le prove di Siviglia

Grandi annunci alla vigilia, risultati modesti, ma il delineamento di una direzione europea piuttosto chiara e preoccupante. Questo, in estrema sintesi, è avvenuto al Consiglio europeo svoltosi a Siviglia (Spagna) nei giorni 21 e 22 giugno scorsi, dove il tema centrale era quello dell'immigrazione illegale, definita "clandestina" dai Quindici. E non a caso si era optato per tale questione, perché trattasi di argomento assai fruttuoso dal punto di vista mediatico e politico. Il premier spagnolo, José Maria Aznar, con evidenti ambizioni di occupare la leadership dello schieramento conservatore europeo, aveva scelto la linea dura nella lotta all'immigrazione illegale come "sigillo" dell'ultimo Consiglio europeo da lui presieduto (dal 1 luglio, infatti, la presidenza di turno dell'Ue è passata dalla Spagna alla Danimarca). La proposta di Aznar, accolta con entusiasmo dal premier britannico Tony Blair, dall'intero governo italiano e dai neogoverni di destra danese e olandese, era stata definita «moralmente ripugnante» dal ministro britannico per la Cooperazione, Clare Short; lasciamo immaginare il parere di associazioni, Ong e tutti quei soggetti che lavorano per la cooperazione e per i diritti umani. In pratica, Aznar, Berlusconi, Blair e altri proponevano una nuova linea politica europea per fronteggiare l'immigrazione illegale: tagliare gli aiuti e i regimi di favore (ad esempio in campo commerciale) a tutti i Paesi terzi che non collaborano adeguatamente (secondo i canoni europei) nel bloccare i flussi di migranti. Oltre che essere una sorta di ricatto, si sarebbe trattato di un'iniziativa tutt'altro che lungimirante per diversi motivi (come sottolinea puntualmente il CeSPI sul bollettino "Migraction Europa" n. 3/2002): «per molti Paesi l'emigrazione rappresenta un fattore importante di stabilità sociale e sopravvivenza economica; il legame tra processi di sviluppo socio-economico e migrazioni è estremamente complesso e non univoco, e quindi non riconducibile a schemi semplici e universali; un calo drastico e improvviso degli aiuti può avere effetti destabilizzanti; controllare le frontiere in uscita e riammettere i propri cittadini partiti in cerca di fortuna ed espulsi dal Paese di destinazione sono comportamenti altamente impopolari per qualsiasi governo». Tutt'altro effetto sui governi dei Paesi d'emigrazione potrebbe avere un approccio "in positivo" basato su incentivi, anziché la minaccia di sanzioni. In ogni caso, grazie all'opposizione di Francia e Svezia, la freddezza della Germania e l'impegno del presidente della Commissione Romano Prodi, Siviglia non ha prodotto (vedi pag 2 e 3) le decisioni auspicate da Aznar...per ora. Perché è piuttosto evidente il ritorno all'"approccio di Schengen", dove controllo e repressione sovrastano nettamente temi quali integrazione e diritti delle persone.

Pochi giorni dopo Siviglia, poi, alcuni capi di Stato e di governo europei hanno preso parte al G8 in Canada, dove a clamorosi annunci sulle importanti decisioni che sarebbero state prese sul rilancio dell'Africa non è seguito nulla di serio, se non anche qui l'intenzione di vincolare gli aiuti al rispetto delle regole dettate dagli 8 "Grandi". Come se diritti umani, salute, fame, istruzione potessero essere vincolati a qualche condizionalità: vergognoso.


Siviglia: non passa la linea dura sull'immigrazione... per ora

Si è svolto a Siviglia (Spagna), nei giorni 21 e 22 giugno scorsi, il Consiglio europeo che ha chiuso il semestre di presidenza spagnola dell'Unione (presidenza passata dal 1 luglio alla Danimarca). Il tema centrale del Vertice era quello dell'immigrazione, con lo scopo di accelerare il percorso avviato a Tampere per la creazione di una politica comune in materia, soprattutto di come fronteggiare l'immigrazione illegale verso l'Ue. Dopo molte discussioni, i Quindici hanno riaffermato la loro volontà di combattere l'immigrazione illegale «nel rispetto degli impegni assunti dall'Unione e senza mettere in discussione gli obiettivi della cooperazione allo sviluppo»: su azione del presidente della Commissione, Romano Prodi, e soprattutto di Francia e Svezia non è stata dunque adottata la proposta di alcuni Stati membri (Italia, Spagna, Gran Bretagna) di sanzionare i Paesi terzi che non collaborano adeguatamente nella lotta all'immigrazione illegale diminuendo gli aiuti allo sviluppo che l'Unione elargisce loro. Vincolare la cooperazione allo sviluppo all'immigrazione illegale aveva l'aria di una sorta di ricatto, poco in sintonia con la tradizione dell'Unione in materia umanitaria e di salvaguardia dei diritti delle persone. Certo, il fatto che sia stata presentata una simile proposta e che non sia passata solo per l'impegno di pochi partecipanti al Vertice, può fare intuire come le destre europee (ormai al governo in quasi tutti gli Stati membri) intendano costruire le politiche comuni sull'immigrazione e non solo.

E' stato poi approvato un piano per il controllo comune delle frontiere dell'Ue e si è deciso che, entro la fine del 2002, la Commissione presenterà una proposta che preveda norme comuni in tema di rimpatrio degli immigrati illegali.

Riportiamo di seguito la parte delle conclusioni del Consiglio di Siviglia che riguarda appunto le questioni dell'immigrazione e dell'asilo.

asilo e immigrazione

26. Il Consiglio europeo è deciso ad accelerare l'attuazione, in tutti i suoi aspetti, del programma adottato a Tampere ai fini della creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell'Unione europea. A questo proposito esso fa presente la necessità di sviluppare una politica comune dell'Unione europea sulle questioni, distinte ma strettamente legate, dell'asilo e dell'immigrazione.

27. È di capitale importanza per l'Unione europea e i suoi Stati membri che la gestione dei flussi migratori avvenga nel rispetto del diritto, in cooperazione con i paesi di origine e di transito di detti flussi. Il Consiglio europeo esprime perciò soddisfazione per i risultati ottenuti nello scorso semestre, in particolare il piano globale per la lotta all'immigrazione clandestina, il piano per la gestione delle frontiere esterne e la direttiva che adotta norme minime relative all'accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri, e invita le prossime Presidenze a continuare a considerare prioritarie le questioni della migrazione nella programmazione dei lavori.

28. Le misure adottate a breve e medio termine per la gestione comune dei flussi migratori devono rispettare un giusto equilibrio tra, da un lato, una politica d'integrazione degli immigranti che soggiornano legalmente e una politica di asilo che rispetti le convenzioni internazionali, in particolare la convenzione di Ginevra del 1951, e, dall'altro, una lotta risoluta contro l'immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani.

29. L'azione dell'Unione in questo settore deve basarsi sui seguenti principi:

immigrazione clandestina

30. Con il piano globale per la lotta all'immigrazione clandestina l'Unione europea si è dotata di uno strumento efficace per realizzare una gestione adeguata dei flussi migratori e lottare contro l'immigrazione clandestina. Il Consiglio europeo sollecita il Consiglio e la Commissione ad accordare, nell'ambito delle rispettive competenze, priorità assoluta alle seguenti misure previste dal piano:

frontiere esterne

31. Il Consiglio europeo si compiace delle varie iniziative recentemente intraprese in questo settore, in particolare della comunicazione della Commissione intitolata "Verso una gestione integrata delle frontiere esterne degli Stati membri", dello studio di fattibilità eseguito sotto la direzione dell'Italia concernente la creazione di una polizia europea delle frontiere, tenendo conto della volontà manifestata dalla Commissione di proseguire l'esame dell'opportunità e della fattibilità di tale polizia europea, nonché dello studio su "Polizia e sicurezza delle frontiere" realizzato da tre Stati membri nel quadro del programma di cooperazione OISIN.

32. Il Consiglio europeo si compiace della recente approvazione di un piano per la gestione delle frontiere esterne degli Stati membri elaborato sulla base delle tre iniziative citate, che dovrà contribuire tra l'altro a un migliore controllo dei flussi migratori. Chiede che sia istituito al più presto, nell'ambito del Consiglio, un organo comune di esperti delle frontiere esterne, composto dai capi dei servizi di controllo alle frontiere degli Stati membri e incaricato di coordinare le misure previste dal piano.

Chiede inoltre al Consiglio, alla Commissione e agli Stati membri, ciascuno per quanto di propria competenza, di attuare le misure seguenti:

entro il 2002

entro giugno 2003

relazioni con i Paesi terzi

33. Il Consiglio europeo ritiene che la lotta contro l'immigrazione illegale richieda uno sforzo maggiore da parte dell'Unione europea e un approccio mirato al fenomeno, con la messa in campo di tutti gli strumenti adeguati nel quadro delle relazioni esterne dell'Unione europea. A tale scopo, in ottemperanza alle conclusioni del Consiglio di Tampere, un approccio integrato, globale ed equilibrato, inteso ad affrontare le cause profonde dell'immigrazione clandestina deve restare l'obiettivo costante dell'Unione europea a lungo termine. In tale ottica il Consiglio europeo ricorda che l'intensificazione della cooperazione economica, lo sviluppo degli scambi commerciali, l'aiuto allo sviluppo, nonché la prevenzione dei conflitti sono altrettanti strumenti per promuovere la prosperità economica dei Paesi interessati e per ridurre così le cause all'origine dei movimenti migratori. Il Consiglio europeo insiste affinché in qualsiasi futuro accordo di cooperazione, accordo di associazione o accordo equivalente che l'Unione europea o la Comunità europea concluderà con qualsiasi Paese sia inserita una clausola sulla gestione comune dei flussi migratori, nonché sulla riammissione obbligatoria in caso di immigrazione clandestina.

34. Il Consiglio europeo sottolinea che è importante assicurare la cooperazione dei Paesi d'origine e di transito in materia di gestione comune e di controllo delle frontiere nonché di riammissione. La riammissione da parte dei Paesi terzi comprenderà quella dei loro cittadini presenti illegalmente in uno Stato membro nonché, nelle stesse condizioni, la riammissione dei cittadini di Paesi terzi di cui possa essere verificato il transito nel Paese in questione. La cooperazione mira a ottenere risultati a breve e a medio termine. L'Unione è disposta a fornire l'aiuto tecnico e finanziario necessario allo scopo, nel qual caso la Comunità europea dovrà disporre di risorse adeguate nel quadro delle prospettive finanziarie.

35. Il Consiglio europeo reputa necessario procedere a una valutazione sistematica delle relazioni con i Paesi terzi che non cooperano nella lotta contro l'immigrazione illegale. Di questa valutazione si terrà conto nelle relazioni fra l'Unione europea e gli Stati membri e i Paesi interessati, in tutti i settori pertinenti. Una cooperazione insufficiente da parte di un Paese potrebbe rendere più difficile l'approfondimento delle relazioni tra il Paese in questione e l'Unione.

36. Se non si sarà ottenuto alcun risultato ricorrendo ai meccanismi comunitari esistenti, il Consiglio potrà prendere atto, all'unanimità, della mancanza ingiustificata di cooperazione da parte di un Paese terzo nella gestione comune dei flussi migratori. In tal caso il Consiglio, conformemente alle norme dei trattati, potrà adottare misure o assumere posizioni nel quadro della politica estera e di sicurezza comune e delle altre politiche dell'Unione europea, nel rispetto degli impegni assunti dall'Unione e senza mettere in discussione gli obiettivi della cooperazione allo sviluppo.

accelerazione dei lavori legislativi in corso

37. Parallelamente alla cooperazione rafforzata per lottare contro l'immigrazione clandestina, occorre accelerare l'esame delle proposte in corso. Il Consiglio europeo chiede senza indugio al Consiglio di approvare:

38. La Commissione presenterà a fine ottobre al Consiglio una relazione sull'efficacia delle risorse finanziarie disponibili a livello comunitario in materia di rimpatrio degli immigranti e dei richiedenti asilo respinti, di gestione delle frontiere esterne e di progetti di asilo e migrazione nei Paesi terzi.

39. Il Consiglio europeo chiede al Consiglio di presentargli, in collaborazione con la Commissione, per la sua riunione del giugno 2003, una relazione sull'attuazione pratica degli orientamenti contenuti nel presente capitolo. n

Il testo integrale delle conclusioni è disponibile su: www.europa.eu.int/index_it.htm


G8 un anno dopo Genova: dinamiche diverse, stessa inutilità

«I G8 stanno offrendo noccioline riciclate all'Africa. Le loro dichiarazioni sono piene di banalità su tutte le questioni più importanti, ma l'Africa necessità di azioni non di parole». Questo il duro commento espresso dall'Oxfam International, uno degli organismi internazionali maggiormente impegnati nella lotta alla povertà, rispetto alle conclusioni del Vertice G8 tenutosi a Kananaskis (Canada) nei giorni 26 e 27 giugno scorsi. La riunione annuale degli 8 Grandi, cioè dei Paesi più ricchi del pianeta, tenutasi tra le Montagne rocciose del Canada e protetta da decine di posti di blocco per evitare le inevitabili manifestazioni di protesta, era annunciata come tappa di importanti decisioni relative al continente africano; cosa però già annunciata inutilmente lo scorso anno in occasione del drammatico G8 di Genova.

In effetti, i rappresentanti di alcuni Paesi africani si erano presentati in Canada con un progetto denominato Nepad (Nuovo partenariato per lo sviluppo dell'Africa), una sorta di alleanza per lo sviluppo proposta da Stati come Sudafrica, Nigeria, Senegal, Egitto e Algeria che mira a creare le condizioni di pace e buona amministrazione necessarie per favorire gli investimenti internazionali (progetto peraltro molto criticato, vedi box in questa pagina). Obiettivo: creare un ciclo di investimenti di lungo periodo (prevalentemente privati) nell'ordine di 64 miliardi di dollari l'anno che inneschi uno sviluppo dell'economia africana del 7% annuo al fine di contrastare fame e povertà. I G8 hanno però fatto solo promesse vaghe senza assumersi impegni concreti e non hanno raggiunto un accordo preciso su quanta parte dei 12 miliardi di dollari di aiuti promessi lo scorso marzo alla Conferenza di Monterey andranno all'Africa.

Secondo Sergio Marelli, direttore generale di Volontari nel mondo - Focsiv (Federazione di 56 Ong di volontariato internazionale), «il piano di "inazione" dei G8 per l'Africa colpisce per la sua vuotezza e per l'assenza di impegni o scadenze concrete. La mancanza di obiettivi quantificati in un documento finale unicamente composto da manifestazioni di "buona volontà" dei Paesi ricchi mette seriamente in discussione la possibilità di raggiungere gli "Obiettivi del Millennio" (dimezzare la povertà entro il 2015) per cui la Banca Mondiale ha calcolato un fabbisogno di almeno 54 miliardi di dollari l'annosenza dimenticare i 300 miliardi di dollari di debito che ancora pesano sulle spalle dei Paesi dell'Africa!». Il responsabile della Focsiv sottolinea inoltre come non si profili alcun vero rilancio sul piano dell'aumento delle risorse per l'aiuto allo sviluppo verso l'obiettivo internazionale dello 0,7% del Pil, né sul rilancio del Fondo Globale per la Salute, ancora al di sotto del 50% del totale richiesto dalle Nazioni Unite. Inoltre, i G8 sono stati piuttosto espliciti sull'intenzione di vincolare gli aiuti al rispetto delle regole da loro stessi dettate, cosa che Marelli commenta in questo modo: «Tutelare i diritti umani, garantire l'educazione per tutti i bambini, rendere accessibili i costi dei farmaci essenziali sono dei doveri che non possono essere subordinati a nessuna condizionalità, tantomeno alle valutazioni dell'operato di governi, quelli africani».

Amnesty International denuncia il fatto che le condizioni poste dai G8 per concedere finanziamenti riguardano esclusivamente il liberismo economico, mentre non è previsto alcun controllo sulla vendita di armi ai Paesi africani.

L'Oxfam, dal canto suo, aveva chiesto ai G8 di intraprendere azioni in tre settori-chiave (aiuto, commercio, conflitti): incrementare l'aiuto e l'alleggerimento del debito prevedendo un extra di 4 miliardi di dollari annui per garantire l'accesso alla scuola ad ogni bambino nonché maggiori impegni finanziari per la lotta all'Aids, alla tubercolosi e alla malaria; la diminuzione dei sussidi per l'agricoltura nei Paesi ricchi, l'apertura ai mercati occidentali dei prodotti africani, il contrasto del crollo dei prezzi di prodotti-base come il caffè; sforzi diplomatici per porre termine alle guerre in Sudan e nella Repubblica democratica del Congo, includendo azioni urgenti per limitare il ruolo delle multinazionali nel saccheggio delle risorse naturali africane.

Richieste svanite tra le montagne canadesi, mentre i G8 si danno appuntamento per il prossimo anno in Francia. n


Fonti: www.unimondo.org; www.misna.org; www.oxfam.org; www.amnesty.it

 

LE CRITICHE AL NEPAD

Lo scorso mese di aprile si è tenuta ad Accra (Ghana) una Conferenza promossa dal Consiglio per la ricerca delle scienze sociali e dello sviluppo insieme al Network Terzo Mondo-Africa. L'incontro ha prodotto un documento denominato "Dichiarazione sulle sfide dello sviluppo africano" che boccia il piano d'azione Nepad presentato al G8 di Kananaskis.

Secondo gli esperti riuniti in Ghana, infatti, sebbene gli obiettivi del piano siano buoni «la visione dello sviluppo e le misure economiche che propone per la loro realizzazione sono sbagliate e non faranno che rinforzare l'ambiente esterno ostile e le debolezze interne che costituiscono i maggiori ostacoli allo sviluppo africano». La Dichiarazione di Accra sottolinea come l'ordine globale sia ostile all'Africa perché le economie africane sono ridotte al ruolo di esportatori di materie prime e importatori di manufatti. Inoltre le politiche di liberalizzazione, privatizzazione e deregulation, insieme alle politiche di aggiustamento strutturale hanno rafforzato questa posizione di svantaggio. Ciò ha portato alla disintegrazione delle economie africane causando ricadute drammatiche sulle fasce più deboli della popolazione. Misure alternative proposte: stabilizzazione dei prezzi delle merci e riforma del sistema finanziario internazionale; fermare i tentativi dell'Omc di espandere il proprio dominio in nuove aree; cancellazione del debito dell'Africa; le politiche di sviluppo devono promuovere l'agricoltura, l'industria e i servizi, compresi sanità ed istruzione; i finanziamenti devono essere trovati attraverso misure «creative» di risparmio, riallocazione di spese che depennino sprechi come quelli militari, colpiscano la corruzione e la cattiva gestione delle risorse, un uso creativo delle rimesse degli emigrati, tassazione delle corporations, ritenzione e reinvestimento dei profitti delle società straniere, la prevenzione delle fughe di capitali, ma anche misure contro l'evasione fiscale delle società straniere e delle élite locali.


la Commissione presenta un progetto per l'Ue

Il 22 maggio scorso la Commissione europea ha reso nota una Comunicazione dal titolo "Un progetto per l'Unione europea". Il governo dell'Ue nella prospettiva dell'allargamento a nuovi Stati membri e la riforma delle istituzioni europee, al centro dei lavori avviati dalla Convenzione, sono i temi affrontati dal testo della Commissione che sintetizziamo di seguito.

la questione principale

La principale questione da affrontare, secondo la Commissione, è come l'Unione allargata potrà adempiere ai suoi compiti fondamentali e mantenere la sua capacità decisionale e la sua coesione, affinché resti possibile l'approfondimento della costruzione europea.

A Nizza, nel dicembre 2000, infatti, gli Stati membri hanno preso le decisioni necessarie per garantire l'adesione di nuovi Stati, ma non si è discusso né del senso dell'integrazione europea, né dell'ampiezza di ciò che si vuole fare insieme. La sfida di questo processo, indica la Commissione, consiste nell'estendere ai Paesi europei limitrofi le condizioni di pace, di solidarietà e di sviluppo economico di cui beneficiamo oggi, accogliendoli in un quadro istituzionale adeguato, chiave del successo del progetto europeo.

I cittadini, inoltre, vogliono più chiarezza, più controllo democratico, chiedono un'Unione che rispetti le identità nazionali, un'Unione che incoraggi e che protegga, una forma superiore d'organizzazione ben distante dal mito del "Superstato". L'Unione deve quindi prestare attenzione alle loro aspettative, mostrare di avere le capacità e la volontà necessaria per rispondere a nuove sfide.

Dare una risposta comune ai fenomeni migratori, consolidare e sviluppare lo spazio europeo di libertà e di giustizia, dare tutto il suo significato alla cittadinanza europea (che rafforza la cittadinanza nazionale senza sostituirvisi), affermarsi come un attore della mondializzazione portatore di un modello di sviluppo solidale e sostenibile, condurre una politica esterna aperta al dialogo tra le civiltà, le culture e le religioni: questi compiti rappresentano le nuove frontiere secondo la Commissione, per adempiere ai quali è necessario rinnovare il metodo comunitario e adattarlo alle nuove esigenze.

Ispirato dall'esperienza positiva che ha condotto all'elaborazione della Carta dei diritti fondamentali, il Consiglio europeo ha affidato ad una Convenzione la responsabilità di definire i grandi orientamenti del futuro dell'Unione. Dopo un anno di lavoro tra rappresentanti dei governi, parlamentari nazionali ed europei e membri della Commissione, provenienti da ventotto Stati europei, dopo un anno di scambi con tutti coloro che, in Europa, vogliono prendere parte ai dibattiti, la Commissione auspica che la Convenzione presenti un testo veramente costituzionale, nel quale i cittadini europei si riconoscano e riconoscano il loro progetto comune.

È a partire da questo progetto che occorrerà, successivamente, rinnovare il sistema istituzionale. La Commissione desidera quindi contribuire ai lavori della Convenzione, in un primo tempo, con una riflessione sui compiti fondamentali dell'Unione e sul quadro costituzionale che deve permettere di svilupparlo.

tre compiti fondamentali

Le aspettative dei cittadini invitano a concentrarsi su tre questioni fondamentali: come affermare un modello di sviluppo solidale e sostenibile e costruire, attorno alla moneta unica, un polo economico e sociale organizzato e credibile? Come costruire un vero spazio europeo di libertà, di sicurezza e di giustizia? Come garantire l'efficacia della politica esterna europea, attraverso le sue componenti commerciale, diplomatica e militare, attraverso l'assistenza finanziaria e l'aiuto allo sviluppo?

L'Unione deve approfondire un progetto nel quale i suoi cittadini si riconoscano e che porti loro prosperità e solidarietà e rispetto di una certa qualità della vita basata sulla tutela dell'ambiente, sull'esistenza di servizi d'interesse generale di qualità ed accessibili a tutti e su un alto livello di protezione sociale.

Per preservare questo equilibrio e l'adesione dei cittadini al progetto europeo, l'Unione deve dunque consolidare e sviluppare la sua integrazione.

sviluppare politiche comuni

Le politiche comuni costituiscono le basi dell'integrazione europea. Primo grande successo europeo, il mercato unico deve essere preservato (...).

Le politiche comuni dovranno essere approfondite attorno a due assi: lo sviluppo di un'economia prospera basata su una crescita notevole e sostenibile e l'affermazione della solidarietà necessaria per una società ed uno spazio europeo senza esclusione.

Si citerà a esempio la politica dell'ambiente, che aiuta gli Stati membri a gestire collettivamente il bene comune delle generazioni a venire, tenendo presente, tanto nell'Est quanto nell'Ovest dell'Europa, la necessità di uno sviluppo sostenibile. Le politiche che incoraggiano la competitività delle economie e delle imprese europee, l'istruzione, la ricerca e l'innovazione per rafforzare l'Europa della conoscenza. La politica agricola, che deve restare una forza economica, ma anche contribuire allo sviluppo equilibrato del territorio europeo. La coesione economica e sociale, che fornisce agli Stati membri ed alle regioni i mezzi necessari per adattarsi alla pressione concorrenziale del mercato unico e garantire la loro crescita e la loro convergenza reale. La politica dell'energia e dei trasporti, vettore dell'integrazione economica. Le politiche fiscali e sociali, perché, in un mercato integrato, i soggetti economici devono confrontarsi ad armi pari. La dimensione fiscale non può più essere ignorata. Né la necessità di costituire, a livello europeo, un acquis sociale conforme al modo in cui generalmente funzionano le nostre democrazie in Europa, vale a dire un acquis fondato sulla solidarietà, sul dialogo e sul progresso economico e sociale. In caso contrario, gli adeguamenti avranno luogo a detrimento proprio del modello di società europeo e dei valori riconosciuti dalle democrazie europee.

rinnovare i metodi d'azione

La Comunità europea ha costruito le sue solidarietà attorno alle politiche comuni. L'Unione allargata, con i suoi nuovi membri, avrà bisogno di politiche comuni forti, per i legami politici ed economici che esse creano tra gli Stati e per i notevoli vantaggi che tutta l'Unione ne trae in termini di coesione economica e sociale.

Queste politiche devono essere rinnovate in modo da adattarle al nuovo contesto dell'Unione allargata. La loro concezione deve essere ridefinita attorno alla nozione di valore aggiunto dell'azione comunitaria. Per quanto riguarda la presa di decisioni in seno al Consiglio, la maggioranza qualificata deve diventare l'unica norma procedurale. Non è più concepibile, ad esempio, che l'unanimità si applichi alla dimensione fiscale e sociale del mercato interno, a maggior ragione nella prospettiva dell'allargamento, con i rischi di stallo connessi con l'aumento del numero degli Stati.

L'esecuzione delle politiche comuni deve essere quanto più decentrata possibile. La Commissione ha già preso l'iniziativa di proporre alcuni passi assai importanti in tal senso, come la creazione di una rete composta dalle autorità nazionali della concorrenza e dalla Commissione in materia di controllo delle intese ed abuso di posizione dominante. Attualmente essa studia i mezzi per semplificare notevolmente la gestione dei fondi strutturali. È in questo contesto che la Convenzione dovrebbe esaminare le condizioni di una ripartizione di responsabilità in materia di esecuzione del bilancio quando gli Stati membri assumono l'essenziale della gestione degli stanziamenti.

Inoltre, il Libro Bianco sulla governance europea accenna a taluni orientamenti per tenere meglio conto della diversità delle situazioni locali, come l'attenzione prestata dalla Commissione alle esperienze regionali e locali nella fase della concezione delle politiche o, anche, i contratti tripartiti che sarebbe possibile concludere tra la Commissione, gli Stati membri e le regioni o le collettività locali per l'applicazione di alcune normative comunitarie, nel rispetto dei sistemi costituzionali degli Stati membri.

coordinamento delle politiche economiche

Riconosciuto come uno dei successi più importanti, l'euro ha permesso di controllare l'inflazione, di ridurre i tassi d'interesse a lungo termine, di migliorare le situazioni di bilancio nazionali e di attuare politiche economiche favorevoli alla crescita e all'occupazione. L'Unione deve avere la capacità di costruire su questo acquis, considerando pienamente la dimensione sociale e la sostenibilità dello sviluppo economico.

Un coordinamento più vincolante si impone perché l'economia europea sia governata correttamente al fine di raggiungere il doppio obiettivo della stabilità macroeconomica e di un tasso elevato di crescita e d'occupazione.

Il coordinamento delle politiche economiche deve permettere di valutare insieme la situazione economica, definire gli orientamenti da seguire e sorvegliare la loro attuazione. Questo coordinamento deve essere permanente e non deve essere limitato alle circostanze eccezionali. Esso dovrebbe in tal modo garantire che le politiche strutturali promuovano gli obiettivi di crescita e di creazione di posti di lavoro.

Due strumenti garantiscono oggi il coordinamento delle politiche economiche, gli indirizzi di massima di politica economica e il patto di stabilità e di crescita, che hanno svolto la loro funzione in modo soddisfacente nel corso dei primi anni dell'unione economica e monetaria. L'esperienza mostra tuttavia che il coordinamento condurrebbe a risultati migliori se venisse rafforzato.

Inoltre, il prossimo allargamento cambierà radicalmente i parametri del funzionamento degli strumenti di coordinamento delle politiche economiche. Tenuto conto del numero dei suoi membri e della diversità delle loro economie, l'Unione allargata dovrà affrontare questa nuova situazione con capacità rafforzate. Alcuni adattamenti dipendono da un cambiamento delle prassi e dei metodi di lavoro, altri presuppongono una modifica del trattato. (...)

Gli strumenti di coordinamento delle politiche economiche, in particolare gli indirizzi di massima di politica economica ed i pareri sui programmi di stabilità e di convergenza, dovrebbero essere elaborati a partire da proposte della Commissione, invece che da semplici raccomandazioni da cui il Consiglio può discostarsi a maggioranza qualificata. Se le politiche economiche seguite da uno Stato membro si allontanano dagli indirizzi di massima accettati o minacciano il funzionamento regolare dell'unione economica e monetaria, il ruolo della Commissione non può limitarsi ad indirizzare una raccomandazione al Consiglio. Quando si presentano situazioni simili, la Commissione deve poter agire in modo efficace nel quadro previsto dal trattato: con avvertimenti, che essa indirizzerebbe direttamente allo Stato membro interessato, e con proposte, da cui il Consiglio potrebbe discostarsi soltanto all'unanimità.

Il rafforzamento degli strumenti di coordinamento economico deve procedere parallelamente ad un migliore coinvolgimento del Parlamento europeo, da definire in funzione degli strumenti considerati e tenendo conto del fatto che la gestione della politica economica non rientra nel settore legislativo. Nello stesso spirito, la cooperazione tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali deve essere intensificata.

Infine, la rappresentanza esterna della zona euro deve essere garantita in modo unitario presso le istituzioni economiche e finanziarie internazionali. Se si vuole che l'Unione europea affronti le discussioni monetarie e finanziarie internazionali con coerenza e si esprima in modo forte e soprattutto stabile, converrebbe che a termine la zona euro venisse rappresentata dalla Commissione, in stretta concertazione con tutti gli enti interessati (...).

sviluppare lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia

(...) La libertà, la sicurezza e la giustizia rappresentano per la costruzione europea acquisizioni essenziali e complementari.

La libertà è il principio unificatore, la base del progetto europeo. Ma senza sicurezza, senza sistema di diritto e di giustizia riconosciuto dai cittadini, l'esercizio delle libertà e il rispetto dei valori democratici non sarebbero garantiti (...).

Il contributo dell'Unione può essere significativo in quattro settori:

azione collettiva più efficace

Nei casi in cui gli Stati membri non possono più adempiere alle loro responsabilità in modo isolato, l'azione collettiva deve sostituirsi a quella dei singoli Stati. Affinché questa sia credibile, gli strumenti a disposizione dell'Unione e gli attuali meccanismi di presa delle decisioni devono essere migliorati, prolungando l'evoluzione prevista dal Trattato di Amsterdam nel senso di una progressiva comunitarizzazione.

Per conseguire gli obiettivi comuni, occorrerà basarsi allo stesso tempo sulle azioni degli Stati membri e su quelle dell'Unione europea, in quanto ogni livello deve assumersi la sua parte di responsabilità. Dovranno essere mobilitati vari strumenti: armonizzazione e ravvicinamento delle legislazioni, riconoscimento reciproco, coordinamento delle politiche nazionali, meccanismi di scambio delle informazioni o organi di cooperazione, aiuto finanziario, in particolare per azioni di formazione o di scambio e per lo sviluppo di progetti pilota.

Quando si tratta di adottare norme legislative, il metodo comunitario deve essere pienamente applicato, con unicità del diritto d'iniziativa, procedura di codecisione, maggioranza qualificata e controllo della Corte di giustizia. L'esperienza mostra infatti che la dispersione delle iniziative e l'unanimità nuocciono alla coerenza, all'efficacia ed alla qualità della decisione.

Ma non sarà sempre necessario legiferare. La concertazione non vincolante consentita dal metodo aperto di coordinamento può rivelarsi utile.

La fiducia che ciascun sistema nazionale può avere nei confronti degli organi giurisdizionali di un altro Stato membro è condizione indispensabile per l'instaurazione di uno spazio giudiziario senza frontiere. Senza escludere l'armonizzazione che può essere necessaria per ovvie ragioni d'efficacia, il riconoscimento reciproco dovrebbe tuttavia prevalere in materia di cooperazione giudiziaria civile e penale (...).

 

GABAGLIO: MANTENERE IL MODELLO SOCIALE EUROPEO

Relazione svolta il 24 giugno 2002 dal segretario generale della Ces, Emilio Gabaglio, presso la Convenzione europea.

La Confederazione europea dei sindacati ha convocato grandi manifestazioni alla vigilia dei Consigli europei di Laeken e di Barcellona per chiedere più Europa sociale, del lavoro, dei cittadini.

Questa presa di posizione riflette un'adesione al progetto d'integrazione europea che viene da lontano, ma anche e con pari forza la necessità di cambiamenti. Rispondere a queste attese del mondo del lavoro comporta, secondo noi, un riequilibrio fra le diverse dimensioni - economica, monetaria, sociale - dell'Unione e il suo completamento con la realizzazione di una dimensione politica. Un primo riequilibrio riguarda il sociale rispetto all'economico. L'Unione è oggi essenzialmente sinonimo di mercato e di moneta. Nel Trattato attuale esistono certo obiettivi sociali ma, a parte il ritardo nella loro concretizzazione, questi obiettivi restano subordinati a quelli di carattere economico.

Per superare questa situazione occorre che il nuovo Trattato costituzionale riconosca il modello sociale europeo come elemento fondante dell'Unione in modo che la sua organizzazione economica s'ispiri ai principi dell'economia sociale di mercato.

Un secondo riequilibrio da operare è all'interno dell'Unione economica e monetaria. C'è qui una contraddizione evidente tra un'Europa che diviene ogni giorno di più entità economica unica e la debolezza per non dire l'assenza di un governo coerente di questa realtà. Cio impedisce di sfruttare il valore aggiunto rappresentato dall'integrazione realizzata e di mettere mercato e moneta pienamente al servizio della strategia di modernizzazione dell'economia europea verso traguardi di sviluppo sostenibile, di piena occupazione e di più forte coesione sociale, come deciso dal Consiglio europeo di Lisbona. È quindi quanto mai urgente dotare l'Unione di strumenti e procedure per il coordinamento della politica economica, di bilancio e d'investimento nonché d'armonizzazione in materia fiscale.

(...) Dare all'Unione una dimensione politica riguarda sia il rafforzamento della cittadinanza europea che il ruolo dell'Europa nel mondo. Quanto alla cittadinanza, il primo passo da compiere è l'integrazione con pienezza d'effetti giuridici della Carta dei diritti di Nizza nel nuovo Trattato costituzionale. (...) L'Unione deve favorire la più ampia partecipazione dei cittadini e il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative della società civile. Con riferimento al ruolo dell'Europa nel mondo, il movimento sindacale è a favore di una più forte e indipendente soggettività politica dell'Unione nelle relazioni internazionali nella convinzione che essa possa dare un contributo determinante al governo democratico dei processi di globalizzazione. Alla condizione, naturalmente, non solo di parlare con una sola voce ma anche di salvaguardare il suo modello sociale che integra, in modo originale, le ragioni del mercato con quelle della giustizia sociale e della solidarietà. Proprio quello che manca negli attuali processi di mondializzazione. (...) Un aspetto che ci sta particolarmente a cuore è il ruolo delle parti sociali a livello europeo, che il Trattato attuale già riconosce attraverso il dialogo sociale, compresa una funzione di co-regolazione in materia di condizioni di lavoro.

In una dichiarazione comune delle parti sociali europee al Consiglio europeo di Laeken abbiamo proposto il rafforzamento del dialogo sociale in modo che esso possa svolgersi anche in forme volontarie, così come abbiamo chiesto di formalizzare sedi e procedure di concertazione sociale.

Nel momento in cui l'Europa vive una fase di profonde trasformazione economiche che suscita comprensibilmente inquietudine e disorientamento, dialogo e concertazione sociale sono strumenti indispensabili per guidare il cambiamento e realizzare con il consenso, le riforme necessarie. Fin d'ora come movimento sindacale, desidero sottolineare che se lo sviluppo di un sistema europeo di relazioni industriali, complementare a quelli nazionali, è ritenuto rispondente all'interesse generale, allora occorre che i diritti sindacali d'associazione, di contrattazione e di sciopero siano riconosciuti anche nella loro dimensione trasnazionale. Se lo spazio economico è europeo, i diritti dei lavoratori non possono essere solo nazionali.

Ho riassunto le nostre attese. Esse sono condivise dall'insieme delle organizzazioni sindacali affiliate alla Ces nei Paesi membri dell'Unione come nei Paesi candidati. Rispetto alla Convenzione il nostro impegno è duplice: avanzare delle proposte puntuali e, non meno importante, contribuire a suscitare un grande dibattito nel mondo del lavoro sull'Europa che vogliamo. Ho parlato all'inizio di perdurante adesione dei sindacati al progetto europeo. Questa adesione non è mai stata acritica nel passato, non lo può essere oggi.

Dal contributo che l'Unione saprà dare in merito a disoccupazione elevata, precarizzazione dei rapporti di lavoro, fragilizzazione dei sistemi di sicurezza sociale e dei servizi pubblici, conseguenze di una globalizzazione non governata, dipenderà il grado di consenso sociale e di legittimità democratica su cui essa potrà contare in futuro.

 

le responsabilità nella mondializzazione

(...) L'Unione europea ha un ruolo particolare da giocare per quanto riguarda la mondializzazione. Mentre molti operatori europei traggono profitto dai vantaggi della mondializzazione, sorgono preoccupazioni di fronte a quello che è percepito come un fenomeno mal controllato, in forza del quale le scelte di alcuni Paesi o di alcune entità economiche hanno effetti che nessuno sembra governare. Questa percezione non è priva di conseguenze sul funzionamento delle democrazie e sulla legittimità delle autorità pubbliche. Per i cittadini, si tratta di preservare o ricostituire la loro influenza e il loro potere di controllo democratico. Molto spesso, si tratta anche di definire norme che tutelino ciò che il mercato mondializzato non disciplina in modo ottimale, vale a dire gli obiettivi sociali, l'ambiente, la diversità delle culture e dei modi di vita.

Dopo l'allargamento, l'Unione sarà la prima economia del mondo. La sua capacità di pesare sulla governance economica globale ne sarà rafforzata, cosa che le impone di tenere conto, ancor più di oggi, degli interessi del resto del mondo nelle sue scelte di politica economica.

L'Unione sarà in grado di agire in modo più risoluto e più efficace a favore dello sviluppo sostenibile e di evitare alcuni rischi nuovi, di solito connessi ai gravi squilibri economici e sociali che persistono o si aggravano nel mondo: deficit commerciali strutturali ed indebitamenti eccessivi di grandi Paesi industrializzati e dei Paesi in via di sviluppo, instabilità finanziaria, disordini civili e conflitti regionali che causano flussi di profughi e che non rimangono senza conseguenze sullo sviluppo del terrorismo, dei traffici criminali e dell'immigrazione clandestina, nonché sulla distruzione dell'ambiente a livello globale e locale. L'Unione deve agire sulle cause remote e su quelle vicine di queste nuove minacce che incombono sulla sua sicurezza e sulla sua prosperità. L'Unione deve pertanto sostenere una strategia di sviluppo sostenibile, fondata su un'organizzazione multilaterale e multipolare dell'economia mondiale e contraria ad ogni approccio egemonico o unilaterale (...).

politica estera più efficace e coerente

In politica estera, secondo la Commissione, l'Unione europea non deve né applicare le procedure comunitarie classiche ("comunitarizzazione") né rendere la sua politica più intergovernativa, estendendo i poteri degli Stati membri all'Alto rappresentante a scapito della Commissione.

E' essenziale, sostiene la Commissione, rispondere in modo realistico ad una doppia esigenza di coerenza e di efficienza:

In materia di politica estera, l'unicità dell'iniziativa e la coerenza dell'azione sono importanti. Oggi coesistono due centri di gravità. Uno, d'ispirazione e di logica intergovernativa, organizza attorno all'alto rappresentante una prima espressione della volontà comune degli Stati membri, cosa che ha permesso di sviluppare una cultura comune e di promuovere la fiducia reciproca. L'altro, fondato sul metodo comunitario, possiede le caratteristiche necessarie per definire durevolmente l'interesse generale dell'Unione, dalla fase dell'analisi e dell'iniziativa alla mobilitazione delle risorse e degli strumenti comuni.

Questa divisione, fonte d'inefficienza, deve a termine essere superata affinché un unico centro di gravità possa garantire in modo strutturale e duraturo la presa in considerazione dell'interesse generale. Occorre che un organo imparziale, permanente e tecnicamente competente valuti le sfide, esamini l'adeguatezza dei mezzi disponibili rispetto agli obiettivi e presenti proposte d'azione. Attualmente, tutti gli Stati membri e la Commissione europea detengono il potere di proposta, con la confusione che ne consegue e il rischio che gli interessi comuni non siano pienamente presi in considerazione nella fase della concezione delle iniziative.

Occorrerebbe quindi che il centro di gravità dell'iniziativa politica e del coordinamento delle varie azioni si trovi all'interno della Commissione.

(...) La Commissione propone inoltre di dotare la politica estera dei mezzi necessari: bilancio, procedure adeguate, rete di delegazioni esterne; di proscrivere il ricorso all'unanimità e rendere possibili decisioni a maggioranza, fatte salve le disposizioni particolari eventualmente applicabili in materia di sicurezza e di difesa; di garantire, inizialmente, la coerenza e, successivamente, l'unicità della rappresentanza degli interessi collettivi, da parte dell'Alto rappresentante/commissario alle relazioni esterne.

 

ATTAC: UN'ALTRA EUROPA PER UN'ALTRA MONDIALIZZAZIONE

Nelle scorse settimane, anche l'associazione Attac (nata in Francia per la tassazione delle transazioni finanziarie e poi estesasi in molti altri Paesi con l'obiettivo di lottare contro la globalizzazione neoliberista in corso, l'esclusione sociale e le discriminazioni) ha voluto portare il proprio contributo di riflessione sul futuro dell'Unione europea inviando un documento alla Convenzione che sta lavorando alla riforma del Trattato e delle istituzioni europee.

Secondo Attac, la Convenzione dovrà proporre un nuovo Trattato al fine di correggere errori e contraddizioni contenute nei Trattati di Maastricht e Amsterdam, in particolare:

  • la rigidità derivante dal Patto di stabilità e di crescita, che impedisce di attuare una politica di rilancio e una politica economica più favorevole all'occupazione;

  • l'articolo 86 del Trattato, che è stato utilizzato per liberalizzare tutti i servizi pubblici in rete;

  • l'articolo 133 del Trattato di Amsterdam che mira a privatizzare i servizi pubblici e a preparare il terreno per l'Accordo generale sul commercio dei servizi;

  • la cosiddetta Carta dei diritti sociali fondamentali, ma che non definisce alcun diritto reale.

Il nuovo Trattato dovrà garantire:

  • Il rispetto della dignità di tutti gli esseri umani, migliorando la Carta dei diritti fondamentali (diritto all'alloggio, diritto al lavoro, diritto a un reddito minimo), in linea con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo ratificata da numerosi Paesi membri e dal Consiglio d'Europa.

  • Il benessere di ciascun individuo, con le seguenti priorità: eguaglianza di genere (uomini e donne); lotta contro la povertà e l'esclusione sociale; lotta contro ogni forma di discriminazione; diritti dei minori, delle famiglie e delle persone anziane; assicurare a tutti l'accesso all'istruzione e alla formazione per tutta la vita; coordinare le politiche per garantire uno sviluppo duraturo nel rispetto dell'ambiente e delle specie animale e vegetale; proteggere la salute di ciascuno e la sanità pubblica.

  • La partecipazione di ogni persona alle decisioni che determinano il proprio futuro: democrazia paritaria con una eguale rappresentanza di genere in politica; riconoscimento e difesa della rappresentanza delle minoranze; cittadinanza di residenza; riconoscimento della multiculturalità; messa in atto di meccanismi che permettano l'espressione della democrazia partecipativa; diritto all'informazione e garanzie di trasparenza dei meccanismi decisionali.

  • La possibilità di ricorso nei casi di controversie al fine di garantire a tutti la giustizia.

Il Trattato dovrà inoltre riconoscere che questi obiettivi non possono essere ottenuti unicamente col mercato e che certe materie necessitano un approccio collettivo: salute, istruzione, cultura, ambiente, patrimonio comune dell'umanità e accesso a beni e servizi minimi di interesse collettivo.

L'insieme di tali obiettivi dovrà inoltre essere integrato nella politica di sicurezza interna, a tutti i Paesi candidati e alla politica estera dell'Unione europea, soprattutto per quanto concerne gli aiuti allo sviluppo.

INFORMAZIONI: www.attac.org

 

un Trattato costituzionale

Per approfondire il progetto europeo, gli attuali trattati propongono un dispositivo istituzionale, strumenti e metodi decisionali a volte insufficienti e non adeguati alla prospettiva di un'Unione di circa trenta Stati membri.

Occorrerà riconsiderare l'architettura istituzionale e chiarire il modo in cui l'Unione europea esercita le sue competenze.

Oggi, l'Unione europea è fondata su quattro trattati di base e conduce le sue politiche applicando procedure diverse a seconda dei settori d'attività. Essa non dispone di una personalità giuridica unica. Alcuni Stati membri restano in situazione di deroga e non partecipano a tutte le politiche comuni.

Questa situazione è il prodotto di cinquant'anni di costruzione europea. Oggi fonte di confusione e d'incoerenza, detta situazione non permette più all'Unione di agire con la necessaria efficacia. Alla vigilia di un allargamento la cui portata non ha precedenti, è indispensabile apportare elementi di razionalizzazione all'insieme di questo processo.

Per semplificare e razionalizzare l'architettura istituzionale, sarà necessario fondere il trattato sull'Unione europea con i trattati comunitari e abbandonare la distinzione, giuridicamente importante ma politicamente obsoleta, tra il settore comunitario e le disposizioni dei trattati relative alla politica estera e di sicurezza comune (secondo pilastro) o alla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale (terzo pilastro). L'Unione europea deve disporre di una personalità giuridica unica.

(...) La Convenzione dovrebbe confermare che l'Europa a più velocità non è la soluzione prescelta per lo sviluppo futuro dell'Unione. Nel momento in cui si elabora un trattato costituzionale, si deve condurre una riflessione politica su ciò che significa l'appartenenza all'Unione europea rispetto ad altre formule, ad esempio rispetto a quelle sviluppate nell'ambito dello Spazio economico europeo.

Una volta precisate le scelte politiche fondamentali che saranno attuate sarà possibile iniziare un vero lavoro di semplificazione dei trattati, all'altezza delle attese dei cittadini, e preparare un testo di riferimento che integri la Carta dei diritti fondamentali.

(...) L'Unione europea disporrà in tal modo di un testo di natura costituzionale, un testo che coesista con le costituzioni nazionali, che chiarisca l'organizzazione originale dei poteri pubblici europei e di cui i cittadini europei potranno capire che ha per l'Unione lo stesso valore che una costituzione ha per uno Stato membro.

È in tale contesto che occorrerà porsi la questione della ratifica di questo futuro strumento giuridico e delle conseguenze di un'eventuale mancata ratifica da parte di uno o più membri dell'Unione.

competenze dell'Ue

(...) Sarebbe utile che il futuro trattato fondamentale dell'Unione europea enunciasse chiaramente i principi che inquadrano l'azione dell'Unione:

Poiché l'Unione europea non è uno Stato, bensì riunisce Stati e popoli mediante una forma d'integrazione politica sui generis, quasi tutte le politiche presentano al contempo una dimensione europea e una dimensione nazionale. L'analisi dei trattati mostra infatti che i settori di esclusiva competenza europea sono molto pochi. Per la maggior parte delle politiche, si ritiene generalmente che le competenze attribuite all'Unione siano condivise o complementari.

(...) Per dare ai concetti di sussidiarietà e di proporzionalità un punto d'appoggio operativo, occorrerebbe precisare nel trattato come agisce l'Unione europea, con quale intensità e per ottenere quale risultato.

(...) La Commissione ha spesso detto di ritenere importante che il ruolo legislativo e di bilancio del Parlamento europeo venga sviluppato. Infatti, la codecisione deve diventare la procedura seguita normalmente per adottare le leggi europee, leggi di cui sarà del resto necessario, nel futuro trattato costituzionale, chiarire la portata, affinché il legislatore europeo si preoccupi di definire norme generali senza codificare in dettaglio le modalità della loro attuazione.

Le prerogative del legislatore nazionale saranno meglio rispettate se le leggi europee si concentreranno sugli obiettivi generali, lasciandogli la scelta più ampia possibile quanto ai mezzi di attuazione. La via legislativa può anche essere combinata con altri approcci non vincolanti, come raccomandazioni, linee guida o anche l'autoregolazione all'interno di un quadro stabilito di comune accordo.

(...) Distinguere, nel futuro trattato costituzionale, ciò che rientra nelle norme legislative e ciò che rientra in quelle di applicazione; applicare la procedura di codecisione all'adozione di tutti i testi di natura legislativa e preoccuparsi di legiferare meglio; affidare l'adozione delle misure d'esecuzione alla Commissione alle condizioni ed entro i limiti definiti dalla normativa; stabilire un meccanismo giuridico semplice mediante il quale il Parlamento europeo ed il Consiglio, come potere legislativo, possano garantire il controllo permanente dell'azione della Commissione alla luce dei principi e degli orientamenti politici adottati nella legislazione: questi orientamenti devono essere portati avanti attivamente, affinché il sistema diventi più leggibile e più trasparente.

sussidiarietà e proporzionalità

* A livello nazionale: l'applicazione delle norme europee dà talvolta luogo a normative nazionali eccessive, fonte di incomprensione e di rifiuto da parte dei destinatari della norma.

Vi sono numerosi esempi di queste disfunzioni, in materia di politica regionale o di applicazione delle norme del mercato interno. Queste prassi possono compromettere l'efficacia pratica della norma europea. Benché sia difficile individuare tali prassi in modo sistematico, si dovrebbe condurre una riflessione sui mezzi per combatterle, affinché si smetta di attribuire all'Europa eccessi di cui essa non è responsabile.

* A livello europeo: un'azione che potrebbe essere condotta meglio a livello nazionale, o che eccede ciò che è necessario per raggiungere gli obiettivi comuni, deve essere abbandonata o modificata. Poiché una ripartizione delle competenze tra il livello europeo ed il livello nazionale risulta inefficace, si devono istituire procedure di controllo specifiche per garantire il rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità.

Per elaborare queste procedure di controllo, occorrerà tenere conto dell'esistenza del controllo della Corte di giustizia: ogni misura comunitaria vincolante può essere annullata o invalidata dalla Corte, in particolare in caso di violazione dei principi di sussidiarietà o di proporzionalità. Per questo controllo a posteriori, si potrebbero rivedere ed allargare le modalità del ricorso alla Corte.

D'altra parte, spetta soprattutto alle istituzioni europee - la Commissione quando propone un atto, il Parlamento europeo ed il Consiglio quando lo adottano - rispettare i principi di sussidiarietà e di proporzionalità.

Tuttavia, per chiarire il processo decisionale senza indebolirlo, si potrebbe effettuare un controllo esterno di sussidiarietà e di proporzionalità sul risultato del processo legislativo, ma prima che l'atto entri in vigore, in modo che il legislatore possa abbandonare o modificare un'azione prevista qualora essa risultasse contraria al principio di sussidiarietà o al principio di proporzionalità.

(...) La Commissione ritiene comunque che l'esame del rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità dovrebbe essere di natura costituzionale e comprendere allo stesso tempo una valutazione dell'interesse generale ed una valutazione del rispetto del diritto.

(...) Se la Convenzione accetta l'idea di questo controllo esterno preliminare all'entrata in vigore di un atto, occorrerà adattare di conseguenza il controllo a posteriori.

le responsabilità della Convenzione

Nel corso dei prossimi mesi, l'Unione europea si troverà di fronte ad una scelta fondamentale. I nuovi compiti che essa deve assumere saranno adempiuti all'interno del sistema istituzionale? Si deve ridurre il metodo comunitario al suo successo storico - il mercato comune - o mantenere per altre politiche ciò che ne fa la forza?

Si è spesso sottolineato il carattere innovatore e l'equilibrio particolare della costruzione comunitaria, che organizza non la separazione, bensì la condivisione dei poteri. Così, il potere legislativo spetta al Parlamento europeo, ma anche al Consiglio; a sua volta, quest'ultimo condivide il potere esecutivo con la Commissione europea, la quale dispone del monopolio dell'iniziativa legislativa, mentre l'attuazione delle politiche tocca in grandissima parte alle amministrazioni nazionali o regionali.

Occorre preservare quest'unione di tutte le forze e di tutti i poteri attorno all'interesse generale europeo. E mantenere la Commissione europea come l'hanno voluta i fondatori dell'Europa, come istituzione indipendente che garantisce la parità di trattamento tra gli Stati membri e rappresenta concretamente il luogo di coerenza, di sintesi e di presa in considerazione dell'interesse generale.

Questa visione rimane giusta. Occorrerà, per settori relativamente nuovi come le questioni di politica estera e di difesa, di sicurezza, di giustizia o di polizia, o anche di cooperazione economica, organizzare sistemi di arbitrato e di azione in cui si ritrovino l'efficacia e la legittimità del metodo comunitario. Questo metodo, che si basa sull'equilibrio tra le istituzioni nel corso delle varie fasi del processo decisionale, dalla concezione alla attuazione, con un ruolo particolare per la Commissione come garante dell'interesse generale, permette di garantire la trasparenza, la coerenza e l'efficacia delle azioni intraprese. La Commissione avrà l'occasione di approfondire gli aspetti istituzionali delle future riforme, in tempo utile per contribuire ai lavori della Convenzione a questo proposito. Saranno necessari taluni adattamenti. Tutte le istituzioni dovranno concentrarsi nuovamente sui loro compiti fondamentali e accettare di riformarsi a fondo. La Commissione è pronta a questo sviluppo e lo ha già avviato presentando i primi orientamenti per una migliore governance europea.

(...) La Commissione europea dovrà consolidare la sua legittimità democratica, senza perdere quell'indipendenza rispetto agli interessi nazionali e di parte che costituisce proprio una delle basi della sua legittimità.

Mentre iniziano i lavori della Convenzione, si impone una riflessione sui limiti di altre modalità organizzative. Quelli della cooperazione intergovernativa, fonte di impotenza. Quelli di una direzione politica dell'Unione da parte di alcuni Stati membri, fonte di tensioni e di stalli.

La Convenzione porta la responsabilità di immaginare l'Unione di domani. Un'Unione i cui Stati membri, uniti da politiche comuni e da istituzioni forti, restino capaci di superare le loro divergenze per rispondere, semplicemente, alle aspettative dei loro popoli. n

Fonte: http://europa.eu.int/futurum/documents/offtext/com220502_it.pdf


 Ilo: 246 milioni di piccoli lavoratori

Sono 246 milioni i minori impiegati in attività lavorative in tutto il mondo (uno su sei nella fascia d'età compresa tra i 5 e i 17 anni), che non dovrebbero svolgere secondo quanto previsto dalle Convenzioni internazionali e dalle varie legislazioni nazionali. E' quanto emerge dai dati resi noti dal nuovo Rapporto dell'Ufficio internazionale del lavoro (ILO) delle Nazioni Unite presentato il 6 maggio 2002.

In realtà, l'ILO stima che 352 milioni di minorenni collaborino abitualmente ad attività economiche di vario tipo, ma per circa 106 milioni di questi si tratta di lavori «accettabili», cioè considerati "leggeri" (lavori domestici oppure attinenti alla loro educazione) o svolti da ragazzini che hanno raggiunto l'età minima di occupazione (15 anni nella maggior parte dei Paesi). Tra i 246 milioni di minori impiegati illegalmente in attività lavorative, invece, ben 179 milioni (in media uno su otto in tutto il mondo) sono esposti a gravi rischi fisici, mentali e morali derivanti dal tipo di mansioni che sono costretti a svolgere: circa 111 milioni hanno meno di 15 anni e vengono impiegati in lavori pericolosi dai quali dovrebbero essere «immediatamente allontanati»; altri 59 milioni sono ragazzini di 15-17 anni che «dovrebbero ricevere protezione immediata» per l'attività rischiosa che svolgono o esserne anch'essi allontanati; quasi 9 milioni di minori sono poi costretti «incondizionatamente» a forme di lavoro svolte in condizioni di schiavitù, comprese la prostituzione, attività illecite e il coinvolgimento nella pornografia o nei conflitti armati.

Nella regione Asia-Pacifico si trova circa il 60% del lavoro minorile (127 milioni di piccoli lavoratori), oltre il 23% nell'Africa sub-sahariana (48 milioni), circa l'8% nella regione America Latina-Caraibi (17,4 milioni) e il 6% in Medio Oriente e Nord Africa (13,4 milioni). Ma anche nei Paesi industrializzati si registra lavoro minorile con circa 2,5 milioni di minori impiegati, mentre sono circa 2,4 milioni i piccoli lavoratori nelle cosiddette economie di transizione.

Nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo la grande maggioranza dei minori lavoratori (circa il 70%) viene impiegata in settori primari come l'agricoltura, la pesca, la caccia e la selvicoltura; l'8% circa nella manifattura, nella vendita all'ingrosso e al dettaglio, nella ristorazione e ricezione turistica; il 7% nei lavori domestici e nei servizi; il 4% nei trasporti, nel magazzinaggio e nella comunicazione; il 3% nelle costruzioni, nell'industria mineraria e dell'estrazione.

Secondo il Rapporto dell'Ilo, l'impiego della maggior parte dei piccoli lavoratori nel settore informale, con tutto ciò che questo comporta in termini di rischi e assoluta mancanza di tutele e controlli, rappresenta il motivo principale per una sua effettiva abolizione.

Tra le cause del lavoro minorile individuate dall'Ilo, la più importante è naturalmente la povertà, ma ve ne sono anche molte altre come l'instabilità politica ed economica, le migrazioni, la discriminazione, lo sfruttamento criminale, le pratiche culturali tradizionali, la mancanza di lavoro decente per gli adulti, la scarsa protezione sociale, la carenza di scuole, il desiderio di consumo di beni. Sul versante della domanda, invece, i fattori riguardano la mancanza di leggi appropriate, il desiderio di alcuni imprenditori di avere manodopera totalmente flessibile e a basso costo, imprese familiari che non sono in grado di pagare il lavoro adulto.

L'Ilo insiste sulla necessità di portare avanti la campagna per la ratifica della Convenzione n. 182 del 1999, che ha dato nuova urgenza e obiettivi concentrandosi sulle peggiori forme di sfruttamento. Adottata all'unanimità, tale Convenzione è stata ratificata per ora da 120 dei 175 Stati membri dell'Ilo, mentre la Convenzione n. 138 sull'età minima per il lavoro era stata ratificata da 116 Stati fino allo scorso 25 aprile. n

INFORMAZIONI: www.ilo.org


siglato un accordo europeo sul telelavoro

Lo scorso 23 maggio è stata siglata, direttamente tra le parti sociali sulla base di una propria autonoma decisione dopo otto mesi di trattativa, la bozza di Accordo quadro sul telelavoro a livello europeo, il primo di questo genere. Il Comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha approvato all'unanimità un documento di valutazione positiva su tale bozza.

I punti principali dell'ipotesi dell'intesa sono:

Il contratto ha la durata di cinque anni e potrà essere rinnovato su richiesta di una delle due parti.

Riportiamo di seguito i passaggi principali del progetto di Accordo quadro.

definizione e campo di applicazione

Il telelavoro è una forma di organizzazione e/o esecuzione di lavoro, che si realizza attraverso l'uso delle tecnologie informatiche, nell'ambito di un contratto/relazione d'impiego, nel quale il lavoro, che avrebbe potuto essere eseguito all'interno dell'impresa, è invece realizzato fuori di essa, in modo continuativo.

carattere volontario

Il telelavoro è volontario sia per il lavoratore che per l'imprenditore. Tale forma di lavoro può essere prevista, come una possibilità, sia all'atto dell'assunzione che essere realizzata successivamente in base ad un accordo volontariamente raggiunto tra le parti. In entrambi i casi l'imprenditore deve fornire al telelavoratore un'informazione scritta in conformità con la Direttiva 91/533/CEE, inclusa un'informazione sui contratti collettivi di riferimento, la descrizione del lavoro che deve essere eseguito, ecc.

La specificità del telelavoro normalmente richiede ulteriori informazioni scritte riguardanti il reparto dell'impresa committente con cui il telelavoratore deve essere in collegamento, il suo/sua immediato superiore o altre persone alle quali il telelavoratore può indirizzare richieste di natura professionale o personale, le modalità per fare rapporti, ecc.

Se il telelavoro non fa parte delle possibilità previste all'avvio dell'impiego e l'imprenditore fa un'offerta di telelavoro, il lavoratore può accettare o rifiutare quest'offerta.

Se un lavoratore esprimesse il desiderio di voler lavorare come telelavoratore, l'imprenditore può accettare o rifiutare questa richiesta.

Il passaggio al telelavoro, giacché l'unica modifica riguarda il modo con cui il lavoro è eseguito, non modifica lo statuto di impiego del telelavoratore.

Un rifiuto da parte del telelavoratore di lavorare come telelavoratore, in quanto tale, non rappresenta una ragione per determinare il licenziamento del lavoratore o per cambiare i termini della sua condizione di lavoro.

Se il telelavoro non fa parte delle condizioni iniziali dell'impiego, la decisione di passare al telelavoro è reversibile con un accordo individuale e/o collettivo.

La reversibilità potrebbe implicare la possibilità di rientro in azienda su richiesta del lavoratore o dell'imprenditore. Le modalità di questa reversibilità sono stabilite con un accordo individuale e/o collettivo.

condizioni di impiego

Per quanto riguarda le condizioni di impiego, i telelavoratori beneficiano degli stessi diritti, garantiti dalla legge o da contratti collettivi di riferimento, previsti per un lavoratore comparabile che opera all'interno dell'impresa. Comunque, per tener conto delle particolarità del telelavoro, possono essere necessari specifici accordi complementari individuali e/o collettivi.

protezione dei dati

E' responsabilità dell'imprenditore prendere misure appropriate, in particolare per quel che riguarda il software, per assicurare la protezione dei dati usati e trattati dal telelavoratore a fini professionali.

L'imprenditore informa il telelavoratore della legislazione più significativa e dei regolamenti aziendali concernenti la protezione dei dati.

E' responsabilità del telelavoratore osservare questi regolamenti. L'imprenditore informa il telelavoratore in particolare di: qualsiasi restrizione sull'uso della strumentazione informatica, cosi come di Internet; delle sanzioni previste in caso di mancata osservanza.

privacy

L'imprenditore rispetta la privacy del telelavoratore. Nel caso venisse realizzato un sistema di controllo, esso deve essere proporzionato all'obiettivo del lavoro ed introdotto in conformità con quanto previsto dalla Direttiva 90/270.

strumentazione

Tutti i problemi riguardanti la strumentazione di lavoro, la responsabilità ed i costi devono essere chiaramente definiti prima dell'avvio del telelavoro.

In generale, l'imprenditore è responsabile della fornitura, installazione e manutenzione della strumentazione necessaria per lo svolgimento regolare del telelavoro a meno che il telelavoratore usi una strumentazione in proprio possesso.

Se il telelavoro è eseguito in termini continuativi l'imprenditore compensa o copre i costi direttamente generati dal lavoro, in particolare quelli relativi alla comunicazione.

L'imprenditore fornisce il telelavoratore di tutti i supporti tecnici necessari.

L'imprenditore ha la responsabilità, in osservanza con la legislazione nazionale e i contratti collettivi, dei costi conseguenti alla perdita e al danneggiamento della strumentazione dei dati usati dal telelavoratore.

Il telelavoratore curerà attentamente la strumentazione fornitagli e non la utilizzerà per la distribuzione di materiale illegale via Internet.

salute e sicurezza

L'imprenditore è responsabile della protezione della salute e della sicurezza del telelavoratore, in conformità con la Direttiva 89/391 e con le più significative direttive ad essa conseguenti, la legislazione nazionale ed i contratti collettivi.

L'imprenditore informa il televoratore della politica aziendale in materia di salute e sicurezza, in particolare per quel che riguarda l'esposizione al video. Il telelavoratore applica correttamente queste politiche di sicurezza.

In caso di una verifica circa la corretta applicazione delle norme riguardanti la salute e la sicurezza, l'imprenditore, le rappresentanze dei lavoratori e/o le autorità più significative hanno accesso al luogo del telelavoro nell'ambito dei limiti previsti dalle leggi nazionali o dai contratti collettivi. Se il telelavoratore lavora al proprio domicilio, tale accesso è soggetto ad un avviso preventivo e deve avere il suo accordo. Il telelavoratore ha diritto a richiedere visite d'ispezione.

organizzazione del lavoro

Nell'ambito della struttura delle leggi di riferimento, dei contratti collettivi e dei regolamenti aziendali, il telelavoratore gestisce l'organizzazione del proprio tempo di lavoro.

Il carico di lavoro e i criteri standard della prestazione di lavoro del telelavoratore sono equivalenti a quelli di un lavoratore comparabile che opera all'interno dell'azienda.

L'imprenditore assicura tutte le misure necessarie per evitare l'isolamento del telelavoratore dal resto dell'insieme di lavoratori che operano in azienda, così come deve consentire la possibilità di incontri continui con i suoi colleghi e a consentirgli /le l'accesso alle informazioni aziendali.

formazione

I telelavoratori hanno le stesse opportunità di accesso alla formazione e allo sviluppo di carriera dei lavoratori operanti all'interno dell'azienda e hanno gli stessi diritti alle politiche di apprendimento degli altri lavoratori.

I telelavoratori ricevono una formazione appropriata mirata all'attrezzatura tecnica a loro disposizione ed alle caratteristiche di questa modalità di organizzazione del lavoro. Anche i dirigenti del telelavoratore e i suoi colleghi diretti possono avere bisogni formativi per questo tipo di lavoro e per la sua gestione.

diritti collettivi

I telelavoratori hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori che operano in azienda. Nessun ostacolo deve essere posto alla loro possibilità di comunicazione con le rappresentanze dei lavoratori.

I telelavoratori hanno le stesse condizioni di partecipazione e di elezione negli organismi di rappresentanza dei lavoratori dove questi sono previsti.

I telelavoratori sono inclusi nel calcolo di determinazione delle soglie che formano il corpo elettorale in osservanza della legislazione nazionale ed europea, degli accordi collettivi e delle prassi in atto.

Sin dall'avvio del telelavoro deve essere specificato lo stabilimento con il quale il telelavoratore è collegato per l'esercizio dei suoi diritti collettivi.

Le rappresentanze e lavoratori sono informati e consultati sull'introduzione del telelavoro in osservanza della legislazione nazionale ed europea, di contratti collettivi e delle prassi in atto.

implementazione e trasposizione

Nell'ambito dell'articolo 139 del Trattato, questa struttura di accordo-quadro europeo dovrà essere implementata dai membri associati dell'Unice/Ueapme, Ceep e Ces (in accordo con il Comitato Euroquadri/Cec) in osservanza delle procedure e delle prassi specifiche alle parti sociali nei singoli Stati membri. Questa implementazione dovrà essere realizzata entro tre anni dalla data della firma del presente accordo.

Le organizzazioni associate riferiranno sull'implementazione di questo accordo ad un gruppo ad hoc costituito dalle parti firmatarie, costituito sotto la responsabilità del Comitato del dialogo sociale. Questo gruppo ad hoc preparerà un rapporto congiunto sulla implementazione realizzata. Questo rapporto sarà realizzato entro quattro anni dalla data della firma dell'accordo.

In caso di chiarimenti sul contenuto di questo accordo, le organizzazioni associate possono coinvolgere - separatamente o congiuntamente - i firmatari dell'intesa.

I firmatari rivedranno l'accordo cinque anni dopo la data della sua firma, se richiesto da una delle parti firmatarie. n

INFORMAZIONI: www.etuc.org


alla Danimarca la presidenza dell'Ue

"Una sola Europa" è lo slogan con cui ha preso il via, il 1º luglio scorso, la presidenza di turno danese dell'Unione europea. «Abbiamo la possibilità di riunire ciò che la storia ha diviso - ha dichiarato il ministro degli Esteri danese, Per Stig Moller, presentando a Bruxelles le priorità del semestre - L'allargamento non è un dono che l'Ovest fa all'Est, ma rientra nell'interesse di tutta l'Europa, per un futuro di pace, di sicurezza e di prosperità». E sarà proprio il semestre di presidenza della Danimarca che porterà alla conclusione dei negoziati con i Paesi candidati all'ingresso nell'Ue (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica ceca e Ungheria), cosa che avverrà nel corso del Consiglio europeo che si terrà a Copenaghen nei giorni 12-13 dicembre 2002. Secondo Moller «da qui a dicembre abbiamo tempo per trovare la soluzione finale a ciascun problema, se non la troviamo in questo periodo non la troveremo certo dopo». Due sono le condizioni poste dalla Danimarca: chiudere i negoziati solo con i Paesi che saranno pronti, che rispetteranno cioè i criteri definiti a Copenaghen; non chiedere a nessun Paese di aspettare che altri siano pronti. La Danimarca si trova in una situazione particolare rispetto all'Ue, dal momento che il Paese non ha aderito all'euro e sulle questioni dell'asilo e dell'immigrazione ha scelto la formula di auto-esclusione consentita dai Trattati denominata il "op-out". Il governo danese ha comunque fatto sapere che su tali questioni la nuova presidenza si impegnerà per concretizzare le decisioni assunte dai Quindici durante il Consiglio europeo di Siviglia.

INFORMAZIONI: www.eu2002.dk

molestie sessuali sul luogo di lavoro

Il Comitato di conciliazione Pe/Consiglio, copresieduto da Renzo Imbeni, vice presidente del Pe, e da Gerardo Camps, segretario di Stato spagnolo, ha approvato lo scorso 17 aprile un accordo tra Parlamento e Consiglio europei su una nuova direttiva che amplia il campo di applicazione della direttiva del 1976 sul pari trattamento tra uomini e le donne sul luogo di lavoro per quel che riguarda l'accesso all'occupazione, la formazione e la promozione professionali e le condizioni di lavoro.

Proposta due anni fa dalla Commissione europea, questa nuova direttiva si prefigge in particolare di conferire un contenuto più concreto alla lotta contro le molestie sessuali. Il testo è importante perché per la prima volta a livello europeo esisterà una legislazione vincolante che definisce le molestie sessuali come una forma di discriminazione sessuale. La nuova direttiva comporta anche misure di riparazione e delle compensazioni non limitate a un tetto fissato in anticipo (tranne eccezioni) e anche sanzioni. Comporta anche che i datori di lavoro debbano introdurre nella loro impresa misure preventive contro le molestie sessuali e creare un'atmosfera sana sia per gli uomini sia per le donne. Consentirà la difesa per qualsiasi persona che si sente vittima di un comportamento non corretto da parte di un datore di lavoro e spetterà al datore di lavoro, qualora sia citato in tribunale (che terrà conto delle misure decise dal datore di lavoro per prevenire le molestie in seno alla sua azienda) provare che non vi è stata molestia sessuale.

INFORMAZIONI: www.europa.eu.int/comm/employment_social/index_en.htm

(Fonte: inEurop@ n. 28)

nuovo portale sulla Convenzione europea

Il ministero italiano delle Politiche comunitarie ha dato vita ad un portale, consultabile all'indirizzo web http://www.avvenireuropa.it/, che ha lo scopo di facilitare l'osservazione e la partecipazione da parte dei cittadini ai lavori della Convenzione europea. Dal portale, inoltre, è possibile collegarsi al sito ufficiale della Convenzione con tutta la documentazione relativa ai lavori, dai resoconti delle sedute ai contributi individuali dei vari membri. E' possibile anche accedere al Forum di contatto con la società civile europea.

INFORMAZIONI: http://european-convention.eu.int/default.asp?lang=IT

l'euro nel mondo

In Giappone l'euro vale la metà, in Paraguay quasi il doppio. Non è il risultato di una manipolazione dei mercati valutari internazionali, ma quanto emerge da uno studio sul potere d'acquisto della moneta unica in oltre 70 Paesi presentato il 28 giugno scorso da Destatis, l'Ufficio federale di statistica tedesco. Per giungere a queste conclusioni Destatis ha individuato, in tutti i Paesi analizzati, un identico paniere di prodotti e servizi che vengono normalmente acquistati dalle famiglie, e ha effettuato poi un confronto analitico dei prezzi dei singoli beni e, in via riassuntiva, dell'intero paniere. Il termine di paragone, ovviamente, è il costo della vita in Germania, al quale viene raffrontato, di volta in volta, quello degli altri Paesi. Fatto pari a 100 il costo medio del paniere dei beni in Germania, risulta che, al momento della rilevazione (maggio 2002), il Paese non europeo più caro, per i tedeschi, era il Giappone, in cui gli stessi prodotti e servizi costavano, in media, 186. La moneta unica europea, quindi, in Giappone ha un valore quasi dimezzato rispetto all'Europa. Tra le nazioni più care si segnalano, come prevedibile, non solo Hong Kong (140) e Stati Uniti (135), ma anche - in parte a sorpresa - alcuni Paesi sudamericani come Panama (115), Peru (114), Messico (112) e Uruguay (104); la Corea (137); stati africani come Kenya (106), Marocco (106) e Zambia (105). Tra i Paesi più a buon mercato, invece, ci sono Brasile (90), Egitto (76), Macedonia (75) e Paraguay (66). In quest'ultimo, il potere d'acquisto dell'euro è quasi doppio.

(Fonte: Ansa)

scambi culturali per i giovani europei

La Commissione europea ha promosso circa 200 nuovi progetti rivolti ai giovani per favorire lo sviluppo e lo scambio interculturale. Tali iniziative rientrano nel programma "Gioventù" che dal 2000 al 2006 dà ogni anno la possibilità a circa 110.000 giovani di prendere parte ad attività di formazione e di partenariato. Con una spesa di 4,2 milioni di euro l'Ue attiverà nell'anno in corso 178 progetti destinati ai giovani di età compresa tra 15 e 25 anni: 76 progetti prevedono la collaborazione dei Quindici con i Paesi del Mediterraneo e 23 sono legati alle "sfide" dell'Europa sudorientale. Totalmente nuovo è l'impegno dell'Ue nel campo del "Servizio volontario": in partenariato con altre organizzazioni internazionali come le Nazioni unite, l'Ue consentirà ai giovani interessati di svolgere attività di volontariato in un altro Paese per un periodo concordato con l'obiettivo di portare "valore aggiunto" alle comunità locali.

(Fonte: Ansa)

le risoluzioni della Ces

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha pubblicato, nella serie "Nos priorités", una brochure che riprende le risoluzioni adottate nel 2001 concernenti l'occupazione, la politica sociale, l'avvenire dell'UE e l'allargamento. La pubblicazione, disponibile in francese, inglese e tedesco, può essere richiesta direttamente a: A. Moreira - amoreira@etuc.org

INFORMAZIONI: www.etuc.org

lavoro autonomo nell'Ue % sul totale degli occupati in industria e servizi nel 2000

  Donne

Uomini

  Lavoro auton.

di cui

Lavoro auton.

di cui

    Con dipend. Senza dipend.   Con dipend. Senza dipend.

EU-15

7.9

2.9

5.0

15.8

7.3

8.5

Belgio

9.5

2.2

7.2

15.9

6.1

9.8

Danimarca

3.6

1.5

2.1

9.7

5.6

4.1

Germania

6.3

2.5

3.7

12.0

6.7

5.3

Grecia

16.7

3.7

13.0

31.2

10.5

20.7

Spagna

11.7

3.4

8.4

18.6

7.1

11.4

Francia

4.9

1.9

3.0

11.0

5.9

5.1

Irlanda

6.4

2.6

3.8

17.8

8.2

9.6

Italia

15.2

8.2

7.1

27.5

14.9

12.6

Lussemburgo

5.5

3.6

1.9

8.7

6.5

2.2

Paesi Bassi

6.5

1.7

4.8

9.9

4.2

5.7

Austria

5.3

3.1

2.2

9.4

6.5

2.9

Portogallo

12.8

3.8

9.1

20.0

8.9

11.2

Finlandia

6.2

2.1

4.1

12.9

6.0

6.8

Svezia

5.1

1.7

3.3

13.1

5.7

7.5

Regno Unito

6.6

1.5

5.1

14.3

4.0

10.3

Fonte : "EU Labour Force Survey" , Eurostat giugno 2002


» BANDO DI GARA «Leonardo da Vinci II (2003-2004)

La Commissione europea ha pubblicato un nuovo bando per il programma Leonardo da Vinci II (JO C 117, 18.5.2002), che avrà validità di due anni (2003-2004). Un terzo bando, anch'esso valido per due anni, verrà lanciato nel 2004 e coprirà gli ultimi due anni del programma.

Questo bando riguarda le stesse misure di quello degli anni precedenti: mobilità, progetti pilota (ivi comprese le azioni tematiche) competenze linguistiche, creazione di reti transnazionali e strumenti di riferimento

Priorità: le proposte destinate al nuovo bando dovranno affrontare le seguenti priorità 1) valorizzare l'apprendimento; 2) nuove forme di apprendimento e insegnamento; 3) orientamento e consulenza.

Particolarità: l'inclusione di partner dei Paesi candidati sarà considerata come un elemento qualitativo supplementare.

Paesi partecipanti: Stati membri dell'Ue, Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Cipro, Malta, e ai seguenti Paesi candidati: Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia.

Per contattare un partner turco si consiglia di consultare le informazioni disponibili a questo indirizzo web:

http://europa.eu.int/comm/education/leonardo/leonardo2/
guides_fr.html

Procedura e calendario: i formulari di candidatura, le guide, il contenuto del Bando, gli indirizzi delle Agenzie nazionali e la documentazione ad hoc si trovano al seguente indirizzo web:

http://europa.eu.int/comm/education/leonardo/leonardo2_fr.html

Procedura A: Mobilità. I promotori dovranno inviare le proposte all'Agenzia nazionale entro il 14 febbraio 2003 al più tardi (fa fede il timbro postale).

Procedura B: Progetti pilota (tranne azioni tematiche), competenze linguistiche e reti transnazionali.

* I promotori invieranno le loro pre-proposte all'Agenzia nazionale entro il 4 novembre 2002 al più tardi (fa fede il timbro postale).

* In caso di selezione, i promotori invieranno la proposta completa (originale e due copie) all'Agenzia nazionale, con copia alla Commissione europea, entro il 7 marzo 2003 al più tardi (fa fede il timbro postale).

Procedura C: Strumenti di riferimento, azioni tematiche e progetti presentati da organizzazioni europee.

* I promotori invieranno la loro pre-proposta (originale e due copie) direttamente alla Commissione europea (con una copia alla loro Agenzia nazionale) entro il 4 novembre 2002 al più tardi (fa fede il timbro postale).

* In caso di selezione, i promotori invieranno la proposta completa alla Commissione europea, con due copie alla loro Agenzia nazionale, entro il 7 marzo 2003 al più tardi (fa fede il timbro postale).

La Commissione chiuderà la selezione nel mese di giugno 2003. Le Agenzie nazionali informeranno i promotori dei risultati finali.

Organizzazioni eleggibili: Gli organismi e gli istituti pubblici e/o privati coinvolti nella formazione professionale, e in particolare: gli organismi di formazione professionale, ivi comprese le università; i centri di ricerca; le imprese, in particolare le PMI, e l'artigianato, o le organizzazioni del settore pubblico o privato, ivi comprese quelle che sono coinvolte nella formazione professionale; le organizzazioni commerciali; i partner sociali; le organizzazioni senza scopo di lucro, gli organismi di volontariato e le ONG.

Informazioni: Bureau d'assistance technique pour Socrates, Leonardo et Jeunesse, Département Leonardo 59-61 rue de Trèves, B-1040 Bruxelles; fax +32 2 2330150; e-mail: Leonardo@socleoyouth.be

Il Movimento Federalista Europeo della Lombardia sta conducendo una azione-cartolina "SÌ ALLO STATO FEDERALE EUROPEO" indirizzata ai 6 Paesi Fondatori della Comunità europea: Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

Nell'appello si chiede che «i Sei, che nell'immediato dopoguerra hanno avviato, con la fondazione della Comunità europea, il processo di unificazione del continente, devono rompere gli indugi e assumere l'iniziativa per fondare il primo nucleo di uno Stato federale europeo aperto a tutti i Paesi dell'Unione».

L'Europa sta oggi attraversando una fase difficile. La sicurezza e il benessere dell'Europa, la sua possibilità di contribuire a un ordine mondiale più pacifico e più equo, la sua capacità di difendere e promuovere il modello economico e sociale europeo nell'era della globalizzazione, non possono più essere assicurate né dagli Stati europei da soli, né nel quadro della debole integrazione europea di oggi. L'Europa rischia di diventare un'area marginale nella politica mondiale. Divisioni e nazionalismo rischiano di minacciare di nuovo il benessere e la sicurezza degli europei.

L'Europa non può più rimanere divisa e impotente. Riformare l'Unione europea non basta. Secondo i federalisti, unire davvero l'Europa significa creare uno Stato federale europeo, con un vero Governo, responsabile di fronte al Parlamento europeo, espresso dalla volontà dei cittadini europei.

L'Unione europea include oggi Paesi decisamente contrari a uno Stato federale europeo. Questo sarà ancor più vero dopo l'allargamento a nuovi Paesi. Nulla quindi si realizzerà senza l'iniziativa di un primo gruppo di Paesi disposti ad andare avanti superando il veto di quelli contrari. Il gruppo dei Sei Paesi Fondatori che nel '51 ha avviato il cammino dell'unità europea creando la prima Comunità europea, deve oggi prendere l'iniziativa di rilanciare il processo di unificazione europea, ripartendo dal progetto di Schuman, De Gasperi e Adenauer, e dando vita al primo nucleo di uno Stato federale, aperto a tutti i Paesi, dell'Unione di oggi e di domani, che vorranno entrarvi.