NOVITA' PER L'UNIONE DAL CONSIGLIO DI BERLINO  

Nei giorni 24 e 25 marzo scorsi si è tenuto a Berlino il Consiglio europeo nel corso del quale sono state prese decisioni piuttosto importanti per il futuro dell'Unione. Innanzitutto, preso atto delle dimissioni della Commissione europea i capi di Stato e di governo dei Quindici hanno deciso di comune accordo di chiedere a Romano Prodi di accettare il compito di presidente della prossima Commissione. Nelle prossime settimane i rappresentanti degli Stati membri incontreranno il presidente designato per discutere il programma di riforme, dopodiché, secondo le procedure previste dal Trattato di Amsterdam, la decisione verrà comunicata al Parlamento europeo per l'approvazione, Parlamento di fronte al quale il presidente designato dovrebbe presentarsi il 12 aprile. Nel periodo compreso tra aprile e luglio, mese in cui si insedierà a Strasburgo il nuovo Parlamento espresso dalle elezioni europee del prossimo giugno, Prodi dovrebbe cooperare con i governi degli Stati membri per designare i nuovi commissari. A luglio, poi, il nuovo Pe organizzerà le audizioni di Prodi e dei suoi commissari e successivamente lo stesso Pe voterà la fiducia alla nuova Commissione che entrerà in carica per cinque anni. La designazione di Prodi da parte di capi di Stato e di governo dei Quindici è avvenuta circa 10 giorni dopo le dimissioni della Commissione in carica, e la rapidità della scelta è stata non poco influenzata dal precipitare della situazione del Kosovo, rispetto alla quale il Consiglio ha individuato nel presidente jugoslavo Milosevic l'unico responsabile esortandolo a sottoscrivere gli accordi di Rambouillet.

La seconda parte del Consiglio europeo è stata poi dedicata alla discussione sull'Agenda 2000, cioè il provvedimento che può essere definito come la legge finanziaria dell'Unione per i prossimi cinque anni e che, recita il comunicato finale del Consiglio, «ha lo scopo di dotare l'Ue di politiche più efficaci e dei mezzi finanziari per attuarle con spirito di solidarietà, garantendo nello stesso tempo un rigore di bilancio a livello Ue simile a quello applicato a livello nazionale».

Dopo un lungo negoziato, i Quindici sono riusciti a raggiungere quello che il cancelliere tedesco Schröder ha definito «un buon compromesso». In linea con le politiche di bilancio improntate al rigore economico richieste a tutti gli Stati membri, anche l'Ue ha deciso di non spendere più di quanto ha speso finora ed ha così approvato per la prima volta un programma finanziario non espansivo. Per riuscire a fare questo è stata rimandata la questione dell'allargamento dell'Ue, almeno per quanto concerne la parte finanziaria, anche se l'evoluzione (involuzione?) della situazione dell'Europa orientale non permetterà probabilmente ai Quindici di rimandare la questione a dopo il 2007 come proposto a Berlino.

I capitoli dell'intesa sull'Agenda 2000 sono stati tre. Il primo riguarda la politica agricola comunitaria, la cui spesa rimane stabile ad un livello medio di 40,5 miliardi di euro più 14 miliardi di euro per lo sviluppo rurale e le misure nel settore veterinario e fitosanitario durante il periodo considerato. La riforma del mercato del latte viene rimandata al 2005 ed altri risparmi sono ottenuti con leggeri ritocchi alle normative per la carne bovina, per i cereali e per le oleaginose. Il secondo importante capitolo è quello relativo agli aiuti regionali per i quali è stato deciso un livello di stanziamenti pari a 213 miliardi di euro, 195 dei quali per i fondi strutturali così suddivisi: 135,9 miliardi (69,7%) assegnato all'obiettivo 1, che promuove lo sviluppo e l'adeguamento strutturale delle regioni che presentano ritardi nello sviluppo; 22,5 miliardi (11,5%) assegnato all'obiettivo 2, destinato a sostenere la riconversione economica e sociale delle zone che devono affrontare problemi strutturali; 24,05 miliardi (12,3%) assegnato all'obiettivo 3, che offre un sostegno all'adeguamento e all'ammodernamento delle politiche e dei sistemi di istruzione, formazione e occupazione. L'ultimo capitolo è quello relativo ai contributi nazionali, per il quale è stato deciso di spostare gradualmente in cinque anni la base di calcolo dalla percentuale sull'Iva a quella sul Pil: questo comporterà un aumento delle quote che dovranno essere pagate soprattutto da Italia e Belgio che presentano livelli elevati di evasione fiscale. *




GUERRA IN JUGOSLAVIA

Mentre lavoravamo alla chiusura di questo numero di Euronote, la Nato ha deciso di iniziare i bombardamenti contro la Jugoslavia. Purtroppo, ancora una volta le trattative diplomatiche cedono il posto alla guerra, strumento utilizzato ormai sempre più frequentemente per tentare di "risolvere" i contenziosi politici. Nel condannare sempre il ricorso alla guerra, consapevole della complessità che caratterizza sia la situazione dei Balcani che le ragioni dell'intervento armato, la redazione si riserva di approfondire la questione sui prossimi numeri di Euronote (soprattutto per quanto concerne il ruolo dell'Unione europea e dei suoi cittadini) limitandosi per ora a rendere note le iniziative intraprese dai soggetti che realizzano la rivista, cioè Gruppo Abele e Cgil-Cisl-Uil Lombardia.

Il Gruppo Abele ha deciso di aderire all'iniziativa promossa da numerose associazioni (tra queste, Acli, Arci, Assopace, Associazione obiettori nonviolenti, Consorzio italiano di solidarietà, Coordinamento enti locali per la pace, Legambiente, Movimondo, Pax Christi, Senza confine, Uisp, Unione studenti ecc.) dal titolo "Fermiamo la guerra - per la pace e i diritti umani con la forza della ragione e della nonviolenza", che comprende varie manifestazioni tra cui quella del 3 aprile a Roma.

Cgil-Cisl-Uil Lombardia, invece, hanno immediatamente diramato un comunicato che riportiamo di seguito:

"La forza della ragione e della trattativa contro la guerra e il massacro etnico per una pace duratura e stabile in Jugoslavia".

L'inizio dei bombardamenti in Jugoslavia, decisi dalla Nato, in conseguenza del fallimento del tentativo di mediazione di Hollbrooke, rischia non solo di non porre fine al dramma che da troppo tempo vivono le popolazioni del Kosovo, ma di allargare il "teatro di guerra" e di moltiplicare tragicamente i problemi. Gravi sono le responsabilità del governo jugoslavo che, con la sua colpevole intransigenza, è causa principale dell'aggravarsi del conflitto e delle tragedie umane che ne conseguono. Si manifestano inoltre, in queste ultime ore, segnali preoccupanti: la possibile secessione del Montenegro, la minaccia da parte russa di uscita del proprio contingente in Bosnia dalla forza d'intervento internazionale e della fine dell'embargo per il rifornimento di armi a Belgrado, vanno in direzione di un aggravamento estremamente preoccupante della crisi. Occorre riprendere con determinazione la strada della diplomazia per fare tacere subito le armi e per la ricerca di pacifiche vie d'uscita, riproponendo l'Onu come sede prioritaria di governo delle controversie internazionali. Nessuna indulgenza deve essere manifestata alle pesanti responsabilità del governo di Milosevic, e va condannata nettamente la prosecuzione agghiacciante della "pulizia" etnica e, nel contempo, qualsiasi ipotesi di frantumazione etnica del territorio jugoslavo. L'Unione europea non può soltanto trincerarsi dietro lo scudo della Nato, ma deve compiere tutte quelle azioni utili per l'affermazione di una politica estera attiva in direzione della pace e della libera convivenza delle popolazioni e delle etnie esistenti nel territorio jugoslavo. La convocazione di una Conferenza di pace per tutta l'area balcanica e la dislocazione di una forza di interposizione internazionale imperniata sul ruolo dell'Ue volta a garantire il rispetto degli auspicabili accordi internazionali assegnerebbero a quest'ultima un efficace ruolo politico e una capacità d'agire finora purtroppo inesistente.

In forza di questo nuovo ruolo dell'Ue, l'Onu potrebbe riprendere la sua capacità istituzionale di intervento per assicurare a quelle martoriate terre una pace stabile e duratura, nel rispetto dei diritti dei popoli e dei cittadini.

Cgi-Cisl-Uil lombarde (...) invitano le loro strutture territoriali, di categoria e di luogo di lavoro ad assumere tutte quelle iniziative di sensibilizzazione e di mobilitazione adeguate alla costruzione delle vie della pace e del diritto, contro gli orrori della guerra.

Sesto San Giovanni 25.3.1999




LE DIMISSIONI DELLA COMMISSIONE

Lo scorso 16 marzo il presidente della Commissione europea, Jacques Santer, e tutti i 20 commissari hanno presentato le loro dimissioni in seguito alla pubblicazione della relazione redatta dal Comitato di esperti indipendenti che hanno indagato sui presunti casi di frode, cattiva gestione e nepotismo in seno alla Commissione stessa.

L'attuale Commissione non può dunque più prendere iniziative e i commissari europei continuano unicamente a garantire gli affari correnti in attesa che venga designata una nuova Commissione.

Analizziamo sinteticamente il rapporto dei cinque saggi, la cui versione integrale è disponibile su Internet all'indirizzo http://www.europarl.eu.int/experts.  

perché un'indagine?

Il 14 gennaio scorso, il Parlamento europeo (Pe) aveva approvato una risoluzione sul miglioramento della gestione finanziaria nella quale si chiedeva (paragrafo 1) l'istituzione di un comitato di esperti indipendenti, sotto l'egida del Parlamento e della Commissione, con il mandato di esaminare il modo in cui la Commissione individua e affronta frodi, cattiva amministrazione e nepotismo, ivi compresa una revisione di fondo delle prassi seguite dalla Commissione stessa nell'assegnazione di tutti i contratti finanziari. Il compito era circoscritto all'esame e alla valutazione di un numero limitato di casi, che ha portato alla stesura di questa prima relazione alla quale ne seguirà una seconda nei prossimi mesi. Il 27 gennaio la conferenza dei presidenti del Pe ha esaminato ed approvato una nota sul comitato che fissava la sua composizione ed il suo mandato, nota approvata anche dal presidente della Commissione. Il 1º febbraio il presidente della Commissione confermava al presidente del Pe l'accordo della Commissione e il giorno seguente i cinque membri si riunivano per la prima volta nominando presidente l'olandese André Middelhoek. Il comitato, si legge nella relazione, «ha agito in modo completamente indipendente, ispirato al principio dell'imparzialità nei confronti delle due istituzioni e non cerca di giudicare né di dare istruzioni, quanto invece di offrire una valutazione non vincolante (sotto il profilo giuridico o politico) della condotta della Commissione e dei commissari». Inoltre «non è andato alla ricerca di "prove" nel senso giudiziario del termine ma ha fondato il suo giudizio su informazioni affidabili, contestate o meno, o che potevano essere verificate dal comitato stesso».

i casi presi in esame

Secondo il comitato, il fatto che i commissari affermino di non essere stati a conoscenza di quanto avveniva nei rispettivi servizi, pur assolvendoli da responsabilità personali rappresenta un'ammissione di incapacità: equivale cioè ad ammettere che l'autorità politica ha perso il controllo sulla struttura amministrativa che dovrebbe dirigere. Non sono stati riscontrati casi in cui un commissario fosse direttamente o personalmente coinvolto in attività fraudolente, ma sono stati accertati episodi di frode, irregolarità o cattiva amministrazione la cui responsabilità ricade su singoli commissari o sulla Commissione in qualità di collegio. Sono stati esaminati sei dossier e presi in esame alcuni presunti casi di favoritismo. Nel dossier "Turismo" sono state riscontrate responsabilità congiunte per aver formulato e tentato di attuare una politica per la quale non erano disponibili risorse e sulla quale era estremamente difficile esercitare un effettivo controllo. Nel dossier "Med" il commissario responsabile Marìn ha tollerato che trascorressero 20 mesi dalla segnalazione di problemi da parte della Corte dei conti all'avvio di un'indagine amministrativa, mentre la Commissione ha la responsabilità di aver avviato un nuovo importante e costoso programma senza disporre di risorse necessarie, soprattutto in termini di organico. Nel dossier "Echo" sono state individuate responsabilità dei commissari che riguardano il personale per irregolarità nella composizione dell'organico competente che ha esposto "Echo" alle frodi e alle irregolarità verificatesi, e la Commissione collegialmente per non aver dotato il servizio degli strumenti necessari per attuare questa importante iniziativa. Il dossier "Leonardo" ha evidenziato le responsabilità della commissaria Cresson per non aver preso provvedimenti rispetto a irregolarità note da vari anni e per non aver informato il presidente della Commissione e il Pe circa i problemi emersi nell'esecuzione di "Leonardo I" quando il Pe doveva pronunciarsi in merito all'approvazione di "Leonardo II". Per quanto concerne il dossier "Ufficio di sicurezza" si è registrato scarso interesse da parte del commissario responsabile Santer e non vi è stata alcuna supervisione, mentre nel dossier "Sicurezza nucleare" la Commissione ed i commissari succedutisi hanno assunto impegni senza avere a disposizione le risorse necessarie.

senso di responsabilità

Sui casi di favoritismo il comitato ha riscontrato che la commissaria Cresson (Affari scientifici, ricerca e sviluppo) «avrebbe dovuto verificare che l'assunzione di un collaboratore avvenisse nel rispetto dei criteri di regolarità e avvalersi di tale collaboratore esclusivamente nell'interesse della Comunità». La commissaria Wulf-Mathies (Aiuti ai Paesi poveri) «ha assunto un collaboratore per mansioni di interesse comunitario utilizzando una procedura inappropriata», mentre il commissario Pinheiro (Relazioni Ue con Africa, Caraibi e Pacifico) ha assunto «in modo corretto» suo cognato, ma secondo il comitato «un commissario non deve in alcun caso assumere parenti e affini nel proprio gabinetto».

In conclusione, il comitato di esperti constata che «troppo spesso il senso della responsabilità è diluito nella catena gerarchica e diventa difficile trovare qualcuno che abbia la minima sensazione di essere responsabile. (...) La tentazione di svuotare la nozione di responsabilità di ogni contenuto reale è pericoloso; tale nozione costituisce la manifestazione ultima della democrazia». *




CES: PROPOSTE PER IL CONGRESSO

    «In Europa si pone una sfida specifica. Il processo d'integrazione europea favorisce l'allontanamento dal livello nazionale delle sedi di decisione delle multinazionali, della finanza e anche di elementi importanti delle politiche dei governi. Ciò riduce inevitabilmente le capacità dei sindacati di influire sulle decisioni politiche e sul comportamento delle imprese in tutta una serie di campi, se i sindacati continueranno a limitare la propria azione al solo contesto nazionale. L'unico mezzo per ritrovare questa capacità è creare, a livello europeo, un contropotere sindacale, in grado di costruire il necessario rapporto di forza per influire sul padronato e sui decisori politici europei».

Questo è un passaggio dell'introduzione della "Risoluzione generale sulla politica sindacale", uno dei due documenti conclusivi approvati dalla Ces per il IX congresso che si terrà ad Helsinki dal 29 giugno al 2 luglio. Mentre l'altro documento, dal titolo "Verso un sistema europeo di relazioni sindacali", è stato esaminato sullo scorso numero di Euronote (n. 1/99, pag. 6), vediamo ora in estrema sintesi i contenuti di questo testo che rappresenta il documento politico su cui si concentrano le discussioni precongressuali.

Nel sostenere come l'integrazione europea non possa essere limitata all'unificazione del mercato e della moneta ma debba essere necessariamente completata da una vera Unione sociale ed evolvere verso un'Unione politica, la Ces articola il documento in nove capitoli.

Il primo riguarda il "modello sociale europeo" che, secondo la Ces, si è caratterizzato con progressi economici e sociali avvenuti di pari passo e, per questo, rafforzatisi reciprocamente. Negli ultimi due decenni, tale modello è stato messo in discussione e ritenuto un ostacolo per la competitività economica e per la creazione di posti di lavoro; di conseguenza è stato attaccato e modificato in parte, ma ciò non ha portato ai risultati promessi: sono infatti aumentate contemporaneamente la disoccupazione, l'ineguaglianza, la povertà e l'esclusione sociale. Oggi, afferma la Ces, i dogmi neoliberali perdono credibilità e per i sindacati è venuto il momento di affermare con forza le proprie rivendicazioni che consistono nel: difendere e promuovere a tutti i livelli i valori fondamentali e le istituzioni del modello sociale europeo; agire per l'incorporazione nel Trattato dell'Unione europea come nella legislazione e nelle politiche europee degli elementi essenziali del modello sociale europeo; vigilare sul processo di adattamento e di modernizzazione del modello sociale europeo, sulla base dell'equilibrio tra efficacia economica e diritti sociali dei lavoratori e delle lavoratrici; condurre campagne a tutti i livelli e in una prospettiva europea per il rafforzamento della contrattazione collettiva e della concertazione sociale, soli mezzi per la realizzazione delle necessarie riforme sociali; difendere e promuovere i servizi di interesse pubblico sulla base della Carta approvata dalla Ces.

Governare la mondializzazione attraverso regole e politiche atte ad orientare il processo nell'interesse dell'intera popolazione è la sfida affrontata dalla Ces nel secondo capitolo, dal titolo "l'Europa e la mondializzazione". L'Ue, si legge nel documento, è diversa in quanto si è dotata di istituzioni politiche in grado di regolamentare il mercato e, per questo, deve promuovere un modello sociale di riferimento per le altre aree regionali di integrazione economica che si affacciano nell'economia mondiale. A questo scopo la Ces si propone di fare pressione sull'Ue e sui governi perché prendano l'iniziativa in campo internazionale per instaurare un quadro di regole e di politiche che consenta di evitare le conseguenze sociali nefaste della mondializzazione. Inoltre, l'Ue dovrebbe avere una voce unica nelle istituzioni economiche e finanziarie internazionali e proseguire la cooperazione con le organizzazioni sindacali internazionali per introdurre "clausole sociali" e "codici di condotta" in tutti i trattati che disciplinano gli scambi internazionali ed i rapporti commerciali.

Nel terzo capitolo, "Unione monetaria e governo economico", si sottolinea come l'Unione monetaria non sia fine a se stessa, ma piuttosto uno strumento che, coordinato con misure concernenti la fiscalità e la spesa e anche la dinamica salariale, garantisca un'espansione economica sostenibile e un aumento dell'occupazione. Quindi, la Ces propone di: appoggiare la creazione di un "governo economico europeo" per consentire all'Ue di agire come un'unica entità economica, di istituire un potere equivalente rispetto alla Bce e di arrivare a un policy-mix che conservi la stabilità promuovendo al tempo stesso il carattere durevole della crescita e dell'occupazione; rivendicare il coordinamento delle politiche di bilancio a livello europeo; rivendicare una strategia europea degli investimenti pubblici nelle infrastrutture; condurre una campagna per ottenere un insieme di regole di base comuni per l'Ue nei campi dell'imposta sulle società, della fiscalità dei redditi da capitale e delle eco-tasse allo scopo di evitare il dumping fiscale; chiedere uno spostamento dell'onere fiscale gravante sul lavoro verso il capitale (plusvalenze), il risparmio, le imposte sull'ambiente e sull'energia, ed un'Iva adeguata da un punto di vista sociale; agire per rendere la politica strutturale più efficace e più orientata alla coesione regionale e all'occupazione e condurre una campagna per ottenere la piena partecipazione delle parti sociali alla definizione, attuazione e valutazione degli interventi dei Fondi strutturali.

"Priorità assoluta all'occupazione" è il titolo del quarto capitolo che vede nella precarizzazione del lavoro e nelle dimensioni dell'economia sommersa gli indici della forte pressione al ribasso sulle norme del lavoro esercitata dall'elevato e persistente tasso di disoccupazione. Le misure prese finora a livello europeo sono essenzialmente basate sulle politiche del mercato del lavoro, elemento importante ma di per sé insufficiente senza la cornice di politiche macroeconomiche favorevoli alla crescita e all'occupazione. Quanto è stato possibile per l'Uem, secondo la Ces, deve essere possibile anche per l'occupazione e si dovrebbe giungere ad un "Patto europeo per il lavoro" che integri il Patto per la stabilità e la crescita. Le proposte della Ces in merito a questo capitolo sono perciò di ampio raggio: proseguire la sua campagna contro la disoccupazione di massa e cercare il ritorno alla piena occupazione attraverso un approccio coordinato, che comprenda un policy-mix macroeconomico favorevole alla crescita durevole ed all'occupazione, politiche strutturali incentrate sul futuro e politiche attive del mercato del lavoro; appoggiare la strategia europea dell'occupazione premendo affinché essa si sviluppi andando oltre la sua attuale focalizzazione sulle politiche del mercato del lavoro e prenda la forma di un "Patto europeo per il lavoro", con il coinvolgimento di tutti gli attori; rivendicare una strategia proiettata nel futuro allo scopo di gestire il cambiamento strutturale e industriale e che preveda l'istituzione di un osservatorio europeo incaricato di monitorare il processo; riorientare gli attuali strumenti di politica europea nei settori della ricerca, della politica ambientale, del cambiamento strutturale e dell'innovazione al fine di orientare il cambiamento industriale; condurre una vigorosa campagna a favore delle pari opportunità e della parità di salario tra uomini e donne; perseguire l'obiettivo delle 35 ore settimanali e di tutte le altre forme di riduzione e riorganizzazione dell'orario di lavoro attraverso la contrattazione collettiva; sostenere fermamente le iniziative volte a promuovere la formazione durante tutto l'arco della vita attiva; sostenere le iniziative locali per l'occupazione e in particolare i patti territoriali e le iniziative dell'economia sociale.

Il quinto capitolo del documento è dedicato al "Futuro della protezione sociale", con l'impegno della Ces a promuoverla e svilupparla al fine di integrare le generazioni future su una base collettiva e solidale per evitare l'emarginazione sociale, l'esclusione e la povertà. La Ces richiede un approccio più europeo alla sicurezza sociale, che garantisca un certo grado di convergenza verso l'alto, e a questo scopo si impegna a: difendere i sistemi obbligatori di protezione sociale, rendere il loro finanziamento più favorevole all'occupazione e garantire l'attenzione all'evoluzione delle strutture familiari (personalizzazione dei diritti); esigere che tutti i lavoratori siano coperti dai regimi di protezione sociale e, in particolare, i lavoratori con contratti di lavoro atipici o e parasubordinati; richiedere l'elaborazione di linee direttive in materia di protezione sociale a livello Ue; condurre una campagna per un allargamento della base di finanziamento della protezione sociale e per lo sviluppo di un finanziamento alternativo; chiedere, a livello Ue, un quadro giuridico per l'instaurazione di fondi pensione complementari sulla base dei contratti collettivi, garantendo la trasferibilità dei diritti dei lavoratori migranti e fissando regole di prudenza nella gestione dei fondi; chiedere il riesame della Raccomandazione sul pensionamento flessibile per farne una direttiva vincolante e consentire di combinare il pensionamento progressivo ed il lavoro part-time; rivendicare a livello Ue una legislazione che garantisca il mantenimento dei diritti in materia di sicurezza sociale, in caso di congedo parentale, e anche la revisione della legislazione esistente in materia di parità di trattamento tra uomini e donne nel senso di una personalizzazione dei diritti.

I capitoli sesto e settimo sono invece dedicati alla forma attuale e futura dell'Ue e riguardano "L'allargamento dell'Ue" e le proposte "Per un'Unione più efficace e più democratica", con la richiesta della convocazione di una nuova conferenza per la revisione del Trattato allo scopo di deliberare sulle riforme istituzionali necessarie su queste due materie.

Sui "Nuovi diritti al lavoro" (ottavo capitolo) la Ces intende opporsi all'attuale tendenza alla deregolamentazione del mercato del lavoro attraverso una strategia efficace di "ri-regolamentazione" sociale per preservare i diritti fondamentali e la sicurezza dei lavoratori.

Il nono e ultimo capitolo ("Raccogliere la sfida") affronta infine l'evoluzione che la Ces deve compiere nei confronti sia delle istituzioni europee che delle organizzazioni dei datori di lavoro, per aumentare il suo livello di efficacia e consolidare il suo ruolo di "attore sociale" a livello europeo. La Ces si propone così di: procedere nella lotta per l'Europa sociale sia attraverso il dialogo sociale e il negoziato europeo sia per via legislativa; vigilare sullo sviluppo della "concertazione sociale" a livello europeo, affinché le parti sociali abbiano voce in capitolo nel processo di gestione, tra l'altro attraverso la riforma del Comitato permanente per l'occupazione; sviluppare il dialogo sociale a livello intersettoriale e settoriale, traendo pieno profitto dalle possibilità offerte dall'Accordo sulla politica sociale; porre in essere gli strumenti e le procedure necessari al coordinamento della contrattazione collettiva nel quadro dell'Uem; continuare a sviluppare la sua capacità d'azione e di mobilitazione; migliorare la sua rappresentatività, integrando in misura maggiore tutte le componenti del mondo del lavoro su obiettivi comuni; promuovere una maggiore partecipazione delle donne al movimento sindacale, soprattutto nelle sue istanze dirigenti; perseguire l'"europeizzazione" dell'azione sindacale combinando efficacemente le iniziative e le azioni adottate a livello nazionale ed europeo. *

sul ruolo della Ces

I pareri di Cgil-Cisl-UilIn merito al prossimo congresso della Ces, ed al ruolo che essa dovrebbe assumere rispetto ai sindacati nazionali che la compongono, abbiamo posto alcune domande ai responsabili dei dipartimenti internazionali di Cgil-Cisl-Uil, cioè rispettivamente Giacomo Barbieri (Cgil), Luigi Cal (Cisl) e Carmelo Cedrone (Uil).

In relazione ai documenti politici del prossimo congresso Ces, quali credete siano le parti da modificare ed approfondire?

Barbieri: I documenti congressuali della Ces pongono giustamente in evidenza i temi del consolidamento e del rinnovamento del modello sociale europeo, dell'occupazione e della creazione di una dimensione contrattuale europea. Tuttavia essi richiedono ancora correzioni e modifiche per trasformarsi in una effettiva base programmatica per l'azione di un soggetto sindacale europeo. I limiti maggiori derivano da un'impostazione difensiva, che si attrezza solamente a reagire ai rischi dell'Unione monetaria, e vanno superati con particolare riferimento a:

- l'opzione per una riforma profonda in senso federale delle istituzioni e dei trattati europei, che produca più democrazia, realizzi una vera unione politica (anche sul terreno della politica estera e di sicurezza) e affermi un quadro di diritti e di regole per i cittadini europei;

- il rafforzamento del ruolo del sindacato europeo per una politica economica, fiscale e sociale comuni e per una politica europea per l'occupazione e la qualità della crescita, impegnando la Ces nella concertazione di un "patto europeo per il lavoro";

- la trasformazione della Ces in un attore sindacale europeo, autonomo e rappresentativo attraverso una chiara opzione, pur con tutta la gradualità necessaria, per la contrattazione europea;

- l'importanza strategica delle relazioni euromediterranee, punto cruciale d'incontro tra sviluppo e sottosviluppo, tra culture e popoli diversi.

Cal: Il documento politico generale è, nel complesso, accettabile. Avremmo preferito lasciare un po' da parte analisi note e commenti e puntare sulla scelta chiara di alcuni assi strategici: i compiti del sindacato europeo nel processo di integrazione affrontati più in termini di impegno responsabile a partecipare, negoziando, che non di rivendicazione disancorata di testi normativi comunitari; la necessità di far compiere all'Ue un salto di qualità sia nel processo di allargamento ad Est sia nella costruzione di un'area euromediterranea integrata dal punto di vista economico, sociale e culturale, dotandosi delle politiche, ma anche delle risorse, necessarie; un'individuazione più forte degli interlocutori istituzionali che sono sì la Commissione, ma anche e forse soprattutto il Consiglio; una visione coraggiosa della prossima riforma istituzionale comunitaria; l'assunzione di ipotesi di lavoro che includessero i nuovi attori sulla scena economica e sociale: se vogliamo una migliore dinamica nei rapporti con gli imprenditori europei dobbiamo avere la capacità di porci come interlocutore forte che tratta con controparti forti, ma anche con controparti reali ma frammentate come le Pmi e sa compiere importanti momenti di cammino con le Ong. Su questi temi siamo già intervenuti e introdurremo qualche emendamento ma, nel complesso, non intendiamo stravolgere il testo nella sua stesura attuale.

Cedrone: I due documenti congressuali, in particolare la Risoluzione generale, manifestano uno squilibrio molto accentuato tra l'analisi e le proposte. Traspare, nell'insieme, la difficoltà per la Ces nel farsi carico di indirizzi e di scelte che possono valere per tutto il sindacato europeo. In particolare, sulla Risoluzione generale sarebbe necessario approfondire e rinforzare le parti che riguardano: il ruolo dell'Europa politica ed il rafforzamento delle istituzioni; il governo europeo dell'economia; i diritti e lo stato sociale; il ruolo del sindacato. Per quanto riguarda invece il documento sulle relazioni industriali e la contrattazione, posto per la prima volta all'attenzione di un congresso europeo, ci sono due questioni aperte: la prima riguarda la necessità di definire e chiarire meglio i contenuti e le forme del dialogo sociale, il rapporto tra concertazione e contrattazione sia a livello confederale che di categoria; il ruolo della consultazione e dei comitati paritetici. La seconda questione si riferisce alla ricerca del metodo e degli strumenti (e dei contenuti) per dare un avvio ad un negoziato europeo. A questo fine stiamo preparando, come Cgil-Cis-Uil, un seminario tra i sindacati dei Paesi dell'euro che ci consenta di trovare risposte comuni a questi interrogativi prima del congresso.

La Ces ha recentemente manifestato l'esigenza di una "europeizzazione" dei sindacati per andare oltre il mercato unico e l'Uem in un'ottica di costruzione di una reale "unione sociale". Quali pensate siano i principali cambiamenti organizzativi necessari a questo scopo sia per la Ces che per i sindacati che la compongono?

Barbieri: La riforma organizzativa della Ces, per adeguarla alle responsabilità di un sindacato confederale europeo, è una necessità non rinviabile: essa deve essere parte delle strategie che i sindacati nazionali stanno mettendo in campo per la loro stessa riforma, a fronte dei cambiamenti profondi dell'organizzazione produttiva e dei mercati del lavoro. Cgil-Cisl-Uil hanno elaborato una proposta che si propone di:

- rafforzare la rappresentatività sociale della Ces, integrando pienamente le federazioni europee di categoria, con pari dignità delle confederazioni nazionali, e dando riconoscimento all'organizzazione sindacale europea dei pensionati;

- adeguare le strutture e il funzionamento della Ces ai compiti connessi alla contrattazione collettiva europea e al coordinamento delle politiche rivendicative;

- rendere più compiuta la pratica democratica della Ces migliorandone i processi decisionali;

- creare un effettivo gruppo dirigente sindacale europeo, impegnando di più dirigenti nazionali in incarichi europei;

- offrire a ciascun iscritto ad un sindacato nazionale una forma di rappresentanza dei suoi diritti da parte degli altri sindacati della Ces, in caso di esperienze temporanee di lavoro all'estero.

Tuttavia, la dimensione nazionale rimane ancora oggi prevalente e pertanto il successo di una riforma della Ces dipende in buona misura dalla riforma in senso europeo dell'azione e dell'organizzazione dei sindacati nazionali, attraverso una diversa distribuzione di risorse e nuovi percorsi formativi e di collocazione dei gruppi dirigenti.

Cal: Tra i testi preparati per il congresso c'è anche un documento dedicato a questo tema. Tuttavia, questo testo lascia ancora un po' vaghe le necessarie scelte organizzative e statutarie. Per questo, Cgil-Cisl-Uil hanno preparato una proposta di modifiche allo statuto che mirano ad ottenere i seguenti obiettivi:

- Ripartire le responsabilità delle scelte tra i vari organi della Ces: al congresso (ogni quattro anni) le grandi scelte di quadro e di lungo periodo; al comitato esecutivo (due volte all'anno) le strategie di lungo e medio termine e le decisioni politiche più importanti; al comitato di direzione (ogni due mesi) le strategie a breve e la gestione politica; alla segreteria l'esecuzione delle politiche e del bilancio e il coordinamento delle attività.

- La qualificazione degli organi: la dirigenza della Ces, a partire dalla segreteria fino alle presidenza dei comitati permanenti, dovrà essere composta sempre più chiaramente da leader sindacali che abbiano ricoperto responsabilità a livello nazionale, di categoria o di importanti territori; in particolare, tutti i componenti della segreteria dovranno essere eletti dal congresso e resteranno in carica al massimo due mandati (o un periodo corrispondente, cioè otto anni).

- Una crescita chiara del carattere confederale della Ces, attraverso il riequilibrio, negli organi dirigenti, dei rappresentanti delle confederazioni e dei rappresentanti delle federazioni sindacali europee (categorie europee) che favorisca la necessaria assunzione di responsabilità da parte di tutti e spinga ad una maggior politicità dei dibattiti e a più ampie sinergie, soprattutto nel quadro del dialogo sociale europeo.

- Il riconoscimento della Federazione dei pensionati europei (Ferpa, con oltre 10 milioni di iscritti) al pari delle altre federazioni sindacali europee.

- La creazione di un comitato permanente dei Consigli sindacali interregionali (Csi) che renda più visibile l'attività di queste strutture e permetta loro di contribuire allo sviluppo delle politiche della Ces sulla base della loro specifica esperienza.

- Una definizione statutaria più forte per i comitati permanenti come ambiti dentro i quali vengono elaborate le proposte politiche sulle quali, poi, gli organi decideranno.

Cedrone: Nonostante le sollecitazioni dei sindacati italiani e dei sindacati di altri Paesi, la "questione sindacato" evocata da questa domanda ha rischiato di essere assente dal dibattito congressuale. Infatti, i cambiamenti introdotti dalla nascita dell'euro e quelli già in atto nel mondo del lavoro che tocca tutti i Paesi, impongono una riflessione ed una ricerca comune sul nuovo modo di essere e di fare sindacato e sulla necessità di modificare e rafforzare ruolo e strutture della Ces. Per queste ragioni i sindacati italiani hanno formulato delle proposte, da sottoporre al dibattito congressuale, rivolte principalmente a: rafforzare e politicizzare maggiormente gli organismi della Ces, in particolare la direzione e la segreteria; modificare il rapporto tra numero degli iscritti e delegati al congresso; rendere più democratico e partecipato il sistema di formulazione delle decisioni cambiando l'attuale sistema di votazione; rafforzare il ruolo delle categorie all'interno della Ces.

Per quanto riguarda invece i sindacati nazionali, occorre prima di tutto un cambiamento "culturale"; convincersi, cioè, che già oggi le cose non stanno più come prima. Ciò che vale per gli Stati nazionali vale anche per i sindacati: occorre cioè far avanzare il processo di integrazione sindacale insieme a quello dell'Unione, anzi, noi dovremmo anticipare quest'ultimo con scelte più coraggiose. Però, i conservatori non sono solo tra i governi ed i partiti politici ma anche tra di noi.

Una strategia collettiva di contrattazione coordinata a livello europeo significa accrescere in modo rilevante il potere contrattuale del sindacato, ma questo è possibile solo se la Ces aumenterà la sua forza e la sua autorevolezza. Credete sia opportuno che parti del potere contrattuale siano trasferite dai livelli nazionali a quello europeo e, se sì, quali di esse?

Barbieri: Il sindacalismo europeo deve essere messo in grado di operare con autonomia e rappresentatività a livello europeo, cioè dove si assumono decisioni che condizionano le scelte nazionali. Per questo non sono sufficienti modifiche organizzative, occorre anche che i gruppi dirigenti del sindacalismo europeo operino insieme per definire strategie contrattuali comuni che diano contenuto al trasferimento di sovranità alla Ces e alle federazioni europee di settore. Si tratta di un processo non indolore per organizzazioni profondamente radicate nelle società e nelle culture nazionali. Si deve costruire un equilibrio tra i diversi livelli con l'obiettivo di affermare un quadro comune di diritti per i lavoratori e di regole sociali per il mercato unico. La condizione di partenza è un forte coordinamento sui temi essenziali della contrattazione collettiva: criteri della politica salariale, orari di lavoro, diritto alla formazione, caratteri di fondo della protezione sociale, strumenti e diritti di partecipazione e regolazione delle nuove forme di lavoro. Il coordinamento consentirà la definizione di strategie comuni e di obiettivi per una libera contrattazione tra le parti, che da un lato superi l'esperienza finora realizzata di accordi solamente su temi proposti alle parti dall'iniziativa della Commissione (ad es. congedi parentali, part-time ecc.) e dall'altro orienti la necessaria articolazione per settori e per Paesi entro un quadro solidale. In tal modo si potrebbe anche valorizzare l'esperienza maturata nei Cae, evitandone la deriva aziendalistica e corporativa.

Cal: Già una parte delle competenze negoziali nazionali sono delegate alla Ces, per le contrattazioni che si svolgono nel quadro del Dialogo sociale europeo (Dse). Cgil-Cisl-Uil hanno chiesto, inoltre, che il preambolo dello statuto faccia riferimento esplicito alla concertazione a livello europeo: questo carica la Ces di una forte responsabilità aggiuntiva cui deve accompagnarsi un ulteriore, adeguato, mandato a negoziare. Infine, nel nuovo quadro dei Paesi che adotteranno l'euro, anche i problemi salariali dovranno essere trattati a livello europeo, non nel senso di andare a breve a contratti salariali europei, ma piuttosto per rispondere ad esigenze di equilibrio e di ridistribuzione dei redditi tra categorie ed aree: in presenza di un'informazione ridotta a zero, o poco più, un problema che andrà affrontato, ad esempio, è quello dei criteri che presiederanno alla ridistribuzione dei margini di produttività, in un quadro in cui una contrattazione senza parametri solidaristici potrebbe portare ad accrescere le divergenze di reddito ma anche di sviluppo tra le regioni europee, con ulteriori gravi rischi per l'occupazione, proprio nelle aree più deboli economicamente.

Cedrone: Sicuramente si rende necessario tale trasferimento. Non credo però che la via migliore sia quella di "elencare" le materie ed i poteri da trasferire dal livello nazionale a quello europeo, quanto piuttosto quello di una ricerca pragmatica fatta giorno per giorno, in base alle necessità, su cui costruire tale riferimento.

Ad esempio, comincia ad avere sempre meno senso fare una concertazione nazionale sulla politica dei redditi quando tutto il potere monetario è stato trasferito alla Bce. Resta, sì, la politica fiscale, ma anche questa ha bisogno sempre più di un passaggio europeo destinato a ridurre i ruoli dei singoli Stati. Di conseguenza, gli stessi contenuti della politica contrattuale vanno coordinati a livello europeo; ciò vale sia per i criteri su cui basare gli aumenti salariali, sia per la parte normativa che potrebbe diventare un vero strumento per la costruzione dell'Europa sociale. Credo che ce ne sia già abbastanza: ormai siamo arrivati ad una svolta e, se non la cogliamo, rischiamo di vedere sempre più indebolito il nostro ruolo e il nostro potere. *




UNO SPAZIO A VOSTRA DISPOSIZIONE  

Ricordiamo ai lettori che all'interno di questa rubrica pubblichiamo tutte le iniziative che i soggetti sociali e sindacali, partecipanti al Progetto pilota sull'informazione sociale europea, mettono in atto su tematiche europee e, per questo, chiediamo a tutti di segnalarcele.

Progetto pilota: incontro di bilancio e formazione

Nei giorni 18 e 19 marzo si è tenuto a Terni un incontro del gruppo ristretto del Progetto pilota Ise al quale hanno preso parte rappresentanti del progetto Nord e del Rise (progetto Sud). Oltre ad una valutazione delle iniziative svolte nell'ultimo anno e alla presentazione dell'attività del 1999, il gruppo di lavoro si è concentrato sullo studio delle nuove norme introdotte dalla Commissione europea rispetto alle procedure amministrative. Dall'inizio del 1999, infatti, sono in vigore le nuove procedure contenute nel vademecum redatto nell'ottobre dello scorso anno dalla Commissione e illustrate, durante l'incontro, da Franco Chittolina, responsabile della DG X. Il vademecum, consultabile su Internet, riguarda tutte le Direzioni Generali ed introduce una nuova "filosofia" della sovvenzione: aumenta cioè il grado di rigorosità e selettività per l'assegnazione dei finanziamenti e tutto è basato sul criterio della pubblicità. Per fare ciò, la quasi totalità delle sovvenzioni viene attribuita attraverso i bandi e la pubblicità viene prevista in due modi: ex ante, con il repertorio delle organizzazioni suscettibili di ottenere sovvenzioni e la diffusione delle risorse disponibili; ex post, con la pubblicazione da parte della Commissione dell'elenco di tutte le sovvenzioni attribuite e dei relativi soggetti beneficiari. Per ottenere maggiori rigorosità e trasparenza, inoltre, si verificherà un accorpamento delle linee di bilancio, e questo comporterà inevitabilmente la scomparsa di quelle minori e un appesantimento delle procedure, che prevederanno anche la regola della valutazione collettiva (non più cioè decisioni del singolo funzionario) e, quindi, tempi più lunghi. Il vademecum prevede alcune rare deroghe ai bandi, e questo riguarda le organizzazioni sindacali per le quali il ruolo di garante è coperto dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces); nel Terzo settore, invece, non esistendo un soggetto europeo di rappresentanza, questo non è possibile. Altre regole introdotte dal vademecum prevedono la larga varietà dei beneficiari (per evitare che siano sempre gli stessi soggetti); una maggior severità, al momento della selezione, per le domande incomplete (e questo, con il metodo dei bandi, aumenterà le difficoltà e i rischi per i soggetti promotori); le norme del cofinanziamento: ogni progetto dovrà avere un minimo del 10% di autofinanziamento, se approvato la Commissione contribuirà al 50%, mentre la restante parte può essere coperta da finanziamenti privati e/o pubblici che vanno però indicati al momento della presentazione del progetto stesso. Viene anche richiesta una garanzia di copertura finanziaria del promotore (e questo creerà non pochi problemi alle Ong promotrici). I soggetti che presenteranno progetti, inoltre, dovranno indicare tutti quelli in corso o già finanziati da altre Direzioni Generali della Commissione.

seminario Cisl nazionale sulla democrazia economica in Europa

Dal 21 al 23 marzo si è svolto a Roma un convegno dal titolo "Democrazia industriale ed economica in Europa, i processi di modernizzazione e ristrutturazione delle imprese, le prospettive per la dimensione sociale e la partecipazione dei lavoratori". Il convegno, al quale hanno partecipato sindacalisti ed esperti di alcuni Paesi europei - dove le esperienze di partecipazione dei lavoratori alle scelte di impresa sono a livello più avanzato del nostro - è stata l'occasione non solo per confrontare sistemi diversi ma anche per sviluppare iniziative di cooperazione e partenariato europei su questi temi. Le varie sessioni di studio hanno approfondito, tra l'altro, vari aspetti del problema: l'affermazione dei i diritti di informazione e consultazione nel sistema delle relazioni industriali europee; l'evoluzione e le prospettive della partecipazione economica e finanziaria dei lavoratori nelle imprese in Europa; il progetto di Statuto delle società europea; la direttiva europea sull'informazione e la consultazione dei lavoratori; evoluzione e prospettive della contrattazione collettiva in Europa; la dinamica dei rapporti tra competenze comunitarie e nazionali; la valorizzazione dei bisogni sociali come fattori di crescita e l'affermazione del principio di pari opportunità tra donne e uomini.

GUIDA ADICONSUM SULL'EURO

L'associazione italiana per la difesa dei consumatori e dell'ambiente (Adiconsum) ha predisposto la guida "Inizia l'era dell'euro". La parte iniziale, corredata da esempi pratici, è composta da 52 schede divise in tre filoni. Il primo ricostruisce i motivi - storici, economici, giuridici - della nascita della moneta unica. Il secondo illustra tempi, valore dell'euro e diritti dei cittadini-consumatori. Il terzo mette in relazione costi e benefici per cittadini e imprese.

La seconda parte tratta del cosiddetto "label" europeo, vale a dire l'accordo sottoscritto a Bruxelles presso la Commissione europea tra i rappresentanti delle imprese di commercio, turismo, piccole e medie imprese, artigianato, distribuzione petrolifera e i rappresentanti delle associazioni dei consumatori.

La terza parte, infine, fornisce indicazioni concrete su come muoversi nel territorio in una fase ancora di transizione: i Cep (Comitati euro provinciali), la promozione di Osservatori sull'euro.

INFORMAZIONI: Angelo Motta - Adiconsum Lombardia, tel. 02 2406951, fax 02 2620014.

Arci: seminario su associazionismo e dimensione europea

Promosso dall'Arci Lombardia e Piemonte, si è svolto il 25 marzo scorso a Lecco un seminario dal titolo "Costruire l'Europa - diritti, partecipazione, cittadinanza - l'associazionismo di promozione sociale nella dimensione regionale europea". Il seminario, che aveva l'obiettivo di inquadrare il tema della partecipazione, e dunque delle aggregazioni della società civile in una dimensione europea, ha affrontato vari argomenti. Aperti da Fiorenza Bassoli, consigliera regionale della Lombardia sul rapporto fra l'Istituzione regionale e l'Unione europea, i lavori sono proseguiti con un'intervento di Franco Chittolina (DG X) sul processo di unificazione europea così come si è configurato negli ultimi anni e sugli impegni futuri. Nel corso del seminario sono stati inoltre affrontati in un'ottica europea temi quali il dialogo sociale, il patto di stabilità e la costruzione di reti associative europee.

INFORMAZIONI: Luigi Lusenti, Arci-Comitato Reg. Lombardia; Email: lombardia.arci@tin.it

Conferenza nazionale dei Comitati sindacali interregionali

Periodo di lavoro intenso per i Csi, organismi nati per affrontare le problematiche dei lavoratori e delle lavoratrici transfrontalieri. I Csi sono ormai alcune decine in Europa, e oltre ad attività proprie e specifiche di ciascun organismo, legato alle peculiarità territoriali, rappresentano una parte importante delle attività della Confederazione europea dei Sindacati (Ces). Anche in preparazione del prossimo Congresso della Ces di fine giugno, e per mettere a punto il ruolo che possono e devono avere i Csi nel loro insieme, si è tenuta il 22 e 23 marzo scorso una conferenza nazionale a Como, alla quale ha partecipato, tra l'altro, Beatrice Heartogs, della Segreteria del sindacato europeo.

In Italia, e in particolare al Nord, esistono Csi che coinvolgono i sindacati di Piemonte, Liguria, Lombardia, Friuli e Veneto, con le rispettive regioni confinanti di altri Paesi.

Per quanto riguarda la Lombardia, poi, esiste un Csi che coinvolge Cgil-Cisl-Uil e le organizzazioni sindacali della regione del Canton Ticino, e che ha svolto uno dei suoi incontri a Mezzana il 12 marzo scorso.

laboratori europei a Milano per la rete delle elette

Rafforzare il ruolo e le competenze delle amministratrici elette nelle varie istituzioni locali: nell'ambito del progetto "Cittadinanza europea e locale: ruolo e rete delle elette in Lombardia" si sono svolti il 9 aprile due laboratori per affrontare temi legati all'attualità europea.

Un primo laboratorio ha affrontato, in una dimensione europea, i temi dell'informazione e cittadinanza. Un secondo laboratorio ha invece riguardato i temi della moneta unica.

INFORMAZIONI: Enrica Fasano, Cdie, via Poerio 39, 20129 Milano; tel. 02 20524714; fax 20524733; e-mail: cdie@planet.it

i prossimi appuntamenti dei 4 Motori sindacali

Da alcuni anni le attività delle regioni 4 Motori sindacali rappresentano un'esperienza significativa sul versante della cooperazione interregionale. Questa esperienza si concretizza sia sul versante istituzionale (governi delle quattro regioni) sia su quello sindacale. Il prossimo mese di luglio si terrà una conferenza tripartita (governi regionali, organizzazioni sindacali e imprenditoriali) sui temi dello sviluppo e dell'occupazione nelle regioni dei quattro motori.

In preparazione di questo appuntamento è previsto a Stoccarda, a fine aprile, un incontro dei sindacati dei 4 Motori, che raggruppa le organizzazioni sindacali più importanti delle regioni 4 motori: Cgil-Cisl-Uil della Lombardia, Cfdt e Fo di Rhone Alpe, Dgb del Baden Wuttemberg, Cc.oo e Ugt della Catalonia.

All'appuntamento di Stoccarda parteciperanno esponenti istituzionali della regione ospitante, della Commissione europea ed è previsto un incontro con i parlamentari europei delle Regioni interessate.

INFORMAZIONI: redazione di Euronote. *




IL CONSUMO DI DROGHE IN EUROPA

Consumo diffuso e stabile di cannabis, continuo aumento delle anfetamine e dell'ecstasy (il consumo di quest'ultima cresce nei Paesi dove la diffusione era ancora limitata), consumo moderato ma in costante aumento di cocaina, eroina stabile anche se si registra una crescita del numero di fumatori della sostanza. La nuova "Relazione annuale 1998 sull'evoluzione del fenomeno della droga nell'Unione europea" redatta dall'Osservatorio europeo delle droghe e tossicodipendenze (Emcdda o Oedt), organo dell'Ue con sede a Lisbona, conferma le tendenze sul consumo di droghe registrate lo scorso anno (vedi Euronote n. 15, pag. 4). Pur con alcune difficoltà nella comparazione tra le statistiche dei diversi Paesi, causa l'eterogeneità delle informazioni da essi provenienti (per differenze culturali e metodologiche), la relazione dell'Osservatorio offre un utile quadro generale del fenomeno all'interno dell'Unione e apre un'importante finestra dedicata alla situazione nell'Europa centrale ed orientale.

la situazione nell'Ue

Il consumo di cannabis è stabile, dopo la forte crescita registrata nei primi anni Novanta, ma questa resta comunque la droga più diffusa in tutta l'Ue, provata da una percentuale di popolazione che varia dal 5% al 30% e che raggiunge il 40% nella fascia di età definita dei giovani adulti (soprattutto nel Regno Unito, in Spagna e in Danimarca). Essendo prevalentemente consumata ad intermittenza, la cannabis, pur così diffusa, non rappresenta il problema principale di droga per l'Unione. Problema che assume invece dimensioni più preoccupanti, soprattutto per l'incremento di diffusione registrato negli ultimi anni, se si prendono in considerazione le anfetamine e l'ecstasy. L'anfetamina si colloca al secondo posto (dopo la cannabis, appunto) per diffusione ed è stata provata dall'1-9% della popolazione adulta, fino al 6% dei giovani adulti con punte del 13% tra i giovani di 15-16 anni. Si registrano sempre più frequentemente problemi causati da questa sostanza in Finlandia, Svezia, Belgio e Regno Unito, soprattutto tra i consumatori cronici e coloro che si drogano per via endovenosa. Il consumo di ecstasy, invece, che riguarda lo 0,5-3% della popolazione adulta, è piuttosto stabile nei Paesi dove era già diffuso (Nord Europa) ma cresce negli altri. Si segnala anche un aumento dell'abuso di farmaci quali le benzodiazepine, spesso associati all'alcool, da parte degli adulti. Per quanto riguarda poi la cocaina, sono aumentati notevolmente i quantitativi sequestrati anche se ciò non sembra aver influito su prezzo e disponibilità. Il consumo, moderato ma in costante aumento, riguarda soprattutto gli adulti (l'ha provata l'1-3% della popolazione adulta) mentre è decisamente inferiore tra i giovani in età scolare. Circoscritto ad alcuni gruppi ed alcune zone specifiche è invece il consumo di crack. Le tendenze dell'offerta, il consumo e la dipendenza che riguardano l'eroina sembrano essere abbastanza costanti, anche se alcuni Paesi segnalano un aumento del consumo tra consumatori di droghe sintetiche e altre popolazioni giovanili ed emerge una nuova generazione di fumatori della sostanza. Pare inoltre che il consumo di eroina, sostanza che presenta le maggiori e più gravi implicazioni in termini sociali, socio-assistenziali e sanitari, si stia spostando dalle città verso le zone rurali.

I problemi di tossicodipendenza, invece, variano da un Paese all'altro e indicano in linea generale una dipendenza prevalentemente da oppiacei nell'Europa occidentale e meridionale, mentre si nota una maggior assunzione di anfetamine per via endovenosa nei Paesi del Nord.

Europa centrale ed orientale

L'Osservatorio ha poi preso in esame la situazione di alcuni Paesi dell'Europa centrale ed orientale, area nella quale il problema del consumo di droghe è emerso solo dall'inizio degli anni Novanta. Naturalmente, consumo e abuso di droghe erano presenti anche prima e riguardavano perlopiù sostanze fabbricate artigianalmente (ad esempio il the di oppio), così come molto diffuso fin dagli anni Settanta è il consumo/abuso di farmaci. I mutamenti politici verificatisi dal 1990 nella regione hanno poi accresciuto il traffico di droga da, attraverso e verso questi Paesi e, di conseguenza, portato all'aumento del consumo interno di droghe di importazione. Uno dei problemi maggiori è stato quello del forte aumento del consumo di eroina, soprattutto in Bulgaria, Repubblica ceca, Macedonia, Ungheria, Repubblica slovacca e Slovenia, che ha fatto registrare un graduale spostamento verso la via endovenosa. Recentemente, si è diffuso poi il consumo di farmaci associati a droghe illegali in Bulgaria, Bosnia, Macedonia, Ungheria, Repubblica slovacca e Slovenia. Il consumo di cocaina è invece ancora piuttosto contenuto anche se il numero dei sequestri indica un aumento del traffico in Polonia, Repubblica ceca, Ungheria e Romania. Essendo, quello del consumo e della tossicodipendenza, un fenomeno che le autorità di questi Paesi affrontano da pochi anni, gli interventi di carattere socio-sanitario e legislativo sono ancora in fase di sviluppo. Prevale ad esempio il trattamento in ambito ospedaliero, da parte di psichiatri e medici. Nella maggior parte dei Paesi esistono servizi di trattamento solo nelle grandi città, anche se si stanno sviluppando a ritmi sostenuti trattamenti ambulatoriali e residenziali di lungo periodo. Sul fronte legislativo, poi, sono in atto enormi sforzi per adattare le normative ai livelli legislativi dell'Unione europea. Tutti i Paesi presi in esame hanno adottato nuove legislazioni in materia di droghe (soprattutto dal 1996). Produzione e traffico sono considerati un crimine soggetto a sanzioni penali in tutti i Paesi, anche se in genere il consumo di droghe non viene ritenuto illegale. Tutti i Paesi, tranne l'Albania, hanno firmato le tre convenzioni Onu sugli stupefacenti, le sostanze psicotrope e il traffico illecito e le hanno ratificate, eccetto l'Estonia che non ha ancora ratificato la convenzione del 1988.

INFORMAZIONI: La relazione dell'Osservatorio europeo sulle droghe e la tossicodipendenza è disponibile su Internet all'indirizzo http://www.emcdda.org. *

DROGHE: LE STRATEGIE DEGLI STATI MEMBRI

Belgio
* Il possesso e la coltivazione per uso personale sono meno suscettibili di punizione.
* Il consumo in pubblico, l'incitazione all'uso, la vendita o il traffico rimangono reati gravi.

Danimarca
* Non viene fatta alcuna distinzione tra le droghe.
* Il reato commesso per la prima volta comporta l'iscrizione al Registro penale centrale.
* I successivi reati comportano ammende o sanzioni.
* Raccomandazione di dare avvertimenti in caso di possesso di modiche quantità.

Germania
* Il possesso di modiche quantità per uso personale è un reato, però non viene perseguito/punito se non vi sono danni a terzi.

Grecia
* Non viene fatta alcuna distinzione tra droghe "leggere" e "pesanti".
* Si ritiene che l'uso possa portare ad una dipendenza fisica e/o psicologica e agisca da "droga di passaggio", comportando un rischio per la società.

Spagna
* Il possesso e il consumo nei luoghi pubblici sono sanzionati con misure amministrative.
* Per la coltivazione e il traffico, viene fatta una distinzione tra le droghe che causano gravi problemi per la salute e droghe innocue.

Francia

* Nessuna distinzione giuridica tra droghe, il cui consumo comporta un'ammenda e/o fino a un anno di detenzione. Terapia medica e assistenza sociale ai grossi consumatori di cannabis; l'accettazione della terapia esenta dalle sanzioni.
* Ammonimento in caso di primo reato di consumo di cannabis, se è occasionale e se l'interessato è socialmente integrato.

Irlanda

* Viene fatta una distinzione tra possesso per uso personale e possesso con intenzione di fornirla ad altri.
* Ammende per possesso di cannabis per uso personale per primo e secondo reato.

Italia

* Ammonimento per reati di possesso per uso personale commessi per la prima volta.
* I successivi reati a scopo di uso personale comportano sanzioni amministrative (sospensione della patente di guida, del porto d'armi o del passaporto).

Lussemburgo

Non viene fatta alcuna distinzione tra droghe pesanti e leggere, ma i tribunali distinguono tra:
* consumatori, che possono ricevere un ammonimento (se il reato è commesso per la prima volta) o essere sottoposti a terapia (in genere il consumo non è perseguito);
* trafficanti, che sono perseguiti con misure repressive.

Paesi Bassi
* È consentito il consumo o il possesso fino a 5 g. nei bar.
* Le direttive specificano i termini e le condizioni del possesso e dell'uso.

Austria

* Ritiro della condanna in caso di primo consumo di cannabis.
* Le sanzioni vengono definite in base al quantitativo di droga implicato. Ammenda per piccola criminalità (piccoli quantitativi) e/o fino a sei mesi di detenzione.

Portogallo

* Per ciascuna droga esiste una dose limite ufficiale giornaliera.
* Il possesso è un reato, ma modiche quantità possono essere considerate reato di consumo e pertanto punite meno severamente con un "esente da punizione" (che tuttavia è registrato nella fedina penale), a patto che sia dimostrato che sono solo per uso personale e che l'interessato è un consumatore occasionale.
* Se la quantità supera di tre volte la dose media giornaliera consentita, viene punito più severamente a seconda che la sostanza sia per uso personale o per traffico.

Finlandia

* Nell'applicazione delle sanzioni non viene fatta distinzione tra le droghe.
* L'uso è punito con un'ammenda o con un massimo di due anni di carcerazione.
* Tuttavia, la legislazione finlandese contiene il concetto di "droga molto pericolosa", riferito ad una sostanza stupefacente che può provocare la morte per overdose o gravi danni alla salute.

Svezia

* il possesso e il consumo di cannabis sono vietati.
* Le sanzioni sono definite in base ai quantitativi.
* Il consumo di cannabis è punito con un'ammenda, che può facoltativamente essere commutata con l'orientamento.

Regno Unito

* Le sostanze controllate sono suddivise in tre classi: A, B e C.
* Per il possesso (fino a 30 g.) di cannabis (droga della classe B) è previsto fino ad un massimo di 5 anni di carcere.
* La condanna massima è a 14 anni di carcere, per traffico di cannabis.
* I tribunali possono anche imporre cauzioni, periodi di prova o servizi di comunità.

Fonte: Emcdda, Rapporto 1998.




DONNE: NUOVE NORME SUL LAVORO NOTTURNO

Con la legge comunitaria n° 25 del 5 febbraio scorso, approvata dai due rami del parlamento italiano, sono cambiate molte delle norme attualmente in vigore sul lavoro notturno, in particolare per le donne.
Per capire come si è arrivati a questo cambiamento occorre premettere tre aspetti, il primo sulla situazione europea e gli altri due relativi alla specifica situazione italiana.
In Europa il lavoro notturno per le donne è sempre stato regolamentato in maniera molto differenziata. Semplificando, coesistevano due impostazioni:
- una riferita soprattutto ai Paesi del Nord Europa, dove non sussistono divieti di adibizione al lavoro notturno delle donne, o comunque i vincoli sono molto limitati (parità formale);
- una seconda, maggiormente presente nei Paesi dell'area mediterranea - ma non solo - caratterizzata da divieti e/o vincoli più rigidi: Italia, Francia, Grecia, Belgio, Portogallo
Il lavoro notturno in Italia, invece, è sempre stato regolamentato soprattutto - e non dappertutto - dalla contrattazione. Sino ad ora, quindi, non esisteva una normativa organica in materia, che definisse alcune norme valevoli per l'insieme dei settori. Su questo aspetto, già la direttiva europea in materia di orario di lavoro (93/104) chiedeva ai governi nazionali di definire nelle proprie legislazioni uno "zoccolo minimo" di tutela sul lavoro notturno valevole per l'insieme del mondo del lavoro (impostazione recepita nel cosiddetto "avviso comune" tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria del novembre '97).
Sempre in Italia, solo per le donne lavoratrici nell'industria esisteva un divieto per legge (articolo 5 delle legge di parità n° 903/77), rimuovibile attraverso la contrattazione. Tale divieto non riguardava lavoratrici di altri settori (es. la pubblica amministrazione e il terziario). Per usare un paradosso, si potrebbe sostenere che questo articolo è stato uno di quelli più "applicati" della legge di parità: sono stati numerosissimi gli accordi di deroga siglati in questi anni, e con condizioni normative molto differenziate (es. riduzione ulteriore di orario di lavoro, volontarietà, trasporti, agevolazioni ecc.)
Il diritto comunitario è intervenuto sul tema donne e lavoro notturno, oltre che indirettamente attraverso la direttiva europea sull'orario sopracitata, anche direttamente: una serie di sentenze della Corte di giustizia europea (vedi box) imponevano all'Italia di rivedere le proprie normative sostenendo che è contrario al principio di parità tra uomini e donne vietare a queste ultime il lavoro notturno se tale divieto non esiste per gli uomini.
La nuova legge comunitaria (che viene promulgata ogni anno ed è così chiamata perché recepisce una serie di disposizioni europee a cui gli Stati membri devono adeguarsi sul piano legislativo) dà delle risposte alle due questioni fondamentali: definizione di un insieme di norme valevoli per l'insieme del mondo del lavoro e necessità di specifiche tutele legate a particolari condizioni.
Sulla prima (in attesa di una legge organica in materia di orario di lavoro) delega il governo ad emanare entro sei mesi - quindi entro il mese di agosto 1999 - uno o più decreti sul lavoro notturno, sulla base di alcuni importanti principi valevoli per il settore privato e pubblico: la contrattazione può definire ulteriori limitazioni allo svolgimento del lavoro notturno che, in ogni caso, deve essere introdotto previa consultazione tra le parti sociali e dei lavoratori interessati, prevedendo un impiego in via prioritaria del personale volontario; devono essere previste procedure preventive e permanenti di sorveglianza sanitaria, garanzie di informazioni sulla sicurezza e possibilità di trasferimento a mansioni diurne in caso di sopraggiunta inidoneità; i contratti dovranno prevedere una riduzione dell'orario di lavoro e una maggiorazione della retribuzioni.
Sulla seconda questione, invece, definisce che il divieto o l'esclusione dal lavoro notturno non siano più legati al sesso, ma alla presenza di alcune condizioni di difficoltà, per donne e uomini. In particolare: in ogni caso, per le donne in gravidanza fino ad una anno di vita del bambino (la normativa precedente prevedeva sino a 7 mesi); per la madre o alternativamente il padre di bambini sino a tre anni; per le famiglie con un solo genitore e con figlio sino a 12 anni; per la lavoratrice o il lavoratore con un figlio handicappato. *

LE SENTENZE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

Segnaliamo di seguito due sentenze della Corte di giustizia europea relative al lavoro notturno femminile. La prima, del 25 luglio 1991(relativa al caso Stoeckel), aveva preso avvio da una causa intentata dal governo francese nei confronti di un'azienda nella quale era stato negoziato il ricorso al lavoro notturno delle donne. Questa sentenza riveste un'importanza particolare perché ha iniziato la procedura della Commissione nei confronti degli Stati membri inadempienti ed ha interessato, oltre a Francia e Italia, anche Belgio, Grecia, Spagna e Portogallo. La seconda, invece, riguarda direttamente l'Italia e consiste in una sua condanna definitiva per aver mantenuto in vigore il divieto di lavoro notturno per le donne.

* Sentenza del 25 luglio 1991: «L'articolo 5 della direttiva 76/207/Cee del Consiglio, del 9 febbraio 1976, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, è sufficientemente preciso per imporre agli Stati membri l'obbligo di non vietare per legge il lavoro notturno alle donne, anche se quest'obbligo comporta deroghe, mentre non esiste alcun divieto del lavoro notturno per gli uomini».

* Sentenza del 4 dicembre 1997: «La Repubblica italiana, avendo mantenuto in vigore nel proprio ordinamento giuridico disposizioni che stabiliscono il divieto di lavoro notturno per le donne in violazione dell'art. 5 della direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976 n. 76/207/Cee, relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del diritto comunitario».




FLASH

lieve calo della disoccupazione

Il tasso di disoccupazione dell'Unione europea è sceso nel mese di gennaio al 9,6% rispetto al 9,7% del dicembre 1998, il che corrisponde a 13,6 milioni di disoccupati. I dati Eurostat evidenziano inoltre come la zona euro (cioè gli 11 Stati membri che partecipano all'Uem) abbia registrato un tasso di disoccupazione del 10,6%, che costituisce un calo rispetto al mese di dicembre 1998 (10,7%). I tassi più bassi riguardano il Lussemburgo (2,8%) ed i Paesi Bassi (3,6%), seguiti dal Portogallo (4,3%), dall'Austria (4,4%) e dalla Danimarca (4,6%). Il tasso di disoccupazione della Spagna rimane invece il più elevato dell'Ue (17,8%). Per quanto riguarda i giovani di età inferiore ai 25 anni, il tasso varia dal 6% nei Paesi Bassi al 33,3% in Italia, con una media europea del 19,1%.

(da Inforapid 91/99)

l'opinione degli europei sugli aiuti allo sviluppo

Un sondaggio Eurobarometro realizzato su richiesta della Commissione europea alla fine del 1998 rivela che più di un europeo su due (51%) è favorevole a un aumento dell'aiuto accordato dal proprio governo ai Paesi in via di sviluppo e che sei europei su dieci ritengono che occorrerebbe aumentare l'aiuto concesso dalla Commissione a questi Paesi. Tuttavia, un raffronto con un sondaggio precedente effettuato nel 1996 rivela che l'entità dell'aiuto allo sviluppo è in leggero calo agli occhi degli europei.

(da Inforapid 92/99)

Pil in leggera crescita

Secondo recenti stime di Eurostat, il prodotto interno lordo dell'Unione europea relativo al quarto trimestre dell'anno 1998 è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. Complessivamente, nel corso di tutto il 1998 il Pil dell'Ue è aumentato del 2,9% rispetto all'anno precedente.

(da Inforapid 93/99)

direttiva sulle lavoratrici incinte

La Commissione europea ha adottato la relazione sui progressi negli Stati membri della trasposizione della direttiva del 1992 che mira a migliorare la salute e la sicurezza sul posto di lavoro delle donne incinte o che hanno appena partorito. Questa relazione è nell'insieme ottimista sul livello di conformità che gli Stati membri hanno raggiunto rispetto alla direttiva. Tuttavia, si sono potuti identificare alcuni problemi e differenze tra Stati membri dell'Unione europea come la durata del congedo di maternità o il salario percepito nel corso di quest'ultimo.

(da Inforapid 101/99)

lavoro e sicurezza nell'Ue: l'impatto economico

Un rapporto intitolato "L'impatto economico della salute e sicurezza sul lavoro nei Paesi membri dell'Ue" è stato pubblicato dall'Agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro. Il Rapporto fornisce in particolare informazioni sui costi sociali degli incidenti e delle malattie del lavoro e sugli strumenti economici utilizzati per promuovere buone pratiche in materia di salute e sicurezza a livello di impresa. Nel testo si legge che quando devono essere utilizzate delle misure preventive a livello nazionale o nell'impresa, le considerazioni morali, sociali e umane sono predominanti. Quanto ai costi sociali degli incidenti e delle malattie del lavoro, essi costituiscono negli Stati membri dal 2,6% al 3,8% del Pil, il che corrisponde ad un costo totale compreso tra 185 e 270 miliardi di euro per l'Unione europea nel suo insieme. Il Rapporto fornisce anche informazioni sui diversi strumenti economici utilizzati per promuovere buone pratiche di salute e sicurezza a livello dell'impresa.

(da Inforapid 116/99)

rete europea sull'organizzazione del lavoro

Una nuova rete europea sull'organizzazione del lavoro (Ewon) è stata lanciata al fine di facilitare ed accelerare la modernizzazione dell'organizzazione del lavoro nelle imprese dell'Unione europea. Membri di questa rete sono la Commissione europea, istituti nazionali degli Stati membri dell'Ue che lavorano nel campo dell'economia sociale, oltre che la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

(da Inforapid 118/99)

le sfide per l'Europa

L'Europa deve adattarsi ai mutamenti radicali in materia di sicurezza internazionale, riformare i suoi sistemi di protezione sociale per affrontare la questione dell'invecchiamento della popolazione, e raccogliere la sfida costituita dall'aumento estremamente importante della popolazione essenzialmente nei Paesi del cosiddetto Terzo mondo. Queste le conlusioni alle quali è giunta la Cellula di prospettiva della Commissione europea che ha esaminato le principali sfide che l'Europa deve affrontare.

(da Inforapid 119/99)

rapporto annuale della Corte di giustizia europea

Il rapporto annuale della Corte di Giustizia della Comunità europea sottolinea che gli affari trattati nel 1998 denotano l'implicazione crescente del diritto comunitario nella realtà quotidiana dei cittadini dell'Unione europea. Se il numero di questioni trattate davanti alla Corte e al Tribunale di prima istanza cresce costantemente, anche il numero delle questioni in istanza cresce, nonostante l'aumento del 20% dei giudizi resi. Dal canto suo, la Corte si è mostrata particolarmente attenta nel 1998 a che la giurisprudenza venisse diffusa presso il pubblico nelle 11 lingue ufficiali, in particolare sul sito Internet www.curia.eu.int.

(da Inforapid 121/99)

parti sociali a confronto sull'allargamento

Nei giorni 18 e 19 marzo scorsi si è tenuta a Varsavia una conferenza delle parti sociali sull'allargamento dell'Ue organizzata dalla Commissione europea. Nel corso dei lavori le parti sociali dell'Ue e quelle dei Paesi candidati all'adesione hanno discusso sulla trasformazione socioeconomica, sulle prospettive del capitolo sociale del Trattato e sul ruolo delle parti sociali nella nuova strategia sull'occupazione. Oltre alla ripresa della conquista sociale da parte dei Paesi candidati all'adesione si è dunque presa in considerazione anche l'evoluzione dei loro sistemi sociali che deve essere compatibile con le norme dell'Unione europea. «È essenziale che le organizzazioni degli imprenditori e sindacali dei Paesi candidati si costituiscano come organizzazioni indipendenti e rappresentative», ha affermato il commissario europeo responsabile per gli Affari Sociali, Pedraig Flynn, in occasione della conferenza. Il commissario ha poi insistito perché i partner sociali dei Paesi interessati instaurino un dialogo sociale conforme alla legislazione sociale europea. Questa conferenza ha dato luogo all'adozione di una dichiarazione comune che precisa in particolare che nei Paesi candidati i partner sociali dovranno essere associati in modo appropriato al processo di allargamento, e che la messa in atto di riforme strutturali dovrà svolgersi in condizioni socialmente accettabili.

(da Inforapid 103 e 114/99)

Commissione: nasce l'ufficio antifrode

La Commissione europea ha approvato la creazione di un ufficio antifrode che dovrebbe entrare in funzione il primo giugno 1999. L'ufficio sarà interno alla Commissione, ma il direttore potrà decidere di aprire un'indagine in qualsiasi istituzione od organo comunitario nonché di trasmettere, se necessario, il dossier alle autorità giudiziarie nazionali. Il nuovo ufficio antifrode sarà inoltre incaricato di condurre le indagini esterne negli Stati membri e nei Paesi terzi per i casi di frode a danno del bilancio comunitario, nei limiti delle competenze della Commissione in materia, e avrà il compito di sviluppare il quadro giuridico della lotta antifrode. L'ufficio sarà controllato da un comitato di sorveglianza formato da cinque o sei esperti in lotta antifrode, indipendenti, nominati di comune accordo dalla Commissione, dal Consiglio e dal Parlamento.

(da Inforapid 105/99)

accordo-quadro sui contratti a tempo determinato

I rappresentanti delle organizzazioni sindacali e patronali europee hanno firmato, lo scorso 18 marzo a Varsavia, l'accordo-quadro sui contratti di lavoro a durata determinata. Si tratta del terzo accordo tra parti sociali europee che risulterà in una direttiva europea.

(da Inforapid 106/99)

sindacati collegati da una rete informatica

La Commissione europea ha appena lanciato il progetto "Netunion - Network for Union Democracy" (Netunion - Rete per una democrazia sindacale) volto a fornire servizi di formazione informatica e organizzare tribune elettroniche all'attenzione dei sindacalisti sul dialogo sociale. Le tre regioni attualmente interessate da questo progetto sono la Catalogna (Spagna), la Lombardia (Italia) e la regione Rodano-Alpi (Francia). L'indirizzo Internet è: http://www.lomb.cgil.it/netunion/home.htm

convergenza economica delle regioni Ue in ritardo di sviluppo

Nella sua ultima relazione sull'evoluzione delle regioni dell'Unione europea, la Commissione constata che, per la prima volta, la convergenza economica è diventata una questione reale, anche se le disparità rimangano notevoli. Benché il Pil, o il prodotto pro-capite delle regioni relativamente povere, infatti, converga verso la media dell'Unione, permangono problemi importanti in materia di disoccupazione. Nelle regioni più povere più di una persona su sei della popolazione attiva è disoccupata, rapporto che in tutta l'Unione europea è di una su dieci.

A Bonn riunione informale sull'occupazione

I ministri degli Affari Sociali e del Lavoro dell'Unione europea si sono riuniti a Bonn nei giorni 4 e 5 febbraio scorsi in modo informale per discutere le conseguenze dell'euro sull'occupazione. Tutti i partecipanti si sono trovati d'accordo sul fatto che la priorità venga data all'occupazione ora che è stato introdotto l'euro. Nel corso della riunione, la presidenza tedesca di turno ha presentato il proprio programma in materia sociale e i propri punti di vista relativi al Patto europeo per l'occupazione.

stop alla pubblicità non sollecitata su Internet

L'Associazione europea dei prestatori di servizi ha chiesto all'Unione europea di proibire l'invio di pubblicità non sollecitata per via elettronica. I prestatori di servizi sono preoccupati per lo sviluppo di questo fenomeno che importuna i consumatori e rischia inoltre di bloccare le reti.

(da Inforapid 107/99)

educazione superiore e istituzioni europee

Il 26 marzo scorso l'Associazione degli stati generali degli studenti europei (Aegee) ha organizzato a Bruxelles una conferenza sulle prospettive dell'"Educazione per il 2020" che ha affrontato i temi dell'educazione superiore e le istituzioni europee, lo sviluppo duraturo in Europa e l'educazione superiore in una società che impara. L'Aegee è costituita da circa 20.000 membri distribuiti in 100 sedi locali distaccate in tutta l'Europa e si pone l'obiettivo di promuovere l'integrazione europea e la cooperazione tra studenti.

Ces: pareri su rifiuti e redditi

Il Comitato economico e sociale (Ces) ha emesso un parere sulla "Proposta di direttiva del Consiglio sull'incenerimento dei rifiuti". Pur essendo d'accordo sull'interesse di disporre di una direttiva europea in materia di rifiuti, il Comitato ha chiesto alla Commissione di tenere conto da un lato della necessità di separare i rifiuti per indirizzarli verso gli impianti più adeguati e dall'altro dell'utilità del coincenerimento. È stato inoltre adottato un parere sulla "Proposta di direttiva del Consiglio intesa a garantire un minimo di imposizione effettiva dei redditi da risparmio sotto forma di interessi all'interno della Comunità". Il Ces ritiene che questa proposta di direttiva sia tale da rallentare la concorrenza fiscale abusiva, permettere di individuare i mezzi necessari alla creazione di posti di lavoro ed evitare una penalizzazione dell'Unione europea sui mercati internazionali di capitali.

(da Inforapid 110 e 112/99)

tasse e pensioni complementari

La Commissione europea intende presentare una proposta di direttiva per regolare alcuni problemi fiscali esistenti nel settore delle pensioni complementari. Dal momento che i fondi di pensione operano attualmente soltanto su base nazionale, un lavoratore di uno Stato membro che vive in un altro perde spesso i diritti alla pensione unicamente a causa del suo spostamento. La proposta della Commissione mirerà a permettere a un lavoratore di continuare a sottoscrivere una polizza di assicurazione nel Paese di origine, quando si stabilisce per un certo periodo in un altro Stato membro, senza avere problemi fiscali.

(da Inforapid 95/99)

relazione sulle pari opportunità

Una relazione della Commissione europea sui progressi della parità delle opportunità tra uomini e donne dimostra che la doppia strategia basata sul mainstreaming (integrazione nella vita sociale) e sulle attività specifiche incentrate sulle donne, ha prodotto risultati tangibili nel corso dell'anno 1998. D'altra parte, in vista delle elezioni europee, la relazione rivela che almeno il 30% di donne deve partecipare alla presa di decisioni perché le necessità e gli interessi delle donne e degli uomini siano rappresentati in modo equilibrato.

(da Inforapid 96/99)

riorientamento del programma Phare

I ministri degli Affari sociali dell'Ue e i loro colleghi dei Paesi candidati all'adesione si sono espressi a favore di un'apertura del programma Phare al finanziamento di progetti sociali. Nel corso del Consiglio è stata sottolineata l'importanza del fatto che l'Unione europea aiuti maggiormente, attraverso il programma Phare, i Paesi candidati a riprendere e applicare l'acquis sociale comunitario, che è peraltro particolarmente importante e ingombrante.

(da Inforapid 98/99)

sicurezza sociale per gli studenti dell'Unione

Il Consiglio ha adottato il regolamento che estende agli studenti le modifiche dei regolamenti relativi all'applicazione della sicurezza sociale alle persone impiegate e alle loro famiglie che circolano nell'Unione europea. D'ora in avanti gli studenti che effettuano gli studi o la formazione in uno Stato membro diverso da quello di origine saranno coperti senza eccezione dall'assicurazione contro le malattie e dalla sicurezza sociale.

relazione sui regimi nazionali di reddito minimo

La Commissione europea ha adottato la relazione sugli effetti dei regimi nazionali di reddito minimo che esistono attualmente in tredici Stati membri (fanno eccezione Italia e Grecia). Dal rapporto risulta globalmente che i regimi di reddito minimo interessano principalmente le situazioni di povertà più gravi e aiutano i più disagiati della società, soddisfacendo le loro necessità fondamentali senza esigere un previo contributo finanziario. La relazione stabilisce inoltre che gli Stati membri devono affiancare al reddito minimo misure tendenti a migliorare l'accesso all'occupazione.

lotta alle discriminazioni sull'orientamento sessuale

L'associazione Uguaglianza (Equality for Gays and Lesbians in the European Institutions) ha chiesto al legislatore europeo di modificare lo statuto dei funzionari riconoscendo il rapporto tra due persone dello stesso sesso. L'articolo 6a del Trattato di Amsterdam, infatti, prevede che il Consiglio possa adottare le misure necessarie per combattere ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale.

riforme economiche e strutturali dell'Ue

Le riforme economiche e strutturali nell'Unione europea sono il tema di una relazione generale pubblicata dalla Commissione europea. Il documento mette in evidenza l'importante ruolo che le riforme strutturali devono svolgere nella lotta contro la disoccupazione. La Commissione, inoltre, ricorda la necessità di tenere conto dell'interazione tra le diverse misure adottate per migliorare il funzionamento dei mercati di prodotti e di capitali e le politiche macroeconomiche. La relazione insiste poi sulla necessità di riformare i sistemi di imposizione e di prestazioni sociali per migliorare l'incentivo a creare impieghi, e sottolinea l'importanza fondamentale di azioni che diano maggior elasticità al mercato del lavoro e promuovano l'investimento in capitale umano.

Peco: diritto d'asilo e di immigrazione

La Commissione europea e l'Ufficio federale tedesco per il riconoscimento dei rifugiati stranieri hanno lanciato, lo scorso 22 febbraio a Norimberga, un progetto finalizzato a rafforzare la capacità dei Paesi dell'Europa centrale e orientale (Peco) di applicare le norme comunitarie in materia di diritto d'asilo e di immigrazione. Il progetto, dotato di 3 milioni di euro sino alla fine del 2000, beneficerà i dieci Peco candidati all'adesione, e sarà completato da alcune iniziative nell'ambito dei programmi nazionali Phare.

                             » BANDO DI GARA «

Oggetto: Iniziativa Dafne - misure per combattere la violenza contro i bambini, gli adolescenti e le donne.

Obiettivi: la Commissione chiede che le vengano presentate proposte per l'attuazione di un progetto specifico nel campo dei "telefoni azzurri" per i bambini e gli adolescenti, cioè servizi di assistenza telefonica disponibili negli Stati membri che:

- forniscono assistenza e consulenza ai bambini e agli adolescenti esposti al rischio di violenza, sopraffazione, abuso sessuale o che abbiano difficoltà di natura fisica, mentale, emotiva o psicologica nonché alle loro famiglie, qualora esse chiedano aiuto o consigli;

- aiutano a rintracciare e ritrovare i bambini e gli adolescenti scomparsi.

Richiedenti: possono presentare proposte unicamente le organizzazioni non governative o di volontariato che dispongono delle qualifiche e dell'esperienza adeguata. Si darà priorità alle proposte che coinvolgono partner di almeno due Stati membri. Proposte specifiche possono anche prevedere, se del caso, la partecipazione del personale di organismi pubblici, organismi multilaterali o Ong di Paesi terzi.

Attività coperte dalle azioni: formazione e scambi; sostegno a progetti pilota; sostegno a reti europee; studi e ricerche; diffusione dell'informazione; cooperazione tra le Ong e le autorità pubbliche.

Criteri di selezione: Le proposte devono:

- essere presentate da Ong o organizzazioni di volontariato aventi l'esperienza e le qualifiche adeguate;

- presentare un valore aggiunto a livello dell'Ue dal punto di vista pratico ed effettivo;

- essere innovative in termini di contenuto e organizzazione;

- consentire scambi transnazionali;

- perseguire risultati suscettibili di essere trasferiti;

- includere indicatori di risultato in relazione agli obiettivi.

Scadenza: 8 maggio 1999.

Istituzione competente: Segretariato generale, Task Force "Cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni", Rue de la Loi - Wetstraat 200, B-1049 Bruxelles, fax: 0032 2 2950174.


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Aggiornato il: 04 October 1999