Euronote 34-2004

nuovo modello europeo

La decisione del presidente della Commissione europea (comunicata lo scorso 2 febbraio) di sospendere la proposta di direttiva sui servizi del mercato interno è una buona notizia. Dopo aver rivisto il collegio dei commissari di fronte alle critiche dell’Europarlamento (caso Buttiglione, per intenderci), José Manuel Barroso ha mostrato ancora una volta una buona dose di pragmatismo. La proposta di direttiva Bolkestein (a cui dedichiamo l’inserto di questo numero) era infatti da mesi aspramente criticata e osteggiata da un ampio raggio di forze sociali, sindacali e politiche europee per i suoi contenuti, per gli effetti che avrebbe prodotto sui cittadini e soprattutto per la sua distanza politico-culturale dal cosiddetto “modello sociale europeo”. Anche i governi di alcuni Stati membri hanno espresso la loro contrarietà: su tutti la Svezia, per disaccordo sui contenuti, e la Francia, che considera controproducente affrontare un tema così delicato in fase di preparazione del referendum per la ratifica del Trattato costituzionale. Preso atto del fatto che «così com’era, non avrebbe avuto successo», la proposta è dunque stata sospesa da Barroso per modifiche. Non significa però un ritiro: i contenuti della proposta e la volontà di gettare “in pasto” al mercato la maggior parte dei servizi restano sul tavolo. A ciò si sommano: gli accordi Gats, sottoscritti dagli Stati dell’Ue in sede Wto; un Trattato costituzionale molto criticato per troppo liberismo e scarsa sensibilità sociale; la revisione del Patto di stabilità, che intende premiare gli Stati che “tagliano” pensioni e sanità; la ridefinizione della Strategia di Lisbona «in termini di risultati economici e competitività e non più anche in termini di Europa sociale», come nota la Ces. Risulta allora piuttosto evidente l’accerchiamento cui è sottoposto il modello sociale europeo. Sono messi in discussione il diritto a servizi quali sanità e previdenza sociale, la natura e il ruolo dei poteri pubblici, le tutele dei lavoratori, dunque il modello di società che l’Europa ha faticosamente costruito e che la contraddistingue sulla scena internazionale. Questo modello sociale è ora attaccato su più fronti e tocca alle forze sociali e sindacali mantenere alta la guardia per difenderlo, chiedendo alle forze politiche più sensibili alla tutela dei diritti, di accrescere il loro impegno, nell’interesse di tutti i cittadini europei. Anche per questo si manifesta a Bruxelles
il 19 marzo.

istituzioni e politiche dell’Ue

altri cinque anni

di Andrea Pierucci*

L’Unione europea attraversa un periodo di riorganizzazione delle istituzioni, dopo le elezioni parlamentari e l’insediamento tormentato della nuova Commissione. A prima vista, il sistema non sembra granché risentirne; prevale, apparentemente, un certo senso di continuità. Certo, la struttura istituzionale è tale da favorire una continuità fra le legislature ed evitare i rivolgimenti politici propri degli Stati membri dopo ogni elezione politica. Il sistema stesso delle decisioni prese con una prospettiva futura di effettiva entrata in vigore (una direttiva entra in funzione solo dopo 18-24 mesi e parte degli effetti del progetto costituzionale si avranno solo dal 2010). Ma non è possibile pensare che la continuità sia assoluta in un momento di così forte cambiamento. Citerò solo qualche esempio.

nuovo “clima” istituzionale

Il Parlamento europeo si è rinnovato al 75%, sia per effetto delle nuove adesioni, sia per l’effetto del rinnovamento vero e proprio nei Paesi membri. Solo tre dei membri della Commissione Prodi iniziale sono ancora nel collegio. Gli Stati membri sono ormai effettivamente 25 e il modo di lavoro del Consiglio ne risulta necessariamente modificato. La stessa Costituzione, ancor prima di essere ratificata (in realtà, ancor prima della sua firma avvenuta il 29 ottobre scorso), ha chiamato in causa nuovi interlocutori istituzionali, i Parlamenti nazionali, le autorità regionali e locali e la società civile, attraverso gli articoli sulla democrazia partecipativa. Alcuni effetti istituzionali li vediamo fin da ora. La stessa difficoltà della Commissione Barroso di ottenere la fiducia del Parlamento europeo, che si è realizzata solo dopo la sostituzione di due membri, fra i quali Rocco Bottiglione, è prova di un “clima” assai modificato. Così, vanno sottolineate, fra le altre, almeno due questioni principali. La prima riguarda il fatto che i parlamentari, in particolare i parlamentari socialisti, non hanno “ubbidito” alle incitazioni dei governi omologhi di sostenere la Commissione a qualunque prezzo. E’ un buon segno: vuol dire che, finalmente, i parlamentari si sentono un po’ più europei. Il secondo elemento è la ragione dello scontro su Buttiglione. Sulla stampa ha prevalso il folclore e la rievocazione dei libri di successo che parlano di massoneria, inquisizione, opus dei, trame sottili e con riflessi esoterici. La questione è invece esotericamente più banale, ma politicamente più interessante. Sia pure in modo molto particolare, Buttiglione ha espresso delle opinioni politiche e il Parlamento europeo non le ha accettate. Anche questo è un buon segno, che smentisce chiunque asserisca ancora che l’Europa è solo l’Europa dei mercati. Esulo, naturalmente, da considerazioni politiche più generali sulle varie opinioni espresse, ma vorrei sottolineare il fatto nuovo: una contraddizione sui diritti riceve una sanzione politica. Finora, normalmente, il Parlamento europeo avrebbe certamente deplorato opinioni che non condivideva, dando però poi il suo voto alla Commissione. Lo stesso atteggiamento di Barroso, che per un po’ ha apparentemente flirtato con l’idea di costituire una Commissione fondata su un appoggio di centrodestra, è di notevole interesse, questa volta perché la continuità non si è interrotta. Il Parlamento europeo non ha nel suo seno altra maggioranza che quella composta da popolari e socialisti con l’apporto dei liberali e, eventualmente, dei verdi e di parlamentari di altri gruppi. La prova è stata la decisione, politica, di fissare la rotazione dei presidenti del Parlamento europeo: Josep Borrell, socialista, per la prima metà della legislatura e un popolare, Hans Poettering, per la seconda.

politica estera

Ma questi primi episodi non sono, secondo me, che un prodromo di quello che sta per succedere. Senza esaminare ogni cosa, vorrei soffermarmi su tre aspetti, diversi, ma assai significativi. Il primo riguarda senz’altro la politica estera. Forse per la prima volta, ci si è seriamente posti il problema di svolgere una politica estera comune nei confronti degli Stati Uniti. La necessità del “riavvicinamento”, annunciata fra gli altri da José Manuel Barroso, ha visto una serie di comportamenti concomitanti da parte, per esempio, di Jaques Chirac. Intendiamoci, non penso che nel giro di qualche mese un “monolite” europeo fronteggerà gli Stati Uniti! Ma penso che, in un lasso di tempo non lunghissimo assisteremo a un’azione comune più visibile. Una prima prova è stata l’intervento dell’Ue, con Javier Solana in particolare, in Ucraina. Con un’azione politica rapida e condivisa, o almeno non ostacolata dagli Stati membri, l’Unione ha “spiazzato” la Russia, che ha dovuto accettare il nuovo governo, e gli Stati Uniti che, invece, volevano esserne i padrini. Infatti, la prima cosa che ha chiesto il nuovo presidente ucraino Viktor Jushenko è stata di mettere all’ordine del giorno dell’Ue l’adesione dell’Ucraina. Non so se questo sia un bene o un male a lunga scadenza, ma, certamente, è il segno di una chiara vittoria civile dell’Unione nei confronti della Russia e degli Stati Uniti.

strategia di Lisbona

La seconda questione riguarda la strategia di Lisbona. Come sappiamo, nel 2000 i capi di Stato e di governo dell’Ue decisero di lanciare una strategia decennale di sviluppo dell’Unione, fondata sulla conoscenza e, istituzionalmente, sulla buona volontà dei singoli Stati membri. Siamo a metà percorso e i risultati si fanno attendere. I capi di Stato e di governo hanno preso un numero impressionante d’impegni e altrettanto impressionante è stata la serie d’impegni disattesi. Barroso ne ha fatto il tema centrale del suo programma. Qui la questione è fortemente politica, poiché, se si fa sul serio, entrano in gioco i grandi temi del modello sociale europeo, da un lato, e della competitività, dall’altro. Ho l’impressione che il movimento in questo senso sarà molto più deciso. A livello europeo si comincerà probabilmente a sviluppare un’azione più concreta, sia attraverso le norme europee, sia attraverso delle decisioni comuni, la cui esecuzione sarà ben più verificata che in passato. In più, credo, si esiterà assai meno a prendere decisioni con effetti concreti proprio sul modello sociale. In sé la notizia è buona, la preoccupazione principale è sapere chi saranno gli attori. Mi domando se il sindacato, per esempio, ci sarà con la necessaria efficacia e con sufficiente fantasia; può essere un rilancio significativo della presenza sindacale in Europa o una revisione indesiderabile del modello sociale. Gli spazi ci sono, perché, per esempio, gli orientamenti della Commissione per i prossimi cinque anni fissano la “solidarietà” come uno dei quattro assi d’azione.

programma della Commissione

La terza questione è appunto il programma della Commissione. Quattro temi centrali sono all’ordine del giorno del quinquennio: lo sviluppo economico (certamente il tema centrale), la solidarietà (importante anche sotto il profilo regionale, di fronte alle reticenze di bilancio di alcuni Stati), la sicurezza (non solo il terrorismo, ma anche le calamità naturali, per esempio) e la proiezione nel mondo. È interessante rilevare che, secondo Barroso, non ci si può orientare in modo diverso in politica estera e in politica interna.

Per di più, la Commissione vuole intendersi sulle priorità con Parlamento e Consiglio: una partnership per il rinnovamento dell’Europa. Se ci riesce, questa è davvero una novità. In termini democratici, in questo modo, il cittadino potrà giudicare la relazione fra ciò che le istituzioni europee si propongono di fare e ciò che poi realizzano.

partecipazione necessaria

A queste novità, non dobbiamo dimenticare di aggiungere il processo di ratifica della Costituzione e poi, speriamo, la sua entrata in vigore. In altri termini, questi prossimi cinque anni, ancor più del fondamentale quinquennio Prodi, trasformeranno a fondo l’Europa, la sua economia, la sua politica estera, il suo modello sociale e, probabilmente, anche i sogni condivisi. La domanda è la seguente: chi vuol giocare? Lasciamo fare solo agli “altri”? Il “piatto” è troppo “ricco” per lasciarselo sfuggire.

* Funzionario della Commissione europea. Le opinioni contenute nell’articolo sono espresse a titolo personale

 Crescita e occupazione

rilanciare Lisbona

Il 2 febbraio scorso la Commissione europea ha presentato le sue raccomandazioni strategiche per la revisione intermedia dell’agenda di Lisbona, delineando le proposte di correzione del processo con l’obiettivo di migliorarne l’attuazione. Intitolata “Lavoriamo insieme per la crescita e il lavoro: il rilancio della Strategia di Lisbona”, la comunicazione della Commissione rileva la necessità di imprimere un nuovo impulso all’applicazione della Strategia e di concentrarsi su un minor numero di obiettivi, più raggiungibili. C’è un bisogno impellente di agire con urgenza, sostiene l’esecutivo dell’Ue, perché a cinque anni dal varo iniziale la Strategia di Lisbona è oggi ancora lontana dai risultati attesi. Così, gli Stati membri dell’Ue sono invitati a costruire un nuovo partenariato per la crescita e l’occupazione fin dal prossimo Consiglio europeo di primavera. «Nel complesso gli obiettivi di Lisbona erano corretti - sostiene il presidente della Commissione, José Manuel Barroso - ma l’azione volta ad attuarli è stata carente. Occorre riorientare l’agenda perché dia risultati. L’obiettivo è, e resta, lo sviluppo sostenibile». La situazione economica, l’incertezza internazionale, la reazione lenta degli Stati membri, il graduale annebbiarsi della visione politica sono alcune dei fattori che la Commissione individua come decisivi nel rallentamento della Strategia ma, posta di fronte alla sfida di una società che va invecchiando e all’intensificarsi della concorrenza internazionale, l’Europa deve necessariamente incrementare la produttività e creare occupazione. Sono dunque proposte alcune azioni che, secondo la Commissione, potrebbero incrementare il Pil europeo del 3% entro il 2010 e creare oltre 6 milioni di posti di lavoro.

attrarre investimenti e lavoro

• Completare il mercato interno nei settori che possono offrire guadagni reali in termini di crescita e occupazione e sono di rilevanza immediata per i consumatori (servizi, energia, appalti pubblici, servizi finanziari ecc.).

• Garantire mercati aperti e competitivi all’interno e all’esterno dell’Ue: riorientare gli aiuti di Stato verso settori con elevate potenzialità di crescita, creare un contesto economico favorevole alle Pmi, garantire l’accesso a mercati terzi, semplificare la normativa europea e nazionale.

• Migliorare la normativa europea e nazionale per ridurre gli oneri amministrativi.

• Ampliare e migliorare le infrastrutture europee.

• Proseguire gli sforzi sul fronte del brevetto comunitario e verso la definizione di una base imponibile consolidata per le società.

conoscenza e innovazione

• Raggiungere l’obiettivo del 3% del Pil per la spesa in ricerca e sviluppo.

• Favorire le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

• Promuovere la costituzione di poli di innovazione che colleghino centri regionali, università e imprese.

• Promuovere le iniziative tecnologiche europee attraverso partenariati pubblico/privato.

• Promuovere le ecoinnovazioni energeticamente efficaci e a basso livello di emissioni.

• Contribuire alla creazione di una forte base industriale europea, mobilitando forme di collaborazione fra pubblico e privato.

• Creare un Istituto europeo di tecnologia per attrarre tecnici, idee e imprese.

nuovi e migliori posti di lavoro

• Attrarre un maggior numero di persone nel mercato del lavoro, in particolare con misure dirette a ridurre la disoccupazione giovanile, e modernizzare i sistemi di protezione sociale.

• Accrescere la capacità di adeguamento dei lavoratori e delle imprese e la flessibilità dei mercati del lavoro, rimuovendo gli ostacoli alla mobilità dei lavoratori.

• Aumentare gli investimenti in capitale umano, migliorando l’istruzione e le qualifiche attraverso la riforma dei Fondi strutturali e del Fondo di coesione dell’Ue.

  Crescita e occupazione

revisione di Lisbona: critiche dei sindacati europei

In seguito alla comunicazione della Commissione europea sulla revisione della Strategia di Lisbona (vedi pagina precedente), la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha redatto un documento informativo, reso noto lo scorso 10 febbraio e che pubblichiamo di seguito, in cui svolge alcune riflessioni critiche sull’impostazione che la Commissione intende dare al rilancio della Strategia europea in materia di crescita e occupazione.

quali obiettivi per crescita e lavoro?

La Commissione sostiene di concentrarsi su posti di lavoro e crescita, affermando di conseguenza che sarebbero questi i punti in cui l’Europa sta conseguendo i risultati peggiori (stagnazione della crescita e creazione di un numero insufficiente di posti di lavoro). Sorge tuttavia il dubbio se la Commissione stia veramente perseguendo una politica economica ambiziosa, dato che gli obiettivi economici sono stati rivisti al ribasso:

• Scompare qualunque riferimento all’obiettivo di un tasso di occupazione del 70% entro il 2010. Il nuovo obiettivo è quello di creare “almeno” 6 milioni di nuovi posti di lavoro, ben lontano quindi dai 22 o addirittura dai 25 milioni di posti di lavoro che sarebbero necessari per conseguire un tasso di occupazione del 70%. La cifra di 6 milioni di posti di lavoro è, inoltre, in netto contrasto con il fatto che nell’Ue a 15, nella seconda metà degli anni Novanta, sono stati creati non meno di 11 milioni di posti di lavoro, pari a quasi il doppio della cifra attualmente proposta dalla Commissione.

• L’obiettivo iniziale di una crescita annua del 3% viene ora espresso altrimenti; si parla infatti di una crescita aggiuntiva del livello del Pil (e non dei tassi di crescita annui del Pil) pari al 3% entro il 2010. In questo modo il tasso di crescita annuo (potenziale) verrebbe portato dall’attuale 2% al 2,5%. Anche in questo caso si tratta di cifre tutt’altro che roboanti rispetto a quanto registrato nella seconda metà degli anni Novanta, periodo in cui l’economia è cresciuta a una media annua del 2,7%, senza peraltro la necessità di attuare particolari riforme strutturali.

quali politiche per stabilità e crescita?

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta fino al periodo 2001-2004, la crescita media annua in Europa si è dimezzata, passando dal 2,7% all’1,3% annuo. A parte l’affermazione in base alla quale l’Europa si sarebbe posta un numero eccessivo di obiettivi politici, non è mai stata svolta una vera e propria analisi su cosa non abbia funzionato, sul perché la crescita sia rallentata nella misura dell’accaduto e su come le politiche economiche europee avrebbero potuto fornire una risposta migliore per affrontare la crisi della crescita. Al contrario, l’intento della Commissione sembra essere quello di perseguire il “vecchio” programma di “solide condizioni macroeconomiche”. Tant’è vero che la prossima riforma del Patto di stabilità viene ora considerata come un mezzo per “stabilizzare” ulteriormente l’economia. Stando così le cose, non si rischia forse di perdere l’opportunità di ripensare il concetto di stabilità e di promuovere politiche per la stabilità e la crescita?

sociale ed ecologia: un passo indietro?

L’accento sulla crescita non costituisce di per se stesso il problema. Al contrario, il problema sta nel fatto che la Commissione non sembra più difendere il concetto in base al quale, per conseguire una crescita sostenuta e migliorare la competitività su base sostenibile, è necessario investire al tempo stesso in politiche sociali e in un’organizzazione del mercato del lavoro che escluda soluzioni al ribasso, come ad esempio quella di competere con le economie dei Paesi in via di sviluppo in base a salari ridotti e condizioni di lavoro disagiate. Emerge inoltre l’opinabile affermazione in base alla quale i risultati conseguiti dall’Europa “sociale” sarebbero soddisfacenti e ciò in misura tale da poter ignorare il programma sociale, almeno per il momento. L’insieme di questi due elementi conduce a una ridefinizione della Strategia di Lisbona in termini di risultati economici e competitività, e non più anche in termini di Europa sociale. D’altro canto, si attinge nuovamente all’idea delle politiche che si sostengono reciprocamente e della politica sociale come fattore produttivo, facendo riferimento all’agenda sullo sviluppo sostenibile. Lisbona ora riguarda (esclusivamente) l’economia e la competitività, ma al tempo stesso viene a far parte della più generale strategia di sviluppo sostenibile (in cui il sociale svolge un ruolo importante). Questa discussione semantica è ovviamente causa di notevole confusione e resta da vedere quali saranno i risvolti pratici.

Europa sociale: cosa accadrà in pratica?

Da un lato l’agenda politica proposta in materia di mercato del lavoro non si discosta particolarmente da quella già esistente. Permane, infatti, la fraseologia relativa all’investimento in istruzione e formazione continua, a una maggiore capacità di adattamento unita alla sicurezza, all’attrazione di un numero maggiore di lavoratori nel mercato del lavoro, soprattutto attraverso politiche attive del mercato del lavoro. D’altro canto rimangono aperti alcuni punti di possibile preoccupazione:

• La Commissione intende rivedere la Strategia europea per l’occupazione già nel 2005, ovvero un anno prima del previsto. Attualmente non disponiamo di indicazioni per valutare in quale direzione andrà il processo di revisione.

• Europa sociale significa anche prevedere e garantire i diritti dei lavoratori sul posto di lavoro (ad esempio maggiore sicurezza per i lavoratori atipici, maggiori diritti per i lavoratori che devono affrontare situazioni di ristrutturazione e delocalizzazioni, revisione della direttiva sull’orario di lavoro). La Commissione (e il Consiglio) forniranno il proprio sostegno nella nuova regolamentazione dei mercati del lavoro attraverso le direttive europee? La prossima agenda per la politica sociale permetterà lo sviluppo di iniziative in tal senso? O forse l’applicazione delle “valutazioni di impatto” sulle nuove norme verrà a creare un ostacolo insormontabile per le nuove normative sul mercato del lavoro?

• La razionalizzazione degli Indirizzi di massima per le politiche economiche (Bepg) e delle Linee guida europee per l’occupazione (Eeg), tramite piani d’azione unici e linee guida “integrate” uniche, molto probabilmente significa che la procedura di redazione di questi testi vedrà la partecipazione dei ministri Ecofin e del Lavoro, come pure dei ministri del consiglio Competitività (ricerca, concorrenza e mercato interno). Sebbene anche in questo caso si presentino alcune opportunità, in pratica ciò potrebbe significare che l’influenza dei ministri del Lavoro sullo sviluppo delle politiche in materia di mercato del lavoro risulterà ridotta a favore di un approccio di maggiore deregolamentazione sostenuto dall’ala economica.

• Nel paragrafo sulla modernizzazione dei sistemi di protezione sociale, l’accento è posto sui sistemi pensionistici e sull’assistenza sanitaria. Ciò può essere analizzato in rapporto al dibattito sulla riforma del Patto di stabilità e crescita, laddove agli Stati membri che attuano riforme strutturali sarebbe permesso il superamento della soglia del deficit. In tale contesto, la prima politica strutturale che i ministri e il commissario per gli Affari economici sembrano prevedere riguarda il costo di transizione del passaggio a un sistema pensionistico a capitalizzazione. Al tempo stesso, i ministri si rifiutano di distinguere tra diverse categorie di spesa pubblica, cosicché anche per l’aumento di investimenti in ricerca e sviluppo, istruzione e altre effettive priorità della Strategia di Lisbona permarrebbe la regola in base alla quale un deficit del 3% è comunque un deficit del 3%.

• Sia nel capitolo sulla capacità di adattamento («assorbire il cambiamento»), sia nel capitolo su come «attrarre un maggior numero di persone nel mercato del lavoro», ricorre il concetto di «aumenti salariali che non superino la crescita della produttività e che riflettano la situazione del mercato del lavoro». In pratica, emerge lo stesso concetto che già era presente nei documenti di dibattito sui punti-chiave della presidenza lussemburghese al Consiglio di primavera. Poiché questa discussione si colloca nel contesto della capacità di adattamento e delle ristrutturazioni, e non nel quadro macroeconomico relativo agli aumenti medi salariali in tutta l’economia, ci si potrebbe chiedere se ciò non possa significare che i politici stiano esaminando la possibilità di aumentare la pressione a favore di una più agevole contrattazione aziendale e a scapito di una contrattazione coordinata di più alto livello. Allo stesso modo, ci si potrebbe chiedere se non si intenda andare verso un maggiore squilibrio salariale, andando a intervenire sui vari sistemi che proteggono i salari dei lavoratori meno qualificati.

un nuovo modello per l’Europa?

Nel presentare il problema di Lisbona come un problema di «attuazione da parte degli Stati membri» e nel proporre lo sviluppo di Piani nazionali di azione e di follow-up, la Commissione delega la responsabilità del successo o del fallimento ai singoli Stati membri. Così facendo, ne risulta ridotto il suo ruolo di “gestione del mercato interno” e di appoggio critico del processo politico degli Stati membri. Questo modello dell’Europa, ispirato al Fmi, non va forse contro quella che è sempre stata la nostra posizione, che richiede all’Europa (Commissione e Consiglio dei ministri) di creare un mercato interno europeo con dinamiche della domanda sane così che gli Stati membri, invece di competere l’uno contro l’altro tramite politiche di dumping salariale, fiscale e sociale, possano tutti avvantaggiarsi di un favorevole ambiente europeo?

In tale contesto emerge una pressante domanda relativa a come finanziare l’ambizione. Se l’Europa vuole che gli Stati membri investano in innovazione e conoscenza, l’Europa stessa può creare gli spazi necessari introducendo un Patto di stabilità che riconosca gli investimenti, ponendo termine a una concorrenza fiscale votata allo spreco e utilizzando in misura maggiore gli strumenti che l’Europa mette a disposizione, come ad esempio la Bei.

ruolo rafforzato per il dialogo sociale?

Oltre a richiedere agli Stati membri di dare attuazione alla Strategia di Lisbona, le parti sociali nazionali ed europee si trovano di fronte alla richiesta di «redigere il proprio programma di Lisbona utilizzando i poteri concessi ai sensi del Trattato». In questo caso, la Commissione fa riferimento a questioni come, ad esempio, affrontare l’esclusione nei mercati del lavoro, politiche attive nel mercato del lavoro, formazione continua e previsione delle ristrutturazioni nei settori industriali. Il vertice tripartito dovrebbe valutare il progresso in materia di migliori pratiche nazionali favorendone lo scambio. Stante il contesto caratterizzato da una ridotta attenzione politica nei confronti dell’Europa sociale e da una mancanza di progresso su un quadro macroeconomico di sostegno alla crescita, tutto ciò è fattibile? O forse dobbiamo considerare questa opportunità come una sfida per cercare di correggere l’approccio eccessivamente economicista a favore del quale l’Europa sembra optare?

Nel tempo che ci divide dal Consiglio di primavera è necessario che la Ces presenti le seguenti linee politiche:

• Far avanzare l’agenda della politica macroeconomica, sostenendo la necessità di un miglioramento radicale del governo economico in Europa in occasione delle prossime discussioni sulla riforma del Patto di crescita e di stabilità.

• Sviluppare le proposte della Ces per un ulteriore sviluppo dell’Europa sociale e delle questioni relative alla sicurezza in materia di politiche del mercato del lavoro (ad esempio delocalizzazioni).

Ciò sarà possibile tramite un processo di dialogo macroeconomico (riunioni di febbraio), un’importante conferenza sulle politiche macroeconomiche (1 e 2 marzo), conferenze stampa nonché tramite la possibilità di esprimere un parere congiunto delle parti sociali europee sulla competitività e la stabilità al servizio dell’Europa sociale.

INFORMAZIONI: www.etuc.org

 Programma Commissione

la Commissione indica gli obiettivi strategici

Assicurare prosperità, solidarietà e sicurezza a tutti i cittadini europei e liberare l’enorme potenziale inespresso dell’Unione europea, questi gli obiettivi strategici che la Commissione europea si pone per i prossimi cinque anni e che il suo presidente, José Manuel Barroso, ha indicato lo scorso 26 gennaio parlando nell’aula del Parlamento europeo. Il partenariato è l’aspetto centrale della strategia, poiché per la prima volta nella storia delle istituzioni europee gli obiettivi strategici presentati dalla Commissione sono stati elaborati in accordo con il Parlamento e il Consiglio, nella convinzione che la condivisione delle priorità è necessaria al fine di un’efficace collaborazione sulle attività.

prosperità

Per creare le condizioni di una prosperità durevole, la Commissione propone una serie di azioni basate sulla necessità di assicurare un livello dinamico e sostenibile di crescita e occupazione: Creare un ambiente favorevole alle imprese, garantendo eguali condizioni nella creazione d’impresa, regole uniformi di gestione delle società e della proprietà intellettuale, una fiscalità ragionevole e una politica doganale non penalizzante; Impegnarsi a investire il 3% del Pil in ricerca e sviluppo e attuare investimenti significativi nell’insegnamento superiore, nonché eliminare strozzature e barriere nelle reti di trasporto, telecomunicazioni ed energia; Attrarre un maggior numero di persone nel mercato del lavoro, incoraggiare la creazione di occupazione mirando a incrementare la quantità e la qualità dei posti di lavoro.

solidarietà

La Commissione ritiene necessario sostenere e rafforzare la propria azione per la solidarietà e la coesione sociale, al fine di consolidare la coesione dell’Ue allargata e la protezione ambientale. In quest’ottica, un elemento chiave del programma deve essere la formulazione di politiche di coesione che promuovano la competitività e la crescita, riducendo le disparità economiche. La solidarietà deve essere estesa alle generazioni future attraverso l’impegno per la protezione ambientale, che includa i cambiamenti climatici e una gestione sostenibile delle risorse naturali (vedi pag. 8). Inoltre, la protezione dei diritti fondamentali e la lotta contro le discriminazioni devono essere al centro dell’azione europea con nuove iniziative sull’antidiscriminazione e l’istituzione di un’Agenzia europea per la tutela dei diritti fondamentali.

sicurezza e libertà

Secondo la Commissione, i cittadini europei hanno il diritto di attendersi che la loro salute e sicurezza siano tutelate e la Costituzione europea darà la possibilità all’Ue di agire in questa direzione. Priorità in questo campo riguardano la sicurezza dei cittadini di fronte al crimine e al terrorismo, la libertà di circolazione, l’immigrazione e l’asilo e il traffico degli esseri umani, materie sulle quali è stato adottato a fine 2004 il Programma dell’Aja.

livello internazionale

Per quanto riguarda poi lo scenario mondiale, l’Ue deve impegnarsi attivamente nella preparazione dei futuri allargamenti, portando a termine positivamente i negoziati in corso e lavorando per l’avvicinamento all’adesione dei Paesi dell’area balcanica. Inoltre, secondo la Commissione, andranno perseguiti con vigore a tutti i livelli i negoziati commerciali, sia in ambito Wto che a livello bilaterale e regionale, mentre sul piano politico le priorità dell’Ue riguardano i rapporti di vicinato, la stabilizzazione del Medio Oriente e un rilancio delle relazioni transatlantiche. Le politiche di cooperazione e sviluppo dell’Unione dovranno poi perseguire gli obiettivi del Millennio per il 2015.

La Commissione, che ha anche presentato il suo programma di lavoro per il 2005, auspica che l’accordo con Parlamento e Consiglio sugli obiettivi strategici dell’Ue sia definito entro il semestre di presidenza lussemburghese.

INFORMAZIONI: obiettivi strategici su

http://europa.eu.int/eur-lex/lex/LexUriServ/site/en/com/2005/com2005_0012en01.pdf

programma di lavoro 2005 su

http://europa.eu.int/eur-lex/lex/LexUriServ/site/en/com/2005/com2005_0015en01.pdf

 Box

DEBITO PUBBLICO NELL’UE

 

Secondo uno studio reso noto da Eurostat il 21 gennaio scorso, il debito pubblico medio dell’Ue nel 2003 è stato del 63,3% rispetto al Pil, superando così il tetto massimo del 60% previsto dal Patto di stabilità e crescita. In particolare, la Grecia, l’Italia e il Belgio superano il 100% del Pil, mentre i nuovi Stati membri (ad eccezione di Malta e Cipro che superano il 70%) registrano valori più bassi (fino al 21,6% della Lituania o addirittura il 5,3% dell’Estonia). Nella maggior parte degli Stati membri, inoltre, il debito dell’amministrazione centrale rappresentava nel 2003 oltre l’80% del debito totale. In 23 dei 25 Stati membri, i titoli di Stato sono lo strumento principale di finanziamento del debito pubblico, strumento che a livello complessivo europeo finanzia il 77% del debito.

Stati membri

Debito pubblico in % sul Pil

Grecia

109,9

Italia

106,2

Belgio

100,7

Malta

71,1

Cipro

70,9

Austria

65,1

Germania

64,2

Francia

63,7

UE25

63,3

Portogallo

60,3

Ungheria

59,1

Paesi Bassi

54,1

Svezia

52,0

Spagna

50,7

Danimarca

45,9

Finlandia

45,6

Polonia

45,4

Slovacchia

42,6

Regno Unito

39,8

Repubblica Ceca

37,8

Irlanda

32,1

Slovenia

29,5

Lituania

21,6

Lettonia

14,4

Lussemburgo

5,4

Estonia

5,3

 

 

allargamento dell’Ue

prossimi e futuri
Stati membri

A meno di nove mesi dall’ingresso nell’Ue di 10 nuovi Stati membri (1° maggio 2004), il processo di allargamento dell’Unione europea è tutt’altro che completato.

Il Consiglio europeo ha infatti deciso, lo scorso 17 dicembre, di dare il via ai negoziati di adesione con la Turchia, che inizieranno il prossimo 3 ottobre, mentre è ormai imminente l’avvio di negoziati con la Croazia (17 marzo). In aprile, poi, saranno firmati i trattati di adesione all’Ue di Bulgaria e Romania, che potranno così far parte dell’Unione dal 1° gennaio 2007 e altre situazioni sono in fase di valutazione da parte della Commissione europea, soprattutto per quanto riguarda l’area balcanica. Il punto sullo stato attuale del processo di allargamento dell’Ue è stato illustrato dal commissario per l’Allargamento, Olli Rehn, il 18 gennaio scorso durante un’audizione presso la commissione Affari esteri del Parlamento europeo. Rehn ha spiegato lo stato attuale dei negoziati e delle valutazioni della Commissione e ha tracciato le tappe fondamentali del cammino da compiere da qui alla fine del 2009. L’adesione all’Ue di nuovi Paesi, ha sottolineato il commissario, dovrà essere gestita con cura, in modo da assicurare il sostegno dei cittadini europei e consentire all’Unione europea di mantenere la propria capacità di azione.

Romania e Bulgaria: In vista dell’ingresso previsto per il 2007, i due Paesi devono compiere ancora grandi sforzi. Sulla Romania, Rehn si è riservato di raccomandare al Consiglio l’adozione di misure di salvaguardia, compreso il rinvio di un anno dell’adesione qualora si dovesse constatare che il Paese non è ancora pronto. In autunno la Commissione preparerà la relazione di valutazione globale, ed entro quella data la Romania dovrà dimostrare di soddisfare i requisiti stabiliti dall’Unione europea. I segnali provenienti dal nuovo governo sono comunque incoraggianti. Una situazione generale positiva, soprattutto in materia economico-finanziaria, è invece quella in cui si trova la Bulgaria, sottolineata anche dalla commissaria per il Controllo finanziario Dalia Gybrauskaite, secondo cui i risultati del Paese in materia di deficit dovrebbero essere d’esempio per i Paesi già facenti parte dell’Ue e probabilmente permetteranno alla Bulgaria di adottare l’euro entro il 2009.

Croazia: La Commissione ha presentato al Consiglio una bozza di quadro negoziale, ma alle autorità croate è stata richiesta la piena collaborazione con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, come condizione per l’avvio dei negoziati alla data prevista del 17 marzo 2005. La principale questione da risolvere è la consegna del generale Gotovina. Il commissario per l’Allargamento ha ribadito che l’apertura dei negoziati potrebbe essere sospesa qualora tale condizione non fosse rispettata in tempo e ha sottolineato che i progressi dipenderanno essenzialmente dall’atteggiamento assunto dalle autorità croate.

Turchia: Entro la prossima estate la Commissione presenterà le sue proposte sulla strategia negoziale, articolata in tre pilastri: sostegno al processo di riforma; definizione del quadro negoziale; rafforzamento del dialogo politico e culturale. Negoziati che inizieranno il prossimo 3 ottobre, ma prima la Turchia dovrà firmare il Protocollo che estende l’accordo doganale del 1963 ai 10 nuovi Stati membri: ciò significa per la Turchia riconoscere di fatto la Repubblica di Cipro. Va poi ricordato che il Consiglio, su indicazione della Commissione, ha imposto alle autorità di Ankara una condizione particolare, rappresentata dalla possibilità di interrompere «in qualsiasi momento» il negoziato se la Turchia non adempirà agli obblighi imposti dall’Ue (soprattutto in tema di diritti umani e civili). In ogni caso, l’eventuale ingresso del Paese nell’Ue non potrà avvenire prima del 2015.

Cipro: Il commissario per l’Allargamento ha auspicato un rapido superamento della situazione di stallo esistente in Consiglio per quanto riguarda l’assistenza finanziaria, gli scambi commerciali diretti e la proposta di modifica del regolamento relativo alla “linea verde”, in modo da mantenere vivo lo slancio europeista nella parte settentrionale dell’isola.

Macedonia: Le autorità macedoni sono state sollecitate ad attuare le misure di decentramento previste dall’accordo quadro di Ohrid e le riforme necessarie per consentire al Paese di soddisfare i criteri per l’adesione all’Ue. La Commissione prevede di formulare il suo parere sulla domanda di adesione entro la fine dell’anno, in modo da poterlo inserire nell’ordine del giorno dei lavori del Consiglio europeo di dicembre. Se il processo politico dovesse proseguire positivamente, l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia potrebbe costituire un prossimo Paese candidato oltre che un solido punto di riferimento per l’intera regione dei Balcani occidentali.

Albania: I progressi nei negoziati per la conclusione di un accordo di stabilizzazione e associazione dipenderanno dall’esito delle elezioni che si terranno nell’estate prossima e dall’andamento delle riforme previste nel partenariato europeo. Tuttavia, l’attuale clima politico è poco favorevole alle riforme e potrebbe incidere sui preparativi per le elezioni.

Bosnia-Erzegovina: Alcune misure sono state adottate recentemente nei confronti della Repubblica serba di Bosnia per l’insufficiente collaborazione con il Tribunale penale internazionale. L’auspicio della Commissione è che il governo della Bosnia-Erzegovina compia consistenti progressi in relazione alle 16 riforme indicate nello studio di fattibilità del novembre 2003. Se le questioni ancora in sospeso dovessero essere risolte entro i primi mesi del 2005, la Commissione potrebbe raccomandare al Consiglio l’apertura dei negoziati per l’accordo di stabilizzazione e associazione.

Serbia e Montenegro: La Commissione sta preparando lo studio di fattibilità in vista degli eventuali negoziati per un accordo di stabilizzazione e associazione. Nel frattempo, le autorità serbo-montenegrine sono state sollecitate a collaborare con il Tribunale penale internazionale e a sfruttare il “duplice approccio”, in modo da consentire alla Commissione di tener conto di questi progressi nello studio di fattibilità.

Kosovo: È una delle situazioni più difficili. A metà del 2005 sarà condotto un riesame dell’attuazione degli standard, che potrebbe portare all’apertura di discussioni sul futuro status politico del Paese. I prossimi mesi sono decisivi per verificare l’impegno delle autorità del Kosovo a promuovere una società multietnica e il rispetto dello Stato di diritto, e a collaborare pienamente con il Tribunale penale internazionale. La Commissione è favorevole al più ampio trasferimento possibile di competenze alle istituzioni provvisorie di autogoverno, anche in campo economico, ed è pronta a fornire la sua assistenza allo sviluppo delle capacità locali. Sono in corso discussioni con l’Unmik per migliorare il funzionamento del quarto pilastro, finanziato dall’Unione europea.

Strumento di preadesione unificato (Ipa): Il commissario per l’Allargamento ha accennato alla proposta di uno strumento di preadesione unificato, come opportunità per razionalizzare e semplificare l’assistenza comunitaria. Una novità importante sarà la possibilità di utilizzare l’Ipa non soltanto per i Paesi candidati, ma anche per i potenziali Paesi candidati dei Balcani occidentali.

 

 

ambiente

sviluppo sostenibile

Le sfide che deve affrontare oggi il nostro pianeta sono globali. Senza una chiara leadership politica e un impegno a cambiare, i nostri figli e i nostri nipoti non potranno conoscere la prosperità e la qualità della vita che abbiamo oggi. I cambiamenti climatici stanno diventando più veloci, stiamo sempre più intensificando la pressione sulle nostre risorse naturali, la biodiversità è in pericolo, e colmare il divario in termini di ricchezza fra il Nord e il Sud resta una sfida enorme. Se vogliamo mantenere il fragile equilibrio fra gli interessi economici, sociali e ambientali necessari per una società sostenibile, dobbiamo agire ora». Con queste parole il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha presentato il 9 febbraio scorso gli orientamenti per il riesame della strategia di sviluppo sostenibile, adottata a Göteborg nel giugno del 2001 ma che non ha raggiunto i risultati auspicati. La nuova Commissione intende così rivedere tale strategia, affinandone gli obiettivi e fissando nuove tappe, nella convinzione che la strategia di sviluppo sostenibile e la strategia di Lisbona perseguono lo stesso scopo, cioè migliorare il benessere e le condizioni di vita in modo sostenibile per le generazioni presenti e future, e si rafforzano a vicenda, pur concentrandosi su azioni diverse e pur avendo tempi diversi.

La strategia affronta le più gravi minacce allo sviluppo sostenibile in Europa e nel mondo, ossia le cosiddette tendenze non sostenibili, quali i cambiamenti climatici, la salute pubblica, i trasporti e l’utilizzo del suolo, la gestione delle risorse naturali, le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione così come la povertà e l’esclusione sociale. Lo scopo della nuova strategia di sviluppo sostenibile è di stabilire nuove tappe e proporre meccanismi di controllo più efficaci, rafforzare la partecipazione e la responsabilizzazione, migliorare la cooperazione con attori pubblici e privati a tutti i livelli. L’obiettivo generale dello sviluppo sostenibile è confermato da un approccio che garantisca il rafforzamento reciproco delle azioni a livello economico, sociale e ambientale, mentre la valutazione dell’impatto ambientale sarà uno degli strumenti utilizzati per creare una maggiore coerenza fra le politiche.

La Commissione ha poi adottato, sempre il 9 febbraio, una comunicazione che definisce le future politiche in materia di cambiamenti climatici per il periodo successivo al 2012, anno in cui si conclude il primo periodo di impegno previsto dal protocollo di Kyoto (entrato in vigore il 16 febbraio scorso).

La Commissione, secondo cui una società che rispetti il clima offre anche opportunità economiche all’Ue rafforzando la stessa agenda di Lisbona, raccomanda per la strategia europea sul clima i seguenti elementi:

• Una partecipazione internazionale più ampia all’abbattimento delle emissioni: l’Ue deve continuare a svolgere un ruolo di leadership nell’ambito delle iniziative multilaterali sui cambiamenti climatici, individuando incentivi per far partecipare altri grandi produttori di emissioni, compresi i Paesi in via di sviluppo. Nel 2005 dovrebbe esaminare le alternative possibili per istituire un nuovo sistema basato su responsabilità comuni ma differenziate.

• L’estensione dell’azione ad altri settori, in particolare ai trasporti aerei e marittimi e alla silvicoltura, visto che in alcune regioni la deforestazione contribuisce sensibilmente a far aumentare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

• Una spinta all’innovazione nell’Ue, per garantire lo sviluppo e la diffusione di nuove tecnologie compatibili con il sistema climatico e l’adozione delle decisioni più opportune riguardo agli investimenti a lungo termine destinati alle infrastrutture energetiche, dei trasporti e nel settore delle costruzioni.

• Il mantenimento di strumenti flessibili e basati sul mercato per abbattere le emissioni nell’Ue e in tutto il pianeta, come il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione.

• L’adozione di politiche di adattamento nell’Ue e su scala mondiale, che richiedono un impegno supplementare per individuare i punti deboli e mettere in atto iniziative per aumentare la resistenza.

INFORMAZIONI:

http://www.europa.eu.int/comm/environment/climat/future_action.htm

 

 

immigrazione Ue

dibattito aperto sulla
gestione dell’immigrazione

Calo demografico, esigenze economiche e del mercato del lavoro, necessità di garantire la prosperità dell’Ue, competizione internazionale, rischio di nuove e massicce immigrazioni illegali, sono molte le ragioni che hanno spinto la Commissione europea a divulgare, lo scorso 11 gennaio, il “Libro verde sull’approccio dell’Ue alla gestione della migrazione economica”. Secondo la Commissione è infatti giunto il momento di rilanciare il dibattito su come l’Ue intenda gestire in futuro i flussi di immigrazione per lavoro da Paesi terzi, proposta che l’esecutivo europeo fece già nel 2001 ma che non suscitò l’interesse del Consiglio. Da allora però, ricorda la Commissione, un po’ di cose sono cambiate: il Consiglio europeo di Salonicco (19-20 luglio 2003) ha sottolineato «l’esigenza di ricercare mezzi legali per l’ingresso di cittadini di Paesi terzi nell’Unione, in considerazione delle capacità ricettive degli Stati membri»; il Trattato costituzionale, ormai in fase di ratifica, dichiara che «l’Unione sviluppa una politica comune dell’immigrazione intesa ad assicurare, in ogni fase, la gestione efficace dei flussi migratori»; infine, nel novembre 2004, il Consiglio europeo ha adottato il cosiddetto Programma dell’Aja (vedi euronote n. 33/2005, pag. 6), programma pluriennale sulla politica comune in materia di immigrazione e asilo, sottolineando come il Libro verde, insieme alle migliori pratiche negli Stati membri e alla loro importanza per l’attuazione della Strategia di Lisbona, dovrebbe fungere da base per «un programma politico in materia di migrazione legale che includa procedure di ammissione, che consentano di reagire rapidamente alla domanda fluttuante di manodopera straniera nel mercato del lavoro». Se a ciò si aggiungono le previsioni demografiche, secondo cui, al ritmo degli attuali flussi migratori, il calo della popolazione in età attiva dell’Ue a 25 comporterà una riduzione del numero degli occupati di circa 20 milioni nel periodo 2010-2030, è piuttosto evidente perché la Commissione ritenga ormai giunto il momento di riparlare di gestione comune dell’immigrazione. Ecco allora il Libro verde, che «mira ad avviare un dibattito approfondito, con la partecipazione delle istituzioni dell’Ue, degli Stati membri e della società civile, sulla forma più appropriata che dovrebbe avere la normativa comunitaria in materia di ammissione dei migranti per motivi economici e sul valore aggiunto dell’adozione di questa disciplina comune». Naturalmente la Commissione «riconosce pienamente» che spetta agli Stati membri definire il numero di lavoratori immigrati in ingresso sui loro territori, ma contemporaneamente ritiene «evidentemente necessario» stabilire criteri comuni più «armonizzati», senza i quali il numero degli immigrati illegali «è destinato ad aumentare».

partecipare al dibattito

Il Libro verde intende «sollecitare reazioni» e «avviare un’ampia discussione», attendendo risposte e contributi da: Consiglio, Parlamento, Comitato economico e sociale, Comitato delle regioni, autorità nazionali, regionali e locali, parti sociali (comprese le associazioni imprenditoriali e i sindacati), organizzazioni non governative, Paesi candidati, Paesi terzi partner, università, altre organizzazioni della società civile e singoli individui. Tutte le osservazioni dovranno essere inviate entro il 15 aprile (indirizzo e-mail: jls-economic-migration@cec.eu.int), perché nei mesi successivi del 2005 la Commissione organizzerà un’audizione pubblica sulla migrazione economica e presenterà un programma politico in materia di immigrazione legale, come previsto dal Programma dell’Aja.

Il dibattito è dunque aperto e si attendono i contributi: certamente sarebbe utile se, tra questi, alcuni ricordassero alla Commissione che il complesso fenomeno migratorio non può essere regolato badando esclusivamente agli interessi e alle esigenze dei mercati europei; una riflessione seria e coerente sulle cause (anche e soprattutto economiche) delle migrazioni e sulla necessità di maggior cooperazione (non solo poliziesca) con i Paesi d’origine dei flussi sarebbe infatti doverosa.

quale armonizzazione

Una politica comune efficace può avvenire solo progressivamente, sottolinea il Libro verde, così da consentire un più semplice e graduale passaggio dalla normativa nazionale a quella comunitaria. Tuttavia, un sistema di coordinamento con cui gli Stati membri informino la Commissione sull’applicazione e i risultati delle politiche in materia «può essere vantaggioso nella valutazione del fabbisogno globale del mercato del lavoro comunitario e contribuire altresì alla formulazione di una politica comunitaria, nonché ad una procedura più efficiente e meglio coordinata, nell’interesse sia degli Stati membri che dei migranti stessi», scrive la Commissione che propone alcune opzioni. Un «approccio orizzontale», ad esempio, potrebbe disciplinare le condizioni d’ingresso e soggiorno dei lavoratori stranieri che svolgono attività per più di 3 mesi sul territorio di uno Stato membro, prevedendo alcune disposizioni specifiche per esigenze particolari quali il lavoro stagionale o il distaccamento intrasocietario. In questo modo si creerebbe una disciplina comune globale ampiamente flessibile. Altra possibilità potrebbe essere quella di «proposte legislative settoriali», concentrate su lavoratori stagionali, distacchi intrasocietari, migranti con qualifiche specifiche, prestatori contrattuali di servizi, evitando quindi una disciplina comune generale. O ancora una «procedura comune accelerata» per l’ammissione di lavoratori nei casi di carenza di manodopera e qualifiche specifiche, da adottarsi quando un certo numero di Stati membri ottenga l’autorizzazione del Consiglio. Potrebbe poi essere accordata la cosiddetta “preferenza comunitaria”, cioè privilegiare rispetto agli immigrati da Paesi terzi quei cittadini stranieri che già lavorano legalmente in uno Stato membro, i quali potrebbero così trasferirsi in un altro Stato membro con particolari esigenze occupazionali. Ciò, secondo la Commissione, permetterebbe all’Ue di «fare affidamento su uno “stock” di manodopera che ha già iniziato ad integrarsi». Un trattamento preferenziale potrebbe inoltre essere accordato anche a coloro che hanno già lavorato per alcuni anni nell’Unione europea prima di ritornare temporaneamente nel Paese d’origine.

criteri di ammissione

Il Libro verde pone poi la questione se l’ammissione di lavoratori stranieri nell’Ue va consentita solo nel caso di specifici posti vacanti, oppure su basi più flessibili che prevedano ingressi finalizzati a soddisfare il fabbisogno di manodopera nel breve o lungo periodo. Nel primo caso si dovrebbe procedere a «valutazione individuale»: il datore di lavoro può rivolgersi all’esterno dell’Ue se non ha ricevuto candidature appropriate a livello di mercato interno. Secondo la Commissione, un simile sistema (legato ad uno strumento come Eures) renderebbe possibile un certo controllo sulle assunzioni, in modo da limitare gli abusi. Quando poi un contratto di lavoro giunge a scadenza e il datore di lavoro intende rinnovarlo, va ripetuta la «prova della necessità economica»? La Commissione ritiene che sistemi facoltativi permetterebbero di superare simili questioni, ad esempio subordinando da parte di alcuni Stati membri la prova di necessità economica al superamento di un certo reddito o livello di qualifica.

Altro sistema facoltativo proposto dal Libro verde è quello di fissare un «quadro di riferimento comune» per la selezione di manodopera, che ciascun Stato membro potrebbe decidere di adottare rendendolo compatibile al fabbisogno del mercato del lavoro nazionale. In alternativa, potrebbero essere previsti un sistema per i lavoratori scarsamente qualificati (preferenza agli anni di esperienza in un determinato settore) e uno per i lavoratori mediamente/altamente qualificati (preferenza al grado di istruzione), lasciando poi agli Stati la scelta di quale applicare. Anche l’introduzione di permessi di soggiorno per le persone in cerca di occupazione, per determinate qualifiche e settori, dovrebbe essere prevista come possibilità per gli Stati che intendessero avvalersene.

Altra questione riguarda la procedura da seguire per i cittadini di Paesi terzi che desiderano essere ammessi nell’Ue per svolgere un’attività economica (ad esempio prestatori di servizi per società di Paesi terzi), ma che di fatto non entrano nel mercato del lavoro dell’UE.

permessi di lavoro
e di soggiorno

Secondo la Commissione, le procedure vigenti potrebbero essere snellite grazie a un’unica procedura di domanda nazionale che porterebbe a ottenere un permesso combinato di lavoro e di soggiorno («procedura unica»). Quando è necessario un visto d’ingresso, gli Stati membri potrebbero scegliere se continuare a richiedere un visto d’ingresso iniziale o ritenere che sia sufficiente il rilascio di questo permesso combinato da parte del consolato. Per non dare l’impressione che il rilascio di un permesso di soggiorno - che avviene in base a criteri diversi rispetto al permesso di lavoro - diventi pressoché automatico con la procedura combinata, la Commissione propone di non disciplinare la questione a livello comunitario o, in alternativa, di proporre una domanda unica per il permesso di soggiorno e di lavoro lasciando però i due permessi distinti, rilasciati in base alla normativa nazionale. Sulla possibilità di cambiare datore di lavoro e/o settore nel corso del primo periodo di lavoro nell’Ue, questione legata alla titolarità del permesso e ai requisiti di ammissione del lavoratore, la Commissione sottolinea che se il titolare del permesso è il datore di lavoro, il lavoratore potrebbe trovarsi «esposto al rischio di essere indebitamente controllato (o persino “posseduto”) dal suo futuro datore di lavoro».

In ogni caso, dichiara il Libro verde, i lavoratori migranti devono avere la garanzia di uno status giuridico certo «indipendentemente dal fatto che essi intendano ritornare nel proprio Paese d’origine oppure ottenere uno status stabile». Ai lavoratori stranieri va dunque garantito lo stesso trattamento riservato ai cittadini dell’Ue, soprattutto in relazione a determinati diritti fondamentali economici e sociali, prima di ottenere lo status di residente di lungo periodo. Questo status, aggiunge la Commissione, «comporta una più ampia serie di diritti, conformemente al principio della differenziazione dei diritti a seconda della durata del soggiorno».

cooperazione con
i Paesi d’origine

Un’efficace politica comunitaria in materia di migrazione economica, dichiara il Libro verde, richiede che i flussi migratori siano gestiti in cooperazione con i Paesi d’origine e di transito, tenendo conto delle loro realtà e fabbisogni, mentre «le misure adottate non possono prescindere da politiche attive per l’integrazione dei migranti ammessi». Secondo la Commissione, la cooperazione con i Paesi terzi è volta a facilitare la migrazione legale e l’integrazione sociale ed economica dei potenziali migranti, ma deve affrontare anche una serie di problematiche quali «la fuga di cervelli, il fatto che i Paesi d’origine effettuano investimenti per migliorare le qualifiche di persone che lasceranno poi l’economia e la società di origine per andare a lavorare all’estero, le difficoltà per i migranti di mantenere legami sociali e culturali ecc.» La Commissione ritiene inoltre importante semplificare il ritorno dei lavoratori temporanei nel Paese d’origine, una volta scaduto il loro contratto, e consentire loro il reintegro nella società nazionale.

Per «incoraggiare le situazioni più vantaggiose e per compensare le eventuali conseguenze negative», il Libro verde propone alcune misure da adottare: fornire informazioni aggiornate sulle condizioni di ingresso e di soggiorno nell’Ue; fondare centri di assunzione e formazione nei Paesi d’origine per le qualifiche richieste a livello europeo, nonché per la formazione culturale e linguistica; creare banche dati per qualifica/occupazione/settore («portafoglio di competenze») dei potenziali migranti; agevolare il trasferimento delle rimesse; offrire compensazioni ai Paesi terzi per i costi dell’istruzione di coloro che lasciano il Paese per lavorare nell’Ue.

INFORMAZIONI: il Libro verde e disponibile all’indirizzo web http://europa.eu.int/comm/justice_home/doc_centre/immigration/work/doc/com_2004_811_it.pdf

 

 

Forum sociale mondiale

molti europei ma poca
Europa a Porto Alegre

di Franco Chittolina*

Proprio un Forum sociale mondiale quello che si è tenuto a Porto Alegre, in Brasile, dal 26 al 31 gennaio scorso. Mondiale lo è stato non solo per la grande partecipazione: 150.000 persone in provenienza da tutto il mondo, anche se naturalmente prevalevano di gran lunga i latinoamericani, seguiti dagli europei e da un numero in crescita di nordamericani. Meno numerosi gli asiatici e, purtroppo, poco presenti i rappresentanti dell’Africa, dove pur si dovrebbe tenere il prossimo Forum mondiale nel 2007. Ma mondiale il Forum lo è stato anche e soprattutto per le grandi differenze che si sono manifestate, con le contraddizioni e la confusione che caratterizzano questo nostro mondo attuale e, sembra di capire, anche quell’“altro possibile” che è l’obiettivo dichiarato di questo movimento divenuto planetario e che a Porto Alegre ha rivelato molte luci e qualche ombra.

Al Forum il “movimento dei movimenti” ha dimostrato di continuare a crescere, di porsi il problema della sua dimensione propositiva e delle sue articolazioni regionali. Ha rafforzato la sua componente euro-atlantica accanto alla naturale mobilitazione latinoamericana, dovuta non solo a ragioni geografiche, ma più ancora alla tenace tradizione di lotte, diventate più fiacche sul continente europeo. Che si tratti di un movimento sempre meno euro-centrico è evidente ed è anche un bene, tuttavia un po’ più di Europa tra i temi trattati poteva essere un arricchimento per tutti. Lo si è notato in particolare a proposito dell’area tematica consacrata al futuro della democrazia mondiale. Nei dibattiti, organizzati in un’ampia e assolata area sabbiosa (quasi metafora della difficoltà di dare fondamenta solide alla futura architettura politica del mondo) e frequentati per lo più da giovani latinoamericani, sono risultate assenti o quasi le voci in provenienza dalle esperienze pur importanti della transizione democratica nei Paesi dell’Est europeo e non solo in quelli oggi membri dell’Unione europea. Tra le molte decine di incontri e seminari dedicati al tema della democrazia, due soltanto hanno fatto riferimento esplicito all’Unione europea: uno sulla Costituzione e un altro sul carattere di laboratorio politico che rappresenta oggi la costruzione di una democrazia sovranazionale nell’Ue. Colpisce la poca rilevanza data all’argomento, quando il Forum si tiene in un Paese che da anni, e oggi con rinnovata convinzione da parte del governo Lula, è impegnato nella costruzione del Mercosur, spazio economico integrato in America Latina che si avvia in tempi brevi verso un’unione doganale e, in prospettiva, verso un’aggregazione politica che consenta di far fronte alle pressioni dell’ingombrante vicino nordamericano. Analogamente stupisce la poca considerazione accordata alle aggregazioni commerciali, che proprio il Brasile ha provocato con successo all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) per rompere la tradizionale egemonia di Usa e Ue nei negoziati commerciali. Si è rinnovata la critica radicale al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale, all’Omc e, su, fino all’Onu, talvolta confondendo la collocazione e la storia di queste diverse realtà. Critiche spesso sacrosante, ma sicuramente più utili se fossero accompagnate da proposte realiste per la salvaguardia - in una stagione come questa di egemonia unilaterale degli Usa - dei pochi luoghi strutturati di confronto e dialogo multilaterale. Curiosamente assente anche il riferimento - salvo nell’importante Forum sindacale internazionale che ha attraversato tutto il programma dei lavori - all’Organizzazione mondiale del lavoro, alla quale qualche merito sulla salvaguardia della dimensione sociale della globalizzazione va pure riconosciuto.

Certo è sacrosanto esigere equa rappresentanza democratica all’interno degli organismi multilaterali, dove oggi contano solo gli “azionisti pesanti” o i cinque cosiddetti “grandi” nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Su quest’ultimo tema il Forum si è speso con efficacia e determinazione, rivendicando per l’Onu un rafforzamento nel quadro di una riforma profonda.

strategia di transizione

Complessivamente, quello che sembra ancora mancare nei movimenti non è la capacità di analisi e di denuncia, ma piuttosto una proposta che affronti con realismo una strategia di transizione, che conduca questo mondo di sopraffazione verso quell’altro “mondo possibile” e forse ancor più “necessario e urgente” che il Forum sociale mondiale invoca da anni con generosità. E oggi, affrontare con realismo la transizione vuole anche dire costruire delle aggregazioni regionali, continentali o subcontinentali che, organizzate nel rispetto delle proprie storie e delle specifiche condizioni socio-economiche, trovino una loro strada per nuove forme di democrazia sovranazionale e di integrazione politica. Nascerà probabilmente - ma ci vorrà ancora tempo - da queste aggregazioni un’articolazione di governo mondiale che da utopia invocata deve diventare pratica effettiva. La comprensibile impazienza di chi vuole saltare questa già difficile tappa intermedia, somiglia troppo a un salto mortale senza rete che, in nome di un futuro e ancora lontano “stato di diritto mondiale”, denuncia inaccettabile l’attuale esercizio parziale di diritti circoscritto ad aree limitate del mondo. Perché è vero che i diritti e la democrazia o sono universali o non sono, ma è anche vero che la storia dei diritti non ha nell’universalità il suo punto di partenza ma piuttosto il suo traguardo. Certo, tutto questo rende la transizione piena di contraddizioni e di difficoltà. Ma si tratta di una difficoltà largamente comprensibile, non solo perché il movimento è “giovane”, ma perché questo mondo è “vecchio”: a quasi cinquant’anni dalla decolonizzazione e a quindici ormai dalla dissoluzione del modello sovietico, questo mondo stenta a lasciar crescere l’indipendenza dei popoli e la pari dignità a cui questi hanno diritto nella convivenza planetaria. Anzi, questo mondo uscito dalla Guerra fredda assiste impotente al diffondersi di “bollenti focolai di guerra”, alcuni dei quali attizzati da una grande democrazia impaurita. Ma sarebbe ingeneroso attribuire all’“adolescenza” dei movimenti la responsabilità della mancata soluzione a problemi che si accumulano da generazioni. Forte è la tentazione di spiegare la radicalità degli interventi con la massiccia presenza giovanile al Forum, certo preponderante e protagonista senza soggezione né verso il passato né verso i partecipanti più anziani, pure ascoltati con rispetto come hanno testimoniato le affollatissime assemblee di giovani venuti ad applaudire “grandi vecchi” come Josè Saramago ed Eduardo Galeano. Un altro miracolo è stata questa insolita comunicazione tra generazioni lontane nel tempo e nello spazio, ma con la stessa fede in un’utopia che in personaggi come Leonardo Boff ha avuto accenti mistici e nel presidente populista del Venezuela, Hugo Chavez, un’inquietante e applaudita deriva demagogica.

mobilitazione e dialogo

Ma il Forum sociale mondiale va giudicato non solo per i contenuti che propone, e che con fatica vanno oltre creative micro-proposte che non riescono a incidere sufficientemente sul quadro macro-economico mondiale, ma anche e più ancora per la mobilitazione che crea, in particolare tra le giovani generazioni, e per il confronto che provoca tra la molteplicità delle organizzazioni e per le dinamiche di dialogo tra movimenti che mette in moto. A questo proposito, a Porto Alegre si è verificato un singolare confronto: da una parte la foga e la molteplicità delle differenze - circa 6000 organizzazioni presenti - e dall’altra l’annuncio che la storica pluralità dei sindacati si avviava nel giro di poco più di un anno alla costruzione di un’unica centrale sindacale mondiale che, articolata continentalmente al proprio interno e con poche eccezioni, raccoglierà i numerosi sindacati attivi nel mondo. Un evento importante che contribuirà sicuramente a costruire quell’“altro mondo possibile” che si chiede ormai a gran voce. Per raggiungere questo risultato unitario i sindacati hanno impiegato decenni di confronti e anche di aspri conflitti interni, arrivandoci con molta fatica nell’età della “maturità”. È troppo chiedere a chi è insofferente per la foga “adolescenziale” dei movimenti di avere un po’ di pazienza? E nel frattempo ringraziarli per la loro generosa lucidità di analisi, cooperando magari senza arroganza a cercare le vie difficili della transizione. Ma rapida, prima che sia troppo tardi.

* partecipante al Forum sociale mondiale di Porto Alegre nei giorni 26-31 gennaio 2005.

 

BOX

ALCUNE PROPOSTE EMERSE DAL FORUM

Nel corso del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, alcuni membri del Comitato internazionale (tra i quali Frei Betto, Emir Sader, Leonardo Boff, Bernard Cassin, Ignàcio Ramonet, Tariq Alì, Adolfo Esquivel) hanno redatto un documento basato su 12 punti, che non ha carattere ufficiale ma intende semplicemente riassumere sinteticamente la ricchezza e la molteplicità di proposte emerse durante i lavori.

1) Annullare il debito estero dei Paesi poveri.

2) Applicare tasse internazionali alle transazioni finanziarie, agli investimenti diretti ai Paesi esteri, ai profitti delle multinazionali, alla vendita delle armi e alle attività che producono “effetto serra”.

3) Smantellare progressivamente ogni forma di paradiso fiscale, giuridico e bancario.

4) Ogni abitante del pianeta deve avere diritto a un lavoro, all’assistenza sociale e alla pensione.

5) Promuovere ogni forma di commercio giusto rifiutando le regole del libero mercato imposte dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto).

6) Garantire il diritto alla sovranità alimentare di ciascun Paese mediante la promozione di agricoltura familiare.

7) Proibire ogni tipo di brevetto sulla conoscenza e sugli esseri viventi (umani, animali e vegetali), così come la privatizzazione dei beni comuni dell’umanità, in particolare l’acqua.

8) Lottare attraverso diverse politiche contro il razzismo, la discriminazione, il sessismo, la xenofobia e l’antisemitismo.

9) Adottare misure urgenti per porre fine alla distruzione ambientale e alla minaccia delle gravi trasformazione climatiche dovute all’effetto serra.

10) Esigere lo smantellamento delle basi militari straniere e il ritiro delle truppe da tutti i Paesi, ad eccezione di quelle autorizzate dall’Onu.

11) Garantire il diritto all’informazione dei cittadini mediante legislazioni che: a) pongano fine alla concentrazione dei mezzi d’informazione in grandi gruppi; b) garantiscano l’autonomia dei giornalisti; c) favoriscano la crescita di un’informazione senza fine di lucro, in particolare i media alternativi e comunitari.

12) Riformare e democratizzare in profondità le organizzazioni internazionali, tra cui l’Onu. Nel caso di persistente violazione della legalità internazionale da parte degli Stati Uniti, trasferire la sede dell’Onu da New York a un altro Paese.

 

 

brevi

maremoto: dall’Ue oltre
100 milioni di euro

Lo scorso 31 gennaio, la Commissione europea ha adottato la sua quarta decisione a favore delle vittime del maremoto in Asia. La decisione, che prevede un importante contributo in risposta all’appello urgente lanciato dalle Nazioni Unite il 6 gennaio, permetterà di aiutare circa 5 milioni di persone in Indonesia, nello Sri Lanka, in India, nelle Maldive e in Thailandia per un periodo di 18 mesi.

Con questa decisione i fondi totali impegnati (e non semplicemente promessi) dalla Commissione europea salgono a 103 milioni di euro (più di 134 milioni di dollari). I fondi sono gestiti da Echo, l’Ufficio per gli aiuti umanitari della Commissione europea.

Il commissario europeo per lo Sviluppo e gli Affari umanitari, Louis Michel, ha dichiarato: «L’Unione europea, attraverso i suoi cittadini, gli Stati membri e la Commissione ha dimostrato una profonda generosità nei confronti delle vittime dello tsunami. L’Unione è stata il primo donatore ad assumere un concreto impegno finanziario, il giorno stesso della catastrofe, e continuerà ad aiutare le popolazioni colpite anche dopo che i riflettori si saranno spenti. È essenziale fare in modo che, ad aiuti umanitari rapidi e di qualità, faccia seguito un adeguato sostegno alla ripresa e allo sviluppo».

I fondi previsti da questa decisione regionale costituiscono la prima quota dei 100 milioni di euro sbloccati dalla riserva di bilancio dell’Unione europea, e si aggiungono quindi all’attuale bilancio dell’Unione europea destinato agli aiuti umanitari. La richiesta della Commissione di utilizzare la riserva di emergenza è stata approvata dall’autorità di bilancio dell’Unione europea (Parlamento europeo e Consiglio) nel tempo record di 14 giorni.

I fondi saranno assegnati sulla base di una valutazione dettagliata delle esigenze condotta dagli esperti della Commissione in loco e delle proposte formulate dai partner operativi.

I fondi saranno ripartiti secondo le specifiche esigenze dei Paesi colpiti:

- 56,5 milioni di euro per assistenza, soccorso e ripristino a breve termine (Indonesia, Sri Lanka, India, Maldive e Thailandia);

- 15 milioni di euro per assicurare l’efficace coordinamento degli aiuti e il supporto logistico necessario per la distribuzione degli approvvigionamenti (Indonesia, Sri Lanka, India, Maldive e Thailandia);

- 2 milioni di euro per contribuire alla valutazione e al rafforzamento dei sistemi di allarme rapido e dei piani di emergenza per le catastrofi nei Paesi colpiti.

La rimanente parte dei fondi servirà da riserva per future esigenze (5,9 milioni di euro) e per mantenere una capacità tecnica in loco (600.000 euro). Dalla fine di gennaio è inoltre operativo il nuovo ufficio Echo a Banda Ache (Indonesia).

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/echo/whatsnew/tsunami_en.htm

primo bilancio dell’Ue a 25

Il Parlamento europeo ha approvato il 16 dicembre 2004 il bilancio dell’Ue per il 2005, il primo a coprire per un intero anno le esigenze finanziarie dell’Europa allargata. Per la prima volta, inoltre, il bilancio è adottato da un Parlamento e da un Consiglio che rappresentano tutti e 25 gli attuali membri dell’Unione. Il budget totale di cui l’Ue potrà disporre ammonta a 106,3 miliardi di euro. Questa somma rappresenta l’1,004% del Prodotto interno lordo (Pil) dell’Unione, con un aumento rispetto al 2004 del 4,4%, dovuto all’adesione dei dieci nuovi Stati e alla riforma della Politica agricola comune.

«Abbiamo incrementato i fondi a sostegno della Strategia di Lisbona - ha commentato Dalia Grybauskaité, commissario alla Programmazione finanziaria e al bilancio - quelli per promuovere la libertà, la pace e la giustizia e quelli per rafforzare l’informazione ai cittadini e il dibattito sul futuro dell’Europa».

Alla Politica agricola nel 2005 saranno destinati 49,7 miliardi di euro, con un aumento del 10,2% rispetto al bilancio dell’anno precedente. 42,4 miliardi saranno invece destinati alla Politica regionale. Se le due somme dovessero rivelarsi insufficienti al raggiungimento degli obiettivi comunitari, la Commissione presenterà una proposta di emendamento del bilancio a metà 2005. Esteso al 2005-2006 il programma Peace II per l’Irlanda del Nord, con una dotazione per il 2005 di 60 milioni di euro.

Il bilancio nel settore delle politiche interne sarà destinato soprattutto alla lotta contro il terrorismo internazionale, ma anche alla protezione della salute e dei consumatori, alla ricerca, all’educazione e alla cultura, ai trasporti e all’energia. In totale si raggiungeranno i 9,1 miliardi di euro. Il totale degli stanziamenti nell’ambito dell’azione esterna dell’Ue ammonta a 5,2 miliardi di euro. La somma comprende, per il secondo anno, un cospicuo supporto all’Iraq (200 milioni), mentre per le priorità tradizionali, come la lotta alla povertà e alla droga, i diritti umani, gli aiuti umanitari e i programmi geopolitici, l’aumento rispetto al 2004 è del 2%.

Alla strategia di pre-adesione sono destinati 2,1 miliardi di euro. Per la prima volta, la Croazia, che riceverà 105 milioni di euro, è inclusa in questo capitolo. 120 milioni sono destinati allo sviluppo economico della comunità turco-cipriota, 1,55 miliardi a Romania e Bulgaria e 286,2 milioni alla Turchia.

 

nasce APICE per il dialogo tra le culture

Si è costituita a Torino, con dimensione regionale, l’Associazione Per l’Incontro delle Culture in Europa (APICE). Obiettivo dell’Associazione è quello di offrire una piattaforma di incontro a gruppi, associazioni, cooperative sociali, Ong, strumenti di informazione… interessati al tema del dialogo fra le culture che hanno fatto e stanno facendo l’Europa e quelle che con l’Europa condividono l’impegno per un mondo pacifico e solidale.

APICE, che entro fine anno disporrà di una sua “antenna” a Bruxelles, ha in cantiere progetti di cooperazione con attori sindacali e sociali e realizza uno strumento di informazione settimanale sulle principali politiche dell’Unione europea. In tale ambito APICE collaborerà con “euronote” e con l’Observatoire Social Europeen di Bruxelles.

 

flash

le priorità della presidenza lussemburghese

Iniziando nel gennaio scorso il semestre di turno alla presidenza dell’Ue, il governo del Lussemburgo ha indicato tra le priorità la ridefinizione della Strategia di Lisbona, con una necessaria riforma degli obiettivi europei che presti attenzione all’economia, alla dimensione sociale e all’ambiente. Secondo la presidenza lussemburghese, devono essere creati dei Piani d’azione nazionali che impegnino i governi degli Stati membri anche di fronte ai parlamenti, ai partner sociali e alla società civile, così come dovrebbe essere istituito uno «spazio europeo di conoscenza». In materia sociale e occupazionale, la presidenza lussemburghese intende impegnarsi per il rilancio dell’impiego a livello locale e nelle piccole imprese, per il progresso della pianificazione dei tempi di lavoro, per le cure sanitarie agli anziani e per una maggior dimensione sociale della Strategia di Lisbona. Il presidente di turno, Jean Claude Juncker, ha poi manifestato un «ragionevole ottimismo» per la definizione di un accordo sul Patto di stabilità e crescita all’interno del Consiglio Ecofin, evidenziando come tutti gli Stati membri intendano rafforzarne la dimensione preventiva (riduzione del debito pubblico e del deficit). Secondo Juncker, che non condivide l’opinione della Bce secondo cui una modifica comprometterebbe la stabilità dell’euro, il Patto necessita di maggiore flessibilità e le situazioni di deficit dei Paesi devono essere valutate in modo differente a seconda della loro stabilità o temporaneità.

INFORMAZIONI: http://www.eu2005.lu/en/index.html

Francia: modifiche alle 35 ore

L’Assemblea nazionale francese ha approvato, il 9 febbraio scorso, una proposta di legge presentata dal governo che modifica la normativa sulle 35 ore di lavoro settimanale. Il testo, che dovrà essere discusso dal Senato, introduce elementi di flessibilità alla normativa: la durata legale dell’orario di lavoro rimane infatti di 35 ore, ma i lavoratori francesi avranno la possibilità di scegliere se lavorare un maggior numero di ore grazie all’innalzamento del tetto previsto per gli straordinari.

Europarlamento
per i farmaci generici

Lo scorso 2 dicembre, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che impegna la Commissione a richiedere una deroga all’applicazione degli accordi Wto sulla proprietà intellettuale (Trade Related Aspects of Intellectually Property Rights - Trips), che a partire dal 1° gennaio 2005 avrebbero impedito ai Paesi in via di sviluppo di produrre ed esportare copie generiche di farmaci anti-Aids a prezzi 30-40 volte inferiori ai farmaci di marca. Il Parlamento ha chiesto inoltre: di stanziare almeno 1 miliardo di euro l’anno per sostenere il Fondo Globale per la lotta contro l’Aids, la tubercolosi e la malaria; di porre al centro della politica interna ed estera dell’Ue la tutela della salute di tutta la popolazione; all’industria farmaceutica europea di assegnare parte significativa delle proprie risorse alla ricerca e alla produzione di farmaci essenziali.

droghe: fallito il proibizionismo

Una raccomandazione sulle droghe in Europa, approvata il 15 dicembre scorso dal Parlamento europeo, giudica fallimentare la strategia proibizionista sin qui adottata in gran parte degli Stati membri. L’Europarlamento ha inoltre chiesto un maggior impegno su informazione, prevenzione e cura dei tossicodipendenti, in un’ottica di riduzione del danno anziché di marginalizzazione e criminalizzazione dei consumatori.

presidenza olandese
poco sociale

Con un comunicato del 25 gennaio scorso, la Piattaforma sociale delle Ong europee ha espresso profonda delusione rispetto all’operato della presidenza di turno olandese dell’Ue (secondo semestre 2004), perché non ha concretizzato l’impegno per la giustizia sociale e non ha assicurato il dibattito sul futuro dell’Agenda sociale nel quadro della Strategia di Lisbona. Secondo le Ong, la Strategia di Lisbona è stata ridotta da obiettivo essenziale a semplice strumento per la competitività e non è stata prestata la dovuta attenzione alle istanze avanzate dalla società civile. La Piattaforma sociale auspica quindi che le presidenze dell’Ue nel 2005 consentano un maggior spazio all’attuazione della democrazia partecipativa.

INFORMAZIONI: www.solidar.org

sanzioni per la Grecia

In seguito alle raccomandazioni della Commissione, l’Ecofin ha deciso il 17 febbraio scorso di procedere contro la Grecia per l’eccesso di deficit. L’Ecofin ha anche trovato un accordo di massima per rendere più flessibile il Patto di stabilità e crescita, ma i Paesi che sforeranno il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil non potranno evitare di incorrere nelle procedura per deficit eccessivo, il cui potere di iniziativa spetta alla Commissione europea. Francia e Germania hanno detto di essere contrarie a ogni automatismo nell’avvio della procedura per deficit eccessivo, ma la presidenza di turno lussemburghese pare piuttosto decisa a mantenere tali decisioni nel documento che presenterà al prossimo Consiglio europeo du primavera.

BOX 1

RIUNIONE CSI

Si è riunita a Mezzana, il 26 gennaio 2005, l’Assemblea del Consiglio sindacale interregionale (Csi) Ticino-Lombardia-Piemonte, composto da Uss e Ocst, e Cgil-Cisl-Uil. Sono state rinnovate le cariche sociali per il prossimo biennio (2005-2006): presidente Gabriele Milani dell’Uss-Ti, vicepresidente Marco Molteni, della Uil Lombardia. Dopo i ringraziamenti al presidente uscente, Osvaldo Caro della Cisl Lombardia, e l’approvazione della relazione finanziaria, il Csi ha discusso le linee programmatiche di iniziativa sindacale transfrontaliera. Sono state affrontate le questioni legate alla seconda fase degli Accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone tra Ue e Svizzera, alle problematiche previdenziali e sanitarie dei lavoratori frontalieri, al lavoro transfrontaliero in Europa, agli sportelli Eures (che si chiede di costituire anche alla frontiera con la Svizzera), al rapporto con la Regio Insubrica (il cui segretario generale, Roberto Forte, è intervenuto nel dibattito portando il saluto della comunità di lavoro transfrontaliera). L’Assemblea ha infine approvato un appello contro la direttiva Bolkenstein, materia su cui una rappresentanza del Csi parteciperà sabato 19 marzo prossimo alla manifestazione di Bruxelles indetta dalla Ces.

 

BOX 2

IN VIGORE IL PROTOCOLLO DI KYOTO

Il 16 febbraio scorso è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, accordo firmato nel 1997 con cui 160 Stati si impegnavano ad attuare politiche industriali e ambientali tendenti a ridurre il surriscaldamento del pianeta. Tutti i Paesi aderenti, fra cui l’Unione europea, la Russia e il Giappone (ma non gli Usa, che nel 2001 hanno deciso di non aderire), dovranno controllare e ridurre le emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera, soprattutto quelle di derivazione industriale: per i principali Paesi industrializzati è prevista una riduzione media del 5,2% delle emissioni; l’Ue dovrà ridurre le sue emissioni mediamente dell’8% (l’Italia del 6,5%); in caso di adesione al Protocollo, gli Usa dovrebbero ridurre del 7% le loro emissioni di gas. La riduzione delle emissioni inquinanti, che dovrà avvenire entro il quinquennio 2008-2012, è calcolata per ogni Paese prendendo come base le emissioni prodotte nel 1990. Per gli Stati che non rispetteranno le regole sottoscritte sono previste sanzioni economiche.

L’entrata in vigore del Protocollo (possibile solo in seguito alla ratifica dei Paesi che emettono complessivamente almeno il 55% dell’anidride carbonica) si è concretizzata nel novembre 2004 con l’adesione definitiva da parte della Russia, che è responsabile del 17,4% delle emissioni, portando il totale di emissioni dei Paesi aderenti al 61,6%.

Secondo il Protocollo, la riduzione di gas nocivi nell’aria dovrà avvenire attraverso una serie di misure quali: ammodernamento degli impianti industriali; riduzione dello smog da autoveicoli; abolizione dell’uso di alcune particolari sostanze nel confezionamento di prodotti per l’industria chimica e l’igiene; modifica delle componenti chimiche impiegate nella produzione di impianti refrigeranti ed elettrici; innovazione nella gestione del settore agricolo e zootecnico, nell’industria energetica, metallurgica e dei trasporti.

L’anidride carbonica è il gas maggiormente responsabile dell’effetto serra e, secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, risulta in costante crescita: 15 anni fa era di 250 ppm (parti per milione), nel 2000 era di 360 ppm e tra 50 anni arriverà a 500 ppm. Livelli giudicati insostenibili per la salute umana e per quella del pianeta. Nello stesso periodo, le temperature della terra sono aumentate di un grado, e crescono al ritmo di 0,1 gradi a decennio, mentre i livelli dei mari sono cresciuti di 20 centimetri. In Europa si producono ogni anno più di 35 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, di cui 4 miliardi provengono da camini, ciminiere, autoveicoli. Nel 2050 si prevede che, in assenza di contromisure, le attuali emissioni raddoppieranno su scala planetaria.

(Fonte: Ansa)

 

BOX 3

QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE: SINDACI E SINDACATI A CONFRONTO

Una cinquantina di rappresentanti di municipalità israeliane e palestinesi, sindaci di grandi aree metropolitane europee (Torino, Genova, Barcellona, Birmingham, Lille, Bordeaux ecc.), rappresentanti della società civile, sindacalisti israeliani, palestinesi, francesi, italiani e spagnoli, si sono riuniti a Lione il 6 dicembre scorso per discutere di pace in Medio Oriente. La Conferenza internazionale dei sindaci, promossa dal sindaco di Lione Gérard Collomb e decisa prima della morte di Yasser Arafat, si è svolta sotto l’egida dei “vecchi” ministri israeliani e palestinesi, Yossi Bellini e Yasser Abed Rabbo, architetti principali dell’Accordo di Ginevra (vedi euronote n. 28/2004, pag. 12), piano di pace non ufficiale firmato il 1° dicembre 2003.

Il centro della discussione è stato quello dell’attivazione di basi di cooperazione tripartita in ambiti differenti, quali la sanità, l’ambiente, la qualità urbana. «Le due società sono desiderose di pace», ha dichiarato Rabbo al termine del dibattito, mentre Yossi Bellin ha definito l’incontro di Lione «cruciale e necessario, un approccio realista ai nostri problemi». Nonostante il permanere di punti di vista differenti sulle questioni più delicate, come quella dello status di Gerusalemme, diversi progetti sono emersi dalle quattro sessioni della conferenza: dalla cooperazione ospedaliera tra Tel-Aviv, Barcellona e Gaza alla creazione di una zona economica tra Jénine e Haïfa, fino a scambi di esperti tra Lione, Gerico e Beer-Sheva sulla gestione dell’acqua.

La sessione di lavoro gestita dalle organizzazioni sindacali francesi di Rhône-Alpes ha visto il parere favorevole di tutti i partecipanti, per il contributo specifico che il movimento sindacale può apportare al processo di pace in quell’area infatti, si è ricordato, «non ci può essere pace senza giustizia sociale e non ci può essere giustizia sociale senza pace». L’aspirazione comune alla pace da parte della stragrande maggioranza dei lavoratori palestinesi e israeliani passa attraverso la giustizia sociale, con una risposta valida al degrado delle condizioni di vita e di lavoro che, sia pur in maniera differente, colpiscono lavoratori di ambo le parti. Affinché vinca la pace, è stato sottolineato, è necessario migliorare sensibilmente le condizioni abitative, le condizioni di accesso al lavoro, il diritto all’educazione, alla formazione, ai trasporti, alla libera circolazione. Come ha rilevato Bruno Bouvier, segretario generale della Cgt Rhône-Alpes, il movimento sindacale europeo può giocare un ruolo particolare, autonomo e specifico. Ruolo che si può integrare con le iniziative politiche prese dalla rete dei sindaci per sviluppare tutta la sua efficacia. A questo scopo, l’idea emergente è quella di tenere entro breve tempo un incontro sindacale delle regioni “4 Motori per l’Europa”, con l’obiettivo di dare corpo a progetti decisi e sostenuti con i rappresentanti dei sindacati israeliani e palestinesi Histadrut e Pgftu.

 

 

 

la nostra Europa - l’Europa siamo noi!

Euro-manifestazione a Bruxelles il 19 marzo 2005

Appello della Confederazione europea dei sindacati (Ces)

 

Il Vertice europeo del 22 e 23 marzo 2005 a Bruxelles è di grande importanza per lo sviluppo futuro dell’Europa e della Strategia di Lisbona, al termine della quale l’Europa dovrebbe diventare, nel 2010, lo spazio economico basato sulle conoscenze più concorrenziali e dinamiche del mondo, uno spazio economico con una crescita economica duratura, con maggiore e migliore occupazione e una più grande coesione sociale! Con la manifestazione del 19 marzo 2005 vogliamo mandare un segnale chiaro contro la distruzione dei diritti sociali e il neo-liberismo, per l’avvenire sociale dell’Europa.

> più qualità nell’occupazione

La Ces sostiene la Strategia di Lisbona e insiste affinché ci sia un equilibrio tra aspetti economici, occupazionali, sociali e ambientali. Rifiuta qualsiasi riduzione degli obiettivi di Lisbona che mirerebbe a migliorare unicamente la competitività.

La Ces si oppone a ogni nuova deregolamentazione del mercato del lavoro: abbiamo bisogno di strategie intelligenti di modernizzazione, con un elevato grado di sicurezza sociale. Occorrono ulteriori investimenti in materia di formazione professionale ed efficaci strategie di formazione durante la vita. Abbiamo bisogno di investimenti decisamente più importanti nel campo della ricerca e dello sviluppo per un’Europa dell’innovazione.

La Ces sostiene la riforma del Patto di stabilità e crescita che costituisce “una camicia troppo stretta” per la crescita e l’occupazione. Stabilità e crescita devono essere incoraggiate da un coordinamento efficace della politica economica e dell’occupazione in Europa.

> no alla direttiva Bolkestein

La Ces appoggia l’obiettivo di realizzare un mercato interno anche nel campo dei servizi, qualora esso costituisca un’opportunità per i cittadini dell’Europa di garantire occupazioni e servizi di qualità. Tuttavia i sindacati europei rifiutano categoricamente una liberalizzazione “alla Bolkestein”! L’introduzione del principio del Paese d’origine rischia di aprire “porte e finestre” al dumping sociale.

Un mercato interno dei servizi non può introdurre conseguenze negative sulle disposizioni di diritto del lavoro e sui diritti sociali! La creazione di un mercato interno dei servizi deve essere associata ad obiettivi sociali. Il mercato interno dei servizi deve essere nettamente distinto dai servizi pubblici d’interesse generale, poiché non può essere retto che dalle regole della concorrenza.

Sì ai diritti sociali fondamentali per costruire un’Europa sociale!

Integrando con forza vincolante la Carta dei diritti fondamentali nella Costituzione europea, si è rafforzata l’Europa sociale. In questo senso, la Ces sostiene il Trattato costituzionale dell’Unione. Ma ciò non risponde a tutte le esigenze e tutte le attese della Ces. Rispetto al Trattato costitutivo dell’Unione attualmente in vigore, l’Europa sociale si trova rafforzata dalla nuova Costituzione. Essa rappresenta un miglioramento per le lavoratrici e i lavoratori europei.

Bisogna dire “Sì” ai diritti sociali fondamentali, “Sì” ai diritti sindacali, “Sì” al diritto all’informazione e alla consultazione in tempo opportuno dei lavoratori, “Sì” agli accordi collettivi e al dialogo sociale!

Il rafforzamento di un’Europa sociale richiede il “Sì” all’obiettivo politico del ristabilimento della piena occupazione, “Sì” alla parità di trattamento dei due sessi e “Sì” alla non discriminazione, qualunque ne sia la base!

Malgrado certe debolezze e malgrado certe critiche giustificate, la Ces è a favore della Costituzione europea. Un rifiuto non farebbe che rafforzare le forze neo-liberali e indebolire l’Europa sociale. Ma il Trattato costituzionale è solamente l’inizio di un processo per la costruzione di una Costituzione europea e non la sua fine. Combatteremo anche in futuro per un’Europa sociale con una Costituzione sociale!

Sostenete l’euro-manifestazione della Ces
il 19 marzo 2005

e lottate con noi per un’Europa sociale!