rischio europeo

Qualcosa sta cambiando in Europa. Sono passati poco più di due anni (31 gennaio 2000) da quando l'Unione europea interveniva nelle questioni di politica interna di uno Stato membro, l'Austria, causa l'entrata nella coalizione di governo di quel Paese di un partito a carattere xenofobo, razzista e antieuropeo, l'Fpö di Joerg Haider. Per la prima volta l'Ue si attribuiva il diritto di ingerenza, con misure di carattere esclusivamente diplomatico, certo, ma che avevano lo scopo di affermare che la sovranità di uno Stato dell'Ue può essere soggetta a limitazioni se si ritiene che vengano minacciati i valori costitutivi dell'Unione. Da allora, partiti con chiara connotazione xenofoba e razzista e fortemente antieuropei sono cresciuti in quasi tutti i Paesi dell'Ue, assumendo un ruolo in alcuni casi decisivo all'interno delle varie coalizioni di governo. Poche settimane fa, ad esempio, un Rapporto del Consiglio d'Europa ha denunciato la propaganda razzista e xenofoba condotta da alcuni esponenti politici italiani, in particolare della Lega Nord, partito di governo che non perde occasione per urlare il suo convinto antieuropeismo. Le recenti elezioni presidenziali francesi, inoltre, hanno accresciuto le preoccupazioni per il successo elettorale ottenuto da Jean-Marie Le Pen, leader del partito xenofobo e razzista Front National, che ha imbastito la sua campagna elettorale di slogan contro gli immigrati non comunitari e contro l'Europa.

Un problema esiste, dunque, e non è solo francese, italiano o austriaco, ma europeo: è un problema di legittimazione dell'Unione europea e dei suoi principi fondativi da parte dei cittadini, i quali sempre più spesso non riconoscono il valore aggiunto in termini di diritti, garanzie minime e qualità della vita che dall'Europa ci si aspetta. Da qui nascono l'astensionismo elettorale, i voti "di protesta", le critiche e le contestazioni di parti rilevanti della società europea e, seppur per ora in minima parte, i consensi dati agli slogan e alle semplificazioni xenofobe e antieuropee di esponenti politici populisti. Sono certo importanti posizioni nette come quelle prese nelle scorse settimane dalla Commissione europea, che di fronte alle elezioni francesi ha riaffermato il suo ruolo di «guardiano dei Trattati e di garante dei valori comuni su cui l'Ue è fondata», o dal Consiglio dei ministri europei della Giustizia e degli Interni che ha ribadito l'impegno dell'Unione nella lotta a razzismo, antisemitismo e xenofobia. Importante, ma non sufficiente. «Occorre avvicinare le istituzioni europee al cittadino» si legge nelle conclusioni del Consiglio europeo di Laeken (15 dicembre 2001): questo deve fare la Convenzione che sta lavorando per la riforma dell'Unione, così come tutti i cittadini che ci credono devono contribuire alla costruzione di un'Europa sociale e dei diritti. Altrimenti, gli Haider, i Le Pen e i Bossi si moltiplicheranno. n


primi passi della Convenzione europea

Dopo la sessione inaugurale del 28 febbraio 2002, nei giorni 21 e 22 marzo scorsi la Convenzione europea ha avviato i suoi lavori. Sono stati ascoltati oltre 80 interventi che intendevano rispondere alla domanda formulata dal presidente della Convenzione stessa, Valéry Giscard d'Estaing, nel suo discorso di apertura, e cioè: «Che cose vi aspettate dall'Europa?». Le prossime sessioni avranno come tema principale le cosiddette "Missioni" dell'Unione. Seguendo lo stesso percorso individuato per la Convenzione, poi, il prossimo luglio (nei giorni 9 e 10) si terrà la Convenzione dei giovani.

Pubblichiamo di seguito un articolo redatto da Cécile Barbier per L'Osservatorio sociale europeo, con sede a Bruxelles (si vedano al fondo dell'articolo le informazioni ad esso relative), e apparso sul n. 5/2002 della newsletter dell'Osservatorio "Domani, l'Europa", in cui l'autrice fa il punto sui lavori della Convenzione prendendo in esame il progetto di "Relazione sulla ripartizione delle competenze tra l'Unione europea e gli Stati membri", redatto da Alain Lamassoure, eurodeputato e co-presidente dell'intergruppo per una Costituzione europea.

Dei primi dibattiti della Convenzione si ricordano soprattutto le considerazioni generali sull'Europa, spesso criticate ma importanti, ed alcuni rari interventi sul rimpatrio di una quantità sostanziale di competenze a livello nazionale. I membri della Convenzione si sono ugualmente fatti portatori delle perplessità espresse dai cittadini riguardo alla costruzione europea soprattutto in riferimento alla complessità ed alle pesantezze istituzionali. E' tuttavia emerso che questa complessità è il prezzo da pagare perché le diversità dell'Europa non vengano soffocate dall'omogeneità. Gli interventi hanno inoltre rilevato la necessità di strutturare diversamente la cooperazione economica intorno alla moneta unica, l'inserimento della Carta dei diritti fondamentali nella futura Costituzione, l'adesione dell'Unione alla Convenzione europea dei diritti umani e la definizione attraverso la Convenzione di un contratto sociale europeo. Sono emerse aspettative sul tema del rafforzamento dello spazio di libertà e di sicurezza e dell'azione dell'Unione sulla scena internazionale. Infine, è stato posto l'accento sull'esigenza di controllare l'applicazione del principio di sussidiarietà e della legittimità, oltre che sull'esigenza che l'Unione "renda" maggiormente conto ai propri cittadini.

Tra i temi istituzionali sono stati evocati quelli del ruolo dei parlamenti nazionali e della riforma del Consiglio. I rappresentanti dei Paesi candidati hanno, in via generale, insistito sulla sovranità come elemento di cultura e di identità nazionale, esprimendosi comunque in favore di una Costituzione europea che non si sostituisca alle Costituzioni nazionali. E' stato sollevato anche il tema della condivisione delle sovranità.

società civile e Convenzione dei giovani

Sono state proposte alcune modifiche all'organizzazione dell'audizione della società civile, rinviata alla sessione di giugno per permetterle di replicare adeguatamente ai lavori della Convenzione che, nel frattempo, avrà avuto la possibilità di esprimersi su temi di fondo. Pare tuttavia che la decisione sia stata piuttosto dovuta alla mancanza di organizzazione della società civile. L'incontro potrebbe essere organizzato per aree tematiche. Il presidente della Convenzione ha considerato la possibilità di organizzare una sessione di ascolto per le regioni e le collettività locali e di un'altra per i rappresentanti delle attività economiche e sociali.

Une Convenzione dei giovani, la cui composizione rispecchierà il più possibile quella della Convenzione europea, riunirà (il 9 e 10 luglio, stando alla decisione del Presidium dello scorso 27 marzo) i giovani tra i 18 e i 25 anni, poco prima della sessione plenaria della Convenzione dell'11 e 12 luglio. La Convenzione dei giovani sarà finanziata dalla Commissione europea con il sostegno della Segreteria della Convenzione e del Parlamento europeo.

organizzazione dei lavori

Un rappresentante dei parlamenti dei Paesi candidati sarà invitato ai lavori del Presidium; sarà scelto dall'insieme dei rappresentanti dei parlamenti nazionali oppure dai rappresentanti dei parlamenti nazionali dei Paesi candidati.

Di regola è inoltre ammesso con una certa flessibilità il diritto di parola dei supplenti anche in presenza del membro effettivo. Lo stesso vale quanto al diritto di espressione degli osservatori tra cui vi è la Confederazione europea dei sindacati.

Sul problema dei gruppi di lavoro, il presidente della Convenzione ha assunto un'attitudine realistica. I gruppi non potranno essere istituiti rapidamente e dovranno raggruppare un numero ridotto di partecipanti. Dovranno preparare i lavori della Convenzione. In occasione dell'incontro con la commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo del 27 marzo, Valéry Giscard d'Estaing ha aggiunto che i gruppi di lavoro «non saranno delle commissioni ma veri e propri gruppi di lavoro temporanei». Nel frattempo, i lavori delle prossime sessioni saranno dedicati alle «Missioni dell'Unione» ed all'«esercizio» delle stesse sotto la duplice ottica della legittimità democratica e dell'efficacia. La Segreteria della Convenzione ha preparato un documento informativo preliminare alla sessione del 15-16 aprile che si ispira ai lavori del Parlamento europeo, secondo le dichiarazioni tenute il 27 marzo da Giscard d'Estaing di fronte alla commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo (Pe).

Parlamento e ripartizione delle competenze

Oltre ai documenti sul processo di costituzionalizzazione dell'Unione e sulla riforma del Consiglio, il Parlamento europeo (Pe) ha recentemente adottato due risoluzioni sulle relazioni tra il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali e sulla personalità giuridica dell'Unione. I dibattiti in corso in seno alla commissione Affari costituzionali del Pe riguardano il progetto di Relazione sulla ripartizione delle competenze tra l'Unione europea e gli Stati membri, redatto da Alain Lamassoure. L'adozione del progetto di risoluzione potrebbe essere presentato in occasione della sessione plenaria di maggio. Ne anticipiamo qui di seguito le linee principali.

quadro generale delle competenze dell'Unione

Alain Lamassoure ritiene che la formulazione attuale degli articoli dei trattati sulla ripartizione delle competenze sia insoddisfacente, e ne propone una revisione rivolta a sviluppare «lo spirito comunitario». Egli considera indispensabile stabilire chiaramente una distinzione tra gli obiettivi dell'Unione e le sue competenze che dovrebbero essere definite per materie (e non più per obiettivi e per materie). Alain Lamassoure suggerisce, a tal fine, un quadro generale all'interno del quale i poteri affidati all'autorità politica (Consiglio e Parlamento per l'Unione, autorità nazionali ed eventualmente regionali e locali per gli Stati membri) verrebbero classificati in cinque categorie.

- competenze esclusive dell'Unione. Dovrebbero essere piuttosto limitate, quali la politica monetaria e la politica doganale, che già attualmente appartengono a questa categoria, così come pure l'insieme delle relazioni economiche esterne. Egli innova proponendo di aggiungervi il finanziamento del bilancio dell'Unione con vere risorse proprie nonché la politica estera.

- competenze condivise tra Ue e Stati membri. Vengono proposte due categorie di materie:

Lo sforzo per chiarire i confini della "zona grigia", costituita dalle competenze condivise, è considerato «preminente».

Bisogna definirne le «istruzioni per l'uso» partendo da alcuni principi. La norma comunitaria dovrebbe fissare gli orientamenti, i principi e gli obiettivi, mentre gli Stati membri dovrebbero essere incaricati di recepirli e tradurli in concreto nell'ordinamento giuridico interno. Si tratta di temi per i quali si applicano completamente i principi di sussidiarietà e proporzionalità. Gli Stati potrebbero legiferare anche in assenza di una regolamentazione europea, la cui adozione prevale sulla legge nazionale. La semplificazione della redazione del testo fondatore impone che ogni rubrica sia limitata ad una o due frasi. Per le materie in questione, un articolo generale indicherebbe che le istituzioni comunitarie devono considerare la precedente azione della Comunità o dell'Unione. Questo implicherebbe che le disposizioni dei trattati (TCE e TUE) non incluse nel nuovo testo fondatore conserverebbero valore legislativo senza avere "forza costituzionale".

altri aspetti importanti

I principi di sussidiarietà e di proporzionalità dovrebbero essere rafforzati riconoscendo alla Corte di giustizia lo status di Corte costituzionale incaricata di «dirimere i conflitti in cui sono coinvolti l'Unione o una delle sue istituzioni» e che potrebbe essere adita a priori, sull'esempio della procedura esistente per il Consiglio costituzionale francese. Il relatore suggerisce di includere il «principio di costanza» in base al quale un eventuale aumento dei prelievi che consegua ad un trasferimento di competenze dovrebbe essere compensato da una pari riduzione da qualche altra parte perché l'operazione resti neutra per il contribuente.
Un aggiornamento delle competenze potrebbe ipotizzarsi ogni dieci anni.
L'articolo 308 del TCE è visto come uno strumento importante (che, secondo il relatore, sarebbe stato utilizzato per adottare oltre 700 direttive comunitarie - ma il cui utilizzo, stando a quanto dichiarato in un recente dibattito della Commissione Affari costituzionali, sarebbe nei fatti notevolmente diminuito) che potrebbe essere utilizzato associando alla procedura i parlamenti nazionali alla stessa stregua del Parlamento europeo.

Il «testo fondatore» dovrebbe individuare gli enti territoriali con capacità legislative e riconoscere loro lo statuto di «regioni partner dell'Unione». Questi enti territoriali sarebbero designati da ciascuno degli Stati membri e beneficerebbero di alcuni diritti, quali il diritto di essere consultato dalla Commissione e di adire direttamente la Corte di giustizia sui conflitti di competenza che possono interessarli.

Le proposte di Lamassoure sono state dibattute a diverse riprese durante la commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo. Ne risulta che il numero di categorie di competenze potrebbe essere ridotto (da cinque a tre, nel qual caso sarebbero: competenze esclusive dell'Unione, competenze condivise, competenze esclusive degli Stati membri), che la dicitura "competenze esclusive dell'Unione" pone qualche problema e che la proposta di includere tra di esse la politica estera suscita qualche perplessità. Lo stesso vale per la proposta - certo non accolta all'unanimità - di sottoporre l'applicazione del principio di sussidiarietà ad un controllo operato da una Corte costituzionale (la Commissione europea o i parlamenti nazionali potrebbero ricoprire questo ruolo), e per la proposta di un nuovo coinvolgimento dei parlamenti nazionali che crea imbarazzo.

la riforma del Consiglio

Nel dibattito sul futuro dell'Unione, il Consiglio è, così come le altre istituzioni, chiamato ad una riforma. Il coordinamento dei lavori del Consiglio e del Consiglio europeo richiede un miglioramento dei metodi di lavoro del Consiglio - processo di cambiamento rimasto incompiuto dall'adozione delle raccomandazioni di Helsinki nel dicembre 1999. Prima di essere oggetto, nell'ottobre del 2001, di una risoluzione del Parlamento europeo, la Fondazione "Notre Europe" le aveva dedicato un seminario. I due testi sottolineano la necessità di rivalorizzare il ruolo del Consiglio Affari Generali (Cag). La risoluzione del Parlamento ipotizza che vi siano riunioni più regolari (settimanali) e che sia composto da ministri delegati dai governi nazionali che esercitino anche nei propri governi una funzione di coordinamento e siano dotati di un'autorità politica adeguata. Le raccomandazioni di "Notre Europe" propongono una nuova formazione del Consiglio, distinta da quelle delle riunioni dei ministri degli Affari esteri.

Inoltre, il ruolo della coppia Cag riformato/Commissione europea è sottolineato sia nella pianificazione e nell'esecuzione dell'agenda europea sia nella preparazione e nell'attuazione degli orientamenti del Consiglio europeo (sotto il controllo del Parlamento europeo). Lo stesso può dirsi per il coordinamento del Consiglio dei ministri, la preparazione della legislazione comunitaria e il controllo sulla qualità degli atti legislativi comunitari. Il Segretario generale del Consiglio, Javier Solana, ha appena sottoposto al Consiglio europeo di Barcellona una relazione sulla preparazione del Consiglio all'allargamento. Il testo individua i problemi connessi con il Consiglio europeo (che «devia dalla propria traiettoria e che è sempre più chiamato a svolgere lavori che non sono del suo livello»), il Consiglio Affari generali (i cui compiti «si sono decisamente appesantiti con l'ampliamento e la diversificazione delle competenze»), la Presidenza (il cui esercizio è diventato «una sfida di prestigio nazionale»), e l'attività legislativa del Consiglio che deve essere più trasparente.

In particolare, la relazione ipotizza che i membri del Consiglio europeo, che dovrebbero svolgere soprattutto una funzione di coordinamento e d'impulso, eleggano il proprio presidente per un periodo da sei mesi a due anni e mezzo. La relazione esamina inoltre la possibilità di designare alcuni, se non tutti, i presidenti delle formazioni del Consiglio per un periodo superiore a sei mesi. Queste proposte non potrebbero essere realizzate senza introdurre modifiche ai trattati.

Secondo Solana, la proposta di una nuova formazione del Consiglio a livello di vice primo ministro ha incontrato forti obiezioni.

Le altre due proposte consistono nella creazione di una nuova formazione del Consiglio composta dai ministri o dai segretari di Stato agli Affari europei, oppure nella scissione in due formazioni dell'attuale Consiglio Affari generali, la prima incaricata delle relazioni esterne, l'altra delle questioni orizzontali. Queste proposte non richiedono modifiche ai trattati. Il Consiglio europeo di Siviglia (giugno 2002) dovrebbe pronunciarsi, e poiché le soluzioni proposte non richiedono la revisione dei trattati, esse potrebbero essere attuate al più tardi entro il 1° gennaio 2003.

E' lecito chiedersi se rinviare alla Convenzione gli aspetti della riforma del Consiglio che necessitano di apportare una modifica ai trattati è una garanzia sufficiente per il lavoro della Convenzione stessa. In effetti, la relazione di Solana, quando ipotizza delle soluzioni che richiedono alcune modifiche ai trattati, non fa alcuna riferimento né alla Commissione né al Parlamento europeo. La questione non è priva di conseguenze: può influenzare la delicata problematica della governance dell'Unione in un senso (vale a dire, inter-governativo, con un maggior peso al Consiglio e agli Stati membri) o nell'altro (ispirandosi maggiormente al metodo comunitario). Queste ultime considerazioni dimostrano che anche la delimitazione delle competenze non è solo un problema di ripartizione tra l'Unione europea e gli Stati membri ma che avrà un impatto anche sulla divisione dei compiti, e di conseguenza, dei poteri tra le diverse istituzioni dell'Unione. n

INFORMAZIONI: Osservatorio sociale europeo, rue Paul Emile Janson 13 - 1050 Bruxelles; tel. +3202/5371971 - fax: +3202/5392808 - E-mail: info@ose.be - sito web: http://www.ose.be


salute e sicurezza sul lavoro: nuova strategia comunitaria

La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro rappresentano oggi uno dei settori più ricchi di implicazioni e più importanti della politica sociale dell'Unione. Nel corso del Consiglio europeo di Lisbona, nel marzo 2000, l'Ue si era data l'obiettivo di creare un numero maggiore di posti di lavoro di migliore qualità, ma molto resta ancora da fare. Se, infatti, tra il 1994 e il 1998 si è registrata una diminuzione dell'incidenza degli infortuni sul lavoro di quasi il 10%, i dati Eurostat mostrano cifre assolute molto elevate, con oltre 5000 morti e quasi 5 milioni di infortuni ogni anno (dati relativi al 1998) e una preoccupante ripresa dell'aumento del numero di infortuni in determinati settori, soprattutto in alcuni Stati membri, a partire dal 1999. Le statistiche relative a quell'anno (le ultime disponibili) riportano 500 milioni di giornate di lavoro perse a causa di infortuni o di problemi di salute; quasi 350.000 lavoratori costretti a cambiare occupazione o luogo di lavoro o a diminuire la durata del lavoro e quasi 300.000 persone che presentavano diversi gradi di invalidità, di cui circa 15.000 escluse a vita dal mondo del lavoro. A questo va aggiunta la situazione dei Paesi candidati ad entrare nell'Ue, dove si registra una frequenza media di infortuni sul lavoro nettamente superiore alla media dell'Unione, in particolare a causa della loro specializzazione in settori tradizionalmente considerati come ad alto rischio.

In generale, dunque, i dati mostrano che l'impostazione basata sulla prevenzione definita dalle direttive comunitarie non è stata ancora perfettamente compresa e integrata dai soggetti interessati, né applicata in modo efficace. Fino dal 1951 la Comunità del carbone e dell'acciaio aveva iniziato a migliorare la sicurezza dei lavoratori e, con il Trattato di Roma, tale preoccupazione si era estesa all'insieme dei lavoratori dipendenti. Così, a partire dalla fine degli anni '70, ed in particolare dopo l'adozione nel 1987 dell'Atto unico europeo, l'Europa ha elaborato un significativo corpus legislativo che ha favorito un innalzamento delle norme di sanità e sicurezza.

Esiste dunque un acquis comunitario piuttosto ricco ed è proprio su questa base che la Commissione europea ha elaborato una strategia per i prossimi anni espressa nella comunicazione "Adattarsi alle trasformazioni del lavoro e dalla società: una nuova strategia comunitaria per la salute e la sicurezza 2002-2006", resa nota lo scorso 11 marzo.

Tre sono le caratteristiche principali di tale strategia:

ridurre i rischi tradizionali

La Commissione sottolinea come l'Europa si trovi ad affrontare un momento di transizione verso "l'economia della conoscenza" contrassegnato da trasformazioni profonde che riguardano la società, l'occupazione e gli aspetti legati alla salute e alla sicurezza sul luogo di lavoro, cosa peraltro già messa in luce dal Vertice di Lisbona sull'occupazione. Tali trasformazioni inducono ad assumere un'impostazione differente circa la politica da attuare e le priorità da adottare. Va tenuto conto, inoltre, di una realtà ancora troppo presente: l'esistenza di tassi di incidenza degli infortuni sul lavoro particolarmente elevati in taluni settori, che rappresentano, di conseguenza, un'ampia maggioranza degli incidenti registrati nell'Unione. Quattro settori (pesca, agricoltura, edilizia, servizi nel settore della salute e dell'azione sociale) presentano, infatti, un tasso d'incidenza superiore alla media del 30%. Altri quattro (industrie estrattive, industria manifatturiera, alberghi e ristoranti, trasporti) registrano un tasso d'incidenza superiore alla media del 15%. Tali cifre subiscono un notevole aumento se si prendono in considerazione solo le medie, piccole e piccolissime imprese: ad esempio, nel settore edilizio, ove il tasso di incidenza è superiore alla media del 41%, il divario passa al 124% per le imprese con 1-9 dipendenti e al 130% per quelle con 10-49 dipendenti. «S'impone pertanto - secondo la Commissione - una vigilanza costante al fine di ridurre tali rischi "tradizionali" e di sviluppare la prevenzione nelle PMI».

sempre più donne al lavoro

Tra le maggiori trasformazioni avvenute negli ultimi anni nella società europea vi è la maggior presenza delle donne nel mondo del lavoro. L'83% delle donne è impiegato nei servizi e questo spiega perché esse registrino un'incidenza di infortuni e di malattie professionali sensibilmente inferiore a quella degli uomini e perché il loro rischio di subire infortuni sia inferiore.

Nonostante ciò, esse subiscono un'evoluzione sfavorevole in quanto le attività nelle quali la loro presenza è dominante assistono ad un aumento dei tassi d'incidenza, anche per quanto riguarda gli infortuni mortali sul lavoro. Per quanto, secondo i dati relativi al 1995, non rappresentassero che il 17,8% delle malattie professionali diagnosticate, le donne facevano registrare percentuali nettamente superiori in determinati gruppi: 45% delle allergie, 61% delle malattie infettive, 55% dei problemi di natura neurologica, 48% dei problemi di natura epatica e dermatologica. Tali cifre evidenziano pertanto le specificità significative delle donne nei riguardi delle malattie professionali, dunque le azioni di prevenzione, così come gli strumenti di misura e le norme di compensazione e di indennizzo, devono prendere in considerazione in modo specifico la loro crescente partecipazione al mondo del lavoro, nonché i rischi per i quali le donne presentano una particolare sensibilità. Tali azioni rivolte alle donne devono essere basate su ricerche che coprano gli aspetti ergonomici, la realizzazione dei posti di lavoro, gli effetti dell'esposizione agli agenti fisici, chimici e biologici, nonché la valutazione delle differenze fisiologiche e psicologiche nell'organizzazione del lavoro.

invecchiamento della popolazione attiva

Altra significativa trasformazione sociale è quella relativa all'aumento della porzione della popolazione attiva europea di età superiore ai 50 anni e ad una contemporanea riduzione della fascia dei lavoratori più giovani. I raffronti eseguiti in base all'età dei lavoratori mostrano, da un lato, che i più giovani sono più spesso vittime di infortuni sul lavoro e, dall'altro, che quelli di età superiore ai 55 anni subiscono gli infortuni più gravi con una mortalità superiore alla media europea. Sono sempre i lavoratori anziani ad essere i più colpiti da malattie professionali a lenta insorgenza, quali i tumori (in maggioranza ancora dovuti all'esposizione all'amianto), o le malattie cardiovascolari, mentre i lavoratori più giovani sviluppano maggiormente allergie o malattie infettive.

Le cifre, comunque, dipendono in larga misura dalla natura dei posti di lavoro occupati oggi dalle varie generazioni. I lavoratori anziani tendono inoltre ad essere meno qualificati e ad essere particolarmente presenti nei mestieri industriali manuali, mentre i lavoratori più giovani sono presenti in maggiore misura nei rapporti di lavoro più precari. Tali differenze impongono una strategia globale della qualità dell'occupazione, prendendo in considerazione la situazione specifica delle generazioni e delle fasce d'età per quanto riguarda il mondo del lavoro.

flessibilità e nuovi lavori

C'è poi una trasformazione che riguarda direttamente il mercato del lavoro, dove si assiste a una diversificazione crescente delle forme di occupazione con l'espansione dei rapporti di lavoro temporanei. Il tipo di contratto e l'anzianità nell'impresa presentano una correlazione negativa con la salute sul luogo di lavoro. Le persone occupate da meno di due anni hanno maggiori possibilità di essere vittima di un infortunio sul lavoro rispetto alla media: per le occupazioni temporanee, tale effetto è particolarmente avvertito nel settore dell'edilizia, nei servizi della sanità e in quelli sociali.

Tra le nuove forme di lavoro, quello a tempo parziale e gli orari atipici (lavoro a turni o notturno) sono altresì fattori che aggravano i rischi per i lavoratori. Ciò può essere spiegato dalla mancanza di una formazione adeguata, dalle alterazioni psicosomatiche dovute al lavoro a turni o notturno, dalla scarsa sensibilizzazione degli imprenditori o da una mancanza di motivazione nel caso di lavoratori aventi un contratto di lavoro precario.

nuovi rischi per la salute

Tutte queste trasformazioni del mercato del lavoro hanno portato conseguentemente ad una trasformazione dei rischi. I cambiamenti nell'organizzazione del lavoro, in particolare le modalità più flessibili di organizzazione dell'orario di lavoro e una gestione delle risorse umane più individuale e maggiormente orientata al risultato, hanno un'incidenza profonda sui problemi legati alla salute sul luogo di lavoro o, più in generale, sul benessere nel luogo di lavoro.

Si osserva così che le malattie considerate emergenti, quali lo stress, la depressione o l'ansia, nonché la violenza sul luogo di lavoro, le molestie e l'intimidazione rappresentano ben il 18% dei problemi di salute legati al lavoro, un quarto dei quali comporta un'assenza dal lavoro pari o superiore alle due settimane. Tali patologie presentano una frequenza due volte più elevata nell'istruzione e nei servizi della sanità e dell'azione sociale ed esse appaiono non tanto legate all'esposizione ad un rischio specifico, quanto ad un insieme di fattori quali l'organizzazione dei compiti, le modalità degli orari di lavoro, i rapporti gerarchici, la fatica dovuta ai trasporti, ma anche al grado di accettazione della diversità etnica e culturale nell'impresa. «Tali patologie - sostiene la Commissione - devono essere valutate in un contesto globale che l'OIL definisce come "benessere sul luogo di lavoro"». Queste strategie di prevenzione dei nuovi rischi sociali devono inoltre comprendere l'incidenza delle dipendenze sugli infortuni, in particolare quelle legate all'alcool e ai medicinali.

maggior prevenzione

La strategia comunitaria per la salute e la sicurezza si basa sulla promozione di pratiche legate alla prevenzione che coinvolgono tutti i soggetti, compresi i lavoratori stessi, al fini di sviluppare una reale cultura della prevenzione dei rischi che permetta di meglio anticiparli e controllarli.

La creazione di un ambiente di lavoro controllato impone il miglioramento della conoscenza dei rischi da parte di tutti i soggetti interessati. A tal fine, secondo la Commissione, si deve sviluppare un'impostazione al tempo stesso globale e basata sulla prevenzione, incentrata sulla promozione del benessere sul luogo di lavoro, al di là della sola prevenzione dei rischi specifici, in tre settori complementari:

L'Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro dovrà svolgere un ruolo trainante in tali azioni di sensibilizzazione e di anticipazione. Nel corso del secondo semestre 2002 la Commissione presenterà una comunicazione relativa alla valutazione dell'Agenzia che svilupperà il ruolo che quest'ultima dovrà svolgere in tale settore.

altre proposte della Commissione

Una condizione necessaria per il miglioramento della qualità dell'ambiente di lavoro è rappresentata poi da un'efficace applicazione del diritto comunitario e dalla sensibilizzazione dei soggetti interessati a tutti i livelli. È per tale motivo che la Commissione elaborerà, in concertazione con il comitato consultivo e le parti sociali, delle guide di applicazione delle direttive che prendano in considerazione la diversità dei settori d'attività e delle imprese, come è stato suggerito dal Comitato economico e sociale. Nel quadro delle competenze che le sono conferite dal Trattato, la Commissione vigilerà in modo rigoroso sul recepimento delle direttive e sulla corretta applicazione della giurisprudenza. Essa svilupperà inoltre azioni che tendano a favorire, grazie ad una stretta cooperazione tra le autorità nazionali, un'attuazione corretta ed equivalente delle direttive comunitarie.

Altri impegni che la Commissione si assume in materia legislativa sono quelli di: adattare costantemente le direttive esistenti all'evoluzione delle conoscenze scientifiche, del progresso tecnico e del mondo del lavoro; prendere in considerazione i nuovi rischi, derivanti dai problemi e dalle malattie psicosociali, beneficiando dell'acquis rappresentato dalle direttive adottate di recente e fondate sull'articolo 13 del Trattato, che definiscono le molestie e prevedono possibilità di ricorso; razionalizzare il quadro giuridico, attraverso una codifica delle direttive esistenti che ne faciliterà la comprensione; razionalizzare le istanze comunitarie, creando una stretta cooperazione tra la Commissione e le amministrazioni responsabili negli Stati membri che potrebbe portare alla creazione di un unico Comitato consultivo per la sicurezza, l'igiene e la tutela della salute sul luogo di lavoro.

Inoltre, se l'azione legislativa è necessaria per stabilire delle norme, lo sviluppo di altri strumenti è indispensabile per promuovere la spinta al progresso, incoraggiare i soggetti ad avanzare maggiormente e coinvolgere le parti interessate nella realizzazione degli obiettivi globali della strategia, in particolare nei nuovi settori che difficilmente si prestano a un approccio normativo. A questo fine, la Commissione:

Nel corso del 2002, poi, la Commissione avvierà una consultazione delle parti sociali circa lo stress e le sue conseguenze sulla salute e la sicurezza sul lavoro, in ottemperanza alla procedura di cui all'articolo 138 del Trattato. Nel Libro Verde "Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese" si sottolinea che la salute sul luogo di lavoro rappresenta uno dei settori privilegiati delle "buone pratiche" volontarie delle imprese che desiderano andare oltre le norme e le disposizioni esistenti. Il periodo di consultazione aperto dal Libro Verde, sostiene la Commissione, permetterà di definire le risposte possibili grazie ad un'ampia consultazione dei soggetti interessati. n

INFORMAZIONI: il testo integrale della comunicazione della Commissione si trova all'indirizzo web:

http://europa.eu.int/eur-lex/it/com/pdf/2002/com2002_0118it01.pdf


Francia: un assegno di autosufficienza agli anziani
di Graziano Del Treppo

Come tutti i Paesi europei, anche la Francia è alle prese con l'invecchiamento della popolazione e le sue conseguenze sulla perdita di autosufficienza delle persone anziane.

Per far fronte a questa situazione, dall'inizio del 2002 è entrata in vigore una nuova legge (n. 2001/647 del 20 luglio 2001) che istituisce l'Allocation Personnalisée d'Autonomie (A.P.A.), un "assegno personalizzato di autosufficienza", cioè una nuova prestazione che rappresenta una conquista sociale nonché una forma di solidarietà tra le generazioni.

cos'è l'A.P.A. e da chi è gestita

L'assegno personalizzato di autosufficienza è:

Non sarà la Sécurité Sociale a gestire questa nuova prestazione, ma il finanziamento sarà assicurato dal Conseil Général di ogni Dipartimento francese e da un fondo nazionale al quale partecipano:

come funziona

In ogni Dipartimento francese una speciale équipe medico-sociale deve elaborare un piano individualizzato di aiuto, cioè stabilire quale è il grado di non-autosufficienza, o di «dépendance» della persona anziana, secondo una griglia di criteri chiamata tecnicamente «A.G.G.I.R.» (Autonomia/Gerontologia/Gruppi Iso-Risorse), che comporta vari livelli, chiamati appunto «G.I.R.»:

  1. Persone che abbiano perduto la loro autonomia mentale, corporale, di movimento, che necessitino di una presenza indispensabile e continua di un'altra persona: questo è il caso più grave.

  2. Persone bloccate in un letto o in una poltrona che abbiano bisogno di un aiuto per la maggior parte delle attività della vita quotidiana, anche se le funzioni psichiche non sono totalmente alterate, oppure con le funzioni mentali alterate ma in possesso delle loro capacità di movimento: anche questo caso è considerato come «très dépendant».

  3. Persone che abbiano conservato la loro autonomia mentale e parzialmente la loro autonomia di movimenti, ma che abbiano bisogno quotidianamente e più volte al giorno di aiuti per la loro autonomia corporale: questo caso, come anche il caso seguente, sono considerati come «dépendance moyenne».

  4. Persone che non riescono da sole ad alzarsi, coricarsi, sedersi, ma che, una volta in piedi, posso spostarsi all'interno dell'appartamento; devono talora essere aiutate per la toeletta, per vestirsi e normalmente si alimentano da sole.

Notiamo che questa griglia, che non pare soddisfacente, sarà rielaborata nel corso del 2003.

In ogni caso, una volta che si è determinato a quale gruppo (da 1 a 4) appartiene la persona anziana, viene stabilito l'importo dell'A.P.A al quale ha diritto, tenendo conto anche delle sue risorse.

chi può beneficiare dell'A.P.A.

L'assegno personalizzato di autosufficienza può essere dato:

La nuova legge francese dichiara: «Ogni persona anziana residente in Francia, che si trovi nello stato di incapacità di assumere le conseguenze della mancanza o della perdita di autonomia legate al suo stato fisico o mentale, ha diritto ad un assegno specializzato di autonomia che le permetta una presa a carico adatta ai suoi bisogni».

In altre parole, hanno diritto all'A.P.A.:

l'importo dell'A.P.A.

L'importo massimo dell'A.P.A. sarà:

Tale importo potrà essere diminuito a seconda dei redditi della persona anziana. L'assegno viene versato ogni mese direttamente al suo beneficiario.

dove si fa la domanda

Le domande devono essere presentate al presidente del Conseil General del Dipartimento.

I dossiers sono disponibili presso i servizi sociali del Conseil Général, dei Comuni, delle Associazioni di "Aide à domicili", degli Istituti di ricovero per anziani o delle Casse di Pensioni.

osservazioni

Si tratta certamente di una buona legge, anche se fin d'ora si possono vedere alcuni limiti:


Congresso dell'UGT catalana

Dal 19 al 22 marzo scorsi si è tenuto a Tarragona il congresso della UGT, una della due grandi confederazioni sindacali spagnole. Nell'ambito del congresso si è svolta una riunione Internazionale, che ha visto la presenza di leader sindacali provenienti da tutto il mondo.

Pubblichiamo di seguito la dichiarazione finale dal Meeting.

Le Organizzazioni sindacali partecipanti alla prima riunione internazionale sindacale nell'ambito del XI Congresso della UGT (Unione generale dei lavoratori) tenutosi a Tarragona dal 19 al 22 marzo 2002 manifestano:


nasce una Commissione per la difesa dei diritti

«Stanno succedendo cose che mettono in discussione quella cultura dei diritti umani che, forse, è anche l'unica vera ricchezza europea. Dobbiamo rendercene conto e farci sentire». E' quanto afferma Lorenzo Trucco, avvocato, presidente dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e da anni impegnato per la difesa dei diritti umani. Da qualche mese Trucco è membro di un gruppo di lavoro internazionale denominato "Commissione internazionale d'inchiesta per la difesa dei diritti fondamentali nella globalizzazione" con sede a Ginevra, che ha tenuto la sua prima assise lo scorso 6 aprile a Genova al teatro Modena. In una sala affollata di avvocati, giuristi, rappresentanti dell'amministrazione locale, giornalisti, membri di organizzazioni varie (molte delle quali avevano dato vita al Genoa Social Forum) e semplici cittadini si è parlato molto, e in varie lingue data la diversa nazionalità dei partecipanti, di quanto avvenuto nel luglio 2001 a Genova e di cosa fare perché simili assurdità non si ripetano. Con Trucco cerchiamo di capire meglio cos'è questa Commissione per la difesa dei diritti e come lavorerà.

Quando è nata l'idea di istituire questa Commissione?

La commissione è nata alla fine del 2001 a seguito di una serie di incontri tenutisi a livello europeo tra diverse associazioni di giuristi: l'Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti dell'uomo, l'associazione Avvocati europei democratici, l'Associazione internazionale dei giuristi democratici e altri coordinamenti di giuristi democratici. Dopo i terribili fatti di Genova si è creata un'esigenza di confrontarsi anche a livello di giuristi su quanto era successo, così è nato questo rapporto tra associazioni di giuristi diverse tra loro, con diversità anche culturali derivanti dal fatto che si tratta di associazioni tedesche, belghe, francesi, spagnole, svizzere e italiane. Un filo conduttore era però più forte delle diversità e costituiva un elemento di allarme per tutti noi: quello della violazione di diritti fondamentali, che nel caso di Genova era stata eclatante ma che in realtà si era già verificata in alcune manifestazioni precedenti. Così è nata l'idea di fare qualcosa e si è deciso di strutturare a livello formale questa Commissione, che non vuole essere un organismo paragiudiziario ma un soggetto, con taglio sicuramente giuridico, aperto però ad altre figure che testimoniano il loro impegno su queste tematiche e a tutti coloro che vogliano collaborare. Questo perché ritenevamo e riteniamo importante cogliere, sulla base di quanto stava e sta succedendo, questo grave problema dell'abbassamento delle libertà fondamentali riconosciute dalle grandi Convenzioni del dopoguerra.

Come intendete lavorare?

Si terranno due assise annuali della Commissione, la prima è stata quella di Genova del 6 aprile mentre la seconda si terrà tra ottobre e novembre prossimi. Sono poi stati costituiti quattro gruppi di lavoro che si riuniranno con maggiore frequenza: uno sui fatti di Genova e su quanto verificatosi nelle altre grandi manifestazioni (Goteborg, Bruxelles, Barcellona ecc.); un altro sempre su Genova ma centrato sulla morte di Carlo Giuliani; un terzo gruppo si occupa dell'elaborazione di alcuni principi finalizzati ad interventi sulle scelte di carattere economico, questo per capire se c'è la possibilità (e noi riteniamo ci debba essere) di intervenire sulle scelte prese in sedi assolutamente incontrollate e che determinano gli scenari dell'attuale globalizzazione: il gruppo ha appena iniziato a lavorare, ma l'idea è di giungere ad una Carta dei diritti fondamentali in materia economica che si pone l'obiettivo di come poter incidere su alcuni meccanismi di informazione economica; il quarto gruppo si occupa dell'analisi della violazione di diritti fondamentali rispetto all'elaborazione delle nuove strategie antiterrorismo e quindi delle implicazioni che queste hanno sulla compressione delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale.

A questo proposito, alcuni mesi fa (dicembre 2001) il Consiglio europeo dei ministri degli Interni e della Giustizia ha approvato la riforma dello Schengen Information System (SIS II) che allargherebbe la popolazione dei potenziali schedati estendendola, secondo quanto affermato dal ministro dell'Interno belga Antoine Duquesne, a «persone suscettibili, nel quadro di determinati eventi, di generare disordini». Definizione piuttosto ambigua e preoccupante...

Va detto che una serie di gravi pratiche messe in atto a Genova vengono da tempo perpetrate regolarmente ai danni di soggetti deboli come gli stranieri immigrati. Da anni diciamo che difendere la salvaguardia dei diritti degli immigrati non comunitari è fondamentale per mantenere alto il livello generale dei diritti, perché generalmente si parte dai più deboli per poi estendere le limitazioni al resto della società. A Genova è stata netta la sensazione che si stesse assistendo a qualcosa di simile, di nuovo e particolarmente preoccupante: l'estensione di palesi violazioni di diritti fondamentali ai danni di altre fasce di cittadini, ad esempio di coloro che esprimono il proprio dissenso. Ma Genova non è stato un caso isolato, seppur indubbiamente il più grave. Sempre più ormai, in occasione di questi grandi appuntamenti internazionali, si decide senza alcun problema la sospensione di diritti fondamentali delle persone, con un forte abbassamento del livello ed una banalizzazione dell'importanza di tali diritti. Uno dei punti centrali è proprio quello della libera circolazione delle persone, tematica forte su cui si giocano un po' tutti i diritti fondamentali.

Altro elemento che sta emergendo in modo evidente è la grande differenza che ormai esiste tra alcune forme di legislazione e le prassi, un solco ormai incolmabile. Ecco, su tutte queste cose intendiamo lavorare e mantenere alta l'attenzione.

Pensate di mantenere alta l'attenzione anche su quanto avvenuto a Genova?

Certo. Il primo passo è stata l'assise dello scorso aprile, che ha portato una serie di contributi importanti e significativi sui fatti verificatisi durante il G8, sulla base dei quali verrà elaborato un documento informale che porterà alla stesura di un Rapporto definitivo da parte della Commissione. Lo scopo della Commissione è anche quello di avere un carattere propositivo: dare cioè una chiave di lettura differente a quanto successo, sulla base della salvaguardia dei diritti fondamentali, ma orientato verso il futuro per fare in modo di evitare che si ripetano fatti simili.

Oltre all'attività di informazione, denuncia e proposta, vogliamo dare anche un supporto reale all'attività di coloro che sono impegnati personalmente nelle indagini giudiziarie, soprattutto tenendo conto che in Italia non si ha certo un ricordo esaltante delle inchieste giudiziarie e c'è il rischio che anche per i gravi fatti di Genova si ripeta una prassi già vista in passato. La stessa scelta di separare dal punto di vista giudiziario i vari episodi verificatisi durante il G8 denota un tentativo di ridimensionare quanto avvenuto e porta a valutazioni diverse rispetto a quanto si potrebbe dedurre con un'analisi complessiva. Scopo della commissione è anche questo, cioè giungere ad una valutazione di carattere generale.

E' evidente che si tratta di un lavoro non facile, una sorta di scommessa, il cui successo dipenderà dalla serietà, dal tipo di lavoro che riusciremo a fare e dalla continuità che riusciremo a dare a questo lavoro. Ma la volontà c'è, nonostante tutti i problemi anche logistici ed economici che dobbiamo affrontare per lavorare, e la decisione di non essere troppo legati a fatti specifici dimostra proprio la volontà di dare al nostro lavoro un carattere continuativo nel tempo.

Nove mesi dopo, che idea vi siete fatti del disastro di Genova?

Naturalmente ne abbiamo parlato molto e ogni volta è fonte di ulteriori valutazioni, perché ci sono sempre nuovi elementi che rendono il quadro ancor più pesante rispetto alle prime letture. Un dato chiaro sul quale siamo tutti d'accordo è quello della non casualità: cioè è successo tutto non per caso ma perché doveva succedere. Dato oltretutto confermato poi dalle manifestazioni successive, anche se per fortuna su livelli diversi. E' evidente, si è visto anche a Barcellona lo scorso marzo, questa volontà ormai usuale di militarizzazione delle città e di esibizione di forza rispetto al dissenso, lo spostare sul piano militare la questione generale. La sensazione forte, dunque, è quella di una volontà precisa, anche perché non si improvvisa quanto successo a Genova e in quella forma. Il messaggio che viene lanciato è più o meno questo: di fronte a certe scelte e a certi fatti i diritti fondamentali non contano più e la gente lo deve sapere. Così, le frontiere vengono spostate all'interno, creando queste zone in cui è vietato entrare se non con appositi documenti, e questo dal punto di vista simbolico rappresenta un segnale forte esattamente come avviene per le frontiere esterne di un Paese: si vieta la libertà di circolazione. Insomma, a Genova si sono verificati fatti molto rilevanti e con forte valore simbolico, sui quali ancora oggi stiamo riflettendo e che hanno convinto molti cittadini sulla necessità di agire e intervenire per la salvaguardia dei diritti. Così è nata in modo spontaneo e sentito anche la nostra Commissione che, senza alcuna presunzione e consapevole dei propri limiti, intende lavorare al massimo per la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone. Stanno succedendo cose che mettono in discussione quella cultura dei diritti umani che, forse, è anche l'unica vera ricchezza europea. Dobbiamo rendercene conto e farci sentire.

Genova prima, Bruxelles e Barcellona poi: molti di voi (avvocati e giuristi) erano in strada per cercare di garantire i diritti di chi manifestava. Lo rifarete?

C'è la volontà di giungere ad una formalizzazione della costituzione di questi Legal Team, che a livello informale sono già stati costituiti e hanno operato appunto a Genova e nella successive manifestazioni internazionali. Questi team ribadiscono la nuova figura, un po' anomala rispetto allo stereotipo tradizionale, dell'avvocato che diventa così una sorta di testimone e di garante dei diritti fondamentali. Si vuole dunque rendere formale questa tensione morale che durante e dopo Genova ha portato una serie di avvocati a lavorare in estrema difficoltà per cercare di bilanciare quanto stava e sta avvenendo in materia di diritti dei cittadini. I Legal Team verranno costituiti nei vari Paesi europei in collaborazione tra loro e in stretto contatto con i team già presenti negli Stati Uniti e in Canada, per rapportarsi con situazioni estremamente diverse tra loro e accrescere la conoscenza necessaria per organizzare gli interventi di tutela e difesa dei diritti.

A Genova siete stati praticamente chiamati in strada dagli organizzatori delle manifestazioni. Ora avete deciso di auto-organizzarvi e convocarvi per la difesa dei diritti dei manifestanti e della cittadinanza in generale. Che tipo di rapporto intendete avere con le organizzazioni del cosiddetto movimento di movimenti?

Non ne abbiamo ancora discusso ma è evidente che un certo rapporto c'è già nei fatti ed è avvalorato dalla stessa intenzione di dare forma continuativa ai lavori della Commissione, non limitandosi cioè ad analizzare quanto già avvenuto. La lettura diversa che vogliamo dare agli elementi nuovi della legislazione che abbattono le libertà fondamentali, oppure lo studio di modalità d'intervento sulle scelte di tipo economico, sono elementi che ci accomunano a chi contesta l'attuale situazione e il tipo di globalizzazione in atto: tutto ciò è significativo dei rapporti che ci devono essere tra i vari soggetti e organizzazioni. Certo le differenze sono molte, all'interno e all'esterno del movimento, tra tutti coloro che non accettano la situazione venutasi a creare. Io credo però che, vista la gravità della situazione dopo Genova e dopo l'11 settembre in tema di diritti fondamentali, abbiamo bisogno di una nuova mentalità. Tutti quanti dobbiamo mettere un po' da parte le nostre diversità per creare nuovi rapporti e un fronte comune per la salvaguardia dei diritti, lasciare in secondo piano gli schemi e il tipo di rapporti che ognuno ha sempre seguito per trovare nuove modalità di lavorare insieme. E' necessario alzare la testa e guardarci attorno rispetto a quanto sta succedendo, confrontandoci e svolgendo un lavoro comune per la salvaguardia dei diritti. Non abbiamo alternativa. n

INFORMAZIONI: www.globaldr.org oppure e-mail: ltrucco@tin.it
(Fonte: agenzia d'informazione "testimoni di GeNova")

COMMISSIONE INTERNAZIONALE D'INCHIESTA PER LA DIFESA DEI DIRITTI FONDAMENTALI NELLA GLOBALIZZAZIONE

La Commissione è nata alla fine del 2001 su iniziativa dell'Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti dell'uomo (AEJDH), l'associazione Avvocati europei democratici (AED), l'Associazione internazionale dei giuristi democratici (AIJD). Ha tenuto la sua prima assise a Genova lo scorso 6 aprile, mentre la seconda è prevista per l'autunno prossimo (ottobre o novembre).

Attualmente è composta da: Nuri Albal, avvocato (Parigi); Tony Bunyan, editore di Statewatch (Londra); Daniela Dahn, scrittrice (Germania); Doyen Robert Dossou, avvocato, già presidente della Commissione legislativa dell'Assemblea (Benin); Nicole Dreyfus, avvocata (Parigi); Luigi Ferrajoli, professore all'Università di Camerino (Italia); Dario Fo, premio Nobel per la letteratura (Italia); August Gil Matamala, avvocato (Barcellona); Barbara Hug, avvocata (Zurigo), difensore delle Ong nel processo Nestlé; Martin Kutscha, professore all'Università di Berlino e presidente dell'Associazione giuristi democratici di Germania; Aline Pailler, giornalista (Francia) e membro del Consiglio economico e sociale; Adolfo Perez-Esquivel, premio Nobel per la pace (Argentina); Riccardo Petrella (Italia/Belgio), fondatore del Contratto mondiale dell'acqua; Gino Strada, chirurgo (Italia) e fondatore di Emergency; Lorenzo Trucco, avvocato (Torino) e presidente dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (ASGI); Peter Weiss, avvocato (USA) e presidente dell'Associazione internazionale di avvocati contro gli armamenti nucleari (IALANA); Alex Zanotelli, missionario comboniano (Italia/Kenya).

Obiettivi della Commissione: essere uno strumento di approfondimento, stimolo, denuncia e verifica di controllo democratico, con autonomia e indipendenza di giudizio anche rispetto ai soggetti che ne hanno proposto la costituzione; svolgere un ruolo di osservatorio giuridico sugli avvenimenti che accadono e sugli attentati alle libertà che si producono, nonché sul modo di evitare in futuro le gravi violazioni alle libertà che sono state commesse e permettere ai cittadini di esprimersi liberamente; avere un approccio non solo giuridico in modo da dare una lettura trasversale e complessiva a più livelli ai fenomeni che si verificano; avere una natura permanente la cui attività deve essere volano per ulteriori iniziative; incidere sulla fase di attuazione della Carta europea dei diritti fondamentali.

La Commissione elaborerà dei Rapporti che intendono evidenziare, partendo dagli avvenimenti, il filo conduttore delle violazioni dei diritti umani fondamentali, al fine di poter costituire una base su cui fondare una risposta concreta.

Attualmente sono stati creati 4 gruppi di lavoro nei quali viene ripartita l'attività dei membri del gruppo di sostegno e che riguardano: 1) gli avvenimenti di Genova durante il G8 (per informazioni: avvocatopagani@iol.it); 2) la morte di Carlo Giuliani (avvsandra@aleph.it); 3) la repressione dei movimenti cosiddetti "anti globalizzazione" e l'aggravamento della repressione col pretesto della lotta anti-terrorismo (rechtsanwalt.hofmann@t-online.de oppure azertanne@skynet.be);
4) l'elaborazione degli elementi base di una Carta dei diritti del cittadino rivolta al controllo dell'economia (jp.garbade@gkb.com oppure marcelli@ici.rm.cnr.it).

Intenzione del gruppo di sostegno della Commissione è anche quella di formalizzare la costituzione di Legal Team in diversi Paesi europei, cioè quei gruppi di avvocati e giuristi che hanno già preso parte ad alcune manifestazioni europee (da Genova in poi) sull'esempio di quanto avvenne a Seattle nel dicembre 1999. Tali Legal Team si prefiggono di: informare i cittadini sui loro diritti; garantire che non ci siano misure preventive per impedire la manifestazione del dissenso; osservare, testimoniare e denunciare eventuali violazioni dei diritti, ma anche mediare per evitare le derive; difendere le persone perseguite per fatti legati alle manifestazioni ed evitare la criminalizzazione dei difensori legali (per informazioni: Anne Maesschalk, azertanne@skynet.be, fax 0032 2 3748040).

INFORMAZIONI:

Commissione internazionale, 13 bvd. Georges-Favon, CH 1204 Genève; tel. 0041 223121400, fax 0041 223121452; sito web: www.globaldr.org


pena di morte: raddoppiate le esecuzioni nel 2001

Nel corso del 2001 sono state giustiziate oltre 3048 persone in 31 Paesi, dato raddoppiato rispetto al totale delle 1457 esecuzioni registrate nel 2000. E' quanto denunciato dall'organizzazione internazionale Amnesty International lo scorso 9 aprile che, diffondendo le proprie statistiche sul numero delle esecuzioni comminate nel mondo nel 2001, si è appellata alla Commissione Onu sui diritti umani, attualmente impegnata a Ginevra nella sua sessione annuale, affinché agisca in maniera decisa contro la pena di morte e stabilisca una moratoria universale sulle esecuzioni.

«E' auspicabile - sostiene Amnesty International - che la Commissione sui diritti umani, attualmente in svolgimento a Ginevra, formuli presto un'ulteriore incisiva risoluzione reiterando la propria richiesta per una immediata moratoria mondiale sulle esecuzioni e chiedendo agli Stati di rispettare gli standard internazionali, incluso il divieto di condannare e giustiziare minori all'epoca del reato. L'Onu deve assumere un ruolo guida ed adottare misure decise e positive per proteggere coloro che si trovano di fronte alla pena di morte».

L'organizzazione per i diritti umani sottolinea inoltre come i dati resi noti siano inferiori a quelli reali, perché includono unicamente i casi ad essa pervenuti e molti Paesi tengono segrete le cifre sul numero delle esecuzioni effettuate. In realtà, sostiene Amnesty, nel 2001 sono probabilmente state messe a morte oltre 5000 persone in 68 Paesi.

«Molti casi si sono verificati in clamorosa violazione degli standard internazionali sull'applicazione della pena di morte - ha denunciato Amnesty International - Detenuti sono stati condannati a morte a seguito di processi iniqui. In violazione del diritto internazionale, vi sono state esecuzioni di persone accusate di crimini compiuti quando avevano meno di 18 anni all'epoca del reato». Nel 2001 sono stati registrati tre casi di questo genere in Iran, Pakistan e Stati Uniti.

La causa principale dell'aumento delle esecuzioni nel mondo è dovuta all'intensificarsi dell'utilizzo della pena di morte in Cina, verificatosi dopo il lancio da parte del governo della campagna nazionale "strike hard" contro il crimine. Nel periodo compreso tra i mesi di aprile e luglio 2001 sono state almeno 1781 le persone messe a morte nel Paese. Molti dei condannati a morte potrebbero essere stati torturati per estorcere confessioni, mentre detenuti condannati hanno spesso patito torture ed umiliazioni pubbliche prima di morire.

Oltre alla grave situazione cinese, Amnesty International ha registrato 139 esecuzioni in Iran, ma la cifra reale è stata ritenuta essere nettamente superiore; si è avuto notizia di 79 esecuzioni in Arabia Saudita; 66 invece sono state le esecuzioni effettuate negli Stati Uniti, numero inferiore rispetto alle 85 del 2000.
I dati relativi a Cina, Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti rappresentano circa il 90% di tutte le esecuzioni del 2001.

Sul fronte opposto si registrano alcuni progressi: alla fine del 2001 erano 111 i Paesi ad aver abolito la pena di morte, 3 in più rispetto all'anno precedente.

Il Cile ha abolito l'utilizzo della pena di morte in tempo di pace; la Turchia ha adottato un emendamento costituzionale che riduce l'ambito di applicazione della pena capitale; il presidente del Pakistan ha deciso, nel dicembre 2001, di commutare le condanne a morte di circa 100 minorenni; la Bosnia-Erzegovina e la Repubblica Federale di Jugoslavia hanno ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR) - un Trattato per l'abolizione totale della pena di morte - che porta a 46 il numero di Stati parte del Protocollo.

«La pena di morte è la pena in assoluto più crudele, inumana e degradante, rappresenta la violazione del diritto alla vita - sostiene Amnesty International - Tutelare il diritto alla vita è una responsabilità internazionale».

INFORMAZIONI: Amnesty International, www.amnesty.it; tel. 06 4490224; e-mail: press@amnesty.it

Libro Verde della Commissione sul rimpatrio degli immigrati illegali

La Commissione europea ha presentato, il 10 aprile scorso, un Libro Verde riguardante la definizione di una politica comunitaria sul rimpatrio delle persone che soggiornano illegalmente negli Stati membri. Il testo tiene conto del Piano d'azione per combattere l'immigrazione illegale e la tratta degli esseri umani adottato dal Consiglio il 28 febbraio scorso, basato a sua volta sulla Comunicazione della Commissione, del novembre 2001, su una politica comune in materia di immigrazione illegale.

Il Libro Verde è strutturato in tre parti: la prima parte sottolinea la necessità di una politica comune di rimpatrio che completi e sia compatibile con le politiche comunitarie esistenti in materia di immigrazione e asilo; la seconda è incentrata sul rafforzamento della cooperazione tra Stati membri e la necessità di definire norme minime comuni; l'ultima parte riguarda lo sviluppo di una politica di riammissione in cooperazione con i Paesi terzi interessati.

Obiettivo del Libro Verde è avviare un'ampia consultazione - che coinvolga le istituzioni comunitarie, i Paesi candidati all'adesione, i Paesi terzi, le Ong, le organizzazioni della società civile, le università ecc. - che tocchi, in particolare, le seguenti questioni:

Le parti interessate sono invitate a dare il proprio contributo, inviando le proprie osservazioni alla Commissione entro il 30/06/2002.

INFORMAZIONI: il Libro verde è disponibile all'indirizzo web

http://europa.eu.int/eur-lex/it/com/gpr/2002/com2002_0175it01.pdf


spesa pensionistica nell'Ue

La spesa pensionistica nell'Unione europea costituisce quasi la metà della spesa complessiva per la protezione sociale e, nel 1999, equivaleva al 12,7% del Pil europeo, con una variazione minima rispetto al 1993 quando la percentuale sul Pil era del 12,9%. I dati comparativi tra gli Stati membri dell'Ue (relativi al 1999) sono stati resi noti da Eurostat lo scorso 24 aprile (n. 6/2002) e mostrano come le pensioni costituiscano la voce più importante della spesa per la protezione sociale nella maggior parte dei Paesi europei, ad eccezione di Irlanda, Danimarca e Svezia: oltre il 60% in Italia e percentuali che variano dal 50% al 52% in Grecia, Spagna, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria e Portogallo. Circa tre quarti della spesa pensionistica totale riguarda le pensioni di vecchiaia.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/eurostat/

 

 

% sul PIL 1999

% sulla spesa sociale 1999

Suddivisione per tipo di pensione 1999 (%)

Pens. per pers. con più di 65 anni nel 1999
(1990 = 100)
      Pens. vecch. Pens. invalid. Pens. sussist. Altre pens.  

Belgio

11.6

44.1

64.0

10.9

20.5

4.6

111

Danimarca

10.7

37.3

62.3

14.7

0.0

23.0

140

Germania

13.0

45.5

79.2

8.4

3.0

9.4

102

Grecia

12.7

51.4

66.8

6.3

6.4

20.5

111

Spagna

9.9

50.8

74.7

12.4

8.1

4.8

116

Francia

13.5

47.0

79.1

6.2

11.9

2.8

111

Irlanda

3.8

27.1

46.2

15.3

21.8

16.7

108

Italia

15.1

62.0

74.8

6.5

18.0

0.7

113

Lussemb.

10.9

51.2

72.2

19.2

6.0

2.6

132

Paesi Bassi

13.3

50.1

60.7

22.0

10.6

6.7

108

Austria

14.0

50.3

58.4

8.7

19.6

13.4

114

Portogallo

10.1

51.3

65.4

20.4

12.7

1.5

179

Finlandia

11.2

43.0

59.2

19.4

9.0

12.4

114

Svezia

12.2

37.9

75.4

17.8

5.9

0.8

:

Regno U.

11.5

44.6

80.1

12.2

7.7

0.0

134

UE 15

12.7

47.9

75.3

9.9

9.7

5.1

114

Fonte: Eurostat, n. 6/2002, "Protezione sociale: spesa per pensioni".

nasce il tribunale internazionale permanente

L'11 aprile scorso è nata ufficialmente la Corte penale internazionale (Cpi). Il suo Statuto, infatti, firmato a Roma nel luglio del 1998 da 139 Paesi, doveva essere ratificato da almeno 60 Paesi per dare la possibilità al tribunale internazionale permanente di entrare in funzione. Ora i Paesi che hanno depositato le ratifiche presso le Nazioni Unite sono 66 e la Corte, che sarà effettiva entro un anno, potrà giudicare i crimini di guerra, genocidio, lesa umanità e aggressione compiuti dal prossimo luglio. A differenza del lavoro svolto dalla Corte internazionale di giustizia, la Cpi non si occuperà di conflitti tra Stati ma giudicherà crimini commessi da singoli individui. Si tratta del primo tribunale internazionale a carattere permanente, dopo gli esperimenti di Norimberga e Tokyo e i tribunali ad hoc su Ruanda ed ex Jugoslavia, e segna un momento importante per la difesa dei diritti a livello mondiale. Resta un problema di legittimazione piena a livello mondiale, dal momento che i due Paesi più popolosi del pianeta, Cina e India, e la maggior parte dei Paesi arabi al momento non hanno ratificato lo Statuto, mentre gli Stati Uniti hanno manifestato l'intenzione di ritirare l'adesione alla Corte voluta dall'ex presidente Bill Clinton pochi giorni prima di terminare il suo mandato presidenziale.

previsioni economiche 2001-2003

«L'economia dell'area dell'euro ha registrato una contrazione nell'ultimo trimestre 2001, ma si sta delineando gradualmente una ripresa con il ritorno della fiducia, la ricostituzione delle scorte e il ravvivarsi del commercio internazionale». Questo si legge nel testo "Primavera 2002: previsioni economiche 2001-2003" reso noto dalle istituzioni europee lo scorso 24 aprile che analizza la situazione economica dell'Unione degli ultimi mesi prevedendone gli sviluppi fino alla fine del prossimo anno. Nella seconda metà del 2002, secondo il Rapporto, la crescita nell'area dell'euro dovrebbe accelerare per raggiungere il livello del prodotto potenziale nel quarto trimestre, mentre per il 2003 si prevede un tasso medio di crescita prossimo al 3%. Nonostante un temporaneo rialzo della disoccupazione nel 2002, il processo di creazione di posti di lavoro proseguirà e «ci si attende che nell'arco dei due prossimi anni saranno creati nell'area dell'euro 1,8 milioni di nuovi posti di lavoro». Così, nel 2003 il tasso medio di disoccupazione dovrebbe scendere ad un valore inferiore a quello del 2001. Si prevede inoltre che l'inflazione scenda nel secondo trimestre di quest'anno e il tasso medio dovrebbe essere intorno al 2% sia nell'anno in corso che nel prossimo anno. Il disavanzo delle amministrazioni pubbliche nell'area dell'euro, poi, dovrebbe crescere per due anni consecutivi, toccando l'1,4% del Pil nel 2002. Tuttavia, sostiene il documento dell'Ue, «il saldo strutturale non dovrebbe deteriorarsi nel 2002 in quanto gli Stati membri sono tenuti a portare il saldo dei conti pubblici ad un valore prossimo al pareggio o positivo a partire dal 2003 o dal 2004».

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/economy_finance/publications/european_economy/forecasts_en.htm

Occupazione totale (variazione annua in percentuale)    

  Media di lungo periodo Media del quinquennio         Stime Previs. Scenario
politiche
invariate

Paesi

1961-90

1991-95

1996-00

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

B

0,3

-0,2

1,1

0,7

1,2

1,4

1,6

1,1

0,1

0,9

DK

0,6

-0,2

1,2

1,2

1,7

1,5

0,8

0,5

0,1

0,4

D

0,3

-0,1

0,7

-0,2

1,1

1,2

1,6

0,2

-0,3

0,8

EL

0,3

0,6

0,4

-0,6

4,1

-0,8

-0,3

-0,1

0,3

0,5

E

0,3

-0,5

2,9

2,9

3,6

3,5

3,1

2,4

1,2

2,1

F

0,5

-0,2

1,2

0,5

1,3

1,8

2,2

1,9

0,5

1,2

IRL

0,2

1,9

5,7

5,6

8,6

6,0

4,7

2,9

1,0

2,1

I

0,3

-0,6

1,0

0,4

1,0

1,1

1,9

1,6

0,8

1,2

L

1,2

2,7

4,2

3,1

4,5

5,4

5,3

5,7

2,0

3,0

NL

1,2

1,1

2,6

3,2

2,6

2,5

2,4

2,1

0,6

0,9

A

0,2

0,2

0,5

0,5

0,7

1,2

0,5

0,2

-0,4

0,5

P

0,1

-0,6

0,3

1,7

2,7

1,8

1,7

1,6

0,2

0,3

FIN

0,4

-3,8

2,3

3,3

2,1

2,7

1,9

1,2

-0,1

0,3

S

0,7

-2,2

0,8

-1,1

1,2

2,2

2,1

2,0

-0,4

0,3

UK

0,4

-0,9

1,3

2,0

1,4

1,1

1,0

0,8

0,2

0,6

EU-15

0,4

-0,4

1,3

1,0

1,7

1,6

1,8

1,2

0,3

1,0

Area euro

0,4

-0,2

1,3

0,8

1,7

1,7

2,0

1,3

0,3

1,1

USA

2,0

1,1

2,0

2,3

2,2

1,9

1,9

-0,1

-0,8

0,6

JAP

1,0

0,8

-0,1

1,0

-0,7

-0,8

-0,2

-0,5

-0,5

-0,3

Numero di disoccupati (in percentuale delle forze di lavoro civili)

 

  

    
 

Media di lungo periodo

Media del quinquennio

       

Stime

Previs.

Scenario politiche invariate

Paesi

1964-90

1991-95

1996-00

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

B

5,7

8,3

8,7

9,2

9,3

8,6

6,9

6,6

6,8

6,6

DK

4,2

8,1

5,1

5,2

4,9

4,8

4,4

4,3

4,4

4,3

D

3,2

6,6

8,9

9,9

9,3

8,6

7,9

7,9

8,3

7,9

EL

4,5

8,3

10,6

9,8

10,9

11,6

10,9

10,2

9,9

9,3

E

9,5

20,7

18,2

20,6

18,6

15,7

14,0

13,0

12,8

11,8

F

5,4

10,7

11,0

11,8

11,4

10,7

9,3

8,6

8,8

8,4

IRL

9,7

14,5

7,8

9,9

7,5

5,6

4,2

3,8

4,5

4,4

I

6,7

10,0

11,3

11,6

11,7

11,2

10,4

9,5

9,5

8,9

L

1,1

2,5

2,6

2,7

2,7

2,4

2,4

2,4

2,6

2,7

NL

4,9

6,1

4,1

4,9

3,8

3,2

2,8

2,4

3,0

3,5

A

2,0

3,6

4,2

4,4

4,5

3,9

3,7

3,6

4,0

3,8

P

5,2

5,7

5,6

6,8

5,1

4,5

4,1

4,1

4,6

5,0

FIN

3,9

13,3

11,7

12,7

11,4

10,2

9,8

9,1

9,3

9,2

S

2,2

7,2

8,2

9,9

8,3

7,2

5,9

5,1

5,4

5,2

UK

5,4

9,3

6,5

6,9

6,2

5,9

5,4

5,1

5,3

5,3

EU-15

5,3

9,7

9,6

10,4

9,8

9,0

8,1

7,6

7,8

7,5

Area Euro

5,5

9,9

10,4

11,3

10,7

9,8

8,8

8,3

8,5

8,1

USA

6,1

6,6

4,6

4,9

4,5

4,2

4,0

4,8

5,7

5,6

JAP

1,9

2,6

4,1

3,4

4,1

4,7

4,7

5,1

6,2

7,1

Nota: - Gli aggregati EU-15 e area euro includono la Germania unificata dal 1991 o 1992 in poi, secondo l'aggregato.
- Come sempre, le previsioni sono condizionate, tra l'altro, dall'ipotesi tecnica di "invarianza delle politiche".
Ciò significa che non si tiene conto di misure specifiche, specie in materia di bilancio, che non sono state ancora annunciate.
Di conseguenza le proiezioni per il 2003 sono essenzialmente un'estrapolazione dei trends attuali.
- Area euro: EUR-12 (EU-15 meno DK, S e UK).
(Fonte: Unione europea, "Primavera 2000: previsioni economiche 2001-2003")

appello contro razzismo e antisemitismo

L'Unione «rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica» e considera la violenza di carattere razzista o xenofobo «una violazione diretta e intollerabile dei principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani, su cui la Ue si fonda». E' quanto hanno scritto i ministri degli Interni degli Stati membri Ue riuniti a Lussemburgo lo scorso 25 aprile, e tale presa di posizione assume un valore particolare pochi giorni dopo il successo elettorale di Jean-Marie Le Pen, leader del partito di estrema destra e xenofobo Front National, nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi. I ministri hanno evidenziato la necessità di rendere più efficaci le attività di prevenzione attraverso azioni concertate a livello comunitario e, si legge nelle conclusioni dell'incontro, «manifestano la volontà di rafforzare la prevenzione e la lotta contro la violenza di carattere razzista e contro l'antisemitismo, di realizzare uguale sforzo contro qualsiasi forma di intolleranza, che si pretenda di giustificare con i conflitti e la violenza in Medio Oriente, contro persone di confessione musulmana o di qualsiasi altra religione». Sottolineando il ruolo importante svolto dall'Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia, i rappresentanti degli Interni hanno sollecitato una maggiore cooperazione tra le forze di polizia degli Stati membri e un'armonizzazione delle legislazioni nazionali riguardanti la lotta al razzismo e alla xenofobia, invitando la Commissione europea a presentare tutte le proposte necessarie per organizzare azioni di sensibilizzazione dell'opinione pubblica.

il Consiglio d'Europa contro la tortura

"Combattere la tortura in Europa" è il titolo dell'opera pubblicata dal Comitato antitortura del Consiglio d'Europa che ha raccolto i risultati di tredici anni di lavoro di medici, giuristi, parlamentari, agenti di polizia che senza preavviso visitano i centri di detenzione dei 43 Paesi membri del Consiglio. Gli autori - Rod Morgan e Malcolm Evans - hanno raccolto in un unico volume le norme e i metodi di lavoro che dovrebbero diventare - in base alle esperienze degli agenti del Comitato antitortura - un riferimento per carceri, ospedali psichiatrici e centri di detenzione. L'opera è anche una atto di denuncia per le torture e i maltrattamenti che continuano a sussistere nel continente europeo: dall'uso di manette per le donne che partoriscono all'utilizzo di cani e di gas, fino all'attacco fisico per immobilizzare i detenuti con conseguenze anche mortali. "Combattere la tortura in Europa" è soprattutto uno strumento di lavoro per giuristi, magistrati e forze dell'ordine che vivono e sono in contatto anche quotidianamente con i detenuti, a cui devono garantire norme minime in materia di igiene, di alimentazione e ambientali. Lo studio porta un'attenzione particolare alle condizioni di vita in carcere per le donne, i giovani e i malati mentali.

INFORMAZIONI: www.coe.int/portalT.asp
(Fonte: Ansa)

proposta della Commissione sul lavoro temporaneo

La Commissione europea ha adottato un progetto di legge comunitaria volto a garantire in tutta l'Ue un livello minimo di protezione dei lavoratori temporanei e a contribuire allo sviluppo del settore come opzione flessibile per datori di lavoro e lavoratori. La proposta fa seguito alla rottura definitiva dei negoziati, dopo 12 mesi, fra le parti sociali a livello di Ue sul lavoro temporaneo. La bozza di direttiva stabilisce il principio della non discriminazione, anche salariale, fra lavoratori temporanei e altri lavoratori nell'impresa utilizzatrice alla quale è stato assegnato il lavoratore temporaneo. Il principio entra in applicazione quando il lavoratore ha completato un periodo di 6 settimane nella stessa impresa. Il principio della non discriminazione è già sancito dalla legislazione nazionale di 11 Stati membri. Eccezioni a tale principio sono ammesse in presenza di ragioni obiettive, in particolare se ai lavoratori temporanei vengono offerti contratti permanenti dalla loro agenzia e sono pagati anche nei giorni in cui non sono assegnati ad un'impresa utilizzatrice. Un'eccezione è inoltre possibile nel caso in cui accordi collettivi fissino le condizioni di lavoro dei lavoratori temporanei e garantiscano un livello di tutela adeguato. In base ai dati più recenti disponibili, la percentuale di lavoro temporaneo nell'Ue è andata costantemente crescendo fra il 1991 e il 1998 (il 10% annuo), ma la sua incidenza sull'occupazione complessiva nell'Ue era di un modesto 1,4% nel 1998. Nel 1999, circa l'80% dei lavoratori temporanei era occupato in quattro Stati membri: Paesi Bassi, Francia, Germania e Regno Unito. Il fatturato approssimativo del settore dell'intermediazione di lavoro temporaneo nell'Ue ammontava a 59 miliardi di euro nel 1999. La proposta della Commissione passerà al Parlamento europeo e al Consiglio per approvazione e codecisione. In seguito alla posizione assunta dal quotidiano britannico "Financial Times", secondo cui tale proposta non inciterà l'imprenditoria a far ricorso alle agenzie interinali con conseguente pregiudizio per l'economia, il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati, Emilio Gabaglio, ha affermato: «L'uguaglianza è un principio fondamentale della società. Estendendo tale principio ai lavoratori interinali, essi vengono messi sullo stesso piano dei lavoratori a tempo parziale e a tempo determinato, evitando così ogni discriminazione. E' chiedere troppo?».

INFORMAZIONI: www.etuc.org
(Fonte: Ufficio Europa Cgil)

decisioni Ue su asilo e immigrazione illegale

I ministri europei della Giustizia e degli Interni hanno elaborato nei giorni 25 e 26 aprile scorsi un progetto di direttiva in materia di asilo. Rispetto alle proposte presentate dalla Commissione europea lo scorso anno, che miravano ad un'armonizzazione degli standard minimi per l'accoglienza dei richiedenti asilo (quasi 390.000 persone nel 2000 negli Stati membri dell'Ue) e per il loro inserimento nel mercato del lavoro, i ministri dei Quindici hanno dato priorità al problema dell'immigrazione illegale che avviene per via marittima. E' stato chiesto infatti ai ministri degli Esteri di studiare misure di rappresaglia possibili da adottare nei confronti degli Stati terzi che non collaborano nella lotta all'immigrazione illegale e a tutti i Paesi di origine e transito delle imbarcazioni che trasportano immigrati di collaborare attivamente. I ministri dell'Ue si sono dichiarati pronti a riesaminare la cooperazione economica con i Paesi che non collaborano e a sviluppare misure preventive ed operative, come il rafforzamento del controllo marittimo e il miglioramento dei sistemi di comunicazione. Viene invece rimandata la questione della definizione comune dello status di richiedente asilo e affrontato in modo meno deciso il capitolo dei diritti di queste persone, come l'assistenza giuridica e sanitaria, il diritto al lavoro (al momento negato ai richiedenti asilo) e l'accesso all'istruzione. Le decisione minime stabilite dai Quindici in materia di diritti dei richiedenti asilo vengono comunque ulteriormente limitate dal fatto che la direttiva non sarà applicata nei casi di afflussi in massa e che gli Stati potranno porre dei vincoli all'erogazione delle condizioni materiali di accoglienza.


» BANDO DI GARA «Informazione e misure di formazione
per le organizzazioni dei lavoratori

Un Bando è stato lanciato dalla Commissione europea per sostenere finanziariamente l'informazione e misure di formazione per le organizzazioni dei lavoratori, a titolo di implementazione dell'azione comunitaria sulla dimensione sociale del mercato interno. I rappresentanti dei partner sociali nei Paesi candidati all'adesione possono partecipare.

Le attività devono essere realizzate negli Stati membri dell'Ue o in uno dei 13 Paesi candidati all'adesione. I cittadini dei Paesi terzi possono partecipare, ma è impossibile rimborsare i loro costi di viaggio, di alloggio, di soggiorno o di partecipazione.

chi può partecipare:

procedure e scadenze:

Solo i progetti che iniziano nel 2002 verranno presi in considerazione.

Le scadenze sono le seguenti:

  1. 15 Marzo 2002, per le iniziative che cominciano non prima del 15 Aprile 2002;

  2. 15 Giugno 2002, per le iniziative che cominciano non prima del 15 Luglio 2002;

  3. 15 Settembre 2002, per le iniziative che cominciano non prima del 15 Ottobre 2002 e non dopo il 15 Dicembre 2002.

finanziamento:

La sovvenzione da parte dell'Ue coprirà non più del 90% del costo totale del progetto.

L'apporto proprio del promotore dovrà essere almeno del 5% del costo totale del progetto, in contanti. Contributi in natura sono accettabili.

amministrazione e informazioni:

La Linea di bilancio (B3-4002) è amministrata da:

DG Emploi et politique sociale
Commission européenne, Unité D/1-Ligne budgétaire B3-4002
37 rue Joseph II
B - 1049 Bruxelles

E-mail: EMPL-B3-4002@cec.eu.int

I formulari per la presentazione dei progetti possono essere ottenuti - in formato elettronico - dall'Unità per il "Dialogo sociale interprofessionale - relazioni industriali, adattamento al cambiamento", DG Emploi et politique sociale, al seguente indirizzo
e-mail: EMPL-B3-4000@cec.eu.int

Oppure sul sito: http://forum.europa.eu.int/Public/irc/empl/proposals/library