una proposta

che fa discutere

Non si erano ancora spenti gli echi della "Bolkestein", la proposta di direttiva sulla liberalizzazione dei servizi avanzata dalla Commissione europea e bloccata dall’opposizione sociale, sindacale e di alcune forze politiche (vedi euronote n. 34/2005), che da più parti è stata espressa profonda preoccupazione per una nuova minaccia alla cosiddetta Europa sociale. All’inizio dello scorso mese di maggio, infatti, il Parlamento europeo si è trovato a discutere e votare una proposta di direttiva sull’orario di lavoro elaborata anch’essa, come già la "Bolkestein", dall’esecutivo europeo presieduto da Romano Prodi nel settembre 2004.

Secondo la Commissione è necessaria maggior flessibilità nell’orario di lavoro e, a questo scopo, propone di mantenere l’opzione che prevede la rinuncia volontaria al limite massimo di ore di lavoro, fermo dal 1993 a 48 ore settimanali. Tale opzione, denominata opt out, fu imposta a livello europeo dal Regno Unito, Paese che è stato tra i pochi Stati membri dell’Ue a utilizzarla ampiamente. La proposta della Commissione intende specificare meglio, rispetto alla normativa vigente, quando e come l’opt out può essere applicato, ma sostiene la necessità di mantenere questo strumento al fine di rendere più flessibile il lavoro. Dello stesso parere sono i datori di lavoro europei, mentre esprimono totale contrarietà i sindacati, tanto che le parti sociali europee hanno abbandonato nei mesi scorsi il negoziato in corso, constatando l’impossibilità di trovare un accordo sulla materia dell’orario di lavoro e chiedendo alla Commissione di avanzare una proposta. Ma contro alcuni contenuti della proposta di direttiva presentata dalla Commissione si è pronunciato anche il Parlamento europeo, che nel maggio scorso ha approvato alcuni sostanziali emendamenti tra cui proprio la rimozione dell’opt out.

Uno studio svolto da Università di Cambridge, organizzazioni sindacali (Tuc) e commissione nazionale Pari opportunità nel Regno Unito ha mostrato, tra l’altro, come la rinuncia volontaria al limite massimo di ore di lavoro sia sì stata sottoscritta da circa 5 milioni di lavoratori, ma non sempre del tutto volontariamente: l’alta percentuale di capi famiglia con prole tra i lavoratori che hanno accettato l’opt out evidenzia piuttosto motivazioni economiche alla base di una scelta spesso obbligata. Inoltre, in alcuni casi è praticamente imposta dai datori di lavoro, mentre l’allungamento dell’orario costituisce un ostacolo per le donne e le relative possibilità di carriera e accresce i rischi per salute e sicurezza (come documentano vari studi e ricerche).

Potrebbe sembrare una materia sostanzialmente tecnica, invece si tratta di una questione assolutamente politica, secondo ammissione dello stesso Consiglio europeo che si è trovato a cercare di risolvere i contrasti tra Commissione e Parlamento e tra Stati membri. Il Consiglio ha infatti individuato due posizioni estreme tra i Paesi dell’Ue: una riguarda gli Stati membri che chiedono la libertà di scelta, sottolineando la necessità di crescita economica, e quindi chiedono l’opt out; l’altra è quella degli Stati membri che ritengono che l’annualizzazione del periodo di riferimento per il conteggio della durata settimanale dell’orario di lavoro consenta la flessibilità sufficiente a poter prevedere un termine preciso per l’opt out. Tra queste posizioni esistono molte sfumature e il Consiglio intende raggiungere un compromesso valido, vista anche l’urgenza di trovare una soluzione sull’orario lavorativo a livello comunitario riguardo ai "periodi di permanenza a disposizione", in seguito alle sentenze della Corte di giustizia. E questo è infatti un altro argomento che divide parti sociali, istituzioni europee e governi: la Commissione e gli imprenditori non vogliono conteggiarli nell’orario di lavoro, mentre Parlamento e sindacati chiedono che siano considerati interamente come orario di lavoro, inclusi i "periodi inattivi".

La ricerca di un compromesso pare dunque necessaria ma affatto semplice. Intanto i lavoratori europei attendono di sapere cos’altro dovranno sacrificare al "totem" della flessibilità. Una fase di stallo, quella attuale, che sembra ripercorrere l’iter seguito dalla "Bolkestein": la Commissione, su pressione di alcuni governi e imprenditori, presenta una proposta alquanto liberista per poi "congelarla" di fronte alle dure critiche di Parlamento europeo, sindacati e società civile, pronta però a ripresentare il testo con modifiche non sostanziali, soprattutto ora che non esiste più il rischio del referendum francese e l’Ue è presieduta dal liberista Regno Unito. Spetterà così ai movimenti sindacali e sociali esercitare forti pressioni sulle forze politiche perché qualsiasi proposta di riforma salvaguardi i valori del modello sociale europeo.

 

il dibattito europeo

A soli tre anni dall’entrata in vigore della nuova direttiva europea sull’organizzazione dell’orario di lavoro (la 2003/88/CE), si sta discutendo una proposta di modifica di tale normativa. Vediamo, in sintesi, quali sono i contenuti della proposta avanzata dalla Commissione europea e quali le critiche espresse in proposito dall’Europarlamento e dai sindacati europei.

la proposta della Commissione

Il 22 settembre 2004 la Commissione europea aveva approvato la proposta di modifica della direttiva europea sull’orario di lavoro attualmente in vigore (2003/88/CE). Le principali modifiche introdotte dal testo proposto dall’esecutivo europeo, allora presieduto da Romano Prodi, riguardavano: la proroga a 12 mesi del periodo di riferimento per il conteggio della durata massima settimanale dell’orario di lavoro; l’introduzione delle definizioni di "servizio di guardia" e di "periodo inattivo del servizio di guardia"; le condizioni di applicazione della possibilità di derogare alle disposizioni sulla durata massima settimanale dell’orario di lavoro (cosiddetto "opt out"). Secondo l’allora commissario per l’Occupazione e gli Affari sociali, Stavros Dimas, la proposta affrontava «i difetti dell’attuale sistema, emersi nel corso della sua attuazione. Si tratta di un insieme equilibrato di misure a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori che introduce maggior flessibilità e mantiene la competitività».

Nelle intenzioni della Commissione, la proposta permette agli Stati membri di introdurre provvedimenti nazionali per applicare la dissociazione singola al limite delle 48 ore lavorative settimanali. Le condizioni da rispettare in caso di accordo tra datore di lavoro e dipendente sono però più esplicite: il datore di lavoro, ad esempio, non potrà ottenere tale consenso all’atto della firma del contratto di occupazione; il superamento delle 48 ore durante un periodo di sette giorni potrà avvenire solo in caso di accordo scritto del lavoratore, che potrà comunque ritirare il suo consenso in qualsiasi momento. In questo modo, secondo la Commissione, lavorare oltre il limite delle 48 ore resterebbe possibile, ma con dei "paletti" precisi per impedire eccessi.

La dissociazione individuale sarà poi contemplata dal contratto collettivo o garantita da accordi tra parti sociali di un settore o di un luogo di lavoro. Inoltre, una persona singola può accordarsi sulla dissociazione direttamente con il suo datore di lavoro se, per legge o per tradizione, la contrattazione collettiva non può essere usata per negoziare accordi sull’orario di lavoro. È il caso che ricorre laddove non sia in vigore alcun contratto collettivo e non esista rappresentanza del personale a livello aziendale autorizzata a concludere tali accordi.

Parallelamente, gli Stati membri possono estendere da 4 a 12 mesi il periodo di riferimento normale per calcolare la durata media della settimana di lavoro di 48 ore, purché consultino le parti sociali: «Ciò conferirà alle aziende maggior flessibilità e capacità di adattarsi alle esigenze dell’impresa» sostiene la Commissione.

La proposta intendeva poi elevare a nuova categoria del periodo di "permanenza a disposizione" la parte "inattiva" di tale periodo: è il tempo in cui il lavoratore, pur disponibile sul luogo di lavoro, non esercita funzioni. «Tale periodo non sarà contato come orario di lavoro, a meno che la legge nazionale o il contratto collettivo non stabilisca altrimenti» sosteneva la proposta di nuova direttiva, specificando inoltre che «il riposo compensativo non va effettuato immediatamente, ma entro 72 ore».

L’iniziativa fu presa dalla Commissione europea dopo una consultazione in due fasi, come previsto dal Trattato, terminata allorché i rappresentanti europei dei datori di lavoro e dei lavoratori dichiararono il proprio impedimento a partecipare ai negoziati su tale questione e chiesero alla Commissione di presentare una proposta.

divergenze tra le parti sociali

Sui contenuti di una simile proposta, infatti, le opinioni erano notevolmente divergenti. Rispetto all’opt out (articolo 22, paragrafo 1 della normativa vigente), ad esempio, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) sosteneva (e sostiene tuttora) che solo la sua progressiva eliminazione, al più presto possibile, fosse accettabile. Diversa la posizione delle organizzazioni rappresentanti i datori di lavoro: l’Unice era ed è favorevole al mantenimento dell’opt out, ma aggiungendo la possibilità per gli Stati membri di autorizzarlo tramite contratto collettivo, mentre la Ceep si pronunciava in favore del mantenimento di tale disposizione, chiedendo un rafforzamento delle sue condizioni d’applicazione.

Anche per quanto concerne la questione della definizione dell’orario di lavoro, le opinioni divergono. La Ces ritiene che l’introduzione della nozione di "periodi di inattività nell’ambito di un servizio di guardia" rappresenti una misura sproporzionata rispetto ai problemi incontrati dagli Stati membri e si possa mirare a soluzioni più circoscritte. Secondo l’Unice, solo i periodi di lavoro effettivi dovrebbero rientrare nella nozione di "orario di lavoro", mentre la Ceep sostiene l’addizione della categoria del "periodo di inattività nell’ambito di un servizio di guardia", che non dovrebbe essere considerato parte dell’orario di lavoro.

Di fronte a tali divergenze tra le parti sociali, la Commissione decise dunque di presentare una propria proposta annunciando i criteri su cui essa si basava:

• garantire una maggior protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori per quanto attiene all’orario di lavoro;

• dare alle imprese e agli Stati membri una maggior flessibilità nella gestione dell’orario di lavoro;

• rendere più compatibili la vita professionale e la vita familiare;

• evitare d’imporre oneri eccessivi alle imprese, soprattutto a quelle di piccole e medie dimensioni.

La proposta adottata dalla Commissione europea fu quindi sottoposta all’approvazione del Consiglio e del Parlamento.

gli emendamenti del Parlamento

La proposta della Commissione europea è così giunta al Parlamento europeo che, dopo numerose discussioni, riunito in sessione plenaria l’11 maggio scorso ha adottato in prima lettura la relazione del deputato socialista spagnolo Alejandro Cercas. Il relatore ha esposto i principali aspetti della proposta di direttiva sull’organizzazione dell’orario di lavoro, ottenendo 355 voti favorevoli, 272 contrari e 31 astensioni.

Molti gli emendamenti introdotti dal Parlamento rispetto alla proposta redatta dalla Commissione. L’Europarlamento richiede che gli Stati membri rimuovano l’opt out, cioè il diritto del lavoratore a rinunciare alla limitazione della durata massima settimanale di lavoro di 48 ore. A questo riguardo, la posizione della Commissione è profondamente diversa e sostiene invece la necessità di mantenere la clausola di rinuncia, pur inasprendo le condizioni per poterne usufruire.

Per quanto riguarda il "periodo di servizio di guardia", gli eurodeputati hanno richiesto alla Commissione che venga considerato interamente come orario di lavoro, incluso il "periodo inattivo". È stato tuttavia riconosciuto agli Stati membri la scelta delle modalità specifiche per calcolare i periodi inattivi del servizio di guardia, per rispettare la durata massima settimanale di lavoro.

In linea di principio, i deputati si sono espressi favorevolmente sulla proposta della Commissione di dare la facoltà di estendere il periodo di riferimento utilizzato per calcolare la durata media di lavoro settimanale da 4 a 12 mesi per esigenze di flessibilità. Tale deroga, però, secondo il Parlamento potrà essere concessa solo nei casi in cui i lavoratori siano coperti da contratti collettivi ed esclusivamente per «ragioni obiettive, tecniche o di organizzazione del lavoro», mentre la sua applicazione andrà attentamente controllata con misure appropriate volte a garantire la protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori.

La relazione approvata dall’Europarlamento cerca di «coniugare la flessibilità con il rispetto delle norme minimali di una moderna società europea», ha dichiarato il relatore Cercas. Per queste ragioni, quindi, il provvedimento prevede la soppressione dell’opt out e regola la divisione delle ore di reperibilità tra "attive" e "passive": in alcuni Paesi queste ultime non sono conteggiate come ore di lavoro, procedura già condannata da due sentenze della Corte di giustizia europea.

Altro contrasto deriva dal fatto che gli eurodeputati chiedono che l’intero periodo di servizio di guardia, «incluso il periodo inattivo», sia considerato come orario di lavoro. A tale riguardo, tuttavia, è concesso agli Stati membri di calcolare «in modo specifico» i periodi inattivi del servizio di guardia, per rispettare la durata massima settimanale di lavoro. La relazione di Cercas, peraltro, chiarisce le nozioni di servizio di guardia e di periodo inattivo del servizio di guardia.

Con un altro emendamento, i deputati reclamano che l’orario di lavoro sia organizzato in modo tale da permettere ai lavoratori che lo auspicano di seguire una formazione lungo tutto l’arco della vita. Inoltre, difendono l’obiettivo teso a garantire un migliore equilibrio, da una parte, tra l’esigenza di conciliare la vita professionale e quella familiare e, dall’altra, la necessità di organizzare con maggiore flessibilità l’orario di lavoro. La relazione chiarisce poi la situazione dei lavoratori legati a più di un contratto, prevedendo che l’orario di lavoro di una persona debba essere calcolato come la somma dei periodi lavorativi prestati a titolo di ogni contratto.

Il Parlamento europeo, nel trasmettere la sua posizione a Consiglio e Commissione, chiede a quest’ultima di presentare nuovamente la proposta qualora non accogliesse tutti gli emendamenti apportati e intendesse modificarla sostanzialmente o sostituirla con un nuovo testo.

la ricerca di un compromesso

Gli emendamenti votati dal Parlamento sono stati definiti «inaccettabili» dalla Commissione e le posizioni delle due istituzioni europee sono così distanti da creare un potenziale conflitto istituzionale. La questione è così giunta il 2 giugno scorso al Consiglio europeo Occupazione, Politica sociale, Salute e Consumatori riunito a Lussemburgo. Il Consiglio ha preso atto del fatto che il punto principale in discussione è quello dell’opt out, questione che divide anche gli Stati membri dell’Ue tra quelli che vogliono mantenerlo e quelli che invece ritengono sufficientemente flessibile l’annualizzazione del periodo di riferimento per il conteggio della durata settimanale dell’orario di lavoro. Nel tentativo di trovare un compromesso tra le diverse posizioni, il Consiglio ha convenuto che una «soluzione accettabile» potrebbe dipendere dal proseguimento della riflessione su due problemi: da un lato i problemi nei settori professionali della salute e, dall’altro, quelli derivanti dal fatto che in molti Stati membri i lavoratori dipendenti cumulano vari contratti di lavoro. Il Consiglio ha quindi preso atto che la Commissione intende cercare un compromesso e tener conto di questi due aspetti fissando, nella proposta modificata, una scadenza per l’opt out, che sarebbe tuttavia prorogabile. Varie delegazioni hanno espresso perplessità sulla mancanza di criteri obiettivi per tale proroga e hanno sottolineato la necessità di prendere una decisione che rispetti gli interessi degli Stati membri. Il Consiglio ha perciò incaricato il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) degli Stati membri di provvedere alla prosecuzione delle discussioni e di informarne il Consiglio stesso.

la posizione dei sindacati europei

In quanto organizzazione sindacale europea dei lavoratori, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha tra le sue priorità il tema degli orari di lavoro. Per questo ha da sempre espresso proposte sia di carattere negoziale, sia nel merito dei cambiamenti da apportare alle direttive europee sull’orario. In particolare, sull’ipotesi di revisione della direttiva proposta dalla Commissione europea, la Ces aveva avanzato precise richieste di cambiamento ancor prima del voto del Parlamento europeo. I sindacati europei hanno dunque condiviso il voto dell’aula parlamentare che, sostiene la Ces, «rappresenta un chiaro messaggio al Consiglio e alla Commissione, soprattutto sulla necessità di porre termine alla clausola dell’"opt out"». Secondo l’organizzazione sindacale, il voto del Parlamento è importante perché mostra l’impegno della gran parte dei gruppi politici in difesa del modello sociale europeo e dei diritti fondamentali, contro il neoliberismo. «È la prova che l’Europa sociale esiste» ha dichiarato John Monks, segretario generale della Confederazione europea, secondo cui è anche un passo verso un’Europa più giusta, rispettosa della salute e della sicurezza dei lavoratori, del dialogo sociale e di un migliore equilibrio tra vita professionale e vita familiare. La Ces ha considerato positivamente anche un’analoga presa di posizione del Comitato economico e sociale europeo.

Dopo il voto del Parlamento, in vista del Consiglio europeo del 17 giugno scorso, la Ces si è quindi rivolta alla Commissione e al suo presidente in una lettera aperta per esprimere il suo punto di vista: il voto a netta maggioranza del Parlamento europeo non poteva e non doveva essere ignorato, nell’interesse dei cittadini e dei lavoratori.

In particolare, la Ces chiedeva al presidente Barroso e alla Commissione di:

• assicurare che le proposte di revisione della direttiva sul tempo di lavoro siano compatibili con la Carta dei diritti fondamentali, incorporata nel Trattato Costituzionale;

• preservare i principi di base della direttiva;

• mettere termine a ogni forma di "opt out" individuale;

• sostenere gli emendamenti adottati dal Parlamento europeo, perché indicano un trattamento equo alle imprese e ai lavoratori;

• convincere il Consiglio dei ministri che un sostegno agli emendamenti chiave del Parlamento europeo è l’unica voce di progresso sentita da cittadini e lavoratori europei.

La Ces ha quindi espresso «profonda delusione» per il fatto che il Consiglio europeo non abbia avuto il coraggio di approvare la proposta di revisione della direttiva sulla base delle indicazioni emerse del Parlamento. I sindacati europei ritengono che, soprattutto su questo tema, la classe dirigente europea debba agire ascoltando le istanze dei lavoratori, «pena il rischio di scollamento purtroppo già evidenziato dal voto referendario di Francia e Paesi Bassi».

INFORMAZIONI:

Testo della proposta di direttiva:

http://europa.eu.int/comm/employment_social/news/2004/sep/working_time_directive_proposal_it.pdf

Testo della risoluzione del Parlamento:

http://www2.europarl.eu.int/omk/sipade2?SAME_LEVEL=1&LEVEL=3&NAV=X&DETAIL=&PUBREF=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2005-0175+0+DOC+XML+V0//IT

Testo della proposta modificata dalla Commissione:

<http://europa.eu.int/eur-lex/lex/LexUriServ/site/it/com/2005/com2005_0246it01.pdf>

BOX 1

DIRETTIVE EUROPEE SULL’ORARIO DI LAVORO

La prima direttiva europea in materia di orario di lavoro venne emanata nel 1993 (n. 104) e fu il risultato di un difficile compromesso tra le situazioni molto diverse e più o meno avanzate dei vari Stati membri. Così, alla luce dei limiti riscontrati, il Parlamento europeo e il sindacato europeo hanno prodotto proposte e lanciato appelli per ottenere dalla Commissione europea modifiche migliorative. Nel 2000 viene quindi promulgata un’integrazione alla direttiva (n. 34) ed entrambi i testi perseguono l’obiettivo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Tra i contenuti più importanti introdotti dalla normativa europea vanno ricordati:

• la durata massima dell’orario di lavoro settimanale, pari a 48 ore, come media su periodi plurisettimanali, comprensiva di straordinario, riposo minimo giornaliero, pari ad almeno 11 ore;

• i ritmi di lavoro e le pause, per limitare la gravosità del lavoro (con particolare attenzione alla monotonia e ripetitività) e per consentire il recupero psicofisico;

• il lavoro notturno, assoggettato a una serie di disposizioni vincolanti, in quanto particolarmente a rischio (limite tassativo di 8 ore ogni 24 per i lavori con rischi particolari o rilevanti tensioni fisiche o mentali, obbligo di sorveglianza sanitaria, ritorno al lavoro diurno in caso di non idoneità);

• i turni di lavoro, cui, come per il lavoro notturno, vanno garantite ai lavoratori misure di salute e sicurezza «adattate alla natura del lavoro»;

• le ferie annuali, di almeno 4 settimane e con godimento effettivo.

I contenuti della direttiva (n. 104) e dell’integrazione (n. 34) sono stati codificati nella direttiva europea 2003/88 del 4 novembre 2003.

Fonte: "Donne e mal di turni", Gruppo Donne - Salute - Lavoro Cgil-Cisl-Uil Milano

 

 

BOX 2

LA DIRETTIVA ATTUALMENTE IN VIGORE

La direttiva sull’orario di lavoro (2003/88/CE), tuttora in vigore e rispetto alla quale la Commissione ha proposto un testo di modifica adottato il 22 settembre 2004 che è stato emendato e votato dal Parlamento l’11 maggio scorso, offre un minimo di protezione ai lavoratori, ad eccezione dei dirigenti d’impresa. Tale provvedimento prevede che un lavoratore ha diritto a un periodo quotidiano di riposo di 11 ore, a delle pause regolari, ad almeno quattro settimane di ferie pagate l’anno, a una limitazione della durata massima di lavoro settimanale di 48 ore nonché alla limitazione di 8 ore su 24 in caso di lavori notturni. Nel 1993, il Regno Unito aveva ottenuto l’introduzione di una clausola di "opt out", che permette agli Stati membri di non rispettare, a certe condizioni, la limitazione legale di 48 ore lavorative settimanali. I dipendenti dovevano così decidere in anticipo se desideravano beneficiarne o meno. I primi non dovevano essere penalizzati, i secondi dovevano essere registrati. Nonostante avesse portata generale, tale clausola è stata utilizzata soprattutto nel Regno Unito. Tuttavia, sono emerse delle preoccupazioni riguardo ai rischi potenziali legati all’abuso nel ricorso a tale clausola. Molti, infatti, ritengono che un lavoratore in procinto di firmare un contratto non sia in grado di godere appieno della libertà di scelta.

L’assenza di una definizione del periodo di servizio di guardia pone problemi ancora maggiori. Questo punto, d’altra parte, è stato oggetto di diverse sentenze della Corte di Giustizia con le quali i giudici hanno considerato che il periodo di guardia doveva essere incluso nell’orario di lavoro. La maggior parte degli Stati membri ha quindi dovuto adattare la propria legislazione per conformarsi a questa giurisprudenza che riguarda, in particolar modo, il settore della sanità.

Fonte: <http://www.europarl.it>

 

l’orario di lavoro in Europa

L’orario medio di lavoro settimanale fissato dagli accordi collettivi nell’Unione europea è rimasto complessivamente invariato nel 2003 e nel 2004 a circa 38,6 ore: 0,7 ore in meno nella "vecchia" Ue a 15 Stati (più la Norvegia) e 0,9 ore in più nei nuovi Stati membri. In media, l’orario normale di lavoro annuo concordato è di circa 1740 ore: meno di 1700 nell’Ue a 15 (più la Norvegia) e più di 1800 nei nuovi Stati membri. L’orario settimanale stabilito è più alto nel settore chimico, seguito dal commercio al dettaglio e dal pubblico impiego. Le ferie annue retribuite stabilite per accordo collettivo risultavano mediamente nel 2004 di 26 giorni.

Questi dati sono contenuti in uno studio pubblicato sulla newsletter del Segretariato Europa della Cgil (n. 6/speciale, 28 giugno 2005), che svolge una panoramica della durata dell’orario di lavoro - fissato per legge e dagli accordi collettivi - nell’Ue, in Norvegia e nei due Paesi candidati (Bulgaria e Romania), sulla base dei contributi forniti dai centri nazionali dell’European Industriai Relations Observatory (Eiro).

Gli autori dello studio (che ha preso in esame i settori chimico, del commercio al dettaglio e del pubblico impiego) sottolineano come si incontrino notevoli difficoltà nell’operare un confronto internazionale sulla durata dell’orario di lavoro, perché nei vari Paesi esistono diversi sistemi di calcolo nonché ruoli diversi della contrattazione collettiva e della legislazione. Tuttavia, lo scopo dello studio del Segretariato Europa Cgil (di cui pubblichiamo di seguito alcune parti) è di fornire dati generali sulla situazione attuale e sui suoi sviluppi, sottolineando i problemi in termini di confronto.

orario settimanale medio
fissato dagli accordi collettivi

La contrattazione collettiva svolge un ruolo chiave nel determinare la durata dell’orario di lavoro in quasi tutti i Paesi considerati (e, sebbene in misura minore, anche in alcuni dei nuovi Stati membri e Paesi candidati). Tuttavia, la natura di tale ruolo varia notevolmente a seconda dei Paesi, nel senso che la contrattazione riveste un ruolo diverso (intersettoriale, settoriale, a livello di azienda ecc.) così come l’ambito coperto dalla contrattazione (anche se in media riguarda i 3/4 circa della forza lavoro nella "vecchia" Ue a 15 e circa 4 lavoratori su 10 nei nuovi Stati membri). Inoltre, l’importanza della contrattazione differisce molto a seconda dei settori dell’economia e dei gruppi di lavoratori. Anche il rapporto tra la contrattazione e le norme legislative sull’orario di lavoro varia molto a seconda dei Paesi.

Nel 2004 l’orario settimanale medio complessivo per l’Ue a 15 Stati membri più la Norvegia è rimasto sostanzialmente invariato a 37,9 (38 per la sola Ue a 15) e non vi sono stati rilevanti cambiamenti rispetto all’anno precedente. L’oscillazione dell’orario normale di lavoro settimanale concordato nell’Ue e in Norvegia è rimasta di 5 ore, ovvero da 35 ore (Francia) a 40 ore (Grecia). Tuttavia, 14 Paesi hanno una settimana lavorativa normale compresa tra le 37 e le 39 ore.

Analizzando il quinquennio 2000-2004, l’orario normale settimanale medio concordato per Ue e Norvegia è leggermente diminuito, passando da 38,1 a 37,9 (una riduzione pari allo 0,5%). L’orario normale medio di lavoro fissato dagli accordi collettivi è rimasto sostanzialmente statico in due terzi dei Paesi (nonostante alcune eccezioni in settori e aziende specifiche). In Belgio, vi è stata una riduzione di un’ora durante il quinquennio per la settimana normale massima fissata dall’accordo nazionale intersettoriale, mentre in Finlandia, Portogallo, Spagna e Regno Unito, il dato medio è diminuito di mezz’ora o meno. In Germania, il dato per la parte ovest del Paese è rimasto invariato mentre per la parte est è diminuito leggermente (-0,3 ore). Il tema della riduzione dell’orario di lavoro, con poche eccezioni, non ha inciso significativamente nella contrattazione nel 2004. In Grecia, nel quadro del nuovo Accordo collettivo nazionale generale per il 2004-2005, le parti sociali hanno accettato di discutere la riduzione dell’orario di lavoro. Molti nuovi accordi di settore siglati in Svezia prevedevano una riduzione dell’orario di lavoro pari allo 0,5% della retribuzione annua, in linea con una tendenza iniziata nel 1998. Nel Regno Unito, i sindacati del settore automobilistico hanno esercitato pressioni per ridurre l’orario base.

Per quanto riguarda i nuovi Stati membri e i Paesi candidati, occorre innanzitutto osservare che il ruolo attivo della contrattazione collettiva nel fissare l’orario normale settimanale è relativamente limitato in molti Paesi dell’Europa centrale e orientale. Così, in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovenia, gli accordi collettivi non si allontanano dall’orario normale previsto dalla legge (in genere di 40 ore) o non affrontano affatto il problema. In media, l’orario settimanale concordato nei 10 nuovi Stati membri è rimasto fermo a 39,5 sia nel 2003 sia nel 2004 - 1,6 ore (ovvero 4,2%) in più rispetto all’Ue a 15 più Norvegia. Aggiungendo Bulgaria e Romania, la media dei nuovi Stati membri sale leggermente a 39,6. In generale, in questi Paesi la settimana normale è ancora di 40 ore, con l’eccezione di Cipro, Repubblica Ceca e Slovacchia dove l’orario concordato si aggira attorno alla media attuale dell’Ue. A tutt’oggi la riduzione dell’orario di lavoro non sembra essere fondamentale, anche se i sindacati hanno rinnovato la richiesta di ridurre gli orari nel 2004 in Bulgaria e Ungheria.

Per l’Ue a 25 nel suo insieme, la settimana normale lavorativa media concordata risultava di 38,6 ore nel 2003 e 2004, cioè 0,6 ore (1,6%) in più rispetto alla media dell’Ue a 15.

Una caratteristica del 2004 è stata il raggiungimento di un certo numero di accordi a livello di azienda, soprattutto in Germania, in cui è aumentato l’orario in cambio di garanzie sulla sicurezza del posto di lavoro. Tra gli esempi di maggior spicco, gli accordi alla Siemens e alla DaimlerChrysler in Germania, e in un impianto Bosch in Francia, dove la legge sulle 35 ore ha subito pressioni sempre maggiori nel corso dell’anno. Imprese e organizzazioni datoriali hanno chiesto un aumento dell’orario di lavoro concordato in Paesi come Austria, Belgio, Paesi Bassi e Slovenia.

giornata e settimana lavorativa
massima stabilite per legge

La contrattazione collettiva sulla durata dell’orario di lavoro avviene in tutti i Paesi nel quadro delle norme di legge sull’orario di lavoro massimo. Nell’Ue e in Norvegia, queste dovrebbero come minimo rispettare le norme della direttiva europea su determinati aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro (originariamente adottata nel 1993 e poi confluita nella direttiva 2003/88/CE), che prevedono una settimana lavorativa massima di 48 ore (in media in un periodo di riferimento non superiore a 4 mesi), un periodo giornaliero di riposo minimo di 11 ore e un limite giornaliero di 8 ore per il lavoro notturno.

I Paesi si dividono in due gruppi uguali: quelli che fissano l’orario settimanale massimo a 48 ore, secondo quanto specificato nella direttiva europea, e quelli che adottano un limite inferiore a 40 ore (o 38 in Belgio). Nel primo gruppo, di 14 Paesi, il massimo di legge supera l’orario di lavoro settimanale medio fissato dagli accordi collettivi e l’orario settimanale medio effettivo o abituale, per cui si può parlare di una sorta di rete di sicurezza (anche se il dato delle 48 ore spesso comprende gli straordinari). Nel secondo gruppo, anch’esso costituito da 14 Paesi, il massimo stabilito dalla legge si avvicina molto di più all’orario settimanale medio concordato o all’orario settimanale abituale/effettivo (ed è identico all’orario concordato in alcuni casi), a indicare un ruolo molto più attivo della legislazione nel disciplinare l’orario di lavoro (sebbene, ancora una volta, il dato potrebbe non comprendere gli straordinari). La variazione in questo campo è stata minima dal 2003 al 2004.

Tali dati massimi fissati dalla legge possono essere superati in molti Paesi, nel quadro dei regimi sulla flessibilità dell’orario di lavoro che permettono di variare l’orario settimanale attorno a una media in un periodo di riferimento (misura ammessa dalla direttiva europea). Alcuni esempi:

• in Austria, l’orario settimanale può salire a 50 ore in un periodo di riferimento, previo accordo, a condizione di mantenere una settimana lavorativa media di 40 ore;

• in Danimarca, il limite delle 48 ore in media deve essere rispettato entro un periodo di 4 mesi;

• in Estonia e Slovacchia, la settimana lavorativa media può arrivare a 48 ore in un periodo di 4 mesi, incluso lo straordinario;

• in Finlandia, l’orario settimanale può variare (arrivando fino a 45 ore) in un periodo di riferimento di 52 settimane, a condizione di mantenere una settimana lavorativa media di 40 ore;

• nei Paesi Bassi, il limite delle 48 ore deve essere rispettato in un periodo di riferimento di 13 settimane. Ove non si arrivi a un accordo tra l’azienda e il sindacato (o comitato aziendale), l’orario massimo stabilito per legge è di 9 ore al giorno ma, previo accordo, è possibile arrivare a 12, purché l’orario settimanale medio non superi le 60 ore in un periodo di riferimento di 4 settimane (e non superi le 48 in un periodo di 13 settimane);

• in Norvegia, l’orario settimanale medio può variare e arrivare fino a 48 ore, purché si mantenga il massimo delle 40 ore in un periodo di riferimento della durata massima di 1 anno. In alcuni casi specifici, il periodo di riferimento può essere prolungato;

• in Portogallo, l’orario settimanale può aumentare fino a 60 ore per contratto, a condizione di rispettare il massimo, in media, durante il periodo di riferimento;

• in Spagna, l’orario settimanale può aumentare a condizione di rispettare la media di 40 ore nel periodo di riferimento;

• nel Regno Unito, l’orario settimanale può superare le 48 ore purché questa media venga rispettata in un periodo di riferimento di 17 settimane.

La complessità delle regole che disciplinano gli straordinari implica che l’orario massimo non può essere oggetto di un confronto diretto e che le differenze tra i gruppi di Paesi con una settimana massima da 40 e 48 ore, in realtà, potrebbero non essere rilevanti. Inoltre, tutti i Paesi considerati prevedono una giornata lavorativa massima fissata per legge (vedi tabella qui sopra). A Cipro, in Danimarca, Irlanda, Italia e Regno Unito non esiste una giornata lavorativa massima dichiarata (salvo i lavoratori notturni), ma si può ricavare un massimo di 13 ore (quasi sempre) dall’applicazione della direttiva sull’orario di lavoro che prevede un periodo di riposo giornaliero minimo di 11 ore. Ancora una volta, l’inclusione o meno degli straordinari varia da un Paese all’altro e spesso l’orario giornaliero può essere più lungo per via dei regimi sulla flessibilità dell’orario di lavoro. Ad esempio:

• in Finlandia, azienda e lavoratore possono accettare di allungare l’orario normale di lavoro giornaliero di un massimo di un’ora. Se l’orario di lavoro è flessibile, l’orario normale di lavoro giornaliero può prolungarsi fino a 3 ore;

• in Germania, l’orario giornaliero può arrivare fino a 10 ore, a condizione di rispettare una media di 8 ore in un periodo di riferimento di 24 settimane;

• nei Paesi Bassi, ove non si arrivi a un accordo tra azienda e sindacato (o comitato aziendale), l’orario massimo previsto dalla legge è di 9 ore al giorno, ma in presenza di un accordo l’orario giornaliero può arrivare a 12, purché l’orario settimanale medio non superi le 60 ore in un periodo di riferimento di 4 settimane (e non superi le 48 in un periodo di 13 settimane);

• in Portogallo, l’orario giornaliero può arrivare a 13 ore secondo i regimi che fissano l’orario medio;

• in Spagna, l’orario giornaliero può aumentare a condizione di mantenere una media di 9 ore nel periodo di riferimento;

• in Svezia, l’orario giornaliero può variare in determinate circostanze.

orario di lavoro annuale

I dati sull’orario di lavoro annuale fissato dagli accordi collettivi - forse una misura più precisa della durata dell’orario di lavoro poiché tiene conto di fattori quali ferie, festività e regimi di flessibilità - sono resi disponibili dalle fonti statistiche nazionali di alcuni Paesi.

Per ottenere una stima annua grezza dell’orario normale di lavoro annuo fissato dai contratti collettivi, relativa a tutti i Paesi per il 2002, abbiamo preso i dati sull’orario normale settimanale medio fissato dai contratti collettivi supponendo una settimana lavorativa di 5 giorni e un anno di 52 settimane. Da questa cifra annua totale, abbiamo sottratto le ferie medie annue retribuite fissate dagli accordi collettivi (vedi tabella di pag. VIII) - oppure, nei casi in cui non esistevano dati al riguardo, le ferie annue minime fissate per legge - e il numero di festività pubbliche annue (escluse le festività che cadono di domenica), basandoci principalmente sui dati della Commissione europea. Nei casi in cui esiste anche un numero variabile di festività pubbliche regionali, abbiamo tentato di fornire un dato medio (da notare, inoltre, che a livello locale o in base alla prassi oppure agli accordi collettivi è possibile che siano rispettate ulteriori festività). Naturalmente le cifre risultanti non tengono conto di fattori quali il lavoro straordinario o di altre forme di riposi o ferie. Si tratta semplicemente di stime approssimative che tuttavia permettono alcune osservazioni generali.

Nell’Ue allargata, l’orario normale di lavoro medio annuo fissato dai contratti collettivi per il 2004 è di 1744,4 ore. Nell’Ue a 15 Stati, più la Norvegia, il dato era di 1699,2 ore a fronte di 1811 nei nuovi Stati membri. Quindi, in questi ultimi i lavoratori mediamente lavorano quasi 112 ore all’anno (oltre il 6,5%) in più rispetto ai colleghi della "vecchia" Ue - l’equivalente di quasi 3 settimane lavorative all’anno in più. Tuttavia, l’orario di lavoro annuo in Grecia si avvicina alla media dei nuovi Stati membri, mentre a Cipro e nella Repubblica Ceca si avvicina di più alla media dell’Ue a 15. Complessivamente, l’orario più lungo dell’Ue si registra in Estonia, Lituania, Polonia e Slovenia, il più corto in Francia, Danimarca e Paesi Bassi. L’orario annuale medio nei primi 4 Paesi è più lungo di circa 281 ore (quasi il 18% in più) rispetto alla Francia - l’equivalente di 7 settimane lavorative in tali Paesi.

Analizzando la classifica dei 28 Paesi in termini di durata dell’orario di lavoro concordato, i Paesi con l’orario settimanale più lungo e più corto in generale sono anche quelli con l’orario annuale più lungo e più corto. Tuttavia, il dato annuo si traduce in una classifica abbastanza differente per alcuni Paesi rispetto al risultato che si ottiene sulla base dei dati sull’orario settimanale. Alcuni Paesi occupano una posizione inferiore nelle statistiche sull’orario normale annuo rispetto all’orario normale settimanale per via degli effetti delle ferie annue relativamente lunghe (ad es. Germania e Lussemburgo) o di un numero relativamente maggiore di festività pubbliche (ad es. Portogallo) o di entrambe le cose (ad es. Austria, Italia e Svezia). Per contro, alcuni Paesi occupano una posizione più elevata nelle statistiche relative all’orario normale annuo rispetto a quelle dell’orario normale settimanale per via degli effetti delle ferie annue relativamente corte (ad es. il Belgio, anche se i dati utilizzati riguardano le ferie minime fissate per legge, poiché mancano i dati sulle ferie concordate) o delle ferie annue relativamente corte e di un numero relativamente esiguo di festività pubbliche (Norvegia e Regno Unito).

Il totale delle ferie annue concordate e delle festività pubbliche varia nell’Ue dai 44 giorni della Svezia ai 28 giorni in Estonia, Lituania, Polonia e Slovenia - una differenza di oltre il 50%, ovvero più di 3 settimane lavorative. Altri Paesi con molte ferie sono Danimarca, Italia, Germania, Paesi Bassi e Malta, mentre i Paesi con meno ferie sono Irlanda, Belgio (sebbene in questo caso sia stato utilizzato il dato delle ferie annue fissate per legge), Ungheria e Lettonia. Il dato medio per l’Ue a 15 e Norvegia è di 36 giorni, mentre per i nuovi Stati membri è di 30,5.

Fonte: Segretariato Europa Cgil, newsletter n. 6/speciale, 28 giugno 2005; <http://www.cgil.it/segretariatoeuropa>

 

MEDIA DELLE ORE SETTIMANALI LAVORATE NEGLI STATI EUROPEI

Stati

Totale occupati

Uomini

Donne

Occupati a tempo pieno

Tempo pieno uomini

Tempo pieno donne

Belgio

35,35

38,50

30,77

38,51

39,50

36,28

Danimarca

35,33

37,44

32,90

38,53

39,10

37,62

Germania

36,30

39,42

32,26

39,63

40,16

37,62

Grecia

38,68

40,21

36,27

38,77

40,28

36,46

Spagna

38,47

40,20

33,51

40,65

41,52

38,72

Francia

36,45

38,86

32,80

38,88

39,59

37,69

Irlanda

37,56

41,45

32,88

40,71

42,41

37,99

Italia

37,66

39,95

34,27

39,36

40,58

37,06

Lussemburgo

37,87

41,20

32,31

40,26

41,18

37,90

Paesi Bassi

32,50

37,16

25,94

39,24

40,07

36,57

Austria

37,69

40,67

33,92

40,46

41,20

39,14

Portogallo

39,59

41,40

37,62

40,68

41,92

39,14

Finlandia

39,13

40,60

37,62

40,74

41,34

40,05

Svezia

37,47

39,56

35,33

40,48

40,95

39,81

Gran Bretagna

36,63

42,42

30,20

41,51

43,08

38,66

Totale

36,74

39,99

32,53

39,91

40,84

38,19

(dalla ricerca di Pierre Boisard "Time and Work: duration of work" anno 2002. European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition)

Fonte: "Donne e mal di turni", Gruppo Donne - Salute - Lavoro Cgil-Cisl-Uil Milano

 

GIORNATA LAVORATIVA MASSIMA FISSATA PER LEGGE, 2004

Cipro

13

Danimarca

13

Irlanda

13

Italia

13

Regno Unito

13

Malta

12,5

Grecia

12

Ungheria

12

Lituania

12

Austria

10

Francia

10

Lussemburgo

10

Slovenia

10

Repubblica Ceca

9

Paesi Bassi

9

Norvegia

9

Slovacchia

9

Spagna

9

Belgio

8

Bulgaria

8

Estonia

8

Finlandia

8

Germania

8

Lettonia

8

Polonia

8

Portogallo

8

Romania

8

Svezia

8

Fonte: Segretariato Europa Cgil, newsletter n. 6/speciale, 28 giugno 2005

ORARIO NORMALE DI LAVORO ANNUO MEDIO FISSATO DAI CONTRATTI COLLETTIVI, 2004

Paese

A - Orario settimanale

B - Ore annue lorde

C - Ferie annue (giorni)

D - Festività pubbliche (giorni)

E - Ferie e festività (C+D) espresse in ore

F - Ore annue (B e E)

Estonia

40

2.080,00

20,0*

8

224

1.856,00

Lituania

40

2.080,00

20,0*

8

224

1.856,00

Polonia

40

2.080,00

20,0*

8

224

1.856,00

Slovenia

40

2.080,00

20,0*

8

224

1.856,00

Ungheria

40

2.080,00

20,0*

9

232

1.848,00

Lettonia

40

2.080,00

20,0*

10

240

1.840,00

Romania

40

2.080,00

24

7

248

1.832,00

Bulgaria

40

2.080,00

21,5

13

276

1.804,00

Grecia

40

2.080,00

23

11

272

1.808,00

Irlanda

39

2.028,00

20

9

226,2

1.801,80

Malta

40

2.080,00

24,0*

13

296

1.784,00

Slovacchia

38,5

2.002,00

20,0*

12

246,4

1.755,60

Belgio

38

1.976,00

20,0*

10

228

1.748,00

Spagna

38,5

2.002,00

22,0*

11

254,8

1.747,20

Portogallo

38,4

1.996,80

24,5

9

257,3

1.739,50

Lussemburgo

39

2.028,00

28

9

288,6

1.739,40

Cipro

38

1.976,00

20

12

243,2

1.732,80

Rep. Ceca

38

1.976,00

25

8

250,8

1.725,20

Austria

38,5

2.002,00

25

11

277,2

1.724,80

Norvegia

37,5

1.950,00

25

9

255

1.695,00

Regno Unito

37,2

1.934,40

24,5

9

249,2

1.685,20

Svezia

38,8

2.017,60

33

11

341,4

1.676,20

Finlandia

37,5

1.950,00

25

12

277,5

1.672,50

Italia

38

1.976,00

28

12

304

1.672,00

Germania

37,6

1.955,20

29,1

10,5

298,6

1.656,60

Paesi Bassi

37

1.924,00

31,3

8

290,8

1.633,20

Danimarca

37

1.924,00

30

11

303,4

1.620,60

Francia

35

1.820,00

25

10

245

1.575,00

Media tutti i Paesi

38,6

2.008,70

23,9

10,1

260,6

1.747,60

Media intera UE

38,6

2.005,30

23,9

10,1

260,7

1.744,40

Media UE 15 e Norvegia

37,9

1.973,10

25,8

10,2

273,1

1.699,20

Media nuovi Stati membri

39,5

2.051,40

20,9

9,6

240,4

1.811,00

*Dato sulle ferie annue fissate per legge

Fonte: European Industriai Relations Observatory (Eiro)