l'Europa a un bivio

«Deve essere chiaro che il fine del cambiamento non è più ingiustizia, non è l'aumento delle differenze. Nessun abbandono o tradimento delle aspettative sociali, l'Europa non può venir meno alla sua storia». Così rispondeva il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ai giornalisti che gli chiedevano se il Consiglio europeo di Barcellona (tenutosi nei giorni 15 e 16 marzo 2002) costituiva una forma di passaggio dall'Europa sociale all'Europa liberista.

Nei giorni che hanno preceduto il Vertice, infatti, i giornali e molti osservatori europei segnalavano la formazione di due approcci differenti tra i governi dell'Unione, quasi due "assi" che avrebbero polarizzato poi gli altri Stati membri: quello cosiddetto "solidarista" franco-tedesco Jospen-Schroeder e quello "liberista" anglo-italiano Blair-Berlusconi. E queste due linee sarebbero venute alla luce inevitabilmente nel corso di un Vertice dedicato alla situazione economica, sociale e ambientale, come quello di Barcellona, che avrebbe dovuto esaminare l'attuale situazione europea dopo due anni di attuazione della strategia di Lisbona (Consiglio europeo, 23-24 marzo 2000).

Ancora una volta, però, si è scelto di tenere tutto insieme e di evitare contrasti sui punti chiave, così le discussioni più lunghe hanno riguardato il mercato dell'energia e le sue utenze. In alcuni Paesi europei, inoltre, il 2002 è anno di elezioni e prese di posizione troppo nette degli attuali governanti potrebbero limitare i "bagagli elettorali" sperati.

E' indubbio, comunque, che "liberalizzazione" e "flessibilità" sono diventate due parole d'ordine dei Vertici europei, che sta aumentando rispetto a pochi anni fa il numero di Stati membri con coalizioni di governo di centro-destra e quindi molto favorevoli a politiche economiche liberiste (a Irlanda, Spagna, Austria, Lussemburgo, Danimarca e Italia si è aggiunto nelle scorse settimane il Portogallo, senza dimenticare il convinto liberismo dei governi laburisti di Olanda e Gran Bretagna) e che è frequente sentire, soprattutto in Italia ma non solo, uomini di governo giustificare scelte poco sociali e solidali con la frase "l'Europa ce lo chiede". Se a questo si aggiunge la frustrazione europea di non raggiungere l'economia statunitense, neanche in periodi di crisi e recessione di quest'ultima, e quindi di considerare il modello Usa come quello da imitare e perseguire, si può immaginare quale linea economica caratterizzerà l'Europa dei prossimi anni.

Certo, sottolinea Prodi, «c'è in Europa un'attenzione al tema delle politiche sociali che affonda nella storia del Vecchio Continente e che ci fa diversi dall'America, per cui le scelte di modernizzazione devono essere inventive, equilibrate e originali», ma è lo stesso Prodi a far capire quanto sia difficile e macchinoso mantenere viva e reale tale diversità. In un'intervista al quotidiano italiano "la Repubblica" (18 marzo 2002), il presidente della Commissione europea spiegava con un esempio la sensibilità sociale che caratterizza l'Europa e che è stata confermata dalle conclusioni di Barcellona: «L'Europa non è arretrata di un millimetro sul piano dei diritti dei lavoratori, del rispetto del suo modello. Vorrei ricordare che lì dove nella bozza provvisoria si parlava di "differenziazione dei salari", il testo finale è stato corretto con la formula "evoluzione dei salari in funzione della produttività"».

In pratica si cerca di difendere strenuamente alcuni cardini dell'Europa sociale, ma fino a quando? Non è un caso che a Barcellona centinaia di migliaia di persone abbiano manifestato per ricordare ai capi di Stato e di governo dei Quindici che la svolta liberista non piace a milioni di cittadini europei. Così come non è un caso che la Confederazione europea dei sindacati abbia diramato un comunicato sulle conclusioni del Vertice di Barcellona in cui si legge: «L'offensiva neo-liberista lanciata alla vigilia del Vertice di Barcellona non ha avuto successo. Le conclusioni del Consiglio europeo confermano gli obiettivi di Lisbona e riconoscono che questi possono essere raggiunti solo bilanciando gli sforzi nei campi economico e sociale. Tralasciando le affermazioni del Consiglio europeo riguardanti le politiche del mercato del lavoro - alcune francamente inaccettabili - la Ces giudicherà separatamente ogni iniziativa concreta e verificherà che l'attuazione avvenga nel rispetto del modello sociale europeo e della protezione dei diritti dei lavoratori». Vigilare e controllare, dunque, questa la necessità sostenuta dai sindacati europei per evitare che l'ondata neo-liberista spazzi via il modello sociale europeo.

 

MANIFESTAZIONE DEI SINDACATI EUROPEI

Circa 100.000 persone hanno preso parte alla manifestazione tenutasi a Barcellona lo scorso 14 marzo su iniziativa della Confederazione europea dei sindacati (Ces), in occasione della riunione del Consiglio europeo. Secondo la Ces, la situazione economica sta peggiorando in Europa: la già elevata disoccupazione rischia di aumentare ancora, le ristrutturazioni e la chiusura delle imprese si susseguono; l'obiettivo della piena occupazione, voluto dalla stessa Unione europea, si allontana sempre più. Nonostante ciò, sottolineano i sindacati europei, l'Europa unita ha il potenziale necessario per evitare questo pericolo, a patto che il Consiglio europeo prenda le decisioni necessarie. La mobilitazione sindacale di Barcellona, seguita nei due giorni successivi da manifestazioni dei movimenti che contestano la globalizzazione neoliberista in atto, ha inteso chiedere all'Unione europea di:

  • realizzare un coordinamento efficace delle politiche economiche degli Stati membri per sostenere la crescita e l'occupazione;

  • metter fine alla spirale di concorrenza fiscale tra gli Stati membri, attraverso l'introduzione di una tasso minimo d'imposta per le imprese e i redditi da capitale, nonché prendere decisioni europee sulle tasse ambientali e sull'energia;

  • includere nelle finanze pubbliche le risorse necessarie per le azioni in favore della creazione di posti di lavoro di qualità;

  • orientare tutte le politiche verso uno sviluppo sostenibile sul piano ambientale e sociale.

La Confederazione europea dei sindacati garantisce il proprio impegno per: la garanzia di servizi pubblici di qualità; la salvaguardia dei sistemi di protezione sociale; la promozione della parità tra uomini e donne, a partire da quella salariale; il miglioramento della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro; la lotta contro la povertà, l'esclusione e contro ogni forma di discriminazione.

Ma chiede «più Europa» per salvaguardare e sviluppare il modello sociale europeo, soprattutto nel momento in cui l'Unione si apre ad altri Paesi, perché l'allargamento deve essere molto più che un semplice mercato unico allargato. La Ces chiede inoltre all'Ue di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del mondo: «Appoggiandosi sul modello sociale, l'Unione può e deve contribuire a controllare una globalizzazione oggi "sbrigliata" per aprire la via ad una mondializzazione basata sullo sviluppo dei popoli, sulla giustizia sociale e sul rispetto dei diritti umani. Per far fronte a tutte le sfide abbiamo bisogno di un'Europa indipendente e forte».

 

la Dichiarazione di Barcellona

Ma cosa è stato deciso a Barcellona in materia sociale, di mercato del lavoro e occupazione?

Vediamo di seguito i principali punti sociali della Dichiarazione finale del Vertice.

* Rafforzamento della coesione sociale. Il modello sociale europeo si basa su buoni risultati economici, elevato livello di protezione sociale, istruzione e dialogo sociale. Uno Stato sociale dinamico dovrebbe incoraggiare la gente a lavorare, poiché un'occupazione offre la migliore garanzia contro l'esclusione sociale. Il Consiglio europeo considera l'Agenda sociale europea adottata a Nizza un importante strumento per rafforzare il modello sociale europeo. Si possono conseguire gli obiettivi fissati a Lisbona solo prodigando sforzi equilibrati tanto nel settore economico quanto in quello sociale. Per quanto riguarda il settore sociale, tali iniziative comprendono: un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei cambiamenti che li riguardano e il miglioramento degli aspetti qualitativi del lavoro. Il Consiglio europeo sottolinea l'importanza della lotta contro la povertà e l'esclusione sociale. Gli Stati membri sono invitati a fissare, nei loro piani d'azione nazionali, obiettivi miranti a ridurre significativamente, entro il 2010, il numero di persone che rischiano la povertà e l'esclusione sociale.

* Politiche attive verso la piena occupazione. La piena occupazione nell'Unione europea è il nucleo della strategia di Lisbona e l'obiettivo essenziale delle politiche in campo economico e sociale, che rende necessaria la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro. Occorre pertanto continuare a prestare particolare attenzione alle riforme delle politiche dell'occupazione e del mercato del lavoro.

(...) Il Consiglio europeo esorta le parti sociali a mettere le loro strategie nei diversi ambiti territoriali (europeo, nazionale, regionale e locale) e settoriali al servizio della strategia e degli obiettivi di Lisbona e a presentare a tale scopo una relazione annuale sui loro contributi sia a livello nazionale, nei piani per l'occupazione, sia a livello europeo, presentandola direttamente al Vertice sociale. Il programma pluriennale che presenteranno nel dicembre 2002 dovrebbe già includere questo contributo, con particolare riguardo all'adattabilità delle imprese in aspetti quali la contrattazione collettiva, la moderazione salariale, il miglioramento della produttività, la formazione continua, le nuove tecnologie e l'organizzazione flessibile del lavoro.

* Rafforzamento della strategia per l'occupazione. La strategia di Lussemburgo per l'occupazione si è dimostrata valida. La revisione intermedia della strategia nel 2002 deve basarsi sui risultati raggiunti e incorporare gli obiettivi e le finalità concordati a Lisbona. (...). La strategia riveduta per l'occupazione dovrebbe incentrarsi sull'aumento del tasso di occupazione, promuovendo l'occupabilità ed eliminando gli ostacoli e i disincentivi a entrare o rimanere nel mondo del lavoro e preservando nel contempo livelli elevati di protezione del modello sociale europeo. Come indicato nella relazione sulla partecipazione della manodopera, è necessario che si crei una forte interazione tra parti sociali e autorità pubbliche e che si consideri in modo prioritario l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita, la qualità del lavoro e la parità di genere. Per quanto riguarda le politiche di occupazione attuali, segnatamente: allorché gli Stati membri perseguono riduzioni fiscali, si dovrebbe dare priorità alla riduzione dell'onere fiscale sui salari bassi; i regimi fiscali e previdenziali dovrebbero essere adeguati per rendere redditizio il lavoro e incoraggiare la ricerca di posti di lavoro; per garantire la competitività dell'Ue e migliorare l'occupazione per tutte le qualifiche e le aree geografiche, è indispensabile che, a livello nazionale, le istituzioni competenti per il lavoro e i sistemi di contrattazione collettiva tengano conto, nel rispetto dell'autonomia delle parti sociali, del rapporto tra l'evoluzione salariale e le condizioni del mercato del lavoro, consentendo così l'evoluzione dei salari in base agli sviluppi della produttività e ai differenziali di specializzazione; per ottenere un giusto equilibrio tra flessibilità e sicurezza, si invitano gli Stati membri a riesaminare, conformemente alla prassi nazionale, la normativa sui contratti di lavoro e, ove opportuno, i relativi costi, al fine di promuovere la creazione di più posti di lavoro; gli Stati membri dovrebbero rimuovere i disincentivi alla partecipazione femminile alla forza lavoro e sforzarsi per fornire, entro il 2010, conformemente ai modelli di offerta di cure, un'assistenza all'infanzia per almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l'età dell'obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni; occorrerebbe ridurre gli incentivi al prepensionamento dei singoli lavoratori e l'introduzione di regimi di prepensionamento da parte delle imprese e intensificare gli sforzi per accrescere le opportunità per i lavoratori anziani di rimanere sul mercato del lavoro, ad esempio adottando formule di pensionamento flessibile e graduale e garantendo un accesso effettivo all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Entro il 2010 occorrerebbe aumentare gradualmente di circa 5 anni l'età media effettiva di cessazione dell'attività lavorativa nell'Unione europea. I progressi compiuti al riguardo saranno esaminati annualmente prima di ogni Consiglio europeo di primavera.

 

INIZIATI I LAVORI DELLA CONVENZIONE

Il 28 febbraio 2002 si è insediata a Bruxelles la Convenzione sul futuro dell'Europa con il compito di esaminare le questioni essenziali che lo sviluppo dell'Unione comporta.

La Convenzione (che riunisce i principali soggetti interessati al dibattito sul futuro dell'Unione) inizia i suoi lavori con una fase di ascolto, utile per individuare le aspettative e i bisogni dell'Europa. Una fase d'analisi segnerà la seconda tappa dei lavori, in cui verranno ponderati i vantaggi e gli inconvenienti delle proposte avanzate sull'organizzazione dell'Unione europea. La terza fase sarà dedicata alla ricerca di una sintesi tra le diverse proposte e alla formulazione di raccomandazioni.

Per permettere ad ognuno di tenersi aggiornato sui lavori e le attività della Convenzione è stato creato un sito all'indirizzo: http://european-convention.eu.int; il mezzo principale per contribuire al dibattito è invece il Forum: http://europa.eu.int/futurum/forum_convention. Si tratta di una rete che consente alle varie organizzazioni di presentare contributi su qualsiasi aspetto inerente al futuro dell'Unione europea e, per il tramite di questa rete, di influenzare i lavori della Convenzione stessa.

Nel discorso di apertura dei lavori della Convenzione, il presidente Giscard d'Estaing ha sottolineato che non si tratterà di una formalità ma di una sfida: riuscire o fallire, perché c'è «da un lato, il baratro del fallimento; dall'altro l'angusta porta del successo». Il rischio, secondo il presidente della Convenzione, è che il fallimento alimenti la confusione del progetto europeo proprio nel delicato momento del suo allargamento, portando a una difficoltà di gestione dell'insieme e infine, alla disgregazione. L'alternativa è di arricchire di un capitolo nuovo la storia dell'Europa.

Fonte: inEurop@ n. 26


licenziamenti in Europa

La proposta del governo italiano di riformare le norme riguardanti il licenziamento dei lavoratori (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) ha aperto un dibattito conflittuale tra forze politiche, organizzazioni sindacali, organizzazioni imprenditoriali e cosiddetta società civile, mettendo in evidenza posizioni molto diverse in materia di diritti dei lavoratori e flessibilità del mercato del lavoro.

Ma qual è la situazione negli altri Paesi dell'Unione europea? La disciplina della tutela contro i licenziamenti illegittimi presenta aspetti articolati in tutti i Paesi dell'Ue. Riportiamo di seguito una descrizione sintetica (Fonti: www.cgil.it e www.cisl.it), che presenta le diverse normative secondo lo schema del tipo di tutela, quella reale-reintegrativa e/o quella obbligatoria-risarcitoria, e quella con soluzioni miste, con uno sguardo alla tutela specifica per i rappresentanti sindacali dei lavoratori.

Si noterà che la reintegrazione nel posto di lavoro, sia pure con modalità o modulazioni diverse, costituisce un riferimento costante negli Stati membri dell'Ue.

La Commissione europea nel 1999 ha presentato al Consiglio dell'Unione europea una proposta di direttiva volta ad armonizzare le normative nazionali sulla tutela dei lavoratori in caso di licenziamenti individuali. La proposta di fondo della Commissione, mentre riafferma le ipotesi di illegittimità sancite dalle legislazioni nazionali (con il mantenimento delle norme di reintegrazione ove previste), mira ad introdurre delle procedure informative e consultive che dovranno essere osservate dall'imprenditore nei confronti dei rappresentanti sindacali dei lavoratori, con lo scopo di esaminare le forme e gli strumenti atti ad evitare il licenziamento o ad attenuarne le conseguenze. La Carta europea dei diritti fondamentali poi, approvata a Nizza nel dicembre 2000, dedica alla materia l'articolo 30 che, come generica dichiarazione di principi, dichiara: «Ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali». 

 

Paese

Situazione generale

Reintegrazione al lavoro

Risarcimento economico

Tutela dei rappresentanti sindacali

Austria

Prevalenza della reintegrazione

Il Tribunale con sentenza ordina il mantenimento del rapporto di lavoro in caso di licenziamento nullo, o finché la controversia sia definitivamente risolta in giudizio

Non è previsto

Non è prevista

Belgio

Prevalenza delle soluzioni risarcitorie

Non è prevista

Corrispondente almeno al periodo di preavviso, più un rimborso-danni per sei mensilità

Reintegrazione per i rappresentanti sindacali

Danimarca

Prevalenza delle soluzioni risarcitorie

Nel 1981 l'Accordo fondamentale (tra sindacato e imprese) prevede la possibilità per il collegio arbitrale di disporre la reintegrazione nel posto di lavoro a fronte di licenziamento ingiustificato

In pratica prevalgono ancora soluzioni di tipo economico. Il risarcimento è limitato a un anno di retribuzione (in caso di lunghi rapporti di lavoro)

Non è prevista

Finlandia

Prevalenza delle soluzioni risarcitorie

Il giudice può ordinare la reintegrazione che ha effetto solo con il consenso del datore di lavoro

Non è previsto

Non è prevista

Francia

Compresenza di soluzioni miste. Il sistema francese di tutela della c.d. job security prevede regole severe in materia di licenziamenti collettivi. Le imprese, oltre al rispetto della procedura di informazione e consultazione della direttiva comunitaria, hanno anche l'obbligo di predisporre un piano sociale atto ad attenuare le conseguenze del licenziamento per i lavoratori coinvolti

"La reintegrazione opera in tutti i casi di licenziamenti discriminatori. L' obbligo alla reintegrazione è previsto inoltre, in caso di violazione di diritti fondamentali e di ""libertà pubbliche"". Negli altri casi il licenziamento privo di giustificato motivo comporta l'applicazione di una sanzione di tipo risarcitorio"

Indennità compensativa per un minimo di sei mensilità (in alcuni casi fino a 24 e più) per i dipendenti con almeno due anni di anzianità e assunti da imprese con più di 11 addetti. Per chi ha meno di due anni di servizio e/o lavora in imprese con meno di 11 dipendenti, il giudice può imporre un'indennità in base al danno subito. Il lavoratore ha diritto alla riparazione integrale dei danno subito a seguito di un licenziamento ingiustificato, potendo ottenere in giudizio la condanna del datore di lavoro al pagamento di importi anche assai elevati

In caso di licenziamento discriminatorio contro il sindacato opera la reintegrazione al lavoro

Germania

Prevalenza della reintegrazione. Secondo la legge di tutela per i licenziamenti individuali del 1951 il licenziamento deve essere motivato o da inadempienze del lavoratore o da ragioni di tipo tecnico-economiche dell'azienda. La legge assume il licenziamento come misura estrema

Il tribunale con sentenza ordina il mantenimento del rapporto di lavoro in caso di licenziamento nullo, o ingiustificato. Durante il processo il lavoratore ha il diritto di continuare a prestare la propria attività lavorativa. La normativa si applica a tutti i lavoratori con anzianità di servizio di almeno sei mesi e a tutte le imprese con più di cinque addetti

E' prevista nei casi in cui non opera la reintegrazione. Indennità per almeno 12 mensilità in base all'anzianità di servizio (15 per chi ha più di 50 anni, 18 oltre i 55 anni). In alcuni casi c'è una quota aggiuntiva per la retribuzione spettante dalla data di licenziamento alla decisione del giudice

Il datore di lavoro deve consultare il consiglio d'azienda prima di intimare il licenziamento. Se questo si oppone, il lavoratore ha diritto al posto di lavoro sino alla fine della controversia

Gran Bretagna

Prevalenza della reintegrazione. E' in vigore dal 1978 (Employment Protection Consolidation Act) la legge che sancisce il principio della reintegrazione nel posto di lavoro di fronte al licenziamento considerato illegittimo

Il giudice può disporre un ordine di reintegrazione o condannare il datore di lavoro a riassumere il lavoratore ingiustamente licenziato in un posto diverso, purché comparabile a quello in cui era occupato. E' però riconosciuta una certa discrezionalità al giudice rispetto all'ordine di reintegrazione, tenendo conto della domanda del lavoratore licenziato, le circostanze in cui è maturato il licenziamento, la praticabilità della reintegrazione. Il sistema è valido per tutte le imprese e tutti i lavoratori, esclusi quelli con anzianità di servizio inferiore a due anni

Se il giudice ritiene non praticabile l'ordine di reintegrazione, opterà per una sanzione di tipo risarcitorio. La stessa sanzione, con una speciale maggiorazione, viene applicata al datore di lavoro inadempiente all'ordine di reintegrazione. L'indennità può comprendere più elementi: un rimborso base (a partire da 6.600 sterline), un importo compensatorio (da 12mila sterline), importi speciali. Non ci sono limiti in presenza di discriminazioni per sesso, razza o handicap

E' prevista una tutela rafforzata, sia dal punto di vista processuale, sia nella misura dell'eventuale risarcimento, nel caso di licenziamento discriminatorio per ragioni di carattere sindacale

Grecia

Prevalenza della reintegrazione

L'obbligo alla reintegrazione è previsto per legge

Non è previsto

Non è prevista

Irlanda

Prevalenza della reintegrazione

Un obbligo alla reintegrazione è previsto in caso di licenziamento nullo

Non è previsto

Non è prevista

Lussemburgo

Prevalenza delle soluzioni risarcitorie

Il giudice può ordinare la reintegrazione che però ha effetto solo con il consenso del datore di lavoro

E' possibilie chiedere davanti al tribunale ed ottenere dal datore di lavoro risarcimenti in caso di licenziamento senza giusta causa.

Non è prevista

Olanda

Prevalenza della reintegrazione. Dal 1945 il licenziamento è condizionato dalla necessità di ottenere un'autorizzazione amministrativa da parte della pubblica autorità competente, chiamata a valutare le ragioni addotte dal datore di lavoro. Il sistema di autorizzazione amministrativa preventiva funziona da deterrente contro i comportamenti arbitrari dell'impresa

In caso di licenziamento manifestamente ingiustificato è previsto l'obbligo alla reintegrazione. L'imprenditore è tenuto a richiedere l'autorizzazione dell'organo amministrativo preposto prima di effettuare un licenziamento. Qualora l'autorizzazione venga negata, l'eventuale licenziamento è considerato nullo. Il rapporto di lavoro prosegue, con l'obbligo per il datore di lavoro di continuare a pagare in ogni caso la retribuzione al lavoratore

Non è previsto

Non è prevista

Portogallo

Prevalenza della reintegrazione

Contro il licenziamento ingiustificato è previsto per legge l'obbligo alla reintegrazione, con il pagamento delle retribuzioni arretrate dalla data di licenziamento

Il dipendente può optare per una indennità compensatoria pari a un mese di retribuzione per ogni anno di servizio (importo minimo di tre mensilità)

Non è prevista

Spagna

Prevalenza delle soluzioni risarcitorie

A fronte di un licenziamento riconosciuto illegittimo, il lavoratore ha diritto di richiedere la reintegrazione. Ma il datore può opporre un rifiuto motivato corrispondendogli l'indennità risarcitoria

Il datore di lavoro è tenuto al pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno. L'indennità è pari a 45 giornate lavorative per ogni anno di anzianità (fino a 42 mensilità). Salvo eventuali indennità aggiuntive che il giudice dovesse fissare per la mancata reintegrazione

Nel caso di licenziamento illegittimo di un rappresentante sindacale, l'azienda è tenuta alla reintegrazione, o a corrispondere le spettanze retributive in caso di inadempienza

Svezia

Prevalenza della reintegrazione. Il sistema svedese è particolarmente preciso e severo. La legge risale al 1974, e richiede l'esistenza di un giustificato motivo per legittimare un licenziamento. Prevedendo in caso contrario la reintegrazione nel posto di lavoro

Il giudice può imporre il reintegro o il risarcimento dei danni, più il pagamento delle retribuzioni arretrate dal licenziamento alla conclusione del caso. Qualora il datore di lavoro rifiuti la reintegrazione, andrà incontro a pesanti sanzioni economiche, potendo essere chiamato al versamento di una somma ulteriore a titolo risarcitorio. La norma sul reintegro è applicabile alla generalità dei casi, fatta eccezione per le imprese di piccolissima dimensione, ove ciò si rivelasse impraticabile

Se l'imprenditore nega il reintegro, oltre alle sanzioni citate, deve corrispondere un'indennità che varia da 16 a 48 mensilità a seconda dell'età e dell'anzianità di servizio

Non è prevista

 


Forum sociale mondiale: la dichiarazione dei movimenti

Dal 31 gennaio al 5 febbraio 2002 si è svolto a Porto Alegre, nello Stato brasiliano di Rio Grande do Sul, il secondo Forum sociale mondiale (FSM). Oltre 50.000 persone hanno partecipato alle decine di conferenze, ai più di 100 seminari e ai circa 800 work-shop ufficiali e autogestiti tenutisi durante i sei giorni di lavoro. Circa 16.000 sono stati i delegati che hanno preso parte al Forum in rappresentanza di migliaia di organizzazioni provenienti da 131 Paesi.

Anche in questa sua seconda edizione il Forum, il cui slogan è stato "Un altro mondo è possibile, se la gente lo vuole", non ha prodotto un documento finale, per evitare di limitare e ridurre in un unico testo il suo carattere pluralista e la molteplicità dei temi e delle problematiche discussi. Il Forum sociale mondiale, è stato infatti sottolineato a Porto Alegre, nonostante riunisca organizzazioni e movimenti di tutti i Paesi del mondo non pretende assolutamente di essere il soggetto rappresentativo della società civile mondiale, ma piuttosto uno spazio plurale e diversificato aconfessionale, apartitico e non governativo organizzato in rete a livello locale e internazionale per la costruzione di un mondo diverso da quello attuale.

E' però stata scritta una dichiarazione "dei movimenti sociali" (che pubblichiamo qui di seguito integralmente) firmata da reti, gruppi, associazioni e sindacati di ogni parte del mondo, che contiene la percezione comune che questa pluralità di movimenti ha del mondo attuale e dei problemi che lo caratterizzano.

1) Di fronte al continuo deterioramento nelle condizioni di vita dei popoli, noi, movimenti sociali del mondo intero, ci siamo incontrati in decine di migliaia nel secondo Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Siamo qui a dispetto dei tentativi di spezzare la nostra solidarietà. Ci incontriamo di nuovo per continuare le nostre lotte contro il neoliberismo e la guerra, per confermare gli accordi dello scorso Forum e riaffermare che un altro mondo è possibile.

2) Siamo diversi - donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e urbani, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale. L'espressione di questa diversità è la nostra forza e la base della nostra unità. Siamo un movimento di solidarietà global, unito nella nostra determinazione di lottare contro la concentrazione della ricchezza, la proliferazione della povertà e delle ineguaglianze e la distruzione della nostra terra. Stiamo costruendo alternative, utilizzando modi creativi per promuoverle. Stiamo costruendo una ampia alleanza a partire dalle nostre lotte e dalla resistenza a un sistema che è fondato sul patriarcato, il razzismo e la violenza, che privilegia gli interessi del capitale sui bisogni e le aspirazioni dei popoli.

3) Questo sistema produce il dramma quotidiano di donne, bambini e anziani che muoiono di fame, dell'assenza di cure sanitarie e di malattie che potrebbero essere prevenibili. Intere famiglie sono obbligate a lasciare le loro case a causa delle guerre, dell'impatto del "megasviluppo", della mancanza di terra e in presenza di disastri ambientali, disoccupazione, attacchi ai servizi pubblici e distruzione della solidarietà sociale. Al Sud come al Nord forti lotte e resistenze stanno nascendo per far valere la dignità della vita.

4) L'11 settembre ha segnato una svolta drammatica. Dopo gli attacchi terroristici, che condanniamo assolutamente, così come condanniamo tutti gli altri attacchi sui civili in altre parti del mondo, il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati hanno lanciato una massiccia operazione militare. In nome della "guerra al terrorismo" vengono attaccati in tutto il mondo i diritti civili e politici. Con la guerra contro l'Afghanistan, in cui sono stati usati anche metodi terroristici, e con le nuove che si preparano, ci troviamo di fronte a una guerra globale permanente, scatenata dal governo degli Usa e dai suoi alleati per stabilire il loro dominio. Questa guerra rivela l'altra faccia del neoliberismo, la più brutale e inaccettabile. L'Islam viene demonizzato, mentre il razzismo e la xenofobia vengono deliberatamente diffusi. La stessa informazione e i mass media prendono attivamente parte a questa campagna bellicista che divide il mondo tra il "bene" e il "male". L'opposizione a questa guerra è uno degli elementi costitutivi dei nostri movimenti.

5) La situazione di guerra ha ulteriormente destabilizzato il Medioriente, fornendo il pretesto per un'ulteriore repressione del popolo palestinese. Di fronte all'occupazione brutale di Israele, un compito urgente del nostro movimento è quello di mobilitare la solidarietà per il popolo palestinese e la sua lotta all'autodeterminazione. Questo è vitale per la sicurezza collettiva di tutti i popoli della regione.

6) Allo stesso tempo, anche nuovi eventi confermano l'urgenza delle nostre lotte. In Argentina la crisi finanziaria causata dal fallimento degli aggiustamenti strutturali del Fondo monetario internazionale e il debito crescente hanno fatto precipitare la crisi sociale e politica. Questa crisi ha prodotto proteste spontanee delle classi lavoratrici e della classe media, una repressione che ha causato morti, cambiamenti nel governo e nuove alleanze tra gruppi sociali diversi. Con la forza dei "cacerolasos" il popolo ha potuto assicurarsi la soddisfazione dei principali bisogni di base.

7) Il collasso della multinazionale Enron è un esempio della bancarotta dell'economia "del casinó" e della corruzione degli uomini d'affari e dei politici. I lavoratori sono rimasti senza impiego e senza pensioni. Nei Paesi in via di sviluppo questa multinazionale è impegnata in attività fraudolenti e i suoi progetti hanno cacciato la popolazione dalle loro terre aumentando smisuratamente i prezzi dell'elettricità e dell'acqua.

8) Il governo degli Stati Uniti, nel suo sforzo di proteggere gli interessi delle grandi imprese, ha abbandonato con arroganza i negoziati di Kyoto sul riscaldamento globale, il trattato sui missili antibalistici, la convenzione sulla biodiversità, la conferenza dell'Onu sul razzismo e l'intolleranza e il confronto per ridurre la fornitura di armi leggere, dimostrando ancora una volta che l'unilateralismo degli Stati Uniti fa saltare i tentativi di trovare soluzioni multilaterali ai problemi globali.

9) A Genova il G8 ha completamente fallito nella sua pretesa di governo globale. Di fronte a una massiccia mobilitazione e resistenza, hanno risposto con la violenza e la repressione, denunciando come criminali coloro che avevano osato protestare. Ma non sono riusciti a intimidire il nostro movimento.

10) Tutto ciò avviene nel contesto di una recessione globale. Il modello economico neoliberista distrugge i diritti, le condizioni e i livelli di vita dei popoli. Usando ogni mezzo per proteggere i loro dividendi, le multinazionali licenziano, riducono i salari e chiudono fabbriche, spremendo fino all'ultimo i lavoratori. I governi, di fronte a questa crisi economica, rispondono con la privatizzazione, il taglio delle spese sociali e una riduzione permanente dei diritti di lavoratori e lavoratrici. Questa recessione dimostra il fatto che le promesse neoliberiste di crescita e prosperità sono una bugia.

11) Il movimento globale per la giustizia sociale e la solidarietà si trova di fronte a enormi sfide: la sua lotta per la pace e la sicurezza collettiva impone di misurarsi con la povertà, le discriminazioni, il dominio e la creazione di una società sostenibile alternativa. I movimenti sociali condannano con forza la violenza e il militarismo quali strumenti di risoluzione dei conflitti; la promozione di guerre di bassa intensità e le operazioni militari del "Plan Colombia" come parte dell'iniziativa regionale andina, il piano "Puebla Panama", il commercio di armi e la crescita delle spese militari, gli embarghi economici contro popoli e nazioni, in particolare contro Cuba e Iraq, e la crescente repressione nei confronti di sindacalisti e attivisti. Noi sosteniamo le lotte dei sindacati e dei lavoratori del settore informale, come uno strumento essenziale per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, l'effettivo diritto di organizzarsi, il diritto di sciopero, il diritto alla contrattazione collettiva a diversi livelli e per conquistare l'uguaglianza salariale e delle condizioni di lavoro tra donne e uomini. Rifiutiamo la schiavitù e lo sfruttamento dei bambini. Sosteniamo le lotte dei lavoratori e dei sindacati contro la flessibilità, l'esternalizzazione del lavoro e i licenziamenti e chiediamo nuovi diritti internazionali per i lavoratori e le lavoratrici delle multinazionali e delle loro fornitrici, in particolare il diritto alla libertà sindacale e alla contrattazione collettiva.

12) Le politiche neoliberiste creano ulteriore miseria e insicurezza. Esse hanno aumento in maniera impressionante il traffico e lo sfruttamento sessuale di donne e bambini che condanniamo con forza. Povertà e insicurezza portano anche alle migrazioni e a milioni di esseri umani sono negati la dignità, la libertà, i diritti. Perciò noi chiediamo il diritto alla libertà di movimento, il diritto all'integrità fisica e a uno statuto legale per tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici migranti. Sosteniamo i diritti dei popoli indigeni e l'applicazione dell'articolo 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro nel quadro delle leggi nazionali.

13) Il debito estero dei Paesi del Sud è stato già pagato più volte. Il debito, illegittimo, ingiusto e fraudolento, funziona come uno strumento di dominio, toglie ai popoli i loro fondamentali diritti umani con il solo scopo di aumentare l'usura internazionale. Chiediamo la cancellazione incondizionata del debito e la riparazione dei debiti storici, sociali ed ecologici. I Paesi che chiedono il rimborso del debito hanno intrapreso lo sfruttamento delle risorse naturali e intellettuali del Sud.

14) Acqua, terra, cibo, foreste, semi, la cultura e le identità dei popoli sono beni comuni dell'umanità per le generazioni presenti e future. E' essenziale conservare la biodiversità. I popoli hanno il diritto a un cibo sano e stabile, libero da organismi geneticamente modificati. La sovranità alimentare a livello nazionale, regionale e locale è un diritto umano fondamentale; in questo senso costituiscono richieste fondamentali la riforma agraria e l'accesso dei contadini alla terra.

15) Il Vertice di Doha ha confermato l'illeggitimità dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La presunta "agenda per lo sviluppo" adottata, in realtà difende solo gli interessi delle multinazionali. Con il lancio di un nuovo round il Wto si sta avvicinando al suo obiettivo di trasformare ogni cosa in merce. Per noi, cibo, servizi pubblici, agricoltura, salute, istruzione e i geni non sono in vendita. Inoltre rifiutiamo il brevetto di qualsiasi forma vivente. L'agenda del Wto viene estesa a livello continentale attraverso gli accordi di libero commercio e investimenti. Organizzando proteste come le grandi dimostrazioni contro l'Accordo di libero commercio delle Americhe (Alca), i popoli hanno rifiutato questi accordi che rappresentano una ricolonizzazione e la distruzione di valori fondamentali, sociali, economici, culturali e ambientali.

16) Noi vogliamo rafforzare il nostro movimento attraverso azioni e mobilitazioni comuni per la giustizia sociale, per il rispetto dei diritti e delle libertà; per la qualità della vita, l'uguaglianza, la dignità e la pace. Lottiamo:

Per gli anni a venire organizzeremo collettivamente mobilitazioni come:

2002:

Altre mobilitazioni globali avranno luogo:

2003:


il punto sulla politica migratoria europea

A che punto è il percorso per l'elaborazione di una politica europea comune in materia di immigrazione e asilo, secondo quanto stabilito dal Trattato di Amsterdam, iniziato con il Consiglio europeo di Tampere nell'ottobre 1999? Per avere un quadro complessivo e dettagliato pubblichiamo alcune parti del bollettino trimestrale di analisi delle politiche migratorie in Europa "Migraction Europa", prodotto dal CeSPI (via d'Aracoeli 11, 00186 Roma - tel. 06 6990630 - fax 06 6784104) nel quadro del programma "Migraction" e curato da Ferruccio Pastore (ferruccio.pastore@cespi.it).

la frenata di Laeken

Mancano poco più di due anni alla scadenza del quinquennio di transizione, sancito dal Trattato di Amsterdam, per la comunitarizzazione della politica europea in materia di immigrazione e di asilo. Il ritardo è ormai evidente e il bilancio di metà percorso compiuto dal Consiglio europeo di Laeken (14-15 dicembre 2001) lo ha riconosciuto apertamente (vedi www.europa.eu.int/abc/doc/off/rg/it/2001/pt0513.htm).

In un contesto decisionale che rimane sostanzialmente intergovernativo, i responsabili di tale ritardo sono evidentemente gli stessi Stati membri. Non deve dunque stupire che siano state vane le insistenze della presidenza belga, affinché il summit si concludesse con una stigmatizzazione più netta delle resistenze opposte da alcuni governi al processo di comunitarizzazione (Agence Europe, Bulletin Quotidien Europe, n. 8115, 17-18 dicembre 2001, p. 17).

Di fronte alla constatazione del ritardo e degli ostacoli che persistono, i governanti europei riuniti a Laeken hanno scelto una strategia fortemente pragmatica - per non dire minimalista - di selezione delle priorità. Nonostante un richiamo rituale allo "spirito di Tampere" e all'approccio integrato predicato nell'ottobre 1999, è stato deciso di concentrarsi su alcuni obiettivi (punto 40 delle Conclusioni, http://ue.eu.int/it/info/eurocouncil/), che corrispondono a un nucleo minimo (e politicamente prioritario) della politica migratoria comune. In sintesi, tali obiettivi sono i seguenti: l'armonizzazione e il rafforzamento del sistema di controllo migratorio comune; l'armonizzazione e il miglior coordinamento dei sistemi nazionali di asilo; la creazione di programmi specifici in materia di lotta contro la discriminazione e il razzismo.

Da questa lista manca qualsiasi riferimento esplicito a una politica comune in materia di ammissione per lavoro, che pure ha costituito uno degli assi principali della strategia della Commissione in questi ultimi mesi.

All'interno di questi campi di azione prioritaria, il Consiglio europeo ha poi tracciato un programma di attività sufficientemente dettagliato: uniformandosi alle richieste di alcuni Stati, tra cui in primis la Germania, ha invitato la Commissione «a presentare, al più tardi il 30 aprile 2002, proposte modificate riguardanti le procedure d'asilo, il ricongiungimento familiare, il regolamento "Dublino II"» e ha inoltre sollecitato il Consiglio «ad accelerare i lavori sugli altri progetti riguardanti le norme di accoglienza, la definizione del termine "rifugiato" e le forme di protezione sussidiaria» (Conclusioni del Consiglio europeo di Laeken, punto 41).

Accantonate dunque, in attesa di nuovi input da parte della Commissione, le proposte di direttiva su cui si erano registrate le divergenze più aspre, i negoziati in seno ai gruppi di lavoro del Consiglio si concentrano per il momento sul rimanente.

2002: un anno di transizione

Da un punto di vista tecnico, la scelta effettuata a Laeken di riordinare l'agenda secondo una scala di priorità più netta (dai dossier più facili a quelli più difficili) suscita alcune perplessità. Gli addetti ai lavori non si stancano infatti di evidenziare la ragnatela di interdipendenze che lega non solo - come è evidente - i diversi ambiti della politica di asilo tra loro (condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, procedure, Dublino, etc.), ma anche tale politica, nel suo complesso, con alcune misure in materia di immigrazione (a partire dal ricongiungimento famigliare).

Per questa ragione, è possibile (e forse auspicabile) che si pervenga mano a mano a uno stadio di quasi-accordo sui diversi tavoli negoziali, per poi sciogliere i nodi rimasti mediante un compromesso di ampia portata. Se questa sarà la dinamica futura, si può prevedere che alla resa dei conti non si giunga che nel corso del 2003. Il girotondo delle presidenze sembra avvalorare questa previsione: non è facile immaginare grandi passi avanti durante la guida della Danimarca (secondo semestre 2002), Paese sempre più ostile a una comunitarizzazione ampia, mentre la successione delle presidenze di Grecia (primo semestre 2003) e Italia (secondo semestre 2003) potrebbe rappresentare l'ultima vera finestra di opportunità, prima della scadenza del periodo transitorio, il 1° maggio 2004.

Ma, accanto alle osservazioni di ordine tecnico, il cambiamento di impostazione deciso a Laeken stimola considerazioni più vaste, di natura politica e persino culturale. Lo slancio riformista contenuto nelle Conclusioni di Tampere appare attenuato. La retorica europeista risulta trasferita altrove, come nella Dichiarazione sul futuro dell'Unione europea allegata alle Conclusioni di Laeken, dove però di migrazioni si parla soltanto con riferimento a un presunto auspicio del cittadino europeo che l'Unione svolga in futuro un ruolo crescente in materia di «controllo dei flussi migratori» e di «accoglienza dei richiedenti asilo e dei profughi provenienti da Regioni di conflitto periferiche».

Per il resto, l'incombere di scadenze elettorali dall'esito incerto in ben sei Stati membri - Francia e Germania innanzitutto, ma anche Portogallo, Paesi Bassi, Irlanda e Svezia - induce i rispettivi governi ad evitare passi politicamente troppo impegnativi.

Mancano però impulsi significativi anche da parte di altri Stati membri, da cui pure ci si sarebbe potuto aspettare un maggior dinamismo. La politica migratoria non figura, ad esempio, tra le priorità generali indicate dal governo spagnolo per il
proprio semestre di presidenza (www.ue2002.es; con riferimento specifico al settore "Giustizia e affari interni"- GAI, vedi in particolare http://www.ue2002.es/principal.asp?opcion=6&subopcion=1&idioma=ingles).

Pur dovendo fronteggiare problemi seri in campo migratorio, in ambito GAI il governo Aznar sembra deciso a puntare tutto sul dossier "lotta al terrorismo", con l'obiettivo principale di "europeizzare" il problema basco sfruttando il clima emergenziale seguito all'11 settembre.

Controlli migratori: verso una politica comune

E' improbabile dunque che il 2002 risulti un anno decisivo ai fini del processo di comunitarizzazione. Ciò non vuol dire che non si preparino sviluppi settoriali rilevanti. In particolare, si profilano importanti novità sul terreno dei controlli migratori, dove i tempi sembrano maturi per passare da un modello di cooperazione mirata - quello maturato in ambito Schengen - a una vera e propria politica comune.

La necessità di compiere un salto di qualità nella cooperazione europea in materia di prevenzione e repressione dell'immigrazione illegale è stata inizialmente affermata dalla Commissione europea con la presentazione della Comunicazione al Consiglio e al Parlamento su "una politica comune in materia di immigrazione illegale" (COM(2001) 672, 15 novembre 2001, reperibile in http://www.europa.eu.int/comm/justice_home/unit/immigration_en.htm). Lo stimolo proveniente dalla Commissione è stato immediatamente raccolto dal Consiglio GAI del 6-7 dicembre 2001 che - sulla base di un rapporto della presidenza belga avente ad oggetto un "concetto europeo per la gestione dei controlli alle frontiere esterne dell'Unione europea" - ha fatto emergere un consenso unanime sulla necessità di un approccio più comprensivo e impegnativo in questo campo, soprattutto al fine di fronteggiare le specifiche difficoltà dei Paesi candidati (per un aggiornamento sullo stato dei negoziati sull'allargamento dell'Unione europea relativi al capitolo "Giustizia e affari interni", vedi http://www.europa.eu.int/comm/enlargement/negotiations/chapters/chap24/index.htm).

La rotta verso una politica di controllo migratorio comune è stata confermata dal Vertice di Laeken, con cui i leader europei hanno ufficialmente esortato le istituzioni a sviluppare «un Piano d'azione basato sulla comunicazione della Commissione sull'immigrazione clandestina e la tratta di esseri umani».

Con queste deliberazioni si è aperta ufficialmente una sorta di "cantiere specializzato", investito di un alto grado di priorità politica, all'interno del più vasto cantiere della comunitarizzazione. L'agenda di questo particolare ambito decisionale verrà progressivamente precisata, in primo luogo attraverso il Piano d'azione richiesto dal Consiglio europeo, il quale dovrà tenere conto anche delle elaborazioni avviate da parte della Commissione (Libro verde sulla politica comune in materia di rimpatrio, comunicazione sulla gestione delle frontiere europee, studio di fattibilità relativo alla creazione di un sistema europeo di identificazione dei visti). Tuttavia, alcuni tratti fondamentali del nuovo modello di controllo migratorio europeo appaiono già chiaramente riconoscibili:

* Evoluzione verso un corpo europeo di polizia di frontiera. Questa prospettiva, dapprima caldeggiata in documenti del Parlamento europeo e in ambito accademico, poi sostenuta ufficialmente dall'Italia all'interno del Consiglio e infine incorporata nella comunicazione della Commissione sull'immigrazione illegale, coagula oggi un larghissimo consenso (di principio) tra le istituzioni e gli Stati membri, riflesso anche nelle Conclusioni di Laeken. Il dibattito vede un confronto aperto tra posizioni minimaliste (che non vanno molto oltre un'integrazione dei percorsi formativi) e opzioni radicali di unificazione dei corpi specializzati nazionali. Da ultimo, il Consiglio GAI informale di Santiago de Compostela (14-15 febbraio 2002) ha impresso un'accelerazione ulteriore a questo dossier, generalizzando le sperimentazioni, già avviate da alcuni Stati membri, di task force plurinazionali incaricate di pattugliare tratti di frontiera "verde" (terrestre) o "blu" (marittima) particolarmente delicati.

* Radicale riforma della politica comune in materia di visti. La politica dei visti è uno degli ambiti della politica migratoria in cui il processo di comunitarizzazione - sin dal Trattato di Maastricht - ha compiuto i maggiori passi avanti (le liste dei Paesi a cui è imposto l'obbligo di visto, così come quelle dei Paesi che ne sono esenti, sono già ora adottate a maggioranza qualificata; le decisioni relative alle procedure per il rilascio dei visti, così come le "norme relative a un visto uniforme", saranno sottoposte automaticamente al regime della codecisione a partire dal 1° maggio 2004). Questo ha permesso di raggiungere un grado particolarmente elevato di armonizzazione formale, che però lascia sussistere prassi nazionali fortemente disomogenee e lacune sotto il profilo dell'efficienza nella prevenzione delle migrazioni irregolari. Tali carenze del sistema di visti europeo sono venute in particolare evidenza dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, che - non essendo stati compiuti da stranieri clandestini bensì da soggetti regolarmente soggiornanti o in semplice situazione di irregolarità (overstayers) - hanno indotto un ripensamento radicale delle prassi in materia di visti, non solo all'interno dell'amministrazione statunitense ma anche in seno all'Unione europea. Tra le innovazioni attualmente allo studio, le più significative - entrambe confermate dal Consiglio GAI informale di Santiago de Compostela - appaiono le seguenti:

Al fine di armonizzare le prassi relative alla concessioni di visti il Consiglio europeo ha incaricato il Consiglio e gli Stati membri di esaminare la possibilità di istituire "uffici consolari comuni".

Raccogliendo un invito formulato dal Consiglio GAI straordinario del 20 settembre 2001, nella sua comunicazione sull'immigrazione illegale, la Commissione propone l'istituzione di un "sistema europeo di identificazione dei visti", cioè una banca dati contenente dati personali, rilevazioni biometriche e riproduzioni elettroniche dei titoli di viaggio di tutti coloro che richiedono un visto per l'ingresso nell'Ue.

* Rinnovamento e sviluppo dello Schengen Information System (SIS II). Lo scorso 6 dicembre, il Consiglio dei ministri dell'Interno e della Giustizia ha approvato una decisione e un regolamento (reg. EC 2424/2001; entrambi gli atti sono pubblicati in Gazzetta ufficiale delle comunità europee, L 328, vol. 44, 13 dicembre 2001, www.europa.eu.int/eurlex/en/oj/2001/l_32820011213en.html) relativi allo sviluppo di una seconda generazione del Sistema di informazione Schengen, per renderlo idoneo a funzionare efficacemente anche all'interno di una Unione allargata. Ma gli Stati membri hanno colto l'occasione dell'upgrading tecnologico per potenziare il SIS anche dal punto di vista funzionale ed allargarne il bacino di utenza. Tra le nuove categorie che potrebbero diventare oggetto di schedatura e scambio di informazioni, vi sarebbero i «destinatari di un divieto di uscita dallo spazio Schengen», le persone a cui sono stati rilasciati visti da parte di uno Stato membro, le «persone suscettibili, nel quadro di determinati eventi, di generare disordini» (questa è la terminologia, tanto vaga quanto inquietante, utilizzata dal ministro dell'Interno belga, Antoine Duquesne, in occasione della conferenza stampa tenuta alla chiusura del consiglio "Giustizia e affari interni" del 6-7 dicembre 2001, www.eu2001.be/Main/Frameset.asp?reference=01%2D01&lang=fr&sess=844862853).

La prospettiva di una simile dilatazione dei compiti del SIS, che opera tuttora in un regime di controlli democratici e giudiziari gravemente lacunoso, ha suscitato commenti preoccupati (si veda, in particolare, http://www.statewatch.org/news/2001/nov/19sis.htm).

Più in generale, si deve osservare che la rivoluzione tecnica e istituzionale che si va profilando nelle politiche europee in materia di lotta all'immigrazione illegale richiederà, inderogabilmente, un analogo salto di qualità nel sistema dei controlli e delle garanzie (di ordine politico, giudiziario e tecnico) in questo settore.

Le contraddizioni della linea italiana

Con tutta evidenza, l'attuale maggioranza di governo italiana vede con favore una maggiore gerarchizzazione delle priorità europee in materia migratoria, in particolare a vantaggio dei temi e delle misure esaminati nel paragrafo precedente. Peraltro, dal punto di vista delle amministrazioni nostrane coinvolte, l'inserimento della Guardia di frontiera europea nell'agenda dell'Unione rappresenta indubbiamente un successo, data l'indiscussa paternità italiana dell'idea. Ma, se questo successo tattico possa tradursi in una svolta strategica, ciò dipende molto dalle modalità concrete di realizzazione del progetto. In particolare, conterà la misura in cui l'europeizzazione dei controlli alle frontiere esterne porterà a una ripartizione dei costi connessi (oltre che, beninteso, a un aumento significativo di efficacia complessiva del sistema): è evidente infatti, che la prospettiva di una devoluzione "verso l'alto" di competenze operative in questo campo interessa l'Italia anche (e forse soprattutto) come strumento di burden sharing per un costo strutturale che grava sproporzionatamente su di noi, come su ogni Paese di frontiera. La realizzabilità di un tale obiettivo dipenderà in buona parte dalla qualità e dall'impatto dello studio esplorativo attualmente in corso di realizzazione da parte del ministero dell'Interno italiano nel quadro del programma Odysseus, i cui risultati verranno presentati ai partner a Roma, il prossimo 30 maggio.

Più in generale, la possibilità per l'Italia di beneficiare della comunitarizzazione, influenzandone l'andamento nei tempi e nei contenuti, dipende in larga misura dalla credibilità complessiva della politica migratoria nazionale che - come per ogni altro Stato membro - determina i margini di influenza in seno al Consiglio. Da questo punto di vista, la svolta avviata dall'esecutivo in carica genera diversi interrogativi: dall'insufficienza dell'impianto normativo proposto con il DDL 795 in materia di asilo deriva una debolezza della nostra posizione in sede europea; a ciò si aggiunge la perplessità suscitata da una linea politica fortemente restrittiva in materia di ingressi regolari, pur in presenza di una domanda massiccia ed esplicita proveniente da ampi settori del mondo economico e da un gran numero di famiglie italiane. Questa linea - che è inevitabilmente destinata a subire deroghe parziali e settoriali (e, come tali, potenzialmente discriminatorie, come nel caso della "sanatoria per le colf") - solleva dubbi circa la sua sostenibilità. In altri termini, esiste il rischio concreto che una chiusura "politica", adottata in contrasto con le tendenze manifestate dall'economia (e con una strategia dichiarata di liberalizzazione e "flessibilizzazione" del mercato del lavoro), alimenti la presenza irregolare e clandestina, invece di ridurla. E' evidente come un simile esito comprometterebbe la posizione e il ruolo potenziale dell'Italia in seno al processo di comunitarizzazione.

Fonte: "Migraction Europa", CeSPI; via d'Aracoeli 11, 00186 Roma - tel. 06 6990630 - fax 06 6784104.

L'IMMIGRAZIONE NELL'UE ALLA FINE DEL 1998  

   

Paese  Soggiornanti
(31.12.1998)
dati in migliaia
% immigrati su residenti  % immigrati su popolaz. attiva % donne su forza lavoro immigrata % cittadinanza

Austria

737

9,1

9,9

34,5

2,5

Belgio

892

8,7

8,8

-

3,8

Danimarca

256

4,8

3,2

42,3

4,1

Finlandia

85

1,6

1,4

-

5,0

Francia

3971

6,0

6,1

36,9

3,1

Germania

7320

8,9

9,1

34,2

3,2

Grecia

309

2,9

-

-

0,8

Irlanda

111

3,0

3,2

-

-

Italia

1250

2,2

3,2

30,4

0,8

Lussemburgo

153

35,6

57,7

35,9

0,4

Paesi Bassi

662

4,2

2,9

31,7

8,7

Portogallo

178

1,8

1,8

-

-

Regno Unito

2207

3,8

3,9

46,3

2,4

Spagna

720

1,8

1,2

36,6

2,2

Svezia

500

5,6

5,1

44,7

8,9

19.351

Fonte: Dossier statistico immigrazione 2001 Caritas su dati Sopemi


4 Motori sindacali contro l'esclusione sociale

Pubblichiamo di seguito il documento finale del seminario delle 4 metropoli europee, Barcellona, Francoforte, Lione e Milano, tenutosi a Milano nei giorni 21 e 22 febbraio 2002 sul tema "Povertà, esclusione e ricchezza".

Le Organizzazioni sindacali di Barcellona, Francoforte, Lione e Milano, riunitesi a Milano nei giorni 21 e 22 febbraio 2002, hanno affrontato e discusso i temi del disagio sociale e delle povertà vecchie e nuove. Tali temi vengono considerati prioritari nella consapevolezza che ai fenomeni di povertà congiunturale si aggiungono i fenomeni di povertà provocati da discriminazioni.
Pur tenendo conto della specificità dei fenomeni e dei diversi modelli di intervento le Organizzazioni sindacali evidenziano un interesse comune a stabilire modalità di lavoro congiunte.
Le Organizzazioni sindacali decidono, di comune accordo, di avviare stabili relazioni tra i responsabili delle politiche sociali utilizzando anche le reti di posta elettronica o il collegamento fra i rispettivi siti Internet ed operando per costruire una banca dati comune.
Le Organizzazioni sindacali ritengono sia necessario ricercare una chiave di lettura omogenea dei fenomeni sociali.
Le Organizzazioni sindacali si pongono i seguenti obiettivi:

Questi primi obiettivi di lavoro sono essenziali per realizzare, nell'ambito delle strutture sindacali europee (Confederazione europea dei sindacati e Confederazione europea dei quadri), un osservatorio permanente sulle politiche sociali che si ponga i seguenti obiettivi:

Nel quadro delle relazioni fra i sindacati delle quattro città, il collega Peter Artzen (NGG di Francoforte/Wiesbaden) si assume l'incarico di coordinare una raccolta di dati relativi alla presenza della catena Mc Donald' nelle quattro città.

CONFERENZA QUADRI CGT RHÖNE ALP, VERSO LE ELEZIONI DEI "PRUD'HOMMES"

Si è svolta a Lione, nei giorni 6 e 7 marzo scorsi, una vivace e partecipata conferenza dei quadri sindacali della Cgt, che ha fatto il punto della situazione delle problematiche dei lavoratori e delle lavoratrici in Francia.
Nell'ambito della conferenza si è tenuta una tavola rotonda sui sistemi di welfare in Europa, con la partecipazione di sindacalisti italiani e svizzeri.
Particolarmente interessante è stata la sezione dedicata alle prossime elezioni dei Prud'Hommes, figure arbitrali uniche in Europa che in Francia dirimono le controversie di lavoro.
I Prud'hommes (letteralmente "uomini prudenti", nel senso di saggi) sono eletti ogni 5 anni con vere e proprie elezioni: il 50% dei seggi sono attribuiti ai rappresentanti dei lavoratori (7257 persone), il restante 50% alle imprese.
Le prossime elezioni sono previste nel dicembre prossimo, quando voteranno circa 18 milioni di lavoratori: le organizzazioni sindacali hanno già iniziato la campagna elettorale per la presentazione di proprie liste.
Hanno diritto di voto tutti i lavoratori, indipendentemente dalla nazionalità, che abbiano compiuto 16 anni, abbiano un rapporto di lavoro in corso, anche precario, o siano involontariamente disoccupati. L'iscrizione nelle apposite liste elettorali viene curata dalle imprese.
I Consigli dei Prud'hommes trattano ogni anno circa 200 mila controversie di lavoro.
Nel prossimo numero di "euronote" pubblicheremo un servizio dettagliato su ruoli, compiti e modalità di azione di queste figure.

 

IMPEGNO SINDACALE SUL FUTURO DEI SERVIZI PUBBLICI

«I servizi pubblici rappresentano un aspetto essenziale per la qualità della vita dei cittadini (...), anche per il significato concreto di coesione sociale e ridistribuzione della ricchezza che assumono». E' quanto si legge nell'apertura del documento finale che i sindacati delle 4 aree metropolitane (Barcellona, Francoforte, Lione e Milano) hanno prodotto al termine del seminario su "Il futuro dei servizi pubblici", tenutosi a Barcellona (Spagna) nei giorni 31 gennaio - 1 febbraio 2002. Secondo i sindacati delle 4 città europee, oggi si sta assistendo a una modifica del modello di azione delle amministrazioni pubbliche «che si basa su un'ipotesi di modernizzazione, su processi di privatizzazione e/o esternalizzazione dei servizi attraverso formule diverse che vanno dall'introduzione di logiche di mercato nella gestione pubblica al passaggio direttamente ai privati della gestione di molti servizi di interesse generale, al punto che assistiamo a una diminuzione delle tutele sociali». Per queste ragioni, dunque, i sindacati delle 4 aree metropolitane hanno individuato come priorità il loro impegno per la difesa e la valorizzazione del settore pubblico, «non solo come atto di solidarietà dettato da coscienza sociale ma soprattutto come atto di senso civico e intelligenza politica», si legge nel documento. Così, i sindacati di Barcellona, Francoforte, Lione e Milano considerano necessario intervenire perché i processi di riforma delle Amministrazioni pubbliche avvengano attraverso un dibattito pubblico e siano contrattati con le Organizzazioni sindacali, dal momento che i servizi pubblici in tutta Europa «devono essere prossimi al cittadino, agire secondo regole democratiche, essere generali e presenti su tutto il territorio, con un alto livello di qualità sia nel presente sia per le prospettive future», evitando di perseguire come unica via quella della privatizzazione e/o esternalizzazione.

A fronte di tutto ciò, i sindacati delle 4 aree metropolitane si sono accordati per: l'elaborazione di una mappa dei servizi pubblici europei a partire dall'esperienza delle 4 metropoli; la costituzione di una rete di sindacalisti delle varie Organizzazioni sindacali che operano in questi ambiti per favorire lo scambio e un dialogo permanente, con l'obiettivo di ottenere regole migliori, sia sociali sia lavorative (in ambito europeo, nazionale, locale, professionale), applicabili a tutti i lavoratori.

Inoltre, sostengono la richiesta della Ces per consolidare e specificare meglio i principi che riguardano i servizi di interesse generale, contenuti nell'art. 16 del Trattato, attraverso una direttiva quadro, e lanciano un appello alla presidenza europea perché appoggi e dia seguito all'iniziativa della Commissione europea, richiedendo: il coordinamento delle politiche per rilanciare l'economia europea; la valorizzazione delle strategie di Lisbona e l'adozione di politiche per il pieno impiego e la coesione sociale; l'apertura di un dibattito per realizzare una regolazione a livello europee dei processi di ristrutturazione aziendale; il consolidamento delle validità ed efficacia del dialogo sociale europeo.


disoccupazione stabile, ma i senza lavoro sono ancora 13,4 milioni

Secondo le ultime rilevazioni Eurostat (l'Ufficio statistico dell'Unione europea), il livello di disoccupazione è stabile sia tra i 15 Stati membri dell'Unione che tra i 12 della cosiddetta zona euro. Lo scorso mese di gennaio, infatti è stato rilevato un tasso del 7,7% nell'Ue e dell'8,4% nella zona euro, tassi uguali a quelli registrati nel dicembre 2001 e nel gennaio 2001. I dati relativi al gennaio 2002 mostrano i tassi di disoccupazione più bassi in Olanda (2,4%), Lussemburgo (2,6%), Austria (3,9%), Danimarca (4,2%), Irlanda (4,2%) e Portogallo (4,3%), mentre la Spagna, con il 12,8%, resta lo Stato membro con il livello di disoccupazione più elevato. Per quanto riguarda invece l'andamento degli ultimi 12 mesi, i Paesi che hanno fatto registrare le riduzioni più sensibili dei livelli di disoccupazione sono stati: l'Olanda (dal 2,9% al 2,4%), la Danimarca (dal 4,4% al 4,2%) e la Spagna (dal 13,3% al 12,8%). Tassi invece cresciuti nell'ultimo anno in Austria (dal 3,4% al 3,9%), Lussemburgo (dal 2,3% al 2,6%), Irlanda (dal 3,8% al 4,2%) e Portogallo (dal 4% al 4,3%). Nello stesso periodo, nella zona euro si è registrata una lieve crescita del tasso di disoccupazione maschile, passata dal 6,9% del gennaio 2001 al 7,1% dello stesso mese del 2002, mentre è diminuita la disoccupazione femminile stabilitasi a un tasso del 10,1% rispetto al 10,4% di 12 mesi prima. Tendenza verificatasi anche a livello di Unione europea: per gli uomini è passata dal 6,6% al 6,8%, mentre per le donne è diminuita dal 9,1% all'8,9%. Resta ancora alto il tasso di disoccupazione giovanile (under 25), che varia dal minimo olandese del 5,8% al massimo spagnolo del 24,1%, per una media del 16,7% nella zona euro e del 15,5% nell'Ue a 15 Stati. In valori assoluti, Eurostat stima nel gennaio 2002 circa 11,5 milioni di persone disoccupate nella zona euro e 13,4 milioni nell'Ue.

DISOCCUPAZIONE IN EUROPA AL GENNAIO 2002 

Paese % disoccupaz. Paese % disoccupaz.

Olanda

2,4

Belgio

6,7

Lussemburgo

2,6

Germania

8,1

Austria

3,9

Francia

9

Irlanda

4,2

Finlandia

9,3

Danimarca

4,2

Spagna

12,8

Portogallo

4,3

zona euro

8,4

Svezia

5,2

Ue-15

7,7

Fonte: Eurostat, marzo 2002

lavoro nero nell'Ue

La Commissione europea ha pubblicato, il 28 febbraio scorso, uno studio sull'economia sommersa nell'Ue dal titolo "Undeclared labour in Europe". Obiettivo dello studio è quello di esaminare le politiche messe in atto a livello comunitario e di singoli Stati membri per combattere e far emergere il cosiddetto lavoro nero. Riprendendo i punti principali della Comunicazione sul lavoro sommerso redatta dalla Commissione nel 1998, il Rapporto intende contribuire al piano di valutazione delle strategie sull'occupazione che la Commissione presenterà il prossimo mese di luglio. Azioni preventive e sanzioni vengono considerate fondamentali per l'emersione dell'economia informale, attraverso misure quali: semplificazione delle procedure e delle legislazioni in materia; maggior consapevolezza delle istituzioni (europee e nazionali) sui possibili effetti negativi dell'economia sommersa; scambio di informazioni, maggior comunicazione e cooperazione tra le varie autorità competenti; maggiori controlli e sanzioni; diminuzione degli oneri fiscali sul lavoro. Inoltre, secondo lo studio, il lavoro sommerso riguarda in molti casi lavoratori immigrati illegali e una carenza di politiche per l'emersione dell'economia informale può rendere vani gli sforzi per l'integrazione delle minoranze etniche. Il Rapporto è consultabile all'indirizzo web: http://europa.eu.int/comm/dgs/employment_social/pub_en.htm

il Consiglio d'Europa mette sotto accusa le espulsioni forzate

Nel corso della sessione tenutasi lo scorso mese di gennaio, l'Assemblea generale del Consiglio d'Europa ha adottato una raccomandazione che esorta al miglioramento delle procedure di espulsione dai Paesi membri degli stranieri immigrati illegalmente. L'incremento del numero di incidenti durante l'esecuzione delle espulsioni, secondo il Consiglio d'Europa, dimostra che non si tratta di casi isolati ma piuttosto della conseguenza di espulsioni forzate sempre più praticate dalle forze di polizia. La raccomandazione chiede quindi che tale pratica venga messa in atto solo in casi estremi e con personale preparato, che le procedure siano trasparenti e avvengano nel totale rispetto dei diritti umani.

Il documento è disponibile sul sito web dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa all'indirizzo: http://stars.coe.fr/index_e.htm

Fonte: www.ecre.org

una ricerca su media e razzismo

L'Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia (EUMC), con sede a Vienna, ha presentato il 5 febbraio 2002 un rapporto su Racism and cultural diversity in the Mass Media, una panoramica su come i mass media dei 15 Paesi dell'Unione europea affrontano i temi dell'immigrazione, della diversità culturale e del razzismo, con particolare attenzione alle buone pratiche messe in atto. Dallo studio emergono differenze significative nell'affrontare queste tematiche sia tra i vari Stati membri dell'Ue sia tra i diversi tipi di mass media dei singoli Paesi. Questo soprattutto per le differenze esistenti tra Paesi di vecchia e nuova immigrazione, per le diverse problematiche che emergono nei vari Paesi, per il tipo di articoli e servizi che vengono dedicati all'argomento, per l'approccio più o meno ideologico, per il tipo di linguaggio utilizzato ed enfasi data alle varie questioni e per le differenti fonti utilizzate.

Lo studio è consultabile sul sito web dell'EUMC all'indirizzo: www.eumc.at/news/media

nuovo sito web Inforegio

Il nuovo sito tematico "Politica regionale - Inforegio" è stato completamente integrato nella grande famiglia dei siti ufficiali della Commissione europea. La sua homepage è stata arricchita e consente un rapido accesso ai temi principali, mentre l'aggiunta di una nuova sezione permette di scoprire gli interventi regionali dell'Unione secondo un'impostazione tematica. Nella sezione "Fonti d'informazione" si può trovare tutta la documentazione necessaria, compresa una serie di slide ed un nuovo link ad una fototeca contenente centinaia di foto di progetti cofinanziati dal FESR. Su questo sito, nel quale si trovano tutte le informazioni utili per partecipare alla riflessione interattiva sulle modalità degli interventi regionali dopo il 2006, proseguirà anche il dibattito sul futuro della politica regionale. Infine, restano disponibili le basi di dati contenenti i progetti, le sintesi dei programmi e gli indirizzi delle autorità di gestione.

L'indirizzo del sito è: http://europa.eu.int/comm/regional_policy/index_it.htm

Fonte: Ufficio Europa Cgil

2003 Anno europeo delle persone disabili

Il 3 dicembre 2001 i ministri del Lavoro e degli Affari sociali dell'Unione europea hanno adottato all'unanimità la proposta della Commissione europea di dichiarare il 2003 "Anno europeo delle persone disabili". Secondo Yannis Vardakastanis, presidente dello European Disability Forum (EDF, la rete europea delle ONG impegnate sul terreno dell'handicap e dei Consigli nazionali ad hoc) «l'anno europeo sarà un'occasione unica per promuovere l'agenda della disabilità nell'Ue» contro gli stereotipi e il pregiudizio. Il budget previsto per le iniziative dell'anno, 12 milioni di euro, sosterrà la realizzazione di eventi, meeting, attività di sensibilizzazione e rapporti di ricerca.

Il comunicato stampa dell'EDF:

lingua inglese www.edf-feph.org/en/news/press.htm

lingua francese www.edf-feph.org/fr/news/press.htm

Fonte: www.site13online.org

Convenzione europea: dove sono le donne?

La Convenzione sul futuro dell'Europa ha appena iniziato i suoi lavori (28 febbraio 2002) e la Lobby europea delle donne (LEF) lancia una campagna per denunciare la scarsa presenza di donne al suo interno. A fronte di 87 membri di sesso maschile, dichiara la LEF, la Convenzione comprende solo 16 donne, mentre nel gruppo ristretto (Presidio) le donne sono 2 su 12 membri, la spagnola Ana de Palacio e la britannica Gisela Stuart.

Secondo Mary McPhail, segretaria generale della LEF, «la Convenzione sul futuro dell'Europa ha il compito molto importante di preparare il terreno per l'Unione europea di domani e ci sembra impensabile che il Presidio e la Convenzione svolgano i lavori senza affrontare la questione del deficit di rappresentanza dei diritti e degli interessi delle donne»

Informazioni: www.womenlobby.org

Fonte: www.site13online.org

mai più bambini soldato

Il 12 febbraio 2002 è entrato in vigore il Protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia dell'Onu contro l'impiego dei minori nei conflitti armati. Il Protocollo, firmato da 94 Paesi e ratificato da 14, stabilisce che gli Stati interessati non potranno più impiegare nei conflitti armati i minori di 18 anni. Approvato il 25 maggio 2000 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l'entrata in vigore il Protocollo segna un passo storico verso la totale abolizione dell'impiego dei minori nei conflitti armati.

Informazioni: www.child-soldiers.org

Fonte: www.site13online.org

Parlamento europeo contro l'analfabetismo

L'analfabetismo è un problema ancora attuale all'interno dell'Unione europea, con gravi ripercussioni umane e sociali. Benché non siano disponibili statistiche ufficiali, si stima che circa il 10-20% della popolazione dei Quindici e oltre il 30% di quella dei Paesi candidati non sia in grado di leggere e scrivere. Per affrontare più efficacemente il problema, il Parlamento europeo ha approvato (con 367 voti a favore, 1 contro e 6 astensioni) la relazione di Marie-Thérèse Hermange (PPE-DE, F), che chiede l'avvio di un'azione congiunta a livello comunitario per garantire che la lotta all'analfabetismo diventi parte integrante dei programmi contro l'esclusione sociale e delle altre politiche comunitarie. I deputati chiedono all'Esecutivo di preparare un Libro verde sull'argomento e di presentare indicatori specifici e le buone pratiche relative alla lotta all'analfabetismo collegate agli orientamenti sull'occupazione e al metodo aperto di coordinamento utilizzato nella lotta contro la povertà e l'esclusione. Il Libro verde dovrebbe inoltre includere l'elenco e il calendario degli obiettivi da raggiungere. Un altro compito della Commissione dovrebbe essere quello di presentare una proposta di raccomandazione da rivolgere ai Paesi membri affinché prendano misure a livello nazionale, regionale e locale.

La Commissione e il Consiglio dovrebbero anche dar vita a un osservatorio europeo sull'analfabetismo presso il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale di Salonicco. I deputati affermano poi che i lavoratori migranti che conoscono solo la loro lingua d'origine non dovrebbero essere considerati analfabeti.

Informazioni: www.europarl.eu.int

Fonte: Ufficio Europa Cgil


bando europeo

La Commissione europea ha lanciato un nuovo Bando che mira a rafforzare la cooperazione transnazionale dei rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro in materia di informazione, consultazione e partecipazione nelle imprese che operano in più di uno Stato membro, con un aiuto prioritario accordato alle imprese cui non si applicano le direttive 94/45/CE e 97/74/CE.

Il Bando servirà anche a finanziare la formazione dei rappresentanti dei lavoratori all'interno delle istanze internazionali di informazione, consultazione e partecipazione, oltre che le azioni innovative riguardo la prevenzione e risoluzione dei conflitti nelle imprese multinazionali, in particolare quelli che nascono a seguito di una ristrutturazione.

Un ammontare massimo del 10% del credito totale di questa linea di bilancio è destinato alla partecipazione dei rappresentanti dei partner sociali dei paesi candidati all'adesione.

Azioni eleggibili:

1) Scambio di informazioni ed esperienze nel campo della informazione, consultazione e partecipazione all'interno delle imprese o di gruppi di imprese: rapporto fra queste pratiche di informazione e di consultazione a livello dell'impresa e dimensione di settore europea.

2) Azioni che mirano a preparare il coinvolgimento dei lavoratori nella società europea.

3) Azioni innovative in materia di diffusione dei diritti di informazione e consultazione, di anticipazione dei mutamenti e di prevenzione e risoluzione dei conflitti, legati in particolare alle ristrutturazioni, fusioni, cessioni e delocalizzazioni di imprese.

Le azioni congiunte fra rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro saranno particolarmente incoraggiate.

Priorità:

Le azioni innovative relative a nuovi soggetti nel campo dell'informazione, consultazione e partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori nelle imprese.

Tipologia organizzazioni promotrici:

Per l'attività 1): le organizzazioni dei rappresentanti dei lavoratori, le associazioni di imprenditori o gli organismi tecnici costituiti da una delle parti o da entrambe le parti.

Per l'attività 2): * per i lavoratori: i comitati aziendali o organismi simili di rappresentanza generale dei lavoratori; il sindacato regionale, nazionale, europeo, di settore o interprofessionale (confederale) che copre le imprese interessate; * per gli imprenditori: la direzione o l'organismo degli imprenditori a livello nazionale, europeo, interprofessionale o di settore; * gli organismi tecnici costituiti da una o più parti.

Per l'attività 3): la direzione e i rappresentanti dei datori di lavoro nelle imprese interessate; le organizzazioni che rappresentano gli imprenditori o i lavoratori a livello interprofessionale (europeo, nazionale, locale) o di settore (europeo, nazionale o di azienda); gli organismi tecnici costituiti da una o più di queste parti.

Suggerimenti
della segreteria Ces:

* Formazione sui Comitati aziendali europei (Cae). Promozione delle attività in cui l'integralità del Cae di una impresa parteciperebbe, più uno o due membri delle rappresentanze nazionali dei lavoratori, allo scopo di favorire la coerenza per migliorare l'informazione e la consultazione; una parte delle attività dovrebbe anche fare riferimento ai diritti esistenti.

* Formazione sulla società europea. Proposte di formazione dei rappresentanti dei lavoratori in materia di: contenuto del regolamento e della direttiva; contenuto della legislazione nazionale e partecipazione dei lavoratori in un consiglio di sorveglianza e nel consiglio di amministrazione; creazione della società europea; strategie di negoziazione.

* Formazione sulla ristrutturazione. Insistere su una migliore utilizzazione dei diritti esistenti; sul rispetto degli obblighi di informazione e consultazione; sull'adeguamento degli accordi ai mutamenti strutturali.

Procedure e scadenza:

Solo i progetti che iniziano nel 2002 saranno presi in considerazione. La data limite di presentazione è fissata al 13 settembre 2002. L'esame e la selezione delle domande saranno effettuate da un comitato di selezione che si riunirà il 27 marzo 2002, il 31 maggio 2002 e il 13 settembre 2002.

Finanziamento:

Nel 2002, un ammontare di 6 milioni di euro è accordato a questa linea di bilancio. Questa sovvenzione non coprirà il costo totale del progetto.

Un apporto proprio del promotore del progetto è dunque previsto: almeno il 20% del costo totale del progetto. L'apporto proprio può includere un contributo «in natura» (corrispondente cioè a costi propri del promotore, ad esempio costi di personale coinvolto nell'azione).

La regola generale prevede un anticipo del 70% (quando la sovvenzione è inferiore a 100.000 euro), e del 30% (quando la sovvenzione supera i 100.000 euro).

Riferimenti e informazioni:

La linea di bilancio è amministrata dalla DG Occupazione e Affari Sociali, Commission européenne, Unité D/3, 37 rue Joseph II, B - 1049 Bruxelles. Fax: +3222990890, e-mail: EMPL-B3-4003@cec.eu.int

Una Guida 2002 per i promotori di progetti, il testo del Bando 2002 e i formulari di domanda sono disponibili all'indirizzo: http://forum.europa.eu.int/Public/irc/empl/european_works_council/library

Per avere consigli, assistenza, documenti e valutazioni, è possibile consultare un "Info-point" a questo indirizzo: Bld. Roi Albert II 5-7e piano, B-1210 Bruxelles; contatto: Claudio Stanzani, tel: + 3222240465, e-mail: cstanzan@etuc.org