i cento giorni dell’Ue

Il 26 e 27 marzo scorso era programmato a Bruxelles un Consiglio europeo d’“ordinaria amministrazione” che avrebbe dovuto avere all’ordine del giorno - come previsto ogni anno nel “Consiglio di primavera” - il monitoraggio dell’ambizioso programma adottato quattro anni fa a Lisbona: rendere l’economia europea la più competitiva al mondo entro il 2010, progredire verso la piena occupazione, sostenere una crescita annua del 3%, portare il tasso di occupazione al 70%. Le cronache, peraltro molto laconiche su questo tema, ci hanno fatto capire che l’argomento è stato liquidato senza troppo impegno. Né sul tema c’era molto da esaltarsi con una crescita ferma da due anni, una disoccupazione ancora all’8,8% nella “zona euro” e appena 6 milioni di nuovi posti di lavoro creati in quattro anni, quando sul decennio ne erano stati previsti 20 milioni. Di tutto questo si riparlerà nella primavera prossima, sperando in risultati migliori ma già sapendo fin d’ora che gli obiettivi annunciati sono ormai fuori portata.

E così a Bruxelles si sono affrontati altri più urgenti problemi e sono stati adottati unanimi orientamenti (con qualche contrasto, ormai abituale, da parte del governo italiano) in materia di politica estera e a proposito della futura Costituzione europea.

La strage di Madrid, l’assassinio dello sceicco Ahmad Yassin da parte di Israele, la guerra senza fine in Iraq hanno dominato la scena del Consiglio europeo di Bruxelles e hanno ricordato ai capi di Stato e di governo che l’Ue non può essere un’isola al riparo delle turbolenze che agitano il mondo.

Israele è stato condannato con insolita durezza e un largo accordo si è profilato sulla necessità di una risoluzione ONU che conduca a riconsiderare una presenza multilaterale nel disastroso teatro di guerra iracheno, ristabilendone la legittimità internazionale.

I risultati delle elezioni spagnole sembrano aver innescato una reazione a catena: dopo il crollo del Partito Popolare di Aznar e il cambio di governo, è adesso il turno del primo ministro polacco - il “fratello siamese” del bellicoso ex-premier spagnolo - che lascerà il governo il 2 maggio prossimo, giusto il giorno dopo l’ingresso della Polonia nell’Ue. In Francia, intanto, la consultazione elettorale amministrativa, per ragioni diverse, si è conclusa con una sconfitta della destra al governo di dimensioni inaspettate. Verrebbe da pensare che la politica si è rimessa in moto e che sull’Europa spira un vento di “alternanze” (anche in senso inverso, come avvenuto qualche settimana fa in Grecia e in una recente consultazione amministrativa in un Länd tedesco), magari nell’attesa di una non impossibile alternanza nelle elezioni presidenziali statunitensi del novembre prossimo.

Nell’Unione un primo risultato concreto sembra ormai a portata di mano: l’adozione della nuova Costituzione invocata con sempre maggiore insistenza dal presidente italiano Ciampi, malgrado l’atteggiamento tiepido del governo Berlusconi incomprensibilmente attirato da posizioni sempre più solitarie.

Ma la vicenda costituzionale dell’Ue non è l’unico appuntamento a rischio che attende l’Europa nel trimestre che si è appena aperto. Proviamo a percorrerlo rapidamente in ordine cronologico:

1° maggio: ampliamento dell’Ue che passa da 15 a 25 Stati membri segnando un importante passo in avanti verso la riunificazione dell’Europa. Nel 2007 sarà la volta di Romania e Bulgaria, mentre torna ad incombere il problema dei Paesi balcanici.

12 - 13 giugno: elezioni europee cui partecipano i cittadini dei dieci nuovi Paesi dell’Ue. Difficile prevederne l’esito politico, ma sono probabili rilevanti novità a cominciare da un complessivo ricambio generazionale: esce la generazione di parlamentari del Trattato di Roma e sarà massicciamente presente la generazione segnata dalla caduta del muro di Berlino. In Italia sarà - finalmente! - in vigore l’incompatibilità tra mandato parlamentare europeo e nazionale ma continueremo ad avere purtroppo leaders nazionali che guideranno le liste europee rinunciando poi ad esercitare il mandato a Strasburgo.

17 - 18 giugno: il Consiglio europeo ha preso un impegno unanime ad approvare la Costituzione entro questa data, quando si terrà il prossimo vertice dei capi di Stato e di governo. Solo l’Italia si è detta scettica sulla possibilità di onorare tale impegno, salvo poi aggiungere che sperava che la firma del documento avvenisse a Roma!

30 giugno: scade il termine fissato per riportare il dopoguerra iracheno sotto la responsabilità dell’ONU, pena il ritiro di presenze militari europee. Entro lo stesso termine, se non sarà adottata la Costituzione, si profila concreto il rischio di un’Unione a più velocità con un’avanguardia di Paesi che procederanno senza aspettare che i “vagoni” più lenti si decidano a mettersi in moto. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno confermato a Bruxelles la loro volontà di andare avanti, in particolare in materia di difesa e sicurezza. La Spagna, il Belgio e altri Paesi sono pronti ad agganciare la locomotiva. L’Italia continua a contrastare questa dinamica con il rischio sempre più incombente di diventare da “Cavaliere errante” un “Cavaliere solitario”. E questo proprio mentre gli altri Paesi europei cercano una nuova solidarietà e l’Unione nel suo complesso rilancia l’opzione multilaterale e invoca l’intervento dell’ONU. Che non sia servita a nulla la vicenda spagnola per questo nostro Paese?


Costituzione a giugno

Secondo quanto emerso dal Consiglio europeo tenutosi a Bruxelles nei giorni 26-27 marzo scorsi, la Costituzione europea dovrebbe essere discussa e approvata a giugno, presumibilmente dopo le elezioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Non è ancora deciso se la ratifica avverrà nel corso di un incontro straordinario oppure durante il Consiglio europeo che chiuderà il semestre di presidenza irlandese.

I nodi principali che i governi dell’Ue devono sciogliere per raggiungere l’accordo sulla Costituzione sono soprattutto tre: composizione della Commissione europea; formula del voto a maggioranza qualificata e suoi campi di applicazione; numero minimo di deputati del Parlamento europeo da garantire ai Paesi più piccoli.

La presidenza di turno irlandese ha illustrato in una relazione l’attuale situazione su questi tre punti.

Per quanto riguarda il Parlamento europeo, la presidenza irlandese considera possibile raggiungere un consenso su un lieve aumento della soglia minima di 4 seggi per Stato membro.

Rispetto al voto a maggioranza qualificata, la maggior parte dei Paesi continua a sostenere o accettare la definizione di voto a maggioranza qualificata contenuta nel testo elaborato dalla Convenzione, anche se molti preferiscono una parità di soglie fra popolazione e Stati membri e altri non accettano la proposta della Convenzione basata sul 50% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione complessiva. Maggiori difficoltà si registrano in merito all’applicazione del voto: sulla politica estera, la fiscalità, la cooperazione giudiziaria e il controllo del bilancio, infatti, sono molti a sostenere la necessità di mantenere l’attuale voto all’unanimità.

Sulla composizione della futura Commissione europea si registra un generale accordo sul fatto che vada rafforzata la legittimità politica dell’Esecutivo europeo, garantendone allo stesso tempo la necessità di agire con efficacia. Molti Paesi insistono sul primo di questi criteri, difendendo l’idea che la Commissione debba comprendere un rappresentante per ciascun Stato membro. Altri osservano che il principio di una Commissione ridotta, in base a una rotazione paritaria, è già previsto nel Trattato di Nizza e sostengono che la Commissione debba essere di dimensione ridotta per funzionare efficacemente nell’interesse di un’Unione a 25 Stati.

Intervenendo al Parlamento Europeo lo scorso 31 marzo, il presidente di turno del Consiglio europeo, Bertie Ahem, ha proposto che la futura Commissione sia composta da 25 membri, uno per ogni Stato, e che possa poi essere gradualmente ridotta solo in un secondo tempo, probabilmente dopo due mandati.

Il negoziato è dunque aperto e un accordo dovrà essere trovato se si intende giungere all’approvazione della Costituzione entro giugno.

Intanto, alcuni commissari europei hanno lasciato il loro incarico per assumerne di nuovi a livello nazionale, come l’ex commissaria per l’Occupazione e gli Affari sociali, la greca Anna Diamantopoulou. L’ultimo in ordine cronologico è lo spagnolo Pedro Solbes, commissario agli Affari monetari ed economici, che lascerà la Commissione per diventare vicepremier e ministro delle Finanze nel nuovo governo spagnolo di José Luis Rodriguez Zapatero. Il suo posto sarà preso da un altro spagnolo che verrà indicato dallo stesso Zapatero e che rimarrà in carica fino al 31 ottobre, quando scadrà il mandato dell’attuale Commissione. Solbes si è impegnato a portare avanti le principali questioni su cui stava lavorando (le prospettive finanziarie 2007-2013, l’analisi dei bilanci dei singoli Paesi e le linee guida di politica economica) e ha dichiarato che sta preparando un pacchetto di proposte sulla governance economica in relazione al Patto di stabilità, di cui è stato tenace sostenitore e guardiano.

Il posto di commissario economico della futura Commissione è già al centro di trattative tra i governi europei, perché considerato fondamentale per gli equilibri futuri tra Stati membri. Così, la Germania vorrebbe un suo rappresentante in un futuro “supercommissariato” dell’economia e delle finanze e sarebbe appoggiata dalla Francia, che in cambio riceverebbe aiuto per ottenere la direzione del Fondo monetario internazionale.


strategie dell’Ue per la lotta al terrorismo

Pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Madrid, i ministri europei della Giustizia e degli Interni si sono riuniti a Bruxelles per definire le strategie comuni da adottare urgentemente contro il terrorismo internazionale. L’esigenza era quella di definire misure concrete per migliorare il coordinamento e la cooperazione a livello europeo, al fine di potenziare la sicurezza, i controlli e lo scambio di informazioni tra magistrature, servizi di intelligence e polizie. E’ stata proposta l’istituzione di una cellula informativa antiterrorismo, che non sarà però strutturata sullo stile della Cia statunitense. Inoltre, gli Stati membri dell’Ue hanno deciso di accelerare l’adozione delle misure legislative già definite a livello europeo ma non ancora recepite negli ordinamenti nazionali, impegnandosi ad applicare entro la fine di giugno il mandato d’arresto europeo. Per quanto concerne la sicurezza dei documenti, è stato deciso di anticipare di un anno (dal 2006 al 2005) l’introduzione dei dati biometrici nei visti, nei permessi di soggiorno e nei passaporti e l’estensione dell’obbligo di impronte digitali anche ai passaporti dei cittadini europei. Alla Commissione europea è stato richiesto di presentare, entro la fine dell’anno, una proposta per lo scambio di Dna e di impronte digitali delle persone inquisite per terrorismo e per la creazione di un registro europeo delle persone condannate in relazione ad atti terroristici. Iniziative sono previste anche a favore delle vittime del terrorismo, con l’adozione entro maggio di una direttiva che introduce indennizzi e permetta la creazione di un Fondo europeo di solidarietà.

decisioni del Consiglio

In base alle indicazioni dei ministri della Giustizia e degli Interni, il Consiglio europeo riunitosi a Bruxelles nei giorni 25 e 26 marzo scorsi ha adottato una “Dichiarazione sulla lotta al terrorismo” che definisce i punti principali della strategia europea.

La Dichiarazione si apre con la constatazione che «la minaccia ci riguarda tutti. Un atto terroristico contro un Paese riguarda l’intera comunità internazionale. Non ci deve essere nessuna debolezza e nessun compromesso nell’affrontare i terroristi. Nessun Paese al mondo può considerarsi immune». Viene poi stabilita una “clausola di solidarietà”: «Gli Stati membri e aderenti agiscono in spirito di solidarietà se uno di essi è vittima di un attacco terroristico. Essi mobilitano tutti gli strumenti a loro disposizione, incluse le risorse militari, per prevenire le minacce terroristiche sul territorio di uno di loro». All’Alto rappresentante per la Politica estera e di difesa, Javier Solana, è affidato l’incarico di «integrare nel Segretariato del Consiglio una cellula di intelligence su tutti gli aspetti della minaccia terroristica». Nell’ambito del Segretariato di Consiglio è stata creata la figura di “coordinatore antiterrorismo”, ruolo a cui è stato nominato l’olandese Gijs de Vries. Il Consiglio ha poi chiesto l’adozione della direttiva per l’indennizzo delle vittime e alla Commissione di stabilire un Fondo europeo nel bilancio 2004. Entro l’inizio del 2005 dovrà essere operativa l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere e, entro la fine del 2004, saranno introdotti i dati biometrici (scansione del volto e impronte digitali) nei visti e nei permessi di soggiorno. Saranno creati un registro europeo dei passaporti rubati, una banca dati europea delle condanne e delle interdizioni collegate al terrorismo, un archivio europeo del materiale giudiziario. Verranno inoltre introdotti standard comuni per la conservazione dei dati telefonici e Internet e verranno varate misure per rafforzare la sicurezza nei porti e sulle navi. Il Consiglio dovrà poi individuare le misure necessarie per migliorare l’efficacia e l’efficienza del meccanismo creato per congelare i beni delle organizzazioni terroristiche e per individuare i veri beneficiari dei conti bancari.

proposte della Commissione

All’inizio di aprile la Commissione europea ha reso note alcune proposte per rafforzare gli strumenti e le azioni antiterrorismo a livello europeo, che dovrebbero essere operative per l’inizio del 2005.

La Commissione invita gli Stati membri a stabilire «un parallelismo nella lotta contro i gruppi criminali, siano essi organizzazioni terroristiche o della criminalità organizzata». Rafforzare l’azione preventiva in questa “zona d’ombra”, secondo la Commissione, permetterà di combattere le attività illecite anche quando l’obiettivo terroristico del gruppo «non sia stato ancora individuato», quando i terroristi «commettono atti criminali, come rapine o furti, per procurarsi finanziamenti, senza che si possano imputare loro azioni terroristiche» e nel caso di «uso di metodi terroristici da parte di gruppi criminali e derive mafiose di organizzazioni terroristiche». Per sradicare il fenomeno terroristico, e soprattutto colpirlo il più a monte possibile, è necessario agire sulle fonti di finanziamento e ciò presenta non poche difficoltà dato il carattere segreto e complesso delle operazioni finanziarie messe in atto dalle organizzazioni terroristiche. Perciò la Commissione propone di rafforzare gli scambi di dati e di informazioni tra le autorità bancarie, giudiziarie e di polizia degli Stati membri.

E’ previsto un ampliamento della lista delle persone, dei gruppi e delle entità oggetto di misure restrittive nel quadro della lotta al terrorismo, nei confronti dei quali si applica il congelamento dei beni. A questo proposito la Commissione propone di creare una lista elettronica «consolidata, aggiornata in permanenza» che sia «accessibile alle istituzioni bancarie» per facilitare e accelerare gli accertamenti. «Le difficoltà incontrate nella cooperazione delle polizie e delle autorità giudiziarie sui delitti finanziari sono dovute alla difficoltà di portare a termine indagini sui conti e sui movimenti bancari» sostiene la Commissione, secondo cui dovranno essere introdotti sistemi nazionali di registrazione dei conti bancari che permetteranno di individuare i titolari dei conti a livello di ogni Stato membro.

Per prevenire le infiltrazioni in attività lecite da parte di gruppi terroristici al fine di riciclaggio di denaro, sono allo studio un meccanismo che permetterà di raccogliere e trasmettere dati e la creazione di registri nazionali delle società commerciali e della associazioni no-profit. Saranno inoltre estese a tutta l’Ue le interdizioni di creare o gestire tali strutture e sarà istituito un sistema di scambio d’informazioni per verificare se persone collegate ad attività terroristiche creino o gestiscano tali entità.

Tra le proposte della Commissione c’è anche l’introduzione di un «casellario giudiziario europeo», che obbligherà gli Stati membri a comunicare le informazioni in proprio possesso «su tutte le infrazioni legate al terrorismo o ad un gruppo terrorista, compreso il finanziamento delle sue attività».

COORDINAMENTO EUROPEO CONTRO IL TERRORISMO

Il neo-coordinatore antiterrorismo europeo, Gijs De Vries, ha dichiarato il 6 aprile scorso al Parlamento europeo che l’Ue non prenderà il posto dei singoli Stati membri nella lotta al terrorismo. «Agiamo in una cornice legale, siamo una comunità di legge e tutti devono rispettare la divisione di autorità e di competenze che sono state attribuite dall’Unione - ha spiegato De Vries - Il ruolo mio e dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Javier Solana, è quello di lavorare all’interno di questa cornice. Gli Stati membri hanno le polizie, i servizi di sicurezza e le misure nazionali. Dobbiamo assicurare che ci sia cooperazione, ma l’Unione non si sostituirà agli Stati membri». Il coordinatore europeo ha poi proposto che sia affrontato il tema della cooperazione tra Ue e Usa nella lotta al terrorismo nel corso del prossimo Consiglio europeo di giugno.


globale ma decentrato: il nuovo terrorismo

La strage di Madrid, così come molti degli attentati terroristici verificatisi negli ultimi anni, è stata rivendicata dall’organizzazione terroristica Al Qaeda. Il lavoro degli inquirenti spagnoli ha portato in meno di un mese all’individuazione del commando che ha pianificato e attuato gli attentati alla stazione di Atocha, mentre anche nel Regno Unito e in Francia sono state arrestate numerose persone sospettate di terrorismo, dimostrando che attente operazioni di magistratura, intelligence e polizia sono molto più efficaci delle azzardate e tragiche “guerre al terrorismo”.

E’ indubbio, infatti, che le guerre volute dall’amministrazione statunitense dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, non solo abbiano prodotto effetti tragici nei due Paesi oggetto degli attacchi preventivi (Afghanistan e Iraq), ma non hanno certo contribuito a contrastare il terrorismo internazionale. Anzi, l’accresciuto odio
verso la superpotenza statunitense e le altre potenze occidentali ha alimentato la “causa” del fondamentalismo islamico, dando la possibilità alle organizzazioni terroristiche di reclutare nuova “manodopera” in tutto il mondo. Si è assistito così a un aumento esponenziale degli attentati messi in atto da gruppi fondamentalisti islamici e a un’estensione del loro raggio d’azione. Il terrorismo islamico è infatti sempre più decentrato, tanto che l’individuazione di un Paese o alcune persone da combattere per eliminarlo pare un semplificazione così ingenua da sembrare sospetta (sulle vere ragioni delle “guerre preventive” e sulle strategie antiterrorismo stanno infatti indagando anche alcune Commissioni in USA e Regno Unito).

Secondo numerosi studiosi e analisti del terrorismo islamico, Al Qaeda non è un gruppo terroristico compatto che organizza e attua le sue azioni. Questa idea, valida per altre organizzazioni terroristiche, riguardava in minima parte Al Qaeda già quando la sua leadership si trovava in Afghanistan. Poi, dopo la fuga dal Paese delle centinaia di combattenti islamici dovuta all’attacco della coalizione internazionale nel 2001, il decentramento è stato totale e, come sostengono alcuni, si sono disseminate “le metastasi”. Oggi Al Qaeda è più che altro un’ideologia condivisa da numerosi gruppi organizzati a livello internazionale ma con basi prevalentemente locali. In pratica, è diventata una specie di “centrale mondiale” di assistenza al terrorismo islamico, che comunica attraverso Internet e supporta finanziariamente i gruppi e le azioni che non trovano sufficienti fondi a livello locale. Recentemente David Aufhauser, che ha studiato i flussi finanziari del terrorismo per il Dipartimento del Tesoro statunitense, ha dichiarato a “L’espresso” che l’organizzazione aveva un budget annuale di 35 milioni di dollari prima dell’11 settembre, ridotto oggi a 5-10 milioni di dollari a cui vanno però aggiunti tutti i finanziamenti che vengono raccolti a livello locale.

Negli ultimi anni sono stati arrestati numerosi componenti di spicco dell’organizzazione, ma ciò non ne ha ridotto l’attività a dimostrazione di una struttura flessibile e decentrata, composta sempre più da membri di “seconda generazione” (cioè non veterani della guerra in Afghanistan degli anni Ottanta contro l’Armata rossa, quando nacque l’internazionale islamica). La centrale operativa di Al Qaeda pare essersi trasferita in Pakistan, a Karachi, ma in ogni caso l’arresto o l’eliminazione di alcuni leader non sarà sufficiente per sconfiggere un movimento così decentrato e che insegue, come dimostrano recenti comunicati, un “riconoscimento politico”. Così, per sconfiggere le varie cellule presenti in almeno una decina di Paesi, andrebbero analizzate le cause del terrorismo oltre a contrastarne gli effetti, andrebbero adottate strategie di cooperazione per eliminare i rischi di consenso popolare alle azioni terroristiche e, probabilmente andrebbero rivisti i rapporti degli USA (soprattutto) e dei governi occidentali con Pakistan e Arabia Saudita: due Paesi di fondamentale importanza strategica e finanziaria per il terrorismo islamico internazionale. Altro che guerre preventive!


dalla Spagna un messaggio per l’Europa
di Franco Chittolina

La strage di Madrid dell’11 marzo scorso e i successivi risultati della consultazione elettorale sono stati eventi destinati a pesare nei mesi e negli anni, formidabili e difficili, che attendono l’Europa.

non esistono “isole felici”

A due anni e mezzo dagli attentati di New York e Washington la violenza terroristica si è avvicinata sempre più all’Ue: prima ai suoi confini, in Russia e in Turchia, poi con suoi cittadini (britannici, italiani, spagnoli, polacchi, non solo militari) impegnati in Iraq e ora con l’attacco massiccio a uno dei Paesi dell’Unione che aveva scelto di seguire l’alleato americano in Iraq.

Al di là dell’emozione immensa, non si può dire che si sia trattato di una sorpresa totale: semmai può aver sorpreso che prima vittima sia stata la Spagna piuttosto che altri Paesi anche più esposti. Resta il fatto che a Madrid è stata attaccata l’Europa ed è diffuso il timore che il terrorismo non si fermi a Madrid. Due anni e mezzo fa gli Usa scoprirono all’improvviso di essere vulnerabili sul loro stesso territorio; oggi l’Europa prende coscienza che il suo mezzo secolo e poco più di pace è seriamente minacciato.

Questo nostro continente, da sempre in guerra, forse comincia a dimenticare che la pace va ricostruita ogni giorno con la cultura del dialogo, con la vitalità della democrazia e con uno sviluppo sostenibile non solo per noi ma anche per il resto del mondo. Dopo Madrid, nessuno può più pensare che in un mondo di globalità diseguale sia possibile per l’Europa essere “un’isola felice”, al riparo dalle turbolenze che agitano il resto del mondo.

democrazia e solidarietà per vincere la sfida

Inutile negarlo: oggi l’Europa ha paura. Ma è proprio questa la strada che porta al coraggio che nulla ha da spartire con l’arroganza dell’incoscienza.

Se è venuto il momento di interrogarci sulle nostre responsabilità nella costruzione di questo mondo diseguale e generatore di uno sviluppo squilibrato, è anche tempo che questa Europa si ravveda e sfoderi le sue armi migliori per difendersi, contribuendo a una pacifica convivenza globale.

Ed è evidente che le armi dell’Europa non sono i carri armati o le bombe, ma piuttosto la sua cultura della tolleranza, del dialogo e dell’accoglienza. In una parola le armi della democrazia e della solidarietà.

Sono anche i messaggi venuti nelle settimane scorse da Madrid, prima con le massicce e pacifiche mobilitazioni popolari, poi con la larga partecipazione al voto malgrado un clima difficile. I nostri concittadini spagnoli, nello spazio di 48 ore ci hanno ricordato che la democrazia partecipativa, che si esprime ordinatamente nelle piazze, e la democrazia rappresentativa, che si esprime nel voto, non possono confliggere perché sono due componenti essenziali di una stessa regola di civiltà.

Ma dalla consultazione elettorale spagnola sono giunti altri importanti messaggi: primo fra tutti, che chi governa non può a lungo contrastare o ignorare la domanda popolare. Gli spagnoli, che al 90% si erano espressi contro la guerra in Iraq, hanno “mandato a casa” un governo che pure aveva fatto cose importanti ma che non aveva ascoltato la pressante domanda di pace espressa dai suoi concittadini. Certo, al governo uscente non è stata d’aiuto la precipitosa attribuzione della responsabilità dell’attentato all’Eta. In una democrazia le bugie e le ambiguità hanno “le gambe corte”. Su entrambi i versanti la democrazia l’ha spuntata e questa è una gran buona notizia per molti europei.

che fare ora?

Sono necessarie alcune scelte chiare, a cominciare dall’esigenza per l’Ue di affrontare unita il terrorismo e la violenza, qualunque sia la sua matrice, senza sottovalutarne alcuna, nemmeno se si nasconde dietro l’interesse superiore di uno Stato o in un “santuario protettore”, come sta accadendo in Francia con Cesare Battisti. Per questo è sempre più urgente convenire una politica estera europea e consolidare uno spazio giudiziario e di sicurezza comune, dotarsi di istituzioni forti rafforzandone la democrazia.

Ciò è possibile solo adottando rapidamente la Costituzione, cui la nuova maggioranza spagnola si è dichiarata favorevole facendo così venir meno il veto di Aznar nel disastroso Consiglio europeo di Bruxelles sotto presidenza italiana (dicembre 2003). Per i governi europei è venuto il momento della verità: stare con gli europei, i loro valori e la loro sicurezza o con gli interessi di potentati economici e politici nella vana speranza di averne protezione e dividendi.

La tragedia di Madrid impone all’Ue di ritrovare la sua dignità sulla strada dell’autonomia e di politiche di solidarietà che sole potranno metterla al riparo da altre più gravi tragedie.


la speranza spagnola
di José Luis López Bulla
(giornalista e scrittore, ex segretario generale CONC)

Il 25 marzo la Spagna ha votato a maggioranza per la sinistra politica e, soprattutto, per il Partito Socialista. E’ stata una notte di dolore poiché era ancora caldo il sangue versato a Madrid, ma anche d’emozione perché il Partito Popolare è stato fortemente esautorato dai cittadini. A seguito di questa vittoria si è fatta strada, sia nel mio che in altri Paesi, un’interpretazione: gli spagnoli hanno votato in preda alla paura, facendo vincere, di fatto, il terrorismo di Al Qaeda. Si è trattato, invece, di un’analisi interessata, che la destra ha sfruttato per delegittimare un risultato pulito, e che forse sarà il tormentone di questa nuova legislatura parlamentare.

Ciononostante, a un attento osservatore non può sfuggire che la spiegazione è assolutamente un’altra. Bisognerebbe quantomeno partire da due elementi: è aumentata la partecipazione elettorale di 8 punti; i giovani si sono recati alle urne più numerosi rispetto agli appuntamenti elettorali precedenti.

un progressivo “risveglio” democratico

La prima conclusione che si può trarre è che una parte della “sinistra sommersa” è uscita allo scoperto. Il che, in linea di principio, sembra anche dimostrare che questi cittadini sapevano perfettamente che l’impegno per la democrazia era una precondizione nella lotta contro gli orrori del terrorismo. Vale la pena aggiungere che tutti i partiti (incluso il Partito Popolare) hanno insistito, più che mai, nella necessità di partecipare alle elezioni.

Alcuni analisti politici, sia dentro che fuori la Spagna, hanno anche parlato degli effetti condizionanti del gigantesco attentato di Madrid. E’ probabile che non abbiano studiato con attenzione l’iter che la Spagna ha percorso negli ultimi due anni. E’ stato un percorso gestito in maniera goffa e grossolana dal governo Aznar: lo sciopero generale del 2002, le catastrofiche conseguenze del naufragio in Galizia del Prestige, il permanente conflitto coi governi regionali di Paesi Baschi, Catalogna e Andalusia, le scaramucce con vasti settori della magistratura e, soprattutto, la posizione di Aznar nei confronti della guerra in Irak. Tutto questo ha creato un humus di alternanza democratica emerso più volte nei sondaggi, sebbene in maniera contraddittoria: Zapatero, il leader socialista, ne usciva sempre più apprezzato di Aznar, sebbene la maggioranza degli intervistati ritenesse che avrebbe governato il Partito Popolare; un humus che si è consolidato a seguito della novità della vittoria della sinistra alle elezioni regionali della Catalogna.

una risposta alle menzogne

A pochi giorni dalle elezioni, poi, scoppiano a Madrid le bombe assassine. La reazione strumentale del governo è stata: è colpa dell’Eta. Da quel momento si mette in scena l’operazione della grande menzogna: si insiste sul fatto che la banda terrorista è la responsabile, sapendo perfettamente che questo avrebbe portato molti voti alla destra; l’Onu è obbligata a emettere un comunicato del medesimo tenore; e, allo stesso modo, il governo spagnolo si rivolge alle cancellerie francese e tedesca con informazioni false. La ferma e inequivocabile reazione degli spagnoli è nota: migliaia di cittadini interpellano il governo al grido di «Chi è stato?». Nelle oceaniche manifestazioni di dolore contro il massacro madrileno si sente un grido, sicuramente di dolore, ma anche di profondo bisogno democratico. Infatti, pochi nel mio Paese hanno creduto a quello che dicevano i portavoce del governo. Per questo motivo la reazione (di massa) non è stata contro uno “stile” di governo, bensì contro qualcosa che, in democrazia, è imperdonabile: la menzogna. Vale a dire, l’immanente risposta di Aznar a tutte le controversie politiche, sociali e culturali che si sono verificate in Spagna, quantomeno negli ultimi due anni. In poche parole, quello che è successo nel mio Paese è stata la “congiura dei furenti” contro una democrazia deficitaria che stava progressivamente allargando la distanza fra le istituzioni e il cittadino.

novità: Ue, Iraq e rapporto con i giovani

A partire da questo momento si apre in Spagna una tappa che può essere foriera di grandi novità. Per esempio, nei confronti dell’Europa. Va detto, infatti, che il governo Aznar si era molto allontanato dall’Unione europea, forse pensando che una “rispagnolizzazione” (rozzamente intesa) fosse la miglior medicina per affrontare i nazionalismi periferici. Una nuova tappa, dicevo, che può trovare il suo momento più eclatante nella promessa elettorale di Zapatero (ribadita nella sua prima presentazione alla stampa, immediatamente dopo la vittoria elettorale) di ritirare le truppe dall’Iraq alla fine di giugno: una posizione coraggiosa, che sicuramente gli porterà ogni genere di complicazioni. Un nuovo percorso che sicuramente comporterà il recupero dei rapporti istituzionali (rotti in alcuni casi e deteriorati in altri) con non poche Comunità autonome. Una nuova fase, in definitiva, che potrebbe comportare politiche di concertazione sociale che affrontino i ritardi che la Spagna ha accumulato nel campo dell’innovazione tecnologica e l’ammodernamento del tessuto produttivo, come elementi indispensabili per progettare un welfare attivo. E poi, qualcosa che non va dimenticato: l’avvicinamento ad ampi settori di giovani che hanno salutato Zapatero con vigilante entusiasmo la notte delle elezioni al grido di: «No nos falles» (Non ci deludere).

IRAQ: URGONO INIZIATIVE POLITICHE

La situazione dell’Iraq è divenuta sempre più grave nelle ultime settimane. La coalizione internazionale è ormai attaccata quotidianamente dai gruppi armati sciiti nel sud del Paese e nel quartiere sciita di Baghdad, mentre si assiste a un inasprimento della resistenza sunnita nella regione centrale e a scontri anche nel nord del Paese. A circa due mesi dall’ipotetico passaggio di consegne del potere agli iracheni da parte dell’amministrazione statunitense dell’Iraq, che dovrebbe avvenire il 30 giugno prossimo, si assiste a una situazione di guerra e a una crescente ostilità degli iracheni contro gli eserciti occupanti della coalizione internazionale. La richiesta del neo-governo spagnolo di coinvolgere direttamente l’ONU nella fase di transizione democratica, pena il ritiro del proprio contingente militare, ha riaperto il dibattito nella comunità internazionale per la ricerca di soluzioni che portino a una stabilizzazione del Paese. Così, il 6 aprile scorso si è espresso anche il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, il quale ha sottolineato la necessità e l’urgenza di una «soluzione politica seria, condivisa e di lungo periodo». Secondo Prodi, il coinvolgimento delle Nazioni Unite è necessario «non per dottrina o per partito preso, ma proprio perché è chiaro che da una situazione del genere si esce solo con un cambiamento della natura politica della presenza nel Paese». Un coinvolgimento diretto dell’Onu in Iraq significa, secondo il presidente della Commissione europea, anche «la presenza di Paesi arabi, in modo che la necessità della presenza militare sia accompagnata dalla visibilità che questo avviene secondo regole e prospettive che siano condivise dagli iracheni». Riconoscendo «i limiti dell’azione possibile dell’Onu», Prodi ha dichiarato che proprio per questo le Nazioni Unite devono essere rafforzate, «perché dobbiamo essere consapevoli che questi limiti sono a nostro danno». Ma, ha continuato Prodi, bisogna riflettere sul fatto che «quando un Paese prende una decisione militare come quella in Iraq, che esercita una influenza su tutti gli altri, noi abbiamo il diritto di intervenire in quella decisione ed è per questo che l’appello all’Onu diventa un fatto importante».


Francia: dalle urne un monito al governo
di Jean-Michel Gelati
(Dipartimento Internazionale CGT Rhône-Alpes)

Il base ai risultati delle elezioni regionali e cantonali svoltesi nei giorni 21 e 28 marzo 2004 in Francia possiamo trarre alcune prime riflessioni.

Il tasso di partecipazione degli elettori evidenzia un ritorno di interesse per le consultazioni elettorali: una buona notizia per la democrazia.

L’influenza del Fronte Nazionale (partito di estrema destra), che si è rafforzatonell’insieme del territori, rappresenta una fonte di preoccupazione per tutti coloro che credono nella giustizia e nella solidarietà.

Una maggioranza di cittadini, dato il significato di queste elezioni, ha lanciato un messaggio di portata nazionale per contestare la politica del governo Raffarin.

La disfatta elettorale della destra è la conseguenza di un atteggiamento e di un’azione governativa che nonhannotenuto conto delle condizioni eccezionali nelle quali il presidente della Repubblica era stato eletto con più dell’80% dei voti, nelle ultime elezioni presidenziali, contro il candidato dell’estrema destra.

Agendo come se il programma di riforme di ispirazione liberale avesse un sostegno popolare, il governo ha progressivamente adottato misure di cui il Medef (la Confindustria francese) era il principale ispiratore e l’unico beneficiario, senza tenere conto dell’opinione delle organizzazioni sindacali più rappresentative.

La legge sulle pensioni dei lavoratori ha rappresentato un punto di rottura: ingiusta e inefficace si sottrae alle sfide che la società francese deve affrontare.

Al di là di un cambiamento della compagine governativa, è positiva l’aspettativa di un cambiamento di direzione nella politica economica e sociale del governo espressa dalla maggioranza dei cittadini francesi. Questo è anche il motivo che ha portato, da parecchi mesi, alle mobilitazioni sindacali categoriali o territoriali, soprattutto suiniziativa della Cgt.

In questo nuovo contesto, la Cgt mette in guardia quelli che pretendono di accelerare i tempi e la portata di riforme ingiuste (contestate perché contestabili), come se niente fosse accaduto. Sulla scia delrisultato elettorale, i lavoratori sono pronti a mobilitarsi sindacalmente.

È impensabile che il futuro dell’assicurazione contro le malattie, del Codice del lavoro, dei servizi pubblici venga affrontato come prima, cioè con le rimessa in discussioneche colpisce il mondo del lavoro.

Il governo deve tenere conto dell’espressione democratica che è scaturita da queste elezioni. Di fronte all’insicurezza sociale, l’occupazione, la solidarietà e lo sviluppo economico devono essere al centro delle politiche pubbliche.

In Francia, i sindacati dei lavoratori hanno una grande responsabilità da assumersi. Devono, insieme, effettuare un’analisied esplorare le modalità della loro azione comune per far fronte, con maggiore efficacia, agli appuntamenti delle prossime settimane.

Da parte sua, la Cgt non risparmia i suoi sforzi per favorire e concretizzare i più ampi spazi possibili di interventi unitari, per portare le aspirazioni e i bisogni dei lavoratori di fronte alle pretese del governo e del padronato, che intendono continuare nella loro ambizione di distruggere le conquistesociali.


previsioni economiche dell’Ue

L’Unione europea è alle prese con un generale aumento del debito pubblico che, in percentuale sul Prodotto interno lordo (Pil) dell’Ue, è passato dal 70,4% del 2003 al 70,9% del 2004. Un incremento dovuto soprattutto alle crescite di debito pubblico registrate in Germania (dal 64,2% del 2003 al 65,6% nel 2004) e Francia (dal 63% al 64,6%), ma tra gli Stati membri maggiormente indebitati spiccano l’Italia (106% del Pil, il debito più alto dell’Ue) e il Belgio (per cui è previsto un calo al di sotto del 100% nel 2004). È quanto comunicato dalla Commissione europea, che il 7 aprile scorso ha reso note le sue “previsioni economiche di primavera”.

Italia: debito record nell’Ue

Secondo la Commissione, la situazione dei conti pubblici italiani richiede «il lancio immediato di un meccanismo di allerta preventivo affinché le autorità prendano le misure di aggiustamento che si impongono». L’Esecutivo europeo sottolinea infatti come senza «ulteriori misure correttive» l’Italia chiuderà il 2004 con un rapporto deficit-Pil al 3,2%, un disavanzo che nel 2005 potrebbe salire al 4%. Inoltre, «l’interruzione del processo di riduzione del debito pubblico, previsto al 106% del Pil, è una fonte ulteriore di preoccupazione» per la Commissione che ha così deciso di avviare la preparazione di un “early warning” nei confronti dell’Italia, cioè un avvertimento preventivo per rischio di deficit eccessivo (vedi box).

Francia e Germania sempre oltre il 3%

Ma non sono solo i conti pubblici italiani a preoccupare la Commissione. Per quanto riguarda la Francia è previsto per il 2004 un rapporto deficit-Pil del 3,7%, mentre quello della Germania si attesterà sul 3,6%. A differenza del caso italiano, però, per Francia e Germania è prevista una diminuzione del disavanzo per il 2005: quello francese dovrebbe scendere al 3,6% e al 2,8% quello tedesco. Va ricordato che i due Paesi sono già sotto procedura per deficit eccessivo perché hanno sforato due volte la soglia definita dal Patto di stabilità e si apprestano a farlo anche quest’anno. La procedura era stata poi sospesa dall’Ecofin del 25 novembre 2003 (sotto presidenza italiana), una decisione contro cui la Commissione ha presentato ricorso presso la Corte di giustizia europea che dovrebbe pronunciarsi il prossimo 28 aprile.

In realtà, secondo alcuni organi d’informazione francesi e tedeschi i conti pubblici di Francia e Germania sarebbero anche peggiori di quanto prevede la Commissione. Il quotidiano francese “Le Monde” sostiene che il deficit della Francia è al 4% del Pil nel 2004 e rimarrà al 4% nel 2005, mentre il settimanale tedesco “Der Spiegel” ritiene che la Germania rischi di sfondare il tetto del 3% non solo quest’anno ma anche il prossimo.

infrazioni di altri Stati membri

La Commissione europea ha proposto l’avvio di una procedura per deficit eccessivo anche per i Paesi Bassi, sulla base di un rapporto che evidenzia un deficit al 3,2% del Pil nel 2003. «Lo sviluppo dei passi seguenti della procedura sarà deciso sulla base delle misure che saranno prese per aggiustare la situazione nel 2004» ha reso noto la Commissione. Iniziativa analoga sarà assunta anche nei confronti del Regno Unito, che per il 2003 ha registrato un rapporto deficit-Pil del 3,2%. Nel caso britannico, però, la Commissione non propone l’apertura formale della procedura in quanto «il deficit è atteso rientrare sotto il 3% sia nel 2004 che nel 2005». C’è poi la situazione della Grecia, il cui governo ha inviato a Bruxelles dati che attestano un deficit al 2,95% nel 2003, ma le stime della Commissione prevedono uno sforamento del 3% nel 2004. Per quanto riguarda invece il Portogallo, la Commissione ha proposto di arrestare la procedura avviata nel 2002, perché sia nel 2002 che nel 2003 il Paese ha tenuto il proprio deficit al di sotto della soglia del 3%. Non sono però escluse nuove azioni della Commissione, dal momento che prevede rapporti deficit-Pil del 3,4% nel 2004 e del 3,8% per il 2005.

prevista crescita economica

La Commissione prevede una moderata crescita economica per l’Ue nel corso di quest’anno. Secondo le previsioni, infatti, il Pil crescerà dell’1,7% nella zona euro e del 2% nell’Unione (contro lo 0,4% e lo 0,8% del 2003), una crescita che dovrebbe rafforzarsi nel 2005 quando si prevede un tasso del 2,3% nella zona euro e del 2,4% nell’Ue. La crescita prevista sarà sostenuta dall’aumento della domanda interna, trascinata da un’accelerazione nella formazione di capitale durante il 2004, a cui farà seguito un graduale miglioramento dei consumi privati.
(Fonte: Ansa)

COS’È L’“EARLY WARNING”

Tra le procedure previste dal Patto di stabilità e crescita, siglato nel 1997 ad Amsterdam per dare applicazione ai parametri fissati a Maastricht nel 1992, c’è il cosiddetto “avvertimento preliminare” o “early warning”.

Il Patto, il cui scopo è di monitorare i deficit pubblici degli Stati che hanno adottato l’euro, stabilisce che il rapporto tra il deficit delle amministrazioni pubbliche e il Pil non deve superare la soglia del 3%. Se il deficit di uno Stato membro si avvicina al tetto del 3%, il Consiglio economico e finanziario dell’Ue (Ecofin) lancia l’earlywarning, cui segue una raccomandazione vera e propria nel caso si accerti uno sforamento del bilancio. Se le raccomandazioni non sono adottate e la soglia del 3% è superata per due volte consecutive, l’Ecofin può imporre sanzioni pecuniarie, che hanno una base fissa pari allo 0,2% del Pil. L’earlywarning è stato finora proposto nel 2001 contro l’Irlanda per inflazione troppo alta e «politica prociclica» (provvedimento approvato dall’Ecofin); contro Portogallo e Germania nel febbraio 2002 per rischio deficit (respinto da Ecofin); nel gennaio 2003 contro la Francia per l’elevato livello del suo deficit di bilancio (approvato da Ecofin).


pił donne al lavoro ma restano le disuguaglianze

In tutto il mondo le donne sono sempre più numerose all’interno della forza lavoro, ma la disoccupazione femminile è più alta di quella maschile, i redditi delle donne sono inferiori a quelli degli uomini e le donne costituiscono circa il 60% dei 550 milioni di lavoratori poveri nel mondo. Inoltre, nel mercato del lavoro le donne continuano ad avere enormi difficoltà a raggiungere posti di responsabilità, soprattutto di alto livello e, quando succede, avviene comunque in modo molto lento e diseguale. Queste tendenze sull’occupazione femminile a livello mondiale sono contenute in due Rapporti pubblicati recentemente dall’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil-Ilo) e resi noti in occasione della Giornata internazionale delle donne, lo scorso 8 marzo: il Global employment trends for women 2004 e un secondo intitolato Breaking through the glass ceiling. Women in management. Updated 2004.

«Da questi due Rapporti emerge un’immagine fosca della condizione delle donne nel mondo del lavoro oggi - dichiara il direttore generale dell’Oil, Juan Somavia - Occorre che le donne abbiano delle possibilità uguali a quelle degli uomini per salire in cima alla scala delle responsabilità. Finché non si registreranno progressi per fare uscire le donne dalla povertà, creando posti di lavoro produttivi e dignitosi, l’Obbiettivo del millennio di dimezzare la povertà entro il 2015 rimarrà fuori portata nella maggior parte delle regioni del mondo».

differenze di genere

Nel 2003, il numero di donne lavoratrici in tutto il mondo ha raggiunto livelli mai registrati in passato: su quasi 2,8 miliardi di lavoratori nel mondo, il 40% circa è costituito da donne (1 miliardo e 130 milioni), con un aumento di quasi 200 milioni di donne occupate negli ultimi 10 anni a livello mondiale. La partecipazione delle donne alla forza lavoro è particolarmente elevata nell’Asia orientale (73,1%), nell’Africa sub-sahariana (63,2%) e nel Sud-Est asiatico (60,5%), mentre resta molto bassa in Medio Oriente e nell’Africa del Nord (28,2%).

La crescita esponenziale della forza lavoro femminile non è però stata accompagnata da una responsabilizzazione socio-economica delle donne, né da un reddito uguale agli uomini a parità di lavoro, o da benefici equilibrati necessari per mettere le donne in condizioni di parità con gli uomini in quasi tutte le occupazioni.

differenze regionali

La diminuzione del divario tra numero di uomini e numero di donne facenti parte della forza lavoro (che somma gli occupati e i disoccupati), registrata a livello mondiale negli ultimi 10 anni, non è certo stata omogenea in tutte le regioni del mondo. Nelle economie in transizione e in Asia orientale tale divario è ormai quasi colmato: per ogni 100 lavoratori uomini, si registrano rispettivamente 91 e 83 lavoratrici. In altre regioni invece, come il Medio Oriente, l’Africa del Nord o l’Asia meridionale, le donne attive ogni 100 uomini variano da 36 a 44.

disoccupazione

Per quanto concerne la disoccupazione, nel 2003 quella femminile era di poco superiore a quella maschile a livello mondiale (rispettivamente 6,4% e 6,1%), per un totale di circa 77,8 milioni di donne disoccupate rispetto ai 58,2 milioni registrati nel 1993 (quando il tasso di disoccupazione femminile era del 5,8% e quello maschile del 5,5%). Solo in Asia orientale e nell’Africa sub-sahariana si rilevano tassi regionali di disoccupazione maschile superiori a quelli femminili (rispettivamente 3,7% e 2,7%  in Asia orientale; 11,8% e 9,6% nell’Africa sub-sahariana). Nella regione America Latina-Caraibi il tasso di disoccupazione femminile era del 10,1% contro il 6,7% degli uomini, mentre nel Medio Oriente e in Africa settentrionale il tasso di disoccupazione femminile era del 16,5%, circa 6 punti percentuali al di sopra del tasso maschile. Per i giovani in generale, ma soprattutto per le giovane donne di età compresa tra i 15 e i 24 anni, la difficoltà a trovare un lavoro è ancora più grande, con 35,8 milioni di giovani donne disoccupate nel mondo.

mercato del lavoro mondiale (1993-2003)

Donne

Uomini

Totale

1993

2003

1993

2003

1993

2003

Forza lavoro (milioni)

1.006

1.208

1.507

1.769

2.513

2.978

Occupazione (milioni)

948

1.130

1.425

1.661

2.373

2.792

Disoccupazione (milioni)

58,2

77,8

82,3

108,1

140,5

185,9

Partecipazione alla forza lavoro (%)

53,5

53,9

80,5

79,4

67

66,6

Occupati su popolazione (%)

50,4

50,5

76,1

74,5

63,3

62,5

Disoccupazione (%)

5,8

6,4

5,5

6,1

5,6

6,2

Fonte: OIL, Global Employment Trends Model 2003; Global Employment Trends 2004

lavoro informale e povertà

Le donne hanno poi minori possibilità rispetto agli uomini di ricevere un reddito regolare tramite un posto di lavoro remunerato, perciò confluiscono più frequentemente nel settore informale (in particolare nell’agricoltura), con scarsa protezione sociale e con alto grado di vulnerabilità. Inoltre, sui 550 milioni di lavoratori poveri - persone che, insieme alle loro famiglie, non dispongono di più di 1 dollaro al giorno per vivere - 330 milioni sono donne, ovvero il 60% circa. Secondo l’Oil andrebbero creati 400 milioni di posti di lavoro dignitosi per garantire alle donne disoccupate e alle lavoratrici povere di uscire dalla povertà. Secondo l’Oil, dovranno essere compiuti sforzi «per strappare le lavoratrici povere alla loro indigenza, creando delle opportunità di lavoro produttivo e remunerativo in condizioni di libertà, di sicurezza e di dignità umana, e garantendo loro la possibilità di uscire dalla povertà tramite il proprio lavoro», altrimenti il livello di povertà mondiale non sarà mai dimezzato entro i termini prefissati.

il lavoro di donne e uomini nel mondo

Partecipazione alla forza lavoro
Uomini (%)

Partecipazione alla forza lavoro
Donne (%)

Differenze di genere:
donne economicamente attive ogni 100 uomini

Mondo

79,4

53,9

68

Paesi industrializzati

70,3

50,5

76

Paesi in transizione economica

65,7

53,1

91

Medio Oriente e Nord Africa

76,8

28,2

36

Africa sub-sahariana

85,3

63,2

77

Sud Asia

81,1

37,4

44

Est Asia

85,1

73,1

83

Sud-Est asiatico

82,9

60,5

75

America Latina e Caraibi

80,5

49,2

64

Fonte: OIL, Global Employment Trends Model 2003; Global Employment Trends 2004

retribuzioni diseguali

Il Global employment trends for women 2004 segnala come «in ognuna delle occupazioni esaminate» le donne guadagnano meno degli uomini. Nella maggior parte delle economie, le donne guadagnano circa il 90% o meno di quanto guadagnano i loro colleghi maschi, perfino in occupazioni «tipicamente femminili» quali infermiere o insegnante, oppure in occupazioni altamente qualificate quali la contabilità o la programmazione informatica. «Sarà possibile creare dei posti di lavoro dignitosi e in numero sufficiente per le donne solo se i governi metteranno l’occupazione al centro delle politiche sociali ed economiche e riconosceranno che le sfide che devono fronteggiare le donne sul lavoro sono superiori di gran lunga a quelle poste agli uomini - sostiene Somavia - Aumentare il reddito delle donne e garantire loro maggiori opportunità permette a intere famiglie di uscire dalla povertà e contribuisce al progresso economico e sociale».

posti di direzione e responsabilità

Nel secondo Rapporto dell’OIL si legge che «nonostante le statistiche mondiali segnino un incremento del numero delle donne ai posti di direzione, questo progresso, segnato da disuguaglianze, avviene con una lentezza talvolta scoraggiante». Dal 2001 non si è registrata un’evoluzione significativa della situazione generale dell’occupazione femminile. La proporzione delle donne professioniste è cresciuta dello 0,7% tra il 1996 e il 1999, come pure tra il 2000 e il 2002. Con un tasso di donne ai livelli direzionali compreso tra il 20% e il 40% in 60 Paesi, si constata come le donne siano fortemente sottorappresentate rispetto al loro tasso generale di occupazione.

Anche in campo politico è bassa la presenza femminile: la percentuale di donne elette nei parlamenti nazionali è leggermente aumentata dal 13% del 1999 al 15,2% del 2003. Si registra tuttavia un aumento recente del numero delle donne in settori finora tradizionalmente riservati agli uomini, quali gli Affari esteri, le Finanze e la Difesa.

Il tasso generale di donne professioniste nel 2000-2002 è stato più alto in Europa dell’Est e nella Confederazione degli Stati indipendenti, come conseguenza delle politiche a lungo termine di sostegno al lavoro delle donne con bambini. In Asia meridionale e nel Medio Oriente, invece, la proporzione delle donne professioniste raggiunge al massimo il 30%, per ragioni legate alla tradizione e perché molte donne considerano prioritarie le responsabilità familiari.

In generale, si registra un tasso più alto di donne ai posti di direzione nei Paesi dell’America del Nord, dell’America Latina e dell’Europa orientale, tuttavia, scrive l’Oil «nei settori tradizionalmente femminili si conta un maggior numero di donne ai posti di direzione ma anche un numero sproporzionato di uomini nei posti di responsabilità, mentre nei settori tradizionalmente riservati agli uomini sono poche le donne a rivestire posizioni di responsabilità».

alcune eccezioni positive

In questo quadro generale fa eccezione l’alto tasso di donne ai posti importanti nei servizi giuridici di alcuni Paesi. Nel 2001-2002, infatti, oltre il 50% dei giudici in 6 Paesi dell’Est europeo (Croazia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria) erano donne, come pure il 35% dei principali giudici in Polonia. All’inizio del 2003, 10 dei 18 giudici eletti alla Corte Penale Internazionale erano donne.

Anche se, sostiene la curatrice del Rapporto Linda Wirth, le donne che sono riuscite ad affermarsi professionalmente «non rappresentano più di qualche punto percentuale negli alti posti di direzione. In linea di massima, tuttora, più si sale nella gerarchia di un’organizzazione e più rare sono le donne». Il Rapporto segnala però come alcuni imprenditori stiano iniziando a capire l’importanza di iniziative a favore della famiglia e della formazione, che permettono al personale femminile una maggiore permanenza in azienda e un aumento della produttività. Ciò avviene mentre le organizzazioni sindacali e alcuni governi stanno promuovendo riforme dell’occupazione e della legislazione sociale che garantiscano alle donne con bambini il loro livello di responsabilità, i loro benefici e la loro capacità di reddito.


appello per l’Africa

Il 17 aprile 2004 si è svolta a Roma una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica e la comunità internazionale sulla grave situazione del continente africano. La manifestazione è stata promossa da: Comune di Roma, Cgil-Cisl-Uil, Fao, Ifad, Wfp, Unicef, Comunità di Sant’Egidio, Ong italiane, Forum del Terzo settore, Comitato cittadino per la Cooperazione e la Solidarietà, Wwf Italia, Istituti Missionari Italiani. Pubblichiamo di seguito il documento dell’iniziativa.

L’Africa è un immenso continente, nel quale oggi si sta giocando una buona parte del destino del nostro pianeta. In Africa la comunità internazionale è chiamata ad affrontare problemi e situazioni intollerabili, per qualsiasi persona abbia a cuore le sorti di tutta l’umanità. La fame, le guerre, le malattie fanno molte più vittime di quante hanno fatto, in Europa, le due guerre mondiali del secolo appena trascorso, e questo perché non c’è risposta a bisogni fondamentali e primari dell’uomo: un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un semplice medicinale.

Quello che vogliamo affermare con forza è che il destino dell’Africa non è immutabile. L’Africa ha potenzialità enormi, che devono essere sostenute dal coraggio del cambiamento, da un impegno politico incisivo che muti l’indirizzo attuale, che cambi l’ordine delle priorità, che ponga al centro dell’agenda politica internazionale scelte concrete di lotta a una condizione inaccettabile, attraverso l’affermazione di modelli di sviluppo più solidali e sostenibili.

Affinché l’Africa non sia soltanto un continente di ingiustizie e di morte, noi riteniamo che il dovere di ogni organizzazione internazionale, di ogni governo nazionale e locale, delle associazioni e delle Ong, sia quello di assumersi le proprie responsabilità, ognuno per la propria parte, anche la più piccola. Cancellare il debito per i Paesi più poveri, ridurre drasticamente e destinare a fondi di sviluppo le somme restituite, aumentare gli aiuti allo sviluppo, giungere a un embargo totale della vendita delle armi, intervenire per permettere di produrre e distribuire gratuitamente in Africa i vaccini e gli strumenti di prevenzione delle malattie - prima fra tutte l’Aids - che la affliggono, sono solo alcune delle molte possibilità con cui è possibile attuare una politica diversa da quella che è oggi causa di tanti disastri. Una politica che a sua volta venga accompagnata, nei Paesi africani, dal pieno affermarsi dei sistemi democratici e del pluralismo politico, dalla legalità e dalla tutela dei diritti umani, da un governo trasparente delle risorse, dalla reale possibilità del pieno dispiegarsi delle potenzialità delle economie e delle società civili e anche in questo modo della prevenzione dei conflitti e della costruzione della pace.

E’ qui che è racchiuso il futuro dell’Africa e dei popoli africani. Sono stati compiuti passi importanti, sono state tenute libere elezioni, sono state definite politiche di risanamento economico, sono nate organizzazioni sovranazionali, a cominciare dall’Unione africana, alla quale è importante che l’Unione europea offra tutto il suo sostegno, fino al momento in cui i popoli africani arriveranno a prendere in mano il proprio destino e a contare di più in tutte le sedi internazionali.

Per essere messa nelle condizioni di crescere e svilupparsi, l’Africa guarda prima di tutto all’Europa. È una prova di civiltà e di responsabilità quella che l’Europa, tutti noi, dobbiamo dare per contribuire al raggiungimento degli obiettivi proposti nella Dichiarazione del millennio, entro il 2015.

Non è solo un’esigenza morale che ci deve spingere ad agire. Dobbiamo avere la consapevolezza che oggi il mondo è unito da “una comunità di destino”, e che la povertà e il non rispetto dei diritti umani tengono ai margini di una crescita Paesi e attori legittimi e potenziali degli equilibri mondiali, ma anche di possibili e gravi squilibri.

É quindi urgente definire una politica comune europea. Così come è necessario che l’Ue e i singoli governi sviluppino un’azione convergente ed efficace per affermare l’idea e la possibilità di un governo mondiale, sostenendo la riforma dell’Onu, la valorizzazione all’interno della Carta dell’Onu della tutela dei diritti umani e delle condizioni di legittimità dell’intervento sovranazionale, l’istituzione del Tribunale internazionale e di organismi specifici per la salvaguardia dell’ambiente e della salute.

E’ un compito epocale, quello che abbiamo di fronte. E’ una sfida enorme. Proprio per questo serve un lavoro comune, serve moltiplicare le occasioni per modificare, nei fatti, l’ordine delle priorità, l’agenda politica della comunità internazionale. Molto dipende da noi.

CONGRESSO MONDIALE SUL LAVORO MINORILE

Nei giorni 10-12 maggio prossimi si terrà a Firenze (presso il Palazzo dei Congressi) il primo Children’s World Congress on Child Labour, organizzato da Mani Tese e Cgil-Cisl-Uil a cui parteciperanno centinaia di ragazze e ragazzi che hanno provato la terribile esperienza del lavoro minorile. Con loro, personalità politiche e sindacali, Ong, istituzioni e rappresentanti di governi discuteranno del problema, delle sue soluzioni e risponderanno delle promesse fatte. Il 13 maggio si svolgerà poi la Global March against ChildLabour, marcia che partirà alle 10 da Piazza della Signoria per giungere in Piazza Santissima Annunziata, dove Kailash Satyarthi (segretario internazionale della Global March) concluderà la manifestazione.

Lunedì 10: Saluti di benvenuto. Workshop: discussioni regionali dei ragazzi sul tema dello sfruttamento minorile e dell’istruzione; sindacati e dialogo sociale; Ong e responsabilità della società civile; dialogo sociale e attività prioritarie per eliminare il lavoro minorile.

Martedì 11: Tavola rotonda sulla partecipazione dei ragazzi alla lotta contro il lavoro minorile e lo sfruttamento dell’infanzia. Tavola rotonda su ruolo e coerenza da parte di istituzioni internazionali, governi e partner sociali nella lotta contro il lavoro minorile e lo sfruttamento dell’infanzia. Intervengono rappresentanti di: Banca mondiale, Organizzazione internazionale del lavoro, Organizzazione mondiale del commercio, Organizzazione internazionale degli imprenditori, Unione europea, Unesco, governi di diversi Paesi, ragazzi e ragazze.

Workshop: lo sfruttamento del lavoro minorile e le sue forme peggiori nelle diverse regioni; interventi futuri alla luce del paradigma triangolare: il legame tra lavoro minorile, povertà e mancato accesso all’istruzione; la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze nella lotta contro il lavoro minorile e lo sfruttamento dell’infanzia e a favore dell’istruzione.

Mercoledì 12: Interventi da parte dei ragazzi: i quesiti vengono presentati ai leader mondiali. Interventi da parte degli organismi internazionali e presentazione delle “buone pratiche”. Intervengono rappresentanti di: Nazioni Unite, Commissione europea, ministero del Welfare italiano, Unione africana, Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico, Organizzazione degli Stati Americani, Confederazione internazionale dei sindacati liberi, Ong e Global March, ragazzi e ragazze.

Sessione finale (Palazzo Vecchio): cerimonia di chiusura con la presentazione della “Dichiarazione finale” redatta dai bambini e delle soluzioni per l’azione contro il lavoro minorile e lo sfruttamento dell’infanzia.

INFORMAZIONI: Segreteria Organizzativa Koinètica - Agenzia per la Comunicazione Etica e Sociale, via Settembrini 9 - 20124 Milano; tel. 026691406, fax 02 67380608; info@koinetica.net; www.koinetica.net


l’accordo di Ginevra sul conflitto israelo-palestinese

L’accordo di pace tra israeliani e palestinesi, firmato a Ginevra il 1° dicembre 2003, ha avuto valutazioni contrastanti, ma la sua rilevanza è innegabile.

Si è trattato, certo, di un accordo informale tra rappresentanti non ufficiali delle due parti. Ma le personalità che hanno siglato quel documento non sono certo casuali, fanno parte integrante della storia stessa del processo di pace tra i due popoli, a cominciare dagli accordi di Oslo e di Washington del ’73, a cui alcuni di loro hanno lavorato in prima persona.

Le proposte individuate rappresentano lo sviluppo coerente degli ultimi negoziati di Camp David e Taba, del 2000-2001. E proprio da quei negoziati sono partiti i due portavoce dell’iniziativa di Ginevra, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, per svilupparli e colmare le lacune residue, che avevano impedito l’accordo.

L’iniziativa di Ginevra offre alle forze di pace in Israele e in Palestina una nuova, importante opportunità, per uscire dalla crisi in cui erano piombate dopo il fallimento del negoziato di Camp David Era difficile presentarsi alle rispettive opinioni pubbliche dichiarando di voler fare la pace con il nemico, che però rifiuta le proposte avanzate, come avvenne nel 2001 a Camp David.

Ora si può invece dire che c’è una proposta dettagliata, elaborata con la controparte, che può dare la pace ai due popoli, anche a costo di sacrifici dolorosi.

Che non si tratti di una impostazione velleitaria e senza fondamento è testimoniato anche dalla rilevanza dei consensi internazionali ottenuti. Inutile sottolineare l’importanza dell’appoggio dei principali leader degli Stati Uniti e dell’Europa.

Quanto alle adesioni dei principali leader del mondo arabo, esse sono molto rilevanti, perché fanno seguito all’iniziativa assunta dal Vertice arabo di Beirut, il 28 marzo 2002, su iniziativa dell’Arabia Saudita, che proponeva l’accettazione da parte di Israele di uno Stato palestinese indipendente, con Gerusalemme Est come sua capitale, in cambio dello stabilirsi di normali relazioni nel contesto di una pace completa con Israele.

L’attenzione con cui il mondo arabo guarda a Ginevra pare significare che quella bozza di accordo potrebbe essere considerata soddisfacente e in grado di rendere possibile la realizzazione di una pace globale e permanente tra Israele e il mondo arabo, una volta risolti i contenziosi con Siria e Libano.

i punti salienti dell’accordo

L’accordo è basato sul riconoscimento del diritto del popolo ebraico alla propria entità statuale e il riconoscimento del diritto del popolo palestinese allo propria entità statuale, senza pregiudicare gli uguali diritti per i cittadini di entrambe le Parti. L’Accordo pone fine a un’era di conflitto e introduce a una nuova era basata sulla pace, la cooperazione e relazioni di buon vicinato fra le Parti.

L’attuazione di questo Accordo risolverà tutte le contese sorte fra le Parti per eventi precedenti la sua firma e nessun ulteriore contenzioso potrà essere sollevato.

Vengono previsti numerosi Comitati congiunti per monitorare e garantire l’applicazione dell’Accordo. E’ prevista la costituzione di due Stati, Israele e Palestina, basati sui confini esistenti prima della guerra del ’67.

Sono previsti limitati scambi territoriali, nella proporzione di 1:1, sulla base di una precisa mappa allegata all’accordo. Tali scambi prevedono che restino a Israele aree attigue alla Linea Verde (il confine del ’67) e intorno a Gerusalemme, dove sorgono insediamenti molto popolati, in cambio di aree israeliane prevalentemente a ridosso della Striscia di Gaza, attualmente molto sovrappopolata.

L’esercito Israeliano si ritirerà gradualmente da tutti gli altri territori palestinesi, cedendo la sovranità allo Stato Palestinese.

insediamenti e corridoio

Gli insediamenti non ubicati all’interno delle aree che diventeranno israeliane in seguito allo scambio territoriale previsto, saranno evacuati a cura dello Stato israeliano. Tutti gli insediamenti e le relative infrastrutture saranno cedute, intatte, allo Stato palestinese, a parziale compensazione per la soluzione del problema dei rifugiati. E’ prevista poi la realizzazione di un “corridoio” tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Esso resterà sotto sovranità israeliana e sotto amministrazione palestinese, e non potrà essere usato dai palestinesi per accedere al territorio israeliano.

sicurezza e Forza multinazionale

Israele e Palestina non potranno aderire a trattati offensivi contro l’altro Stato. Essi si impegnano a rinunciare all’uso della forza, della violenza e del terrorismo contro l’altro, e a lottare contro ogni organizzazione che cercasse di farlo. La Palestina sarà uno Stato non militarizzato, con una forte forza di polizia. Le armi di cui questa forza potrà disporre saranno specificate nell’accordo. Israele manterrà due “Stazioni di primo allarme” nella parte Nord e nella parte centrale della Cisgiordania. Israele e Palestina promulgheranno leggi per prevenire l’istigazione all’irredentismo, al terrorismo e alla violenza e per combattere con determinazione questi fenomeni.

Sarà inoltre costituita una Forza multinazionale per fornire le garanzie di sicurezza alle Parti, svolgere opera di deterrenza, e sorvegliare l’attuazione dell’Accordo. La Forza multinazionale sarà dispiegata nello Stato della Palestina. Data la natura non militarizzata dello Stato della Palestina, la Forza multinazionale: proteggerà l’integrità territoriale dello Stato della Palestina; avrà compiti di deterrenza contro attacchi esterni; fornirà assistenza durante il ritiro delle truppe israeliane; dispiegherà osservatori per monitorare e vigilare le frontiere terrestri e marittime dello Stato di Palestina, nonché alle Stazioni di primo allarme; aiuterà nella messa a punto di misure anti-terrorismo; aiuterà nell’addestramento della Forza di sicurezza palestinese.

applicazione delle leggi

Le strutture palestinesi e israeliani incaricate del rispetto della legalità coopereranno nel combattere il traffico illegale di stupefacenti, di reperti archeologici e oggetti artistici, crimini transfrontalieri, compresi furti e frodi, crimine organizzato, traffico di donne e minori, contraffazioni, stazioni radio e tv pirata, e altre attività illegali.

Gerusalemme

Le Parti riconoscono il valore universale storico, religioso, spirituale e culturale di Gerusalemme e il suo carattere di luogo sacro per le religioni giudaica, cristiana e islamica. Nel riconoscimento di questo status, le Parti riaffermano il loro impegno per la salvaguardia del carattere sacro e per la libertà di culto nella città e per il rispetto della divisione esistente delle funzioni amministrative e delle pratiche religiose fra le differenti fedi. Le Parti daranno vita a un Gruppo interreligioso costituito da rappresentanti delle tre religioni monoteistiche, che funzioni come gruppo consultivo per le Parti su materie connesse al valore religioso della città e per promuovere la comprensione interreligiosa e il dialogo.

Le Parti riconosceranno reciprocamente Gerusalemme come capitale sotto le loro rispettive sovranità.

La sovranità su Gerusalemme è definita da una Mappa annessa all’Accordo. Essa prevede la sovranità palestinese su Gerusalemme Est e i quartieri musulmano, cristiano e armeno della Città vecchia, nonché l’Area di Al-Haram al-Sharif/Monte del Tempio, mentre Gerusalemme Ovest e il quartiere ebraico della Città vecchia, nonché il Muro del Pianto, saranno sotto sovranità israeliana.

Dato il valore religioso dell’Area di Al-Haram al-Sharif/Monte del Tempio e alla luce del suo carattere unico per il popolo ebraico, non saranno fatti sterri, scavi o costruzioni nell’Area senza l’accordo delle due parti.

Lo Stato della Palestina sarà responsabile per il mantenimento della sicurezza dell’Area e garantirà che non venga usato per atti ostili verso israeliani o aree israeliane.

Il Tunnel del Muro occidentale sarà sotto l’amministrazione israeliana, così come Il Cimitero ebraico sul Monte degli ulivi.

Sarà costituito un Gruppo internazionale composto dal Gruppo per l’applicazione e la verifica e da altre parti, compresi membri della Organizzazione della conferenza islamica (Oci), da concordarsi con Israele e Palestina, che stabilirà una Presenza multinazionale sull’Area.

Città vecchia e coordinamento municipale

La Città vecchia è considerata come un unicum. Le Parti concordano che la preservazione di questo carattere unico insieme alla salvaguardia e alla promozione del benessere dei suoi abitanti dovrebbe guidare l’amministrazione della Città vecchia. Il movimento nella Città vecchia sarà libero e senza impedimenti, soggetto agli obblighi di questo articolo e a leggi e regolamenti specifici per i diversi luoghi santi. Le modalità di accesso sono specificamente regolate. Vi sarà coordinamento tra le forze di polizia israeliane e palestinesi presenti nella Città vecchia, il cui numero sarà concordato. Il trasporto o il possesso di armi nella Città vecchia sarà consentito solo alle forze di polizia.

Le due municipalità di Gerusalemme potranno dar vita a un Comitato di coordinamento e di sviluppo di Gerusalemme (CcsG) per verificare la cooperazione e il coordinamento fra la municipalità palestinese e la municipalità israeliana di Gerusalemme. Il CcsG assicurerà il coordinamento delle infrastrutture e i servizi per servire al meglio gli abitanti di Gerusalemme e promuovere lo sviluppo economico della città a beneficio di tutti. Inoltre, il CcsG opererà per incoraggiare il dialogo fra le comunità e la riconciliazione.

Le Parti stabiliranno intese per l’accesso a siti di importanza religiosa. Queste intese varranno, fra l’altro, per le Tombe dei Patriarchi a Hebron e per la Tomba di Rachele a Betlemme e Nabi Samuel.

rifugiati

Le Parti riconoscono che, nel contesto di due Stati indipendenti, Palestina e Israele, è necessario raggiungere un’intesa per risolvere il problema dei rifugiati per ottenere una giusta, larga e duratura pace fra i due popoli. Questa risoluzione sarà inoltre fondamentale per costruire la stabilità e lo sviluppo della regione.

Le Parti riconoscono che la Risoluzione n. 194 dell’Assemblea generale dell’Onu, la Risoluzione n. 242 del Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’Iniziativa di pace araba sancita al Vertice di Beirut del 2002 rappresentano le basi per risolvere il problema dei rifugiati.

I rifugiati hanno diritto a compensazione per il loro status e per la perdita delle proprietà. Questo non pregiudica o non è di pregiudizio per la scelta del luogo di residenza permanente dei rifugiati stessi.

Le Parti riconoscono altresì il diritto a una ricompensa per quei Paesi che hanno ospitato rifugiati palestinesi.

La soluzione del problema di un luogo di residenza permanente dei rifugiati comporterà un atto di scelta informata da parte dei rifugiati. Queste le opzioni:

La condizione di rifugiato palestinese cesserà con la definizione per ciascun rifugiato del luogo di residenza permanente come determinato dalla Commissione internazionale. Questo accordo comporterà la permanente e completa risoluzione del problema dei rifugiati palestinesi. Nessuna rivendicazione potrà essere sollevata eccetto per quelle relative all’applicazione di questo accordo.

compensazioni

I rifugiati saranno compensati per la perdita delle proprietà derivante dai loro reinsediamenti. Il valore complessivo concordato dalle Parti sarà fornito da parte di Israele in una somma forfettaria come contributo al Fondo internazionale. Nessuna altra rivendicazione finanziaria potrà essere avanzata da rifugiati palestinesi contro Israele. Il valore dei beni che rimarranno intatti e di proprietà dei coloni e trasferiti allo Stato palestinese saranno dedotti dal contributo dovuto da Israele al Fondo internazionale. Una stima di questo valore sarà fatta dal Fondo internazionale, tenendo conto della valutazione dei danni causati dagli insediamenti stessi.

Sarà stabilito un Fondo per la condizione di rifugiato per risarcire le persone alle quali viene riconosciuta la condizione di rifugiato. Il Fondo, al quale Israele contribuirà per una parte, sarà sotto l’autorità della Commissione internazionale.

I fondi verranno assegnati alle comunità dei rifugiati nelle aree già di operazione dell’Unrwa.

Commissione e comitati

La Commissione internazionale stabilirà e avrà piena ed esclusiva responsabilità per l’applicazione di tutti gli aspetti di questo Accordo riguardanti i rifugiati. Oltre a loro medesime, le Parti possono chiamare a farne parte le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l’Unrwa, i Paesi arabi ospitanti, l’Ue, la Svizzera, il Canada, la Norvegia, il Giappone, la Banca mondiale, la Federazione russa e altri.

Il Comitato di compensazione sarà responsabile per la gestione dell’applicazione delle compensazioni dovute, che saranno erogate secondo diverse modalità specificate nell’Accordo. Il Comitato assisterà i richiedenti nel compiere scelte informate, riceverà domande dai rifugiati rispetto a tali opzioni e determinerà il luogo di residenza permanente dei richiedenti, tenendo conto delle preferenze e dell’unità familiare.

Il Comitato per la riabilitazione e lo sviluppo lavorerà a stretto contatto con la Palestina, i Paesi ospitanti e altre specifiche parti terze nel perseguimento dell’obiettivo della riabilitazione e dello sviluppo della comunità. Questo comprenderà programmi e piani per garantire agli ex rifugiati le opportunità per lo sviluppo individuale e comunitario, abitazione, educazione, sanità, formazione e altre necessità da integrarsi nei piani generali di sviluppo.

L’Unrwa cesserà di operare in ogni Paese ove oggi opera, con la fine della presenza in quel Paese di persone con lo status di rifugiato. Le sue funzioni passeranno allo stato ospitante. Le Parti incoraggeranno e promuoveranno lo sviluppo della cooperazione fra le loro principali istituzioni e la società civile per scambiare la riflessione e il racconto delle vicende storiche e migliorare la comprensione specifica rispetto al passato.

prigionieri e detenuti palestinesi

Nel contesto di questo Accordo sullo status permanente fra Israele e Palestina, la fine del conflitto, la cessazione della violenza, e le forti intese sulla sicurezza definite, tutti i prigionieri palestinesi e arabi detenuti nel quadro del conflitto israelo-palestinese prima della data di questo Accordo, saranno rilasciati per scaglioni secondo i criteri specificati, e comunque entro trenta mesi dalla entrata in vigore dell’Accordo.

A cura di Janiki Cingoli, Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo).

COMITATO D’APPOGGIO ITALIANO AGLI ACCORDI DI GINEVRA

Il 18 dicembre 2003, il Centro italiano per la pace in Medio Oriente (Cipmo), di intesa con un largo schieramento di forze sociali (tra cui: Anci, Cgli-Cisl-Uil, Acli, Arci, Arab Roma, Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace, Italia-Palestina, Sinistra per Israele, Cesvi, Ciss, Ipsia, Movimondo, Nord-Sud, Terres des Hommes Italia), ha creato un Comitato italiano di appoggio all’iniziativa di Ginevra. La presentazione del Comitato, avvenuta in Campidoglio alla presenza dei portavoce israeliano Yossi Beilin e palestinese Yasser Abed Rabbo e del sindaco di Roma Walter Veltroni, ha destato ampio interesse (con l’adesione di forze politiche, regioni ed enti locali) e ha avuto larga eco sui media. L’accordo di Ginevra si propone come complementare e non alternativo alla Road Map (definita dal Quartetto costituito da Usa, Russia, Ue, Onu), che al momento è l’unica base per la ripresa del negoziato tra le parti. Nel marzo scorso, è stato poi costituito un Comitato milanese e lombardo di sostegno all’iniziativa di Ginevra, sostenuto dalle stesse forze politiche e sociali già impegnate a livello nazionale. Contemporaneamente, è andato sviluppandosi in tutto il Paese un percorso di iniziative crescenti, che testimonia il sempre più forte interesse e le sempre più larghe adesioni che l’iniziativa di Ginevra raccoglie.

INFORMAZIONI:Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO), Galleria Vittorio Emanuele 11/12 - 20121 Milano; tel. 02 866147-09; fax. 02 866200; sito web: http://www.cipmo.org


aiuti finanziari per Kosovo e Bosnia

Una forte condanna per «gli atti di violenza con motivazioni etniche, la perdita di vite umane, il danneggiamento di proprietà, la distruzione del patrimonio religioso e culturale che è la proprietà comune di tutti gli europei» è stata espressa lo scorso 22 marzo dal Consiglio europeo in seguito alle violenze scoppiate in Kosovo il 20 marzo, che hanno causato circa 30 morti e oltre 3600 profughi serbi. Il Consiglio ha anche condannato gli attacchi alle truppe Nato della Kfor e al personale e ai siti Onu dell’Unimik.

I capi di Stato e di governo dell’Ue si sono appellati a tutti i leader, «in particolare quelli albanesi del Kosovo», affinché si assumano la responsabilità della situazione e si applichino perché cessino minacce e violenze.

Così, riaffermando l’impegno europeo (almeno finanziario) per il futuro della regione balcanica, all’inizio di aprile la Commissione europea ha destinato per l’anno in corso 51,1 milioni di euro al Kosovo e 65 milioni alla Bosnia Erzegovina, nell’ambito del programma di assistenza per la ricostruzione, lo sviluppo e la stabilizzazione (Cards). Il finanziamento al Kosovo dovrà servire per aiutare le istituzioni ad accrescere la loro capacità di governance (15 milioni), per lo sviluppo economico (31 milioni), per l’assistenza sociale (4 milioni) e per quella tecnica (1,5 milioni). Il finanziamento alla Bosnia Erzegovina prevede invece 23,5 milioni di euro per la giustizia e gli affari interni, 4,5 milioni per la stabilizzazione della democrazia, 21,5 milioni per migliorare il settore amministrativo, 14,1 milioni per lo sviluppo economico e sociale e 1,4 milioni per la protezione ambientale. Qualche giorno dopo, anche Usa e Giappone hanno confermato il loro impegno finanziario per i Paesi dell’ex Jugoslavia.

nuovi impegni finanziari per l’Afghanistan

Nel corso della Conferenza internazionale sull’Afghanistan, conclusasi a Berlino il 1° aprile scorso, i Paesi donatori hanno deciso lo stanziamento di circa 8,2 miliardi di dollari per i prossimi tre anni. In particolare, è stata sottoscritta una Dichiarazione per la lotta alla droga, che prevede la creazione di una “cintura di sicurezza” nella regione e che, oltre all’Afghanistan, interessa Cina, Pakistan, Iran, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan. La produzione e il traffico di droga sono infatti uno dei maggiori ostacoli al processo democratico in Afghanistan perché fonti di ingenti finanziamenti per i “signori della guerra” afgani che di fatto controllano il territorio (il governo del presidente Hamid Karzai ha potere effettivo nella sola regione di Kabul). Secondo l’agenzia Onu per la lotta al crimine e alla droga (Unodc), l’Afghanistan è il primo produttore mondiale di oppio con 3600 tonnellate prodotte nel 2003 (6% in più rispetto al 2002), pari a quasi i tre quarti della produzione mondiale; i proventi del narcotraffico ammonterebbero a circa un miliardo di dollari, cifra che equivale più o meno alla metà del Pil afgano.

Nel documento sottoscritto a Berlino gli Stati si impegnano a una maggiore cooperazione nei controlli ai confini con l’Afghanistan e alla lotta del traffico di oppio e droga. E’ previsto anche un rafforzamento delle forze di polizia e lo scambio di dati tra servizi segreti.

l’Ue condanna l’uccisione di Yassin

Il Consiglio dei ministri europei degli Esteri ha condannato l’uccisione del leader spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmad Yassin, e di altri 7 palestinesi effettuata dalle forze armate israeliane lo scorso 22 marzo su decisione del governo di Tel Aviv. L’Ue riconosce il diritto di Israele di proteggere i suoi cittadini dagli attacchi terroristici ma, ha dichiarato il Consiglio, «può farlo secondo la legge internazionale e non portando a termine uccisioni extragiudiziarie». Secondo l’Ue, infatti, «Non solo le uccisioni extragiudiziali sono contrarie alle legge internazionale, esse minano il concetto di stato di diritto, che è l’elemento chiave nella lotta al terrorismo».

Ricordando di aver fatto appello a tutte le parti a esercitare moderazione e ad evitare atti di violenza, che portano solo altre morti e allontanano l’intesa di pace, l’Ue afferma che «la violenza non è un sostituto per i negoziati politici, che sono necessari per un accordo giusto e duraturo» e che la Roadmap del Quartetto (Ue, Onu, Usa e Russia) «rimane la base per il raggiungimento di tale accordo».

Wto: ripresi i negoziati dopo il fallimento di Cancun

Nel corso di un incontro tra i rappresentanti dei 146 Stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto), svoltosi a Ginevra lo scorso 25 marzo, sono riprese le trattative sugli scambi agricoli dopo il fallimento del negoziato di Cancun nel settembre 2003. «L’atmosfera è positiva, c’è una seria volontà di riprendere il negoziato», ha dichiarato il capo della delegazione statunitense Allen Johnson. L’intenzione degli Stati membri è di giungere a un accordo entro l’estate e sia Stati Uniti che Unione europea sembrano disposti a negoziare sull’eliminazione delle sovvenzioni all’esportazione su una serie di prodotti agricoli. L’Ue ha dichiarato la sua disponibilità a negoziare con i Paesi in via di sviluppo una lista di prodotti agricoli per l’eliminazione delle sovvenzioni alle esportazioni, mentre gli Usa si sono detti disposti a compiere «importanti concessioni» per la riduzione degli aiuti interni all’agricoltura (anche se chiedono in cambio un miglior accesso ai mercati esteri per i loro prodotti). La data per la conclusione del negoziato, avviato a Doha nel 2001 e fallito a Cancun nel 2003 e che include anche il commercio dei servizi, è prevista per il 1° gennaio 2005, ma sono in molti a ritenere che tale scadenza non sarà rispettata.

multa record a Microsoft

Il 24 marzo scorso la Commissione europea ha deciso di multare la multinazionale statunitense Microsoft, con una sanzione di 497 milioni di euro, per abuso di posizione dominante sul mercato europeo. Si tratta della più alta sanzione mai inflitta dall’Antitrust europeo e giunge dopo oltre 5 anni di indagini. Secondo il commissario europeo per la Concorrenza, Mario Monti, la decisione della Commissione «ripristina le condizioni per una concorrenza leale nel mercato interessato e stabilisce un chiaro principio per la condotta futura di una società con una così forte posizione dominante». In pratica, l’Esecutivo europeo accusa Microsoft di aver deliberatamente soffocato la concorrenza nel mercato dei server di fascia bassa, rifiutandosi di fornire le informazioni necessarie per permettere ai concorrenti di competere sullo stesso livello. In modo analogo, la multinazionale statunitense ha violato la concorrenza inserendo il programma multimediale Windows Media Player nel sistema operativo Windows, presente nel 90% dei personal computer. Così, secondo la Commissione, Microsoft dovrà rivelare entro 120 giorni ai concorrenti le interfacce necessarie affinché i loro prodotti possano “dialogare” con Windows e, entro 90 giorni, offrire ai produttori di pc (o nel caso di vendita diretta, agli utenti finali) una versione di Windows senza Media Player.

federalisti europei: subito la Costituzione

Nel corso del XX Congresso dell’Unione dei federalisti europei (Uef), svoltosi a Genova nei giorni 19-21 marzo scorsi, gli oltre 200 delegati provenienti da 20 Paesi europei hanno chiesto che la Costituzione europea venga adottata «subito». il segretario nazionale del Movimento fedralista, Guido Montani, ha dichiarato: «Puntiamo all’approvazione della Costituzione europea, elaborata dalla Convenzione presieduta da Valery Giscard d’Estaing, prima delle elezioni del Parlamento europeo di giugno. Il nostro congresso chiede ai parlamenti nazionali e al Parlamento europeo di adottare subito la Costituzione europea e di sottrarre ai governi nazionali il diritto di veto che finora ha ostacolato i passi necessari alla creazione di una vera unione politica dell’Europa».

allargamento Ue minaccia interessi economici russi

L’allargamento dell’Ue «provocherà alla Russia danni per 150 milioni di dollari» ha dichiarato lo scorso 6 aprile il ministro dell’Economia russo Gherman Gref, secondo cui si rischia una “guerra commerciale” tra Russia e Ue. E’ già stato avviato un negoziato per scongiurare questa minaccia e, a tale proposito, Gref auspica che le trattative intraprese col commissario europeo al Commercio Pascal Lamy «possano concludersi entro questo mese con risultati positivi».

tasso di inflazione annua a febbraio 2004 (%)

UE15

1,5p

Regno Unito

1,3

UE12 (zona euro)

1,6p

Austria

1,5p

Francia

1,9p

Svezia

0,2

Portogallo

2,1

Finlandia

0,4

Spagna

2,2

Danimarca

0,7

Irlanda

2,2

Germania

0,8

Italia

2,4

Beglio

1,2

Lussemburgo

2,4

Paesi Bassi

1,3p

Grecia

2,6

p= provvisorio
Fonte: Eurostat, aprile 2004

 

tasso di disoccupazione a febbraio 2004 (%)

UE15

8,0

Svezia

6,4

UE12 (zona euro)

8,8

Portogallo

6,8

Belgio

8,5

Lussemburgo

4,0

Italia (genn)

8,5

Austria

4,4

Finlandia

8,9

Irlanda

4,5

Germania

9,3

Paesi Bassi (genn)

4,5

Francia

9,4

Danimarca (genn)

6,1

Spagna

11,2

Fonte: Eurostat, aprile 2004