Euronote 33-2004

tensioni a est dell’Ue

Di questi tempi non bisognerebbe mai separarsi da una carta geografica, non solo per reperire i troppi focolai di guerra sparsi nel mondo, ma anche e sempre più per individuare i molti conflitti in incubazione in territori lontani dai confini dell’Unione europea. Dopo la provvisoria pacificazione degli Stati ex-jugoslavi sarà bene tenere gli occhi aperti su Stati diventati indi-pendenti con la dissoluzione, all’inizio degli anni Novanta, dell’Unione sovietica. Avvenimenti recenti hanno puntato i riflettori sull’instabilità dell’area caucasica, mentre nelle ultime settimane è stata la volta dell’Ucraina, Paese entrato in fibril-lazione dopo elezioni fortemente segnate, secondo non contestate segnalazioni di osservatori internazionali, da pesanti irregolarità che ne hanno fatto invalidare il risultato. Ne è seguito un confronto aspro, non solo all’interno di questo Paese ufficialmente sovrano, ma anche tra Russia, Stati Uniti e Unione europea. Il pre-sidente russo Vladimir Putin non ha perso tempo a congratularsi con il vincitore uscito dalle urne, senza alcuna considerazione per le accuse di brogli elettorali; gli Stati Uniti - dimenticando quanto accaduto in Florida solo quattro anni fa - si sono invece precipitati a dichiarare illegittimo il risultato elettorale ucraino. Da parte sua, l’Unione europea ha rivolto critiche molto severe allo svolgimento della consultazione elettorale, di cui ha dichiarato di non poter accettare i risultati, e si è proposta come mediatrice nel conflitto in corso tra i due contendenti. Le cronache ci hanno ampiamente informati sulle mobilitazioni popolari delle due parti che si contendono il potere e in qualche momento ci è parso di rivedere dinamiche già viste all’inizio degli anni Ottanta in Polonia (con la ricomparsa in piazza di Lech Walesa a completare il quadro), poi nell’allora Cecoslovacchia (a cui sembrano ispirarsi coloro che pensano a una divisione del Paese) e più recentemente in Georgia. Il problema del conflitto ucraino in cor-so, tra chi ad est vuole consolidare il legame con la Russia e chi ad ovest guarda al modello occidentale, non sarà di facile soluzione. Ma già fin d’ora è bene cercare di capire le ragioni che muovono Russia, Stati Uniti e Unione europea e, in particolare, le divergenze tra questi due ultimi attori politici. Più facile in effetti capire la posizione della Russia di Putin, che non rinuncia facilmente al suo ex-impero e che vuole scongiurare che domani vi siano basi Nato in Crimea. Simmetrica ed opposta l’intenzione degli Usa, che vogliono contrastare l’espansionismo neo-zarista di Putin e il suo disegno volto a ricomporre il territorio della “Madre Russia”.

Molto più articolata e prudente è invece la posizione dell’Unione eu-ropea che, ancora una volta, rischia una spaccatura al proprio interno.

Una posizione prudente dettata dalle frontiere comuni con questi territori, dalla politica di vicinato perseguita con i Paesi dell’area e, so-prattutto, dall’esigenza di sviluppare un partenariato forte con la Russia.

Ma è proprio qui che l’Unione rischia di dividersi al proprio interno: da una parte il nucleo storico dei suoi componenti (in particolare Francia e Germania, cui sembra accodarsi l’Italia del presidente del Consiglio nell’attesa di capire cosa ne pensa il nuovo ministro degli Esteri), dall’altra i nuovi Paesi entrati il maggio scorso nell’Ue e che non nascondono più di tanto i conti da regolare con Mosca.

Tale situazione non fa che dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia urgente un’Europa politica cui la nuova Costituzione dia un proprio ministro degli Esteri che parli e agi-sca a nome di tutti i 25 Stati membri. Nel corso dei negoziati svoltisi a Kiev, l’Ue è stata largamente rappre-sentata nel lavoro di mediazione da tre alti responsabili politici, con un polacco e un lituano che affiancava-no Javier Solana, il futuro ministro degli Esteri europeo. Tuttavia, se in futuro l’Unione europea invierà un suo unico rappresentante della poli-tica estera riconosciuto da tutti sarà ancora meglio. Per l’Ucraina certa-mente, ma anche e più ancora per l’Unione europea.

(Franco Chittolina)

 Commissione europea

 la nuova Commissione

Dopo 18 molte difficoltà, una crisi isti-tuzionale sfiorata e tre settimane di polemiche e discussioni, il novembre scorso il Parlamento eu-ropeo ha concesso la fiducia alla nuova Commissione guidata da José Manuel Barroso. Pochi i cambiamenti apportati dal presidente rispetto al primo gruppo di commissari contestato dal Parlamento. Il candidato italiano Rocco Bottiglione è sta-to sostituito dal commissario Franco Frat-tini, che riveste l’incarico di vicepresidente e di commissario per la Giustizia, la Liber-tà e la Sicurezza. La lettone Ingrida Udre, candidata a Fisco e Dogane, è stata sosti-tuita dal connazionale Andris Piebalgs, cui è stato però affidato l’incarico dell’Ener-gia. Commissario per il Fisco e le Dogane è stato invece nominato l’ungherese László Kovács, candidato in precedenza all’Energia. In pratica, due nomi nuovi e un cambio di incarico hanno permesso alla “Commissione Barroso 2” di ottenere 449 voti favorevoli (149 i contrari e 82 gli astenuti). Il Parlamento europeo ha così premiato la disponibilità mostrata da Bar-roso, il quale anziché irrigidirsi sulle scelte iniziali rischiando una crisi istituzionale ha tenuto conto delle indicazioni fornite dalle commissioni parlamentari che ave-vano esaminato i commissari candidati. Per la verità, qualche dubbio è rimasto sulla questione del conflitto d’interessi rappresentato dall’olandese Neelie Kroes, commissaria per la Concorrenza nono-stante abbia ricoperto in passato incarichi in numerosi consigli di amministrazione di importanti società. Per ovviare a tali critiche, Barroso ha deciso che i casi in cui potrebbe manifestarsi un conflitto d’interesse saranno sottratti alla commis-saria e trattati direttamente dal presidente della Commissione. Poche ore dopo aver ottenuto la fiducia del Parlamento, poi, la Commissione Barroso ha dovuto affron-tare anche la polemica sul commissario ai Trasporti, il francese Jacques Barrot, condannato nel 2000 per finanziamenti illeciti a un partito. Un’amnistia ha però cancellato quella condanna, quindi per la Commissione la questione non esiste.

Insomma, la Commissione inizia i suoi lavori sotto stretta sorveglianza del Par-lamento, ma questo non è altro che una maggior garanzia di trasparenza e demo-crazia.

nome

Paese

incarico

José Manuel Barroso

Portogallo

presidente

Margot Wallström

Svezia

vicepresidente, commissaria per le Relazioni istituzionali e la Strate-gia di comunicazione

Günter Verheugen

Germania

vicepresidente, commissario per l’Industria e l’Impresa

Jacques Barrot

Francia

vicepresidente, commissario per i Trasporti

Siim Kallas

Estonia

vicepresidente, commissario per gli Affari amministrativi, la Revisio-ne dei bilanci e l’Anti-frode

Franco Frattini

Italia

vicepresidente, commissario per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza

Viviane Reding

Lussemburgo

commissaria per la Società dell’Informazione e i Media

Stavros Dimas

Grecia

commissario per l’Ambiente

Joaquín Almunia Amann

Spagna

commissario per l’Economia e gli Affari monetari

Danuta Hübner

Polonia

commissaria per le Politiche regionali

Joe Borg

Malta

commissario per la Pesca e gli Affari marittimi

Dalia Grybauskaitè

Lituania

commissaria per la Programmazione finanziaria e il Bilancio

Janez Potoc’ni

Slovenia

commissario per la Scienza e la Ricerca

Ján Figel

Slovacchia

commissario per l’Educazione, la Formazione e la Cultura

Markos Kyprianou

Cipro

commissario per la Salute e la Protezione dei consumatori

Olli Rehn

Finlandia

commissario per l’Allargamento

Louis Michel

Belgio

commissario per lo Sviluppo e gli Aiuti umanitari

László Kovács

Ungheria

commissario per le Tassazioni e l’Unione doganale

Neelie Kroes

Paesi Bassi

commissaria per la Concorrenza

Mariann Fischer Boel

Danimarca

commissaria per l’Agricolturae lo Sviluppo rurale

Benita Ferrero-Waldner

Austria

commissaria per le Relazioni esterne e le Politiche europee di vicinato

Charlie McCreevy

Irlanda

commissario per il Mercato interno e i Servizi

Vladimír ·pidla

Rep. Ceca

commissario per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità

Peter Mandelson

Regno Unito

commissario per il Commercio

Andris Piebalgs

Lettonia

commissario per l’Energia

 Costituzione europea

 sì alla Costituzione nonostante tutto

 di Pierre Jonckheer*

Nonostante litico, è che gli evidenti punti deboli del testo, la mia posi-zione, dal punto di vista po-ormai si debba prendere atto del progetto di Trattato Costitu-zionale com’è, e approvarlo. Le ar-gomentazioni a favore dell’adozione si basano, da un lato, sui contenuti del testo propriamente detto - non in assoluto, ma in relazione ai Trattati esistenti - e, dall’altro lato, derivano da un’analisi dell’attuale situazione politica a livello di Unione europea e a livello mondiale.

pochi miglioramenti nei contenuti

Per ciò che riguarda il contenuto del progetto di Trattato Costituzionale, i miglioramenti sono principalmente di natura simbolica, istituzionale o giuridica e riguardano in misura limi-tata gli obiettivi e i mezzi propri delle politiche dell’Unione, in quanto, essenzialmente, il testo rappresenta una conferma di ciò che già esiste.

Il regime politico dell’Ue è consolida-to, costruito sulla doppia legittimità: quella dei governi e quella del suffra-gio universale diretto. La preminenza del diritto europeo è esplicita. La de-mocrazia parlamentare sopranazio-nale ampia il suo campo d’azione e lo estende alla formulazione delle leggi europee; essa rimane, tuttavia, anco-ra incompleta in quanto la Commis-sione conserva il proprio monopolio di iniziativa legislativa e nonostante la creazione di due cariche europee: la presidenza del Consiglio europeo e il ministro europeo per gli Affari este-ri. Come contrappeso, il Consiglio europeo afferma, più esplicitamente, il proprio ruolo di luogo deputato alla presa di decisioni riguardanti i principali orientamenti politici in tutti i settori, mentre i governi con-servano l’esclusiva unica per ciò che riguarda le risorse di bilancio dell’Ue. Il regime politico dell’Unione è anche consolidato grazie all’ampliamen-to delle competenze della Corte di Giustizia, che adesso abbracciano l’insieme delle politiche comunita-rie, a eccezione della politica estera e di sicurezza. Viene creato il diritto di iniziativa ai cittadini, il quale offre un nuovo spazio di mobilitazione e di intervento a livello transnazionale, che si aggiunge alla possibilità, già esistente, di stipulare accordi-quadro tra le parti sociali.

i politici sceglieranno le priorità

Inoltre, se si tiene in considerazio-ne la definizione dei valori e degli obiettivi delle politiche dell’Unione, che si accumulano senza un ordine preciso, basandosi su un’ipotesi astratta di compatibilità e di coeren-za generale, risulta comunque utile sottolineare l’ampio ventaglio che ri-coprono tali valori e obiettivi, i quali si impongono alle istituzioni tutte, nonché agli attori di questa Europa. Tra questi si incontrano il principio di non discriminazione, l’eguaglian-za uomo-donna, lo sviluppo soste-nibile, la prevenzione dei conflitti, l’eradicazione della povertà. Al tem-po stesso, è necessario sottolineare l’esistenza di principi d’azione, giu-ridicamente vincolanti, che le diffe-renti politiche settoriali dell’Unione devono affrontare. Ritengo che sia necessario evitare una lettura deter-minista del Trattato, penso invece che sia importante sottolineare la possibilità, per i protagonisti politici, di scegliere le priorità, rimanendo comunque nell’ambito del Trattato. Gli attuali dibattiti, relativi alla ri-forma del Patto di stabilità oppure al contenuto dell’Agenda di Lisbo-na-Göteborgh, ne sono un ottimo esempio, e il fatto che il progetto di Trattato riaffermi il ruolo preminen-te del Consiglio europeo, per quanto riguarda la definizione dei principali orientamenti politici, è l’espressione di questa volontà.

il problema dell’unanimità

Dobbiamo chiederci, però, se questo progetto che “crea una Costituzione per l’Europa” ci soddisfa: è così? Si-curamente no. I punti deboli del testo della Convenzione sono evidenti e il lavoro fatto è stato ulteriormente sminuito (dal nostro punto di vista) dai governi in sede di negoziato che si è concluso lo scorso giugno 2004.

Tra i numerosi punti deboli, vorrei soffermarmi su due, che ritengo esse-re i più significativi. Il primo è quello relativo al voto all’unanimità, che vie-ne mantenuto in alcuni settori, come i settori della fiscalità, del bilancio, della politica sociale e per ciò che ri-guarda la revisione futura dei Trattati. Quest’ultimo aspetto, oltre a signifi-care che il Trattato non rappresenta, né giuridicamente né politicamente, una “Costituzione”, è particolarmen-te allarmante, poiché l’unanimità necessaria coinvolge adesso 25 Stati; per tale motivo, si può legittimamen-te ritenere che la democrazia politica è assente, dal momento che qualsiasi cambiamento che riguardi, in parti-colare, la definizione delle politiche dell’Unione (incluse tutte nella terza parte del testo) rimane sottomesso al-l’unanimità ed è, pertanto, potenzial-mente imperturbabile alle alternanze di maggioranza politica che risultano dalle elezioni nazionali ed europee. È dunque logico che la citazione di Tucidide, messa in epigrafe ai lavori della Costituzione - «La nostra Costi-tuzione…porta il nome di democrazia perché il potere è nelle mani non di pochi, ma di molti» -, sia stata cancel-lata dal testo finale!

mezzi insufficienti

Il secondo punto debole, anch’esso significativo per coloro che desidera-no promuovere un “modello sociale europeo”, è la quasi impossibilità di portare avanti, in modo volontaristico e con decisione, superando le forze “liberalizzanti” del mercato, una poli-tica di convergenza che contribuisca ad andare dalle norme sociali nazio-nali a norme europee di alto livello. Il progetto di Trattato conferma gli obiettivi della piena occupazione e del progresso sociale, questo è sicu-ro, ma i mezzi per raggiungerli non sono stati rafforzati. Siamo rimasti ai dispositivi previsti dagli attuali trat-tati e alla dinamica dominante della concorrenza tra sistemi fiscali e di protezione sociale nazionali, benché tale concorrenza si trovi rafforzata sia dalla globalizzazione che dalla sem-pre maggiore eterogeneità interna all’Unione, ora composta da 25 Paesi. Possiamo, dunque, giustamente ar-guire che l’Unione ha bisogno di stru-menti nuovi per agire su queste realtà e per sviluppare una nuova politica di crescita qualitativa.

perché allora approvarla?

In sintesi, il contenuto del progetto di Trattato, che ha come obiettivo di realizzare una Costituzione, rap-presenta un miglioramento rispetto ai testi attuali, ma il mantenimento dell’unanimità nei settori strategici continuerà a generare situazioni di crisi tra i 25 governi, senza che la pro-cedura prevista riguardo alla “coope-razione rafforzata” permetta, nei fatti, a un sottogruppo di Paesi di metterla in pratica con facilità. Pareva, quindi, sicuramente eccessivo pensare che il progetto costituzionale potesse assicurare per 50 anni una politica comune e al servizio degli obiettivi più ambiziosi, così solennemente affermati.

Perché allora non rifiutare questo progetto da subito e difendere l’idea di una crisi politica salvatrice, come d’altronde raccomandano i sostenito-ri del “no”, in particolare in Francia? La risposta dipende, ovviamente, dal giudizio politico di ognuno riguardo all’attuale situazione, e dalla nostra capacità di trasformarla. Rifiutare il progetto di Trattato, infatti, non ha sicuramente senso, a meno che non si ritenga di poter arrivare alla stesura di un testo migliore nei prossimi mesi o anni, oppure se si ritiene di dover uscire dall’Unione e costruire qual-cosa di diverso, che vada al di là dei trattati esistenti e al di là dello Spazio economico europeo.

impossibile un risultato migliore

Per aver seguito, e partecipato indi-rettamente, ai lavori della Costituzio-ne per 18 mesi, mi è chiaro che non vi è alcuna possibilità politica di arriva-re, con l’unanimità di 25 Paesi, a un risultato qualitativamente diverso da quello ottenuto con questa Conferen-za intergovernativa. Me ne dispiace profondamente, ma è così.

È necessario essere consapevoli che molti Paesi e molti loro governanti, almeno per il momento, non deside-rano andare oltre l’attuale livello di integrazione comunitaria, per varie ragioni di natura culturale, econo-mica e di sovranità. È il caso dei Paesi scandinavi, di molti nuovi Stati membri, del Regno Unito… impor-tante questione se si vuole raggiun-gere l’unanimità. E non si creda che si tratti della divisione destra/sinistra! Tredici governi su quindici erano di centro-sinistra quando, nel 2000, arrivammo a stilare il Trattato di Niz-za. La social-democrazia in Europa è divisa e incapace di proporre un progetto alternativo, relativamente al quale le forze più liberali dovrebbero darsi una definizione, mentre i Verdi raccolgono, in media, meno del 5% dei voti all’interno dell’Unione! La Confederazione europea dei sindaca-ti non fa altro bilancio che quello che inserisce nella propria risoluzione: «…se la si confronta con i trattati CE/UE attualmente in vigore …, la Ces è convinta che la nuova Costituzione sia migliore e che, per i sindacati, l’unico approccio pragmatico e realista possi-bile sia quello di sostenerla».

Per ciò che riguarda lo scenario che vede un’uscita dall’Unione (previsto, in modo esplicito, per la prima volta nel progetto di Trattato), mi pare, dal punto di vista politico, ancora più illusorio, soprattutto per i Paesi membri dell’euro, visto “l’acquis communautaire” che si è sviluppato in questi 50 anni e che si è tradotto nel diritto interno di ogni Stato. In un tale scenario, dovremmo, per amor di coerenza, rifiutare l’apertura dei negoziati di adesione con la Turchia, elemento che sarebbe sicuramente controproducente alla luce dell’at-tuale situazione internazionale.

un “sì” battagliero, non rassegnato

La mia valutazione è dunque che le alternative proposte, a seguito di un “no” al progetto di Trattato, non siano abbastanza valide. Dobbiamo quindi procedere a un “sì” rassegna-to, e consolarci a vicenda dicendoci, gli uni agli altri, che ci siamo bat-tuti bene (durante la Convenzione) ma che abbiamo perso? Dobbiamo attendere la prossima crisi, una partecipazione elettorale ancora più scarsa nel 2009 oppure che i po-pulismi e i nazionalismi europei di estrema destra si facciano di nuovo sentire? No. Bisogna poter proce-dere, in occasione dei referendum, delle ratifiche parlamentari e dei di-battiti, che devono essere numerosi, contradditori e transnazionali, alla politicizzazione (nel senso più ampio del termine) delle questioni europee e lavorare affinché si organizzino del-le mobilitazioni concrete su proposte di leggi europee in discussione, come ad esempio la proposta relativa al mercato interno dei servizi (“Bolken-stein”), oppure la proposta relativa all’autorizzazione per l’utilizzo delle sostanze chimiche e ai loro effetti sul-l’ambiente e sulla salute (“Reach”). E’ inoltre necessario, anticipando sulla questione del diritto di iniziativa dei cittadini previsto dal progetto costituzionale, portare avanti delle campagne per esigere dei nuovi di-ritti europei, come la campagna per il diritto a un reddito individuale ga-rantito. Un “sì” alla Costituzione non impedisce di portare avanti un impe-gno collettivo di lotta per costruire una cittadinanza europea, realizzata su rivendicazioni precise. È un “sì” battagliero!

 

* presidente dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles e vicepre-sidente del Gruppo dei Verdi al Parla-mento europeo.

  Forum sociale europeo

 necessaria una svolta per i Forum sociali

 Circa 15-17 50.000 persone hanno dato vita al terzo Forum sociale euro-peo svoltosi a Londra nei giorni ottobre scorsi. Anche questo terzo appuntamento europeo, dopo Firenze 2002 e Parigi 2003, è stato un momento importante di informazione e dibattito, soprattutto sui temi sociali più stretta-mente europei. Sei le aree tematiche che hanno caratterizzato le Conferen-ze: Guerra e pace, con la conferma di posizioni molto nette che caratteriz-zano l’adesione convinta di tutte le componenti del Fse al più complessivo movimento mondiale per la pace; De-mocrazia e diritti fondamentali, con le assise plenarie sull’Europa democratica e sociale e sul Trattato costituzionale; Giustizia sociale e solidarietà, contro le privatizzazioni e per i diritti del lavoro; Globalizzazione liberista e giustizia globale; Lotta al razzismo e ad ogni di-scriminazione; Crisi ambientali, contro il liberismo e per società sostenibili.

meno rituali, più azione

Naturalmente, in un contesto come il Fse, sono emerse proposte di vario tipo e diverse priorità di azione. «Una tassa internazionale con conseguente re-distri-buzione delle entrate, la cancellazione di un terzo del debito mondiale, lo sbaraz-zarsi della manipolazione genetica degli organismi e il salvare i servizi pubblici, la salute e l’educazione dalla morsa del Wto» sono le urgenze da affrontare secondo Susan George, economista da anni impegnata nella lotta alla globa-lizzazione economica neoliberista. Ma sulle modalità dei dibattiti e sul ruolo che i Forum nazionali e internazionali dovrebbero avere, Susan George ha un’idea ben precisa, che ha espresso sul quotidiano britannico “The Guardian” il 15 ottobre scorso: «Non abbiamo più bi-sogno della ritualità della denuncia e del richiamo costante alla piattaforma, per cui noi siamo in favore di alcuni valori (la giustizia sociale, i diritti umani, la democrazia, la responsabilità ambienta-le) e siamo contro altri (guerra, povertà, razzismo, riscaldamento globale). Reite-rare questi temi è diventata la principale funzione della sovrabbondanza delle sessioni plenarie del Fse. Non riesco a immaginare qualcuno dei “padroni dell’Universo” a Davos tremare in con-seguenza di queste attività cerimoniali. Il Forum sociale mondiale di Porto Alegre nel 2005 farà il primo passo, eliminando del tutto le plenarie con le star-system in modo che ci si concentri esclusivamente su seminari e workshop. Lo scopo di un Forum sociale sarebbe di identificare su scala mondiale gruppi che lavorino su assi comuni e metterli in contatto tra loro prima dell’evento, così che possano pre-parare i loro ordini del giorno e, quando loro arrivano, gestire direttamente sul campo. Questa è la modalità vincente». Secondo Susan George, dunque, vanno messe da parte le lamentele sulle “ma-lattie” del mondo e va invece utilizzato il tempo a disposizione dei Forum per esaminare freddamente il potere, iden-tificarne le debolezze strategiche e far progredire le alleanze per contrastare il neoliberismo.

Una sollecitazione all’azione viene an-che da Frances O’Grady, segretario ge-nerale aggiunto delle Trade Unions in-glesi (Tuc): «La globalizzazione crescente ha dimostrato sempre più che andare avanti da soli non è una scelta. Il mo-vimento sindacale è sempre stato inter-nazionale, ma non ha ancora provato a reggere il confronto con l’ascesa al potere delle imprese multinazionali. L’interesse dei partecipanti al Fse riguarda alcune questioni alle quali i sindacati dovreb-bero dare delle risposte: privatizzazione, discriminazione e deregolazione. Il Fse è un’opportunità per discutere di un’altra Europa in un altro mondo, obiettivo per raggiungere il quale noi abbiamo biso-gno di un altro movimento sindacale. Il Forum ha posto le questioni, i sindacati dovranno diventare centrali per dare le risposte».

trovare una sintesi

I Forum sociali dovrebbero costituire una svolta necessaria per approfondire i livelli di partecipazione e rafforzare i meccanismi di costruzione di conver-genze, secondo Francesco Martone, senatore dei Verdi già nella direzione nazionale di Greenpeace, cioè essere uno spazio aperto che dovrebbe servire non solo per lo scambio di opinioni e analisi tra i vari movimenti, ma anche per confrontarsi sull’efficacia dei mezzi e degli strumenti del proprio agire politico. Martone si interroga anche sulla natura stessa del “movimento” e sulla sua pro-spettiva d’analisi: «Perché se dalle plena-rie, alle quali ha partecipato il “jet-set” del movimento, poco di concreto sembra essere emerso, lo stesso non può dirsi degli incontri più ristretti, dove i partecipanti spesso hanno dimostrato di essere un palmo più avanti nella metabolizzazione dei fenomeni e dei problemi rispetto a chi i workshop o i seminari li teneva. Ciò signi-fica che ad oggi la capacità di analisi cri-tica e di “volgarizzazione” delle organiz-zazioni e dei movimenti sociali ha avuto un gran successo. Ci sarà da allarmarsi se chi quotidianamente lavora sui temi pro-pri del movimento non colga l’esigenza diffusa di risposte concrete e praticabili». Secondo Martone, la differenza tra una “fiera delle buone intenzioni” e un mo-vimento politico realmente radicale sta nella capacità di trovare una necessaria sintesi in obiettivi condivisi, sui quali sollecitare le responsabilità dei decisori politici: «Il Forum di Londra, con le sue diverse stratificazioni e le sue moltitudini, si rivelerà un fallimento se quelle campa-gne e quelle iniziative si svolgeranno solo su linee parallele ma non convergenti, ripetendo la separazione tra “specialisti” e “movimentasti”, ovverosia tra chi predili-ge l’approccio elitario, ma stenta a dare a questo legittimità e radicamento sociale, e chi invece predilige l’approccio di piazza, mettendo però in secondo piano l’analisi e la proposta critica». Martone ritiene inoltre importante svolgere Forum in regioni e Paesi dove il movimento non è politicamente rilevante, cioè dove può rappresentare un’opportunità e una reale legittimazione per soggetti e realtà in stato embrionale che necessitano di un sostegno internazionale, ad esempio nell’Europa orientale.

 Programma dell’Aia

 immigrazione e asilo: nuovo programma pluriennale

 Nei comune giorni 4 e 5 novembre scor-si è iniziata ufficialmente la seconda fase della politica europea in materia di immi-grazione e asilo. Il Consiglio europeo, tenutosi in quei giorni a Bruxelles, ha infatti adottato il nuovo programma pluriennale per i prossimi cinque anni denominato “Programma del-l’Aia”, che sostituisce quello definito a Tampere nel 1999 e indica i punti principali della futura politica comu-ne. I capi di Stato e di governo dell’Ue hanno invitato la Commissione a presentare nel 2005 un piano d’azione che concretizzi gli obiettivi e le priorità del Programma, piano che dovrà con-tenere un calendario per l’adozione e l’attuazione di tutte le azioni. La Com-missione dovrà poi presentare al Con-siglio una relazione annuale di valuta-zione sull’attuazione del Programma. Dal 2005 al 2010, dunque, dovrebbe essere definita e attuata la politica comune in materia di immigrazione con provvedimenti che saranno adot-tati a maggioranza qualificata, tranne per ciò che riguarda l’immigrazione legale su cui si continuerà a decidere all’unanimità. Per quanto concerne l’asilo, invece, nei prossimi mesi do-vrebbe essere adottata all’unanimità dal Consiglio la direttiva relativa alle procedure, mentre gli strumenti e le misure comuni saranno effettivi solo nel 2010.

da Tampere all’Aia

Anche se non tutti gli obiettivi di Tam-pere sono stati conseguiti, il Consiglio europeo si è dichiarato soddisfatto dei risultati ottenuti nel corso degli ultimi cinque anni: «Sono state poste le basi di una politica comune in materia di asilo e immigrazione, è stata predispo-sta l’armonizzazione dei controlli alle frontiere, è stata migliorata la coope-razione di polizia e i lavori preparatori per la cooperazione giudiziaria sulla base del principio del reciproco rico-noscimento delle decisioni giudiziarie e delle sentenze sono ben avanzati». Oggi però, sostiene il Consiglio, «è giunta l’ora che una nuova agenda consenta all’Unione di trarre vantag-gio da questi risultati e di raccogliere in maniera efficace le nuove sfide da affrontare». Per questo è stato adotta-to il Programma dell’Aia, che «riflette le ambizioni espresse» dalla nuova Costituzione europea e contribuisce a preparare l’Unione alla sua entrata in vigore. Inoltre, tiene conto della va-lutazione della Commissione accolta favorevolmente dal Consiglio europeo di giugno 2004 e della raccomanda-zione adottata dal Parlamento euro-peo il 14 ottobre 2004, in particolare per quanto riguarda il passaggio al voto a maggioranza qualificata e la codecisione.

obiettivi del Programma

Gli obiettivi definiti dal Programma dell’Aia sono: migliorare la capacità comune dell’Unione e dei suoi Stati membri di garantire i diritti fon-damentali, le garanzie procedurali minime e l’accesso alla giustizia per fornire protezione alle persone che ne hanno bisogno ai sensi della Conven-zione di Ginevra sui rifugiati e di altri trattati internazionali; regolare i flussi migratori e controllare le frontiere esterne dell’Unione; combattere la cri-minalità organizzata transfrontaliera e reprimere la minaccia del terrorismo; realizzare il potenziale dell’Europol e dell’Eurojust; proseguire nel ricono-scimento reciproco delle decisioni e degli atti giudiziari in materia sia civile che penale ed eliminare gli ostacoli giuridici e giudiziari nelle controversie in materia civile e di diritto di famiglia con implicazioni transfrontaliere. Se-condo l’Ue tali obiettivi devono essere raggiunti nell’interesse dei cittadini europei sviluppando un regime co-mune in materia di asilo e migliorando l’accesso ai mezzi di ricorso giurisdi-zionali, la cooperazione pratica di polizia e giudiziaria, il ravvicinamento delle disposizioni legislative e lo svi-luppo di politiche comuni.

politica comune

Secondo il Consiglio europeo è neces-sario un approccio globale, relativo alle cause di fondo delle migrazioni, alle politiche in materia di ingresso e ammissione e alle politiche in materia di integrazione e rimpatrio. L’attuale sviluppo della politica europea in materia di asilo e migrazione, reci-ta il Programma dell’Aia, dovrebbe basarsi su un’analisi comune del fenomeno migratorio in tutti i suoi aspetti, è quindi importante rafforza-re la raccolta, la fornitura, lo scambio e l’utilizzo efficace di informazioni e dati aggiornati su tutti gli sviluppi per-tinenti. La seconda fase di sviluppo di una politica comune in materia di asilo, migrazione e frontiere, iniziata il 1° maggio 2004, «dovrebbe fondarsi sulla solidarietà e su una ripartizione equa delle responsabilità, comprese le implicazioni finanziarie, e su una più stretta cooperazione pratica fra gli Stati membri: assistenza tecnica, formazione, scambio di informazioni, monitoraggio di una adeguata e tem-pestiva attuazione e applicazione degli strumenti nonché ulteriore armoniz-zazione della legislazione» si legge nel Programma.

regime d’asilo

Per quanto riguarda l’asilo, l’obiettivo è l’instaurazione di una procedura comune e uno status uniforme per coloro che hanno ottenuto l’asilo o la protezione sussidiaria. Secondo il Programma, il regime sarà basato sull’applicazione, in ogni loro com-ponente, della Convenzione di Gine-vra relativa allo status dei rifugiati e degli altri trattati pertinenti e su una valutazione approfondita e completa degli strumenti giuridici adottati nella prima fase. A questo scopo il Consiglio europeo esorta gli Stati membri ad at-tuare pienamente la prima fase senza indugio e invita la Commissione a concludere nel 2007 la valutazione degli strumenti giuridici adottati nel-la prima fase, nonché a sottoporre al Consiglio e al Parlamento europei gli strumenti e le misure relativi alla se-conda fase in vista della loro adozione entro il 2010. La Commissione è inol-tre invitata a presentare uno studio sull’opportunità, sulle possibilità e difficoltà nonché sulle implicazioni giuridiche e pratiche del trattamen-to comune delle domande di asilo all’interno dell’Unione. Uno studio distinto, da effettuare in stretta con-sultazione con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dovrebbe poi esaminare il merito, l’opportunità e la fattibilità del trattamento comune delle domande d’asilo all’esterno del territorio dell’Ue, ad integrazione del regime europeo comune in materia di asilo e conformemente alle norme internazionali pertinenti. Inoltre, se-condo il Consiglio europeo, gli Stati membri saranno aiutati a introdurre una procedura unica per la valuta-zione delle domande di protezione internazionale e a procedere congiun-tamente alla raccolta, alla valutazione e all’utilizzo di informazioni sui Paesi d’origine, nonché a far fronte alle particolari sollecitazioni cui sono sot-toposti i regimi d’asilo e le capacità di accoglienza. Istituita la procedura co-mune in materia di asilo, le strutture dovrebbero trasformarsi in un Ufficio europeo incaricato di fornire sostegno a tutte le forme di cooperazione tra gli Stati membri attinenti al regime euro-peo comune in materia di asilo.

controllo delle frontiere

Soppressione dei controlli alle frontie-re interne, progressiva instaurazione del sistema integrato di gestione delle frontiere esterne, con rafforzamento dei controlli e della sorveglianza, sono azioni di importanza fondamentale se-condo il Consiglio europeo che sottoli-nea la necessità di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri. I capi di Stato e di gover-no dell’Ue plaudono all’istituzione dal 1° maggio 2005 dell’Agenzia europea per la gestione della cooperazione ope-rativa alle frontiere esterne e chiedono alla Commissione di presentare una valutazione dell’Agenzia entro il 2007. Ricordando come il controllo e la sor-veglianza delle frontiere esterne spet-tino alle autorità di frontiera nazionali, il Consiglio europeo sollecita tuttavia l’istituzione di squadre di esperti na-zionali in grado di fornire una rapida assistenza tecnica e operativa agli Stati membri che lo richiedono, operando nell’ambito dell’Agenzia. Entro il 2006, poi, dovrebbe essere istituito un Fon-do comunitario per la gestione delle frontiere.

rimpatri e riammissioni

Secondo il Consiglio europeo «i mi-granti che non hanno o che hanno per-so il diritto di soggiornare legalmente nell’Ue devono rimpatriare su base volontaria, o se necessario, obbliga-toria». A questo fine viene sollecitata l’istituzione di un’efficace politica in materia di allontanamento e rimpatrio basata su norme comuni, «perché le persone siano rimpatriate in maniera umana e nel pieno rispetto dei loro di-ritti e della loro dignità». Così, nel 2005 sarà avviato un dibattito sulle norme minime per le procedure di rimpatrio, tra cui norme per sostenere gli sforzi nazionali in materia di allontanamen-to. «È necessario un approccio coerente tra la politica in materia di rimpatrio e tutti gli altri aspetti delle relazioni esterne della Comunità con i Paesi ter-zi», dichiara il Consiglio europeo che chiede: maggiori cooperazione e assi-stenza tecnica reciproca; l’avvio della fase preparatoria di un Fondo europeo per i rimpatri; programmi comuni in-tegrati specifici di rimpatrio nazionali e regionali; l’istituzione di un Fondo europeo per i rimpatri entro il 2007; la conclusione degli accordi comunitari di riammissione; la nomina da parte della Commissione di un rappresen-tante speciale per la politica comune in materia di riammissione.

Paesi d’origine e di transito

Dato il carattere internazionale delle migrazioni e dell’asilo, il Programma dell’Aia dà poi molta importanza alla dimensione esterna prevedendo una serie di misure da adottare nei con-fronti dei Paesi d’origine e di transito dei flussi migratori. Così, si legge nel Programma, «la politica dell’Ue dovrebbe mirare ad assistere, nel con-testo di un pieno partenariato, i Paesi terzi, utilizzando ove opportuno risor-se comunitarie esistenti, negli sforzi che compiono per migliorare la loro capacità di gestione della migrazione e di protezione dei rifugiati, prevenire e contrastare l’immigrazione clande-stina, informare circa canali legali di migrazione, risolvere le situazioni dei rifugiati offrendo un migliore acces-so a soluzioni durature, creare una capacità di controllo delle frontiere, aumentare la sicurezza dei documenti e affrontare il problema del rimpatrio». Le politiche che collegano migrazione, cooperazione allo sviluppo e assisten-za umanitaria, sostiene il Consiglio europeo, dovrebbero essere coerenti e andrebbero sviluppate nell’ambito di un partenariato e di un dialogo con i Paesi e le regioni di origine. Il Consiglio europeo invita dunque a sviluppare tali politiche, ponendo l’accento sulle radici dei problemi, sui fattori di spinta e sulla riduzione della povertà, e chiede alla Commissione di presentare proposte concrete entro la primavera del 2005. Per quanto con-cerne poi i Paesi di transito dei flussi migratori, soprattutto quelli limitrofi e quelli intorno al bacino del Mediter-raneo, è previsto un sostegno dell’Ue allo sviluppo di capacità in materia di regimi nazionali di asilo, controlli alle frontiere e cooperazione ampliata su questioni di migrazione per i Paesi che mostrano impegno a ottemperare agli obblighi sanciti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

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APPELLO CONTRO I “CAMPI” ALLE FRONTIERE DELL’UE

 

Le maggiori organizzazioni europee impegnate per la difesa dei diritti di migranti e profughi hanno lanciato, lo scorso ottobre, un appello contro la proposta avanzata da alcuni governi europei di istituire centri di accoglienza al di fuori dell’Ue dove trattene-re i migranti che intendono recarsi nell’Unione europea. L’appello, che pubblichiamo di seguito, è stato sottoscritto in pochi giorni da oltre 150 associazioni e organizzazioni di tutta Europa, da centinaia di cittadini e da molti parlamentari nazionali ed europei.

«L’idea di creare dei centri di elaborazione delle richieste di asilo al di là delle frontiere - rifacendosi al Vertice europeo di Tessalonica del 2003 - sembra avere fatto un gran-de passo in avanti durante la riunione dei ministri degli Interni dell’Ue del 1° ottobre scorso. Con il nome più tranquillizzante di “portali dell’immigrazione” o di “centri di assistenza” si tratterebbe, in effetti, di creare nei Paesi contigui dell’Unione europea dei campi, in cui sarebbero depositati, addirittura rinviati tutti gli stranieri che tentano di accedere al territorio europeo, chiedendo asilo o per altri motivi, per cercarvi una protezione o una vita migliore. A tale scopo sembra ormai acquisito il principio dello sblocco di crediti importanti. Secondo le dichiarazioni dei dirigenti dell’Ue, l’esterna-lizzazione delle procedure di asilo e d’immigrazione risponderebbe a una preoccupa-zione “umanitaria”: per salvare la vita di coloro che, settimana dopo settimana, tentano di raggiungere le coste europee sarebbe sufficiente rinchiuderli in campi dall’altro lato del Mediterraneo. Se tale proposta dovesse essere concretizzata, essa rappresenterebbe un regresso senza precedenti per il modo in cui l’Europa intende assumersi le sue re-sponsabilità nei confronti delle popolazioni che fuggono via dai conflitti, dalle violazio-ni dei diritti dell’uomo e dalla povertà. Tale proposta sarebbe il prolungamento di una logica cinica, che lungi dal tener conto delle cause di tali migrazioni per apportarvi delle risposte, cerca ormai, da dieci anni a questa parte, soltanto di proteggere l’Europa dalle vittime dei disordini mondiali, con il rischio di vedere risorgere come negli anni Trenta o durante la guerra della Bosnia dei campi di rifugiati di sinistra memoria.

L’Europa che vogliamo non può liberarsi dalla responsabilità cui è soggetta in virtù degli impegni internazionali che essa ha ratificato (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, Convenzione di Ginevra, Convenzione europea dei diritti dell’uomo). L’Eu-ropa che vogliamo, deve mettere fine alla deriva insensata, in cui essa è invischiata nei confronti dei migranti e dei rifugiati. Non vogliamo dei campi alle frontiere dell’Europa. Chiediamo ai fautori di questa idea di rinunciarvi e agli altri capi di Stato di opporvisi con la più grande fermezza».

INFORMAZIONI: per aderire all’appello inviare una mail all’indirizzo:

no-camps@migreurop.org

diritti umani

 Amnesty critica il Programma dell’Aia

 L’Unione attraverso europea deve essere al-l’altezza della propria ambizione di promuovere i diritti umani politiche efficaci, che risultino coerenti e siano sostenute da adeguate ri-sorse: questo il senso della lettera aperta diffusa da Amnesty International il 2 no-vembre scorso, alla vigilia del Consiglio europeo. Amnesty svolge una riflessione critica sui contenuti del Programma dell’Aia, manifestando preoccupazione: «per il fatto che, nonostante le intenzio-ni e gli appropriati riferimenti ai diritti fondamentali, il Programma dell’Aia ri-manga ancora pieno di indeterminatezza sul modo in cui l’Ue sarà all’altezza della propria ambizione. Il Programma manca di coerenza laddove descrive le strutture e gli strumenti necessari per garantire i diritti fondamentali e non prevede risorse adeguate».

I punti del Programma maggiormente criticati da Amnesty sono i seguenti:

• proposta di un’agenzia dell’Ue sui diritti umani: non dimostra la reale vo-lontà degli Stati membri di affrontare la situazione dei diritti umani al loro interno. La fiducia nella determinazione dell’Ue di proteggere i diritti fondamen-tali non è propriamente rafforzata dal suggerimento della Commissione che l’agenzia sia una «struttura leggera in termini di staff e di bilancio»;

• garanzie comuni in tema di proce-dimenti penali: il Programma dell’Aia non prevede sufficiente bilanciamento tra la necessità di combattere il crimine in modo efficace e quella di proteggere i diritti fondamentali delle persone;

• sistema comune di asilo: pur apprez-zando l’impegno per giungere a una procedura comune, Amnesty sottolinea che il sistema comune si baserà su un basso livello di condivisione; sollecita dunque gli Stati membri a modificare la direttiva sulle procedure di asilo in modo da assicurare il rispetto delle ga-ranzie basilari;

• dimensione esterna di asilo e immigra-zione: il Programma dell’Aia segna un decisivo mutamento nell’intento dell’Ue di portare la lotta contro l’“immigrazione illegale” nel contesto delle relazioni ester-ne. La partnership con i Paesi terzi sembra essere diventata il principale riferimen-to degli sforzi per impedire l’ingresso nell’Ue. Tuttavia, come si è visto nelle recenti discussioni sui “centri” nei Paesi confinanti, vi sono ancora molti aspetti da risolvere riguardo alla dichiarata ambizio-ne dell’Ue di controllare l’immigrazione, fornire assistenza umanitaria e sostenere il capacity building. La lettera aperta mette in evidenza che le condizioni per la coope-razione dei Paesi terzi sono state ammor-bidite, con il cambio della formulazione da «seguire gli obblighi della Convenzione di Ginevra» a «dimostrare il sincero impe-gno a seguire gli obblighi».

Amnesty aveva già rivolto all’Ue una serie di raccomandazioni, evidenziando alcune palesi contraddizioni nell’appli-cazione dell’agenda europea su Giustizia e Affari interni:

• mentre l’Ue cerca di rafforzare il con-trollo giudiziario e democratico, au-mentano le iniziative intergovernative che sfuggono a tale controllo;

• c’è un chiaro conflitto tra le politiche in materia di asilo e immigrazione e la po-litica estera: i Paesi terzi vengono spinti a cooperare per combattere l’immigra-zione illegale in un modo che rischia di compromettere gli obblighi dell’Ue per la protezione dei rifugiati;

• nonostante i ripetuti impegni a promuo-vere un approccio “bilanciato” per gestire l’immigrazione legale mentre si contrasta quella illegale, tutta l’enfasi sembra essere posta su misure di tipo difensivo, con poca attenzione verso le cause profonde e la necessità di combattere lo sfruttamento nel lavoro;

• il principio del “mutuo riconoscimen-to”, che è alla base di iniziative quali il Mandato di arresto europeo, non ri-conosce le differenze negli standard di giustizia tra i Paesi dell’Ue.

INFORMAZIONI:

www.amnesty.it; www.amnesty-eu.org

 droghe nell’Ue

 il consumo di droghe in Europa

 Dopo molti anni di continuo aumento, l’andamento dei decessi dovuti all’uso di sostanze stupefacenti ha cominciato a segnare un declino: il consumo di eroina si è stabilizzato in molti Paesi e, in alcuni dei nuovi Stati membri dell’Ue, l’epi-demia di Hiv/Aids tra i consumatori di stupefacenti per via parenterale sta rallentando. Nel contempo, si stanno intensificando le misure per ridurre i danni provocati dalle sostanze stupe-facenti: in buona parte dell’Europa, i consumatori di stupefacenti hanno ora un accesso migliore alle terapie e all’assistenza». Inizia sottolineando i segnali di progresso il commento che il direttore dell’Agenzia europea delle droghe (Oedt-Emcdda), Geor-ges Estievenart, ha fatto in occasione della presentazione della Relazione annuale 2004 svoltasi lo scorso 25 novembre. Secondo i dati più recenti raccolti dall’Agenzia, infatti, alcune delle conseguenze peggiori del con-sumo di stupefacenti in Europa si stanno riducendo. Tuttavia, aggiunge Estievenart, c’è il rischio che alcune di queste tendenze positive siano di breve durata: «Non mancano concrete preoccupazioni per il possibile svilup-po di potenziali epidemie collegate alla droga, soprattutto in alcuni dei nuovi Stati membri dell’Unione euro-pea. Non dobbiamo neanche dimenti-care che il consumo di stupefacenti, in generale, resta a livelli storicamente elevati. Molti Paesi segnalano un con-sumo crescente di cocaina, aumenta-no le persone che fanno uso di canna-bis ed ecstasy in alcuni Paesi d’Europa, anche se in questo caso il quadro è più variegato».

forte consumo di cannabis

La cannabis resta la droga illecita di consumo più comune nell’Ue, con cir-ca un adulto su cinque (20%) che l’ha provata almeno una volta nel corso della sua vita. La prevalenza della can-nabis è però generalmente massima tra i giovani (15-34 anni), con percen-tuali di consumo che vanno dal 15% in Estonia, Portogallo e Svezia al 35% e più in Danimarca, Spagna, Francia e Regno Unito. Dal 5% al 20% dei giova-ni europei ha fatto uso di questa droga negli ultimi 12 mesi.

Tra gli studenti di 15-16 anni, circa il 10% ha provato la cannabis in Grecia, Finlandia, Svezia, Norvegia e Malta, percentuale che sale al 30% e più in Repubblica Ceca, Spagna, Francia e Regno Unito. Così, mentre la maggior parte delle persone che consuma can-nabis nell’Ue ne fa uso occasionale e per periodi limitati di tempo, circa il 15% degli studenti di 15-16 anni che l’hanno usata nell’ultimo anno sono “forti” consumatori, cioè fumano can-nabis 40 volte o più all’anno. La pro-babilità che i giovani studenti di sesso maschile siano “consumatori pesanti” è doppia rispetto a quella delle studen-tesse. Tra i maschi la percentuale dei “consumatori pesanti” va dall’1% in Lettonia, Lituania, Malta, Finlandia e Svezia al 5-10% in Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Slovenia e Regno Unito, a fronte di una forbice percentuale tra lo zero e il 4,6% per le studentesse.

Per quanto riguarda l’andamento del consumo di cannabis, il quadro è nell’insieme piuttosto variegato, ma i dati disponibili fanno pensare che il numero dei giovani consumatori di cannabis negli ultimi 2-4 anni si sia stabilizzato nei Paesi Bassi, in Finlan-dia, Svezia e Norvegia, pur restando a livelli storicamente elevati.

ecstasy al secondo posto

Secondo la Relazione 2004 dell’Agen-zia, in alcuni Paesi dell’Ue l’ecstasy sta raggiungendo o sorpassando le anfetamine come droga più consu-mata in Europa dopo la cannabis: è quanto avviene in Repubblica Ceca, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Por-togallo e Regno Unito. Complessi-vamente, i dati disponibili mostrano che l’andamento in Europa del con-sumo recente di ecstasy è in continuo aumento, mentre l’andamento del consumo recente di anfetamine è più variegato nella maggioranza dei Paesi. In generale, tra gli adulti (15-64 anni) ha provato l’ecstasy almeno una volta nella vita una percentuale che varia tra lo 0,5% e il 7%, mentre per le anfetamine il tasso è dello 0,5-6% tranne che nel Regno Unito dove sale addirittura al 12%.

Se si considerano invece i giovani d’età compresa tra 15 e 34 anni, circa due terzi degli Stati membri dell’Ue segnalano che il consumo di ecstasy è più frequente di quello delle anfe-tamine. In Repubblica Ceca, Spagna, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi e Regno Unito una percentuale compresa tra il 5% ed il 13% dei giovani di sesso maschile della fascia d’età 15-24 anni, segnala di avere consumato ecstasy nell’anno precedente. Complessiva-mente, comunque, le percentuali del consumo di ecstasy ed anfetamine nelle indagini condotte a livello sco-lastico (15-16 anni) sembrano essere più stabili, o anche in lieve calo in alcuni Paesi.

È piuttosto raro, invece, che il con-sumo di sostanze stimolanti del tipo delle anfetamine (Ats) sia la ragione primaria per la quale si chiede di en-trare in terapia, con alcune eccezioni: il 52% dei pazienti in trattamento nella Repubblica Ceca, il 35,3% in Finlandia e il 29% in Svezia segnalano le Ats come ragione primaria per la quale hanno chiesto il trattamento.

Nonostante in Asia e negli Stati Uniti si registrino problemi crescenti le-gati al consumo di metanfetamine, nell’Ue un consumo significativo di questa droga sembra essere limitato alla Repubblica Ceca, dove le metan-fetamine vengono prodotte dagli anni Ottanta. Alcune indagini alimente-rebbero tuttavia il timore che queste sostanze stiano guadagnando terreno in altri Paesi d’Europa. Per quanto riguarda la produzione di ecstasy, invece, l’Europa resta una delle aree più importanti del mondo, anche se tale produzione è in aumento nel Nord America e in Asia. In una certa misura, la produzione avviene in vari Paesi europei, ma il Belgio e i Paesi Bassi restano le aree in cui è più si-gnificativa.

cresce il consumo di cocaina

Nell’ultimo anno è aumentato il con-sumo di cocaina tra i giovani europei (15-34 anni) soprattutto in Dani-marca, Germania, Spagna e Regno Unito, nonché localmente in Grecia, Irlanda, Italia e Austria. In generale, una percentuale compresa tra l’1% e il 10% dei giovani segnala di aver fatto uso di cocaina a un certo punto della vita, e circa la metà ne ha fatto uso recentemente. Tra gli adulti (15-64 anni) il consumo recente riguarda meno dell’1%, mentre in Spagna e nel Regno Unito i valori sono su-periori al 2% e si avvicinano al dato degli Stati Uniti. Nelle aree urbane e in sottogruppi specifici i livelli del consumo possono essere molto su-periori: da alcune indagini condotte nelle discoteche è emerso un tasso di prevalenza pari al 40-60% nel corso della vita.

I decessi attribuiti alla sola cocaina restano rari in Europa, ma rischia-no di aumentare. Nel 1994 nei Paesi Bassi venivano attribuiti alla cocaina solo due decessi, mentre nel 2001 questo dato era salito a 26; nel Regno Unito, i riferimenti alla cocaina sui certificati di morte sono aumentati tra il 1993 e il 2001 (anche se questi decessi restano di gran lunga inferio-ri a quelli correlati all’uso di oppia-cei). I dati tossicologici dimostrano che, in alcuni Paesi, si riscontra la presenza di cocaina mescolata con oppiacei in un’elevata percentuale dei decessi per droga (il 46% in Spa-gna e il 22% in Portogallo).

L’Agenzia europea segnala però che un numero crescente di cittadini europei chiede di entrare in tratta-mento per problemi correlati al con-sumo di cocaina. Nei Paesi Bassi e in Spagna, la cocaina è ora la seconda sostanza stupefacente, dopo l’eroi-na, a essere più frequentemente segnalata nei centri terapeutici spe-cialistici, dove rappresenta rispetti-vamente oltre un terzo (35%) e un quarto (26%) di tutte le richieste di trattamento. Nella maggior parte dei Paesi, l’intervento terapeutico viene richiesto per il consumo di cocaina in polvere piuttosto che per la cocai-na crack “fumata”, ma aumentano le preoccupazioni per il consumo di crack in alcune città della Germania, della Spagna, della Francia, dei Paesi Bassi e del Regno Unito.

cambia il consumo problematico

Meno dell’1% della popolazione eu-ropea in età adulta (15-64 anni) rien-tra nella definizione di consumatori problematici di stupefacenti, per un totale variabile da 1,2 a 2,1 milioni di consumatori problematici nel-l’Ue allargata. Le stime più elevate sono segnalate da Danimarca, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Regno Unito (6-10 casi ogni 1000 adulti), le più basse da Germania, Grecia, Paesi Bassi, Polonia e Finlandia (meno del 4‰). Nella fascia medio-bassa si tro-vano la Repubblica Ceca (4,9‰) e la Slovenia (5,3‰). I dati indicano un aumento del consumo problematico di stupefacenti a partire dagli anni Novanta in Belgio, Danimarca, Ger-mania, Italia, Lussemburgo, Finlan-dia, Regno Unito e Norvegia, mentre in Estonia gli indicatori registrano “forti aumenti”.

Secondo l’Agenzia europea, i modelli di consumo problematico di stupefa-centi continuano ad evolvere. Così, in alcuni Paesi dove i consumatori problematici erano tradizionalmen-te oppiomani cronici, oggi si trovano in misura crescente poliassuntori o consumatori di sostanze stimolanti.

Il consumo di eroina è relativamente stabile in molti Paesi dell’Ue e il numero dei nuovi consumatori, a partire dagli anni Novanta, è dimi-nuito, anche se si hanno dati anco-ra limitati sui nuovi Stati membri. Meno della metà dei consumatori europei di oppiacei da poco in trat-tamento segnala di farne uso per via parenterale, ma in Repubblica Ceca, Slovenia e Finlandia tale modalità di assunzione è segnalata con maggio-re frequenza, mentre in Germania, Irlanda, Finlandia e nei nuovi Stati membri i dati sembrano dimostrare addirittura un incremento. L’Agen-zia stima tra 850.000 e 1,3 milioni il numero di persone che fa corrente-mente uso di eroina per via parente-rale nell’Ue.

Destano preoccupazione alcune segnalazioni di traffico di fentanil (un oppiaceo di sintesi fino a 100 volte più potente dell’eroina), con sequestri segnalati in Russia e nei Paesi baltici e apparizioni sui merca-ti delle droghe in Estonia, Finlandia e Svezia.

Un’evoluzione positiva si registra in-vece nel numero di decessi per dro-ghe, diminuiti del 6% circa tra il 2000 (8838) e il 2001 (8306). Ciò è proba-bilmente dovuto alla contrazione del consumo per via parenterale in alcuni Paesi e all’aumentato accesso alle terapie sostitutive e ai servizi di prevenzione (interventi tra pari in casi di emergenze per droga, mate-riale informativo sui rischi di over-dose). La tendenza positiva può però essere invertita, ammonisce l’Agen-zia, perché alcuni segnali indicano un possibile aumento dei decessi per droghe nei nuovi Stati membri dell’Ue. In alcuni di questi Paesi, inoltre, si assiste al diffondersi del-l’epidemia da Hiv/Aids tra i consu-matori di droghe per via parenterale, soprattutto in Estonia, Lettonia, Po-lonia e nei confinanti Paesi extra-Ue Russia e Ucraina.

INFORMAZIONI:

http://annualreport.emcdda.eu.int

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ALTRI PUNTI SALIENTI DEL RAPPORTO 2004

 

trattamento: dalla metà degli anni Novanta si è registrato un incremento di tutte le tipologie di trattamento per tossicodipendenze. Nell’Ue la terapia sostitutiva è di-ventata la forma più comunemente disponibile per gli oppiomani. Mentre nel 1999 figuravano in terapia sostitutiva circa 320.000 individui nell’Ue a 15 Stati, nel 2003 il dato era salito ad oltre 410.000. Tuttavia, in alcuni Paesi, specie tra i nuovi Stati membri, la domanda continua a essere complessivamente superiore all’offerta.

prevenzione: sta migliorando in alcuni Paesi dell’Ue grazie a migliori controlli di qualità e ad una migliore attività di monitoraggio. Complessivamente, però, l’attivi-tà di prevenzione resta debole e si avverte l’esigenza di investire di più nei program-mi. Ciò vale in particolare per la “prevenzione selettiva”, che si rivolge ai soggetti più vulnerabili e che, in molti Paesi, resta poco sviluppata.

locali per consumo: i locali dedicati al consumo di stupefacenti, dove i consumatori problematici possono assumere droghe in condizioni igieniche vigilate, esistono in 39 città di tre Paesi dell’Ue (Spagna, Germania e Paesi Bassi) oltre che in Svizzera. Sembra comprovato che questi locali possano aiutare veramente i gruppi difficili da raggiungere, consentendo l’accesso a un’assistenza sanitaria primaria e a ser-vizi sociali e terapeutici, nonché riducendo i rischi per la salute, come l’overdose. Ciononostante, la loro istituzione resta oggetto di controversia e la loro legittimità è stata messa in discussione.

carcere: il consumo di sostanze stupefacenti in carcere varia considerevolmente nell’Ue. Una percentuale della popolazione carceraria compresa tra l’8% e il 60% segnala di aver fatto uso di droghe durante la detenzione, mentre una percentuale compresa tra il 10% e il 36% segnala un uso recente. Variazioni analoghe si riscon-trano tra chi fa uso di droghe per via parenterale, prassi segnalata da una percen-tuale che varia dallo 0,2% al 34% della popolazione carceraria, a seconda dei peni-tenziari. La terapia sostitutiva è disponibile in tutte le carceri in Belgio, Danimarca, Spagna, Austria e Slovenia.

reati: in Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Ungheria, Polonia e Slovenia i reati se-gnalati contro la legislazione in materia di stupefacenti sono più che raddoppiati tra il 1997 e il 2002. Nel 2002, tuttavia, i reati riconducibili alla droga in Estonia, Irlanda, Italia, Lettonia, Portogallo, Finlandia e Slovenia sono diminuiti. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Ue la cannabis è la droga maggiormente coinvolta nei reati, anche se in Lituania e Lussemburgo appare con maggior frequenza l’eroina.

 salute e sicurezza

 accordo europeo sullo stress da lavoro

 Lo si stress è uno stato che si accom-pagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche o sociali e che manifesta quando le persone non si sentono all’altezza delle richieste o del-le attese nei loro confronti. Non è una malattia, ma un’esposizione prolungata può ridurre l’efficienza sul lavoro e cau-sare problemi di salute. Una condizione di stress può derivare sia da fattori esterni all’ambiente di lavoro sia dalle condizioni del lavoro stesso, creando conseguenze negative per i lavoratori e per le aziende. Sui luoghi di lavoro lo stress può essere causato dal contenuto e dall’organizzazio-ne del lavoro, dall’ambiente, da una scarsa comunicazione e i sintomi possono essere assenteismo, elevata rotazione del perso-nale, conflitti interpersonali o lamentele frequenti da parte dei lavoratori.

Per migliorare la consapevolezza e la comprensione dello stress da lavoro da parte dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentanti, e per offrire un modello che consenta di individuare e di prevenire o gestire i problemi di stress da lavoro, lo scorso ottobre è stato siglato un Accordo europeo tra le quattro maggiori organizzazioni europee rappresentative delle parti sociali. I contenuti dell’Ac-cordo non saranno attuati mediante uno strumento legislativo europeo (direttiva), ma volontariamente dai membri della Confederazione europea dei sindacati (Ces), dell’Unione delle confederazioni industriali d’Europa (Unice), dell’Unione europea dell’artigianato e delle Piccole e medie imprese (Ueapme) e del Centro europeo delle imprese pubbliche e delle imprese di interesse economico generale (Ceep). Questo Accordo sarà attuato nei prossimi tre anni e intende offrire un modello che consenta di individuare e di prevenire o gestire i problemi di stress da lavoro; i principi generali in esso con-tenuti dovranno essere trasferiti nella contrattazione.

Data la complessità del fenomeno, l’Ac-cordo non intende fornire una lista esau-stiva dei potenziali indicatori di stress, ma sottolinea come l’individuazione di un problema di stress da lavoro può avve-nire attraverso un’analisi di fattori quali: l’organizzazione e i processi di lavoro (pia-nificazione dell’orario di lavoro, grado di autonomia, grado di coincidenza tra esi-genze del lavoro e capacità/conoscenze dei lavoratori, carico di lavoro ecc.); le condizioni e l’ambiente di lavoro (espo-sizione a un comportamento illecito, al rumore, al calore, a sostanze pericolose ecc.); la comunicazione (incertezza circa le aspettative riguardo al lavoro, prospet-tive di occupazione, un futuro cambia-mento ecc.); fattori soggettivi (pressioni emotive e sociali, sensazione di non poter far fronte alla situazione, percezione di una mancanza di aiuto ecc.).

Quando il problema di stress da lavoro è identificato, recita l’Accordo, la respon-sabilità di stabilire le misure adeguate da adottare spetta al datore di lavoro, ma queste vanno attuate con la partecipazio-ne e la collaborazione dei lavoratori e/o dei loro rappresentanti.

L’Accordo individua quindi alcune misure anti-stress, che andrebbero co-stantemente riesaminate per valutarne l’efficacia:

• misure di gestione e di comunicazione in grado di chiarire gli obiettivi aziendali e il ruolo di ciascun lavoratore, di assicu-rare un sostegno adeguato da parte della direzione ai singoli individui e ai team di lavoro, di portare a coerenza responsabi-lità e controllo sul lavoro, di migliorare l’organizzazione, i processi, le condizioni e l’ambiente di lavoro;

• la formazione dei dirigenti e dei lavora-tori per migliorare la loro consapevolezza e la loro comprensione nei confronti dello stress, delle sue possibili cause e del modo in cui affrontarlo, e/o per adattarsi al cambiamento;

• l’informazione e la consultazione dei lavoratori e/o dei loro rappresentanti, in conformità alla legislazione europea e nazionale, ai contratti collettivi e alle prassi.

INFORMAZIONI: il testo dell’Accordo è disponibile presso la redazione

 Congresso mondiale Icftu

 le sfide per il sindacato nella globalizzazione

 Le spesso organizzazioni sindacali di tutto il mondo si trovano ad affrontare sfide senza precedenti e vengono sottoposte a notevoli pressioni. Dal momento che molte di queste sfide sono ge-nerate a livello internazionale, la necessità di un pensiero chiaro e di un’azione deci-siva sul futuro del movimento sindacale internazionale è più imperativa che mai. Le questioni che ci troviamo ad affrontare sono così serie da imporci di prendere decisioni che non possono e non devono più essere rimandate». Inizia così l’intro-duzione della risoluzione approvata dal 18° Congresso Mondiale della Confedera-zione Internazionale dei Sindacati Liberi (Icftu), svoltosi a Miyazaki (Giappone) dal 5 al 10 dicembre 2004. Si è trattato di un Congresso molto importante per il movi-mento sindacale mondiale, perché ha av-viato un processo che dovrebbe condurre all’unificazione tra l’Icftu stessa e la Con-federazione Mondiale del Lavoro (Cml - o anche World Confederation of Labour - Wcl). «Noi possiamo continuare ad avere fiducia nei nostri principi e nella nostra visione di un mondo ove vi sia giustizia sociale - si legge nella risoluzione del Con-gresso - Tuttavia, trasformare tutto questo in realtà implica che noi tutti, nel portare avanti il compito di reingegnerizzare il movimento sindacale internazionale, dob-biamo seguire la stessa visione, forti della stessa convinzione». Per queste ragioni, sostiene l’Icftu, devono essere esaminati i passi concreti che il movimento sinda-cale internazionale deve compiere per globalizzare efficacemente la solidarietà: «Un internazionalismo sindacale diverso è possibile. La globalizzazione lo rende urgentemente necessario».

che fare

Mentre nei precedenti Congressi mon-diali dell’Icftu erano stati analizzati gli effetti della globalizzazione sui sindacati e sul mondo del lavoro, nel Congresso di Miyazaki il dibattito si è spostato su ciò che i sindacati possono fare nei confronti della globalizzazione e in che modo. Tre le considerazioni di fondo nel dibattito:

• Costruire un internazionalismo sin-dacale efficace è di centrale importanza per il futuro del movimento dei lavo-ratori. Globalizzare la solidarietà è una sfida permanente e cruciale per tutti gli iscritti ai sindacati.

• Cambiare la globalizzazione deve rientrare in questa sfida. Gli interessi dei lavoratori non riusciranno a prevalere senza cambiamenti fondamentali nelle attività dell’economia globale. I sinda-cati mondiali hanno la responsabilità specifica di costruire, con altri, un pro-getto politico che offra soluzioni per una basilare e progressiva trasformazione sociale a beneficio dei lavoratori.

• Un più forte internazionalismo sinda-cale dipende totalmente dall’impegno e dal coinvolgimento dei sindacati a livello nazionale. Globalizzazione signi-fica che le agende sindacali nazionali e internazionali stanno convergendo. Per la maggior parte dei sindacati, tuttavia, il lavoro internazionale rimane separato dalle priorità quotidiane dell’agenda locale e nazionale. Tale divario va eli-minato in modo che l’internazionali-smo diventi un’estensione dell’agenda sindacale nazionale. Il movimento internazionale deve quindi essere uno strumento di organizzazione e deve te-nere conto di questo imperativo in ogni iniziativa intrapresa.

Secondo l’Icftu, infatti, «fino a che l’inter-nazionalismo sindacale non si radicherà fermamente nei movimenti sindacali, a livello locale e nazionale, e non sarà con-siderato da questi come un elemento che può andare incontro alle loro necessità, vi saranno poche possibilità di sviluppa-re lo strumento della solidarietà globale che esso deve diventare».

alleanze possibili

Negli ultimi anni, ricorda l’Icftu, le po-sizioni prese dal movimento sindacale sul tipo di globalizzazione in atto sono state criticate sia dai fautori della globa-lizzazione, che considerano i sindacati oppositori reazionari e interessati del progresso, sia dai suoi detrattori, molti dei quali vedono i sindacati fatalmente compromessi con i “grandi globalizza-tori”. L’Icftu considera errate entrambe le opinioni e afferma il suo impegno a indirizzare la globalizzazione su percor-si che siano vantaggiosi per i lavoratori e che vadano incontro alle più ampie questioni sociali e politiche. Questo può comportare compromessi e accordi difficili e anche controversie interne ma, sottolinea l’organizzazione internazio-nale, «non dovremmo avere complessi a questo riguardo né, tanto meno, com-promettere la nostra identità sindacale nel momento in cui ci impegniamo con altri nel compito di cambiare la globa-lizzazione».

Attualmente, sostiene l’Icftu, i lavoratori si trovano a fronteggiare «un mercato globale del 21° secolo operante in un quadro istituzionale che ricorda molto il capitalismo predemocratico del 19° secolo». In un simile contesto mondiale, le accuse di difendere un ristretto inte-resse hanno indebolito la capacità del movimento sindacale di poter operare per il cambiamento. I movimenti “an-tiglobalizzazione” hanno così cercato di occupare gli spazi che le più tradizionali forme di azione politica e dei sindacati non sono state in grado di riempire. Il movimento sindacale mondiale ha quindi intrapreso un dialogo con questi movimenti e le molte difficoltà incon-trate sono state superate dai vantaggi derivanti dall’aver costruito partenariati dove possibile. Il tipo di “democrazia partecipativa” che il Forum sociale mondiale personifica, sostiene l’Icftu, «non può sostituire la democrazia rap-presentativa dei partiti e dei sindacati, ma ne può costituire un complemento». Per questo l’Icftu sostiene la necessità di un’alleanza a tre tra sindacati, partiti po-litici di orientamento simile e organizza-zioni della società civile, per formulare e attuare un significativo progetto politico sulla globalizzazione.

nuove forme di azione

Una questione di fondamentale im-portanza per il movimento sindacale globale è come affrontare le realtà della delocalizzazione internazionale del lavoro. La portata di questo problema è materia di dibattito e sta avendo un impatto senza eguali sui sindacati. Ogni giorno, i sindacati si confrontano con le dolorose conseguenze per i lavoratori dovute all’instabile divisione interna-zionale del lavoro e inevitabilmente dovranno continuare a farlo. «La difesa dei diritti sindacali è il fondamento del nostro lavoro - afferma l’Icftu - unita-mente all’impegno comune per la parità di genere, alla nostra determinazione nel combattere tutte le forme di discri-minazione e alla nostra dedizione nel combattere per i diritti fondamentali e per la stessa democrazia. (…) Senza que-sta agenda per l’applicazione universale dei diritti fondamentali dei lavoratori, il rischio di vedere i sindacati uno contro l’altro per le pressioni della competitività dell’economia globale sarebbe stato mol-to più grande». Tuttavia, questa agenda non è una risposta sufficiente e, ricorda l’Icftu, negli ultimi anni non si sono veri-ficati progressi significativi nell’applica-zione globale dei diritti dei lavoratori. E’ dunque necessario affrontare il governo della globalizzazione: «Lavorare per col-locare gli interessi sociali al centro delle politiche internazionali sull’economia, la finanza e il commercio dovrebbe es-sere una parte importante di un progetto politico internazionale per affrontare la globalizzazione».

Nonostante l’ingiustizia e l’insosteni-bilità dell’economia globale vengano sempre più riconosciute e contrastate e anche i sindacati si siano attivati per un credibile progetto politico volto al cambiamento, sostiene l’Icftu «abbiamo ancora bisogno di impegnarci in nuove forme di azione. Non è il caso di aspet-tare che le condizioni politiche cambino. Il sindacalismo internazionale deve trovare mezzi più efficaci per operare e organizzarsi nelle dure condizioni che adesso sono prevalenti e allo stesso tempo lavorare per provocare un certo “riscal-damento globale” nel clima politico».

Per tutte queste ragioni, il Congresso ha avviato un percorso che dovrebbe porta-re nel 2005 alla costituzione di una nuo-va internazionale sindacale, necessaria «per garantire l’effettiva rappresentanza dei diritti e degli interessi dei lavoratori nell’economia globale».

INFORMAZIONI: http://www.icftu.org/

 diritti umani

 emergenza Colombia

 Continuano le gravissime pratiche antisindacali in Colombia, Paese che registra il più alto numero di lavoratori, sindacalisti e attivisti dei diritti umani uccisi, sequestrati e scomparsi, tanto che si parla di un vero e proprio “genocidio sindacale”. Dopo la Confe-renza sindacale internazionale “Sos per il sindacalismo colombiano”, tenutasi a Bogotà nel settembre scorso per la promozione e la difesa dei diritti umani (si veda “euronote” n. 32, pag. 14), che ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sul “caso” colombiano e ha registrato l’impegno del presidente Alvaro Uribe a intervenire per porre ri-medio alla situazione, altri due fatti han-no caratterizzato le ultime settimane evi-denziando come l’emergenza continui.

All’inizio di ottobre, nella regione di Arauca situata nel nord-est del Paese, è stato torturato e assassinato il leader sin-dacale Pedro Jaime Mosquera, portando a 49 il numero dei sindacalisti uccisi in Colombia dall’inizio dell’anno (tra cui 9 donne). Il sindacalista era vicepresiden-te della Federazione rappresentativa di lavoratori agricoli Fensuagro di Arauca ed era conosciuto a livello internazionale perché aveva rappresentato i sindacati colombiani nel primo Forum sociale europeo a Firenze nel 2002. I dirigenti della Fensuagro individuano precise responsabilità delle autorità colombiane su quanto è accaduto, per questo chiedo-no un aiuto internazionale al fine di fare pressioni perché siano eseguite indagini corrette e siano assicurati alla giustizia mandanti ed esecutori dell’omicidio, interrompendo così la totale impunità di cui hanno goduto finora le organizzazio-ni paramilitari.

Nei giorni 30 e 31 ottobre, poi, il segreta-rio generale della Orit-Ciosl (organizza-zione regionale interamericana della Cisl Internazionale), Víctor Báez Mosqueira, è stato prima trattenuto al suo arrivo all’ae-roporto di Bogotà e quindi espulso dal territorio colombiano, insieme ad altri 3 dirigenti sindacali internazionali, perché considerato ospite sgradito dal governo del presidente Uribe. Si è trattato di una chiara violazione delle Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil, n. 87 e n. 98) e della Costitu-zione colombiana per quanto concerne il diritto di riunione, di libertà sindacale e di presenza attiva di dirigenti sindacali internazionali, sottolinea la Federazione sindacale internazionale che denuncia la natura repressiva e antisindacale del governo colombiano e annuncia ricorsi a livelli internazionale.

INFORMAZIONI: http://www.icftu.org/

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FILIPPINE: MASSACRATI LAVORATORI IN SCIOPERO

 

Il 16 novembre scorso nelle Filippine è stato compiuto un eccidio di lavoratori e sindacalisti durante uno sciopero, soffocato nel sangue dalle forze dell’ordine. Il bilancio dell’azione messa in atto congiuntamente da esercito e polizia è drammatico: 14 persone sono morte, tra cui due bambini di 2 e 5 anni; almeno 35 sono rimaste ferite; 133 sono state arrestate e decine risultano disperse. I lavoratori dell’azienda “Luisita”, proprietaria di diversi zuc-cherifici, scioperavano da alcuni giorni contro gli oltre 300 licenziamenti illegali decisi dall’azienda, per la salvaguardia di alcuni diritti sindacali e per la redistribuzione dei terreni prevista dalla riforma agraria. La “Luisita” è di proprietà della famiglia Cojuangco, tra le più potenti del Paese nonché famiglia della ex presidente filippina Corazon Cojuangco Aquino, che nel 1987 siglò la Riforma agraria tuttora inattuata.

Alcuni esponenti politici, sindacalisti e attivisti dei diritti umani filippini sospettano che la violenta soppressione dello sciopero fosse premeditata e che alcuni provocatori siano stati infiltrati tra le migliaia di scioperanti per rendere legittima l’azione repressiva antisindacale.

La Confederazione sindacale delle Filippine (Tucp), affiliata alla Cisl Internazionale (Icftu), ha rivolto un appello per una protesta internazionale di massa che condanni gli omicidi, domandando che sia fatta piena luce sull’accaduto. Chiedono che siano ritirati i licenzia-menti illegali di centinaia di lavoratori e cessino i crimini e le violazioni contro i lavoratori della “Luisita”.

INFORMAZIONI: http://www.labourstart.org/

 diritti umani  

Congresso mondiale contro la pena di morte

 Dal te, 6 al 9 ottobre 2004 si è tenuto a Montreal (Canada) il II Congresso mondiale contro la pena di mor-sostenuto dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte e in presenza di abolizionisti provenienti da tutto il mon-do. L’incontro di Montreal ha permesso di fare il punto sulla situazione mondiale e, a questo proposito, il Congresso ha manifestato soddisfazione per il fatto che la maggioranza dei Paesi del mondo abbia abolito la pena di morte (p.d.m.) e abbia rinunciato da circa 10 anni a procedere con le esecuzioni, nonché per le recenti abolizioni della pena capitale decise in Turchia, Buthan, Isole Samoa e Serbia-Montenegro. D’altro canto, però, si è constatata con disappunto la ripresa delle esecuzioni in Libano, Ciad, Indonesia, India e la reintroduzione della pena capi-tale in Afghanistan e Iraq. Il Congresso ha quindi dichiarato la sua disapprovazione per il mantenimento della p.d.m. in 78 Paesi tra cui Cina, Usa, Arabia Saudita, Iran, Singapore, Guatemala e Cuba, ma-nifestando inquietudine per il fatto che la lotta al terrorismo si accompagni a un utilizzo accresciuto della pena capitale. Le condanne a morte eseguite recentemente in Indonesia e Marocco e annunciate dagli Usa nei processi contro il terrorismo «sono una prova di debolezza oltre che un errore fondamentale», ha dichiarato il Congresso associandosi invece alla decisione di Paesi quali Spagna e Turchia che, benché colpiti da recenti attentati, non hanno considera-to la reintroduzione della pena capitale.

Inoltre, i partecipanti al Congresso di Montreal hanno: sottolineato l’impor-tanza di ratificare i trattati internazionali e regionali che proibiscono la pena capi-tale; evidenziato che il carattere dissuasi-vo della p.d.m. non è mai stato dimostra-to; denunciato le discriminazioni razziali, sessuali, economiche e sociali perpetrate e l’estensione dei casi d’applicazione della p.d.m.; ricordato che le esecuzioni non potranno rimediare al dolore delle vittime ed espresso soddisfazione perché sempre più famiglie colpite, specie negli Usa, si impegnano contro la p.d.m.; sol-lecitato gli Stati ad attuare iniziative per la presa in carico delle vittime.

principali raccomandazioni

Sottolineando come l’abolizione della p.d.m. permetta una riflessione sulle pene per i crimini più gravi, secondo l’obiettivo di punire ma nel contempo lavorare per la riabilitazione, il Congresso ha adottato quattro raccomandazioni:

• Non dovranno proseguire per alcun motivo le condanne e le esecuzioni dei minori, come norma imperativa da im-porsi a tutti gli Stati.

• Tutte le autorità politiche, giudiziarie, economiche, sportive, mediatiche devo-no mobilitarsi per spingere le autorità ci-nesi a sospendere immediatamente ogni esecuzione: la preparazione dei Giochi olimpici di Pechino 2008 crea fin d’ora la possibilità di esercitare una pressione internazionale intensa e senza remore.

• Occorre creare un ponte di collabora-zione tra gli abolizionisti americani e la comunità internazionale per consolidare il progresso avuto in campo giudiziario e allargare il dibattito.

• Gli Stati abolizionisti non devono con-cedere l’estradizione verso Paesi in cui si rischi la condanna a morte.

gli appelli

I partecipanti al Congresso hanno quindi rivolto alcuni importanti appelli:

• Agli abolizionisti di tutto il mondo per unirsi alla Coalizione mondiale, impe-gnarsi nella Giornata mondiale contro la p.d.m. ogni 10 ottobre e sostenere le organizzazioni locali e nazionali.

• Ai parlamentari affinché creino nelle loro assemblee dei gruppi di informazio-ne e mobilitazione per l’abolizione.

• Agli avvocati perché si impegnino mag-giormente nella difesa dei condannati a morte, denunciando le condizioni di detenzione e le garanzie insufficienti.

• Alla creazione di dinamiche abolizioni-ste regionali in Africa, Asia, America del Sud e mondo arabo musulmano attra-verso conferenze e campagne.

• Alle città affinché partecipino all’ini-ziativa lanciata dalla comunità di S. Egidio che prevede l’illuminazione di monumenti simbolici il 30 novembre di ogni anno.

• Agli abolizionisti di tutto il mondo perché prendano parte alla Conferenza in preparazione del III Congresso mon-diale che si terrà a Istanbul nel giugno 2005.

L’Ue e tutti gli Stati abolizionisti, tra cui Canada e Turchia, sono inoltre chiamati a sostenere tali iniziative e i militanti sono invitati a continuare nell’opera di sensi-bilizzazione dell’opinione pubblica.

INFORMAZIONI: www.montreal2004.org

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I NUMERI DELLA PENA DI MORTE

 

Secondo Amnesty International, nel 2003 almeno 1146 persone sono state uccise tramite pena capitale in 28 Paesi e almeno 2756 hanno subito una condanna a morte in 63 Paesi. Am-nesty sottolinea come tali dati includano solo i casi ad essa pervenuti e che, quindi, il numero reale di esecuzioni e condanne è stato certamente superiore. L’84% delle esecuzioni note nel 2003 ha avuto luogo in Cina, Iran, Usa e Vietnam. Quelle accertate in Cina da Amnesty sono state 726, ma secondo alcune autorevoli fonti non ufficiali sarebbero quasi 10.000 le esecuzio-ni praticate ogni anno nel Paese. Almeno 108 condanne a morte sono state eseguite in Iran, 65 negli Usa e almeno 64 in Vietnam. Ad oggi sono 118 i Paesi del mondo che hanno abolito la pena di morte nelle rispettive legislazioni o nella pratica: 81 Paesi l’hanno abolita per tutti i crimini; 14 Paesi l’hanno abolita per tutti i crimini tranne quelli commessi in tempo di guerra; 23 Paesi possono essere considerati abolizionisti di fatto, cioè non praticano esecuzioni da almeno 10 anni. Sono invece 78 i Paesi che mantengono e utilizzano la pena di morte, anche se il numero di quelli che hanno praticato esecuzioni nell’ultimo anno è molto inferiore. Am-nesty segnala che, una volta abolita, raramente la pena capitale è reintrodotta: dei 50 Paesi che dal 1985 l’hanno abolita, solo 4 l’hanno poi reintrodotta; uno di questi, il Nepal, l’ha poi nuovamente abolita, le Filippine hanno sospeso le esecuzioni, mentre nei restanti due (Gam-bia e Papua Nuova Guinea) non si sono registrate esecuzioni.

INFORMAZIONI: www.amnesty.org

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 Costituzione: della Lituania la prima ratifica

I governi di Francia e Spagna hanno annunciato lo scorso 3 novembre che procederanno alla ratifica della Costituzione europea entro i primi mesi del 2005. Il premier francese Jean-Pierre Raffarin ha precisato che la Francia deve attendere l’esito di una probabile revisione costituzionale, mentre il primo ministro spagnolo José Luis Zapatero ha annunciato che il testo costituzionale sarà sottoposto alla valutazione del Tribunale costituzionale prima del referendum. In Danimarca, i partiti di governo e di opposizione si sono espressi per il “sì” al referendum di ratifica: l’accordo è stato possibile grazie all’assicurazione che il Paese avrà diritto di veto sulle materie sociali, sul mercato del lavoro e sulle imposte. In Austria, invece, il cancelliere Wolfgang Schüssel, nel timore che la ratifica per via referendaria da parte di undici Paesi possa portare alla «paralisi della politica europea per 18-20 mesi», ribadisce la sua proposta di tenere un referendum unico europeo in un breve lasso di tempo.

Intanto, la Lituania è stato il primo Paese membro dell’Ue a ratificare la nuova Costituzione europea, nonostante i proclami fatti dal premier italiano Berlusconi in occasione della firma del Trattato a Roma secondo cui l’Italia avrebbe ratificato per prima il testo costituzionale.

il punto sulla Strategia di Lisbona

Il gruppo di lavoro europeo di esperti, guidato dall’ex premier olandese Wim Kok, ha presentato alla Commissione europea lo scorso 3 novembre un Rapporto sull’attuazione della Strategia di Lisbona. Tale Rapporto sarà la base di discussione sulla revisione a metà percorso della Strategia di Lisbona (iniziata nel marzo 2000), che si terrà al Vertice europeo di primavera nel 2005. Il testo individua cinque priorità su cui l’Unione si deve concentrare: la ricerca, il mercato interno, il mondo delle imprese, il mercato del lavoro e un ambiente sostenibile. Secondo il “gruppo Kok”, per salvare la crescita e l’occupazione europee è necessario in primo luogo che tutte le istituzioni, sia comunitarie sia nazionali, collaborino applicando coerentemente, ciascuna nel suo campo, le indicazioni di Lisbona.

Sulla ricerca, il Rapporto sottolinea che l’Europa deve trattenere e anche attirare ricercatori di alto livello e che, entro la fine del 2005, va creato un Consiglio europeo della ricerca. Per quanto riguarda il mercato interno, il traguardo da raggiungere alla fine del 2005 dovrà essere una legislazione comunitaria che rimuova ogni ostacolo per la libera circolazione dei servizi. Il Rapporto prosegue sostenendo che da un lato è necessaria una legislazione che garantisca un clima più favorevole per le imprese (per quelle presenti sul mercato e per quelle che vorrebbero accedervi) e dall’altro è indispensabile prestare ascolto alle indicazioni della “task force Occupazione”. Gli Stati membri devono poi presentare entro il 2005 una strategia per garantire la formazione dei lavoratori per tutto il corso della vita ed entro il 2006 una per incentivare il lavoro nella terza età. Rispetto alla questione ambientale, l’accento è posto sullo sviluppo e la diffusione delle eco-innovazioni.

accordo Volkswagen

Congelamento dei salari per almeno 28 mesi (fino al 31 gennaio 2007) in cambio della rinuncia a licenziamenti fino al 2012. Questa la sostanza dell’intesa raggiunta il 3 novembre scorso in Germania tra il sindacato dei metalmeccanici Ig Metall e l’azienda automobilistica Volkswagen, dopo 6 settimane di difficili trattative. I 103.000 lavoratori dei 6 impianti tedeschi hanno così scongiurato i licenziamenti che l’azienda minacciava in base alla necessità di tagliare i propri costi per circa un miliardo di euro. Il sindacato ha dunque rinunciato alla richiesta di aumenti salariali, ma va ricordato che i dipendenti della Volkswagen hanno attualmente un livello retributivo di oltre l’11% superiore al contratto nazionale e l’accordo prevede un bonus di 1000 euro nel marzo 2005. Andrà peggio per i nuovi assunti e i dipendenti in fase di formazione, che riceveranno salari inferiori di circa il 20% rispetto agli altri lavoratori. L’accordo prevede anche maggior flessibilità degli orari: verrà calcolato un “conto ore” per ogni dipendente, con la possibilità di lavorare 400 ore l’anno più o meno della media a seconda delle necessità produttive. L’azienda, dal canto suo, si è impegnata a costruire in Germania il prossimo modello Golf, è riuscita a collegare il pagamento del bonus all’andamento dei risultati aziendali a partire dal 2006, ma non ha ottenuto la possibilità di subordinare il 30% della retribuzione complessiva alle prestazioni del gruppo. Anche alla Volkswagen, dunque, si conferma la linea di tendenza tedesca per il mercato del lavoro inaugurata dalla Siemens nel giugno scorso ed estesa ormai alla maggior parte delle grandi aziende (vedi “euronote” n. 32, pag. 8)

soprattutto donne colpite da Hiv/Aids

Circa 39 milioni e mezzo di persone in tutto il mondo sono colpite dal virus Hiv/Aids, secondo quanto afferma il Rapporto annuale elaborato dal Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Aids (Unaids) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), reso noto in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids lo scorso 1° dicembre. Si tratta del livello più alto finora registrato dall’inizio dell’epidemia. Sono soprattutto le donne ad essere colpite da Hiv/Aids, nella maggior parte dei casi per «comportamenti ad alto rischio dei loro partner e su cui non hanno praticamente alcun controllo» nota il Rapporto. La percentuale di donne colpite dal virus è in aumento in tutte le regioni del mondo e, tra le persone in età lavorativa, è passata dal 43% del 1998 al 48% del 2003, secondo un recente Rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil-Ilo). Nell’Africa subsahariana, la regione più colpita dall’epidemia, le donne rappresentano il 57% delle persone adulte contagiate da Hiv/Aids, ma tra i giovani la percentuale di donne e ragazze contagiate supera il 75% del totale di sieropositivi e malati. In tutti i Paesi cosiddetti in Via di sviluppo sono donne la maggior parte delle persone contagiate e il rischio di contagio è superiore: il 60% delle nuovi contagi registrati riguarda infatti donne e ragazze. In Africa e nella regione dei Caraibi, il numero di giovani donne e ragazze (14-25 anni) contagiate dal virus è più che doppio rispetto a quello dei maschi, numero che in alcune parti dell’Africa orientale e meridionale è di quasi 6 volte superiore. In alcune di queste regioni, quasi un terzo del totale delle ragazze è sieropositivo o malato.

INFORMAZIONI: www.unaids.org; www.who.int; www.ilo.org

appello contro la guerra

Un appello ai vescovi italiani perché condannino «il peccato di chi continua a uccidere», perché sconfessino «la guerra con le sue violenze, menzogne e crudeltà» e perché ritirino i cappellani militari presenti in Iraq. L’iniziativa è stata presa lo scorso 25 novembre, con una dichiarazione comune, da centinaia di sacerdoti, religiosi e laici per denunciare il «tacere impressionante» sull’orrore di Falluja. «Non possiamo rassegnarci. Non possiamo più tacere! Il nostro silenzio rischia di essere interpretato da parte di tutti i crocefissi come connivenza con i crocefissori. Questo silenzio è peccato» scrivono i sottoscrittori dell’appello, che chiedono alla Conferenza episcopale italiana (Cei) di sconfessare con una dichiarazione la guerra: «Ribadite la scelta responsabile della nonviolenza, del dialogo e del diritto per raggiungere la riconciliazione e la pace tanto desiderate».

Tra i promotori dell’appello, padre Alex Zanotelli, don Albino Bizzotto, don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo, don Vinicio Albanesi e il teologo don Carlo Molari.

via libera alle quote di emissione di CO2

La Commissione europea ha accolto, il 20 ottobre scorso, altri 8 piani nazionali di assegnazione delle quote di emissione di CO2. Sei piani, presentati da Belgio, Estonia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo e Repubblica Slovacca, sono stati accettati senza riserve; altri due, di Finlandia e Francia, sono stati approvati a condizione che vengano apportate alcune modifiche tecniche che li renderanno automaticamente accettabili, senza la necessità di una seconda valutazione da parte della Commissione. I piani nazionali di assegnazione definiscono il numero di quote di emissione di CO2 che gli Stati membri intendono assegnare agli impianti industriali ad alto consumo energetico, affinché possano partecipare al sistema di scambio delle quote di emissione a partire dal gennaio 2005. La decisione della Commissione dà il via libera all’assegnazione delle quote per oltre 2100 impianti, pari al 15% delle quote dei 12.000 impianti stimati dell’Ue a 25. Nel luglio scorso la Commissione aveva approvato 8 piani riguardanti più di 5000 impianti, corrispondenti al 40% circa delle quote previste. Il sistema comunitario di scambio delle quote di emissione garantirà che le emissioni di gas serra prodotte dai settori energetico e industriale siano abbattute al minor costo possibile per l’economia, facendo sì che l’Ue e i singoli Stati membri possano raggiungere gli obiettivi di emissione fissati nell’ambito del protocollo di Kyoto del 1997.

(Fonte: InEurop@)

ogni anno 4000 migranti vittime di naufragi

Secondo una ricerca svolta dalla britannica Plymouth University, ogni anno circa 4000 migranti e profughi perdono la vita in mare e, di questi, almeno 2000 muoiono nel Mar Mediterraneo cercando di raggiungere il territorio dell’Unione europea. Gli autori della ricerca, secondo cui il numero delle sciagure in mare che coinvolgono migranti sono aumentate negli ultimi anni, sollecitano l’Organizzazione marittima internazionale a intervenire per migliorare la sicurezza in mare in base alle vigenti norme umanitarie internazionali.

politiche europee contro le malattie della povertà

La Commissione europea ha definito un nuovo quadro politico per combattere le tre “malattie della povertà” (Hiv/Aids, malaria e tubercolosi) che provocano la morte di circa 6 milioni di persone ogni anno. Secondo la Commissione, la lotta contro le malattie della povertà e contro la povertà stessa va perseguita favorendo il commercio, lo sviluppo, la ricerca, la sanità e le relazioni con l’estero dei Paesi più colpiti. Nuova attenzione sarà posta ai diritti umani delle popolazioni colpite e alla tenuta della coesione sociale. L’Ue si impegna a favorire lo sviluppo sanitario dei Paesi colpiti da tali malattie, ma anche a promuovere la produzione di farmaci e la ricerca medica in Paesi terzi, nonché a monitorare la trasparenza dei prezzi e la concorrenza nel mercato farmaceutico. Tutto ciò sarà accompagnato da una maggiore coerenza nella politica estera europea, non solo in materia di sviluppo. Il budget previsto per questa operazione nel periodo 2003-2006 è di 1,1 miliardi di euro.