GUERRA IN JUGOSLAVIA: FALLIMENTO EUROPEO?  

Non avremmo mai voluto dedicare un numero di Euronote a un argomento che deploriamo e condanniamo nel modo più assoluto come la guerra, ma la gravissima situazione che si è venuta a creare nell'area balcanica ci obbliga a farlo.

Riteniamo quindi doveroso svolgere il nostro lavoro di informazione sociale europea fornendo alcuni elementi di riflessione su quanto sta avvenendo, con la speranza che quando leggerete queste pagine si sia posto termine alle azioni militari e sia tornata a prevalere l'azione diplomatica.

E' indubbio che ogniqualvolta il "linguaggio" delle armi si sostituisce a quello della politica e della diplomazia non si può far altro che constatare un enorme fallimento, sotto tutti i punti di vista. Fallimento che riguarda soprattutto i soggetti sovranazionali che hanno la responsabilità di stabilire le regole di convivenza tra Stati e di ricercare tutte le vie necessarie a risolvere i problemi che da tale convivenza scaturiscono e si sviluppano. Per quanto riguarda i territori della ex e dell'attuale Jugoslavia, in particolare, gli errori della comunità internazionale sono stati molteplici, soprattutto per i ritardi con cui sono stati affrontati i problemi e per la miopia che ha caratterizzato le stentate soluzioni, fin dai primi anni Novanta. Il fallimento europeo sul quale ci interroghiamo, quindi, non è l'unico ma sicuramente quello che pesa di più su tutti i cittadini europei, dal momento che la crisi dell'ex Jugoslavia è una crisi prima di tutto europea, se non altro per la sua collocazione geografica. Così, registrando l'entrata in vigore del nuovo Trattato dell'Unione europea mentre l'Europa è coinvolta in una guerra, abbiamo cercato di capire se in futuro sarà possibile affrontare diversamente le crisi che si manifesteranno. Per questo motivo dedichiamo ampio spazio all'analisi della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) che il nuovo Trattato rilancia e rafforza e che riteniamo essere, anche alla luce della situazione attuale, una delle priorità dell'Unione che non può permettersi di restare a lungo solo unione economica e monetaria. Abbiamo poi esteso la riflessione al ruolo dell'Onu, al nuovo ruolo della Nato (alquanto preoccupante), ad un'analisi sulle ragioni e sulle prospettive della crisi balcanica e agli interventi a favore dei profughi.

Euronote si prefigge comunque di ritornare sull'argomento nei prossimi numeri.




IL TRATTATO DI AMSTERDAM SU PESC E DIFESA COMUNE

La Conferenza intergovernativa, che ha portato alla firma del Trattato di Amsterdam, si prefiggeva tra gli obiettivi principali la riforma della politica estera e di sicurezza comune (Pesc) per migliorarne il funzionamento ed offrire mezzi più adeguati all'Unione europea sulla scena internazionale. La riforma si è rivelata particolarmente urgente in seguito al crollo dell'ex Jugoslavia, la cui situazione tragica ha dimostrato che l'Ue doveva essere in grado di agire e di prevenire, anziché semplicemente di reagire. La crisijugoslava ha inoltre messo (e purtroppo mette tuttora) in luce le debolezze di una reazione non coordinata degli Stati membri. Il trattato di Amsterdam cerca di superare le contraddizioni esistenti tra gli obiettivi comuni della Pesc, che sono particolarmente ambiziosi, e i mezzi di cui l'Ue dispone per conseguirli, che hanno dimostrato di non poter soddisfare le attese e di non essere all'altezza della posta in gioco.

Poco efficace il titolo V del Trattato Ue

La politica estera e di sicurezza comune (Pesc) è disciplinata dalle disposizioni contenute nel titolo V del Trattato Ue. La Pesc viene citata anche nell'articolo B delle disposizioni comuni, che sancisce che uno degli obiettivi dell'Unione consiste nell' «affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l'attuazione di una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione a termine di una politica di difesa comune che potrebbe, successivamente, condurre a una difesa comune (...)».

L'instaurazione della Pesc ha soddisfatto il desiderio di fornire all'Unione mezzi più adeguati per far fronte alle molteplici difficoltà incontrate a livello internazionale, offrendole nuovi mezzi d'azione che vanno ad aggiungersi alle attività tradizionali della Comunità nel settore delle relazioni esterne (in particolare la politica commerciale e la cooperazione allo sviluppo).

Il titolo V costituisce un pilastro distinto dell'Unione europea, poiché le procedure di funzionamento, di tipo intergovernativo, si distinguono da quelle adottate nei settori tradizionali della Comunità, quali ad esempio il mercato interno o la politica commerciale. Questa differenza è evidente soprattutto a livello di processo decisionale, che richiede il consenso degli Stati membri - mentre nei settori comunitari tradizionali è richiesta la votazione a maggioranza -, ma anche nel ruolo più modesto svolto dalla Commissione, dal Parlamento e dalla Corte di giustizia per le questioni che rientrano nel titolo V. Il relegare tali istituzioni a un ruolo secondario nell'ambito della Pesc contrasta nettamente con le competenze attribuite loro a livello comunitario. Per favorire un funzionamento armonioso ed evitare contraddizioni tra i due tipi di azioni (comunitaria e intergovernativa), l'articolo C sancisce che: «l'Unione assicura (...) la coerenza globale della sua azione esterna nell'ambito delle politiche in materia di relazioni esterne, di sicurezza, di economia e di sviluppo. Il Consiglio e la Commissione hanno la responsabilità di garantire tale coerenza. Essi provvedono, nell'ambito delle rispettive competenze, ad attuare dette politiche».

Nei primi anni, tuttavia, l'azione comune degli Stati membri nell'ambito del titolo V non ha soddisfatto le loro attese. Sulla base di un bilancio relativamente negativo, i negoziati della conferenza intergovernativa del 1996 si sono prefissi l'obiettivo di introdurre, nel nuovo trattato, le riforme istituzionali necessarie a rendere la Pesc efficace.

Il nuovo Trattato prevede la strategia comune

Così, con il Trattato di Amsterdam il carattere operativo della Pesc sarà rafforzato grazie a strumenti più coerenti e ad un processo decisionale più efficace. Si potrà ricorrere alla votazione a maggioranza qualificata in caso di "astensione costruttiva" e sarà inoltre possibile rinviare una decisione al Consiglio europeo in caso di veto eccezionale di uno Stato membro. La Commissione sarà maggiormente coinvolta a livello di rappresentanza e di attuazione.

Il nuovo Trattato introdurrà un nuovo strumento di politica estera, che verrà ad aggiungersi all'azione comune e alla posizione comune: si tratta della strategia comune. Il Consiglio europeo, l'organo che definisce i principi e gli orientamenti generali della Pesc, potrà definire, per consenso, strategie comuni nei settori in cui gli Stati membri hanno importanti interessi in comune. Una strategia comune dovrà precisare gli obiettivi, la durata e i mezzi che l'Unione e gli Stati membri devono mettere a disposizione.

L'attuazione delle strategie comuni, attraverso azioni e posizioni comuni adottate a maggioranza qualificata, spetterà al Consiglio, che potrà inoltre raccomandare strategie comuni al Consiglio europeo.

In seguito all'entrata in vigore del nuovo Trattato, le decisioni relative alla Pesc dovranno continuare ad essere prese, di norma, all'unanimità. Gli Stati membri potranno tuttavia ricorrere all'"astensione costruttiva". Significa che l'astensione di uno Stato membro non impedirà l'adozione di una decisione. Qualora, inoltre, lo Stato membro in questione motivi la propria astensione con una dichiarazione formale, esso non sarà obbligato ad applicare la decisione, ma accetterà, in uno spirito di reciproca solidarietà, che questa impegni l'Unione. Esso si asterrà pertanto da qualsiasi azione che possa contrastare l'azione dell'Unione basata su tale decisione. Il meccanismo di dichiarazione formale a motivazione dell'astensione non potrà venire applicato qualora gli Stati membri che decidono di farvi ricorso rappresentino più di un terzo dei voti del Consiglio secondo la ponderazione prevista dal Trattato.

Nasce l'Alto rappresentante per la Pesc

Il nuovo articolo J.16 del Trattato sull'Unione europea (articolo 26) prevede poi l'istituzione di una nuova funzione che dovrebbe contribuire a migliorare la visibilità e la coerenza della Pesc: l'Alto rappresentante per la Pesc. Egli sarà incaricato di assistere il Consiglio nelle questioni che rientrano nel settore della politica estera e di sicurezza comune, contribuendo alla formulazione, all'elaborazione e all'attuazione delle decisioni. Su richiesta della presidenza, l'Alto rappresentante per la Pesc agirà a nome del Consiglio conducendo un dialogo politico con terzi.

Sotto il profilo logistico, l'Alto rappresentante sarà sostenuto da una "cellula di programmazione politica e tempestivo allarme" che verrà creata presso il Segretario generale del Consiglio e posta sotto la sua responsabilità. Tale cellula è composta da esperti del Segretariato generale del Consiglio, degli Stati membri, della Commissione e dell'Ueo.

Sotto il profilo della sicurezza, il nuovo articolo J.7 (articolo 17) del Trattato prospetta due nuovi sviluppi, sebbene non imminenti: una difesa comune; l'integrazione dell'Unione dell'Europa occidentale (Ueo) nell'Ue.

In termini concreti, il nuovo testo prevede che la Pesc comprenda tutte le questioni relative alla sicurezza dell'Unione, ivi compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune che potrebbe condurre a una difesa comune, qualora il Consiglio europeo decida in tal senso.

Il Trattato di Amsterdam prevede che le spese operative della Pesc siano a carico del bilancio comunitario, tranne quando derivino da operazioni con implicazioni nel settore militare o della difesa e a meno che il Consiglio, deliberando all'unanimità, decida altrimenti. In quest'ultimo caso, si prevede altresì che gli Stati membri che si siano astenuti con una dichiarazione formale non siano obbligati a contribuire al finanziamento dell'operazione.

Nel caso di spese a carico degli Stati membri, il nuovo testo prevede che la ripartizione avvenga secondo un criterio basato sul prodotto nazionale lordo, a meno che il Consiglio, deliberando all'unanimità, non stabilisca altrimenti.

Fonte: Commissione europea DG X *




PESC: BREVE CRONISTORIA

Durante le varie tappe della costruzione europea, i concetti di unione politica, di politica estera comune o di difesa comune sono stati regolarmente posti all'ordine del giorno da una serie di progetti politici.

Il piano Pléven (dal nome dell'allora presidente del Consiglio francese), del 1950, prevedeva la creazione di un esercito europeo integrato sotto un comando comune. Oggetto di negoziati tra gli Stati membri della Comunità europea del carbone e dell'acciaio dal 1950 al 1952, il piano portò alla firma del trattato che istituiva la Comunità europea di difesa (Ced). Il corollario della Ced era un progetto politico volto a creare una struttura federale o confederale, presentato nel 1953. Il tentativo tuttavia fallì, poiché il progetto fu respinto dall'Assemblea nazionale francese il 30 agosto 1954.

Agli inizi degli anni '60, furono condotti difficili negoziati sulla base dei due piani Fouchet, successivamente presentati dalla Francia, che prevedevano una più stretta cooperazione politica, un'Unione di Stati e politiche comuni in materia di affari esteri e di difesa. Un comitato incaricato di definire proposte concrete, giunse a compromessi difficili ma ambiziosi quali l'istituzione di un segretariato indipendente o la prospettiva del voto a maggioranza qualificata in determinati settori. In mancanza di un accordo sulle proposte del comitato Fouchet, però, nel 1962 i negoziati tra gli Stati membri si arenarono.

In seguito alla richiesta dei capi di Stato e di governo di esaminare la possibilità di avanzare sul piano politico, nel 1970 fu presentato al Vertice di Lussemburgo il cosiddetto "rapporto Davignon". Fu l'inizio della Cooperazione politica europea (Cpe) varata in maniera informale nel 1970 e successivamente istituzionalizzata dall'Atto unico europeo (Aue) nel 1987. La Cpe prevedeva essenzialmente la consultazione tra gli Stati membri sulle questioni di politica estera.

Tre anni dopo, al Vertice di Copenaghen, fu presentata una relazione sul funzionamento della Cpe, in seguito alla quale vennero intensificate le riunioni dei ministri degli Affari esteri e del Comitato politico (composto dai direttori nazionali degli affari politici). Parallelamente, fu creato un gruppo di "corrispondenti europei", incaricati di seguire da vicino l'evoluzione della Cpe in ciascuno Stato membro. La cooperazione politica beneficiò inoltre dell'accesso a una nuova rete telex che collegava gli Stati membri, il Coreu.

L'istituzione del Consiglio europeo nel 1974 contribuì a un migliore coordinamento della Cpe grazie al ruolo svolto dai capi di Stato e di governo nella definizione dell'orientamento politico generale della politica comunitaria. Da quel momento, il ruolo della presidenza, nonché la pubblicità data ai lavori della Cpe, cominciarono a rafforzarsi reciprocamente attraverso prese di posizione ufficiali della Comunità.

In seguito all'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Unione Sovietica e alla rivoluzione islamica in Iran, gli Stati membri si resero conto della crescente impotenza della Comunità europea sulla scena internazionale. Determinati a potenziare la Cpe, nel 1981 essi adottarono pertanto il rapporto di Londra che obbligava gli Stati membri a procedere a consultazioni, e a coinvolgere la Commissione europea per qualsiasi questione di politica estera riguardante tutti gli Stati membri. Lo stesso desiderio di affermare la posizione della Comunità a livello mondiale fu all'origine, nel 1982, dell'iniziativa Genscher-Colombo relativa all'Atto unico europeo da cui scaturì, nel 1983, la dichiarazione solenne di Stoccarda sull'Unione europea.

Il rapporto del comitato Dooge, elaborato nel 1985 in vista della conferenza intergovernativa che portò all'Atto unico europeo, conteneva una serie di proposte relative alla politica estera, segnatamente una maggiore concertazione nelle questioni di sicurezza e la cooperazione nel settore degli armamenti. Esso raccomandava inoltre la creazione di un segretariato permanente. Pur essendo più limitate rispetto alle proposte del comitato Dooge, le disposizioni introdotte nel trattato dall'Atto unico permisero comunque di istituzionalizzare la Cpe, il gruppo dei corrispondenti europei e un segretariato posto sotto l'autorità diretta della presidenza. Quanto agli obiettivi della Cpe, essi furono estesi a tutte le questioni di politica estera di interesse generale.

La Conferenza intergovernativa sull'unione politica ha portato poi all'introduzione di un titolo specifico riguardante una politica estera e di sicurezza comune (Pesc) nel Trattato di Maastricht entrato in vigore nel 1993.




POLITICA ESTERA E DI DIFESA: L'OPINIONE DEI CITTADINI EUROPEI  

La stragrande maggioranza dei cittadini europei sostiene l'idea di una politica europea comune in materia di diplomazia e di sicurezza esterna. Mediamente, i cittadini si dichiarano favorevoli a una politica militare e di difesa comune e il 78,9% di essi ritiene che l'Unione europea dovrebbe intervenire con fermezza nei conflitti per mantenere la pace. D'altro canto, però, i cittadini europei operano una distinzione tra l'impegno politico e il suo concretamento: in quest'ultimo caso, essi confidano maggiormente nell'esperienza dei rispettivi governi, così il 47% circa degli intervistati non ritiene necessario che l'Unione abbia un esercito unico e il 49% circa pensa che la difesa debba restare di competenza dello Stato. Sono questi i risultati emersi da un'indagine condotta dall'Inra per conto della Commissione europea dal 28 gennaio al 12 marzo 1996 in tutte le regioni dell'Unione su 65.000 persone (la più grande di questo genere mai realizzata nell'Ue, nonché la più recente), alle quali è stato chiesto di pronunciarsi in merito ad un certo numero di questioni relative alla costruzione europea.

Certo, se riproposta oggi l'indagine presenterebbe probabilmente alcune differenze alla luce della grave situazione internazionale, ma riteniamo comunque interessante analizzarne in sintesi i risultati.

Politica estera comune

Il 65,8% dei cittadini europei ritiene che l'Unione europea dovrebbe avere una politica estera comune, il 19,5% si dichiara contrario e il 15% afferma di non avere un'opinione al riguardo. Tale tendenza si conferma in quasi tutti i Paesi dell'Unione, ad eccezione di tre di essi che esprimono maggiori riserve e in cui le opinioni favorevoli scendono al 50% o addirittura al di sotto di tale soglia (Regno Unito: 51,2%; Finlandia: 48,1%; Svezia: 44,1%).

La Danimarca si colloca a metà strada tra questo primo gruppo e un secondo al quale appartengono i principali sostenitori di una diplomazia europea comune. Rispetto a britannici, finlandesi e svedesi, i cittadini danesi si schierano nettamente a favore di tale diplomazia (57,5%) ma, parallelamente, il 35,6% di essi si dichiara contrario. La percentuale di coloro che dichiarano di non avere un'opinione è la più bassa (6,9%).

Negli altri undici Stati membri, la percentuale di opinioni favorevoli varia entro un margine piuttosto ampio: Portogallo (56,8%), Irlanda (62,3%), Austria (62,4%), Spagna (65,1%), Belgio (67,2%), Lussemburgo (67,8%), Francia (69,4%), Germania (70,8%), Italia (73,3%), Grecia (73,8%) e infine Paesi Bassi (76,1%).

Politica militare e di difesa comune

Una maggioranza del 59,6% degli intervistati (contro il 26,4%) si dichiara favorevole ad una politica militare e di difesa comune ai Quindici. Le opinioni in Spagna (58,2%), Belgio (59,4%), Lussemburgo (59,9%), Austria (60%) e Francia (60,3%) si attestano su tale media. Quattro Paesi si pronunciano più chiaramente a favore di tale politica comune. Si tratta dell'Italia (63,6%), dei Paesi Bassi (68%), della Grecia (70,1%) e della Germania (70,5%). Tre Paesi continuano a dichiararsi favorevoli a tale politica comune, pur non registrando una netta maggioranza di risposte positive: Portogallo (49,3%), Regno Unito (47,6%) e Irlanda (45,1%). Le opinioni di tre Paesi nordici si distaccano infine nettamente da quella degli altri membri dell'Ue: in Svezia, il 54,4% dei cittadini si oppone alla Pesc, in Danimarca il 58,5% e in Finlandia il 69,3%. Per una stragrande maggioranza di cittadini (78,9% contro 14,5%), comunque, uno degli obiettivi prioritari della politica europea comune in campo militare e in materia di difesa consiste nel mantenimento della pace durante eventuali conflitti, attraverso un intervento più fermo di quello attuale. Tutti i Quindici reagiscono a tale proposito con grande determinazione, giacché soltanto il 6,6% del campione ha risposto di non avere un'opinione al riguardo. Dalla posizione di ciascun Paese emergono sfumature piuttosto che divergenze fondamentali. Nei tre Paesi meno favorevoli a tale obiettivo, oltre il 70% dei cittadini continua comunque a privilegiarlo: 71,8% in Belgio, 72,1% nei Paesi Bassi e 72,7% nel Regno Unito. Danimarca (75,4%), Austria (75,7%), Finlandia (76), Germania (76,4%), Irlanda (77,4%), Portogallo (78,1%), Svezia (80%), Italia (80,8%) e Lussemburgo (82%) si attestano sulla media europea. Spagna, Francia e Grecia si distaccano infine più nettamente dagli altri Stati membri dell'Ue dichiarandosi ancor più favorevoli a questo tipo di azioni militari per il mantenimento della pace: 84,5% dei cittadini spagnoli, 85,6% dei cittadini francesi e 89,3% di quelli greci si pronunciano in tal senso.

Esercito unico europeo

Il 47% degli europei (contro il 38,5%) non ritiene necessario creare un unico esercito per i Quindici nel quadro della costruzione europea. I cittadini europei sono chiaramente divisi sulla questione. Nei tre Paesi scandinavi e nel Regno Unito, l'opinione pubblica reagisce in maniera identica: vi si registra infatti l'opposizione più marcata. In Germania, Austria, Irlanda e Portogallo, invece, i cittadini oppongono una resistenza meno netta. Particolare è la situazione dell'Irlanda dove i cittadini che esitano sono più numerosi della media: il 22,9% di essi non si pronuncia sulla questione (contro una media europea del 14,4%). In Francia e Lussemburgo le opinioni favorevoli e contrarie si bilanciano: i francesi sono piuttosto favorevoli al ruolo catalizzatore di un esercito unico mentre i lussemburghesi nutrono dubbi al riguardo. In Belgio, Spagna, Grecia, Italia e Paesi Bassi, la maggioranza di opinioni favorevoli è alquanto limitata.

Ruolo militare attivo per l'Ue

Sebbene, sia nel complesso che in situazioni specifiche, l'Ue realizzi una politica di sicurezza comune attraverso azioni militari concrete, questo ruolo dell'Unione europea viene ancora accettato di malavoglia o considerato negativamente.

In media, il 48,6% dei cittadini europei ritiene che la difesa debba restare di competenza del proprio Paese, mentre soltanto il 44,5% di essi assegna un ruolo attivo all'Unione europea. Soltanto il 7% degli intervistati dichiara di non avere un'opinione al riguardo. Solamente in Francia, infine, l'opinione pubblica è equamente divisa (47%).

Nonostante, in qualche misura, sostenitori e oppositori del ruolo politico dell'Unione europea nel settore della difesa si equilibrino, si può notare che un gruppo comprende gli Stati membri più convinti: Spagna (ruolo Ue 45,3% contro 42,7%), Germania (ruolo Ue 51,7% contro 42%), Belgio (ruolo Ue 53,8% contro 36,6%), Lussemburgo (ruolo Ue 55,2% contro 33,7%), Italia (ruolo Ue 56,9% contro 36%) e Paesi Bassi (ruolo Ue 63,8% contro 31,1%). Un secondo gruppo riunisce invece i Paesi che mostrano una netta preferenza per il ruolo del proprio governo: Austria (57%), Grecia (57,6%), Portogallo (58,6%), Irlanda (64,3%), Regno Unito (66%) e Danimarca (74,4%).

La Svezia (ruolo Ue 12,4% contro 83,5%) e la Finlandia (ruolo Ue 4,7% contro 92,6%) sono invece i più accaniti oppositori dell'eventualità di demandare all'Unione tale responsabilità.  

Fonte: Commissione europea DG X, Azioni prioritarie d'informazione *




PROFUGHI: RUOLO DELL'UE E NUOVO TRATTATO

Di fronte alla drammatica situazione dei profughi del Kosovo (circa 650 mila persone stimate lo scorso 20 aprile) la Commissione europea ha proposto di costituire un Fondo europeo per i rifugiati per dare un aiuto finanziario agli Stati dell'Ue che accolgono queste persone. Si prevede un aiuto finanziario ai vari Stati per contribuire ai costi di soggiorno, a garantire i mezzi di sussistenza (in particolare alimentazione e vestiario), al sostegno medico e psicologico e alle spese di personale per una durata di sei mesi. Il totale del finanziamento disponibile per l'esercizio 1999 raggiungerebbe i 15 milioni di euro e si attende solo l'approvazione del Consiglio. Nell'ambito dell'Ufficio Umanitario della Comunità europea (Echo), poi, sono stati stanziati 150 milioni di euro (lo scorso 7 aprile) per la realizzazione di campi provvisori in Albania, nell'Arym (Antica Repubblica Yugoslava di Macedonia) e negli altri Paesi vicini, e per i costi legati alla loro sussistenza quotidiana. Inoltre, i ministri europei dell'Economia e delle Finanze (Consiglio Ecofin del 17 aprile scorso) si sono detti disponibili alla proposta della Francia di accordare una moratoria di due anni all'Albania e alla Macedonia sul rimborso dei loro debiti (va ricordato che l'Albania è il Paese più povero d'Europa). Questa moratoria sarebbe accompagnata da un'assistenza macroeconomica ai Paesi della regione destinata a rimediare alle importanti ripercussioni economiche e sociali del conflitto.

Oltre a queste azioni, si pone la questione dell'accoglienza dei rifugiati all'interno dell'Ue. Secondo il Trattato di Amsterdam (entrato in vigore il 1° maggio, vedi pag. 14), infatti, il Consiglio dell'Unione deve definire misure relative ai rifugiati. L'attuazione di modalità comuni di accoglienza e di rimpatrio volontario era già stata proposta dalla Commissione lo scorso dicembre, ma le discussioni tra i Quindici a questo riguardo sono in una situazione di stallo. L'attualità dimostra però l'importanza di un'azione comune anche in questo campo. Va ricordato che il Trattato di Amsterdam integra le questioni relative all'asilo e all'immigrazione nel cuore stesso della Comunità europea. Secondo il Trattato: «Il Consiglio (...) definisce, nei cinque anni che seguono all'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam:

1. misure relative all'asilo (...) nei seguenti campi:

criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro responsabile dell'esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati membri da una persona proveniente da un Paese terzo; norme minime che regolano l'accoglienza dei richiedenti l'asilo negli Stati membri; norme minime concernenti le condizioni cui devono corrispondere i provenienti da Paesi terzi per poter pretendere uno statuto di rifugiato; norme minime concernenti la procedura di concessione o di ritiro dello statuto di rifugiato negli Stati membri;

2. misure relative ai rifugiati e alle persone "dislocate", nei seguenti campi:

norme minime relative alla concessione di una protezione temporanea alle persone "dislocate" provenienti da Paesi terzi che non possono rientrare nel loro Paese di origine e alle persone che, per altre ragioni, hanno bisogno di una protezione internazionale; misure tendenti a garantire un equilibrio tra gli sforzi consentiti dagli Stati membri per accogliere dei rifugiati e delle persone "dislocate" e sostenere le conseguenze di questa accoglienza;

3. misure relative alla politica di immigrazione, nei seguenti campi:

condizioni di ingresso e di soggiorno, oltre che norme concernenti le procedure di rilascio da parte degli Stati membri di visti e titoli di soggiorno di lunga durata, in particolare ai fini del ricongiungimento familiare; immigrazione clandestina e soggiorno irregolare, ivi compreso il rimpatrio di persone in soggiorno irregolare;

4. misure che definiscono i diritti delle persone provenienti da Paesi terzi in situazione di soggiorno regolare in uno Stato membro e le condizioni in cui essi possono soggiornare negli altri Stati membri».

Fonte: Infospeciale n°3-99




LA GUERRA CONTRO L'ONUDI NANNI SALIO  

Le speranze suscitate nel 1989 con il crollo del muro di Berlino e con la fine della guerra fredda sono durate ben poco. Finalmente, si diceva, l'Onu avrebbe potuto svolgere in pieno le sue funzioni. Non sarebbe più stata bloccata dal veto incrociato e contrapposto delle due superpotenze, Usa e Urss. In un primo tempo, infatti, è sembrato che queste speranze si traducessero in realtà, con una ripresa degli interventi di peace-keeping dell'Onu in numerose situazioni di guerre locali, con risultati in molti casi soddisfacenti. E l'Agenda per la Pace del Segretario delle Nazioni Unite Boutros Ghali sembrò un buon contributo per rafforzare ulteriormente il ruolo dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Cominciarono da più parti ad essere elaborati piani per una trasformazione del Consiglio di sicurezza, mediante un allargamento del numero di membri permanenti e con forme più rappresentative, a rotazione, della presenza degli altri Stati membri. Anche se gli interessi erano divergenti e il numero di Stati che si aspettavano di entrare a far parte del Consiglio di sicurezza era sempre più numeroso (Germania, Giappone, Italia, India, Brasile, ...) si nutriva la speranza di arrivare ben presto ad un accordo ragionevole. Ma, a cominciare dal 1991, con la guerra del Golfo, ha inizio la parabola discendente dell'Onu. Già la guerra contro l'Iraq, pur se condotta dietro mandato Onu, avvenne con modalità che contraddicevano ampiamente lo spirito della carta costituzionale delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti condussero dapprima una politica diplomatica volta a impedire qualsiasi soluzione concordata, e poi guidarono la forza multinazionale imponendo l'uso di una strategia che comportò in un solo mese un livello di bombardamenti superiore a quelli di tutta la seconda guerra mondiale, concentrati in un unico Stato, distruggendo non solo obiettivi militari, ma anche gran parte delle infrastrutture della società. E imposero la conclusione con una orrenda carneficina mediante l'impiego di nuovi sistemi d'arma quasi-nucleari. Negli anni successivi, avviarono inoltre un embargo che ancora oggi provoca, secondo stime attendibili dell'Unicef, la morte indiretta, e differita, di circa 5 mila bambini al mese. Complessivamente, si stima che dal 1991 ad oggi oltre 500 mila bambini siano morti prematuramente per le conseguenze dell'embargo. A più riprese gli Usa hanno imposto unilateralmante nuovi bombardamenti interpretando univocamente le risoluzioni Onu, e vedendo malvolentieri l'intento di mediazione del nuovo segretario Kofi Annan.

Ma è durante le guerre jugoslave, e in particolar modo in quella attuale del Kosovo, che sono stati inferti i colpi più pesanti alle Nazioni Unite, tanto che si può parlare di vera e propria "guerra contro l'Onu". È ormai evidente che gli interessi della politica statunitense divergono da quelli di gran parte degli altri Paesi. Da quando gli Usa non sono più sicuri di poter controllare l'Assemblea Generale, hanno dapprima cominciato a criticare singoli organismi (come l'Unesco) accusandoli di sostenere una politica culturale troppo progressista (se non addirittura filocomunista), per giungere poi a sospendere la loro quota di finanziamenti, mettendo in gravi difficoltà economiche l'intera struttura dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Nel corso della guerra in Kosovo è stata palesemente e apertamente violata in modo strumentale, con la scusa dell'ingerenza umanitaria, la carta costitutiva delle Nazioni Unite. Lo scopo ormai sempre più evidente della politica statunitense è quello di sostituire la Nato all'Onu, con la scusa dell'inefficienza e della lentezza decisionale, al fine di svolgere in prima persona la funzione di gendarmi, per difendere i propri interessi nazionali e imporre sul resto del mondo un ordine economico e politico a loro funzionale. Da questa difficile situazione si potrà uscire solo se si riuscirà a stabilire un accordo con gli Stati Uniti che riesca a modificare almeno parzialmente la loro attuale politica di potenza.

Ma il problema nodale dell'Onu, come più in generale di tutta la problematica pace/guerra, non è tanto e solo quella della ingegneria costituzionale, quanto la coerenza tra mezzi e fini. Non è sufficiente, come si è visto con drammatica chiarezza in Kosovo, limitarsi a dichiarare di voler perseguire fini buoni e giusti, né a scrivere nuove carte dei diritti umani se, contemporaneamente e contestualmente, non ci si dota di strumenti efficaci e coerenti per far rispettare i diritti violati. In altre parole, l'Onu deve dotarsi di strumenti di intervento nonviolento per la trasformazione non distruttiva dei conflitti. È quanto da tempo vanno proponendo e sperimentando, anche se su piccola scala, i movimenti nonviolenti di tutto il mondo. È giunto il momento che queste proposte e sperimentazioni vengano fatte proprie dalle istituzioni internazionali e l'Onu si doti di forze permanenti di pace costituite da uomini (caschi bianchi) e da donne (caschi rosa) appositamente preparate e addestrate a compiti di prevenzione, interposizione, intervento e riconciliazione nei conflitti su larga scala.




LA NATO RINASCE A CINQUANT'ANNI

Nei giorni 23-25 aprile scorsi si sono svolte a Washington le celebrazioni per i cinquant'anni dell'Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord, cioè la Nato. La coincidenza di questo appuntamento con gli attacchi militari dell'Alleanza atlantica in Jugoslavia (coincidenza casuale?) ha naturalmente occupato gran parte dei lavori dei 19 capi di Stato e di governo dei Paesi membri. Oltre alla definizione delle linee d'azione militare nei Balcani alla luce della situazione attuale, la Nato ha aperto la possibilità di un ingresso nell'Alleanza a tutti i Paesi dell'area, eccezion fatta naturalmente per la Jugoslavia. Così, non subito ma intorno al 2002, anche Romania, Slovenia, Macedonia, Albania, Estonia, Lituania, Lettonia e Slovacchia, potrebbero entrare a far parte dell'Alleanza aggiungendosi quindi ai nuovi entrati Ungheria, Polonia e Repubblica ceca. Fin da subito, però, ha detto il segretario generale Javier Solana, saranno difesi dalla Nato in caso di attacco da parte della Jugoslavia. In pratica, l'influenza della Nato si estenderà in tutta l'Europa sudorientale, anche grazie alla collaborazione dell'Ue, per la quale è stato riconfermato un ruolo da protagonista all'interno dell'Alleanza atlantica secondo quanto stabilito a Berlino nel 1996 con la formazione dei Gruppi di forze multinazionali (Gfim) sotto comando europeo appunto. Va però ricordato che tali Gfim possono essere impiegati solo dopo un accordo con Washington e utilizzando infrastrutture e logistica Nato: vale a dire che le forze europee agiranno solo se gli Usa lo vorranno. Questo contrasta un po' con tutti gli attestati di fiducia formulati nel corso del summit di Washington alla nascente politica estera e di sicurezza comune (Pesc) dell'Unione, secondo quanto previsto dal nuovo Trattato appena entrato in vigore.

Ma come si giustifica il mantenimento in vita di un patto difensivo nato nel 1949 per fronteggiare la minaccia sovietica che ora non esiste più? Nella cosiddetta «nuova concezione strategica» la Nato ha deciso di estendere la possibilità di intervento nelle zone dove siano in atto scontri etnici o religioni, dispute territoriali, violazioni dei diritti umani o gravi instabilità provocate dalla dissoluzione di Stati. Un specie di "gendarme del mondo", il cui raggio d'azione è per ora limitato alla regione euroatlantica, che «in casi eccezionali» può intervenire senza mandato del Consiglio di sicurezza Onu. Il problema sta nelfatto che l'eccezionalità dei casi viene stabilita dalla Nato stessa e, per giustificare interventi al di fuori dell'area Atlantica (in violazione con lo Statuto Nato originario), è stata creata la definizione di casi «non-articolo 5», cioè l'articolo che prevede interventi armati solo in caso di attacchi contro uno o più membri dell'Alleanza. L'attacco alla Jugoslavia rientrerebbe quindi in questa casistica e la necessità Nato di accelerare l'apertura alla maggior parte dei Paesi dell'area balcanica va nella direzione della legittimazione dell'intervento, oltreché del controllo di quell'area. Questo nuovo ruolo assunto, dunque, può essere il motivo con il quale la Nato giustifica la propria esistenza. La stessa Onu, tra l'altro, quando in Bosnia aveva affidato alla Nato il compito di far rispettare le risoluzioni votate, aveva in qualche modo legittimato un ruolo per l'Alleanza atlantica di "braccio armato" delle Nazioni Unite. Un precedente che ha dato in seguito la possibilità alla Nato di sostituire completamente l'Onu nella crisi bosniaca. La crisi del Kosovo e la guerra della Nato contro la Serbia hanno però portato ad un passo ulteriore: la completa esclusione delle Nazioni Unite. «Intervenendo per la prima volta negli affari interni di un Paese sovrano, al di fuori di qualunque mandato dell'Onu e nonostante l'opposizione della Russia e della Cina - ha scritto Paul-Marie De La Gorce su "Le Monde diplomatique" dello scorso aprile - la Nato si è attribuita un ruolo di potenza protettrice in Europa, anche se diretta dagli Stati Uniti. Per il suo anniversario era difficile immaginare una celebrazione più clamorosa».

DON CIOTTI: "LA FORZA DELLA RAGIONE CONTRO LE RAGIONI DELLA FORZA"

«La pace è drammaticamente urgente, perché se arrivasse tardi non sarebbe vera pace. Sarebbe la pace precaria che sancisce i vincitori e umilia i vinti. La vera pace, invece, non è solo assenza di guerra, ma molto di più: è giustizia, convivenza, pari dignità e garanzia di diritti. Una pace così, però, non si conquista, e soprattutto non si mantiene, con la supremazia delle armi, non si ottiene e difende con le ragioni della forza, ma solo con la forza della ragione».

Con queste parole don Luigi Ciotti, insieme a numerosissime associazioni ed esponenti del terzo settore e della cosiddetta società civile, sostiene fin dall'inizio del conflitto dei Balcani la necessità di porre fine alla guerra.

La posizione pacifista viene considerata da più parti utopica ed irresponsabile...

Non siamo mai stati "anime belle" e ci siamo sempre sporcati le mani. Non siamo mai stati cioè, e non stiamo tuttora, ad osservare rassegnati. Va ricordato che sono stati proprio i volontari delle associazioni a impegnarsi in questi anni nella ex Jugoslavia, e altrove, in modo molto più convinto rispetto alle organizzazioni istituzionali. Contando, tristemente, anche i propri morti. Veniamo anche accusati di sottovalutare le violazioni dei diritti umani o l'aperto genocidio, e dicono che per fermarli ogni mezzo è lecito. Una critica che, a noi rivolta, ci pare fuori luogo. Come singoli e come associazioni abbiamo denunciato per anni questi crimini cercando, allo stesso tempo, di alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite, mentre altri tacevano o gridavano contro "invasioni" e sbarchi sulle nostre coste. Abbiamo sempre sostenuto e praticato l'accoglienza, non l'allontanamento dei perseguitati. Il rifiuto del linguaggio delle armi, poi, non è solo l'espressione di principi e di valori etici, ma il coerente sviluppo delle lezioni della Storia.

Questa guerra è quindi drammaticamente inutile?

In questo secolo ci sono stati 110 milioni di morti a causa di eventi bellici. Occorre chiederci se era inevitabile risvegliare questa bestia ottusa e vorace che si ciba di vite umane e che, con troppa ingenuità e molte smemoratezze, si ritiene all'inizio di poter governare. L'intervento armato ha ottenuto finora effetti contrari a quelli dichiarati: deportazioni e massacri si sono intensificati. Quando le armi taceranno, inoltre, le possibilità di convivenza interetnica saranno ancor più difficili, rese ardue e faticose dalla povertà più diffusa, dai rancori accumulati, da distanze che appariranno inavvicinabili. E, paradossalmente, si dovrà riprendere il dialogo da dove è stato interrotto: perché la guerra non trasforma lo scontro in incontro, ingigantisce il nemico fino a demonizzarlo e giustifica i propri, violenti linguaggi.

Come si può giungere a quella che lei definisce vera pace?

Le opportunità per la pace si costruiscono solo mettendo realmente al centro delle scelte politiche attuali, ma anche degli equilibri futuri, gli interessi e la dignità, i diritti umani e le speranze delle donne e degli uomini di quelle terre, siano esse kosovare, serbe, macedoni, montenegrine. Lo abbiamo detto e scritto negli appelli, lo abbiamo ripetuto nelle manifestazioni che hanno visto intrecciarsi, in una pluralità di voci e di punti di vista, la denuncia per le persecuzioni etniche, la solidarietà per le vittime dei bombardamenti e per le masse di profughi, la diffusa preoccupazione di fronte agli sviluppi e fors'anche un certo senso di impotenza davanti alla timidezza, se non alla passività, degli organismi politici sovranazionali. Il filo della ragione e della speranza è purtroppo molto esile: è responsabilità di tutti contribuire a rinforzarlo. Come di tutti e per tutti deve essere la pace. 




BALCANI, UNA CRISI CHE DURERA' A LUNGO

Per capire le dimensioni e le conseguenze del conflitto in Jugoslavia è necessario tentare di comprendere la complessità che caratterizza un'area in crisi da molti anni e per la quale sembra ancora purtroppo molto lontana una soluzione. Il secolo che si sta concludendo è stato un secolo di sangue per i Balcani. Dal 1912 ad oggi ci sono state 8 guerre (5 se si considera come unico conflitto quello che dal 1991 sta distruggendo la Jugoslavia) che hanno provocato oltre 2 milioni di morti. Il generale Michael Rose, comandante delle truppe delle Nazioni Unite in Bosnia nel 1994, disse a commento dell'atroce conflitto: «In fondo siamo nei Balcani, no?». Questa è stata spesso in questi anni, se non ancora oggi, una delle più gravi semplificazioni interpretative della crisi balcanica, un pregiudizio molto utile però ad occultare le molteplici responsabilità (anche occidentali, anche europee) che hanno portato al tremendo conflitto nella ex e nell'attuale Jugoslavia.

Della crisi balcanica abbiamo parlato con Luca Rastello, giornalista e autore del libro "Guerra in casa" (Einaudi), nonché membro del Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia del Piemonte. Lasciando alle riviste specializzate il compito di svolgere analisi approfondite sulle cause e sugli sviluppi di questo complesso conflitto, intendiamo semplicemente fornire ai lettori alcuni brevi elementi di riflessione.

L'incrocio dei due assi

«Per orientarsi nella crisi balcanica va innanzitutto considerata l'esistenza di due assi - spiega Rastello - Il primo è l'asse verticale che lega Mosca, Belgrado e Atene da molteplici interessi comuni economici, finanziari (più o meno legali) e di influenza sull'area balcanica. Il secondo asse, di tipo orizzontale, è quello in auge da circa sei anni e noto con il nome di "corridoio 8", che dal Mar Caspio arriva al Mar Nero e, attraverso Bulgaria, Macedonia e Albania meridionale, giunge all'Adriatico: corridoio che porta gas e petrolio in Occidente sottraendoli ad un'area storicamente di influenza russa. I due assi non possono coesistere perché si incrociano, e l'incrocio è critico perché un asse deve spezzare l'altro. L'area in cui i due assi si incrociano è proprio quella che l'Occidente vuole normalizzare a tutti i costi. A questo si deve aggiungere il fatto che gli unici due Paesi dell'area ad opporsi all'asse orizzontale sono Jugoslavia e Grecia. Paese, quest'ultimo, estrema punta meridionale dell'asse verticale ma anche membro della Nato, per ora quindi intoccabile soprattutto per non ledere l'equilibrio precario esistente tra questo Paese e la Turchia. Proprio la Turchia, infatti, Paese islamico, rappresenta il nodo strategico della Nato per il ruolo fondamentale che può (deve) avere sulle cinque repubbliche islamiche finora sotto l'influenza russa dalle quali partono le materie prime del "corridoio 8": Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan. Ora, riassumendo, per spezzare l'asse verticale né Atene né chiaramente Mosca erano attaccabili: restava solo Belgrado». Questa non è la causa della guerra, sottolinea Rastello, ma ci può aiutare a capire, soprattutto in prospettiva futura, quanto sia estesa la conflittualità dell'area e quali siano le dimensioni di una guerra che presenta due parametri su tre della guerra mondiale: gli attori e gli interessi strategici; manca solo il terzo, cioè lo sviluppo territoriale.

Questione albanese e ruolo di Milosevic

«La destabilizzazione dell'area nel medio-periodo è poi accresciuta da un secondo elemento: la questione albanese. E' ancora pensabile un'autonomia del Kosovo nella Jugoslavia? Un Kosovo non più in Jugoslavia sarebbe indipendente o andrebbe ad allargare l'Albania? Cosa provocherebbe questo nelle tre province albanesi della Macedonia? Non esistono risposte certe al momento, l'unica certezza è che mentre i bombardamenti Nato in Bosnia avevano chiuso in qualche modo una crisi, questi ultimi ne hanno aperta un'altra».

C'è quindi un terzo elemento destabilizzante rappresentato, secondo Rastello, dalla figura di Milosevic. «Il presidente serbo è un affarista politico titolare di una nuova forma di Stato mafioso (non unica, basti pensare agli esempi di Russia e Nigeria), che è finora riuscito nell'intento di semplificare la complessità della Serbia (terra abitata da un crogiolo di comunità, appartenenze politiche, ascendenze storiche eterogenee e spesso conflittuali tra loro, altroché unità dei serbi!) riducendola al servizio della propria conservazione al potere: questo attraverso la continua creazione di paura e la propaganda nutrita di sangue e massacri, unica possibilità per rendere irreversibile un odio troppo artificiale per riuscire da solo a modificare le mappe geografiche. Milosevic ha costruito le sue fortune anche sull'abilità nel tenere le file di una rete criminale di dimensioni internazionali, all'interno della quale spicca la lunga intesa tra la mafia del Kosovo (che oggi finanzia l'Uck) e i servizi segreti serbi maturata per violare l'embargo internazionale contro la Serbia e per gestire il transito miliardario dell'eroina di provenienza turca. Ha inoltre saputo penetrare ogni fibra dell'apparato produttivo e finanziario serbo e il suo nome compare nei consigli di amministrazione di tutte le maggiori istituzioni finanziarie private a cui la Serbia nascente ha affidato i lavori sporchi: Karicbank, Dafiment, Jugoskandik, ad esempio. Per questi motivi, il leader serbo è disposto a difendere a qualsiasi costo ogni frammento di potere, e i bombardamenti sono serviti al suo sporco gioco rinsaldando la sua posizione all'interno del Paese». La fine della guerra della Nato con Milosevic ancora al potere, sostiene Rastello, non sarebbe altro che una legittimazione del sistema di Stato mafioso da lui creato.

E i profughi?

C'è infine la questione più grave di tutte, drammatica conseguenza di tutti gli elementi analizzati finora: i profughi. L'intervento militare è spesso stato definito, soprattutto da Usa e Gran Bretagna, come una "guerra giusta" per porre fine al genocidio in Kosovo. Pare ormai chiaro a molti che questo non è stato il motivo principale dell'attacco Nato e che, quel che è peggio, ha semmai accresciuto i disagi di queste popolazioni. Incredibilmente non erano stati previsti i flussi di profughi verso i Paesi vicini al Kosovo, dal momento che non è stato approntato alcun tipo di intervento governativo di accoglienza da parte dei governi dei Paesi Nato (se si esclude la missione Arcobaleno del governo italiano). Senza addentrarci nell'intricato bilancio del numero di persone sfollate dal Kosovo (le cifre divergono a seconda di chi le fornisce) due cose sono piuttosto certe: il rientro di queste persone nel loro Paese sarà quantomeno problematico, lo dimostra la Bosnia dove il 1998 era stato proclamato l'"anno del ritorno" ma ha visto il rientro di meno di 400 mila persone del milione e più di cittadini fuggiti in altri Paesi e dell'altro milione di persone sparso fra le repubbliche dell'ex Jugoslavia. C'è poi il problema costituito dalla destabilizzazione dei Paesi confinanti, quello che Rastello definisce la «bomba profughi»: 350 mila persone circa nella precaria e instabile Albania; 65 mila persone nel Montenegro (sempre più lontano da Belgrado e strategico per un intervento di terra); decine di migliaia in Macedonia, dove la percentuale degli albanesi è già del 35% e le espulsioni in Albania accrescono la conflittualità sia con le tre province albanesi che con l'Albania stessa.

Si è dunque innescato un conflitto che, secondo Rastello, «cambierà sensibilmente le cartine geografiche dell'area balcanica e lo farà nell'arco dei prossimi dieci anni». *




COS'È IL TRIBUNALE PER I CRIMINI NELL'EX JUGOSLAVIA?

I drammatici fatti del Kosovo hanno riproposto all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale il ruolo del Tribunale penale internazionale per i crimini dell'ex Jugoslavia.

Diversamente dalla Corte penale permanente, la cui fondazione è stata approvata dalla Conferenza dell'Onu tenutasi a Roma nel luglio 1998 ma la cui messa in funzione richiederà ancora degli anni, il Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia costituisce un'autorità giudiziaria penale internazionale già operante. La prima, in particolare, a funzionare dopo i Tribunali militari alleati di Norimberga e Tokyo del secondo dopoguerra, ed anche l'unica, a tutt'oggi, insieme al Tribunale penale internazionale per il genocidio in Ruanda creato nel 1994.

Il Tribunale per i crimini dell'ex Jugoslavia, con sede all'Aja, venne istituito il 25 maggio 1993 dal Consiglio di sicurezza dell'Onu con la risoluzione n. 827. L'obiettivo esplicito dell'iniziativa è triplice: far cessare le flagranti e generalizzate violazioni del diritto umanitario constatate nella guerra che ha coinvolto (e in parte coinvolge tuttora) Bosnia, Croazia e Serbia; riparare in qualche misura gli effetti devastanti di tali violazioni; contribuire alla restaurazione ed al mantenimento della pace. A tal fine, al Tribunale è assegnato il compito di giudicare le persone presunte responsabili di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario commesse nel territorio dell'ex Jugoslavia a partire dal 1991. Con la risoluzione n. 827, il Consiglio di sicurezza ha adottato lo Statuto del Tribunale, una sorta di legge fondamentale ove ne sono stabilite la competenza, la struttura e le modalità di funzionamento. Il Tribunale deve occuparsi di quattro categorie di crimini, secondo lo Statuto: le «violazioni gravi delle Convenzioni di Ginevra del 1949», quali l'omicidio volontario, la tortura, la deportazione illegittima, la presa in ostaggio di feriti, di prigionieri di guerra, di civili; le «violazioni delle leggi o delle consuetudini di guerra», quali l'uso di armi tossiche, la distruzione ingiustificata di città e villaggi, il saccheggio di beni pubblici o privati; il «genocidio ed i crimini contro l'umanità», quali lo sterminio, la riduzione in schiavitù, l'espulsione, la violenza sessuale, la persecuzione per ragioni politiche, razziali e religiose. A differenza di quanto avvenuto per Norimberga e Tokyo, dove furono emesse anche delle condanne capitali, il Tribunale può però comminare come pena massima l'ergastolo. La struttura del Tribunale si articola nelle Camere (organo giudicante, suddivise in tre sezioni di primo grado ed una d'appello, in cui operano 14 giudici di diversa nazionalità), nell'Ufficio del procuratore (che ha il compito di condurre le indagini, di incriminare e far catturare i sospettati nonché di rappresentare l'accusa nel corso del processo) e nella Cancelleria (che si occupa della conservazione e della certificazione degli atti, della detenzione degli accusati e della protezione delle vittime e dei testimoni). Presso i tre organi del Tribunale, all'inizio del 1999 lavoravano oltre 660 persone provenienti da 57 Paesi. Il giudizio si svolge secondo i principi del processo anglo-americano che riconosce nella cross-examination dei testimoni il metodo prevalente di formazione delle prove. I testimoni dell'accusa devono essere identificati, localizzati ed interpellati dall'Ufficio del Procuratore nel corso delle indagini. Peraltro, l'organo dell'accusa, al pari delle Camere, non dispone nel territorio degli Stati di alcun potere diretto di indagine e tantomeno di alcun potere coercitivo, necessario ad esempio per atti di perquisizione, di sequestro e di cattura. Pur se a tutti gli Stati incombe - secondo quanto espressamente stabilito da più risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, dallo Statuto e dal Regolamento di procedura e prova - l'obbligo della pronta ed incondizionata cooperazione con gli organi del Tribunale, ciò non sempre avviene, ed è proprio la mancata o insufficiente collaborazione di taluni Stati a costituire il maggiore e perdurante ostacolo all'attività del Tribunale. Il bilancio nel 1999 supera i 94 milioni di dollari, confermando la forte progressione delle risorse stanziate dalla comunità internazionale: appena 276 mila dollari nel 1993, quasi 10 milioni di dollari nel 1994, oltre 48 milioni nel 1997. Dal 1994 (quando in concreto sono iniziate le prime indagini) al 31 marzo 1999 le persone complessivamente incriminate presso il Tribunale sono state 84. Alla stessa data, 26 erano i detenuti nel quartiere penitenziario del Tribunale, nei pressi dell'Aja. I processi conclusi in primo grado sono 3, con 5 condanne ed una assoluzione. Un quarto processo si è concluso con condanna senza giudizio nei confronti dell'unico imputato dichiaratosi colpevole, mentre i processi tuttora in corso sono 4, di cui uno in appello. (A.P.)

INFORMAZIONI: http://www.un.org/icty




GLI AIUTI DI CGIL-CISL-UIL AI PROFUGHI DI GUERRA  

«Di fronte all'emergenza umanitaria dei profughi in Albania, il sindacato non può assumere il ruolo di osservatore ma deve agire attivamente». Si è aperta così, lo scorso 3 maggio a Sesto San Giovanni, l'assemblea convocata da Cgil-Cisl-Uil della Lombardia per fare il punto sulla situazione che vede il sindacato italiano impegnato nell'assistenza ai profughi. «La situazione in Albania è gravissima e molto più preoccupante di quanto ci comunicano i mass-media», ha detto Gianni Zampariolo, in Albania su incarico di Cgil-Cisl-Uil nazionali e della Ces, che ha fornito un quadro allarmante.

La situazione albanese

In Albania, attualmente, ci sono circa 380.000 profughi kosovari, dato questo in costante modifica dal momento cheogni giorno giungono circa 7000-8000 persone dalla frontiera di Scutari, circa 10.000 da quella di Kukes, è in corso un flusso in entrata dalla Macedonia (in modo piuttosto silenzioso) e negli ultimi giorni iniziano ad arrivare albanesi del Montenegro insieme ad alcuni nuclei di montenegrini. Circa 60.000 di queste persone sono ospitate da famiglie albanesi: il 70-80% a pagamento, che vanno ad accrescere il numero delle persone accolte nei campi quando finiscono i soldi e vengono sostituite dagli ultimi profughi che arrivano, naturalmente con soldi. C'è poi un flusso in uscita dall'Albania verso Grecia, Bulgaria e, per chi può pagare gli scafisti, Italia. Missione Arcobaleno e Ong italiane gestiscono circa 50.000 profughi, mentre il resto è gestito dalla autorità albanesi, che però fanno ciò che possono (o vogliono): spesso non hanno strutture e mezzi per sfamare queste persone e, soprattutto, non riescono a controllare e smistare gli aiuti che, se non controllati dagli italiani, finiscono sul mercato nero albanese. Così, ad esempio, il prezzo dei generi alimentari è crollato a fronte di un raddoppio di tutti gli altri generi: un chilo di arance costa oggi la metà e un pacco di biscotti circa il 70% in meno rispetto ad un anno fa. Altro dato negativo è la mancanza quasi totale di organizzazioni e volontari di altri Paesi europei: 10 sono i campi profughi funzionanti creati e gestiti dagli italiani della missione Arcobaleno e delle Ong, mentre solo 4 sono stati attivati da altri Paesi, di cui uno dall'Acnur. A fine maggio, inoltre, la missione Arcobaleno dovrebbe consegnare i campi all'Acnur, ma questo non pare assolutamente in grado di gestirli, vista la situazione attuale. Manca inoltre totalmente un progetto di ritorno dei profughi nelle loro case, per cui non si conoscono i tempi necessari all'accoglienza nei campi: 6 mesi secondo le previsioni più ottimistiche e almeno un anno per le più pessimistiche. «Quel che è certo - ha detto Zampariolo - è che se Acnur e Ue non intervengono urgentemente, entro un mese e mezzo la situazione diventerà esplosiva, sia per le condizioni nei campi che per i contrasti tra profughi più o meno fortunati (spesso chi è in tenda è un signore rispetto a chi vive fuori dai campi)».

Campi: emergenza igienica e alimentare

Attualmente, la missione Arcobaleno (protezione civile) gestisce i propri campi così come varie Ong italiane ne gestiscono altri in un clima di collaborazione. Tra queste Ong ci sono anche i tre istituti sindacali per gli aiuti (Iscos, Progetto sviluppo e Progetto Sud) che gestiscono attualmente 3 campi più uno che dovrebbe essere rilevato dalle autorità albanesi. Due campi si trovano nella prefettura di Elbasan, nel Nord-Est del Paese, e accolgono circa 900 persone uno e 300 l'altro, molte delle quali giunte dalle case albanesi. Un terzo campo è a Lushnje, nella prefettura di Divjak a Sud di Tirana, ospita circa 800 persone alle quali oggi i sindacati forniscono solo gli aiuti alimentari. Nella prefettura di Scutari, inoltre, Cgil-Cisl-Uil dovrebbero rilevare la gestione di un campo che ospita circa 1500 persone e dove stanno già operando i sindacati di Modena.

Le azioni prioritarie dei sindacati in questi luoghi sono quella alimentare e quella di strutturazione dei campi. Per la prima, che può essere sia totale che integrativa e che dovrebbe durare circa 6 mesi, sono necessarie donazioni in alimenti e, in futuro, risorse economiche per poterla continuare. La strutturazione dei campi, invece, richiede denaro, mezzi e personale: c'è carenza di servizi igienici e di docce, ad esempio, non si dispone di un mezzo di trasporto adeguato (jeep, vista la condizione della rete stradale).

Le necessità sono dunque molte e ad esse si è pensato di rispondere con un intervento strutturale suddiviso in mini-progetti (per l'equivalente di circa 30 milioni l'uno), il cui coordinamento sul territorio albanese è affidato a persone appartenenti ai sindacati sia italiani che albanesi. Cgil-Cisl-Uil hanno ritenuto infatti importante coinvolgere direttamente e supportare i sindacati albanesi, sia per affrontare l'emergenza attuale che in prospettiva futura: a questo scopo è stato firmato lo scorso 30 aprile un accordo a Tirana tra Cgli-Cisl-Uil (Gianni Zampariolo e Tiziana Salmistraro) e i sindacati albanesi Bspsh e Kssh per l'istituzione di un ufficio di coordinamento comune che sarà operativo per un periodo di 6 mesi, alla fine del quale si valuterà l'eventuale necessità di mantenerlo in attività.

Entro la fine di maggio, poi, Cgil-Cisl-Uil nazionali decideranno insieme alle controparti come utilizzare i fondi raccolti grazie agli accordi finora sottoscritti per la donazione di un'ora di lavoro allo scopo di aiutare i profughi kosovari.

INFORMAZIONI: Gianni Zampariolo 02 55025293; Domenico Amigoni 02 2620848; Serafino Appugliese 02 262491




PREVISIONI ECONOMICHE: RALLENTA LA CRESCITA DELL'UE    

L'economia dell'Unione europea farà registrare un leggero miglioramento nel corso di quest'anno, ma in proporzioni minori rispetto a quanto annunciato nelle previsioni dell'ottobre 1988, e questo per l'incidenza dei recenti problemi economici internazionali sui volumi di scambi e sugli investimenti.

Le previsioni economiche di primavera, pubblicate dai servizi della Commissione europea alla fine dello scorso mese di marzo, indicano infatti un aumento del Pil dell'Unione (Eu-15) del 2,1% nel 1999 e del 2,7% nel 2000, dopo la crescita vigorosa (2,9%) registrata nel 1998. Per quanto riguarda la zona euro (Eur-11), poi, le cifre sono del 2,2% nel 1999 e del 2,7% nel 2000, rispetto al 3% nel 1998. Tuttavia, secondo la Commissione, fondamenti economici solidi come l'assenza di tensioni inflazionistiche, tassi di interesse al livello più basso e forte fiducia dei consumatori, uniti alla stabilizzazione del contesto internazionale, fanno pensare che questo indebolimento della crescita dovrebbe essere di breve durata e che l'economia dell'Ue conoscerà una ripresa verso il secondo semestre del 1999. Tenuto conto del carattere temporaneo del rallentamento, l'impatto sull'occupazione dovrebbe essere limitato: l'economia dell'Unione ha creato 1,7 milioni di posti di lavoro nuovi nel 1998 e dovrebbe crearne ancora 2,5 milioni nei prossimi due anni, con un totale di 4,2 milioni di posti di lavoro sul periodo 1998-2000.

Nonostante il dinamismo dell'attività economica nel 1998, gli Stati membri hanno fatto solo progressi limitati in materia di risanamento di bilancio, dato che le riduzioni del deficit erano legate essenzialmente agli effetti di ciclo e al calo dei tassi di interesse. Secondo le previsioni attuali, i progressi resteranno lenti nel 1999, il deficit medio per Eu-15 si manterrà all'1,5% del Pil (cioè allo stesso livello del 1998), mentre il deficit dell'Eur-11 dovrebbe passare dal 2,1% nel 1998 all'1,9% del Pil nel 1999.

1998: buon inizio e calo nel finale

L'attività economica è evoluta nel 1998 quasi come annunciavano le previsioni precedenti. Il tasso di crescita media ha raggiunto il 2,9% nell'Ue e il 3% nella zona euro. La domanda interna, in particolare, ha dato prova di notevole vigore, raggiungendo livelli che non erano stati osservati dall'inizio degli anni 1990. Per la maggior parte degli Stati membri, lo scorso anno ha visto confermata la ripresa avviata nel 1996: qualche problema per l'Italia, mentre Danimarca, Finlandia e Gran Bretagna, che all'inizio registravano livelli elevati di crescita, hanno fatto registrare dei rallentamenti. In ragione del contesto internazionale difficile, l'economia dell'Unione europea ha perso slancio nel secondo semestre 1998. La contrazione delle esportazioni ha interessato la produzione industriale e gli investimenti: l'indice mensile di produzione industriale, che raggiungeva il 5-6% l'anno nel primo trimestre dello scorso anno, era diventato quasi zero in dicembre.

Il rallentamento del Pil mondiale al 2,1% nel 1998 era stato anticipato dai servizi della Commissione nelle loro previsioni dell'autunno 1998, e si vedono ora i segni di un lieve miglioramento del contesto internazionale. Mentre il Sud-Est asiatico comincia a vedere la fine della grave crisi, la recente svalutazione del real brasiliano (gennaio 1999) ha sottolineato la fragilità dei mercati emergenti e ha fatto ricadere l'America Latina nella recessione. In Giappone, nonostante il rilancio di bilancio e le misure prese per consolidare il sistema bancario, l'economia dovrebbe registrare quest'anno una nuova contrazione, ma più limitata. La crisi russa si dimostra più seria di quanto non si pensasse all'inizio, e ha forti ripercussioni sui Paesi dell'Europa centrale ed orientale. Tutti questi fattori hanno determinato un nuovo deterioramento del contesto internazionale parzialmente compensato da performance economiche migliori del previsto negli Stati Uniti.

Nel 1999, il rallentamento del Pil e degli scambi mondiali, e le loro conseguenze pregiudizievoli per i settori esposti dell'Unione dovrebbero, secondo le stime attuali, comportare un ripiegamento di 0,8 punti in rapporto al tasso di crescita dello scorso anno: il Pil dell'Ue dovrebbe infatti assestarsi su una crescita del 2,1%, anziché del 2,4% annunciato nelle previsioni d'autunno 1998. La zona euro registrerà un passo indietro comparabile e il suo tasso di crescita medio è stato rivisto verso il basso, dal 2,6% al 2,2%. Nel 2000, il ritmo di crescita del Pil dell'Unione dovrebbe accelerare raggiungendo il 2,7% grazie ai fattori di crescita interna e al miglioramento progressivo del contesto mondiale. Tutti gli Stati membri devono misurarsi con un rallentamento, salvo l'Italia che è stata già severamente colpita nel 1998 e che dovrà conoscere una lieve accelerazione (+0,2 punti) all'1,6% nel 1999.

Lento risanamento del mercato del lavoro

L'occupazione è aumentata dell'1,1% nel 1998, e questo è il tasso più elevato registrato dal 1990. Secondo le previsioni, dovrebbe continuare a crescere nel 1999 e nel 2000, ma meno rapidamente, in ragione del rallentamento della crescita. L'economia dell'Ue ha creato 1,7 milioni di nuovi posti di lavoro nel 1998 e dovrebbe crearne ancora 2,5 milioni nel corso dei prossimi due anni, con un totale di circa 4,2 milioni sul periodo 1998-2000.

Le prospettive sono anche migliorate per quanto riguarda la disoccupazione nell'Unione. Dopo aver raggiunto il suo culmine con l'11,2% nel 1994, il tasso di disoccupazione è sceso al 10% nel 1998. Poiché il rallentamento della produzione pronosticato per quest'anno era generalmente considerato temporaneo, non ci si aspettano significative soppressioni di posti di lavoro e il numero di disoccupati nell'Ue potrebbe diminuire di 1,1 milioni nel corso dei due anni di previsione per stabilirsi a 14,5 milioni nel 2000. Questo corrisponderebbe ad un nuovo calo del tasso di disoccupazione, che dovrebbe diminuire di 0,4 punti percentuali quest'anno e l'anno prossimo per attestarsi intorno al 9,2% nel 2000.

Resta bassa l'inflazione

L'inflazione nell'Unione europea, misurata con il deflattore dei consumi privati, è in costate diminuzione dal 1991. È scesa all'1,5% nel 1998, e il nuovo calo atteso per il 1999 la ridurrà all'1,3%, il più basso livello dalla seconda guerra mondiale. Una leggera risalita all'1,6%, legata all'accelerazione della crescita, viene prevista per il 2000. La caduta dei prezzi d'importazione nel 1998, sia in dollari che in monete nazionali, ha portato l'inflazione europea verso il basso ed ha influito favorevolmente sui termini di scambio.

Anche l'evoluzione moderata dei salari ha contribuito a migliorare la situazione in materia di inflazione. Gli aumenti salariali nominali dovrebbero restare moderati, avvicinandosi al 3% nel 1999 e nel 2000. Il rallentamento dell'inflazione crea tuttavia una crescita dei salari reali, il che contribuisce a sostenere i consumi privati. Le previsioni indicano anche una leggera tendenza alla crescita dei costi unitari della mano d'opera.

Più lento il miglioramento delle finanze pubbliche

Importanti progressi sono stati compiuti negli ultimi anni in materia di risanamento di bilancio, dal momento che, dopo aver raggiunto il 6,1% del Pil nel 1993, il deficit pubblico nella Ue è calato al 2,3% nel 1997 e all'1,5% nel 1998. I progressi registrati lo scorso anno sono imputabili ad una crescita più forte del previsto e alla diminuzione dei pagamenti per interessi. Il deficit medio della zona euro è maggiore (2,1% del Pil nel 1998) ed è diminuito più lentamente lo scorso anno.

Nel 1999, una crescita più lenta e sforzi di aggiustamento di bilancio relativamente modesti dovrebbero dare come risultato, a livello dell'Unione, il mantenimento di un deficit medio dell'1,5% del Pil. La maggior parte dei Paesi non hanno ancora presentato misure di bilancio dettagliate per il 2000, ma nell'ipotesi di politiche immutate, si può dare per scontata una contrazione del deficit medio, sia nell'Ue (all'1,3% del Pil) che nella zona euro (all'1,7% del Pil). Il saldo di bilancio dovrebbe restare attivo in cinque Stati membri (Danimarca, Irlanda, Lussemburgo, Finlandia, Svezia) e vicino allo zero in Gran Bretagna. La riduzione del deficit sarà determinata essenzialmente dalla riduzione delle spese, che diminuiscono in proporzione del Pil dal 1993. Fra il 1997 e il 2000, la parte delle spese pubbliche nel Pil dell'Unione dovrebbe passare dal 49% al 47%.

La ratio del debito pubblico nell'Ue, che è culminata al 72,8% nel 1996, dovrebbe continuare a diminuire per stabilirsi al 67% nel 2000. Nel 1998, sette Stati membri presentavano una ratio di debito inferiore al valore di riferimento del 60% del Pil.

Fonte ed ulteriori informazioni: "Supplément A de l'Economie Européenne", http://europa.eu.int/comm/dg02. *




DIRITTI DELLE LAVORATRICI INCINTE: IL BILANCIO DELLA COMMISSIONE  

Un rapporto pubblicato recentemente dalla Commissione europea prende in esame l'applicazione della direttiva europea (in vigore dall'ottobre 1994) che garantisce alle donne incinte ed a quelle appena diventate madri alcuni diritti, come un periodo di assenza dal lavoro ed una protezione contro il licenziamento. Tutti i Paesi Ue hanno messo in vigore la direttiva e questo ha introdotto generalmente significativi progressi, anche se tutti gli Stati avevano già leggi che regolavano questa tematica: in Francia, Italia e Paesi Bassi, ad esempio, la legislazione nazionale era addirittura più avanzata rispetto alla legge europea. Secondo il rapporto (della cui pubblicazione avevamo già dato notizia sullo scorso numero di Euronote a pag. 13), in molti casi ed in molti Paesi la legge ha permesso di completare o chiarire la protezione esistente: questo vale, ad esempio, per il diritto ad un congedo retribuito quando le condizioni di un lavoro particolare metterebbero in pericolo la salute della donna e/o del feto; o ancora il diritto all'autorizzazione ad un'assenza remunerata per gli esami prenatali che, grazie alla direttiva, è stato introdotto in Belgio, Danimarca, Irlanda, Austria e Finlandia.

La direttiva trasposta nelle leggi nazionali prevede un congedo di maternità di 14 settimane almeno, 2 delle quali obbligatorie, il che ha permesso di prolungare la durata del congedo in Portogallo e Svezia e di ridurre nel Regno Unito il previo periodo di lavoro necessario per poterne beneficiare. Attualmente, nell'Ue, i congedi per maternità vanno dalle 14 settimane del Regno Unito alle 28 della Danimarca. La direttiva obbliga poi le donne ad informare ufficialmente della loro condizione il datore di lavoro: in teoria, una donna che non abbia ottemperato a tale condizione può non beneficiare dei vantaggi previsti per le donne incinte, anche quando il suo stato sia evidente. La relazione evidenzia inoltre come cambi da un Paese all'altro la definizione di lavoratrice che ha partorito, così, il periodo considerato varia da 2 mesi dopo la nascita in Grecia a 6 mesi nel Regno Unito; una neo-madre lavoratrice è considerata "allattante" fino a sei mesi dopo la nascita del bambino in Irlanda e fino ad un anno in Grecia.

La direttiva vieta poi il licenziamento di una donna incinta o in congedo di maternità, salvo per ragioni che nulla abbiano a che fare con la gravidanza. Questo era già previsto dalle legislazioni della maggior parte degli Stati membri, ma la "legge" europea precisa che un datore di lavoro che desideri licenziare una donna in questa situazione deve produrre ragioni scritte. La stessa direttiva non si pronuncia però sul diritto della donna a riprendere dopo la maternità lo stesso lavoro o un posto equivalente: tale diritto figura nelle leggi di alcuni Paesi come Irlanda, Lussemburgo, Finlandia e Regno Unito ma, come sottolinea il rapporto, la questione andrà probabilmente risolta a livello europeo.

Il punto più delicato pare comunque essere quello delle retribuzioni e delle indennità durante il congedo di maternità. Quasi tutte le donne in questa situazione, infatti, ricevono prestazioni dalla sicurezza sociale ed il denaro percepito proviene dunque dalle casse pubbliche e non dal datore di lavoro: nella maggior parte dei casi le prestazioni restano molto al di sotto delle retribuzioni che spettavano alle donne prima del congedo di maternità.

Fonte: Eurofocus 12/99




 DAL PRIMO MAGGIO IN VIGORE IL TRATTATO DI AMSTERDAM  

La prima ratifica era stata della Germania nel maggio 1998, l'ultima della Francia il 30 marzo scorso: così è entrato in vigore il 1° maggio il Trattato di Amsterdam che prevedeva di entrare in vigore appunto il primo giorno del secondo mese dopo l'ultima ratifica. Firmato il 2 ottobre 1997, il nuovo Trattato dell'Unione poteva essere applicato solo dopo la ratifica di tutti gli Stati membri, avvenuta da parte dei vari parlamenti o, come in Danimarca ed Irlanda, attraverso referendum.

In realtà, i governi dei Quindici hanno deciso di applicare anticipatamente una parte del Trattato, cioè quella che riguarda il coordinamento delle politiche nazionali per l'occupazione, e sono così state adottate le linee direttive per l'occupazione ai cui obiettivi gli Stati membri dovranno avvicinarsi entro la fine del 1999. Il nuovo Trattato prevede infatti che il Consiglio dei ministri Ue esamini le politiche per l'occupazione dei vari Paesi e l'attuazione delle linee direttive europee con la possibilità di trasmettere raccomandazioni ai governi nazionali; così come può sostenere scambi di informazioni ed esperimenti (progetti pilota), tutto all'interno di quella che viene considerata la strategia europea per l'occupazione.

Per quanto riguarda invece le novità introdotte dal Trattato di Amsterdam e ancora da scoprire, va sottolineato innanzitutto il ruolo che esso assegna al Parlamento europeo: maggior peso nell'adozione delle leggi europee (dall'ambiente alla protezione dei consumatori, alla salute pubblica), poteri più importanti in materia di pari opportunità uomo/donna, di diritto di residenza in un diverso Paese Ue, di coordinamento tra regimi di sicurezza sociale e di lotta alla frode. Il peso del Pe sarà poi pari a quello del Consiglio dei ministri in materie come la formazione professionale, gli aiuti regionali, i trasporti, il divieto di discriminazioni basate sulla nazionalità e gli aiuti ai Paesi meno favoriti, ma tutto questo riguarderà il nuovo Pe che verrà eletto con il voto del giugno prossimo.

Altre novità riguardano alcuni settori importanti della vita dei cittadini europei. Sarà più ampia l'azione dell'Ue nel settore della salute pubblica, che comprenderà la prevenzione di tutto quanto può originare pericolo per la salute e non più solo la prevenzione delle malattie e delle droghe; gli Stati membri coordineranno inoltre le loro politiche ed i loro programmi di prevenzione su cancro, Aids e droghe, e verranno introdotte norme di qualità e di sicurezza molto esigenti su animali e piante che vengono consumati nonché sul sangue e gli organi.

Viene rafforzata anche l'azione dell'Ue per la protezione dei consumatori includendo la promozione dell'educazione dei consumatori e del loro diritto ad organizzarsi.

In campo sociale viene prevista l'adozione di misure speciali sulle pari opportunità e l'uguaglianza di trattamento tra uomo e donna sul lavoro. Con il nuovo Trattato, poi, gli Stati membri prevedono azioni comuni in materia di immigrazione e di asilo con misure sulla concessione dei visti e sui diritti, alcune delle quali figuravano già in convenzioni tra alcuni Stati.

Il Trattato di Amsterdam prevede inoltre una politica estera e di sicurezza comune (Pesc) e la graduale definizione di una politica di difesa comune, integrando nell'Ue l'Unione europea occidentale (Ueo), unica organizzazione militare europea.




IL PARLAMENTO EUROPEO VOTA A FAVORE DI PRODI    

Con 392 voti favorevoli, 72 contrari e 41 astensioni, il Parlamento europeo ha eletto, lo scorso 5 maggio, Romano Prodi presidente della Commissione europea. Prodi è appoggiato da una larga maggioranza, dal momento che hanno votato a suo favore sia i popolari che i socialisti europei oltre a circa la metà dei verdi. Il suo discorso di fronte al Parlamento era stato criticato da alcuni socialisti, compresa la capogruppo Pauline Green (britannica), per la genericità degli impegni in campo sociale. A queste critiche Prodi ha risposto dicendo che parlare di mercato non vuol dire dimenticare il sociale e che farà di tutto per creare le condizioni in modo da affrontare le differenze economiche non solo tra le singole nazioni ma anche all'interno di esse. Questo, secondo Prodi, è possibile solo dando all'Europa un forza politica pari alla sua forza economica. Il neo-presidente dell'Esecutivo europeo ha inoltre reso noto un piano in cinque punti per la stabilizzazione dei Balcani, che prevede l'inclusione di Albania, Montenegro, Croazia, Bosnia e Macedonia nello spazio economico europeo: all'inizio solo come area di libero scambio che si dovrebbe trasformare in un mercato unico in attesa di raggiungere i parametri per entrare a far parte dell'Unione europea. Il tutto, secondo Prodi, dovrebbe avvenire con un impegno di spesa di circa 10 mila miliardi di lire.

La votazione del Parlamento europeo è stata importante per il neo-presidente designato nel corso del Consiglio europeo di Berlino lo scorso 24 marzo, ma non certo definitiva: Prodi dovrà infatti ripresentarsi a Strasburgo per ottenere la fiducia anche da parte del nuovo Parlamento europeo che uscirà dalle votazioni del prossimo giugno. Solo dopo un voto favorevole del nuovo Parlamento, Prodi potrà iniziare a tutti gli effetti il lavoro da presidente della Commissione per i prossimi cinque anni.




FLASH

Contributo di Francia e Italia al patto sull'occupazione 

I ministri francese e italiano del Lavoro, Martine Aubry e Antonio Bassolino, si sono accordati il 12 aprile scorso su un memorandum che propone una strategia europea di crescita e occupazione. Questo Memorandum verrà sottoposto ai membri del Consiglio Affari Sociali dell'Unione europea come contributo al futuro Patto europeo per l'occupazione, attualmente in corso di negoziato fra i Quindici. Secondo il testo franco-italiano, l'Ue deve darsi un obiettivo di crescita del 3% minimo, la politica monetaria della Bce deve essere compatibile con questo obiettivo e la politica di bilancio degli Stati membri deve giocare un "ruolo dinamico" anche a livello comunitario (investimenti pubblici, sostegno alla creazione di imprese, ecc). Il memorandum fa appello anche a un rafforzamento del coordinamento dei lavori fra il Consiglio Ecofin e il Consiglio Lavoro-Affari sociali.

INFORMAZIONI: http://www.travail.gouv.fr/actualites/actualites_f.html

(da Inforapid 147/99)

Disoccupazione stabile nella zona euro

Secondo l'Istituto statistico delle Comunità europee, Eurostat, il tasso di disoccupazione nella zona euro a febbraio era pari al 10,5%, il che rappresenta un tasso invariato rispetto al mese precedente (e in diminuzione dello 0,7% rispetto al febbraio 1998). La disoccupazione interessa 13,5 milioni di uomini e donne. Nell'Europa dei Quindici (zona euro più Regno Unito, Svezia, Danimarca e Grecia) a febbraio il tasso era leggermente inferiore al 9,6%, il che corrisponde in totale a circa 16,3 milioni di disoccupati.

INFORMAZIONI: Eurostat; http://europa.eu.int/en/comm/eurostat/

(da Inforapid 141/99)

Nessun euro prima del 2002

Benché l'unione economica e monetaria si sia realizzata il 1° gennaio 1999, le monete e le banconote in euro non faranno la loro comparsa prima del 1° gennaio 2002. Questo periodo transitorio previsto di lunga data è stato messo in dubbio lo scorso gennaio dal Belgio, che ne desidera la riduzione. In una relazione che ha appena pubblicato la Commissione su richiesta del Consiglio Ecofin (ministri delle Finanze e dell'Economia), lo scenario di accorciamento della transizione non è però considerato auspicabile a causa di ostacoli tecnici e giuridici. La messa in circolazione della moneta europea richiederà la produzione di circa 13 miliardi di banconote e 70 miliardi di monete.

(da Inforapid 144/99)

La Commissione sul patto europeo per l'occupazione

La Commissione europea ha adottato, lo scorso 21 aprile, un documento sull'occupazione che dovrà essere presentato al Vertice di Colonia come contributo al Patto europeo per l'occupazione. L'esecutivo comunitario sottolinea che la crescita dell'occupazione nell'Ue è stata forte nel 1998, traducendosi nella creazione di 1,7 milioni di posti di lavoro e che, nonostante il rallentamento dell'attività economica registrato quest'anno, 2,5 milioni di posti di lavoro dovrebbero essere creati dal 1999 al 2000. La Commissione stima tuttavia che gli Stati membri dovrebbero continuare la riforma dei loro mercati del lavoro e mantenere i loro impegni in favore della stabilità e della ristrutturazione di bilancio. Essi dovrebbero anche mostrarsi rigorosi nell'attuazione dei loro piani di azione nazionali per l'occupazione sulla base delle linee direttrici per l'occupazione relative al 1999. La Commissione sottolinea, d'altra parte, il ruolo cruciale dei partner sociali nella promozione dell'occupazione. Il documento affronta anche le questioni relative al sostegno agli investimenti, ai mutamenti strutturali e alla concorrenza, oltre che alla modernizzazione della protezione sociale e della tassazione.

(da Inforapid 154)

Proposte per l'Europa sociale

La rete europea delle associazioni di lotta contro la povertà e l'esclusione sociale (Eapn) ha appena pubblicato un manifesto contro la povertà e a favore di un'Europa sociale. La prospettiva delle elezioni europee del prossimo giugno è l'occasione colta dalla rete associativa per interpellare le istituzioni politiche nazionali ed europee. Questa interpellanza consta di dieci proposte riguardanti, in particolare, la necessità di integrare la lotta contro l'esclusione sociale in tutte le politiche europee, la determinazione di obiettivi comuni, la creazione di un osservatorio della povertà, il rilancio della convergenza degli obiettivi della politica sociale, l'introduzione nel futuro patto europeo per l'occupazione di obiettivi di creazione di posti di lavoro che soddisfino le necessità sociali, ecc. Va ricordato che la povertà e l'esclusione sociale interessano circa 58 milioni di cittadini europei.

INFORMAZIONI: EAPN: rue Belliard 205 - bte 13, B-1040 Bruxelles, Belgio; tel. +32 2 2304455; fax +32 2 2309733; E-mail: eapn@euronet.be

(da Inforapid 139/99)

Lotta al lavoro nero nel Sud Italia

La Commissione europea ha autorizzato un sistema di aiuti che intende incoraggiare le imprese nel Sud Italia (Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata, Puglia e Campania) a riallineare i salari. Questa misura mirerebbe a regolarizzare il lavoro nero, problema che si stima riguardi circa il 33% della manodopera nelle regioni italiane meridionali, rispetto a circa il 18% nelle regioni centrali e settentrionali. Le misure autorizzate dall'Esecutivo europeo sono: la riduzione dei contributi in materia di sicurezza sociale; la rinuncia alle sanzioni; la regolarizzazione dei contributi; la riduzione delle imposte. Gli aiuti saranno decrescenti e l'accesso dei beneficiari è limitato a un anno.

Accordi dei Cae su cd-rom

L'Istituto sindacale europeo (Ise) ha creato una banca dati per rispondere ai bisogni dei sindacalisti, dei membri dei Comitati aziendali europei (Cae) e dei ricercatori. Finora, sono stati firmati 515 accordi che costituiscono dei Cae nelle imprese a dimensione europea. L'Ise ha messo su cd-rom la versione integrale di 470 di questi accordi, che sono presentati in ordine alfabetico e tradotti, all'occorrenza, in inglese per permettere una facile comparazione. Possono essere poste inoltre alcune domande specifiche attraverso un programma di ricerca sulla base delle richieste dell'utente. Il cd-rom contiene anche il testo delle leggi nazionali e degli accordi collettivi di trasposizione della direttiva sui Cae, oltre che i documenti di riferimento, come ad esempio alcune raccomandazioni della Ces e di diverse Federazioni di settore europee. All'inizio del 1998, l'Ise ha elaborato una banca dati sulle imprese coperte dalla direttiva.

INFORMAZIONI: Alfons Grundheber, tel. 32 2 2240486, fax 32 2 2240513, E-mail: agrundhe@etuc.org.




                             » BANDO DI GARA «

Oggetto: sovvenzione di azioni transnazionali di lotta contro la discriminazione riguardo le persone anziane e handicappate.

Obiettivi: la Commissione ha lanciato questo bando (JO C90/1999 del 31.3.1999) al fine di coprire le spese relative ad azioni preparatorie che mirano a incoraggiare la cooperazione, a migliorare le conoscenze e a sviluppare scambi che hanno come obiettivo quello di combattere le discriminazioni fondate sull'handicap e sull'età.

Attività coperte dalle azioni: attività transnazionali che mirano a migliorare le conoscenze, scambiare buone pratiche, promuovere approcci innovativi e valutare le esperienze.

Richiedenti: Ong, associazioni caritative, reti, che operano nel campo della lotta contro la discriminazione verso le persone anziane e/o handicappate.

Scadenza: 28 maggio 1999.

Budget: con un massimale di bilancio di 2.300.000 euro, dovrebbe esse possibile il finanziamento di circa 30 progetti di costo non inferiore ai 50.000 euro e il contributo finanziario della Comunità non supererà il 70% del totale dei costi.

Istituzione competente: Commissione europea DG V/E/4, 200 rue de la Loi, B - 1049 Bruxelles.

Informazioni: il dossier informativo relativo a questo bando può essere richiesto a: Commission européenne Direction générale "Impiego, relazioni industriali e affari sociali" DG V/E/4; Bando VP/1999/002; fax: +32 2 2951012. Oppure può essere disponibile al seguente indirizzo: http://europa.eu.int/comm/dg05/soc-prot/disable/index_fr.htm.


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Aggiornato il: 04 October 1999