Costituzione europea

il Trattato costituzionale

tra dibattiti e ratifiche

Firmato a Roma il 29 ottobre 2004 dai capi di Stato e di governo dei 25 Stati membri dell’UE, il Trattato costituzionale è sottoposto dalla fine del 2004 al processo di ratifica da parte dei singoli Stati membri, che dovrebbe concludersi nel 2006. Alla fine di aprile 2005, 6 Paesi l’hanno ratificato (Lituania, Ungheria, Slovenia, Spagna, Italia e Grecia), ma di questi solo la Spagna ha adottato il metodo della consultazione popolare mentre gli altri hanno proceduto a ratifica parlamentare. Ogni Paese, infatti, può scegliere la procedura e solo alcuni hanno deciso di sottoporre il Trattato costituzionale a referendum popolare, sia perché in molti casi sono necessarie modifiche delle Costituzioni nazionali per poter effettuare un referendum su un Trattato internazionale sia per l’imprevedibilità del risultato del voto e le difficoltà derivanti da un eventuale esito negativo della consultazione popolare. A tale proposito, il caso più rilevante e di maggior attualità è quello della Francia, Paese dov’è ormai imminente il referendum del prossimo 29 maggio, dall’esito assolutamente incerto.

Il "caso francese" può essere un utile insegnamento per il futuro e si distingue per l’esistenza, le dimensioni e l’intensità del dibattito politico in corso. In altri Paesi che hanno scelto la via parlamentare, invece, la ratifica del testo costituzionale europeo è avvenuta quasi clandestinamente, senza praticamente traccia di un pubblico dibattito. In Italia, ad esempio, la Costituzione nazionale non consente di sottoporre a referendum un Trattato internazionale, ma ciò non significa necessariamente l’assenza di qualsiasi dibattito in occasione delle deliberazioni parlamentari, com’è invece avvenuto, magari accompagnandole con un referendum consultivo. Ne avrebbe guadagnato la democrazia in generale e, più in particolare, la crescita democratica dell’Unione europea, tra l’altro uno degli obiettivi principali del Trattato costituzionale europeo (come affermato dal titolo VI nella prima parte del Trattato).

"corto circuito" nel dibattito francese

In Francia, il dibattito non solo è stato lanciato ma ha anche assunto dimensioni e intensità rilevanti che hanno contagiato anche altri Paesi europei. Drogato dalle drammatizzazioni dei sondaggi, esasperato dalla litigiosità di partiti e sindacati, stimolato dai grandi media, il confronto ha stanato anche gli indifferenti sul tema spesso astruso delle alchimie di Bruxelles e ha fatto "salire la temperatura" della vita politica francese, dando fiato a non poche confusioni e strumentalizzazioni. Sarebbe lungo e anche un po’ noioso elencare gli argomenti avanzati dai due campi contrapposti, ma qualche elemento essenziale va rilevato come lezione per il futuro della vita democratica dell’Unione. A cominciare da questa sorta di "corto circuito" democratico che, per riparare alla tradizionale "corrente bassa" che da sempre - in Francia come altrove - aveva alimentato l’informazione sulla costruzione dell’Europa, è stato improvvisamente provocato dalla decisione, più azzardata che coraggiosa, del presidente Jacques Chirac di effettuare un referendum. Ne è scaturito un confronto certo appassionato, ma anche confuso e alla fine più franco-francese che europeo e più "sociologico" che politico. Nel dibattito è entrato di tutto: dal progetto di direttiva "Bolkestein" sui servizi, che con la Costituzione ha poco a che vedere, alle paure scatenate dalla prospettiva dell’ingresso della Turchia nell’Unione, dalla crisi economica in corso al malcontento verso il governo in carica, dall’ossessione di un incombente ultra-liberalismo alle minacce che l’Europa farebbe pesare sulla sovranità dei Paesi e l’identità dei popoli che la compongono.

Soffermiamoci brevemente su questi ultimi argomenti che, benché declinati in modi diversi, hanno comunque il merito della pertinenza con il tema europeo.

È ultra-liberale la Costituzione europea? J.P. Chevènement, socialista e accanito promotore del "no" alla Costituzione, si è esercitato in una contabilità puntigliosa e ha recensito nel testo costituzionale 176 volte il termine «banca», 88 «mercato», 38 «commercio» e 29 volte la parola «concorrenza». Annotazione interessante e certo significativa, che però non dice che quei termini sono per la quasi totalità usati nella III parte del Trattato che, riprendendo i testi precedenti non certo di natura costituzionale, ricorda alcuni dei campi di azione dell’Unione e dove peraltro sarebbe stato interessante recensire anche i termini sociali e le molte - e anche troppe, per gli stessi sostenitori del "no" - regole che nell’Unione inquadrano il mercato e ne arginano gli squilibri. Sull’argomento sembra più onesto citare l’art. I.3, dove la Costituzione impone all’Europa di operare per «un’economia sociale di mercato altamente competitiva», espressione che traduce la tensione permanente - la "quadratura del cerchio" per dirla con Dharendorf - che l’Unione cerca da sempre di comporre tra individuo e società, tra mercato e solidarietà. E certo non basta che questa solidarietà trovi finalmente posto tra i "valori" elencati in apertura di Costituzione, ma nemmeno si può accusare di "ultra-liberale" un testo che esordisce in quel modo. L’ex vicepresidente della Convenzione che ha scritto la Carta costituzionale europea, Giuliano Amato, ha ricordato recentemente che: «una Costituzione è sempre una promessa, ma raramente di quelle che si realizzano da sole». Spetterà alla politica dire come "quadrare il cerchio", sapendo che devono essere i valori a guidare la ricerca delle soluzioni e non dimenticando che sulla fedeltà all’art. I.2 della Costituzione veglieranno, con la Corte di Giustizia europea, anche e soprattutto gli elettori. Forse di più quelli francesi, anche grazie alle letture oggi controverse della Costituzione europea portate democraticamente alla loro attenzione.

sovranità e identità dei popoli europei

Merita inoltre una considerazione la questione secondo cui il Trattato costituzionale minaccerebbe la sovranità degli Stati nazionali e l’identità dei popoli. Si tratta di un "fantasma" che si aggira da sempre in questa Europa, lenta a trarre le lezioni dei nazionalismi finiti in tragedia nel Continente. Ma appunto un "fantasma", anche nel senso che evoca in gran parte con la "sovranità" un ingrediente della politica di un tempo obsoleto e sicuramente ampiamente eroso nell’epoca della globalizzazione, quasi una finzione cui ci si aggrappa più per nostalgia che per convinzione. Certo anche il Lussemburgo è uno Stato sovrano, ma si ammetterà che proverebbe qualche difficoltà a esercitare la sua sovranità nei confronti degli USA o della Cina. E non è molto diverso per la Francia e ancor meno per l’Italia di oggi. Quel che resta dei poteri sovrani - politica estera e di sicurezza, fisco, istruzione ecc. - la Costituzione lo dichiara esplicitamente di competenza degli Stati membri, con tanti auguri che riescano a esercitarli.

Resta la minaccia all’identità dei popoli nell’Unione disegnata dalla Costituzione. A più riprese vi si afferma l’«unità nella diversità» e il «rispetto delle identità nazionali» (art. I.5) e in nessun articolo si trova traccia di un fantomatico ed inesistente "popolo europeo". Anzi, perché sia anche più chiaro, la prima riga della Costituzione fa riferimento ai «cittadini europei». Il testo in merito è sobrio, ma non per questo privo di chiarezza in una stagione come questa esposta ai venti di interpretazioni "populiste" della democrazia e a pericolose nostalgie di "identità", singolari quando l’Unione è per definizione un patto di pacifica convivenza tra "identità plurali" senza le quali viene meno la sua ragion d’essere. Anche perché l’Europa ha imparato a sue spese quanto possano essere "assassine" le identità.

Il dibattito sull’Europa è dunque aperto, grazie anche alla Francia che lo ha fatto esplodere. E non mancheremo di ringraziare anche i francesi che voteranno con saggezza il 29 maggio prossimo. Quel giorno voteranno anche per noi, a cui non è stato chiesto con eguale franchezza un parere; voteranno per quell’Unione tutta intera di cui recentemente Jacques Delors ha detto: «Sono fiero dell’Europa, anche se non è ancora quella che vorrei».

  il processo di ratifica

Con la ratifica approvata a larga maggioranza dal parlamento della Grecia lo scorso 19 aprile, al momento (fine aprile) sono 6 gli Stati membri dell’UE ad aver approvato definitivamente il Trattato costituzionale europeo: Lituania (11 novembre 2004), Ungheria (20 dicembre 2004), Slovenia (1° febbraio 2005), Spagna (con referendum svoltosi il 20 febbraio 2005) e Italia (voto definitivo del Senato il 6 aprile 2005). Negli altri Stati membri sono state definite le date per dibattiti e votazioni parlamentari o per lo svolgimento di referendum popolari, che si svolgeranno da maggio a partire dall’importante test referendario che si terrà in Francia il 29 maggio.

La modifica delle costituzioni nazionali è talvolta un passaggio obbligatorio che deve essere fatto prima della ratifica della Costituzione europea, mentre in alcuni Paesi il dibattito sul Trattato costituzionale è condizionato dalla prospettiva dell’entrata nell’UE della Turchia o dalla dimensione sociale che l’UE intende avere.

Tra l’altro, come dimostrano le recenti rilevazioni di Eurobarometro (vedi box di seguito), il progetto di Costituzione europea è ancora quasi sconosciuto all’opinione pubblica europea e oltre la metà dei cittadini dell’UE confessa di conoscere «poco» il testo costituzionale.

Come dimostrato dall’esempio francese, il referendum è uno strumento importante dal punto di vista democratico, perché obbliga le parti politiche, sociali e civili a confrontarsi apertamente su significato e contenuti del progetto di costruzione europea. D’altro canto, però, esso contiene non pochi rischi per l’elevata imprevedibilità dell’esito del voto e per il fatto che spesso posizioni politiche radicalmente opposte convergono sul rifiuto di ratificare il testo costituzionale sottoposto a referendum. Così, se la prima consultazione referendaria svoltasi in uno Stato membro, la Spagna, ha dato un esito ampiamente favorevole al Trattato costituzionale, le previsioni sulla seconda votazione, quella di fine maggio in Francia, sono molto più incerte.

Per molti cittadini europei, la questione dell’appartenenza all’UE pare essere piuttosto certa, nonostante la difficoltà di comprendere la complessità istituzionale. In merito alla futura Costituzione europea poi, soprattutto nei casi in cui sia stato scelto il referendum, i cittadini sono chiamati a esprimersi direttamente sul fatto di essere favorevoli o meno all’accettazione di uno spazio politico comune basato sui valori e gli obiettivi indicati dal testo del Trattato costituzionale. Molti dei dibattiti nazionali svoltisi finora, però, mostrano il sovrapporsi di considerazioni diverse e complesse e di non poche strumentalizzazioni politiche, il che non facilita certo il compito dei cittadini che già dichiarano di non avere troppa dimestichezza con le questioni europee.

il voto favorevole del PE

Il 12 gennaio 2005 il Parlamento europeo (PE) ha approvato a larga maggioranza il Trattato costituzionale europeo con 500 voti favorevoli, 137 contrari e 40 astensioni; alla votazione erano presenti 677 deputati sui 732 facenti parte dell’assemblea parlamentare. Il parere del PE non è previsto dai Trattati ma contribuisce in maniera positiva al processo di ratifica.

La maggioranza dei membri del Gruppo socialista (PSE, 202 membri) ha votato a favore della Costituzione europea. Le rare astensioni hanno riguardato essenzialmente i deputati socialisti francesi impegnati nella campagna per il "no" al referendum nel loro Paese, mentre uno solo tra i deputati appartenenti al PSE ha votato contro. Anche il Gruppo popolare (PPE-PE, 238 membri) si è pronunciato largamente a favore. I voti contrari sono stati espressi soprattutto dai conservatori britannici e dai parlamentari cechi appartenenti al partito degli "euroscettici" ODS. Si è pronunciata a favore del Trattato costituzionale anche la maggioranza dei Liberali (88 membri) e dei Verdi (42 membri).

Tra i 137 no, figurano quelli del Gruppo Indipendenza e Democrazia (36 membri) e la quasi totalità dei membri della Sinistra Unita (GUE/NGL, 41 membri). In particolare, il Gruppo Indipendenza/Democrazia ha come obiettivo prioritario proprio il rifiuto della Costituzione europea e, tra i suoi 36 membri, si contano i 10 rappresentanti eletti tra le file della Lega delle famiglie polacche (LPR, partito nazionalista ultraconservatore) e i 10 rappresentanti britannici del United Kingdom Indipendence party (Partito dell’Indipendenza del Regno Unito - UKIP), che chiede l’uscita del Regno Unito dall’UE. Una lettura nazionale dei voti espressi mostra che una maggioranza di deputati polacchi e cechi ha votato contro oppure si è astenuta, fenomeno che dovrebbe provare la tendenza euroscettica della classe politica di quei Paesi. Tra i britannici, invece, si è espressa contro il Trattato una quarantina dei 78 deputati: si tratta dei sostenitori dell’uscita del Regno Unito dalla UE (membri dell’UKIP) e di conservatori appartenenti al PPE-DE.

In chiusura di risoluzione, il Parlamento «approva il Trattato e ne consiglia vivamente e senza riserve la ratifica», adottando anche due emendamenti importanti. Il primo, presentato da Gérard Onesta e Johannes Voggenhuber a nome dei Verdi, esprime «la volontà di utilizzare il diritto di iniziativa conferito dalla Costituzione per proporre dei miglioramenti alla stessa». Il secondo è invece un emendamento di compromesso, presentato da Richard Corbett (PSE), Inigo Mendez de Vigo (PPE-DE) e Gérard Onesta (Verdi), che mira a includere la società civile all’interno del processo di ratifica. Esso invita le istituzioni europee e gli Stati membri «a riconoscere il ruolo dei rappresentanti della società civile all’interno dei dibattiti sulla ratifica» nonché a «fornire loro un sostegno sufficiente (…) al fine di permettere loro di promuovere il coinvolgimento attivo dei cittadini nel dibattito». Questo emendamento ha tradotto in fatti la volontà espressa dal Comitato economico e sociale (Ecosoc), che aveva adottato un parere relativo al progetto di Costituzione su richiesta del Parlamento europeo.

Francia: "sì" dei socialisti e molta confusione

Più che il contenuto del progetto costituzionale, ciò che fu contestato in Francia in occasione del referendum interno al partito socialista sul progetto di Costituzione svoltosi nel dicembre 2004, fu la direzione presa dalle politiche economiche e sociali dell’Unione. La vittoria del "si" (59%, con un tasso di partecipazione dell’80%) è stata accolta con un sospiro di sollievo non solo in Francia, ma anche da tutti i partiti membri della "famiglia" socialista europea, tutti ampiamente favorevoli al progetto di Costituzione. I sostenitori del "no" avevano fortemente criticato le politiche economiche attualmente sviluppate in seno all’Unione, opponendosi al progetto di Costituzione definito ultra-liberale e giudicando inaccettabile il fatto che un tale approccio sia sancito nella Carta costituzionale. Discreta rispetto ai miglioramenti a livello sociale presenti nel testo, tale posizione vede nel rifiuto della Costituzione la possibilità di riunire una coalizione di forze favorevole a un’Europa "più sociale". La Campagna contro la Costituzione denuncia inoltre la proposta di direttiva sulla liberalizzazione dei servizi ("Bolkestein"), un testo per cui lo stesso presidente francese Jacques Chirac ha chiesto una "riconsiderazione". In occasione del referendum interno, le riflessioni di alcuni responsabili socialisti francesi hanno mostrato la difficoltà di realizzare un referendum su un testo europeo la cui importanza è capitale non solo a livello nazionale. L’incognita sull’esito del referendum francese di maggio è rappresentata dal numero di persone che manterranno il proprio "sì", rifiutando di considerare il referendum come l’affermazione di un sostegno nei confronti di coloro che pongono il quesito. A livello sindacale, il comitato confederale della Confederazione Generale del Lavoro (CGT) ha espresso, all’inizio di febbraio, il suo " no" al progetto di Costituzione con una percentuale dell’82%, mentre il suo segretario generale, Bernard Thibault, aveva raccomandato una scelta di neutralità. Un’altra questione dibattuta in Francia è l’adesione all’UE della Turchia, che gode dell’appoggio del presidente Chirac, in una situazione generale di confusione palpabile anche all’interno della maggioranza politica, come dimostrato in occasione della revisione della Costituzione francese necessaria per lo svolgimento del referendum nazionale.

Danimarca verso il "sì"

In Danimarca si è sviluppato di un nuovo atteggiamento verso l’UE all’interno del Partito Socialista del Popolo (Socialistisk Folkeparti), un piccolo partito che si colloca a sinistra della socialdemocrazia e che, fino a poco tempo fa, si opponeva all’entrata della Danimarca nella Comunità europea (1973). Il referendum interno organizzato da questo partito sul progetto di Costituzione si è concluso sorprendentemente con una vittoria del "sì" (64%, con un tasso di partecipazione del 65%). La possibilità che il "sì" riesca a vincere anche in occasione del referendum nazionale è quindi molto aumentata, grazie all’adesione favorevole di un piccolo partito che aveva fortemente contribuito al rifiuto del Trattato di Maastricht, ma anche all’accettazione del compromesso che aveva permesso la vittoria del "sì" in occasione del secondo referendum sullo stesso Trattato. Il partito dei socialisti di sinistra aveva aderito all’accordo politico sulla "Danimarca in un’Unione allargata", firmato il 2 novembre dai partiti della coalizione governativa (il partito liberale, Venstre, e il partito conservatore, Konservative Folkeparti) e dai partiti del centro-sinistra (partito sociale democratico, Socialdemokratiet, e il partito radicale, Radikale Venstre). Così come scrive il quotidiano francese "Le Monde", il progetto di Costituzione è definito come garante di un «più efficace» funzionamento dell’UE, poiché definisce chiaramente gli obiettivi dell’organizzazione e in particolare «la promozione del progresso sociale e un alto livello di protezione ambientale e del consumatore».

Restano tuttavia due partiti in Danimarca che si oppongono alla Costituzione europea: il partito di estrema destra e l’Alleanza rosso-verde (Lista d’Unità), che ha ora 6 rappresentanti in Parlamento (in precedenza 4). Il referendum dovrebbe tenersi alla fine dell’anno o all’inizio del 2006 e, al momento, secondo il sondaggio di Eurobarometro il 44% dei danesi è favorevole, il 26% contrario e il 30% indeciso.

incertezza in Polonia e Repubblica Ceca

La Polonia è uno dei nuovi Stati membri dell’UE dove si è registrato il più basso tasso di partecipazione sia al referendum sull’adesione che alle elezioni europee (rispettivamente 59% e 20,87%). Un Paese in cui le liste populiste e in difesa della sovranità hanno ottenuto la maggioranza dei suffragi nelle elezioni del giugno 2004: sui 54 deputati europei polacchi, 16 dei 19 deputati facenti parte del Gruppo popolare si sono astenuti in occasione del voto del PE sul progetto di Costituzione. I 10 membri polacchi del Gruppo Indipendenza e Democrazia, appartenenti alla Lega delle famiglie polacche, hanno votato contro, seguendo l’esempio degli altri membri del gruppo. Il presidente della Polonia, Aleksander Kwasniewski (SLD), sostiene il referendum e desidera che questo si svolga nel 2005, contemporaneamente alle elezioni legislative e presidenziali. Nel dicembre 2004 si è svolto un dibattito nel parlamento polacco sull’organizzazione del referendum per il Trattato costituzionale europeo. L’Alleanza della sinistra democratica (SLD) e il partito socialdemocratico (SPLD) ritengono che il progetto di Costituzione sia positivo per la Polonia e necessario per l’UE. La Piattaforma civica (PO) e il Partito destra e giustizia (PiS) hanno mosso delle critiche al testo costituzionale, rifiutato dalla Lega delle famiglie polacche (LPR). In senso contrario rispetto alla tendenza pro-europea del suo elettorato, la destra si coalizza e raccomanda il "no" alla Costituzione europea, tanto che la ratifica avrebbe più possibilità di essere accettata per via referendaria che per via parlamentare. Secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro, infatti, il 43% dei polacchi intervistati è a favore del progetto di Costituzione, il 13% si dichiara contrario e il 41% non sa.

La situazione è complessa anche nella Repubblica Ceca. Il primo ministro, Stanislav Gross, sostiene il referendum e vorrebbe organizzarlo nel giugno 2006, insieme alle elezioni legislative. Secondo la Costituzione ceca, i trattati internazionali sono ratificati dal Parlamento salvo che una legge costituzionale non richieda l’organizzazione di un referendum. Il presidente della Repubblica Vaclav Klaus, fondatore nel 1991 di un partito ultraliberale ora all’opposizione (ODS, partito civico democratico), si dichiara invece contro la Costituzione europea «al 100%». La ratifica parlamentare sarebbe più problematica di quella referendaria, poiché il governo dispone di una maggioranza minima (un seggio in più) alla Camera dei deputati. Benché la Costituzione della Repubblica ceca lo preveda, la sorte del referendum sulla Costituzione europea e sulla sua legittimità dipenderà anche dal parere della Corte Costituzionale.

In occasione delle elezioni europee del giugno 2004, cui ha partecipato solo il 28,32% dei cittadini cechi, partiti euroscettici come l’ODS e il Partito comunista (KSCM) avevano ottenuto la maggioranza dei seggi. Non stupisce, dunque, che nel voto al PE sulla Costituzione europea oltre la metà dei 24 deputati europei cechi abbia votato contro. Anche l’ex presidente Vaclav Havel ha voluto entrare nel dibattito in corso nella Repubblica Ceca sul Trattato costituzionale europeo. Havel ha detto di sostenere «senza alcuna esitazione» il progetto di Costituzione europea, ricordando come i cechi si siano già pronunciati in favore del processo d’integrazione europea nel referendum sull’adesione del 2003 e dichiarandosi contro lo svolgimento di un referendum, per le conseguenze in termini di emarginazione che un’eventuale vittoria dei "no" potrebbe comportare. Secondo il sondaggio di Eurobarometro, il 39% della popolazione della Repubblica Ceca è a favore del Trattato, il 20% è contrario e il 42% indeciso.

la contestazione sociale

L’orientamento di alcuni progetti presentati inizialmente dalla Commissione Prodi, ma sempre all’ordine del giorno nella Commissione Barroso, come ad esempio il progetto di direttiva sulla liberalizzazione dei servizi (direttiva "Bolkestein", vedi inserto di "euronote" n. 34/2005), è molto criticato da un’ampia porzione dell’opinione pubblica europea. Il progetto "Bolkestein", ad esempio, è contestato dal Belgio, dalla sinistra del PE e dai sindacati, nonché oggetto di una «richiesta di riconsiderazione dell’intera questione» da parte del presidente francese Jacques Chirac, avanzata all’inizio di febbraio. Presentando il proprio programma di rilancio della Strategia di Lisbona davanti al Parlamento europeo il 2 febbraio scorso, il presidente Barroso ha indicato che tale progetto verrà rivisto dai servizi della Commissione, così come verrà rivista la proposta "Reach" relativa ai prodotti chimici. Il presidente della Commissione ha anche riconosciuto che alcuni servizi di interesse generale «di natura forte sono essenziali» e ha annunciato l’iscrizione all’ordine del giorno della Commissione della questione relativa ai servizi di interesse generale. La stessa Commissione Prodi aveva escluso l’idea di presentare un progetto di direttiva prima dell’entrata in vigore della Costituzione, dal momento che questa «offrirà un’altra possibile base giuridica come complemento di quelle già esistenti».

In ogni caso, la proposta della Commissione sullo sviluppo della Strategia di Lisbona, definita «un nuovo stimolo per la crescita e l’occupazione», è stata accolta in modo favorevole solo dalla destra del Parlamento europeo. Tale progetto è parte dell’obiettivo "prosperità", la cui realizzazione presuppone un rafforzamento della competitività e dell’occupazione che, all’interno del settore economico e sociale, rimane l’obiettivo principale identificato dalla Commissione per i prossimi 5 anni.

Tramite un comunicato, la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) si è detta «molto inquieta» poiché gli obiettivi dell’UE in materia di politica sociale e ambientale sembrano essere relegati in secondo piano rispetto all’economia. Così, il segretario generale della CES, John Monks, aveva espresso le preoccupazioni sindacali ponendo alcune domande al presidente della Commissione: «Qual è la portata di tutte le nuove misure di regolamentazione relative al mercato del lavoro? Quali sono, precisamente, i piani della nuova Commissione relativamente alla direttiva sui servizi? "Modernizzare" la protezione sociale significa trasferire i costi di questa ai singoli? Uno "sviluppo dei settori industriali condotto dal mercato" permetterà veramente all’Europa di rinnovare la propria capacità industriale nei confronti di altri concorrenti a livello mondiale che si stanno sviluppando partendo da una base industriale forte?».

l’elemento Turchia

In alcuni Stati membri, in particolare Francia, Germania, Austria e Paesi Bassi, la prospettiva dell’entrata della Turchia nell’UE divide l’opinione pubblica. In altri, come il Regno Unito, la Spagna e, in generale, i nuovi Paesi membri, tale questione non viene neanche dibattuta. In Francia, il presidente Chirac ha promesso, al termine del processo di negoziato che dovrebbe durare una decina d’anni, l’organizzazione di un referendum relativo all’entrata della Turchia. Dopo il risultato positivo del referendum interno al partito socialista, relativo al progetto di Costituzione, Chirac aveva annunciato l’organizzazione di un referendum nazionale «prima dell’estate 2005», così da evitare di interferire con l’avvio del negoziato con la Turchia che inizierà il prossimo 3 ottobre.

La revisione costituzionale, adottata in Francia per permettere lo svolgimento del referendum sul Trattato costituzionale europeo, prevede che «qualsiasi progetto di legge che autorizzi la ratifica di un Trattato relativo all’adesione di uno Stato alla UE sarà obbligatoriamente soggetto a referendum da parte del presidente della Repubblica». Tuttavia, non sarà applicata «all’adesione conseguente a una Conferenza Intergovernativa la cui convocazione è stata decisa dal Consiglio europeo prima del 1° luglio 2004»: non riguarderà quindi l’ingresso nell’UE della Bulgaria e della Romania, ma invece quello eventuale della Turchia. Il tentativo francese è stato di mettere da parte il dibattito sull’adesione della Turchia dissociandolo, in modo chiaro, dal contenuto del progetto di Costituzione europea.

il referendum spagnolo

In Spagna, al fine di organizzare il referendum sul Trattato costituzionale è stata adottata l’11 gennaio 2005 dal Congresso una legge apposita, senza però dover procedere alla revisione della Costituzione nazionale come avvenuto in Francia. In occasione delle campagne elettorali realizzate per le elezioni legislative del 14 marzo e per quelle europee del 13 giugno, tutti i partiti si erano pronunciati in favore della ratifica, via referendum, della prima Costituzione europea. Solo tre formazioni, la Sinistra Unita (Izquierda Unidad), la destra repubblicana di Catalogna (Esquerra Republicana de Catalunya) e il Blocco nazionalista galiziano (Bloque nacionalista gallego) si erano pronunciate contro la Costituzione. Il 20 febbraio scorso, i cittadini spagnoli sono così stati chiamati a pronunciarsi sul seguente quesito: «Approva il Trattato che definisce una Costituzione per l’Europa?». Con un tasso di partecipazione del 42,32% (era stato del 45,9% in occasione delle elezioni europee del giugno 2004), il "sì" ha ottenuto il 76,73% dei suffragi (17,24% i "no" e 6% le schede bianche). L’opposizione politica (Partido Popular, PP) ha criticato il basso tasso di affluenza, congratulandosi tuttavia con gli spagnoli per la vittoria del "sì", mentre i due più grandi sindacati spagnoli, le Commissioni Operaie (CCOO) e l’Unione Generale del Lavoro (UGT), avevano lanciato un appello a favore del Trattato costituzionale. José Maria Fidalgo, segretario generale delle CCOO, aveva respinto l’argomentazione secondo cui la Costituzione europea sarebbe troppo liberale e aveva insistito sul fatto che i significativi passi avanti del testo non includono nessun arretramento. Il segretario generale dell’UGT, Candido Mendez, aveva affermato che «la Costituzione rappresenta un grande strumento per la difesa del modello sociale europeo». La stessa CES, a cui partecipano i due sindacati spagnoli, nell’ottobre 2004 aveva adottato una risoluzione in cui evidenziava i «passi avanti» compiuti dal testo del Trattato costituzionale europeo, pur definendolo «imperfetto» e considerandolo solo un «punto di partenza di un lungo processo, non un punto d’arrivo». La Spagna è stato così il primo Stato membro dell’UE a adottare il testo costituzionale europeo attraverso l’espressione popolare derivante da referendum, mentre la definitiva approvazione parlamentare è avvenuta poi il 28 aprile.

Lussemburgo, Paesi Bassi,
Portogallo e Regno Unito

La Costituzione del Lussemburgo non esclude la possibilità di organizzare un referendum sulla Costituzione europea, così, in base a una decisione del Consiglio di Stato presa il 12 ottobre 2004, una legge specifica ha previsto l’organizzazione del referendum consultivo che si terrà il 10 luglio prossimo, qualche giorno dopo la fine del turno di presidenza lussemburghese dell’UE. Benché la Costituzione nazionale non lo preveda, anche i Paesi Bassi hanno deciso di organizzare un referendum consultivo che dovrebbe svolgersi alla fine di maggio o all’inizio del giugno prossimo. In questi due Paesi, il referendum è introdotto come complemento della procedura di ratifica parlamentare. In Portogallo, la Costituzione nazionale non prevede l’organizzazione di un referendum in vista dell’approvazione dei trattati internazionali. Tuttavia, le questioni di interesse nazionale oggetto di una convenzione internazionale possono essere sottoposte all’approvazione dei cittadini. L’agenda elettorale portoghese prevede elezioni amministrative nell’autunno prossimo e presidenziali nel gennaio 2006 e, al momento, è probabile che il referendum sia organizzato prima del 2006, cioè in concomitanza con le amministrative del prossimo ottobre.

Altro Stato membro che ha annunciato (da un anno) l’intenzione di organizzare un referendum consultivo è il Regno Unito. Il 9 febbraio scorso la Camera dei Comuni ha approvato la legge che permette lo svolgimento del referendum, per il quale non è ancora stata definita la data, ma un’eventuale ratifica del Trattato costituzionale europeo avverrà solo nel 2006. Il dibattito si concentra essenzialmente sulle conseguenze di un voto negativo al referendum, che sarebbe motivato dal rifiuto del cosiddetto "super-Stato" europeo denunciato dagli euro-scettici britannici. Rivelando alla Camera dei Comuni il quesito che verrà posto ai cittadini, il ministro degli Esteri Jack Straw ha dichiarato che era tempo che i pro-europei «riprendessero in mano le cose». Il quesito sarà: «Il Regno Unito dovrebbe approvare il Trattato fondatore della Costituzione per l’Unione Europea?». Secondo il sondaggio di Eurobarometro, il Regno Unito è l’unico Paese dell’UE dove la percentuale di oppositori al testo (30%) è più alta rispetto alla percentuale di favorevoli (20%). Inoltre, precedenti sondaggi avevano messo in evidenza un livello di conoscenza minimo della Convenzione o del progetto di Costituzione rispetto agli altri Stati membri. In maggio si svolgeranno le elezioni politiche, mentre il referendum è previsto nei primi mesi del 2006.

il dibattito in Belgio

La Costituzione del Belgio non prevede la possibilità di un referendum in vista dell’approvazione dei trattati internazionali. Non permette neanche di procedere con l’organizzazione di una consultazione popolare consultiva. Nel novembre 2003 era stata presentata una proposta di legge in vista dell’organizzazione di una consultazione popolare relativa alla Costituzione europea. Nel 2004, il primo ministro Guy Verhofstadt si era dichiarato favorevole all’organizzazione di una tale consultazione e la proposta di legge per l’organizzazione di una consultazione popolare era stata reinserita nell’ordine del giorno nel settembre 2004. La questione che si poneva era sapere se l’organizzazione di tale consultazione, con carattere giuridicamente non vincolante, era o no compatibile con la Costituzione belga. Il Consiglio di Stato si era pronunciato, a fine novembre 2004, contro l’organizzazione di una tale consultazione sulla base del fatto che essa necessiterebbe di una previa revisione della Costituzione belga. Nonostante questo parere (non vincolante) del Consiglio di Stato, il 14 dicembre la proposta di legge mirante all’organizzazione di una consultazione popolare aveva ottenuto una maggioranza risicata (9 voti contro 8) presso la commissione Revisione della Costituzione e Riforma delle istituzioni della Camera.

Mentre il dibattito dei socialisti francesi che si oppongono al progetto di Costituzione ha riguardato una parte della sinistra, la classe politica belga è invece attraversata da un ampio consenso riguardante la costruzione europea, con l’eccezione di partiti di estrema destra. Nelle Fiandre, ad esempio, il partito di estrema destra continua a rafforzarsi e rimane il primo partito fiammingo, il cui obiettivo è di unire la questione della Costituzione europea con quella dell’ingresso nell’UE della Turchia. Si è giunti così, negli ultimi mesi, al rifiuto del referendum da parte della commissione parlamentare e al dibattito alla Camera del 10 marzo scorso, in cui la proposta di legge di revisione costituzionale, necessaria per lo svolgimento del referendum, è stata bocciata. Il giorno seguente, il governo belga ha quindi adottato la legge di ratifica, che dovrebbe così avvenire per via parlamentare entro la fine dell’anno.

 

BOX 1

COSTITUZIONE SCONOSCIUTA

Un terzo dei cittadini europei non è assolutamente al corrente dell’esistenza della Costituzione e più della metà (56%) confessa di sapere "poco" del contenuto del testo.

È quanto emerso da un sondaggio Eurobarometro pubblicato nel gennaio 2005, secondo cui Spagna, Portogallo, Irlanda e Regno Unito sono gli Stati membri dell’Ue in cui il testo costituzionale è in assoluto meno conosciuto. Il 49% degli europei intervistati si è detto favorevole alla Costituzione, il 16% si è detto contrario e il 35% ha affermato di non essere in grado di esprimere un’opinione in merito. In Belgio, Slovenia, Germania e Lussemburgo, circa 8 persone su 10 sono favorevoli all’idea di dare una Costituzione all’Ue, mentre i cittadini britannici e danesi sono quelli che esprimono le maggiori perplessità. Particolarmente indecisi risultano invece i cittadini di Portogallo, Lettonia, Estonia, Irlanda e Svezia, con quote elevate di popolazione che si dichiara non in grado di esprimere un parere chiaro su tale questione. Gli autori del sondaggio osservano che esiste una correlazione tra il livello di conoscenza del testo e il livello di adesione ad esso.

BOX 2

FRANCIA E PAESI BASSI:
NESSUN "PIANO B" SE VINCE IL "NO"

Nel giro di 4 giorni il Trattato costituzionale sarà sottoposto a referendum popolare in due Paesi fondatori dell’Ue: il 29 maggio in Francia e il 1° giugno nei Paesi Bassi. Nel corso di una conferenza stampa svoltasi lo scorso 19 aprile a Bruxelles, i ministri degli Esteri francese, Michel Barnier, e dei Paesi Bassi, Ben Bot, hanno precisato che non è in preparazione alcuna strategia particolare nel caso le rispettive consultazioni popolari dovessero dare risultato negativo.

Di fronte ai sondaggi che prevedono una vittoria dei "no" in Francia, Barnier ha assicurato di non essere nervoso: «Siamo vigili ma non c’è alcun nervosismo» ha dichiarato il ministro francese, precisando che «nell’eventualità di un rifiuto di questo o di un altro Paese non ci sarà un "piano B", non ci saranno nuovi negoziati».
Dichiarazioni simili sono state espresse dal ministro olandese Bot, il quale ha sottolineato come un’eventuale vittoria dei "no" in Francia non avrà alcuna influenza sul referendum nei Paesi Bassi: «Il popolo olandese prenderà la decisione sulla base dei propri valori - ha detto Bot - e sono fiducioso che il Paese si esprimerà per il "sì"».
Entrambi i ministri hanno poi ricordato come sia la Francia sia i Paesi Bassi abbiano «una responsabilità particolare» rispetto alla ratifica del Trattato, derivante dal fatto che si tratta di due Paesi fondatori della Comunità europea.

BOX 3

DIBATTITO CALDO IN FRANCIA

«Non voglio fare drammatizzazioni, ma la prima conseguenza della vittoria dei "no" sarebbe che la Costituzione europea si arresterebbe. L’argomento secondo cui si rinegozierebbe tutto non è serio, per la semplice ragione che i Paesi sono 25 e gli altri 24 non vorrebbero. La seconda conseguenza, se vincesse il "no", è la seguente: quale sarà il peso della parola francese? Saremo la pecora nera e non conteremo più nulla». Sono alcune frasi pronunciate dal presidente francese Jacques Chirac, durante una trasmissione televisiva andata in onda in prima serata sulla rete nazionale Tf1 il 14 aprile scorso, in cui il presidente ha incontrato 80 giovani francesi difendendo le ragioni del "sì" al referendum sul Trattato costituzionale. Nelle stesse ore, circa 5000 persone erano riunite al teatro "Zénith" di Parigi per motivare la loro opposizione al testo costituzionale, con lo slogan: «Non siamo contro l’Europa, ma per un’Europa migliore». Si trattava di quella parte dell’eterogeneo fronte francese del "no" che fa riferimento alla sinistra politica e sociale antiliberista. Secondo questa posizione, il Trattato costituzionale sancirebbe la posizione dell’Ue eccessivamente sbilanciata verso i principi del mercato e del liberismo a scapito della dimensione sociale. Al di là delle diverse posizioni, c’è anche chi critica la scelta stessa di svolgere un referendum se poi il suo esito può veramente mettere in crisi l’Ue e il ruolo di un singolo Stato membro: «Se gli elettori sono convocati per rispondere "sì" o "no" alla proposta di un testo - sostiene Bernard Cassen, fondatore e presidente onorario dell’organizzazione Attac - si può presumere che ciascuna delle risposte sia pienamente legittima e nessuna di esse metta a repentaglio la Repubblica o l’Ue. Altrimenti sarebbe da irresponsabili proporre un’alternativa del genere».

 

 

Processo di ratifica del Trattato costituzionale europeo nei 25 Stati membri dell’UE

Paese

Procedura di ratifica

Data prevista

Precedenti referendum europei

Austria

parlamentare

maggio 2005

1994: adesione

Belgio

parlamentare

La proposta di legge di revisione costituzionale, necessaria per lo svolgimento del referendum, è stata bocciata dalla Camera il 10 marzo 2005 e l’11 marzo il governo ha adottato la legge di ratifica, che è prevista entro il 2005.

no

Cipro

parlamentare

Fine maggio 2005

no

Danimarca

referendum

27 settembre 2005

1972: adesione 1986: Atto Unico 1992-93: Trattato di Maastricht (2 consultazioni, con parere negativo nella prima) 1998: Trattato di Amsterdam 2000: adesione euro (no 53%; sì 47%)

Estonia

parlamentare; referendum improbabile

Non ancora stabilita

2003: adesione

Finlandia

parlamentare

Il parlamento esaminerà in autunno la proposta di ratifica, che dovrebbe essere approvata entro il 2005 o all’inizio del 2006.

1994: adesione

Francia

referendum

Il 28 febbraio 2005 è stata approvata una riforma costituzionale per svolgere il referendum che si terrà il 29 maggio.

1972: allargamento CEE 1992: Trattato di Maastricht

Germania

parlamentare

Approvazione definitiva del parlamento prevista entro il giugno 2005

no

Grecia

parlamentare

Approvata il 19 aprile 2005

no

Irlanda

parlamentare e attraverso referendum

Il referendum è obbligatorio per qualsiasi revisione costituzionale. Il parlamento ha iniziato la discussione in febbraio. Il governo ha annunciato un referendum nel 2005 (data da definire), mentre si prevede la ratifica nel 2006.

1972: adesione 1987: Atto Unico 1992: Trattato di Maastricht 1998: Trattato di Amsterdam 2001 e 2002: Trattato di Nizza (2 consultazioni, con parere negativo nella prima)

Italia

parlamentare

Approvata il 25 gennaio 2005 dalla Camera e il 6 aprile dal Senato.

no

Lettonia

parlamentare

Approvazione imminente

2003: adesione

Lituania

parlamentare

Approvata l’11 novembre 2004

2003: adesione

Lussemburgo

parlamentare e attraverso referendum consultivo

Nel giugno prossimo primo voto parlamentare; il 10 luglio si terrà il referendum (come stabilito da legge adottata il 12 aprile), dopodiché si svolgerà una seconda votazione parlamentare.

no

Malta

parlamentare

Voto parlamentare previsto entro il luglio 2005

2003: adesione

Paesi Bassi

parlamentare e attraverso referendum consultivo

1° giugno 2005

no

Polonia

referendum probabile

Il referendum potrebbe svolgersi il 25 settembre 2005 in occasione delle elezioni presidenziali.

2003: adesione

Portogallo

referendum

Il referendum potrebbe svolgersi il 2 o il 9 ottobre 2005 in occasione delle elezioni amministrative.

no

Regno Unito

parlamentare e attraverso referendum consultivo

Legge approvata dalla Camera dei Comuni il 9 febbraio 2005. Il 20 aprile il governo ha annunciato l’intenzione di organizzare un referendum. In ogni caso, l’eventuale ratifica non avverrà prima dell’inizio del 2006.

1975: permanenza nella CEE

Repubblica Ceca

non ancora decisa

Un possibile referendum potrebbe svolgersi nel 2005 o nel giugno 2006 insieme alle elezioni nazionali.

2003: adesione

Slovacchia

parlamentare

Voto parlamentare previsto in maggio

2003: adesione

Slovenia

parlamentare

1° febbraio 2005

2003: adesione

Spagna

parlamentare e attraverso referendum consultivo

Il referendum si è svolto il 20 febbraio 2005, con il 76,7% dei voti favorevoli. La ratifica parlamentare è avvenuta il 28 aprile.

no

Svezia

parlamentare

Entro l’estate sarà presentata in parlamento la legge di ratifica, che dovrebbe essere approvata entro la fine del 2005.

1994: adesione 2003: adesione euro (no 56%; sì 42%)

Ungheria

parlamentare

Approvata il 20 dicembre 2004

2003: adesione

Fonte: Procedures planned for the ratification of the European Constitution, in http://europa.eu.int/constitution/ratification_en.htm

 

 

 

 

democrazia nell’Unione europea

di Pierre Jonckheer*

1) Il progetto di Trattato costituzionale definisce un regime politico che si chiama Unione europea. Questo regime non è né quello di un Stato europeo né di un’organizzazione regionale dell’ONU. Dal Trattato che istituì la Comunità economica europea nel 1958 fino ad oggi, l’Unione si è trasformata sia sul piano degli obiettivi e delle competenze sia nel numero di Stati e di popoli che ne fanno parte. Parallelamente all’ultimo allargamento a 10 nuovi Paesi, avvenuto il 1° maggio 2004, una nuova negoziazione si è avviata nel marzo 2002 per concludersi due anni più tardi. Rappresenta anche la quinta importante riforma dei Trattati europei in 20 anni. L’obiettivo politico principale durante i lavori della Convenzione era riesaminare obiettivi e competenze dell’Unione e ridefinire le regole sul voto a maggioranza nel processo decisionale legislativo.

2) Il progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa è il risultato di dibattiti pubblici e di una negoziazione - dov’è stata richiesta l’unanimità per decidere - tra gli eletti dei 25/28 Stati membri, inizialmente in seno alla Convenzione, successivamente nella Conferenza Intergovernativa. Questo processo è durato più di due anni (2002-2004) e durante la Convenzione sono stati depositati oltre 1000 contributi da parte di attori della società civile. La proposta di Trattato è frutto di un accordo, risultato dell’interazione di numerose dinamiche nazionali, culturali e di progetti politici differenti. È dunque necessariamente un compromesso sovranazionale tra le principali forze politiche dell’insieme dei Paesi europei, sia di maggioranza che di opposizione.

3) Questo progetto si sostituisce ai Trattati attuali. L’insieme dei testi è stato riorganizzato, ma tutti gli articoli (448 in totale) non sono stati discussi e ancor meno riscritti. Il progetto di Trattato riprende degli articoli esistenti dal 1958 e le successive riforme. I primi 60 articoli, con l’aggiunta di due protocolli, sono il risultato sostanziale dei lavori della Convenzione.

4) L’Unione è dotata di un quadro giuridico unico, che estende così il campo d’intervento della Corte di Giustizia europea. Nei limiti delle competenze che gli sono attribuite, il progetto conferma il primato del diritto europeo sui diritti nazionali e dunque il carattere sovranazionale dell’ordine legislativo comunitario.

5) Le decisioni e le azioni dell’Unione sono sottomesse a un insieme di diritti e principi fondamentali, dato l’inserimento nel Trattato della Carta dei diritti fondamentali. Inoltre, a seguito del riconoscimento della personalità giuridica propria all’Ue, l’Unione in quanto tale dovrà ratificare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDH, art. I-9) e potrebbe anche - se vi sarà volontà politica - ratificare la Carta sociale rivista del Consiglio d’Europa.

6) Il progetto aumenta la democrazia parlamentare - sia a livello europeo che nazionale - nell’elaborazione di leggi europee e introduce per la prima volta un diritto di iniziativa popolare. La procedura di codecisione (Consiglio e Parlamento) diventa la regola generale (I-34). Il nuovo ruolo accordato ai parlamenti nazionali nel controllo politico ex-ante del rispetto del principio di sussidiarietà per ogni proposta legislativa, offre un nuovo obiettivo alla cooperazione tra parlamenti nazionali.

7) La nuova definizione di maggioranza richiesta per l’adozione di atti legislativi da parte del Consiglio (I-25) è fondata sul doppio criterio degli Stati e della popolazione. Essa rispetta molto di più il "peso" relativo alla popolazione di ogni Stato e si avvicina così al principio "una testa un voto".

8) La società civile è consultata in tutti i campi di azione dell’Unione e l’accesso ai documenti è garantito. La trasparenza dei dibattiti e delle votazioni è assicurata (I-47, I-50, I-52), mentre il ruolo dei partner sociali è confermato nel campo della politica sociale (I-48).

* presidente dell’Osservatorio sociale europeo (OSE) di Bruxelles, vicepresidente del Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo.

BOX

TRE RAGIONI PER VOTARE "SÌ"

Una comunità fondata sui diritti fondamentali

Il progetto di Trattato crea l’Unione come personalità giuridica, permettendole di ratificare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta sociale europea del Consiglio d’Europa. Inoltre, definisce compiutamente e migliora i valori e gli obiettivi dell’Unione, imponendo giuridicamente - elemento innovativo - un principio di coerenza dell’insieme delle politiche dell’Ue in conformità con i suoi valori (III 1).

Una comunità politica democratica

Il progetto di Trattato costituzionale migliora significativamente i Trattati attuali dal punto di vista della democrazia parlamentare e "partecipativa" a livello sovranazionale. Questo processo è lungi dall’essere completato, ma non ha equivalenti a livello mondiale; rappresenta una vittoria unica nella tragica storia dei popoli europei.

Il Trattato definisce un quadro, gli orientamenti politici europei dipendono dalla scelta degli elettori. Sono le maggioranze politiche in seno al Consiglio e al Parlamento - risultanti dalle elezioni nazionali ed europee - che decidono le leggi. L’esempio della proposta di direttiva sul mercato interno dei servizi ("Bolkestein") ne è la dimostrazione eclatante. La legislazione europea può sia favorire una concorrenza senza regole comuni sia creare, al contrario, un mercato unico regolato in termini di norme sociali e ambientali: ciò dipenderà dalle scelte del Consiglio dei ministri e del Parlamento europei.

Unità nella diversità dei popoli europei

Il progetto di Trattato costituzionale è il risultato di una negoziazione politica a 27, lunga e pubblica, sottoposta alla regola del consenso per la Convenzione e all’unanimità per la Conferenza Intergovernativa.

Tenuto conto della situazione politica esistente oggi in Europa, contrassegnata dalla forte presenza di correnti populiste-nazionaliste e da una corrente federalista chiaramente minoritaria, non c’è possibilità di una rinegoziazione "al rialzo". Molte forze politiche nazionali progressiste hanno condiviso a grande maggioranza questa analisi, decidendo di votare a favore del Trattato nei parlamenti nazionali e di sostenere le Campagne per il "sì" dove si svolgono i referendum popolari.