aspettando la Carta

Dopo cinque mesi di interruzione, dal fallimento del Vertice a presidenza italiana del dicembre 2003, sono ripresi i lavori della Conferenza intergovernativa. L’obiettivo prefissato è di giungere ad accordi tra i 25 Stati membri dell’Ue per varare la Carta costituzionale europea nel corso del Consiglio europeo di giugno (17-18), che concluderà la presidenza di turno irlandese.

I primi segnali sono però piuttosto contrastanti. Da un lato si registra una nuova disponibilità di Spagna e Polonia, i due Paesi che avevano bloccato le trattative a dicembre. Il neo-primo ministro spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, ha incontrato nelle ultime settimane molti capi di governo europei e, pur dichiarandosi scettico sul sistema di voto in seno al Consiglio previsto dalla bozza costituzionale e chiedendo un innalzamento delle soglie (dal 50% al 55% dei Paesi e dal 60% al 66% della popolazione), si è detto disposto a negoziare nel quadro di un accordo globale che includa tutti gli aspetti della Costituzione. Di conseguenza, la Polonia non intende «diventare la piantagrane dell’Ue», come ha dichiarato il presidente Aleksander Kwasniewski, ed è dunque pronta ad accettare un compromesso. D’altro canto, però, da alcuni governi sembrano sorgere nuovi problemi, che parevano superati, per la definizione delle materie su cui decidere a maggioranza qualificata o all’unanimità, a cui si aggiungono i timori per le future ratifiche e per il referendum britannico. Insomma, la partita è tutt’altro che chiusa. Il presidente del Parlamento europeo, Pat Cox, ha ricordato che un accordo sulla Costituzione «è fondamentale» per passare «dalla fase dell’introspezione a quella dell’azione», soprattutto ora che la riunificazione europea richiede maggiore efficienza e il difficile contesto internazionale necessita di un nuovo ruolo europeo.

L’Ue allargata, intanto, rilancia la sua politica di “buon vicinato” a Est e nel Mediterraneo con una serie di Paesi che vanno dalla Russia al Marocco (vedi pag. 2), per «evitare l’emergere di nuove linee divisorie con i suoi vicini» e condividere con essi alcuni principi quali l’economia di mercato, lo sviluppo sostenibile, il rispetto per la democrazia e la lotta al terrorismo.

I limiti politici evidenziati però dall’Ue sul disastro iracheno, sulla grave situazione cecena e sul rilancio del dialogo israelo-palestinese dimostrano quanto l’iniziativa politica europea sia ancora molto debole, soprattutto in merito alle questioni più complesse.

Si attende dunque la Costituzione, nella consapevolezza che, come ha ricordato Cox nel suo discorso di fine mandato all’aula parlamentare di Strasburgo «anche le migliori disposizioni costituzionali possono rimanere lettera morta se non sono sostenute dalla volontà politica».


l’Ue allargata guarda oltre confine

La riunificazione europea del 1° maggio scorso non deve creare nuove divisioni tra l’Ue e i Paesi ad essa vicini, ma piuttosto estendere anche a loro i benefici derivanti dall’allargamento dell’Ue quali la pace, la stabilità e la prosperità. Per questo la Commissione europea, dopo aver definito i principi guida della Politica europea di prossimità lo scorso anno, ha adottato il 12 maggio scorso un Documento di strategia che spiega come estendere ai Paesi vicini i benefici dell’allargamento. «Questo allargamento ci ha avvicinato molto ai nostri vicini dell’Europa orientale e della regione mediterranea - ha affermato il commissario europeo responsabile dell’allargamento e della Politica europea di prossimità, Günter Verheugen - Oggi proponiamo di rafforzare i legami con tali Paesi partner attraverso una serie di nuove forme di cooperazione e assistenza. Vogliamo dare loro vere e proprie possibilità nell’Ue ampliata affinché anch’essi possano svilupparsi e prosperare. Avere un anello di Paesi ben governati attorno all’Ue, che offrano nuove prospettive per la democrazia e la crescita economica, è nell’interesse dell’Europa intera».

La Commissione ha inoltre adottato relazioni che valutano la situazione in alcuni Paesi interessati e toccherà ora al Consiglio elaborare le conclusioni su come portare avanti l’iniziativa.

antecedenti

Nel marzo 2003 la Commissione aveva presentato la comunicazione “Europa ampliata - Prossimità: un nuovo contesto per le relazioni con i nostri vicini orientali e meridionali”, che delinea i principi di base della Politica europea di prossimità. Nell’ottobre 2003, il Consiglio europeo aveva poi accolto con favore l’iniziativa invitando la Commissione e il Consiglio a portarla avanti.

Da allora, la Commissione ha avuto colloqui esplorativi con partner dell’Europa orientale e del Mediterraneo meridionale (Israele, Giordania, Marocco, Autorità palestinese, Tunisia e Ucraina) con i quali sono in vigore accordi di partenariato e di cooperazione o accordi di associazione. Durante i colloqui è stato confermato il loro interesse per la Politica europea di prossimità (European Neighbourhood Policy - Enp, detta anche Politica europea di vicinato) e sono stati presentati i loro pareri sulle priorità da inserire in eventuali piani d’azione in materia. In allegato alla comunicazione figurano relazioni sull’attuale situazione di tali Paesi e sulla loro cooperazione con l’Ue. L’intenzione è quella di estendere progressivamente il processo ad altri Paesi che hanno ratificato accordi di associazione, vale a dire anzitutto l’Egitto e il Libano.

principi e portata

L’obiettivo della Politica europea di prossimità è condividere con i Paesi vicini i benefici dell’allargamento, vale a dire la stabilità, la sicurezza e il benessere, in modo diverso dall’adesione all’Ue. L’Enp è volta a evitare l’emergere di nuove linee divisorie tra l’Ue ampliata e i suoi vicini e ad offrire loro la possibilità di partecipare a varie iniziative dell’Ue, attraverso una stretta cooperazione politica, di sicurezza, economica e culturale. L’Enp contribuirà inoltre ad affrontare uno degli obiettivi strategici dell’Unione europea definito dalla Strategia europea di sicurezza nel dicembre 2003, cioè costruire la sicurezza nelle vicinanze dell’Ue.

L’Enp riguarda i Paesi vicini all’Ue e in particolare quelli che si sono avvicinati ad essa in seguito all’allargamento. In Europa, si tratta di Russia, Ucraina, Bielorussia e Moldavia. L’Ue e la Russia hanno deciso di sviluppare ulteriormente il partenariato strategico mediante la creazione di “quattro spazi comuni” definiti al vertice di San Pietroburgo nel 2003. Nella regione mediterranea, l’Enp riguarda tutti i partecipanti non-Ue del partenariato euromediterraneo (detto anche “processo di Barcellona”) ad eccezione della Turchia, che porta avanti le relazioni con l’Ue in un quadro di preadesione. La Commissione raccomanda di includere nell’Enp anche Armenia, Azerbaigian e Georgia. La Strategia europea di sicurezza, adottata dal Consiglio europeo nel dicembre 2003, identifica chiaramente il Caucaso meridionale come una delle regioni in cui l’Ue deve mostrare un «interesse più forte e più attivo».

un approccio su misura

La Commissione propone un metodo per raggiungere gli obiettivi della Politica europea di prossimità, che consiste nel definire insieme ai Paesi partner una serie di priorità inserite in piani d’azione concordati, al fine di avvicinare il più possibile tali Paesi all’Unione europea.

I piani d’azione si basano su un impegno nei confronti di valori condivisi, vale a dire il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, lo Stato di diritto, il buon governo, la promozione di relazioni di buon vicinato e i principi di un’economia di mercato e dello sviluppo sostenibile, nonché nei confronti di alcuni obiettivi essenziali in materia di politica estera. Il ritmo con cui l’Ue sviluppa legami con ciascun partner rifletterà il livello di effettiva condivisione dei valori comuni. I piani d’azione conterranno numerose priorità volte a rafforzare l’impegno nei confronti di tali valori.

I piani d’azione riguarderanno inoltre numerosi altri settori essenziali:

• il dialogo politico, che riguarda questioni chiave fra cui la lotta contro il terrorismo e la proliferazione di armi di distruzione di massa nonché gli sforzi per risolvere i conflitti regionali;

• la politica di sviluppo economico e sociale, che offre ai Paesi vicini la prospettiva di inserirsi nel mercato interno dell’Ue mediante il ravvicinamento legislativo e regolamentare, la partecipazione a numerosi programmi Ue (ad es. istruzione e formazione, ricerca e innovazione) e il miglioramento dell’interconnessione e dei legami fisici con l’Ue (ad es. in materia di energia, trasporti, ambiente e società dell’informazione);

• il commercio: l’Enp prevede una maggiore apertura del mercato in base ai principi dell’Organizzazione mondiale del commercio e alla convergenza con le norme comunitarie;

• la giustizia e gli affari interni: una stretta cooperazione che comprenda questioni come la gestione delle frontiere, la migrazione, la lotta contro il terrorismo, la tratta di esseri umani, droga e armi, il crimine organizzato, il riciclaggio del denaro e i reati finanziari ed economici.

I piani d’azione saranno differenziati, cioè fatti su misura per riflettere lo stato delle relazioni con ciascun Paese, le sue necessità e capacità nonché gli interessi comuni. Saranno presentati dalla Commissione e approvati rispettivamente dal Consiglio di cooperazione o di associazione.

I piani d’azione definiranno il corso da seguire nei prossimi 3-5 anni. Il passo successivo potrebbe consistere nell’offrire un nuovo partenariato privilegiato sotto forma di Accordi europei di vicinato per sostituire l’attuale generazione di accordi bilaterali, quando saranno state raggiunte le priorità dei piani d’azione.

sostegno finanziario

Le priorità stabilite dai piani d’azione fungeranno da riferimento per il sostegno finanziario fornito dall’Ue ai Paesi interessati. L’assistenza delle fonti esistenti - principalmente i programmi Tacis e Meda - sarà completata in futuro da un nuovo strumento finanziario a partire dal 2007, lo Strumento europeo di prossimità, che si concentrerà sulla cooperazione transfrontaliera lungo la frontiera esterna dell’Ue ampliata. Per il periodo 2004-2006, il finanziamento previsto per l’Enp nell’ambito dei programmi di assistenza esterna ammonta a 255 milioni di euro. Circa 700 milioni di euro saranno forniti alle corrispondenti frontiere interne dell’Ue nell’ambito del programma Interreg. Per la prospettiva finanziaria 2007-2013, la Commissione intende proporre un notevole aumento degli importi annui da assegnare allo Strumento europeo di prossimità rispetto a quelli assegnati nel periodo 2004-2006 alla cooperazione transfrontaliera.

cooperazione regionale

La Politica europea di prossimità incoraggia inoltre fortemente la cooperazione regionale e subregionale. Sviluppando ulteriormente varie forme di cooperazione transfrontaliera, l’Ue e i suoi partner possono collaborare per garantire che le regioni beneficino dell’allargamento. A Sud, l’Enp incoraggerà inoltre i partecipanti a sfruttare tutti i benefici del partenariato euromediterraneo, in particolare attraverso la promozione di infrastrutture, interconnessioni e reti, segnatamente quelle energetiche, e per sviluppare nuove forme di cooperazione con i vicini.

prossimi passi

La Commissione sta trasmettendo la comunicazione al Consiglio e al Parlamento europeo. Sulla base delle conclusioni tratte dal Consiglio, la Commissione inizierà a lavorare per attuare la politica come risulta dal documento di strategia. Essa è disposta a concludere nei prossimi mesi, con la partecipazione della presidenza e dell’Alto rappresentante, i colloqui esplorativi con i Paesi interessati e a presentare progetti di piani d’azione.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/world/enp/index_en.htm
Fonte: InEurop@ n. 548/2004

CONFERMATA LA COOPERAZIONE TRA UE E RUSSIA

Nel corso della prima riunione del Consiglio di partenariato permanente, lo scorso 27 aprile, il primo ministro irlandese Brian Cowen e il commissario europeo per le Relazioni esterne Chris Patten, per l’Ue, e il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, per la Federazione russa, hanno firmato un protocollo all’accordo di partenariato e cooperazione (Apc) tra Ue e Federazione russa per estendere l’accordo ai 10 nuovi Stati membri dell’Unione. Hanno anche adottato una dichiarazione comune a nome dell’Ue e della Federazione russa sull’allargamento e le relazioni Ue-Russia.

Il commissario Chris Patten ha dichiarato: «L’estensione dell’Apc all’Ue allargata assicura che la Russia sarà in grado di beneficiare di tutte le opportunità di maggiore cooperazione derivanti dell’allargamento. L’allargamento dell’Ue è positivo per l’Unione e per i suoi vicini, compresa la Russia. Le condizioni per il commercio miglioreranno, offrendo un considerevole potenziale per la crescita. Ci aspettiamo che la ratifica del protocollo avvenga rapidamente da entrambe le parti».

Il protocollo all’Apc è necessario per assicurare l’applicazione di tutte le disposizioni dell’accordo tra l’Ue allargata e la Russia e sarà applicato provvisoriamente fino alla ratifica delle due parti.

L’Apc stabilisce il quadro della cooperazione bilaterale e determina le condizioni per il commercio tra l’Ue e la Russia; stabilisce le istituzioni per discutere e accordarsi su questioni bilaterali a tutti i livelli, per lo scambio di informazioni e per la risoluzione delle controversie. Anche il lavoro per sviluppare i “quattro spazi comuni”, come previsto al Vertice di San Pietroburgo del maggio 2003, verrà realizzato nell’ambito dell’Apc.

Contemporaneamente alla firma del protocollo è stata adottata una dichiarazione sull’allargamento e le relazioni Ue-Russia. La dichiarazione riconosce le opportunità offerte dall’allargamento per accrescere e intensificare la cooperazione tra Ue e Russia e conferma il modo in cui sono state e saranno trattate le questioni relative all’allargamento.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/external_relations/russia/intro/index.htm
Fonte: InEurop@ n. 538/2004


armi: pochi controlli sulle esportazioni dall’Ue

I controlli sulle esportazioni di armi dall’Unione europea allargata risultano pericolosamente inefficaci: è quanto denunciato il 14 maggio scorso dall’organizzazione Amnesty International, secondo cui occorrono regole nuove e rigorose per proteggere i diritti umani e salvaguardare la sicurezza.
Le armi, gli equipaggiamenti e le forniture di sicurezza da parte dell’Unione europea, sostiene Amnesty, stanno contribuendo al verificarsi di gravi violazioni dei diritti umani e il rischio di ulteriori abusi è enorme. I principali esportatori di armi all’interno dell’Unione europea - Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Svezia - raggiungono da soli un terzo del commercio mondiale. Con l’ingresso dei nuovi dieci Stati membri, all’interno dell’Unione europea si trovano ora 440 aziende produttrici di armi leggere in 23 Paesi, quasi quante operano negli Stati Uniti d’America.
Nel Rapporto intitolato “La minaccia alla sicurezza globale: le esportazioni di armi dell’Unione europea”, Amnesty International mette in luce le gravi carenze presenti nei meccanismi di controllo, con particolare riferimento al Codice di condotta sulle esportazioni di armi del 1998.

Il Rapporto chiede un rafforzamento e un allargamento del Codice, onde impedire l’irresponsabile esportazione di armi in surplus, componenti ed equipaggiamenti di sicurezza usati per la repressione, la produzione di materiali affidata su licenza a Paesi terzi, l’intermediazione e il trasporto di armi.

«All’Unione europea allargata si presenta oggi una nuova occasione per diventare un sostenitore più coerente ed efficace di un cambio positivo di direzione - dichiarano i responsabili dell’organizzazione internazionale per i diritti umani - Ma, prima di guardare all’esterno, occorre mettere ordine in casa propria».

le denunce

Il Rapporto di Amnesty identifica una serie di importanti carenze, omissioni e scappatoie negli attuali controlli sulle esportazioni di armi dell’Unione europea, tra cui:
• Italia: il coinvolgimento della Fiat Iveco nella produzione di veicoli usati come camere mobili di esecuzione in Cina.

• Gran Bretagna: nonostante l’embargo europeo sulle armi destinate alla Cina, l’esportazione verso questo Paese di componenti dei motori di aerei militari.
• Olanda: il mancato controllo dell’ampio “commercio in transito”, che consente ad esempio l’esportazione di veicoli corazzati verso Israele, nonostante questi siano usati contro la popolazione civile.

• Polonia e Repubblica Ceca: il trasferimento di armi in surplus verso Paesi, tra cui lo Yemen, che notoriamente le inoltrano alla effettiva destinazione finale.

• Spagna: l’annuncio della fornitura alla Colombia di equipaggiamento e addestramento militare, nonché di sistemi di sorveglianza satellitare, nonostante le responsabilità del governo colombiano nella sempre più disastrosa situazione dei diritti umani.

• Germania: la fornitura al Turkmenistan di materiali per la sorveglianza, nonostante sia noto che le autorità di questo Paese se ne servono a scopo di repressione politica.

• Francia: il trasferimento in Nepal di elicotteri e componenti vari, prodotti sotto licenza in India, materiali utilizzati dall’esercito nepalese per colpire e uccidere i civili.

le richieste

L’Unione europea si è impegnata, quest’anno, a riesaminare completamente il Codice di condotta sulle esportazioni di armi. Il processo di revisione si è concluso il 14 maggio scorso con una riunione del Coarm, il Comitato sul controllo delle armi.
Amnesty International teme che la revisione non sarà sufficientemente ampia per correggere le lacune che oggi sono causa di abusi dei diritti umani. L’organizzazione chiede all’Unione europea di promuovere l’adozione di un Trattato mondiale, legalmente vincolante, sul commercio delle armi per rafforzare un rinnovato e più efficace Codice di condotta europeo.

la rete italiana ControllArmi

La stessa Amnesty International fa parte di un vasto cartello di organizzazioni, gruppi e associazioni che recentemente hanno dato vita alla Rete italiana per il disarmo “ControllArmi”. Nei mesi scorsi, durante il percorso di mobilitazione della Campagna in difesa della legge n. 185/90 (la legge che in Italia controlla la produzione e la vendita di armamenti) si era resa sempre più evidente la necessità di un contatto continuo fra le organizzazioni che si occupano di monitorare la produzione di armi e di approfondire le tematiche relative al mondo degli armamenti e delle guerre. «E’ stato perciò naturale cominciare ad ipotizzare un “luogo” nel quale si potessero mettere in rete tutte le risorse e le competenze già presenti, e dal quale si potessero coordinare e rendere più forti le azioni dirette ad un rafforzamento dell’idea di disarmo» spiegano i promotori dell’iniziativa, per i quali l’intento è di riproporre all’attenzione dell’opinione pubblica e dalla politica il tema del controllo degli armamenti e del disarmo, agendo sia sul piano dello studio e della ricerca sia su quello della mobilitazione.

«Ci è parso che fosse importante rilanciare questa iniziativa perché buoni frutti potranno nascere solo se ControllArmi diventerà un cammino condiviso dal “popolo delle bandiere della pace”, che deve essere sostenuto da esperienze e aiuti forti di cui ormai è ricca la società civile italiana - si legge nel comunicato di presentazione della Rete per il disarmo - Perché la pace non si potrà costruire senza limitare la diffusione degli strumenti di morte e continuando a investire in armi ed eserciti 800 miliardi di dollari all’anno, soldi che potrebbero essere dedicati allo sviluppo, alla protezione dei diritti, all’aiuto delle fasce più povere della popolazione mondiale».

E’ possibile contribuire alle attività di ControllArmi in vari modi:

• aderendo alla Rete con la propria associazione o gruppo, mettendo a disposizione competenze ed energie (di studio, di mobilitazione) possedute su questo tema;

• divenendo sostenitori di ControllArmi, sopratutto con la diffusione di materiale e di iniziative che partiranno nell’ambito delle varie campagne che la Rete stimolerà e organizzerà;

• contribuendo alle spese di coordinamento e di produzione dei materiali mediante una donazione;

• dando voce a tutte le iniziative (piccole o grandi, di ControllArmi o di altri soggetti) che mirano a uscire da logiche di guerra per costruire la pace.

INFORMAZIONI: www.amnesty.it; www.disarmo.org

Gli organismi promotori di ControllArmi sono: Acli, Amnesty International, Archivio Disarmo, Arci, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione per la Pace, Attac, Beati i costruttori di Pace, Campagna Italiana Contro le Mine, Campagna di Obiezione alle Spese Militari, Centro Studi Difesa Civile, Coordinamento Comasco per la Pace, Emergency, FIM-Cisl, FIOM-Cgil, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Gruppo Abele, ICS, ISPRI, Libera, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento Nonviolento, OPAL, OSCAR, Pax Christi, PeaceLink, Rete di Lilliput, Rete Radiè Resch, Un ponte per...

Su temi e campagne specifici verrà garantita la collaborazione dei Forum Bastaguerra e del movimento delle Donne in Nero.

UN ACCORDO PER RIDURRE LE ARMI LEGGERE IN AFRICA

I ministri degli Esteri di undici Paesi africani hanno firmato, alla fine dell’aprile scorso a Nairobi, un protocollo d’intesa per ridurre la circolazione delle armi leggere in Africa. Il Protocollo di Nairobi su prevenzione, controllo e riduzione delle armi leggere e di piccolo calibro è stato sottoscritto dai seguenti Paesi del Corno d’Africa e della regione dei Grandi Laghi: Burundi, Ruanda, Uganda, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Tanzania, Gibuti, Eritrea e Seychelles. In base a questo accordo, i governi devono necessariamente risolvere i conflitti interni che attraggono i flussi di armi leggere in Africa centrale e orientale. Il protocollo impone ai governi di mettere al bando la fabbricazione illegale, il traffico, il possesso e l’abuso delle armi leggere e di piccolo calibro.

Il ministro degli Esteri del Kenya, Kalonzo Musyoka, durante la conferenza stampa di presentazione dell’accordo ha spiegato che «la principale caratteristica dei conflitti in atto è la presenza di armi leggere e di piccolo calibro, facilmente reperibili sia legalmente che illegalmente, e che diffondono morte e sofferenza».

Numerose organizzazioni non governative avvertono però che le leggi possono essere efficaci solo se ugualmente restrittive in tutti i Paesi. Il Rapporto 2004 pubblicato da SaferAfrica e Saferworld, due gruppi civili pan-africani, afferma: «La legislazione deve essere specifica per ogni Paese, ma la natura transnazionale del traffico di armi leggere richiede la collaborazione tra i Paesi, soprattutto su aspetti del controllo legale delle armi». Se i Paesi non avranno leggi uniformi, il traffico di armi non farà altro che spostare tutte le sue attività negli Stati più permissivi. «Il controllo sul traffico di armi e sulle attività illecite che spesso lo accompagnano, non può avere punti deboli. Queste attività potrebbero oltrepassare i confini nazionali e diffondersi nella subregione», continua il Rapporto.

La Somalia, che non è tra i Paesi firmatari del protocollo, ne è un esempio. Dalla caduta del governo di Siad Barre, 14 anni fa, il Paese è sconvolto da guerre civili e ancora non ha un governo centrale. Sarebbero 60.000 le armi contrabbandate illegalmente in Kenya e usate nei combattimenti tra le diverse fazioni somale, cifre confermate anche dall’AfricaPeace Forum e dal Security Research Information Centre di Nairobi. «La Somalia deve disarmarsi completamente. Le armi sono vendute in strada e spesso gli acquirenti sono i “signori della guerra”, persone senza scrupoli. Sotto i colpi di queste armi continuano a morire donne e bambini - ha dichiarato all’Inter Press Service (Ips) Asha Abdi, esponente politico a Nairobi - La comunità internazionale e i Paesi confinanti con la Somalia dovrebbero preoccuparsi di quello che sta avvenendo. Bisogna far capire alle fazioni in lotta che è importante mettere da parte gli interessi personali e riunire la propria gente, per portare finalmente la pace nel continente africano».

Secondo i dati 2003 del progetto di ricerca Small Arms Survey di Ginevra, sarebbero circa 30 milioni le armi di piccolo calibro nell’Africa sub-Sahariana.

Nel 2001, le Nazioni Unite hanno adottato un “Programma di azione per prevenire, combattere ed eliminare il commercio illegale di armi leggere e di piccolo calibro”. Oyugi Onono, funzionario del segretariato Onu di Nairobi per le armi di piccolo calibro nella regione dei Grandi Laghi e nel Corno d’Africa, ha dichiarato che tutti i Paesi presenti al Vertice di Nairobi hanno sottoscritto questo programma.
«Se tutti i Paesi, in particolare quelli delle regioni più deboli, aderiscono al programma delle Nazioni Unite e applicano il protocollo di Nairobi - ha detto all’Ips il coordinatore presso il centro dell’Onu per la pace e il disarmo in Africa, Koffi Koffison - riusciremo senza alcun dubbio a tenere sotto controllo la proliferazione di armi nella regione».

Fonti: Inter Press Service; Unimondo


orari di lavoro tra i fattori di rischio

La Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro ha realizzato la terza inchiesta europea sulle condizioni di lavoro nell’Unione europea, che mette in evidenza la persistenza di rischi e condizioni di lavoro pericolose per la salute. Lo studio fornisce numerose informazioni sull’organizzazione del tempo di lavoro e ha permesso di esplorare i legami che esistono tra organizzazioni degli orari, durata del tempo di lavoro e rischi per la salute dei lavoratori dell’Ue. Tale studio ha consentito la realizzazione di due Rapporti le cui conclusioni sono riassunte di seguito.

orari ridotti e disparità

Tra il 1995 e il 2000, la durata media del lavoro dell’insieme dei lavoratori europei è diminuita di circa un’ora settimanale. Questo abbassamento è frutto della ridottapercentuale di lavoratori con orario superiore a 40 ore settimanali e all’incremento di coloro che lavorano meno di 29 ore. Nel 2000, la durata media settimanale di lavoro dei lavoratorieuropei era di 36,40 ore, quota che raggiungeva le 39,55 ore per i lavoratori a tempo pieno. I valori medi nascondono però una forte differenziazione: il 17% dei lavoratori ha un tempo di lavoro inferiore o uguale alle 29 ore settimanali, mentre il 14% lavora almeno 45 ore.

Nonostante il relativo rafforzamento delle tipologie di orario e la concentrazione attornoalle 40 ore, la durata del tempo di lavoro effettuato nel 2000 rimane contrassegnata dauna forte dispersione. Persistono le disparità tra i Paesi dell’Ue. In Belgio, Danimarca, Grecia, Francia e Paesi Bassi, la durata media del lavoro è sensibilmente inferiore alle 40 ore per i lavoratori a tempo pieno. Al contrario, in Spagna, Irlanda, Portogallo, Finlandia, eRegno Unito, la durata del lavoro si mantiene al di sopra delle 40 ore.

Le differenze tra categorie socio-professionali sono piuttosto marcate. I quadri dirigenti si distinguono per una durata del lavoro nettamente al di sopra della media. Tra le altre categorie, gli operai hanno durate del lavoro più elevate, leggermente superiori alle 40 ore, mentre gli impiegati, le professioni intermedie e i quadri nondirigenti beneficiano di durate inferiori alla media.

I lavoratori anziani non beneficiano di tempi di lavoro più “leggeri” dei giovani, qualunque sia l’indicatore considerato: durata media o ripartizione per tipologie di orario. La durata del tempo di lavoro delle donne è inferiore a quella degli uominianche non considerando l’incidenza del tempo parziale, qualunque sia la categoria professionale o il Paese.

Gli orari più elevati, 45 ore e più, riguardano maggiormente uomini, quadri dirigenti, imprese private e alcuni settori quali industria, costruzioni, turismo e ristorazione, trasporti.

orari atipici diffusi

Gli orari cosiddetti “atipici” riguardano una larga fascia di lavoratori: il 22% dichiara di lavorare in orario a turni, un terzo su due postazioni alterne e un terzo su un’alternanza di tre postazioni o più. Il 19% dei lavoratori lavora almeno una notte al mese, il 47% almeno un sabato al mese e il 24% almeno una domenica.

Le differenti tipologie di orari irregolari sono sparse: il 37% non lavora lo stesso numero di ore ogni giorno, il 22% non lavora lo stesso numero di giorni ogni settimana e il 24% vedeil proprio orario cambiare durante il mese.

Tra il 1995 e il 2000 il lavoro nel fine settimana è leggermente diminuito, mentre è aumentato il lavoro occasionale notturno. Il cambiamento più significativo riguarda l’aumento del lavoro a turnazione alterna. La percentuale dei lavoratori in orari a turnialternati è passata dal 15% al 17%.

I differenti orari atipici non sono distribuiti in misura eguale per genere, età e categorie socio-professionali. Globalmente, le donne sono meno interessate degli uomini, soprattutto per il lavoro notturno (il 12% contro il 24%). Lo stesso dicasi per il lavoro alternato su tre o più postazioni e per le giornate lunghe. In compenso, gli scarti sono minimiper le forme atipiche delterziario: orari irregolari e lavoro nelfine settimana.

Con l’età gli orari atipici tendono a diminuire, in particolare quelli industriali: lavoro notturno e lavoro a turno. Certi orari atipici riguardano più particolarmente alcune categorie professionali piuttosto che altre: gli orari notturni e a turni toccano principalmente gli operai dell’industria; le giornate di lavoro prolungate e gli orari irregolari i quadri; il lavoro di fine settimana e le variazioni di orari gli impiegati dei servizi e del commercio.

costrittività dei ritmi

Il ritmo di lavoro è sottoposto a differenti livelli di costrittività raggruppabili in due categorie. Quelle industriali sono legate alla volontà di regolare l’attività produttiva: modalità di produzione, velocità di automazione, velocità di movimentazione delle merci. Quelle del settore commerciale, invece, derivano dalla preoccupazione di adeguarsi globalmente alla domanda dei clienti.

I ritmi industriali generano una pressione forte e poco flessibile, ma relativamentestabile e prevedibile. Per gestirli, possono essere implementate strategie, individuali e collettive, di economia, di sforzi e/o di tempo. I ritmi commerciali sono al confronto più flessibili ma meno prevedibili. L’operatore può in questo caso fare ricorso a strategie avveniristiche e di preparazione, approfittando dei “tempi morti” per non essere preso alla sprovvista quando arrivano i “tempi forti”.

In un ramo di attività o in una data professione, l’uno o l’altro di questi modelli organizzativi sonogeneralmente dominanti. Così, la fabbricazione di materiali di trasporto, il tessile-abbigliamento, il settore carta-legno o la chimica sono caratterizzate da costrittività industriali elevate, mentre le istituzioni finanziarie o la salute e l’azione sociale sono caratterizzate al contrario da una forte pressione della domanda.

Gli operai dell’industria, e in misura inferiore gli operai dell’artigianato, sono sottopostia costrittività industriali elevate mentre i quadri dirigenti sono costretti alle forti pressioni della domanda che conduce particolarmente a interruzioni frequenti e impreviste.

Tra il 1995 e il 2000, le costrittività legate all’automazione sono regredite. In compenso, è aumentata la dipendenza al ritmo di lavoro dei colleghi: senza esserne un segno assolutamente distintivo, questa costrizione è più diffusa nelle organizzazioni industriali. Anche quelle commerciali sono in espansione. Oggi, due terzi dei lavoratori vedono il loro ritmo di lavoro, in un modo o nell’altro, dipendere dalle variazioni della domanda.

Quando si sommano pressioni industriali e commerciali e le strategie adattate ad ogni livello possono essere contrastate dalla presenza dell’altro registro: la “costrizione industriale” riduce i tempi morti ed espelle i tempi di preparazione; la “costrizione commerciale” moltiplica le sollecitazioni improvvise e contrasta le strategie di economia stabile; non resta altro che la precipitazione, e i danni che l’accompagnano in tempi più o meno rapidi. Se questa ipotesi è esatta, il cumulo di una costrizione industriale e di una costrizione commerciale genera un peggioramento delle condizioni di lavoro superiorea quello generato dalpiù grave dei due.

fatica dei lavoratori

L’intensità che i lavoratori dichiarano di provare (frequenza di ritmi giudicati elevati, cadenze giudicate brevi, percezione di mancanza di tempo), varia molto a seconda delle situazioni di lavoro. Il sentimento che i ritmi di lavoro siano pressoché sempre elevati è generato di solito principalmente da organizzazioni industriali rigide: modalità di produzione, costrittività automatiche. Le cadenze continuamente ravvicinate sono caratteristiche o di organizzazioni industriali più agili, dove la costrizione può venire dai colleghi, o dalle esigenze di qualità, o di organizzazioni ibride tra modelli industriali ecommerciali.

La percezione di mancanza di tempo è soprattutto frequente nelle situazioni di doppia costrizione industriale e commerciale. I lavoratori stimano che le interruzioni che perturbano il lavoro sono causate sia dai ritmi industriali che commerciali, e la doppia costrittività appare una circostanza aggravante. L’organizzazione commerciale favorisce il sopraggiungere di interruzioni e l’organizzazione industriale non permette la loro integrazione nel corso normale del lavoro. Il mix delle due forme di organizzazione è dunque particolarmente penalizzante. L’autonomia e il sostegno sociale sembrano permettere di evitare, a parità di pressione, che tutto il tempo di lavoro non si intensifichi, ma non di compensare totalmente l’intensità generata dall’organizzazione del lavoro.

Un forte livello di percezione è un fattore aggravante, come il lavoro ripetitivo. Le operaie, soprattutto le giovani operaie delle industrie di produzione seriale, sono particolarmente esposte a un lavoro con cadenze elevate o frequenze brevi. I quadri dirigenti sono anch’essi frequentemente costretti a cadenze ravvicinate. Inoltre presentano spesso analogie legate alla mancanza di tempo per terminare il propriolavoro.

Dal 1995 al 2000, l’intensità provata dai lavoratori è aumentata. Questa evoluzione non si spiega esclusivamente per via della diffusione di costrittività di ritmi obiettivi. La pressione di queste costrizioni è forse aumentata: norme più rigorose, macchine più veloci, richieste più fluttuanti. Può anche essere che il lavoro è diventato più complesso e i lavoratori meno tolleranti nei confronti del proprio carico di lavoro.

fattori di rischio

I lavoratori che subiscono forti costrittività industriali dichiarano di subire più gravosità nel loro lavoro e di essere esposti a più rischi. La costrittività commerciale non ha un effetto massiccio, forse perché le gravosità e i rischi misurati nel questionario riguardano essenzialmente contesti industriali. Tuttavia, la presenza del cliente è associata a un peggioramento significativo della maggior parte delle condizioni di lavoro: tanto per le gravosità fisiche quanto per le nocività o i rischi.

I risultati delle analisi econometriche sono compatibili con l’ipotesi che ambedue le costrizioni ai ritmi industriali e commerciali contribuiscano al peggioramento delle condizioni di lavoro. Ma l’effetto di queste costrizioni sulle condizioni di lavoro (e verosimilmente sull’intensità), è più marcato quando sono oggettivate dalle attrezzature materiali o da procedure immateriali (per esempio norme) o incarnate da persone (capi, colleghi, clienti).

L’attuale evoluzione delle organizzazioni è di natura tale da peggiorare la percezione dei lavoratori sulle condizioni di lavoro. Certo, l’incremento dell’autonomia dei lavoratori è un’altra tendenza forte del cambiamento delle organizzazioni. Ma l’autonomia procedurale, intesa come la scelta del modo di procedere, dell’ordine dei compiti ecc., ha un impatto limitato sulle condizioni di lavoro, comparato a quello dell’intensità. In compenso, l’autonomia temporale (scelta degli orari e delle pause) ha un effetto più netto.

CAMPAGNA CES SULL’ORARIO DI LAVORO

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha lanciato nelle scorse settimane una Campagna per ottenere dalla Commissione europea la modifica della Direttiva 93/104/CE sugli orari di lavoro. In particolare, la Ces chiede di restringere la possibilità di deroghe e di estendere le tutele previste.

In Italia, la direttiva era stata recepita con ritardo solo l’anno scorso (d.lgs. 8 aprile 2003 n. 66) con un provvedimento in parte ispirato alle posizioni emerse nei mesi precedenti, nel corso della trattativa tra le parti sociali. Il fallimento di tale trattativa non aveva consentito di risolvere positivamente una delle questioni più delicate poste dalla direttiva, e cioè il fatto che si potesse calcolare l’orario massimo settimanale di 48 ore come media su periodi più lunghi. Mentre per periodi superiori a 4 mesi il d.lgs. 66 prevede l’intervento della contrattazione collettiva, per periodi inferiori si prevede che la durata massima settimanale possa essere calcolata come media anche senza intervento della contrattazione collettiva, problema che si sarebbe potuto evitare prendendo in considerazione le soluzioni che erano state trovate nella bozza in discussione tra le parti sociali.

La Campagna lanciata dalla Ces consiste nell’inviare alla Commissione europea un modulo predisposto nelle diverse lingue, che contiene la richiesta di modificare la direttiva su alcuni punti:

• proteggere la salute e la sicurezza di tutti i lavoratori, qualunque sia la loro posizione in azienda;

• promuovere la riduzione degli orari di lavoro;

• applicare le normative sull’orario massimo di lavoro;

• impedire le deroghe individuali in materia di orario;

• riconoscere il tempo di reperibilità come orario di lavoro;

• permettere una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro solo sulla base di contratti collettivi;

• permettere ai lavoratori, uomini e donne, di conciliare la vita professionale con la vita privata e prendersi cura degli altri.

Il messaggio va inviato alla Commissione europea al seguente indirizzo e-mail:

Empl-labour-law@cec.eu.int

INFORMAZIONI: www.etuc.org

 

problemi per la salute

I lavoratori sono tanto più inclini a stimare che il loro lavoro minacci la propria salute e, infatti, si dichiarano più colpitisecostretti a tempi di lavoro elevati. Durate del lavoro elevate sono nettamente correlate alla dichiarazione di parecchie tipologie di attacchi alla salute attribuiti al lavoro: tra gli altri, mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, ansietà, insonnia. Alcuni orari atipici, in particolare il lavoro notturno, sono percepiti come una minaccia per la salute e causa di stanchezza. I lavoratori esposti contemporaneamente a durate elevate e ad orari faticosi si dichiarano particolarmente minacciati. Sono in grandemaggioranza uomini di età media che appartengono principalmente a quattro categorie: addetti ai servizi e al commercio, quadri dirigenti, professioni intermedie e operai dell’industria. Secondo le dichiarazioni dei lavoratori, le costrittività industriali hanno al tempo stesso un impatto considerevole sui rischi per la salute sia fisica che psichica. Quelle degli addetti alle vendite hanno un impatto sfavorevole forte sulla salute psichica e un impatto più neutro su quella fisica. L’impatto della presenza del cliente è superiore a quello della semplice dipendenza dalle richieste.

Le interruzioni quotidiane sono associate a un incremento netto e significativo di tutti i rischi di malattie elencate, dichiarate dai lavoratori e da essi attribuiti al loro lavoro. Queste interruzioni, caratteristiche delle organizzazioni “flessibili” insufficientemente controllate, possono essere una forma particolarmente nociva di intensificazione del lavoro. L’intensità del lavoro aumenta, a tutte le età, l’idea che non si potrà “reggere” nel proprio lavoro fino a 60 anni. Le forme di intensità più penalizzanti non sono le stesse a tutte le età. Ma il lavoro “intenso” è all’opposto del lavoro “sostenibile”.

Si potrebbe sperare che durata elevata e forte intensità si escludano l’una con l’altra, poiché a priori sono due modi differenti di svolgere un compito pesante. Purtroppo, non è così. I lavoratori sottoposti a durate del lavoro più lunghe sono anche più presenti in percentuale alle cadenze di lavoro intense. La loro salute è allora sottoposta a rischi particolarmente elevati.

Lo studio econometrico del legame tra ritmi di lavoro e condizioni di salute dei lavoratori si scontra con numerosi ostacoli metodologici. Le relazioni tra lavoro e salute non sono né univoche, né istantanee. Le caratteristiche del lavoro hanno spesso notevoli conseguenze. La condizione di salute agisce sul modo di lavorare. Molti meccanismi che legano lavoro e salute sono evolutivi o differiti nel tempo. Gli individui in grado di esercitare un lavoro regolare sono generalmente in migliori condizioni di salute rispetto alla generalità della popolazione: questo effetto è tanto più marcato dalle condizioni di lavoro difficili.

Fonte: Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro,

www.eurofound.eu.int

UE: OGNI ANNO 8 MILIONI DI INFORTUNI SUL LAVORO

Ogni cinque secondi si verifica un incidente sul lavoro nell’Ue, per un totale di circa 8 milioni di infortuni professionali l’anno, di cui quasi 5 milioni di grave entità (che hanno cioè causato più di tre giorni di assenza). I dati, resi noti il 28 aprile scorso da Eurostat, evidenziano come nel periodo 1994-2001 il numero di incidenti gravi è diminuito in media del 15% nell’Ue, mentre quello degli incidenti mortali è sceso del 31%. Se si considera solo il triennio 1998-2001, il calo degli infortuni gravi è stato in media del 6% e quello degli infortuni mortali del 21%. L’Italia e la Danimarca sono i Paesi che hanno fatto segnare il maggior calo nei tre anni in esame (-38%). Negative invece le prestazioni della Svezia (+13%) e del Regno Unito (+10%). In generale, gli uomini europei sono tre volte più a rischio di incidenti gravi rispetto alle donne, e undici volte più a rischio di incidenti mortali. Una conseguenza diretta del fatto che lavorano in settori maggiormente rischiosi e di più a tempo pieno, aumentando l’esposizione ai possibili pericoli.

L’edilizia, con oltre 12 milioni di dipendenti e un volume d’affari di oltre 900 miliardi di euro all’anno, è il settore in cui si registra la maggior parte degli infortuni e dove, secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, standard sanitari e di sicurezza migliori potrebbero salvare 1300 vite l’anno, evitando 850.000 incidenti gravi e garantendo risparmi per 75 milioni di euro.

Sui luoghi di lavoro si registrano anche casi di violenze fisiche, psicologiche, intimidazioni e discriminazioni: il 6,4% delle lavoratrici e il 4,7% dei lavoratori europei hanno dichiarato di aver subito violenze fisiche sul posto di lavoro, con un picco del 13% tra i lavoratori della sanità e dell’assistenza sociale. Complessivamente, il 10,2% delle donne e il 7,3% degli uomini sono stati oggetto di intimidazioni sul posto di lavoro e il 3% delle lavoratrici è stata costretta a subire attenzioni indesiderate di natura sessuale. Gli episodi di discriminazione riguardano il 3,1% delle donne occupate, contro lo 0,8% degli uomini.

INFORMAZIONI: Settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro,

sito web: http://ew2004.osha.eu.int

TABELLE

 

Durata del tempo di lavoro per categorie professionali (ore settimanali)

Totale

Uomini

Donne

Solo lavoratoria
tempo pieno

Uomini a
tempo pieno

Donne a
tempo pieno

Quadri dirigenti

44,16

45,98

40,20

44,97

46,23

41,88

Quadri medi

35,31

38,69

31,96

37,72

39,65

35,39

Tecnici e ingegneri

36,80

39,76

33,78

39,73

40,32

38,89

Impiegati

34,77

38,20

33,10

38,46

39,02

38,09

Venditori

33,79

39,86

30,87

40,60

42,45

39,17

Operai agricoli e della pesca

40,04

40,31

37,50

41,26

41,54

39,87

Operaidi tipoartigianale

39,75

40,30

35,04

40,46

40,59

39,01

Operai dell'industria

40,20

40,94

36,48

40,93

41,29

38,90

Manovali

32,69

36,83

28,09

38,57

39,20

37,39

Militari

41,49

41,91

33,82

41,71

41,81

39,14

Totali

36,74

39,99

32,53

39,91

40,84

38,19

 

lavoratori che svolgono orari atipici secondo la categoria professionale (in %)

Almeno una notte almese

Almeno un sabato al mese

Almeno una domenica al mese

Almeno un giorno almese superiore a 10 ore

Almeno un cambiamento di orario al mese

Lavoro a turni

Quadri dirigenti

19,3

48,8

26

53,8

30

9,7

Quadrinon dirigenti

16,8

41,6

26,3

38,2

27,2

14,7

Professioni intermedie

22,2

46,1

30,7

32,8

29,2

25,4

Impiegati amministrativi

5

29,8

8,6

16,5

14,1

10,5

Addetti servizi

e commercio

22,8

74,3

42,1

25

27,8

28,2

Operai agricoltura

e pesca

12,5

50,4

21,2

20,8

14,5

7,5

Operai di tipo artigianale

15,6

44,8

14,5

29,7

21,5

22,2

Operai dell’industria

34,9

50,5

28,1

31,7

28,8

42,7

Altri non qualificati

14

45,2

20,1

14,9

19

23,2

lavoratori che dichiarano problemi di salute a causa del loro lavoro (in %)

lavoratori che dichiarano problemi di salute a causa del loro lavoro (in %)

Lavorano almeno

In orari

a turni

Media

Ue

una notte

per mese

una sera per mese

una domenica per mese

un sabato per mese

una giornata di oltre 10 ore almese

non lavorano

lo stesso n. di giorni per sett.

Salute lesa

59,4

68,3

66,3

66,9

63,4

69,9

65,8

67

Mal di schiena

32,8

39,6

36,5

39,4

36,7

37,8

38,3

40,4

Problemi di udito

7,7

13,1

10,4

9,2

8,2

10,1

8,7

15,2

Dolori di stomaco

4,1

7,8

5,5

6,5

4,9

7

5,5

6,4

Ferite

7,4

11,8

-

9,8

9

10,3

10,3

10,3

Stress

28,1

36

35,7

36,9

32,4

40,5

25,9

34,6

Affaticamento

generale

22,3

28,8

27,5

29

25,8

29,2

27,1

28,9

Insonnia

8,2

18,2

12,8

15,1

10,6

13,5

13,7

15,4

Irritabilità

10,7

15,5

14,3

14,9

13,3

15

14,9

14,4


la voce dei bambini contro lo sfruttamento

Pubblichiamo di seguito la Dichiarazione finale redatta dai bambini e dai ragazzi che hanno partecipato al Children’s World Congress on Child Labour, svoltosi a Firenze nei giorni 10-12 maggio scorsi e organizzato da Mani Tese e Cgil-Cisl-Uil.

Noi, i delegati del Children’s World Congress on Child Labour, siamo venuti nella città di Firenze, in Italia, da tutte le differenti parti del mondo, parlando lingue differenti, crescendo con culture e retroterra differenti, perché tutti noi sappiamo che il lavoro minorile deve essere eliminato.

Sebbene il nostro Congresso sia stato un successo, ci mancano alcuni nostri importanti delegati. Questi ragazzi erano già stati selezionati per partecipare al Congresso, tuttavia non hanno ottenuto i visti necessari per arrivare in Italia perché il governo italiano ha pensato che fossero un pericolo per la sicurezza e che alcuni di loro fossero troppo giovani. Questi ragazzi che non sono stati autorizzati a partecipare si sono sentiti molto discriminati. Nel Congresso sono mancate a tutti noi le loro idee, perché questi ragazzi provengono da regioni del mondo dove il lavoro minorile è molto comune. Al prossimo Congresso ci piacerebbe vederli partecipare, dal momento che la loro voce è la loro opinione e il mondo deve poterla sentire.
Ogni Paese ha avuto un processo di selezione differente per scegliere i delegati. Tutti i ragazzi che hanno partecipato al processo di selezione nella loro esperienza di vita sono stati impiegati nel lavoro minorile oppure hanno conosciuto questo fenomeno e si sono uniti alla lotta contro il lavoro minorile. Con la passione e il desiderio di risolvere questo terribile crimine contro 246 milioni di bambini di tutto il mondo, abbiamo tutti ricevuto la qualifica per partecipare a questo Congresso. Questa è la ragione per cui le discussioni negli ultimi tre giorni sono state molto fruttuose.
E’ responsabilità di tutti di aiutarci in questa lotta, incluso il mondo delle imprese e degli altri che hanno il potere.

Prima ancora di iniziare a discutere di lavoro minorile, dobbiamo evidenziare che i bambini possono avere riconosciuti i loro diritti solamente in una situazione di pace. La pace è il diritto umano più basilare. Ci dobbiamo chiedere perché non tutti siano in grado di ottenere qualcosa di così fondamentale. Mentre vivendo in pace ogni bambino non solo ha la possibilità di vedere riconosciuti i suoi diritti, ma anche un’opportunità più forte di migliorare il mondo per la propria e le prossime generazioni.

impegni disattesi

Quando abbiamo iniziato a discutere di lavoro minorile, abbiamo riscontrato che ci sono molte problematiche comuni in tutte le parti del mondo. Dai ragazzi abbiamo ascoltato storie personali quali: traffico di bambini, sfruttamento sessuale, lavoro su barche da pesca, nella pulizia delle macchine, nella vendita di beni per la strada o nei mercati, pornografia, raccolta di rifiuti, nel settore dei trasporti e nell’invio delle merci, nella costruzione dei mattoni, nella demolizione, nella creazione di utensili medici e altri materiali pericolosi, nel traffico di droghe, nel lavoro domestico, nei lavori in schiavitù, nel settore agricolo, nelle miniere, nel fare i tappeti, come soldati, lavorando nelle fabbriche e nei piccoli laboratori. Questi bambini ogni giorno vengono utilizzati impropriamente e non hanno nessuno a cui rivolgersi.

Mentre la maggior parte delle persone e dei governi sono a conoscenza dell’esistenza di questi problemi, vengono nascosti e ignorati. Ciò non cambia il fatto che questi siano molto pericolosi per il benessere fisico e mentale dei bambini. Queste forme di sfruttamento minorile devono essere abolite.

La maggior parte dei ragazzi hanno dichiarato che stanno perdendo la fiducia nei governi a causa delle loro vuote promesse. I governi hanno fatto molte promesse per porre fine al lavoro minorile attraverso l’istruzione e migliori servizi sociali. Ma non agiscono. Le loro promesse non sono mantenute con dei veri impegni o con delle risorse. Mentre i governi investono un’enorme quantità di risorse per le armi per la guerra, ci sono ancora bambini che non sono in grado di leggere e scrivere. Non hanno una casa in cui vivere, o cibo da mangiare. I governi devono considerare i bisogni dei bambini come una priorità e fornire tutto quanto è necessario perché possiamo vivere proteggendo i nostri diritti.

richieste ai governi

Dal momento che è responsabilità dei governi proteggere i nostri diritti, porre fine al lavoro minorile, e fornire un’istruzione gratuita, equa e di buona qualità, abbiamo molte richieste per i governi. Quando parliamo dei governi, noi non ci riferiamo solo al ruolo dei governi nazionali, ma anche agli enti governativi sia a livello internazionale che regionale che sono responsabili per la protezione dei nostri diritti.
Prima di tutto, i governi devono ascoltare i bambini. I governi devono far sì che le problematiche legate ai bambini siano una priorità e includere i bambini nelle decisioni che concernono le nostre esistenze. Inoltre, i governi devono fornire delle opportunità ai bambini di partecipare ed esprimere le loro opinioni perché essi sono il futuro e la loro opinione e presenza deve essere tenuta in considerazione.
I governi devono sanzionare penalmente il lavoro minorile, ma non devono mai criminalizzare i bambini. I bambini sono le vittime del lavoro minorile. I governi devono creare e portare avanti delle leggi che puniscano duramente quelli che hanno abusato dei bambini per un proprio interesse.

I governi devono sostenere i bambini nei procedimenti che questi intendono portare avanti in quanto sfruttati per il lavoro minorile, garantendo anche degli avvocati gratuiti. I bambini devono essere in grado di affrontare le persone che hanno abusato di loro senza paura o pericolo di mettersi nei guai. I bambini, invece, devono essere recuperati e riabilitati.

I governi devono combattere contro il traffico di bambini. Devono applicare le leggi che già ci sono. Le leggi odierne potrebbero non essere sufficienti per cui devono essere adottate leggi più efficaci. I governi dei Paesi in cui il traffico è in atto devono lavorare insieme per avere delle leggi che puniscano penalmente i trafficanti.
I governi devono garantire istruzione obbligatoria di buona qualità e gratuita. Le scuole devono avere degli insegnanti validi che siano del tutto qualificati. Ci deve essere un meccanismo per controllare che stiano facendo bene il loro lavoro e queste leggi per l’istruzione universale devono essere attuate. Gli insegnanti devono essere retribuiti meglio. L’istruzione deve essere fornita in maniera equa a tutti i bambini a prescindere dal sesso, dalla razza, dalla condizione economica, dalla religione, dal luogo di nascita, dalla cittadinanza, dalla casta, dalla disabilità, dall’appartenenza a popolazioni indigene o dalla lingua.

Ogni Paese deve assicurare che la tematica del lavoro minorile debba essere trattata in ogni scuola.

I governi devono promuovere il lavoro degli adulti. Gli adulti devono lavorare, così da poter avere il denaro per far sì che i bambini non debbano lavorare. I diritti degli adulti in quanto lavoratori devono essere rispettati. Ai lavoratori adulti deve essere garantito il diritto di sindacalizzarsi. Gli adulti lavoratori devono sempre avere il permesso di unirsi in sindacato nei loro luoghi di lavoro, perché i sindacati possono aiutarli a proteggersi da condizioni di lavoro pericolose e garantirgli il salario minimo. E’ importante che gli adulti siano protetti in quanto lavoratori cosicché i bambini non debbano lavorare.

I governi devono creare un Piano d’Azione Nazionale per porre fine al lavoro minorile. Questi piani devono essere fatti insieme ai bambini.

I governi devono assicurare che gli aiuti allo sviluppo vadano direttamente allo scopo per cui sono erogati e non finiscano nelle mani sbagliate.

I governi devono creare un sistema affinché si mettano dei marchi ai prodotti che non sono fatti con lavoro minorile.

richieste a società civile e genitori

Non solo i governi devono collaborare con gli altri governi, ma devono anche lavorare con la società civile e i sindacati per essere quanto più efficaci possibile nella loro azione. Come contropartita la società civile deve comprendere le richieste dei bambini e lavorare insieme a noi, cosicché i governi non ci deludano ancora. Le Ong devono anche usare le risorse che hanno in maniera onesta e diretta nei confronti dei bambini.

Anche i genitori hanno la responsabilità di ascoltare i bambini. I bambini hanno bisogno di amore, rispetto e dignità. È compito dei genitori dargli una vita familiare felice e stabile. I genitori devono prendersi le loro responsabilità e votare. Quando votano devono parlare anche a nome dei bambini e votare per qualcuno che rispetti i diritti dei bambini. Se i genitori non agiscono nel miglior interesse dei bambini, lo Stato deve agire in nome dei bambini. I genitori devono parlare su questioni quali lo sfruttamento sessuale o gli abusi anche quando sono a disagio perché questo è l’unico modo che permetterà a un bambino di conoscere i propri diritti di salute e sicurezza. I genitori devono imparare l’importanza di un’istruzione adeguata, a prescindere dal sesso dei bambini.

l’impegno dei bambini

Dopo aver descritto l’attuale situazione sul lavoro minorile e le nostre richieste agli adulti, ora noi ribadiremo il nostro impegno e il nostro ruolo nel porre fine al lavoro minorile.
Noi ragazzi dobbiamo promuovere iniziative per diffondere la consapevolezza riguardo al lavoro minorile nelle nostre comunità e nei nostri villaggi. Ci dobbiamo educare reciprocamente riguardo al lavoro minorile, da bambino a bambino, per promuovere la partecipazione dei bambini.

Dobbiamo lavorare a livello nazionale e creare un Parlamento dei Bambini in ogni Paese, che non sia solo un simbolo ma una fonte di potere per i bambini che permetta di cambiare la situazione che noi al momento pensiamo sia sbagliata. Questo Parlamento dovrà eleggere un rappresentante al governo del Paese. Tali rappresentanti si incontreranno anche a un Congresso a livello regionale e internazionale per occuparsi dei problemi su una più larga scala, riferendo poi ai loro governi e alle comunità locali.

Dobbiamo creare una rete di bambini così da poterci mantenere in contatto per essere educati su questo tema in tutto il mondo. Solo lavorando insieme possiamo avere il potere di agire e fermare lo sfruttamento del lavoro minorile. Questa rete sarà composta da bambini di tutto il mondo, e diffonderà le storie sul lavoro minorile e le loro opinioni. La rete ci aiuterà a pianificare delle azioni più efficaci contro il lavoro minorile. La rete sarà anche uno strumento per riferire i fallimenti o meno dei governi nel mantenere le promesse ai bambini in tutto il mondo.

Crediamo che l’uso dell’arte, della musica, della danza e della recitazione come forma di espressione e mezzo per diffondere la consapevolezza sul lavoro minorile sia molto importante. Questi sono i mezzi tramite i quali bambini di ogni retroterra culturale si possono connettere, collegare, capire e divertire insieme.

Ci sono molti modi per diffondere il messaggio contro il lavoro minorile, oltre le frontiere, attraverso rappresentazioni artistiche. Dobbiamo anche usare i mezzi di comunicazione per diffondere le nostre voci. Dovremmo creare i nostri mezzi di comunicazione, come giornali, pensati dai bambini per i bambini, che ci permettano di esprimere liberamente la nostra opinione. I mezzi di comunicazione devono essere mezzi di comunicazione amici dei bambini e dire le verità sul lavoro minorile aiutandoci a combatterlo.

Dobbiamo portare gli sforzi per eliminare il lavoro minorile nei villaggi, dove la lotta può non essere così forte. L’informazione sul lavoro minorile a volte raggiunge solo le città e la gente nei villaggi non ha informazioni sui danni causati dal lavoro minorile. Dobbiamo coinvolgere anche i villaggi.

Promettiamo di continuare ad agire per l’eliminazione del lavoro minorile e per un mondo migliore per i bambini. Ora, chiediamo a tutti voi di unirvi a noi, perché solo insieme possiamo veramente raggiungere la libertà per tutti. In questa alleanza, creeremo un mondo sano e pacifico per tutti.

Oggi il potere è nelle nostre mani. Noi definiamo il futuro. Noi siamo il presente e la nostra voce è il futuro!


dibattito sul welfare europeo

Sono oltre 70 milioni gli over65 nell’Europa dei 25, saranno oltre 110 milioni nel 2030. Il progressivo invecchiamento della popolazione richiama con urgenza la definizione di un welfare europeo, che tenga conto delle specificità di ogni singolo Paese ma definisca la cornice di regole e indichi confini, finalità e obiettivi.

Per ragionare e informarsi sul nuovo scenario aperto dall’Ue a 25, la Fnp-Cisl Lombardia si è riunita in sessione di studio a Desenzano, dal 10 al 12 maggio. Per tre giornate docenti, sindacalisti ed esperti, che svolgono la loro attività in Italia e all’estero, coordinati da Rita Pavan, del dipartimento internazionale della Cisl Lombardia, hanno approfondito i contenuti della bozza della Costituzione europea, discusso gli ostacoli che ne impediscono una rapida approvazione, il sistema di protezione sociale el’evoluzionepolitico-istituzionale nel processo di integrazione.

Paolo Sabbioni, dell’Università Cattolica, ha ripercorso le principali tappe storiche del processo di integrazione europea, focalizzando il suo intervento su tre aspetti: a qualetipo di costituzione può aspirare l’Europa, come rivedere i rapporti tra le varie istituzioni europee, e infine, la possibilità di una costituzione dei popoli e di regole democratiche nell’Unione. La Costituzione che va profilandosi non è quella degli Stati sovrani di fine ’800, ma una costituzione che sarà in grado di “riassorbire le differenze”

Filippo Pizzolato, dell’Università Bicocca, ha invece trattato il tema delle politiche comunitarie in materia di protezione sociale. Oggi sono molti i “detrattori” dell’Europa, accusata di liberismo, ma, ha sottolineato Pizzolato, oltre alle limitate competenze comunitarie su queste tematiche, si può parlare di modello sociale europeo pur nelle differenze esistenti tra i vari Paesi membri, oltre all’impossibilità di separare le politiche economiche da quelle sociali.

Roberto Santaniello, Direttore della Commissione europea a Milano, è entrato nel vivo dell’agenda politica europea 2004-2005: nomina della nuova Commissione, elezioni del parlamento europeo, strategia di Lisbona, politiche di coesione. Prima di tutto, il prossimo Consiglio europeo di giugno che potrebbe approvare il progetto di Trattato Costituzionale: ancora parecchi i punti focali da sciogliere, contenuti nel documento del “dopo Napoli” della Presidenza irlandese.

Franco Chittolina, del Gruppo Abele, ha riletto le tappe storiche dell’Unione alla luce di un tema caro al sindacato: la solidarietà, letta in chiave territoriale, sociale e politica. I tre livelli di solidarietà hanno conosciuto fasi alterne nel processo di integrazione, e oggi, alla luce dell’allargamento, vedono segnali diversificati: da un lato ai nuovi Paesi andranno parti consistenti del bilancio comunitario destinato alla coesione, ma dall’altro vi sono ingiustificate battute d’arresto per quanto riguarda il diritto di libera circolazione dei nuovi cittadini comunitari.

L’incontro si è chiuso con una tavola rotonda sul tema “Politiche del sindacato sul welfare europeo, con particolare riferimento agli anziani”, cui hanno partecipato Henry Lourdelle (Ces), Giacomina Cassina, (Comitato economico sociale europeo), Carlo Borio (Cisl Lombardia), Ermenegildo Bonfanti (Cisl confederale) e Antonio Uda(Fnp-Cisl nazionale).

Coordinato dal segretario generale dei pensionati Cisl Lombardia, Arnaldo Chianese, il dibattito ha richiamato con forza la Confederazione sindacale europea a giocare un ruolo da protagonista in questo nuovo scenario dell’integrazione europea: «Anche l’Europa, come l’Italia, invecchia e solleva interrogativi importanti sul futuro della previdenza, dell’assistenza, del sostegno alle famiglie. I sindacati non potranno più limitarsi a guardare ai singoli Paesi, dovranno generare un convergenza di azioni positive, per costruire una politica sociale europea».


novità legislative in Francia

Il 21 aprile 2004 il primo ministro francese, Jean-Pierre Raffarin, il ministro dell’Economia, Nicolas Sarkozy, e il ministro della Sanità e della Protezione Sociale, Philippe Douste-Blazy, hanno firmato il Decreto che introduce in Francia una nuova forma di previdenza complementare, i cosiddetti Plan d’épargne retraite populaire (Perp).

Si tratta di una riforma particolarmente interessante perché i nuovi strumenti presentano numerosi elementi che li accomunano alle forme di previdenza complementare italiane, anche sotto il profilo fiscale: tuttavia non mancano le differenze, che possono far riflettere su quella che potrebbe essere la futura normativa anche in Italia.

In particolare, i Perp possono essere accostati alle forme di previdenza individuale introdotte in Italia dal Dlgs n. 47/2000: infatti, in ambedue i casi si tratta di strumenti aperti all’adesione di tutti i cittadini, a prescindere dall’attività lavorativa svolta.

Dal punto di vista della forma giuridica, il Perp può essere realizzato tramite i prodotti offerti da banche o compagnie di assicurazione (come i Pip italiani), anche se la matrice è essenzialmente di tipo assicurativo.

dimensione collettiva

A differenza delle forme individuali italiane, però, il Perp francese ha una dimensione collettiva, in quanto i partecipanti sono riuniti in una sorta di “associazione” con propri organi.

Infatti, l’attività di gestione di un Perp deve essere svolta in modo distinto dalle altre attività dell’ente: inoltre, per ciascun Perp (che è regolato da un proprio Statuto) deve essere istituito e finanziato un Comitato di sorveglianza eletto dall’Assemblea dei partecipanti, che provvede anche ad approvare le modifiche del Piano, il resoconto annuale della gestione ecc.: il numero, le modalità di nomina, i compiti, i requisiti dei componenti di questi organi sono disciplinati dettagliatamente dal Decreto.

È quindi immediato il parallelismo con le misure contenute nel Ddl in materia previdenziale, che prevedono il ricorso a persone particolarmente qualificate e indipendenti per il conferimento dell’incarico di responsabile dei fondi pensione aperti, nonché l’incentivazione dell’attività di eventuali organismi di sorveglianza previsti nell’ambito delle adesioni collettive ai fondi pensione aperti.

Dal punto di vista tecnico, il Perp può consistere in un piano finalizzato all’acquisizione di una rendita vitalizia differita, ovvero nella costituzione di un capitale che viene successivamente convertito in rendita. In ogni caso, però, è vietato il riscatto anticipato del piano, salvo casi eccezionali: in particolare, è prevista una rendita di reversibilità in caso di decesso, ovvero una rendita per il caso di invalidità dell’aderente.

È invece ammesso il trasferimento da un Perp all’altro dei diritti maturati.

È proprio questa la differenza più sensibile tra il nuovo strumento introdotto dalla legislazione francese e le forme pensionistiche complementari italiane, che prevedono il riscatto o l’anticipazione del montante maturato, seppure in presenza di presupposti determinati tassativamente dalla legge, e che ammettono in ogni caso una prestazione in capitale, sia pure entro limiti ben precisi.

Nel caso del Perp, invece, la prestazione viene percepita solo in forma di rendita e unicamente al momento del pensionamento.

deducibilità dei contributi

A fronte di queste limitazioni, la legislazione francese prevede un regime di deducibilità dei contributi particolarmente generoso, però solo per i titolari di redditi medio-alti: infatti, è previsto un limite percentuale di deducibilità più basso di quello italiano (10% del reddito imponibile, invece del 12% previsto dal Dlgs n. 47/2000). Tuttavia, il reddito utile da considerare ai fini del computo non può eccedere un importo pari a 8 volte il plafond annuale rilevante ai fini della sicurezza sociale. Ciò determina un limite assoluto di deducibilità quattro volte più elevato rispetto a quello italiano (per il 2004, circa 23.770 euro invece di 5164,57). Per contro, la rendita è fiscalmente imponibile per il 72% del suo ammontare.

Data la novità del provvedimento, i Perp non si sono ancora pienamente affermati sul mercato: tuttavia, la maggior parte dei principali gruppi bancari e assicurativi si sta attrezzando per offrire questi prodotti, che rappresentano la prima esperienza francese di forma previdenziale di “terzo pilastro” in senso stretto e per i quali si prevede un’enorme diffusione.

È di tutta evidenza, già dalla descrizione sintetica fornita, la maggiore linearità e semplicità della soluzione francese rispetto alla legislazione italiana, caratterizzata da una normativa fiscale molto più complessa e da un maggiore appesantimento burocratico-amministrativo: non si deve però dimenticare che l’Italia deve affrontare un nodo critico di primaria importanza per tutta l’area del lavoro dipendente, cioè l’utilizzo del Tfr come fonte di finanziamento della previdenza complementare, che rappresenta una delle peculiarità del sistema italiano e che con le sue implicazioni, sia per i lavoratori che per le imprese, rende molto più delicato il dibattito politico e l’attuazione dei progetti di riforma.


una testimonianza dai confini dell’Ue
di Franco Chittolina

Questa non è l’abituale riflessione sui molti problemi irrisolti dell’Europa quali noi dibattiamo all’interno dell’Unione con approcci critici che sfiorano spesso il pessimismo e generano in molti un senso di rassegnazione davanti a questa Europa divisa e spesso impotente sulla scena del mondo.

Questa è più semplicemente la testimonianza di un’esperienza vissuta recentemente in un soggiorno di una settimana ricca di incontri e confronti in Georgia, piccolo ma importante Paese della regione caucasica. Un’area che in questo mondo turbolento è racchiusa in confini sensibili come quello con la Cecenia e la Russia e che è destinata ad un futuro di opportunità e di rischi come passaggio inevitabile di oleodotti e gasdotti in provenienza dal Caspio e dall’Asia centrale.

l’eredità sovietica

Un Paese ricco di una storia e di una cultura che ha poco da invidiare a più d’un Paese europeo, uscito da pochi anni dal tunnel buio dell’impero ex-sovietico che gli ha lasciato in eredità un’economia disastrata e una democrazia giovane e ancora fragile.

E tuttavia una democrazia che ha affrontato con saggezza una transizione difficile da un potere ex-sovietico a un regime di indipendenza tuttora alla ricerca di alleanze per sopravvivere e svilupparsi.

Un Paese deciso ad affrancarsi dall’ingombrante vicino russo, tentato dalla protezione che gli offrono gli Usa, ma sedotto dallo spazio di democrazia, pace e benessere che è, agli occhi del popolo georgiano, l’Unione europea.

Ed è proprio di queste dinamiche che credo doveroso rendere testimonianza al ritorno da questo mio viaggio in Georgia. Non mi attarderò sulle bellezze naturali di questo Paese di splendide montagne e fertili pianure, né mi soffermerò sulla grande cultura di quel popolo, curioso e informato.

la prospettiva europea

La mia testimonianza si limita a riferire la sostanza di un dibattito avuto in occasione di una lezione all’Università di Tbilisi, la capitale. La lezione, introdotta con sincera partecipazione dal vice rettore, aveva come tema la storia dell’integrazione europea, la nuova Costituzione e il futuro dell’Europa politica.

Davanti a noi un uditorio in gran parte giovanile, sorprendentemente informato sulle dinamiche e i nodi irrisolti della costruzione europea e con un’evidente passione per la politica internazionale e le sue attuali vicende, a cominciare dalla sciagurata guerra contro l’Iraq. Ne è scaturito un dibattito civilissimo nei toni ma molto esigente nella sostanza. Riassumerlo è inevitabilmente riduttivo, ma penso di non tradirne il senso sintetizzandolo attorno a due domande ricorrenti e tra loro indissolubilmente intrecciate.

La prima: «Quando l’Unione europea accoglierà la Georgia tra i suoi membri come già ha fatto con otto Paesi dell’ex-Unione sovietica e come farà nel 2007 con la Bulgaria e la confinante (per interposto Mar Nero) Romania e, più tardi, probabilmente la Turchia?».

Ma subito dopo, senza nemmeno il tempo di riprendere fiato, la seconda domanda: «Ma che cosa aspetta l’Unione europea a dotarsi di un suo esercito in grado di proteggerci?».

necessarie risposte urgenti

Ci sono domande cui è difficile rispondere, più difficile ancora se ti sorprendono in coppia e non prive di qualche contraddizione nelle quali si specchiano senza pietà le nostre stesse contraddizioni. Che si possono formulare così: come tenere insieme uno spazio di democrazia, tolleranza e pace come vuol essere l’Unione europea, con la creazione e la capacità operativa di un esercito in grado di affrontare le crescenti turbolenze di questa stagione della storia?

Non conosco la risposta anche se sono cosciente che è urgente trovarne presto una. In compenso una cosa credo di avere capito: l’Unione europea genera grande seduzione, molto più fuori dai suoi confini che al suo interno, molto di più di quanta ne generano gli Stati Uniti d’America. Soltanto che la superpotenza americana rassicura questi Paesi offrendo loro protezione e con questo accreditandosi per proteggere i propri interessi in una regione nevralgica del mondo dove transiterà domani il prezioso “oro nero”.

Queste cose l’Europa le sa e il popolo georgiano anche: ciascuno per la propria parte ne tragga le opportune conclusioni e rapidamente.

Perché oggi il mondo si aspetta molto dall’Europa.


previsto astensionismo per le elezioni europee

Meno della metà degli aventi diritto al voto nei 25 Stati membri dell’Ue ha intenzione di votare alle elezioni europee di giugno. E’ quanto emerge da un’indagine Eurobarometro condotta tra febbraio e marzo su oltre 28.000 cittadini europei.

In generale, i cittadini dei 15 “vecchi” Stati membri sono più ottimisti sulla situazione economica del proprio Paese, ma meno relativamente alla loro situazione personale. Quelli dei nuovi Stati membri sono pessimisti sulle prospettive economiche per il 2004. La fiducia nelle istituzioni rimane stabile, mentre quella negli organi politici nazionali è diminuita. Circa la metà dei cittadini dell’Ue a 15 crede che l’appartenenza all’Unione sia una buona cosa, mentre meno di un quinto è convinta del contrario. Nei nuovi Stati membri, il numero di coloro che credono che l’appartenenza all’Ue porterà dei vantaggi, sebbene ancora maggiore rispetto a chi pensa il contrario, è diminuito. La fiducia nell’euro è rimasta stabile, mentre quella nella Commissione europea è aumentata sia nei nuovi che nei vecchi Stati membri. Il sostegno alla politica estera e di difesa comune è aumentato negli Stati membri nuovi e vecchi. Circa il 63% delle persone intervistate sostengono l’idea di una Costituzione europea. A un mese dalle elezioni del Parlamento europeo, circa la metà degli intervistati dell’Ue a 15 pensa di andare a votare. Per i nuovi Stati membri, il 44% ha risposto che pensa di votare e il 32% che voterà sicuramente. Nei vecchi Stati membri, gli elettori pensano che la campagna elettorale dovrebbe essere incentrata su occupazione, immigrazione e lotta alla criminalità. Per i nuovi Stati membri i temi della campagna elettorale dovrebbero essere occupazione e agricoltura.

(Fonte: InEurop@)

Acnur: a rischio i diritti dei rifugiati

«Preoccupazione per la possibilità che una parte fondamentale della legislazione dell’Ue in materia d’asilo possa condurre, nella pratica, a violazioni del diritto internazionale dei rifugiati» è stata espressa dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr) il 3 maggio scorso in seguito all’accordo raggiunto a Lussemburgo dai ministri europei della Giustizia e degli Interni. Giudicando la bozza redatta dalla Commissione europea «molto positiva», l’Acnur sostiene che «il lungo processo di negoziazione tra gli Stati» ha avuto come risultato una Direttiva sulle procedure d’asilo che «in alcuni aspetti non vincola gli Stati a osservare standard procedurali soddisfacenti» e che consente di «adottare o continuare ad attuare pratiche ben al di sotto degli standard minimi accettabili nel processo decisionale sulle domande d’asilo». L’Acnur esprime disappunto perché gli Stati dell’Ue «non hanno saputo tener fede agli impegni presi all’inizio del processo di armonizzazione, nel corso del Vertice di Tampere nel 1999», dove era stato affermato il «rispetto assoluto del diritto di chiedere asilo» e «l’impegno a lavorare in direzione dell’istituzione di un sistema d’asilo comune a livello europeo, basato sulla piena applicazione della Convenzione di Ginevra del 1951 in ogni sua componente». Così, secondo l’Acnur, il documento finale è ancora caratterizzato da gravi carenze. Le lacune più preoccupanti riguardano le regole che consentono di designare senza sufficienti garanzie cosiddetti “Paesi terzi sicuri” nei quali possono essere rinviati i richiedenti asilo, e le regole che permettono ai Paesi di trasferire forzatamente richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta, prima che si conosca l’esito del loro ricorso, negando praticamente in questo modo il diritto di avere un effettivo rimedio in caso di errore. In base a tali norme, denuncia l’Acnur, i richiedenti asilo potrebbero non avere accesso né all’esame individuale della loro domanda, né all’effettiva possibilità di confutare la presunzione che uno Stato sia considerato sicuro anche nel loro caso specifico. Inoltre, potrebbe essere del tutto negato l’accesso alla procedura d’asilo negli Stati Ue a coloro che vi sono arrivati transitando per i cosiddetti Paesi terzi “super-sicuri”. La mancanza di adeguate garanzie è secondo l’Acnur «potenzialmente pericolosa per i rifugiati», che potrebbero essere a rischio di allontanamenti forzati a catena da un Paese Ue attraverso una serie di altri Paesi, e potrebbero così vedersi rimandati in quello d’origine, in netta violazione del diritto internazionale. «Anche le restrizioni relative al ricorso - afferma l’Agenzia Onu - contengono un simile rischio, in particolare per il fatto che in alcuni Stati dell’Ue il 30-60% dei rifugiati ottiene il riconoscimento dello status solo dopo la fase di appello. La Direttiva darebbe inoltre il via libera a una serie di altre pratiche restrittive e altamente controverse. Viene poi ritenuta preoccupante la sussistenza di norme che consentono agli Stati di mantenere la loro legislazione secondo la quale ai minori non accompagnati con più di 16 anni viene negata la rappresentanza legale da parte di un adulto durante la procedura d’asilo. Pur esprimendo riserve sulla direttiva che contiene la definizione di chi ha diritto allo status di rifugiato e chi è invece titolare di forme sussidiarie di protezione, l’Acnur accoglie con favore la strada scelta perché «include esplicitamente le vittime di persecuzioni provenienti da agenti non statuali, clausola che in passato era stata respinta da alcuni Stati europei». Così come viene ritenuto importante l’accordo sulla protezione sussidiaria, nonostante l’Agenzia «si rammarichi della portata molto ristretta rispetto a coloro che fuggono da conflitti armati e violenza generalizzata».

(Fonte: Ansa)

nominati i nuovi membri della Commissione europea

In seguito al voto di approvazione da parte del Parlamento europeo che ha avuto luogo il 5 maggio 2004, i rappresentanti dei governi degli Stati membri dell’Ue, di comune accordo con il presidente della Commissione, hanno nominato membri della Commissione europea, per il periodo che va dal 1º maggio 2004 al 31 ottobre 2004: Pavel Telicˇka (Repubblica Ceca), Siim Kallas (Estonia), Marcos Kyprianou (Cipro), Sandra Kalniete (Lettonia), Dalia Grybauskaité (Lituania), Péter Balazs (Ungheria), Joe Borg (Malta), Danuta Hübner (Polonia), Janez Potocˇ nik (Slovenia), Jan Figel (Slovacchia). In seguito alle dimissioni di alcuni commissari che hanno assunto incarichi nei rispettivi governi nazionali sono stati nominati anche, per la restante durata del mandato della Commissione (31 ottobre 2004): Joaquín Almunia Amann al posto di Pedro Solbes, Jacques Barrot al posto di Michel Barnier e Stavros Dimas al posto di Anna Diamantopoulou.

Turchia: modificata la Costituzione

La Commissione Ue ha accolto positivamente gli emendamenti costituzionali approvati il 7 maggio scorso dal Parlamento turco in alcune aree chiave per il rispetto dei “criteri di Copenaghen”, posti come condizione per l’eventuale adesione del Paese all’Ue. Il pacchetto di dieci emendamenti approvato dall’assemblea di Ankara riguarda settori quali la magistratura, il rapporto della società civile con i militari, la libertà di stampa e l’eguaglianza tra i sessi. La Commissione mette in rilievo soprattutto l’abolizione dei tribunali per la sicurezza dello Stato e della presenza di un esponente militare nel Consiglio superiore per l’istruzione. Nelle scorse settimane, la Commissione aveva condannato la sentenza pronunciata da una delle Corti per la sicurezza dello Stato contro l’ex parlamentare curda Leyla Zana (vedi “euronote” n. 29/2004, pag. 9), ammonendo che tale sentenza poteva ostacolare seriamente l’avvicinamento della Turchia all’Ue.

cresce il Pil europeo ma anche i disavanzi

Nel primo trimestre 2004 il Pil della zona euro è aumentato dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e lo stesso aumento è stato registrato nell’Ue a 25. Lo scorso 14 maggio Eurostat ha diffuso dati che per la prima volta comprendevano i 10 nuovi Stati membri, il cui Pil incide però solo per il 5% su quello totale. Rispetto allo stesso periodo del 2003, la crescita nella zona euro è stata dell’1,3%, mentre quella dell’Ue 25 dell’1,6%. Secondo le previsioni della Commissione, nel secondo semestre il Pil dovrebbe crescere dello 0,5% circa, per accelerare leggermente allo 0,6% nel terzo trimestre. Per l’intero 2004, Bruxelles stima una crescita pari all’1,7%, rispetto all’1,6% indicato dall’Ocse, livelli ancora lontani da quelli registrati negli Usa: 4,9% su base annua, 1% su base trimestrale. Nei tre grandi Paesi della zona euro, l’aumento del Pil nei primi tre mesi è però risultato superiore alle attese: 0,4% in Italia e Germania e 0,8% in Francia. Anche lo 0,6% registrato nella zona euro è superiore alle aspettative di molti analisti che stimavano valori dello 0,3-0,4%.

Negli stessi giorni, la Commissione ha confermato l’avvio di due nuove procedure per deficit eccessivo nei confronti di Olanda e Grecia. I due Paesi, che hanno chiuso il 2003 con un disavanzo al 3,2%, si aggiungono così agli Stati membri non in regola con il Patto di stabilità e crescita, che fissa al 3% il tetto per il rapporto deficit/pil. Di questo gruppo fanno parte da tre anni Francia e Germania, il Portogallo ne è appena uscito dopo avere rimesso i conti in ordine, mentre la Gran Bretagna ne ha fatto parte solo nel 2003, quando ha registrato uno sforamento “temporaneo”. Per l’Italia, la Commissione ha proposto il lancio di un ammonimento in previsione di un deficit al 3,2% del Pil nel 2004, decisione che spetterà all’Ecofin il prossimo 5 luglio. Procedure di ammonimento sono state proposte dalla Commissione anche per 6 nuovi Stati membri che registrano disavanzi molto superiori al 3%: la Repubblica Ceca ha chiuso il 2003 con un rapporto deficit/pil al 12,9%, Malta al 9,7%, Cipro al 6,3%, l’Ungheria al 5,9%, la Polonia al 4,1% e la Slovacchia al 3,6%. Ai 6 nuovi Stati membri, che negli ultimi anni hanno affrontato investimenti ingenti per rispettare tutti i criteri richiesti dai negoziati di adesione, sarà accordato un «periodo d’aggiustamento di diversi anni, la cui durata sarà decisa caso per caso, sulla base delle specifiche realtà nazionali».

(Fonte: Ansa)