l'Unione che verrà

Le delusioni derivanti dalle conclusioni del Consiglio di Nizza sono state almeno pari alle aspettative che quel Vertice aveva creato. Ci si attendeva un importante momento di svolta per l'Unione europea, per le sue istituzioni e per i diritti dei suoi cittadini. Ma ciò non è avvenuto.

Gli interessi nazionali hanno prevalso su quelli europei creando seri dubbi su cosa i Quindici intendano per Unione. Così, dare contenuti e prospettive comuni all'Unione europea è, alla luce di quanto visto a Nizza, insieme una priorità e una necessità, soprattutto in vista dell'entrata di altri Paesi in una Unione di questo tipo. Viene spontaneo chiedersi: «Se le dinamiche e gli interessi sono quelli emersi a Nizza, come sarà l'Unione di ventisette Stati?». Le "vittorie" riportate dalla maggior parte dei grandi Paesi durante quel Vertice hanno riguardato i sistemi di bloccaggio che ogni Stato membro è riuscito a mantenere o il rafforzamento della loro influenza nazionale nel processo decisionale. Il nuovo Trattato, oltre che eccessivamente complesso, differisce l'entrata in vigore di decisioni adottate e ne sottopone alcune alla preliminare adozione di altre decisioni unanimi (ad esempio in materia di asilo e immigrazione). La tanto attesa Carta dei diritti fondamentali, molto criticata ma pur sempre un passo verso il riconoscimento di garanzie comuni per i cittadini dell'Unione, è stata sì adottata ma ogni decisione sulla sua portata giuridica e sul suo inserimento nei Trattati è stata rimandata al 2004. Ciò che è emerso in modo evidente al Consiglio di Nizza è stata dunque la volontà di rimandare, tanto che l'accordo più forte scaturito dal Vertice è stato quello di dare il via al "dopo Nizza". I Quindici si sono così accordati per aprire un dibattito sul futuro dell'Unione europea che sarà uno degli impegni dell'attuale presidenza di turno svedese e di quella belga che le succederà nel secondo semestre del 2001. Secondo le intenzioni, per la prima volta questo nuovo impegno dovrebbe coinvolgere parlamenti nazionali, ambienti universitari e sindacali, Ong, cioè tutti quegli organismi che danno voce all'opinione e alla società civile. Ma anche in questo caso sorgono non pochi dubbi.

L'impressione è infatti che le istituzioni europee, e in particolare la più forte di esse cioè il Consiglio europeo, siano più attente agli equilibri di forza interni e futuri che alle istanze della società civile. La grande manifestazione sindacale e sociale di Nizza e le importanti rivendicazioni in materia di diritti che da essa sono scaturite sono state totalmente ignorate dai capi di Stato e di governo che, di Vertice in Vertice, sono sempre più arroccati nelle loro sale e poco disposti ad ascoltare le ragioni della protesta sociale. Una protesta che cresce e si organizza, come dimostra il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, e che governi e istituzioni non potranno continuare a ignorare.

Al Trattato di Nizza e all'Agenda sociale è dedicato l'inserto di questo numero.


La globalizzazione dei diritti

Nei giorni 25-30 gennaio scorsi, mentre nella località svizzera di Davos si svolgeva l'annuale Forum economico mondiale, a Porto Alegre, capitale dello Stato brasiliano di Rio Grande del Sud, si è tenuto il primo Forum sociale mondiale. Oltre 10.000 persone in rappresentanza di quasi 1000 organizzazioni di 138 Paesi si sono incontrate per riflettere, discutere, dare forma e contenuti alla protesta mondiale contro il neoliberismo e a favore della globalizzazione dei diritti, protesta iniziata con le mobilitazioni del 1998 contro l'Accordo multilaterale di investimento (Ami), divenuta visibile con la manifestazione di Seattle del 1999 e proseguita nel 2000 un po' in tutto il mondo.

E' stata scelta Porto Alegre come sede dell'incontro in quanto vero e proprio laboratorio di democrazia: su iniziativa del Partito dei lavoratori (Pt) che la governa, la città è amministrata da 12 anni secondo la formula delle "assemblee del bilancio partecipato" con cui i cittadini scelgono gli interventi prioritari che il comune deve realizzare con i fondi disponibili. Porto Alegre è stata inoltre la prima città brasiliana a varare normative per la salvaguardia dei diritti delle minoranze etniche e delle persone con handicap.

Di seguito pubblichiamo integralmente l'appello sottoscritto dai partecipanti al Forum.

Noi, forze sociali provenienti da ogni parte del mondo, ci siamo riuniti qui, nel Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Siamo sindacati e Ong, movimenti e organizzazioni, intellettuali e artisti. Insieme vogliamo costruire una grande alleanza, per creare una nuova società, libera dalla logica attuale, che utilizza il mercato e il denaro come la sola unità di misura. Davos rappresenta la concentrazione della ricchezza, la globalizzazione della povertà e la distruzione del nostro pianeta. Porto Alegre rappresenta la lotta e la speranza di un nuovo mondo possibile, in cui gli esseri umani e la natura siano al centro delle nostre preoccupazioni.

Facciamo parte di un movimento che, a partire da Seattle, sta crescendo. Sfidiamo le oligarchie e le loro procedure antidemocratiche, rappresentati nel Forum economico di Davos. Veniamo qui a condividere le nostre lotte, a scambiare le nostre esperienze, a rafforzare la nostra solidarietà e a manifestare il nostro assoluto rifiuto delle politiche neoliberiste dell'attuale globalizzazione.

Siamo donne e uomini: contadine e contadini, lavoratrici e lavoratori, professionisti, studenti, disoccupate e disoccupati, popoli indigeni e neri, proveniamo dal Sud e dal Nord, siamo impegnati a lottare per i diritti dei popoli, la libertà, la sicurezza, il lavoro e l'educazione. Siamo contro l'egemonia del capitale, la distruzione delle nostre culture, il degrado della natura e il deterioramento della qualità della vita da parte delle imprese transnazionali e delle politiche antidemocratiche. L'esperienza della democrazia partecipativa, come a Porto Alegre, dimostra che alternative concrete sono possibili. Riaffermiamo la supremazia dei diritti umani, ambientali e sociali sulle esigenze dei capitali e degli investimenti.

Mentre rafforziamo il nostro movimento, resistiamo all'oligarchia globale, per migliorare l'equità, la giustizia sociale, la democrazia e la sicurezza per tutti, senza distinzione alcuna. I nostri metodi e le nostre proposte costituiscono un forte ostacolo alle politiche devastatrici del neoliberismo.

La globalizzazione rafforza un sistema sessista, escludente e patriarcale. Incrementa la femminilizzazione della povertà ed esacerba tutte le forme di violenza contro le donne. L'eguaglianza tra uomini e donne è una dimensione centrale della nostra lotta. Senza questa eguaglianza, un altro mondo non sarà mai possibile.

La globalizzazione neoliberista scatena il razzismo, come continuazione del genocidio e dei secoli di schiavitù e di colonialismo che hanno distrutto le basi di civiltà delle popolazioni nere dell'Africa. Ci appelliamo a tutti i movimenti perché solidarizzino con il popolo africano dentro e fuori del continente, per la difesa dei suoi diritti alla terra, alla cittadinanza, alla libertà, all'eguaglianza e alla pace, attraverso il riscatto del debito, storico e sociale, dei Paesi del Nord nei confronti dell'Africa. Il traffico di schiavi e la schiavitù sono crimini contro l'umanità.

Esprimiamo in modo particolare il nostro riconoscimento e la nostra solidarietà con i popoli indigeni nella loro lotta storica contro il genocidio e l'etnocidio e in difesa dei loro diritti, delle loro risorse naturali, della loro cultura, autonomia, terra e territorio.

La globalizzazione neoliberista distrugge l'ambiente, la salute e le condizioni di vita dei popoli. L'aria, l'acqua, la terra e anche gli esseri umani sono trasformati in merci. La vita e la salute devono essere riconosciuti come diritti fondamentali, e le decisioni economiche devono essere subordinate a questo principio.

Il debito pubblico internazionale dei Paesi del Sud è stato pagato più volte. Ingiusto, illegittimo e fraudolento, esso funziona come strumento di dominio, privando i popoli dei loro diritti fondamentali, con l'unico scopo di aumentare i guadagni dell'usura internazionale. Esigiamo l'annullamento incondizionato del debito e la riparazione dei debiti storici, sociali ed ecologici come passo immediato verso una soluzione definitiva della crisi provocata dal debito estero.

I mercati finanziari depredano le risorse e la ricchezza dei popoli e assoggettano le economie nazionali ai viavai degli speculatori. Reclamiamo la chiusura dei paradisi fiscali e l'introduzione di tasse sulle transazioni finanziarie.

Le privatizzazioni trasferiscono i beni pubblici e le risorse alle imprese transnazionali. Noi ci opponiamo a ogni forma di privatizzazione delle risorse naturali e dei beni pubblici. Rivolgiamo un appello perché venga protetto l'accesso a questi beni e per garantire una vita degna per tutti.

Le compagnie multinazionali organizzano la produzione mondiale per mezzo della disoccupazione di massa, i bassi salari e il lavoro non qualificato e rifiutano di riconoscere i diritti fondamentali dei lavoratori, così come sono definiti dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). Chiediamo il pieno riconoscimento dei diritti dei sindacati ad organizzarsi e a negoziare per conquistare nuovi diritti per i lavoratori. Mentre i beni e i capitali possono liberamente attraversare le frontiere, le restrizioni sui movimenti delle persone esacerbano lo sfruttamento e la repressione. Esigiamo la fine di tali restrizioni.

Domandiamo un sistema di commercio giusto, che garantisca il pieno impiego, la sovranità alimentare, ragioni di scambio eque e benessere locale. Il "libero commercio" non è affatto libero. Le regole del commercio globale provocano l'accumulazione accelerata di ricchezza e potere nelle imprese transnazionali e provocano al contempo maggior marginalità e povertà di contadine e contadini, lavoratrici e lavoratori e imprese locali. Rivendichiamo che i governi rispettino gli obblighi che competono loro e utilizzino gli strumenti internazionali in difesa dei diritti umani e degli accordi ambientali multilaterali. Chiamiamo ad appoggiare le mobilitazioni contro la creazione dell'Area di libero commercio delle Americhe, una iniziativa che significa la riconquista della regione e la distruzione dei diritti fondamentali sociali, economici, culturali e ambientali.

Il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le banche regionali, l'Organizzazione mondiale del commercio, la Nato e gli altri accordi militari sono alcune delle agenzie multilaterali della globalizzazione transnazionale. Esigiamo la fine delle loro interferenze nelle politiche nazionali. Queste istituzioni non hanno legittimità di fronte ai popoli e noi continueremo a protestare contro le loro misure.

La globalizzazione neoliberista ha provocato la concentrazione della proprietà della terra e promosso una agricoltura transnazionalizzata, distruttiva della società e dell'ambiente. È basata su produzioni finalizzate all'esportazione che hanno bisogno di grandi piantagioni e di infrastrutture che comportano l'espulsione della gente dalla propria terra e la distruzione dei mezzi di sostentamento. Tali risorse dovranno essere restituite. Chiediamo una riforma agraria democratica con l'usufrutto da parte dei contadini della terra, dell'acqua e delle sementi. Promuoviamo politiche agricole sostenibili. Le sementi e il materiale genetico sono patrimonio dell'umanità. Esigiamo l'abolizione dell'uso di prodotti transgenici e della concessioni di brevetti sulla vita.

Il militarismo e la globalizzazione nelle mani delle imprese transnazionali si rafforzano a vicenda per minare la democrazia e la pace. Noi rifiutiamo totalmente la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Siamo contro il riarmo e il commercio di armi. Esigiamo la fine della repressione e criminalizzazione della protesta sociale. Condanniamo l'intervento militare straniero negli affari interni dei nostri Paesi. Esigiamo la fine dell'embargo e delle sanzioni utilizzate come strumenti di aggressione ed esprimiamo la nostra solidarietà con chi ne soffre le conseguenze. Rifiutiamo l'intervento militare statunitense, per mezzo del "Plan Colombia", in America latina.

Chiamiamo a rafforzare l'alleanza su questi temi principali e a incrementare le azioni in comune. Continueremo a mobilitarci attorno a queste questioni fino al prossimo Forum sociale mondiale. Constatiamo che ora abbiamo forza maggiore per intraprendere una lotta in favore di un mondo diverso, senza miseria, fame, discriminazione e violenza; in favore della qualità della vita, dell'equità, del rispetto e della pace.

Ci impegniamo ad appoggiare tutte le lotte della nostra agenda collettiva che mobilitino l'opposizione al neoliberismo.

Tra le priorità dei mesi a venire, ci mobiliteremo globalmente contro:

il Forum economico mondiale di Cancun, Messico, del 26 e 27 febbraio; i vertici sull'Area di Libero commercio delle Americhe a Buenos Aires, Argentina, il 6 e 7 aprile, e in Quebec, dal 17 al 22 aprile; la riunione in maggio, a Honolulu, della Banca asiatica; la riunione dei G8 a Genova, Italia, tra il 15 e il 22 luglio; la riunione annuale del Fmi e della Banca mondiale a Washington DC, Usa, dal 28 settembre al 4 ottobre; il vertice dell'Omc dal 5 al 9 di novembre. Ci uniamo inoltre alla mobilitazione internazionale del 17 aprile per la lotta contro l'importazione di prodotti agricoli a basso prezzo che generano dumping economico e sociale. Ci uniamo anche alla mobilitazione femminista a Genova contro la globalizzazione. Appoggiamo l'appello per una giornata mondiale di mobilitazione contro il debito da realizzarsi quest'anno il 20 luglio.

Queste proposte fanno parte delle alternative elaborate dai movimenti sociali di tutto il mondo. Si basano sul principio secondo il quale gli esseri umani e la vita non sono merci; affermano inoltre l'impegno per il benessere e i diritti umani di tutte e di tutti.

La nostra partecipazione al Forum sociale mondiale ha arricchito la comprensione di ciascuna delle nostre lotte e noi ne usciamo più forti. Facciamo appello a tutti i popoli del mondo affinché si uniscano a questo sforzo e a lottare per costruire un futuro migliore. Il Forum sociale mondiale di Porto Alegre apre una via verso la sovranità dei popoli e un mondo più giusto. n


Spesa sociale in calo

La spesa per la protezione sociale nell'Unione europea continua a diminuire. E' quanto emerge dai dati che Eurostat ha reso noti alla fine del 2000 e che si riferiscono all'anno 1998. In percentuale sul Pil, infatti, tale spesa è passata dal 28,6% del 1996, al 28,1% del 1997, fino al 27,7% del 1998. Un andamento che ha riguardato quasi tutti gli Stati membri, tranne Grecia e Portogallo che però presentavano valori tra i più bassi a livello comunitario. L'andamento della spesa perla protezione sociale nel periodo 1996-1998 è stato collegato al tipo di crescita del Pil e al rallentamento nella crescita delle spese. Dopo gli incrementi in termini reali del 4,3% annuo tra il 1990 e il 1993 e dell'1,7% annuo tra il 1993 e il 1996 registrati nell'Unione europea, la spesa sociale pro capite è cresciuta infatti solo dell'1% annuo tra il 1996 e il 1998.

Tra gli Stati membri, la percentuale di spesa sociale sul Pil varia da un minimo del 16,1% registrato in Irlanda al 33,3% della Svezia. Nella tendenza generale alla diminuzione di questo tipo di spesa, i decrementi maggiori si sono avuti in Finlandia (-2,1%), Irlanda (-1,1%) e Paesi Bassi (-0,9%).

In termini di potere d'acquisto pro capite, però, si possono notare differenze significative tra gli Stati membri dell'Ue. La media europea di PPS (vedi tabella per la definizione) è di 5532, con i valori più bassi in Portogallo (3110), Grecia (3139), Spagna (3224) e Irlanda (3372) e i più alti in Svezia (6515), Paesi Bassi (6703), Danimarca (7098) e Lussemburgo (9258). Queste differenze di valori riflettono le diversità tra i sistemi nazionali di protezione sociale, seppur diminuite durante gli anni Novanta: la spesa per la protezione sociale più elevata tra i Paesi dell'Ue era 3,7 volte quella più bassa nel 1990, mentre nel 1998 tale rapporto si è "ridotto" a 3.

Per quanto concerne poi le risorse economiche su cui si basa la protezione sociale, cioè principalmente contribuzioni governative (derivate dalle tasse) e contribuzioni della sicurezza sociale (pagate in parte da lavoratori e datori di lavoro e in parte dalle persone protette), si nota come anche nel 1998 nell'Ue la principale fonte siano state le contribuzioni sociali (60,9%), pur sensibilmente diminuite rispetto al 1990 (65,5%). D'altro canto, invece, sono aumentati i contributi governativi passati dal 30,3% del 1990 al 35,4% del 1998. n

SPESA PER LA PROTEZIONE SOCIALE NELL'UE TRA IL 1990 E IL 1998
(% SUL PIL; PPS* PRO CAPITE NEL 1998)

 

1990

1993

1996

1997

1998

1998 (PPS)*

UE15

25,4

28,9

28,6

28,1

27,7

5532

UEM11

25,5

28,5

28,5

28,1

27,7

5606

Austria

26,7

28,9

29,6

28,8

28,4

6297

Belgio

26,4

29,5

28,8

28,1

27,5

6131

Danimarca

28,7

31,9

31,4

30,5

30,0

7098

Finlandia

25,1

34,6

31,6

29,3

27,2

5171

Francia

27,6

30,9

31,0

30,8

30,5

6418

Germania

25,4

28,4

30,0

29,5

29,3

6459

Grecia

23,2

22,3

23,1

23,6

24,5

3139

Irlanda

18,7

20,5

18,5

17,2

16,1

3372

Italia

24,3

26,2

25,2

25,7

25,2

5292

Lussemburgo

22,6

24,5

25,2

24,8

24,1

9258

Paesi Bassi

32,4

33,5

30,1

29,4

28,5

6703

Portogallo

15,8

21,3

22,0

22,5

23,4

3110

Regno Unito

22,9

29,1

28,0

27,3

26,8

5306

Spagna

20,5

24,7

22,5

22,0

21,6

3224

Svezia

33,1

38,6

34,5

33,6

33,3

6515

* PPS: Purchasing power standards; unità economica artificiale che misura il potere d'acquisto e che permette una più valida comparazione tra Paesi in termini reali, eliminando l'impatto delle differenze esistenti nei livelli dei prezzi.

Fonte: Eurostat, dicembre 2000


Stabile nell'Ue la disoccupazione

Il tasso di disoccupazione nella cosiddetta "zona euro" (cioè i Quindici meno Gran Bretagna, Danimarca, Svezia e Grecia, quest'ultima entrata a far parte dei Paesi dell'euro ma non ancora delle statistiche) registrato nel mese di dicembre 2000 è stato dell'8,7%, sostanzialmente stabile rispetto ai due mesi precedenti ma in netta diminuzione se confrontato al dato di un anno prima (dicembre 1999), quando era del 9,6%. Per quanto concerne invece tutta l'Unione (15 Paesi), il tasso è stabile da novembre all'8,1%, mentre nel dicembre del 1999 era dell'8,9%.

Questo risulta dalle ultime statistiche rese note lo scorso 31 gennaio da Eurostat, secondo cui il totale dei disoccupati europei sarebbe di 13.900.000 nell'Unione e di 11.400.000 nella zona euro.

I livelli di disoccupazione più bassi si registrano in Lussemburgo (2,1% a novembre), Paesi Bassi (2,7% a novembre) e Austria (3,3%), mentre la Spagna continua ad essere lo Stato membro con il tasso di disoccupazione più elevato: 13,7% quello generale, 19,9% tra le donne.

Per quanto riguarda invece la disoccupazione giovanile (al di sotto dei 25 anni d'età), è l'Italia a far registrare la situazione peggiore dell'Unione, con un tasso che supera il 35% e che tra le giovani donne sfiora addirittura il 45%. Austria e Paesi Bassi, invece, con tassi rispettivamente del 4,4% e del 4,9% sono i Paesi dell'Ue con la percentuale più bassa di giovani disoccupati. A livello di Unione (UE15) il tasso di disoccupazione giovanile è del 16,7% (era del 16,9% un anno prima), mentre per quanto concerne la zona euro è del 17,7% (18,1% nel dicembre 1999).

Nell'ultimo anno, le diminuzioni più significative del livello di disoccupazione totale sono state quelle verificatesi in Svezia (il cui tasso è passato dal 6,8% all'attuale 5,1%), Francia (dal 10,5% all'8,8%) e Irlanda (dal 5,1% al 4,1%).

Per un raffronto a livello globale tra le potenze economiche mondiali, Eurostat segnala che i tassi di disoccupazione sono del 4% negli Stati Uniti e del 4,7% in Giappone.

TASSI DI DISOCCUPAZIONE IN EUROPA

 

EU15

EUR11

B

DK

D

GR

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

98/12

9,6

10,5

9,3

5,2

9,0

:

17,7

11,7

6,6

11,7

2,4

3,8

4,2

4,8

10,7

7,8

6,3

4,3

4,5

99/12

8,9

9,6

8,8

4,9

8,6

:

15,1

10,5

5,1

11,2

2,2

2,8

3,6

4,2

10,1

6,8

6,0

4,0

4,7

00/08

8,3

9,0

8,6

4,8

8,3

:

14,0

9,4

4,4

10,3

2,1

2,6

3,2

4,2

9,6

5,9

5,4

4,1

4,6

00/09

8,2

8,9

8,6

5,0

8,3

:

13,8

9,3

4,3

10,2

2,1

2,7

3,2

4,2

9,5

5,5

5,5

3,9

4,7

00/10

8,1

8,8

8,5

5,0

8,2

:

13,7

9,1

4,2

10,0

2,1

2,8

3,2

4,2

9,5

5,5

5,4

3,9

4,7

00/11

8,1

8,7

8,4

5,0

8,2

:

13,6

8,9

4,1

:

2,1

2,7

3,2

4,2

9,4

5,6

:

4,0

4,7

00/12

8,1

8,7

8,3

4,9

8,1

:

13,7

8,8

4,1

:

:

:

3,3

4,3

9,3

5,1

:

4,0

:

LA DISOCCUPAZIONE TRA LE DONNE EUROPEE

 

EU15

EUR11

B

DK

D

GR

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

98/12

11,3

12,8

11,2

6,2

9,5

:

25,4

13,8

6,4

16,1

3,4

5,1

5,0

5,9

11,2

7,7

5,3

4,3

4,3

99/12

10,5

11,7

10,4

5,6

9,1

:

22,0

12,5

5,0

15,1

3,1

3,8

4,3

4,9

10,8

6,5

5,3

4,0

4,3

00/08

10,0

11,3

10,2

5,6

8,7

:

20,4

11,4

4,4

15,8

3,1

3,7

3,8

5,4

10,3

5,3

4,9

4,3

4,4

00/09

10,0

11,3

10,2

5,8

8,7

:

20,1

11,2

4,2

16,1

3,0

4,0

3,8

5,4

10,3

5,5

5,0

4,0

4,5

00/10

10,0

11,2

10,0

5,8

8,6

:

19,9

11,0

4,1

15,7

2,9

4,4

3,8

5,4

10,2

5,8

4,8

3,9

4,3

00/11

9,9

11,1

10,0

5,8

8,6

:

19,8

10,8

4,0

:

2,9

4,2

3,9

5,4

10,2

5,4

:

4,0

4,4

00/12

9,9

11,1

9,8

5,7

8,5

:

19,9

10,7

3,9

:

:

:

3,9

5,5

10,1

5,0

:

3,9

:

TASSI DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE (AL DI SOTTO DEI 25 ANNI)

 

EU15

EUR11

B

DK

D

GR

E

F

IRL

I

L

NL

A

P

FIN

S

UK

USA

JAP

98/12

19,1

20,6

24,2

9,3

9,7

:

33,5

25,7

9,8

33,7

6,7

7,8

5,7

10,1

22,3

15,1

13,9

9,5

8,8

99/12

16,9

18,1

24,0

8,8

9,1

:

27,6

22,2

7,0

32,0

6,1

5,2

4,7

8,2

22,3

11,9

12,7

9,5

9,5

00/08

16,9

18,2

23,6

8,3

9,5

:

26,1

20,0

6,0

35,3

5,8

5,1

4,4

8,9

20,9

10,4

12,2

9,3

9,2

00/09

17,0

18,3

23,6

8,4

9,3

:

25,7

19,8

5,9

36,2

6,0

4,9

4,4

8,8

21,0

10,3

12,6

8,9

9,3

00/10

16,8

17,9

23,2

8,4

9,2

:

25,2

19,2

5,7

35,4

5,9

5,0

4,4

8,8

21,0

10,4

12,5

8,9

9,3

00/11

16,7

17,8

23,0

8,4

9,0

:

25,0

18,7

5,6

:

5,8

4,9

4,4

8,9

21,1

10,4

:

9,1

9,6

00/12

16,7

17,7

22,6

8,2

9,0

:

25,0

18,4

5,5

:

:

:

4,4

9,2

21,2

10,2

:

9,1

:

Fonte: Eurostatat, 31 gennaio 2001


L'asilo in Europa

«Tutti hanno il diritto di chiedere e godere l'asilo dalle persecuzioni», principio sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e ricordato nei mesi scorsi dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) e dal Consiglio europeo per i rifugiati (Ecre) ai governi europei. Un appello nato dalla crescente preoccupazione di tali organismi per la tendenza europea a limitare al massimo la concessione dell'asilo. Fin dal 1992 infatti, quando le richieste d'asilo in Europa furono circa 700.000, i governi europei iniziarono a introdurre misure per frenare i flussi di rifugiati. Obbligo di visto, possibilità di rinviare i richiedenti asilo in Paesi terzi definiti sicuri, sanzioni per chi li trasportava, centri chiusi per trattenerli in attesa di una risposta alla loro domanda sono alcune delle politiche messe in atto per scoraggiare i richiedenti asilo, fino alle rilevazioni delle loro impronte digitali (Eurodac) entrata in vigore lo scorso dicembre. Per fronteggiare l'emergenza balcanica è stata creata la forma della protezione temporanea, ma la filosofia di fondo non è mutata, tanto che alcuni mesi fa l'Acnur denunciava il fatto che molti rifugiati erano costretti a rivolgersi alle organizzazioni del traffico illegale di immigrazione per entrare nell'Ue (vedi Euronote n. 9/2000). Ora, mentre si sta definendo la futura politica comune in materia di asilo, l'appello degli organismi di tutela dei rifugiati è ancora più urgente.

Gran Bretagna al primo posto nel 2000

Nel 2000 sono state 452.000 le richieste d'asilo presentate in 25 Paesi europei, secondo l'Acnur, circa il 4% in meno dell'anno precedente quando le domande erano state 471.000. Se si prendono in considerazione i 15 Stati membri dell'Unione europea si registra un lieve aumento, dal momento che nel 2000 il numero delle domande è stato di circa 390.000 rispetto alle 387.000 del 1999. Il Paese europeo che ha ricevuto il maggior numero di domande è stato la Gran Bretagna con 97.900, numero che equivale a circa il 22% del totale di quelle presentate in Europa, seguito dalla Germania (78.800 domande, cioè il 17%) e dai Paesi Bassi (43.900, 10%). Dopo molti anni, dunque, per la prima volta non è più la Germania il Paese europeo cui si rivolgono in numero maggiore i richiedenti asilo, anche se rimane di gran lunga il Paese che ne ospita di più: ben 975.500, cioè oltre la metà dei rifugiati accolti complessivamente in tutta l'Unione europea (1.760.910). Sempre per quanto riguarda l'accoglienza dei rifugiati, dopo la Germania si trovano i Paesi scandinavi e nordeuropei, mentre quelli sudeuropei presentano numeri decisamente più bassi: la Svezia, ad esempio, ospita circa 160.000 rifugiati, cioè circa 20 per ogni 1000 residenti; rapporto che scende a poche unità per mille abitanti in tutti i Paesi europei dell'area mediterranea e che in Italia (dove sono accolti meno di 23.000 rifugiati) è addirittura di 0,4 per mille abitanti.

Se il numero di richieste d'asilo viene messo in rapporto alla popolazione dei singoli Paesi europei, troviamo invece la Slovenia al primo posto, con 4,7 domande per mille abitanti, seguita da Belgio (4,2) e Irlanda (2,9). Nel 2000, le prime tre nazionalità di richiedenti asilo in Europa sono state le stesse dell'anno precedente, cioè quelle di cittadini della Repubblica federale jugoslava (42.300 richieste), dell'Iraq (34.700) e dell'Afghanistan (28.800).

Il balzo della Gran Bretagna al primo posto in Europa per numero di domande d'asilo ricevute, ha creato molte polemiche a livello politico, tanto che il governo laburista ha promesso di intervenire al più presto per limitare il fenomeno. Il Paese, dove i tempi di attesa per ottenere una risposta alla domanda d'asilo dovrebbero essere di 11 mesi ma in realtà spesso durano anni e vengono trascorsi in centri chiusi, sta diventando così luogo sempre meno accogliente per i rifugiati. Già nell'aprile 2000 erano state varate alcune misure restrittive che prevedono non più una quota di denaro giornaliera ai richiedenti asilo bensì buoni d'acquisto per generi di prima necessità in un numero limitato di negozi e inoltre un dislocamento dei rifugiati su tutto il territorio nazionale e non più, come avveniva in precedenza, nei pressi della capitale.

grave la situazione italiana

Particolarmente grave è poi la situazione italiana, dove l'Acnur denuncia «l'inesistenza di un sistema d'asilo» derivante dalla mancanza di una legislazione organica. Il disegno di legge che dovrebbe disciplinare la materia in base agli standard europei, un testo equilibrato secondo organismi internazionali e associazioni in quanto contempera le esigenze di tutela dei richiedenti asilo e rifugiati e la necessità da parte dello Stato di evitare l'abuso del sistema di asilo, è invischiato da oltre tre anni nell'iter dei lavori parlamentari e quasi certamente non sarà approvato prima della fine della legislatura. L'Italia rimarrà così l'unico Paese dell'Ue a non avere una disciplina organica sull'asilo. Tale vuoto normativo causa di fatto una situazione di non accoglienza, che porta circa un terzo dei richiedenti asilo a disperdersi sul territorio italiano diventando realtà sommersa e che delega al volontariato la protezione e l'accoglienza dei rifugiati (il 66,7% dei centri di accoglienza che ospitano richiedenti asilo, profughi e rifugiati è gestito da privati).

Secondo un monitoraggio svolto a livello nazionale dal Consorzio italiano di solidarietà (Ics), in collaborazione con Acnur e Censis, i cui risultati sono stati resi noti lo scorso 21 febbraio, il 70% dei richiedenti asilo risulta irreperibile al momento dell'audizione da parte della commissione centrale che deve accordare loro l'asilo o lo status di rifugiato. Inoltre, il 20,5% dei centri d'accoglienza non prevede alcuna forma di assistenza legale per gli ospiti, percentuale che sale al 22,2% nelle regioni meridionali; il 15,8% dei centri non prevede alcun servizio sanitario, nemmeno quello di base e l'iscrizione degli ospiti al Ssn; il 37,2% dei centri non prevede l'attività scolastica per i minori ospitati, né interna né esterna al centro. Per porre rimedio a questa situazione, l'Acnur, l'Ics, il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e molti altri gruppi e associazioni hanno rivolto nei giorni scorsi un appello a deputati e senatori perché si giunga ad una rapida approvazione del Ddl n. 5381 recante norme in materia di protezione umanitaria e di diritto d'asilo.

INFORMAZIONI: Acnur, e-mail: itaro@unhcr.ch; sito web: www.unhcr.ch
Ics
, e-mail: icsge@tin.it; sito web: http://ip21.mir.it/ics

DOMANDE DI ASILO IN EUROPA (1999 - 2000)
 

N. di domande

Variazione

% sul totale

Posizione

Dom. per 1000 abit.

Paesi

1999

2000

(%)

1999

2000

1999

2000

1999

2000

Austria

20.100

18.280

-9,1

4,3

4,0

8

6

2,45

2,23

Belgio

35.780

42.690

19,3

7,6

9,4

5

4

3,52

4,20

Bulgaria

1.330

1.760

32,3

0,3

0,4

21

20

0,16

0,21

Rep.Ceca

7.290

8.770

20,3

1,5

1,9

14

14

0,71

0,86

Danimarca

6.470

10.080

55,8

1,4

2,2

15

12

1,22

1,90

Finlandia1

3.110

3.320

6,8

0,7

0,7

16

18

0,60

0,64

Francia

30.910

38.590

24,8

6,6

8,5

7

5

0,52

0,65

Germania2

95.110

78.760

-17,2

20,2

17,4

1

2

1,16

0,96

Grecia

1.530

3.000

96,1

0,3

0,7

20

19

0,14

0,28

Ungheria

11.500

7.800

-32,2

2,4

1,7

9

15

1,15

0,78

Irlanda

7.720

10.920

41,5

1,6

2,4

13

10

2,07

2,93

Italia3

33.360

18.000

-46,0

7,1

4,0

6

7

0,58

0,31

Liechtenstein

520

10

-98,1

0,1

0,0

24

25

16,25

0,31

Lussemburgo

2.910

590

-79,7

0,6

0,1

18

23

6,76

1,37

Paesi Bassi

39.300

43.890

11,7

8,3

9,7

4

3

2,49

2,78

Norvegia

10.160

10.320

1,6

2,2

2,3

11

11

2,28

2,31

Polonia4

2.960

4.290

44,9

0,6

0,9

17

17

0,08

0,11

Portogallo

310

200

-35,5

0,1

0,0

25

24

0,03

0,02

Romania

1.670

1.360

-18,6

0,4

0,3

19

22

0,07

0,06

Slovacchia

1.310

1.550

18,3

0,3

0,3

22

21

0,24

0,29

Slovenia

870

9.240

962,1

0,2

2,0

23

13

0,44

4,65

Spagna

8.410

7.040

-16,3

1,8

1,6

12

16

0,21

0,18

Svezia

11.230

16.370

45,8

2,4

3,6

10

9

1,26

1,84

Svizzera

46.070

17.660

-61,7

9,8

3,9

3

8

6,24

2,39

Regno Unito5

91.080

97.860

7,4

19,3

21,6

2

1

1,55

1,66

Europa

471.010

452.350

-4,0

100,0

100,0

:

:

0,97

0,93

EU-15

387.330

389.590

0,6

82,2

86,1

:

:

1,03

1,04

1 Dati riguardanti i primi 10 mesi del 2000; 2 Escluse le domande di asilo riesaminate; 3 I dati 1999 e 2000 corrispondono astime governative soggette a revisioni (potenzialmente significative); 4 Dati riguardanti i primi 11 mesi del 2000; 5 Stime ACNUR.

Fonte: ACNUR, gennaio 2001

PROVENIENZA DEI RICHIEDENTI ASILO IN EUROPA (1999 - 2000) - PRIME 20 NAZIONALITÀ
 

N. di domande

Variazione

% sul totale

Posizione

NazionalitÓ

1999

2000

(%)

1999

2000

1999

2000

Rep. Fed. Jugoslava

115.850

42.250

-63,5

27,7

10,3

1

1

Iraq

30.810

34.680

12,6

7,4

8,4

2

2

Afghanistan

23.590

28.790

22,0

5,6

7,0

3

3

Iran

12.100

27.060

123,6

2,9

6,6

7

4

Turchia

19.220

23.540

22,5

4,6

5,7

4

5

Fed. Russa

11.390

15.140

32,9

2,7

3,7

8

6

Cina

11.010

13.210

20,0

2,6

3,2

9

7

Sri Lanka

12.640

12.600

-0,3

3,0

3,1

6

8

Bosnia Herzegovina

6.560

11.110

69,4

1,6

2,7

16

9

Somalia

14.250

10.600

-25,6

3,4

2,6

5

10

Romania

8.600

8.740

1,6

2,1

2,1

10

11

India

6.510

8.710

33,8

1,6

2,1

17

12

Pakistan

8.030

8.260

2,9

1,9

2,0

12

13

Sierra Leone

7.110

7.750

9,0

1,7

1,9

15

14

Rep. Dem. del Congo

7.150

7.730

8,1

1,7

1,9

14

15

Algeria

7.990

7.670

-4,0

1,9

1,9

13

16

Nigeria

4.610

6.880

49,2

1,1

1,7

21

17

Armenia

8.560

6.590

-23,0

2,0

1,6

11

18

Ucraina

3.620

5.370

48,3

0,9

1,3

25

19

Bangladesh

4.740

5.300

11,8

1,1

1,3

20

20

Fonte: ACNUR, gennaio 2001


Il quadro sociale dell'Agenda 2000-2005

L'Agenda sociale approvata nel corso del Consiglio europeo di Nizza (vedi inserto pagine VI-VIII) è basata su di una comunicazione della Commissione europea resa nota alla fine di giugno dello scorso anno e trasmessa a Consiglio, Parlamento, Comitato economico e sociale e Comitato delle regioni. Tale comunicazione, la cui realizzazione era stata prevista nelle conclusioni dei Consigli europei di Lisbona (23-24 marzo 2000) e di Feira (19-20 giugno 2000), contiene un capitolo intitolato "Le sfide e le opportunità all'orizzonte" in cui vengono analizzate le situazioni occupazionale e sociale dell'Unione europea per meglio definire gli ambiti di intervento dove concentrare le azioni dei prossimi anni. Di seguito ne riportiamo alcune parti che illustrano il quadro generale da cui è nata l'Agenda sociale 2000-2005.

l'occupazione nell'Unione

L'Unione europea ha compiuto progressi notevoli nel rafforzamento dei fondamentali economici e nella promozione della creazione di posti di lavoro. La disoccupazione resta, tuttavia, a livelli troppo elevati. Ad oggi, circa il 9% della forza lavoro europea è disoccupata (8,1% nel mese di dicembre 2000, vedi pag. 5). Nel 1999 il tasso medio di occupazione era pari ad appena il 62%. L'occupazione è ancora relativamente bassa in determinate attività, quali i servizi. La partecipazione tra le donne e tra determinati gruppi, quali gli anziani e i disabili, è troppo bassa.

Nel contributo della Commissione al Consiglio europeo di Lisbona ("Un programma di rinnovamento economico e sociale per l'Europa") sono state indicate chiaramente le caratteristiche principali del deficit occupazionale europeo rispetto agli Stati Uniti. Si tratta di:

Negli ultimi tre anni, la strategia europea per l'occupazione ha dato prova di essere uno strumento efficace per la riforma strutturale dei mercati del lavoro nazionali. Il rafforzamento di questa strategia sarà essenziale per il miglioramento quantitativo e qualitativo dell'occupazione.

Come è già evidente in alcuni Stati membri, una volta che i livelli di occupazione prendono a crescere, la disponibilità di una manodopera che raggiunga gli standard richiesti dal mercato è di fondamentale importanza per uno sviluppo economico sostenuto e una crescita non inflazionistica.

la situazione sociale

Mentre è necessario riconoscere il ruolo essenziale svolto dai sistemi sociali degli Stati membri nella creazione di una società più solidale, essi si trovano ora ad affrontare una serie di importanti sfide comuni, quali la necessità di adattarsi al mondo del lavoro in mutamento, alle nuove strutture familiari, alle persistenti disparità tra i sessi, ai cambiamenti demografici, alle crescenti disparità nei redditi e ai requisiti dell'economia cognitiva. A lungo andare, i cambiamenti demografici avranno un pesante impatto sulla struttura del mercato del lavoro e sull'offerta di manodopera e creeranno enormi pressioni sui sistemi pensionistici e sanitari. È per questo motivo che si deve ripensare il ruolo dell'immigrazione quale parte di una strategia volta a combattere queste tendenze. Se non si adatteranno e non si modernizzeranno i sistemi di protezione sociale, si accrescerà il rischio di un aumento della disoccupazione, della povertà e dell'emarginazione sociale.

L'ammodernamento dei sistemi di protezione sociale è fondamentale per poter sostenere le trasformazioni all'economia cognitiva e per rispondere alle nuove esigenze della società. Mentre la protezione sociale rimane di pertinenza degli Stati membri, la cooperazione a livello europeo agevolerà un ripensamento collettivo sulle modalità più adeguate per rispondere alle sfide imposte dall'ammodernamento e dal miglioramento dei vari sistemi di protezione sociale.

Una delle sfide chiave consiste ora nell'abbandonare un programma rivolto ad affrontare l'emarginazione sociale per passare a uno che promuova l'integrazione sociale e la integri orizzontalmente in tutti i processi di definizione delle politiche.

La disoccupazione è la singola causa più importante della povertà. Quasi due disoccupati su tre sono a rischio di povertà. È per questo che un posto di lavoro rappresenta la migliore salvaguardia contro l'emarginazione sociale. Tuttavia, l'occupazione, da sola, non risolve tutti i problemi. Un confronto tra i tassi di occupazione e quelli di povertà (vedi grafico nella pagina precedente) mostra che la povertà può essere assai diffusa anche in alcuni Stati membri che godono di elevati livelli occupazionali.

L'aumento dei tassi di occupazione e la diminuzione di quelli di disoccupazione potrebbe contribuire a ridurre in modo significativo la povertà e l'emarginazione sociale, in particolare in quegli Stati membri che, al momento, hanno bassi tassi di occupazione. A questo proposito, è importante concentrare l'attenzione su coloro che si trovano ai margini del mercato del lavoro, investendo nella gente al fine di aumentarne l'occupabilità e riducendo le barriere che ostacolano l'ingresso nel mercato del lavoro. Per affrontare queste sfide sono necessarie politiche variegate in grado di superare le questioni legate al mercato del lavoro e che puntino a promuovere l'integrazione sociale e la partecipazione.


L'Europa sociale dopo Nizza: i pareri di Cgil-Cisl-Uil

Sui risultati del Vertice di Nizza e soprattutto su com'è uscita da Nizza l'Europa sociale abbiamo chiesto un parere ai responsabili dei dipartimenti internazionali di Cgil-Cisl-Uil, cioè rispettivamente Giacomo Barbieri (Cgil), Luigi Cal (Cisl) e Carmelo Cedrone (Uil).

Giacomo Barbieri - Cgil

Di Nizza va sottolineata innanzitutto la grande mobilitazione sindacale. Con la manifestazione convocata a Nizza dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces), alla quale hanno risposto quasi 100.000 lavoratrici e lavoratori europei, il sindacato europeo ha superato il suo esame di maturità politica e organizzativa: la Ces non è più un coordinamento sindacale che aggrega interessi nazionali in un'azione prevalentemente hobbistica, ma un'organizzazione sindacale sopranazionale che può ambire a diventare un attore sociale e politico autonomo e rilevante sulla scena europea. I partecipanti alla manifestazione di Nizza hanno rivendicato la realizzazione di un'Europa che si fondi sull'insieme dei diritti sociali e di cittadinanza, che assuma il modello europeo di Stato sociale come elemento irrinunciabile della coesione sociale ed economica e che promuova politiche di crescita qualificate e coordinate per raggiungere la piena occupazione.

Purtroppo le risposte venute dalle conclusioni del Consiglio di Nizza e dalla revisione del Trattato lì concordata tra i quindici Paesi non sono state all'altezza di queste rivendicazioni e di questa mobilitazione. Sulla base di una visione inadeguata dell'interesse nazionale, infatti, è stato confermato il diritto di veto dei singoli Stati su materie importanti, a partire da quelle relative alla sicurezza sociale, ed è stata rinviata a un secondo tempo l'assunzione piena e vincolante della Carta dei diritti fondamentali. A Nizza si è vista la difficoltà a dar vita a politiche effettivamente sopranazionali, le sole che saprebbero recuperare con coraggio i rischi di chiusura nazionalistica, localistica e protezionista presenti nelle società più avanzate. Questi e altri gravi limiti non sono controbilanciati dalle decisioni positive relative a un impegnativo programma di azione sociale, all'ampliamento delle decisioni a maggioranza qualificata, alla semplificazione delle procedure per consentire a gruppi di Stati di procedere prima degli altri in forme più strette di integrazione e soprattutto alla riconvocazione di una nuova Conferenza intergovernativa per il 2004.

Il nuovo appuntamento, sulla spinta di una mobilitazione ulteriore delle organizzazioni sindacali e dell'associazionismo, dovrà essere l'occasione per stilare una vera e propria costituzione europea. In questo processo, che deve avviarsi da subito, potranno trovare migliore formulazione gli stessi diritti già definiti oggi nella Carta dei diritti fondamentali.

Il successo della mobilitazione impone alla Ces di essere all'altezza delle responsabilità che da esso derivano. La risposta ai bisogni emersi (strumenti estrutture sindacali sovranazionali efficaci e autorevoli e una solidarietà più vasta dei confini nazionali) verrà dalla capacità dei sindacati nazionali di assumere la dimensione europea come parte integrante delle proprie politiche nazionali e dalla contestuale attribuzione alla Ces di poteri e di responsabilità sindacali sopranazionali. Sindacalizzare di più la Ces ed europeizzare di più i sindacati nazionali è quindi il compito che ci propongono le lavoratrici e i lavoratori che a Nizza hanno manifestato.

Luigi Cal - Cisl

L'Europa sociale è uscita rafforzata dal Vertice di Nizza. Tre sono stati gli elementi che l'hanno caratterizzata: l'approvazione della nuova Agenda sociale per i prossimi cinque anni, la Carta dei diritti fondamentali e l'approvazione della direttiva sulla Società Europea. A tutto ciò si può aggiungere che Nizza ha visto un sindacato europeo capace di esercitare una certa influenza sulle grandi scelte comunitarie anche attraverso la mobilitazione di 80.000 manifestanti che, assieme ai 40.000 che pochi mesi prima avevano manifestato a Porto, hanno mostrato un sindacato europeo (sud-europeo) capace di rappresentare la vitalità dell'Europa del lavoro.

L'Agenda sociale decisa a Nizza definisce le priorità di azione concrete per i prossimi cinque anni attraverso i sei orientamenti strategici che si propongono di rafforzare e modernizzare il "modello sociale europeo". Esso viene qui definito come il «legame indissolubile tra prestazione economica e progresso sociale». Con l'Agenda si mette in moto una nuova procedura in cui il Consiglio europeo, ogni anno, nella riunione di primavera, esaminerà l'attuazione dei sei orientamenti. Le parti sociali, la Ces e l'Unice, sono chiamate a prendere pienamente parte alla sua attuazione e al follow-up. Gli orientamenti riguardano il mercato del lavoro, un nuovo equilibrio tra flessibilità e sicurezza, la lotta contro l'esclusione e la discriminazione, l'ammodernamento della protezione sociale (revisione dei sistemi pensionistici), la promozione della parità tra donne e uomini ed infine il rafforzamento del dialogo sociale nel tema dell'allargamento e nel rapporto con le istituzioni multilaterali. Il sindacato europeo e i sindacati nazionali saranno chiamati ad intervenire nella messa in opera di questa Agenda. Noi privilegeremo la via contrattuale.

Il Vertice di Nizza ha poi approvato la Carta dei diritti. Su questa carta ci sono parecchi aspetti da sottolineare ed apprezzare. Innanzitutto viene "consacrata" l'indivisibilità dei diritti sociali e sindacali dai diritti civili, politici ed economici. Si enunciano e si consacrano molti diritti nuovi o di "terza generazione" tipo bioetica, ambiente, tecnologia dell'informazione. Si apre la strada a considerare nei fatti i diritti sindacali come "quinta libertà" dopo la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

Le regole espresse nella Carta, specie quelle sociali (vedi capitolo IV, articoli da 27 a 34), se diventeranno regole transnazionali, contribuiranno alla creazione di un diritto positivo transnazionale che serve a democratizzare l'attuale globalizzazione senza regole quale vediamo svilupparsi oggi nella finanza, nei mercati, nella produzione. Su tutto questo però rimane un problema di fondo: il mancato ancoraggio della Carta ai Trattati; noi ci batteremo per ottenerlo al più presto possibile.

Per quanto riguarda la Società Europea, che era stata oggetto di dibattito e rinvii per trent'anni, è finalmente passato un modello di partecipazione e cogestione che sicuramente farà avanzare in Europa il sistema di democrazia economica, che veda i lavoratori sempre più protagonisti nelle imprese europee.

Carmelo Cedrone - Uil

Sicuramente la Conferenza Intergovernativa di Nizza verrà ricordata come una delle più significative, anche se ha lasciato ferite e delusioni negli europeisti più convinti. A Nizza non erano in discussione "alcune" regole del funzionamento dell'Unione che consentissero l'allargamento, come sembrava in apparenza. A Nizza, in realtà, era in discussione l'architettura comunitaria (ad esempio il passaggio definitivo del voto a maggioranza su tutte le materie e le politiche dell'Unione) che bene o male, aveva retto la Comunità sin dalla sua nascita, con il Trattato di Roma del 1957.

Il salto però non c'è stato, anche se un altro passo avanti è stato fatto: infatti una trentina di materie sono passate dall'unanimità al voto a maggioranza, mentre un "nucleo duro" di circa quaranta materie è rimasto ancora affidato al voto unanime del Consiglio, tra queste anche la politica sociale. Era questa la posta in gioco più alta sul tavolo della Conferenza di Nizza: l'affermazione del principio basilare per qualunque democrazia, il voto a maggioranza. L'abbandono definitivo del voto all'unanimità avrebbe significato il superamento dell'Europa delle Nazioni e mandato in soffitta il diritto di veto di un singolo Stato, vero freno al processo di integrazione e alla democrazia europea.

L'aspetto più negativo, per il sindacato, è che ancora una volta la politica sociale è quella che ne ha fatto le spese, rimanendo imbrigliata nelle reti del voto all'unanimità. Tutto questo è accaduto mentre tutti si sono affannati, e si affannano anche i governi dell'Unione, ad osannare il tanto decantato "modello sociale europeo", un modello che va difeso, anche se opportunamente adattato alla nuova realtà, ed esportato negli altri Paesi del mondo.

Appare evidente la contraddizione tra questa posizione e i comportamenti reali.

In verità, i governi hanno avuto ancora paura ad agire, si sono nascosti, hanno pensato di continuare a proteggersi dietro il paravento dell'unanimità: chi per difendere modelli molto avanzati (i nordici), chi per evitare di finire impigliati nelle regole comunitarie (inglesi, spagnoli, ecc.), pensando di beneficiare ancora di qualche nicchia di dumping.

La Uil da anni sostiene la tesi che l'Europa riuscirà ad avere una politica sociale comune a due condizioni: un reale rafforzamento istituzionale dell'Unione, a cominciare dal ruolo del Parlamento, e il superamento del voto all'unanimità.

Purtroppo, nessuna di queste condizioni si è ancora realizzata e quindi non c'è molto da sperare. Si potranno fare degli ulteriori piccoli passi, ma la sostanza delle cose resterà invariata.

Molto probabilmente è quanto avverrà anche per l'Agenda sociale approvata al Vertice di Nizza. Come risulta chiaro dalla stessa definizione, si tratta di un programma da realizzare entro cinque anni. Un buon programma dove anche le parti sociali sono coinvolte.

Già alla fine degli anni Ottanta, con l'approvazione della Carta sociale europea di Strasburgo (solo una dichiarazione solenne, non vincolante!) e poi con il relativo "programma di azione" per l'attuazione della Carta (una proposta di 47 direttive!), abbiamo assistito ad un tentativo simile. Ma è rimasto solo un tentativo, praticamente senza esito. Speriamo di non correre lo stesso rischio anche in questa occasione.

L'impegno del sindacato, come nel passato, sarà forte. Già la Ces si è attivata per vedere come dar seguito all'Agenda.

Non ho parlato del merito di quest'ultima: ho preferito accennare solo alla questione politica di fondo, posta sul tavolo di Nizza, una questione rimasta ancora aperta.


Nasce la SE con la partecipazione dei lavoratori

Tra le tante delusioni del Vertice di Nizza, una nota positiva riguarda l'accordo che consentirà di varare definitivamente il regolamento sullo "Statuto della società europea" ("Societas Europea" - SE, secondo la definizione del regolamento stesso) e la direttiva sulla partecipazione dei lavoratori all'interno di essa.

Ciò porterà a una disciplina "a doppio binario" destinata a creare, a sua volta, un sistema "a doppia via". Sul primo fronte, le regole sulla società europea saranno contenute in un regolamento, mentre quelle sulla partecipazione dei lavoratori assumeranno la veste della direttiva.

Il raggiungimento congiunto dei due obiettivi potrebbe costituire - pur se molte perplessità accompagnano il via libera a regolamento e direttiva - una svolta storica per la creazione di un diritto societario comunitario, per consentire alle imprese europee di pianificare le politiche di sviluppo all'interno del mercato unico e di dare impulso alla partecipazione dei lavoratori all'interno dell'impresa.

Il regolamento che approva la nuova disciplina della SE è fondato sulla considerazione che la realizzazione del mercato comune impone l'adattamento delle strutture produttive secondo dimensioni comunitarie per quelle imprese la cui attività non sia limitata a un ambito puramente locale; inoltre, la mancanza di una disciplina comune sovranazionale comporterebbe seri ostacoli (o addirittura radicali impedimenti) di natura giuridica, fiscale e anche psicologica alle operazioni di riorganizzazione necessarie a favorire questa evoluzione.

la disputa  sulla partecipazione

Il nodo critico sciolto a Nizza, attraverso un accordo politico, riguardava la partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale. Il risultato è, infatti, quello di aver "imposto" la partecipazione diretta dei lavoratori allo sviluppo della SE.

In questo senso, l'articolo 4 della direttiva, espressamente richiamato dal regolamento, prevede la realizzazione di un accordo che fissi in dettaglio il ruolo dei lavoratori e dei loro rappresentanti all'interno dell'intero sistema della SE. In pratica, esisterà una rappresentanza dei lavoratori riconosciuta all'interno della società che opererà anche trasversalmente in più Stati membri. Nel momento in cui verrà decisa la costituzione di una SE partiranno i negoziati fra rappresentanti dei lavoratori e società per arrivare a un accordo sulla partecipazione dei lavoratori alla vita della nuova impresa. La trattativa potrà durare per sei mesi, salva una proroga fino a un anno.

Nel caso in cui nessun accordo venga concluso, potranno essere applicate le modalità di partecipazione previste nello Stato membro dove ha sede la SE. Legislazione che dovrà essere conforme a quanto fissato dall'allegato alla direttiva.

Da qui il vincolo per le imprese di fare i conti con una serie di obblighi di informazione e consultazione nei confronti dei lavoratori. E la nascita di un conflitto di convenienze: tra l'affrontare i rischi di appesantimento che derivano dalle nuove modalità di gestione e conseguire il "dividendo" di risparmi legati all'avvento della SE, stimato nel 1995 in 30 miliardi di euro per anno.

un po' di cronistoria

Euronote, aveva dedicato uno specifico inserto sulla partecipazione dei lavoratori (n. 2 del marzo 1999), per la quale la creazione di uno statuto della SE era condizione indispensabile.

Questo progetto era in discussione, a livello comunitario, fin dal 1970 e in questi 30 anni è stato ripetutamente bloccato proprio sulla questione della partecipazione dei lavoratori, cioè sulla presenza di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione o di sorveglianza di un'impresa.

Fin dall'inizio della discussione del progetto di SE si sono opposte due posizioni: la prima, sostenuta in particolare dal sindacalismo europeo e dalla Germania, che rifiutava l'idea di uno statuto di SE che non prevedesse la partecipazione dei lavoratori. La seconda, sostenuta soprattutto dal padronato europeo e dai Paesi dove le forme di partecipazione dei lavoratori sono molto limitate, che non voleva accettare il vincolo della partecipazione, considerato come un'imposizione agli altri Paesi di modelli nazionali di relazioni sociali, e sosteneva la libertà di adattare la SE alle situazioni specifiche.

cosa prevede il regolamento

Il regolamento, immediatamente efficace negli ordinamenti dei Paesi membri, definisce in dettaglio le regole di costituzione, gestione, trasformazione, trasferimento e fusione della nuova SE. La direttiva, cui dovrà essere data attuazione in ciascun Paese dell'Ue, disciplina invece le modalità con cui i lavoratori devono poter partecipare alla vita e allo sviluppo della nuova realtà giuridica.

Ovviamente la nuova società non sostituisce le vecchie strutture societarie di diritto interno che continueranno a operare secondo le regole fissate a livello nazionale, ma cerca di dare una risposta più coerente alle esigenze, manifestate da molte imprese e gruppi di imprese europee, di avere regole comuni che consentano di operare in modo coordinato e con un governo unico all'interno dell'Ue.

Il regolamento, come specifica chiaramente il testo che precede le disposizioni vere e proprie, non riguarda e non incide sulle regole di fiscalità, concorrenza, tutela della proprietà intellettuale e solvibilità della SE. Questi aspetti seguono infatti le regole esistenti previste dalle direttive e dai regolamenti approvati nelle singole materie. E non c'è dubbio che la mancanza, in particolare, di un diritto fiscale comune renda meno attraente la scelta strategica della SE.

statuto della SE

La SE sarà costituita sotto forma di società per azioni con personalità giuridica e avrà nella sua denominazione l'indicazione espressa del suffisso alfabetico SE.

Le società che hanno già nella loro denominazione questo suffisso potranno mantenerlo invariato. Il capitale sottoscritto minimo sarà di 120.000 euro.

Possono promuovere la costituzione sotto forma di SE, per fusione, le società per azioni e le società a responsabilità limitata che hanno la loro sede centrale nella Comunità, a condizione che almeno due società tra loro appartengano giuridicamente a due Stati comunitari.

Le stesse società e alle stesse condizioni possono promuovere la costituzione di una holding con statuto europeo. Una società non avente la sede centrale nella Comunità può essere autorizzata da uno Stato membro a partecipare alla costituzione di una SE. Questa regola consente alla SE di avere un respiro non solo europeo, ma mondiale.

struttura e funzionamento

La SE, che ruota intorno all'assemblea generale degli azionisti, è gestita secondo due modelli ben precisi e distinti:

Per quanto concerne la struttura della SE, essa è dunque una società dotata di personalità giuridica (soggetta alla pubblicità propria dello Stato in cui ha la sede legale oltre a una pubblicità di tipo comunitario), il cui capitale, espresso in euro, è diviso in azioni e con responsabilità dei soci limitata ai conferimenti effettuati. Degli atti compiuti prima della pubblicità, che determina l'insorgere della personalità giuridica, rispondono coloro che hanno agito in nome della società.

costituzione della SE

La SE può essere fondata ex novo o derivare da una fusione (per incorporazione, ove l'incorporante diventa SE, o per estinzione delle società partecipanti e creazione di una nuova SE) di società "interne", se almeno due di esse sono rilevanti in due differenti Stati membri dell'Ue, oppure da una trasformazione di una società "interna" che abbia una propria filiale in uno Stato comunitario diverso da quello della sede della società "madre".

sede della SE

È collocata nell'ambito della Comunità e il suo trasferimento da Stato a Stato è completamente "neutrale", nel senso che non importa estinzione della società trasferita e creazione di una nuova persona giuridica; per questo trasferimento (non possibile alle società in stato di liquidazione o insolvenza), occorre la preventiva pubblicazione di un progetto (almeno due mesi prima dell'assemblea) in cui si esplicitano la nuova sede, l'eventuale nuova denominazione, le conseguenze del trasferimento sui livelli occupazionali, il timing dell'operazione e le protezioni per azionisti e creditori (abilitati a richiedere la relativa documentazione).

ripartizione organica

La SE ha un organo assembleare e un organo amministrativo (sistema monistico) che è responsabile della gestione della società, oppure (sistema dualistico) un organo amministrativo e un organo di sorveglianza, che esercita il controllo della gestione.

I componenti degli organi possono durare in carica fino a sei anni e possono essere riconfermati una o più volte. Possono essere impersonati anche da società (o altre entità giuridiche diverse dalle persone fisiche): in tal caso l'ente designa la persona fisica che esercita concretamente il mandato. Quanto ai quorum, la regola (in assenza di specifiche diverse disposizioni, legislative o statutarie) è data dalla presenza della metà dei componenti dell'organo (per la validità dell'adunanza) e dalla maggioranza dei presenti (per l'adozione delle decisioni); l'ipotesi della parità dei voti è poi esclusa dalla prevalenza del voto di chi presiede l'adunanza.

È peraltro previsto che, in sede assembleare, ove sia all'ordine del giorno una modifica statutaria, occorre la maggioranza dei due terzi dei presenti a meno che la legge nazionale dello Stato in cui la SE ha sede, preveda o permetta una maggioranza superiore. In deroga il singolo Stato può disporre che, qualora sia rappresentata la metà del capitale sociale, sia sufficiente la maggioranza semplice dei presenti.


La legge francese sulle 35 ore lavorative

Nello scorso mese di gennaio, una delegazione di Cgil e Cisl Lombardia ha partecipato a Lione alla 5ª Fiera Mondiale dei lavori e della formazione professionale, ospiti dello stand della CFDT di Rhone Alpes. E' stata un'occasione per conoscere più da vicino il sistema formativo e le politiche attive esistenti in Francia: su questi temi ritorneremo in un prossimo numero di Euronote.

Gli incontri, ai quali hanno partecipato anche una rappresentanza di Comisiones Obreras della Catalunya (Spagna) e della DGB Baden Wurtemberg (Germania) hanno consentito anche di entrare nel merito dell'azione sindacale francese sul tema della riduzione dell'orario di lavoro.

La legge, meglio conosciuta come "legge Aubry" (dal nome dell'allora ministra del Lavoro francese), è stata approvata nel giugno 1998 e attualmente il sindacato è impegnato nella contrattazione a livello aziendale della sua applicazione.

In questo numero di Euronote iniziamo a far conoscere ai lettori i contenuti della legge, attraverso alcune schede che ne sintetizzano gli elementi principali, mentre sul prossimo numero entreremo nel dettaglio di come sta procedendo l'applicazione della riduzione d'orario.

Le schede riportate sono tratte dalla pubblicazione della CFDT francese "Guida del contrattualista sulla riduzione dell'orario di lavoro".

PRESENTAZIONE GENERALE DELLA LEGGE

1 - La riduzione della durata legale del tempo di lavoro

L'articolo 1 sancisce che la durata legale del tempo di lavoro sia pari a:

- 35 ore settimanali a partire dal 1° gennaio 2000 nelle aziende con oltre 20 dipendenti;

- 35 ore settimanali a partire dal 1° gennaio 2002 per tutti gli altri lavoratori dipendenti, indipendentemente dalle dimensioni dell'azienda.

Attenzione: la durata legale è una cosa, la durata reale è un'altra.

L'articolo 1 regolamenta esclusivamente la durata legale effettiva:

il tempo necessario a svestirsi, rivestirsi, fare uno spuntino non è tenuto in considerazione.

- Le ore di straordinario non solo restano possibili, ma non possono essere rifiutate. Rimane aperta la questione della loro limitazione.

- La riduzione della durata legale non comporta alcun obbligo di riduzione della durata reale. Attualmente, la durata legale è pari a 39 ore e la durata reale media a 41 ore.

- La riduzione della durata legale non prevede alcun obbligo di assunzione. Gli aumenti di produttività e le ore di straordinario permettono di non apportare modifiche al lavoro e alla sua organizzazione.

Andrà dunque negoziata al più presto una RTT (Réduction du temps de travail, riduzione del tempo di lavoro) favorevole all'occupazione.

* I settori che non rientrano nel campo di applicazione della durata legale del lavoro

- I trasporti urbani, la SNCF, la RATP;

- la marina mercantile e la pesca (unicamente i marinai imbarcati);

- gli enti ospedalieri pubblici;

- i lavoratori dipendenti che esercitino le seguenti professioni: rappresentanti, collaboratori familiari, assistenti materne, gestori non stipendiati, portieri e guardiani di immobili a uso abitativo.

2 - Gli incentivi a negoziare la riduzione della durata reale del lavoro

Tali incentivi consistono in un aiuto finanziario pubblico sotto forma di sgravio dei contributi previdenziali per le imprese. Per poterne beneficiare è necessario ottemperare a tre obblighi:

- la riduzione del tempo di lavoro deve essere elevata, pari almeno al 10%;

- la riduzione del tempo di lavoro deve produrre un effetto sull'occupazione;

- deve essere firmato un accordo con un'organizzazione sindacale.

Le imprese con oltre 20 dipendenti dovevano dunque giungere a un accordo prima del 31 dicembre 1999, mentre per tutte le altre la data ultima è il 31 dicembre 2001.

3 - Una prima serie di emendamenti alla legislazione sul tempo di lavoro

Durante l'anno 2000 una legge doveva definire una serie di nuove regole in merito allo straordinario, la modulazione e l'annualizzazione, il part-time, le modalità specifiche per l'inquadramento, il subappalto ecc.

Nell'immediato, la legge "Aubry" introduce alcune modifiche alla legislazione:

* La riduzione del tempo di lavoro può assumere la forma di giorni di riposo

A seguito di un accordo di categoria allargato o accordo aziendale, la riduzione del tempo di lavoro può non essere settimanale, ma presentarsi sotto forma di giorni di riposo supplementare, equivalente al livello della riduzione. In questo caso, l'accordo sulla riduzione del tempo di lavoro "Aubry" prevede che questi giorni vengano in parte scelti dal lavoratore. Inoltre, parte di questi giorni (al massimo la metà) possono essere attributi a un "conto di risparmio tempo", e consumati nel giro di 4 anni (Articolo 4).

* Viene precisato il concetto di lavoro effettivo

Viene apportata una precisazione alla definizione del concetto di lavoro effettivo: «trattasi del tempo durante il quale il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro e deve conformarsi alle sue direttive senza potersi dedicare liberamente a occupazioni personali». Tale formulazione introduce importanti precisazioni circa le penali e le pause, senza però modificare il fatto che il tempo necessario a svestirsi, rivestirsi o fare uno spuntino siano esclusi dal tempo effettivo (Articolo 5).

* Il tempo minimo di riposo

La legge integra alcune disposizioni della direttiva europea in materia di tempo di lavoro:

- viene fissato un riposo settimanale minimo pari a 24 h + 11 h = 35 ore tra la fine di una settimana e l'inizio della successiva;

- un riposo giornaliero minimo pari a 11 ore consecutive; sono previste delle deroghe (vedasi allegato 5 e Articolo 6 della legge);

- tempo di pausa minimo 20 minuti per sei ore di lavoro consecutive.

* Il riposo di compensazione viene calcolato a partire dalla quarantaduesima ora settimanale

Il riposo di compensazione (50%) diviene effettivo a partire dalla 42a ora settimanale (invece della 43ª) per le aziende con oltre 10 dipendenti, a partire dal 1° gennaio 1999. Questo riposo dovrà essere preso obbligatoriamente (Articolo 8).

* Il part-time viene inquadrato meglio

- la diminuzione del 30% dei contributi previdenziali per il part-time sostenuto viene applicata ai nuovi contratti che prevedono dalle 18 alle 32 ore settimanali (invece di 16-32 ore, come sino a quel momento). Tale diminuzione non è applicabile ai part-time annualizzati, eccetto nel caso in cui un accordo aziendale preveda la scelta volontaria dei dipendenti rispetto a questa tipologia di orario (Articolo 9);

- le ore complementari in caso di part-time non possono eccedere il 10% di quanto stabilito nel contratto, salvo, ed esclusivamente, a seguito di accordo di categoria. Decade la possibilità tramite accordo aziendale (Articolo 10-1);

- se per 12 settimane consecutive le ore complementari superano di 2 ore per settimana in media la durata del tempo di lavoro prevista dal contratto, i dipendenti potranno ottenere un incremento rispetto al contratto iniziale (Articolo 10-11);

- a partire dal 1° gennaio 1999, eccetto in caso di accordo di categoria allargato, le ore giornaliere non potranno comportare più di una sospensione d'attività, di massimo 2 ore (Articolo 10-IV);

- il datore di lavoro è tenuto a comunicare al consiglio di fabbrica il numero di ore complementari e straordinarie effettuate dai lavoratori part-time (Articolo 11);

- allorché un lavoratore passa dal regime di tempo pieno a quello part-time:

a) i suoi contributi pensionistici potranno essere calcolati sul tempo pieno (Articolo 12);

b) la diminuzione degli contributi previdenziali (30%) viene attribuita unicamente se il tempo liberato dal passaggio al part-time viene compensato da un'assunzione (Articolo 9-I).

* Sono previste sanzioni per tutte le infrazioni alle norme che regolano il lavoro part-time

L'OGGETTO DEL DISPOSITIVO

Gli articoli 2 e 3 della legge precisano il dispositivo di incentivazione e sostegno alla riduzione del tempo di lavoro per sviluppare e proteggere l'occupazione. Tale dispositivo è un prolungamento della legge "Robien", e permette agli incaricati delle trattative di impegnarsi nella conclusione di accordi di riduzione del tempo di lavoro con un effetto reale sull'impiego.

* Il dispositivo non enumera le forme di riduzione del tempo di lavoro, né le garanzie che le riguardano o il corrispettivo apportato ai dipendenti

E' evidente che le forme di riduzione del tempo di lavoro negoziate nelle aziende si iscriveranno negli accordi di categoria, laddove questi esistano, e in ogni caso nella logica di categoria. Tali forme di riduzione risponderanno alle richieste dei dipendenti e alla realtà dell'attività e dell'organizzazione delle imprese.

* La legge apporta un sostegno finanziario tramite la diminuzione dei contributi previdenziali; questo allo scopo di compensare il costo salariale di una significativa riduzione del tempo di lavoro, accompagnata da assunzioni o che consenta di evitare licenziamenti

* Come nel dispositivo "Robien" (una precedente legge sulla riduzione dell'orario di lavoro del 1996, ndr.) la legge prevede due capitoli

- il capitolo "offensivo" si pone l'obiettivo di ridurre il tempo di lavoro reale e assumere nuovi lavoratori;

- Il capitolo "difensivo" si pone l'obiettivo di ridurre il tempo di lavoro reale ed evitare licenziamenti nelle imprese che abbiano attivato una procedura collettiva di "licenziamento economico" (in analogia alla legge italiana sui "contratti di solidarietà").

* Tutte le imprese, indipendentemente dalle loro dimensioni, sono interessate dal dispositivo:

- quelle con oltre 20 dipendenti avevano tempo sino al 31 dicembre 1999 per concludere un accordo;

- quelle da 1 a 20 dipendenti hanno tempo fino al 31 dicembre 2001.

* Viene messo a disposizione delle imprese un dispositivo di sostegno e consulenza

Esperti in parte finanziati dallo Stato potranno stilare una diagnosi sull'organizzazione del lavoro e sostenere la contrattazione.

* Le imprese escluse dal dispositivo di sostegno

- Le funzioni pubbliche, tra cui gli ospedali pubblici;

- la SNCF (Ferrovie dello Stato) e la RATP (Trasporti pubblici parigini);

- le imprese e gli organismi elencati nel decreto relativo alla definizione dell'ambito del sostegno;

- i lavoratori dipendenti che esercitino le seguenti professioni: rappresentanti, collaboratori familiari, assistenti materne, gestori non stipendiati, portieri e guardiani di immobili a uso abitativo;

- agenti pubblici destinati a un servizio pubblico amministrativo.

I trasporti urbani e i marinai imbarcati beneficiano invece del dispositivo.

LE CARATTERISTICHE DEL DISPOSITIVO

Questo dispositivo è basato su 3 punti di forza:

- una significativa riduzione del tempo di lavoro;

- assunzioni (offensivo) o posti di lavoro salvati (difensivo);

- alleggerimento dei contributi previdenziali per il datore di lavoro in caso di applicazione dei due punti precedenti e di conclusione di un accordo con un'organizzazione sindacale.

PROCEDURE PER BENEFICIARE DEGLI AIUTI

Per ottenere uno sgravio dei contributi previdenziali sono necessari 3 elementi:

- un accordo firmato con un'organizzazione sindacale;

- una convenzione conclusa tra l'azienda e lo Stato;

- rientrare nel quadro di una procedura di licenziamento economico e collettivo in caso di accordo difensivo.

1 - L'obbligo di un accordo

* L'accordo può essere firmato a livello di azienda o di stabilimento (in caso di stabilimenti multipli). Inoltre, l'accordo può essere firmato da un gruppo di imprese a livello territoriale, opzione che può rivelarsi interessante per le imprese molto piccole.

Qualsiasi contrattazione aziendale deve necessariamente avvenire con i delegati sindacali, ove presenti.

* Si possono firmare due tipi di accordo a livello di categoria professionale:

- un accordo di categoria che fissi delle norme precise le quali consentano alle imprese di stabilire un accordo con lo Stato senza contrattazione aziendale. Tale possibilità riguarda unicamente le imprese con meno di 50 dipendenti, ove le modalità di attuazione della riduzione del tempo di lavoro siano definite nell'accordo di categoria;

- un accordo di categoria che fissi il quadro nell'ambito del quale la contrattazione aziendale dovrà necessariamente effettuarsi. L'accordo aziendale è in questo caso obbligatorio, indipendentemente dalle dimensioni dell'azienda stessa. Avviare la contrattazione in questo quadro permette di tener conto della specificità dell'azienda, e apre prospettive di insediamento sindacale;

- prima della firma di un accordo aziendale, il consiglio di fabbrica deve essere consultato in merito all'evoluzione dell'organizzazione del lavoro e alla sua durata. L'opinione del consiglio è necessaria sul piano sociale che accompagna un accordo difensivo.

* In assenza di delegato sindacale, in particolar modo nelle piccole e medie imprese, esistono diverse possibilità:

- designare un delegato sindacale se l'impresa ha più di 50 dipendenti;

- designare come delegato sindacale un delegato del personale;

- delegare alla contrattazione, a nome della CFDT, un dipendente dell'impresa.

Le suddette modalità di contrattazione nelle piccole e medie imprese si iscrivono in un percorso di insediamento sindacale: incontro con i lavoratori interessati, proposta di adesione, organizzazione di D.P. nelle imprese con oltre 10 dipendenti ecc.

* Data di conclusione degli accordi

Per poter beneficiare dello sgravio dei contributi previdenziali, le imprese con oltre 20 dipendenti dovevano aver firmato l'accordo prima del 31 dicembre 1999. Le imprese di minori dimensioni avranno tempo fino al 31 dicembre 2001.

* Gli accordi oggetto di convenzione nel quadro della legge "Robien" continuano a beneficiare degli aiuti previsti, così come della loro durata (7 anni)

* Divulgazione dell'accordo

L'accordo dovrà essere esposto all'interno dell'impresa.

2 - La conclusione di una convenzione con lo Stato

* La richiesta di convenzione

Una volta firmato l'accordo, l'impresa deve presentare una richiesta di convenzione presso:

- la Direzione dipartimentale del lavoro, dell'occupazione e della formazione professionale (DDTEFP) se gli stabilimenti dell'impresa rientrano nel medesimo dipartimento;

- la Delegazione del lavoro, se gli stabilimenti si trovano in diversi dipartimenti, o se l'impresa appartiene a un gruppo di rilievo nazionale.

* Il controllo del progetto di convenzione

Prima della firma, viene richiesto un parere sulla convenzione:

- al consiglio di fabbrica;

- alla commissione permanente del Consiglio superiore del lavoro;

- al Comitato dipartimentale della formazione professionale e della promozione sociale del lavoro (CODEF). E' questa una procedura obbligatoria per gli accordi firmati da dipendenti delegati e per le convenzioni difensive, nel quadro del licenziamento collettivo di almeno 10 lavoratori. Tale procedura non è obbligatoria per le altre tipologie di convenzione.

* La firma della convenzione

- tra la DDTEFP e l'impresa per le convenzioni dipartimentali;

- tra la Delegazione del lavoro e l'impresa per le convenzioni nazionali.

E' interesse del sindacato partecipare alla fase di elaborazione della convenzione.

* In caso di procedura collettiva di licenziamento economico per un accordo difensivo

- per un numero di licenziamenti da 2 a 9, sussiste l'obbligo di consultare il consiglio di fabbrica (o i delegati del personale in assenza del consiglio) e informare l'Ispettorato del Lavoro;

- a partire da un numero di licenziamenti pari a 10, è obbligatorio un piano sociale. Ancora una volta, il consiglio di fabbrica (o i delegati del personale) viene consultato, e l'Ispettorato del lavoro informato.

* Se il piano sociale risulta insufficiente e, nella fattispecie, se non è stata studiata alcuna misura di riduzione del tempo di lavoro

- si possono adire le vie legali, e il giudice potrà respingere il piano sociale;

- la DDTEFP potrà rifiutare il finanziamento di ASFNE, PRP, part-time o qualsiasi altro provvedimento FNE previsto dal piano sociale.