confusione duratura

«Attenzione nobili cittadini afghani. Come sapete, i Paesi della coalizione hanno lanciato per voi delle razioni di cibo quotidiane dentro buste di plastica gialle. Hanno forma rettangolare o di un quadrato allungato. (...) Non vorremmo vedere un civile innocente portarsi via per errore una bomba credendo che contenga cibo. Anche le bombe sono gialle. Non confondete la forma a cilindro delle bombe con quella rettangolare del cibo». Non è una macabra battuta, ma un messaggio lanciato nelle scorse settimane dalle forze armate Usa alla popolazione dell'Afghanistan. La tragica realtà della guerra "pane e bombe", come l'aveva definita il presidente statunitense, sta superando la fantasia ed evidenziando grande confusione.

Non si tratta di essere pacifisti a oltranza se si critica questa guerra, si tratta piuttosto di ragionare sui motivi e, soprattutto, sulla sua utilità, tenendo ben presente che la guerra è sempre una sconfitta, per tutti. Così come, va precisato, non si tratta di essere antiamericani quando non si condividono le scelte dell'amministrazione Usa o addirittura filotalebani quando si dice che non si contrasta il terrorismo internazionale bombardando da 5000 metri d'altezza un intero Paese. La Confederazione europea dei sindacati, ad esempio, dice: «Punire i colpevoli di atti terroristici, sì. Dichiarare guerra ai poveri, no!».

Critiche e preoccupazioni sull'attuale situazione sono doverose, per chiunque abbia a cuore le sorti dell'umanità e non voglia farsi abbindolare dalla propaganda. Quando si leggono frasi come: «E' vero, dobbiamo vincere la guerra al terrorismo, ma dobbiamo già prepararci anche per la prossima guerra», pronunciata dal ministro della Difesa statunitense Donald Rumsfeld, che negli stessi giorni aveva dichiarato di non avere idea di dove si trovano i terroristi; oppure come: «Il mondo si è diviso tra chi sta sotto la bandiera della croce e chi sta sotto la bandiera dell'Islam», scritta in un delirante messaggio inviato via fax da Bin Laden, non si può non essere preoccupati e determinati a non cadere in questa trappola. Se poi si leggono alcune cifre, lo sconcerto cresce.

L'Afghanistan è il Paese più povero del mondo; la speranza di vita della popolazione afgana è di 40 anni, il 70% è malnutrito, la percentuale di mortalità dei bambini sotto i 5 anni è del 25,7% e l'analfabetismo supera il 64%; 7,5 milioni di afghani dipendono dagli aiuti internazionali per sopravvivere, il 70% di questi sono donne e bambini (circa un milione e mezzo bambini con meno di 5 anni); circa un quinto della popolazione afghana è attualmente costituito da profughi e sfollati (oltre 5 milioni di persone). Nelle prime quattro settimane di bombardamenti sono stati uccisi probabilmente (dal momento che non sono disponibili dati ufficiali) circa 1000 civili. L'Onu ha chiesto alla comunità internazionale 268 milioni di dollari per fronteggiare la possibile fuga di oltre un milione di afghani verso il Pakistan e l'Iran, ma finora sono stati stanziati solo 52 milioni di dollari. Il collegamento satellitare delle televisioni dall'Afghanistan costa 2000 dollari ogni 15 minuti. Ogni missile Cruise costa un milione di dollari (ne sono già stati lanciati oltre 100 sul territorio afghano); ognuna delle centinaia di bombe finora sganciate costa 80-100.000 dollari. La spesa militare mondiale (in forte crescita negli ultimi anni, dopo il crollo registrato negli anni Novanta) ammonta a circa 800 miliardi di dollari (2,6% del Pil mondiale). Robert Baer, ex dirigente della Cia e medaglia alla carriera ha dichiarato: «A salvare la Casa Bianca sul volo 93, l'aereo che si è schiantato in Pennsylvania l'11 settembre, è stato un gruppo di giocatori di rugby che si trovava su quel volo: è per questo che spendiamo 30 miliardi di dollari all'anno negli Stati Uniti per i servizi segreti?».

Nessun commento a cifre che parlano da sole, piuttosto una riflessione da cittadini europei. La vera solidarietà al popolo americano non si manifesta tanto sventolando bandiere a stelle e strisce, ma contribuendo a definire come si governa un mondo complesso, che sia in prospettiva multipolare, e come si sconfigge veramente il terrorismo: nessuno ha ricette facili, ma questo dovrebbe fare l'Europa che vogliamo costruire, invece di perdersi in polemiche sul grado di europeismo dei singoli Stati o in strategie di potere fine a se stesse. n


l'Ue e la guerra

L'Unione europea conferma la sua solidarietà agli Stati Uniti per gli attentati dell'11 settembre e, soprattutto, il suo totale appoggio all'intervento militare in Afghanistan. Questa la posizione definita dai capi di Stato e di governo dell'Ue riunitisi in Consiglio europeo a Gand (Belgio) lo scorso 19 ottobre. Nessun dubbio, quindi, sull'efficacia di una simile azione militare e sul fatto che il gruppo dirigente della rete terroristica Al Qaeda si trovi effettivamente e tuttora in Afghanistan. Nel documento finale di Gand, di cui riportiamo di seguito alcuni passaggi, si fa riferimento ad un impegno politico e umanitario dell'Unione europea da attuare quando l'obiettivo sarà raggiunto, e ad un impegno «affinché sia risparmiata la popolazione civile», ma quest'ultimo pare disatteso, a meno che le centinaia di vittime causate finora dai bombardamenti non siano considerate anche dall'Ue come semplici "effetti collaterali". L'obiettivo, sostiene il Consiglio europeo, «resta l'eliminazione dell'organizzazione terrorista Al Qaeda». Obiettivo meritorio, ma per il raggiungimento del quale probabilmente dovrebbero essere tenuti nel dovuto conto due aspetti: il ministro della Difesa statunitense Donald Rumsfeld ha ammesso che gli Usa non hanno idea di dove si trovino Osama Bin Laden e i suoi uomini; Al Qaeda è una rete terroristica, con nodi sparsi in tutto il mondo (60 Paesi, secondo il presidente Usa George W. Bush) e soprattutto in molte città europee: dunque il bombardamento dell'Afghanistan molto probabilmente non sarà sufficiente per centrare l'obiettivo.

pieno appoggio all'intervento militare

«Il Consiglio europeo conferma il suo più fermo sostegno alle operazioni militari, che hanno preso inizio il 7 ottobre e che sono legittime ai termini della Carta delle Nazioni Unite e ai sensi della risoluzione n. 1368 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Constata che tali azioni mirate s'iscrivono sulla falsariga delle conclusioni del Consiglio europeo straordinario del 21 settembre scorso. I partner continueranno ad adoperarsi quanto più possibile affinché sia risparmiata la popolazione civile.

Il Consiglio europeo è determinato a combattere il terrorismo sotto tutte le sue forme e ovunque nel mondo. In Afghanistan, l'obiettivo resta l'eliminazione dell'organizzazione terrorista Al Qaeda che è all'origine degli attentati dell'11 settembre e i cui dirigenti non sono stati consegnati dal regime dei talebani. Occorre sin d'ora operare, sotto l'egida delle Nazioni Unite, per favorire l'emergere di un governo stabile, legittimo e rappresentativo dell'insieme della popolazione afghana, rispettoso dei diritti dell'uomo e desideroso di sviluppare buone relazioni con tutti i Paesi limitrofi. Non appena questo obiettivo sarà conseguito, l'Unione europea si impegnerà con la comunità internazionale in un vasto e ambizioso programma, allo stesso tempo politico e umanitario, di aiuti alla ricostruzione dell'Afghanistan, in vista della stabilizzazione della regione. La Presidenza, con l'Alto Rappresentante e la Commissione, proseguirà i contatti con tutti i Paesi della regione al fine di associarli a tale processo».

lotta contro il terrorismo

«Il Consiglio europeo proseguirà gli sforzi volti a rafforzare la coalizione della comunità internazionale nella lotta contro il terrorismo sotto tutti i suoi aspetti. Il Consiglio europeo ha esaminato l'attuazione del piano d'azione per la lotta contro il terrorismo, in applicazione del quale 79 azioni sono ormai avviate. (...) Il Consiglio europeo chiede al Consiglio di concentrarsi in particolare su quattro punti che devono diventare operativi nei tempi più brevi:

- L'approvazione, in occasione del Consiglio "Giustizia e affari interni" del 6 e 7 dicembre prossimo, sulla base dei progressi già compiuti, delle modalità concrete in materia di ordine europeo di arresto, di definizione comune della punibilità del terrorismo e di blocco dei beni (...).

- Il rafforzamento della cooperazione tra i servizi operativi incaricati della lotta al terrorismo: l'Europol, l'Eurojust, i servizi di informazione, i servizi di polizia e le autorità giudiziarie. Questa cooperazione deve, segnatamente, consentire di stilare entro la fine dell'anno un elenco delle organizzazioni terroristiche.

- La lotta efficace contro il finanziamento del terrorismo mediante l'approvazione formale della direttiva contro il riciclaggio di denaro e la ratifica accelerata da parte di tutti gli Stati membri della Convenzione delle Nazioni Unite sulla repressione del finanziamento del terrorismo (...).

- L'approvazione senza indugio delle proposte della Commissione in materia di sicurezza aerea».

aiuti umanitari e collaborazione con gli Usa

«L'aiuto umanitario all'Afghanistan e ai Paesi limitrofi costituisce una priorità assoluta e l'Unione europea e gli Stati membri stanzieranno, assieme ad altri donatori, tutti gli aiuti umanitari necessari per far fronte alle necessità della popolazione e dei rifugiati afghani. Gli sforzi dell'Unione si iscrivono nel quadro delle Nazioni Unite, del Cicr e delle altre organizzazioni umanitarie. L'Unione esprime il suo apprezzamento per l'offerta della Federazione russa di cooperare strettamente all'instradamento degli aiuti.

Il Consiglio europeo ha esaminato l'impatto economico e finanziario della crisi afghana sui Paesi limitrofi che accolgono rifugiati. L'accoglienza dei rifugiati in tali Paesi non può che essere temporanea, mentre l'obiettivo è quello del loro ritorno in Afghanistan non appena la crisi sia stata risolta. L'Unione compirà ogni sforzo per attenuare le ripercussioni negative sul piano economico, finanziario e umanitario che questi Paesi subiscono. Conformemente alle conclusioni del Consiglio "Affari generali" del 17 ottobre 2001, l'Unione accrescerà le sue relazioni con i Paesi della regione.

Nel medesimo contesto, il Consiglio europeo ha inoltre esaminato le proposte concrete di cooperazione che le autorità statunitensi hanno formulato in seguito all'incontro svoltosi il 27 settembre scorso tra il presidente del Consiglio europeo ed il presidente degli Stati Uniti.

(...) L'Unione è inoltre pronta ad impegnarsi con gli Stati Uniti in iniziative a carattere reciproco quali:

- L'agevolazione dell'assistenza giudiziaria reciproca tra le autorità competenti degli Stati Uniti e degli Stati membri, nonché l'estradizione in materia di terrorismo, in conformità delle norme costituzionali degli Stati membri.

- L'intensificazione degli sforzi comuni in materia di non proliferazione e di controllo all'esportazione sia per gli armamenti sia per le sostanze chimiche, batteriologiche e nucleari che potrebbero essere utilizzate a fini terroristici.

- Il rafforzamento della nostra cooperazione per garantire la sicurezza dei passaporti e dei visti, nonché la lotta contro la falsificazione dei documenti».

 

KAPUSCINSKI: «CON LA VENDETTA MILITARE SI FA POCA STRADA»

Ryszard Kapuscinski, uno dei più grandi giornalisti contemporanei e autore di numerosi libri e reportage, ha rilasciato un lunga intervista al quotidiano polacco "Gazeta Wyborcza" lo scorso 28 settembre, riflettendo sul mondo prima e dopo l'11 settembre. Il settimanale italiano "Internazionale", che sta seguendo le questioni della crisi internazionale dando ampio spazio ad articoli di organi d'informazione di tutto il modo, ha pubblicato questa intervista (numero 19-25 ottobre 2001, pag. 17), della quale riportiamo di seguito alcuni brevi ma significativi passaggi.

«Il nostro mondo è a un bivio (...). Il processo di globalizzazione e la nascita di una società planetaria sono irreversibili. Quindi, o cominciamo a odiarci, a combatterci, a sterminarci, a vedere il diverso come un nemico della nostra cultura e della nostra religione, oppure cominciamo a cercare la comprensione e la conoscenza reciproca. Dobbiamo decidere se, vivendo tra culture, civiltà e religioni diverse dalle nostre, vogliamo cercarvi il peggio per rafforzare i nostri stereotipi, o se vogliamo invece trovare i punti di contatto. (...) E' una scelta cruciale per il futuro del nostro pianeta, perché se introduciamo nel nostro pensiero la terminologia dei rapporti militari, in cui si parla di "avversari" e "nemici" anonimi, sarà la catastrofe. Con l'attuale saturazione di armi di ogni tipo è molto facile far saltare in aria il mondo. (...) Si possono innescare processi a catena che nessuno sarà in grado di controllare e che pochi prendono in considerazione. Se continueremo a creare un clima di rivalsa e di vendetta saranno guai. (...) Siamo oltre sei miliardi di persone, con una miriade di culture, religioni, lingue, interessi, scopi, desideri e bisogni diversi. La società planetaria non possiede una scala comune di valori né un'autorità comune che la comandi. Non è governata da nessuno ed è talmente carica di emozioni che usare il linguaggio del terrore e dell'odio è come sventolare una miccia accanto a un barile di polvere. Anche i politici che non riflettono sul contesto degli attentati dell'11 settembre fanno un gioco molto pericoloso. Mi preoccupa che risuonino così poche voci di riflessione e di timore. Eppure è così facile far scoppiare una guerra e causare distruzioni dalle quali sarà impossibile riprendersi.

(...) E' chiaro che gli autori degli attentati negli Usa vanno trovati e puniti, ma non è questo il modo migliore per reagire alla crisi che stiamo attraversando. Se si pensa esclusivamente alla vendetta militare si fa poca strada. Anche ammettendo che, dopo la risposta armata, si possa tornare alla beatitudine degli ultimi dieci anni, in men che non si dica ci ritroveremo a urlare di paura per qualche altra ragione. (...) L'11 settembre ci ha fatto vedere quanto sia fragile il nostro mondo. D'ora in poi la consapevolezza di questa fragilità dovrà stare al centro delle nostre riflessioni sul mondo e, soprattutto, del nostro modo di agire all'interno di esso».

 

rischi chimici e biologici

«Il Consiglio europeo ha esaminato le minacce di commettere atti terroristici impiegando armi chimiche o biologiche. Atti, questi, che richiedono reazioni adeguate sia da parte di ciascuno Stato membro che dell'Unione europea nel suo insieme. Non si è constatato alcun attacco di questo genere in Europa. Le autorità manterranno una vigilanza rafforzata e sarà intensificata la cooperazione tra i servizi di informazione, di polizia, di protezione civile e sanitari.

In parallelo alle misure già adottate, il Consiglio europeo chiede al Consiglio e alla Commissione di preparare un programma di misure intese a migliorare la cooperazione tra gli Stati membri in materia di valutazione dei rischi, di allarme e intervento, di stoccaggio dei mezzi, e nel settore della ricerca. Tale programma dovrà riguardare tanto l'individuazione e l'identificazione degli agenti infettivi e tossici, quanto la prevenzione e il trattamento delle aggressioni chimiche e biologiche. Il programma in questione prevederà la designazione di un coordinatore europeo per le azioni di protezione civile (...)».

Medio Oriente

«Il Consiglio europeo sottolinea la necessità cruciale di rilanciare senza condizioni preliminari il processo di pace in Medio Oriente. Le risoluzioni 242 e 338 devono restare il fondamento di una soluzione politica, basata sulla creazione di uno Stato palestinese e sul diritto di Israele a vivere nella pace e nella sicurezza. Tale soluzione presuppone necessariamente la cessazione della violenza ed il riconoscimento del principio di due Stati. La Presidenza del Consiglio europeo è incaricata, unitamente all'Alto Rappresentante ed alla Commissione, di recarsi nei Paesi direttamente coinvolti al fine di esaminare gli strumenti con cui l'Unione può favorire il rilancio di tale processo. L'Unione annetterà particolare importanza al rilancio dell'attività economica e degli investimenti nei territori palestinesi».

dialogo tra culture

«L'Unione europea compirà sforzi accresciuti nelle altre regioni del mondo al fine di favorire un equo sistema mondiale si sicurezza, di prosperità, di democrazia e di sviluppo. Lo Stato di diritto deve essere ripristinato nelle zone in cui è stato violato. Il ritorno alla stabilità nei Balcani costituisce tuttora una chiara priorità dell'Unione europea.

Al fine di evitare un amalgama tra il terrorismo ed il mondo arabo e musulmano, il Consiglio europeo ritiene indispensabile favorire il dialogo da pari a pari tra le nostre civiltà, segnatamente nel quadro del processo di Barcellona, ma anche attraverso una politica attiva di scambi culturali. L'Unione invita i responsabili negli Stati membri a attribuire una priorità concreta al dialogo tra culture, tanto in ambito internazionale quanto in seno alla loro società». n


Ces: lotta al terrorismo non guerra ai poveri

«Punire i colpevoli di atti terroristici, sì. Dichiarare guerra ai poveri, no!». Si conclude così il breve messaggio denominato Dichiarazione sociale che la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha lanciato lo scorso 19 ottobre a Gand (Belgio). Secondo i sindacati europei, che considerano necessario costruire l'Europa della solidarietà, il ruolo dell'Unione europea nell'attuale grave crisi internazionale deve essere rafforzato e mai come oggi l'Ue riveste un'importanza fondamentale perché, ricorda la Confederazione europea dei sindacati, «l'Europa ci ha portato 50 anni di pace». Così, la Ces dichiara che «l'Europa deve ricordare al mondo» come «l'estrema povertà degli uni di fronte all'opulenza degli altri» costituiscano una grave condizione del mondo attuale, perché rappresentano «uno dei concimi della violenza».

Tutto ciò, sottolineano i sindacati europei, nella consapevolezza che «la pace - i tragici avvenimenti dell'11 settembre ce l'hanno ricordato - non è solamente il non-affrontarsi delle nazioni. È anche il rifiuto della violenza omicida».

Questa Dichiarazione sociale dei sindacati europei è stata presentata nel corso di un simposio che ha preceduto la manifestazione sindacale tenutasi in occasione del Consiglio europeo straordinario di Gand, mobilitazione cui hanno preso parte oltre 10.000 persone. Il testo della Dichiarazione è poi stato consegnato al primo ministro belga Guy Verhofstadt, che attualmente ricopre la carica di presidente di turno del Consiglio europeo.

Qualche giorno prima, l'11 ottobre, il Comitato esecutivo della Ces aveva adottato una risoluzione riguardante la "Lotta al terrorismo". Riaffermando la «condanna vigorosa e senza equivoci degli attacchi terroristici perpetrati negli Stati Uniti», la Ces esprime la profonda convinzione che «per sradicare il terrorismo, la comunità internazionale deve impegnarsi oltre l'azione militare per eliminare le fonti di conflitto e di tensione che sfruttano le reti terroristiche nella loro volontà criminale». A questo scopo, i sindacati europei sottolineano come l'Unione europea debba mostrare «una accresciuta determinazione nella promozione della pace e della giustizia in Medio Oriente» e debba necessariamente «partecipare a tutte le iniziative internazionali utili per intensificare gli sforzi di lotta contro la povertà e la disoccupazione massiccia, e per la speranza di un futuro migliore nelle regioni dove oggi regnano miseria e disperazione».

In un orizzonte così ampio, che coniuga soluzioni politiche, sociali ed economiche, le operazioni militari in corso in Afghanistan «devono limitarsi precisamente alle reti ed infrastrutture terroristiche, in modo da evitare i rischi di estensione del conflitto ad altri Paesi e nuove sofferenze per le popolazioni civili» ammonisce la Ces. Inoltre, sollecitano i sindacati europei, «misure urgenti devono essere messe in opera per procurare un aiuto ed un riparo alle persone profughe e rifugiate».

La Confederazione europea dei sindacati si dichiara infine disposta a consolidare il dialogo sindacale e la cooperazione nel bacino del Mediterraneo, perché, viene sottolineato, «la crisi attuale mette in luce la necessità per le organizzazioni sindacali europee di giocare un ruolo attivo, assicurando che la tolleranza, il rispetto e la comprensione reciproca tra popoli di origini e credenze differenti continuino ad essere salvaguardate e incoraggiate».

Fonte: www.etuc.org


narcotraffico e affari globali

Sull'attuale scenario di guerra si leggono molte analisi e interpretazioni, prese di posizione e previsioni, ma spesso gli organi di informazione trascurano due elementi molto importanti e tutt'altro che secondari per capire meglio quanto sta succedendo: l'oppio e il petrolio. Si tratta infatti di due risorse naturali che interessano direttamente o indirettamente tutte le parti in causa del conflitto in corso e che rivestono un ruolo fondamentale nella comprensione di quanto sta avvenendo e avverrà nei prossimi mesi. Sulla questione dell'oppio (di cui l'Afghanistan è diventato il primo produttore al mondo) e degli ingenti profitti derivanti dal suo commercio (anche sotto forma di eroina) pubblichiamo di seguito alcune riflessioni del giornalista Luca Rastello, rese note dall'agenzia d'informazione "testimoni di GeNova"; per chi volesse approfondire l'argomento segnaliamo inoltre un dettagliato dossier pubblicato sul numero di ottobre 2001 dal mensile "Narcomafie", edito dal Gruppo Abele. Rispetto al petrolio, invece, sintetizziamo nella pagina seguente un'approfondita analisi curata dai giornalisti Federico Rampini e Magdi Allam pubblicata sul quotidiano "la Repubblica" lo scorso 24 ottobre.

«Nell'attuale globalizzazione economica, la cosiddetta "globalizzazione senza volto umano", l'economia criminale è uno dei pilastri. Solo una legislazione internazionale sui cosiddetti "paradisi fiscali" unita ad un allentamento delle convenzioni proibizioniste potrebbero iniziare a ridurre il ruolo dell'economia legata alle droghe nelle transazioni internazionali e quindi globali». E' quanto sostiene Luca Rastello, giornalista che da anni si occupa delle "narcomafie" e delle interconnessioni tra queste e l'economia, la finanza, la politica a livello locale, nazionale e internazionale.

un margine di profitto del 999 per 100

Le droghe cosiddette pesanti, cocaina ed eroina, sono nella storia dell'economia umana le merci che hanno garantito i più alti margini di profitto. Basta pensare che per un dollaro investito in produzione di coca se ne producono mille di guadagno: il margine di profitto è dunque del 999 per 100. Questo fa sì che siano l'oggetto privilegiato dell'economia criminale, ma non solo di questa, anche dell'economia di guerra e dell'economia corsara dei nuovi stati nati dalla frammentazione del mondo verificatasi negli anni Novanta. Questo avviene perché, sottolinea Rastello, classi dirigenti che hanno bisogno di stabilizzarsi, di garantire il proprio ruolo e potere indipendentemente dallo sviluppo reale dei loro Paesi, hanno bisogno anche di accumulazioni di ricchezza vertiginosamente veloci, che il ciclo legale non garantisce. Per tale ragione le economie della coca e dell'oppio sono diventate così importanti per le classi dirigenti di mezzo mondo che è ormai enormemente difficoltoso distinguere il sistema economico complessivo di molti Paesi da quello dell'economia criminale. Questo vale nei Balcani, in Asia centrale ma anche in Colombia e parte dell'America Latina.

Secondo Rastello «tutto ciò accade perché il margine di profitto è garantito dalla difficoltà di accesso al mercato al livello del dettaglio: che si può tradurre col termine "proibizione". E dico questo senza voler sostenere che abolendo la proibizione si toglierebbe mercato alle mafie, perché non è vero (altrimenti il tabacco non sarebbe un altro mercato privilegiato). Ormai le organizzazioni criminali sono delle realtà economico-finanziarie transnazionali polverizzate e agiscono lungo canali di relazione indipendentemente dalla natura più o meno legale della merce che trattano».

droghe: parte strutturale dell'economia di guerra

I mercati della cocaina e dell'eroina hanno il valore aggiunto dell'alta redditività, più delle armi. Il mercato delle armi ha infatti un fatturato complessivo molto più alto di quello delle droghe, ma il mercato delle droghe presenta margini di profitto infinitamente più alti. Hanno quindi due modi paralleli e diversi di essere convenienti. Questo ha fatto sì che in molte crisi di guerra i due mercati viaggiassero parallelamente. Per spiegare meglio Rastello propone un esempio: le "triangolazioni" che si facevano sull'Adriatico tra il 1993 e il 1995. Non è vero che si scambiavano armi con droga. In realtà, i grossi canali dell'eroina che giungeva dalla Turchia (terra di raffinazione verso l'Europa) aprivano delle relazioni tra Paesi e dei canali su cui passavano anche le armi, però queste armi andavano a fazioni non sempre in grado di pagarle. Così, l'ingrosso dell'eroina giungeva insieme alle armi a fazioni che si prendevano l'incarico di trasformare l'ingrosso in dettaglio, gestendo gli ultimi livelli del mercato e realizzando così quei margini di profitto straordinario che permettevano loro di pagare le armi. Questo ha coinvolto eserciti e stati nel mercato criminale ed è l'esempio della mafia del Kosovo, che per anni ha dovuto svolgere questo tipo di lavoro prima di organizzarsi anche come soggetto fiancheggiatore di formazioni militari, a loro volta profondamente condizionate dal mercato criminale e illegale.

«Dunque - afferma Rastello - non basta dire che la droga è il canale di finanziamento delle parti in armi: è un elemento strutturale e sostanziale dell'economia di guerra internazionale».

narco-Stati non solo nel Sud del mondo

Come in tutti i settori dell'economia, anche nell'economia criminale si è verificato il fenomeno della concentrazione della maggior parte della lavorazione delle droghe nei luoghi di produzione, che essendo generalmente situati in aree povere e disagiate garantiscono costi minori. La raffinazione, che negli anni Settanta e Ottanta si faceva in Turchia e Sicilia e che dava a queste mafie un grande potere geopolitico, ha iniziato dunque a concentrarsi sui luoghi di produzione. Questo, secondo Rastello, ha radicalmente cambiato la geopolitica delle cosche: le mafie italiane, ad esempio, oggi contano molto meno alla luce di queste trasformazioni, perché sono diventate semplici agenzie di servizi che lavorano in nome e per conto di altri soggetti che "muovono" le droghe. Tali soggetti non sono più solamente cosche criminali ma interi Stati e soprattutto soggetti economici e finanziari. Infatti, la parte maggiore degli ingenti profitti che le droghe garantiscono non va ai produttori bensì a coloro che attuano il reinvestimento di questo denaro nel ciclo legale. Si pensi ad esempio che nel 1996 nelle banche della Florida sono entrati 9 miliardi di dollari, naturalmente senza controllo, provenienti dai cartelli colombiani e messicani della droga. Questo ha fatto sì che l'intero sistema finanziario della Florida, quarto Stato per popolazione degli Stati Uniti, dipendesse da una forma non dichiarata di riciclaggio. Quando si parla di narco-Stati, dunque, non bisogna pensare solo al Sud del mondo: «Il fenomeno è molto più complesso e investe l'economia occidentale, perché lì produce i suoi maggiori profitti. In questo ciclo, gli interlocutori di quelle agenzie di servizi transnazionali, che sono diventate le mafie, sono soggetti di ogni genere e perfino pubblici insieme ai soggetti economici e finanziari anch'essi transnazionali».

il caso Afghanistan

Per quanto riguarda l'Afghanistan, oggi al centro dell'attenzione mondiale, l'aspetto dell'economia illegale è particolarmente delicato, perché negli ultimi due anni il Paese è diventato il primo produttore mondiale di oppio, con una produzione stimata tra il 75 e il 79% di quella mondiale totale. Fino a 6-7 anni fa il primo produttore era la Birmania e il secondo il Pakistan. La ragione fondamentale di questa escalation afghana è stata la scelta del Pakistan, che oltre ad essere il secondo produttore mondiale fino a qualche anno fa rivestiva un ruolo estremamente delicato negli equilibri tra Oriente e Occidente, ed è servito come base per gli appoggi internazionali nella lotta contro i sovietici. Nel periodo dell'invasione sovietica dell'Afghanistan, la scelta politica del Pakistan fu quella di finanziare e potenziare delle milizie musulmane sotto "l'ombrello" della Cia. L'esigenza di costruire in Afghanistan un governo amico, spiega Rastello, portò il Pakistan ad appoggiare l'insediamento dei talebani, di etnia pashtun esattamente come la maggioranza delle popolazioni che abitano le aree tribali del Nord del Pakistan. Queste aree erano i luoghi di maggiore coltivazione dell'oppio, nonché aree sottratte al controllo statale: per legge in quella parte del Pakistan lo stato ha giurisdizione soltanto sulle strade. «Qui - afferma Rastello - si sono dunque formati i cosiddetti "signori della droga", baroni dell'oppio come Haji Baktey, Haji Bakhchud, Gazi Khan, Haji Manjey, Haji Qimya Khan, Haji Shabaz, il tutto sotto la regia del potente pakistano Haji Ayub e dell'ex primo ministro del governo afghano sotto la presidenza di Rabbani, Gulbuddin Hekmatyar. Questi signori avevano due caratteristiche fondamentali: la capacità di controllo sulla fonte più redditizia dell'economia locale, capace di produrre profitti anche a livello internazionale; e poi il controllo delle frontiere, dal momento che la frontiera tra Pakistan e Afghanistan per queste persone praticamente non esiste essendo tutti di etnia pashtun». Si è così deciso di privilegiare questo ceppo etnico, dando ad esso forza, potere economico e armi, soprattutto alla sua espressione armata più radicale: i talebani.

scendere a patti con i "signori dell'oppio"

L'Afghanistan sotto i talebani è così diventato più interessante del Pakistan per l'economia criminale della zona, perché totalmente sottratto a giurisdizione nazionale e internazionale, più di quanto lo siano le aree tribali del Pakistan. Questo ha portato ad una forte espansione della coltivazione dell'oppio in aree fino a quel momento vergini dell'Afghanistan, come il Nuristan, il Nangahar e il Laghmar. «Lo stato afghano si è dunque coperto di oppio e questo - sottolinea Rastello - ha accresciuto anche il controllo interno, dal momento che questa produzione è diventata l'unica possibilità di sopravvivenza per i contadini (nell'economia globalizzata, infatti, le colture sostitutive sostenute dall'Onu non sono altro che un mito)». Nel 1999, poi, l'Afghanistan ha avuto una raccolto di oppio fenomenale: 4700 tonnellate (quantità che equivale a più di tutto l'oppio prodotto in tutto il mondo nei primi anni Novanta), che secondo l'Agenzia di consulenza per i progetti in Centro Asia equivale a circa 100 miliardi di dollari in eroina, più o meno il Pil di un Paese occidentale come Portogallo o Finlandia. Nello stesso anno hanno preso il via forme di guerriglia islamiche nei Paesi ex sovietici, mentre gli iraniani hanno iniziato a chiudere le frontiere ai convogli che andavano verso la Turchia per la raffinazione. I signori dell'oppio hanno così iniziato a "battere" i mercati settentrionali, da qui l'invasione dell'eroina in Tagikistan, Kazakistan e Russia, Paese quest'ultimo dove l'eroina è diventato un allarme federale perché si è registrato un aumento vertiginoso dei casi di tossicodipendenza ora stimati intorno ai tre milioni.

Le alleanze sul territorio afghano-pakistano sono dunque definite anche dal potere economico che l'oppio garantisce, dice Rastello, e chiunque voglia intervenire su quel quadrante deve tenerne conto. «Non credo sia possibile pensare: "facciamo la guerra e sradichiamo il papavero". Sarà necessario giungere a patti con i signori dell'oppio, come accadde anche durante l'invasione sovietica dell'Afghanistan». n

(Fonte: agenzia d'informazione "testimoni di GeNova")


petrolio: l'altra faccia della guerra

«Scatenata come risposta alla strage dell'11 settembre e per catturare Osama Bin Laden, la spedizione americana in Afghanistan nasconde un'altra faccia: quella di una guerra del petrolio, in cui si disegneranno i nuovi equilibri geopolitici nel controllo mondiale delle fonti di energia». Inizia così l'articolo dell'inviato di "la Repubblica", Federico Rampini, pubblicato il 24 ottobre scorso dal quotidiano nell'ambito di un'inchiesta sulle interconnessioni tra la guerra in corso e il controllo delle risorse naturali (inchiesta supportata da un articolo del giornalista Magdi Allam), i cui passaggi principali cerchiamo di sintetizzare in questa pagina. Crediamo infatti che sia giusto segnalare eventuali approfondimenti curati da organi di informazione, quando si tratta di contributi puntuali, documentati e che possono offrire ulteriori elementi di analisi dell'attuale grave situazione internazionale.

l'Arabia Saudita al centro

Rampini ricorda come l'Afghanistan non sia «solo un deserto montagnoso: è un incrocio fondamentale per i futuri approvvigionamenti di energia, dove si gioca una partita decisiva per la sicurezza economica dei Paesi industrializzati». L'Arabia Saudita è al centro della questione: è tra i Paesi probabili finanziatori del terrorismo e in esso vengono reclutati molti membri della rete terroristica Al Qaeda; è il primo produttore mondiale di greggio (le sue riserve ammontano a circa 262 miliardi di barili) nonché il primo fornitore singolo degli Usa (il 28% di tutte le importazioni americane oggi proviene dal Golfo persico, mentre negli anni Ottanta era meno della metà); sul suo territorio operano i colossi petroliferi statunitensi (soprattutto la Exxon Mobil). Secondo il giornalista, l'attuale situazione del mercato petrolifero mondiale (con il prezzo della benzina ai minimi storici) è ingannevole: «E' una calma irreale (...) che nasconde squilibri e pericoli immensi. I sauditi tengono un prezzo "politico" a 22 dollari il barile, è vero, ma al tempo stesso si sono assottigliati i margini di capacità produttiva in eccesso (pozzi e oleodotti disponibili per pompare più greggio in caso di crisi). Per gli esperti l'Occidente è più vulnerabile oggi che nel 1990, quando la guerra del Golfo fece schizzare il greggio a 40 dollari, ma c'erano 5 milioni di barili al giorno di capacità aggiuntiva a disposizione. Viaggiamo sul filo del rasoio, appesi al destino politico di un regime dispotico e corrotto come la monarchia saudita, che intere masse islamiche considerano traditrice a venduta agli Stati Uniti».

Afghanistan strategico

All'esigenza statunitense di accrescere la propria indipendenza energetica ha risposto la Russia, dando la propria disponibilità a fornire più greggio: una mossa che indebolisce il potere di ricatto dell'Opec. «La Russia - spiega Rampini - ha già aumentato la sua produzione a ritmi sostenuti: con sette milioni di barili al giorno è ormai vicina ad agganciare i livelli sauditi. Ha meno riserve conosciute (49 miliardi di barili) ma molti giacimenti potenziali che non sono esplorati per mancanza di capitali». Così, sottolinea l'inviato di "la Repubblica", «se il petrolio può ridefinire la geografia delle alleanze mondiali avvicinando gli interessi americani e russi, lo stesso petrolio ha un ruolo invisibile ma cruciale nella guerra dell'Afghanistan. Sotto le rocce del deserto afgano sono stati rilevati giacimenti di greggio e gas naturale, come segnala il centro Enisen di Santa Monica, in California. Soprattutto, la terra afghana è il luogo di passaggio obbligato per il gasdotto più importante del mondo. E' un progetto di importanza storica, che sposterebbe il baricentro del potere energetico dal Golfo verso l'Asia centrale, ma è bloccato da anni proprio per i continui conflitti afghani». Solo attraverso l'Afghanistan, infatti, potrebbero essere trasportati verso i mercati occidentali i 2000 miliardi di metri cubi di gas naturale che si trovano nel sottosuolo del Turkmenistan (circa il 30% di tutti i giacimenti mondiali). «Ora - sostiene Rampini - nei piani di guerra del Pentagono c'è proprio l'occupazione militare di una fascia di territorio afgano che corrisponde al tracciato di gasdotti e oleodotti per trasportare il gas turkmeno e il petrolio uzbeko fino al porto di Karachi, accessibile all'Occidente. La benedizione russa è pronta, in cambio della promessa che il futuro governo afgano sarà una coalizione con forze gradite a Mosca. E con tanti ringraziamenti dalla Chevron Texaco, la multinazionale texano-californiana che è il primattore assoluto in questa zona: ha investito 2,5 miliardi di dollari nell'altro oleodotto del Mar Caspio, e ha già messo gli occhi su giacimenti di 110 miliardi di barili di petrolio (il triplo delle riserve americane)».

il rivale Bin Laden

Sulla spartizione dell'energia dell'Asia centrale tra Russia e Usa (senza dimenticare la Cina) e del Golfo, probabilmente verranno ridisegnati gli equilibri geopolitici futuri. Ma per fare ciò sarà inevitabile eliminare dal gioco Osama Bin Laden che, come ricorda il giornalista Magdi Allam in un articolo pubblicato da "la Repubblica" a fianco di quello di Rampini, già nel 1996 dichiarò: «La presenza delle forze militari americane crociate negli Stati del Golfo islamico è il più grande pericolo che minaccia le più grandi riserve di petrolio del mondo (...). Questa presenza provoca la reazione del popolo e costituisce una aggressione per la loro fede, il loro onore e la loro sovranità, e questo li ha costretti alla Jihad armata contro gli occupanti». Ma gli Usa si impegneranno per garantire la continuità del controllo del petrolio del Golfo che, oltre ad essere quantitativamente di gran lunga più importante, è anche meno caro. Così, sottolinea Allam, «è chiaro che l'esito della guerra al terrorismo deciderà le sorti di due terzi delle riserve petrolifere mondiali».


la governance europea secondo i sindacati

Riforme dell'Unione, governance europea, coinvolgimento della società civile e delle parti sociali in questo processo, ruolo dell'Ue nell'attuale difficile situazione internazionale: si tratta di temi di estrema attualità in vista del prossimo Consiglio europeo di Laeken-Bruxelles (14-15 dicembre), in occasione del quale sindacati europei e cosiddetta società civile organizzata hanno deciso una grande mobilitazione. Di questi temi abbiamo parlato con i segretari regionali di Cgil-Cisl-Uil Lombardia, rispettivamente Susanna Camusso (Cgil), Carlo Borio (Cisl) e Walter Galbusera (Uil).

Sta per iniziare un nuovo processo di riforme istituzionali per l'Ue che si concluderà nel 2004. Nel recente Libro Bianco sulla governance, la Commissione europea auspica un'apertura alla società civile ed una sua reale partecipazione al dibattito che porterà alle riforme. Quali sono, a vostro avviso, gli spazi reali per un confronto di questo tipo e quali le principali richieste/proposte da avanzare?

Camusso: L'apertura alla società civile proposta nel Libro Bianco sulla governance è sicuramente un segnale positivo di un'Europa che deve sempre più qualificare la sua coesione politica e sociale e non limitarsi alla "moneta". I sintomi di sfiducia da parte dei cittadini nelle istituzioni comunitarie e nella capacità d'agire dell'Unione (culminati nel no irlandese al Trattato di Nizza) possono essere eliminati anche e soprattutto attraverso una partecipazione degli europei alle scelte politiche.

Sicuramente la metodologia utilizzata per le direttive sul lavoro, vissuta sul confronto tra le parti sociali e il recepimento degli accordi, è una strada utile per affermare l'Europa dei diritti del lavoro che indubbiamente pone alla Confederazione europea dei sindacati (Ces) il problema di essere sempre più confederazione e meno associazione di sindacati nazionali. La stessa Ces, del resto, ha già espresso un giudizio positivo alla strategia di Prodi, affermando il proprio appoggio a tutte quelle inziative destinate a «rendere l'Ue più efficace, aperta e democratica ai cittadini».

Borio: L'apertura auspicata dalla Commissione in riferimento al dibattito sul futuro dell'Europa rappresenta un fatto positivo, anche se non nuovo né esente da ambiguità. Non si tratta di una novità perché da anni è nella pratica della Commissione dialogare con i cittadini europei organizzati. Tale pratica ha avuto una formalizzazione importante con il Trattato di Maastricht attraverso il dialogo sociale che ha coinvolto imprenditori e sindacati in un ruolo di co-regolatori nell'ambito della politica sociale.

E tuttavia, come dicevo, questa apertura non è esente da ambiguità. Tale ambiguità risiede nella definizione - ad oggi ancora incerta - di cosa sia la società civile, quale sia la struttura organizzativa riconosciuta (basta una dimensione nazionale o è indispensabile una transnazionale? E inquesto caso con la presenza di tutti i Paesi dell'Unione, per non parlare dei Paesi candidati all'adesione...), quali ne siano i criteri di rappresentatività e le regole di funzionamento democratico.

Il documento della Commissione fa un riferimento esplicito a questi nodi, ma è chiaro che essi restano in buona parte da sciogliere. Il sindacato europeo, forte della sua lunga esperienza di organizzazione transnazionale, potrebbe utilmente contribuire a sciogliere queste ambiguità e, perché no, a svolgere un ruolo pedagogico se non di capofila di questa interlocuzione con le istituzioni.

Galbusera: Se l'intendimento della Ue, come esplicitato nel Libro Bianco, è quello di consultare le istituzioni regionali per meglio sfruttare le conoscenze locali, siano esse regionali o cittadine, ciò permetterà, almeno questo è quanto mi auspico, all'Unione di attuare le riforme tenendo conto delle diverse realtà, permettendole di avvicinarsi in modo ottimale alle attese dei cittadini che in quelle regioni vivono e lavorano. Occorre a questo riguardo non solo accrescere le modalità e le occasioni di informazione, ma migliorare le condizioni per diffondere attraverso le strutture delle forze sociali una vera e propria cultura di governance, a partire dalla trasparenza delle procedure decisionali.

A Perugia, lo scorso 13 ottobre, centinaia di rappresentanti di organizzazioni della società civile di tutto il mondo riunitisi nella quarta Assemblea dell'Onu dei popoli hanno proposto la costituzione di un Forum della società civile sull'Europa, che dovrebbe monitorare le politiche, proporre alternative e chiedere cambiamenti istituzionali. Condividete la proposta e come potrebbe essere organizzato un simile Forum?

Camusso: La proposta della costituzione del Forum della società civile sull'Europa è sicuramente molto interessante, soprattutto se consoliderà un significativo rapporto con la piattaforma delle Ong sociali. La Ces deve continuare a guardare con attenzione alle proposte tese a rafforzare la realizzazione di una comunità europea dei diritti, del lavoro, della cittadinanza e diventare soggetto fondamentale di questo processo e parte attiva principale del Forum.

Borio: E' una proposta non solo condivisibile, ma già trova in funzione elementi importanti, uno dei quali è appunto il Forum della società civile europea, cui si affianca la Piattaforma delle Ong sociali. Queste due organizzazioni hanno dato vita ad una Assemblea dei cittadini europei con cui la Confederazione europea dei sindacati collabora attivamente. In vista della Convenzione che verrà insediata dal Vertice di Laeken a dicembre, i sindacati europei hanno proposto che queste organizzazioni ed altre simili (Ong ambientaliste, dello sviluppo e dei diritti umani) si raccolgano appunto in un Forum permanente che partecipi in modo strutturato al dibattito che condurrà l'Unione alle riforme del 2004.

Galbusera: Si tratta di una proposta molto interessante e il Forum dovrebbe vedere la partecipazione delle organizzazioni dei lavoratori anche di istanza territoriale. Per essere pienamente condivisibile tale Forum dovrebbe dimostrare di essere strumento di proposta e di completamento al lavoro svolto in sede Ue e che vede il coinvolgimento delle regioni.

Un anno dopo la mobilitazione di Nizza, il prossimo dicembre si terrà un'altra grande manifestazione convocata dai sindacati europei in occasione del Consiglio europeo di Laeken-Bruxelles. Quale dovrà essere il significato di questa manifestazione?

Camusso: L'idea non può che essere quella che già ci mosse a Nizza e che ha trovato positive ma non esaustive risposte nella Carta sociale europea, che deve diventare pietra miliare di una vera e propria Carta costituzionale. La nostra presenza a Bruxelles deve avere come baricentro politico quello che chiede le norme fondamentali del lavoro e i diritti di cittadinanza sociale condizione di base delle politiche europee di sviluppo.

Inoltre, la profonda crisi mondiale, la lotta al terrorismo internazionale, i gravissimi rischi per la pace, mettono nuovamente in evidenza la necessità di un'Unione europea capace di unità politica e di propri sistemi di sicurezza ed essere pertanto soggetto di un governo del mondo, che rilanci ruolo e riforma degli organismi mondiali, della politica, del commercio, della difesa.

Borio: Dopo Nizza, dove fu grande la mobilitazione ma scarso il risultato del Vertice, dopo gli avvenimenti di Genova, dove confronto e testimonianza furono impedite dal clima di violenza, dopo l'attacco terrorista dell'11 settembre a New York, il Consiglio europeo di Bruxelles-Laeken dev'essere l'occasione per una grande mobilitazione pacifica di una pluralità di soggetti non-violenti in favore di un'Europa promotrice di giustizia e di sviluppo nel mondo. Noi ci mobiliteremo per un'Europa più ambiziosa sullo scenario mondiale, fiera della sua diversità sociale da consolidare e capace di dialogare con le altre culture senza pretese egemoniche.

In questa fase drammatica della storia, l'Europa deve svolgere appieno il suo ruolo di luogo regolatore della mondializzazione in un mondo multipolare.

Galbusera: La manifestazione di Bruxelles dovrà fissare nuovi elementi di rafforzamento per la costruzione di un'Europa omogenea sotto il profilo delle normative e delle politiche di sviluppo. Per questo occorrono forti strumenti di coordinamento delle politiche economiche e fiscali dei Paesi membri finalizzati a sostenere l'occupazione. Bisognerà però riflettere anche sul ruolo che l'Europa deve avere nei rapporti internazionali: non si può eludere il tema di una politica di difesa europea al servizio del mantenimento della pace.

Nel documento "Svegliamo l'Europa", sottoscritto nelle scorse settimane da personalità europee quali Jacques Delors, Mario Soares, Jacques Santer e altri (e che pubblichiamo nell'inserto di questo numero di "euronote"), viene sottolineata l'attuale mancanza per l'Europa di un "progetto comune di società" e di un "progetto politico comune". Su cosa dovrebbero fondarsi, a vostro avviso, tali progetti comuni?

Camusso: Abbiamo spesso criticato il fatto che l'Europa, trovata l'unità nella moneta unica, abbia faticato per la Carta dei diritti e non abbia trovato le risorse politiche per favorire una crescita dell'unità culturale, sociale, politica. I progetti comuni, favorendo l'allargamento e la progressiva cessione di sovranità nazionale, dovrebbero fondarsi sull'idea di un'Europa soggetto internazionale autorevole, democratico, che progetta la propria unità politica nella direzione di marcia federale, riprendendo così quella visione complessa ed articolata che va da Schumann ad Altiero Spinelli. Del resto, è questa assenza di progetto politico comune che proprio in questi giorni comporta polemiche strumentali e di sapore provinciale verso i gradi di europeismo di alcuni Paesi dell'Unione, tra i quali l'Italia.

Borio: All'Europa un progetto comune manca ormai da tempo. La realizzazione imminente della moneta unica appare un po' come il capolinea del progetto comunitario degli anni '50. Né si può propriamente considerare un "progetto" l'allargamento ad Est dell'Unione, che di questa è purtuttavia una importante e delicata "dilatazione". Perché non sia anche una "diluizione", è dal di dentro che il progetto va rafforzato, dotandolo di un'effettiva politica estera e di difesa, di una capacità di governo economico e fiscale, di una politica comune della giustizia. In altre parole, trasferendo all'Unione una reale sovranità, pur senza farne un "Super-Stato".

Galbusera: In questi anni si sono fatti passi avanti per un'Europa unita, ma ancora ci sono troppe differenze tra Paese e Paese, sia per quanto riguarda l'economia sia per il lavoro. Sarà dunque necessario che tutti gli Stati membri della comunità abbiano un comun denominatore sulle politiche del lavoro e sulla politica economica. Ciò è reso ineludibile soprattutto dall'entrata in funzione della moneta unica europea.

Bisogna iniziare dalla scuola a fare progetti comuni. Ancora oggi in Europa, all'ingresso nel mondo del lavoro non in tutti i Paesi sono richieste identiche scolarità; ancora oggi non tutti i corsi di laurea o diplomi sono riconosciuti allo stesso modo dai diversi Stati. Con l'attuale libera circolazione dei lavoratori questo punto deve essere affrontato in modo risolutivo.

L'avvio del processo di riforme dell'Ue si inserisce in un drammatico quadro internazionale di guerra. Sempre a Perugia, l'Onu dei popoli ha chiesto all'Europa di assumere un ruolo importante nella riduzione delle disuguaglianze e nella realizzazione di uno sviluppo umano sostenibile, evitando di trasformarsi in una nuova superpotenza militare e in una "fortezza" chiusa agli immigrati. Condividete tali richieste?

 

CGIL-CISL-UIL LOMBARDIA: INIZIATIVA SULLA GOVERNANCE

"Governance e dintorni. Come governare l'Unione che verrà nei nuovi scenari mondiali" è il titolo di un incontro che Cgil-Cisl-Uil Lombardia hanno organizzato il 26 novembre 2001 a Milano. L'iniziativa ha inteso creare un'occasione di approfondimento e di confronto sui temi di maggiore rilevanza sociale e democratica, così da dare a lavoratori e cittadini la possibilità di partecipare attivamente al dibattito sulle scelte riguardanti la costruzione dell'Unione europea in vista del percorso che si aprirà con il Consiglio europeo di Laeken (14-15 dicembre 2001) e si concluderà nel 2004. Il Libro Bianco sulla governance, adottato dalla Commissione europea nel luglio scorso (vedi inserto euronote n. 13/2001) e la manifestazione europea indetta dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) per il 13 dicembre prossimo sono stati i temi al centro del dibattito, cui hanno partecipato Franco Chittolina (Commissione europea), Elena Paciotti (Parlamento europeo), Virgilio Dastoli (Forum europeo della società civile) e Vittorio Angiolini (Università Statale di Milano). L'incontro è stato aperto da Susanna Camusso (segretaria generale Cgil Lombardia), coordinato da Walter Galbusera (segretario generale Uil Lombardia) e concluso da Pierpaolo Baretta (segreteria Cisl Confederale).

Parte dei contributi dell'incontro verranno pubblicati sui prossimi numeri di euronote, mentre il materiale completo dell'iniziativa è disponibile presso la redazione.

 

Camusso: Senza dubbio vanno condivise. L'Europa ha saputo fare, pur con non poche contraddizioni e ritardi, una politica di apertura delle sue frontiere; deve ora fare una politica comune sull'immigrazione che favorisca accoglienza e coesione senza cedere a idee di chiusura.

Quando parliamo dell'Europa come attore di governo multipolare e soggetto autorevole diciamo anche che dobbiamo pretendere dall'Unione politiche di sviluppo equilibrato, per ridurre le disuguaglianze nel mondo, per affermare ovunque la politica dei diritti, trasformando gli scenari del dopo 11 settembre nell'occasione di alzare la voce perché l'alleanza contro il terrorismo sia anche l'alleanza che usa la diplomazia per risolvere i conflitti e favorire un nuovo equilibrio del mondo, in cui l'Europa sia autonoma, unita, e forte della sua multietnicità e multiculturalità.

Borio: L'impegno dell'Europa per la riduzione delle disuguaglianze e la realizzazione di uno sviluppo umano sostenibile non data da ieri. Dopo l'11 settembre il nostro impegno di solidarietà va riconfermato, tenendo conto del nuovo quadro geopolitico che vede emergere (o risorgere) nuovi attori il cui impegno sul fronte dei diritti umani è tutt'altro che sicuro. Ma solo la sconfitta di un terrorismo criminale, che semina paura e terrore per disgregare modelli sociali ed economici, consente l'accelerazione di un processo di pace nella giustizia sociale. La strada dell'Unione sarà stretta, ma la sua diversità, la sua pluralità culturale e il suo modello sociale potrebbero rivelarsi carte vincenti. Con l'auspicio di poter dire di questo periodo con G.B. Vico: «parean traversie ed erano opportunità».

Galbusera: La nostra società è una società multirazziale, non ha quindi senso chiudersi in se stessi e far finta che nulla sia accaduto e che non vi sia stata trasformazione anche con l'apporto di immigrati. Ma non per questo si debbono abolire le frontiere. Si deve invece programmare l'ingresso di immigrati da Paesi extraeuropei attraverso norme ragionevoli il cui rispetto dovrà però essere rigoroso. Già oggi questo avviene in quasi tutti i Paesi, anche se non sempre i risultati confermano le aspettative. Con la libera circolazione del lavoro questo si rende ancor più indispensabile, in quanto il mercato del lavoro dovrà tener conto dei lavoratori europei che potranno liberamente trasferirsi da un Paese europeo all'altro in cerca di occupazione.

Ma per realizzare uno sviluppo umano sostenibile è più consono alle esigenze dei Paesi poveri, oltre agli investimenti diretti, formare la forza lavoro nei Paesi di origine, anche per favorirne lo sviluppo.

 

ASSEMBLEA DEI CITTADINI 2004

Nei giorni 13-14-15 dicembre prossimi si terrà a Bruxelles una "Assemblea dei cittadini" organizzata dalla Organizzazioni non governative che hanno sottoscritto la dichiarazione "L'Europa è il nostro futuro". Questo tipo di incontro, organizzato in occasione del Consiglio europeo di Laeken, avviene ormai durante ogni presidenza di turno dell'Ue (lo scorso anno, a Nizza, parteciparono oltre 2000 persone al "Meeting della società civile") e avverrà fino alla Conferenza intergovernativa del 2004. I promotori dell'iniziativa si pongono l'obiettivo di «dare ai cittadini europei l'opportunità di dialogare in modo costruttivo con le istituzioni e i governi europei, così da creare un'Europa più democratica e inclusiva». L'incontro di Bruxelles è un'occasione per la cosiddetta società civile di avanzare la richiesta di essere coinvolta attivamente nel processo di costruzione dell'Europa del futuro, che si apre proprio con il Vertice di Laeken, e per sollecitare scelte politiche che riguardano la vita di tutte le persone che vivono nell'Unione europea. L'Assemblea dei cittadini prevede diversi tavoli di lavoro e workshop su temi quali "globalizzare la giustizia sociale", "un'Europa per tutti", le migrazioni, la lotta alla povertà, la sostenibilità economica, il futuro dell'Europa e il ruolo dei cittadini.

La tre giorni di Assemblea si terrà presso il Palazzo delle Esposizioni situato a Bruxelles/Heysel (Palazzo 1).


strategia comunitaria contro l'esclusione sociale

Oltre 60 milioni di persone nell'Unione europea (circa il 18% della popolazione totale) sono a rischio di povertà e all'incirca la metà è costituita da poveri di lunga durata. Le categorie a maggior rischio sono l'infanzia, i giovani, gli anziani, i disoccupati e le famiglie monoparentali. Il tasso di povertà relativa - rappresentato da coloro che dispongono di un reddito inferiore al 60% del reddito medio nazionale - varia considerevolmente da uno Stato membroall'altro e oscilla tra l'8% della Danimarca e il 23% del Portogallo.

«L'esclusione sociale è un problema che interessa l'intera umanità - sostiene Anna Diamantopoulou, commissaria europea all'Occupazione e agli Affari sociali - Ma è anche un problema economico e di governo. Economico, perché solo un'Europa compatta e solidale può attingere alle abbondanti risorse di capitale umano e di qualifiche attualmente sottosfruttate. Di "governo", in quanto predomina ancora largamente l'opinione che l'Ue sia più attenta agli interessi delle grandi imprese che a quelli dei comuni cittadini».

Per far fronte a questa situazione, la Commissione europea ha approvato lo scorso 10 ottobre una relazione che analizza la politica dei governi europei in materia di integrazione sociale. Questa relazione, prima nel suo genere, intende riflettere l'impegno della Commissione a perseguire gli obiettivi di Lisbona per un'Europa che promuova la coesione sociale, non solo fine a sé stessa ma anche come fattore di competitività economica. In questo modo la Commissione, facendo riferimento ad una base comune di indicatori sociali, documenta la situazione attuale e le principali sfide che si pongono all'Ue nel perseguire gli obiettivi di eliminazione della povertà e di lotta contro l'esclusione sociale, nonché le misure adottate dagli Stati membri al riguardo. La relazione, che sarà presentata al Consiglio di Laeken nel dicembre prossimo, è stata redatta sulla base di un'analisi dei "piani d'azione nazionali" contro la povertà e l'esclusione sociale che gli Stati membri hanno presentato per la prima volta quest'anno, dando così il via ad una consuetudine che avrà scadenza biennale. Il 18 settembre scorso, inoltre, è stato approvato da Consiglio europeo, Parlamento e Commissione un programma quinquennale di lotta contro l'esclusione sociale dotato di un bilancio di 75 milioni di euro, con l'obiettivo di accrescere la cooperazione tra gli Stati membri soprattutto attraverso lo scambio di buone pratiche.

fattori di rischio

La relazione della Commissione individua i principali fattori di rischio che accrescono la minaccia di povertà. Tra questi, la disoccupazione di lunga durata, la dipendenza a lungo termine da fonti di reddito insufficienti, impieghi qualitativamente inadeguati, bassi livelli di qualificazione e abbandono anticipato degli studi, crescita in un ambiente familiare socialmente vulnerabile, handicap, stato di salute precario, tossicodipendenza e alcolismo, arretratezza a vari livelli dell'ambiente di vita, mancanza di un tetto o precarie condizioni di alloggio, immigrazione, origine etnica e discriminazione razziale.

nuovi rischi

Nonostante alcuni dei principali cambiamenti strutturali della società comportano vantaggi per la maggior parte delle persone, la relazione sottolinea come, per gruppi particolarmente vulnerabili, essi possono rappresentare nuovi rischi di povertà e di esclusione sociale se non vengono adottate misure politiche appropriate. Ciò avviene in modo particolare per le trasformazioni in atto all'interno del mercato del lavoro, a seguito della globalizzazione e del ritmo frenetico di sviluppo di una società basata sulla conoscenza e sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Ma anche per i nuovi andamenti demografici dovuti all'aumento della longevità e al calo del tasso di natalità, per le migrazioni a livello mondiale e la mobilità entro i confini dell'Ue, per la diversa composizione delle famiglie causata dall'aumento delle separazioni e dal nuovo ruolo che uomini e donne rivestono nella società.

otto sfide fondamentali

La relazione individua quindi le principali sfide che gli Stati membri dell'Ue devono affrontare, e in parte stanno già affrontando. Esse sono: lo sviluppo di un mercato di lavoro solidale e la promozione dell'inserimento professionale come un diritto e un'opportunità offerta a tutti; la garanzia di un reddito e di risorse adeguate per un livello di vita dignitoso; l'adozione di soluzioni adeguate per rimediare alle carenze educative; il rispetto della solidarietà familiare e della salvaguardia dei diritti dell'infanzia; la garanzia di soluzioni abitative adeguate per ognuno; la garanzia della parità di accesso ai servizi pubblici di elevata qualità e l'investimento in tali servizi (settori della salute, dei trasporti, della sicurezza sociale, dell'assistenza sanitaria, della cultura, del tempo libero e della giustizia); il miglioramento dell'offerta di servizi; il recupero di aree caratterizzate da ritardi multipli. La Commissione sottolinea come tutti gli Stati membri abbiano dichiarato di basare le loro politiche sui quattro obiettivi comuni concordati nel corso del Consiglio europeo di Nizza (dicembre 2000) e cioè: facilitare l'accesso alle risorse, ai diritti, ai beni e servizi; prevenire i rischi di esclusione; aiutare i più vulnerabili; mobilizzare tutte le istanze interessate.

Tuttavia, lo sforzo di sviluppare un metodo strategico ed integrato di lotta contro la povertà e l'esclusione sociale, che presuppone la fissazione di obiettivi a medio e lungo termine, varia considerevolmente tra uno Stato membro e l'altro. I piani d'azione nazionali di Paesi Bassi, Danimarca e Francia vengono indicati dalla Commissione come validi esempi di metodo strategico.

definire gli indicatori

Entro la fine dell'anno, in tempo per il Consiglio europeo di Laeken, dovrebbe essere pronta una prima serie di indicatori sociali comuni, concordati e definiti congiuntamente da Commissione e Stati membri. Tali indicatori sono essenziali per poter valutare i progressi realizzati in un ambito di lavoro così complesso e riguardano particolarmente: la definizione del concetto di povertà relativa, al fine di elaborare una serie di indicatori comuni che riguardino gli aspetti fondamentali della povertà monetaria, quali il livello, la persistenza, la profondità, i cambiamenti nel tempo, nonché le principali ripartizioni per sesso, età, tipo di famiglia e occupazione; l'aspetto pluridimensionale della povertà, al fine di completare la misurazione basata sui redditi con indicatori fondamentali negli ambiti dell'occupazione, delle strutture abitative, della salute e dell'istruzione.

Al momento è stata raggiunta un'intesa riguardo a 14 indicatori della povertà monetaria relativa, della salute e dell'occupazione, e sono state definite questioni prioritarie che saranno affrontate nel corso delle future attività. Obiettivo della Commissione è quello di coinvolgere nel dibattito sugli indicatori relativi all'integrazione sociale altri importanti protagonisti della lotta contro la povertà e l'esclusione sociale, come le parti sociali e i vari rappresentanti della società civile.

il contesto

Gli articoli 136 e 137 del Trattato di Amsterdam, entrato in vigore nel 1999, stabiliscono che la lotta contro l'esclusione sociale dovrà essere uno degli obiettivi della politica sociale dell'Unione europea. Nel corso del Consiglio europeo di Lisbona (23-24 marzo 2000) l'Ue ha deciso di dare un chiaro segnale della volontà di eliminare la povertà entro il 2010. E' stato inoltre deciso che la cooperazione in tale ambito dovrà essere basata su un "metodo aperto di cooperazione" (obiettivi comuni, piani d'azione nazionali, relazione comune della Commissione e del Consiglio). Il Consiglio europeo di Göteborg (15-16 giugno 2001) ha incoraggiato anche i Paesi candidati all'adesione ad ispirarsi, nelle loro politiche, all'esperienza già acquisita dagli Stati membri in materia. Al prossimo Consiglio europeo di Laeken (14-15 dicembre 2001) verrà definito il percorso futuro della lotta contro la povertà e l'esclusione sociale nell'Ue. n

La relazione sull'integrazione sociale è disponibile all'indirizzo web:

http://europa.eu.int/comm/employment_social/soc-prot/soc-incl/index_en.htm

 

IL MONDO CHE HA FAME: NUOVO RAPPORTO FAO

Lo scorso 15 ottobre, la Food and Agriculture Organization (Fao) ha presentato il nuovo "Food Insecurity Report". Ecco, in estrema sintesi, i dati principali.

  • Negli anni '90 il numero di persone denutrite è diminuito in media di 6.000.000 all'anno. Ma, se il trend rimarrà costante, occorreranno 60 anni per portare il numero della popolazione affamata a 400 milioni di persone. Nel 1996, al World Food Summit, il mondo si era impegnato a raggiungere questo obiettivo entro il 2015, cioè fra 14 anni.

  • Per raggiungere l'obiettivo del 2015 (ridurre del 50% il numero delle persone denutrite), da oggi in poi sarebbe necessario liberare dalla fame 22 milioni di persone ogni anno.

  • Negli anni 1997, 1998 e 1999 vivevano nel mondo 815 milioni di persone denutrite: 777 nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo (Pvs), 27 nei "Paesi in transizione verso l'economia di mercato" e 11 in quelli industrializzati.

  • Tra i 777 milioni di persone denutrite nei PVS, 180 milioni sono bambini e ragazzi sotto i 10 anni. «La denutrizione fra i minori - dichiara la Fao - potrebbe peggiorare a causa di vari fattori, fra cui alcuni trend economici negativi e l'epidemia di Hiv/Aids».

  • Solo 32 dei 99 Pvs analizzati registra un miglioramento fra il periodo 1990-92 e quello 1997-99. In questi 32 Paesi sono uscite dalla denutrizione 116 milioni di persone. Ma in tutti gli altri il numero di persone alla fame è rimasto costante, o addirittura aumentato, con un bilancio di 77 milioni di persone denutrite in più. Tuttavia, il primo gruppo comprende vari Paesi di grandi dimensioni quali la Cina, l'Indonesia, la Thailandia, la Nigeria e il Brasile, e questo ha fatto in modo che la riduzione netta delle persone prive di un adeguato nutrimento sia pari a 39 milioni.

  • Nei Pvs, fra 1969-71 e 1997-99, la percentuale di persone denutrite è scesa dal 37% al 17%. Un dimezzamento percentuale a cui però, nello stesso trentennio, non è corrisposto un dimezzamento in termini assoluti: si è passati infatti da 956 milioni di persone denutrite a 777.

  • Fra i Pvs emergono due performance estreme. Da un lato quella della Cina, che negli anni '90 ha ridotto di 76 milioni i suoi cittadini denutriti (la Cina, tuttavia, rimane il secondo Paese al mondo per numero di persone denutrite dopo l'India). Dall'altro lato, si registra la crisi della Repubblica democratica del Congo, un Paese potenzialmente ricchissimo che, fra 1990-92 e 1997-99, ha visto crescere i cittadini alla fame di 17 milioni su un totale di 48 milioni di abitanti.

  • I Paesi che hanno ottenuto le performance migliori avevano, in precedenza, investito maggiormente sull'agricoltura rispetto agli altri. I risultati peggiori, invece, si sono registrati nei Paesi che non sono riusciti a prevenire il declino delle risorse a disposizione degli agricoltori negli anni '90 (un problema peggiorato dalla caduta dell'aiuto estero all'agricoltura).

  • Secondo il Report, un modesto incremento della produzione di cibo sarebbe sufficiente per raggiungere l'obiettivo del 2015, ma solo se «l'accesso alle risorse di cibo fosse reso più equo». Purtroppo, infatti, «negli ultimi 30 anni nella maggior parte dei Paesi non si è verificato un declino significativo delle disparità d'accesso».

  • La Fao suggerisce due strategie contro la fame: l'immediata iniziativa pubblica a favore delle persone denutrite, accompagnata da investimenti nello sviluppo agricolo e rurale (ad esempio, per la ricerca e lo sviluppo di colture adatte ai suoli).

Fonte: www.fao.org/WAICENT/OIS/PRESS_NE/PRESSENG/2001/pren0169.htm


4 Motori per l'Europa: politiche e azioni per l'occupazione

Riprendiamo con questo numero la rubrica dedicata alle attività dei 4 Motori.

In altri numeri di "euronote" abbiamo già dato informazioni relative alle attività sia sindacali che istituzionali, ed è nostra intenzione mantenere e rafforzare questa rubrica anche alla luce del fatto che la Regione Lombardia ha assunto la presidenza dei 4 Motori dal 10 ottobre scorso e la terrà per i prossimi due anni.

Pubblichiamo quindi, nel box della pagina seguente, un documento che rappresenta una sintesi dei lavori consegnata al tavolo tecnico di segreteria del Patto per lo sviluppo in Lombardia. In esso si apre il percorso che porterà in primavera alla "Terza conferenza tripartita sull'occupazione". La Regione Lombardia, inoltre, nel biennio di presidenza intende avviare la costituzione di un Osservatorio sulla governance a livello europeo, al fine di «monitorare le politiche europee e nazionali dei Paesi membri e verificare il grado di coinvolgimento delle Regioni».

Qui di seguito pubblichiamo invece un documento predisposto dalle organizzazioni sindacali francesi delle aree metropolitane 4 Motori sui temi della riduzione dell'orario di lavoro (sul numero 11/2001, alle pagine 14-16, avevamo prodotto una scheda tecnica relativa alla legge francese delle 35 ore). Oltre a contenere dati sullo stato di applicazione della legge stessa, il seguente documento evidenzia - elemento crediamo utile in relazione alla discussione italiana - la laboriosità del percorso effettuato e le complessità di applicazione in materia. Per esigenze di spazio ne pubblichiamo solo alcune parti, chi fosse interessato al testo integrale può richiederlo alla redazione.

un obiettivo sindacale...

(...) La riduzione del tempo di lavoro per creare nuovi lavori diventa così progressivamente un orientamento sindacale, fondato al tempo stesso sulla solidarietà ma anche sugli interessi strategici dei lavoratori nel loro complesso, stante lo squilibrio del mercato del lavoro creato dalla crisi, la paura di perdere il lavoro, la precarietà generalizzata, che pesano in modo eccessivo sulle relazioni sociali del nostro Paese.

Queste analisi si scontravano contemporaneamente contro un forte timore delle organizzazioni sindacali che i costi della riduzione di orario fossero assicurati dai lavoratori stessi e/o dagli incrementi di produttività, cosa che avrebbe reso l'operazione inefficace per l'aumento dell'occupazione e negativa per le condizioni di lavoro, attraverso una generalizzazione del lavoro a ciclo continuo per allungare, ad esempio, la durata di utilizzo degli impianti.

esperienze insoddisfacenti

(...) La difficoltà di efficacia del processo solo attraverso semplici provvedimenti legislativi era stata dimostrata nel 1982, con il passaggio della durata del lavoro settimanale da 40 a 39 ore, che aveva prodotto solamente qualche decina di migliaia di posti di lavoro, rapidamente riassorbiti dagli aumenti di produttività. Il relativo insuccesso di questa legge aveva portato il governo di sinistra a rinunciare stabilmente ad un processo che, nelle intenzioni iniziali, doveva condurre progressivamente alle 35 ore.

I contratti di solidarietà, iniziati dal governo Mauroy, davano la possibilità di passare alle 35 ore con aiuti dello Stato, ma solo imprese da poco nazionalizzate vi erano giunte.

E' dunque solo nel '95 che la riduzione dell'orario di lavoro è nuovamente affrontata nell'ambito di un accordo interconfederale, che invitava le parti sociali nelle diverse categorie a negoziare accordi che permettessero una maggiore flessibilità dell'organizzazione del lavoro in cambio di una riduzione dell'orario che creasse maggiore occupazione. Ma questo accordo non si è mai concretizzato: firmato solamente da alcune organizzazioni sindacali e da un'organizzazione imprenditoriale divisa sull'argomento, non ha prodotto lo sviluppo di un'attività negoziale significativa.

via legislativa e via contrattuale

Nel novembre 1996 la legge Di Robien (dal nome di un deputato) permette finalmente la sperimentazione di un'impostazione che unisce legge e contrattazione: si trattava di agevolare finanziariamente (attraverso l'esonero dal pagamento di oneri sociali) i responsabili di impresa a ridurre il tempo di lavoro creando nuova occupazione, attraverso una contrattazione aziendale incardinata nel quadro legislativo (legando % di riduzione di orario e % di creazioni di nuovi posti di lavoro), "aggirando" la tradizionale contrattazione settoriale.

Questa legge, incoraggiata dalla Regione Rodano Alpi attraverso un dispositivo di accompagnamento tecnico rivolto alle imprese e un aiuto finanziario complementare, trova però il suo sviluppo reale quando il governo annuncia l'intenzione di imporre la generalizzazione delle 35 ore: l'utilizzo di questa legge diventa allora per i datori di lavoro una possibilità interessante di anticipare un vincolo ormai ineluttabile.

Nel luglio 1998 la legge Aubry 1 (dal nome dell'allora ministra del Lavoro) accelera il passo iniziato dalla legge Di Robien: confermando la determinazione del governo a modificare la durata legale dell'orario di lavoro al 1º gennaio 2000, predispone un dispositivo anticipatore, in linea con legge precedente, finanziariamente favorevole alle imprese che partono subito con la negoziazione e che generalizza il supporto tecnico, soprattutto per affrontare i problemi organizzativi legati alla riduzione del tempo di lavoro. Il ministro incita le parti sociali categoriali a negoziare accordi quadro.

Infine, nel febbraio 2000, la legge Aubry 2 completa il processo: vera "rifondazione" del diritto in materia di durata del lavoro, definisce un sistema di sgravio permanente degli oneri sociali per le imprese che definiscono tramite accordo aziendale la durata del lavoro a 35 ore settimanali, 1600 ore annue.

una legge di compromesso

Molto complessa nelle sue applicazione tecniche, e dunque difficile da dominare per i negoziatori, questa legge di generalizzazione è una legge di compromesso.

Definisce un sistema transitorio che permette un certo rinvio della riduzione di orario con costi aggiuntivi modesti e dilazionati per l'impresa reticente; rimanda al 2002 la modifica della durata legale dell'orario per le imprese sotto i 20 dipendenti; apre delle brecce che permettono la rimessa in discussione dell'utilizzo o la definizione di tempo di lavoro che diminuisce la riduzione necessaria per giungere alle 35 ore: l'impegno di nuovi posti di lavoro da indicare nell'accordo non ha più vincoli imposti e diventa spesso simbolico. La legge rappresenta comunque un incentivo alla conclusione di un accordo: il datore di lavoro non può accedere alle formule di pianificazione della riduzione del tempo di lavoro (modulazione, annualizzazione, riduzione forfetaria ecc.) e/o agli aiuti dello Stato se non nell'ambito di un accordo (di impresa o settoriale, che prevede un'applicazione diretta per le piccole imprese).

Infine, questa legge porta un contributo sotto forma sperimentale al diritto di contrattazione in Francia: introduce la nozione di "accordi collettivi a legittimità rinforzata" (firma di organizzazioni sindacali maggioritarie o necessità di consultazione del personale in caso firme di organizzazioni minoritarie, oppure "su mandato" dei lavoratori) che consente negoziati anche nelle imprese dove le organizzazioni sindacali non ci sono, confermando così il monopolio di negoziato alle organizzazioni stesse.

una sfida per le organizzazioni sindacali

Le organizzazioni sindacali hanno dovuto così affrontare simultaneamente un numero considerevole di negoziati molto tecnici; rispondere ai lavoratori delle piccole imprese che ricercano dei "mandatari"; costruire rapporti di forza di fronte a certe offensive padronali che approfittano delle 35 ore per rimettere in discussione diritti acquisiti; motivare i lavoratori, preoccupati soprattutto degli aspetti salariali, su altri contenuti del negoziato (organizzazione del lavoro, impiego), con mezzi deboli e/o squilibrati rispetto alle imprese.

Questo periodo è stato dunque intenso e difficile. Tuttavia ha permesso un certo sviluppo sindacale nelle piccole e medie imprese; ha fatto progredire le esperienze di contrattazione collettiva; ha permesso di fare pratica su una contrattazione "complessiva".

alcuni dati

In Francia, all'inizio degli anni Ottanta, si negoziavano annualmente 4800 accordi aziendali. Nel 1999-2000 sono stati 30.000 per anno gli accordi negoziati.

All'inizio di aprile 2001, gli stabilimenti passati alle 35 ore erano 150.216, che rappresentano più di 6 milioni di lavoratori. Il 45% di queste imprese ha meno di 20 dipendenti.

Al 17 aprile 2001, nella Regione Rodano Alpi gli accordi firmati erano 1866 e 2287 le imprese coinvolte nella riduzione dell'orario di lavoro, considerando le applicazioni dirette della legge Aubry 1. Questi accordi sono stati conclusi in maggioranza nelle piccole e medie imprese - 88% degli accordi nelle imprese sotto i 200 dipendenti (in Francia, come in altri Paesi europei, la nozione di piccole-medie imprese è diversa rispetto all'Italia, dove generalmente si intendono per Pmi imprese sotto i 50 dipendenti - e prevalentemente nel terziario (70% degli accordi). 4064 stabilimenti che occupano complessivamente 239.143 dipendenti hanno chiesto gli sgravi previsti per le 35 ore, con un tasso di copertura del 45% rispetto agli effettivi lavoratori salariati nel Rodano-Alpi. Questi accordi hanno corrisposto ad un'intensa attività sindacale.

bilancio positivo per l'occupazione

A livello nazionale, più di 324.000 impieghi devono essere creati o salvaguardati a seguito degli accordi firmati. Gli obiettivi sono stati dunque raggiunti e anche superati.

Nel Rodano Alpi, 8254 possibilità di lavoro (a tempo pieno) sono state programmate e 328 posti di lavoro sono stati salvaguardati.

(...) Un'inchiesta del ministero del Lavoro, un anno dopo l'applicazione della legge, indica che il 59% dei lavoratori giudica che si stia andando nella giusta direzione, il 28% sostiene che non è cambiato niente e il 13% parla di peggioramento delle condizioni di lavoro. La riduzione dell'orario è utilizzata per riposarsi dal 40% delle donne e dal 33% degli uomini.

Per quanto concerne l'utilizzo del tempo libero, il passaggio alle 35 ore si scontra con ostacoli finanziari. La rivendicazione salariale aumenta di importanza.

Un sondaggio (effettuato dall'Agenzia Euro RSCG Comunicasion) sull'impatto della riduzione di orario sul consumo rivela che i prodotti culturali (libri, dischi ecc.) sono in testa agli acquisti il cui budget è aumentato dal gennaio 2001 (50% degli intervistati) Gli altri consumi in aumento sono, nell'ordine: i viaggi e le vacanze, la sistemazione della casa, il teatro e il cinema.

A livello dei consumatori, il 68% fa acquisti nelle ore di minore affluenza. Affluenza che è in aumento: +14% nei centri commerciali, +11% presso negozianti, grandimagazzini e supermercati.

La domanda dei servizi al pubblico, sia privati che pubblici, si pone sempre di più. Emerge la problematica della revisione dei tempi di vita e della città che pongono alle organizzazioni sindacali necessità di dare risposte che tengano insieme la soddisfazione di utenti, clienti e lavoratori delle diverse imprese (pubbliche, private o amministrazioni) n

(traduzione a cura della redazione)

 

LA PRESIDENZA DEI 4 MOTORI ALLA REGIONE LOMBARDIA

Tra le iniziative dei Quattro Motori, sono state recentemente realizzate azioni congiunte finalizzate allo scambio di esperienze e informazioni tra le Regioni Motore (Catalunya, Baden-Wurttemberg, Rhone-Alpes e Lombardia) in materia di politiche e interventi per l'occupazione.

Per la prima volta nella storia della collaborazione interregionale, a Barcellona l'11 e 12 luglio 1999, si sono incontrati le massime autorità per il lavoro e l'occupazione e i rappresentanti dei sindacati e delle categorie dei datori di lavoro delle Quattro Regioni Motore, per un Vertice sull'Occupazione delle regioni dei Quattro Motori per l'Europa, al fine di dibattere sul tema del dialogo sociale e dell'occupazione.

L'obiettivo è stato quello di affermare insieme il riconoscimento del confronto sociale quale strumento innovativo e fondamentale, e di proporre questa politica "interattiva" alla base del processo decisionale comunitario e dello sviluppo dell'occupazione.

Il dibattito, che si è concentrato sulla necessità di una concertazione congiunta come strada per la valorizzazione delle situazioni d'eccellenza nelle Regioni Motore, ha portato alla firma di una Dichiarazione Comune, che conferma la volontà di proseguire il dibattito avviato e attesta l'impegno programmatico di regioni, sindacati e datori di lavoro, per una politica di dialogo più vicina al cittadino e che lo veda finalmente al centro della politica regionale invece che come "utente finale" dei servizi.

Considerato l'alto valore dell'evento e l'interesse delle parti sociali al proseguimento del confronto iniziato a Barcellona, è stata organizzata dai Quattro Motori una Seconda Conferenza sull'occupazione, a Lione il 19 e 20 ottobre 2000. Durante la manifestazione i rappresentanti delle amministrazioni regionali, delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro, provenienti dalle Quattro Regioni Motore hanno avuto l'occasione di avviare un confronto su due tematiche:

1) l'approccio locale e di partenariato nella gestione delle competenze e degli impieghi;

2) l'azione regionale in favore dello sviluppo degli impieghi nel settore dei servizi di prossimità.

Al termine della Conferenza è stata sottoscritta una dichiarazione comune che ha ribadito l'impegno dei Quattro Motori nel promuovere progetti e azioni che sostengano scambi di esperienze, mobilità di giovani studenti e lavoratori, in particolare nell'ambito di iniziative formative, e che ha confermato l'attività di concertazione con le parti sociali promossa dalle amministrazioni regionali.

Dal 10 Ottobre 2001 la presidenza dei Quattro Motori è passata alla Regione Lombardia.

Presumibilmente la prossima Conferenza sull'occupazione potrà essere organizzata nella primavera del 2002.

In preparazione dell'evento, si è svolto un primo incontro con le rappresentanze sindacali nell'ambito del quale, tra l'altro, si è sottolineato:

- l'opportunità che la conferenza e le collaborazione regioni/parti sociali prenda avvio dai contenuti del Patto per lo Sviluppo;

- l'opportunità di continuità di momenti comuni tra le parti sociali dei Quattro Motori, oltre alle conferenze.

Milano 19 Ottobre 2001


» BANDO DI GARA «

Programma Socrates II

La Commissione europea ha lanciato un bando (G.U dell'UE n° C 191) nel quadro dell'attuazione delle iniziative "e-learning: pensare la formazione di domani" e "memorandum sull'istruzione e la formazione continua". Il memorandum intende lanciare un dibattito europeo sull'attuazione della formazione continua e contiene sei messaggi chiave: nuove competenze fondamentali per tutti; investimento crescente nelle risorse umane; innovazione nell'insegnamento e nell'apprendimento; valorizzazione della formazione; nuova concezione dell'orientamento e dell'informazione; offerta di istruzione e di formazione più vicina a chi apprende.
I candidati sono invitati a tenere conto di questi messaggi chiave nell'elaborazione delle loro proposte per il 2002.

La Commissione ha anche stabilito delle priorità annuali per le diverse azioni (che si aggiungono ai criteri di selezione e alle priorità contenute nella "Guida del candidato" Socrates). In particolare per: "Grundtvig" (formazione degli adulti, programma particolarmente adatto alla formazione sindacale, vedi Trainers' Digest n° 54), i cui destinatari sono gli adulti economicamente o socialmente sfavoriti; i giovani che hanno lasciato la scuola senza qualifica di base; i cittadini più anziani; le persone handicappate; le persone provenienti dalle regioni sfavorite. "Lingua", mirata alla promozione dell'apprendimento delle lingue. "Minerva", che riguarda la formazione aperta e a distanza e le tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Un aiuto finanziario variabile è messo a disposizione di ciascuna delle "azioni" (consultare a questo proposito la "Guida del candidato"). L'ammontare dell'aiuto concesso potrà variare sensibilmente secondo il tipo di progetto, il numero di Paesi partecipanti, ecc.

Sono previste diverse date di scadenza a seconda delle diverse "azioni".

Per la maggior parte delle azioni, la Commissione finanzia dei seminari tematici allo scopo di aiutare i candidati a trovare degli istituti partner adeguati. Dettagli riguardo queste manifestazioni sono disponibili su semplice richiesta presso le agenzie nazionali.

La "Guida" è disponibile: presso le agenzie nazionali, la cui lista è contenuta nel bando; sul sito web di Socrates all'indirizzo:

http://www.europa.eu.int/comm/education/socrates.html

presso il Bureau d'assistance technique Socrates, Leonardo et Jeunesse (BAT), rue des Trèves 59 - B 1000 Bruxelles, tel: + 32 2 2330111, fax: + 32 2 233 01 50,
e-mail info@socrates-youth.be


razzismo anti-islamico dopo l'11 settembre

L'Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia (Eumc), con sede a Vienna, ha pubblicato nelle scorse settimane un rapporto sulle reazioni messe in atto contro i cittadini islamici registrate negli Stati membri dell'Ue dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre verificatisi negli Usa. Si tratta di un primo rapporto, dal momento che l'Eumc intende continuare il monitoraggio anche nei prossimi mesi, e si basa sulle relazioni provenienti dai 15 Punti focali nazionali dell'Osservatorio. La situazione è differente nei vari Paesi dell'Ue e solo in alcuni di essi (in particolare Belgio, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia) si è registrato un aumento degli attacchi verbali e fisici contro cittadini musulmani. L'Eumc lancia un appello affinché vengano fermamente condannati e denunciati tutti gli atti messi in atto contro persone di religione islamica.

Il rapporto è disponibile all'indirizzo web: www.eumc.at

norme comuni per i rifugiati

La Commissione europea ha approvato, lo scorso mese di settembre, una proposta che mira a introdurre una definizione comune del concetto di "rifugiato" e dei diritti di cui devono beneficiare i rifugiati. La proposta, che viene presentata a 50 anni di distanza dalla convenzione di Ginevra, è intesa a creare condizioni simili in tutti gli Stati membri nel settore dell'asilo. Tale ravvicinamento delle normative, di cui si avverte una forte necessità, metterebbe fine al fenomeno degli spostamenti dei richiedenti asilo da uno Stato membro all'altro alla ricerca delle condizioni migliori. Assieme alle altre iniziative della Commissione nel settore dell'asilo, tale proposta dovrebbe garantire inoltre un livello di protezione minimo in tutti gli Stati membri per le persone che hanno realmente bisogno di protezione internazionale. «Abbiamo rispettato il calendario ed il mandato politico convenuti a Tampere (15 ottobre 1999, ndr.) ed abbiamo posto le basi dei negoziati sul tema della politica comune dell'Unione europea in materia d'asilo - ha dichiarato il commissario europeo per la Giustizia e gli Affari interni, Antonio Vitorino - La palla è ora nel campo degli Stati membri». La proposta tratta anche la questione della "fonte della persecuzione" e precisa che, pur particolarmente evidente quando promana dallo Stato stesso, la persecuzione può anche derivare da entità non statali, nei casi in cui lo Stato non possa o non voglia garantire una protezione efficace. Anche in questi casi, secondo la Commissione, lo status di rifugiato può essere riconosciuto. La proposta tiene anche conto delle specifiche necessità e della situazione di donne e minori, e fa obbligo agli Stati membri di fornire adeguata assistenza, sanitaria o di altro tipo, alle persone vittime di torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Comprende inoltre disposizioni relative ai diritti minimi e alle prestazioni di cui devono usufruire sia i rifugiati sia i beneficiari dello status derivante dalla protezione sussidiaria.

INFORMAZIONI: http://europa.eu.int/comm/justice_home
(Fonte: Ufficio europa Cgil)

il "pacchetto" occupazione

I risultati ottenuti finora dagli Stati membri in materia di creazione di posti di lavoro sono globalmente positivi: 3 milioni di posti di lavoro in più nel 2000, ed un tasso di disoccupazione ridotto all'8,2%. Tuttavia la Commissione europea, nell'adottare lo scorso settembre il "pacchetto occupazione", ha invitato i governi, le imprese e i sindacati a insistere sulla via della riforma dei mercati del lavoro, indipendentemente dal rallentamento dell'economia mondiale. Questo perché la disoccupazione giovanile resta elevata ed è debole anche il tasso d'occupazione delle persone anziane. La Commissione propone dunque alcune raccomandazioni agli Stati membri, in particolare in materia di politiche attive e preventive di lotta contro la disoccupazione, d'offerta di manodopera, d'istruzione e di formazione permanente, di pressione fiscale, di pari opportunità. Per quanto riguarda gli orientamenti per l'occupazione, si registrano solo alcuni cambiamenti rispetto allo scorso anno (obiettivo trasversale della qualità dell'occupazione, tassi intermedi d'occupazione, mobilità della manodopera ecc.). Il pacchetto di misure per l'occupazione è stato trasmesso al Consiglio dei ministri dell'Ue che dovrà valutarlo e prendere una decisione entro la fine del 2001.

(Fonte: http://europa.eu.int/infonet)