semestre italiano

Non era mai successo che un presidente di turno del Consiglio europeo insultasse i deputati nell'aula del Parlamento europeo definendoli urlante «turisti della democrazia». Non era mai successo che l'aula dell'Europarlamento esprimesse il proprio disappunto a un'infelice battuta (più adatta forse al genere cinematografico della "commedia all'italiana" che non alla sede più importante della politica europea) di un presidente di turno del Consiglio europeo battendo le mani sui banchi parlamentari. E' successo il 2 luglio scorso a Strasburgo, quando il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi ha inaugurato il semestre italiano alla presidenza dell'Unione europea. Eppure ampi consensi aveva ottenuto il discorso con cui la presidenza italiana aveva presentato il Programma per il secondo semestre 2003, cioè quello che sarà caratterizzato dalla Conferenza Intergovernativa che dovrà ereditare i lavori appena conclusi dalla Convenzione europea per mettere a punto le riforme istituzionali e scrivere il nuovo Tratto dell'Unione. Economia, mercato del lavoro, sicurezza dei cittadini, relazioni con i futuri Stati membri, con gli Usa e con il resto del mondo sono i punti centrali del Programma italiano (che sintetizziamo di seguito), titoli e intenzioni generali più o meno condivisi da tutti i gruppi politici europei dopo le divisioni laceranti createsi per la guerra anglo-americana all'Iraq e gli accordi raggiunti sul testo del Trattato costituzionale predisposto dalla Convenzione (cui dedichiamo l'inserto e alcune pagine di questo numero di "euronote").

«L'Italia farà tutto quanto è in suo potere, e tutto quanto essa considera suo dovere, per garantire a questo Parlamento, alla Commissione esecutiva e al governo del Consiglio europeo il terreno più fertile per una consapevole, serena e responsabile decisione politica sul nostro futuro» aveva detto Berlusconi nel discorso di inaugurazione del semestre italiano, ma la serenità e la responsabilità si sono infrante di fronte alle incalzanti affermazioni dell'europarlamentare socialista tedesco Martin Schulz, definito poi «kapò» dal premier italiano non molto avvezzo alla dura ma normale dialettica democratica che caratterizza gli scontri politici in un'aula parlamentare.

Il semestre di presidenza italiana dell'Ue è dunque iniziato nel peggiore dei modi, vediamo in estrema sintesi quali sono gli obiettivi principali che si prefigge.

i lavori della Cig

Sulla base delle decisioni del Consiglio europeo di Salonicco, la presidenza italiana intende convocare la Conferenza Intergovernativa (Cig) entro il mese di ottobre 2003 e condurla in modo che possa completare i suoi lavori entro la fine dell'anno (e del suo semestre di presidenza). «Questa volontà - si legge nel Programma della presidenza italiana - è dettata dal rispetto dei valori della democrazia e della trasparenza, perché così facendo i cittadini europei che andranno a votare per il rinnovo del Parlamento europeo nel giugno 2004 potranno conoscere preventivamente i contenuti della loro nuova Carta costituzionale». L'intenzione è quella di giungere alla firma del nuovo Trattato dell'Unione europea a Roma, nel periodo compreso tra il 1º maggio 2004 (data dell'ingresso formale dei dieci nuovi Stati membri) e le elezioni per il rinnovo del Parlamento previste nel giugno dello stesso anno.

Nel suo discorso di presentazione presso il Parlamento europeo del Programma della presidenza italiana, Berlusconi ha dichiarato che il governo italiano cercherà di definire un'intesa «coraggiosa, ma non spericolata» sulle grandi questioni degli assetti istituzionali, dell'estensione del voto a maggioranza, dei confini della politica estera e di sicurezza comune e dello spazio giudiziario europeo. «Non possiamo ignorare - ha detto Berlusconi - che su alcuni di questi argomenti esistono tra gli Stati membri posizioni ancora differenziate. La presidenza italiana compirà ogni sforzo per far convergere queste posizioni, avendo però ben chiaro che non sarà possibile procedere ad una completa ridiscussione del progetto di Trattato costituzionale della Convenzione».

L'Italia chiederà inoltre al Consiglio europeo di associare in via permanente il presidente del Parlamento europeo ai lavori dei primi ministri e capi di governo e al Consiglio dei ministri degli Esteri di associare in modo permanente ai loro lavori i rappresentanti del Parlamento europeo. «I lavori si svolgeranno ad elevato livello politico - ha sottolineato il presidente del Consiglio italiano - per evitare che lo slancio della Convenzione si areni in un negoziato tecnico-diplomatico, come si è verificato nelle precedenti Conferenze intergovernative» e, in questa prospettiva, la presidenza italiana si impegna a ritornare innanzi al Parlamento europeo dopo l'apertura della Cig e all'indomani del Consiglio europeo di dicembre 2003 per verificare il cammino percorso.

l'Europa dell'economia

Il Programma italiano prevede massima attenzione al perseguimento degli obiettivi fissati dalla "strategia di Lisbona", che mira a rendere l'economia europea la più dinamica del mondo entro il 2010. Punto centrale di questa linea di azione sarà un più efficace sostegno all'economia tramite l'intensificazione degli investimenti pubblici nel continente attraverso l'intervento delle apposite istituzioni finanziarie europee. «Ne deriverà una spinta propulsiva verso la modernizzazione dei mercati del lavoro - recita il Programma italiano - l'unica via per garantire la piena occupazione ai cittadini e la competitività alle imprese. In particolare, le piccole e medie imprese dovranno beneficiare di politiche mirate alla promozione dell'imprenditorialità, alla creazione e diffusione della conoscenza e all'innovazione». Queste linee di azione potranno attuarsi attraverso il dialogo tra le parti sociali, ha detto il premier italiano di fronte ai parlamentari europei: «Il modello europeo, infatti, si fonda su un'economia di mercato che mira a bilanciare la libera impresa con le esigenze di coesione e di solidarietà».

Altro delicato punto all'ordine del giorno del semestre italiano è quello di assicurare in prospettiva la sostenibilità dei regimi pensionistici: secondo la presidenza italiana ne conseguiranno politiche per incrementare il tasso di occupazione tra i lavoratori più anziani e per ridurre gli incentivi al pensionamento anticipato. La strategia in materia economica deve essere completata, secondo il governo italiano, dallo «sviluppo di una rete efficiente di trasporti, equilibrata sugli assi Nord-Sud ed Est-Ovest», le cosiddette «grandi reti infrastrutturali transeuropee». I problemi relativi al trasporto rappresentati dalle barriere naturali (inclusi i territori alpini), sostiene la presidenza italiana, devono essere affrontati e risolti nella loro globalità, con l'eliminazione di strozzature, l'utilizzo efficiente delle infrastrutture esistenti e la celere costruzione di progetti pianificati in alternativa al trasporto stradale: a questo scopo si propone la creazione di uno strumento innovativo che, in sinergia con la Banca europea degli investimenti, possa finanziare la realizzazione di queste grandi opere. «Nell'Unione ampliata - ha detto Berlusconi al Parlamento europeo - l'effettivo funzionamento del mercato interno richiede un'accresciuta mobilità di merci e servizi, e quindi una più efficiente rete di trasporti. Si tratta di conciliare le legittime esigenze della stabilità monetaria e del rigore finanziario (che non vanno in alcun modo messe in discussione) con un maggiore stimolo alla crescita dell'economia, mediante investimenti non solo nelle infrastrutture ma anche nella ricerca e nella innovazione tecnologica».

la "grande Europa"

L'obiettivo principale della presidenza italiana è di completare il processo di "unificazione" europea, assicurando la piena partecipazione dei dieci nuovi Stati membri ai lavori del Consiglio e facilitandone la completa integrazione nei meccanismi istituzionali dell'Unione. «Ma anche quello di favorire un più consono bilanciamento del peso specifico dell'Unione - sostiene il governo italiano - trasponendone l'attuale asse verso le aree meridionali del continente e coinvolgendo maggiormente nei processi decisionali i Paesi dei Balcani occidentali, che hanno conosciuto un periodo di travaglio e che sono parte essenziale dell'Europa». Così, il Programma italiano si propone di definire un percorso per la conclusione entro il 2004 dei negoziati di adesione con Romania e Bulgaria in vista della loro adesione nel 2007, mentre intende impegnarsi con la Turchia per verificare il suo cammino verso l'integrazione. La presidenza italiana ritiene inoltre «essenziale dare contenuti più concreti al rapporto con la Federazione russa e con gli altri Paesi europei della Cis, favorendone l'ulteriore avvicinamento alle strutture e alle istituzioni di Bruxelles». Viene poi rilanciato il partenariato euromediterraneo (cosiddetto "processo di Barcellona"), con il proseguimento delle attività tese alla creazione di una Banca mediterranea e dell'Assemblea parlamentare euromediterranea, nell'intento di coinvolgere più a fondo le due sponde del bacino in comuni progetti di sviluppo. «Pensiamo che l'attenzione dedicata, dopo il crollo del comunismo, all'Europa dell'Est debba essere ora bilanciata da un uguale interesse per il dialogo euromediterraneo - ha dichiarato Berlusconi presentando il semestre italiano - un dialogo decisivo nei rapporti dell'Occidente con il mondo islamico, un problema che ci sembra oggi dominante quanto lo fu in passato il problema dei Paesi dell'Est.

l'Europa nel mondo

«La presidenza italiana aspira ad un'Europa come fattore di democrazia, di pace e di benessere nel mondo, che confermi la sua vocazione a promuovere sistematicamente i valori della democrazia, della libertà e del rispetto dei diritti fondamentali» si legge nel Programma di presidenza. Secondo il governo italiano, l'Europa deve diventare un soggetto forte e autorevole sul piano internazionale: deve tendere a esprimersi con una sola voce e a intervenire nelle principali aree di crisi del pianeta in uno spirito di aperta e proficua collaborazione con gli Stati Uniti ai fini del mantenimento della sicurezza e della pace nel mondo. Certo, viste le divisioni europee e tra Paesi europei e Usa in occasione della guerra angloamericana all'Iraq, tenuto conto delle polemiche e delle enormi difficoltà che caratterizzano il dopoguerra iracheno, nonché le numerose critiche rivolte a livello internazionale nei mesi scorsi al governo italiano accusato di essere più attento all'amicizia con l'amministrazione statunitense che alla ricerca di una posizione comune europea, gli auspici della presidenza italiana sembrano essere più intenti di rito che reali intenzioni politiche. In ogni caso, Berlusconi ha ricordato di fronte all'Europarlamento che «la lotta contro il terrorismo e contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, il sostegno alla promozione della democrazia e al rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali rappresentano terreni concreti sui quali sperimentare la nostra capacità di costruire un solido rapporto di collaborazione tra le due sponde dell'Atlantico. Per raggiungere questo obiettivo, indica il Programma italiano, l'Europa deve dotarsi di adeguate capacità nel campo della difesa, in un rapporto perfettamente sinergico e non antagonista con le strutture dell'Alleanza atlantica. «Certamente - ricorda il documento della presidenza italiana - la crisi irachena ha avuto come conseguenza l'indebolimento del legame transatlantico. E' quindi necessario superare questo passaggio critico, recuperando il tradizionale rapporto privilegiato con Washington». In questo contesto si considera importante l'azione che l'Unione sarà in grado di svolgere a sostegno del processo di pace in Medio Oriente, tramite la verifica dell'avanzamento della "road map" da parte del "Quartetto" (Onu, Ue, Usa, e Russia) e la definizione di tempi e modalità della più volte annunciata Conferenza Internazionale che l'Italia si offre di ospitare. Il governo italiano rilancia la proposta di un piano per la ricostruzione dell'economia palestinese, che dovrebbe affiancare l'auspicata ripresa dei negoziati politici tra le due parti nella speranza di migliori condizioni di vita per le popolazioni più bisognose dell'area. Anche nell'attuale fase di ricostruzione dell'Iraq, secondo la presidenza italiana l'Ue potrebbe dare un forte segnale di ritrovata compattezza e svolgere un ruolo di primo piano collaborando con gli altri Paesi coinvolti. Di fronte al Parlamento europeo, il presidente del Consiglio italiano ha inoltre dichiarato l'impegno della presidenza italiana verso l'America Latina («che in questo momento vive un periodo di cambiamento che l'Europa si augura fecondo di libertà e di giustizia»), l'Africa («cui siamo legati per la sua storia carica di pagine dolorose»), l'Asia, con le organizzazioni regionali, con il sistema delle Nazioni Unite «per portare innanzi insieme le grandi sfide della lotta alla povertà e alle malattie, della difesa dell'ambiente, della prevenzione dei conflitti. Saremo attenti anche all'equilibrato sviluppo del commercio internazionale come fonte di maggiore benessere e di riduzione delle disparità - ha aggiunto Berlusconi - che sarà l'oggetto della Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio di Cancún del prossimo settembre» (vedi pag. 10).

sicurezza dei cittadini

«La presidenza italiana si adopererà anche per rafforzare la sicurezza dei cittadini europei - recita il Programma italiano - La lotta al terrorismo internazionale dovrà essere accompagnata da efficaci misure di contrasto alla criminalità transnazionale e all'immigrazione clandestina, con il potenziamento di Europol, e attraverso il costante e coordinato controllo delle frontiere esterne, attraverso la definizione di norme comuni in materia di asilo, attraverso l'intensificazione dei rapporti di collaborazione con i Paesi di origine o di transito dei flussi migratori e, infine, attraverso il miglioramento della cooperazione tra Stati membri nel settore dei visti».

«Soprattutto però - ha precisato il premier italiano nel suo discorso a Strasburgo - ribadiremo l'esigenza di inserire i temi dell'immigrazione nelle relazioni tra l'Unione e i Paesi di origine e transito dei flussi. Dovremo avviare incisive forme di collaborazione con alcuni dei nostri vicini, soprattutto mediterranei e balcanici, in materia di controllo e gestione dei flussi migratori. La nostra legittima richiesta a tali Paesi di una più efficace collaborazione nell'opera di prevenzione dell'immigrazione clandestina si accompagnerà ad una volontà di integrazione nei confronti dei cittadini dei Paesi terzi, legalmente residenti nel territorio dell'Unione».

Questi, in estrema sintesi, i punti principali del Programma italiano di presidenza dell'Ue che mira, secondo quanto dichiarato da Berlusconi all'Europarlamento, «a restituire a questo nostro gigante istituzionale qualcosa della sua leggerezza e del suo slancio originario». Le esternazioni e l'atteggiamento del premier italiano durante il dibattito all'Europarlamento hanno però sollevato non poche preoccupazioni da parte di esponenti politici, testate giornalistiche e cittadini di tutta Europa. Alcuni hanno dichiarato che questo governo italiano e il suo premier non dovrebbero presiedere il Consiglio europeo, altri che non ne sono all'altezza, altri ancora si augurano che il semestre passi in fretta. Quel che è certo è che, tra l'antieuropeismo di alcuni membri del governo italiano, le tensioni tra l'attuale presidente del Consiglio europeo e l'Europarlamento, i contrasti tra le forze politiche della maggioranza di governo italiana, si prospetta un semestre italiano di presidenza europea non proprio sereno e difficilmente proficuo.


l'Europa "sociale" riunita a Varese

Nei giorni 10 e 11 luglio si è tenuto l'incontro "informale" del Consiglio dei ministri del Lavoro europei, in rappresentanza di 31 Paesi. Oltre agli attuali 15 Stati membri dell'Ue, infatti, nella seconda giornata hanno partecipato anche i 10 Paesi che entreranno nell'Ue dal 2004 e altri 6 Paesi candidati.

Ad aprire il Vertice informale, la Troika formata dai rappresentanti dei governi italiano, irlandese e olandese, cioè dell'attuale presidenza di turno dell'Ue e dei due che si succederanno alla presidenza nei prossimi due semestri.

Si è discusso di temi scottanti come pensioni, lavoro, sommerso, fattori di crescita e relazione tra politiche sociali ed economiche. «Discussione franca e concreta», hanno sottolineato il ministro italiano al Welfare, Roberto Maroni, e la commissaria europea agli Affari sociali, la greca Anna Diamantopoulou. Il nodo centrale è stato quello delle pensioni, ma la parola d'ordine era la "sovranità nazionale": chi fa che cosa sui temi oggetto della discussione, e in particolare sulle pensioni. Decideranno i singoli governi: nessun vincolo e nessuna "Maastricht delle pensioni", però si dovrà discutere insieme. Ha infatti commentato la commissaria Diamantopoulou: «C'è un consenso da parte di tutte le delegazioni affinché le pensioni rimangano una decisione di ogni singolo Stato, anche se in un quadro di regole complessivo europeo».

Varese è però stata capitale europea non solo per la presenza dei ministri del Welfare, ma anche dei massimi vertici sindacali. Nel pomeriggio della prima giornata si è tenuto un incontro tra il governo italiano, la commissaria Diamantopoulou e le parti sociali europee. La consultazione dei ministri europei del Welfare (grande assente la Germania, in polemica con i leghisti italiani) ha registrato gli interventi di John Monks, segretario generale della Ces, di Savino Pezzotta, membro del direttivo della Ces, nonché di Jürgen Strube, neopresidente dell'Unice, e Guidalberto Guidi, vicepresidente di Confindustria. «Non vogliamo propaganda, ma azioni concrete» ha affermato Monks alla conferenza stampa di chiusura della prima giornata, organizzata da Cgil-Cisl-Uil di Varese. Il neosegretario generale della Confederazione europea dei sindacati ha quindi incontrato presso la Camera di Commercio le tre organizzazioni confederali locali e i vertici nazionali. Monks, cinquantottenne di Manchester ex leader della Tuc inglese, popolarissimo in patria, non ha disatteso l'impegno. Un discorso semplice, diretto e focalizzato sulle questioni centrali. «Il primo tema da affrontare deve riguardare l'occupazione - ha ricordato - Ci vuole più lavoro e di migliore qualità. In questa prima giornata di lavori abbiamo chiesto ai ministri europei di mettere in moto ogni possibile iniziativa per la creazione di nuovi posti di lavoro. La crisi va affrontata con forza e vogliamo vedere i fatti». Poi, senza polemizzare ma con una certa ironia, ha lanciato una stoccata al governo italiano: «Voi siete abituati allo show, a tanta televisione, ma noi non vogliamo la propaganda bensì azioni concrete. Questo sarà il mio programma ai vertici della Ces: azioni per il lavoro, per lo sviluppo, per maggiore equità sociale». Il segretario della Ces ha poi chiuso il suo intervento ringraziando tutto il sindacato italiano per la presa di posizione in seguito alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi contro il capogruppo della Spd al Parlamento europeo del 2 luglio scorso.

Dopo Monks hanno preso la parola Titti Di Salvo, della direzione nazionale della Cgil, Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl e Carmelo Cedrone dell'internazionale Uil.

L'incontro si è chiuso con un omaggio, che era insieme un auspicio e un augurio, ai tre leader nazionali e a Monks: la bandiera unitaria di Cgil-Cisl-Uil di Varese.

 

LE PENSIONI DEI LAVORATORI TRANSFRONTALIERI

Nel corso della riunione dei ministri europei del Welfare a Varese, il presidente del Csi Ticino-Lombardia-Piemonte, Osvaldo Caro, ha fatto pervenire al ministro italiano Roberto Maroni una lettera per risolvere la questione dei contributi previdenziali dei lavoratori italiani che hanno lavorato in Svizzera.

Per poter capire l'intera vicenda è necessaria una breve spiegazione su cosa sono i Csi. I Consigli sindacali interregionali (Csi appunto) sono organismi che si occupano delle problematiche dei lavoratori transfrontalieri, vale a dire coloro che, ogni giorno, si spostano per lavoro dal proprio Paese a quello confinante. Sono molti gli aspetti che un lavoratore transfrontaliero si trova ad affrontare nel corso della vita lavorativa: fiscali, previdenziali, sanitari, normativi, derivanti dalle differenze esistenti tra i singoli Paesi europei, differenze ancor più marcate con la Svizzera, Paese non comunitario. Questo è uno dei motivi per cui sono stati siglati accordi bilaterali sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e Italia, entrati in vigore nel giugno dello scorso anno. Tali accordi hanno consentito di rimuovere ostacoli su parecchie questioni: una su tutte, la possibilità per un lavoratore italiano transfrontaliero che si ammala di essere curato in Svizzera senza pagare le costose assicurazioni previste in quel Paese. Ma accanto alle molte cose positive ce n'è una sicuramente negativa, che riguarda le pensioni, e in particolare la possibilità di "riportare in Italia" - definita ricongiunzione nel linguaggio tecnico - i contributi previdenziali di un lavoratore italiano versati in Svizzera. Può sembrare un paradosso, ma prima degli accordi bilaterali italo-svizzeri ciò era possibile: a titolo esemplificativo, una persona con 20 anni di lavoro in Svizzera e 12 in Italia poteva trasferire i suoi contributi in Italia e maturare così la pensione di anzianità secondo i requisiti previsti dall'ordinamento italiano. Ciò non sarà più possibile a partire dalla fine del 2003, in quanto con la firma degli accordi bilaterali la Svizzera è omologabile su questo versante agli altri Paesi comunitari (con i quali non c'è "ricongiunzione", il lavoratore che abbia ad esempio lavorato in Francia e in Italia percepisce due pensioni - italiana e francese - in proporzione ai periodi lavorati).

Un decreto del luglio 2002, poi convertito in legge, nel regolamentare il passaggio dei contributi a seguito degli accordi bilaterali concedeva la possibilità di "ricongiunzione" solo fino a fine 2003. Va sottolineato che, al momento dell'approvazione, era stato contestualmente approvato al Senato un ordine del giorno che recepiva le preoccupazioni sindacali sulla questione, e in particolare la richiesta di proroga della data ultima per il trasferimento "virtuale" dei contributi dal 31 dicembre 2003 al 31 dicembre 2007. Va inoltre considerato che la legge stessa è divenuta applicabile di fatto a partire da maggio 2003, in quanto l'Inps non aveva ancora pubblicato le tabelle con le relative modalità di calcolo.

Cosa significa tutto ciò? Sempre utilizzando l'esempio sopra riportato, mentre con la situazione precedente il lavoratore maturava il diritto alla pensione di anzianità, a partire dal 1º gennaio 2004 dovrà attendere i 65 anni previsti dalla pensione di vecchiaia sia in Italia che in Svizzera! L'obiettivo della pressione del Csi sul ministero del Lavoro è quindi di ottenere la proroga sino al 2007 per dare ulteriore tempo e opportunità ai lavoratori frontalieri, ma non solo a loro, dato che la questione riguarda anche gli emigrati rientrati in Italia.


disoccupate per impegni familiari

Nell'Unione europea il tasso di attività delle donne di età compresa tra i 25 e i 54 anni è del 72% mentre il 28% di esse risulta inattivo, tassi che tra gli uomini della stessa età presentano valori rispettivamente del 92% e dell'8%. L'inattività lavorativa femminile è dunque di 20 punti percentuali superiore a quella maschile nella fascia d'età di più forte attività (tra i 25 e i 54 anni appunto). Il dato emerge da un'indagine condotta da Eurostat su statistiche relative al 2001 e pubblicata il 15 luglio scorso. La media europea nasconde però sostanziali differenze tra gli Stati membri dell'Ue: i Paesi nordici (Danimarca, Finlandia e Svezia) mostrano tassi di inattività femminile nella fascia d'età presa in considerazione dall'indagine compresi tra il 15% e il 17%, mentre quelli dell'Europa meridionale (Italia, Spagna e Grecia) e il Lussemburgo fanno registrare percentuali doppie di donne tra i 25 e i 54 anni escluse dal mercato del lavoro, che vanno cioè dal 35% al 40%. I tassi di inattività maschile nell'Ue sono compresi tra il 5,8% del Lussemburgo e il 9,6% della Svezia, mentre le differenze tra tasso di inattività femminile e maschile variano dai circa 30 punti percentuali in Grecia, Italia, Spagna e Lussemburgo ai 10 punti percentuali nei Paesi nordeuropei. Va ricordato che l'Ue ha definito una strategia per l'occupazione che prevede di portare entro il 2010 il tasso d'impiego globale al 70% (nel 2002 era del 64,3%) e a più del 60% quello femminile (55,6% nel 2002). Oltre ai due fattori determinanti rappresentati dall'età e dal sesso, il Rapporto di Eurostat identifica cinque principali cause di inattività: lo studio, la malattia o l'invalidità, le responsabilità familiari, la pensione e la convinzione che non ci sia lavoro disponibile (ma quest'ultima motivazione è espressa da meno dell'1% del totale della popolazione in età lavorativa nell'Ue). Sono soprattutto le responsabilità familiari a causare l'uscita dal mercato del lavoro delle donne europee tra i 25 e i 54 anni, due terzi delle quali hanno avuto precedenti esperienze lavorative. Questa motivazione riguarda quasi il 18% delle donne europee (e meno dell'1% degli uomini), con differenze sostanziali però tra l'1,8% della Svezia, il 3,4% della Danimarca e il 6,8% della Finlandia da un lato, il 33,8% della Grecia, il 31,3% del Lussemburgo e il 30,6% dell'Italia dall'altro.

 

UOMINI E DONNE ATTIVI E INATTIVI NELL'UE (in % sulla popolazione, 25-54 anni)

  Attivi Inattivi Donne inattive
  uomini donne uomini donne per responsabilità familiari

UE-15

92,4

72,3

7,7

27,7

17,6

B

90,9

70,7

9,1

29,3

17,2

DK

91,4

83,5

8,6

16,5

3,4

D

93,5

77,5

6,5

22,6

13,8

EL

94,0

61,3

6,0

38,7

33,8

E

91,6

60,8

8,4

39,2

16,9

F

94,0

78,4

6,0

21,6

15,5

IRL

91,8

66,1

8,2

33,9

29,1

I

90,6

59,4

9,4

40,6

30,6

L

94,2

65,0

5,8

35,0

31,3

NL

94,0

74,2

6,0

25,8

16,5

A

93,5

76,9

6,5

23,1

17,6

P

92,7

78,1

7,4

21,9

14,2

FIN

91,0

85,3

9,0

14,7

6,8

S

90,4

85,4

9,6

14,6

1,8

UK

91,3

76,3

8,7

23,7

14,1

IS

95,2

85,9

4,8

14,1

4,9

NO

91,5

83,3

8,5

16,7

2,5

EEE

92,4

72,4

7,7

27,6

17,0

Fonte: Eurostat, luglio 2003 su dati 2001

 


senza slancio il nuovo Trattato costituzionale

«Probabilmente è il massimo che si poteva fare considerata l'attuale situazione politica europea»: questa frase, pronunciata dal parlamentare europeo Pierre Jonckhéere, racchiude un sentimento piuttosto diffuso tra coloro che hanno seguito i lavori della Convenzione europea che ha prodotto il testo costituzionale approvato dal Consiglio europeo di Salonicco. Un testo che non aggiunge molto rispetto ai precedenti Trattati, che non può essere considerato una Costituzione bensì un Trattato costituzionale, che secondo un recente sondaggio Eurobarometro circa la metà dei cittadini europei non conosce (vedi box di seguito) e che alcune organizzazioni della società civile europea criticano perché considera i cittadini europei come oggetti e non come attori delle politiche europee (vedi pag. 8). Tali impressioni sono emerse anche nel corso del convegno "Verso la Costituzione europea. Pace, giustizia e solidarietà sono possibili?", organizzato dal Centro d'iniziativa europea (Cie) di Torino il 16 giugno scorso, in collaborazione con Cgil-Cisl-Uil del Piemonte, Forum del Terzo settore piemontese, Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés (Medel) e la nostra rivista.

poche novità

«Su valori e obiettivi dell'Unione europea le cose non cambiano molto - ha sottolineato Jonckhéere nel corso dell'incontro di Torino - I cambiamenti più importanti in ambito sociale, come sottolineato anche dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces), riguardano l'idea di solidarietà e quella di "economia sociale del mercato". Anche sulle competenze in materia di politica sociale non si registrano cambiamenti significativi. Si è avuto un grosso dibattito sui servizi di interesse generale, che non sono ancora stati inseriti nel testo costituzionale tra gli obiettivi dell'Unione. Qualche passo avanti può essere fatto nella terza parte del Trattato costituzionale per quanto concerne i rapporti tra la politica di concorrenza e questi sevizi, ma al momento è incerto».

Altra importante questione sulla politica sociale è, secondo Jonckhéere, quella di constatare come esistano ancora dei temi all'unanimità su cui è in corso un dibattito. «C'è un consensus per mantenere all'unanimità la protezione sociale - spiega l'europarlamentare dei Verdi europei - con divisioni politiche e anche tra i sindacati europei, mentre su altri punti si discute ancora se è più opportuna la maggioranza qualificata oppure no. Va ricordato che, comunque, la maggior parte della politica sociale è a maggioranza. In generale possiamo però dire che se la revisione delle politiche (ad esempio quelle dei redditi e fiscale) viene mantenuta all'unanimità, allora si possono prevedere pochi cambiamenti per il futuro e questo è indubbiamente un dato non positivo».

salvaguardati alcuni principi

Come già nei precedenti Trattati, ricorda Jonckhéere, «anche in questo Trattato costituzionale c'è un riconoscimento del ruolo del dialogo sociale, dei partner sociali, della capacità di contrattazione a livello europeo, tutto ciò viene riaffermato e rafforzato». Per quanto riguarda poi la Carta europea dei diritti fondamentali, questa è stata completamente inserita nel testo costituzionale come sua seconda parte, con alcune regole di interpretazione che sono state introdotte dalla Convenzione solo l'ultimo giorno e che erano state elaborate dalla Convenzione precedente (cioè quella che scrisse la Carta). «Ma in generale - commenta l'europarlamentare - si può constatare che seppur importanti, questi diritti esistono già nelle altre Convenzioni internazionali, non c'è niente di nuovo se non il fatto che sono messi insieme, anche i diritti sociali ed economici, e dunque ciò significa che l'ordine costituzionale dell'Ue è basato su questi diritti, ma questo non dà la possibilità all'Ue di allargare le sue competenze: sono diritti applicabili all'interno del sistema istituzionale dell'Ue. Ad esempio: se la Commissione fa un progetto di legge che non rispetta l'antidiscriminazione, la Corte di giustizia può dire che la cosa non va bene sulla base dei diritti fondamentali; così, gli Stati membri devono rispettarli quando traducono in legislazione nazionale le normative comunitarie. Tutto qui».

non Costituzione ma Trattato

«Si tratta di un Trattato costituzionale e non di una Costituzione, perché il testo è soggetto a revisione» sostiene Elena Paciotti, ex magistrato e ora europarlamentare nel gruppo dei Socialisti europei. Nel constatare che non tutto l'auspicabile è stato ottenuto e che la regola dell'unanimità causerà una sostanziale inefficacia, Paciotti individua alcuni limiti e alcuni aspetti positivi nel testo redatto dalla Convenzione e approvato dal Consiglio europeo di Salonicco. I limiti riguardano: «i casi in cui si mantiene l'unanimità; i casi in cui le leggi devono essere approvate dal Consiglio con la sola consultazione del Parlamento; la questione del pubblico ministero europeo, per cui si voleva un'evoluzione di Eurojust ma è stato deciso solo che all'unanimità il Consiglio può costituire il procuratore europeo: in sostanza, a breve termine non succederà nulla». Gli aspetti positivi sono invece «l'estensione ampia del sistema comunitario nel settore dello "spazio di libertà, sicurezza e giustizia" e l'inserimento della Carta dei diritti nel Trattato costituzionale», mentre sulle altre politiche «non ci sono novità perché il mandato di Laeken non ne permetteva». In ogni caso, ha concluso Paciotti, «va ricercata una coerenza della seconda parte del Trattato con la prima».

è mancato lo scatto

«Non è perfezionando all'infinito la candela che si è inventata l'elettricità», metafora utilizzata da Franco Chittolina (Commissione europea) per esprimere l'impressione che «si sia esaurito lo slancio nel campo della cosiddetta Europa sociale» e che in questa importante fase sia «mancato lo scatto necessario». Secondo Chittolina, infatti, sulla politica sociale si è registrato un ritorno all'indietro dimostrato dal fatto che in merito alla protezione sociale si è tornati all'unanimità. A fronte di una prima parte del Trattato (quella dei "principi") molto aperta al sociale, con indicazione della solidarietà tra i valori fondamentali (art. 2) e riferimento allo "sviluppo sostenibile" con "economia sociale di mercato che mira alla piena occupazione" (art. 3), si constata una terza parte (quella applicativa) piuttosto rigida che desta non pochi dubbi sulle reali intenzioni di apertura alle questioni sociali. Un esempio emblematico di questa contraddizione, spiega Chittolina, è dato dal fatto che mentre nella prima parte del Trattato costituzionale si parla di "piena occupazione", nella terza parte si fa riferimento a un vago "alto livello di occupazione". Anche sulla Carta dei diritti fondamentali l'impressione è contraddittoria: da un lato è positiva l'introduzione della Carta nella seconda parte del Trattato costituzionale, dall'altro va preso atto della decisione di delegare ai tribunali nazionali l'interpretazione della Carta stessa. In generale, secondo Chittolina, a fronte di una «mancanza di slancio» si può registrare come "buona notizia" la conferma degli impegni contenuti nei Trattati precedenti: risultato non certo esaltante, «ma poteva andare peggio - sostiene - vista la situazione attuale».

 

CONVENZIONE QUASI SCONOSCIUTA AI CITTADINI EUROPEI

Mentre la Convenzione europea svolgeva i suoi lavori sul futuro dell'Europa, nella primavera scorsa (marzo-aprile 2003) è stata effettuata un'indagine Eurobarometro nei 15 Stati membri che ha interpellato 16.410 persone di età superiore ai 15 anni sul loro atteggiamento nei confronti dell'Ue e su altri temi attuali di interesse politico e sociale. I risultati del sondaggio, resi noti all'inizio di luglio, mostrano una scarsa conoscenza dei cittadini europei rispetto ai contenuti del lavoro della Convenzione. Per ciascuna delle sette domande poste sulla Convenzione, infatti, le risposte "non so" hanno rappresentato oltre il 50%. Solo il 39% degli interpellati ha optato per la risposta "la Convenzione sta elaborando proposte per riformare l'Ue". Ciononostante, il 63% degli interpellati si è espresso in favore dell'idea di una Costituzione europea, a fronte di un esiguo 10% contrario. Sette cittadini su dieci sostengono di volere almeno un commissario per Stato membro e la maggioranza ritiene che ciò non ostacolerà il funzionamento dell'Ue. Alla domanda su come dovrebbe essere scelto il presidente della Commissione, la risposta più frequente è stata che dovrebbe essere eletto direttamente da tutti i cittadini dell'Ue. Metà delle persone interpellate ritiene che la durata attuale della presidenza del Consiglio europeo sia insufficiente per raggiungere risultati significativi e debba pertanto essere aumentata. Il 47% circa è contrario all'abolizione del diritto di veto. Il 64% circa è a favore di un ministro degli Esteri dell'Ue, mentre circa sette europei su dieci ritengono che l'Ue debba avere un proprio seggio nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, un contingente militare di reazione rapida e politiche comuni in materia di immigrazione e asilo. Il 77% circa ritiene che la politica estera dell'Ue debba essere indipendente da quella degli Usa, mentre l'83% si attende che gli Stati membri assumano una posizione comune in caso di crisi internazionale. I cittadini continuano a preferire che le decisioni in materia di politica della difesa europea siano prese dall'Ue piuttosto che dai singoli governi nazionali o dalla Nato. Più di due terzi dei cittadini è a favore del principio di una politica estera comune dell'Ue e più di tre quarti di una politica di sicurezza e di difesa comune. Il 54% circa dei cittadini ritiene positivo il fatto che il proprio Paese faccia parte dell'Ue. Il 50% ritiene che il proprio Paese ne abbia beneficiato a fronte di un 29% che è convinto del contrario. Nell'area dell'euro, il 75% degli interpellati è favorevole alla moneta unica, con un aumento del 4% rispetto all'autunno scorso. Il sostegno in Germania e in Italia è aumentato, rispettivamente, dell'8% e del 6%. Il sostegno per l'euro negli Stati membri che non hanno adottato la moneta unica è diminuito rispetto all'autunno scorso benché la maggioranza dei danesi sia ancora favorevole all'euro. L'indagine rivela che, a partire dall'autunno scorso, l'immagine degli Usa - per quanto riguarda il ruolo nella lotta contro il terrorismo e la povertà, la tutela dell'ambiente, la crescita dell'economia mondiale e la ricerca della pace mondiale - ha subito un declino. Inoltre, dall'autunno scorso, la fiducia nei media, nel sistema della giustizia, nella polizia e nelle organizzazioni di volontariato è aumentata, mentre è diminuita quella nelle Nazioni Unite, nelle grandi imprese, nei sindacati, nei partiti politici, nell'Ue e nei governi nazionali. La maggior parte dei cittadini resta in favore dell'allargamento dell'Ue, anche se, rispetto all'ultimo sondaggio, la percentuale dei sostenitori è diminuita.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/public_opinion


una Costituzione che ignora i cittadini

Active Citizenship Network, il programma di politica europea di Cittadinanzattiva, con la nota che pubblichiamo di seguito espone la sua opinione sulla bozza di costituzione europea adottata il 20 giugno 2003 a Salonicco.

Prima di tutto vogliamo esprimere la nostra soddisfazione per il fatto che i 105 membri della Convenzione hanno avuto successo nella redazione della bozza della prima costituzione europea. Questo è certamente un passo di portata storica verso una Unione più forte e coesa. La Convenzione ha anche evitato di bloccare la redazione del testo a causa del conflitto tra un approccio federalista e uno Stato-centrico. Siamo infatti convinti che l'Unione europea non è e non potrà mai essere né un "superstato" né una mera entità intergovernativa. Tuttavia, non condividiamo l'enfasi che è stata posta dal Presidium della Convenzione sul Trattato costituzionale come un passo verso una relazione più stretta tra l'Ue e i cittadini. Noi non crediamo che questo sia vero in generale, ma non lo è sicuramente nel caso di una costituzione che non dà più poteri e responsabilità ai cittadini. La bozza di costituzione europea è infatti estremamente deludente sia per il mancato coinvolgimento dei cittadini nel processo di elaborazione, sia nella definizione del ruolo delle organizzazioni civiche nel testo.

La prima ragione di delusione è la mancanza di coinvolgimento dei cittadini nel lavoro della Convenzione. Uno sforzo in questa direzione era stato fatto attraverso la creazione del forum sulla Convenzione, i meeting tra la società civile e i membri della Convenzione organizzati dal Comitato economico e sociale e la sessione plenaria dello scorso giugno dedicata al dialogo sulle posizioni espresse dalle organizzazioni della società civile. Tuttavia, le organizzazioni civiche non sono state invitate a partecipare alla fase di elaborazione del testo e il risultato è che il loro ruolo è largamente sottostimato nella Costituzione. Inoltre, i cittadini europei hanno avuto scarse informazioni sul lavoro della Convenzione e di conseguenza non si sentono coinvolti da questo processo. Un sondaggio realizzato da Eurobarometro a marzo e aprile ha rivelato che una larga maggioranza di europei non sa nulla circa il lavoro della Convenzione (tra il 53% e il 75% delle 16.410 persone intervistate ha risposto "Non so" alle 7 domande sulla Convenzione). Infine, benché molti membri della Convenzione si siano detti d'accordo con la proposta di sottoporre la Costituzione a un referendum europeo, questa opinione non è stata raccolta nella bozza licenziata dalla Convenzione.

La seconda ragione di disappunto è la distanza tra le affermazioni fatte all'inizio della Costituzione (sia nel preambolo che nel primo articolo), dove i cittadini sembrano essere al centro della Carta costituzionale, e il resto del testo, nel quale essi sono considerati più come oggetti che come attori delle politiche europee (si veda l'art. I-44 sul principio di eguaglianza democratica, dove si dice che i cittadini «riceveranno eguale attenzione dalle istituzioni della Unione»). I diritti di cittadinanza sono essi stessi molto limitati e includono solo i più tradizionali tra di essi come il diritto di votare e di essere eletti (art. I-8).

E' vero che nell'ultima versione della bozza la Convenzione ha inserito un paragrafo nell'art. I-46 sulla cosiddetta "iniziativa popolare", che riconosce ai cittadini di un numero significativo di Stati membri il diritto di inviare una petizione alla Commissione europea per invitarla ad avanzare una proposta di legge per la implementazione della Costituzione. Tuttavia, non possiamo essere d'accordo con Mr. Inigo Mendez de Vigo il quale considera questo emendamento come «un grande passo verso la creazione di una società civile Europea».

Mentre è un dato di fatto che una società civile europea già esiste, il suo ruolo fondamentale nelle politiche pubbliche al livello della Unione non è riconosciuto dalla Costituzione. L'art. I-46 sul principio della democrazia partecipativa si limita ad assicurare che le associazioni possono esprimere le proprie opinioni e scambiare i propri punti di vista e a confermare la pratica del dialogo e della consultazione da parte della Commissione. Tuttavia, la Convenzione ha rifiutato di riconoscere il ruolo autonomo delle associazioni dei cittadini come invece ha fatto con sindacati e imprenditori (art. I-47: «La Unione europea riconosce e promuove il ruolo dei partner sociali al livello dell'Unione»).

Per concludere, vogliamo sottolineare che malgrado le sue imperfezioni questo testo è un risultato positivo perché consente che il processo di allargamento dell'Unione europea avvenga in condizioni accettabili, il che non sarebbe stato possibile sulla base del Trattato di Nizza. Inoltre, siamo convinti che esso è una prima base di lavoro comune e sarà auspicabilmente migliorato negli anni a venire.

Infine, speriamo che la Conferenza intergovernativa non alteri il fragile equilibrio che la Convenzione ha raggiunto tra molti interessi divergenti e che il suo intervento sia il più limitato possibile.


Acli a convegno sul futuro dell'Europa

Con la Convenzione europea, convocata dal Consiglio europeo con gli incontri di Nizza e Laeken per dare all'Europa allargata ad Oriente e in attesa dell'adesione dei Paesi del Sud-Est le regole di una convivenza da riscoprire dopo la separazione forzata del dopoguerra, è iniziata una fase costituente aperta al dibattito fra i cittadini. A questi temi è stato dedicato il seminario internazionale delle Acli milanesi e lombarde sul futuro e sul ruolo dell'Europa sulla scena mondiale, tenutosi a Stresa nelle scorse settimane, che ha coinciso con il Vertice europeo di Salonicco e con l'inizio del semestre italiano di presidenza dell'Unione.

difesa e sicurezza

Partendo da alcune valutazioni sull'intervento angloamericano in Iraq è emersa la visione realistica di un'Europa uscita dai conflitti e aperta alla collaborazione, che deve riuscire a passare dagli ideali e dall'analisi delle contraddizioni, al confronto delle idee e alle decisioni per far avanzare la stagione dei diritti e della democrazia, contro le tentazioni dei nazionalismi e delle egemonie imperialistiche e militari. Più complesso è stato l'approccio ai temi della difesa e della sicurezza europea, con la minaccia del terrorismo e l'espansione ad Est della Nato. C'è la necessità e l'urgenza di creare un esercito europeo, in alternativa o in appoggio alla Nato, per interventi armati anche senza il consenso dell'Onu? Può l'Alleanza atlantica violare il suo statuto e partecipare a "guerre preventive" oltre i suoi confini contro nazioni che non hanno aggredito gli Stati aderenti? Quali azioni prevede la Costituzione che si sta scrivendo per fare dell'Europa "uno strumento di pace"?

Domande aperte che fanno riscoprire la missione delle Nazioni Unite nella difficile soluzione delle controversie internazionali, in opposizione ai tentativi di emarginazione e di violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza sui conflitti in Asia, Africa e Medio Oriente, con il conseguente disordine mondiale e le migliaia di vittime innocenti.

radici religiose

Sull'identità europea e sulle radici religiose della civiltà occidentale, si è articolata la ricerca delle Acli bresciane che hanno evidenziato l'influsso del messaggio cristiano nelle vicende dell'Europa.

In un Continente dalle diverse anime culturali e sociali, nel complesso rapporto fra le fedi e la politica, i fondamentalismi e la laicità, il richiamo alla spiritualità e al trascendente si intreccia con il dialogo ecumenico, nel rispetto delle libertà religiose, per offrire un fondamento etico e morale alla riscoperta della vocazione europea.

Europa sociale

Sull'Europa sociale, Fiorella Ghilardotti, europarlamentare, e Rita Pavan della Cisl regionale lombarda, hanno confrontato la realtà della crisi occupazionale e dei diritti negati, con la Carta costituzionale elaborata dalla Convenzione, per evidenziare limiti e contraddizioni sul governo dell'economia, sulle pari opportunità, sulla lotta all'esclusione, sulla difesa dell'occupazione, sulla flessibilità e sulla precarietà. Il no al liberismo sfrenato è la condizione per ridurre le disparità fra le varie Regioni europee, per un sistema di fiscalità e di protezione sociale, egualitario e non discriminante, per la partecipazione delle forze sociali alla definizione dei diritti fondamentali, per una competitività fondata sulla concorrenza, sull'aggiornamento professionale e sull'innovazione.

Solo con la concertazione e il dialogo sociale sarà possibile ridisegnare il Welfare per armonizzare i contributi salariali con le coperture assicurative per la sanità e le pensioni, senza dover ridurre le protezioni sociali e privatizzare l'assistenza.

allargamento dell'Ue

Rispetto all'apertura ad Est dell'Ue è stata sottolineata la secolare appartenenza all'Europa dei popoli orientali e slavi, separati per decenni a causa della innaturale divisione del mondo in zone di influenza e di occupazione. Non mancano fra i Paesi dell'Est, che sentono il richiamo Atlantico, le perplessità per le scelte della Convenzione sulla sovranità degli Stati, sulle autonomie locali, sulla presidenza dell'Unione, sul ruolo delle Chiese e sulla difesa degli interessi nazionali. Per evitare le egemonie dei Paesi più forti, è necessaria una cooperazione solidale fra le varie storie d'Europa, al fine di valorizzare tutte le potenzialità creative delle varie realtà territoriali, con l'obiettivo di realizzare una integrazione nell'autonomia e nella libertà.

società civile e problemi aperti

La "rete delle città europee per la pace" che si riunirà a Milano, cosi come "l'Onu dei popoli" convocata per la marcia Perugia-Assisi, potranno contribuire alla riscoperta del ruolo del volontariato, delle organizzazioni non governative e delle forze sociali, per educare all'accoglienza e alla convivenza, alla cooperazione e al dialogo fra i popoli. L'Europa della società civile, dei Comuni e delle Regioni, deve tornare a pensare in grande sulle sue radici e sulla sua missione, recuperando la sua vocazione alla cultura e alla concordia fra le varie etnie e nazionalità che la compongono. Molti sono i problemi da affrontare: gli squilibri territoriali, i diritti di cittadinanza, il dialogo interreligioso, la sicurezza, l'integrazione degli esuli e degli immigrati, la politica estera, la coesione sociale, la lotta all'esclusione e alla marginalità. Oltre i confini, ci sono i rapporti con il Mediterraneo e il Medio Oriente, l'Africa e l'America Latina, con la remissione del debito ai Paesi più poveri, la cooperazione allo sviluppo, l'eliminazione del protezionismo sui prodotti agricoli, il divieto dell'export di armi verso i Paesi in conflitto.


Omc: i rischi di Cancun

Il 3 luglio scorso il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui ha approvato le indicazioni della Commissione sulla posizione che l'Ue terrà nel corso della Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto) che si svolgerà dal 10 al 14 settembre prossimo a Cancun (Messico). Tra i vari temi affrontati, la risoluzione prevede che i risultati dei negoziati di Cancun si traducano in maggiori opportunità di crescita per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo (Pvs) e sottolinea la necessità di fornire loro assistenza tecnica. Il Vertice di Cancun è considerato una tappa importante nell'ambito dei negoziati relativi all'agenda per lo sviluppo fissata nel corso della precedente Conferenza ministeriale tenutasi a Doha (Qatar) nel novembre del 2001. «La Conferenza di Doha - dice Cecilia Brighi, del Dipartimento internazionale della Cisl nazionale - avrebbe dovuto porre le basi per un ciclo negoziale sullo sviluppo, ma una dopo l'altra le date previste per i negoziati non sono state rispettate, mentre si assiste contemporaneamente a un rallentamento della crescita economica mondiale e ad una forte crisi del multilateralismo. Prima di Cancun si sarebbe dovuto decidere rispetto a tre aree tematiche: sviluppo, accesso al mercato e miglioramento della disciplina sulla risoluzione delle controversie, ma purtroppo su nessuna di queste tematiche si è arrivati a conclusioni».

il pericolo del Gats

Nel prossimo settembre, a Cancun, dovrebbe essere presa una decisione per l'avvio di negoziati su quattro temi principali: commercio e concorrenza, investimenti, trasparenza negli appalti pubblici e agevolazioni commerciali. Tra i negoziati, che dovrebbero essere terminati entro il 2005, riveste una particolare importanza quello relativo all'Accordo generale sul commercio dei servizi (General Agreement on Trade in Services - Gats). Tale negoziato, ripreso qualche mese dopo il fallimento di Seattle (la riunione ministeriale dell'Omc tenutasi del dicembre 1999 e divenuta famosa per le manifestazioni di protesta), è uno dei più criticati dal movimento che si oppone al tipo di globalizzazione in corso. In pratica, i servizi coperti dal Gats vanno ben al di là delle transazioni commerciali che dovrebbero essere di competenza dell'Omc e riguardano quasi tutte le attività umane comprendendo, tra le altre, l'ambiente, la sanità e l'istruzione. Il Gats si basa sul metodo "domanda-offerta": ogni Stato membro deve presentare l'elenco dei servizi che vorrebbe liberalizzati negli altri Paesi e di quelli che intende liberalizzare. Secondo le critiche, tale dispositivo è aperto ad abusi di ogni genere; mina le regole stabilite da ogni Paese in materia di Welfare e diritti sociali, sindacali, civili; fornisce ai governi l'alibi per introdurre privatizzazioni "selvagge" a danno dei settori più deboli della società. Susan George, economista e vicepresidente di Attac France, dichiara che «fino a quando la mobilitazione non avrà ottenuto profonde modifiche di questo accordo, se non addirittura la sua totale abolizione, le conquiste sociali, dove esistono, saranno in pericolo», mentre nei Paesi privi di reali servizi pubblici e di sistemi di previdenza sociale, sanitaria e scolastica «il Gats li renderà impossibili».

sviluppo sostenibile

La Confederazione internazionale dei sindacati liberi (Cisl internazionale - Icftu), che rappresenta circa 158 milioni di lavoratori affiliati a 231 organizzazioni sindacali di 150 Paesi e territori, nel giugno scorso ha redatto una Dichiarazione sindacale relativa all'ordine del giorno della Conferenza ministeriale di Cancun. «Se si vuole che gli attuali negoziati all'Omc portino a un risultato vantaggioso per i lavoratori e le lavoratrici, in particolare nei Pvs, le promesse non mantenute di Doha devono essere recuperate e le preoccupazioni di tali Paesi devono avere la priorità prima di discutere la parte restante dell'agenda di Doha» dichiara la Cisl internazionale, secondo cui i Paesi membri dell'Omc devono riconoscere che il commercio non è che uno degli elementi dei tre pilastri dello sviluppo sostenibile, definiti durante il Vertice mondiale per lo sviluppo sostenibile nel 2002. La riduzione del debito, la democrazia, la protezione dell'ambiente, lo sradicamento della povertà e un'occupazione dignitosa (da cui il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori) devono essere realizzati simultaneamente, nel quadro di un'agenda più vasta, per arrivare allo sviluppo e a condizioni di vita migliori, conformemente agli obiettivi contenuti nel preambolo dell'Accordo dell'Omc. «D'altra parte - sostiene la Confederazione internazionale - gli accordi dell'Omc non devono intaccare i diritti dei governi democratici a condurre le proprie politiche in materia di educazione, di benessere sociale e di investimenti pubblici.

riformare l'Omc

Secondo la Cisl internazionale, l'Omc deve essere urgentemente riformata e resa più trasparente e democratica, per correggere gli squilibri di potere che sono apparsi evidenti nel corso di recenti conferenze ministeriali e per raggiungere una coerenza con gli obiettivi concordati attraverso il sistema delle Nazioni Unite. La Confederazione internazionale sostiene che «il peso delle Nazioni Unite e delle sue istituzioni specializzate, fra cui l'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), deve essere rafforzato rispetto a quello dell'Omc» e deve essere definito un coordinamento tra l'Organizzazione mondiale del commercio e le altre istituzioni internazionali, fra cui l'Oil, attraverso uno status reciproco di osservatore. «Sono necessari una maggiore trasparenza e un maggiore aiuto finanziario per assicurare che tutti i Paesi membri dell'Omc (in particolare quelli meno sviluppati) possano prendere parte pienamente ai negoziati in corso, nonché a tutte le attività e procedure dell'Omc - scrive la Cisl internazionale - Impegni formali a fornire una simile assistenza devono essere presi al più tardi nel corso della V Conferenza ministeriale dell'Omc e i processi negoziali dell'Organizzazione devono essere corretti, trasparenti e prevedibili, al fine di assicurare la partecipazione effettiva di tutti i suoi membri». La Confederazione internazionale dei sindacati chiede inoltre che l'Omc si apra alla partecipazione esterna e alle principali questioni sociali: «E' necessario istituire un processo consultivo formale, per assicurare che sindacati, organizzazioni non governative e altri soggetti rappresentativi della società civile possano presentare i loro punti di vista ai comitati dell'Omc e discutere su questioni d'interesse reciproco con i ministri del Commercio e con il Consiglio generale dell'Omc, come pure a livello nazionale. Le questioni ambientali e sociali devono essere inserite interamente in tutti i meccanismi e le strutture dell'Omc e gli obiettivi del Meccanismo di revisione delle politiche commerciali (Tprm) devono essere ampliati in modo da includere le questioni ambientali, di genere e sociali, e in particolare il diritto alla sicurezza alimentare e al rispetto delle norme fondamentali del lavoro, con la piena partecipazione dell'Oil». Così come, nella risoluzione dei conflitti commerciali, gli esperti che giudicano le controversie dovrebbero rappresentare anche le organizzazioni dei lavoratori, le organizzazioni ambientali e di sviluppo, mentre l'opinione pubblica dovrebbe essere informata rapidamente sui risultati e le conclusioni delle procedure di risoluzione dei conflitti.

gli accordi urgenti

Data la non concretizzazione degli intenti di Doha, secondo la Cisl internazionale è necessario uno sforzo maggiore per stimolare lo sviluppo sostenibile dei Pvs in ogni settore del sistema multilaterale, in particolare una riduzione massiccia del debito, un aumento sostanziale dell'aiuto allo sviluppo (compresa l'assistenza tecnica e lo sviluppo delle capacità commerciali) e una riforma fondamentale delle politiche di aggiustamento economico del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca Mondiale (Bm). La Dichiarazione della Cisl internazionale indica le questioni su cui sono urgenti accordi in ambito Omc:

diritti dei lavoratori

La Confederazione internazionale dei sindacati considera poi un'assoluta priorità la protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori e delle lavoratrici contro governi o imprese senza scrupoli, che cercano di ottenere dal commercio internazionale un vantaggio indebito violando le norme fondamentali del lavoro. «Il rispetto delle norme fondamentali del lavoro è essenziale per arrivare a uno sviluppo economico sostenibile, equo e democratico» dichiara la Cisl internazionale, secondo cui l'Omc deve prendere le seguenti misure:

salvaguardia dei servizi

«I servizi pubblici e gli altri servizi d'interesse generale riflettono obiettivi di politica pubblica democraticamente determinati ed è essenziale che tali obiettivi non siano minacciati da una concorrenza del settore privato secondo le discipline dell'Omc. I governi devono conservare la loro piena responsabilità e gli obblighi secondo questo tipo di servizi» si legge nella Dichiarazione della Cisl internazionale, secondo cui la V Conferenza dell'Omc deve emendare i termini dell'accordo del Gats al fine di escludere formalmente i servizi pubblici (soprattutto l'educazione, la salute e i servizi pubblici essenziali), in particolare a livello dei governi locali e le attività del settore pubblico che sono socialmente vantaggiose, da tutti gli altri negoziati a titolo del Gats.

Nelle conclusioni della Dichiarazione, il movimento sindacale internazionale chiede agli Stati membri dell'Omc di adottare azioni decisive al fine di riformare l'Omc in modo che «rispetti i suoi impegni verso i Pvs, decida sulle priorità essenziali in materia sociale e del lavoro e crei un sistema commerciale mondiale equo, aiuti a favorire un'espansione del commercio mondiale promuovendo condizioni di vita migliori nei Pvs e nei Paesi industrializzati». n

INFORMAZIONI: www.icftu.org


ritorno dalla Palestina
di Giorgio Roversi*

Lo stato d'animo che ha caratterizzato il mio primo viaggio in Palestina è stato un incrocio di curiosità e preoccupazione.

L'occasione per la trasferta in Terra Santa è stato un progetto di Progetto Sviluppo, Cgil, Arci, Gruppo Abele e altre associazioni di volontariato per gli adolescenti di Gerusalemme da costruire con le associazioni palestinesi e israeliane.

Sabato 17 maggio: all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv la tensione si taglia nell'aria; i controlli su chi arriva sono severissimi. Nelle settimane scorse sono stati respinti alcuni cooperanti internazionali, riusciamo ad entrare grazie ad una lettera di presentazione e di referenza della Cooperazione Italiana (ministero Affari Esteri). Il primo seminario avrebbe dovuto svolgersi domenica 18. Ma alle prime ore dell'alba un attacco suicida poco distante dal nostro albergo e un'esplosione al check-point di Ar Ram, luogo del nostro primo appuntamento, ci costringono a cambiare programma: gli israeliani chiudono l'area e noi non possiamo raggiungere la sede del convegno.

Il nostro viaggio è stato concordato con il Youth Development Department - Arab Studies Society, Dipartimento nato nel 2000 su iniziativa di F. Husseini fondatore dell'Orient House, ora chiusa dal governo israeliano ma che funziona illegalmente con sedi sparse in Gerusalemme e cerca di sostenere le attività delle varie associazioni che si occupano di giovani.

Per tre giorni incontriamo associazioni che a diverso titolo nel distretto di Gerusalemme operano sul sociale. Iniziamo dal "Burj Al Luq Luq" un centro sociale di Gerusalemme che interviene sui minori con attività di asilo nido e doposcuola e che si avvale per due giorni alla settimana della presenza della Caritas internazionale per dei corsi sulla droga e concludiamo con il Centro giovanile "Pyalara" che prepara programmi televisivi sulle problematiche giovanili e offre un servizio hot line sui problemi sociali dei giovani. La formazione professionale, la disabilità, le donne, l'attività sportiva, la tossicodipendenza sono gli argomenti trattati dalle altre associazioni che abbiamo incontrato. Il seminario conclusivo ha visto la presenza di tutte le associazioni e attraverso gruppi di lavoro si è definito un percorso che dovrà concludersi con la definizione di un progetto, entro 4 mesi, sui giovani di Gerusalemme. Il target individuato è quello che va dalla pre-adolescenza all'adolescenza.

Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, primo fra tutti quello di far parlare fra di loro le varie associazioni palestinesi che intervengono sulle problematiche giovanili. Aver gettato le premesse per la definizione di una rete di servizi che interagiscono fra loro attraverso una struttura di coordinamento crea i presupposti per un'azione più incisiva sulle problematiche sociali presenti tra i giovani di Gerusalemme.

Non occorre sottolineare che il disagio giovanile è generato soprattutto dall'occupazione israeliana che impone forti limiti alla mobilità e dalle drammatiche condizioni di vita presenti soprattutto in Gerusalemme vecchia. Il diffondersi della droga, favorita dall'accondiscendenza della polizia israeliana, che non interviene a reprimere lo spaccio e in alcuni casi ne favorisce il diffondersi, mina pesantemente il mantenimento dell'identità palestinese. E' proprio il mantenimento di tale identità è stato il tema ricorrente negli incontri con le associazioni che vedono nella disgregazione sociale una reale minaccia all'unità del popolo palestinese.

Infine, non si può non sottolineare la politica espansionista israeliana sul 22% di territorio palestinese definito dagli accordi di Oslo: in 10 anni la presenza dei coloni è raddoppiata e ha raggiunto oggi le 400.000 persone. Gli insediamenti sono costruiti in luoghi strategici e collegati fra loro con strade che isolano i villaggi palestinesi. La costruzione del muro sta drammaticamente segnando le condizioni di vita dei palestinesi non solo togliendo loro un'ulteriore pezzo di territorio, ma rendono impossibile ogni collegamento tra i villaggi e soprattutto negando loro la possibilità di coltivare il proprio campo, separato dal luogo dove abitano da una colata di cemento armato alta 8 metri e con ai lati 80 metri di "spazio di sicurezza".

Il viaggio ha reso evidente a noi osservatori occidentali il dramma di un popolo impossibilitato ad esercitare i più elementari diritti e che subisce l'arroganza israeliana ostentata in ogni occasione.

L'avvio della seconda Intifada è stata la risposta all'ennesimo atto di forza israeliano e il prezzo pagato è altissimo: circa 2500 morti fra i palestinesi e oltre 600 fra gli israeliani. Gli attentati suicidi sono il gesto disperato di chi non trova più alcuna differenza tra il vivere e il morire e pensa di dare, non riuscendoci più in vita, un senso alla propria esistenza con il martirio. Si potrà chiamare fondamentalismo, integralismo, fanatismo: il fatto è che le umiliazioni, la miseria, la mancanza di prospettive future, l'assenza di diritti, le rappresaglie israeliane sono il brodo di cultura di queste risposte disperate.

Una politica di pace richiede un riconoscimento reciproco e una pari dignità dei soggetti: condizione che oggi non c'è.

Infine i bambini di Gerusalemme: sono tanti, vocianti, prigionieri nelle strette vie della città vecchia, senza spazi per giocare e riescono a sorridere inconsapevoli del futuro, per ora senza prospettive, che li attende. Ancora una volta sono loro a pagare il prezzo dei conflitti dei grandi. n

* Dipartimento Politiche sociali Cgil Lombardia


armi: denuncia di Amnesty

«Nonostante le assicurazioni contrarie i governi dei Paesi del G8 forniscono armi ai peggiori violatori dei diritti umani su scala mondiale. La tecnologia militare e di sicurezza delle principali potenze del mondo continua a finire, grazie a controlli inadeguati, nelle mani di regimi che commettono gravi abusi dei diritti umani». E' quanto si legge nel dossier "Un catalogo di fallimenti: esportazioni di armi dei Paesi del G8 e violazioni dei diritti umani" che Amnesty International ha pubblicato alcune settimane fa, proprio mentre il parlamento italiano approvava il disegno di legge 1927-B che modifica la Legge n. 185/90 sul controllo dell'export di armamenti, liberalizzando di fatto le esportazioni.

Ricordando che due terzi dei trasferimenti globali di armi avvenuti tra il 1997 e il 2001 hanno avuto origine da cinque Paesi del G8 (Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Usa) e denunciando come nei vari Paesi i controlli siano inefficaci e vengano abitualmente aggirati, Amnesty segnala tre situazioni particolarmente preoccupanti:

L'Italia era ed è pienamente coinvolta in queste pratiche. Il dossier di Amnesty presenta tre casi emblematici:

Amnesty International chiede l'adozione di un trattato internazionale sul commercio delle armi, volto a rafforzare e armonizzare i meccanismi nazionali di controllo e interrompere il flusso di armi verso chi viola i diritti umani.

INFORMAZIONI: www.amnesty.org; press@amnesty.it

critiche alla riforma della Pac

«La riforma della Politica agricola comune dell'Ue adottata è più il risultato dei patteggiamenti tra la Commissione europea e gli Stati membri, che una negoziazione tra Stati» commenta l'organizzazione "Altragricoltura", secondo cui si va verso una rinazionalizzazione della politica agricola che lascerà l'Ue «senza una regolazione dei mercati, con prezzi agricoli mantenuti bassi dalle importazioni e dalla sovrapproduzione, dove i pagamenti diretti, in mancanza di legittimità internazionale, sociale, ambientale, si ridurranno di molto». "Altragricoltura" sostiene che il disaccoppiamento per mezzo di multiple concessioni nazionali sarà utilizzato al Vertice del Omc-Wto di Cancun per poter imporre ai Paesi terzi l'apertura dei loro mercati a servizi e investimenti europei.

«Rammentiamo che la combinazione di prezzi interni bassi, al disotto del costo di produzione, con dei pagamenti diretti disaccoppiati dalla produzione, non cambia il dumping, cioè l'esportazione di prodotti agricoli a prezzi al di sotto dei costi di produzione, che rovinano le economie agricole dei Paesi terzi - denuncia "Altragricoltura" - Basare una riforma della Pac su una truffa internazionale è uno scandalo». Secondo l'organizzazione, l'Ue persevera nel suo errore di dare la priorità all'esportazione mentre i contadini delle piccole e medie aziende agricole non resisteranno all'abbassamento dei prezzi e il disaccoppiamento condurrà ad effetti perversi quale una crisi agricola nelle regioni sfavorite, dove non ci sarà più alcun interesse economico a produrre per dei prezzi agricoli al di sotto dei costi di produzione. «Contrariamente al messaggio che cerca di trasmettere oggi la Commissione europea - si legge nel comunicato di "Altragricoltura" - non si tratta in alcun caso di una riforma radicale in direzione di una agricoltura durevole o più giusta: con questa Pac l'Ue ha scelto come priorità quelle dell'industria agro-alimentare, della grande distribuzione e delle aziende di import/export». Denunciando la mancanza di legittimità sociale di tale riforma, "Altragricoltura" sostiene che la nuova Pac non cambia niente:

* circa l'enorme disparità nella ripartizione dei fondi pubblici tra le aziende agricole, tra gli Stati membri, tra i settori, permettendo alle grandi aziende agricole di ricevere centinaia di migliaia di euro senza produrre nulla;

* rispetto ai gravi problemi ambientali: l'allevamento industriale continuerà a svilupparsi, la produzione lattiera si intensificherà, e gli allevatori che avevano preferito coltivare il mais "premiato" anziché i pascoli saranno ricompensati;

* in merito ai problemi della sovrapproduzione, al contrario la si incoraggia attraverso la deregulation dei mercati, l'abbassamento dei prezzi (esempio del latte), le importazioni crescenti. Secondo "Altragricoltura" sarebbe stata utile un'altra Pac, centrata su guadagni agricoli fatti prima di tutto da prezzi agricoli remunerativi, rifiuto di ogni dumping all'esportazione e all'importazione, la padronanza della produzione, la messa in causa dei modelli di produzione troppo intensivi.

INFORMAZIONI: www.altragricoltura.org


Ogm: la Commissione contro undici Stati membri

La Commissione europea ha deciso di adire la Corte di giustizia delle Comunità europee nei confronti di Francia, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Germania, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, Austria e Finlandia per non aver adottato e notificato la legislazione nazionale per attuare il diritto comunitario sull'emissione deliberata nell'ambiente di organismi geneticamente modificati (Ogm). Gli undici Stati membri citati non hanno adempiuto ai loro obblighi entro il termine del 17 ottobre 2002, convenuto per l'adozione e la notifica della legislazione nazionale. Il diritto comunitario rafforza la precedente normativa ed è stato adottato per garantire un approccio sicuro e graduale all'emissione di Ogm nell'ambiente. Il 17 ottobre 2002 è entrata in vigore una nuova direttiva che modifica il quadro iniziale che disciplina l'emissione di Ogm nell'Ue. La direttiva modificata rafforza le norme sull'emissione nell'ambiente di Ogm e rende la direttiva originaria più rigorosa e trasparente, creando un procedimento di autorizzazione più efficace ed efficiente. In particolare, essa introduce: i principi di valutazione del rischio ambientale; l'obbligo di assicurare un monitoraggio dopo la commercializzazione, in particolare riguardo ai possibili effetti a lungo termine sull'ambiente; l'obbligo di tenere informato il pubblico; l'obbligo per gli Stati membri di garantire l'etichettatura e la rintracciabilità in tutte le fasi della commercializzazione; l'obbligo di limitare le autorizzazioni iniziali degli Ogm a un massimo di dieci anni; l'obbligo di consultare il o i comitato(i) scientifico(i); l'obbligo di consultare il Parlamento europeo sulle decisioni relative all'autorizzazione a immettere Ogm nell'ambiente; la possibilità per il Consiglio dei ministri di adottare o respingere a maggioranza qualificata una proposta della Commissione relativa all'autorizzazione di un Ogm.

(Fonte: Inforapid)

Campagna "No dumping"

L'Unione europea deve impegnarsi concretamente per l'eliminazione totale dei sussidi alle esportazioni agricole. E' quanto chiede la Federazione delle Ong di cooperazione internazionale Focsiv con la Campagna "No dumping" rilanciata in occasione del G8 di Evian e a cui hanno già aderito Acli, Amici della Terra, Aiab, Arci, Ari, Banca Popolare Etica, Casa dei Diritti Sociali, Centro Internazionale Crocevia, Cisl, Cipsi, Cocis, Comitato di appoggio al movimento Sem Terra del Brasile, Greenpeace, Legambiente, Manitese, Movimondo, Rete Volontari Rientrati, Wwf Italia.

Gli oltre 300 miliardi di euro l'anno di aiuti che finiscono soprattutto nelle tasche delle grandi aziende agro-industriali dell'Ue, sostiene la Federazione di 57 Ong, sono alla radice del sottosviluppo e della povertà di molte zone agricole del Sud del mondo. Una pratica - come riconosciuto anche dal Parlamento europeo - di assoluta concorrenza sleale che consente ai Quindici di esportare prodotti a un prezzo inferiore rispetto a quello di produzione. Fenomeno che viene definito dumping e che, oltre a costituire un ostacolo all'accesso all'economia globale dei mercati più poveri, sta provocando la scomparsa di numerose produzioni locali. Secondo la Focsiv «la ricca Europa non può continuare a praticare il dumping. Non può continuare a far pagare il prezzo delle proprie dispute con gli Stati Uniti e il Giappone ai Paesi in via di sviluppo. Non può presentarsi sul palcoscenico internazionale parlando di "economia dal volto umano" e poi ignorare il fenomeno del dumping. Non può inseguire il progetto della pace globale e contemporaneamente condannare al sottosviluppo le piccole agricolture del Sud del mondo. Il dumping è un'arma puntata alla testa di milioni di persone e le democrazie europee non possono continuare a usarla. Dire no al dumping significa dire no al sottosviluppo.

INFORMAZIONI: www.focsiv.it

Ecofin approva il piano italiano

Il Consiglio dei ministri finanziari dell'Unione europea (Ecofin) ha accolto positivamente il 15 luglio scorso, con la sola riserva della Danimarca, la proposta della presidenza italiana di turno di un "piano per lo sviluppo". Il Piano prevede grandi infrastrutture dei trasporti e investimenti in ricerca e sviluppo. Il dossier passa ora in mano alla Commissione europea e alla Banca europea investimenti (Bei), che studieranno i progetti, individueranno gli ostacoli da superare, indicheranno le priorità, valuteranno l'impatto sui conti dei Paesi e sul bilancio comunitario, attenti ai vincoli imposti dal Patto di stabilità. Al momento ci sono già alcune certezze: «l'impegno di 50 miliardi di euro fino al 2010 è compatibile con le risorse dell'istituto» dice il presidente della Bei Philippe Maystadt, un modo per rassicurare gli Stati membri che non serviranno ulteriori aumenti di capitale. «Il piano - dice il ministro dell'Economia italiano, Giulio Tremonti - non è né di destra né di sinistra. Spero solo che sia la proposta giusta». Dichiara Tremonti: «Abbiamo la consapevolezza che non siamo davanti ad un banale e normale ciclo economico negativo, ma a qualcosa di più intenso. Ecco perché pensiamo che le riforme da sole non sono sufficienti: servono riforme più investimenti. L'uno non esclude l'altro, tutte e due si completano». L' Ecofin non si sofferma sui dettagli del piano, già noti, ma dà indicazioni alla Commissione e alla Bei di tenere conto del rapporto Van Miert che ha già selezionato 18 grandi opere pubbliche: le reti transeuropee (Ten) per mettere in collegamento la nuova Europa allargata. Quello su "Ricerca e innovazione" è l'altro grande capitolo che i ministri finanziari chiedono di approfondire. Il nodo è quello delle risorse. Il piano italiano prevede un mix di investimenti per un volume annuo tra i 35 e i 70 miliardi di euro. Alla Bei il compito di finanziare progetti a medio-lungo termine, attraverso prestiti diretti, per 50 miliardi fino al 2010. E' questo il primo volano al quale si affiancano anche altri strumenti, tutti finalizzati a facilitare l'accesso al credito da parte dei privati e a realizzare le infrastrutture. Anche per la ricerca e lo sviluppo la Bei punta a mettere a disposizione 50 miliardi di euro. Alla fine il risultato sarà esponenziale: la Bei conta di moltiplicare per sette, tramite il mercato, gli importi messi in campo. Allo studio della Commissione e della Bei spetterà anche il compito di dissolvere i timori di alcuni Paesi, come quelli espressi dal ministro austriaco, Karl-Heinz Grasser, secondo il quale il piano «va limato e relativizzato». O quelli del premier del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, per il quale «la predominanza nei progetti italiani deve essere corretta». Mentre il francese Francis Mer mette l'accento sulla necessità di investire nella ricerca e nell'istruzione «altrimenti i nostri figli vanno a studiare negli Usa e poi ci rimangono». Tutti nodi che dovranno essere affrontati nel Rapporto preliminare che Commissione e Bei dovranno portare all'Ecofin il prossimo 7 ottobre.

(Fonte: Ansa)

trattato contro la pena di morte

Il 1º luglio scorso è entrato in vigore il protocollo n. 13 della Convenzione europea sui diritti umani per la messa al bando definitiva della pena di morte, anche in tempo di guerra. L'entrata in vigore della normativa «è la testimonianza della tendenza irreversibile verso l'abolizione su scala mondiale», ha sottolineato il Consiglio d'Europa. La stragrande maggioranza dei Paesi membri dell'istituzione paneuropea (41 su 45), fra cui l'Italia, ha firmato il protocollo, e 15 l'hanno già ratificato. Solo la Turchia, la Russia, l'Armenia e l'Azerbaigian non l'hanno ancora firmato. «Si tratta di un chiaro messaggio politico: la pena di morte è inaccettabile, sempre e comunque» ha dichiarato Karen Hooper, responsabile pena di morte della Sezione italiana di Amnesty International. Questo trattato colma la lacuna del precedente protocollo n. 6, che proibiva la pena di morte ad eccezione degli atti commessi in tempo di guerra o di imminente pericolo di guerra. Amnesty International preme sui quattro Stati membri del Consiglio d'Europa che non hanno né firmato né ratificato il Protocollo n. 13 (Armenia, Azerbaigian, Federazione Russa e Turchia) a farlo senza ulteriore ritardo ed esprime preoccupazione per il fatto che altri quattro Stati membri (Armenia, Federazione Russa, Serbia / Montenegro e Turchia) devono ancora ratificare il protocollo n. 6. Il nuovo protocollo è stato ratificato da 15 Stati membri del Consiglio d'Europa: Andorra, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Georgia, Irlanda, Liechtenstein, Malta, Romania, San Marino, Svezia, Svizzera e Ucraina. È stato firmato ma non ancora ratificato da: Albania, Austria, Bosnia-Erzegovina, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Moldova, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Serbia / Montenegro, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria.

(Fonte: Amnesty International)

crimini contro l'umanità in Cecenia

In una risoluzione urgente l'Europarlamento ha condannato il 3 luglio scorso le «violazioni persistenti e ricorrenti» dei diritti umani in Cecenia «da parte delle forze russe». Stando al documento, modificato da un emendamento presentato dal capogruppo dei verdi Daniel Cohn Bendit, queste violazioni costituiscono «crimini di guerra e contro l'umanità». Nella risoluzione, l'assemblea Ue «ribadisce le sue preoccupazioni e la sua ferma condanna circa le violazioni persistenti e ricorrenti del diritto umanitario e dei diritti umani commesse contro la popolazione civile da parte delle forze russe; queste violazioni costituiscono crimini di guerra e contro l'umanità, che devono essere oggetto di inchieste e di incriminazioni, cosi come le aggressioni, violazioni e sequestri commessi dai gruppi paramilitari e di guerriglia». La risoluzione dell'europarlamento è stata approvata con 357 voti a favore, 46 contrari e 42 astensioni.

(Fonte: Ansa)

inserimento sociale dei Rom

Appello dell'Ue per promuovere l'inserimento sociale della popolazione rom. «Con l'allargamento - ha dichiarato la commissaria europea Anna Diamantopoulou - diversi milioni di nuovi cittadini rom entreranno a far parte dell'Ue. Negli attuali e nei futuri Stati membri, le comunità rom si trovano a fare i conti con situazioni estreme di discriminazioni e di esclusione sociale. Dobbiamo, invece, liberare tutto il potenziale delle politiche europee e prevedere un finanziamento all'altezza del problema». Nonostante sia difficile procurarsi cifre affidabili, secondo l'esecutivo europeo il numero dei rom dovrebbe raggiungere la cifra di oltre 8 milioni dopo il 2007 facendo di questa comunità la più grande minoranza etnica dell'Ue. Dall'inizio del processo di coesione, la Commissione europea dichiara di non aver mai smesso di dedicare attenzione alla situazione dei nomadi e di altre minoranze che vivono nei Paesi candidati, cercando soluzioni ai problemi più gravi quali quelli dell'occupazione, dell'educazione, della salute, ma anche degli alloggi e dei servizi sociali. Lanciando un appello ad una maggiore cooperazione tra Ue, Banca Mondiale e altre organizzazioni internazionali, Diamantopoulou ha ricordato che l'Ue è oggi il più grande donatore internazionale per migliorare le condizioni di vita dei Rom in Europa. Negli ultimi tre anni circa 77 milioni di euro previsti dal programma Phare hanno permesso di finanziare piani d'intervento in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania. Progetti in favore dei Rom sono stati inoltre sostenuti da Bruxelles attraverso altri programmi comunitari compreso quello per la lotta contro la discriminazione.

(Fonte: Ansa)

il mercato dei gas "effetto serra"

Una direttiva approvata dal Pe consentirà la creazione di un sistema di scambio di quote di emissioni di gas ad effetto serra (quelli che provocano il surriscaldamento del pianeta) tra le imprese dei Paesi dell'Ue. La direttiva rientra nella strategia europea contro i cambiamenti del clima. Dal 2005, riguarderà 10 mila imprese europee e consentirà di raggiungere il 46% degli obiettivi assunti dall'Ue nell'ambito del Protocollo di Kyoto. La normativa introduce il primo sistema di commercio transnazionale delle emissioni. Un'impresa che giudica troppo costoso modernizzare i propri impianti potrà comprare il permesso ad emissioni aggiuntive da un'altra impresa che ha fatto investimenti in nuove tecnologie. Ratificando Kyoto, i Paesi dell'Ue si sono impegnati a ridurre dell'8% rispetto al 1990 il totale delle emissioni entro il 2008 e 2012. Il nuovo sistema - che sarà in vigore dal 2005 - consentirà di raggiungere circa la metà di questo obiettivo. Il Protocollo di Kyoto prevede espressamente la creazione dal 2008 di un sistema mondiale di scambio anche tra Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo: i primi potranno "acquistare" quote di emissioni in cambio di investimenti in infrastrutture e tecnologia pulita: una "Borsa" a livello mondiale che, secondo esperti, vale oltre 50 miliardi di dollari annui. Il mercato europeo sarà il più grande del mondo, con un volume annuo di 15 miliardi di euro e circa 2 miliardi di emissioni di Co2 l'anno scambiate.

(Fonte: Ansa)