Euronote 31-2004

robusta Costituzione?

Il 18 giugno scorso la Conferenza intergovernativa (Cig) ha adottato il Trattato costituzionale per l’Europa e, dunque, l’Unione europea si accinge ad avere una Costituzione. Tra non poche critiche e perplessità espresse da più parti sui contenuti del testo, si tratta comunque di un passo importante soprattutto perché condiviso dalla maggior parte dei cittadini europei, secondo quanto indicano i sondaggi effettuati.

Si apre ora un percorso che prevede la firma del documento il prossimo 29 ottobre a Roma (dove sono custoditi i Trattati europei) e quindi il processo di ratifica nei 25 Stati membri dell’Ue, che potranno scegliere tra il voto parlamentare o il referendum popolare. A favore del referendum si sono già espressi almeno 9 Stati, mentre nella maggior parte degli altri sono in corso dibattiti sulla necessità o meno di sottoporre il Trattato costituzionale al parere dei cittadini. Secondo alcuni lo strumento referendario metterebbe a rischio la ratifica della Costituzione, dati i segnali giunti dalle recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (elevato astensionismo e aumento dei consensi per le posizioni cosiddette “euroscettiche”) e le esperienze dei due referendum danesi sull’euro. Probabilmente, invece, il processo di ratifica attraverso referendum potrebbe costituire una buona occasione per coinvolgere i cittadini in un ampio dibattito sul valore di un testo costituzionale, sui suoi contenuti, sugli obiettivi interni ed esterni che l’Unione europea si pone, su diritti e doveri di cittadinanza, uscendo così dai tecnicismi e tatticismi che hanno caratterizzato la discussione in ambito di Cig. Anche perché, il testo approvato il 18 giugno scorso costituisce solo un primo passo e in futuro potrà (dovrà) essere emendato e migliorato. Ma ciò sarà possibile solo attraverso un’ampia campagna di sensibilizzazione e coinvolgimento dei cittadini, in cui tutta la cosiddetta società civile deve sentirsi fin d’ora impegnata per riportare il dibattito politico sui contenuti.

E a proposito dei contenuti del Trattato costituzionale (cui dedichiamo l’inserto di questo numero) possono essere utili alcune sintetiche considerazioni che tengono conto, in particolare, delle modifiche che il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo dei 25, dopo un anno di negoziati, ha apportato al testo redatto dalla Convenzione in 18 mesi di lavoro.

obiettivi generosi

Come è noto ormai, il Preambolo è rimasto praticamente immutato, senza un riferimento alle radici cristiane dell’Europa, anzi con l’eliminazione della citazione di Tucidide sulla democrazia, ritenuta contraria al principio di uguaglianza fra gli Stati e colpevole soltanto di ricordare che «La nostra Costituzione…si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più».

Meglio è andata al capitolo sui valori comuni dell’Unione: non ne sono stati eliminati tra quelli citati e due se ne sono aggiunti sui diritti delle minoranze e sulla parità uomo-donna. Anche la lista degli obiettivi si allunga integrando, alla domanda della Banca centrale e dei ministri finanziari, quella della stabilità dei prezzi. Integrazione questa che non migliora certo l’equilibrio del testo in favore della dimensione sociale dell’Unione.

Certo non va dimenticato, nella parte più propriamente costituzionale del Trattato, l’inserimento della Carta dei diritti fondamentali che raccoglie in un unico corpus diritti civili, politici, sociali ed economici dando loro valore vincolante. Nonostante i limiti di alcune sue parti - quella sociale in particolare - l’adozione della Carta nel Trattato costituisce un progresso importante in una stagione di diritti ignorati, calpestati o erosi. Resta da vedere quanto potrà ridurne l’effettiva esigibilità la dichiarazione voluta dal Regno Unito secondo cui «la Carta sarà interpretata dalle giurisdizioni dell’Unione e degli Stati membri prendendo debitamente in considerazione le spiegazioni date dal Presidium della Convenzione che ha elaborato la Carta». Ancora un tortuoso giro di parole che, nella mente di Blair, dovrebbe sterilizzare il più possibile la dimensione europea della Carta: dirà il futuro se prevarrà l’universalità dei diritti o il freno nazionale di un governo alla vigilia di un difficile referendum.

deboli le istituzioni sovranazionali

Ma è in materia istituzionale che il dibattito e lo scontro è stato più intenso con il risultato di non pochi passi indietro e pochi progressi rispetto al progetto della Convenzione. Senza troppo entrare nei dettagli (per i quali rimandiamo all’inserto di questo numero), sempre complicati e non proprio favorevoli a una migliore trasparenza e dimensione democratica dell’Unione, soffermiamoci su alcuni elementi essenziali.

In materia di procedure decisionali, il tema ultra-sensibile della maggioranza qualificata è stato risolto fissando la soglia per l’adozione della decisione ad almeno il 55% degli Stati membri rappresentanti almeno il 65% della popolazione dell’Unione. Questa soglia sale al 72% degli Stati membri se la proposta di decisione non è presentata dalla Commissione. Per quanto possa parere paradossale, si tratta di una radicale semplificazione del meccanismo precedente che attribuiva a ciascun Paese uno specifico potenziale di voto, non facile da definire con l’attuale (e futura) dimensione dell’Unione. Resta tuttavia un dato di fondo: nei pure non numerosi casi di voto a maggioranza (resta infatti l’unanimità per la politica estera e di difesa, la politica fiscale e sociale) il meccanismo renderà comunque difficile la presa di decisione e impedirà di progredire speditamente sulla strada dell’integrazione, in particolare di quella economica, sociale e politica.

Quanto poi al ruolo specifico di ciascuna istituzione dell’Unione viene confermato il rafforzamento del potere del Consiglio (e quindi degli Stati membri) e, più limitatamente, del Parlamento mentre si aggrava l’indebolimento della Commissione (ne è anche una testimonianza la recente designazione del suo nuovo presidente): complessivamente ancora una sostanziale vittoria di quella cultura intergovernativa che fa perno sui poteri, più immaginari che reali, delle nazioni piuttosto che scommettere sul futuro di un’Europa sopranazionale, attore ormai indispensabile sulla scena internazionale in un mondo globalizzato. Questa deriva inattuale è parzialmente temperata dalla creazione di un ministro degli Esteri dell’Unione, figura istituzionale molto singolare se si tiene conto che non esiste una vera competenza comunitaria in materia di politica estera. Resta la speranza che, contrariamente alla dottrina darwiniana, l’organo crei la funzione e che ancora una volta l’Unione riesca a sorprendere per la sua capacità di innovare secondo canoni non proprio tradizionali, come è avvenuto nel caso della moneta.

a rischio la coesione economica e sociale

Nessun passo avanti, anzi qualcuno indietro, è stato fatto in materia di governo dell’economia dove non solo è stata confermata l’esclusione di competenza dell’Unione sul fisco, ma non si è consentito alla Commissione di disporre di strumenti più efficaci per il controllo sull’equilibrio dei conti pubblici: dopo la sospensione, nei fatti, delle regole del Patto di stabilità nei confronti di Francia e Germania con l’accordo dell’Italia (decisione ora annullata dalla Corte di Giustizia europea) i governi hanno preferito premunirsi in vista di eventuali future censure. Diversamente da quanto aveva previsto il progetto proposto dalla Convenzione, la Commissione non avrà in materia un diritto di proposta ma solo di raccomandazione: significa, in parole più chiare, che non sarà necessaria l’unanimità dei governi per bloccare il potere di controllo della Commissione e già si intravedono future alleanze in favore di Paesi in odore di infrazione. E più in generale sarà utile riflettere sulle modifiche introdotte nel testo adottato dove non si dice più che «l’Unione coordina le politiche economiche e sociali» ma che «gli Stati membri coordinano le loro politiche economiche in seno all’Unione»: può sembrare un dettaglio redazionale, ma può portare lontano o, meglio, molto indietro sulla strada dell’integrazione economica e sociale. E quindi anche politica.

Nessun progresso significativo in materia sociale salvo i valori e gli obiettivi affermati nella prima parte e forse il riferimento, nell’ambito del dialogo sociale, al ruolo del Vertice sociale per la crescita e l’occupazione e l’inserimento di una “clausola sociale” che impegna l’Unione a farsi carico delle «esigenze legate alla promozione di un livello elevato di occupazione, alla garanzia di una protezione sociale adeguata, alla lotta contro l’esclusione sociale e ad un elevato livello di educazione, di formazione e di protezione della salute umana». A fronte di queste dichiarazioni, la cui traduzione in politiche è tutt’altro che automatica, si assiste a un regresso in materia di sicurezza sociale dei lavoratori migranti: un “freno d’urgenza” consente a uno Stato membro di opporsi a una decisione, nonostante in materia viga il voto a maggioranza, e imporre quindi una sospensione della procedura fino a che il conflitto venga arbitrato dal Consiglio europeo. Non sfuggirà a nessuno che si tratta di una pericolosa breccia  nel già difficoltoso voto a maggioranza e che può preludere ad altre eccezioni, come quella del cosiddetto “compromesso di Ioannina” grazie al quale è rafforzato il potere di bloccare o almeno sospendere le decisioni dell’Unione se si ritengono minacciati interessi nazionali e questo anche se non si dispone di una regolare “minoranza di blocco”.

cooperazioni rafforzate

Si tratta tuttavia di misure ambivalenti che se da una parte “frenano” il processo di integrazione, dall’altra aprono la strada a “cooperazioni rafforzate” che potrebbero consentire a un gruppo di Paesi di procedere sulla strada dell’integrazione su politiche specifiche nell’attesa di essere raggiunti, se lo vorranno, dagli altri Paesi dell’Unione. Il nuovo Trattato rende maggiormente praticabile questa procedura finora piuttosto teorica, aprendo così la strada a una difficile ma non traumatica Unione a più velocità.

A partire da queste eventuali “cooperazioni rafforzate” ma più ancora dal difficile processo di ratifica che attende questo Trattato costituzionale, si delineeranno e saranno presto visibili gli scenari futuri dell’Unione e la traiettoria sempre ostacolata ma mai arrestata dell’integrazione politica. Davanti a noi almeno due anni di verifiche sulla volontà europea dei governi e dei popoli (che potrebbero non coincidere) dell’Unione di creare un autentico spazio sopranazionale al riparo dalla costruzione di un Super-Stato che dalla sua non avrebbe né l’adesione delle sue diverse culture né la certezza dei suoi confini. La Costituzione, nella sua modestia, apre la strada a nuove invenzioni di convivenza per i popoli europei: come da cinquant’anni a questa parte, è di nuovo ora di rilanciare questa storica impresa senza dimenticare, specie nei momenti di disincanto, che l’Europa futura è prima di tutto una grande pazienza.                                            

 Ces: risultati parziali della presidenza irlandese

All’inizio del semestre di presidenza irlandese dell’Ue, nel gennaio 2004, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) aveva incontrato il primo ministro irlandese Bertie Ahern per presentargli le posizioni dei sindacati europei sulle principali tematiche europee. Come già era stato fatto con la presidenza italiana, che aveva guidato l’Ue nel secondo semestre 2003, la Ces aveva sottoposto anche alla presidenza irlandese un piano costituito da 10 punti riguardanti le richieste dei sindacati europei in materia di politiche sociali. Questo perché, secondo la Ces, «la presidenza è un periodo che consente di valutare i progressi della politica e della legislazione sociale dell’Unione europea» e, pur necessitando della cooperazione di Consiglio, Commissione e Parlamento, la presidenza dell’Ue ha «un ruolo specifico  nelle modalità di dirigere le discussioni, stabilire priorità, preparare i dossier, trattare argomenti specifici con una certa prospettiva».

Sulla base dei 10 test sociali i sindacati europei avevano dato un giudizio negativo sul semestre a presidenza italiana (vedi euronote n. 27/2004, pag. 7), valutazione che non intendeva avere un carattere politico ma esclusivamente “sociale”. Anche sulla presidenza irlandese, terminata il 30 giugno scorso, la Ces non si esprime entusiasticamente: essa «aveva una priorità principale, l’accordo sulla nuova Costituzione e non è riuscita a realizzare la maggior parte dei propri obiettivi sociali e delle aspettative dei sindacati europei».

La presidenza irlandese non è tuttavia l’unica colpevole, secondo la Ces, perché in alcuni casi l’assenza di progressi è da imputare alla Commissione europea (strutture per servizi d’interesse generale, responsabilità sociale delle imprese ecc.), in altri ai governi che hanno rimandato l’adozione di un accordo (es: lavoratori temporanei) o hanno insistito per compromessi inadeguati per la dimensione sociale dell’Ue. Un risultato è comunque stato riconosciuto dalla Ces: il potere di negoziazione, la costante pressione e il grande sforzo politico della presidenza irlandese hanno condotto all’accordo sulla nuova Costituzione europea.                                                             

 

DIECI TEST SOCIALI PER LA PRESIDENZA IRLANDESE

VALUTAZIONE

1. Convenzione/CIG: garantire un Trattato  costituzionale democratico, moderno e sociale per l’Europa.

Complessivamente positiva, ma parziale sui problemi sociali

2. Strategia di Lisbona:  promuovere un’insieme di misure d’urgenza, conformi agli obiettivi di Lisbona, per fare fronte ai problemi immediati dell’Europa e perseguire l’impegno a favore del modello «Più quantità e qualità dell’occupazione», fondato su politiche economiche, dell’occupazione e della coesione sociale.

Negativa

3. Immigrazione: sviluppare una politica europea comune d’immigrazione e d’asilo per realizzare l’integrazione e gestire i flussi migratori.

Risultato parziale

4. Revisione della direttiva CAE: recuperare il ritardo di 3 anni nella revisione legislativa.

Positiva

5. Salute e la sicurezza a lavoro: rivedere  la strategia comunitaria 2002-2006

Risultato parziale

6. Controllo delle fusioni: integrare le considerazioni su occupazione e partecipazione.

Negativa

7. Lavoro temporaneo: adottare la direttiva

Negativa

8. Tempo di lavoro: porre fine al prolungamento individuale e restringere le altre deroghe.

Negativa

9. Servizi d’interesse generale: avviare una procedura per una direttiva quadro o imporre una moratoria legislativa sulla liberalizzazione.

Negativa

10. Responsabilità sociale delle imprese (RSI): sviluppare il dibattito sulla RSI nel quadro del modello sociale europeo e riaffermare che la RSI non debba costituire un’alternativa al dialogo sociale e alla negoziazione collettiva.

Risultato parziale

 l’Unione avvia la nuova legislatura

di Franco Chittolina

 

Mentre buona parte dell’estate italiana è teatro della crisi che ha investito la Casa delle libertà dopo le elezioni del 13 giugno, in Europa va prendendo forma la nuova legislatura che porterà l’Unione alla fine del decennio, nel corso del quale nuovi Stati ci raggiungeranno e il processo di integrazione imporrà anche all’Italia scelte non facili.

Senza tuttavia aspettare gli eventi futuri, già è interessante soffermarci su quelli in corso. In questo ultimo mese almeno due importanti avvenimenti sono da segnalare: l’intervento della Corte di Giustizia sulla sospensione, avvenuta con la benedizione di Tremonti durante il semestre di presidenza italiana dell’Ue, delle regole del Patto di stabilità e la formazione in corso degli assetti del Parlamento europeo e della Commissione dopo l’esito della consultazione elettorale europea. Si tratta di due dinamiche di natura prevalentemente istituzionale, apparentemente lontane dalla nostra vita quotidiana ma le cui ricadute politiche non tarderanno a manifestarsi concretamente, in alcuni casi con effetti non trascurabili anche sui nostri portafogli.

un patto che impone rigore

Con l’intervento del 13 luglio scorso, la Corte di Giustizia europea ha semplicemente ricordato a tutti, istituzioni europee e governi nazionali, che le regole vanno rispettate. Almeno fintanto che non sono modificate, come appare sempre più opportuno in questo caso. Il Patto di stabilità e di crescita (sì, anche di crescita e sarebbe ora di farsi carico anche di questo secondo aspetto delle regole comuni!) è il risultato di una decisione unanime dei governi dell’Unione che si sono liberamente imposti il rispetto di alcuni vincoli nel governo dell’economia europea e in particolare la necessità di non superare nei conti pubblici dello Stato un deficit massimo di 3% del Prodotto interno lordo (Pil) nazionale. Nel caso che si prospettasse uno sforamento, la Commissione è obbligata a suonare un campanello d’allarme e proporre al Consiglio dei ministri di richiamare i Paesi a rischio di infrazione. Qualche mese fa la situazione d’allarme venne segnalata per Francia e Germania: con molta benevolenza e non poca leggerezza biasimata oggi dalla Corte di Giustizia, la presidenza italiana dell’Ue evitò a questi due Paesi l’umiliazione del richiamo, anche pensando a un ritorno di comprensione quando in quella situazione si fosse un giorno trovata l’Italia. Ora è chiaro - e ancora l’ha confermato qualche settimana fa il Fondo monetario internazionale - che ormai il nostro Paese è sul baratro di quello sforamento: a politica economica costante (e cioè già senza l’ulteriore costo della promessa riduzione fiscale) e finiti i benefici effimeri delle “una tantum”, nel 2005 il deficit supererà di almeno il 4% il Pil. Si annuncia così un autunno difficile: a ottobre i ministri dell’Economia dell’Ue saranno costretti a rimettere sotto esame l’Italia e questo proprio mente le Agenzie di rating comunicheranno le loro valutazioni sull’affidabilità finanziaria del nostro Paese. Quel giorno non ci sarà da stare allegri: la nostra permanenza nell’Ue a tutti gli effetti avrà un costo molto alto che registreranno anche i nostri portafogli.

nuovi Parlamento e Commissione

E mentre la Corte di Giustizia continua implacabile a imporre a tutti il rispetto delle regole presenti, altre due istituzioni - il Parlamento e la Commissione - si vanno preparando ad affrontare la nuova legislatura che elaborerà le regole dell’Unione del futuro.

Il Parlamento europeo appena insediato si presenta con una configurazione politica parzialmente nuova e alleanze, sia pure “tecniche”, relativamente vecchie. Un nuovo consistente Gruppo (88 seggi) si è formato alla confluenza di liberaldemocratici e centristi (vi siedono tra gli altri gli eletti italiani della Margherita e ne è presidente onorario Prodi), si è rafforzato il Gruppo degli anti-Unione, si sono più fortemente strutturati il Partito dei Verdi (42 seggi) e della Sinistra europea (41 seggi) mentre hanno confermato le loro posizioni i due partiti maggiori: i Popolari con 276 seggi e i Socialisti con 200 seggi. Sarà anche per quest’ultimo dato che continua nel tempo una pratica consolidata che vede spartita tra questi due partiti la presidenza del Parlamento: i primi due anni e mezzo al socialista spagnolo Borrell e la seconda parte del mandato a Poettering, tedesco del Partito Popolare. L’elemento di novità che avrebbe potuto rappresentare la candidatura del polacco Geremek è stata rimandata a tempi migliori. Magari quando questo Parlamento sarà meno ingessato e avrà fatto dal vivo l’esperienza delle nuove dinamiche che gli imporranno gli altri partiti, esclusi dal condominio popolar-socialista.

Intanto è faticosamente in corso la formazione della nuova Commissione: la designazione del portoghese Barroso alla successione di Prodi ha suscitato non poche riserve in seno al Parlamento cui spetta la ratifica della designazione proposta dal Consiglio europeo. Il suo profilo conservatore, il suo passato di alleato di Bush e Blair nella guerra in Iraq, premier alla testa di un governo sicuramente non euro-entusiasta, spesso vicino alle posizioni inglesi fanno di Barroso una figura che sarà difficilmente in grado di rafforzare il ruolo della Commissione (già in forte parabola discendente con Prodi) e di sostenere con vigore il processo di integrazione europea. E questo proprio mentre la nuova legislatura si avvia verso due anni difficili per la ratifica della Costituzione, il coinvolgimento dei nuovi Paesi membri nella vita quotidiana dell’Unione, la decisione sul futuro ingresso della Turchia e l’adozione problematica delle nuove prospettive finanziarie dell’Ue. Per Barroso molto dipenderà anche dalla squadra che riuscirà a formare attorno a sé, senza troppo subire le imposizioni dei 25 governi le cui proposte risentono spesso più di calcoli di politica interna che di visione europea. Nel caso dell’Italia, Barroso si è augurato la riconferma di Monti, cui si è impegnato ad affidare un portafoglio importante come quello della concorrenza. Coglierà il governo italiano questa immeritata opportunità o prevarranno regolamenti di conto interni? Difficile dirlo oggi: se ne riparlerà alla prossima puntata. 

PATTO DI STABILITÀ: LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA

Il 13 luglio 2004 la Corte di giustizia europea ha espresso la sentenza relativa al ricorso presentato dalla Commissione il 27 gennaio 2004 contro la decisione del Consiglio Ecofin (25 novembre 2003) di sospendere le procedure per disavanzi eccessivi nei confronti di Francia e Germania. La Corte ha considerato «ricevibile» il ricorso per la parte in cui è diretto contro le conclusioni dell’Ecofin, perché «il Consiglio non può discostarsi dalle norme stabilite dal Trattato né da quelle che esso stesso si è imposto nel regolamento n. 1467/97». Rispetto alla sospensione della procedura per disavanzo eccessivo, la Corte ha ritenuto che il Consiglio «non si è limitato a constatare una sospensione di fatto della procedura per disavanzo eccessivo derivante dall’impossibilità di adottare una decisione raccomandata dalla Commissione»; le conclusioni dell’Ecofin invece, secondo la Corte, «in quanto subordinano la sospensione al rispetto da parte degli Stati membri interessati dei propri impegni, limitano il potere del Consiglio di procedere a un’intimazione sulla base della precedente raccomandazione della Commissione, fintantoché si ritenga che gli impegni sono rispettati». Di conseguenza, dichiara la Corte, la valutazione del Consiglio ai fini di una decisione d’intimazione «non sarà più fondata sul contenuto delle raccomandazioni per la correzione del disavanzo (…), ma sugli impegni unilaterali assunti» dagli Stati interessati. Per quanto concerne poi la modifica delle raccomandazioni adottate dal Consiglio per la correzione del disavanzo eccessivo, la Corte rileva che «laddove il Consiglio abbia adottato dette raccomandazioni, non può modificarle senza un nuovo impulso da parte della Commissione, la quale dispone di un diritto d’iniziativa nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi». Con queste motivazioni, dunque, la Corte di giustizia europea ha annullato le conclusioni del Consiglio del 25 novembre 2003 riportando la situazione alla raccomandazione che chiedeva a Francia e Germania di far rientrare il loro disavanzo sotto la soglia del 3% del Pil entro il 2005. Dopo il pronunciamento della Corte, i due Paesi hanno promesso di mantenere gli impegni assunti, ma nel 2004 rischiano di sforare la soglia del 3% per il terzo anno consecutivo.

 un Libro verde sull’antidiscriminazione

Nel corso degli ultimi cinque anni sono stati compiuti enormi progressi a livello dell’Ue per sviluppare un quadro politico e giuridico contro la discriminazione e promuovere la parità di trattamento. È tuttavia importante riconoscere che ancora molto rimane da fare per garantire un’attuazione completa ed efficace nell’Ue allargata. Inoltre, è importante ricordare che la legislazione rappresenta solo uno strumento nella lotta contro la discriminazione. Per cambiare gli atteggiamenti e i comportamenti è necessario uno sforzo continuo che sostenga la legislazione con misure concrete». Con questa constatazione la Commissione europea conclude il Libro verde “Uguaglianza e non discriminazione nell’Unione europea allargata” pubblicato lo scorso 28 maggio, che mette in evidenza i diversi settori in cui sono necessari ulteriori sforzi per contrastare le varie forme di discriminazione nell’Unione, proponendo alcune azioni e chiedendo il contributo di tutti coloro che fossero interessati allo sviluppo della futura politica europea sulla non discriminazione e sulla parità di trattamento (consultare il sito web http://europa.eu.int/yourvoice/consultations/index_it.htm).

importanza delle politiche

Secondo la Commissione, nonostante la legislazione europea abbia incrementato significativamente negli ultimi anni il livello di protezione dalla discriminazione, questa continua a essere nelle sue varie forme una realtà quotidiana per milioni di persone che vivono e lavorano nell’Ue, anche perché, dopo l’adozione degli attuali strumenti per combattere la discriminazione a livello europeo, sono sorte nuove problematiche. Su tutte l’allargamento dell’Ue e, in particolare, la necessità di intensificare gli sforzi per affrontare la situazione dei rom e di altre minoranze etniche.

«La politica contro la discriminazione - sostiene la Commissione - rappresenta un aspetto importante dell’impostazione adottata dall’Ue in tema d’immigrazione, inclusione, integrazione e occupazione. Chiarendo i diritti e i doveri ed evidenziando i vantaggi che apporta la diversità in una società multiculturale, tale politica può aiutare a indirizzare un processo di cambiamento basato sul rispetto reciproco tra minoranze etniche, migranti e società ospitanti».

Per questo, il Libro verde sottolinea come la politica contro la discriminazione debba continuare a formare parte integrante della risposta data dall’Ue a diverse questioni di interesse pubblico, come il sostegno alla lotta contro ogni forma di razzismo e di xenofobia, incluse le recenti manifestazioni di antisemitismo e di islamofobia.

Un recente sondaggio d’opinione di Eurobarometro sulla “Discriminazione in Europa” ha evidenziato come la grande maggioranza dei cittadini europei continui a opporsi ad ogni forma di discriminazione, confermando quindi l’importanza dell’impegno dell’Ue a favore della non discriminazione.

le due direttive

L’adozione dell’articolo 13 nei Trattati di Amsterdam e Nizza (vedi box) ha rispecchiato la crescente consapevolezza della necessità di mettere a punto un «approccio coerente e integrato» nella lotta alla discriminazione, attraverso l’impegno e lo scambio di esperienze e buone prassi tra i diversi ambiti. Oltre a fornire una base più efficace per affrontare situazioni di discriminazione multipla, l’articolo 13 consente di adottare impostazioni giuridiche e politiche comuni in relazione ai diversi aspetti, comprese definizioni comuni del concetto di discriminazione. Pur riconoscendo le necessità specifiche dei vari gruppi, l’approccio integrato si fonda sulla premessa che la parità di trattamento e il rispetto della diversità interessano la società intera.

Sulla base di tale articolo, la Commissione europea presentò un pacchetto di proposte alla fine del 1999, che portò nel 2000 all’adozione da parte del Consiglio di due direttive innovatrici intese a garantire un’efficace tutela giuridica contro la discriminazione.

La prima direttiva, concernente l’uguaglianza razziale, vieta la discriminazione diretta e indiretta, così come le molestie e gli ordini volti a discriminare le persone a causa della razza o dell’origine etnica. Copre i settori dell’occupazione, della formazione, dell’istruzione, della sicurezza sociale, dell’assistenza sanitaria, dell’alloggio e l’accesso a beni e servizi. La seconda direttiva, riguardante la parità in ambito lavorativo, è incentrata sulla discriminazione in materia di occupazione, condizioni di lavoro e formazione professionale. Affronta la discriminazione diretta e indiretta, così come le molestie e gli ordini volti a discriminare le persone a causa della religione o delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età e delle tendenze sessuali. Contiene disposizioni importanti circa le soluzioni appropriate da prevedere per i disabili, in modo da promuoverne l’accesso all’occupazione e alla formazione.

Queste due direttive hanno innalzato significativamente il livello di tutela contro la discriminazione in Europa, portando così l’Ue ad avere uno dei quadri giuridici tra i più progrediti al mondo. Tali direttive hanno richiesto notevoli modifiche al diritto nazionale di tutti gli Stati membri, anche di quelli che già possedevano una legislazione completa contro la discriminazione, mentre alcuni Stati, durante il processo di recepimento, hanno addirittura superato gli standard minimi previsti dalla legislazione comunitaria: ad esempio, hanno vietato la discriminazione al di fuori della sfera lavorativa per motivi legati alla religione o alle convinzioni personali, agli handicap, all’età o all’orientamento sessuale. Molti Stati membri, inoltre, hanno istituito un unico quadro giuridico che, oltre alle cause contemplate dalle due direttive, investe anche la discriminazione sessuale.

allargamento dell’Ue

Secondo il Libro verde, i nuovi Stati membri hanno incontrato in genere gli stessi problemi dei “vecchi” nel recepire la legislazione comunitaria in materia di lotta alla discriminazione. L’introduzione per la prima volta di una tutela giuridica contro la discriminazione per determinate cause (handicap, tendenze sessuali e età) ha posto serie difficoltà ad alcuni nuovi Stati membri.

L’approccio agli handicap fondato sui diritti, che informa la politica comunitaria in materia di lotta alla discriminazione, è ancora un concetto relativamente nuovo per le autorità pubbliche e le organizzazioni non governative di molti dei nuovi Stati membri. Il recepimento delle disposizioni antidiscriminatorie in fatto di tendenze sessuali si è rivelato controverso in molti di questi Paesi. La discriminazione per ragioni d’età è un fenomeno attualmente poco riscontrato in molti dei Paesi in questione, ma apparentemente le misure per far fronte alla discriminazione nell’accesso all’occupazione e alla formazione richieste dalla legislazione comunitaria potrebbero rientrare in un più ampio approccio politico volto ad innalzare i tassi di partecipazione al lavoro dei lavoratori anziani: nei nuovi Stati membri i tassi di occupazione dei lavoratori anziani sono generalmente molto bassi (la media dei dieci nuovi Stati membri è solo del 30,5%) e i lavoratori anziani che hanno subito le conseguenze della ristrutturazione economica incontrano spesso difficoltà ad accedere alla formazione e a nuove opportunità di lavoro.

La Commissione sottolinea come, in assenza di un emendamento all’articolo 13 del Trattato CE, l’adozione di una legislazione comunitaria in questo settore continua a richiedere l’accordo unanime degli Stati membri in seno al Consiglio. Ciò sarà chiaramente più difficile da ottenere in un’Ue con 25 o più Stati membri: «Un ulteriore intervento legislativo in questo settore richiederà una volontà politica forte e condivisa da tutti gli Stati membri, senza che ciò precluda l’intervento a livello nazionale, per garantire che l’attuale quadro giuridico sia pienamente attuato e applicato nell’Ue allargata».

attuazione del quadro giuridico

Il Libro verde considera come sfida quella di garantire la piena ed effettiva attuazione del quadro giuridico predisposto negli ultimi anni: «Occorrerà senz’altro colmare il divario tra le disposizioni giuridiche approvate dall’Ue nel 2000, verificare lo stato d’attuazione in alcuni Stati membri e far fronte al persistere di pratiche discriminatorie. Vi sono, infatti, prove che la discriminazione razziale in particolare sia aumentata negli ultimi anni».

La Commissione europea, che dovrà rendere conto dello stato di attuazione delle direttive al Consiglio e al Parlamento nel 2005 e 2006, constata «con grande inquietudine» i ritardi nel recepimento delle direttive in numerosi Stati membri. In alcuni Paesi, si sta ancora dibattendo il progetto di legislazione o addirittura non è stato ancora presentato ufficialmente. In altri casi, la legislazione non copre ancora l’intero territorio dello Stato membro o tutti i livelli di potere pertinenti. Dove la legislazione è stata adottata, poi, spesso non recepisce completamente tutte le disposizioni delle direttive. Tutti gli Stati membri così come quelli candidati, sottolinea il Libro verde, hanno dovuto affrontare le stesse difficoltà a tale riguardo: è stato necessario introdurre nuove definizioni di discriminazione diretta e indiretta e di molestia; hanno dovuto considerare nuovi concetti giuridici, quali la condivisione dell’onere di prova nei casi di discriminazione; sono dovuti intervenire per proibire la discriminazione in settori diversi dall’occupazione, quali l’istruzione, la sicurezza sociale, l’assistenza sanitaria, l’alloggio e l’accesso a beni e servizi. Molto resta ancora da compiere per garantire la piena ed effettiva attuazione delle direttive sull’uguaglianza razziale e sulla parità in ambito lavorativo: «Ciò richiederà ulteriori interventi da parte delle autorità pubbliche per completare il processo di recepimento nel diritto nazionale, oltre a rinnovati sforzi per quanto riguarda l’opera di sensibilizzazione, la formazione e la cooperazione con la società civile». Tutto ciò senza dimenticare che «la legislazione non rappresenta l’unico strumento disponibile a livello europeo, nazionale o regionale per combattere la discriminazione. Nella pratica, la lotta alla discriminazione richiede il pieno utilizzo di un’ampia gamma di strumenti politici e finanziari, senza contare l’apporto essenziale per il coronamento di questi sforzi costituito dall’intervento collettivo delle varie parti interessate».

un primo bilancio

Il Libro verde contiene poi una prima valutazione dei risultati ottenuti con l’attuazione del programma d’azione nel corso degli ultimi tre anni.

L’approccio integrato alle cinque cause di discriminazione contenute nel programma si è rivelato un’utile base per gli scambi di esperienze e di buone pratiche, sostiene la Commissione, anche se alcune organizzazioni abituate a lavorare con particolari gruppi di destinatari hanno giudicato difficile il passaggio a questo tipo di approccio.

Una percentuale notevole delle risorse umane e finanziarie disponibili è stata destinata a progetti transnazionali, che riuniscono una serie di gruppi e di organizzazioni, anche se l’impatto reale di alcuni di questi progetti non convince del tutto la Commissione.

Un numero significativo di finanziamenti di base è stato inoltre fornito al Forum europeo della disabilità (Edf), alla Rete europea contro il razzismo (Enar), alla Piattaforma europea per le persone anziane (Age) e a Ilga-Europe (Associazione gay e lesbica internazionale) nonché a una serie di reti minori che operano nel campo della disabilità. Questi finanziamenti mirano a consentire a queste organizzazioni di lottare contro la discriminazione, di promuovere l’uguaglianza e di coinvolgere i rispettivi membri in una serie di attività. Il valore aggiunto del finanziamento europeo a queste reti sarà giudicato nel quadro della valutazione esterna del programma.

Il programma ha infine sostenuto attività di sensibilizzazione condotte a livello Ue e nazionale: «Sebbene questi sforzi abbiano iniziato a produrre risultati - si legge nel Libro verde - la necessità di promuovere cambiamenti nei comportamenti e nelle opinioni è chiaramente un processo a lungo termine. Le prossime attività di sensibilizzazione potrebbero concentrarsi in maniera più specifica su particolari gruppi destinatari e messaggi chiave. Esse dovranno inoltre prendere in considerazione l’enorme varietà dei contesti nazionali dell’Ue allargata».           

 INFORMAZIONI :
http://www.stop-discrimination.info
 

L’ARTICOLO 13

Trattato che istituisce la Comunità europea (modificato dai Trattati di Amsterdam e di Nizza):

«1. Fatte salve le altre disposizioni del presente Trattato e nell’ambito delle competenze da esso conferite alla Comunità, il Consiglio, deliberando all’unanimità su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.

2. In deroga al paragrafo 1, il Consiglio delibera secondo la procedura di cui all’articolo 251 quando adotta misure di incentivazione comunitarie, ad esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri, destinate ad appoggiare le azioni degli Stati membri volte a contribuire alla realizzazione degli obiettivi di cui al paragrafo 1».

CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI

L’impegno dell’Ue verso il principio di non discriminazione è stato ribadito dalla proclamazione, nel dicembre 2000, della Carta dei diritti fondamentali. L’articolo 20 sancisce il principio generale di uguaglianza davanti alla legge e l’articolo 21 verte sul principio di non discriminazione.

Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, articolo 21:

«1. E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.

2. Nell’ambito d’applicazione del Trattato che istituisce la Comunità europea e del Trattato sull’Unione europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi».

L’articolo 21 della Carta riprende le sei cause contemplate dall’articolo 13 del Trattato CE, oltre ad altre sette (origine sociale, caratteristiche genetiche, lingua, opinione politica o di qualsiasi altra natura, appartenenza a una minoranza nazionale, patrimonio e nascita).

Inoltre, il diritto alla non discriminazione è riconosciuto a livello internazionale dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dal Patto delle Nazioni unite sui diritti civili e politici, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale e dalla convenzione dell’Oil n. 111.

 

ANTIDISCRIMINAZIONE PER SINDACATI E DATORI DI LAVORO

A livello europeo le parti sociali hanno approvato una dichiarazione durante l’Anno europeo delle persone con handicap (2003). La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha sviluppato un progetto sulla non discriminazione, con il sostegno del programma d’azione comunitario per combattere le discriminazioni, concernente la discriminazione fondata sulla razza e la religione sul luogo di lavoro. Il progetto ha inteso esaminare la misura in cui tale questione è trattata dagli accordi collettivi nonché di fornire una panoramica del numero di persone appartenenti a minoranze religiose o razziali che partecipano al processo decisionale dei sindacati.

Per quanto concerne invece i datori di lavoro, la legislazione europea contro la discriminazione coinvolge sia quelli del settore pubblico che del privato, riguardando imprese piccole e grandi, così come i lavoratori autonomi. Oltre al rispetto dei requisiti di legge, i datori di lavoro europei favorevoli al progresso stanno iniziando a riconoscere i vantaggi della diversità. Questo va di pari passo con la più ampia agenda europea per la promozione della responsabilità sociale delle imprese. Sono state effettuate delle ricerche per conto della Commissione sui costi e sui benefici della diversità per i datori di lavoro e la Commissione ha anche cercato di riconoscere gli sforzi compiuti da alcuni datori di lavoro in questo campo nel quadro di un sistema di incentivi per le imprese. Nel novembre 2003 la Commissione europea ha pubblicato uno studio indipendente riguardante i “costi e i benefici delle politiche della diversità nelle imprese”. Lo studio, basato su un’indagine condotta con la partecipazione di oltre 200 piccole e grandi imprese, ha individuato una serie di vantaggi importanti connessi alla diversità nella forza lavoro, che comprendono la reputazione dell’azienda, il capitale umano e l’eliminazione dei costi relativi alla discriminazione e alle molestie sul luogo di lavoro. Le sfide emerse nella relazione comprendono la mancanza di consapevolezza, la resistenza ai cambiamenti organizzativi e le difficoltà connesse alla raccolta dei dati.

 

 primo Rapporto europeo su migrazioni e integrazione

Mentre si avvicina il varo di una politica europea comune su immigrazione e asilo, la Commissione ha reso nota lo scorso 16 luglio una comunicazione contenente il “Primo Rapporto annuale su migrazione e integrazione”, che cerca di fornire un quadro d’insieme su caratteristiche e tendenze del fenomeno migratorio e sulle risposte che ad esso danno gli Stati membri dell’Ue. Si tratta del primo documento di questo tipo che la Commissione realizza, su invito del Consiglio, con l’obiettivo di portare un contributo pratico e utile all’elaborazione di una politica comune.

Il Rapporto conferma l’importanza dell’immigrazione per lo sviluppo economico e sociale dell’Ue, ricordando a governi e istituzioni europee il dovere di prepararsi a nuovi flussi migratori, necessari date le tendenze demografiche della popolazione europea. A questo proposito, sottolinea la Commissione, vanno elaborate politiche di ammissione per gli immigrati economici, i quali devono potersi muovere nell’Ue in modo più coerente e trasparente di quanto avviene oggi per poter rispondere alle esigenze del mercato del lavoro europeo. «Le politiche di ammissione e di integrazione sono inseparabili - si legge nel Rapporto - e rafforzano tutte le altre». Gli Stati membri devono munirsi di strumenti per utilizzare a pieno le potenzialità e le professionalità dei lavoratori immigrati e, contemporaneamente, migliorare le politiche per un’effettiva integrazione dei “vecchi” e dei nuovi arrivati in tutti i settori della vita sociale. Le istanze dell’immigrazione devono essere presenti in tutte le più rilevanti politiche dell’Ue, sottolinea la Commissione che constata come ciò non avvenga ancora in misura adeguata e necessiti un rafforzamento. Così, si raccomanda un miglioramento del meccanismo della raccolta dei dati, al fine di favorire le comparazioni tra Stati membri, lo scambio di esperienze e buone pratiche nonché un incremento del dialogo con le organizzazioni e con le varie comunità di immigrati, condizione necessaria per una migliore coesione sociale.

Il Rapporto intende dunque dare elementi ulteriori per la definizione di principi-base comuni in materia di diritti e doveri dei cittadini immigrati al fine di giungere presto alla realizzazione di una politica comune.

quadro migratorio

Nel corso dell’ultimo decennio si sono registrati significativi cambiamenti nelle tendenze migratorie della maggior parte degli Stati membri dell’Ue: molti si sono trasformati da Paesi di emigrazione a Paesi di immigrazione e hanno dovuto affrontare consistenti flussi migratori. Il saldo migratorio è relativamente basso ma progressivamente positivo anche nella maggior parte dei nuovi Stati membri: nel 2002 solo Lettonia, Lituania e Polonia hanno registrato un tasso netto migratorio negativo. In Paesi come Germania, Grecia, Italia, Slovenia e Slovacchia, caratterizzati da un decremento demografico, l’immigrazione ha rappresentato un contributo importante per la crescita della popolazione. Nel 2002 il tasso migratorio netto annuale era del 2,8 per 1000 abitanti nell’Ue a 25, un tasso che nell’ultimo decennio è stato generalmente positivo nei 15 “vecchi” Stati membri e spesso negativo nei 10 “nuovi”. Il numero totale di cittadini di Paesi terzi che vivevano nell’Ue a 15 nel 2001 era stimato in 14,3 milioni, equivalente a una percentuale del 3,8% sulla popolazione dell’Ue, mentre non sono ancora disponibili dati certi sul totale di immigrati nell’Ue a 25 che dovrebbero comunque superare di gran lunga i 15 milioni. Tra questi, circa 9 milioni provengono da Paesi terzi mentre gli altri sono cittadini provenienti da un altro Stato dell’Ue a 25. A parte il Lussemburgo, dove gli immigrati stranieri costituiscono oltre un quarto della popolazione totale, Belgio, Germania e Austria sono i Paesi che registrano le più alte percentuali di cittadini stranieri sulla popolazione (circa il 9%). Svezia, Paesi Bassi e Danimarca sono i Paesi con il più alto tasso di acquisizione di cittadinanza da parte di immigrati stranieri, Lussemburgo e Grecia presentano invece i valori più bassi. Nel 2001 il gruppo di immigrati provenienti da Paesi terzi più numeroso nell’Ue era quello dei turchi: circa 2,4 milioni di persone, di cui 2 milioni vivevano in Germania.

Per quanto riguarda il motivo dei permessi di soggiorno rilasciati nell’Ue, nel complesso circa il 40% ha riguardato il lavoro (con punte dell’80% in Germania e Spagna) e il 30% i ricongiungimenti familiari (70% in Svezia e 50% in Belgio e Danimarca). Il Rapporto sottolinea inoltre come quelle a disposizione siano cifre non estremamente esatte, sia perché non possono calcolare i flussi di immigrazione illegale, piuttosto rilevanti nell’Ue, sia perché esistono dati solo parziali sui flussi in uscita (rientri in patria, uscita dal mercato del lavoro) e sui movimenti tra le varie tipologie di permessi di soggiorno. La Commissione ricorda poi come, con la riunificazione europea dello scorso maggio, le differenze tra immigrazione da Paesi terzi e mobilità interna si sono modificate sostanzialmente. Il mantenimento nel lungo periodo da parte di alcuni “vecchi” Stati membri delle restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori dei nuovi Stati, inoltre, potrebbe deformare il movimento dei flussi migratori interni che comunque, prevede il Rapporto, saranno di entità moderata.

ingressi

Tutti gli Stati membri prevedono canali d’ingresso per lavoratori immigrati specializzati o designati in specifici settori ma, sottolinea il Rapporto, non solo di questi lavoratori ha bisogno l’Ue: soprattutto i Paesi dell’Europa meridionale e quelli di recente immigrazione necessitano di molti lavoratori immigrati generici e a bassa specializzazione. Accordi bilaterali con i Paesi vicini all’Ue e i Paesi terzi sono senz’altro utili per rispondere alle necessità di manodopera, rileva il Rapporto, ma è illusorio pensare di governare il fenomeno migratorio mirando a politiche sempre più selettive. In un contesto generale di globalizzazione e ristrutturazioni economiche, anzi, le esperienze, le capacità personali e l’elevata adattabilità dei lavoratori immigrati alla complessità e ai cambiamenti nella vita lavorativa sono fondamentali per il mercato del lavoro. Secondo la Commissione, dunque, nel medio-periodo dovrebbe diventare normale l’adozione di politiche di ammissione a favore dei lavoratori stranieri immigrati evitando l’attuale prassi di “stop and go”.

mercato del lavoro

Tra il 1997 e il 2002, si legge nel Rapporto, il numero delle persone occupate nell’Ue a 15 è cresciuto di circa 12 milioni, oltre 2,5 milioni dei quali provenienti da Paesi terzi. Mentre la percentuale di immigrati da Paesi terzi era nel 2002 del 3,6% sul totale degli occupati, il loro contributo alla crescita dell’occupazione è stato del 22%.

Nell’ultimo decennio il tasso di disoccupazione degli immigrati provenienti da Paesi terzi è stato circa il doppio rispetto a quello dei cittadini dell’Ue nella maggior parte degli Stati membri, mentre il loro tasso di occupazione è stato molto più basso (14 punti percentuali in meno nel 2002), in particolare nella fascia dei lavoratori più giovani e tra le mansioni ad alta specializzazione. I lavoratori immigrati non solo sono concentrati in pochi settori occupazionali ma, all’interno di questi, nei segmenti a più bassa specializzazione. Negli ultimi anni il numero dei lavoratori immigrati mediamente specializzati è cresciuto del 50%, circa il doppio di quello degli altamente specializzati, il che equivale a oltre il 60% dell’incremento totale della loro occupazione. L’educazione, la cura e la salute sono emersi come i nuovi settori di occupazione soprattutto per i nuovi arrivati. Nel 2001, il tasso di occupazione dei nuovi immigrati era di circa 20 punti percentuali più basso di quello registrato tra gli immigrati arrivati nell’Ue 10 anni prima. Nei nuovi Stati membri, la grande maggioranza dei lavoratori immigrati è giunta da regioni limitrofe, come l’ex Unione Sovietica e i Balcani.

integrazione

Per quanto concerne le politiche di integrazione, pur tra approcci notevolmente differenti da Paese a Paese, il Rapporto registra come le differenze riguardino soprattutto gli immigrati di lungo termine, mentre per i nuovi arrivati (immigrati e rifugiati) presentino maggiori similitudini. Alcune politiche risultano maggiormente centralizzate, altre più decentrate, altre ancora prevedono un notevole coinvolgimento dei partner sociali e delle organizzazioni non governative. In generale, i diversi approcci e attori riflettono le diverse priorità politiche, la storia e i percorsi delle migrazioni in ogni Paese. Tuttavia, non tutti gli Stati membri sembrano dare la necessaria importanza alle misure antidiscriminatorie. Si registra un crescente ma ancora limitato coinvolgimento delle parti sociali e una scarsa valutazione degli effetti di tali politiche. Il Rapporto sottolinea la necessità di migliorare in tutti gli Stati membri la possibilità di partecipazione civica, culturale e politica degli stranieri, segnalando l’importanza delle iniziative di alcuni Stati di riconoscere agli immigrati di lunga residenza il diritto di voto alle elezioni locali.

Urgono inoltre azioni più efficaci per ridurre il rischio di povertà ed esclusione sociale tra gli immigrati, con attenzione particolare nella promozione dell’accesso a beni e servizi (soprattutto sanitari). Destano poi preoccupazione le difficoltà riscontrate dagli stranieri immigrati nell’accesso all’alloggio e il rischio derivante dalle concentrazioni in aree urbane disagiate.

La lotta contro discriminazioni e razzismo è resa particolarmente difficile nel clima socio-politico creatosi negli ultimi anni, caratterizzato da un aumento della xenofobia e dalla creazione di stereotipi negativi riguardanti gli stranieri cui hanno spesso contribuito soggetti politici e operatori della comunicazione. Alle politiche di integrazione, sostiene il Rapporto, devono essere affiancate misure per eliminare le barriere discriminatorie e razziste, generalmente riconosciute ma non sempre applicate efficacemente. Vanno estese le iniziative intraprese da alcuni Stati membri di sviluppare specifici programmi di integrazione e antidiscriminazione a favore di immigrati e rifugiati che coinvolgono autorità nazionali, regionali e locali insieme alle organizzazioni della società civile. I vari aspetti dell’immigrazione devono essere inseriti e presenti in tutte le principali politiche e in esse non devono mai essere messe in secondo piano le considerazioni di genere.      

 

INFORMAZIONI: il Rapporto integrale è disponibile sul sito web

http://www.statewatch.org/news/2004/jul/migration-com-04-508.pdf

 

ITALIA: PRATICHE E LEGISLAZIONE DA RIVEDERE

Nelle scorse settimane due fatti importanti hanno riguardato le questioni dell’immigrazione e dell’asilo in Italia, due eventi che incideranno sulla politica migratoria italiana e sul rapporto tra questa e la futura politica comune europea.

Il 15 luglio la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della legge n. 189/2002  sull’immigrazione, meglio conosciuta come “Bossi-Fini”, nella parte in cui prevede l’arresto obbligatorio in flagranza di reato per lo straniero che abbia violato l’ordine di allontanamento dall’Italia entro 5 giorni. In particolare, la Consulta ha ritenuto illegittimo che l’immigrato possa essere espulso, dopo essere comparso davanti al giudice per la convalida del provvedimento, senza contraddittorio e garanzie di difesa. La sentenza, che mina il fondamento della legge fortemente voluta dal governo Berlusconi, sancisce un principio «ancora più rilevante nel caso della tutela del diritto d’asilo, quando emerge il rischio che un comportamento arbitrario tenuto dalla pubblica amministrazione violi norme internazionali e sia causa di un rimpatrio coatto verso un Paese in cui la vita e l’integrità delle persone possono essere messe a repentaglio» commenta Francesco Schiamone, responsabile del Consorzio italiano di solidarietà (Ics). Eppure, negli stessi giorni della sentenza pronunciata dalla Corte costituzionale era in corso la controversa vicenda della “Cap Anamur”, la nave cui le autorità italiane hanno vietato per giorni l’attracco perché trasportava 37 persone soccorse in mare mentre tentavano di raggiungere le coste siciliane. La vicenda ha poi portato al fermo del capitano della nave e si è conclusa il 21 luglio con l’espulsione dei profughi perché considerati semplici immigrati illegali. Sull’intera vicenda e sul comportamento delle autorità italiane, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), l’Ics e l’Arci hanno reso noto un comunicato in cui annunciano iniziative concrete, denunce circostanziate (anche in sede penale) e ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo «in merito al “trattamento” riservato dallo Stato italiano alle 37 persone, raccolte in mare dalla nave, che sin all’inizio si sono manifestate come richiedenti asilo, tanto da avere inoltrato domanda alla Germania dopo che era stato loro rifiutato l’attracco nel porto italiano». Le tre organizzazioni esortano a denunciare in tutte le sedi «le gravissimi violazioni poste in essere dal governo italiano: è stato illegittimamente vietato per giorni alla nave di entrare in acque territoriali italiane nonostante il capitano avesse  informato l’autorità italiana di avere raccolto in mare un gruppo di naufraghi; conseguentemente è stato vietato per giorni alle 37 persone di entrare in Italia per presentare domanda d’asilo, nonostante avessero dichiarato al capitano della Cap Anamur tale intenzione; costretto dagli eventi a consentire l’attracco, il governo italiano ha, immediatamente, rinchiuso i richiedenti asilo in un centro di detenzione amministrativa ad Agrigento, impedendo loro di entrare in contatto con le associazioni di tutela e con legali e, quindi, negando innanzitutto il diritto a una completa informazione sulle corrette procedure da intraprendere per la tutela dei loro diritti». I 37 profughi, si legge nel comunicato «sono stati trattati come “semplici” clandestini», quindi respinti «nonostante la stessa legge italiana vieti tali misure nei confronti dei richiedenti asilo, e nonostante misure di tal genere siano parimenti vietate dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 e dall’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Oltre a violare le norme internazionali, conclude il comunicato, le decisioni del governo italiano contraddicono anche i principi fondamentali affermati dalla Corte costituzionale e dalla Corte di cassazione, relativamente ai diritti di difesa e di ricorso che vanno riconosciuti anche agli stranieri, «comunque presenti nel territorio nazionale».

 il programma della presidenza olandese

Conquistare la fiducia degli europei, rafforzare l’integrazione dei nuovi Stati membri, continuare il processo di allargamento, senza aver paura dell’Islam, stimolare la crescita economica, lottare efficacemente contro il terrorismo e la criminalità organizzata, avere un ruolo di primo piano, insieme alle Nazioni Unite, sui maggiori conflitti internazionali: sono questi i grandi temi sui quali la presidenza di turno olandese dell’Unione europea intende puntare nel corso del suo semestre che ha per motto “realismo e ambizione”.

L’obbiettivo primario dell’Olanda, ha detto il primo ministro Jan Peter Balkenende intervenendo il 21 luglio scorso al Parlamento europeo, è il consolidamento dell’Ue e preparare il terreno al futuro allargamento. E riferendosi alla prossima decisione sull’adesione della Turchia ha avvertito che «non bisogna guardare con paura all’Islam, non bisogna erigere barriere contro le religioni, ma contro gruppi che abusano delle religioni per trarne vantaggi». Sulla Turchia ha chiesto «una decisione onesta», che rispetti i criteri fissati a Copenaghen in particolare su stato di diritto, diritti umani e ruolo dei militari. Balkenende ha quindi affrontato il tema della ripresa economica ammettendo che quella europea «è lenta e difficile per la debolezza della struttura dell’Unione, che ha muscoli atrofizzati e usa poco la testa». Per il premier olandese occorre anche una certa flessibilità per far fronte alla concorrenza che viene soprattutto dai Paesi dell’Asia. Ha poi ricordato che oggi 400.000 ricercatori europei lavorano negli Stati Uniti: «Occorre creare un Consiglio europeo per la ricerca per rilanciare un settore vitale per l’Ue». Riferendosi alle minacce del terrorismo e della criminalità organizzata, Balkenende ha poi avvertito che in un’Europa con i confini aperti occorre più cooperazione nel campo penale e su diritto d’asilo, lotta alla clandestinità e rimpatri.

In tema di politica estera, l’attuale presidente dell’Ue ha citato tra i suoi obbiettivi il rafforzamento dei legami transatlantici e del processo di Barcellona, rivendicando un maggior ruolo dell’Ue per la stabilità del Medio Oriente e del Mediterraneo e, unitamente all’Onu, sul futuro dell’Iraq. La presidenza di turno auspica inoltre rapporti più stretti con l’Asia e maggiori aiuti all’Africa per combattere fame ed epidemie. Balkenende considera l’Europa «di fronte a un paradosso: da un lato il sogno dei suoi padri fondatori appare realizzato con un processo di allargamento che ha raggiunto risultati storici, dall’altro manca la consapevolezza della cooperazione e della solidarietà, di tutto quello che ci unisce. Occorre - ha sostenuto - non aver paura delle critiche, ma dell’indifferenza».

Il programma olandese è stato accolto dagli eurodeputati con valutazioni in generale positive. Il presidente del Partito socialista europeo (Pse) Martin Schulz ha, peraltro, chiesto interventi più decisi nei confronti degli Stati Uniti sulla ratifica del Trattato di Kyoto, sulla Corte penale internazionale e sulla situazione dei campi di detenzione di Guantanamo.

Alcuni eurodeputati  hanno ribadito la loro opposizione all’accordo con Washington sul trasferimento dei dati dei passeggeri europei che si recano negli Stati Uniti.

I Verdi, tramite Monica Frassoni co-presidente del gruppo, hanno anticipato che vigileranno sulle prospettive finanziarie, criticando la resistenza degli Stati a contribuire al bilancio dell’Ue, il programma delle grandi opere, i troppi fondi usati per sussidiare l’agricoltura. Dalla sinistra rilievi al programma olandese sono venuti, infine, soprattutto sul liberalismo economico, una strategia, ha detto il comunista francese Francis Wurtz, già fallita con il patto di Lisbona. Gli “euroscettici” hanno invece contestato soprattutto i programmi di integrazione e, sull’adesione della Turchia, hanno rilevato che Ankara non potrà mai rispondere ai “criteri di Copenaghen” in termine di libertà e valori.  

(Fonte: Ansa)

cresce l’inflazione nell’Ue

Inflazione in crescita nell’Unione europea: è quanto emerge dai dati forniti da Eurostat aggiornati al maggio scorso. Il tasso annuo è aumentato dal 2,0% registrato in aprile al 2,4% del maggio 2004 nell’Ue a 25 e dal 2,0% in aprile al 2,5% in maggio nella zona euro. Solo un anno fa, il tasso di inflazione era rispettivamente dell’1,7% nell’Ue a 25 e dell’1,8% nella zona euro.

I tassi di inflazione annua più bassi nel maggio scorso sono stati registrati in Finlandia  (-0,1%),  Lituania (1%),  Danimarca (1,1%) e Cipro (1,2%), mentre i più elevati sono stati quelli di Slovacchia (8,2%), Ungheria (7,8%), Lettonia (6,1%) e Slovenia (3,9%). Rispetto al mese precedente, cioè all’aprile 2004, il tasso di inflazione annua è aumentato in 21 Stati membri, diminuito in uno e rimasto stabile in tre.

Sui dodici mesi, dal maggio 2003 al maggio 2004, i tassi medi più deboli sono stati rilevati in Finlandia (0,7%), Lituania (-0,8%), Repubblica Ceca (1,1%), nonché in Danimarca, Germania ed Estonia (1,2% ciascuno); i più elevati, invece, sono stati osservati in Slovacchia (8,7%), Ungheria (5,8%), Slovenia (4,7%), e Lettonia (4,1%).

I principali elementi che hanno contribuito al rialzo dell’inflazione sono stati, nel maggio 2004, le bevande alcoliche e il tabacco (8,4%) e la salute (7,7%), mentre si sono rivelate più contenute le voci riguardanti le comunicazioni (-1,9%), il tempo libero e la cultura (-0,1%). I carburanti hanno avuto la più forte incidenza sul rialzo del tasso globale (0,33%), seguiti da tabacco (0,27%) e nafta da riscaldamento (0,09%), mentre le telecomunicazioni (-0,13%), l’abbigliamento (-0,09%) e le automobili (-0,08%) hanno avuto un impatto minore.

Per quanto riguarda invece i tassi mensili, i più elevati sono stati registrati per i trasporti (1,1%) e gli articoli di abbigliamento (0,5%), i più bassi per le comunicazioni (-0,4%), il tempo libero e la cultura (-0,2%). In particolare, i carburanti hanno avuto un forte impatto sul rialzo (+0,16%), così come la nafta da riscaldamento e la frutta (+0,03% ciascuno), mentre altri fattori tra cui viaggi, automobili, trasporto aereo, telecomunicazioni hanno avuto influenza minore (-0,02% ciascuno).                             

Fonte: Eurostat, maggio 2004

 Inflazione nell’Ue (%misurata in IPCH*)

 

 

Tassi annuali

Tassi medi su

12 mesi1

Tassi mensili

 

Maggio 04

Aprile 04

Marzo 04

Febbraio 04

Maggio 03

Maggio 04-03

Maggio 04

 

Maggio 03

Aprile 03

Marzo 03

Febbraio 03

Maggio 02

Maggio 03-02

Aprile 04

Belgio

2,4

1,7

1,0

1,2

0,9

1,6

0,3

Germania

2,1

1,7

1,1

0,8

0,6

1,2

0,2

Grecia

3,1

3,1

2,9

2,6

3,5

3,2

0,4

Spagna

3,4

2,7

2,2

2,2

2,7

2,7

0,6

Francia

2,8p

2,4

1,9

1,9

1,8

2,2p

0,4p

Irlanda

2,1

1,7

1,8

2,2

3,9

2,9

0,2

Italia

2,3

2,3

2,3

2,4

2,9

2,6

0,2

Lussemburgo

3,4

2,7

2,0

2,4

2,3

2,3

0,5

Paesi Bassi

1,7p

1,5

1,2

1,3

2,3

1,8p

0,2p

Austria

2,1p

1,5

1,5

1,5

0,9

1,3p

0,4p

Portogallo

2,4

2,4

2,2

2,1

3,7

2,6

0,8

Finlandia

-0,1

-0,4

-0,4

0,4

1,1

0,7

0,2

Zona euro (IPCUM2)

2,5p

2,0

1,7

1,6

1,8

2,0p

0,3p

Repubblica Ceca

2,6

2,0

2,1

2,0

-0,3

1,1

0,6

Danimarca

1,1

0,5

0,4

0,7

2,1

1,2

0,3

Estonia

3,7

1,5

0,7

0,6

0,7

1,2

1,9

Cipro

1,2

0,1

0,1

1,4

4,9

2,2

0,9

Lettonia

6,1

5,0

4,7

4,3

2,5

4,1

1,3

Lituania

1,0

-0,7

-0,9

-1,2

-0,8

-0,8

1,5

Ungheria

7,8

7,0

6,6

7,0

3,5

5,8

0,9

Malta

3,0p

3,6

0,5

0,9

2,7

1,9p

0,1p

Polonia

3,5

2,3

1,8

1,8

0,3

1,5

1,1

Slovenia

3,9

3,6

3,5

3,6

5,6

4,7

0,9

Slovacchia

8,2

7,8

7,9

8,4

7,7

8,7

0,3

Svezia

1,5

1,1

0,4

0,2

2,0

1,6

0,4

Regno Unito

1,5

1,2

1,1

1,3

1,2

1,3

0,4

UE25

2,4p

2,0

1,7

1,6

1,7

1,9p

0,4p

IPCE3

2,3p

1,8

1,5

1,5

1,7

1,8p

0,4p

UE15

2,3p

1,8

1,5

1,5

1,7

1,8p

0,3p

Islanda

2,4

1,5

1,0

1,4

1,8

1,4

0,8

Norvegia

1,0

0,4

-0,4

-1,5

1,8

0,5

0,1

EEE (IPCEEE4)

2,3p

1,8

1,5

1,5

1,7

1,8p

0,3p

 

* Indici dei prezzi al consumo armonizzato (IPCA): sono concepiti per permettere la comparazione internazionale dell’evoluzione dei prezzi al consumo. Mettono l’accento sulla qualità e la comparabilità tra gli indici dei differenti Paesi così come sui loro movimenti relativi.    p: dato provvisorio

1 Misura utilizzata per determinare la stabilità dei prezzi nei rapporti di convergenza 1998, 2000 e 2002 della Commissione al Consiglio.

2 Indice dei prezzi al consumo dell’Unione monetaria (IPCUM): espresso in euro, è utilizzato dalla Banca centrale europea  come indicatore della politica monetaria nella zona euro.

3 Indice europeo dei prezzi al consumo (IPCE):  è l’aggregato ufficiale dell’UE. Copre 15 Stati membri fino all’aprile 2004 e 25 Stati membri a partire da maggio 2004. I nuovi Stati membri sono integrati nell’IPCE a partire da maggio 2004 con una formula secondo cui il tasso di variazione annua di maggio 2004 corrisponde all’evoluzione tra maggio 2003 e aprile 2004 per i 15 vecchi Stati membri combinati all’evoluzione tra aprile 2004 e maggio 2004 per i 25 Stati membri.

4 Indice dei prezzi al consumo dello Spazio economico europeo (IPCEEE)

 

G8 di Genova tre anni dopo

Sono trascorsi tre anni dalle drammatiche giornate del luglio 2001 che caratterizzarono il G8 di Genova, culminate con l’uccisione di Carlo Giuliani il 20 luglio e la sanguinosa irruzione poliziesca alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22. Per non dimenticare quei giorni che hanno segnato uno dei punti più bassi per la tutela dei diritti nell’Europa del dopoguerra, che hanno portato morte, violenza e inammissibili abusi nelle strade e nella caserme del capoluogo ligure, riteniamo doveroso informare sullo stato attuale delle inchieste e dei processi.

due processi

Dopo l’archiviazione dei fatti di piazza Alimonia che causarono la morte di Carlo Giuliani, attualmente sono in corso due processi. Il primo riguarda i fatti di strada ed è contro 25 persone accusate di devastazione e saccheggio. L’ultima udienza prima della pausa estiva si è tenuta lo scorso 14 luglio al tribunale di Genova e ha concluso la fase di esame del materiale video prodotto dall’accusa (un dvd delle durata di 3 ore e mezza) per motivare le imputazioni contro i 25 manifestanti. La difesa deve invece confrontare il montaggio di sequenze preparato dall’accusa con le immagini originali, studiare tagli e montaggi per verificare se ci sono state manipolazioni. Un lavoro enorme a carico del Genova legal forum, per il quale si sono già mobilitati alcuni volontari ma che può essere supportato seguendo le informazioni contenute sui siti web che segnaliamo a fondo pagina. La difesa, insieme ai vari comitati spontanei nati dopo i gravi fatti del G8, sostiene infatti che il processo a carico dei 25 colpisce in realtà persone che si sono difese da cariche violente e ingiustificate da parte delle forze dell’ordine (e chi era a Genova in quei giorni non può avere molti dubbi in proposito), mettendo sotto accusa l’intero complesso e variegato movimento che manifestava contro la globalizzazione economica in atto. Mentre, sostengono i legali della difesa, una verità processuale è la mancanza di interventi delle forze dell’ordine per tutelare l’ordine pubblico (devastazioni e saccheggi non furono infatti contrastati tempestivamente e in modo adeguato). Il secondo processo si è invece aperto il 26 giugno scorso con l’udienza preliminare contro 29 poliziotti accusati di concorso in lesioni, falso ideologico e calunnia per l’irruzione alla scuola Diaz nella notte del 21 luglio 2001. Durante la prima udienza sono state depositate le costituzioni come parti civili delle vittime della “perquisizione”: molte delle 93 persone che furono percosse e arrestate e altri soggetti coinvolti nella perquisizione illegittima nella scuola Diaz-Pascoli (di fronte al dormitorio), utilizzata come centro stampa. L’udienza preliminare durerà almeno per tutta l’estate e solo alla fine il giudice deciderà se ordinare un processo contro i 29 indagati o per una parte di loro.

Al momento non si può ancora prevedere se e quando sarà aperto un terzo processo, relativo a quanto verificatosi nei giorni del G8 all’interno della caserma di Bolzaneto e, a oltre 3 anni da quei fatti, c’è il rischio che si giunga alla prescrizione.

petizione popolare

Intanto, da alcuni mesi il Comitato Verità e Giustizia per Genova, il Comitato Piazza Carlo Giuliani e l’Arci hanno promosso (ai sensi dell’art. 50 della Costituzione italiana) una petizione popolare, intitolata “Mai più come al G8”, rivolta ai presidenti di Camera e Senato affinché garantiscano interventi normativi volti a:

• Istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sulle modalità complessive della gestione dell’ordine pubblico durante il Vertice G8 di Genova e del Global Forum di Napoli (marzo 2001), ove si è assistito a una vera e propria sospensione dei diritti fondamentali (libertà di espressione, di circolazione, del diritto di difesa, e dell’integrità fisica di migliaia di manifestanti), duramente condannata da Amnesty International e dallo stesso Parlamento europeo nelle Risoluzione sui Diritti Fondamentali nell’Unione europea del 2001 e del 2003.

• Consentire l’identificazione del personale delle forze dell’ordine in servizio di ordine pubblico, stabilendo l’obbligo di utilizzare codici identificativi sulle uniformi.

• Programmare un costante aggiornamento professionale delle forze dell’ordine e attività didattiche finalizzate a promuovere i principi della nonviolenza, una coscienza civica e una deontologia professionale conformi alle loro funzioni difensive e nonviolente.

• Escludere l’utilizzo, nei servizi di ordine pubblico e comunque dalla dotazione del personale delle forze dell’ordine, di sostanze chimiche ed incapacitanti, delle quali sia accertata la dannosità e gli effetti irreversibili per la salute umana; nonché disporre una moratoria nell’utilizzo dei gas CS, fino a che non ne sia scientificamente definito il rischio per la salute dei lavoratori delle forze dell’ordine e della cittadinanza.

• Adeguare il nostro ordinamento alle convenzioni internazionali in materia di diritti umani introducendo il reato di tortura.                                                                               

 

INFORMAZIONI: www.veritagiustizia.it; www.piazzacarlogiuliani.org; www.reti-invisibili.net; www.Italy.indymedia.org

 

RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI 2004

E’ in libreria da giugno la seconda edizione del “Rapporto diritti globali 2004”, curato dall’Associazione SocietàInformazione e promosso dalla Cgil nazionale in collaborazione con il Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza (Cnca), Arci, Legambiente e Antigone. Il Rapporto fotografa lo stato dei diritti e analizza le politiche per una loro maggiore affermazione a livello locale e globale. E’ suddiviso in quattro sezioni: diritti economico-sindacali; diritti sociali; diritti umani, civili e politici; diritti globali ed ecologico-ambientali, articolate in 18 capitoli. In ogni capitolo viene analizzato e definito il punto della situazione e vengono delineate le prospettive del 2004. L’analisi e la ricerca sono corredate da ampie cronologie dei fatti, schede tematiche, dati statistici aggiornati, glossario, riferimenti bibliografici e web. Si tratta di un Rapporto unico nel suo genere, utile per arricchire la formazione e supportare l’attività quotidiana di coloro che operano nel mondo del lavoro, nell’informazione, nelle professioni sociali, nella scuola, nel volontariato e nella politica.

Rapporto diritti globali 2004, 1047 pagine, 22 euro, Casa editrice Ediesse; www.ediesseonline.it

 il lavoro come patrimonio dell’umanità

E’ in corso a Barcellona il Forum Universale delle Culture che, su iniziativa del Comune di Barcellona e con la partecipazione di Generalitat di Catalunya e del governo spagnolo, ospita da maggio e fino a settembre decine di eventi focalizzati su tre tematiche principali: la diversità culturale, la pace e lo sviluppo sostenibile.

Il Forum, a carattere mondiale, è aperto a tutti i cittadini e riunisce in sessioni tematiche, denominate Dialoghi, organizzazioni sociali, accademiche, società civile, parlamenti, governi, gruppi e organizzazioni.

In questo contesto, su proposta dell’Unione Generale dei Lavoratori di Catalogna (UGT) e delle Commissioni Operaie di Catalogna (CCOO), il comitato organizzatore del Forum ha promosso un Dialogo sulle Culture del Lavoro che si è svolto nei giorni 28 giugno - 1° luglio scorsi.

L’iniziativa sindacale, attraverso conferenze e gruppi di lavoro, ha trattato molti temi: etica del lavoro, nuove forme di lavoro, tempi di lavoro, femminilizzazione del mercato del lavoro, immigrazione e occupazione, poteri pubblici e occupazione, lavoro ed ecosistema, crescita e occupazione, lavoro dignitoso, commercio internazionale e diritti sociali, sindacato e imprese multinazionali.

Inoltre, su iniziative della Confederazione europea dei sindacati (Ces), si sono tenute due importanti iniziative: la conferenza dei rappresentati sindacali nei Comitati aziendali europei (Cae) e l’incontro dei “gruppi giovani” dei sindacati.

L’organizzazione dell’evento è stata curata da un Comitato Internazionale, presieduto da Emilio Gabaglio (ex segretario generale della Ces), di cui facevano parte la Cisl Internazionale, la Ces, le Confederazioni sindacali Ugt e CcOo, nazionali e di Catalogna, oltre all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil).

Il Dialogo sulle Culture del Lavoro si è concluso con una dichiarazione finale inviata all’Unesco (che pubblichiamo di seguito), nella quale si chiede di dichiarare il lavoro come “patrimonio dell’umanità”.

 

«All’inizio del nuovo secolo, nonostante gli straordinari progressi raggiunti nel mondo, come mai prima nella storia in campo tecnologico e scientifico e nella disponibilità di risorse materiali, la situazione riguardante il lavoro non potrebbe essere più preoccupante.

Centinaia di milioni di uomini e donne si vedono negare l’accesso a un lavoro dignitoso. La disoccupazione continua a essere presente in molti Paesi e troppo spesso le nuove forme di lavoro, lungi dal migliorarne la qualità, ne incrementano la precarietà.

Il lavoro infantile continua a essere una realtà molto estesa e quello femminile è trattato in modo discriminatorio.

A loro volta, i diritti dei lavoratori subiscono tagli di ogni tipo, sotto la pressione e il ricatto di una globalizzazione di impronta neoliberista, diventata il maggior veicolo di deregolamentazione sociale, in nome di una competitività elevata a unico criterio delle scelte economiche.

È necessario e urgente un cambiamento di rotta nelle politiche nazionali e internazionali, per iniziare un nuovo ordine economico e sociale più giusto e solidale, centrato sullo sviluppo sostenibile e sul lavoro dignitoso, con diritti per tutti e tutte.

Di fronte a questa sfida, anche il movimento sindacale deve serrare le fila, unire le forze, trovare nuova unità a livello mondiale e ricercare contemporaneamente convergenze con altri soggetti che condividono le stesse critiche alla situazione attuale e perseguono gli stessi obbiettivi futuri.

Tuttavia, questo cambiamento di rotta non avverrà se non si ristabilirà una nuova gerarchia di valori che consideri il lavoro con la priorità che ad esso spetta, come uno degli elementi più importanti dell’attività umana, e sino a quando le culture del lavoro non torneranno a permeare la vita culturale e tutti gli altri ambiti delle nostre società.

Per questo motivo occorre cambiare la visione che riduce il lavoro a una semplice variabile economica, disconoscendo il significato che assume nella vita delle persone e l’importanza come fattore di integrazione sociale e di cittadinanza.

In questo senso facciamo appello al riconoscimento del lavoro come patrimonio dell’umanità, come segnale di una nuova presa di coscienza del valore inestimabile del lavoro e della necessità di renderlo accessibile a tutti e a tutte con pienezza di diritti e di dignità».                                                                       

 Dichiarazione finale del Dialogo sulle Culture del Lavoro, Forum Universale delle Culture, Barcellona 28 giugno - 1° luglio 2004

 FLASH

 Europarlamento: Borrell nuovo presidente

Il socialista spagnolo Josep Borrell Fontelles è stato eletto lo scorso 20 luglio al primo turno presidente del nuovo Parlamento europeo. Alla votazione, cui hanno partecipato 700 deputati sui 732 eletti, Borrell ha ottenuto 388 voti, il polacco Bronislav Geremek 208, il francese Francis Wurz 51, mentre le schede bianche e nulle sono state 53. Il mandato del neoeletto presidente durerà fino alla fine del 2006. Borrell, ingegnere elettronico catalano di 57 anni e più volte ministro nel suo Paese, ha rivolto un saluto particolare ai deputati dei nuovi Stati membri dell’Ue, ricordando che la riunificazione europea mette fine a quello che lo scrittore Milan Kundera aveva definito «il sequestro di metà dell’Occidente». Felicitandosi con Borrell per la sua elezione, il presidente della Commissione europea Romano Prodi (in scadenza di mandato) ha sottolineato la necessità di un rapporto stretto e proficuo tra Commissione e Parlamento: «Insieme - ha detto Prodi - Commissione e Parlamento dovranno imprimere un nuovo slancio nella costruzione europea».

Commissione: Barroso sostituirà Prodi

Il 22 luglio scorso, due giorni dopo l’elezione del nuovo presidente del Parlamento europeo (Pe), è stato lo stesso neoeletto presidente Josep Borrell ad annunciare il nome del futuro presidente della Commissione europea che sarà designata dai capi di Stato e di governo europei il prossimo 13 settembre: si tratta del portoghese José Manuel Durao Barroso, che dal Pe ha ottenuto 413 voti favorevoli e 251 contrari (44 schede bianche e 3 nulle). Barroso, che ha dichiarato di volere almeno 8 donne nel suo esecutivo, ha annunciato che l’organico della futura Commissione sarà completato entro il 23 agosto, cioè tre giorni dopo la scadenza data ai governi dei 25 Stati membri per comunicare i loro candidati, anche se al momento quasi tutti i governi europei hanno già deciso i nomi dei loro commissari (per l’Italia sarà Rocco Bottiglione).

Il prossimo 8 settembre, poi, i nomi saranno resi noti al Comitato formato dagli ambasciatori dei 25 (Coreper) e il 13 la nuova Commissione sarà ratificata dal Consiglio dei ministri europei. A quel punto saranno definiti gli incarichi dei commissari e comincerà la procedura delle audizioni davanti alle commissioni del Parlamento europeo che dovrà dare la sua approvazione entro ottobre, così che la Commissione Barroso possa insediarsi al posto di quella Prodi il 1° novembre prossimo, come previsto, per un mandato di cinque anni.

La scelta del nuovo presidente è stata criticata dalla sinistra europea e da una minoranza dei socialisti europei, che considerano Barroso un convinto neo-liberista eccessivamente vicino alle posizioni dell’attuale amministrazione statunitense e la sua una candidatura debole perché frutto di un compromesso politico definito “al ribasso”. Dal canto suo, Barroso ha promesso che presiederà una Commissione forte e indipendente, dove chi non si dimostrerà all’altezza sarà sostituito, non ci saranno membri di prima e di seconda categoria e che le pressioni dei governi non gli impediranno di distribuire gli incarichi secondo i suoi criteri. Entro poche settimane si potrà capire che tipo di esecutivo europeo prenderà il posto della Commissione Prodi.

definito il nuovo
Fondo sociale europeo

La Commissione ha adottato il 15 luglio scorso un pacchetto di proposte destinate a razionalizzare e a rendere più mirati i finanziamenti destinati alla politica sociale e occupazionale dell’Ue. Il nuovo Fondo sociale europeo (Fse) per il periodo 2007-2013 collegherà i finanziamenti alle politiche, al fine di favorire l’occupazione e rafforzare la coesione economica e sociale nel contesto della Strategia europea per l’occupazione (Seo). Con meno ostacoli burocratici, norme più semplici e una maggiore decentralizzazione verso gli Stati membri, sarà più facile da gestire e maggiormente in grado di affrontare le nuove sfide derivanti dall’allagamento, dall’invecchiamento della popolazione e dalla globalizzazione. Il nuovo Fse sarà integrato da un nuovo programma che razionalizzerà i finanziamenti per altre azioni a sostegno della politica sociale e occupazionale della Commissione.

«Si tratta di iniziative che riguardano le sfide più impegnative affrontate dalle persone nella vita quotidiana: lavoro, povertà e discriminazione - ha affermato il commissario all’Occupazione e Affari sociali Stavros Dimas - Concentrando i nostri sforzi su queste problematiche e rafforzando la capacità dei governi nazionali a risolverle con maggiore efficacia, l’Europa può realmente fare la differenza».

Il Fse coprirà due dei tre obiettivi relativi al finanziamento della coesione nel nuovo quadro finanziario. Interverrà in importanti settori d’azione approvati dal Consiglio europeo: rafforzare la capacità di adattamento dei lavoratori e delle imprese, facilitare l’accesso al mercato del lavoro, prevenire la disoccupazione, prolungare la vita lavorativa, promuovere l’integrazione delle persone emarginate e svantaggiate, nonché combattere la discriminazione. In base alla proposta della Commissione il Fse rappresenterà il 20-25% dei finanziamenti complessivi destinati alla coesione.

Sarà promossa la parità di opportunità per donne e uomini, associata ad azioni destinate specificamente alle donne. Il buon governo e il potenziamento delle istituzioni costituiscono un’ulteriore priorità. La dimensione ambientale sarà presa in considerazione nei progetti approvati.

Nel contesto del nuovo obiettivo 1, “Convergenza - crescita e occupazione”, l’azione del Fse sarà incentrata sugli Stati membri e sulle regioni meno sviluppati (che sono aumentati in seguito all’allargamento dell’Ue). Per quanto concerne il nuovo obiettivo 2, “Competitività regionale e occupazione”, il Fse finanzierà progetti a livello nazionale in settori caratterizzati da mutamenti economici e sociali o da ristrutturazioni derivanti dalla globalizzazione negli Stati membri che non hanno diritto a finanziamenti in base all’obiettivo 1. La Commissione ha inoltre adottato una proposta relativa a un nuovo programma (Progress) che riguarderà cinque settori: occupazione, protezione e inclusione sociale, condizioni di lavoro, lotta alla discriminazione e diversità, parità di genere. Completando l’azione intrapresa dal Fondo sociale europeo, il programma finanzierà studi, campagne di sensibilizzazione, scambi di informazioni e di pratiche ottimali, attività di controllo e di valutazione, così come iniziative di collegamento in rete. Progress rafforzerà il “metodo di coordinamento aperto” per gli scambi tra Stati membri nel settore dell’occupazione e della protezione sociale. La Commissione propone di dotarlo di un bilancio di poco superiore a 600 milioni per un periodo di 7 anni. Proposte destinate a “sostenere il dialogo sociale, la libera circolazione dei lavoratori e l’analisi demografica” saranno presentate in una fase successiva.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social/news/2004/jul/com_2004_493_en.pdf

(Fonte: InEurop@)

lavoro “non dichiarato” nell’Ue

La Commissione europea ha reso noto il 2 luglio scorso uno studio contenente la prima stima sull’entità del lavoro non dichiarato negli Stati membri dell’Ue a 25. Le stime, non disponibili per alcuni Paesi, prendono in considerazione anni differenti di rilevazione e variano sensibilmente, mostrando valori minimi equivalenti a percentuali dell’1,5% del Pil in Austria e del 2% nel Regno Unito fino ai valori massimi registrati in Grecia (20%), Lettonia e Ungheria (18%). Anche per l’Italia la stima sulla percentuale di lavoro non dichiarato è molto elevata: 16-17% del Pil. Lo studio, pur basato su stime e riportando per molti Paesi valori non molto aggiornati, mostra comunque un quadro generale piuttosto preoccupante che porta la Commissione europea ad esortare tutti gli Stati membri affinché adottino iniziative per l’emersione del lavoro non dichiarato e la sua trasformazione in occupazione regolare.

Lo studio “Undeclared work in an enlarged Union” è consultabile all’indirizzo web

http://europa.eu.int/comm/employment_social/employment_analysis/work_enlarg_en.htm

 

 

Paesi

Lavoro non dichiarato

Anno

 

in % sul PIL

 

Austria

1,5%

1995

Belgio

3-4%

1995

(confermato nel ‘97 e ‘99)

Cipro

3,2%

2003

Danimarca

5,5%

2001

Estonia

8-9%

2001

Finlandia

4,2%

1992

Francia

4-6,5%

1998

Germania

6%

2001

Grecia

>20%

1998

Irlanda

n.d.

 

Italia

16-17%

1998/2001

Lettonia

18%

2000

Lituania

15-19%

2003

Lussemburgo

n.d.

 

Malta

n.d.

 

Paesi Bassi

2%

1995

Polonia

14%

2003

Portogallo

5%

1996

Regno Unito

2%

2000

Repubblica Ceca

9-10%

1998

Slovacchia

13-15%

2000

Slovenia

17%

2003

Spagna

n.d.

 

Svezia

3%

1997

Ungheria

18%

1998

 

n.d.: dato non disponibile

Fonte: Commissione europea, “Undeclared work in an enlarged Union. An analysis of undeclared work: an in-depth study of specific items”, maggio 2004.

 

 

 

appello europeo contro le esecuzioni negli Usa

L’Unione europea, insieme ad altri 23 Stati e un gruppo di premi Nobel tra cui gli ex presidenti Jimmy Carter e Mikhail Gorbaciov, ha presentato lo scorso 19 luglio un appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti per bloccare le esecuzioni di persone che abbiano compiuto omicidio quando erano minorenni. Gli Stati Uniti, infatti, sono fra i pochissimi Stati ad applicare la pena di morte per delitti commessi da minorenni, «dimostrando non solo grande ipocrisia, ma mettendo anche in pericolo i diritti di molti nel mondo», si legge nell’appello presentato in vista del parere che la Corte emetterà in autunno sulla costituzionalità di questo tipo di esecuzioni. «I Paesi che vengono tacciati dagli Stati Uniti di non rispettare i diritti umani non vedranno mai un motivo per migliorare, se gli Stati Uniti sono i primi a non rispettare gli standard fondamentali», continua l’appello firmato anche dai governi di Messico e Canada.

(Fonte: Ansa)

Patto di stabilità e governance economica

I ministri delle finanze dell’Ue decideranno a metà settembre, alla loro riunione informale che terranno in Olanda, di dotare l’Eurogruppo di un presidente stabile, con un mandato di 30 mesi anziché dei 6 consueti. Nello stesso mese la Commissione europea presenterà una comunicazione con le sue proposte per migliorare l’applicazione del Patto di stabilità e di crescita e la governance economica. La sentenza della Corte di giustizia del Lussemburgo sul ricorso della Commissione contro il congelamento delle raccomandazioni antideficit nei confronti di Germania e Francia ha spinto l’esecutivo europeo ad accelerare i tempi di presentazione delle sue proposte.
Settembre ed ottobre saranno dunque mesi importanti per capire come si risolverà il contenzioso sui poteri di indirizzo economico e di sorveglianza dei bilanci tra Commissione e governi nazionali, che ha segnato quest’ultimo anno. Quella del presidente dell’Eurogruppo (definito comunemente “Mister euro”) è una figura prevista dalla nuova Costituzione e che dovrebbe entrare in carica solo dopo la ratifica della Carta, cioè tra almeno due anni. I ministri europei stanno però valutando la possibilità di anticiparne i tempi. La Francia ha indicato Jean-Claude Juncker come il primo possibile presidente dell’Eurogruppo: dal primo gennaio 2005, infatti, il premier e ministro delle Finanze del Lussemburgo assumerà le funzioni di presidente di turno dell’Ue e continuerà a presiedere l’Eurogruppo anche nel semestre successivo, in quanto la Gran Bretagna, che assumerà nel luglio 2005 la presidenza di turno dell’Ue, non fa parte della zona euro. L’ipotesi è dunque di allungare di un altro anno e mezzo la presidenza di Juncker alla guida dell’Eurogruppo, anticipando così la Carta costituzionale.

Tra le proposte della Commissione sono previste: una maggiore attenzione al debito e alla sostenibilità delle finanze pubbliche durante il processo di sorveglianza dei bilanci, maggiori incentivi per il risanamento dei conti pubblici durante i periodi di crescita economica e più attenzione alle circostanze specifiche dei singoli Paesi membri nel momento in cui vengono definiti gli obiettivi di bilancio di medio periodo.

(Fonte: Ansa)

anche l’Ue contro il muro israeliano

«L’Unione europea chiede con forza a Israele di rimuovere il muro dai territori palestinesi». Secondo la Commissione europea e la presidenza olandese dell’Ue, infatti, l’allontanamento del tracciato del muro dalla linea dell’armistizio del 1949 è in contraddizione con le norme della legge internazionale e rappresenta un serio motivo di scontro, rendendo praticamente impossibile la soluzione di due Stati indipendenti. La posizione dell’Unione europea sulla questione del muro, che le autorità israeliane stanno facendo innalzare per separare il territorio di Israele da quello palestinese, e è stata espressa in seguito alle condanne pronunciate dalla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja e dalle Nazioni Unite nelle scorse settimane. Secondo l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea (Pesc), Javier Solana, il muro che Israele sta costruendo «rappresenta una confisca di territorio palestinese». Anche se Israele ha il diritto all’autodifesa di fronte agli attacchi terroristici, ha aggiunto Solana, «il muro non solo rappresenta una confisca del territorio palestinese e causa difficoltà umanitarie ed economiche, ma potrebbe anche mettere a rischio i futuri negoziati e influenzare negativamente una giusta soluzione politica del conflitto». L’Ue ritiene che una soluzione possa essere raggiunta solo attraverso negoziati tra le parti e, come ha osservato la Corte nella sua opinione, la “Road map” approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu rappresenta il più recente sforzo per avviare i negoziati.

La presidenza olandese dell’Ue ha ribadito che il processo politico «rappresenta l’unica strada per raggiungere una soluzione negoziata di due Stati d’intesa fra le due parti, che porterebbe a uno Stato palestinese indipendente, sovrano, contiguo e fattibile che coesista in pace con Israele all’interno di frontiere riconosciute e sicure».

Il governo israeliano si è detto «particolarmente deluso dalla posizione europea» sollevando dubbi sulla «capacità dell’Ue di dare un qualsiasi contributo costruttivo al processo diplomatico» di pace in Medio Oriente. Va però ricordato che, oltre alla Corte di Giustizia dell’Aja e alle Nazioni Unite, anche l’Alta Corte israeliana di Gerusalemme ha ordinato nelle scorse settimane al governo israeliano di ridisegnare il tracciato del muro al fine di ridurre al minimo i disagi e le sofferenze inflitte alla popolazione civile palestinese. Sentenza che il governo Sharon si è impegnato a rispettare, a differenza di quanto farà in merito all’opinione della Corte dell’Aja e alla risoluzione dell’Onu.

 

 

 

 

Pil pro capite nel 2003 in Spa1 (Ue25 = 100)

 

Lussemburgo

208

Grecia

79

Irlanda

131

Slovenia

77

Danimarca

123

Portogallo

75

Austria

121

Malta

73

Paesi Bassi

120

Repubblica Ceca

69

Regno Unito

119

Ungheria

61

Belgio

116

Slovacchia

51

Svezia

115

Estonia

48

Francia

113

Lituania

46

Finlandia

111

Polonia

46

UE15

109

Lettonia

42

Germania

108

Norvegia

149

Italia

107

Svizzera

129

Zona euro

107

Islanda

116

UE25

100

Romania

30

Spagna

95

Bulgaria

29

Cipro

83

Turchia

27

 

Oltre ai 25 Stati membri dell’Ue sono presi in considerazione i Paesi Aele (Islanda, Norvegia e Svizzera, mentre non sono disponibili i dati relativi al Liechtenstein) e i Paesi candidati (Bulgari, Romania e Turchia).

1 Standard di potere di acquisto (Spa): è una moneta artificiale che evidenzia le differenze  tra i livelli di prezzi nazionali che non considerano i tassi di cambio. Questa unità permette di fare dei paragoni significativi di indicatori economici espressi in volume tra i Paesi.

Fonte:  Eurostat, Statistiche  in  breve, Economia e finanza, giugno 2004 n. 27