorse finanziarie necessarie per invertire una tendenza che, finora, è stata ben lontana da quella necessaria per soddisfare l’obiettivo di dimezzare la povertà entro il 2015.

Se, infatti, gli investimenti stranieri diretti nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo (Pvs) hanno registrato nel 2004 un’inversione di tendenza rispetto al ribasso registrato nei tre anni precedenti, ciò è avvenuto più per gli interventi di sicurezza e per le emergenze verificatesi (soprattutto lo tsunami dell’Asia meridionale) che non per un effettivo aumento delle spese per lo sviluppo. Il totale netto dei flussi finanziari verso i Pvs è addirittura diminuito rispetto all’anno precedente, soprattutto a causa del pagamento degli interessi maturati con le istituzioni finanziarie multilaterali. Al generale problema del pagamento del debito programmato, che riguarda la maggioranza dei Pvs, si è aggiunto il fatto che pochi Paesi sono riusciti a ridurre il loro debito estero col settore privato, mentre altri hanno incrementato le loro riserve di valuta estera. Così, il Sud del mondo deve al Nord complessivamente circa 2500 miliardi di dollari (400 dei quali controllati da Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). L’iniziativa per la cancellazione del debito dei 42 Paesi più poveri e indebitati ha finora dato scarsi risultati: il debito è stato cancellato a soli 8 Stati e una misura simile si prospetta per altri 19, il tutto per un totale di 31 miliardi di dollari sui 103 miliardi previsti inizialmente.

Al problema del debito si aggiunge quello degli aiuti allo sviluppo, cioè i finanziamenti che i Paesi ricchi dovrebbero stanziare a favore di quelli poveri nell’ordine dello 0,7% del Pil. Tranne alcune eccezioni (Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Lussemburgo, Svezia e Belgio), tutti gli Stati devolvono alla cooperazione molto meno di quanto stabilito a livello internazionale: l’ONU stima che sarebbero necessari 50 miliardi di dollari all’anno in più di quelli attualmente versati (circa 70 miliardi) per poter soddisfare gli obiettivi del Millennio.

La volontà politica dimostrata dai Paesi ricchi per quote aggiuntive di aiuto internazionale è però scarsa, dal momento che molti di essi oltre a non versare le quote promesse conteggiano come aiuto allo sviluppo le cancellazioni del debito stabilite a livello bilaterale. Eppure Banca mondiale e Fondo monetario non vogliono ricorrere alle proprie riserve, per cui toccherà ai recalcitranti Stati ricchi reperire i fondi aggiuntivi necessari al raggiungimento degli obiettivi.

Durante il World Economic Forum di Davos, nel gennaio 2005, il presidente francese Jacques Chirac ha proposto l’istituzione di una tassa anti-Aids attraverso un prelievo dello 0,001% sui 3000 miliardi di dollari che costituiscono le transazioni finanziarie internazionali quotidiane; oppure prelevando un dollaro su ogni biglietto aereo venduto nel mondo. Il premier britannico Tony Blair ha concordato, aggiungendo che per aiutare veramente i Paesi poveri devono essere aperti alle loro esportazioni i mercati dei Paesi ricchi, mentre la Germania ha proposto la tassazione dei carburanti e della vendita di armi. Intanto però, nel 2004, per il settimo anno consecutivo, il risultato complessivo dei vari flussi finanziari ha portato a un trasferimento netto di risorse in uscita dai Pvs, raggiungendo un livello record di 300 miliardi di dollari. Tranne l’Africa subsahariana, tutte le regioni in via di sviluppo e le economie in transizione hanno avuto un trasferimento netto negativo.

Ciò conferma la profonda ambiguità dell’aiuto allo sviluppo, che segue una direzione opposta a quella che dovrebbe avere: in realtà, sono i Paesi poveri ad aiutare i ricchi.

Fonte: Rapporto diritti globali 2005, edizioni Ediesse

 

Sviluppo

Italia-Africa 2005

Nel maggio scorso, Cgil-Cisl-Uil e Comune di Roma, in collaborazione con Fao, Ifad, Wfp, Unicef, Comunità di Sant’Egidio, Ong italiane, Forum del Terzo settore, Comitato cittadino per la Cooperazione e la Solidarietà, Wwf Italia, Istituti Missionari Italiani e con l’adesione di altre decine di soggetti non governativi e istituzionali, hanno organizzato per il secondo anno consecutivo la manifestazione Italia-Africa per sensibilizzare sulla grave situazione in cui si trova il continente africano. Pubblichiamo di seguito il documento di presentazione della manifestazione.

cresce il coraggio
del cambiamento

In tanti Paesi africani sono stati compiuti passi importanti, sono state tenute libere elezioni, sono state definite politiche di sviluppo economico, sono nate organizzazioni sovranazionali, a cominciare dall’Unione Africana, e con programmi di cooperazione economica, come il Nuovo Partenariato per lo Sviluppo (Nepad), i governi africani hanno rivendicato la loro responsabilità per lo sviluppo del continente e la loro volontà di contare di più in tutte le sedi internazionali. Insieme alle mille iniziative messe in campo dalla società civile di questo continente, questi sono indicatori della speranza e della capacità di queste popolazioni di riprendere in mano le redini del proprio sviluppo. Uno sviluppo ancora oggi minato dalle ingiustizie prodotte da un sistema iniquo e discriminante.

Ancora oggi, però, più di 400 milioni di africani soffrono la malnutrizione e la mancanza di accesso all’acqua, la stragrande maggioranza nelle zone rurali. Circa 120 milioni di bambini in età scolare non vanno a scuola, di cui il 53% femmine; in Africa sub-sahariana oltre 30 milioni di bambine in età scolare non hanno accesso all’istruzione. 6000 giovani al giorno contraggono il virus dell’Hiv/Aids. 14 milioni di bambini sotto i 15 anni hanno perduto uno o entrambi i genitori a causa dell’Aids. Il disboscamento e l’inquinamento minacciano tante regioni africane ampliando la desertificazione, che coinvolge il 46% del territorio africano, di cui il 55% sono situazioni ad alto rischio. Più in generale, la situazione ambientale dell’Africa costituisce una delle più grandi emergenze della comunità internazionale per l’immediato futuro e si dimostra strettamente interconnessa alle questioni globali riguardanti la giustizia e l’equità sociale. Dalle risorse della terra dipende più del 50% delle necessità alimentari delle famiglie e più del 40% del reddito di queste. Questa centralità dell’agricoltura nella vita della maggioranza della popolazione africana, con la pesante dipendenza economica di molte nazioni africane dalle risorse agricole e minerali, provoca una forte considerazione della terra e la conseguente pressione e competizione per le risorse, e mette in luce l’importanza di garantirne un accesso equo e sostenibile per le popolazioni locali.

non si può
restare indifferenti

Nel settembre del 2000, 189 capi di Stato e di governo hanno unanimemente sottoscritto la Dichiarazione del Millennio. Un patto globale, tra Paesi ricchi e poveri del pianeta per cancellare dal mondo la povertà umiliante. Un patto che sancisce definitivamente come il raggiungimento di questo obiettivo dipenda essenzialmente dalla promozione di politiche di cooperazione internazionali efficaci e di qualità. In numerose sedi nazionali ed internazionali è stato più volte ribadito l’impegno di destinare lo 0,7% alla cooperazione allo sviluppo. La media attuale tra tutti i Paesi donatori è purtroppo solo dello 0,23%, che equivale a 56 miliardi di dollari all’anno. Stime della Banca mondiale e dell’Onu affermano che basterebbero 50 miliardi di dollari all’anno in più per realizzare gli obiettivi.

Più risorse quindi stanziate dai Paesi ricchi, ma anche più coerenza nelle politiche internazionali, a partire da quelle ingiuste che oggi regolamentano il commercio internazionale. Se i Paesi ricchi eliminassero i sussidi alle loro esportazioni e diminuissero i dazi doganali per i prodotti importati dai Paesi in via di sviluppo, l’Africa potrebbe aumentare dell’1% le esportazioni conseguendo un reddito di 70 miliardi di dollari: 5 volte quanto questo continente riceve in aiuti allo sviluppo.

Cancellare il debito dei Paesi più poveri, abolire i brevetti sui farmaci per la lotta alle grandi malattie, porre un embargo alla vendita delle armi sono altrettante misure indispensabili per consentire lo sviluppo dell’Africa e degli altri Paesi poveri.

Non possiamo stare a guardare. Il mondo ricco non può, da solo, decidere anche per il mondo povero. E per il futuro dell’Africa, che è il futuro del mondo, è urgente affrontare in modo coordinato alcune questioni fondamentali.

Per questo anche nel 2005 riproponiamo Italia-Africa: per porre adeguata attenzione alle ingiustizie, alle guerre e alle nuove schiavitù che oggi soggiogano miliardi di persone e per rafforzare l’impegno per la pace, per la giustizia e per la prosperità per ogni essere umano e per ogni comunità.

Dal futuro dell’Africa dipende il destino di tutti noi. Siamo la prima generazione che ha i mezzi e le conoscenze per farcela.

 

moneta unica

a proposito dell’euro

di Domenico Moro*

L’euro crea occupazione, il dollaro meno: questo, in estrema sintesi, è quanto risulta dai numeri, al di là delle polemiche che stanno investendo la moneta europea dopo l’esito negativo dei referendum francese e olandese.

Facendo un confronto tra l’occupazione nei Paesi dell’euro e negli Stati Uniti e tenuto conto che si tratta di aree geografiche con un numero comparabile di abitanti (309 milioni nel primo caso e 294 nel secondo), si può vedere che tra il 2000, anno di entrata in circolazione della moneta unica, ed il 2004, nella euro-zone essa è cresciuta di oltre 4 milioni di unità (fonte: Eurostat), mentre negli Usa è cresciuta di poco più di 2,3 milioni di unità (fonte: US Department of labor). Nel caso dei Paesi dell’euro, il risultato è stato raggiunto con la politica di risanamento della finanza pubblica, di abbattimento del debito pubblico e di riduzione del costo del denaro. Nel caso della nuova amministrazione americana, invece, nello stesso periodo, si è passati da un surplus a un deficit di bilancio, le spese militari stanno raggiungendo un massimo storico e i tassi di interesse hanno toccato minimi storici. In effetti, a partire dal momento in cui la moneta unica è diventata una certezza, l’occupazione nei Paesi dell’euro non ha cessato di aumentare. Certo, ci sono Paesi in cui essa cresce più velocemente (Irlanda, Spagna), Paesi dove cresce più lentamente (Austria, Finlandia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, ecc.) e altri dove non cresce o si riduce (Francia, Germania). Così come si può anche discutere della qualità dell’occupazione che si è creata e del fatto che la dinamica occupazionale non riesce ad assorbire tutta la manodopera che ogni anno si affaccia sul mercato del lavoro europeo. Ma non si può imputare alla moneta unica, un’istituzione il cui compito è quello di assicurare l’unità del mercato, di difendere la stabilità dei prezzi e il potere d’acquisto, garantire l’accesso al credito a basso costo e senza discriminazioni su basi nazionali, il fatto che la situazione economico-sociale europea non soddisfi le attese dei cittadini europei: questo è, piuttosto, il compito di un governo europeo dell’economia, un governo che oggi manca. L’euro è la condizione perché una politica di sostegno allo sviluppo economico europeo abbia successo, ma la responsabilità di questa politica di sviluppo e la difesa dei risultati raggiunti, soprattutto in futuro, non può che essere di un governo federale europeo.

Il fatto che manchi un governo federale, responsabile dei risultati di una politica economica che abbia superato il vaglio del voto di un’assemblea democratica, fa sì che manchi l’istanza che può trarre vantaggio, in termini elettorali, sia dalla difesa degli esiti positivi che l’euro consente di raggiungere, che dall’incentivo a proporre misure per migliorarli: la Commissione europea, scelta dai governi nazionali, funziona come la segreteria di questi ultimi e il Parlamento europeo non manifesta ancora l’ambizione di sollevare il problema di una politica economica europea.

È come se negli Usa il governo federale americano non solo non rispondesse al Congresso dei risultati aggregati degli Stati membri, ma, paradossalmente, non avesse alcun interesse a dare rilievo ai frutti positivi che può essere necessario difendere e rafforzare a livello continentale con opportune misure di politica industriale, né a proporre efficaci misure ad hoc per risolvere i problemi dei singoli Stati.

Per concludere, il punto di vista nazionale non solo impedisce di vedere che l’euro ha prodotto più vantaggi del dollaro, ma impedisce anche di vedere come, dalla sommatoria dei voti dei tre Paesi che hanno tenuto un referendum sulla costituzione europea - la cornice istituzionale all’interno della quale si potrà promuovere una politica economica europea - risulti che il 52% ha detto sì alla ratifica.

* vice presidente del Movimento federalista europeo (Mfe)

 

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EUROPA E CITTADINI: L’IMPEGNO DI CGIL-CISL-UIL LOMBARDIA

«L’Europa non gode di ottima salute presso larga parte della pubblica opinione e questo rifiuto è un monito severo alle istituzioni europee, che hanno elaborato una Costituzione senza coinvolgere sufficientemente i popoli europei. L’Europa del futuro, per rinascere e crescere, avrà bisogno di una più forte dose di democrazia partecipativa e di una "pedagogia" di lungo periodo, che non rifugga da un costante lavoro di alfabetizzazione sulla complesse realtà europee». Con queste parole, il segretario generale della Cisl Lombardia, Carlo Borio, ha aperto il seminario "La nuova Europa e i suoi cittadini" svoltosi a Milano lo scorso 10 giugno. L’iniziativa è giunta a termine di un progetto annuale che Cgil-Cisl-Uil Lombardia hanno condotto unitariamente per il dialogo con i sindacati dei nuovi Stati membri, dando vita a una cabina di regia e a una rete di rapporti sindacali internazionali che, insieme allo storico partenariato dei 4 Motori sindacali, intende contribuire al dibattito, allo scambio di esperienze e alla sensibilizzazione sulle principali tematiche dell’Europa sociale. «Come sindacato - ha aggiunto Borio - pensiamo che il nostro compito non sia stare alla finestra a guardare, ma piuttosto lavorare con coerenza per rafforzare il dialogo sociale, il sindacalismo europeo, la Ces, alla quale chiediamo comunque uno slancio rinvigorito di azione». I sistemi previdenziali e i sistemi contrattuali hanno caratterizzato il dibattito seminariale, con contributi tecnici di Serafino Negrelli e David Natali e di alcuni rappresentanti di sindacati europei, che hanno evidenziato le profonde differenze ancora esistenti tra "vecchi" e nuovi Stati membri dell’Ue. Ma, come ha sottolineato la segretaria generale della Cgil Lombardia, Susanna Camusso, all’attuale tendenza negativa a sottolineare le differenze tra sistemi-Paese, con gravi spinte a chiusure di tipo nazionalistico, «va contrapposto un rilancio degli elementi di unità e, anche in questo, il sindacato deve svolgere un ruolo importante per affermare i valori dell’Europa sociale». Così, Cgil-Cisl-Uil Lombardia rinnovano il loro impegno con un nuovo progetto europeo sulla conoscenza, la crescita e il lavoro.

 

 

Occupazione

anche in Francia

problemi occupazionali

Gli appuntamenti congressuali sono, per i sindacati, anche importanti occasioni di scambio con organizzazioni di altri Paesi europei. Pubblichiamo una sintesi dell’intervento di Brigitte Bienassis, dell’organizzazione sindacale francese SCERAO-CFDT (settore chimico), svolto nel maggio scorso al congresso della FEMCA CISL Lombardia.

La regione Rhone-Alpes è una delle più industrializzate della Francia, sede di grandi fabbriche di gruppi quali Total, Bayer, Ciba, Michelin e molte altre imprese (circa 140 in totale) di svariati settori: gomma, chimica, elettricità e gas, carta, farmaceutica, plastica, petrolio, vetro. Da qualche tempo, però, le cose non vanno molto bene.

le ristrutturazioni

Il territorio ne è largamente colpito, si assiste allo smantellamento delle imprese, i piani di intervento sociale sono praticamente l’unico mezzo di gestione del personale.

L’esternalizzazione dei servizi generali, amministrativi ecc., crea sempre più precarietà, diminuzione dell’occupazione con espulsione prioritaria dei lavoratori anziani, quelli che costano di più. Il fenomeno riguarda anche le imprese pubbliche che forniscono gas, energia elettrica ecc.: la lotta contro la loro privatizzazione non ha avuto successo.

L’approccio non è più produttivo ma unicamente finanziario: battere cassa rapidamente e rendere conto soltanto agli azionisti, e forse neanche a loro! Per questo dobbiamo correre ai ripari, in tutti i modi, e limitare i danni sociali.

condizioni di lavoro

A causa della scarsità delle assunzioni, le 35 ore settimanali hanno finito in molte situazioni per peggiorare le condizioni di lavoro. Cerchiamo di monitorare la situazione attraverso uno strumento-questionario da noi creato: il cosiddetto Teq, cioè "Travail en question" (lavoro in questione). L’inchiesta tocca 6 punti: condizioni di lavoro, salute e sicurezza, giusto riconoscimento professionale, carriera e sviluppo, salari, management d’impresa.

A partire da questi risultati, le varie sezioni sindacali costruiscono la loro piattaforma rivendicativa per gli anni a venire. L’ inchiesta è già stata svolta in diversi settori e i primi risultati confermano che, un po’ ovunque, le condizioni di lavoro si degradano, lo stress aumenta ma non aumentano i salari.

le 35 ore

La riduzione dell’orario è una vecchia rivendicazione CFDT, con un duplice obiettivo: creare occupazione, nonostante il costante recupero di produttività, e permettere un miglior equilibrio tra tempi di lavoro e tempi cosiddetti di cura.

Nel 1998 e nel 2000, due leggi hanno istituito le 35 ore settimanali. Ci siamo fortemente impegnati nelle trattative aziendali, era per noi un’occasione di creare nuove sezioni sindacali nelle piccole e medie imprese. Oggi i lavoratori sono "affezionati" alle 35 ore e non vogliono più tornare indietro.

Dal 2002, però, il governo Raffarin ha iniziato una campagna contro la riduzione di orario perseguendo il suo dogma: «Far tornare i francesi al lavoro».

Ora impone la soppressione del lunedì di Pentecoste, così tutte le organizzazioni sindacali francesi hanno indetto uno sciopero proprio il giorno di Pentecoste.

Campagna
per l’occupazione

È per noi una preoccupazione costante: la disoccupazione, infatti, è in costante aumento insieme alla precarietà. Sta facendo danni sociali incalcolabili. Per affrontare la questione, pensiamo si debba parlare di qualità del lavoro e, per questa ragione, stiamo organizzando la Campagna "Occupazione e lavoro di qualità" sotto diverse angolature: ristrutturazioni e percorso professionale, retribuzione, formazione professionale, parità, inserimento dei lavoratori disabili, lotta contro la discriminazione razziale, salute e sicurezza, conciliazione lavoro/famiglia.

donne nel sindacato
e al lavoro

Per noi si tratta di una vecchia questione: da 20 anni la CFDT ha stabilito le quote. In passato ciò ha provocato molte discussioni: per quale motivo riservare posti alle donne? Se sono competenti, riescono benissimo a farsi strada… Poi, col passar del tempo, questa scelta si è rivelata come l’unica efficace.

Certo non finisce qua! È anche una questione di modalità di esercizio di potere, di relazioni di potere, di modalità di funzionamento. Le nostre organizzazioni sono state modellate dagli uomini per gli uomini. Bisogna fare in modo che le donne si sentano a loro agio e che a loro volta modellino il sindacato, ma per far ciò ci vorrà ancora tempo!

Da qualche anno, anche alle elezioni politiche (regionali e comunali) c’è obbligo di parità e di alternanza donne-uomo su ogni lista. Tutti i partiti hanno dovuto adeguarsi e le assemblee sono ormai paritetiche. Quando il dibattito è maturo, una norma obbligatoria può sbloccare la situazione e farla progredire.

Infine, la parità nel lavoro è anche per noi un tema importante. Sul piano legislativo, anche se una legge non è tutto, l’Italia è al nostro stesso livello, con una clausola in più che invidiamo: l’onere della prova da parte del datore di lavoro in caso di discriminazione sessuale.

lo sciopero
in Sanofi-Aventis

Una notevole azione è stata recentemente condotta in un’importante impresa, la Sanofi Aventis ex Aventis Pasteur. Il sistema di remunerazione stabilito dall’azienda aveva fatto perdere fino al 15% del salario ad alcuni lavoratori. Nel passaggio dalla vecchia alla nuova gestione si era prodotto un degrado considerevole delle condizioni di lavoro: aumento dello stress e dei ritmi, mobbing, con l’aumento conseguente di malattie professionali.

All’inizio di marzo, nel corso di trattative sulle retribuzioni, la direzione non ha voluto accogliere le rivendicazioni dei lavoratori provocando una mobilitazione eccezionale.

Non era mai stato indetto alcun sciopero in questa azienda, ma i due terzi del personale hanno aderito! La direzione ha così dovuto cedere e il risultato è stato il cambiamento del sistema di classificazione e aumenti salariali per tutti i lavoratori.

l’Europa

La CFDT è fondamentalmente europea, è sempre stata alla testa della costruzione europea. La CFDT sostiene il Trattato costituzionale: il testo rappresenta un passo in avanti in materia di diritti universali e dei lavoratori. Certo non è la panacea, avremmo voluto molto di più in materia sociale, ma è molto difficile ottenere di più in un’Europa a maggioranza di destra. Il referendum ha fatto conoscere il testo, ha provocato dibattiti e confronti, sviluppato ragionamenti, ma attraverso il voto è stato sanzionato in realtà il governo.

Il cammino verso un’Europa più sociale chiamerà ancora a lotte sindacali.

 

 

sindacato e globalizzazione

dichiarazione di Lleida

Pubblichiamo il documento finale del II° Incontro internazionale di leader sindacali svoltosi a Lleida (Spagna) il 22 giugno scorso.

Noi, sindacalisti e rappresentanti della società civile, venuti da Africa, America, Asia ed Europa, invitati in occasione del 12° Congresso dell’UGT di Catalunya, con la volontà di rafforzare il sindacalismo come strumento di difesa e garanzia dei diritti del lavoro, sociali e umani, dichiariamo:

1) Che il dialogo, la pace, la democrazia reale e il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali e collettive, costituiscono gli strumenti sui quali porre le fondamenta dello sviluppo economico e sociale di persone e popoli. Respingiamo qualsiasi forma di oppressione e solidarizziamo con tutti i lavoratori e lavoratrici che soffrono le conseguenze della repressione, della guerra, dell’esclusione, della violenza, dell’ingiustizia e della mancanza di libertà.

2) La globalizzazione economica può essere un’opportunità di sviluppo, ma il modello neoliberale sul quale si fonda porta a un grave incremento delle disuguaglianze. La libera circolazione di capitali si sta articolando a partire da una serie di accordi e trattati di libero commercio che ignorano sistematicamente le clausole di protezione sociale ed ambientale, che non contano sulla partecipazione dei movimenti sociali e dei sindacati, e ciò suppone il controllo dei Paesi egemoni.

3) Constatiamo che la globalizzazione neoliberale influenza negativamente le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone in tutto il mondo, e questo fatto costituisce una delle sfide principali del sindacalismo a livello internazionale e regionale. Il lavoro, più che mai, definisce le condizioni di vita non solo di donne e uomini in età attiva, ma anche delle loro famiglie, società e Paesi. Di conseguenza, deve porsi al centro dell’attenzione delle politiche economiche e sociali dei governi e degli organismi internazionali. I sindacati devono intervenire attivamente nella lotta contro il traffico di persone, nelle politiche di integrazione e nella domanda ai poteri pubblici del rispetto dei diritti del lavoro e sociali dei lavoratori immigranti.

Per tutto ciò esigiamo l’obbligo di realizzazione delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro a livello mondiale e il rafforzamento dell’azione sindacale comune internazionale. Allo stesso modo, denunciamo i processi di privatizzazione generalizzata dei servizi pubblici fondamentali che comportino una perdita del diritto all’accesso a prestazioni come la sanità, l’educazione, i trasporti, le comunicazioni ecc.

4) Di fronte al mondo "unipolare" che rappresenta l’uniformità del pensiero unico e del modello sociale e di convivenza, rivendichiamo modelli alternativi di sviluppo economico e sociale. L’esperienza del processo di unione politica e di integrazione economica europea, suppone un avanzamento come referente mondiale, anche se si dovrebbe approfondire il versante politico e sociale. Allo stesso modo esigiamo la partecipazione sindacale nei processi di integrazione regionale che si stanno portando avanti nelle differenti aree del mondo e che devono trasformarsi in modelli alternativi di sviluppo economico e sociale.

5) Noi sindacati, che siamo anche portatori dei valori di solidarietà, di lotta per l’uguaglianza sociale, la democrazia e la dignità della persona nei nostri Paesi, ci uniamo con la stessa vocazione internazionale in una globalizzazione che reclamiamo come nostra. Una globalizzazione delle persone e non solo dei governi o delle grandi corporazioni di imprese. Ci impegniamo a intensificare le nostre attività nei diversi processi di integrazione economica e politica che viviamo e a lavorare globalmente. In questa direzione, ci felicitiamo per le intenzioni di fusione tra Cisl Internazionale e Cnt. Il sindacalismo internazionale continuerà a essere un vero punto di riferimento se sarà capace di rinnovarsi e assumere come priorità interna l’uguaglianza di genere e l’incorporazione dei giovani, facendosi interprete delle loro domande.

Alla luce di tutte queste ragioni, convinti che il sindacalismo insieme con i movimenti sociali costituisce uno strumento fondamentale per garantire i diritti del lavoro, sociali ed economici delle persone, ci impegniamo a lavorare e a lottare perché un altro mondo sia possibile.

 

 

Flash

Conferenza sull’Iraq

«Ristabilire la sicurezza deve essere una priorità, ma alla fine i problemi politici richiedono soluzioni politiche» ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, intervenendo alla Conferenza internazionale sull’Iraq svoltasi a Bruxelles il 22 giugno scorso su iniziativa di Ue e Usa.

Sottolineando che «i compromessi e la riconciliazione sono la strada da seguire per andare avanti», Annan ha ricordato ai partecipanti che «senza un processo di inclusione trasparente, che risponda alle richieste di tutti i costituenti, qualsiasi iniziativa sulla sicurezza probabilmente non darà risultati duraturi». Il segretario generale dell’Onu ha quindi insistito sulla «normalizzazione dei rapporti del Paese con il resto del mondo e del suo status nella regione», mentre sul piano economico è necessario «accelerare i progressi nelle aree della ricostruzione, dello sviluppo e dell’assistenza umanitaria». Il premier iracheno, Ibrahim Al Jaafari, ha invece ricordato che «il terrorismo non rispetta frontiere», per cui sono necessari «non solo le condanne ma anche meccanismi e azioni», nel rispetto dei diritti umani. Sottolineando poi che «la sovranità dell’Iraq va rispettata», Al Jaafari ha dichiarato che il governo di Baghdad punta a una Paese «stabile economicamente e politicamente, con elezioni libere e trasparenti», ricordando le enorme potenzialità derivanti dalle risorse economiche del Paese. Jack Straw, ministro degli Esteri del Regno Unito, Paese alla presidenza di turno dell’Ue in questo secondo semestre 2005, ha poi osservato che la comunità internazionale, profondamente divisa prima e durante le azioni militari in Iraq, «si trova ora unita per sostenere attivamente la costruzione di un Iraq democratico, pacifico e prospero».

l’Ue si prepara
al prossimo Vertice Onu

La Commissione europea intende svolgere un ruolo attivo per la preparazione del Vertice Onu che si terrà dal 14 al 16 settembre prossimi a New York. A questo scopo ha adottato il 16 giugno scorso una strategia basata su alcuni elementi principali, quali sicurezza, sviluppo, commercio, ambiente, diritti umani e democrazia.

Guardando anche oltre il Vertice, affinché i propositi diventino realtà, la strategia della Commissione fornisce suggerimenti concreti come la creazione di una commissione di consolidamento della pace, un maggiore impegno per aumentare l’efficienza dell’Onu su democrazia e diritti umani e la creazione di un’agenzia Onu per l’ambiente. Nel maggio scorso l’Ue ha inoltre stanziato altri 20 miliardi di euro l’anno per gli aiuti allo sviluppo entro il 2010 e altri 45 miliardi di euro l’anno a partire dal 2015. La strategia della Commissione evidenzia il ruolo del commercio quale motore dello sviluppo e si impegna a incoraggiare altri membri dell’Onu a seguire il suo esempio, stabilendo ambiziosi obiettivi per l’assistenza allo sviluppo, migliorando l’efficacia degli aiuti, garantendo la coerenza politica e concentrando l’attenzione sull’Africa. È inoltre accolta con favore dall’esecutivo Ue la proposta di un fondo Onu per la democrazia, che si vorrebbe rendere operativo dall’inizio del 2006, per fornire la propria esperienza ottenuta in stretto partenariato con l’Onu in materia di assistenza elettorale.

Il commissario europeo per lo Sviluppo e gli Aiuti umanitari, Louis Michel, nel ricordare l’attuale momento di crisi per la costruzione europea, ha definito «essenziale che l’Europa dimostri la volontà di essere un protagonista della globalizzazione, operando per un quadro migliore, per una migliore distribuzione dei benefici e per contrastare gli effetti negativi. È questo il messaggio che deve scaturire dal nostro impegno al Vertice dell’Onu».

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/external_relations/un/summit_2005/ip05_738_en.htm

la Lettonia ratifica,
la Romania aderisce

In seguito alla ratifica del Trattato costituzionale attuata dal parlamento lettone il 2 giugno scorso, la Lettonia è il decimo Stato membro dell’Ue ad approvare il Trattato, bocciato invece dai referendum popolari svoltisi nelle scorse settimane in Francia e Paesi Bassi. Alcune settimane prima, il 17 maggio, il parlamento rumeno aveva invece ratificato il Trattato di adesione all’Ue, che permetterà alla Romania di diventare Stato membro dell’Ue insieme alla Bulgaria nel 2007.

INFORMAZIONI:

Costituzione: http://europa.eu.int/constitution/index_it.htm

Allargamento: http://europa.eu.int/comm/enlargement/index_it.html

tessile: accordo Ue-Cina

La Commissione europea e il ministero del Commercio della Repubblica popolare cinese hanno siglato il 10 giugno scorso a Shanghai un accordo sull’esportazione di alcuni prodotti tessili e di abbigliamento cinesi verso l’Ue fino alla fine del 2008. L’accordo riguarda 10 categorie di prodotti e limiterà il tasso delle importazioni nell’Ue, consentendo nello stesso tempo una crescita «giusta e ragionevole» delle esportazioni cinesi. È assicurato un periodo di aggiustamento alle industrie tessili nell’Ue e nei Paesi in via di sviluppo, fornendo una più ampia prevedibilità per gli importatori e i rivenditori e assicurando alla Cina il vantaggio della liberalizzazione del mercato. L’accordo coprirà 10 delle 35 categorie di importazioni cinesi liberalizzate il 1° gennaio 2005: maglioni, pantaloni da uomo, bluse, magliette, vestiti, reggiseni, filati di lino, stoffe di cotone, lenzuola, tovaglie e canovacci.
Limita la crescita delle importazioni per le 10 categorie tra l’8% e il 12,5% l’anno per il 2005, 2006 e 2007. L’aumento sarà calcolato sulla base dei livelli commerciali registrati in due o tre mesi di applicazione del nuovo regime di liberalizzazione. Il tasso di crescita subirà un aumento nel corso del periodo di tre anni solamente per le categorie il cui tasso iniziale è fissato all’8%. Nelle categorie non coperte dall’accordo, e per il 2008, l’Ue si impegnerà a esercitare le restrizioni in applicazione dei suoi diritti in base all’articolo 242 del Protocollo di adesione della Cina alla Wto. Con tale accordo si intende mantenere relazioni commerciali forti e costruttive tra l’Europa e la Cina e tutelare la prospettiva di un’apertura del mercato cinese per gli imprenditori dell’Ue. «Si tratta di un segnale del fatto che la Cina prende seriamente le sue responsabilità commerciali internazionali e che l’Europa rispetta il diritto della Cina di beneficiare della liberalizzazione del commercio» sostiene la Commissione. L’accordo, che dovrà ora essere sottoposto agli Stati membri e alle autorità competenti in Cina per l’approvazione, fornisce inoltre una possibilità di adattamento per i produttori nei Paesi in via di sviluppo le cui esportazioni tessili verso l’Ue sono state messe a rischio dall’ondata di importazioni dalla Cina.

INFORMAZIONI:

http://europa.eu.int/comm/trade/issues/bilateral/countries/china/index_en.htm

procedura per deficit
eccessivo contro l’Italia

Il 29 giugno scorso la Commissione europea ha comunicato che darà all’Italia due anni di tempo, cioè fino al 2007, per riportare il deficit sotto il 3% del Pil, senza chiedere al governo italiano di attuare una manovra-bis nel 2005. Contemporaneamente, però, l’esecutivo europeo ha sottolineato che la «situazione economica del Paese si è deteriorata» e che entro la fine del 2007 il governo dovrà varare una «riduzione cumulata del deficit strutturale di almeno l’1,6%», di cui la metà (cioè lo 0,8%) già nel 2006 e senza ricorrere a misure "una tantum".

La decisione della Commissione è in linea con la relazione adottata il 7 giugno scorso, nella quale constatava che il deficit dell’Italia ha superato la soglia del 3% del Pil nel 2003 e nel 2004 e, secondo le previsioni, senza un’inversione di rotta si manterrà al di sopra di tale livello anche nel 2005 e negli anni successivi. Secondo la Commissione, il superamento della soglia non può essere considerato temporaneo né dovuto a un «evento inconsueto non soggetto al controllo del governo, né determinato da una grave recessione». La Commissione ha rilevato, infatti, che la crescita economica in Italia è stata sì modesta per oltre un decennio, ma è comunque rimasta positiva. Né si può considerare il disavanzo come temporaneo, essendo stato al di sopra del valore di riferimento per due anni. Anche il debito pubblico continua a essere molto elevato rispetto al Pil, essendo calato negli ultimi anni in misura troppo modesta. Secondo l’esecutivo europeo, ciò è dovuto soprattutto alla contrazione dell’avanzo primario, che è passato da oltre il 5% del Pil alla fine degli anni ’90 a meno del 2% nel 2004, ma anche ad operazioni di bilancio che non hanno consentito un rapido riassorbimento del debito stesso. L’incremento del disavanzo, sostiene la Commissione, non è dovuto alla spesa per investimenti pubblici, ricerca e sviluppo o istruzione, che è rimasta grosso modo stabile negli ultimi anni. Anche l’elevato disavanzo strutturale riflette le politiche pro-cicliche praticate nell’ultima fase di ripresa economica; mentre gli interventi di contenimento del disavanzo sono consistiti per lo più in provvedimenti di carattere temporaneo. La Commissione ritiene quindi che la situazione attuale metta a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche nel lungo termine.

INFORMAZIONI:

http://europa.eu.int/comm/economy_finance/about/activities/sgp/procedures_en.htm

nuovo Piano d’azione
per la lotta alle droghe

Il Consiglio dell’Ue ha adottato il 27 giugno scorso il Piano d’azione dell’Unione europea in materia di lotta contro le droghe per i prossimi quattro anni, sulla base della proposta della Commissione presentata nel febbraio scorso. L’obiettivo principale del Piano è quello di ridurre il consumo fra la popolazione dell’Unione, così come i danni sociali e alla salute causati dall’uso e dal traffico di droghe illegali.

Secondo i dati più recenti, nell’Unione europea 2 milioni di utilizzatori di droghe sono definiti "a rischio". Il consumo, in particolare fra i giovani, è a livelli storicamente alti, mentre l’incidenza dell’Hiv/Aids fra chi assume droghe sta assumendo dimensioni problematiche in molti Stati membri. Allo scopo di affrontare questa situazione, il Piano d’azione in materia di lotta contro la droga per il periodo 2005-2008 intende essere un punto di riferimento per tutte le parti interessate dell’Ue nel fissare le priorità in materia. Il Piano comprende oltre 100 azioni, ne ripartisce le responsabilità e ne programma l’attuazione. Per consentire una valutazione corretta, per ogni azione proposta sono stati introdotti strumenti concreti e indicatori. La Commissione procederà a una valutazione continua e globale delle misure contenute nel Piano, con il sostegno dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda) e di Europol.

Il Piano d’azione dell’Ue in materia di lotta contro le droghe è una componente del Programma dell’Aia su libertà, sicurezza e giustizia.

Testo del Piano d’azione:

http://register.consilium.eu.int/pdf/it/05/st08/st08652-re01.it05.pdf