follia infinita?

Giornalista, esperto di questioni internazionali, Giulietto Chiesa ci ha rilasciato questa intervista lo scorso 19 settembre, poco prima di partire per Mosca.

Di fronte a questo nuovo disordine mondiale, esploso con gli attentati di New York e Washington dell'11 settembre, si può immaginare l'ordine che verrà?

Credo che l'unica previsione che si può fare è in negativo, nel senso che perderemo una serie di caratteristiche che erano state costanti finora nella nostra vita, pur con vari alti e bassi: libertà democratiche, libertà di movimento, sicurezze e garanzie sui nostri diritti saranno sospese e fortemente lesionate. Questo non avverrà solo negli Stati Uniti ma in tutto il cosiddetto mondo Occidentale e sarà inevitabile dal momento che gli Usa hanno deciso di eseguire attacchi diretti contro coloro che ritengono responsabili del terrorismo, quindi si andrà verso forme di assassinio politico che non erano state esercitate su larga scala per molti decenni. Seguiranno poi azioni di guerra di vario tipo: ci saranno blocchi, interi Paesi saranno fermati temporaneamente, saranno colpiti obiettivi diversificati in forme diverse. Io ritengo che questa sia una risposta assolutamente delirante e folle, perché non toccherà comunque le origini né le dimensioni del fenomeno terroristico e farà sì, invece, che tutto l'Occidente diventi il bersaglio del resto del mondo: in un rapporto di uno contro cinque.

Com'è possibile che nessuno si fosse accorto di quanto si stava preparando: sottovalutazione, presunzione, interessi, connivenze?

Direi tutte queste cose. La prima cosa che si può dire senza temere smentite è che si sapeva perfettamente che una quota rilevante (circa il 6%) dei capitali che si muovono a colpi di 1000 miliardi di dollari al giorno nelle borse mondiali sono di origine "sporca". Questo significa che ogni giorno 60-70 miliardi di dollari di origine come minimo ambigua si sono mossi, quanto basta per creare non uno ma 100 eserciti, non un gruppo terroristico ma 1000 gruppi. E' evidente che il libero flusso di capitali rende questa situazione assolutamente incontrollabile. La risposta a questa situazione è una sola: istituire un controllo sul movimento di capitali. La domanda che io pongo è la seguente: è disposto il mondo della finanza mondiale a stabilire un controllo sui movimenti di capitali? Altre risposte sono dei palliativi, delle illusioni.

Se si tratta, come pare, di una rete di terrorismo internazionale, a cosa può servire un bombardamento a uno o più Paesi?

Assolutamente a niente. Tra l'altro si sono lette vere e proprie farneticazioni, come quella del vicepresidente Dick Cheney (e il fatto che farnetichi il vicepresidente Usa mi lascia doppiamente inquieto), il quale ha detto che se anche l'Afghanistan consegnasse Osama Bin Laden la punizione sarebbe comunque scatenata (dichiarazione riportata dall'"Herald Tribune", ndr.). Ma se l'intenzione è quella di colpire i talebani, pur essendo un governo spregevole, allora la direzione verso cui si muovono gli Usa è quella di cambiare i regimi di mezzo mondo arabo. Che sarà del Pakistan, ad esempio, molto più interessante nella ricerca delle responsabilità rispetto al regime di Kabul ma che è un Paese di 140 milioni di persone e non di 7-8 milioni di diseredati, e per di più con armi nucleari. Per cui mi chiedo: hanno il senso della proporzione? Se si va in questa direzione si giunge ad una catastrofe.

Potrebbero esserci motivazioni economiche o geopolitiche dietro questo atteggiamento?

In effetti l'una e l'altra fanno parte dell'armamentario di decisioni di questo tipo. Penso però che ci sia qualcosa di nuovo. La finanza mondiale ha dimostrato in questi anni di non avere letteralmente il senso di cos'è il mondo; questi signori non si sono accorti di avere creato un mostro con le loro mani e hanno pensato fino al 10 settembre che comunque le cose si sarebbero aggiustate. In realtà gli Usa e tutto l'Occidente erano già in recessione, anche se non lo dicevano per non condizionare le borse. Inoltre, i tre centri del potere economico mondiale, cioè Stati Uniti, Giappone e Europa sono in assenza ormai di strumenti operativi per stimolare la ripresa (a detta di molti esperti economico-finanziari). La situazione era comunque drammatica, per cui possono anche aver pensato di usarla per rimettere in moto i meccanismi, negando così tutto ciò che ci avevano detto per oltre 10 anni: cioè che il capitalismo è una meravigliosa macchina che funziona da sé con la invisibile mano del mercato e che, per questo, bisognava azzerare lo Stato e le sue funzioni. Ora, se la guerra ci sarà, ancora una volta succederà com'è sempre avvenuto in passato: le guerre servono per far soldi e rimettere in moto l'economia. Non voglio dire che fosse nei piani, ma questa possibilità sarà utilizzata con tutto il cinismo del caso.

Crede in un possibile interesse di potenze come la Russia e la Cina, che da una situazione del genere potrebbero trarre vantaggio per scardinare gli "equilibri" dell'attuale globalizzazione, di marchio prevalentemente occidentale?

Io credo che i più informati di tutti fossero quelli che hanno maggiormente le mani nelle borse internazionali, quindi gli occidentali e in primo luogo gli statunitensi. La Russia può trarre qualche vantaggio solo per questioni interne legate alla Cecenia, ma non penso che interverrà direttamente perché il problema sarà chi andrà al potere a Kabul: non credo che la Russia voglia avere a un passo dai confini delle sue ex repubbliche sorelle un governo totalmente in mano agli Usa. In un caso del genere, infatti, gli Stati Uniti assumerebbero nello scacchiere internazionale una posizione totalmente esclusiva e potrebbero utilizzare l'Afghanistan per il passaggio degli oleodotti che taglierebbero fuori la Russia dalle risorse del Caspio.

In questo quadro internazionale, quale dovrebbe essere il ruolo dell'Ue e dell'Onu?

L'Unione europea dovrebbe spiegare agli Usa che la linea intrapresa non è giusta. Gli Stati Uniti sono stati colpiti direttamente, quindi si può immaginare che in questo momento non siano in grado di reagire saggiamente. Gli europei però non sono ancora stati colpiti, per cui dovrebbero tentare di fare questa riflessione e di aiutare gli Usa a farla, esercitando un ruolo di moderazione e di saggezza.

Per quanto riguarda invece le Nazioni Unite, ritengo che l'Occidente non possa in ogni caso decidere da solo la punizione. Esiste una giurisdizione internazionale, che è stata poco usata e negli ultimi anni addirittura disprezzata, ma che tuttavia è l'unica forma di legittimazione. Nel caso della guerra del Golfo, pur essendo un brutto esempio, fu deciso che si sarebbe colpito Saddam Hussein in base ad una sanzione formale delle Nazioni Unite. Penso che in una situazione come quella attuale si debba come minimo fare la stessa cosa: raccogliere le prove e decidere che le esamina un organismo investito della rappresentanza del mondo. Fare diversamente sarebbe puro autolesionismo, perché ancora una volta ricondurrebbe l'Occidente a una forza che si fa giustizia da sé e non cerca nemmeno di coinvolgere giuridicamente il resto del mondo, che invece è interessato e dovrebbe essere coinvolto.

Cosa possono fare i cittadini, la cosiddetta società civile?

Credo che sia il momento necessario di farsi sentire con molta forza, perché i governi, e per quanto ci riguarda quello italiano, si sentano pressati e obbligati a portare nelle sedi internazionali alcune di queste richieste minime che potrebbero anche essere decisive. Basterebbe infatti che qualche Paese della Nato facesse dei distinguo per aprire un problema rispetto a una risposta dissennata degli Usa. In questo momento c'è un'altissima responsabilità individuale degli uomini politici e un'altissima responsabilità collettiva degli uomini in generale. n


angoscia nera

di Luca Rastello
(
giornalista, autore del libro "La guerra in casa" (Einaudi) sul conflitto dei Balcani)

Fa bene l'Europa, nel momento in cui assicura agli americani tutta la sua solidarietà e tutto il suo appoggio, a far valere l'esigenza di indagini approfondite e verificate che individuino una rete di responsabilità precisa dietro gli attentati dell'11 settembre, prima di passare a un'eventuale reazione armata. Si tratta di un'istanza che esprime coerenza con una tradizione culturale, critica e illuminista, che oggi è seriamente posta sotto attacco, dai kamikaze integralisti, ma anche (fatte le dovute proporzioni) dal vento di semplificazione e propaganda che inevitabilmente si solleva a ridosso di eventi tanto sanguinosi e di tale impatto emotivo. E' rassicurante constatare che gli organi di governo continentali ragionano in termini di scelte di politica estera, progettuali e comuni, senza lasciarsi influenzare dalle emotività e dalle spinte che possono venire dai singoli governi nazionali, tentati da un uso strumentale dell'attualità internazionale a fini di politica interna (è il caso dell'Italia e della Finanziaria, che non potendo essere addebitata al fantomatico buco di bilancio può ben essere messa in carico a Bin Laden).

tentazioni manichee

E' a queste radici culturali critiche che conviene far riferimento per evitare di cadere nelle trappole dello "scontro fra civiltà" o dello "scontro fra verità": a nessuno, se non ai propagandisti, serve pensare alla lotta del bene contro il male, qualunque sia l'identità che si vuole dare ai due termini. Ma le tentazioni manichee attraversano, come in ogni occasione di guerra, anche le aree più critiche della società civile, riscoprendo una voglia di schieramento tanto scontata e meccanica da far velo alla comprensione degli eventi. Si può dire che se per la maggior parte della gente del pianeta si è infranto il mito dell'invulnerabilità americana, tuttavia esso resiste presso molti in una sua versione negativa, che spinge a voler immaginare scenari assurdi che non infrangano lo schema mentale per cui il male non può che venire sempre e solo dall'antico nemico statunitense. Quanto poco serva a influire sulle scelte dei governi un movimento pacifista caricato a slogan speculari a quelli della propaganda atlantica dovrebbe averlo già dimostrato il fallimento della mobilitazione contro la guerra in Jugoslavia. La teoria della provocazione, ammesso che la si possa chiamare "teoria", non tiene conto di fatti macroscopici come il danno capitale portato dagli attacchi di New York alla macchina finanziaria occidentale, quella stessa che tiene in vita le lobby che, nello schema dell'antiatlantismo tradizionale, potrebbero aver avuto interesse a fomentare un conflitto: ma chi vuole simulare un incidente di caccia si spara in un piede, non certo nel cranio.

manovre speculative

Eppure l'attacco dell'11 settembre ha rischiato di dare il colpo di grazia alle manovre per evitare una fase recessiva dell'economia americana, dando vita allo spettro che da mesi agita i sonni degli operatori finanziari di tutto il mondo. Quanto questo obiettivo sia importante nella strategia di aggressione agli Stati Uniti lo dimostra anche l'inchiesta aperta dall'Fbi sull'ipotesi di manovre speculative al ribasso che nelle due settimane precedenti gli attentati hanno provocato il tracollo dei titoli assicurativi, un tracollo anomalo, nell'ordine del 12-13% in una fase che non giustificava cali di valore tanto rilevanti. Il meccanismo è semplice: operando all'ombra di banche o finanziarie poste al riparo di qualche paradiso fiscale, speculatori legati a Bin Laden potrebbero aver venduto allo scoperto una gran quantità di titoli assicurativi, certi che l'11 settembre li si sarebbe potuti comprare a prezzi stracciati, ottenendo il doppio risultato di mettere in ginocchio un settore centrale della borsa e di realizzare macroscopici margini di guadagno. Gli scenari di sicurezza che vengono ipotizzati per il futuro, poi, costituiscono un danno per gli interessi proprio di quei soggetti finanziari occidentali a cui in parte della sinistra si è soliti addebitare ogni responsabilità: la messa a punto di una legislazione internazionale definitiva contro i paradisi fiscali e di meccanismi di controllo sulle transazioni finanziarie di cui si discute nelle sedi economiche internazionali costituirebbe la prima limitazione significativa delle dinamiche più selvagge di mercato del paradigma neoliberista.

un atto di guerra

Bisogna rassegnarsi: quello che si è materializzato nell'attacco alle torri gemelle non è un disagio sociale, ciò a cui abbiamo assistito non era una manifestazione per i diritti globali, ma un atto aggressivo e stragista di guerra, condotto da uno schieramento articolato e potente, l'attacco di una concezione del mondo totalizzante a un'altra concezione del mondo totalizzante: uno scenario in cui nessun terzo ha da guadagnare, in cui nessuna rendita di posizione è possibile e soprattutto in cui l'aggressore (in questo caso non sono gli Stati Uniti) ha progettato una strategia di medio e lungo periodo per conseguire una vittoria definitiva, per prevalere, per cancellare l'avversario, non per correggerlo. Appare evidente come punti nevralgici della battaglia ingaggiata contro l'Occidente siano due Paesi, il Pakistan e l'Arabia Saudita, caratterizzati da una duplicità divenuta gravida di rischi: tradizionalmente schierati a fianco degli Stati Uniti in politica internazionale, sono infatti agitati al loro interno da fermenti fondamentalisti di grande rilievo, in grado di condizionare i governi. Del regime dei talebani furono proprio loro i principali sponsor negli anni '80 e '90, quando l'unificazione dell'Afghanistan sotto un solo potere dopo la guerra con l'Urss appariva la condizione necessaria per la realizzazione di oleodotti a capitale saudita e americano che portassero all'Oceano indiano, proprio attraverso il Pakistan, le risorse petrolifere del mar Caspio. Oggi lo sceicco Bin Laden, il quale appare semplicemente come il marchio di impresa di una rete transanzionale che di certo coinvolge governi e servizi segreti ben più influenti di quelli afghani, non fa mistero di aver dato origine alla sua Jihad contro gli americani quando, dopo la guerra del golfo del 1991, si rese conto che gli Stati Uniti avevano reso permanente la loro presenza militare nel suo Paese, l'Arabia Saudita.

scontro tra civiltà

Sembra abbastanza evidente che uno degli aspetti strategici fondamentali di questa crisi sia l'intento di costringere Washington a una reazione violenta. Con l'ovvia conseguenza di compattare, intorno al martirio delle vittime di tale reazione, il fronte integralista e di mettere in grave disagio i governi arabi legati all'Occidente. Proprio la destabilizzazione dei Paesi arabi moderati, a cui lo schieramento fondamentalista è in grado di fornire una classe dirigente alternativa, che ha già dimostrato la sua efficienza nell'indebolimento del nemico un tempo onnipotente, è indicata dallo storico marxista Hobsbawm come il principale obiettivo dell'attacco agli Usa. In questo caso, la reazione militare americana - tanto più quanto più violenta e indiscriminata - avrebbe la conseguenza di costruire e compattare uno schieramento avversario capace di identificarsi con la quasi totalità del mondo arabo e di quello musulmano asiatico. Un caso in cui, negli obiettivi della multinazionale a cui per comodità si dà il nome di Bin Laden, si realizzano le condizioni per quello scenario che Huntington ha battezzato con l'infelice profezia dello "scontro fra civiltà". Con questo scenario bisogna fare i conti e serve a poco, se non all'autogratificazione di chi ritiene di incarnare in maniera pura una ragione superiore, negare alla potenza attaccata la legittimità di una reazione. Altra cosa naturalmente è preoccuparsi, come fanno gli organismi europei, della natura, dei limiti e degli obiettivi di tale reazione. Per questo è necessario un momento di riflessione e di analisi condivisa, anche di autoanalisi e di scontro se necessario, all'interno dei movimenti che hanno dato alla società civile italiana una nuova vitalità, che hanno subito l'aggressione e il massacro di Genova e che hanno indetto nuove mobilitazioni: l'attacco al mondo in cui quei movimenti sono nati e dalla cui eredità culturale traggono la loro stessa linfa critica è in atto. E' un attacco forte e letale, usa la vita dei civili come arma, la strage come strumento, il terrore come terreno di coltura. Non può essere in discussione la necessità di strutture di difesa e la situazione, tragica quanto si vuole, è che a tutt'oggi non ne esistono al di fuori della nefasta alleanza atlantica. Per questo mi pare che nelle cancellerie europee si dimostri un grande realismo nell'accelerare i processi per la costituzione di una difesa comune continentale. Sempre che, parallelamente, la diplomazia, la società civile, i governi e tutti gli uomini di buona volontà facciano tutto ciò che è in loro potere perché essa si riveli il più possibile inutile.

 

NUOVE MISURE DELL'UE PER LA LOTTA AL TERRORISMO

Dopo i gravi fatti verificatisi a Genova, che seguivano quelli di Göteborg, l'Unione europea stava discutendo la possibilità di adottare misure comuni per tutelare l'ordine pubblico utilizzando le strutture giudiziarie e di polizia, Eurojust ed Europol. Gli attentati di New York e Washington hanno però accelerato notevolmente tale processo, così, nel corso di una sessione straordinaria tenutasi lo scorso 21 settembre a Bruxelles, il Consiglio europeo ha adottato un piano d'azione proposto dalla Commissione. Per rafforzare la lotta al terrorismo l'Ue ha definito le seguenti misure:

1. Conformente alle conclusioni di Tampere il Consiglio europeo è d'accordo sull'istituzione dell'ordine di arresto europeo nonché sull'adozione di una definizione comune di terrorismo. L'ordine di arresto sostituirà l'attuale sistema di estradizione tra Stati membri. (...) Pertanto l'ordine di arresto europeo consentirà la consegna diretta delle persone ricercate da autorità giudiziaria ad autorità giudiziaria, garantendo al tempo stesso i diritti e le libertà fondamentali. Il Consiglio europeo incarica il Consiglio "Giustizia e affari interni" di definire tale accordo e di stabilirne urgentemente, e al più tardi entro la sessione del 6 e 7 dicembre 2001, le modalità. (...)

2. Il Consiglio europeo chiede al Consiglio "Giustizia e affari interni" di far procedere all'identificazione dei presunti terroristi in Europa nonché delle organizzazioni che li sostengono per compilare un elenco comune delle organizzazioni terroristiche. (...) A tal fine saranno istituite squadre investigative comuni.

3. Gli Stati membri scambieranno senza indugio e sistematicamente con l'Europol tutti i dati utili in materia di terrorismo. Nell'ambito dell'Europol si istituirà quanto prima una squadra di specialisti nella lotta al terrorismo che collaborerà strettamente con i colleghi statunitensi. (...)

4. Il Consiglio europeo invita ad attuare quanto prima tutte le convenzioni internazionali esistenti in materia di lotta antiterrorismo (ONU, OCSE, ecc.). L'Unione europea sostiene la proposta dell'India di elaborare in sede di Nazioni Unite una convenzione generale contro il terrorismo internazionale, che dovrà rafforzare l'effetto delle azioni svolte negli ultimi 25 anni sotto l'egida delle Nazioni Unite.

5. La lotta al finanziamento del terrorismo costituisce un aspetto decisivo. È necessaria un'azione internazionale energica per conferire piena efficacia a detta lotta. L'Unione europea vi apporterà il suo totale contributo. A tal fine il Consiglio europeo chiede al Consiglio "Ecofin" e al Consiglio "Giustizia e affari interni" di adottare le misure necessarie a combattere qualsiasi forma di finanziamento delle attività terroristiche, segnatamente adottando nelle prossime settimane un ampliamento della direttiva sul riciclaggio di denaro e la decisione quadro sul sequestro dei beni. Chiede agli Stati membri di firmare e ratificare urgentemente la convenzione delle Nazioni Unite sulla repressione del finanziamento del terrorismo. (...).


la nonviolenza contro ogni terrorismo

di Nanni Salio
(Centro studi Sereno Regis e membro dell'International Peace Research Institute)

«Non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra, dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove».

E' da queste parole di Etty Hillesum, scritte nel suo Diario 1941-1943, durante la seconda guerra mondiale, poco prima di morire ad Auschwitz, che bisogna partire per riflettere sulla tragica serie di attentati dell'11 settembre negli USA. «Il regno di Dio è in voi», diceva Tolstoi, ma potremmo aggiungere: «...anche quello di satana».

Per i persuasi della nonviolenza, il compito è oggi più difficile che mai. Bisogna riuscire a interrompere la spirale della violenza che quasi certamente verrà alimentata dalla ritorsione che il governo USA sta pianificando. La via maestra è quella del dialogo con tutte le parti in causa, conoscerne e riconoscerne torti e ragioni, vedere e far vedere la sofferenza e il dolore di tutte le vittime, aiutare i persecutori a riumanizzarsi, analizzare i traumi subiti mediante una sorta di grande terapia collettiva che apra la strada alla riconciliazione del genere umano. Dobbiamo aiutare i cittadini americani a prendere coscienza della irresponsabilità della loro classe politica e del fallimento delle dottrine militari, anch'esse basate sul terrorismo (di Stato), che li hanno resi più insicuri e vulnerabili. Così come a suo tempo aiutammo i cittadini sovietici a scrollarsi di dosso un regime che cadde quasi senza colpo ferire, attraverso una strabiliante lotta nonviolenta culminata nel 1989, ora dobbiamo aiutare i cittadini americani a liberarsi dal giogo altrettanto odioso e pericoloso del complesso militare-industriale-scientifico che li ha portati in un vicolo cieco.

Al contempo, occorre aiutare le popolazioni dell'Islam e più in generale i popoli oppressi a non cadere nella trappola della violenza e del terrorismo. E' necessario un gigantesco impegno di educazione alla lotta nonviolenta, l'unica strada che nel secolo scorso ha consentito di ottenere risultati significativi e duraturi senza seminare odio, vittime, vendette, massacri, tragedie ricorrenti e senza fine.

Nella tragedia che ha colpito gli Stati Uniti spicca un episodio di resistenza civile, praticamente nonviolenta, che va evidenziato e valorizzato. Alcuni passeggeri del quarto aereo dirottato, che avrebbe dovuto colpire probabilmente la Casa Bianca, si sono ribellati ai dirottatori provocando lo schianto dell'aereo, prima che raggiungesse l'obiettivo previsto. Là dove è fallito un sistema di difesa costruito su false dottrine militari e con costi proibitivi si è dimostrato efficace un modello difensivo quasi a costo zero, basato sul coraggio e l'abnegazione di cittadini disarmati, come sostengono da tempo i fautori della difesa popolare nonviolenta per contrastare sia lo strapotere delle multinazionali sia ogni forma di terrorismo e di criminalità organizzata.

Non ci sarà vera pace senza giustizia e non ci saranno né pace né giustizia senza una cultura della nonviolenza attiva. E' la globalità dei problemi che impone di riconoscere sia i limiti, i fallimenti e gli errori sia gli aspetti positivi, creativi, costruttivi di ciascuna cultura. Non ci sono popoli eletti né reietti, ma ciascuno ha il suo bagaglio di esperienze storiche, miti, traumi, successi e insuccessi dai quali partire per costruire una cultura che riconosca nella nonviolenza il seme comune dell'umanità, le verità antiche come le colline.

Chi si farà carico di questo progetto, della trasformazione nonviolenta di ogni conflitto, dal micro al macro? In tutte le principali tradizioni culturali e religiose sono presenti uomini e donne che hanno saputo assumere su di sé il dolore del mondo per compiere un'opera di redenzione: sono i "giusti" della tradizione ebraica, il redentore della religione cristiana, i bodhisattva della cultura buddhista, i rishi degli antichi Veda, i sufi dell'Islam. Oggi, questa eredità culturale dev'essere raccolta e disseminata da tutti coloro che hanno effettivamente a cuore le sorti dell'umanità intera e che intendono dare alla propria esistenza un senso più profondo e autentico. Se ci sono persone disposte a immolare la propria vita per seminare il terrore, dovrà esserci un numero ancora più grande di satyagrahi preparati a donare la vita perché persuasi della nonviolenza, come ci hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Etty Hillesum e tanti altri che hanno vissuto in momenti della storia umana non meno drammatici del nostro.

Il "movimento di movimenti", venuto alla ribalta negli ultimi due anni per le sue iniziative di contestazione dei Vertici dei potenti, si trova ora di fronte a una scelta ineludibile: deve farsi carico consapevolmente di questo ambizioso progetto e imboccare chiaramente e con determinazione la strada della nonviolenza attiva, costruttiva e creativa per non soccombere nella stretta fra i due terrorismi. La sua agenda diventa ancora più fitta e una priorità assoluta dovrà essere assegnata alla lotta contro lo strapotere degli apparati militari, ovunque nel mondo, alla realizzazione di modelli di difesa basati sulle tecniche di lotta della nonviolenza, alla democratizzazione delle Nazioni Unite, al boicottaggio delle industrie belliche, all'abolizione degli eserciti, alla disobbedienza civile di massa. Solo così la lotta per la giustizia sociale, per la salvaguardia del pianeta, per la difesa dei deboli non si avviterà nell'eterna e drammatica spirale autodistruttiva della violenza diretta. n


Caselli: «Indagine europea sul black bloc»

La situazione internazionale apertasi dopo gli attentati di New York e Washington dell'11 settembre scorso rischia di far passare in secondo piano analisi e ragionamenti su quanto avvenuto fino a quel giorno. Dal momento che ci rifiutiamo di entrare in questa logica perversa e che solo due mesi fa abbiamo assistito ai gravi fatti di Genova, riteniamo opportuno e doveroso non dimenticare.

Per questa ragione pubblichiamo di seguito un'intervista al magistrato Gian Carlo Caselli, oggi rappresentante italiano nella struttura provvisoria della procura europea Eurojust, realizzata alla fine dello scorso mese di agosto dall'agenzia d'informazione "TestimonidiGeNova", costituita da alcuni giornalisti che in modo volontario e indipendente hanno deciso di lavorare per portare un contributo informativo sul dopo Genova e sui contenuti delle molteplici questioni legate alla globalizzazione.

Vent'anni fa le indagini sul terrorismo, negli anni Novanta la lotta alla mafia, poi la direzione delle carceri italiane e oggi un incarico presso la superprocura europea: con Gian Carlo Caselli, magistrato, parliamo dei fatti di Genova del luglio scorso.

Che idea si è fatto di quanto accaduto a luglio in occasione del G8?

Riflettendo su quanto è successo credo sia importante fissare alcuni punti: 1) la polizia è un'istituzione democratica che in questi anni ha reso servizi di straordinaria importanza a tutto il Paese; 2) se a Genova, come sembra, ci sono stati degli eccessi è evidente che devono essere accertati e puniti: uno Stato democratico non può imboccare una strada diversa; 3) è assolutamente doveroso per il cosiddetto movimento e per chi voglia dialogare e rapportarsi ad esso, compiere ogni sforzo per eliminare qualunque ambiguità e qualunque indulgenza verso le frange estreme, cioè verso chi non vuole manifestare ma praticare violenza; 4) bisognerebbe smetterla, e mi riferisco in particolare ad alcuni politici, di ragionare su queste cose avendo come riferimento non l'interesse comune ma semplicemente cercando di portare acqua al proprio mulino, facendo d'ogni erba un fascio, confondendo Genova con la bomba di Venezia (quale che ne sia la matrice), attribuendo responsabilità sulla base di sillogismi penosi com'è avvenuto, ad esempio, contro l'onorevole Violante.

Nel rispetto delle inchieste in corso, non le pare che in quei giorni si sia verificata a tratti una sospensione del diritto?

E' un dato di fatto che a Genova c'è stata la pratica di una violenza organizzata, molto pericolosa. Da parte di una minoranza di frange estranee al movimento, certo, ma questa violenza c'è stata. Bisognava compiere un'operazione chirurgica di isolamento di queste componenti organizzate e violente rispetto al resto dei manifestanti: sia da parte dei responsabili dell'ordine pubblico sia da parte del movimento, nei limiti di quanto esso poteva fare. Non essendo stato fatto ciò, si sono verificati gravissimi problemi, una grande confusione e probabilmente degli errori e degli eccessi (sui quali sono aperte numerose inchieste), ma non credo si possa parlare di sospensione del diritto come di qualcosa programmato. Questo è piuttosto un rischio per il futuro, nella misura in cui qualcuno possa o voglia profittare della situazione per sospendere o limitare il diritto a manifestare il dissenso in forma non violenta.

In base alla sua esperienza come direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, quale può essere stata la ragione della presenza dei GOM nella caserma di Bolzaneto?

Sempre premettendo che si parla di giudizi sospesi, dal momento che sono aperte numerose inchieste, va detto che il GOM è l'unica componente della polizia penitenziaria che consente mobilità sul territorio e che può essere dislocata in luoghi diversi se le situazioni lo richiedono. Il suo compito istituzionale è quello di supportare le traduzioni dei detenuti. In base a quanto ho letto sui giornali, perché io ora mi occupo di altre cose, erano previsti degli arresti ed era altrettanto prevista la traduzione degli arrestati in diverse carceri: immagino sia questo il motivo dei GOM a Bolzaneto. La loro presenza, dunque, rispondeva ad esigenze istituzionali ben precise. Io credo che, così come non si deve criminalizzare la polizia, allo stesso modo non vanno criminalizzati i GOM: l'accertamento della verità, ripeto, è necessario, ma questo non significa criminalizzare un intero corpo. Anche per la polizia penitenziaria, nel caso di Genova, gli eccessi eventualmente compiuti vanno accertati e puniti, ma non si può demonizzare un gruppo intero. Queste ostilità nei confronti del GOM spesso nascono da gelosie corporative all'interno dei vari sindacati autonomi delle forze di polizia.

Come può essere letto lo scaricamento di responsabilità a cui si è assistito tra i vari corpi di polizia e delle forze dell'ordine?

Per sapere se c'è stato un vero e proprio scaricamento di responsabilità bisognerebbe leggere le relazioni ufficiali e conoscere le testimonianze rese alla magistratura e alla commissione parlamentare. Che si cerchi di difendere se stessi e il corpo di propria appartenenza, spostando l'attenzione su altri, è in una certa misura fisiologico. Se invece non è un fatto fisiologico (ma non ho elementi per sostenerlo: sto ragionando in via di ipotesi), allora bisognerebbe chiedersi quali direttive politiche sono state impartite. Questo perché, un eventuale scaricamento reciproco di responsabilità tra i vari corpi di polizia potrebbe essere il riflesso di una confusione derivante da direttive politiche imprecise o mancanti.

Lei ora opera in ambito europeo. Esistono, a suo avviso, ambiti istituzionali per far luce su quanto accaduto? Come commenta le notizie trapelate relative alla decisione dei Quindici di utilizzare le strutture di Europol contro i manifestanti europei?

La mia personale opinione è che Europol ed Eurojust, cioè le strutture europee con competenze in materia di ordine pubblico e di giustizia, insieme dovrebbero fare uno sforzo di maggiore comprensione del fenomeno del cosiddetto black bloc, anche per poterlo nettamente distinguere dal resto del movimento. Mi sembra utile che si organizzi qualcosa a livello europeo per lo scambio di dati e informative, anche alla luce di quanto successo a Nizza, Napoli, Göteborg e Genova, per un confronto di esperienze e conoscenze così da fare chiarezza a livello europeo sui contorni, gli obiettivi e le prospettive. Questo però deve essere inteso come una ricognizione in grado di fornire a tutti elementi di miglior comprensione e conoscenza di quanto avvenuto nelle varie città.

Non crede che la sola azione repressiva, riproposta a più riprese da esponenti del governo italiano, accresca il conflitto?

Credo che il vero rischio per il futuro stia nella possibile strumentalizzazione di quanto avvenuto per mettere in pratica una diminuzione dei diritti dei cittadini, partendo da quello di manifestare pacificamente il proprio dissenso.

Quando sente fare similitudini del momento attuale con gli anni Settanta, col movimento di allora, e sente parlare del rischio di una nuova stagione di terrorismo, cosa pensa?

Il terrorismo di cui mi sono occupato io era un'altra cosa: la violenza veniva praticata in altre forme e, soprattutto, quei gruppi godevano, nella prima fase, di un consenso diffuso che oggi non mi pare di vedere. Sottolineo che non sto più parlando di Genova, sia chiaro. Parlo delle manifestazioni del nuovo brigatismo, dell'omicidio D'Antona e dei fatti accaduti successivamente. Quando si parla di terrorismo, soprattutto quando le inchieste sono solo agli inizi, sarebbe molto azzardato essere assolutamente certi di qualcosa, per cui mi sembra più che doverosa e giustificata la cautela del magistrato Casson. C'è però un problema: l'esperienza ci ha insegnato che il terrorismo, come lo stragismo, sono un piatto sporco in cui molti hanno tentato di mettere le mani. Questo non significa necessariamente eterodirezione, ma piuttosto tentativi di strumentalizzazione a fini di convenienza di una parte. Tutto ciò oggi dovrebbe essere evitato e bisognerebbe essere molto critici nei confronti di chi lo fa. La risposta repressiva è indispensabile, ma guai se tutto fosse delegato a polizia e magistratura: l'isolamento politico dei gruppi terroristici è assolutamente necessario. L'esperienza dei primi anni Settanta deve inoltre farci ricordare questo fatto: una spinta decisiva per la nascita delle BR come organizzazione armata, e per l'allargamento della loro base, venne dalla percezione soggettiva che le stragi, a partire da Piazza Fontana, fossero una scelta di campo delle componenti autoritarie dello Stato, un nodo attraverso cui si svelava la vera natura reazionaria dello Stato. E' importante che oggi percezioni soggettive di questo tipo non trovino spazio.

E come si può evitare ciò, dopo quanto si è visto a Genova?

Attraverso quanto dicevo all'inizio, cioè sottolineare che la polizia è un'istituzione democratica, che gli eccessi vanno puniti, che il movimento non deve avere ambiguità rispetto alle frange estreme ecc. Dobbiamo offrire compattamente, in questi difficili momenti, l'immagine e la sostanza dello Stato democratico, non dimenticando però, e anzi mettendo in primo piano, che lo Stato democratico non è soltanto quello che tutela l'ordine pubblico, anche garantendo il dissenso nonviolento. Lo Stato democratico è anche quello che si fa carico del bene collettivo, che non esalta il benessere individuale e il successo personale come unici valori degni; è quello che non percorre la strada dei privilegi per pochi ma cerca forme di giustizia sociale; è quello che le garanzie le considera un patrimonio di tutti e non un'esclusiva per pochi che vogliono restare impuniti. Lavorare per uno Stato democratico così concepito significa innalzare argini robusti contro le tentazioni ribellistiche. Altrimenti si fanno solo chiacchiere e qualunquismo, se non peggio.

(agenzia TestimonidiGeNova)

 

Gabaglio: «creare un legame tra sindacato e società civile»

Abbiamo rivolto a Emilio Gabaglio, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), alcune domande su Genova: il Vertice, i suoi risultati, i fatti accaduti, le prospettive dell'azione sindacale a livello europeo.

Il Vertice di Genova ha fatto parlare più per i tragici avvenimenti che per i temi legati alla globalizzazione. Come giudica i risultati del G8 sul piano dei contenuti nella lotta alla povertà?

Se e Genova non si fosse consumata una tragedia si potrebbe dire che si è fatto molto rumore per nulla. I risultati del G8 sono del tutto al di sotto della drammaticità e dell'urgenza dei problemi aperti nelle relazioni tra Nord e Sud. Non c'è stata certo la svolta negli orientamenti e nella politiche dei Paesi più sviluppati che la situazione impone.

I sindacati, in generale, non hanno contestato la legittimità del Vertice, i movimenti sì. Dato che si parla da tempo di riforma delle istituzioni internazionali, esiste una proposta del sindacato europeo? E in questa ipotesi, ha senso l'esistenza del G8?

Se vogliamo evitare l'unilateralismo, in particolare degli Stati Uniti, occorre puntare decisamente sul ruolo delle sedi e degli organismi multilaterali esistenti. Detto questo, essi devono essere riformati e democratizzati perché riflettono concezioni e rapporti di forza di cinquant'anni fa, oggi superati. Non farei però di ogni erba un fascio e sono sorpreso, per esempio, che si sia pensato anche se solo per un momento di contestare il Vertice della Fao. Non c'è una proposta precisa di riforma da parte ad sindacato europeo, ma mi sembra molto interessante il suggerimento di Jacques Delors per un "Consiglio di Sicurezza economica" con la presenza non solo dei Paesi più avanzati ma anche dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Il G8 sarebbe così superato.

La Cisl Internazionale da anni si batte per "dare regole" alla globalizzazione, ma francamentei i risultati dell'azione sindacale internazionale non appaiono incisivi. E' d'accordo con questa valutazione? E cosa può fare il sindacato europeo?

Non sarei così ingeneroso. L'azione sindacale è purtroppo meno visibile di altre manifestazioni ma non per questo inesistente. Una rete di accordi negoziati con le multinazionali per migliorare le condizioni di lavoro e il rispetto dei diritti sociali nei paesi del Terzo Mondo sta prendendo forma. Certo occorre accelerare il passo e dare più forza a questa come ad altre iniziative. Come Ces pensiamo che il nostro obiettivo è quello di ottenere che l'Unione europea pratichi una politica più indipendente nelle relazioni internazionali fondata sui valori, i diritti, le politiche che costituiscono il suo "modello sociale". L'Europa, se ne ha la volontà politica, può fare la differenza nella indispensabile regolazione sociale della mondializzazione. Lo ha fatto con il protocollo di Kyoto e a Durban con il razzismo. L'attendiamo alla prova dei negoziati dell'Omc-Wto.

Gli avvenimenti di Genova, e i diversi approcci di fronte alla globalizzazione, hanno portato taluni a sintetizzare il tutto con uno slogan: "ai movimenti la protesta, ai sindacati la proposta". Ma è davvero così?

Francamente no. Per noi i due momenti sono egualmente necessari e cerchiamo di portali avanti insieme. Solo così si evita che la "protesta" resti fine e sè stessa e che la "proposta" non abbia sbocchi.

Sindacato e società civile di fronte alla globalizzazione: ancora separati o invece occorre costruire/rafforzare un dialogo, anche con azioni comuni?

Una convergenza è più che auspicabile, ma va costruita a partire da rivendicazioni comuni e condivise. La Ces ha condotto, per esempio, la Campagna per la Carta dei diritti fondamentali di Nizza insieme a un gran numero di Ong europee. Il dialogo e la cooperazione sono possibili con la sola discriminante del rifiuto più assoluto della violenza.

Le prossime scadenze: la manifestazione sindacale a Bruxelles del 13 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo di Laeken, come annunciato nel corso dell'iniziativa mondiale dei sindacati il 18 luglio scorso a Genova. Per chiedere cosa? Da soli o con la società civile?

Il Consiglio europeo di Laeken deve fissare le grandi linee del futuro dell'integrazione europea. È quindi del tutto naturale che la Ces, vogliainfluire sulle scelte anche, ma non solo, attraverso una grande manifestazione sindacale che speriamo superi per partecipazione quelle già importanti di Oporto e Nizza. Le nostre rivendicazione riguardano, in sintesi, la necessità di un "governo" europeo dell'economia e non solo della moneta, per lo sviluppo sostenibile e il lavoro; la costituzionalizzazione della Carta dei diritti, da migliorare per quanto attiene ai diritti sociali e sindacali; la riforma delle istituzioni per renderle più democratiche; la definizione di strumenti capaci di fare dell'Unione un attore sulla scena internazionale per imporre una regolazione sociale e democratica dei processi di globalizzazione. Quanto alla società civile, so che si prepara da parte di un vasto arco di Ong un'Assemblea dei cittadini per i giorni del Vertice e che noi sosteniamo pienamente. Stiamo discutendo della possibilità di creare un legame visibile tra le due iniziative.


per non dimenticare...

Sui gravissimi fatti di Genova si sono lette centinaia di testimonianze, viste molte immagini e fotografie e sono in corso 8 indagini della magistratura. Chiunque abbia voluto ha potuto rendersi conto di quanto avvenuto e, probabilmente, anche dei motivi e delle molte responsabilità che hanno portato ad una situazione che nessuno avrebbe immaginato. Riteniamo che sarebbe gravissimo se tutto ciò venisse spazzato via dalla difficile situazione internazionale creatasi dopo l'11 settembre. Per questo la redazione di "euronote" ha deciso di pubblicare parte di una testimonianza, quella del nostro direttore che ha partecipato a tutti gli eventi di Genova e che appena tornato aveva diffuso via e-mail le sue impressioni.

Domenica 22 luglio 2001

(...) Nelle giornate di venerdì 20 e sabato 21 a Genova è stato superato un punto di non ritorno a livello internazionale, ma anche e soprattutto a livello nazionale. Ho visto, insieme a decine di migliaia di persone e centinaia di telecamere e macchine fotografiche, cose inaudite in un Paese che si definisce democratico. E la nota fortemente positiva è proprio questa: siamo in tanti ad aver visto e vissuto quanto successo e abbiamo il dovere di comunicarlo al maggior numero di persone. (...)

Nel modo più sintetico possibile, parto dalla fine e ritorno indietro.

Domenica 22 ore 12: con il caro amico con cui mi sono recato a Genova vado alla scuola A. Diaz di via Battisti 5 perché apprendo dai giornali che nella notte c'è stata un'irruzione della polizia. Da alcune ore, decine di persone si aggirano per le aule, i corridoi, le scale guardando attoniti e immaginando quanto è successo poco dopo mezzanotte. Le immagini le avete viste tutti in tv, ma calpestare le pozze di sangue rinsecchito, vedere gli schizzi di sangue sui muri, i vetri degli armadi distrutti imbrattati di sangue, le biro, i giornali, i pezzi di carta, gli indumenti per terra sporchi di sangue è agghiacciante. La rabbia, il senso di impotenza, la voglia di denuncia, il terrore che qualcosa sia radicalmente cambiato rispetto a sole 48 prima è devastante. Immaginare quanto è successo, grazie alle molte testimonianze e ai segni indelebili dei manganelli sui muri, sui vetri e, soprattutto, sulle persone è indescrivibile. La polizia, in assetto antisommossa, ha fatto irruzione (senza alcun mandato, in un edificio concesso ufficialmente dalla Provincia di Genova al Genoa Social Forum-GSF per ospitare il pernottamento dei manifestanti) nella scuola dove un centinaio di persone stavano dormendo, ha tenuto fuori dai cancelli alcuni deputati, avvocati dell'associazione "giuristi democratici" e alcuni giornalisti che dormivano nell'edificio di fronte, e ha massacrato di manganellate le persone che stavano dormendo. Ha inseguito e randellato quelli che cercavano di sottrarsi alla violenza, per altro senza alcuna via di fuga. Una "tonnara" che ha portato oltre 60persone in ospedale, alcune ancora nei sacchi a pelo. (...) L'arsenale ritrovato, dichiarato dalle autorità di polizia, è una totale "bufala". La scuola è in ristrutturazione e sui due lati ricoperta da impalcature. Su ogni balcone si trovano tubature lasciate dai lavoratori edili che stanno ristrutturando l'edificio: potevano essere centinaia le spranghe ritrovate. (...) I computer utilizzati dai ragazzi (molti dei quali passavano ore nei giorni precedenti a preparare canti e rappresentazioni pacifiche di protesta nel cortile della scuola) sono tutti distrutti, mentre quelli ancora incellofanati dei laboratori di informatica sono intatti.

Nel corso della conferenza stampa tenutasi in mattinata, i "responsabili" della polizia hanno risposto con un arrogante silenzio alla domanda del giornalista greco che chiedeva le prove del fatto che l'armamentario presentato ai giornalisti fosse effettivamente stato sequestrato in quei locali; e col silenzio hanno risposto alle domande successive. E' possibile che qualche imbecille devastatore si fosse intrufolato nella scuola a dormire (non venivano chiesti documenti alle persone e, comunque, se non sono stati identificati dalle forze dell'ordine, che dovrebbero farlo di mestiere, come potevano essere individuati dal GSF che ha accolto migliaia di persone?). Ma, com'è stato detto opportunamente nell'assemblea del pomeriggio, nulla giustifica comunque la violenza fascista messa in atto dalla polizia: è come se alla domenica negli stadi, in seguito ai puntuali danni provocati dagli ultrà, venissero randellati tutti gli spettatori presenti.

Contemporaneamente, nell'edificio che si trova di fronte alla scuola Diaz e anch'esso dato in dotazione dalle pubbliche autorità al GSF, tutti i presenti sono stati costretti a terra a lungo dagli agenti in borghese che hanno distrutto e sequestrato i tre computer su cui gli avvocati avevano riportato centinaia di testimonianze e denunce loro pervenute negli ultimi due giorni da parte di persone vittime di abusi e violenze messe in atto da polizia e carabinieri.

Sabato 21, dalle 14 in poi: tutti noi presenti abbiamo visto il più grande corteo degli ultimi 20 anni. Oltre 200 mila persone, di diversa nazionalità e connotazione culturale e politica, ma tutte insieme ad esprimere il proprio dissenso al tipo di globalizzazione in atto e per rivendicare la globalizzazione dei diritti. Non si era mai visto però un corteo così imponente non preceduto dalle forze dell'ordine. Poi si è capito perché. Appena partito, il corteo è stato preceduto di alcune centinaia di metri da poche decine di imbecilli sfasciatutto, lasciati liberi di incendiare auto e vetrine per quasi mezz'ora di fronte ad un folto dispiegamento di forze "dell'ordine". Quando è stata decisa la carica, gli imbecilli si sono dileguati nelle vie laterali e in mezzo alle migliaia di persone del corteo, mentre la pioggia di lacrimogeni e le randellate delle forze dell'ordine si sono riversate sui manifestanti inermi e con le braccia alzate. L'orrore si è ripetuto diverse volte in vari punti del corteo, che è così stato spezzato in almeno quattro tronconi e ha riportato decine di feriti. In una carica della polizia, ho visto la polizia schierata correre contro la testa di uno spezzone di corteo invaso dai lacrimogeni e manganellare decine di persone immobili con le braccia alzate: ragazzi e ragazze, uomini e donne anche di 50/60 anni che stavano sfilando pacificamente e che non potevano muoversi perché dietro di loro erano bloccate decine di migliaia di manifestanti in attesa di proseguire il corteo. Una vergogna inaudita. In altre parti del lungo corteo volutamente spezzato e impossibilitato a sfilare, sono successe le stesse cose. Sono stati randellati indistintamente pacifisti, cattolici, giovani comunisti, anarchici, associazioni gay, di donne, ragazzini alla loro prima manifestazione... il tutto mentre gli imbecilli sfasciatutto scorrazzavano indisturbati per la città. In piazza Ferraris, dove doveva concludersi il corteo ma dove è giunto meno di un quarto dei manifestanti, sono stati sparati lacrimogeni sul palco mentre parlava un sacerdote. E' stato chiarissimamente praticato volutamente terrorismo per disperdere e sciogliere un corteo pacifico enorme: questo dimostra la forza del corteo che, così eterogeneo e così grande, ha fatto paura per il suo potenziale simbolico e per la forza della protesta.

Venerdì 20, dalle 11 in poi: la piazza di Brignole è circondata da container e forze "dell'ordine" in assetto di guerra con una sola apertura che serve per far affluire i manifestanti che intendono assediare la "zona rossa", grigliata da barriere invalicabili. Si prepara una tonnara, ma non c'è il tempo di attuarla perché centinaia di imbecilli sparsi ovunque in gruppetti e giunti improvvisamente nei punti di ritrovo organizzati per l'assedio simbolico della zona "off limits" lanciano molotov e iniziano una guerriglia urbana che durerà almeno 6 ore. Appaiono e scompaiono improvvisamente devastando tutto, tra centinaia di auto, moto, scooter e motorini guidati da agenti in borghese (ne partono e ne arrivano in continuazione dal parcheggio a fianco della questura, dove mi trovo a telefonare in una cabina), che scorrazzano per tutta la città. Da tre giorni la presidente della Provincia di Genova segnalava la presenza di centinaia di questi deficienti in una scuola di Quarto, da loro occupata: nessun poliziotto si è recato sul posto. Così come nessuno è andato nel parco dove ne campeggiavano altre centinaia descritti puntualmente da una giornalista de "il manifesto" (22 luglio, pag. 6). Tutte le cariche di polizia e carabinieri avvengono dopo le devastazioni e ai danni dei manifestanti. Ma questo è stato ampiamente documentato... fino all'assassinio delle 17,30 in una situazione di caos generale.

Le manifestazioni pacifiche, simboliche, vengono interrotte dai blitz degli imbecilli e quindi attaccate dalle cariche della polizia con lacrimogeni, manganelli, idranti e blindati. Vengono massacrate di botte persone che fuggono terrorizzate: ragazzi e ragazze totalmente disarmati, giornalisti, persino una volontaria del pronto soccorso che sta medicando un ferito. Un furgone dei volontari del pronto soccorso del GSF, già perquisito 3 volte, viene attaccato dagli agenti in divisa, gli viene distrutto un vetro e sparato un lacrimogeno all'interno. Gruppi pacifici di manifestanti vengono inseguiti per chilometri, lontano dalla "zona rossa", e fatti oggetto di innumerevoli lanci di lacrimogeni.

Filmati e fotografie documentano probabili infiltrazioni e connivenze tra agenti delle forze dell'ordine e devastatori.

Giovedì 19: circa 50 mila persone sfilano nella manifestazione per i diritti dei migranti in un clima di totale tranquillità e festa. Il corteo è preceduto, a differenza di quello del 21, dalla forze dell'ordine e gli organizzatori trattano con il questore il percorso, modificandolo e allungandolo in totale serenità e intesa.

Non aggiungo altro. Non voglio esprimere alcun giudizio sulle molte e varie responsabilità che hanno provocato il disastro verificatosi nei giorni 20 e 21. Ma è necessario che il maggior numero di persone sappia e si renda conto del clima cupo e intimidatorio che è stato creato in questi giorni e nelle settimane precedenti. Sono in gioco il sistema democratico e i diritti di tutti. Solo una vastissima partecipazione può sconfiggere la violenza intimidatoria provocata e praticata. Solo una netta e forte presa di posizione contro questo nuovo clima di violenza può evitare il peggio. Siamo tutti responsabili di quello che succederà. Ma bisogna pretendere la partecipazione di forze politiche, sindacali, gruppi e organizzazioni democratiche, in modo da isolare le violenze che minacciano la protesta da tutte le parti e che rischiano di vanificare tutto e provocare una pericolosa degenerazione della situazione. L'abbiamo già visto e abbiamo il dovere di impedire che si ripeta.
Enrico


G8: il documento finale

Pubblichiamo di seguito il comunicato finale approvato dai capi di Stato e di governo del G8 lo scorso 22 luglio a Genova. Un documento molto criticato sia per i contenuti espressi (le decisioni prese non vanno molto al di là, ancora una volta, di semplici dichiarazioni d'intenti), sia perché approvato in un clima di generale protesta contro il Vertice, nonché gravissime violenze e violazioni, senza che tutto ciò venisse tenuto nel dovuto conto dai rappresentanti degli Otto Stati e dell'Ue chiusi nelle sale blindate del Palazzo Ducale.

1. Noi, i Capi di Stato e di Governo di otto delle principali democrazie industrializzate ed i rappresentanti dell'Unione europea, ci siamo riuniti a Genova per il primo Vertice del nuovo millennio. In uno spirito di collaborazione abbiamo affrontato i problemi più pressanti dell'agenda internazionale.

2. Come leader democratici, responsabili verso i nostri cittadini, crediamo nell'importanza fondamentale di un dibattito pubblico ed aperto sulle principali sfide che le nostre società devono affrontare. Promuoveremo soluzioni innovative basate su di un'ampia partnership con la società civile ed il settore privato. Ricercheremo, inoltre, una cooperazione e solidarietà più accentuate con i Paesi in via di sviluppo, basate su una reciproca responsabilità per combattere la povertà e promuovere lo sviluppo sostenibile.

3. Siamo decisi a far sì che la globalizzazione lavori a favore di tutti i nostri cittadini e specialmente per i poveri del mondo. Includere i Paesi più poveri nell'economia globale è il modo più sicuro per rispondere alle loro aspirazioni fondamentali. Abbiamo concentrato le nostre discussioni sulla strategia per riuscire in questo intento.

Un approccio strategico alla Riduzione della Povertà

4. La situazione in molti Paesi in via di sviluppo - specialmente in Africa - richiede una decisiva azione globale. La strategia più efficace per ridurre la povertà è quella di mantenere un'economia globale forte, dinamica, aperta ed in crescita. Questo è l'impegno che ci assumiamo.

5. Continueremo anche ad offrire un'assistenza efficace allo sviluppo per aiutare gli sforzi dei Paesi in via di sviluppo volti a realizzare una prosperità di lungo periodo. In linea con le conclusioni della "Terza Conferenza dei Paesi Meno Avanzati" (LDC III) e con la "Dichiarazione del Millennio", appoggiamo un approccio strategico centrato sui principi di gestione autonoma delle problematiche (ownership) e di partnership. Nell' interesse comune dei donatori e dei beneficiari degli aiuti, assicureremo un uso efficiente delle risorse limitate.

6. Sistemi di "governance" aperti, democratici e responsabili, basati sul rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sono precondizioni per uno sviluppo sostenibile ed una solida crescita. Pertanto, aiuteremo i Paesi in via di sviluppo a promuovere:

  1. responsabilizzazione e trasparenza nel settore pubblico;

  2. quadri di riferimento giuridici e regimi di gestione dell'impresa per combattere la corruzione;

  3. salvaguardie contro la malversazione e l'uso di fondi pubblici in impieghi non produttivi;

  4. accesso al sistema giuridico per tutti i cittadini, indipendenza del potere giudiziario;

  5. disposizioni di legge che consentano l'attività del settore privato;

  6. coinvolgimento attivo della società civile e delle Organizzazioni non governative (Ong);

  7. libertà delle attività economiche.

Dal canto nostro:

  1. daremo piena applicazione alla Convenzione Ocse contro la corruzione;

  2. sosterremo gli sforzi delle Nazioni Unite volti a creare uno strumento efficace contro la corruzione;

  3. incoraggeremo le Banche Multilaterali di Sviluppo (Mdb) ad aiutare i Paesi beneficiari nel rafforzare il controllo della spesa pubblica e la gestione del bilancio.

Alleggerimento del debito, ed oltre

7. L'alleggerimento del debito - specialmente l'Iniziativa rafforzata a favore dei Paesi poveri maggiormente indebitati (Hipc) - è un valido contributo alla lotta contro la povertà, ma non è che uno dei passi necessari per stimolare una crescita più rapida nei Paesi molto poveri. Siamo lieti che ventitré Paesi si siano qualificati per beneficiare dell'Iniziativa, per un ammontare totale di riduzione del debito pari ad oltre 53 miliardi di dollari, a fronte di un debito iniziale pari a 74 miliardi di dollari. Dobbiamo continuare a fare progressi in questa direzione.

8. In particolare, la nostra attenzione è rivolta ai Paesi in conflitto, affinché rinuncino alla violenza. Quando ciò si verificherà, confermiamo che intensificheremo i nostri sforzi per aiutarli ad adottare le misure necessarie per beneficiare della riduzione del debito. Ribadiamo che l'iniziativa Hipc, in congiunzione con le riforme interne volte ad assicurare solide politiche nazionali ed un comportamento responsabile da parte dei donatori, è finalizzata a risolvere in maniera duratura il problema dell'indebitamento insostenibile.

9. Al di là dell'alleggerimento del debito, abbiamo concentrato la nostra discussione su tre elementi che si rafforzano a vicenda:

  1. maggiore partecipazione da parte dei Paesi in via di sviluppo al sistema commerciale globale;

  2. maggiori investimenti privati;

  3. iniziative per promuovere salute, istruzione e sicurezza alimentare.

10. Libero commercio e investimenti alimentano la crescita globale e la riduzione della povertà. Per questo motivo abbiamo oggi convenuto di dare il nostro appoggio al lancio di un nuovo e ambizioso Round di negoziati globali in materia commerciale, con un'agenda bilanciata.

11. Mentre aprire i mercati attraverso negoziati globali offre il beneficio economico maggiore per Paesi in via di sviluppo, approviamo pienamente le misure già adottate per migliorare l'accesso ai mercati per i Paesi meno avanzati (Ldc), quali l'Iniziativa comunitaria "Everything but Arms", le preferenze generalizzate e tutte le altre iniziative finalizzate allo stesso obiettivo. Confermiamo l'impegno annunciato alla Terza conferenza sui Paesi meno avanzati (Ldc III) di lavorare per un accesso privo di dazi e di quote per tutti i prodotti provenienti dai Paesi meno avanzati. Appoggiamo gli sforzi compiuti dai Paesi Ldc per accedere al sistema commerciale globale e per approfittare delle opportunità offerte da una crescita basata sul commercio.

12. Un accresciuto accesso al mercato deve essere accompagnato dalla capacità di trarne profitto. Pertanto, per aiutare i Paesi in via di sviluppo a beneficiare dei mercati aperti, coordineremo meglio la nostra assistenza nel settore del commercio, in modo tale da:

  1. fornire assistenza bilaterale sugli standard tecnici; sui sistemi doganali; sulle legislazioni necessarie per accedere all'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto); per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale; per lo sviluppodelle risorse umane;

  2. sostenere il lavoro del "Quadro Integrato per l'Assistenza Tecnica in Materia Commerciale";

  3. incoraggiare le istituzioni finanziarie internazionali a dare il loro aiuto nella rimozione degli ostacoli al commercio ed agli investimenti, e a stabilire le istituzioni e le politiche necessarie affinché il commercio prosperi;

  4. incitare i Paesi a dare importanza centrale all'espansione commerciale, integrandola nelle strategie per la riduzione della povertà.

13. L'incremento degli investimenti privati è essenziale per generare la crescita economica, per accrescere la produttività e per elevare il tenore di vita. Per aiutare i Paesi in via di sviluppo a migliorare l'ambiente per gli investimenti privati, sollecitiamo le Mdb e le altre istituzioni internazionali competenti a sostenere i loro sforzi per le riforme interne, compreso il ricorso a partnership pubblico-private e alle "best practices" nel campo degli investimenti, come pure a codici di condotta e standard per i regimi di gestione delle imprese, a standard di contabilità, a regole per la concorrenza ed a regimi fiscali trasparenti. Facciamo appello alla Banca Mondiale affinché fornisca un sostegno addizionale ai programmi che promuovano lo sviluppo del settore privato nei Paesi più poveri. Per promuovere ulteriori investimenti nell'economia basata sulla conoscenza ("knowledge-based"), chiediamo al Wto ed alla Organizzazione mondiale per i diritti di proprietà intellettuale (Wipo), in collaborazione con la Banca Mondiale, di aiutare i Paesi più poveri a conformarsi alle regole internazionali in materia di diritti di proprietà intellettuale.

14. Gli aiuti pubblici allo sviluppo (Oda) restano essenziali. Lavoreremo con i Paesi in via di sviluppo perché possano raggiungere gli obiettivi internazionali di sviluppo, cercando fra l'altro di accrescere l'efficacia della nostra assistenza allo sviluppo. Ci impegniamo ad applicare l'importante raccomandazione dell'Ocse-Dac sull'aiuto slegato ai Paesi meno avanzati (Ldc), che dovrebbe migliorare l'efficacia degli aiuti e favorire una migliore ripartizione degli oneri tra i donatori.

15. Ad Okinawa, l'anno scorso, ci siamo impegnati a fare un salto di qualità nella lotta contro le malattie infettive e a rompere il circolo vizioso tra malattia e povertà. Per far fronte a quest'impegno e rispondere all'appello dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite con il segretario generale delle Nazioni Unite, abbiamo lanciato un nuovo Fondo Globale per combattere l'Hiv/Aids, la malaria e la tubercolosi. Siamo decisi a rendere operativo questo Fondo entro la fine dell'anno. Abbiamo stanziato 1,3 miliardi di dollari. Il Fondo sarà una partnership pubblico-privata e rivolgiamo un appello agli altri Paesi, al settore privato, alle fondazioni ed alle istituzioni accademiche affinché contribuiscano a loro volta - con finanziamenti, in natura e con esperienza operativa. Accogliamo con favore gli ulteriori impegni già presi, pari a circa 500 milioni di dollari.

16. Il Fondo si farà promotore di un approccio integrato che privilegia la prevenzione in un insieme continuo di trattamento e cura. Opererà secondo principi di comprovata efficacia scientifica e medica, con rapido trasferimento di risorse, bassi costi di transazione, amministrazione agile ed intensa concentrazione sui risultati. Ci auguriamo che l'esistenza del Fondo promuova un migliore coordinamento tra i donatori ed offra ulteriori incentivi per l'attività di ricerca e di sviluppo del settore privato. Metterà a disposizione finanziamenti addizionali in raccordo con i programmi già esistenti, che verranno integrati nei piani sanitari nazionali dei Paesi partner. L'impegno dei Paesi in via di sviluppo nella definizione delle finalità e nella gestione del Fondo sarà essenziale per garantire loro la gestione autonoma ("ownership") del programma e per assicurare il loro impegno ad ottenere risultati. I partner locali, comprese le Ong e le agenzie internazionali, saranno di grande aiuto per l'operatività del Fondo.

17. L'affidabilità dei sistemi sanitari nazionali continuerà ad essere un parametro chiave per un'efficace erogazione di prevenzione, trattamento e cura, e per migliorare l'accesso ai servizi sanitari ed al materiale sanitario essenziale, senza alcuna discriminazione. Una risposta efficace all'Hiv/Aids e alle altre malattie richiede un'azione a tutto campo nella società, al di là del settore sanitario. Esprimiamo apprezzamento per le misure prese dall'industria farmaceutica al fine di rendere economicamente più accessibili i farmaci. Nel contesto del nuovo Fondo Globale, lavoreremo d'intesa con l'industria farmaceutica e con i Paesi colpiti per favorire l'offerta più ampia possibile di farmaci in forma accessibile ed efficace sotto il profilo medico. Esprimiamo apprezzamento per il dibattito che si sta svolgendo nel Wto sul ricorso alle eccezioni previste dall'Accordo sui diritti di proprietà intellettuale nel settore commerciale (Trip). Riconosciamo come appropriato il fatto che i Paesi colpiti usino le flessibilità permesse dall'Accordo sui diritti di proprietà intellettuale nel settore commerciale per assicurare la disponibilità dei farmaci ai cittadini che ne abbiano bisogno, in particolare a coloro che non possono permettersi l'assistenza medica di base. Al tempo stesso, riaffermiamo il nostro impegno alla protezione forte ed efficace dei diritti di proprietà intellettuale, come necessario incentivo per la ricerca e lo sviluppo di farmaci salvavita.

18. L'istruzione è un fattore centrale per la crescita e l'occupazione. Confermiamo il nostro impegno ad assistere altri Paesi a raggiungere gli obiettivi prefissati dal documento di Dakar per la diffusione universale dell'istruzione elementare entro il 2015. Concordiamo sulla necessità di migliorare l'efficacia della nostra assistenza allo sviluppo a sostegno delle strategie locali. L'istruzione - specialmente l'istruzione elementare universale e l'accesso indiscriminato ad ogni livello per la popolazione femminile - deve ricevere alta priorità nelle strategie nazionali di riduzione della povertà e nei nostri programmi di sviluppo. Le risorse rese disponibili dal programma Hipc possono offrire un contribuito a questi obiettivi. Daremo il nostro sostegno per mettere a punto sistemi di valutazione dei progressi effettuati, per identificare le "best practices" ed assicurare la responsabilità dei risultati. Ci concentreremo anche sulla formazione degli insegnanti. Sviluppando le indicazioni della Task Force G8 sulle opportunità digitali (dot.force), cercheremo di estendere l'utilizzo delle tecnologie informatiche e della comunicazione (Ict) per la formazione degli insegnanti e per rafforzare le strategie educative. Incoraggiamo in modo particolare il settore privato ad esaminare nuove opportunità di investimenti nelle infrastrutture, nelle tecnologie informatiche e della comunicazione (Ict) e nei sussidi didattici. Incoraggiamo le Banche Multilaterali di Sviluppo (Mdb) ad accentuare il loro interesse per il settore dell'istruzione e concentrare in futuro il loro lavoro sui Paesi che dispongono di strategie solide pur mancando di sufficienti risorse, nonché a fare rapporto il prossimo anno al G8. Sosteniamo il ruolo guida dell'Unesco nella diffusione universale dell'istruzione. Lavoreremo inoltre con l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) per sostenere la battaglia contro lo sfruttamento del lavoro minorile e svilupperemo incentivi per accrescere la frequenza scolastica.

19. Costituiremo una Task Force composta da funzionari G8 di alto livello che ci consiglino sul modo migliore per raggiungere gli obiettivi di Dakar in collaborazione con i Paesi in via di sviluppo, le organizzazioni internazionali competenti e gli altri soggetti coinvolti. La Task Force ci sottoporrà le sue raccomandazioni prima del nostro prossimo incontro.

20. Con l'avvicinarsi del "Vertice Mondiale sull' Alimentazione: Cinque Anni Dopo" nel Novembre 2001, la sicurezza alimentare rimane un obiettivo sfuggente. Oltre 800 milioni di persone sono seriamente denutrite, e di esse circa 250 milioni sono bambini. Un obiettivo centrale della nostra strategia per la riduzione della povertà rimane dunque l'accesso a risorse alimentari adeguate, insieme con lo sviluppo rurale. Il sostegno all'agricoltura è uno strumento cruciale del nostro aiuto pubblico allo sviluppo (Oda). Ci impegneremo a sviluppare la capacità di produzione e distribuzione nei Paesi poveri, integrando i programmi di aiuto nelle strategie nazionali ed aumentando la formazione nelle scienze agrarie. E' necessario fare ogni sforzo per aumentare la produttività agricola. Tra l'altro, l'introduzione di nuove tecnologie comprovate e sperimentate, comprese le biotecnologie, applicate in modo sicuro ed adattate alle realtà locali, ha un potenziale significativo per accrescere sensibilmente i rendimenti agricoli nei Paesi in via di sviluppo, e per ridurre al tempo stesso, rispetto ai metodi tradizionali, l'uso di pesticidi e di risorse idriche. Siamo impegnati a studiare, condividere e facilitare l'uso responsabile delle biotecnologie per far fronte alle necessità dello sviluppo.

21. Avremo come obiettivo le regioni più carenti sotto il profilo dell'alimentazione, specialmente quelle dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Asia del Sud, e continueremo ad incoraggiare la cooperazione Sud-Sud. Sosterremo il ruolo fondamentale svolto dalle organizzazioni internazionali e dalle Ong nelle operazioni di soccorso umanitario. Riteniamo che le strategie nazionali per la riduzione della povertà e le strategie settoriali debbano tenere particolarmente conto delle necessità nutrizionali dei gruppi vulnerabili, includendovi i neonati e le madri.

Le opportunità della tecnologia digitale

22. Le tecnologie informatiche e delle comunicazioni rappresentano un enorme potenziale per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad accelerare la crescita, elevare il tenore di vita e soddisfare altre priorità dello sviluppo. Esprimiamo apprezzamento per il rapporto della Task Force G8 sulle opportunità digitali (dot.force) ed il suo "Piano d'Azione di Genova" che ha portato a compimento con successo il mandato di Okinawa. La diretta partecipazione di rappresentanti dei settori pubblico, privato e non profit, così come quella dei governi dei Paesi in via di sviluppo costituisce una formula unica per assicurare l'applicazione delle tecnologie digitali ai bisogni dello sviluppo. Continueremo a sostenere questo processo ed a incoraggiare tutti i partecipanti ad assumersi le proprie responsabilità, a mobilitare risorse ed esperienza professionale e a sviluppare questo tipo di cooperazione. Riesamineremo la messa in atto del Piano d'Azione di Genova al nostro prossimo Vertice, sulla base di un rapporto predisposto dalla Presidenza G8. Incoraggeremo altresì la messa a punto di un Piano d'Azione sull'e-Government come strumento di rafforzamento della democrazia e dello Stato di diritto, che conferisce potere ai cittadini, rende più efficiente l'offerta di servizi pubblici essenziali.

Un'eredità per il futuro Ambiente

23. Confermiamo la nostra determinazione a trovare soluzioni globali alle minacce che mettono in pericolo il pianeta. Riconosciamo che i cambiamenti climatici sono un problema pressante che richiede una soluzione globale. Ci impegniamo a fornire una leadership forte. E' necessaria un'azione pronta, efficace e sostenibile, coerente con l'obiettivo ultimo della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per stabilizzare le concentrazioni dei gas serra nell'atmosfera. Siamo decisi a rispettare i nostri impegni nazionali ed i nostri obblighi derivanti dalla Convenzione tramite una varietà di mezzi flessibili, avvalendoci della forza del mercato e della tecnologia. In tale contesto, concordiamo sull'importanza di intensificare la cooperazione scientifica e di ricerca collegata al clima. Promuoveremo la cooperazione tra i nostri Paesi ed i Paesi in via di sviluppo per il trasferimento delle tecnologie e per lo sviluppo delle capacità di trarne profitto.

24. Concordiamo con fermezza sulla necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Mentre al momento non siamo d'accordo sul Protocollo di Kyoto e sulla sua ratifica, siamo decisi a lavorare insieme intensamente per raggiungere il nostro obiettivo comune. A tal fine, stiamo partecipando con spirito costruttivo alla ripresa della Sesta Conferenza delle Parti a Bonn (Cop6), e continueremo in tutti i fori competenti. Accogliamo con favore il recente approfondimento delle discussioni fra il G8 e gli altri Paesi.

25. Ribadiamo che i nostri sforzi debbono produrre un risultato finale che protegga l'ambiente ed assicuri una crescita economica compatibile con il nostro obiettivo comune di sviluppo sostenibile per le generazioni presenti e future.

26. Accogliamo con favore la proposta della Russia di convocare, nel 2003, una conferenza globale sui cambiamenti climatici con la partecipazione di governi, mondo dell'industria e comunità scientifica, oltre che rappresentanti della società civile.

27. Riconosciamo l'importanza delle energie rinnovabili per lo sviluppo sostenibile, della diversificazione dell'offerta di energia e della conservazione dell'ambiente. Assicureremo che le fonti di energia rinnovabile siano adeguatamente presenti nei nostri piani nazionali ed incoraggeremo gli altri a fare altrettanto. Incoraggiamo ricerca ed investimenti continui nelle tecnologie delle energie rinnovabili, in tutto il mondo. Le energie rinnovabili possono contribuire alla riduzione della povertà. Aiuteremo i Paesi in via di sviluppo a rafforzare la loro capacità istituzionale e le strategie nazionali basate sul mercato che possono attrarre investimenti del settore privato nelle energie rinnovabili ed in altre tecnologie pulite. Chiediamo alle Banche Multilaterali di Sviluppo ed alle agenzie nazionali di sviluppo di adottare un approccio innovativo e di sviluppare meccanismi di mercato per il finanziamento delle energie rinnovabili. Chiediamo alla Facility per l'Ambiente (Gef) di continuare a sostenere la protezione ambientale su scala globale e ad incoraggiare le "good practices" nel promuovere l'uso efficiente dell'energia e lo sviluppo di fonti di energia rinnovabile nei Paesi in via di sviluppo, e sottolineiamo la necessità di assegnare risorse adeguate al suo terzo rifinanziamento. Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato ai lavori della Task Force sulle energie rinnovabili, costituita ad Okinawa. I ministri dell'Energia dei Paesi G8 terranno una riunione l'anno prossimo per discutere di questi e di altri aspetti connessi all' energia.

28. Ci prepariamo per il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (Wssd), a Johannesburg nel 2002, una pietra miliare nel processo di Rio. Le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile - aumento della crescita economica, promozione dello sviluppo umano e sociale, e protezione dell'ambiente - sono obiettivi interdipendenti che richiedono la nostra azione concertata. Noi lavoreremo in partnership con i Paesi in via di sviluppo nel corso di un processo preparatorio che includa anche la società civile per un'agenda, sostanziale e lungimirante, orientata all'azione. Accogliamo con favore la recente adozione della Convenzione di Stoccolma sulle Sostanze Organiche Inquinanti Persistenti (Pop) e promuoveremo la sua rapida entrata in vigore.

29. Ci impegniamo a garantire che le nostre Agenzie di credito all'esportazione (Eca) si attengano ad elevati standard ambientali. Pertanto, abbiamo concordato ad Okinawa di elaborare direttive ambientali comuni per le agenzie di credito all'esportazione, attingendo dall'esperienza delle Mdb in materia. Costruendo sui progressi fatti sin dallo scorso anno, ci impegniamo a pervenire ad un accordo in sede Ocse entro la fine dell'anno, per concordare una Raccomandazione che ottemperi al mandato di Okinawa.

Sicurezza alimentare

30. Pienamente consapevoli della grande importanza della sicurezza alimentare per la nostra popolazione, continueremo a sostenere un approccio trasparente, scientifico e basato sulle regole e intensificheremo i nostri sforzi per ottenere un consenso più generalizzato su come debba applicarsi la precauzione alla sicurezza alimentare quando l'informazione scientifica disponibile è incompleta o contraddittoria. Attribuiamo grande importanza al dialogo in corso tra governi, scienziati, consumatori, enti regolatori e attori della società civile. Ciò deve essere basato sul principio di apertura e di trasparenza. Riconosciamo le nostre responsabilità nel promuovere una comprensione chiara da parte dell'opinione pubblica dei benefici e dei rischi connessi con la sicurezza alimentare. Faremo il possibile per dare ai consumatori le informazioni pertinenti sulla sicurezza dei prodotti alimentari, basandoci su pareri scientifici indipendenti, su una solida analisi dei rischi e sugli sviluppi più aggiornati della ricerca. Crediamo che una solida struttura di gestione del rischio in linea con la ricerca scientifica sia una componente essenziale per mantenere la fiducia dei consumatori e per favorire l'accettazione da parte dell'opinione pubblica.

31. Esprimiamo apprezzamento per gli esiti della Conferenza dell'Ocse su "Nuove Biotecnologie, Cibi e Prodotti: Scienza, Sicurezza e Società", tenutasi a Bangkok, e per la Riunione ad-hoc degli enti regolatori dei Paesi Ocse e della Russia. Incoraggiamo le organizzazioni internazionali competenti a dar seguito alla conferenza, nelle forme più appropriate, nell'ambito dei rispettivi mandati. Inoltre, auspichiamo che si giunga alla formazione del Foro Globale Fao-Oms degli enti regolatori per la sicurezza alimentare. Apprezziamo anche il lavoro del Consiglio Inter-Accademico per la divulgazione di opinioni professionali equilibrate in materia di scienza dell'alimentazione e sicurezza alimentare. Tutte queste scadenze internazionali dimostrano il nostro impegno per un processo di dialogo mirato a rafforzare la fiducia dell'opinione pubblica nella sicurezza alimentare.

Occupazione

32. Fermamente convinti che "performance" economica e inclusione sociale sono interdipendenti, ci impegniamo a mettere in atto linee politiche che seguano le raccomandazioni emerse dalla Conferenza dei ministri del Lavoro del G8, svoltasi a Torino lo scorso anno. Siamo favorevoli ad una maggiore attività delle persone anziane, che rappresentano, come si afferma nella "Carta G8 di Torino: Verso un Invecchiamento Attivo (Towards Active Ageing)", un importante serbatoio di risorse per le nostre economie e le nostre società.

Lotta contro la criminalità transnazionale organizzata e la droga

33. Riconfermiamo l'impegno a combattere la criminalità transnazionale organizzata. A tal fine, approviamo i risultati della Conferenza dei Ministri della Giustizia e dell'Interno del G8, tenutasi a Milano quest'anno. Incoraggiamo ulteriori progressi nel campo della cooperazione giudiziaria e di pubblica sicurezza, e nella lotta contro la corruzione, il crimine informatico, la pornografia infantile on-line ed il traffico di esseri umani.

34. A seguito della riunione ad-hoc degli esperti di droga del G8, tenutasi a Miyazaki lo scorso anno, e della recente Conferenza di Londra sull'economia globale delle sostanze stupefacenti illegali, intensificheremo gli sforzi per contrastare il traffico e l'uso di tali sostanze.

Agli abitanti di Genova

35. Ringraziamo i cittadini di Genova per l'ospitalità offertaci e condanniamo la violenza, la perdita di vita umana e l'irragionevole vandalismo che hanno dovuto subire. Continueremo un dialogo attivo e fruttuoso con i Paesi in via di sviluppo e tutte le altre parti interessate. Difenderemo il diritto di coloro che protestano con mezzi pacifici a far sentire la propria voce. Tuttavia, come leader democratici non possiamo accettare che ad una minoranza violenta possa essere consentito di sconvolgere il nostro dibattito sulle questioni più rilevanti che riguardano il mondo intero. Il nostro lavoro continuerà.

Prossimo Vertice

36. Accettiamo l'invito del Primo Ministro del Canada ad incontrarci nuovamente l'anno prossimo nella provincia di Alberta in Canada, dal 26 al 28 giugno. n


G8: lettura critica del documento

A dimostrazione del fatto che molte critiche al G8 non si basano su elementi ideologici (come sostenuto da più parti) ma sono piuttosto frutto di attente analisi dell'operato del gruppo degli 8 Paesi più ricchi del pianeta, pubblichiamo di seguito una critica al documento finale del Vertice di Genova redatta da Alberto Castagnola, del Tavolo Intercampagne della Rete di Lilliput (fonte: http://www.retelilliput.org). L'autore svolge una dettagliata analisi (punto per punto) del documento, commentandone i contenuti e mettendo in evidenza, ad esempio, come sul debito la riduzione decisa dal G8 riguardi solo 53 miliardi di dollari su un totale di oltre 2550, mentre il Fondo creato per l'Hiv/Aids sia totalmente insufficiente e a rischio di coinvolgimento delle multinazionali nella sua gestione. E' possibile confrontare i punti del documento ufficiale pubblicato nelle pagine precedenti con il commento di Castagnola facendo riferimento ai numeri in neretto alla sinistra dei due testi.

1. e 2. Viene attribuita una responsabilità della condizione di povertà agli stessi Stati del sottosviluppo, ma non si accenna minimamente alla cause. La formula dello sviluppo «sostenibile» viene utilizzata ancora una volta senza precisare che cosa si intende per sostenibilità. Ad esempio vengono qualificati come sostenibili i recenti compromessi sulla compensazione degli inquinamenti nel Nord con la ricostituzione di "foreste" di alberi per usi industriali nel Sud.

3. Viene ancora una volta ribadito il valore tutto positivo dell'inserimento nei processi di globalizzazione dei Paesi più poveri, senza nemmeno un accenno all'aumento della divaricazione verificatosi negli ultimi 50 anni e alla mancanza di alcuna garanzia che la attuale economia in via di globalizzazione possa una volta o l'altra in un futuro del tutto indefinito inglobare anche i Paesi del sottosviluppo.

4. Anche se proprio in Africa si constatano da tempo le maggiori divaricazioni con le zone industrializzate del Nord, nulla viene detto su eventuali modifiche di strategie necessarie o su interventi specifici e urgenti per questo Continente.

5. «Continueremo» è una parola terribile perché cancella tutte le crescenti riduzioni verificatesi ormai da parecchi anni nel flusso degli aiuti allo sviluppo. Men che meno dice qualcosa sulla inefficacia di molti tipi di aiuto e sui danni causati da molti interventi. Purtroppo la "gestione autonoma", più che ad una effettivaindipendenza nell'uso delle risorse una volta messe a disposizione, sembra alludere ad una specie di corresponsabilità, che se legata a obiettivi e criteri operativi imposti dai Paesi o dagli organismi che concedono delle risorse non modifica in nulla lo stretto controllo esercitato dai donatori sulle scelte di uso dei finanziamenti e delle altre risorse messe a disposizione. Si sperava in un qualche impegno del G8 per garantire un finanziamento straordinario, diretto a segnalare un cambiamento di strategie e uno sforzo molto maggiore che in passato era volto a modificare in modo se non risolutivo almeno radicale i tremendi problemi che tormentano oltre la metà dell'umanità. E invece si promette solo una maggiore efficienza nell'interesse anche dei Paesi donatori.

6. Sarebbe interessante sapere perché proprio in questa fase storica, dopo oltre 50 anni di politiche di sviluppo, si è deciso di sottolineare l'importanza di avere nel Sud sistemi statuali e di governo funzionanti e rispettati. Leggendo attentamente si nota che l'accento viene posto sul fenomeno della corruzione ma non una parola viene spesa sul fatto che buona parte dei meccanismi di corruzione ha avuto origine nel nostro sistema economico e politico, ad esempio per quel che riguarda le tangenti sulle vendite di armi e la concessione dei prestiti o i finanziamenti fatti pervenire in varie forme ai regimi militari o dittatoriali. Numerosi sono invece i riferimenti alla liberalizzazione del settore privato e in genere delle attività economiche. Ciò significa, come è noto, che continueranno le privatizzazioni delle poche industrie pubbliche create negli scorsi decenni e la importazione e riesportazione di capitali e di profitti Infine, è da notare che nelle Banche Multilaterali di Sviluppo è in genere inclusa anche la Banca Mondiale.

7. e 8. Gli impegni assunti in merito al debito estero dei Paesi sottosviluppati sono lontanissimi da quanto ci si poteva attendere da un Vertice la cui importanza per lo sviluppo dei Paesi poveri è stata così pubblicizzata e non aggiungono nulla a quanto non fosse stato già deciso ormai da molti anni. L'iniziativa per i Paesi più poveri e più fortemente indebitati risale infatti al 1996. Ha per oggetto in principio solo 41 Paesi, dei quali 11 sono stati subito esclusi dall'alleggerimento in quanto giudicati capaci di continuare a pagare rate di restituzione del capitale scadute e interessi che maturano ogni anno. Dei 30 Paesi rimasti solo 23 sono stati ammessi alla procedura di riduzione parziale, poiché per gli altri si attende che risolvano i conflitti in cui sono implicati o vittime. L'ammontare complessivo della riduzione sarà di 53 miliardi di dollari su un totale di oltre 2550! Il testo poi non dice che la riduzione sarà effettuata dopo sei anni: i Paesi devono per tre anni rispettare le politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo monetario internazionale e nei successivi tre anni devono ottenere risultati economici positivi! In ogni caso viene sostenuto a chiare lettere che l'alleggerimento ha come scopo la risoluzione dei problemi dell'indebitamento insostenibile, cioè della pratica impossibilità di pagare, mentre non si preoccupa minimamente di creare le condizioni per uno sviluppo significativo.

9. e 10. Il Vertice ha ribadito il suo sostegno al rilancio dei negoziati globali sul commercio internazionale, senza però chiedersi come mai periodicamente sia necessario cercare di rimuovere gli ostacoli agli scambi che i Paesi ricreano senza interruzioni, per proteggere le proprie produzioni o per evitare l'invasione di prodotti commercializzati dalle imprese multinazionali. Le ultime parole vogliono forse dire che vantaggi e danni saranno equamente ripartiti? Però l'uguaglianza tra gruppi di Paesi in condizioni molto diverse non comporta certo un trattamento giusto per i più poveri.

11. Il testo non perde occasione per ribadire che il massimo dei vantaggi sarà garantito solo attraverso politiche concepite in una prospettiva di globalizzazione.

L'Iniziativa comunitaria "Everything but Arms" è una politica adottata dall'Unione europea che prevede l'apertura del mercato unificato europeo alle merci dei Paesi più poveri, ad esclusione delle armi. Si può notare che in genere le armi provengono dai Paesi industriali e che nel corso del dibattito per l'approvazione di questa politica si è più volte sottolineato che vi sono scarsissimi rischi di vedere i mercati dei Paesi europei invasi dalle merci realizzate nei Paesi più poveri, che finora sono riusciti ad esportare per cifre assolutamente irrisorie. Ovviamente l'idea dell'apertura dei mercati non può essere considerata in sé negativa; dovrebbe però essere garantito che le multinazionali non aprano immediatamente delle filiali per l'esportazione in questi Paesi e che quindi le libere esportazioni verso l'Unione europea siano riservate ai produttori locali. Si può inoltre notare che l'idea, più volte presentata come una svolta del tutto originale dagli ultimi governi italiani, era in realtà ripresa dalle attività preparatorie in corso presso l'Unione.

Preoccupa che non si parli della eliminazione delle barriere non tariffarie (ad esempio delle specifiche tecnologiche o sanitarie richieste per le merci che devono circolare in Europa) e che i Paesi più poveri potrebbero non essere in grado di garantire, svuotando quindi gli aspetti positivi della nuova politica. Nulla si dice sui tempi di entrata in vigore della normativa di favore e soprattutto della necessità di sostenere con adeguate politiche commerciali e pubblicitarie i tentativi di inserimento sui mercati degli esigenti consumatori europei.

In realtà, nell'intero paragrafo non si dice nulla di nuovo rispetto a quanto è già in fase decisionale in altre sedi, diverse dal G8.

12. In realtà l'assistenza tecnica è prevista ma solo sul piano bilaterale e comprende anche le conoscenze necessarie per accedere alle trattative e ai controlli del Wto, in sostanza per entrare a far parte dei meccanismi della globalizzazione. Sui diritti di proprietà intellettuale, le misure sembrano essere a vantaggio dei Paesi sottosviluppati, cioè come se essi producessero tanti brevetti che vanno protetti dall'avidità dei Paesi del Nord e delle multinazionali. Si intende invece introdurre legislazioni e organismi di controllo per garantire all'interno del Paese povero il pieno rispetto dei diritti connessi ai brevetti detenuti dalle multinazionali (regolare pagamento delle royalties, rispetto dell'integrità delle conoscenze coperte dai brevetti, protezione da attacchi provenienti da Paesi terzi, ecc.). Anche per quanto riguarda lo sviluppo delle risorse umane, si tratta di sostegno alle misure di liberalizzazione, in particolare per favorire i movimenti di capitale e la libertà di investire e disinvestire senza controlli. «Incitare i Paesi a dare importanza centrale all'espansione commerciale, integrandola nelle strategie per la riduzione della povertà» è invece una frase che potrebbe anche essere una affermazione solamente formale, ma sembra celare una problematica ancora non sufficientemente approfondita, cioè quella dei reali contenuti delle strategie contro la povertà, che in ultima analisi potrebbero anche ridursi ad una semplice riproposizione delle politiche finora seguite, ad eccezione di una maggiore concentrazione degli interventi nelle fasce più povere delle popolazioni. L'accento qui posto sui legami tra lotta alla povertà ed espansione del commercio con l'estero suscita forti perplessità, sia perché ci si domanda come si possano mettere in correlazioni le popolazioni più misere ed emarginate, tormentate da bisogni essenziali e urgenti, con delle politiche di inserimento su mercati lontani e complessi, quando la povertà di massa richiederebbe per prima cosa una forte priorità attribuita alla soddisfazione dei bisogni essenziali, sia per garantire la sopravvivenza, sia per valorizzare le capacità umane su larga scala.

13. Non vi è nulla di nuovo in queste raccomandazioni rispetto alle politiche finora adottate a livello internazionale (e che hanno avuto risultati non certo brillanti), mentre tutte le indicazioni sembrano concorrere solo a creare un ambiente più favorevole agli investimenti esteri, ivi inclusi quelli delle multinazionali (che pure dipendono meno delle altre imprese dalle condizioni esterne). Fa poi sorridere vedere la preoccupazione per i codici di condotta e per la trasparenza dei regimi fiscali, quando sono proprio le imprese estere a non rispettare le poche norme esistenti. Per ciò che riguarda il «sostegno addizionale ai programmi che promuovano lo sviluppo del settore privato nei Paesi più poveri» non viene fornita alcuna indicazione sulla misura di questo intervento e si parla di appello alla Banca Mondiale, quando nella loro posizione di controllori della maggior parte del capitale della Banca sarebbero nella condizione di decidere dimensioni, caratteristiche e tempi di questo maggior impegno.

Il problema reale sarebbe invece di come e in che misura ridurre la validità dei brevetti per tutti quei prodotti che vengono venduti a prezzi inaccessibili per le fasce più povere (il caso dei medicinali contro l'Aids, la malaria, la tubercolosi, ecc. è solo uno dei tanti esempi che vanno dai fertilizzanti ai pesticidi, dai derivati del petrolio alle bevande). Inoltre non si dice chiaramente chi dovrebbe essere il destinatario del sostegno per realizzare «maggiori investimenti nell'economia della conoscenza»: dove, in Somalia o in Mali, oppure ancora nei centri di ricerca delle multinazionali?

14. Nulla viene detto sul rispetto dei livelli di aiuto decisi da molti decenni e mai rispettati, specie dai Paesi più ricchi. Oggi inoltre ci vorrebbero somme ben maggiori dell'1% del reddito del Nord per sopperire alle esigenze di una popolazione del Sud più che raddoppiata.

Aiuto «legato» (meglio sarebbe dire vincolato) significa somme che devono essere utilizzate per acquisti nel Paese donatore e che quindi ritornano in gran parte nel Nord, oppure interventi che devono essere realizzati sempre da imprese dei Paesi donatori nel Paese destinatario della cooperazione. E' interessante che venga finalmente accettata la proposta di permettere ai Paesi destinatari di affidarsi a imprese e a prodotti di loro scelta, però questo "svincolamento" avviene per i Paesi a più basso livello di sviluppo (e che quindi interessano meno alle imprese dei Paesi donatori), anche perché le cifre ad essi destinate sono limitate rispetto al totale degli aiuti.

15. Il Fondo Globale per combattere l'Hiv/Aids, la malaria e la tubercolosi rappresenta l'impegno realmente nuovo assunto dal Vertice, anche se è stato preceduto dalle proposte uscite dal recente incontro internazionale organizzato dall'Onu. E' però necessario sottolineare che ci sono almeno altre tre malattie endemiche nel Sud che causano vittime e danni alle persone della stessa dimensione delle tre indicate dal G8.

16. La frase: «...offra ulteriori incentivi per l'attività di ricerca e di sviluppo del settore privato» desta notevoli preoccupazioni in quanto sembra delineare la possibilità di finanziare con il Fondo la ricerca proprio di quelle multinazionali farmaceutiche che tanti profitti raccolgono con le loro spregiudicate strategie dei prezzi dei medicinali. Non vi è invece traccia di interventi di sostegno della produzione, nei Paesi vittime delle epidemie, dei medicinali essenziali senza dover rispettare i brevetti (come già avviene in Sudafrica, India, Cuba, ecc.). Il collegamento con i programmi già esistenti e l'individuazione dei partners rappresentano la parte essenziale della proposta, in quanto solo se sarà rispettata con precise attribuzioni di cariche e di poteri decisionali potranno essere avviati dei programmi di responsabilità locale (e diventare eventualmente un modello per altri tipi di interventi). Ci si può tuttavia chiedere perché nessuno ha parlato dell'Organizzazione mondiale della sanità, l'agenzia dell'Onu che, malgrado i suoi legami con le multinazionali, forse ha già le competenze per interventi in questo settore.

17. Sembra "un colpo al cerchio ed uno alla botte", ma comunque è la prima volta che viene riconosciuto un diritto di questa portata, così osteggiato finora dalle multinazionali. C'è solo da sperare che la gravità della situazione sanitaria esistente non abbia permesso di nascondere dei compromessi particolarmente pericolosi tra Stati e imprese direttamente interessate.

18. Sull'obiettivo in se si può notare che era già stato indicato come assolutamente prioritario nel rapporto della Banca Mondiale del 1990 e che come al solito non vi è alcuna garanzia che saranno realizzati tutti gli interventi necessari per conseguirlo entro la scadenza.

La frase: «Le risorse rese disponibili dal programma Hipc possono offrire un contribuito a questi obiettivi» cela un pericoloso equivoco, purtroppo contenuto anche nell'ultima legge sul debito, quella italiana dell'agosto 2000. Nei testi sembra sempre che concedere riduzioni dei debiti comporta la possibilità di destinare le risorse così risparmiate a interventi nel sociale. Si dimentica che i Paesi più poveri hanno visto aumentare paurosamente il loro debito perché non erano stati in grado di pagare, e quindi in realtà dalla riduzione non deriva alcuna disponibilità di risorse, anzi c'è perfino il rischio che per ottenere la misura di favore distolgano risorse da altri usi essenziali. Diversa sarebbe ovviamente la situazione per i Paesi che continuano in qualche modo a pagare (sia pure solo in parte) come il Brasile.

Va detto inoltre che perfino nei Paesi ricchi la formazione tramite le nuove tecnologie incontra limiti non facilmente superabili e quindi c'è il rischio che tali interventi fortemente innovativi (si parla di istruzione elementare!) potranno essere avviati solo nei pochi Paesi in grado di ospitare un uso diffuso di tecnologie informatiche, mentre continueranno a mancare le risorse per le fasce di popolazione più povere. Sarebbe poi interessante avere un quadro dei risultati ottenuti in diecine di anni dal gruppo della Banca Mondiale con i suoi prestiti di lunga durata nel campo dell'istruzione.

19. C'è da augurarsi che questo gruppo di lavoro ottenga l'anno prossimo una maggiore attenzione di quello costituito l'anno scorso sulle energie rinnovabili, che ha dovuto pubblicare un annuncio sul Corriere della Sera (18 luglio 2001, pag. 18) per chiedere che i risultati del suo lavoro fossero discussi.

20. L'obiettivo indicato dalla Fao (dimezzare gli 840 milioni di affamati in 20 anni) sembra allontanarsi nel tempo. Si potrebbe condividere quanto detto nel testo se in realtà non continuasse a riproporre soluzioni solo tecnologiche (come avvenne con la Rivoluzione Verde all'inizio degli anni '50 con i tragici effetti di diffusione dell'omogeneità genetica e dei prodotti chimici e soprattutto di esodo dall'agricoltura) e non si riferisse all'uso di piante geneticamente modificate, ancora esposte a rischi che potrebbero danneggiare gravemente le popolazioni, non solo nel Sud.

21 e 22. Il «rapporto della Task Force G8 sulle opportunità digitali (dot.force)» dovrà essere studiato in modo approfondito. Per quanto concerne invece il cosiddetto e-Government, esso può avere conseguenze di estrema gravità. Da come è stato presentato sulla stampa, infatti, sembra quasi che per i Paesi sottosviluppati si stia studiando un modellino informatico di comportamento per lo Stato e per tutte le attività istituzionali aventi rilevanza economica e sociale, che oltre a garantire uniformità di politiche permetterebbe l'automatico collegamento con i processi di globalizzazione in corso per la comunicazione e l'informazione!

23. La «varietà dei mezzi flessibili» può comprendere tutte le soluzioni che danno ulteriori vantaggi al Nord nei meccanismi di inquinamento.

24., 25., 26. e 27. L'esame del rapporto sulle energie rinnovabili è stato di fatto rinviato, anche perché proponeva con misure concrete di soddisfare con tali energie (e quindi a scapito del petrolio) i fabbisogni di un miliardo di persone abitanti nelle zone più povere.

28. e 29. Pochi si sono resi conto che si è finalmente deciso di eliminare la "sporca dozzina", cioè i prodotti chimici per usi agricoli più dannosi. Ad essi facevano riferimento le campagne avviate oltre dieci anni fa che vedono ora riconosciuta la correttezza delle loro analisi. Ma chi paga i danni arrecati da questi prodotti negli anni in cui tutti ne conoscevano la drammatica pericolosità e nessuno aveva il coraggio di cancellarli?

considerazioni generali