Euronote 32-2004

crisi istituzionale

Il nuovo corso delle istituzioni europee non è certo iniziato nel migliore dei modi. Di nuovo corso si tratta, perché negli ultimi mesi il Consiglio europeo si è allargato passando da 15 a 25 capi di Stato e di governo, il Parlamento è stato completamente rinnovato dalle elezioni dello scorso giugno e la Commissione, presieduta negli ultimi 5 anni da Romano Prodi, ha terminato il suo mandato lasciando il posto al collegio del neo-presidente José Manuel Barroso. Ma proprio la nuova Commissione ha incontrato serie difficoltà prima ancora di iniziare il suo lavoro, nel corso delle audizioni che i commissari designati hanno sostenuto presso le commissioni del Parlamento. Per la prima volta nella storia delle istituzioni europee una commissione parlamentare ha espresso parere contrario alla nomina di un commissario, l’italiano Rocco Bottiglione designato all’incarico in materia di Giustizia, Libertà e Sicurezza. Al di là delle motivazioni che hanno portato a questa situazione (ragioni politiche secondo alcuni, incompatibilità tra certe affermazioni del commissario designato e il ruolo chiamato a ricoprire, secondo altri), resta il fatto che tale crisi istituzionale senza precedenti non è di buon auspicio per un’Unione alla ricerca d’identità politica e di un ruolo di primo piano a livello internazionale. Nell’ultimo anno e mezzo non erano mancati i conflitti istituzionali nell’Ue: le divisioni tra Stati membri sulla guerra in Iraq, i contrasti tra il presidente di turno dell’Ue (l’italiano Silvio Berlusconi) e l’aula dell’Europarlamento (Strasburgo, 2 luglio 2003), quelli tra Commissione e Consiglio sotto la presidenza italiana di turno (sospensione del Patto di stabilità). Il recente scontro tra Parlamento e Commissione è però particolarmente preoccupante perché avviene all’inizio del mandato di entrambe le istituzioni, che rischiano di uscirne indebolite o di trascinarsi dietro contrasti che si ripercuoterebbero sull’Ue e sui suoi cittadini in un momento particolarmente delicato. L’organizzazione di un’Unione allargata a 25, il processo di ratifica del Trattato costituzionale, la difficile situazione economica e il problema occupazionale, la salvaguardia del modello sociale europeo, la politica comune su immigrazione e asilo, l’avvio di complessi negoziati d’adesione con la Turchia, l’instabilità internazionale: sono molti i motivi per cui sarebbero necessarie istituzioni europee ben più solide, coese e legittimate.

 Turchia: via ai negoziati ma sotto condizione

Sì ai negoziati di adesione con la Turchia, ma questi potranno essere sospesi in qualsiasi momento se il governo di Ankara non rispetterà le condizioni imposte dall’Ue. E’ questa, in estrema sintesi, la conclusione cui è giunta la Commissione europea con il Rapporto reso noto il 6 ottobre scorso in cui raccomanda di «aprire il negoziato di adesione» con la Turchia, che però potrà diventare membro dell’Ue non prima del 2015. La Commissione propone dunque al Consiglio europeo, che prenderà una decisione in merito nel corso del Vertice del prossimo 17 dicembre, di avviare il negoziato di adesione ma di svolgere un monitoraggio capillare e costante su tutti i capitoli negoziali, prevedendo per la prima volta la possibilità di una «procedura specifica per la sospensione delle trattative» finché i criteri richiesti non saranno soddisfatti. La preoccupazione dell’esecutivo europeo riguarda soprattutto l’adeguamento della Turchia ai cosiddetti “criteri di Copenaghen”, relativi ai diritti umani, alle libertà civili, ai diritti delle minoranze, al livello democratico e allo Stato di diritto.

La Commissione è giunta a queste conclusioni in base al “Rapporto sullo stato delle riforme in Turchia” redatto dall’uscente commissario all’Allargamento Guenter Verheugen, in cui sono contenute anche 8 raccomandazioni che indichiamo di seguito:

1) La Turchia ha compiuto progressi sostanziali nel quadro del processo di riforme politiche, apportando profondi cambiamenti costituzionali e legislativi nel corso degli ultimi anni, in conformità con le priorità previste dal partenariato per l’adesione all’Ue. Tuttavia, la legge sulle associazioni, il nuovo codice penale e la legge sulle Corti d’Appello intermedie non sono ancora entrate in vigore. Inoltre, il codice di procedura penale, la legge sulla creazione di un polizia giudiziaria e quella sull’esecuzione delle pene e delle misure penali sono tuttora in attesa di adozione.

2) La Turchia sta facendo seri sforzi per garantire un’adeguata messa in atto di queste riforme. Malgrado ciò, la legislazione e le procedure per la messa in atto devono essere ulteriormente consolidate ed estese. Questo vale soprattutto per le politiche contro le torture e i maltrattamenti e per l’applicazione delle disposizioni concernenti la libertà d’espressione, la libertà religiosa, i diritti delle donne, i diritti delle minoranze e le norme dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) compresi i diritti sindacali.

3) Tenuto conto dei miglioramenti già ottenuti in materia di riforme e delle riserve sulla messa in atto della legislazione espresse al paragrafo 1, la Commissione ritiene che la Turchia abbia sufficientemente soddisfatto i criteri politici e, per questo, raccomanda l’apertura di negoziati d’adesione. L’irreversibilità del processo di riforme e la sua messa in atto, particolarmente per quanto concerne le libertà fondamentali, dovranno essere confermate nel lungo periodo.

4) E’ necessario applicare una strategia basata su tre pilastri. Il primo riguarda la cooperazione mirata a rafforzare e sostenere il processo di riforme in Turchia, in particolare nella prospettiva del rispetto continuo dei criteri politici di Copenaghen. Per garantire il carattere durevole e irreversibile del processo di riforme politiche, l’Ue dovrà continuare a seguire attentamente i progressi compiuti nell’ambito delle riforme politiche. Ciò avverrà sulla base di un partenariato per l’adesione revedibile, che indicherà le priorità del processo di riforme. Ogni anno si procederà a un esame generale dei progressi, partendo dalla fine del 2005 e, a questo scopo, la Commissione presenterà un primo Rapporto al Consiglio europeo del dicembre 2005. Il ritmo delle riforme determinerà l’avanzamento dei negoziati.

5) Sulla base del Trattato dell’Ue e della Costituzione europea, la Commissione raccomanderà la sospensione dei negoziati in caso di violazioni gravi e persistenti dei principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto, su cui l’Unione europea è fondata. Il Consiglio potrà prendere una decisione a maggioranza qualificata rispetto a tali raccomandazioni.

6) Il secondo pilastro riguarda la particolarità dei negoziati di adesione con la Turchia. Questi si svolgeranno nel quadro di una Conferenza intergovernativa, a cui parteciperanno tutti gli Stati membri dell’Ue e dove le decisioni saranno prese all’unanimità. I negoziati saranno complessi e per ogni capitolo della negoziazione il Consiglio dovrà stabilire dei criteri di riferimento temporale per la sua chiusura, con un bilancio sull’allineamento legislativo e sulla messa in opera dell’acquis comunitario. Prima dell’apertura del negoziato su ogni capitolo sarà verificata l’esistenza di vincoli legali in linea con l’acquis e potrebbero essere necessari lunghi periodi transitori. Inoltre, in particolari settori come le politiche strutturali e l’agricoltura potranno essere richieste specifiche disposizioni, mentre sulla libera circolazione dei lavoratori potranno essere decise salvaguardie permanenti. L’adesione della Turchia comporterà serie ricadute finanziarie e istituzionali, per cui l’Ue dovrà definire le sue prospettive finanziarie per il periodo successivo al 2014 prima di poter concludere i negoziati. La Commissione, poi, durante i negoziati monitorerà la capacità dell’Ue di assimilare i nuovi Stati membri e migliorarne l’integrazione in piena sintonia con gli obiettivi del Trattato riguardanti le politiche comuni e la solidarietà.

7) Il terzo pilastro prevede un rafforzamento del dialogo politico e culturale tra le popolazioni degli Stati membri dell’Ue e della Turchia. La società civile dovrà essere l’attore principale di tale dialogo e l’Unione dovrà facilitarlo. La Commissione presenterà delle proposte sulle modalità di sostegno di tale dialogo.

8) La Commissione ritiene che il processo di negoziazione sarà un mezzo essenziale per guidare le riforme in Turchia. Per propria natura, si tratta di un processo aperto i cui risultati non possono essere garantiti all’inizio. Indipendentemente dai risultati dei negoziati o dal seguente processo di ratifica, le relazioni tra l’Ue e la Turchia dovranno garantire che il Paese resti ancorato alla strutture europee. L’adesione dovrà essere preparata minuziosamente affinché l’integrazione sia dolce e possa accrescere quanto finora realizzato in 50 anni di integrazione europea.                                               

 

PRODI: POSIZIONE POSITIVA MA PRUDENTE

Parlando di fronte al Parlamento europeo, il presidente uscente della Commissione europea Romano Prodi ha dichiarato che, se il processo democratico e di riforme in atto in Turchia dovesse essere interrotto, «ciò porterà all’immediata sospensione delle trattative», per l’ingresso nell’Ue. Definendo quella dell’Unione verso la Turchia una posizione «positiva ma, al tempo stesso, prudente», Prodi ha affermato che «se si osserva la fotografia istantanea oggi, vi sono ancora molte zone d’ombra. Se guardiamo il film scorrere, vediamo una società civile turca sempre più attiva e istituzioni che manifestano apertamente la volontà di avvicinarsi ai nostri valori e alle nostre regole democratiche e che vi si avvicinano in maniera concreta e rapida. Tutto questo - ha aggiunto - ci spinge a dire sì». Contemporaneamente però, ha dichiarato ancora il presidente della Commissione, «dobbiamo avere la garanzia che tale movimento sia veramente irreversibile e che il processo sarà portato a termine. Bisogna avere il tempo necessario perché tutte le importanti riforme adottate diventino una realtà quotidiana per tutti i cittadini e le cittadine turche».

(Fonte: Ansa)

 una decisione importante per il futuro dell’Ue

di Franco Chittolina

 Dopo averne sommessamente parlato nel chiuso delle cancellerie e dopo aver tergiversato per lunghi anni, adesso il momento della decisione è arrivato. Sulla base del Rapporto presentato il 6 ottobre scorso dalla Commissione europea - ultimo atto importante sotto la presidenza di Romano Prodi - il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo dovrà prendere decisioni importanti entro la fine dell’anno in merito all’ingresso della Turchia nell’Unione europea.

avvicinamento lungo 40 anni

La storia di questa problematica convivenza comincia da lontano, da quando nel 1963 la Comunità europea sottoscrisse con la Turchia un Accordo di associazione che sarebbe poi evoluto in un progressivo accordo doganale, fino a spingere la Turchia a introdurre formalmente nel 1987 la propria candidatura a Stato membro dell’Unione europea. La domanda venne formalmente accettata dall’Unione europea nel 1999, ma è all’inizio del 2000 che questa lenta dinamica di avvicinamento registra una forte accelerazione. In due riunioni successive svoltesi nel 2002 (a Bruxelles e Copenaghen), poi, il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo rimise il tema all’ordine del giorno. Il contesto geopolitico mondiale era ormai quello segnato dall’attentato alle Due Torri a New York e dalla radicalizzazione della lotta al terrorismo sullo sfondo del crescente fondamentalismo islamico. Nel corso degli anni precedenti la Turchia aveva ottenuto importanti risultati economici che l’avevano avvicinata alle esigenze di compatibilità imposte dall’Unione in vista dell’apertura di eventuali negoziati di adesione. Il Consiglio europeo del dicembre 2002 a Copenaghen prese atto dei risultati ottenuti, ma rilevò che molto restava da fare sul versante dei criteri politici e in particolare per quanto riguardava i diritti. La conclusione tradusse un ulteriore rinvio che però impegnava l’Unione a decidere nel dicembre del 2004 «sulla base di una relazione e di una raccomandazione della Commissione che, se la Turchia soddisfa i criteri politici di Copenaghen, l’Unione europea avvierà senza indugio negoziati di adesione».

decisione non più rinviabile

Ormai ci siamo: nell’ultimo trimestre di quest’anno sarà tutto un intensificarsi di contatti, confronti, tattiche, ma il 17 dicembre prossimo il Consiglio europeo dovrà decidere. Dal 2002 a oggi la Turchia ha indubbiamente moltiplicato gli sforzi e conseguito nuovi risultati non solo sul piano economico ma anche su quello politico, con un governo che ha correttamente dialogato con l’Unione, e con un miglioramento dello Stato di diritto oggetto delle cronache solo qualche settimana fa a proposito della legge sull’adulterio. Restano tuttavia problemi irrisolti: dalla effettiva pratica dei diritti alla laicità dello Stato, di cui è garante l’esercito, fino alla questione dei confini geografici dell’Europa (dentro i quali è collocata solo una piccola parte della Turchia) e alla situazione che si creerebbe nell’Unione, dove già molti cittadini islamici sono presenti, con l’ingresso di un Paese che porterà in dote una popolazione islamica che presto sarà pari all’attuale popolazione della Germania. A queste difficoltà non lievi si aggiunge l’irrisolta questione di Cipro, diventata nel frattempo Stato membro dell’Unione, e il problema curdo insieme alle responsabilità nel genocidio armeno del 1915.

Ma a fronte di queste difficoltà stanno anche buone ragioni in favore di una futura adesione della Turchia: dagli impegni presi da lungo tempo dai responsabili politici europei alla opportunità di dare all’Unione una dimensione continentale economicamente rilevante nella competizione internazionale e, soprattutto, la posizione geopolitica di un Paese fedele alleato nella Nato e prezioso argine, islamico ma laico, verso il teatro mediorientale. Non per nulla l’adesione è caldamente sollecitata dagli Stati Uniti e dai Paesi meridionali dell’Unione, mentre lascia perplessi Paesi come la Germania, l’Austria e la Francia.

Le condizioni severe poste dalla Commissione non sembrano tuttavia tali da impedire l’apertura dei negoziati che si annunciano comunque lunghi e difficili. Si tratta di una decisione che peserà molto sul futuro dell’Europa: sarebbe auspicabile che, almeno in questi tre mesi che ci separano dal Consiglio europeo di dicembre, i cittadini europei fossero adeguatamente informati e partecipassero a un dibattito finora oscurato dagli attori diplomatici ed economici.                                                     

 

POSITIVE LE REAZIONI TURCHE

La valutazione del governo turco al Rapporto della Commissione sulla Turchia «è positiva». Lo ha affermato il portavoce del governo turco, Cemil Cicek, poco dopo la pubbblicazione a Bruxelles del Rapporto e delle raccomandazioni della Commissione. Cicek ha continuato affermando che «in Turchia si sa bene che la strada per l’Europa è lunga e stretta per entrambi». In una serie di interviste rilasciate in seguito, il premier turco Tayyip Erdogan ha dichiarato che «i turchi sanno che non potremo essere membri dell’Ue finchè non avremo ultimato le nostre riforme».

Secondo Erdogan, la Turchia accetta i negoziati mirati ad un unico obiettivo: il pieno status di Paese membro dell’Ue. «Rientra nel carattere di un negoziato che si discuta senza limiti, su tutti i parametri necessari a soddisfare i criteri di Copenaghen e di Maastricht - ha aggiunto il premier turco - Quando tutti i membri dell’Unione giudicheranno soddisfatti i criteri dettati, saremo membri a pieno titolo». Erdogan ha poi indicato la ragione principale per cui la Turchia deve entrare a far parte dell’Ue: «La geografia ci insegna che la Turchia è parte del continente europeo. E’ la porta più estrema dell’Europa verso l’Asia e la porta dell’Asia verso l’Europa. Se l’Ue vuol essere un’unione politica e non un’associazione cristiana, se ha l’obiettivo di ricongiungere le civiltà, allora la Turchia deve farne parte».

 profughi nell’Unione

Nei giorni tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre sono ripresi con insistenza i flussi di profughi dalle coste nordafricane (in particolare dalla Libia) verso quelle italiane, con destinazione principale la piccola isola di Lampedusa, divenuta così una delle “porte d’ingresso” principali nell’Ue. Oltre a innumerevoli tragedie umane (si stima che negli ultimi 4-5 anni siano morte da 1200 ad alcune migliaia di persone nel tentativo di raggiungere le coste italiane), si è creata un’emergenza umanitaria per un’isola non attrezzata a ricevere centinaia di profughi in pochi giorni. Il governo italiano ha così predisposto il trasferimento di oltre 500 persone nei centri di accoglienza di Crotone e Caltanisetta e il rinvio in Libia di oltre 1000 persone con voli speciali.

Il riaccompagnamento in Libia è stato reso possibile da un accordo che le autorità italiane si sono affrettate a stipulare con quelle libiche, pochi giorni dopo la decisione dell’Ue di revocare l’embargo e porre fine alle sanzioni imposte nel 1986 e nel 1992 alla Libia. Proprio l’Italia aveva sollecitato il dibattito a livello europeo per la revoca dell’embargo, soprattutto per componenti ed equipaggiamenti militari ritenuti dalle autorità italiane mezzi necessari al controllo delle frontiere. Resta il fatto che, mentre le conseguenze dell’accordo tra Italia e Libia sono state evidenti, con centinaia di espulsioni, poco si conosce dei suoi contenuti. Come sottolineano però le maggiori associazioni per i diritti umani e molti esperti di diritto, qualsiasi tipo di accordo sia stato siglato esso non può mettere in discussione le garanzie dei singoli.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Amnesty International, Asgi (si veda la pagina seguente), Ics e Medici senza frontiere hanno immediatamente espresso gravi preoccupazioni per la sorte delle persone giunte a Lampedusa e per quelle rinviate in Libia senza un’adeguata valutazione delle loro possibili necessità di protezione internazionale. «Siamo consapevoli delle forti pressioni create da questi continui arrivi - ha dichiarato Raymond Hall, direttore dell’Ufficio Unhcr per l’Europa - ma tutti coloro che chiedono asilo dovrebbero avere accesso a un’equa procedura mirata a verificare le loro eventuali necessità di protezione». Secondo l’Unhcr, che ha incontrato notevoli difficoltà a monitorare la situazione sia a Lampedusa che in Libia (Paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati), cittadini eritrei, somali ed etiopici sono stati ammessi alla procedura d’asilo, mentre quelli di altre nazionalità - si ritiene soprattutto egiziani - sono stati rinviati in Libia. L’Alto commissariato per i rifugiati è dunque «preoccupato che questo metodo di selezione in base alla nazionalità metta a rischio singoli individui bisognosi di protezione internazionale e possa condurre a un diretto o indiretto respingimento (refoulement) di rifugiati in un Paese in cui la loro vita sia minacciata».

Quello dei flussi migratori «rappresenta un problema europeo comune», rende noto la Commissione europea che lancia un monito affinché tutti gli Stati membri mostrino solidarietà con i Paesi che rappresentano le frontiere esterne dell’Ue a sud: «Le frontiere europee ormai sono di responsabilità comune e quello che accade su una di esse riguarda tutti i Paesi dell’Ue». Anche per questo, nel mese di novembre la Commissione dovrebbe presentare una proposta per la gestione dei flussi migratori tra i Paesi nordafricani e quelli del sud dell’Europa - in particolare l’Italia - che indica, tra le possibili soluzioni, anche la creazione di centri o sportelli per trattare le domande di ingresso e di asilo degli immigrati direttamente nei Paesi di transito fuori dall’Ue. Un documento che riaccenderà il dibattito, avviato dalla Germania e fortemente ostacolato da Spagna, Francia, Svezia e Finlandia che temono la creazione di “ghetti” per migranti anziché di centri di accoglienza, informazione e smistamento.                                              

 

L’UE DIVISA SUI PAESI D’ORIGINE “SICURI”

L’Ong europea per i diritti umani e civili Statewatch ha annunciato alla fine di settembre di essere a conoscenza di alcuni documenti riservati secondo cui gli Stati membri dell’Ue sarebbero divisi sulla proposta di inserire 10 nuovi Paesi nella lista dei cosiddetti “Paesi sicuri” di origine di immigrati e profughi. I Paesi in questione sarebbero 7 africani e 3 latinoamericani, per i cui cittadini l’intenzione è di dichiarare «infondata» (dunque inammissibile) qualsiasi applicazione del diritto d’asilo. Secondo Statewatch, la Commissione europea è contraria a includere tutti e 7 i Paesi africani nella lista dei “Paesi sicuri”, Svezia e Finlandia di includerne 4, Germania ed Estonia di includerne 3. La lista fa parte della proposta di Direttiva sulle procedure d’asilo tuttora in esame presso il Parlamento europeo, che aveva respinto la prima versione, e dovrà essere approvata all’unanimità dal Consiglio europeo del dicembre prossimo. Pur non essendo stati resi noti i responsi dei vari Stati membri (parere richiesto a tutti e 25), Statewatch segnala che molti hanno riscontrato abusi fondamentali nei Paesi in questione e altri si sono lamentati del poco tempo e delle poche informazioni a disposizione per poter giudicare, tuttavia ciò non ha impedito l’inclusione di tali Paesi nella lista. I “5 grandi” dell’Ue (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna), infatti, ritengono necessaria una lista comune e stanno facendo pressione sui “piccoli” Stati membri affinché tali misure vengano adottate unanimemente. «Critichiamo il modo in cui l’Ue prende decisioni di questo tipo, con troppa fretta, informazioni insufficienti, assenza di dibattito pubblico e pessimi risultati - dichiara Tony Bunyan, direttore di Statewatch - Determinare il destino di persone provenienti da situazioni di povertà e persecuzione sulla base di procedimenti così superficiali è inumano e amorale: per questo la lista dovrebbe essere abolita».

su Lampedusa domande al governo

In seguito al massiccio flusso di immigrati sbarcati sull’isola di Lampedusa nelle scorse settimane e alle iniziative adottate dal governo italiano per fronteggiare l’emergenza, la sezione italiana di Amnesty International e l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) hanno inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno italiani per chiedere chiarimenti su quali provvedimenti amministrativi o giudiziali sono stati adottati. 

«Risulta che inequivocabilmente le persone in oggetto sono state private della libertà personale e sottoposte a trattenimento nel centro di Lampedusa - scrivono le associazioni - L’articolo 14 del D.Lgs. n. 286/1998 prevede che tale trattenimento debba avvenire negli appositi centri di permanenza temporanea e sottoposto a convalida da parte dell’autorità giudiziaria, con presenza del difensore e previa audizione dello straniero». Perciò, chiedono le associazioni, «il questore ha  formalmente disposto e con quali tempi e modalità è intervenuta la convalida da parte dell’autorità giudiziaria? Se e in che modo (con ausilio di interprete) sono stati sentiti i cittadini stranieri? Se e in che modo sono stati avvisati e hanno presenziato gli avvocati difensori?». In ogni caso, ricordano Amnesty e Asgi, il provvedimento di espulsione deve essere preceduto (sentenza 222/04 Corte Costituzionale) dalla convalida dell’autorità giudiziaria, con la partecipazione del difensore e previa audizione dell’interessato.

Viene poi affrontata la questione del diritto d’asilo, con la richiesta di sapere se i cittadini stranieri sono stati informati della possibilità di richiedere asilo e sono stati posti nella condizione di esercitare tale diritto, dal momento che l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati e l’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciscono il principio del non refoulement (divieto di respingimento). Inoltre, sia la Convenzione europea già citata sia la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue vietano espressamente le espulsioni collettive di stranieri, cioè qualsiasi provvedimento di allontanamento (o respingimento) deve essere rigorosamente individuale: «Sono state osservate, ed eventualmente con quali modalità, tali prescrizioni?» chiedono le associazioni.

Il fatto che le espulsioni siano avvenute verso la Libia, Paese che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, può aver comportato il rischio per alcune persone di essere rinviate in Paesi dove non sono protette dalla persecuzione: «Quali accertamenti sono stati effettuati dalle competenti autorità per non violare l’art. 19 del D.Lgs. n. 286/1998?». E ancora: «Quali sono le nazionalità di ciascuno dei cittadini stranieri sbarcati a Lampedusa e oggetto di rimpatrio collettivo?» e «in forza di quale accordo internazionale il rimpatrio è stato effettuato? Perché esso non è stato né pubblicato, né sottoposto alle Camere per la legge di autorizzazione alla ratifica come prescrive l’art. 80 della Costituzione?». Dalle cronache, osservano poi le associazioni, l’esecuzione delle espulsioni «ha determinato l’internamento in strutture tali che appaiono essere istituite in spregio delle più elementari norme di civiltà e in piena violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani», secondo cui nessuno può essere sottoposto a torture o a pene o a trattamenti inumani e degradanti: «Quali verifiche e strumenti sono stati adottati per non incorrere in violazione?».

Consce della difficile situazione che il governo italiano si è trovato a gestire, Amnesty e Asgi ritengono che «in nessun caso le situazioni di emergenza possano diventare freno all’applicazione delle norme del diritto interno e internazionale» e sollecitano in futuro il governo a richiedere la solidarietà della comunità internazionale e ad usare gli strumenti che il diritto nazionale e dell’Ue mettono a disposizione, quale la Direttiva 2001/55/CE per la concessione della protezione temporanea e per la distribuzione degli sforzi di accoglienza tra Stati membri.       

 l’occupazione nell’Ue

Nel 2003 erano 192,8 milioni le persone di età superiore ai 15 anni che avevano un posto di lavoro nei 25 attuali Stati membri dell’Unione europea. Il tasso di occupazione totale, relativo alle persone comprese tra i 15 e i 64 anni, era del 63% mentre quello delle donne del 55,1%, percentuali che erano rispettivamente del 62,8% e del 54,6% nella primavera 2002. Tra le persone della fascia 55-64 anni, invece, il tasso di occupazione era del 40,2%. 

Va ricordato che per “tasso di occupazione” si intende la percentuale degli occupati sul totale della popolazione della medesima fascia di età, mentre si considerano “occupati” coloro che durante la settimana di riferimento dell’indagine hanno svolto un lavoro retribuito per almeno un’ora, oppure che hanno un’occupazione dalla quale sono temporaneamente assenti.

Sempre nel 2003, cioè l’anno di riferimento di questa indagine sulla forza lavoro resa nota da Eurostat nel settembre scorso che per la prima volta contiene una media annuale dei quattro trimestri, il 10,3% degli europei tra i 15 e i 64 anni lavorava part-time, con una percentuale di donne (16,5%) quasi quattro volte superiore a quella degli uomini (4,2%). 

più occupati nel Nord europeo

I tassi di occupazione più elevati registrati nel 2003 tra la popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni erano superiori al 70% e riguardavano Danimarca (75,1%), Paesi Bassi (73,5%), Svezia (72,9%) e Regno Unito (71,8%), mentre Polonia (51,2%), Malta (54,2%) e Italia (56,1%) sono gli Stati membri dell’Ue dove si sono registrati i tassi più bassi. 

Per quanto concerne i tassi di occupazione femminile, le percentuali più alte sono quelle di Svezia (71,5%) e Danimarca (70,5%), mentre Malta (33,6%), Italia (42,7%) e Grecia (43,8%) presentano i tassi minori. In particolare, Malta ha registrato il divario maggiore fra tassi di occupazione maschile e femminile, con uno scarto di 41 punti percentuali, seguita da Grecia, Spagna e Italia, dove il differenziale era di quasi  30 punti percentuali. In Svezia (3 punti percentuali), Finlandia (4) e Lituania (6), invece, le differenze tra uomini e donne erano notevolmente inferiori.

tempo parziale

Sono stati i Paesi Bassi (32,8%) a far registrare il più elevato tasso di occupazione a tempo parziale nel 2003 tra gli attuali 25 Stati membri, seguiti da Regno Unito   (17,4%) e Svezia (16%), mentre le percentuali più basse sono state quelle di Slovacchia, Ungheria, Grecia e Repubblica Ceca con valori sotto il 3%. I Paesi Bassi, inoltre, hanno registrato anche il più alto tasso di occupazione a tempo parziale femminile, con circa una donna su due impiegata a tempo parziale. Altri 6 Stati membri, Belgio, Danimarca, Germania, Austria, Svezia e Regno Unito, registrano tassi di occupazione femminile a tempo parziale compresi tra il 20% e il 30%.

contratti a termine

Nel 2003, tra i 160,9 milioni di lavoratori occupati nell’UE25 il 12,9% aveva un contratto a tempo determinato, situazione che riguardava rispettivamente il 12,2% degli uomini occupati e il 13,7% delle donne occupate. La Spagna (30,6%), il Portogallo (20,6%), la Polonia (19,4%), la Finlandia (16,3%) e la Svezia (15,1%) hanno registrato le più alte percentuali di lavoratori con un contratto temporaneo, mentre le più basse sono state osservate in Estonia (2,5%), Lussemburgo (3,2%),  Malta (3,6%) e Slovacchia (4,9%).                   

 

 

Occupazione totale in Europa nel 2003

 

Occupazione totale

(migliaia)

Tasso di occupazione (%)

Tasso di occupazione

a tempo parziale (%)

% dei lavoratori con

contratti temporanei

 

 

Totale

Uomini

Donne

Totale

Uomini

Donne

 

UE25

192.814

63,0

70,9

55,1

10,3

4,2

16,5

12,9

UE15

164.007

64,4

72,7

56,1

11,6

4,5

18,8

12,9

Zona-euro

128.290

62,5

71,5

53,6

10,3

3,8

16,8

14,5

Austria

3.736

69,0

76,4

61,7

12,9

3,3

22,2

7,2

Belgio

4.070

59,6

67,3

51,8

12,1

4,1

20,2

8,4

Repubblica Ceca

4.701

64,7

73,1

56,3

2,9

1,3

4,5

9,2

Cipro

327

69,2

78,8

60,2

5,3

2,8

7,5

12,5

Danimarca

2.707

75,1

79,6

70,5

15,5

8,6

22,6

9,3

Estonia

594

62,9

67,2

59,0

4,6

3,4

5,7

2,5

Finlandia

2.365

67,7

69,7

65,7

8,5

5,6

11,5

16,3

Francia

24.123

63,2

69,4

57,2

10,4

3,6

17,0

12,7

Germania

35.981

65,0

70,9

59,0

13,8

3,9

23,8

12,4

Grecia

4.042

57,8

72,4

43,8

2,3

1,4

3,2

11,0

Irlanda

1.797

65,4

75,0

55,8

10,8

4,6

17,0

5,7

Italia

22.054

56,1

69,6

42,7

4,7

2,1

7,4

9,9

Lettonia

1.007

61,8

66,1

57,9

5,9

4,8

7,0

11,1

Lituania

1.433

61,1

64,0

58,4

5,6

4,6

6,6

7,2

Lussemburgo

188

62,7

73,3

52,0

8,3

1,0

15,8

3,2

Malta

148

54,2

74,5

33,6

4,8

2,5

7,1

3,6

Paesi Bassi

8.121

73,5

80,9

65,8

32,8

17,3

48,7

14,6

Polonia

13.617

51,2

56,5

46,0

4,8

4,1

5,6

19,4

Portogallo

5.118

68,1

75,0

61,4

5,9

3,1

8,6

20,6

Regno Unito

28.695

71,8

78,1

65,3

17,4

6,8

28,3

6,1

Slovacchia

2.162

57,7

63,3

52,2

1,3

0,7

1,9

4,9

Slovenia

897

62,6

67,4

57,6

3,4

3,0

3,9

13,7

Svezia

4.314

72,9

74,2

71,5

16,0

7,4

25,0

15,1

Spagna

16.695

59,7

73,2

46,0

4,7

1,8

7,7

30,6

Ungheria

3.922

57,0

63,5

50,9

2,1

1,4

2,8

7,5

Islanda

156

85,0

88,0

81,9

23,2

10,3

36,6

5,4

Norvegia

2.258

75,5

78,3

72,6

21,2

10,3

32,5

9,5

EEA*

195.228

63,1

71,0

55,2

10,5

4,3

16,6

12,9

Svizzera

3.951

77,8

84,9

70,6

24,6

8,4

40,8

12,2

Bulgaria

2.835

52,5

56,0

49,0

1,0

0,8

1,1

6,5

Romania

9.155

57,6

63,8

51,5

5,9

6,2

5,5

2,0

NB: L’occupazione totale e la % dei lavoratori con contratti temporanei si riferiscono alle persone oltre i 15 anni. Il tasso di occupazione e il tasso di occupazione a tempo parziale si riferiscono a una popolazione compresa tra i  15-64 anni.

* EEA: Area Economica che include tutti i Paesi dell’EU25, Islanda e Norvegia, nessun dato disponibile per il Liechtenstein.

Fonte: Eurostat, Indagine sulla Forza Lavoro, settembre 2004

 costo del lavoro

Il costo orario totale del lavoro in tutti i settori dell’economia è cresciuto nel secondo trimestre 2004 del 2,2% in termini nominali nella zona-euro e del 2,8% nell’Unione a 25 Stati, rispetto al secondo trimestre 2003. 

E’ quanto ha rilevato Eurostat in uno studio pubblicato il 15 settembre scorso, da cui emerge che, fra gli Stati membri per i quali sono disponibili i dati del secondo trimestre 2004, i minori aumenti annuali dei costi orari della manodopera sono stati registrati in Germania (1,2%) e nei Paesi Bassi (2,1%), mentre sono scesi  in Austria (-0,5%). Gli aumenti più elevati si sono invece registrati in Lettonia (10,4%),  Ungheria (8,4%), Estonia (5,8%) e Polonia (5.3%).

Per quanto riguarda il solo settore industriale, i costi orari della manodopera sono aumentati del 2,6% nella zona-euro e del 3,1% nell’UE25. Fra gli Stati membri per i quali i dati sono disponibili, i cambiamenti annuali registrati variano fra -0,5% in Austria e +9.6%  in Ungheria.

Per spiegare il tipo di rilevazione effettuato, Eurostat ricorda che: gli indici di costo della manodopera mostrano lo sviluppo a breve termine del costo complessivo per i datori di lavoro, impiegando la forza lavoro su base oraria; i costi della manodopera totali includono i guadagni lordi e i costi indiretti dei lavoratori; i guadagni lordi includono la retribuzione e le indennità dirette così come il valore di tutti i contributi, imposte sul reddito ecc. a carico del lavoratore, anche se di fatto trattenute dal datore di lavoro e pagate direttamente agli enti di assicurazione sociale, alle amministrazioni fiscali ecc. per conto del lavoratore; i costi indiretti includono gli oneri sociali pagati dai datori di lavoro per assicurare ai loro lavoratori l’accesso alle prestazioni sociali; i costi indiretti inoltre includono gli oneri collegati  all’occupazione al netto degli sgravi definiti per rimborsare in parte o tutto il costo della retribuzione diretta.                       

 

Costi orari nominali totali della manodopera in tutti i settori dell’economia - % di variazione a confronto con lo stesso trimestre dell’anno precedente (senza aggiustamenti stagionali)

 

2°Trim-2001

4°Trim-2001

2°Trim-2002

4°Trim-2002

2°Trim-2003

4°Trim-2003

1°Trim-2004

2°Trim-2004

Zona Euro

3,4

3,6

3,7

3,7

3,3

2,1

2,7

2,2

EU25

3,8

3,7

4,0

3,7

3,3

2,7

3,7

2,8

EU15

3,6

3,4

3,7

3,6

3,3

2,6

3,6

2,7

Austria

3,6

2,0

3,3

2,0

2,3

0,5

1,0

-0,5

Belgio

3,0

7,0

5,4

2,0

:

:

:

:

Rep. Ceca

12,5

15,6

8,3

6,5

5,5

6,1

6,9

3,9

Danimarca

4,6

4,7

4,3

3,4

2,8

3,5

3,4

3,7

Estonia

13,0

10,0

10,8

12,4

11,3

10,0

5,1

5,8

Finlandia

5,7

5,2

3,4

3,5

4,6

4,5

4,3

:

Francia

3,7

2,8

3,6

3,8

2,4

2,3

2,6

2,6

Germania

3,2

2,4

2,4

3,2

3,7

1,1

1,6

1,2

Irlanda

9,1

8,5

6,4

7,4

:

:

:

:

Italia

0,5

3,4

4,0

3,5

2,0

2,3

4,1

2,5

Lettonia

5,3

8,2

10,0

10,0

12,1

10,0

11,0

10,4

Lituania

-1,3

0,0

5,3

4,1

5,5

5,2

1,5

4,4

Lussemburgo

7,3

5,0

1,1

1,7

2,7

4,0

2,3

3,0

Paesi Bassi

5,5

5,4

6,8

5,7

3,5

3,1

2,8

2,1

Polonia

7,5

6,5

11,6

3,9

0,0

5,4

3,3

5,3

Portogallo

1,4

9,0

6,3

5,9

2,4

2,2

2,8

4,9

Regno Unito

4,3

2,4

3,5

3,2

3,0

3,8

6,7

4,3

Slovacchia

9,3

10,5

15,9

15,7

9,6

9,0

7,9

4,1

Slovenia

11,6

10,0

11,9

10,6

7,8

:

:

:

Spagna

5,1

6,3

5,2

4,8

5,9

3,9

4,8

:

Svezia

4,8

5,1

3,1

3,3

4,5

4,4

3,0

2,5

Ungheria

14,8

14,3

14,7

12,7

6,5

5,9

9,7

8,4

Per Grecia, Cipro e Malta i dati non sono disponibili

: Dati non disponibili

Fonte: Eurostat, settembre 2004

 

 la nuova via tedesca contro le delocalizzazioni

Gli effetti della globalizzazione economica in atto sono sempre più evidenti. Se da un lato migliaia di persone rischiano la vita per raggiungere il territorio europeo in cerca di lavoro (a tale proposito si vedano le pagine 4 e 5), dall’altro le aziende europee scelgono sempre più di delocalizzare le loro attività in Paesi in via di sviluppo o, addirittura, di vendere i loro stabilimenti ad acquirenti di quei Paesi. Una recente inchiesta del quotidiano tedesco “Die Zeit” ha segnalato la vicenda di uno stabilimento per la produzione di carbon coke, la Kaiserstuhl situata nei pressi di Dortmund, chiusa quattro anni fa dopo solo otto anni di attività perché le aziende siderurgiche tedesche hanno ritenuto più conveniente acquistare il coke sui mercati internazionali. La cokeria Kaiserstuhl è ora stata acquistata da un gruppo minerario cinese, che sta facendo smontare l’impianto da centinaia di operai cinesi per rimontarlo in Cina, nella provincia dello Shandong, Paese che nel 2003 ha prodotto più acciaio grezzo dell’intera Ue e che ha crescente bisogno di produrre coke (necessario per il funzionamento di altoforni e fonderie). Se la vendita e il trasferimento degli impianti in Paesi in via di sviluppo può essere una soluzione estrema per un’azienda europea, molto più usuale è il trasferimento della produzione in questi Paesi, dove il costo del lavoro è decisamente inferiore e l’azienda può abbattere i costi. Le conseguenze di simili iniziative imprenditoriali ricadono però inevitabilmente sui lavoratori europei, che si possono trovare improvvisamente senza lavoro. Le organizzazioni sindacali si trovano così sempre più spesso a dover negoziare con le imprese per salvaguardare tutele e posti di lavoro di fronte alla minaccia della delocalizzazione delle attività.

il caso Siemens

Un caso di questo genere, verificatosi in Germania negli ultimi mesi, è stato al centro dell’attenzione dei media e del dibattito sindacale. Il sindacato metalmeccanico tedesco IG Metall ha sottoscritto nel giugno scorso due accordi con la società Siemens, un accordo generale “di princìpi” (“accordo quadro”) e un accordo “integrativo”, relativo alla situazione “a rischio” di due stabilimenti. Questo secondo accordo, in particolare, è stato molto discusso e ha fatto scalpore, perché prevede il prolungamento dell’orario di lavoro settimanale da 35 a 40 ore a parità di retribuzione, in cambio della conservazione di 2000 posti di lavoro in due impianti produttivi. La Siemens, infatti, intendeva tagliare del 30% i costi del lavoro delocalizzando la produzione in Ungheria, riduzione dei costi che si è invece realizzata attraverso questo accordo con il sindacato che prevede anche l’eliminazione delle mensilità aggiuntive sostituite da un premio di risultato annuale.

Tale accordo siglato tra Siemens e IG Metall è stato da molti interpretato come una vera e propria “rottura” del sistema esistente e ha accesso il dibattito sull’incremento contrattuale dell’orario di lavoro. Il sindacato metalmeccanico tedesco ha immediatamente precisato che si è trattato di un’eccezione, adottata unicamente per salvare 2000 posti di lavoro, continuando ad opporsi fermamente a un ritorno diffuso delle 40 ore lavorative settimanali (vedi box nella pagina precedente).

più ore, stesso salario

Quello della Siemens è destinato a non restare un caso isolato, dal momento che molte altre imprese presenti in Germania (Bosch, Daimler-Chrysler, Man, Thomas Cook, Continental) hanno subito cercato di seguirne l’esempio, con l’obiettivo di aumentare l’orario di lavoro settimanale, ridurre le mensilità aggiuntive e chiedere ai lavoratori la rinuncia agli aumenti retributivi già previsti, minacciando di trasferire all’estero le loro produzioni.

Così, la Daimler-Chrysler ha raggiunto nel luglio scorso un accordo con il sindacato che consente la riduzione dei costi per 500 milioni di euro all’anno in cambio della garanzia fino al 2012 della conservazione dei posti di lavoro in Germania. I punti principali dell’accordo sono: la rinuncia al previsto aumento del 2,8% delle retribuzioni per il 2006; la contrattazione di un accordo economico diverso (inferiore) da quello dei metalmeccanici per i lavoratori occupati in attività di servizio (mense, sicurezza, pulizie, stampa) con un orario di lavoro aumentato, fino al 2007, a 39 ore settimanali; l’aumento dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali con relativo aumento retributivo, soltanto per la divisione ricerca e sviluppo; la riduzione del 10% totale delle retribuzioni dei membri del consiglio di amministrazione.

La Volkswagen ha presentato un piano di risparmio, in vista della nuova tornata contrattuale, che prevede due anni di retribuzioni invariate e maggiorazioni inferiori per le ore di lavoro straordinario in cambio della garanzia dei posti di lavoro.

L’Opel si appresta a richiedere l’incremento dell’orario di lavoro settimanale a 40 ore senza aumento della retribuzione, la rinuncia ad aumenti retributivi fino al 2009 e la riduzione della tredicesima mensilità, nonché l’aumento della velocità della catena di montaggio attraverso una riduzione dei tempi previsti per ogni fase lavorativa.

La Thomas Cook, il secondo tour operator europeo in forti difficoltà finanziarie, sta contrattando un “accordo di risanamento” sulla base dell’aumento dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, insieme alla riduzione del 3% degli stipendi, a 5 giorni di ferie non pagate e alla determinazione della tredicesima in base ai risultati aziendali.

Altre imprese hanno concluso “accordi aziendali di risanamento” che prevedono l’immediato aumento dell’orario di lavoro a 39 ore settimanali, per una retribuzione pari a 36 ore settimanali; la riduzione della tredicesima al 55% della retribuzione lorda media mensile, con possibilità di aumentarla nel caso migliori la situazione economica; la partecipazione al risultato d’impresa sulla base degli utili; la garanzia per due anni della rinuncia dell’azienda a licenziamenti per ragioni economiche.

Insomma, le possibilità per molti lavoratori europei di salvaguardare il proprio posto di lavoro sembrano essere soprattutto due: mantenere la stessa retribuzione aumentando le ore di lavoro, oppure mantenere l’orario diminuendo la retribuzione. Tra la “padella” e la “brace” il dibattito è aperto.                                                             

(ha collaborato Silvia Spattini)

 

I CHIARIMENTI DELLA IG METALL

In merito agli accordi con la Siemens, i massimi dirigenti del sindacato dei metalmeccanici tedeschi IG Metall, il presidente Jürgen Peters e il vicepresidente Berthold Huber, hanno voluto chiarire la loro posizione con una lettera agli iscritti, per evitare equivoci o strumentalizzazioni. Secondo il sindacato «l’accordo non stabilisce un precedente, né per Siemens né per l’industria metalmeccanica ed elettrica. Si tratta invece di una soluzione particolarmente difficile. Solo la preoccupazione per il futuro delle colleghe e dei colleghi coinvolti rendono ancora accettabile questa deroga assai ampia e problematica». L’IG Metall sostiene che non esiste un ritorno generalizzato alle 40 ore lavorative, neanche in Siemens, perché i problemi economici nella produzione finale di telefoni cellulari e di telefoni cordless non sono trasferibili ad altri ambiti di business della Siemens e tanto meno ad altri settori. Il trasferimento di posti di lavoro in Ungheria minacciato dall’azienda, sottolineano i sindacalisti, era un’evenienza imminente. «Il fatto è che in tutto il mondo la produzione finale si concentra sempre più nei Paesi a basso costo del lavoro - scrivono i dirigenti sindacali tedeschi - A fare la produzione finale sono rimaste in Germania solo la Siemens e la Nokia. Proprio di questi tempi Motorola sta chiudendo il suo stabilimento a Flensburg. Siemens è l’unica azienda con produzione finale profondamente radicata in Germania. Quindi l’accordo integrativo non danneggia oggettivamente nessuna impresa concorrente». Secondo l’IG Metall, con questo accordo l’occupazione è stata assicurata nel lungo periodo grazie alla misure di investimento e di strategia aziendale: insourcing di prestazioni consulenziali esterne; investimenti per nuovi prodotti (pianificati circa 30 milioni di euro); sviluppo di capacità aggiuntive per la nuova generazione di cellulari (Umts). I due dirigenti del sindacato metalmeccanici tedesco intendono quindi precisare che: «Ulteriori regolazioni deroganti dal contratto collettivo di categoria ci potranno essere con la IG Metall soltanto se prima sono state esaurite tutte le possibilità a livello aziendale, se il contributo dato dagli occupati su base negoziale temporanea sia posto nel quadro di un progetto complessivo sostenibile, e inoltre se la deroga è inevitabile per scongiurare il pericolo di insolvenza (contratto di sanatoria), oppure se la deroga avviene in base a nuove disposizioni contrattuali. In quest’ultimo caso l’impresa interessata deve fornire una garanzia circa l’occupazione, assicurare il mantenimento durevole dell’unità produttiva (almeno per un arco di tempo che vada oltre quello di vigenza dell’accordo) e pianificare un adeguato volume di investimenti per il futuro».

Consapevoli del fatto che certamente aumenterà la pressione delle aziende per un allungamento non retribuito del tempo di lavoro regolamentare, Peters e Huber scrivono: «A ciò dobbiamo opporci. Il conflitto in Siemens non ha cambiato nulla in questi contenuti. Anche in futuro l’IG Metall valuterà ogni singolo caso problematico e deciderà se e quali misure sono necessarie. È compito allora di tutti gli attori contrattuali della IG Metall di far capire chiaramente che non siamo a disposizione di quanti pensano di saltare a piè pari i contratti e di infilare le mani nelle tasche dei lavoratori per aumentare i propri margini».

 

REVISIONE DELLA DIRETTIVA SULL’ORARIO DI LAVORO

La Commissione europea ha approvato, il 22 settembre scorso, una proposta per aggiornare alcuni importanti aspetti della direttiva sull’orario di lavoro grazie a una serie di provvedimenti che, mantenendo gli obiettivi principali - come la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori - li coniugano alle esigenze dell’economia europea.

La proposta permette agli Stati membri di introdurre provvedimenti nazionali per applicare la dissociazione singola al limite delle 48 ore. Le condizioni da rispettare in caso di accordo tra datore di lavoro e dipendente sono più esplicite. Il datore di lavoro, ad esempio, non potrà ottenere tale consenso all’atto della firma del contratto di occupazione e il dipendente potrà ritirare il suo consenso in qualsiasi momento. La dissociazione individuale sarà contemplata dal contratto collettivo o garantita da accordi tra parti sociali di un settore o di un luogo di lavoro. Una persona singola può accordarsi sulla dissociazione direttamente con il suo datore di lavoro se, per legge o per tradizione, la contrattazione collettiva non può essere usata per negoziare accordi sull’orario di lavoro. È il caso che ricorre laddove non sia in vigore alcun contratto collettivo e non esista rappresentanza del personale a livello aziendale autorizzata a concludere siffatti accordi.

Parallelamente, gli Stati membri possono estendere da 4 a 12 mesi il periodo di riferimento normale per calcolare la durata media della settimana di lavoro di 48 ore, purché consultino le parti sociali. Ciò conferirà alle aziende maggior flessibilità e capacità di adattarsi alle esigenze dell’impresa.

La proposta eleva a nuova categoria del periodo di “permanenza a disposizione” la parte “inattiva” di tale periodo: è il tempo in cui il lavoratore, pur disponibile sul luogo di lavoro, non esercita funzioni. Tale periodo non sarà contato come orario di lavoro, a meno che la legge nazionale o il contratto collettivo non stabilisca altrimenti. La proposta specifica inoltre che il riposo compensativo non va effettuato immediatamente, ma entro 72 ore.

La Commissione presenta la proposta dopo una consultazione in due fasi, come richiesto dal Trattato, terminata allorché i rappresentanti europei dei datori di lavoro e dei lavoratori hanno dichiarato il proprio impedimento a partecipare ai negoziati su tale questione. Tale proposta sarà ora sottoposta all’approvazione del Consiglio e del Parlamento.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social/

(Fonte: InEurop@)

 una guida statistica sull’Europa

 Un quadro generale su stato della popolazione, demografia e livello di vita dei cittadini europei emerge dalla nona edizione dell’“Annuario 2004 - Guida statistica all’Europa” che Eurostat ha pubblicato e reso noto il 1° ottobre scorso. Il Rapporto è suddiviso in 7 capitoli: il primo descrive la posizione dell’Ue nel mondo, mettendo in luce la questione dello sviluppo sostenibile; gli altri capitoli sono dedicati a popolazione europea, economia, ambiente, scienza e tecnologia, settori e imprese, agricoltura, silvicoltura e pesca. Allegati all’Annuario si trovano un utile glossario e un cd-rom contenente oltre 1000 tabelle statistiche e grafici, nonché numerosi link ipertestuali. Il lavoro mostra come gli indicatori-chiave si siano sviluppati e modificati durante gli ultimi 10 anni nell’Ue, così come tra i principali partners  economici dell’Unione dove i dati sono confrontabili, cioè gli Stati membri della zona economica europea (European Economic Area - EEA), dell’associazione europea di libero scambio (European Free Trade Association - EFTA),  Stati Uniti,  Canada e Giappone.

una persona su sei  ha più di 65 anni

L’età media della popolazione  nell’UE25 sta aumentando gradualmente. Fra il 1992 e il 2003, nell’UE25 il numero di persone con età superiore ai 65 anni sul totale della popolazione è aumentato di 2 punti percentuali, raggiungendo il 16,3%. L’aumento è stato di 3 o più punti percentuali  in Estonia,  Slovenia,  Lituania, Lettonia, Grecia e Spagna. Soltanto tre Stati Membri (Danimarca,  Irlanda   e  Svezia) hanno registrato una diminuzione nella percentuale delle persone oltre i 65 anni, mentre il Regno Unito ha registrato una percentuale stabile. Nel 2003, Italia (18,2%), Germania   (17,5%), Grecia (17,3%) e Svezia (17,2%) hanno osservato le più alte percentuali di ultrasessantacinquenni, mentre in Irlanda (11,1%), Slovacchia (11,6%) e Cipro (11,8%) sono state registrate le percentuali più basse.

formazione e istruzione tra gli adulti europei

Nel 2003, il 9,0% dei cittadini europei di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha dichiarato di essersi dedicato, nelle quattro settimane precedenti, all’istruzione e alla formazione.  Gli Stati membri nordici e il Regno Unito hanno registrato le più alte percentuali di persone facenti parte questo gruppo d’età che partecipano a corsi di istruzione e formazione: Svezia (34,2%), Regno Unito (21,3%), Danimarca (18,9%) e  Finlandia   (17,6%). Le percentuali più basse sono invece state rilevate in Portogallo (3,6%),  Grecia (3,7%), Malta (4,2%) Lituania (4,5%) e Italia (4,7%).

In generale, nell’UE25, nella fascia d’età 25-64 anni le donne più degli uomini si sono dedicate all’istruzione e alla formazione: 9,7% rispetto all’8,3%. Il dato è valevole per tutti gli Stati membri tranne Germania, Lussemburgo, Malta, Austria e Slovacchia. La differenza fra le percentuali di donne e uomini che partecipano a iniziative di formazione e istruzione era particolarmente alta in Danimarca, Lettonia,  Finlandia,  Svezia e Regno Unito.

telefonia: la corsa al cellulare

Tra il 1998 e il 2002, il numero di abbonamenti per telefoni cellulari su 100 abitanti è più che triplicato nell’UE25, passando da 24 a 78. La percentuale più alta è stata registrata in Italia (91 abbonamenti su 100 abitanti), seguita da Svezia (89), Finlandia (87) e Lussemburgo (86). Solo tre Stati membri hanno registrato percentuali inferiori al 50%: Polonia (36), Lettonia (39) e Lituania (47). Pur essendosi sviluppata velocemente in parecchi Stati membri la percentuale di abbonamenti, un aumento particolarmente significativo è stato registrato nella Repubblica Ceca: in quattro anni è passata da 9 abbonamenti su 100 abitanti nel 1998 a 84 su 100 nel 2002.

Nel 2003 il prezzo medio di una telefonata fatta da un telefono fisso dall’Europa verso gli Usa era di 2,13 euro. I prezzi più alti per le telefonate sono stati rilevati in  Repubblica Ceca e Ungheria (entrambe 1,25 euro nel 2002), seguite da Germania e Italia (entrambe 1,22 euro nel 2003) e Polonia (1,22 euro nel 2002). I prezzi più bassi sono invece stati osservati a Cipro (0,17 euro nel 2002), in Estonia (0,25 euro nel 2002) e in Slovenia (0,28 euro nel 2002).

più autostrade, meno ferrovie

Altro indice che Eurostat prende in considerazione è quello della possibilità di spostamento dei cittadini europei, analizzando in particolare le reti autostradali e ferroviarie. Nel periodo compreso tra il 1995 e il 2001, la lunghezza totale della rete autostradale nell’UE25 è aumentata di oltre 8000 chilometri, fino a superare i 55.600 chilometri. Mentre le autostrade più lunghe sono situate in Germania (11.800 chilometri), Francia (9900 chilometri) e Spagna (9600 chilometri), le densità più elevate sono state registrate nei Paesi Bassi (67,6 chilometri per 1000 km2), in Belgio (56,6) e nel Lussemburgo (44,5).

Durante lo stesso periodo, invece, la lunghezza totale delle linee ferroviarie è scesa da oltre 207.000 chilometri a meno di 200.000. Le linee ferroviarie con lunghezze maggiori sono quelle di Germania (36.000 chilometri), Francia (31.400 chilometri) e Polonia (21.100 chilometri), mentre le densità più elevate riguardano la Repubblica Ceca (120,8 chilometri per 1000 km2), Belgio (113,2), Lussemburgo (105,9) e Germania (100,8).                                                

  

Persone con più di 65 anni nell’Ue in % sulla popolazione totale

 

1992

1997

2003

UE25

14,3

15,2

16,3

Austria

14,9

15,3

15,5

Belgio

15,2

16,3

17,0

Repubblica Ceca

12,8

13,5

13,9

Cipro

:

11,1

11,8

Danimarca

15,6

15,0

14,8

Estonia

12,0

13,8

15,9

Finlandia

13,6

14,5

15,3

Francia

14,4

15,5

16,3

Germania

15,0

15,7

17,5

Grecia

14,3

16,2

17,3*

Irlanda

11,4

11,4

11,1

Italia

15,5

17,2

18,2**

Lettonia

12,3

14,0

15,9

Lituania

11,0

12,4

14,7

Lussemburgo

13,5

14,2

14,0

Malta

:

11,6

12,6***

Paesi Bassi

13,0

13,4

13,7

Polonia

10,3

11,5

12,8

Portogallo

13,8

15,2

16,7

Regno Unito

15,7

15,7

15,6**

Slovacchia

10,4

11,1

11,6

Slovenia

11,1

12,9

14,8

Spagna

14,1

15,9

17,1***

Svezia

17,7

17,4

17,2

Ungheria

13,6

14,5

15,4

: Dati non disponibili
* dati 2000
** dati 2001

*** dati 2002

 

 

 

% della popolazione adulta (25-64) dedita alla formazione e all’istruzione*, 2003

 

Totale

Uomini

Donne

UE25

9,0

8,3

9,7

Austria

7,5p

7,6p

7,4p

Belgio

8,5

8,3

8,7

Repubblica Ceca

5,4

5,1

5,7

Cipro

7,9

7,1

8,5

Danimarca

18,9

16,0

22,0

Estonia

6,2

5,2

7,1

Finlandia

17,6

15,0

20,4

Francia

7,4

7,2

7,7

Germania

5,8p

6,1p

5,5p

Grecia

3,7

3,5

3,8

Irlanda

9,7

8,4

11,0

Italia

4,7

4,2

5,2

Lettonia

8,1

5,7

10,2

Lituania

4,5

3,3

5,7

Lussemburgo

7,7p

8,9p

6,4p

Malta

4,2

4,9

3,6

Paesi Bassi

16,5

16,2

17,0

Polonia

5,0

4,5

5,5

Portogallo

3,6

3,4

3,9

Regno Unito

21,3

17,6

25,3

Slovacchia

4,8

4,9

4,7

Slovenia

15,1

13,9

16,3

Spagna

5,8

5,3

6,3

Svezia

34,2

31,3

37,3

Ungheria

6,0

5,4

6,5

p=Dati provvisori

* I dati derivano dall’indagine sulla forza lavoro e si riferiscono a coloro che hanno  dichiarato di aver partecipato
all’istruzione o alla formazione nelle quattro settimane prima dell’indagine.

 

 

Autostrade e ferrovie: lunghezza totale (Km) e densità (Km/1000 Km2)

 

Rete autostradale

Linee ferroviarie

 

Lunghezza 1995

Lunghezza 2001

Densità 2001

Lunghezza 1995

Lunghezza 2001

Densità 2001

UE25

47.497

55.641

14,3

207.894

199.147

51,2

Austria

1.596

1.645

19,6

5.672

5.980

71,3

Belgio

1.666

1.727

56,6

3.368

3.454

113,2

Repubblica Ceca

414

517

6,6

9.430

9.523

120,8

Cipro

168

257

28,6

-

-

-

Danimarca

796

971

22,5

2.349

2.768

64,2

Estonia

64

93

2,1

1.021

967

21,4

Finlandia

394

602

2,0

5.859

5.850

19,2

Francia

8.275

9.934

18,3

31.940

31.385

57,7

Germania

11.190

11.786

33,0

41.718

35.986

100,8

Grecia

420

742

5,6

2.474

2.377

18,1

Irlanda

72

125

1,8

1.945

1.919

27,3

Italia

6.435

6.478

21,5

16.005

16.035

53,2

Lettonia 

-

-

-

2.413

2.413

37,4

Lituania 

394

417

6,4

2.002

1.696

26,0

Lussemburgo

115

115

44,5

275

274

105,9

Malta

-

-

-

-

-

-

Paesi Bassi

2.208

2.291

67,6

2.813

2.809

82,9

Polonia

246

398

1,3

23.986

21.119

67,5

Portogallo

687

1.659

18,1

3.065

2.814

30,6

Regno Unito

3.307

3.605

14,8

16.999

16.994

69,7

Slovacchia

198

296

6,0

3.665

3.665

74,7

Slovenia

293

435

21,5

1.201

1.229

60,6

Spagna

6.962

9.571

19,0

12.284

12.310

24,4

Svezia

1.262

1.529

3,7

9.782

9.900

24,1

Ungheria

335

448

4,8

7.632

7.680

82,6

Fonte: Eurostat, Yearbook 2004, ottobre 2004

 

 Costituzione europea e futuro dei diritti

di Luigi Ciotti*

 

La Costituzione europea, attualmente in corso di ratifica dopo essere stata elaborata dalla Convenzione e adottata il giugno scorso dal Consiglio dei capi di Stato e di governo, contiene sicuramente passaggi significativi sul tema dei diritti.

Per comprenderne potenzialità e limiti è opportuno scorrere il testo fin dal Preambolo, dove si dice che l’ancoraggio della società europea è «il ruolo centrale della persona, dei suoi diritti inviolabili e inalienabili e il rispetto del diritto».

Importante il §2 del primo articolo della Costituzione: «L’Unione è aperta a tutti gli Stati europei che rispettano i suoi valori e si impegnano a promuoverli congiuntamente».

E quali sono i valori dell’Unione europea? Vale qui la pena citare l’articolo 2 nella sua integralità: «L’Unione si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società fondata sul pluralismo, sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla non discriminazione».

E’ questo probabilmente il passaggio più significativo e più generoso dell’intera Costituzione. Una ragione in più perché ci soffermiamo un momento.

alcune ambiguità

Intanto non a caso - ci fanno osservare commentatori attenti - l’articolo si compone di due frasi distinte: la prima che contiene la lista dei valori veri e propri e la seconda che delinea i caratteri del modello sociale europeo.

Diciamo subito chiaramente che avremmo preferito una “catalogo unico”, dove tutti questi riferimenti avessero pari dignità e dove, in particolare, la tolleranza, la giustizia e la solidarietà fossero stati chiaramente dichiarati valori.

Non è inutile ricordare anche il dettato dell’articolo 3 sugli obiettivi dell’Unione dove al §2 si afferma che «l’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia…». L’affermazione è importante perché tra i valori e gli obiettivi dovrebbero prendere forma le politiche e vedremo più avanti che proprio su questa traiettoria si situa la parte per noi più insoddisfacente della Costituzione. E su questo tornerò più avanti.

Ma fin d’ora sento il dovere di formulare un inquietante interrogativo: che cosa vuol dire che lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia l’Unione lo offre ai suoi cittadini? A tutti quelli che risiedono regolarmente sul suo territorio o solo a quelli che hanno la nazionalità di uno dei suoi Stati membri?  L’articolo 4 sulle libertà fondamentali vieta «qualsiasi discriminazione in base alla nazionalità» e questo ci rassicura, ma allora ci debbono spiegare perché all’articolo 8 si dice che solo «è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro»!

Noi siamo fiduciosi che la Corte di Giustizia europea saprà interpretare con saggezza questi passaggi apparentemente contraddittori, ma chiediamo di iscrivere fin da oggi questi testi tra le ambiguità da chiarire.

Carta dei diritti

E finalmente l’articolo per noi centrale sul tema dei diritti. E’ l’articolo 7, che nel suo §1 recita che: «L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali che costituisce la parte II della Costituzione». Si tratta, praticamente nella sua integralità, della Carta dei diritti fondamentali adottata a Nizza nel dicembre del 2000. In quell’occasione la società civile europea, insieme con i sindacati, espresse un giudizio critico e noi stessi, come Gruppo Abele, pur apprezzandone le intenzioni, formulammo una valutazione a tratti severa. Su due aspetti in particolare: la sua natura di documento declaratorio e i suoi contenuti ancora timidi e fortemente marcati da limiti nazionali.

Quale la nostra valutazione oggi della Carta dei diritti diventata seconda parte della Costituzione?

Sicuramente un apprezzamento per il suo inserimento nel testo Costituzionale, che le conferisce quindi una natura vincolante e non solo più declaratoria e anzi contribuisce a rafforzare il valore costituzionale del testo al punto che ci sarebbe sembrato logico un suo inserimento nella prima parte, conoscendo il valore anche simbolico che ha una tale collocazione in un testo costituzionale.

Quanto al contenuto della Carta, se apprezziamo che per la prima volta nell’Unione il tema dei diritti venga raccolto in un unico corpus dove trovano posto i diritti civili, politici, sociali ed economici, non possiamo non confermare le nostre riserve rispetto alla povertà dei diritti sociali in particolare e ai gravi limiti loro imposti dal riferimento alle legislazioni nazionali. Riferimento, come noto, che il governo inglese ha cercato di rafforzare ulteriormente con quel tortuoso emendamento secondo cui «la Carta sarà interpretata dalle giurisdizioni dell’Unione e degli Stati membri». Il rischio è quello di ridurre l’effettiva esigibilità dei diritti dichiarati e di pregiudicarne l’universalità.

In merito, la nostra convinzione è quella di sempre: i diritti sono universali o non sono. E ogni diritto non esigibile è un’impostura e concorre a minare lo Stato di diritto, il senso della legalità e il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni pubbliche.

Ed è questo per noi il punto nodale che ci conduce a una riflessione conclusiva sul futuro dei diritti in questa nostra Europa.

forti enunciazioni ma deboli politiche

Siamo coscienti di vivere in una regione del mondo che ha nel suo modello di società una convivenza regolata dal diritto, dove le regole sono parte integrante della nostra civiltà. Sappiamo che non è così ovunque e che altri continenti economicamente sviluppati non condividono questi valori e sappiamo quanto sia difficile, se non impossibile in questa stagione di guerre, dialogare con simili interlocutori, anche quando figurano tra i nostri alleati.

Ma oggi parliamo della nostra Europa e non abbiamo paura a dirci quanto rischi di diventare fragile la sua civiltà dei diritti: di antichi diritti calpestati od erosi, di nuovi diritti non affermati chiaramente e non sufficientemente difesi dai cittadini. Perché i diritti vivono se sono praticati e se tutta la società si mobilita perché siano concretamente esigibili.

Ed è proprio quello che maggiormente ci inquieta nel testo di Costituzione che ci è stato proposto. Al di là delle debolezze e delle ambiguità fin qui denunciate, ciò che rende più severo il nostro giudizio è la sproporzione tra la generosità dei valori e dei diritti affermati e l’insufficienza delle politiche enunciate nella parte III del Trattato costituzionale, che non ci sembra tradurre adeguatamente gli impegni presi nelle parti I e II. Questo è vero in particolare per la politica sociale, il fisco, il bilancio, la politica ambientale.

Coerenza avrebbe voluto che le politiche, ispirate a valori e obiettivi della parte I e per rendere concretamente esigibili i diritti affermati nella parte II, rendessero possibile la fruizione di quelle opportunità per tutti i cittadini regolarmente presenti sul territorio dell’Unione, dando gambe e risorse concrete alle dichiarazioni.

Un solo esempio a questo proposito. La procedura che condurrà all’adozione del Bilancio dell’Unione per il 2005 è entrata nel vivo e si delineano enormi contraddizioni. Come è possibile infatti tradurre concretamente quei valori contenuti nella Costituzione, ai quali fin d’ora il Consiglio europeo propone di ispirarsi, congelando attorno all’1% del PIL le risorse destinate a garantire all’Unione sviluppo, occupazione, coesione sociale e solidarietà? E questo, per di più, proprio nel primo anno di vita dell’Unione a Venticinque, all’indomani dell’ingresso di nuovi Paesi economicamente deboli e alla vigilia di nuovi allargamenti a Paesi anche meno fortunati!  E che dire ancora della nostra solidarietà effettiva verso le regioni del mondo in estrema difficoltà, straziate dalla fame e dalla guerra e vittime di un impoverimento crescente delle loro popolazioni sempre più tentate da tragiche migrazioni? E pensare che qualcuno in Europa ha addirittura fatto ricorso ai fondi destinati alla cooperazione e allo sviluppo per sostenere costi di azioni militari, invocandone la natura umanitaria!

favorevoli con tanti “se” e “ma”

Molte altre amare considerazioni meriterebbero le incoerenze delle nostre politiche, di quelle dei nostri Stati ma anche dell’Unione.

La nuova Costituzione ci dà qualche nuovo motivo per sperare e solidi valori cui ispirarci: per questo, nonostante le nostre riserve che affermeremo nel dibattito che - speriamo - accompagnerà il processo di ratifica, noi ci esprimeremo in favore della sua adozione.

Questa volta con tanti “se” e tanti “ma”. I “ma” più importanti li abbiamo detti.

Restano i “se”, fondamentalmente due:

- se le politiche si adegueranno ai valori, agli obiettivi e ai diritti affermati dalla Costituzione e non viceversa;

- se la strada resta aperta a una riconsiderazione futura dell’attuale Trattato costituzionale e a una sua revisione quando un giorno - che speriamo vicino - questa Europa diventata una vera Unione politica si darà una vera Costituzione, un vero patto credibile con i suoi cittadini.

 

* presidente di Libera e del Gruppo Abele

Il testo riporta l’intervento pronunciato dall’autore nel corso del Convegno “La Costituzione per un Europa solidale”, svoltosi a Torino il 2 ottobre scorso e organizzato dall’Associazione nazionale pubbliche assistenze (Anpas). Tra i relatori erano presenti: Rinaldo Bontempi (presidente onorario Cie di Torino); Mercedes Bresso (europarlamentare); Piervirgilio Dastoli (direttore Ufficio di rappresentanza della Commissione europea in Italia); Andrea Pierucci (funzionario Commissione europea); Philippe Pochet (direttore Ose di Bruxelles); Joao Vale de Almeida (capo gabinetto del neo-presidente della Commissione europea).                                                        

 

NUOVI STATI MEMBRI E MODELLO SOCIALE EUROPEO

I nuovi Stai membri si adatteranno al modello sociale europeo e, tenuto conto del loro potenziale di manodopera e del generale elevato livello d’istruzione, potranno divenire a lungo termine i principali motori della crescita economica e del progresso sociale dell’Ue. A queste conclusioni giunge il quinto Rapporto annuale sulla situazione sociale in Europa, pubblicato il 1° ottobre scorso dalla Commissione europea, che per la prima volta prende in esame tutti i 25 Stati membri dell’Ue allargata. L’esperienza degli allargamenti precedenti, sostiene la Commissione, mostra che anche quest’ultimo ampliamento avrà effetti benefici nel lungo periodo. Secondo il Rapporto, nonostante le loro differenze i 25 Stati membri hanno in comune gli stessi valori e le stesse preoccupazioni, come l’invecchiamento demografico, la riduzione della popolazione attiva, la necessità di riforme pensionistiche e sanitarie. Sebbene abbiano generalmente una popolazione più giovane degli altri Stati membri, anche i nuovi registrano bassi tassi di fertilità, con modelli demografici che negli ultimi anni tendono a convergere verso quelli dell’Ue a 15. I livelli di vita nell’Ue sono scesi con l’allargamento: quasi una persona su 3 nell’Ue a 25 percepisce meno del 75% del reddito pro capite medio e i due terzi di queste persone vivono nei nuovi Stati membri. Tuttavia, il livello relativo di povertà è più moderato rispetto all’Ue a 15, esiste un buon grado di coesione sociale nazionale nella maggioranza di questi Paesi e molti di essi hanno realizzato regimi di protezione sociali ben sviluppati. Molti hanno attuato riforme coraggiose e difficili dei loro sistemi pensionistici e sanitari, nonostante le turbolenze economiche e politiche che hanno attraversato. Ciò, secondo il Rapporto, li ha preparati a raggiungere il processo di Lisbona e a rivestire a pieno titolo il doppio ruolo di beneficiari e di contribuenti nello sviluppo del modello sociale europeo.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social/news/2004/oct/socsit_report_fr.html

 Colombia: sindacalisti nel mirino

di Giuseppe Iuliano*

Quarantasette rappresentanti di Confederazioni sindacali di tutto il mondo (presenti per l’Italia Cisl e Cgil) hanno partecipato, insieme al segretario dell’Icftu Guy Ryder e a quello della Cmt Willy Thys, alla Conferenza “Sos per il Sindacalismo colombiano” svoltasi a Bogotà nelle scorse settimane. Da molti anni le Organizzazioni colombiane dei lavoratori sono vittime di una spietata onda di violenza, con assassinii impuniti, scomparsa di attivisti, minacce, sequestri di persona, tali da richiamare l’attenzione della comunità internazionale che ha posto la Colombia tra le priorità della Commissione per i Diritti umani dell’Onu nonché dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil).

un crimine contro l’umanità

Il sindacato cerca di costruire accordi sociali, ma viene colpito duramente in un Paese che si trascina da molti anni in una guerra civile, con due formazioni guerrigliere attive (Farc ed Eln) che hanno progressivamente perduto il loro originario carattere ideologico e si sono sempre più intrecciate con le complesse dinamiche del narcotraffico mondiale che dal Paese si origina, con i governi che si sono succeduti negli ultimi anni che non hanno saputo trovare le vie della pace né hanno saputo contenere la violenza di gruppi paramilitari, spesso oscuramente collusi con le stesse istituzioni del Paese. Sia la guerriglia (che vuole tenere alti i termini del conflitto per guadagnare sul tavolo delle possibili trattative di pace) sia i gruppi paramilitari (costante oscura al soldo di tutti gli interessati ad evitare confronti democratici) si accaniscono contro i sindacalisti, componente della società civile di cui sono conosciute le sedi e le abitazioni private dei dirigenti. 

Le cifre degli ultimi anni identificano un vero e proprio crimine contro l’umanità: 598 casi di violazione di diritti umani nel 2001, tra cui 196 omicidi di attivisti sindacali; 459 violazioni nel 2002, tra cui 184 omicidi; 617 casi nel 2003, tra cui 90 assassinii; nel 2004 continua il trend anche se si registra una diminuzione di perdite di vite umane; fonte è la banca dati dell’Escuela Nacional Sindical di Medellin.

la missione internazionale

La delegazione sindacale internazionale ha realizzato incontri con le più importanti autorità del Paese, dal Presidente della Repubblica al Fiscal General, dal Procuratore Generale al Responsabile in Colombia dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti umani, dalle associazioni imprenditoriali al sindaco di Bogotà, l’ex presidente della Cut Luis Eduardo Garzon. Il presidente Alvaro Uribe si è intrattenuto per circa due ore con i dirigenti sindacali internazionali e con i leaders delle Confederazioni colombiane, Carlos Rodriguez, presidente della Cut, Apecides Alvis, della Ctc e Julio Roberto Gomez della Cgtd.  Pur confermando i dati delle violazioni di diritti umani e riconoscendo che i gruppi sociali più colpiti sono i sindacalisti, i professori e i giornalisti, il presidente ha presentato come un merito evidente della politica del suo governo, improntata alla sicurezza nazionale, la tendenza decrescente degli omicidi registrati nel corso degli ultimi tre anni. Ha poi sottolineato come il tasso di disoccupazione, che aveva toccato un tetto di oltre il 20%, si è ora abbassato di tre punti, ha rivendicato l’aumento del salario minimo dei lavoratori dipendenti, l’aumento della percentuale dei contributi dovuti dalle imprese, la realizzazione di programmi alimentari per le popolazioni indigene. Uribe ha quindi auspicato un sindacalismo «partecipante», incassando le critiche della delegazione internazionale che, memore del “solidarismo” di matrice costarricense, ha rivendicato l’indispensabilità dell’autonomia del ruolo sindacale e la specificità democratica del confronto sociale e della contrattazione collettiva. Il presidente colombiano ha infine incassato con freddezza una composta ma determinata reazione quando ha sostenuto che tra i sindacalisti arrestati ci sono infiltrati o collusi con la guerriglia:  i dirigenti sindacali presenti hanno invitato le autorità dello Stato a vagliare attentamente le responsabilità individuali, ma hanno intimato di non associare (prassi delle istituzioni colombiane) il lavoro sociale al conflitto violento. 

la Commissione d’inchiesta

L’annuncio della convocazione della Conferenza sindacale internazionale a Bogotà ha avuto un riscontro positivo: per la prima volta la Fiscalia General ha ordinato la cattura di un sottotenente, di due ufficiali militari e di un civile che avevano partecipato all’esecuzione di tre dirigenti sindacali lo scorso 5 agosto in Arauca, ma soprattutto si è sottoscritto un accordo con le Organizzazioni sindacali per cui tutta l’inchiesta sul caso sarà gestita dall’Unità per i Diritti umani della Fiscalia e non passerà alla Giustizia penale militare. Sin dal 1998, un gruppo significativo di membri dell’Oil presentarono la richiesta della costituzione di una Commissione di inchiesta per analizzare la crisi colombiana e le accuse nei confronti del governo. Il consiglio di amministrazione dell’Oil avviò lo studio del caso e reagì inviando una “missione di contatto” nel febbraio del 2000, nel mese di giugno dello stesso anno nominò un delegato speciale per una osservazione diretta nel Paese. Nel giugno 2001 l’Oil stabilì un programma speciale di cooperazione tecnica. A fronte della perdurante situazione di violazione dei diritti umani e della sistematica violenza nei confronti dei militanti sindacali, si è quindi nuovamente sollecitata l’istituzione della Commissione d’inchiesta, ma l’opposizione del gruppo degli imprenditori e di molti governi (in un clima internazionale distratto dall’11 settembre e dai conseguenti conflitti armati che hanno visto, tra gli altri, il presidente Uribe schierarsi a fianco di Bush) non ha consentito ad oggi l’attivazione della Commissione.                                        

 

* Dipartimento Politiche Internazionali Cisl

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 236 di “ Conquiste del Lavoro”

 

FLASH

i G5 propongono impronte digitali ed espulsioni

Entro la fine del 2006 i passaporti dei cittadini europei conterranno non solo la foto ma anche i dati biometrici, cioè le impronte digitali. La proposta è stata approvata durante il Vertice informale dei ministri degli Interni dei cosiddetti “G5” europei (i 5 grandi Paesi dell’Ue), cioè Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna, riunitisi a Firenze nei giorni 16 e 17 ottobre scorsi. La proposta verrà ora sottoposta agli altri Stati membri dell’Unione, ma pare ci sia già un generale orientamento favorevole. Altra proposta su cui i G5 hanno trovato un accordo riguarda la necessità di individuare norme e principi generali comuni per decidere l’espulsione dall’Ue di persone sospette di legami con il terrorismo internazionale. A questo proposito è stato affidato a un gruppo di esperti l’incarico di definire i criteri in base ai quali decidere le espulsioni amministrative di «sospetti terroristi». I temi al centro del Vertice erano infatti la lotta al terrorismo e all’immigrazione illegale, riconosciute come le «emergenze» attuali dell’Unione europea. Nessun accordo invece sulla proposta indicata da Germania e Italia per la creazione di Centri di accoglienza e smistamento in alcuni Paesi nordafricani, luoghi dove dovrebbero essere trattenute le persone intercettate che intendono recarsi illegalmente nell’Ue. I Paesi in questione, da cui partono i maggiori flussi di migranti provenienti da tutto il continente africano, sono Libia, Tunisia, Egitto, Marocco e Algeria. La proposta italo-tedesca considera questi Centri necessari per effettuare i controlli d’identità e la verifica delle eventuali condizioni per la richiesta d’asilo prima che gli aspiranti immigrati giungano sul territorio europeo. I ministri di Spagna e Francia, invece, hanno espresso parere contrario perché ritengono questi Centri a rischio di violazioni dei diritti e delle garanzie dei singoli e poco utili per fronteggiare l’immigrazione illegale nell’Ue.

Kyoto: Commissione soddisfatta della scelta russa

La Commissione europea ha espresso grande soddisfazione per la decisione del governo della Russia di sottoporre al Parlamento russo (Duma) la proposta di ratificare il protocollo di Kyoto. Il presidente uscente della Commissione, Romano Prodi, si è complimentato per la proposta del governo. «Quando la Duma confermerà la ratifica, il protocollo di Kyoto entrerà in vigore. Si tratta di un grande successo per la lotta su scala internazionale contro i cambiamenti climatici. La Commissione sarà lieta di collaborare con la Russia nella messa in atto del protocollo» ha dichiarato Prodi che, con la Commissione uscente da lui presieduta, si erano adoperati ripetutamente per giungere a questo risultato in differenti contatti con le autorità russe negli ultimi mesi.

«Ho sempre ritenuto che la ratifica del protocollo sarebbe conforme agli interessi della Russia e del suo popolo - ha detto ancora Prodi - I cambiamenti climatici globali sono un fenomeno che la nostra generazione deve riuscire a contrastare con successo per il bene dei nostri figli e del nostro pianeta. Non abbiamo il diritto di venire meno alle nostre promesse. Il protocollo di Kyoto è la migliore arma a disposizione della comunità internazionale».

Secondo l’esecutivo dell’Ue, la scelta di Mosca rappresenta un chiaro messaggio anche per i recalcitranti Usa, Paese che ha annunciato di non voler rispettare gli impegni di Kyoto. «Sono fiducioso che gli Stati Uniti capiranno quanto è importante anche per loro» ha osservato Prodi, per il quale questo non sembra però un elemento cruciale: «noi comunque ora cominciamo» ha chiarito, sottolineando che la ratifica di Mosca «sarà sufficiente per avviare gli aspetti operativi in modo da poter cominciare a lavorare».

(Fonte: InEurop@)

Costituzione: sarebbe fatale il rifiuto di molti

«Se la Costituzione europea fosse respinta da uno Stato, vedremmo cosa si può fare. Se numerosi Stati la respingessero, sarebbe una tragedia. Una crisi mortale per il progetto di un’Europa politica». E’ quanto affermato dal presidente uscente della Commissione europea, Romano Prodi, in un’intervista rilasciata al quotidiano francese “La Croix” lo scorso 24 settembre. L’Unione europea, ha aggiunto Prodi, naturalmente continuerebbe a esistere come entità legale anche se Paesi come Gran Bretagna e Francia, che si sono impegnati a tenere un referendum sul testo costituzionale, non la approvassero. Le conseguenze politiche però, ha sottolineato Prodi «sarebbero enormi. La Costituzione è un testo eccezionale prodotto in circostanze uniche, in particolare i lavori della Convenzione. Un rifiuto segnerebbe la prima volta che un importante testo costitutivo dell’Europa fallisce».
Il presidente uscente della Commissione europea ha quindi affermato che l’Italia «da sempre la punta avanzata della politica europea, è attualmente molto nelle retrovie. Ha ceduto a forze centrifughe». Secondo Prodi, l’atteggiamento “euroscettico” italiano non è «semplicemente» dovuto alle alleanze troppo “atlantiche”: «quello non sarebbe un problema - spiega Prodi - si va ben oltre il campo militare, ben al di là dell’Iraq, dove l’Italia non è stata la sola fra gli europei a sostenere gli Stati Uniti. E’ soprattutto in materia di integrazione europea che resta nelle retrovie su numerosi punti: sociale, immigrazione, giustizia, politica economica».

(Fonte: Ansa)

l’Ue deve rilanciare l’occupazione

L’Unione europea è in ritardo sulla tabella di marcia fissata a Lisbona per quanto riguarda l’occupazione: è quanto emerge dal sedicesimo Rapporto annuale pubblicato nelle scorse settimane dall’Esecutivo dell’Ue.

La moderata ripresa del 2003, si legge nel Rapporto, non si è tradotta in un incremento dei posti di lavoro. Anche se i dati dei singoli Paesi risultano discordanti e alcuni di essi hanno superato gli Stati Uniti sul fronte occupazionale (in particolare Spagna, Irlanda, Svezia e Francia), la media europea resta inferiore rispetto agli Usa, che vantano una crescita dello 0,9% contro lo 0,2% dell’Ue. Complessivamente nel 2003 la percentuale di occupati in Europa è rimasta stabile intorno al 63%, contro l’obiettivo fissato a Lisbona di raggiungere entro il 2010 una percentuale del 70%.

L’Unione deve quindi intensificare gli sforzi per rilanciare l’impiego nel settore dei servizi e coinvolgere maggiormente le risorse inutilizzate, in particolare tra le donne e gli anziani; lo sviluppo del mercato interno dei servizi contribuirà, secondo Bruxelles, a creare posti di lavoro più qualificati e fortemente remunerati.

Il testo completo del Rapporto può essere consultato al seguente indirizzo web:

http://europa.eu.int/comm/employment_social/news/2004/sep/eie2004_en.html

(Fonte: InEurop@)

anche l’Ue revoca l’embargo alla Libia

Il 22 settembre scorso l’Unione europea ha deciso di revocare totalmente l’embargo verso la Libia, decisione poi ratificata dai 25 ministri degli Esteri dell’Ue l’11 ottobre scorso a Lussemburgo. La decisione cancella tutte le sanzioni contro la Libia imposte dalla Ue nel 1986 e anche quelle successive imposte nel 1992, in seguito all’embargo Onu. La Ue non aveva seguito le Nazioni Unite che nel 1999 decisero la sospensione delle sanzioni e nel settembre del 2003 la revoca generale. L’embargo contro la Libia riguarda armi e equipaggiamenti militari (tra cui jeep, elicotteri, aerei e altri mezzi) e anche misure economiche, come il congelamento di fondi libici all’estero e il divieto nella fornitura di beni e servizi civili legati all’industria petrolifera. Il dibattito a livello europeo era stato sollecitato dall’Italia che, nell’ambito della lotta all’immigrazione illegale, aveva chiesto la revoca dell’embargo per componenti e equipaggiamenti militari così da poter fornire alla Libia i mezzi ritenuti necessari al controllo delle frontiere.

L’Ue ha dato inoltre il via libera a una missione tecnica della Commissione europea in Libia per accertare i bisogni legati alla lotta contro l’immigrazione illegale. La missione era già stata proposta da Bruxelles nel luglio del 2003, ma allora non aveva raccolto il consenso degli Stati membri. La decisione prevede anche l’incarico alla Commissione di presentare un piano d’azione per implementare le relazioni tra Ue e Libia, alla luce della nuova situazione. Sarà poi assunta un’iniziativa per sbloccare l’ultimo grosso ostacolo nella strada della normalizzazione delle relazioni: la condanna a vita inflitta da un tribunale libico a personale parasanitario bulgaro, accusato di avere infettato col virus Hiv/Aids alcuni bambini libici, curati in un ospedale. La Commissione aveva proposto ai 25 la revoca immediata dell’embargo economico e la revoca parziale di quello militare, con un termine per l’abolizione generale delle restrizioni. Gli Stati membri hanno però optato per una decisione radicale, decidendo per la revoca immediata e totale di tutte le misure. La scelta fatta due giorni prima dagli Usa di togliere anche le ultime sanzioni verso la Libia ha probabilmente contribuito a creare un clima più favorevole anche in sede europea.

(Fonte: Ansa)

 BANDI DI GARA

 

Promozione della cittadinanza europea attiva per le organizzazioni sindacali

L’invito a presentare proposte sostiene iniziative delle organizzazioni sindacali interprofessionali, su temi specifici connessi agli obiettivi del programma per la promozione di una cittadinanza europea attiva.

Aree tematiche: impatto del nuovo trattato costituzionale proposto; comunicare ai consumatori, ai cittadini e alle principali parti in causa, ivi compresi i sindacalisti, gli obiettivi della strategia di Lisbona e le migliori prassi rilevate negli Stati membri; elaborare strumenti sindacali di istruzione e di formazione destinati a promuovere la cittadinanza europea attiva; valori e obiettivi europei e relativo rapporto con i servizi pubblici.

Ammissibilità: possono presentare proposte i sindacati interprofessionali che partecipano al dialogo sociale europeo, sia a livello nazionale che a livello di Ue.

Area geografica: queste organizzazioni devono essere basate in uno dei seguenti Paesi che partecipano al programma: i 25 Stati membri dell’Ue, a decorrere dal 1° maggio 2004; i Paesi See/Efta, conformemente alle condizioni previste nell’accordo See; la Romania e la Bulgaria, alle condizioni che saranno stabilite conformemente agli accordi europei; la Turchia, alle condizioni che saranno stabilite conformemente all’accordo quadro fra l’Ue e la Repubblica di Turchia sui principi generali per la partecipazione della Turchia ai programmi comunitari.

Istituzione: Commissione europea - DG EAC

Scadenza: 3 dicembre 2004.

Informazioni: http://europa.eu.int/comm/dgs/education_culture/activecitizenship/index_en.htm

Promozione della cittadinanza europea attiva per le organizzazioni non governative, le associazioni e le federazioni di interesse europeo

Il presente invito a presentare proposte sostiene iniziative di: organizzazioni non governative; associazioni e federazioni di interesse europeo.

Aree tematiche: promuovere e diffondere i valori e gli obiettivi dell’Unione europea; avvicinare i cittadini all’Ue e alle sue istituzioni e incoraggiarli ad avere contatti più frequenti con le istituzioni stesse; far partecipare più direttamente i cittadini alle riflessioni e ai dibattiti sulla costruzione dell’Ue; favorire le iniziative degli organismi impegnati nella promozione di una cittadinanza attiva e partecipativa.

Ammissibilità: le proposte possono essere presentate da organizzazioni non governative e da associazioni e federazioni di interesse europeo che hanno una personalità giuridica.

Area geografica: la stessa del bando precedente relativo alle organizzazioni sindacali.

Istituzione: Commissione europea - DG EAC

Scadenza: 30 novembre 2004.

Informazioni: si possono trovare all’indirizzo web segnalato nel bando precedente relativo alle organizzazioni sindacali.