Euronote 35-2005

i conti non tornano

Entro poche settimane sarà presentato dalla Commissione europea un Rapporto sullo stato dei conti pubblici italiani. Lo ha annunciato il commissario europeo agli Affari monetari ed economici Joaquin Almunia, sottolineando di procedere «sulla base dell’articolo 104.3 del Trattato», il che significa il primo passo nell’ambito della procedura sulla sorveglianza dei bilanci. Il Rapporto sui conti italiani dovrà constastare l’esistenza o il rischio di un deficit eccessivo, cioè superiore al tetto del 3% del Pil stabilito dal Patto di stabilità e crescita. Un Patto che, a fine marzo, il Consiglio europeo aveva confermato, mantenendo la soglia del 3% per il deficit annuale e l’obiettivo del 60% del debito pubblico consolidato di ciascun Paese. Le modifiche introdotte, infatti, riguardano solo le modalità di rientro in caso di "sforamento", comunque da contenere attorno a uno 0,5% supplementare in caso di particolare difficoltà per le economie nazionali. In pratica, Bruxelles concede tempi più lunghi per il rientro sotto la soglia del 3% e non fa scattare automaticamente la procedura di richiamo pubblico per il Paese inadempiente, mantenendo intatto il richiamo a contenere il livello del debito.

La relazione che presenterà il commissario Almunia dovrà essere approvata dall’intera Commissione e quindi sottoposta all’approvazione dell’Ecofin, dunque l’avvio della procedura non significa automaticamente misure nei confronti dell’Italia. Resta però il fatto che il commissario ha espresso «preoccupazione per le previsioni economiche» che riguardano l’Italia. Secondo le stime ufficiali della Commissione, infatti, il livello del deficit dichiarato dal governo italiano è abbondantemente superato: non il 3% affermato dal ministro Domenico Siniscalco, bensì il 3,6%, un valore subito fuori dalla nuova tolleranza indicata al 3,5%. Inoltre, le stime europee prevedono per il 2006 un aggravamento del deficit italiano al 4,6%, fuori quindi da qualsiasi compatibilità e con l’Italia colpita inevitabilmente da una procedura di infrazione. A questo si aggiunga che, rispetto al tetto del 60% fissato tendenzialmente per il debito, l’Italia si attesta nel 2005 al 105,6% del Pil, con un ulteriore peggioramento previsto per il 2006 al 106,3%, e che la crescita prevista dal governo italiano nell’ordine del 2,1% è stata ribassata dalla Commissione all’1,2%.

Poiché spesso in Italia si è accusata l’Ue di un eccesso di severità verso il nostro Paese, a fronte di un eccesso di comprensione verso altri come Francia e Germania, non è senza interesse un raffronto con i dati di questi due Paesi. Nel 2005 Francia e Germania superano la soglia del deficit rispettivamente del 3% e 3,3%, con la prima che salirà nel 2006 al 3,4% e la seconda che scenderà al 2,8%. Molto meglio quindi dell’Italia ed incomparabilmente meglio quanto al debito, che in entrambi i Paesi supera di pochi punti il tetto del 60%.

Certo, l’Italia non è il solo Paese dell’euro ad avere conti che non tornano: la Commissione prevede per il 2005 ben 11 Paesi con un rapporto deficit/Pil vicino o superiore al limite di riferimento del 3%. Ma le previsioni sui conti pubblici italiani sono tra le più preoccupanti. Fortuna per l’Italia che esiste la Grecia, unico Stato della "zona euro" a superarla nel 2006 nello sforamento del debito (solo di 2 punti), ma che l’Italia supererà "brillantemente" l’anno prossimo nel deficit. Non è certo una grande consolazione per un Paese entrato nel G8 ma che all’interno dell’Ue occupa saldamente le ultime posizioni in classifica.

Il governo italiano dovrà quindi rispondere alla Commissione, adottando misure di contenimento della spesa pubblica e dimenticando di poter operare sul versante fiscale con ulteriori tagli alle tasse, come potrebbe invece essere tentato di fare nella lunga campagna elettorale. Tradizione vuole, infatti, che gli ultimi tempi della legislatura siano particolarmente esposti alla tentazione di generosità nella spesa per ottenere un più ampio consenso elettorale: è esattamente quello che nelle condizioni appena descritte l’Italia non può permettersi, pena correre pericolosamente verso il fallimento. Urge dunque una seria opera di risanamento, ma non sarà certo lo scaricare tutte le responsabilità dei problemi economici nazionali sulla "concorrenza sleale" della Cina o avanzare strampalate proposte di vendita delle coste italiane che permetteranno all’Italia di uscire dall’attuale situazione e di far tornare i conti.

 

 

 

partenariato euromediterraneo

Ue e Mediterraneo

La Commissione europea ha reso noto lo scorso 12 aprile un programma di lavoro di ampia portata per rafforzare il partenariato euromediterraneo nei prossimi 5 anni. Avviato dieci anni fa e noto come "processo di Barcellona", il partenariato euromediterraneo è considerato strategico dall’Ue per l’importanza che può e deve assumere in campi che vanno dall’economia ai diritti umani, dalle riforme sociali all’ambiente, dalle migrazioni alla lotta al terrorismo. Il programma di lavoro, proposto dalla Commissione per far progredire il processo di Barcellona, stabilisce un ordine del giorno da discutere sia nel quadro della riunione dei ministri degli Esteri euromediterranei, in programma a Lussemburgo in maggio, sia nell’ambito della Conferenza del decennale che si svolgerà a novembre a Barcellona. È individuata la necessità di realizzare progressi concreti in tre ambiti cruciali per il futuro della regione euromediterranea: l’istruzione, la crescita economica sostenibile, i diritti umani e la democrazia.

istruzione

Il miglioramento della qualità dell’istruzione per tutti e la garanzia di un accesso a condizioni più eque costituiscono l’obiettivo centrale del programma di lavoro. La Commissione propone di:

• promuovere un consistente aumento del sostegno dell’Unione e degli Stati membri nel campo dell’istruzione e della formazione professionale, con l’obiettivo di aumentare di almeno il 50% la quota di contributi destinati all’istruzione;

• ottenere dai partner l’impegno su una nuova scadenza (il 2015) per l’eliminazione dell’analfabetismo nella regione, la piena scolarizzazione di base per bambini e bambine e l’eliminazione a tutti i livelli di istruzione delle disparità dovute al genere;

• predisporre un sistema di borse di studio per studi universitari in Europa, con una percentuale di posti riservata alle femmine.

crescita e riforma economica

La dichiarazione di Barcellona si è prefissata la definizione di un accordo di libero scambio entro il 2010. Secondo la Commissione, a soli 5 anni da tale scadenza è necessario agire per concretizzare l’ambizioso obiettivo. L’approfondimento dell’integrazione economica tra l’Ue e i Paesi mediterranei tramite la liberalizzazione degli scambi nei settori dell’agricoltura e dei servizi, la convergenza della regolamentazione e maggiori investimenti saranno gli obiettivi principali individuati dall’esecutivo europeo per i prossimi anni. Parallelamente, è necessario accelerare l’integrazione regionale Sud-Sud. La Commissione formula le seguenti proposte:

• la fissazione di una tabella di marcia per la creazione di una zona di libero scambio entro il 2010;

• l’avvio da parte dei partner euromediterranei, su base volontaria, di negoziati regionali riguardanti la liberalizzazione dei servizi e il diritto di stabilimento. La Commissione sottoporrà al Consiglio direttive di negoziato intese ad avviare i negoziati nel 2005;

• la fissazione da parte dei partner euromediterranei di una tabella di marcia per la liberalizzazione nel settore agricolo. Anche in questo caso si intendono avviare negoziati nel 2005.

diritti umani e democrazia

La riforma politica è la chiave per realizzare stabilità e sicurezza sostenibili. La Commissione si prefigge di dare nuovo rilievo nell’ambito del partenariato euromediterraneo a questioni quali la tutela dei diritti umani, l’attribuzione di poteri effettivi alle donne, il rafforzamento della democrazia, il pluralismo e l’indipendenza della magistratura. La Commissione propone una maggiore cooperazione in tali ambiti, tra cui un nuovo strumento per la democrazia, a sostegno dei partner che dimostrano un esplicito impegno a favore della riforma politica.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/external_relations/euromed/index.htm

(Fonte: InEurop@)

 

Osservatorio razzismo

razzismo "invisibile" nell’Unione europea

Al momento non  possibile sapere qual  il livello reale di razzismo e discriminazione etnica nell’Unione europea. Questo “non dato”  paradossalmente l’informazione principale che emerge dal Rapporto Racist violence in the European Union, reso noto il 13 aprile scorso dall’European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (Eumc) di Vienna, l’Osservatorio europeo sul razzismo in procinto di essere trasformato in Agenzia europea dei diritti fondamentali, dal 1° gennaio 2007 secondo quanto annunciato dal commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza, Franco Frattini. La mancanza di informazioni certe e comparabili a livello di Ue non dipende però dall’Osservatorio, quanto dal fatto che in molti Stati membri il sistema di rilevazione dei dati è inadeguato e insufficiente. Nella maggior parte dei Paesi analizzati, infatti, gli attacchi e l’intolleranza verso minoranze etniche o religiose e verso i cittadini stranieri non sono specificatamente registrati come azioni motivate (o aggravate) da un punto di vista razzista. Tale situazione rende arduo confrontare contesti nazionali in cui le informazioni sono raccolte secondo criteri e modalità eccessivamente differenziate.

grave carenza di dati

Secondo l’Eumc, solo in Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Regno Unito e Svezia si svolge un effettivo monitoraggio del fenomeno, al punto che spesso questi sembrano essere i Paesi in cui il problema del razzismo è più grave, mentre invece sono solo gli Stati dov’è migliore la raccolta dei dati. La questione è rilevante dal punto di vista della lotta e della prevenzione a razzismo, xenofobia e discriminazione perché, come dimostra il caso del Regno Unito, proprio dove il monitoraggio e la raccolta dei dati sono più efficienti esistono buone prassi da sviluppare ed esportare.

«L’Europa ha la necessità di conoscere quanto è diffuso il problema della violenza razzista e xenofoba - dichiarano i responsabili dell’Eumc - altrimenti non potrà proteggere realmente le minoranze religiose, etniche, culturali contro la violazione dei loro diritti fondamentali, inclusi i diritti della dignità umana, della vita e dell’integrità della persona. Non registrare questi incidenti significa sottostimare il problema e rendere le vittime invisibili». E totalmente "invisibili" per l’Osservatorio europeo sono soprattutto le vittime del razzismo che vivono in Italia, Grecia e Portogallo, gli unici tre Stati membri dell’Ue che non hanno fornito alcun dato pubblico ufficiale su violenze e crimini a sfondo razzista e xenofobo.

Italia inadempiente

L’Italia, ad esempio, ha da poco istituito l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar, vedi i due box in queste pagine), ma i primi dati ufficiali utili giungeranno all’Osservatorio europeo solo nei prossimi mesi. Per ora, dunque, il giudizio dell’Eumc sull’Italia è piuttosto duro: «Lo Stato italiano sembra non faccia abbastanza per monitorare e contrastare le attività dell’estrema destra, sia per quanto riguarda gli individui sia le organizzazioni. (…) Le attività razziste e la propaganda che proviene da alcuni esponenti della Lega Nord, che continua a mantenere una posizione prominente nella politica locale e nazionale, sono indicative dell’assenza di controlli delle manifestazioni razziste da parte dello Stato».

nuovi "carnefici", solite vittime

La mancanza o la carenza di dati pubblici ufficiali in molti dei 15 "vecchi" Stati membri dell’Ue presi in esame dall’Eumc, obbliga spesso a basare l’analisi sugli episodi denunciati dagli organi di stampa, dati insufficienti perché influenzati dalle scelte editoriali (che dipendono spesso da variabili quali il clamore di un fatto o dallo spazio/tempo disponibile) e dalla frequente scelta delle vittime di non denunciare le violenze o gli abusi subiti. In generale, comunque, il Rapporto individua i gruppi «più vulnerabili» tra gli immigrati illegali, gli ebrei, i musulmani, i rifugiati e i Rom, mentre i responsabili sono in genere «giovani maschi membri di organizzazioni politiche estremiste». Dati più recenti, raccolti ad esempio in Francia, Svezia e Paesi Bassi, mostrano però come ormai la maggior parte dei crimini e delle violenze razziste non sono più attribuibili a gruppi estremisti ma sono invece commessi sempre più da persone non aderenti a tali formazioni. L’Eumc rileva un complessivo aumento della violenza, che appare soprattutto legato alle crescenti tensioni in Medio Oriente.

alcune raccomandazioni

Al fine di intervenire per un necessario miglioramento della situazione europea in materia di lotta al razzismo e alla xenofobia, il Rapporto dell’Eumc avanza alcune raccomandazioni ai governi e alle istituzioni nazionali ed europee:

• Gli Stati membri dell’Ue che non l’hanno ancora fatto, devono sviluppare metodologie effettive e sistematiche per la registrazione delle violenze razziste e xenofobe, inclusa la registrazione anonima dell’origine etnica o religiosa delle vittime.

• La polizia e le altre agenzie di giustizia criminale devono adottare strategie per incoraggiare le vittime a denunciare gli incidenti e gli abusi a sfondo razzista e xenofobo subiti.

• Le legislazioni nazionali devono riconoscere la motivazione razzista come circostanza aggravante e trasferirla nelle pratiche giudiziarie al fine di assicurare la punizione di crimini e violenze razziste.

• L’Ue deve creare un corpo normativo per l’armonizzazione delle legislazioni nazionali e la promozione della cooperazione giudiziaria così da eliminare i differenti standard esistenti nei singoli Stati membri.

• Promuovere ricerche accademiche e di Ong sulle dimensioni e la natura di violenze e crimini razzisti. Particolare attenzione dev’essere data alle ricerche qualitative che focalizzano le caratteristiche di vittime e autori degli atti razzisti e che svolgono analisi critiche dell’implementazione degli interventi giudiziari.

• Sviluppare un sistema di standardizzazione dei criteri per giudicare le buone pratiche rispetto a: legislazione, giustizia criminale, interventi delle Ong, ricerche accademiche. Deve essere privilegiato l’effettivo impatto delle azioni sugli autori degli atti razzisti e sulle vittime, il grado d’innovazione di legislazioni e sentenze, la conformità tra i casi denunciati e quelli giudicati.

• Svolgere un’analisi comparativa di progetti simili, ad esempio relativi a programmi di rieducazione per giovani autori di atti razzisti o iniziative che rispondono ai bisogni delle vittime.

• Creare osservatori nazionali (sia ufficiali che semi-ufficiali) o figure di Ombudsman, per quanto concerne la raccolta dei dati e la registrazione degli incidenti e degli atti razzisti.

INFORMAZIONI: http://eumc.eu.int

 

BOX 1

ITALIA: RAPPORTO ALTERNATIVO DELL’ENAR

Anche nel 2004, come già nell’anno precedente, migranti, richiedenti asilo, Rom e, tra loro, soprattutto i musulmani, hanno continuato a subire razzismo e discriminazioni in quasi tutti i settori della vita pubblica italiana e, in particolare, nell’alloggio, nell’occupazione, nell’istruzione e nell’accesso ai servizi. È quanto rileva il Rapporto alternativo 2004 pubblicato recentemente dalla sezione italiana dell’European Network Against Racism (Enar). In assenza di un sistema nazionale certo di raccolta dati e monitoraggio (come denunciato anche dall’Eumc), il Rapporto si è basato sulle ricerche disponibili e sugli episodi riportati dai media, nella consapevolezza della scarsa scientificità di tali dati e di una sicura sottovalutazione del fenomeno. In ogni caso, l’analisi del materiale raccolto ha permesso una dettagliata valutazione della situazione italiana in materia di razzismo e discriminazione.

Sebbene sia stato fatto un passo avanti nell’attuazione della direttiva 2000/43/EC con l’apertura dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), l’ufficio è stato creato senza la consultazione delle Ong e delle associazioni di settore e la sua collocazione, all’interno della presidenza del Consiglio dei ministri, lo rende poco accessibile alle vittime e suscita forti dubbi sulla sua reale indipendenza. Potrà essere utile nella raccolta dei dati, ma al momento il problema della mancanza sia di un monitoraggio sistematico che di servizi di supporto per le vittime promossi da istituzioni pubbliche resta aperto e grave. Sono aumentati i casi di discriminazione e razzismo portati in tribunale, a dimostrazione di una crescente percezione da parte delle vittime e di un maggior utilizzo degli strumenti legali a disposizione per contrastare le discriminazioni; così come sono aumentate anche le vertenze sindacali intentate da lavoratori stranieri. Ci sono state inoltre alcune importanti sentenze della Corte Costituzionale, dei Tribunali amministrativi regionali e dei tribunali ordinari, ma in generale i mezzi legali per la protezione dalle discriminazioni restano insoddisfacenti e l’azione legale una barriera, anche per la mancata introduzione da parte del governo della distribuzione dell’onere della prova prevista dalla direttiva comunitaria. Particolarmente grave il fatto che molti esponenti politici, soprattutto della Lega, rilascino continuamente dichiarazioni esplicitamente razziste e frasi altamente offensive, sconfessando leggi e sentenze. Inoltre, 2 ministri della Lega «hanno ripetutamente espresso gravi critiche sulla sentenza che ha condannato alcuni militanti del loro partito per incitamento all’odio razziale» (sentenza del tribunale di Verona). Nei Centri di permanenza temporanea, poi, «tutto è concesso alle forze dell’ordine e alle organizzazioni che li gestiscono» e anche nel 2004 si sono susseguiti incidenti, tentativi di fuga, aggressioni, pestaggi, tanto da essere definiti «luoghi di sospensione del diritto». In un simile quadro nazionale, sottolinea il Rapporto, le Ong hanno continuato a essere «dei fondamentali punti di riferimento per le vittime del razzismo e delle discriminazioni», promuovendo nuovi progetti, campagne e buone pratiche con l’obiettivo di tutelare i diritti dei gruppi vulnerabili e promuovere l’uguaglianza.

INFORMAZIONI: http://www.enar-eu.org

 

BOX 2

UNAR: L’UFFICIO ITALIANO CONTRO IL RAZZISMO

Dal dicembre 2004 alla fine di aprile del 2005, circa 4000 chiamate sono giunte al contact center dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), ufficio istituito presso la presidenza del Consiglio italiano (ministero Pari opportunità). Tra queste segnalazioni pervenute, circa 140 erano collegate a veri e propri casi di discriminazione razziale. L’Unar è nato nel 2004, secondo quanto previsto da un decreto legislativo che nel 2003 ha recepito la direttiva n. 43/2000 della Commissione europea che invitava gli Stati membri ad attivare iniziative e strumenti per contrastare forme di discriminazione su base etnica e razziale.

Dopo alcune campagne informative nelle scuole, eventi di sensibilizzazione, promozione di buone pratiche (ad esempio in ambito lavorativo), dal 10 dicembre 2004 è entrato in funzione il contact center, che risponde in dieci lingue al numero verde 800901010, raccogliendo segnalazioni, denunce e testimonianze su fatti, eventi, procedure e azioni che pregiudicano, per motivi etnici o razziali, la parità di trattamento tra le persone. Il centro, gestito dall’Unar e dalle Acli nazionali, prevede un primo "filtro" di mediatori e avvocati, che offrono informazioni, orientamento e supporto alle vittime delle discriminazioni. Nel caso poi il problema esposto non sia risolvibile in tempo reale, la segnalazione è inoltrata a un "secondo livello" dell’Ufficio, che registra la richiesta e si occupa della risoluzione del caso.

In base all’articolo 5 del decreto n. 215/2003, le associazioni e gli enti possono operare in nome, per conto o a sostegno della vittima attivando la necessaria tutela giurisdizionale, sia nei casi di discriminazione individuale che collettiva. È stato così creato uno specifico registro nazionale, dove si possono iscrivere tutte le associazioni che si occupano di discriminazione: esse potranno andare in giudizio, con la persona che fa denuncia (anche senza farla comparire), supportate da legali. Oltre al centro di contatto nazionale, l’Unar è costituito da una rete di 6500 strutture diffuse su tutto il territorio nazionale.

INFORMAZIONI: http://www.pariopportunita.gov.it/IL-DIPARTI/--Ufficio-/Pagina-iniziale_root.doc_cvt.htm

 

 

 

armi nel mondo

le vere armi di distruzione

Circa 700 milioni di armi sono in circolazione nel mondo e ogni anno ne vengono prodotti altri 8 milioni; quasi il 90% di esse proviene dai 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Usa, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) e sono destinate soprattutto ai Paesi in via di sviluppo: dal 1999 al 2003, Usa, Regno Unito e Francia hanno ricavato dalla vendita di armi in Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina più di quanto hanno destinato in aiuti a queste stesse aree; le esportazioni mondiali autorizzate costituiscono un affare da 28 miliardi di dollari all’anno con conseguenze disastrose: in media ogni minuto una persona è uccisa dalle armi, 1300 ogni giorno, almeno 500.000 all’anno. Questi dati rendono evidenti le dimensioni del problema delle armi nel mondo, denunciato dalla Campagna Control Arms lanciata a livello internazionale nell’ottobre 2003 e rilanciata nel marzo scorso in Italia da una coalizione formata da Amnesty International, Oxfam e dalla rete internazionale di azione sulle armi leggere (Iansa). L’obiettivo è di fare pressione per l’adozione in sede Onu entro il 2006 di un Trattato mondiale sul commercio degli armamenti.

donne e minori prime vittime

Il traffico di armi colpisce in modo diretto o indiretto soprattutto i più deboli: le donne e i bambini. Per le donne, la presenza di un’arma tra le mura di casa è un fattore di rischio che aggrava a dismisura la portata della violenza domestica. In Francia e in Sudafrica, una donna su 3 vittima di omicidio è uccisa dal proprio marito con un arma da fuoco; un rapporto che aumenta a 2 su 3 negli Stati Uniti.
Per quanto riguarda i minori, oltre all’imbarazzante dato dei 300.000 bambini-soldato direttamente coinvolti in un conflitto, si registra anche un elevato numero di minori facente parte di bande criminali in molte metropoli del mondo. In Brasile, ad esempio, le armi di piccolo calibro sono la prima causa di morte dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni.

più armi, maggiore povertà

I circa 28 miliardi di dollari annui spesi nel business delle armi, potrebbero essere sufficienti a ridurre la mortalità infantile ed eliminare del tutto l’analfabetismo in Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina. Sono invece utilizzati per sostenere le politiche di governi che preferiscono ingigantire il loro debito estero nella corsa agli armamenti piuttosto che sostenere programmi virtuosi, e spesso meno costosi, di sviluppo economico e lotta alla povertà. Così, la proliferazione delle armi accresce la povertà del mondo: la metà dei Paesi spende più soldi per la difesa che per la salute; il 42% degli Stati con il più alto budget destinato alla difesa figura in fondo alla classifica dell’indice di sviluppo umano.

Italia in prima fila

L’Italia figura al secondo posto dopo gli Usa nella classifica dei Paesi esportatori di armi leggere nel mondo ed è al settimo posto per valore complessivo di armi esportate. Nel 2003, ha venduto 1,3 miliardi di euro di armamenti, con un incremento rispetto al 2002 che sfiora il 40%. In un periodo generalmente caratterizzato da una crisi generale dei mercati, solo il settore degli armamenti si è dimostrato attivo. Sono state esportate verso la Cina armi per 127 milioni di euro: prima ancora di annunciare il proprio sostegno all’eliminazione dell’embargo sulle armi alla Cina, l’Italia aveva già violato sia l’embargo che la legislazione nazionale.

cambiare è possibile

Invertire questa tendenza non è impossibile. In Canada, nel 1995 è stata inasprita la legge sul possesso delle armi: nell’arco di 8 anni, il tasso di omicidi contro le donne è sceso del 40%. In Australia, 5 anni dopo la modifica di un’analoga legge, la percentuale si è addirittura dimezzata. Anche a livello internazionale i risultati ottenuti dalla Campagna contro le mine antipersona dimostrano che il cambiamento è possibile: il Trattato di Ottawa del 1997 non ha ancora portato al definitivo superamento del problema, ma da allora più nessun Paese commercia apertamente questo tipo di armi.

le proposte

Control Arms richiama i governi alle loro responsabilità, per «disinnescare subito le autentiche armi di distruzione di massa che circolano indisturbate»:

• attraverso un controllo statale più rigoroso sui trasferimenti, la disponibilità e l’uso delle armi, nel rispetto del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario; a partire dall’introduzione in Italia di una legge specifica sugli intermediari di armi e l’adozione di norme più restrittive sull’esportazione di armi leggere;

• attraverso il rafforzamento dei meccanismi di controllo a livello regionale, a partire dalla revisione del Codice di condotta europeo sull’esportazione di armamenti;

• attraverso soprattutto l’adozione di un Trattato internazionale sul commercio delle armi entro il 2006. Esso dovrebbe: impedire il trasferimento di armi utilizzate illegalmente per violare i diritti umani, influenzare negativamente la sicurezza regionale o lo sviluppo sostenibile; subordinare qualsiasi trasferimento di armi all’autorizzazione di uno Stato con licenze e registrazione di intermediari e trasportatori; interrompere le forniture agli Stati sotto embargo o che non hanno fornito il loro consenso al trasferimento; garantire (come per gli Ogm o i bagagli negli aeroporti) il funzionamento di un sistema globale di marcatura e tracciabilità di armi e munizioni.

Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo hanno deciso di aderire a questa Campagna. Igoverni di Paesi come Brasile, Cambogia, Costa Rica, Finlandia, Kenya, Mali, Messico e da ultimo, a febbraio, il Regno Unito, hanno scelto di sostenere le proposte di Control Arms.

(Fonte: Amnesty International)

INFORMAZIONI:

Campagna control arms,

http://www.controlarms.org/

Sezione italiana, http://www.disarmo.org/rete/indices/index_1860.html

Amensty International,

http://www.amnesty.it

 

occupazione femminile

poco compatibili lavoro e vita familiare

Per le donne europee è difficile conciliare il lavoro con la vita familiare e, in particolare, col ruolo di madre. Mentre infatti il tasso di occupazione nell’Ue a 25 si è stabilizzato al 75% per le donne con un’età compresa tra i 20 e i 49 anni che non hanno figli di età inferiore ai 12 anni, il tasso scende al 60% per le donne che hanno figli con meno di 12 anni. Inoltre, più di una donna su tre, con figli e un lavoro, ha lavorato part-time nel 2003, situazione che ha riguardato solo una donna su cinque senza figli. È quanto emerge da un’indagine pubblicata da Eurostat il 12 aprile scorso che ha elaborato dati relativi al 2003. La ricerca evidenzia anche l’opposta condizione degli uomini: il tasso di occupazione maschile va dall’86% per coloro che non hanno figli al 91% per coloro che hanno figli di età inferiore ai 12 anni.

tasso d’occupazione
più basso per le mamme

Il tasso di occupazione totale delle donne che non hanno figli di età inferiore ai 12 anni era inferiore rispetto a quello degli uomini nel 2003 in tutti gli Stati membri, a eccezione di Estonia e Finlandia, dove era leggermente superiore. I tassi di occupazione più elevati delle donne senza figli sono stati registrati in Repubblica Ceca (86%), Estonia (84%), Austria, Regno Unito e Slovenia (83% ciascuno). I più bassi a Malta (38%), in Grecia (57%), Italia (60%) e Spagna (62%).

In tutti gli Stati membri, tranne Slovenia e Danimarca, il tasso di occupazione totale delle donne che hanno figli di età inferiore ai 12 anni è più basso rispetto a quello delle donne senza. I tassi più elevati delle donne con figli riguardano Slovenia (85%), Danimarca (80%), Lituania (79%) e Portogallo (76%), i più bassi sono invece rilevati a Malta (27%), in Italia e Ungheria (50% ciascuno), Spagna (51%), Grecia (53%) e Repubblica Ceca (54%). Le differenze tra donne con figli e senza sono state particolarmente significative in Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Estonia, Regno Unito e Germania.

molto part time

Il tasso di occupazione a tempo parziale era nel 2003 del 15% tra le donne europee senza figli di età inferiore ai 12 anni e del 23% tra quelle con bambini. I Paesi Bassi sono lo Stato membro dell’Ue con il tasso più elevato di madri impiegate part-time (55%), seguiti a distanza da Regno Unito (36%), Germania (35%), Austria (32%), Belgio (27%) e Lussemburgo (26%). I tassi più bassi sono invece stati rilevati in alcuni dei nuovi Stati membri, in particolare in Slovacchia e Slovenia (2%). Tra gli uomini con e senza figli, invece, il tasso d’occupazione a tempo parziale è molto basso (circa 3%).

più figli meno lavoro esterno

L’occupazione cala all’aumentare del numero di figli. Nel 2003, nell’UE a 25 il tasso d’occupazione delle donne tra i 20 e i 49 anni era del 65% per coloro che avevano un figlio con meno di 12 anni, ma scendeva al 58% per le donne con due bambini e al 41% per quelle con tre o più. Per gli uomini, invece, i tassi erano rispettivamente del 91%, 92% e 86%.

In tutti gli Stati membri, i tassi di occupazione delle madri di tre o più figli erano inferiori a quelli delle madri di uno o due. Le differenze più rilevanti tra i tassi di occupazione delle donne con un solo figlio e di quelle con tre o più sono stati registrati in Ungheria (59% contro 13%), Slovacchia (68% contro 27%) e Repubblica Ceca (61% contro 22%), i tre Stati membri dove i tassi d’occupazione delle donne con tre o più figli erano più bassi. I tassi di occupazione più elevati tra le donne con figli sono stati osservati in Slovenia (82%), Danimarca (67%) e Portogallo (60%).

Tasso di occupazione delle donne europee tra i 20 e i 49 anni

senza e con figli di età inferiore ai 12 anni

 

senza figli

un bambino

due bambini

tre o più bambini

EU25

75,1

64,8

57,8

41,2

Belgio

74,6

70,4

69,5

49,2

Rep. Ceca

85,7

61,4

45,4

22,0

Danimarca

77,1

80,3

82,2

67,2

Germania

79,5

66,0

55,2

37,9

Estonia

83,8

66,1

59,8

(39,1)

Grecia

56,5

54,2

52,8

39,6

Spagna

61,7

53,8

47,5

41,3

Francia

76,6

73,3

63,8

39,8

Irlanda

-

-

-

-

Italia

60,4

52,7

45,8

35,0

Cipro

74,9

72,9

71,5

51,6

Lettonia

78,4

69,5

61,6

(50,6)

Lituania

79,5

81,3

76,8

(58,9)

Lussemburgo

74,8

68,8

53,0

(34,7)

Ungheria

78,2

59,4

43,8

12,6

Malta

37,5

29,9

(23,8)

-

Paesi Bassi

81,9

71,6

70,3

58,5

Austria

83,4

77,8

66,1

57,4

Polonia

70,4

63,5

55,1

44,7

Portogallo

76,6

77,7

75,0

60,2

Slovenia

83,1

85,6

85,4

(81,8)

Slovacchia

81,4

67,7

51,0

27,4

Finlandia

77,9

75,0

74,4

56,2

Svezia

-

-

-

-

Regno Unito

83,2

67,8

60,9

37,9

- dato non disponibile o non attendibile a causa delle piccole dimensioni del campione;
( ) dato poco attendibile a causa delle piccole dimensioni del campione.

Fonte: Eurostat, aprile 2005

 

demografia

un Continente sempre più vecchio

Nei prossimi 20 anni la popolazione dell’attuale Unione europea a 25 Stati dovrebbe aumentare di oltre 13 milioni di abitanti, raggiungendo la quota di 470 milioni nel 2025, ma tale crescita sarà dovuta principalmente al saldo migratorio poiché, a partire dal 2010, il totale dei decessi dovrebbe superare il totale delle nascite. In base agli andamenti attuali, dopo il 2025 il saldo migratorio non dovrebbe più compensare la diminuzione naturale della popolazione, la quale dovrebbe iniziare una progressiva diminuzione che la porterà a circa 450 milioni nel 2050. Nell’intero periodo di proiezione, la popolazione dell’Ue a 25 dovrebbe diminuire dell’1,5%, per effetto di un incremento dello 0,4% nell’Ue a 15 e di un abbassamento dell’11,7% nei dieci nuovi Stati membri.

Tali previsioni sono state rese note da Eurostat lo scorso 8 aprile nel Rapporto Proiezioni della popolazione 2004-2050, si basano sull’analisi e l’estrapolazione delle tendenze demografiche dell’Ue a 25 e, avverte l’Ufficio statistico europeo, vanno considerate con precauzione perché prendono in esame un periodo di tempo relativamente ampio.

Particolare preoccupazione desta la popolazione europea in età lavorativa (tra i 15 e 64 anni) che, secondo le previsioni, dovrebbe diminuire significativamente in relazione al totale della popolazione passando dal 67,2% del 2004 al 56,7% del 2050: una perdita di persone in età lavorativa che equivale a circa 52 milioni. Minore la diminuzione della popolazione nella fascia d’età compresa tra 0 e 14 anni, che in percentuale sul totale della popolazione europea dovrebbe passare dal 16,4% del 2004 al 13,4% del 2050, mentre è previsto un forte incremento degli ultrasessantacinquenni, la cui percentuale sulla popolazione totale raggiungerà nel 2050 quasi il 30% rispetto al 16,4% attuale.

forte calo nei
nuovi Stati membri

Secondo le rilevazioni di Eurostat, nel 2004 la popolazione è diminuita in 7 Stati membri dell’Ue: Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia e Slovacchia. In altri 6 Paesi è prevista una diminuzione entro il 2025: Italia (a partire dal 2013), Germania e Slovenia (2014), Portogallo (2018), Grecia (2020) e Spagna (2022). Entro il 2050, poi, in ben 20 Stati membri si prevede un forte calo demografico: ai 13 già indicati si aggiungeranno infatti la Finlandia (a partire dal 2028), l’Austria (2029), la Danimarca (2032), i Paesi Bassi (2036), il Belgio (2037), il Regno Unito (2040) e la Francia (2042). Gli unici Paesi dell’attuale Ue in cui è prevista una tendenza opposta, e dunque un aumento della popolazione, sono l’Irlanda, Cipro, Lussemburgo, Malta e Svezia.

Nell’intero periodo preso in considerazione (2004-2050), la diminuzione percentuale di popolazione più rilevante è prevista soprattutto nella maggior parte dei nuovi Stati membri: Lettonia (-19,2%), Estonia (-16,6%), Lituania (-16,4%), Repubblica Ceca (-12,9%), Ungheria e Slovacchia (-11,9% ciascuno), Polonia (-11,8%). Viceversa, i più forti incrementi percentuali sono previsti in Lussemburgo (+42,3%), Irlanda (+36%), Cipro (+33,5%) e Malta (+27,1%).

In termini assoluti, invece, i cali di popolazione più significativi sono previsti in Germania (-7,9 milioni), Italia (-5,2 milioni) e Polonia (-4,5 milioni), mentre gli aumenti più rilevanti dovrebbero avvenire in Francia (+5,8 milioni), Regno Unito (+4,7 milioni) e Irlanda (+1,5 milioni).

52 milioni di lavoratori
in meno nel 2050

Come si è già segnalato, la diminuzione della popolazione riguarderà soprattutto la fascia in età lavorativa, compresa tra i 15 e i 64 anni, che si prevede passerà dagli attuali 306,8 milioni circa (67,2% della popolazione totale) a 254,9 milioni nel 2050 (56,7%). Le diminuzioni più rilevanti, con percentuali di popolazione in età lavorativa inferiori alla media dell’Ue a 25, dovrebbero registrarsi in Spagna (52,9%), Italia (53,5%), Portogallo (55%) e Grecia (55,2%), mentre ben al di sopra della media europea dovrebbero stabilirsi il Lussemburgo (61,3%), Malta (60,8%) e i Paesi Bassi (60,7%).

Per quanto riguarda invece i minori, cioè la fascia di popolazione compresa tra 0 e 14 anni, la diminuzione sarà decisamente più lieve (dal 16,4% del 2004 al 13,4% del 2050), con percentuali che varieranno dall’11,2% in Italia al 16,6% in Lussemburgo, mentre i cali maggiori dovrebbero verificarsi a Cipro (dal 20% al 13,3%) e in Irlanda (dal 20,9% al 16%).

Ue sempre più anziana

D’altro canto, invece, nei prossimi 45 anni si registrerà quasi un raddoppio del numero di europei con oltre 65 anni di età, che nel 2050 costituiranno il 29,9% dell’intera popolazione dell’attuale Ue a 25 (16,4% nel 2004), per un totale di 134,5 milioni di persone ultrassessantacinquenni rispetto ai 75,3 milioni attuali.

Le percentuali di popolazione anziana nel 2050 saranno particolarmente elevate in Spagna (35,6%), Italia (35,3%) e Grecia (32,5%), mentre saranno più contenute in Lussemburgo (22,1%), Paesi Bassi (23,5%) e Danimarca (24,1%). Per la parte più anziana di questa fascia di popolazione, cioè gli ultraottantenni, si prevede un triplicamento con un’incidenza dell’11,4% sul totale della popolazione nel 2050 (rispetto al 4% attuale); Italia (14,1%), Germania (13,6%) e Spagna (12,8%) sono i Paesi dove la percentuale di persone con più di 80 anni sarà più elevata.

L’aumento significativo della popolazione anziana comporterà una crescita del tasso di dipendenza dall’attuale 48,9% al 76,5% nel 2005, il che significa che mentre oggi c’è una persona inattiva (giovane o anziana) ogni 2 persone in età lavorativa, tra 45 anni ci saranno 3 persone inattive ogni 4 persone in età lavorativa.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/eurostat/

 

 

Tendenze demografiche della popolazione europea

 

popolazione al 1° gennaio (in migliaia)

Aumento percentuale rispetto al 1° gennaio 2004

 

2004

2015

2025

2050

2015

2025

2050

EU25

456.815

467.307

470.057

449.831

2,3

2,9

-1,5

EU15

382.674

394.727

398.780

384.356

3,1

4,2

0,4

Nuovi Stati membri

74.141

72.580

71.278

65.475

-2,1

-3,9

-11,7

Belgio

10.396

10.674

10.898

10.906

2,7

4,8

4,9

Repubblica Ceca

10.212

10.012

9.812

8.894

-2,0

-3,9

-12,9

Danimarca

5.398

5.498

5.557

5.430

1,9

2,9

0,6

Germania

82.532

82.864

82.108

74.642

0,4

-0,5

-9,6

Estonia

1.351

1.279

1.224

1.126

-5,3

-9,4

-16,6

Grecia

11.041

11.390

11.394

10.632

3,2

3,2

-3,7

Spagna

42.345

45.264

45.556

42.834

6,9

7,6

1,2

Francia5

59.901

62.616

64.392

65.704

4,5

7,5

9,7

Irlanda

4.028

4.555

4.922

5.478

13,1

22,2

36,0

Italia

57.888

58.630

57.751

52.709

1,3

-0,2

-8,9

Cipro

730

828

897

975

13,3

22,8

33,5

Lettonia

2.319

2.174

2.068

1.873

-6,3

-10,8

-19,2

Lituania

3.446

3.258

3.134

2.881

-5,5

-9,1

-16,4

Lussemburgo

452

499

544

643

10,4

20,5

42,3

Ungheria

10.117

9.834

9.588

8.915

-2,8

-5,2

-11,9

Malta

400

439

468

508

9,8

17,0

27,1

Paesi Bassi

16.258

16.957

17.429

17.406

4,3

7,2

7,1

Austria

8.114

8.358

8.501

8.216

3,0

4,8

1,3

Polonia

38.191

37.429

36.836

33.665

-2,0

-3,5

-11,8

Portogallo

10.475

10.762

10.730

10.009

2,7

2,4

-4,4

Slovenia

1.996

2.019

2.014

1.901

1,1

0,9

-4,8

Slovacchia

5.380

5.309

5.237

4.738

-1,3

-2,7

-11,9

Finlandia

5.220

5.354

5.439

5.217

2,6

4,2

-0,1

Svezia

8.976

9.373

9.769

10.202

4,4

8,8

13,7

Regno Unito

59.652

61.934

63.792

64.330

3,8

6,9

7,8

Bulgaria

7.801

7.130

6.465

5.094

-8,6

-17,1

-34,7

Romania

21.711

20.917

19.746

17.125

-3,7

-9,1

-21,1

 

 

 

Struttura della popolazione europea: principali gruppi d’età (%)

 

0-14 anni

15-64 anni

oltre i 65 anni

 

2004

2025

2050

2004

2025

2050

2004

2025

2050

EU25

16,4

14,4

13,4

67,2

63,0

56,7

16,4

22,6

29,9

EU15

16,3

14,4

13,5

66,7

62,8

56,5

17,0

22,8

30,0

Nuovi Stati membri

16,7

14,4

13,2

69,7

64,5

57,7

13,6

21,1

29,1

Belgio

17,3

15,6

14,7

65,6

61,9

57,6

17,1

22,5

27,7

Repubblica Ceca

15,2

13,5

12,6

70,8

64,1

56,5

14,0

22,4

30,9

Danimarca

18,9

15,9

15,7

66,2

62,9

60,2

14,9

21,2

24,1

Germania

14,7

12,9

11,9

67,3

62,5

56,5

18,0

24,6

31,6

Estonia

16,0

16,2

14,8

67,9

63,9

59,6

16,1

19,9

25,6

Grecia

14,5

13,3

12,3

67,7

63,9

55,2

17,8

22,8

32,5

Spagna

14,5

12,8

11,5

68,6

65,2

52,9

16,9

22,0

35,6

Francia

18,6

16,7

15,8

65,1

60,9

57,0

16,3

22,4

27,2

Irlanda

20,9

18,2

16,0

68,0

65,3

57,8

11,1

16,5

26,2

Italia

14,2

12,1

11,2

66,6

62,9

53,5

19,2

25,0

35,3

Cipro

20,0

15,6

13,3

68,1

65,2

60,5

11,9

19,2

26,2

Lettonia

15,4

16,2

14,8

68,4

64,1

59,1

16,2

19,7

26,1

Lituania

17,7

15,1

13,7

67,3

65,7

59,6

15,0

19,2

26,7

Lussemburgo

18,8

17,1

16,6

67,1

64,9

61,3

14,1

18,0

22,1

Ungheria

15,9

14,3

13,8

68,6

63,7

58,1

15,5

22,0

28,1

Malta

18,2

15,6

14,5

68,7

63,1

60,8

13,1

21,3

24,7

Paesi Bassi

18,5

16,1

15,8

67,6

63,3

60,7

13,9

20,6

23,5

Austria

16,3

13,8

12,3

68,2

64,1

57,3

15,5

22,1

30,4

Polonia

17,2

14,6

13,0

69,8

64,3

57,6

13,0

21,1

29,4

Portogallo

15,7

14,2

13,1

67,4

63,7

55,0

16,9

22,1

31,9

Slovenia

14,6

13,4

12,8

70,4

63,8

56,0

15,0

22,8

31,2

Slovacchia

17,6

14,0

12,8

70,9

67,1

57,9

11,5

18,9

29,3

Finlandia

17,6

16,0

15,3

66,8

59,4

57,8

15,6

24,6

26,9

Svezia

17,8

17,1

16,3

65,0

60,7

59,4

17,2

22,2

24,3

Regno Unito

18,3

16,1

14,7

65,7

63,0

58,7

16,0

20,9

26,6

Bulgaria

14,2

11,7

11,5

68,7

64,5

55,0

17,1

23,8

33,5

Romania

16,4

14,1

12,5

69,1

66,9

57,9

14,5

19,0

29,6

Fonte: Eurostat, aprile 2005

 

occupazione e crescita

i vantaggi di Lisbona

Le misure previste nella Strategia di Lisbona consentirebbero di aumentare il tasso di crescita potenziale dell’Unione europea dello 0,5-0,75%, avvicinandolo all’obiettivo del 3% e, su un periodo di dieci anni, l’aumento del livello del Pil potrebbe raggiungere il 7-8%. È quanto emerge da un esame effettuato dalla Commissione europea, e reso noto nel marzo scorso, sui numerosi studi che negli ultimi anni hanno analizzato l’impatto economico delle diverse riforme strutturali previste dalla Strategia di Lisbona.

Tali studi hanno evidenziato come le riforme siano essenziali per rafforzare il potenziale di crescita dell’economia dell’Ue nel medio e lungo termine e che, nei prossimi decenni, solo l’impatto dell’invecchiamento della popolazione dimezzerà il tasso di crescita potenziale, destinato a scendere dall’attuale 2-2,25% a circa l’1,25%.

La Commissione ha quindi valutato i costi della mancata realizzazione delle riforme strutturali raccomandate a Lisbona. Particolare attenzione è stata riservata alle misure intese a sopprimere gli ostacoli che ancora si frappongono al buon funzionamento del mercato interno, a integrare maggiormente i mercati finanziari, a incoraggiare gli investimenti nella conoscenza e nell’innovazione, a modernizzare le politiche del mercato del lavoro, ad accrescere la coesione sociale e a migliorare la tutela dell’ambiente.

Secondo le stime della Commissione, le riforme dei mercati dei prodotti e del lavoro effettuate nella seconda metà degli anni Novanta hanno determinato un incremento della crescita annuale del Pil pari a quasi lo 0,5% a medio termine. Se si tiene altresì conto degli effetti dei maggiori investimenti nella conoscenza previsti dalla Strategia di Lisbona, l’aumento della crescita potenziale dell’Ue potrebbe raggiungere i tre quarti di punto percentuale. Ciò avvicinerebbe il tasso di crescita potenziale dell’Ue all’obiettivo del 3% e determinerebbe un aumento cumulato della crescita del 7-8% su un periodo di 10 anni.

Gli studi analizzati dimostrano anche i vantaggi derivanti dal fatto di attuare un insieme completo di riforme strutturali. Per un’efficacia ottimale, le misure di riforma adottate in un settore devono essere affiancate da misure di accompagnamento in altri settori. Ad esempio, le imprese innovative necessitano di mercati dei prodotti e dei capitali efficienti per mettere sul mercato innovazioni che generino crescita e hanno bisogno di una manodopera altamente qualificata per poter far uso delle nuove tecnologie.

Completare il mercato interno dei beni e dei servizi e garantire una concorrenza efficace in settori quali l’elettricità e le telecomunicazioni sono due esempi del tipo di riforme dei mercati dei prodotti considerate necessarie. Secondo la stima di uno studio citato nella relazione, la liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e delle telecomunicazioni determinerebbe un incremento del Pil dello 0,6% nel lungo termine. È questa la ragione per cui la Commissione segue da vicino l’evoluzione di questi settori e ha deciso recentemente di proseguire col procedimento d’infrazione nei confronti di 10 Stati membri per la mancata attuazione della legislazione mirante ad aprire alla concorrenza il settore dell’energia. La Commissione ha inoltre adottato una comunicazione intesa a migliorare il quadro normativo riguardante le imprese (IP/05/311). Gli oneri amministrativi, uniti a una regolamentazione mediocre, tendono infatti a intralciare il potenziale di crescita dell’Ue: un recente studio citato nella relazione stima che una riduzione del 25% degli oneri amministrativi nell’Ue determinerebbe una crescita del Pil reale dell’1%.

INFORMAZIONI:

http://europa.eu.int/growthandjobs/index_en.htm

(Fonte: InEurop@)

 

governance mondiale

la difficile riforma dell’Onu

di Franco Chittolina

Ha scritto un grande narratore africano, Ahmadou Kourouma, che «visto che già non sappiamo dove andiamo, che almeno sappiamo da dove veniamo». Una lezione di saggezza africana che ben si adatta al futuro del pianeta e alla prospettiva di un suo governo democratico, legittimo ed efficace. E quindi utile avvertenza per chi voglia serenamente partecipare al dibattito in corso, destinato a crescere nei prossimi mesi, sulla riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Nel nobile scopo di mantenere la pace e la sicurezza fra gli Stati, l’Onu era stata preceduta dalla Società delle Nazioni che, creata nel gennaio del 1920, non riuscì mai realmente nel suo scopo, in particolare a partire dagli anni Trenta, e venne dichiarata estinta nel 1946. Nel frattempo, alla vigilia della fine della Seconda guerra mondiale, nel luglio del 1944, gli alleati e futuri vincitori del conflitto ponevano a Bretton Woods (New Hampshire) le basi del nuovo ordine economico e monetario internazionale dal quale sarebbero germinate nel 1945 il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), la Banca Mondiale (Bm) e, nel 1947, l’Accordo sulle tariffe doganali e il commercio (General Agreement on Tariffs and Trade - Gatt) trasformatosi nel 1995 nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc-Wto). Una cronologia da tenere d’occhio: perché se è vero che le istituzioni economiche di Bretton Woods sono più o meno contemporanee dell’Onu, nata il 24 ottobre 1945, gli accordi sull’ordine monetario post-bellico sono precedenti e si muovono tuttora fuori dell’alveo onusiano e a questo non sono subordinati. Sarà bene ricordarsene per non fare confusione e non attribuire all’Onu, già sufficientemente malandata, responsabilità che non ha e magari per affidargliene con chiarezza in futuro perché possa uscire da una politica declamatoria e poco efficace.

la riforma per i 60 anni

Ed è proprio per dare all’Onu efficacia e più solida legittimità che torna oggi all’ordine del giorno il tema della sua riforma che il segretario generale Kofi Annan vorrebbe vedere adottata in tempi brevi, possibilmente in occasione della prossima Assemblea di settembre quando l’ONU compirà 60 anni. La proposta anticipata da Kofi Annan è il risultato di un Comitato di saggi e comporta elementi diversi tra i quali spiccano due opzioni per la riforma del Consiglio di sicurezza e proposte sul Consiglio economico, quello dei Diritti umani, della Corte penale internazionale e ancora sulla definizione di terrorismo e i criteri per un uso legittimo della forza. Non è tuttavia azzardato prevedere che il dibattito dei prossimi mesi si concentrerà in gran parte sulla riforma del Consiglio di sicurezza e in particolare sulla sua composizione. Oggi ne fanno parte cinque Paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina), come membri permanenti con diritto di veto, e altri dieci Paesi a rotazione, eletti ogni due anni dall’Assemblea. Le critiche a questa articolazione sono note: a 60 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il peso rispettivo degli allora vincitori si è fortemente modificato sullo scacchiere geopolitico ed è inaccettabile l’assenza di Paesi di altri continenti come l’America Latina e l’Africa.

nuovo Consiglio di sicurezza

La riforma annunciata da Kofi Annan punta ad allargare la rappresentatività del Consiglio di sicurezza con due opzioni possibili: aggiungere 6 nuovi membri permanenti senza diritto di veto (2 per l’Africa, 2 per l’Asia, uno per l’Europa e uno per le Americhe), oppure 8 membri semi-permanenti, sempre senza diritto di veto, rinnovabili ogni quattro anni. Come si vede, la proposta non modifica la posizione degli attuali 5 membri permanenti che conservano in esclusiva il diritto di veto, ma modula diversamente l’integrazione dei nuovi membri allargando la rappresentanza dei diversi continenti e, nel caso della prima opzione, promuovendo a nuovi "semi-grandi" 6 nuovi Paesi. E qui si scatena un aspro confronto su chi debbano essere questi nuovi "azionisti pesanti" dell’Onu in provenienza dalle aree del mondo chiamate finalmente ad accedere alla stanza dei bottoni. Particolarmente duro il dibattito in Europa, dove ambisce all’unico seggio disponibile la Germania e questo a scapito della prospettiva di una rappresentanza unitaria dell’Unione europea e con il risultato di tagliare fuori l’Italia dal giro dei Grandi.

negoziato difficile per l’Italia

Non stupisce quindi che il nostro Paese si opponga a questa soluzione preferendole l’opzione di 8 nuovi membri semi-permanenti, tra cui l’Italia potrebbe a turno figurare insieme a una rappresentanza più adeguata dei Paesi in via di sviluppo. Si tratta di un negoziato complesso e per l’Italia da affrontare in salita, anche perché giocato tutto in difesa con l’obiettivo di non essere ulteriormente emarginati nella futura politica internazionale. Il tutto reso più difficile dal degrado di credibilità internazionale - in particolare in Europa - che affligge il nostro Paese da qualche anno a questa parte. È molto improbabile che in queste condizioni l’Italia possa contrastare la Germania nel caso della prima opzione, mentre potrebbe avere qualche possibilità di farsi promotrice della seconda ipotesi sulla quale potrebbe convergere un numero importante di Paesi, quelli cioè esclusi dalla prima opzione.

diritto di veto e competenze

Ma il problema, certo importante, della composizione del Consiglio di sicurezza rischia di essere un po’ "l’albero che nasconde la foresta", che è fatta di problemi non meno importanti. A cominciare dagli squilibri creati dal persistente diritto di veto fino alle competenze da riconoscere all’Onu, con annessa capacità di comminare sanzioni in caso di infrazione. Le recenti vicende vissute dall’Onu alla vigilia della guerra in Iraq sono ancora davanti agli occhi di tutti ed esigono cambiamenti radicali, per quanto attiene alla definizione del terrorismo e ai criteri per l’uso legittimo della forza. In tale contesto sarebbe bene cogliere l’occasione per chiarire il ruolo delle istituzioni economiche come il Fmi e la Bm dove, senza "buttare il bambino con l’acqua", si deve rapidamente mettere mano a un loro funzionamento più democratico di quanto avvenga attualmente.

Sarebbe un peccato se in questi mesi di confronto sul futuro della governance mondiale - perché di questo alla fine si tratta - tutto si esaurisse sulla composizione del Consiglio di sicurezza o, ancor peggio qui da noi, sulla presenza in esso dell’Italia. Sarebbe l’ulteriore segno della nostra persistente deriva "provinciale" e motivo di ulteriore decadimento del ruolo internazionale del nostro Paese.

BOX 1

A PORTO ALEGRE LE PROPOSTE DELLE ONG

La proposta di riforma presentata a fine 2004 dall’apposita commissione istituita dall’Onu (High Level Panel), non sembra contenere elementi utili per un cambiamento decisivo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Così, anche nel corso dell’ultimo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, alla fine del gennaio scorso, si è discusso della riforma dell’Onu. Un gruppo di 80 Ong ha elaborato una serie di proposte per trasformare le Nazioni Unite, pur nella consapevolezza che esse non sono riformabili se si ritiene che la funzione principale delle istituzioni internazionali sia di controllare, anche con l’uso della forza, il potere politico-militare delle grandi potenze. Secondo la proposta delle Ong, un progetto di democratizzazione dell’Onu richiederebbe la soppressione del ruolo che alcuni Paesi si sono attribuiti quali membri permanenti nel Consiglio di sicurezza e l’assegnazione all’Assemblea generale di funzioni dotate di cogenza normativa. Il progetto di riforma redatto dalla commissione Onu, è stato sottolineato a Porto Alegre, lascia invece intatta la struttura gerarchica delle Nazioni Unite, salvo dispensare qualche privilegio ad alcune potenze economiche o demografiche e, quel che è peggio, introduce nuove ipotesi di uso della forza. La proposta emersa durante il Forum Sociale Mondiale considera necessario accantonare l’idea di un "governo mondiale" e di una "polizia internazionale", per lasciare spazio a un assetto «pluralista e policentrico» delle istituzioni internazionali. In pratica, creare istituzioni regionali, anche geograficamente dislocate rispetto all’Occidente, con compiti più limitati e di carattere più preventivo che repressivo. Perché ciò sia possibile, però, dovranno emergere «grandi spazi politici in competizione con l’egemonia imperiale degli USA», quali l’UE e la Cina, ma anche il subcontinente latinoamericano.

 

BOX 2

NUOVI RAPPORTI USA-UE

Al fine di giungere alla strutturazione di una governance mondiale e uscire dall’attuale unilateralismo statunitense, in occasione dell’incontro ufficiale tra Ue e Usa dello scorso febbraio a Bruxelles un gruppo di "esperti" (politici, intellettuali, storici, economisti) europei e americani, ha presentato un documento intitolato Compact between the United States and Europe, in cui si esorta un accordo tra Usa e Ue che metta fine alle dispute degli ultimi anni e fissi alcune priorità. Secondo gli estensori del documento, di varia impostazione politica e culturale, «la partnership tra Europa e Stati Uniti deve rafforzarsi perché il nostro comune futuro dipende da questo». Iraq, Iran, Cina, Medio Oriente, Corte penale internazionale, Convenzione di Ginevra, ruolo dell’ONU, Sudan, Afghanistan, obiettivi del Millennio e questione ambientale sono le questioni più importanti su cui Ue e Usa sono chiamate al confronto e ad un impegno comune. Sull’Iran, ad esempio, il documento sollecita gli Usa ad appoggiare il dialogo tra Tehran e l’Ue e l’Europa a impegnarsi per imporre severe sanzioni qualora il regime iraniano rifiutasse di sospendere il programma nucleare o si ritirasse dal Trattato di non proliferazione. In merito all’abolizione dell’embargo sulle armi alla Cina, secondo gli estensori del documento l’Ue dovrà concordarne gli estremi con Usa, Giappone e altri «rilevanti attori dell’area» e, inoltre, attendere che le autorità di Pechino ratifichino la Convenzione Onu sui diritti civili e politici, dichiarandosi anche contraria alla modifica dello status quo di Taiwan. Per quanto concerne la questione della democrazia in Medio Oriente, Usa e Ue devono impegnarsi per lo «sviluppo pacifico di società democratiche» che rispettino i diritti umani, facendone la strategia centrale della propria politica estera. Sulla Corte Penale Internazionale, gli Usa devono rinunciare a imporre misure punitive ai Paesi che la sostengono, mentre Ue e Usa dovranno trovare un accordo sulla questione dell’immunità per funzionari e militari americani nell’esercizio delle proprie funzioni. C’è poi la necessità di garantire il rispetto della Convenzione di Ginevra, che dovrà essere applicata a tutti i combattenti catturati nel corso della "guerra al terrorismo", compresi quelli detenuti nella base statunitense di Guantánamo.

Uno degli autori del documento, Timothy Garton Ash, ha scritto recentemente a proposito della situazione internazionale e del ruolo dell’Ue: «Unite quello che ci ha insegnato Baghdad, quello che ha dichiarato Bush a Bruxelles e quello che sta accadendo a Beirut e otterrete un imperativo per l’Europa a proporre soluzioni proprie per estendere la libertà in Medio Oriente. Non basta dire che l’Iraq era il modo sbagliato di procedere. Dobbiamo passare a indicare quello giusto» ("la Repubblica", 4 marzo 2005).

 

 

informazione e consultazione

i dieci anni dei Comitati aziendali europei

Nel 2005 ricorre il decimo anniversario del recepimento della direttiva del 1994 sui Comitati aziendali europei (Cae). In questi 10 anni, circa 10 milioni di lavoratori hanno acquisito il diritto di essere informati e consultati sulle decisioni delle proprie società a livello europeo dai loro rappresentanti. Tuttavia, alcuni progressi devono ancora essere compiuti perché la legislazione raggiunga pienamente i suoi obiettivi.

La direttiva 94/45/CE sui Cae si applica a tutte le società al di sopra di 1000 dipendenti e con almeno 150 lavoratori in 2 o più Stati membri dell’Unione Europea. È previsto l’obbligo di creare dei Cae per permettere ai rappresentanti dei lavoratori, in genere delegati sindacali, di tutti gli Stati membri dell’Ue dove l’azienda è attiva di riunirsi, di incontrare la direzione, di ricevere delle informazioni e di dare il loro parere sulle strategie e le decisioni correnti che riguardano l’impresa e i suoi lavoratori.

Sulle 1800 società a cui è indirizzata questa legislazione, 640 (il 36% circa) hanno costituito un Cae. Molte di queste società sono però multinazionali, quindi la percentuale di lavoratori rappresentati dai Cae è molto più elevata: supera il 60%, il che equivale a circa 10 milioni di lavoratori in tutta Europa. Il 61% delle società multinazionali con 10.000 lavoratori o più ha costituito un Cae, mentre tra quelle con meno di 5000 dipendenti l’ha fatto solo il 23%.

Dieci anni dopo l’entrata in vigore della direttiva, il fatto che poco più di un terzo delle società europee interessate dalla legislazione abbia costituito un Cae potrebbe essere percepito come un risultato deludente. Secondo le organizzazioni sindacali, invece, si tratta comunque di un risultato importante perché per raggiungerlo i lavoratori hanno dovuto lottare con fatica. Certo, resta ancora molto da fare. Le società che finora hanno evitato di creare un Cae sono generalmente delle piccole imprese, che spesso hanno un tasso di presenza sindacale debole e la cui direzione aziendale è ostile all’idea di associare i lavoratori nelle decisioni da intraprendere. In molti casi si tratta poi di società che hanno affrontato profonde ristrutturazioni nel corso degli ultimi anni. In ogni caso, va sottolineato come un’organizzazione sindacale attiva e rappresentativa è condizione essenziale al buon funzionamento del Comitato aziendale europeo.

ritmo ancora troppo lento

La direttiva del 1994 ha accordato due anni agli Stati membri per recepire le sue disposizioni e tradurle in legislazione nazionale. In virtù dell’articolo 13, le società avevano tempo fino al 22 settembre 1996 per raggiungere un accordo volontario sull’istituzione dei Cae. Superato tale termine, l’articolo 6 prevedeva l’istituzione di gruppi speciali di contrattazione e fissava le regole relative alle procedure e all’agenda. Le società si sono così affrettate a concludere accordi volontari prima della scadenza e nel 1996 sono stati siglati oltre 300 accordi. Da allora, la cadenza è rallentata è si è registrata una media di 40-50 nuovi Cae creati ogni anno.

Il ritmo di crescita del numero di Cae è dunque troppo lento e costituisce un problema importante per la costituzione di procedure europee d’informazione e di consultazione dei lavoratori. Poche o nessuna sanzione sono applicate alle società che non rispettano la direttiva e, al fine di correggere tale carenza, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) auspica alcuni cambiamenti affinché gli Stati membri stabiliscano un quadro di sanzioni proporzionate e dissuasive e, quando le società prendono decisioni importanti che incidono sui lavoratori senza informarli o consultarli, il datore di lavoro sia sanzionato.

L’allargamento dell’Ue ha poi aumentato del 10-20% il numero delle società riferite alla direttiva sui Cae e tutti i nuovi Stati membri hanno tradotto la direttiva in legge nazionale. Varie filiali di società nei nuovi Stati dell’Ue e nei Paesi candidati hanno firmato accordi sull’istituzione dei Cae, con numeri rilevanti raggiunti in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

struttura dei
comitati aziendali

La maggior parte dei Cae si riunisce una volta all’anno, mentre una riunione straordinaria può essere indetta se necessario. La loro struttura corrisponde generalmente a uno dei seguenti modelli: rappresentanza esclusiva dei lavoratori, oppure rappresentanza congiunta dei lavoratori e della direzione aziendale ed è influenzata dal tipo di attività professionale praticata nel Paese d’origine della società. I Cae possono trattare una serie di questioni economiche, finanziarie e sociali, compreso la ricerca, l’ambiente, gli investimenti, la salute e la sicurezza e anche le pari opportunità. La Ces raccomanda che i Cae siano costituiti in numero limitato, per avere maggior disponibilità a riunirsi rapidamente. Questi piccoli comitati esistono nel 50% dei Cae. La formazione è molto importante poiché permette ai componenti dei Cae di assumere il loro ruolo compiutamente, ma soltanto il 40% delle società affrontano il costo di questa formazione, mentre il finanziamento vitale di esperti esterni è ancora più raro.

aggiornamento
della direttiva

Da 4 anni si attende la revisione prevista dalla direttiva originaria. La Ces raccomanda l’adozione di misure urgenti per rinforzare la legge. Negli ultimi anni, molte società come la Renault-Vilvorde (Belgio) hanno proceduto a ristrutturazioni importanti senza consultare i lavoratori, violando così lo spirito della direttiva.

Va inoltre considerato che dal 1994 lo scenario delle relazioni professionali è considerevolmente cambiato: l’agenda di Lisbona (2000) ha instaurato un nuovo quadro in vista del rinnovamento economico; la direttiva 2001 sullo statuto della società europea e quella del 2002 sull’informazione e la consultazione dei lavoratori hanno rivelato la necessità urgente di armonizzare la legislazione dell’Ue.

Per queste ragioni la Ces propone una serie di cambiamenti necessari:

• Una definizione più chiara dell’informazione e della consultazione.

• Una ridefinizione della nozione di confidenzialità al fine, per esempio, di garantire ai componenti di Cae una libera comunicazione con i loro sindacati.

• Una riduzione del periodo per la contrattazione degli accordi, che passerebbe da 3 anni a uno solo.

• Un quadro di sanzioni per le società che infrangono la legge e il diritto per i rappresentanti dei lavoratori di contestare le violazioni degli accordi.

• Il diritto alla formazione dei componenti dei Cae, comprendente le lingue e le questioni economiche, finanziarie e sociali.

• Un miglior accesso ai pareri di esperti.

• Il diritto di tenere riunioni preparatorie e il relativo iter.

• Il diritto, per i componenti dei Cae, all’ingresso nei vari siti produttivi delle società.

Legislazione comunitaria relativa:

Direttiva 94/45/CE che riguarda l’istituzione di un Comitato aziendale europeo.

Direttiva 2001/86/CE che completa lo statuto dell’azienda europea.

Direttiva 2002/14/CE che stabilisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori.

 

 

tempi e carichi di lavoro

nuova indagine Eurocadres

Il 15% circa dei lavoratori salariati in Europa riveste una funzione di quadro. Essi sono rappresentati dal Consiglio dei quadri europei Eurocadres, un’organizzazione che riunisce oltre 5 milioni di quadri provenienti da tutti i settori dell’industria, dai servizi pubblici e privati e dalle amministrazioni e associata alla Confederazione europea dei sindacati (Ces). Eurocadres è inoltre considerato dalla Commissione europea un partner sociale europeo, che elabora proposte e interviene in tutte le questioni che interessano i quadri. Esso rappresenta i quadri di fronte a istituzioni e organismi, partecipa al dialogo sociale e alle contrattazioni collettive sul piano europeo. Oltre a ciò, Eurocadres sostiene le associazioni di quadri attive in Europa, svolge inchieste e studi, organizza scambi di informazioni e tiene conferenze che agevolano lo sviluppo di una prospettiva europea.

Recentemente, Eurocadres ha riproposto un’indagine relativa all’orario e al carico di lavoro, secondo un procedimento coordinato e messo a punto in vari Paesi dell’Ue. Il problema del tempo e dei carichi di lavoro costituisce una vera e propria emergenza, come emerso nella rilevazione effettuata tra la fine del 2001 e l’inizio del 2003 in Finlandia, Francia, Italia, Portogallo, Gran Bretagna e Svezia. Quella indagine aveva lanciato l’allarme, anche per il numero dei questionari raccolti: oltre 10.000 infatti erano stati i quadri che avevano aderito al sondaggio e che avevano contribuito alla comprensione del fenomeno. Pur nella difficoltà di comparazione tra i vari Paesi, dovuta al fatto che i contesti nazionali sono differenti, i principali risultati delle rilevazione erano stati i seguenti:

• i quadri lavorano in differenti campi e in media più di 44 ore a settimana; l’orario di lavoro dei quadri è in media di 4,3 ore a settimana superiore alla media degli altri lavoratori dipendenti;

• tra un terzo e la metà dei quadri devono essere raggiungibili fuori del loro orario di lavoro normale;

• una percentuale compresa tra il 73% e il 95% dei quadri considera il carico di lavoro cui è sottoposto pesante o eccessivo;

• una parte notevole di quadri non ha la possibilità di recuperare le ore lavorate in più, in generale preferisce recuperare in tempo piuttosto che in soldi;

• l’esclusione dalla legislazione o dai contratti collettivi (compresi i sistemi di contratti individuali) costituisce il motivo principale per cui ai quadri non è accordata la possibilità di recupero degli straordinari;

• gran parte dei quadri, nella maggioranza dei Paesi, vorrebbe ridurre il suo carico di lavoro e spesso anche l’orario; i desideri sono diversificati, con una tendenza per la settimana di 4 giorni;

• esistono differenze tra i Paesi per la riduzione dell’orario di lavoro, ma la maggior parte delle risposte è a favore della flessibilità, delle banche del tempo e di ferie prolungate.

Eurocadres temeva che la proposta di un nuovo questionario a breve distanza dal primo potesse essere giudicata prematura, invece il sondaggio effettuato nell’autunno scorso con alcuni soggetti selezionati ha confermato l’interesse ad approfondire l’argomento, a conoscere le esperienze degli altri e, quindi, a individuare soluzioni praticabili ed esigibili.

L’intento di Eurocadres è dunque di aggiornare e ampliare la ricerca precedente anche nel numero dei soggetti e dei Paesi europei coinvolti. Entrando nel sito www.eurocadres.org è così possibile trovare il nuovo questionario su tempi e carichi di lavoro. Oltre ai questionari plurilingue, un database raccoglie tutte le risposte formalizzate in modo da essere immediatamente prese in considerazione.

 

 

brevi

responsabilità sociale
delle banche

È passato forse un po’ sotto silenzio da parte de mass media la firma, avvenuta nel giugno del 2004, del Protocollo sullo sviluppo sostenibile e compatibile del sistema bancario fra l’ABI e le organizzazioni sindacali del settore. Dopo scandali quali Parmalat, bond Argentina, Cirio ecc., le organizzazioni sindacali, come premessa al rinnovo del Contratto nazionale del settore, hanno messo l’accento sulla necessità di affermare principi di correttezza, trasparenza e responsabilità di un settore importante e delicato quale quello del credito, in particolare per quanto riguarda la vendita di prodotti finanziari. Già prima dell’esplosione degli scandali, il sindacato aveva posto con forza questi problemi, a partire dalle singole aziende dove le pressioni sui lavoratori delle aree commerciali per incrementare la vendita di prodotti sono diventate sempre più insostenibili. Se a questo si lega il pagamento di incentivi salariali molto consistenti a fronte di obiettivi di vendita raggiunti, il quadro assume una connotazione preoccupante. Occorreva quindi aggredire il problema, costringendo le banche e la loro associazione a una forte assunzione di responsabilità. La trattativa non è stata facile, perché il terreno è considerato off limits da parte delle aziende bancarie, ma il risultato raggiunto avrebbe meritato più attenzione anche da parte delle associazione dei consumatori. Il protocollo contiene infatti l’affermazione di principi importanti, quali l’impegno a:

• sviluppare una più ampia riflessione sulle tematiche connesse al miglior utilizzo delle risorse umane, nello spirito di orientare l’evoluzione delle imprese bancarie in un contesto competitivo, verso uno sviluppo socialmente sostenibile e compatibile;

• condividere principi e valori che possano risultare di opportuno indirizzo nel miglioramento continuo della qualità dei rapporti fra le imprese creditizie e il proprio personale, nel rafforzamento della reputazione complessiva del sistema.

L’accento è posto quindi sia ai rapporti con i dipendenti sia al rapporto con l’utenza; qualità e convenienza dei prodotti, valori etici ai quali devono ispirarsi tutti coloro che operano nelle imprese a tutti i livelli, attraverso una costante attenzione agli impatti sociali ed ambientali, una piena coerenza tra buone pratiche e sistemi incentivanti, con l’introduzione di obiettivi di qualità e attenzione agli interessi della clientela. Inoltre, viene data molto importanza alla formazione e alle regole chiare ed esaurienti, oltre alla conoscenza approfondita dei prodotti per valutare correttamente la "propensione al rischio" del singolo cliente. Un risultato importante per i lavoratori del credito, ma è altrettanto significativo che le organizzazioni sindacali si siano mosse in difesa della correttezza dei rapporti fra banche e la loro clientela. È importante che le associazioni dei consumatori interagiscano con il sindacato del settore perché il sistema del credito si muova veramente in direzione di principi etici per uno "sviluppo socialmente sostenibile", verso una reale responsabilità sociale delle aziende bancarie.

nuove norme
sul diritto di famiglia

A partire dal 1° marzo scorso, le decisioni giudiziarie in materia di responsabilità genitoriale sono riconosciute in tutta l’Ue in virtù di un nuovo regolamento del Consiglio. Questo regolamento ha l’obiettivo di creare uno spazio giudiziario comune nel settore del diritto di famiglia, così che i minori possano avere rapporti regolari con entrambi i genitori dopo una separazione, anche se vivono in Stati membri diversi. Per apportare una soluzione efficace al problema della sottrazione di minori ad opera di uno dei genitori all’interno dell’Ue, il regolamento impone l’obbligo tassativo di assicurare il ritorno del minore.

«Le nuove disposizioni garantiranno che i minori rapiti rientrino rapidamente nel loro Stato membro d’origine. Questo regolamento rafforzerà inoltre il diritto fondamentale del minore a mantenere rapporti regolari con entrambi i genitori, consentendo la libera circolazione tra Stati membri delle decisioni giudiziarie relative al diritto di visita» ha dichiarato il commissario per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza Franco Frattini.

Il regolamento n. 2201/2003 del Consiglio ("nuovo regolamento Bruxelles II") è applicabile in tutti gli Stati membri, ad eccezione della Danimarca, a partire dal 1° marzo 2005 e si applica alle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale per le azioni proposte dopo tale data. Esso rafforza i principi sanciti nella Convenzione dell’Aia del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori, imponendo obblighi più rigorosi per assicurare il ritorno del minore.

D’ora in poi i tribunali dello Stato membro nel quale è stato portato il minore sottratto ordineranno sempre il ritorno del minore nello Stato membro d’origine, se esistono adeguate condizioni di protezione. Il tribunale deve pronunciare la propria decisione entro 6 settimane e sia il minore sia il genitore estraneo alla sottrazione avranno la possibilità di essere sentiti. Ai tribunali dello Stato membro di origine spetterà la decisione ultima in merito all’eventuale ritorno del minore e le loro decisioni saranno riconosciute ed eseguite nell’altro Stato membro, senza che sia necessaria una dichiarazione di esecutività.

Tale procedura sarà altresì soppressa per le decisioni relative al diritto di visita, che saranno direttamente riconosciute ed esecutive in un altro Stato membro in virtù delle nuove disposizioni.

Infine il regolamento crea un sistema di cooperazione tra le autorità centrali degli Stati membri. Tali autorità faciliteranno le comunicazioni tra i tribunali e gli accordi tra genitori grazie alla mediazione o ad altri mezzi.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/justice_home/ejn/parental_resp/parental_resp_ec_en.htm

(Fonte: InEurop@)

 

flash

direttiva "Bolkestein":
il Pe discute le modifiche

Dopo il "congelamento" da parte della Commissione, la proposta di direttiva "Bolkestein" sui servizi del mercato interno è tornata in discussione presso il Parlamento europeo. Un Rapporto in merito, redatto dalla deputata socialdemocratica tedesca Evelyne Gebhart, propone una drastica riduzione dei campi di applicazione della direttiva da cui verrebbero esclusi i servizi di interesse generale (che devono rispondere a criteri di qualità, accessibilità, omogeneità territoriale, sicurezza e continuità) e quelli coperti da direttive settoriali. Fermi restando gli obiettivi della direttiva (libertà di insediamento dei fornitori di servizi, libera circolazione dei servizi nel mercato interno), secondo il Rapporto non vanno intaccate né la qualità dei servizi né le garanzie per i lavoratori. È proposta la soppressione del principio del Paese d’origine e la sua sostituzione con il principio del riconoscimento reciproco (chi presta servizi in uno Stato membro conformemente alle legislazioni nazionali può estendere la sua attività anche ad altri Stati) e il principio del Paese di destinazione (è lo Stato in cui il servizio viene erogato a essere responsabile dei controlli sui soggetti e sulle attività). Questo Rapporto sulla proposta di direttiva sarà ora presentato alla commissione parlamentare Mercato interno e, successivamente, sarà sottoposto a discussione plenaria nella sessione autunnale. L’eventuale adozione della direttiva dovrebbe avvenire tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, mentre la sua entrata in vigore negli Stati membri è prevista entro il 2010.

adesione di Romania e Bulgaria

Lo scorso 27 aprile è stato siglato in Lussemburgo il Trattato di adesione all’Ue di Romania e Bulgaria, nel corso di una cerimonia alla presenza delle maggiori autorità europee, del primo ministro bulgaro Simeone di Sassonia Coburgo e del presidente rumeno Traian Basescu. Nei discorsi ufficiali è stata sottolineata la portata storica dell’evento, che consentirà all’Unione di compiere il quarto allargamento della sua storia e ai due nuovi Paesi di realizzare un progetto inseguito per oltre mezzo secolo. I mesi che mancano all’adesione propriamente detta (1° gennaio 2007) saranno intensi e impegnativi sia per l’Unione, che monitorerà in modo costante il processo di adesione, sia per Romania e Bulgaria che dovranno portare a compimento gli sforzi fatti sulla strada della modernizzazione e delle riforme.

rinviati i negoziati con la Croazia

Il Consiglio europeo Affari generali ha deciso nel marzo scorso di rinviare l’apertura dei negoziati per l’adesione della Croazia, finché le autorità di Zagabria non avranno dimostrato di cooperare fattivamente con il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. Il Consiglio europeo del 22-23 marzo ha poi deciso l’istituzione di una task force incaricata di valutare i progressi nella collaborazione tra il governo croato e il tribunale dell’Aja. Lo stallo dei negoziati deriva principalmente dal caso del generale Ante Gotovina, eroe della resistenza contro la Serbia secondo alcuni e criminale di guerra responsabile della morte di centinaia di civili serbi secondo altri, tra cui il tribunale dell’Aja. Gotovina è latitante e, secondo il settimanale croato "Feral Tribune", nel 2001 sarebbe stato aiutato da un struttura parallela di polizia a fuggire mentre le autorità dell’Aja emettevano un atto di accusa per crimini di guerra nei suoi confronti. Gotovina è accusato di aver sterminato 150 serbi e di averne espulsi oltre 150.000 dalla Krajina nel 1995. Il governo croato sostiene che Gotovina non è in Croazia e la buona volontà croata è sostenuta da Austria, Ungheria, Slovenia e Slovacchia, che riconoscono come sufficienti gli sforzi fatti dalla Croazia e maturi i tempi per l’apertura dei negoziati. Toccherà ora alla task force valutare la situazione e fornire all’Ue elementi per un’eventuale apertura dei negoziati di adesione.

(Fonte: InEurop@)

espulsioni: il Pe condanna l’Italia

Il 14 aprile scorso, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui ha condannato le espulsioni collettive messe in atto dalle autorità italiane tra l’ottobre 2004 e il marzo 2005 da Lampedusa verso la Libia. Il Pe «invita le autorità italiane e tutti gli Stati membri ad astenersi dall’effettuare espulsioni collettive di richiedenti asilo e di "migranti irregolari" verso la Libia o altri Paesi e ad assicurare l’esame individuale delle domande di asilo nonché il rispetto del principio di non espulsione». Ritiene inoltre che le espulsioni collettive di migranti verso la Libia da parte delle autorità italiane «costituiscano una violazione del principio di non espulsione e che le autorità italiane siano venute meno ai loro obblighi internazionali omettendo di assicurarsi che la vita delle persone espulse non fosse minacciata nel loro Paese di origine». La risoluzione del Parlamento europeo invita le autorità italiane a garantire all’Unhcr libero accesso al centro rifugiati di Lampedusa e alle persone ivi detenute, che potrebbero avere bisogno di una protezione internazionale, e la Commissione europea a vegliare sul rispetto del diritto d’asilo nell’Ue. Il Pe ricorda la necessità di una politica comunitaria di immigrazione e asilo «basata sull’apertura di canali di immigrazione legale e sulla definizione di norme comuni di protezione dei diritti fondamentali degli immigrati e dei richiedenti asilo in tutta l’Ue», come stabilito dal Consiglio europeo di Tampere del 1999 e confermato dal programma dell’Aia.
Inoltre ribadisce le sue «profonde riserve» per quanto riguarda l’approccio del "minimo denominatore comune" del progetto di direttiva del Consiglio sulle procedure di asilo, invitando gli Stati membri ad assicurare il tempestivo recepimento della direttiva sull’attribuzione della qualifica di rifugiato (2004/83/CE).

riforma della Strategia di Lisbona

Con un documento di lavoro esaminato il 3 maggio scorso, la Commissione europea ha chiesto agli Stati membri dell’Ue di elaborare entro il 15 ottobre prossimo i loro programmi nazionali per il rilancio della Strategia di Lisbona. Secondo la Commissione, i piani serviranno da base per coordinare una strategia globale triennale e permetteranno inoltre a Bruxelles di monitorare e valutare i progressi compiuti finora nei singoli Stati membri. L’esecutivo europeo ha annunciato anche l’avvio di una serie di incontri bilaterali di chiarimento e di dialogo con gli Stati membri, a partire dai mesi di giugno-luglio. «L’elaborazione dei programmi di riforma a livello nazionale - ha spiegato il commissario europeo all’Impresa Guenter Verheugen - è una tappa essenziale per rilanciare la crescita e la creazione di occupazione. Come tappa ulteriore, gli Stati membri devono definire i settori che presentano sfide più urgenti per le loro economie e spiegare quali misure intendono prendere nei prossimi tre anni». Dopo aver esaminato i programmi nazionali, la Commissione intende giungere a una revisione delle linee direttrici della Strategia, qualora fosse necessario, entro il prossimo il gennaio 2006.

(Fonte: Ansa)

in Italia la tortura non è reato

L’Italia dovrebbe approvare ormai da 16 anni una specifica legge contro la tortura, anche per ottemperare ai propri obblighi internazionali derivanti soprattutto dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1988. Eppure continua la grave inadempienza del parlamento italiano circa l’introduzione del reato di tortura nel codice penale e, per questo, Amnesty International, Antigone e Medici contro la tortura sollecitano tutti i deputati e senatori ad affrontare urgentemente la questione. La situazione italiana non è passata inosservata agli organismi sovranazionali, tanto da essere stata stigmatizzata negli ultimi anni dai Comitati dell’Onu sui diritti umani, contro la tortura, sui diritti del fanciullo e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Nonostante la presentazione di 8 progetti di legge, sottoscritti da oltre 100 deputati e senatori di tutti i gruppi parlamentari, l’esame dei testi, iniziato alla Camera il 18 aprile 2002, è stato caratterizzato da tempi inspiegabilmente lunghi e da inaccettabili tentativi di introdurre una definizione di tortura più restrittiva di quella internazionale. Da ormai dieci mesi il nuovo testo unificato è fermo alla commissione Giustizia della Camera dei deputati.

minori: un appello
di Save the Children

L’Unione europea «deve fare di più per sconfiggere la povertà infantile» nel mondo, secondo l’organizzazione Save the Children che il 26 aprile scorso ha presentato un Rapporto al Parlamento europeo. Nei Paesi in via di sviluppo 600 milioni di bambini vivono in famiglie il cui reddito è di un dollaro al giorno, cioè un bambino su 4 vive sotto la soglia di povertà, ma in molti Paesi la percentuale di bambini che vive in famiglie povere sale al 60%. Circa 100 milioni di minori, due terzi dei quali bambine, non vanno a scuola e ogni anno 10 milioni di bambini che potrebbero essere salvati muoiono, 150 milioni di bimbi soffrono di malnutrizione e l’Aids si sta diffondendo a velocità elevatissima. Per queste ragioni, Save the Children chiede all’Ue di rivedere le proprie politiche di sviluppo, concentrandosi maggiormente sulla povertà infantile e sui diritti dei bambini ed elaborando una strategia globale in materia. Secondo l’Ong, gli aiuti allo sviluppo devono raggiungere lo 0,6% del Pil dei Paesi dell’Ue entro il 2009 per poi raggiungere l’obiettivo dello 0,7% entro il 2013. Inoltre l’Ue deve esprimersi con chiarezza contro l’imposizione di tasse sui servizi educativi e sui servizi sanitari di base. Il sostegno agli orfani e ai bambini più vulnerabili deve essere una priorità delle politiche europee per contrastare l’Aids e devono essere finanziati la ricerca e lo sviluppo di farmaci retrovirali per i bambini, rafforzando l’impegno internazionale per fornire terapie gratuite a tutti coloro che ne abbiano bisogno.

(Fonte: Ansa)

nuovi impegni contro la povertà

Il 12 aprile scorso la Commissione europea ha varato tre documenti al fine di accelerare i progressi europei verso gli obbiettivi del Millennio stabiliti dall’Onu per combattere la povertà nel mondo. La Commissione propone di aumentare il volume degli aiuti allo sviluppo, migliorando anche l’efficacia dei sostegni forniti dall’Ue e dai suoi Stati membri. Si propone un aumento significativo dell’aiuto pubblico allo sviluppo, ponendo un nuovo obbiettivo intermedio minimo per il 2010 dello 0,56% del Pil dell’Ue, mantenendo l’obiettivo finale dello 0,7% fissato dall’Onu per il 2015. In pratica, l’intenzione è di andare oltre gli "impegni di Monterrey" che prevedevano aiuti per lo 0,39% del Pil nel 2006. Nel 2004 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei 25 Paesi Ue ha raggiunto la quota di 43 miliardi di euro, mentre i nuovi impegni presi dovrebbero tradursi in un aumento di 20 miliardi di euro l’anno entro il 2010. Oltre all’aumento del volume degli aiuti, le comunicazioni della Commissione propongono di creare una «accresciuta coerenza delle politiche comunitarie» e un «miglior coordinamento tra gli Stati membri dell’Ue».

Lo stato di applicazione degli obiettivi del Millennio, fissati nel 2000 a livello internazionale per il dimezzamento del numero di persone povere nel mondo entro il 2015, sarà valutato il prossimo settembre nel corso di un apposito Vertice dell’Onu a New York.

(Fonte: Ansa)