il negoziato

Dal 4 ottobre scorso è al lavoro la Conferenza intergovernativa (Cig), cioè un negoziato tra gli Stati membri attuali e futuri dell’Unione europea allo scopo di modificare o completare i trattati apportando cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica e nell’attribuzione di competenze dell’Ue. Si tratta della sesta Cig nella storia della Comunità europea, ma questa presenta differenze sostanziali rispetto alle precedenti. Innanzitutto il negoziato si basa sul progetto di Trattato elaborato dalla Convenzione europea, frutto di mesi di dibattiti e mediazioni e che propone modifiche strutturali già abbastanza definite. In secondo luogo, a questa Cig partecipano i rappresentanti di ben 28 Paesi: gli attuali 15 Stati membri, i 10 che faranno parte dell’Ue dal 2004, i 2 attuali candidati (Bulgaria e Romania) e la Turchia; a questi si aggiungono poi i rappresentanti di Commissione e Parlamento europei. In un gruppo di tali dimensioni non sarà certo semplice trovare un accordo in tempi brevi. Riuniti a Roma per l’apertura della Cig, i partecipanti hanno espresso l’auspicio "per una conclusione del negoziato costituzionale in tempo utile per le elezioni del Parlamento europeo del giugno 2004, così da consentire ai cittadini europei di esprimere il proprio voto nella piena conoscenza della futura architettura dell’Unione". Dal canto suo, la presidenza italiana ricorda che "sarà necessario limare le residue divergenze di posizioni", sottolineando come "tutto dovrà realizzarsi nello spirito di costruttiva collaborazione". Ma le questioni in discussione sono tali e di tale importanza da rendere quanto meno difficoltosa una mediazione tra Stati europei che, solo fino a qualche mese fa, hanno mostrato posizioni molto diverse tra loro (si pensi alla guerra in Iraq). La composizione della Commissione nell’Ue allargata; la presidenza dell’Ue con un presidente fisso; il ministro degli Esteri europeo, anche vicepresidente della Commissione; la difesa comune; il ruolo del Parlamento europeo; il sistema di voto nel Consiglio europeo, tra maggioranza qualificata e unanimità; il diritto di iniziativa popolare per proposte di legge: su questi e altri temi si sono già evidenziate posizioni discordanti, dentro e fuori la Cig. Da più parti si sostiene la necessità di "blindare" il progetto della Convenzione, pena la paralisi della Cig. Altri ancora considerano le critiche alle istituzioni e alle politiche europee come posizioni antieuropeiste che minacciano la struttura comunitaria, dimenticando che proprio dallo spazio critico e dalla capacità di recepire gli argomenti validi che molte critiche esprimono si misura il livello democratico di una struttura.

Il vero rischio di questa fase di riforme è dunque un compromesso dettato più da equilibrismi politici e da motivazioni burocratiche che non dalle reali esigenze dell’Ue e dei suoi cittadini.

 

Omc: il fallimento del Vertice di Cancun

a Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc-Wto), svoltasi a Cancun (Messico) dal 10 al 14 settembre scorsi si è conclusa con un nulla di fatto, cioè nessun accordo è stato stipulato tra i 148 Paesi membri nell’ambito del nuovo ciclo (round) di negoziati aperti col Vertice di Doha (Qatar) del 2001.

Il motivo principale di questo fallimento è stata la netta contrapposizione tra Ue e Usa da un lato e un gruppo rilevante di Paesi cosiddetti in via di sviluppo dall’altro, gruppo denominato G23 e che comprende grandi Paesi come il Brasile, l’India, la Cina e il Sudafrica. La frattura tra le due superpotenze economiche e il gruppo dei Paesi in via di sviluppo è maturata per l’irrigidimento di Ue e Usa nel voler inserire nella dichiarazione finale nuovi punti riguardanti gli investimenti e la concorrenza, gli appalti e le agevolazioni commerciali senza tenere in considerazione la priorità assoluta indicata dai Paesi più poveri: l’abolizione del protezionismo agricolo messo in atto da europei e statunitensi che impedisce ai prodotti del Sud del mondo di raggiungere i mercati del Nord e, soprattutto, provoca l’esportazione sottocosto dei prodotti agricoli europei e statunitensi nei mercati del Terzo mondo causando la povertà di milioni di contadini. Secondo stime della Banca mondiale, un accordo sui sussidi agricoli e le tariffe doganali avrebbe potuto migliorare le condizioni di vita di 144 milioni di persone nei Paesi più poveri, ma gli interessi delle multinazionali e delle lobby agricole del Nord del mondo hanno avuto il sopravvento.

Il fallimento del Vertice di Cancun è stato letto in modo discordante. I movimenti di Ong, gruppi e associazioni che da anni contestano i metodi e le regole imposte dall’Omc e dalla globalizzazione economica in atto hanno festeggiato "il passaggio storico" iniziato a Seattle (1999) e culminato a Cancun: "Per la prima volta nella storia - si legge in un editoriale della rivista Carta - la combinazione tra proteste esterne, attività delle associazioni, campagne e Ong all’interno, e decisione politica dei grandi Paesi del Sud come Brasile, India e Sudafrica (cui si sono aggregati molti altri Paesi latinoamericani, africani e asiatici) di non accettare più i diktat di Usa e Ue e di non lasciarsi dividere, tutto questo ha prodotto un avvenimento inusitato: i ricchi e potenti si sono visti sbattere la porta in faccia dai poveri e, fin qui, senza potere". Lo scontro sull’agricoltura, dichiarano i responsabili di Attac Italia "ha inoltre comportato la positiva conseguenza di determinare lo stallo sostanziale e poi la capitolazione anche sugli altri negoziati, dal Trips al Gats, alle new issues sugli investimenti, impossibilitati a far passi avanti finché perdura la contrapposizione sulle politiche agricole. Il Wto si è trovato di fronte un ennesimo fallimento e la conseguente irreversibilità della propria crisi; da qui l’aumento asfissiante delle pressioni degli Usa e dei Paesi forti per rompere il fronte dei 23, da qui la necessità di intensificare la mobilitazione, in ogni parte del mondo". L’Ong internazionale Oxfam, da anni impegnata nella cooperazione allo sviluppo, ha invece rilasciato una dichiarazione meno entusiastica: "Non abbiamo motivo per rallegrarci di questo fallimento. E’ un’opportunità perduta". Una posizione ancor più pessimistica è stata espressa da Federico Rampini, inviato del quotidiano "la Repubblica" a Cancun, che in un commento del 16 settembre scorso ha scritto: "Il naufragio del Wto non è una sconfitta della globalizzazione, bensì la vittoria di una globalizzazione più selvaggia e meno regolata. I veri poveri tornano a casa a mani vuote. Gli Usa andranno avanti lungo la strada che preferiscono: faranno accordi bilaterali di libero scambio con singoli Paesi su cui possono esercitare un potere contrattuale maggiore, dispensando favori agli alleati politico-militari più docili. (…) L’Ue poteva finalmente dimostrare di essere una superpotenza diversa dagli Usa, in un campo come quello commerciale dove non conta la forza delle armi e il Vecchio continente pesa quanto l’America. (…) Cancun era l’occasione per indicare quali valori vogliamo rappresentare noi verso il resto del mondo. L’Europa ha fallito la prova, e i test di questa importanza non si ripresentano spesso".

Pubblichiamo di seguito i commenti al Vertice dell’Omc espressi da due rappresentanti di Cgil e Cisl, che hanno partecipato ai lavori e alle manifestazioni di Cancun, e il parere espresso da Cgil-Cisl-Uil sulla bozza di risoluzione del Vertice resa nota dall’Omc durante i lavori della Conferenza.

Giacomo Barbieri: Dipartimento internazionale Cgil nazionale

Il fallimento della V Conferenza ministeriale dell’Omc a Cancun è la conferma della crisi profonda delle istituzioni internazionali preposte al "governo globale" sia economico che politico.

Alla base di questa crisi si collocano l’incapacità delle ricette economiche neoliberiste di dare concretezza alla dichiarata priorità dello sviluppo sostenibile e il profondo squilibrio presente all’interno del sistema multilaterale. Infatti, mentre le istituzioni finanziarie, Fondo monetario e Banca mondiale, e la stessa Omc esercitano un potere reale e possono dettare le loro regole e le loro condizioni e sanzionare o penalizzare i comportamenti difformi da esse, le altre istituzioni internazionali responsabili per lo sviluppo, l’ambiente, la salute, l’alimentazione, l’educazione e i diritti sociali e del lavoro sono sistematicamente escluse dalle sedi decisionali e relegate in una specie di "serie B" della governance globale.

Queste contraddizioni spiegano perché l’Omc a Cancun non sia stata in condizione di dare alcuna risposta positiva ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo e a quelli dei lavoratori e delle lavoratrici dell’intero pianeta.

Lo stesso processo preparatorio di Cancun aveva fatto capire che il "negoziato per lo sviluppo" era destinato a restare un mero titolo, dal sapore persino un po’ ironico; tutte le scadenze fissate a Doha per offrire condizioni più eque di partecipazione al mercato mondiale ai Paesi in via di sviluppo non erano state rispettate e lo stesso accordo sull’accesso a basso costo ai farmaci necessari per combattere le gravi malattie che minacciano la vita di milioni di esseri umani nei Paesi meno sviluppati è stato raggiunto solo alla vigilia di Cancun e grazie alla disponibilità al negoziato di Paesi come il Brasile, il Kenya e il Sudafrica.

Soprattutto, durante la Conferenza e nella sua preparazione, si è confermato il grave deficit di democrazia e di trasparenza del processo negoziale e decisionale dell’Omc. Il paradosso orwelliano del "tutti eguali ma qualcuno più eguale degli altri" è infatti la regola non detta dell’Omc.

Per queste contraddizioni l’Omc non è stata in grado di raccogliere la sfida lanciata da una serie di Paesi in via di sviluppo, quali il Brasile, il Sudafrica, la Cina, l’India e l’Egitto, che si sono riuniti insieme ad altri nel cosiddetto G23 e che hanno rappresentato la più importante novità geopolitica della conferenza. Questi Paesi, pur tra loro diversi per orientamento politico e per livello di sviluppo economico, hanno avanzato la richiesta di correggere lo squilibrio fondamentale del mercato agricolo come presupposto irrinunciabile per la realizzazione degli obiettivi di sicurezza alimentare e di sviluppo sostenibile. Questa proposta - come ha detto nel suo intervento il ministro sudafricano Alec Erwin - rappresenta "una visione e una leadership da tempo attese dai nostri popoli" ed è "una lotta, all’interno dell’Omc, per la giustizia economica e sociale…e non un’iniziativa Sud contro Nord".

Stati Uniti e Unione europea hanno reagito con arroganza e senza lungimiranza, puntando a dividere questa inedita alleanza, invece di rispondere sul piano politico alla sfida: il risultato è stato il fallimento della Conferenza e la sostanziale rottura dell’accordo preventivo tra Usa e Ue. Sull’amministrazione Bush ricade certamente la responsabilità di avere difeso, anche in prospettiva delle elezioni presidenziali, i privilegi protezionistici dei propri prodotti e di aver dimostrato una volta di più il suo disinteresse per un sistema di regole multilaterali, privilegiando una rete di relazioni e accordi bilaterali nei quali far pesare la propria potenza (pressioni Usa hanno convinto il governo salvadoregno a ritirare il proprio appoggio ai G23).

Ma è l’Unione europea ad aver bruciato a Cancun un’occasione importante: l’illusione di sanare con un’alleanza commerciale a difesa delle rispettive posizioni di privilegio le profonde ragioni politiche di dissidio tra Usa e Ue e l’arroganza paternalistica nei confronti dei Paesi in via di sviluppo hanno impedito all’Europa di esercitare quella funzione di polo regionale aperto alla cooperazione con il Sud del mondo e impegnato a consolidare il sistema multilaterale di governo dell’economia globale. Egoismi di categoria e potenti lobby imprenditoriali hanno ridotto al minimo i margini negoziali dell’Unione europea.

Se a ragione voci autorevoli richiamano in questi giorni l’Europa a puntare sulla ricerca, sull’innovazione e sulla qualità dello sviluppo per evitare i rischi di declino, è altrettanto vero che la minaccia di declino può venire anche dal prevalere di un’Europa "fortezza", incapace di promuovere uno sviluppo sostenibile per tutti i Paesi, sul piano economico, sociale e ambientale: il "modello sociale europeo" e la solidarietà e la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo sono infatti un potenziale fattore di crescita dell’Europa e non un lusso che essa non può più permettersi e di questa esigenza la Confederazione europea dei sindacati deve farsi portatrice con più forza e meno subalternità alla Commissione di quanto non abbia dimostrato finora.

In questo contesto il governo italiano, presidente di turno dell’Unione, ha brillato per inadeguatezza e basso profilo: la sacrosanta difesa della denominazione d’origine geografica di alcuni prodotti agroalimentari non basta a supplire l’assenza di iniziativa di fronte a sfide di tale portata strategica. Ma non ci si poteva attendere molto di più da chi con gli atti di governo dimostra quotidianamente di perseguire la competitività dell’economia italiana attraverso il taglio dei costi e dei diritti e rifiuta la via alta della competizione attraverso la qualità del lavoro e dei prodotti, dei servizi, dell’innovazione e della ricerca.

Se a Cancun il conflitto tra due modi profondamente diversi di concepire e governare l’economia mondiale si è spostato dalle strade all’interno delle stanze della Conferenza, va tuttavia rimarcato il ruolo importante svolto dalla presenza a Cancun di movimenti sociali, e tra questi le organizzazioni sindacali, e di Ong: non solo alcune di queste hanno svolto un’importante funzione di sostegno e di consulenza a molti governi di Paesi in via di sviluppo (riconosciuto ufficialmente negli interventi di molti ministri) ma si è intravisto il potenziale di una possibile convergenza tra movimenti, quale espressione di quella "opinione pubblica globale" già riconosciuta in occasione della guerra in Iraq, e politiche alternative proposte da governi dei Paesi in via di sviluppo.

A partire dalla costruzione di un sistema multilaterale di regole condivise, che servono in primo luogo ai più deboli, purché esse siano democratiche e inclusive e garantiscano le condizioni per i diritti fondamentali di ogni persona al cibo e all’acqua, a un lavoro stabile e di qualità, alla salute e all’istruzione.

Dalla Conferenza di Cancun, alla luce dei documenti e dei lavori preparatori, non c’era da aspettarsi nessun risultato che potesse andare in questa direzione e pertanto non c’è ragione di stracciarsi le vesti per il suo fallimento.

Il movimento sindacale internazionale ha sempre denunciato la mancata accoglienza delle proprie rivendicazioni di giustizia sociale all’interno del sistema multilaterale, ma quasi mai questa denuncia ha saputo essere efficace in termini di risultati. In questo nuovo quadro e a fronte di una sfida come quella lanciata a Cancun dai principali Paesi in via di sviluppo, il sindacato deve impegnarsi per giocare un ruolo importante, in alleanza con altri attori sociali, per promuovere occupazione e sviluppo sostenibile e diritti sindacali e dei lavoratori.

Per ottenere questo risultato non bastano dichiarazioni di principio né basta essere consultati in occasioni dei grandi appuntamenti internazionali: è necessario costruire una vera e propria piattaforma di rivendicazioni, che produca un livello di unità più forte tra gli interessi e le condizioni differenti che sono rappresentate dai sindacati del Nord e del Sud del mondo e che permetta di unificare maggiormente le campagne di mobilitazione su scala internazionale con l’iniziativa sindacale nazionale. Infatti, una strategia dei diritti è strettamente legata all’affermazione di un modello di sviluppo qualitativamente diverso e che restituisca centralità al ruolo del lavoro e delle persone che lavorano.

L’AGENDA DEL VERTICE

• Precedenti: nel 1996 e nel 1998 si svolgono la prima e la seconda Conferenza mondiale dell’Omc a Singapore e a Ginevra. L’Organizzazione mondiale del commercio era stata creata nel 1994 con gli accordi di Marrakech e aveva preso il posto dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt) che aveva messo in atto otto cicli negoziali (round) conclusisi in Uruguay nel 1994. Nel 1999 si tiene la terza Conferenza ministeriale a Seattle (Usa), divenuta famosa per il fallimento del cosiddetto Millennium round e soprattutto per le manifestazioni di protesta tenutesi durante il Vertice. La quarta Conferenza è quella di Doha (Qatar), nel 2001, caratterizzata dall’apertura di un nuovo ciclo di negoziati e dall’entrata della Cina nell’Omc.

• Vertice di Cancun: dal 10 al 14 settembre 2003 si tiene a Cancun (Messico) la quinta Conferenza ministeriale, segnata dal fallimento del negoziato avviato a Doha dal momento che gli attuali 144 Paesi membri dell’Omc non trovano un accordo. A margine del Vertice si svolgono numerose manifestazioni di protesta con la partecipazione di migliaia di persone; nella manifestazione del 10 settembre un contadino sudcoreano (Lee Hyung Hae) si uccide con una coltellata al cuore accusando l’Omc di aver ucciso milioni di contadini in tutto il mondo.

• Contrasti: il negoziato di Cancun è fallito per le divergenze tra Paesi ricchi e Paesi poveri su due principali questioni: contenzioso su sussidi agricoli e tariffe doganali; agevolazioni economiche e amministrative all’ingresso delle società multinazionali nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo (Pvs).

• Agricoltura: i Pvs hanno invano chiesto a Ue e Usa l’abolizione del protezionismo agricolo che impedisce ai prodotti del Sud del mondo di raggiungere i mercati del Nord e, soprattutto, provoca l’esportazione sottocosto dei prodotti agricoli europei e statunitensi nei mercati del Terzo mondo causando la povertà di milioni di contadini.

• Agevolazioni: secondo le intenzioni dei Paesi ricchi, i negoziati di Cancun dovevano favorire l’ingresso delle grandi società multinazionali nei Pvs attraverso la liberalizzazione dei servizi (tra cui anche la sanità e l’istruzione con i cosiddetti Gats, vedi euronote 24/2003) e agevolazioni economiche e amministrative agli investimenti delle grandi imprese. Tali negoziati sono stati interrotti causa la mancanza di un accordo sull’agricoltura.

• Motivazioni: i Pvs hanno accusato i Paesi ricchi di voler spingere troppo sulle questioni degli investimenti e del mercato ignorando il problema centrale dei sussidi all’agricoltura; secondo Ue e Usa, invece, i Pvs dovevano accettare un compromesso sul cosiddetto mercato globale.

• G23: il neonato gruppo dei 23 Pvs, guidato da Brasile, Cina, India e Sudafrica, è stato il nuovo protagonista della Conferenza perché non ha accettato le imposizioni di Usa e Ue. Per la prima volta dalla nascita dell’Omc i Paesi poveri hanno fatto sentire la loro forza contrattuale organizzandosi come soggetto politico internazionale.

• Negoziati futuri: dopo il fallimento di Cancun i negoziati tornano nella sede dell’Omc a Ginevra in preparazione del prossimo Vertice ministeriale che si terrà ad Hong Kong nel 2004.

Cecilia Brighi: Dipartimento internazionale Cisl nazionale

E’ finita ed è fallita. E’ finita in anticipo e soprattutto come tutti dicevano non sarebbe finita. Nel primo pomeriggio dopo una riunione dei capi delegazione il presidente messicano della Conferenza dichiarava che non vi erano le condizioni per andare avanti. E’ finita in un modo in cui nessuno si aspettava, per la opposizione di alcuni piccoli Paesi africani non sulla questione agricoltura, ma su quella dei cosidetti "Singapore issues". Mentre nella mattinata, alla fine di un Consiglio generale dell’Ue il commissario europeo Pascal Lamy, dopo aver avuto mandato dagli Stati membri, aveva dichiarato la piena disponibilità a un aproccio flessibile togliendo dal tavolo uno o due dei punti negoziali come investimenti e concorrenza, Corea del Sud e Giappone si sono opposti fermamente allo spacchettamento dell’agenda di Doha su questo punto. I Paesi poveri africani, al contrario, si erano opposti all’inserimento del punto.

La dinamica dei fatti nasconde però per molti il peso degli americani che avrebbero convinto la Corea e il Giappone ad irrigidirsi per non far andare oltre i negoziati.

Quello della Conferenza ministeriale dell’Omc è un preoccupante fallimento, anche per il sindacato che non era certo soddisfatto per la totale assenza delle proprie proposte. Questa conclusione non è da festeggiare, come molte Ong hanno fatto subito dopo aver appreso la notizia. Tale fallimento conferma l’incapacità del sistema multilaterale e dell’Omc di affrontare le vere sfide del mondo che sono l’assenza di sviluppo, la povertà, i diritti del lavoro e l’occupazione. Tutti problemi urgentissimi che avrebbero dovuto trovare una risposta, anche se non completa, a Cancun.
La grande novità positiva su cui riflettere è il nuovo protagonismo dei Paesi poveri e ACP che hanno posto sul tappeto problemi fondamentali come la sicurezza alimentare e lo sviluppo.

Si dovrà avviare una profonda riflessione sul sistema multilaterale, da un lato, e sulle alleanze tra Paesi. La molteplicità dei problemi e la complessità degli assetti economici e politici mondiali necessitano un approccio non semplificato che non può essere più quello tradizionale Nord/Sud del mondo. Infatti, anche l’alleanza tra i cosidetti G21/23 non è sicuramente una alleanza "naturale" sul piano politico. La strategia del Brasile, che sta cercando di assumere la leadership dei Paesi in via di sviluppo e forse di entrare nel futuro Consiglio di sicurezza dell’Onu, è profondamente diversa da quella di India o della Cina.

Nel corso di una conferenza stampa alla fine dei lavori, il commissario europeo Lamy ha sottolineato come le disponibilità negoziali poste sul tavolo l’ultimo giorno e soprattutto le nuove aperture sull’agricoltura non saranno ritirate per il fallimento della Conferenza. Pascal Lamy ha detto che i risultati raggiunti anche in questa difficile situazione rappresentano il 30% delle aspettative europee, ma che questo fallimento impone un approccio europeo più proattivo verso i Paesi poveri e una revisione profonda delle regole decisionali dell’Omc. C’è bisogno di un sistema commerciale multilaterale forte, in grado di affrontare le sfide che riguardano i problemi dello sviluppo, della sicurezza alimentare, del commercio, del lavoro. Lamy ha affermato che le regole dell’Omc sono regole medioevali e che necessitano di un cambiamento.

I governi, a partire da quello italiano e dall’Unione europea, dovranno riflettere seriamente e modificare profondamente le loro agende politiche ascoltando le richieste dei Paesi poveri, delle organizzazioni sindacali e della societa civile. Solo in questo modo riusciranno a recuperare la perduta credibilita dell’Omc e delle altre istituzioni finanziarie internazionali. I rappresentanti del governo italiano, Alemanno e Urso, in una conferenza stampa finale hanno sottolineato che il fallimento della Conferenza non è responsabilità da attribuire all’Europa. La presidenza italiana ha svolto, secondo i due delegati italiani, un ruolo importante nel sostenere le proposte in agenda. Sia l’Italia che la Commissione ritengono che questo fallimento sia un danno per i Paesi poveri anche perché i tempi negoziali si allungheranno di molto. Prime bozze di proposte su di una possibile riforma sono state accennate già al termine dei lavori della Conferenza e si parla di un organismo intermedio per aree geografiche in grado di lavorare con procedure decisionali più snelle e veloci.

E’ indubbio che quanto verificatosi a Cancun necessita di una approfondita valutazione anche da parte sindacale e non solo per quanto riguarda i problemi posti dallo scenario politico, ma anche per quanto riguarda la strategia sindacale sia sul piano politico che organizzativo. Il fallimento della Conferenza mette in evidenza anche l’incapacità del movimento sindacale internazionale di avere un proprio ruolo e credibilità negoziale.

 

LE CRITICHE DI CGIL-CISL-UIL ALL’OMC

Il 13 settembre scorso, durante i lavori del Vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio, Cgil-Cisl-Uil hanno reso nota una dichiarazione in merito alla bozza di risoluzione presentata dall’Omc durante la Conferenza, bozza sulla quale gli Stati membri dell’Omc non hanno poi trovato un accordo. Ecco la posizione dei sindacati italiani:

Nella nuova bozza di risoluzione della Conferenza ministeriale dell’Omc ancora una volta manca una risposta alla forte richiesta dei sindacati per un sistema commerciale equo e democratico capace di promuovere sviluppo, occupazione e giustizia sociale.

Il documento non contiene alcun riferimento a misure che promuovano il rispetto delle regole democratiche, dei diritti del lavoro e della tutela ambientale e dei consumatori. In esso non c’è nulla che giustifichi l’etichetta di "round di sviluppo".

Importanti e innovative proposte presentate da Paesi come Brasile, Sudafrica e India, e che hanno costituito una significativa novità legando i temi dell’agricoltura e della sicurezza alimentare ad un modello di sviluppo sostenibile, non hanno trovato una risposta adeguata.

Una richiesta fondamentale, e non nuova, avanzata dal sindacato chiede di garantire una integrazione delle politiche commerciali, finanziarie e sociali nel sistema multilaterale. Invece la bozza riafferma una distorta e pericolosa nozione di coerenza limitata alle politiche delle istituzioni finanziarie e del commercio. Ciò conferma l’urgenza della richiesta sindacale di una profonda riforma democratica delle istituzioni internazionali, a partire dall’Omc, con processi decisionali trasparenti e inclusivi.

Sull’agricoltura il documento presenta solo un mix di tagli ai sussidi che non risolvono le esigenze poste dai Paesi in via di sviluppo, né contiene misure che incentivino uno sviluppo sostenibile e qualitativo, come ad esempio l’opzione europea sulle indicazioni geografiche.

La valutazione di impatto occupazionale degli accordi esistenti e delle proposte di negoziato, che risale già al dibattito di Singapore, rimane estranea al documento. Ciò vale, in particolare, per il settore tessile-abbigliamento, dove la scelta di totale liberalizzazione senza regole sociali né certezza di nuove regole di reciprocità e armonizzazione determinerà drammatiche rispercussioni occupazionali.

L’Ue, sotto la presidenza italiana, ha scelto di non far diventare le questioni sociali e ambientali terreno decisivo di confronto e di accordo. Cgil-Cisl-Uil ribadiscono invece la necessità di iniziative promozionali ed incentivanti i diritti e la tutela ambientale, non come nuove barriere protezionistiche, ma come diverso e regolato quadro di concorrenza.


guidare la riforma del "modello sociale europeo" per difenderlo

opo oltre un decennio trascorso al vertice della Confederazione europea dei sindacati (Ces), da qualche mese Emilio Gabaglio ha cessato il suo incarico come segretario generale dei sindacati europei durato per tre mandati. Con lui abbiamo parlato della situazione europea e mondiale, del ruolo dell’Unione europea nella globalizzazione in atto, del cosiddetto "modello sociale europeo", di diritti dei cittadini, della futura Costituzione europea e del rapporto tra organizzazioni sindacali e sociali.

Terminata la sua esperienza come segretario generale della Ces, può fare un breve bilancio? Com’è cambiato il sindacato europeo in questi anni e quali sono stati i passaggi più complessi che ha dovuto affrontare?

Gli anni Novanta rappresentano indubbiamente un salto qualitativo del movimento sindacale europeo. In un certo senso la Ces diventa maggiorenne e si afferma come soggetto sociale autonomo sul piano europeo grazie soprattutto alla capacità acquisita, a partire dal Trattato di Maastricht, di negoziare accordi-quadro europei con la controparte padronale in materia di condizioni di lavoro. Il dialogo sociale diventa così lo strumento per cominciare a costruire un sistema di relazioni industriali di livello europeo, complementare a quelli nazionali.

Arrivare a questo risultato non è stato semplice, non solo per la reticenza imprenditoriale ma anche per le difficoltà incontrate all’interno dell’organizzazione al momento di conferire alla Ces una delega di sovranità da parte dei sindacati affiliati e di accettare che le decisioni in merito agli accordi fossero prese con un voto a maggioranza sia pure qualificata.

Considero questo il passaggio più significativo di questi ultimi anni. Prendendo a prestito il gergo europeo si può parlare di una Ces che diventa meno "intergovernativa" e più "comunitaria".

Crisi economica e occupazionale, ristrutturazioni aziendali, flessibilità, riduzione della spesa sociale sono questioni che i cittadini europei sentono pronunciare quotidianamente. Come si conciliano queste esigenze economiche col mantenimento di un livello accettabile di diritti dei cittadini in generale e dei lavoratori in particolare?

L’Europa è investita da profondi cambiamenti del suo apparato produttivo, per di più in presenza di una fase di grave stagnazione economica. Per evitare che tutto ciò si traduca in ulteriore penalizzazione dell’occupazione e in un deterioramento delle condizioni sociali, due scelte si impongono: rilanciare lo sviluppo e governare i processi di ristrutturazione.

La cosiddetta strategia di Lisbona, decisa dal Consiglio europeo nel 2000, mantiene in questa prospettiva tutta la sua validità ma purtroppo essa non è stata applicata con la determinazione e la coerenza necessarie. In particolare, non si è reagito con tempestività al deterioramento della situazione economica e al rallentamento della crescita, prevista peraltro proprio da Lisbona nell’ordine del 3% medio per dieci anni. Lungi dall’interpretare il Patto di stabilità in modo intelligente, se ne è fatto un feticcio che ha impedito di mettere in campo politiche coordinate a livello europeo per il sostegno dello sviluppo e quindi dell’occupazione.

Negli ultimi tempi, tuttavia, qualcosa si sta muovendo. La Commissione ha avanzato proposte, riprese anche dalla presidenza italiana, per un pacchetto di investimenti riguardanti le infrastrutture, l’innovazione e la ricerca che potrebbe contribuire al sostegno della domanda e a migliorare, a più lungo termine, la competitività. In secondo luogo si torna a parlare della necessità di una politica industriale europea, tema questo che era stato un tabù per molto tempo. Nell’uno come nell’altro caso si tratta però di passare rapidamente alla fase delle decisioni.

Cosa significa concretamente oggi, a suo parere, "conservare il modello sociale europeo"?

Non c’è dubbio che il "modello sociale europeo" fondato sull’equilibrio tra mercato e solidarietà, tra competitività e diritti sociali, rappresenta uno dei tratti forti dell’identità dell’Europa. Rimettere in discussione questo modello sotto la spinta del processo di globalizzazione significherebbe non solo negare le conquiste del movimento sindacale e delle forze progressiste ma anche annullare la specificità e l’autonomia dell’Europa.

Difendere il "modello sociale europeo" è quindi essenziale, ma per farlo efficacemente occorre riconoscere che i suoi istituti e le sue politiche devono essere adeguati ai mutamenti intervenuti in campo economico e sociale nei nostri Paesi. Occorre, in altri termini, essere fermi e intransigenti sugli obiettivi di fondo - una protezione sociale solidale e universalistica, dei servizi pubblici di qualità e pienamente accessibili, tanto per far degli esempi - ed invece aperti a ridefinirne le forme e le modalità di realizzazione. Insomma, il modo migliore per difendere il modello è prendere la guida della sua riforma.

Quale Europa si auspica esca dalla Conferenza intergovernativa e con che tipo di Costituzione?

Condivido il giudizio dato da Valery Giscard d’Estaing sul risultato della Convenzione: imperfetto ma insperato. Imperfetto, non c’è dubbio, perché la Convenzione non è stata in grado di sciogliere nodi importanti come il rafforzamento degli strumenti per un vero "governo economico" europeo, l’estensione del voto a maggioranza qualificata o altri ancora. Ma anche insperato, tenuto conto del contesto politico in cui la Convenzione si è svolta, delle forze conservatrici ed euroscettiche al governo in molti Paesi europei e anche, perché non dirlo, dell’affievolirsi della spinta "federalista" nell’opinione pubblica.

Dal punto di vista del sindacato i risultati ottenuti sono significativi: l’integrazione della Carta dei diritti di Nizza nel Trattato costituzionale; il riconoscimento, tra i valori fondanti dell’Unione, della solidarietà e dell’uguaglianza e tra gli obiettivi: dell’economia sociale di mercato, del pieno impiego, dello sviluppo sostenibile, della giustizia sociale e dell’uguaglianza di genere. Si tratta di innovazioni che sul piano dei principi sono destinate a mutare il volto dell’Unione. Non sono ancora però la garanzia che anche i suoi contenuti concreti e le sue politiche muteranno e a questo fine è indispensabile che la Cig completi il lavoro della Convenzione, riscrivendo la Terza parte del Trattato per renderla coerente con le nuove enunciazioni introdotte nella Prima parte. Se si considera, inoltre, che il ruolo delle parti sociali e del dialogo sociale sono stati riconosciuti nel progetto di Trattato, come anche l’obbligo di consultazione delle organizzazioni della società civile da parte delle Istituzioni europee e un diritto di petizione dei cittadini, è evidente che dei progressi sono stati realizzati.

Resto convinto, peraltro, che i ministri e i diplomatici non sarebbero arrivati a tanto e che quindi occorre evitare che la prossima Cig rimetta in discussione i risultati della Convenzione.

G8, Fmi, Bm, Wto, Ocse sono considerati i grandi "soggetti globalizzatori", hanno tutti un approccio macroeconomico definito "neoliberista" e in tutti sono presenti l’Ue o i suoi Stati membri. Da più parti si sostiene la necessità di ricondurre nell’ambito delle Nazioni Unite tutti questi soggetti, Onu uscita però estremamente ridimensionata dalla questione irachena. Come pensa sia possibile "affermare nel mondo un altro assetto di governance"?

E’ evidente che c’è un bisogno urgente di assicurare un "governo democratico" dei processi di globalizzazione e di porre le basi di un nuovo e più giusto ordine economico e sociale mondiale. Le grandi organizzazioni internazionali, create all’indomani della seconda guerra mondiale, devono essere ripensate e riformate in relazione a realtà geopolitiche ed economiche profondamente diverse. La stessa fine della guerra fredda e della rigida divisione del mondo in blocchi contrapposti ha oggettivamente creato la necessità di una ridefinizione delle relazioni internazionali che non ha finora ricevuto una risposta adeguata, non potendo questa essere affidata solo all’egemonia politica e militare degli Usa. Nella costruzione di questa risposta l’apporto dell’Europa è essenziale, ma essa non sarà in grado di far valere tutto il suo peso fin quando non raggiungerà livelli di coesione e di unità molto più forti di quelli attuali e che, come si è detto, la Convenzione non è stata in grado di superare.

A che punto è dunque, all’inizio dei lavori della Cig, la costruzione di un’Europa capace di contrastare l’unilateralismo statunitense e gli attuali squilibri mondiali?

L’Unione europea, come soggetto politico e attore globale capace di parlare con una sola voce sul piano internazionale, non ha fatto passi avanti. Per la politica estera e di difesa comune siamo rimasti allo "status quo". Viste le divisioni manifestatesi a livello di governi sulla guerra in Irak, non era possibile che si andasse più lontano. Né credo che ciò possa avvenire nella Cig. La decisione di creare un ministro europeo degli Affari Esteri va colta positivamente nei limiti di un auspicio per futuri sviluppi quando ne esisteranno le condizioni politiche. La delusione su questo punto è più che legittima se si pensa che nei sondaggi di opinione la richiesta che l’Europa si presenti unita sulla scena internazionale viene ai primi posti delle attese espresse dai cittadini nei confronti dell’Unione. Il progetto di Trattato costituzionale ha tuttavia confermato principi e orientamenti per una politica di pace, di solidarietà, di sviluppo sostenibile, fondata sul diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, l’opzione multilaterale. Ciò che manca è la delega di sovranità da parte dei Paesi membri che permetta all’Unione di operare come un’entità unica per la loro realizzazione.

Sia a livello nazionale che a livello europeo, negli ultimi due anni (praticamente dopo il drammatico G8 di Genova) i sindacati hanno intensificato i rapporti con il cosiddetto "movimento di movimenti", cioè quella parte di società civile che critica il tipo di globalizzazione in atto. Come vede questo rapporto e cosa pensa dei vari Forum sociali (locali, regionali e mondiale)? Che ruolo può giocare la società civile e come può influire sui meccanismi globali?

Sono convinto che un rapporto tra sindacati e "movimento" sia nell’interesse reciproco e che soprattutto serva a dare maggior peso e influenza alla società civile, per contrapporsi al processo di globalizzazione in atto e proporre una diversa mondializzazione dell’economia, sulla base dello sviluppo sostenibile, della promozione della democrazia e della giustizia sociale.

Data la diversità dei soggetti per storia, funzioni, organizzazione, questo rapporto non può che essere dialettico e non credo quindi che sia realistico porsi l’obiettivo di una piena convergenza di analisi, obiettivi e proposte. L’importante è mantenere aperto il dialogo e il confronto rifuggendo da antagonismi preconcetti, intolleranze ed esclusioni, per ricercare le convergenze possibili. La presenza di sindacati nei dibattiti del Forum mondiale a Porto Alegre ed europeo a Firenze e nel novembre prossimo a Parigi, è la via per sviluppare positivamente questo rapporto così come lo sono state, in un’altra dimensione, le mobilitazioni popolari contro la guerra in Iraq in cui la Ces si è schierata con grande nettezza.

Personalmente penso che l’Europa dovrebbe essere un terreno di discussione. Malgrado i suoi limiti, l’Unione europea è potenzialmente un’alternativa ad un mondo unipolare ad egemonia americana. Se ne sono accorti i "neo-conservatori" di Washington che dicono ormai apertamente che l’integrazione europea va fermata. Forse è il caso di mobilitarsi affinché essa invece vada avanti, anche se il nuovo Trattato non risponde a tutte le nostre attese. q


Costituzione europea: un "nulla convenuto"
di Felice Dassetto (
Professore all’Università Cattolica di Lovanio)

.

l progetto di Trattato che definisce una Costituzione per l’Europa, elaborato in lunghi mesi dai membri della Convenzione europea, è stato consegnato solennemente da Valèry Giscard d’Estaing lo scorso giugno, al Consiglio europeo riunito in Grecia.

Una parte importante del testo riguarda, secondo le intenzioni, i meccanismi destinati a rendere più flessibile il funzionamento di questo grande insieme di Paesi che è divenuto l’Unione europea. Molto probabilmente, l’attenzione sul dibattito dei mesi prossimi verterà su queste importanti alchimie istituzionali, che sono l’elezione del presidente del Consiglio europeo, le decisioni a maggioranza qualificata o l’appartenenza all’Unione. Allo stesso modo verterà sulla possibilità di una politica estera e di sicurezza comune o maggiormente coordinata.

Queste questioni istituzionali vitali, sia per il buon funzionamento dell’Ue sia per la propria vita interna ed esterna, lasceranno molto probabilmente nell’ombra il dibattito sui principi fondatori dell’Unione, che tuttavia riempiono numerosi articoli. I "valori dell’Unione" sono delle "verità" per i cittadini europei, ma allo stesso tempo è altrettanto utile che la Costituzioni li ricordi. Dire che l’Unione si fonda sul rispetto della dignità umana, sulla libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo stato del diritto e il rispetto dei diritti dell’uomo è lontano dall’essere superfluo. E’ inoltre essenziale esprimere in modo forte e chiaro questi principi, non soltanto per i futuri Paesi candidati, ma anche per le giovani generazioni che potrebbero pensare che questi valori sono "naturali", mentre sono il risultato di conquiste progressive, ma che non sono mai definitivamente acquisiti.

Detto questo e senza nulla togliere all’importanza e al valore di questi principi, la Convenzione sembra soprattutto capitalizzare conquiste in materia di libertà civile, di democrazia sociale e di partecipazione politica, senza alimentare visioni e orientamenti nuovi.

Un nulla di deciso e non senza contraddizioni. Prendiamo alcuni esempi.

L’articolo 3 è consacrato agli obiettivi dell’Unione, fra i quali si trovano quelli economici e sociali. Si dice che l’Ue è un mercato unico dove la concorrenza è libera e non falsata, che promuove per l’Europa uno sviluppo durevole "fondato su una crescita economica equilibrata, un’economia sociale di mercato altamente competitiva". Questa Europa combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni, e promuove la giustizia e la protezione sociale, l’uguaglianza tra uomini e donne, la solidarietà fra le generazioni, così come la coesione economica e sociale del proprio territorio. C’è tutto, ma il tutto dà l’impressione di un’impalcatura un po’ incoerente. All’epoca delle grandi multinazionali e delle grandi concentrazioni, il concetto di libera concorrenza e non falsata è ancora pertinente e ha ancora una tale forza di convinzione da poter apparire su un testo costituzionale? Sui ripiani del mio supermercato che cosa c’è se non alcune grandi marche del settore agro-alimentare e di qualche raro e piccolo produttore? E’ questa la concorrenza libera e non falsata? O meglio, questo concetto non serve soprattutto a stigmatizzare gli aiuti di Stato o a giustificare la liberalizzazione delle imprese e dei servizi pubblici?

Cosa significa la frase seguente che parla d’economia sociale di mercato - frase ottenuta probabilmente dalla sinistra e dal movimento sindacale - alla quale si è accollato l’aggettivo qualificativo "altamente competitiva"? Non solamente l’economia deve essere competitiva, ma lo deve essere "altamente". Quale coerenza c’è tra questa ricerca di alta competitività e l’idea di uno sviluppo durevole? Quale legame tra questa economia altamente competitiva e i milioni di disoccupati strutturali europei?

Sulla stessa scia d’onda, si fa riferimento alle scienze dicendo che l’Unione "promuove il progresso scientifico e tecnico". Breve frase, densa di ambiguità e di opportunità mancate. Ambiguità, perché si sa bene che l’Ue promuove lo sviluppo della ricerca tecnoscientifica, ma sono pochi quelli che osano ancora legare automaticamente il progresso alle innovazioni tecnoscientifiche. Lo sviluppo dell’informatica, della robotica, delle telecomunicazioni e delle biotecnologie sono delle innovazioni tecniche e scientifiche. Sono necessariamente dei progressi? Si può affermarlo senza rispondere alla domanda di sapere per chi, per cosa, sotto quale punto di vista si tratta di progresso?

L’opportunità è fallita perché non viene mai fatto alcun riferimento al grande dibattito contemporaneo a proposito di ciò che viene chiamato "la governance scientifica".

Sembra sempre più chiaro che, a fianco delle libertà civili, della partecipazione democratica, di un’eguaglianza socio-economica (i grandi ambiti in gioco dal XVIII al XX secolo), la nuova grande sfida odierna è quella del controllo democratico del progresso tecnoscientifico.

Lo sviluppo sociale è sempre più influenzato dallo sviluppo delle tecniche e delle scienze: si pensi alle trasformazioni indotte dall’informatica, dalle telecomunicazioni o a quelle che verranno dalle biotecnologie. Tutto ciò porta a quella che è stata definita "la società del rischio". Lasciarle nelle sole mani degli scienziati o del mercato è diventato impensabile. La governance democratica delle scienze è ormai una sfida elevata: la Costituzione per l’Europa sembra ignorarlo completamente.

Questa Europa delle libertà, dell’economia sociale e di mercato altamente competitivo sembra ignorare la propria esistenza in relazione al resto del mondo non sviluppato. Si affronta questa questione in un paragrafo (par. 4, art. 3) per parlare delle relazioni "col resto del mondo", e dunque, si suppone, anche con i Paesi del Terzo Mondo. Si parla di pace, di sicurezza, di sviluppo duraturo, di solidarietà, di rispetto reciproco, di commercio libero ed equo e di lotta contro la povertà. E si fa riferimento ai diritti dell’uomo, e in particolare dei bambini, allo sviluppo del diritto internazionale e ai principi della Carta delle Nazioni Unite.

Da questo articolo si evidenzia un sentimento strano. Mentre nel mondo si sente il peso dello sviluppo squilibrato fra Nord e Sud, si sa che un dibattito non risolto (salvo per i maghi delle virtù assolute e passe-partout del libero mercato) è quello delle strutture che produrrebbero questo sviluppo. Mentre si evidenzia che la corsa dei Paesi sviluppati verso economie altamente competitive non fa altro che scavare solo fratture con quelli che non lo sono. Mentre si manifesta nei flussi migratori una gioventù senza speranza nei Paesi del Terzo Mondo. Detto in altri termini: mentre si sa che tutte queste domande sono vitali per l’avvenire del Mondo di domani e dell’Europa, tutto ciò che la futura Costituzione europea sa dire sono delle frasi rituali.

Come entusiasmarsi per questa Europa sonnolenta, che sa solo parlare nell’ambito della propria economia e del proprio status quo, mentre la gioventù europea è aperta e si entusiasma per il futuro del pianeta?

E per finire, mentre l’Europa esce dal quadro dell’occidente europeo, ingloba il mondo slavo-ortodosso, si estende al mondo Baltico; mentre ingloberà in futuro la Turchia musulmana - ma probabilmente anche altri Paesi musulmani del sud Mediterraneo - e poi forse la nuova tradizione giudaica instaurata in Israele, la nozione "Europa", sulla scia di quella coniata dai sei Paesi fondatori, sembra continuare a costituire una verità. Mentre non lo è più.

Non basta più fare riferimento a un vago pluralismo, né alla diversità delle tradizioni nazionali. La grande sfida europea di domani è quella di prendere coscienza, non più di un’immaginaria Europa un tempo unica e infine riunificata, ma di pensare alla co-implicazione, in un progetto politico comune, delle molteplici tradizioni civili fra le quali quella europea-occidentale è una delle componenti.

Pensare a una costituzione per l’Europa del XXI° secolo significherebbe allora ripensare a una post-Europa.


spese pubbliche per l’istruzione nell’Unione

el marzo del 2000, il Consiglio europeo di Lisbona assegnava all’Europa l’obiettivo strategico di diventare entro il 2010 "l’economia della conoscenza la più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo del lavoro e da una più grande coesione sociale". Nelle società della conoscenza, l’investimento nell’istruzione e nella formazione costituisce una priorità importante. L’acquisizione così come l’attualizzazione e il perfezionamento continuo di un livello elevato di conoscenze, di qualifiche e di competenze sono indispensabili per mantenere la qualità del potenziale umano.

In materia di spese pubbliche per l’istruzione all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, Eurostat ha recentemente reso nota una ricerca effettuata su dati comparativi relativi al 1999. Pur essendo riferita a qualche hanno fa, tale ricerca può contribuire a chiarire il tipo di impegno che i Paesi europei hanno assunto a favore dell’istruzione dei cittadini.

Lo Stato, le imprese private e gli organismi a scopo non lucrativo contribuiscono tutti al finanziamento dell’istruzione. Nello studio effettuato da Eurostat le spese pubbliche per l’istruzione sono esaminate più attentamente nella misura in cui è lo Stato che finanzia in grande parte l’istruzione (86% delle spese totali per l’istruzione in media nell’Unione europea). I dati raccolti relativamente alle spese private erano incompleti per alcuni Paesi, perciò le comparazioni in materia dovevano essere interpretate prudentemente e dunque non sono state elaborate e studiate nella ricerca. Eurostat prevede tuttavia di includere le spese private non appena i problemi di comparabilità saranno stati risolti.

In generale, il settore pubblico finanzia l’istruzione sia assumendo direttamente le spese di funzionamento e capitale degli istituti dell’istruzione (spese dirette a favore degli istituti per l’istruzione), sia aiutando gli studenti e le loro famiglie con borse e prestiti pubblici, o ancora trasferendo delle sovvenzioni pubbliche destinate a progetti educativi verso imprese private o organismi a scopo non lucrativo (trasferimenti alle imprese private). Queste due operazioni riunite sono state contabilizzate in quanto spese pubbliche totali per l’istruzione.

In totale, le risorse pubbliche investite nell’istruzione a tutti i livelli rappresentavano una media del 5% del PIL dell’Unione europea nel 1999, livello leggermente inferiore a quello dei due anni precedenti. Se questa relativa stabilità si traduce nella parte del PIL dedicato all’istruzione nei differenti Stati membri, la percentuale varia considerevolmente tra gli Stati: dal 3,6% in Grecia al 7,5% in Svezia fino all’8,1% in Danimarca. Tuttavia, per la maggior parte degli Stati membri, la cifra si trova approssimativamente tra il 4% e il 6% del PIL.

Per quanto riguarda la ripartizione delle spese pubbliche per tipo di operazione, le spese dirette, destinate agli istituti dell’istruzione, raggiungevano nel 1999 in media il 4,7% del PIL (UE15), mentre lo 0,3% era trasferito verso le imprese private. Le spese dirette in favore degli istituti dell’istruzione andavano da oltre il 6% del PIL in Danimarca e in Svezia al 3,6% in Grecia, passando per il 4,2% nei Paesi Bassi e nel Regno Unito. La Danimarca e la Svezia dedicavano entrambi più dell’1% del loro PIL ai trasferimenti verso imprese private, mentre questa percentuale era uguale o inferiore allo 0,1% in Spagna, Portogallo e Grecia. Quando si utilizza l’indicatore "spese pubbliche totali per l’istruzione in percentuale del PIL" è però necessario tenere conto del fatto che esso è influenzato da elementi quali la struttura relativa alla organizzazione del sistema educativo, i tassi d’iscrizione o la struttura demografica della popolazione.

Le spese per alunno/studente misurano la somma assegnata ad ogni alunno/studente dall’amministrazione centrale, regionale, o locale, o da altre entità private (imprese ecc.). Comprendono le spese di personale così come altre spese di funzionamento e in capitale. Trattandosi di istituti pubblici, la media per l’UE15 ammontava a più di 3800 euro spa (standard calcolato sul potere d’acquisto) per alunno nell’insegnamento primario, a oltre 5200 euro spa nell’insegnamento secondario e a circa 7900 euro spa per studente nell’insegnamento superiore.

Ciò significa che le spese per studente a livello d’istruzione superiore erano in media 2 volte più elevate rispetto a quelle del livello primario.

Tra gli Stati membri, le variazioni rispetto a queste medie sono considerevoli a seconda che si tratti dell’importo delle spese per alunno/studente o secondo il livello d’istruzione. Al livello di istruzione superiore, ad esempio, le spese per studente vanno da 12.799 euro spa in Svezia e 11.310 euro spa nei Paesi Bassi a 5374 euro spa in Spagna e 3913 euro spa in Grecia. Per quanto riguarda la ripartizione secondo il livello di istruzione nei vari Paesi, il contrasto è più marcato tra Irlanda, Paesi Bassi e Germania da un lato, e Spagna, Italia e Danimarca dall’altro. In Irlanda, ad esempio, le spese per studente a livello d’istruzione superiore sono 3,5 volte più importanti che al livello del primario, mentre per la Spagna e l’Italia questo importo è superiore solamente del 40%.

Gli stipendi e le rimunerazioni degli insegnanti e altro personale totalizzavano il 79% delle spese di funzionamento per l’UE15. Le altre spese di funzionamento, relative in particolare al materiale pedagogico e alla manutenzione degli istituti, rappresentavano il 21%. Nel 1999, le spese di funzionamento costituivano il 92% delle spese totali negli istituti pubblici dell’Unione europea, mentre l’8% restante era destinato alle spese in capitale - ad esempio, spese di costruzione o di rinnovo di edifici o acquisto di nuove attrezzature. 

Le remunerazioni degli insegnanti, il rapporto alunno/studente, il fatto che gli istituti dell’istruzione siano proprietari o affittino gli edifici che utilizzano, che finanzino i manuali scolastici degli alunni/studenti o che offrano dei servizi ausiliari (pasto, internato) oltre all’istruzione, costituiscono tutti elementi che influenzano in modo determinante la ripartizione delle spese per categoria di risorse.

L’assistenza finanziaria agli alunni/studenti corrisponde ai trasferimenti effettuati dal settore pubblico a beneficio degli studenti, sotto forma di borse, di prestiti e di prestazioni familiari. Nel 1999, rappresentava il 6,1% delle spese pubbliche totali per l’istruzione nell’Unione europea.

La maggior parte di questa assistenza era destinata agli studenti del livello superiore (il 57%). In termini di spese totali ad un dato livello, l’aiuto finanziario diretto ammontava al 16,1% delle spese pubbliche d’istruzione al livello superiore, mentre corrispondeva solamente al 3,7% in media dei livelli di insegnamento primari e secondari. Gli scarti apparenti tra i vari Stati membri dell’Ue sono molto evidenti per quanto riguarda il livello superiore. L’aiuto finanziario diretto agli studenti costituisce più del 30% delle spese pubbliche nell’insegnamento superiore in Danimarca e in Svezia, contro il 10% o meno in Francia, Spagna, Portogallo e soprattutto in Grecia (3%).

Studiando tali differenze considerevoli tra i Paesi è necessario tenere conto del fatto che le cifre riguardano qui unicamente l’aiuto pubblico diretto agli studenti sotto forma di borse di studio, di prestiti pubblici e di prestazioni familiari. Tali dati, dunque, non permettono di avere una visione globale del livello di aiuto che gli studenti possono ricevere. È probabile, infatti, che questi beneficino di un sostegno finanziario (prestiti accordati in particolare da banche private), di servizi ausiliari, di servizi di assistenza come pasto, trasporti, cure di salute o alloggio, o di alleggerimenti fiscali. L’aiuto finanziario varia nella misura in cui i sistemi di istruzione differiscono nei diversi Paesi.

I fondi destinati all’istruzione sono trasferiti tra i livelli di amministrazione centrale, regionale e locale e sono registrati come flussi netti. Il bilancio preventivo iniziale corrisponde alla parte delle spese totali d’istruzione messe a disposizione da un livello di amministrazione. Il bilancio finale rappresenta la parte delle spese totali d’istruzione effettuate direttamente da un livello di amministrazione. Questi due tipi di fondi includono le spese pubbliche dirette e i trasferimenti verso il settore privato.

In ogni caso, eccezione fatta della Danimarca, si nota un flusso netto di risorse dell’amministrazione centrale in direzione dei livelli regionale e locale. In media, l’amministrazione centrale partecipa dunque per circa il 50% al finanziamento totale dell’istruzione ma fornisce direttamente il 46% di questi fondi agli istituti dell’istruzione.

Il contributo dell’amministrazione centrale varia tra oltre il 90% in Irlanda, in Grecia, in Portogallo e nei Paesi Bassi, a meno del 10% in Belgio e in Germania. Tra i Paesi dove trasferimenti significativi di fondi sono effettuati dall’amministrazione centrale a favore di altri livelli di amministrazione, si contano l’Irlanda, i Paesi Bassi, l’Austria e la Finlandia.

La parte di finanziamento detenuta dall’amministrazione regionale prima dei trasferimenti è evidente in Belgio (più del 90%), in Germania (circa il 70%) e in Spagna (il 65%), mentre risulta nulla o trascurabile in Irlanda, nei Paesi Bassi, in Finlandia e nel Regno Unito ed è inferiore al 10% in tutti gli altri Paesi. L’amministrazione locale è generalmente beneficiaria netta di trasferimenti che provengono dalle amministrazioni centrale e regionale. In media, questa parte passa dal 22% prima dei trasferimenti al 25% dopo i trasferimenti. Questo indicatore riflette il grado di centralizzazione del finanziamento dell’istruzione che può dare un’idea dell’organizzazione di un Paese, a seconda che sia maggiormente centrale o federale.


oltre la memoria: Cile 30 anni dopo

olte sono state le iniziative svoltesi nelle scorse settimane per ricordare e riflettere sul colpo di Stato che l’11 settembre del 1973 fece crollare il Cile in una delle più lunghe e feroci dittature dell’America Latina. Tra le tante, Cgil-Cisl-Uil Lombardia, in collaborazione con il Comune di Sesto San Giovanni, hanno tenuto il 10 settembre scorso un’assemblea molto partecipata per rievocare gli eventi di quei giorni, capire meglio perché il colpo di Stato si verificò, le reazioni che ci furono, le mobilitazioni del sindacato e delle forze democratiche che seguirono in triste evento. Presenti moltissimi giovani, la comunità cilena, cittadini e protagonisti sindacali che 30 anni fa organizzarono la risposta al golpe, l’assemblea è stata anche occasione per andare oltre la "memoria", per dire no a tutte le dittature che ancora oggi sono presenti nel mondo.

Pubblichiamo di seguito l’intervento che Carlo Borio, a nome di Cgil-Cisl-Uil Lombardia, ha tenuto durante i lavori della serata.

Vorrei provare a dire qualcosa sulla lezione della storia, su come la tragedia cilena di trent’anni fa ha messo i nostri sogni di fronte alla necessità di essere ripensati, riprogettati quasi, su come ha costretto tutti gli attori sociali di quei giorni ad assumere responsabilità nuove, a fare i conti con il fallimento di una svolta politica e storica soffocata sì dai militari e dalla copertura garantita da Nixon, ma andata in crisi per il corto circuito del confronto democratico tra le forze politiche e sociali che l’avevano resa possibile.

Tra le molte parole di questi giorni di commemorazione e di ricordi, mi sono sembrate particolarmente significative, forse anche per qualche assonanza con "quel che passa il convento" della politica italiana, quelle della figlia di Salvador Allende, oggi presidente della Camera dei deputati cilena. Alla domanda su chi furono, secondo lei, i principali responsabili della tragedia dell’11 settembre 1973, ha risposto: "Tutti gli attori politici di quegli anni. Tutti, la sinistra, la Dc e la destra si sentivano padroni della verità. Non c’era alcun dialogo, soltanto un clima di polarizzazione e di confronto sempre più violento che chiuse tutte le porte".

L’elezione di Allende alla presidenza del Cile era stata, per quella parte d’Europa e d’Italia che cercava di cogliere le ragioni più autentiche delle proteste studentesche di quegli anni e ne respirava le fortissime tensioni ideali, il segno che l’utopia veniva chiamata a trasformare la realtà. La vittoria di Unidad Popular e la decisione della Democrazia cristiana cilena di votare in Parlamento per la presidenza di Allende, era l’eccezione che confermava la regola. E la regola di quegli anni, di quel momento storico, era la rigida divisone del mondo sotto l’influenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica.

Per questo il presidente socialista non era una speranza solo per il Cile e per l’America Latina in cerca di un proprio percorso di libertà, di giustizia e di democrazia; Allende è stato la speranza anche di tutti coloro che credevano nella possibilità di un mondo nuovo. Una speranza così forte, un sogno, in cui abbiamo riversato la proiezione dei nostri desideri e che a lungo abbiamo coltivato, anche quando i fatti andavano disfacendo i fili di quella trama.

E a rendere la speranza più forte c’era stato il fallimento del primo tentativo di colpo di Stato, quello "preventivo", quello messo in atto dopo il voto popolare di inizio settembre e prima che il Parlamento fosse chiamato a scegliere tra i due candidati che avevano avuto il maggior numero di voti; il colpo di Stato, com’è scritto nel rapporto della Commissione del Senato americano del 1975, "che la CIA ebbe l’incarico di promuovere per impedire la nomina di Salvador Allende". A determinare il fallimento del tentativo di golpe fu quello stesso clima di rinnovata partecipazione sociale da cui nacque la vittoria di Unidad Popular e la sconfitta, imprevista e inattesa, della destra. Di fronte alle speranze di un popolo che così chiaramente aveva scelto la strada per il proprio riscatto sociale, i militari, le gerarchie militari non si mossero.

Ma dopo mille giorni, il Cile di Allende era completamente diverso. "Un anno soltanto durò la felicità della nuova democrazia nella mia patria - ha scritto in questi giorni Antonio Skàrmeta su "la Repubblica" - grandi progressi, simpatia di settori prima diffidenti e accordi politici per le grandi decisioni". Poi la riorganizzazione della destra, il disordine, il boicottaggio della produzione cilena, il caos economico e sociale.

Mi sono chiesto tante volte quale sia stato il nostro livello di consapevolezza degli errori che stavano portando la democrazia cilena ai suoi giorni più sanguinosi e drammatici. La ricostruzione degli avvenimenti che tra il 1970 e il 1973 segnarono il Cile e l’intera America Latina, ha messo in luce le molte ragioni che mandarono in crisi quella avventura politica e sociale. Il nodo politico l’ha raccontato l’ex segretario dei comunisti cileni: "La nostra politica non funzionò. Non andammo mai al di là del 35 per cento dei consensi. E di fronte alle difficoltà prevalsero in tutti i partiti della coalizione le tendenze estremiste e settarie". Per la verità, Corvalàn chiama fuori il suo partito da questa degenerazione; dice di essere stato il solo ad avere sempre chiaro che non si potevano emarginare i democristiani cileni dopo che avevano votato Allende e appoggiato la politica delle nazionalizzazioni. "Il fatto è - conclude il vecchio leader comunista - che tirammo la corda fino ad averceli contro".

Forse ha ragione chi sostiene che non è stato il golpe cileno a far teorizzare per la situazione italiana il compromesso storico come via di sviluppo, di rinnovamento sociale e di progresso, ma il drammatico epilogo dei tre anni di governo di Salvador Allende ha di certo accelerato in Berlinguer un’elaborazione in qualche modo già avviata.

Quella svolta autoritaria e violenta ha messo anche il sindacato di fronte ad uno scenario che esigeva da un lato l’avvio di una riflessione più ampia e dall’altro una risposta forte, immediata. E così è stato, in ogni città, con cortei e manifestazioni aperte dalle bandiere e dagli striscioni di Cgil, Cisl e Uil. E i dirigenti sindacali di allora possono testimoniare con quale sorpresa vedevano una mobilitazione straordinariamente numerosa, compatta, immediata. Era il frutto della cultura democratica del movimento sindacale italiano, un valore fondamentale cresciuto e consolidato durante la lotta antifascista, la Resistenza e poi la ricostruzione delle strutture democratiche del nostro Paese. Cgil, Cisl e Uil hanno accolto e hanno aiutato in quegli anni decine e decine di esuli, costruendo insieme a loro reti di informazione e di comunicazione a sostegno della resistenza in Cile, alimentando il dibattito sulla democrazia, sui diritti umani, sullo sviluppo del continente latinoamericano, attrezzando le proprie strutture organizzative con uffici e dipartimenti che hanno fatto delle politiche internazionali elementi sostantivi delle politiche sindacali.

E questo ha dato coraggio e forza al sindacato cileno. Grazie ad esso è andata consolidandosi la resistenza civile al regime militare. E’ stato il sindacato cileno che ha tenuto viva una coscienza antiautoritaria in una società schiacciata dalla violenza di un sistema che piegava le istituzioni ai suoi fini e perseguiva in maniera spietata i suoi oppositori.

Lo stesso sindacato ha esercitato un ruolo da protagonista nella sconfitta del regime. E come è avvenuto in Cile, è avvenuto in Uruguay, in Perù, in Brasile, dove il sindacato ha aperto i varchi necessari alla società civile per riorganizzarsi e alla politica per tornare ad esprimersi nelle sue forme aggregative.

Ricordare tutto questo significa per noi continuare ad essere vicini all’esperienza sindacale latinoamericana, perché la riconquistata democrazia delle istituzioni si traduca anche in democrazia della società.

Oggi l’America Latina vive sulla scia di una nuova speranza, e non possono non venire in mente le parole dell’ultimo discorso di Salvador Allende al suo popolo: "Ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Presto si apriranno i viali alberati dai quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore".


si lavora sempre di più

n tutto il mondo sono in aumento le ore trascorse sui luoghi di lavoro. Se la media settimanale è ancora di 38 ore, risulta però in costante aumento la fascia di chi ne lavora più di 45 e addirittura 55. Gli italiani lavorano mediamente 1619 ore in un anno; i lavoratori dipendenti italiani passano in azienda o in ufficio 1552 ore, cioè 210 ore in più dei tedeschi e 99 ore in più dei francesi. Inoltre, "tramonta" il mito dei giapponesi: con le loro 1809 ore l’anno (1837 per la classifica relativa ai soli dipendenti) restano ancora saldi nel gruppo dei Paesi dove si lavora di più, ma cedono i primi posti nella classifica generale ai cechi (1980 ore), agli slovacchi (1979), ai messicani (1888) e agli islandesi (1812). Nella classifica delle ore lavorate dai soli dipendenti sono invece in testa i coreani (2410 ore), seguiti dagli slovacchi (1950) e ancora dai messicani (1945). Questi dati sono contenuti in uno studio reso noto recentemente dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che avverte: "il lungo orario di lavoro può mettere a rischio la salute dei lavoratori e le loro relazioni familiari".

Si è dunque lontani dalle 35 ore settimanali: mediamente se ne lavorano 38 e, in alcuni Paesi (Grecia, Islanda e Regno Unito), il 40% degli uomini lavora più di 45 ore. L’Italia si colloca al sedicesimo posto nella classifica dei super-orari: non fa registrare i picchi asiatici, sudamericani o dell’Est europeo, ma tra gli attuali Stati membri dell’Ue gli italiani risultano trascorrere più ore al lavoro non solo rispetto a belgi e danesi ma anche a francesi e tedeschi. Sempre in Italia i dati elaborati dall’Ocse mostrano l’aumento del part-time e del lavoro temporaneo: mentre infatti il tempo pieno e il lavoro a tempo indeterminato sono diminuiti in 10 anni (dal 1991 al 2001) rispettivamente dello 0,2% e dello 0,4%, il part-time è cresciuto dello 0,4% portando la percentuale sull’occupazione totale al 12,2%. Anche il lavoro a termine in 10 anni è cresciuto dello 0,4% e rappresenta il 9,5% del complesso dell’occupazione. Una situazione che accomuna l’Italia ad Austria, Finlandia e Giappone. "La crescita del part-time - spiega l’Ocse - risulta essere un importante fattore dietro la crescita dell’occupazione di donne, giovani e lavoratori più anziani". Secondo lo studio dell’Ocse, inoltre, è in crescita anche il numero di donne con un lungo orario di lavoro.

In generale, sottolinea lo studio, il troppo lavoro peggiora la qualità della vita, aumenta lo stress e, di conseguenza, gli allarmi per la salute e per i rapporti familiari. Il rischio aumenta già oltre le 45 ore, ma per chi ne lavora di più di 55 i sintomi che si è superata la soglia limite per la salute superano il 10% e i conflitti tra orario e incombenze di casa sfiorano il 20%.

Sempre l’Ocse, analizzando i dati del mercato del lavoro negli Stati che aderiscono all’Organizzazione, segnala per il 2003 un aumento dell’occupazione dello 0,5% al quale fa da contrappeso anche un aumento della disoccupazione che in media raggiungerà il 7% a fronte del 6,7% del 2002. Nell’area Ocse, infatti, quest’anno si registrerà per il secondo anno consecutivo un aumento della disoccupazione di mezzo punto percentuale, dato che tornerà a scendere nel 2004 raggiungendo il 6,8% secondo le previsioni. In particolare, nell’Ue il tasso si attesterà all’8% nel 2003-2004. Per quanto riguarda invece l’occupazione, la crescita per l’Ue sarà pari a zero, contro il +0,5% dell’area Ocse. A trainare l’occupazione, precisa l’Organizzazione, sarà il lavoro part-time, che riscuote ampio successo soprattutto in Italia, Austria, Finlandia e Giappone.

Per combattere la disoccupazione e allo stesso tempo fronteggiare il progressivo invecchiamento della popolazione, l’Ocse considera necessaria l’applicazione di politiche sul Welfare più mirate. In particolare, propone di aumentare l’età pensionabile, ridurre gli incentivi al prepensionamento e adottare politiche che favoriscano la formazione dei non più giovani per farli restare al loro posto o reinserirli sul mercato del lavoro.

(Fonte: Ansa)


FLASH

rinviata la decisione sulla banconota da 1 euro

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce) ha rinviato la decisione sull’adozione della banconota da 1 euro al momento in cui vedrà la luce la seconda serie della moneta unica, prevedibilmente tra il 2005 e il 2010. Lo hanno spiegato fonti ufficiali dell’Istituto centrale precisando che, in ogni caso, trascorrerebbero almeno due o tre anni tra il momento in cui verrebbe eventualmente presa la decisione di stampare le banconote da 1 e 2 euro e il momento della loro immissione sul mercato. L’ipotesi di introdurre una nuova banconota da 1 euro fa discutere i dodici ministri economico-finanziari della zona-euro, che sull’argomento si trovano divisi. La proposta italiana piace a Grecia, Belgio e Lussemburgo, decisamente contraria l’Olanda mentre la Spagna non si è ancora pronunciata.

(Fonte: Ansa)

740 morti per entrare in Europa

Secondo l’Institute of Race Relations di Londra, negli ultimi 18 mesi sono state oltre 742 le persone decedute nel tentativo di varcare illegalmente le frontiere dell’Ue. Oltre 670 persone sono morte viaggiando su imbarcazioni di fortuna, molte delle quali sono affondate. La maggior parte delle vittime proveniva dall’Africa ma ci sono anche molti iracheni, curdi, afghani, albanesi e asiatici del sud. Il numero di morti è certamente molto più alto, poiché nella cifra calcolata sono considerati solo i decessi ufficiali.

INFORMAZIONI: www.irr.org.uk

Acnur: prudenza sull’asilo

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha manifestato agli Stati dell’Ue "seria preoccupazione" sulla possibilità di istituire, nell’ambito della legislazione comunitaria in materia d’asilo, una lista di Paesi considerati "sicuri". Secondo l’Acnur la direttiva sulle procedure d’asilo - una delle due rimaste ancora da finalizzare nell’ambito della prima fase del processo di armonizzazione a livello europeo delle prassi e delle legislazioni nazionali - ha un’importanza fondamentale per il futuro sistema d’asilo in Europa. L’Alto commissariato teme che la direttiva sulle procedure d’asilo possa permettere che si stabiliscano liste di "Paesi terzi sicuri" e che, a causa di insufficienti garanzie o di una terminologia imprecisa, si rischierebbe di rimandare i richiedenti asilo in Paesi non appartenenti all’Ue senza nessuna garanzia che la loro richiesta venga appropriatamente esaminata. Questi Paesi potrebbero essere Paesi di transito, con i quali i richiedenti asilo non hanno alcun legame, o persino un Paese dove essi non sono mai stati. "Se questo dovesse succedere, ci troveremmo di fronte a un caso evidente di non assunzione di responsabilità", ha affermato Raymond Hall, direttore dell’Ufficio Acnur per l’Europa. L’Alto commissariato ha comunicato agli Stati membri dell’Ue che ritiene che debbano sussistere talune condizioni prima di decidere il trasferimento delle responsabilità per un richiedente asilo da un Paese ad un altro. Innanzitutto, precisa l’agenzia dell’Onu, questa non dovrebbe essere una decisione unilaterale: i cosiddetti Paesi terzi sicuri dovrebbero essere a conoscenza che il richiedente asilo viene trasferito e dare "il loro esplicito consenso ad accettare la responsabilità di esaminare la richiesta". Inoltre, secondo l’Acnur, lo stesso Paese dovrebbe essere sicuro non solo a livello teorico ma anche perché il sistema d’asilo funziona in pratica, e spesso non è così. La procedura per stabilire quali Paesi d’origine sono "sicuri", sostiene l’Acnur, dovrebbe essere abbastanza flessibile da potersi adeguare a cambiamenti sia improvvisi che graduali in un dato Paese d’origine.

(Fonte: Ansa)

assolta Amina

In Nigeria, una Corte d’Appello del Katsina ha assolto giovedì 25 settembre 2003 Amina Lawal, la donna nigeriana condannata alla lapidazione per adulterio. La Corte d’Appello della Sharia ha stabilito che la condanna di Amina fosse nulla poiché la donna era già incinta quando la legge islamica era entrata in vigore nella sua provincia. Amina, 31 anni, presente in aula con la figlia Wasila, da due anni presentava appello contro la condanna a morte. Se la corte non avesse annullato il verdetto, Amina avrebbe avuto a disposizione ancora due appelli, uno davanti ad una corte federale nigeriana e quello conclusivo presso la Corte Suprema della Nigeria. Nessuna di queste due corti applica il codice della Sharia. La donna era stata condannata nel marzo 2002 dopo aver dato alla luce una bambina più di nove mesi dopo il divorzio. In base alla Sharia, la gravidanza fuori dal matrimonio costituisce prova sufficiente per condannare una donna per adulterio. Una corte aveva sospeso l’esecuzione per due anni per consentire ad Amina di prendersi cura della bambina. Amina era la seconda donna nigeriana condannata a morte per aver concepito un figlio fuori dal matrimonio, a partire dal 2000, anno in cui 12 Stati del nord della Nigeria adottarono la legge islamica della Sharia. Nel marzo 2002 una Corte d’Appello aveva annullato una sentenza simile nei confronti di Safiya Hussaini Tungar-Tudu, dopo che richieste di clemenza erano giunte da tutto il mondo.
(Fonte: Nessuno Tocchi Caino)

Consiglio d’Europa: stop alle esecuzioni in Usa e Giappone

L’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, organizzazione di cui fanno parte 46 Paesi europei, ha lanciato lo scorso 1º ottobre un appello a Usa e Giappone perché adottino rapidamente una moratoria sulle esecuzioni capitali. In un documento adottato a larga maggioranza, i parlamentari del Consiglio hanno dichiarato che l’applicazione della pena di morte "costituisce un atto di tortura e una pena disumana e degradante" e che rappresenta "una violazione grave dei diritti umani riconosciuto a livello universale". L’assemblea di Strasburgo ha inoltre affermato che la pena di morte "non ha un posto legittimo nei sistemi penali delle società civilizzate moderne". Il relatore dell’assemblea, la deputata Ppe del Liechtenstein Renate Wohlwend, ha ricordato che negli ultimi due anni ci sono state 137 esecuzioni capitali negli Usa e 5 in Giappone. Washington e Tokyo hanno uno statuto di osservatori presso il Consiglio d’Europa. Stando ai parlamentari del Consiglio d’Europa, continuando ad applicare la pena di morte Usa e Giappone violano di fatto gli obblighi fondamentali che hanno assunto con l’organizzazione europea.

(Fonte: Ansa)

lotta alle discriminazioni nei futuri Stati membri

La Commissione europea ha reso nota lo scorso 3 ottobre una ricerca indipendente relativa allo stato delle legislazioni in materia di lotta alle discriminazioni per origine etnica, razza, religione, credo, handicap, età e orientamento sessuale nei Paesi che entreranno a far parte dell’Unione europea il prossimo anno. Lo studio mostra che c’è stato un progresso, ma molto deve ancora essere fatto se i futuri Stati membri vogliono essere in regola con le direttive comunitarie entro il 1º maggio 2004. "I membri attuali e futuri dell’Ue devono inviare un forte segnale sulla difesa dei diritti umani fondamentali - ha detto Anna Diamantopoulou, commissaria per l’Occupazione e gli affari sociali - Recentemente la Commissione ha sollecitato gli attuali Stati membri a rispettare l’accordo unanime raggiunto tre anni fa. I Paesi che si stanno preparando a unirsi all’Ue necessitano anch’essi di mettere a punto una legislazione globale sull’antidiscriminazione. Spero che i rapporti di monitoraggio che dovranno essere stilati quest’autunno potranno mostrare un continuo progresso su questa materia tra i futuri Stati membri". Lo studio pubblicato dalla Commissione su "Uguaglianza, diversità e allargamento" mostra progressi in alcuni Paesi soprattutto in materia di protezione contro la discriminazione razziale nel lavoro, tuttavia la lotta alla discriminazione è ancora carente in altri campi e risulta necessaria un’ulteriore azione per sradicare la discriminazione etnica e razziale nell’istruzione, nella protezione sociale, nell’accesso alla casa e ai servizi. Il Rapporto è basato su una ricerca condotta per la Commissione da un gruppo di esperti indipendenti che hanno analizzato la legislazione vigente nei futuri Stati membri, mettendo a confronto il livello di protezione offerto con quello previsto dalle direttive dell’Ue e analizzando le proposte di riforma delle legislazioni in materia di antidiscriminazione. Nel 2000, il Consiglio europeo ha adottato due direttive sulla lotta alle discriminazioni basate sull’articolo 13 del Trattato dell’Ue.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/employment_social

Ue: poche donne nelle istituzioni

La presenza delle donne è scarsa non solo nella politica italiana ma anche all’interno delle istituzioni comunitarie. E’ quanto emerso nel corso di un convegno promosso dall’Anci a Roma nel settembre scorso. Nella Convenzione europea le donne erano 16 su 105 membri titolari, mentre nella Commissione europea la componente femminile si attesta al 25%: su 20 componenti solo 5 sono donne. Per quanto riguarda invece il Parlamento europeo, su 626 componenti 196 sono donne con una presenza femminile del 31%. La situazione all’interno degli Stati membri dell’Ue riflette quanto riscontrato nelle istituzioni comunitarie. La realtà europea presenta però caratteristiche diverse tra i vari Paesi. Nel nord Europa si registrano percentuali più alte di partecipazione femminile: Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Germania hanno percentuali comprese tra il 42% e il 31%. Seguono Spagna, Austria e Belgio che presentano percentuali comprese tra il 28% e il 23%. In Portogallo, Regno Unito, Irlanda si hanno invece percentuali comprese tra il 18,7% e il 12%. In Francia, Italia e Grecia la percentuale scende ed è compresa tra il 10% e l’8%. La presenza delle donne nei governi nazionali degli Stati membri è mediamente del 28,6%. Anche in questo caso sono i Paesi nordeuropei a registrare le percentuali più alte di partecipazione femminile con percentuali che oscillano tra il 58% e il 35%. Seguono Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Austria e Lussemburgo, con percentuali tra il 35% e il 29%. Nell’ultimo gruppo, costituito da Irlanda, Spagna, Belgio, Italia, Portogallo e Grecia, la presenza femminile varia dal 19% dell’Irlanda al 12% della Grecia. In tutti i casi, eccetto Finlandia e Italia, vi è stato un aumento della presenza femminile nelle istituzioni tra gli anni ’80 e ’90. In generale, l’acceso alle cariche pubbliche per le donne è garantito formalmente ma non si traduce ancora in una consistente presenza femminile nelle istituzioni.

(Fonte: Ansa)

scarsi i sostegni alle famiglie italiane

L’Italia dedica appena lo 0,9% della ricchezza nazionale alle politiche per la famiglia, percentuale molto al di sotto della media europea che è 2,3%. Solo la Spagna, con lo 0,4% del Pil, presenta valori più bassi dell’Italia nel sostegno alle famiglie. E’ quanto emerge da uno studio dell’Eurispes intitolato "Politiche sulla famiglia: l’Italia in grande ritardo" e reso noto nelle scorse settimane. Secondo la ricerca dell’Eurispes, tutti gli altri Paesi dell’attuale Unione europea spendono molto di più per la famiglia, a partire dai valori relativamente più bassi di Portogallo e Paesi Bassi che destinano comunque l’1,2% del loro Pil alle politiche per le famiglie.

INFORMAZIONI: www.eurispes.it

europei sempre più vecchi

Dal 1960 ad oggi la speranza di vita nei Paesi dell’Ue è aumentata di 8 anni, raggiungendo i 75 anni per gli uomini e gli 81 per le donne. E’ quanto emerge da un Rapporto sulla situazione sociale reso noto a settembre dalla Commissione europea. Nel 2001 gli anziani ultrasessantacinquenni erano 62 milioni, pari al 24% della popolazione in età lavorativa, ma tale rapporto raggiungerà il 27% entro il 2010. Nei prossimi 15 anni il numero delle persone molto anziane, di età pari o superiore agli 80 anni, aumenterà di quasi il 50%. In questo quadro, è destinato a crescere anche il tasso di dipendenza degli anziani, cioè delle persone che necessitano assistenza. I nati nel periodo dell’esplosione demografica andranno in pensione nei prossimi 10 o 15 anni quando, fa notare la Commissione, potrà dunque verificarsi un aumento della spesa per le pensioni. Dieci anni dopo, quando queste stesse persone varcheranno la soglia della quarta età, è probabile che ci sia un aumento della domanda di servizi sanitari e di assistenza di lunga durata, anche se molto dipenderà dall’efficacia delle strategie messe in atto per la salute.

(Fonte: Ansa)

corruzione: Italia tra i peggiori Paesi europei

Finlandia, Islanda, Danimarca e Nuova Zelanda sono i Paesi dove c’è una minore percezione di corruzione a livello politico e burocratico mentre i quattro dove questa è più alta sono Bangladesh, Nigeria, Haiti e Paraguay. A livello di Unione europea, migliora l’Italia rispetto agli anni scorsi pur restando nel gruppo di coda, mentre la Finlandia è il Paese europeo meno corrotto. E’ quanto risulta dal rapporto di Transparency International sul 2003, reso noto nei giorni scorsi a Londra.
L’Italia, che lo scorso anno era al trentunesimo posto con un punteggio di 5,2, pur avendo aumentato il punteggio e cioè avendo ridotto la percezione di corruzione, è scesa al trentacinquesimo in quanto altri Paesi sono migliorati maggiormente nella percezione di trasparenza. L’indice 2003 della percezione di corruzione pubblicato da Transparency International si riferisce a 133 Paesi. Ne emerge che il 70% non raggiunge un livello sufficiente di correttezza e trasparenza mentre 9 su 10 Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di un aiuto concreto per uscire dalla corrutela. Tra i 25 Stati che dall’anno prossimo costituiranno l’Unione europea, l’Italia si colloca al diciassettesimo posto, con la Polonia come fanalino di coda con un punteggio di 3,6 preceduta da Slovacchia, Lettonia e Repubblica Ceca. In testa sempre la Finlandia con 9,7 e poi Danimarca, Svezia e Lussemburgo. Tra i Paesi che sono migliorati nell’ultimo anno vanno segnalati Austria, Belgio, Columbia, Francia e Germania, mentre tra i peggiorati vi sono Argentina, Cile, Canada, Israele, Usa e Polonia. Il presidente di Transparency, Peter Eigen, ha ricordato che "alti livelli di corruzione si riscontrano in molti Paesi ricchi come in quelli poveri" e che è "necessario che i Paesi sviluppati rafforzino le convenzioni internazionali per ridurre le azioni di corruzione da parte delle multinazionali". Per il presidente della sezione britannica di Transparency, Laurence Cockcroft, "i livelli di corruzione sono preoccupantemente alti in Paesi europei come Grecia e Italia e in Paesi potenzialmente ricchi per il petrolio come Nigeria, Angola, Indonesia, Venezuela e Iraq". Per i dirigenti di Transparency è essenziale che la Convenzione internazionale contro la corruzione entrata in vigore nel 1999 venga fatta rispettare dai 35 Paesi che l’hanno sottoscritta e che le situazioni emerse finiscano davanti ai tribunali.

(Fonte: Ansa)

nuovo servizio per i cittadini

Con l’obiettivo di avvicinare l’Europa ai cittadini, la Commissione europea ha deciso di ampliare il servizio Europe direct, che offre già la possibilità di avere una risposta alle domande sull’Ue nelle 11 lingue ufficiali grazie al numero verde: 00800 67891011 o via e-mail collegandosi al sito web http://europa.eu.int/europedirect/. Il servizio è infatti stato ampliato, a partire dall’estate scorsa, per permettere ai visitatori del portale Internet dell’Ue di essere messi in contatto diretto con un operatore del centro chiamate Europe direct che li aiuta nelle loro ricerche on line. Nel commentare il nuovo servizio, il presidente della Commissione europea Romano Prodi ha affermato: "Il prossimo obiettivo che ci poniamo, e per il quale stiamo lavorando intensamente, è quello di dare ai cittadini dei futuri Stati membri pieno accesso al servizio; un’idea che dovrebbe tramutarsi in realtà entro la fine del 2003". Il nuovo servizio di assistenza Internet, che funziona durante le ore di apertura del centro chiamate (dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle 18,30) in inglese e in francese, può fornire suggerimenti pratici su come trovare:

INFORMAZIONI: Commissione europea, Rappresentanza in Italia, via IV Novembre 149, 00187 Roma; tel. 0039 06 69999 204; fax 0039 06 679 16 58

Dal 16 luglio 2003 Pier Virgilio Dastoli è il nuovo direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Dopo diversi incarichi come amministratore principale presso il Parlamento europeo, dal 1995 al 2001 Dastoli è stato segretario generale del Movimento europeo internazionale e ha promosso e animato le attività del Forum permanente della Società Civile e della Agora Accademica sull’Avvenire dell’Europa.