la proposta che minaccia il modello sociale europeo

«Così com’era, non avrebbe avuto successo. Questa è la ragione per la quale la Commissione ha accettato oggi di apportarvi alcune modifiche». È quanto ha dichiarato il 2 febbraio scorso il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, rifernendosi al progetto di “direttiva Bolkestein”.

Presentata nel gennaio 2004 dal commissario alla Concorrenza della precedente Commissione, l’olandese Frits Bolkestein, e annunciata come provvedimento «teso a diminuire la burocrazia e ridurre i vincoli alla competitività nei servizi per il mercato interno», il progetto di direttiva ha incontrato quasi subito l’opposizione e forti critiche da parte di sindacati, associazioni, forze politiche su scala europea. Ciò è avvenuto non tanto perché non fosse riconosciuta la necessità di avere una direttiva sulla libera circolazione dei servizi, quanto piuttosto perché questo progetto di direttiva si presenta inaccettabile per molte ragioni, di metodo e di merito.

Questa contrarietà è emersa nella maggior parte delle audizioni tenutesi al Parlamento europeo nel novembre scorso, dove sono state consultate organizzazioni sindacali, imprenditoriali, associazioni, e altri soggetti ancora. Vediamo le maggiori critiche alla proposta di direttiva:

• data la delicatezza della materia, che riguarda il tema dei servizi, sarebbe stata opportuna una qualche forma di consultazione preliminare, o quantomeno di coinvolgimento, che non è avvenuta in alcun modo, almeno per le forze sindacali e sociali;

• la direttiva esclude i servizi non economici di interesse generale erogati direttamente dai poteri pubblici. Ma è opportuno ricordare che non esistono definizioni precise e comuni di ciò che si intende, ad esempio, per servizi pubblici, servizi di interesse generale, né di servizi economici di interesse generale. Questo è il motivo per cui il campo di applicazione della direttiva sarebbe alla fine assai esteso, applicandosi a «qualsiasi attività economica non salariata che consiste nel fornire una prestazione dietro un corrispettivo economico»;

• infine, il cosiddetto principio del “Paese di origine”. Così come formulato, esso è grave non solo perché consentirebbe di destrutturare il mercato del lavoro, ma anche perché rappresenta la rinuncia ad una qualsiasi forma di armonizzazione e alla definizione di una quadro positivo e comune di regole, qualità, standard dei servizi.

Il segretario generale della Ces, John Monks, preso atto della dichiarazione di Barroso, ha dichiarato: «Si tratta di una buona decisione da parte della nuova Commissione e ci auguriamo di poter lavorare congiuntamente per produrre un nuovo testo che riconosca le preoccupazioni del mondo del lavoro e dei sindacati. Il ruolo dei servizi di interesse generale deve essere rispettato. Questa decisione rappresenta un passo nella giusta direzione per il movimento sindacale, che ha lottato senza riserve contro la direttiva Bolkestein».

Ma, va detto con chiarezza, questo primo risultato non significa che si possano dormire sonni tranquilli. Ad oggi non è ancora chiara la reale portata delle modifiche che la Commissione intende apportare, e neppure se intende “concertarle” con le forze sindacali e sociali. Le “convergenze parallele” che si sono messe in moto contro questa proposta fanno sperare che si possa avere in futuro una direttiva sui servizi di segno profondamente diverso.

Nel prendere atto che un primo risultato è stato raggiunto, si è ritenuto importante offrire in ogni caso ai lettori questo inserto interamente dedicato al progetto di direttiva Bolkestein: conoscere, informarsi, documentarsi offre una maggiore consapevolezza per affrontare le successive tappe. A partire dalle prossime mobilitazioni che comunque si annunciano, per mantenere alta l’attenzione: prima fra tutte la manifestazione europea del 19 marzo a Bruxelles.

 

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RINVIO NON SIGNIFICA RITIRO

«La recente decisione della Commissione europea di accantonare momentaneamente l’iter di approvazione della direttiva Bolkestein, non significa il ritiro della proposta quanto piuttosto una pausa per apportarvi alcune modifiche. Per questo è necessario mantenere alto il livello di attenzione e confermare tutte le mobilitazioni utili alla revisione di una direttiva assolutamente inaccettabile». È quanto afferma Walter Cerfeda, segretario confederale Ces, a cui abbiamo chiesto un aggiornamento sull’iter previsto per la proposta di direttiva e un parere sugli ultimi sviluppi. «L’iter prevedeva un pronunciamento del Parlamento europeo, dove la proposta è in fase di discussione, entro il prossimo giugno, dopodiché la Commissione avrebbe dovuto votarla - ricorda Cerfeda - Ora, la Commissione ha deciso di sospendere l’iter di approvazione per rivedere i contenuti della proposta, ma al momento non è possibile prevedere né in cosa consisteranno le modifiche né tantomeno quali saranno i tempi». Secondo Cerfeda, la decisione di Barroso è stata sicuramente indotta dalle forti contestazioni espresse dalle forze sociali e da alcuni gruppi parlamentari in merito ai contenuti della proposta, ma un ruolo decisivo è stato quello assunto dalla Francia: «La Bolkestein compromette notevolmente le garanzie dei lavoratori e, una sua approvazione, avrebbe rafforzato le ragioni delle forze politiche e sociali che in Francia si oppongono alla ratifica del Trattato costituzionale. In vista del referendum sulla Costituzione europea, il governo francese ha dunque considerato inopportuna una discussione che introducesse anche il capitolo Bolkestein, comunicando la sua ferma opposizione alla Commissione». È quindi ragionevolmente prevedibile, aggiunge il segretario confederale Ces, che l’iter della direttiva sarà sospeso almeno per il periodo in cui si svolgeranno in molti Stati membri dell’Ue i referendum di ratifica del Trattato costituzionale. Ma l’opposizione alla proposta Bolkestein deve continuare, sostiene Cerfeda, perché la direttiva «contraddice uno dei principi fondamentali dell’Unione, cioè quello di superare le differenze e mirare alla coesione tra gli Stati membri: con la Bolkestein, invece, le differenze rimangono inalterate e si spostano semplicemente da un Paese all’altro». Prima di qualsiasi direttiva sul mercato interno dei servizi, conclude Cerfeda, è necessario definire «cosa si intende per servizio pubblico essenziale», cosa che la Bolkestein non fa e sulla quale le forze sociali, sindacali e politiche devono proseguire con l’impegno finora mostrato e mantenere alta l’attenzione.

“Bolkestein”: contenuti e critiche

La proposta di direttiva sui servizi del mercato interno fu presentata dal commissario al Mercato interno, la Fiscalità e l’Unione doganale Frits Bolkestein, liberale olandese, e approvata all’unanimità dalla Commissione europea presieduta da Romano Prodi il 13 gennaio 2004. Il testo fu reso pubblico il 25 febbraio 2004 e inviato al Consiglio e al Parlamento europeo, dov’è rimasto in discussione fino al 2 febbraio scorso, quando il neo-presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha annunciato il “congelamento” della proposta per apportarvi alcune modifiche. Al momento, dunque, l’iter è sospeso e non è possibile prevedere quando e come riprenderà, ma resta il fatto che la proposta è stata solo momentaneamente sospesa e non ritirata, quindi i suoi contenuti rappresentano tuttora la posizione della Commissione finché il testo non sarà eventualmente modificato.

Scritta per inserirsi nel processo di riforme economiche richieste dalla Strategia di Lisbona, la proposta Bolkestein dichiara l’obiettivo di «stabilire un quadro giuridico che elimini gli ostacoli alla libertà di stabilimento dei prestatori di servizi e alla libera circolazione dei servizi tra Stati membri e che garantisca a prestatori e destinatari dei servizi la certezza giuridica necessaria all’effettivo esercizio di queste due libertà fondamentali del Trattato». La proposta copre un’ampia varietà di attività economiche di servizi, considerando come “servizio” «qualsiasi attività economica non salariata che consiste nel fornire una prestazione dietro un corrispettivo economico». Essa riguarda quindi tutti i «servizi di interesse economico generale», tranne alcuni oggetto di deroghe per la loro specificità (servizi postali, servizi di distribuzione di energia elettrica, gas e acqua), alcuni disciplinati da altri strumenti comunitari (comunicazioni elettroniche, servizi di trasporto) e le attività che «costituiscono una partecipazione diretta e specifica all’esercizio dei pubblici poteri». Accogliendo gli indirizzi del General Agreement on Trade in Services (Gats), siglato in ambito Wto, la “Bolkestein” prevede l’applicazione in «ogni settore di attività economica in cui un servizio può essere fornito da un privato». Tra i molteplici servizi la Commissione individua: i servizi di consulenza manageriale e gestionale, di certificazione e di prova, di manutenzione, di sicurezza degli uffici, i servizi nel campo della pubblicità, i servizi di assunzione, comprese le agenzie di lavoro interinale, gli agenti commerciali, i servizi di consulenza giuridica o fiscale, i servizi legati al settore immobiliare, i servizi di costruzione e di architettura, la distribuzione, l’organizzazione di fiere, il noleggio di auto, i servizi di sicurezza, i servizi del settore turistico, i servizi audiovisivi, i centri sportivi e i parchi d’attrazione, i servizi ricreativi, i servizi legati alla salute, i servizi a domicilio, come l’assistenza agli anziani. In ogni caso, si legge nella proposta, «la direttiva non compromette la libertà degli Stati membri di definire quali essi ritengano essere servizi di interesse generale e le modalità del loro funzionamento».

Ma proprio sulla mancanza di una definizione chiara di cosa si intenda per “servizio di interesse generale” e sul principio di fondo della proposta, che relega l’interesse generale al gioco della concorrenza anziché basarlo sulla garanzia e sulla qualità dei servizi, si concentrano le molteplici critiche espresse negli ultimi mesi. Altri due elementi della proposta al centro delle contestazioni sono il principio del Paese d’origine (art. 16), secondo cui i prestatori di servizi sono soggetti «esclusivamente alle disposizioni nazionali dello Stato membro d’origine», e quello relativo al distacco dei lavoratori (art. 24), che dà allo Stato dove la prestazione è svolta potere di verifica e ispezione ma non quello di «imporre obblighi al prestatore o al lavoratore». Anche rispetto a queste norme le critiche sono dure: «invito aperto all’abuso e alla manipolazione» secondo la Ces, con effetti negativi nelle aree europee non armonizzate e tentazione per i Paesi con regole severe di mitigarle per essere competitivi. Inoltre è denunciato il rischio di smantellamento delle norme che regolano il mercato del lavoro e, più in generale, del cosiddetto “modello sociale europeo”, ai danni dei lavoratori e dei fruitori dei servizi.

Secondo molte organizzazioni della società civile, poi, la “Bolkestein” non esclude esplicitamente né la sanità né la previdenza sociale dal suo campo di applicazione, provocando la deregulation e la privatizzazione dei servizi sanitari e riducendo il rapporto tra paziente e personale curante a una relazione di tipo cliente-fornitori. Insomma, osservatori politici, sindacali e sociali considerano questa proposta di direttiva un sorta di attacco finale al “modello europeo”, che sacrifica i diritti dei cittadini agli interessi economici del mercato.

Secondo l’europarlamentare belga Anne Van Lancker (gruppo socialista), relatrice nella commissione parlamentare Affari sociali, esistono solo due possibilità per il futuro della “Bolkestein”: o il suo ritiro da parte della Commissione, oppure «pesanti modifiche» della Commissione stessa e dell’Europarlamento che escludano dal campo di applicazione della direttiva i servizi d’interesse economico generale.

 

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FERMIAMO BOLKESTEIN: PETIZIONE DELLE ONG EUROPEE

Contro la direttiva Bolkestein si sono mobilitati numerosi gruppi, organizzazioni e associazioni di tutta Europa, che hanno lanciato una Campagna e redatto una petizione europea (che riportiamo di seguito), cui si può aderire collegandosi al sito web http://www.stopbolkestein.org

NO a un’Europa dell’arretramento sociale

A seguito dell’iniziativa dell’ex commissario europeo Frits Bolkenstein (liberale olandese), è attualmente in discussione un progetto di direttiva (legge europea) sulla libera circolazione dei servizi in seno all’Unione europea. Tale direttiva europea, se sarà adottata, avrà come conseguenza che tutti i servizi forniti dai 25 Stati membri dell’Ue saranno considerati come prodotti economici ordinari. Di conseguenza, settori essenziali, quali la cultura, l’istruzione, le cure sanitarie e tutti i servizi relativi ai sistemi nazionali di protezione sociale potranno essere soggetti alle stesse forme di concorrenza economica delle merci. Un tale cambiamento implica inevitabilmente un deterioramento dei sistemi legali legati alle pensioni, all’assistenza sociale o alla copertura delle cure sanitarie a vantaggio dei sistemi privati. Significa altresì la deregolamentazione dei nostri sistemi educativi e la fine di tutte le forme di diversità culturale. Inoltre, l’applicazione di questa direttiva comporterà la rimessa in discussione dei diritti dei lavoratori, così come sono garantiti dalle leggi nazionali dei Paesi dell’Ue. Dal marzo 2004, alcuni partiti politici e diverse istanze nazionali ed europee (associazioni, sindacati e così via) hanno suonato il campanello di allarme, chiedendo la mobilitazione delle forze progressiste per lottare contro questo progetto di direttiva sinonimo di regressione sociale. Nonostante le proteste, una larga maggioranza degli Stati membri sembra essere favorevole all’adozione rapida di questo progetto di direttiva. Si tratta di una decisione per la quale l’umanità non è stata interpellata e nessun governo, e con maggior ragione nessun partito politico, può impedire da solo l’adozione di questa direttiva. Solo una forte mobilitazione della società civile in seno all’Unione europea potrà quindi impedire un tale cambiamento. Occorre agire in fretta.

Vi invitiamo a dire chiaramente NO a un’Europa della regressione sociale firmando la petizione e facendo circolare il presente messaggio.

 

PROPOSTA DI DIRETTIVA SUL MERCATO INTERNO DEI SERVIZI

LE ATTIVITÁ COMPRESE

- Un’ampia varietà di attività economiche di servizio quali: servizi alle imprese (contabilità, consulenza gestionale, agenzie di pubblicità, agenzie dell’impiego); servizi forniti sia alle aziende sia ai consumatori (consulenza legale o fiscale, servizi immobiliari, costruzione, attività commerciali e fieristiche, autonoleggi, agenzie di viaggio, servizi di sicurezza); servizi al consumatore (servizi sanitari, servizi domestici, audiovisivi, e del tempo libero).

- Non sono compresi: servizi a carattere non economico (istruzione statale) o servizi esplicitamente esclusi (trasporti e servizi finanziari).

COSA INTENDE FARE LA DIRETTIVA

Facilitare l’insediamento (es.: quando un fornitore di servizi intende stabilirsi in uno Stato membro)

Facilitare la fornitura transfrontaliera di servizi (es.: quando un fornitore di servizi con sede in uno Stato membro - Sm - si sposta temporaneamente in un altro Sm)

Migliorare la qualità dei servizi

Instaurare un sistema di collaborazione amministrativa tra gli Stati membri

Rafforzare i diritti degli utenti dei servizi

La proposta prescrive: - semplificazione amministrativa, es.: lo “sportello unico”, presso il quale i fornitori di servizi possono adempiere alle procedure amministrative, possibilità di farlo con mezzi elettronici; - valutazione degli schemi di autorizzazione la cui formulazione deve essere non discriminatoria, trasparente e comprensibile; - rimozione delle restrizioni formali chiaramente incompatibili con la libertà di insediamento, che possono ancora esistere in certi Stati membri (es.: discriminazione in base alla nazionalità o dimostrazione della capacità economica); - valutazione di un ulteriore pacchetto di restrizioni allo scopo di stabilire la loro compatibilità con la libertà d’insediamento.

La proposta prescrive: - l’applicazione del principio del Paese d’origine (PdO), in base al quale il fornitore di servizi che intende fornirli in un altro Sm dovrà osservare solo la legge del Paese in cui ha la sua sede legale. Gli Sm non possono porre restrizioni all’ingresso di servizi transfrontalieri di un fornitore con sede in un altro Sm; - un sistema di deroghe a tale principio (es.: contratti con gli utenti, qualifiche professionali, gioco d’azzardo); - specifiche regole per i distacchi dei lavoratori e cioè: (i) deroga al PdO per assicurare che, nello Sm in cui il lavoratore è trasferito, sono rispettate le condizioni di lavoro in base alla direttiva sui Distacchi dei lavoratori; (ii) la rimozione di certi requisiti amministrativi particolarmente onerosi per le Pmi (es.: dichiarazione preliminare).

La proposta prescrive: - armonizzazione mirata riguardante in particolare le informazioni ai consumatori, assicurazione di indennità professionale, attività multidisciplinari, composizione delle controversie; - promozione di misure atte ad elevare la qualità quali certificazione volontaria, certificazione di qualità; - promozione di codici di condotta redatti dalle parti interessate, a livello comunitario, riguardanti in particolare le comunicazioni commerciali (pubblicità) da parte delle professioni regolamentate.

La proposta prescrive: - obblighi di mutua assistenza tra le autorità nazionali, compresi gli scambi di informazioni; - un sistema di preavviso riguardo ai fornitori disonesti che possano provocare gravi rischi alla salute e alla sicurezza delle persone; - ripartizione dei compiti di supervisione tra gli Sm in caso di attività transfrontaliere; - cooperazione più stretta in caso di mobilità dei lavoratori; - collaborazione tra le camere di commercio e artigianato.

La direttiva prescrive: - i destinatari hanno diritto di usare i servizi di altri Sm senza discriminazioni da parte delle autorità pubbliche o operatori privati; - chiarezza sui diritti dei pazienti al rimborso delle spese sanitarie sostenute in un altro Sm, sulla base dei criteri stabiliti dalla Corte di Giustizia; - un meccanismo per fornire assistenza ai destinatari di un servizio che viene erogato da un fornitore con sede in un altro Sm.

le preoccupazioni della Ces

Un invito aperto ad abusi e manipolazioni e una minaccia per il modello sociale europeo la proposta di direttiva Bolkestein secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces). Una proposta che, anziché favorire l’armonizzazione, induce una competizione tra regimi degli Stati membri e una corsa al ribasso, a discapito di lavoratori, consumatori e ambiente. A illustrare la netta contrarietà della Ces alla proposta Bolkestein è stata la segretaria confederale Catelene Passchier, nel corso dell’audizione tenuta al Parlamento europeo l’11 novembre 2004. «La Ces è molto preoccupata per alcuni provvedimenti chiave previsti nella proposta di direttiva e ammonisce che essi potrebbero accelerare la deregolamentazione, intaccare gravemente i diritti e la tutela dei lavoratori e danneggiare l’erogazione di servizi essenziali ai cittadini europei» ha dichiarato Passchier. Pur riconoscendo gli sforzi intrapresi dalla Commissione per migliorare l’efficienza del mercato interno attraverso la riduzione degli oneri amministrativi e la creazione di punti di contatto per gli erogatori di servizi, la Ces ritiene la proposta Bolkestein «gravemente viziata, dato che rischia di mettere in pericolo gli accordi collettivi, i codici di lavoro nazionali e il successo del modello sociale europeo».

la “cornice” di Lisbona

Secondo la Ces, nella proposta della Commissione mancano la dimensione sociale e una valutazione dell’impatto delle ricadute sociali ed occupazionali. Se da un lato la proposta riconosce la difficoltà di fornire una stima globale affidabile degli effetti causati dalle barriere ai servizi presenti nell’economia europea, dall’altro afferma che verranno creati milioni di posti di lavoro. Le ricerche sindacali evidenziano però che le precedenti liberalizzazioni hanno comportato lo smantellamento dei posti di lavoro esistenti e l’erosione della coesione sociale. Occorre inoltre un’analisi più dettagliata, sostengono i sindacati europei, che specifichi il tipo di servizi che si prevede vengano danneggiati o avvantaggiati, in termini di crescita occupazionale, dall’eliminazione delle barriere. Ad esempio, per quanto concerne i servizi sanitari è molto opinabile affermare che la direttiva possa portare dei vantaggi. Nel Rapporto su “L’occupazione in Europa nel 2004”, pubblicato dalla DG Occupazione nel settembre 2004, è scritto che «la chiave per aumentare l’occupazione nei servizi risiede nella creazione di posti di lavoro relativamente ben retribuiti e ad alta produttività, come i servizi aziendali, l’istruzione e i servizi sanitari e sociali» e che «i tassi di crescita dell’occupazione nella maggioranza degli Stati membri dell’Ue hanno superato quelli registrati negli Usa». Dunque, commenta la Ces, per come sono organizzati attualmente i servizi sanitari hanno già successo nel creare posti di lavoro, in molti casi qualificati e ben retribuiti: se questa è già la realtà, perché metterla a rischio adottando un provvedimento che potrebbe indurre una corsa al ribasso? Secondo la Ces si può trarre vantaggio da questo successo, non aumentando la concorrenza bensì investendo nella formazione e aumentando il sostegno pubblico.

servizi di interesse generale

La Ces ritiene che la Commissione debba consultare la società civile in materia di libertà dei servizi sociali, cioè dei sistemi di protezione sociale, di servizi sanitari, di edilizia sociale, di assistenza a lungo termine, istruzione, assistenza sociale, prima di proporre misure che riguardino il loro funzionamento. Il progetto di direttiva può costringere gli Stati membri ad abolire norme e può ostacolarli nel pianificare il futuro di questi servizi, inducendo una liberalizzazione. Secondo la Ces, materie quali l’assistenza sanitaria e agli anziani sono troppo importanti perché vengano lasciate in balia del mercato: le autorità pubbliche devono essere in grado di esercitare un controllo e possono avere leggi che promuovano i servizi di interesse economico generale. In materia di servizi sanitari, l’erogazione di tali servizi è sostanzialmente legata alla sicurezza sociale in tutti gli Stati membri e ricade sotto la sola responsabilità delle autorità nazionali. Tali servizi, dichiara la Ces, appartengono a una politica di sanità pubblica che viene definita dagli Stati membri e non può essere assimilata a una mera libertà di erogazione di servizi.

principio del Paese d’origine

«L’adozione del principio del Paese d’origine per gli erogatori di servizi oltre confine è un invito aperto all’abuso e alla manipolazione» ammonisce la Ces secondo cui, invece di promuovere una concorrenza leale (il principale motivo dell’armonizzazione), l’applicazione del principio del Paese di origine può indurre effetti estremamente negativi nelle aree che non sono armonizzate a livello europeo. Tali misure incoraggerebbero gli erogatori di servizi a insediarsi (ufficialmente o attraverso società di copertura) negli Stati membri dell’Ue con aliquote fiscali più contenute, requisiti ambientali più carenti e minore tutela dei diritti dei lavoratori. D’altro canto, i Paesi con le norme di tutela più severe si sentirebbero obbligati a mitigarle per rimanere competitivi. Inoltre, aggiunge la Ces, il principio del Paese di origine, lungi dal conseguire una situazione chiara, trasparente e coerente per le società in termini di quadro normativo applicabile, genera nuova confusione e nuove complessità giuridiche, oltre a consentire a diversi regimi nazionali di coesistere nello stesso Paese ospite, il che potrebbe comportare la sovrapposizione di 25 norme nazionali. Ciò renderebbe pressoché impossibile l’applicazione della legge e inviterebbe apertamente gli Stati membri a entrare in una competizione di regimi dannosa per i lavoratori, i consumatori e l’ambiente.

diritto del lavoro

Nonostante le assicurazioni della Commissione, la Ces è convinta che la proposta di direttiva affronti questioni inerenti il diritto del lavoro in modo ampio e assolutamente inaccettabile. L’effetto combinato dell’articolo 16 (principio del Paese d’origine) e dell’articolo 17 (esclusione della direttiva sul distacco e libertà delle parti di scegliere la legge applicabile al loro contratto) potrebbe consistere nel fatto che, in tutte le situazioni di erogazione di servizi oltre confine in cui siano coinvolti i lavoratori (la maggior parte delle situazioni) e in cui non sia applicabile la direttiva 96/71, possa essere applicata la legge del Paese d’origine o la legge scelta dalle parti. «Ciò comporterebbe un’oltraggiosa violazione del diritto del lavoro e dei sistemi di contrattazione collettiva degli Stati membri dell’Ue» dichiara la Ces, secondo cui anche il diritto pubblico del lavoro potrebbe essere messo in dubbio, come le disposizioni relative all’orario di lavoro e in materia di sanità e sicurezza che nella maggior parte degli Stati membri hanno validità territoriale.

«Forse la Commissione non aveva pensato a queste ricadute, ma allora perché non rendere esplicito sin dall’inizio che il diritto del lavoro e la legge applicabile ai contratti di lavoro non sono inclusi e non appartengono al campo coordinato?» si chiedono i sindacati europei che esprimono un sospetto: ciò potrebbe indicare l’intenzione di trovare un modo indiretto per affrontare il diritto del lavoro e le pattuizioni collettive come barriere al libero mercato dei servizi.

agenzie interinali

La Ces ritiene che il progetto di direttiva sui servizi non sia il luogo adatto per affrontare la questione delle agenzie di lavoro temporaneo, soprattutto non per gli aspetti particolari del monitoraggio, della supervisione e applicazione che continuano ad essere necessari in un settore che è così esposto a possibili abusi e raggiri. Il progetto di direttiva sulle agenzie interinali dovrebbe affrontare la questione in modo equilibrato, sostiene la Ces, considerando anche la Convenzione 181 dell’Oil (adottata nel 1997 con il sostegno dei “vecchi” Stati membri dell’Ue), che consente espressamente sistemi di autorizzazione e supervisione per far sì che gli Stati membri possano proteggere i propri mercati del lavoro e promuovere un lavoro interinale di buona qualità.

contrattazione collettiva

Nel suo primo Rapporto sullo stato del mercato interno (2002), la Commissione aveva espresso il parere che la contrattazione collettiva potrebbe essere un ostacolo per l’ulteriore sviluppo del mercato interno dei servizi: «Il fatto che questo parere sia stato espresso allora è già di per sé estremamente preoccupante» dichiara la Ces.

Sebbene il progetto di direttiva non affronti espressamente le pattuizioni collettive, la Confederazione europea è molto preoccupata per diversi aspetti del testo che potrebbero mettere in pericolo i sistemi di relazioni industriali e la contrattazione collettiva negli Stati membri e potrebbero interferire con i diritti fondamentali, come la libertà di associazione e la contrattazione collettiva e il diritto di adottare azioni nel campo delle relazioni industriali.

 

BOX 1

UNI EUROPA:
ESCLUDERE LE AGENZIE INTERINALI

La categoria del commercio e servizi è la principale interessata dalla proposta di direttiva Bolkestein, che riguarda appunto il mercato interno dei servizi. Così, nel corso dell’audizione presso il Parlamento europeo lo scorso 11 novembre, il segretario regionale di UNI Europa, Bernadette Ségol, ha espresso parere critico sui contenuti della proposta. Secondo UNI Europa, in particolare, le agenzie di lavoro temporaneo devono essere escluse dall’ambito di applicazione della direttiva perché:

• La creazione di agenzie interinali dovrebbe essere regolamentata a livello nazionale in un quadro giuridico europeo armonizzato. Non vi dovrebbero essere pressioni volte a una deregolamentazione.

• L’applicazione del progetto di direttiva, nella sua attuale formulazione, semplificherebbe molto lo sfruttamento e il dumping sociale.

• Se gli Stati membri applicassero sistemi di autorizzazione ecc. alle proprie agenzie nazionali ma non a quelle straniere, la concorrenza tra gli operatori nazionali e non nazionali risulterebbe sleale e potrebbe comportare una deregolamentazione aggressiva.

• Se diventasse troppo facile registrare un’agenzia interinale, imprenditori senza scrupoli creerebbero agenzie nei Paesi in cui le condizioni per la costituzione non sono sufficientemente sviluppate. Questi spudorati imprenditori potrebbero pertanto sfruttare i lavoratori anche di Paesi terzi, sia a livello nazionale che inviandoli all’estero, con una protezione sociale e occupazionale insufficiente.

• L’articolo 15 della direttiva sottoporrebbe gli Stati membri a pressioni affinché deregolamentino le proprie condizioni di istituzione, inducendo un’armonizzazione verso il basso delle condizioni insediative.

• L’assenza di valide proposte sulla supervisione renderebbe pressoché impossibile il controllo delle condizioni di lavoro dei lavoratori temporaneamente distaccati, aprendo la porta ad un ampio sfruttamento e al dumping sociale.

 

BOX 2

BEUC: GARANTIRE LA PROTEZIONE DEI CONSUMATORI

Nel novembre 2004, anche il Bureau Européen des Unions de Consommateurs (Beuc), cioè l’Organizzazione europea dei consumatori, ha espresso il suo parere sulla proposta di direttiva Bolkestein. Ne riportiamo di seguito i punti di commento generale.

1) Beuc accoglie favorevolmente la proposta di direttiva. La rimozione o la riduzione del numero di ostacoli ingiustificati, o non necessari, alla libera circolazione dei servizi dovrebbe tradursi in un incremento della concorrenza e in maggiori possibilità di scelta per i consumatori.

2) Tuttavia, non tutti gli “ostacoli” sono da considerarsi negativi; alcuni svolgono una funzione protettiva nei confronti dei consumatori, particolarmente necessaria in caso di servizi forniti all’estero. Simili restrizioni non dovrebbero dunque essere eliminate, a meno che non vengano sostituite da provvedimenti di pari efficacia.

3) È necessario consultare e coinvolgere, a livello nazionale così come comunitario, le organizzazioni dei consumatori nella valutazione degli “ostacoli” che si interpongono alla libera circolazione dei servizi.

4) Siamo fortemente favorevoli all’esclusione dei contratti con i consumatori dal campo di applicazione generale del principio del Paese d’origine. Tuttavia, tale esclusione è da riferirsi unicamente ai contratti con i consumatori, e non alle azioni e attività svolte precedentemente alla conclusione di un contratto. Sarebbe eccessivo affermare che tutte le regole pre-contrattuali applicabili siano quelle del Paese d’origine, perché ciò equivarrebbe a scavalcare la legislazione in materia di protezione del consumatore vigente nel suo Paese.

5) Pur comprendendo la logica alla base del principio del Paese d’origine in un mercato unico, sussistono notevoli dubbi circa la sua effettiva utilità nel prevenire o impedire abusi particolari, o nel dirimere controversie specifiche. Il divario tra la teoria e la pratica potrebbe rivelarsi significativo.

6) Le disposizioni relative a informazione, divulgazione e risarcimento sono ben accette, ma non sufficienti, soprattutto in materia di risarcimento. Ai fornitori di servizi all’estero dovrebbe essere richiesto di sottoscrivere piani di risarcimento indipendenti ed efficaci: un piccolo prezzo da pagare per poter trarre beneficio da un mercato più aperto.

7) Le disposizioni relative ai codici di condotta rappresentano il trionfo della speranza sull’esperienza. Inoltre, essi stentano a tradursi in una maggior armonizzazione, giacché producono effetti differenziati nei diversi Stati membri.

8) La liberalizzazione del mercato dei servizi deve essere preceduta da un’efficace attuazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali.

9) Alla luce della presente proposta, che riguarda i servizi in generale, la proposta pertinente alle promozioni di vendita risulta superflua.

10) Un miglioramento sostanziale delle leggi in materia di sicurezza dei servizi, e di disponibilità dei medesimi, è un prerequisito fondamentale per l’apertura del mercato interno.

11) L’effetto della direttiva sulle regolamentazioni internazionali private non è chiaro.

 

BOX 3

GIUDIZIO FAVOREVOLE
DEGLI IMPRENDITORI EUROPEI

Tra i pochi giudizi favorevoli espressi in merito alla proposta di direttiva della Commissione c’è quello degli imprenditori europei, che l’hanno accolta favorevolmente «concordando pienamente con l’approccio suggerito». L’Unice rappresenta le piccole, medie e grandi aziende private europee, di cui circa la metà opera nel settore terziario. Le aziende di piccole e medie dimensioni costituiscono la maggior parte delle società di servizi e, sottolinea l’Unice, «sono particolarmente colpite dalla mancanza di trasparenza delle condizioni in cui si trovano a esercitare le proprie attività negli altri Stati membri nonché dagli ostacoli che impediscono loro di utilizzare i servizi di fornitori che hanno sede in altri Paesi». L’Unice ha accolto con particolare favore: la semplificazione degli oneri amministrativi che si otterrebbe tramite la creazione di sportelli unici; l’identificazione e la valutazione delle normative nazionali che si oppongono alla costituzione di aziende e alla fornitura di servizi a livello transfrontaliero; l’attuazione del principio del Paese di origine; i provvedimenti che derogano al principio del Paese di origine e, in particolare, quelli relativi alla direttiva sul distacco dei lavoratori; l’approccio dell’attuazione in fasi successive e la possibilità di armonizzazione, le possibili alternative e i metodi di regolamentazione su base volontaria come i codici di condotta. Gli unici appunti sollevati dall’organizzazione degli imprenditori riguardano: il campo d’applicazione della direttiva, con la richiesta di una più chiara indicazione su quali servizi sono compresi e quali esclusi; maggiori garanzie sull’effettiva possibilità di controllo del Paese ospitante sulla qualità e il contenuto dei servizi; la garanzia che, in merito al distacco dei lavoratori, lo Stato membro ospitante «sia responsabile dello svolgimento sul proprio territorio delle verifiche, ispezioni e indagini necessarie per garantire la conformità con le condizioni lavorative e occupazionali applicabili conformemente alla direttiva 96/71/EC e sia responsabile dei provvedimenti presi, in base alla legislazione comunitaria, nei confronti dei fornitori di servizi che non adempiono agli obblighi connessi a tali condizioni».

contrari i sindacati italiani

Della proposta di direttiva Bolkestein, delle sue implicazioni sul mercato del lavoro e sul modello sociale europeo, abbiamo parlato con i membri delle segreterie nazionali dei sindacati confederali italiani: Titti Di Salvo, della Cgil nazionale, e Mario Sepi, della Cisl nazionale; l’intervista a Carmelo Cedrone, della Uil nazionale, sarà pubblicata sul prossimo numero di “euronote”.

La proposta di “direttiva Bolkestein” sta seguendo l’iter istituzionale comunitario, cosa ne pensate?

Di Salvo: Il giudizio che la Cgil ha espresso sulla direttiva Bolkestein è nettamente negativo sia per i suoi contenuti, dunque per gli effetti che produrrebbe sulle condizioni materiali delle persone che il sindacato rappresenta, ma anche per la «distanza di ispirazione e cultura politica tra essa e ciò che si intende per modello sociale europeo».

Sepi: La mia lettura politica della direttiva deriva dall’analisi dei suoi contenuti. Ritengo che si tratti di una direttiva ideologica, e se non si vuole utilizzare questo termine per la sua valenza politica, per lo meno astratta. Essa infatti non è accompagnata da una valutazione di impatto sul piano sociale, economico e ambientale, si estende in quasi tutti i settori, senza considerare le loro peculiarità e infine trascura quasi completamente il ruolo della negoziazione tra i partners sociali. Ecco perché ritengo che sia stata una specie di messaggio finale “ideologico” del commissario poco prima di lasciare la sua funzione. Tuttavia, aprire il mercato dei servizi in Europa è essenziale per almeno tre motivi: il primo è il completamento del mercato unico, che non può essere limitato solo ai prodotti; il secondo è che alcuni settori preferenziali (notai, commercialisti, dentisti etc.) sfruttano gli sbarramenti normativi a livello nazionale usufruendo così di una forte rendita di posizione; infine, perché una liberalizzazione corretta dei servizi, che contribuiscono con il 20% al Pil comunitario, avrà un forte impatto sulla crescita economica nell’Ue.

Quali sono, a vostro parere, gli effetti concreti dell’entrata in vigore di una direttiva come questa?

Di Salvo: L’applicazione della direttiva determinerebbe nei singoli Paesi europei la destrutturazione delle regole che presiedono al mercato del lavoro, alla contrattazione collettiva, alla qualità e modalità di offerta dei servizi sociali, alla garanzia di impatto ambientale. La somma dei principi posti in essere lungo tutta la direttiva (il principio del Paese d’origine, la nuova disciplina del distacco dei lavoratori) farebbe sì che in nessun Paese europeo esista certezza di diritto e di diritti, né per le condizioni di lavoro né per la qualità dei servizi. Infatti, ai lavoratori di un Paese (ad es. uno dei nuovi Stati membri) che andassero a lavorare con la propria azienda in un Paese diverso (ad es. in Italia), si applicherebbe il contratto di lavoro del Paese d’origine, unico peraltro titolare delle possibilità di controllo sulle modalità di applicazione di quelle regole. Come effetto della direttiva, dunque, si produrrebbe dumping sociale generalizzato, perché risulta evidente la convenienza delle imprese a ricercare persone con il costo del lavoro più basso. D’altra parte la direttiva, che ha lo scopo dichiarato di eliminare gli ostacoli alla liberalizzazione dei servizi nel mercato interno europeo, non fa nessuna distinzione tra di essi e in sostanza non ci sono servizi esclusi con chiarezza dall’ambito di applicazione, anzi rientrano nella normativa servizi pubblici primari come l’acqua, la sanità, l’istruzione ecc.

Sepi: I rischi principali sono legati in particolare a due aspetti, quelli relativi al “principio del Paese di origine” e quello riguardante il “distacco dei lavoratori”, con effetti evidenti sia di dumping sociale sia di destrutturazione del mercato del lavoro. Peraltro la direttiva, così com’è, a mio parere è anche inapplicabile perché non è possibile destrutturare completamente il mercato del lavoro dei singoli Paesi! La Commissione e la presidenza lussemburghese hanno già dichiarato che è necessario cambiarla, al Parlamento europeo il dibattito in corso tende a inserire emendamenti radicali; il Comitato economico e sociale europeo (Cese), da parte sua, ha redatto un parere che si muove nella stessa direzione ed è stata la prima istituzione a esprimersi per una profonda revisione. In questa situazione è perciò difficile valutare quale sarà la configurazione futura della direttiva e perciò il suo impatto.

Nonostante se ne cominci a parlare, la portata reale di questa direttiva è ancora poco conosciuta. Come pensate di informare e mobilitare il mondo del lavoro e la società civile in Italia?

Di Salvo: È di vitale importanza la diffusione delle informazioni. Con questa convinzione, la Cgil ha votato un documento dettagliato di commento alla direttiva nel suo organismo più alto (il direttivo nazionale), lo ha diffuso e ha promosso una Campagna d’informazione a questo proposito in tutte le sue strutture. È parte della nostra iniziativa la collaborazione con altri soggetti della società civile per una raccolta di firme contro la direttiva, così come la partecipazione alla manifestazione europea indetta dalla Ces il 19 marzo sugli stessi obiettivi.

Sepi: Ovviamente va fatto un maggiore sforzo per far conoscere a lavoratrici e lavoratori, ma anche alla società civile, i rischi di questa direttiva. Occorre più consapevolezza, e per questo la Cisl si impegna alla riuscita della manifestazione del 19 di marzo indetta dal sindacato europeo.

Il presidente della Commissione europea ha recentemente espresso la disponibilità a rivedere il testo. Credete nella possibilità reale che la direttiva, se non ritirata, sia almeno profondamente modificata?

Di Salvo: L’opinione negativa sulla direttiva è ormai ampiamente diffusa. Le condizioni per una sua modifica sono però tutte da verificare. La disponibilità avanzata dal presidente della Commissione in questo senso è importante, ma bisognerà giudicarla concretamente. Per quanto riguarda le obiezioni che insieme alla Ces muoviamo, non si tratta di obiezioni di dettaglio, ma riguardano l’impianto generale della direttiva e i suoi due strumenti principali: il principio del Paese d’origine e la nuova disciplina sul distacco dei lavoratori.

Sepi: La dichiarazione di Barroso, che dà disponibilità alla modifica del testo, è un primo risultato, dovuto alla mobilitazione sindacale e di altre forze politiche e sociali. Credo però sia presto per cantar vittoria, anche se ho sempre avuto l’impressione che questa fosse una direttiva “canto del cigno”, per i motivi sopra esposti, per la forte opposizione trasversale che si è creata, e forse neanche Bolkestein stesso pensava potesse essere approvata così com’era. Credo sia necessaria una profonda modifica sui punti principali. Ad esempio, il principio del Paese di origine, qualora restasse, deve essere legato a un’armonizzazione delle legislazioni
o almeno a una proposta “de minimis”.

 

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OXFAM: È IN GIOCO IL MODELLO DI SOCIETÀ

«La proposta Bolkestein è pericolosa, perché rimette in discussione un modello di società che i Paesi fondatori dell’Ue e alcuni altri si sono sforzati di costruire. Se non siete disposti a rispedire il testo ai suoi autori, sforzatevi almeno di renderlo compatibile con questo modello di società senza cui l’Europa perderebbe tutta la propria specificità». Con queste parole si è rivolto alla commissione per il Mercato interno dell’Europarlamento Raoul Marc Jennar, ricercatore della sezione belga dell’Ong Oxfam, durante l’audizione dello scorso 11 novembre. Una relazione competente e dettagliata quella di Jennar, di cui per motivi di spazio segnaliamo solo alcuni passaggi principali.

• La proposta di direttiva tende a imporre ai 25 Stati membri dell’Ue quanto disposto dagli accordi Gats in sede Wto. Ciò implica un trasferimento delle competenze dagli Stati membri alla Commissione: essa non sarà più tenuta a coinvolgere gli Stati nell’elaborazione delle offerte di liberalizzazione dei servizi durante le negoziazioni del Gats, ponendo fine alla libera scelta degli Stati. Inoltre, la posizione negoziale della Commissione nell’attuazione del Gats ne uscirà rafforzata, perché potrà disporre a piacimento della quasi totalità dei settori dei servizi europei.

• Per giustificare la pertinenza delle disposizioni, la proposta si affida alla giurisprudenza della Corte di Giustizia europea. Ma è la legge che fa il diritto, i magistrati si limitano ad applicarla: questo è il fondamento della democrazia nella stragrande maggioranza dei Paesi europei.

• La proposta attacca la capacità operativa dei poteri pubblici locali e, con il pretesto della semplificazione amministrativa, sopprime elementi importanti dell’autonomia regionale. Concedendo un totale potere di controllo alla Commissione, viola il principio di sussidiarietà previsto dai Trattati e non consolida la necessaria armonizzazione in materia fiscale, sociale e ambientale.

• Rende inapplicabile la direttiva sul distacco dei lavoratori e mette fine al potere degli Stati membri di verificare, e pertanto garantire, il rispetto delle legislazioni e normative che tutelano i lavoratori contro le varie forme di abuso da parte dei datori di lavoro.

• Non esclude esplicitamente né la sanità né la previdenza sociale dal suo campo di applicazione, provoca la deregulation e la privatizzazione dei servizi sanitari e riduce il rapporto tra paziente e personale curante a una relazione di tipo cliente-fornitori.

• Ci si trova davanti a una scelta di società: i poteri pubblici possono continuare a esercitare in Europa una funzione operativa oppure devono limitarsi, come vorrebbe la proposta di direttiva, a un minimo ruolo regolatore? L’economia di mercato non garantisce né eguaglianza di diritti né parità di accesso e trattamento né coesione sociale.

 

 

 

PER SAPERNE DI PIÙ: ALCUNI SITI WEB UTILI

http://www.stopbolkestein.org/

sito della Campagna europea lanciata da associazioni, movimenti e organizzazioni sindacali contro il progetto di direttiva. È possibile aderire on line (anche in italiano).

http://www.etuc.org

sito della Confederazione europea dei sindacati (Ces-Etuc). Nella sezione “risoluzioni” contiene tutte le posizioni assunte sul tema della libera circolazione dei servizi e sul progetto di direttiva (in francese e inglese).

http://www.europa.eu.int/eur-lex/it/com/pdf/2004/com2004_0002it02.pdf

il testo integrale della proposta di direttiva sui servizi del mercato interno, inviata dalla Commissione europea al Parlamento e al Consiglio europei il 25 febbraio 2004.

http://www.europarl.eu.int/comparl/imco/services_directive/050111_workingdocument_empl_it.pdf

sezione del sito del Parlamento europeo (Pe). Contiene il documento di valutazione della commissione parlamentare per l’Occupazione e gli Affari sociali sul progetto di direttiva (in italiano).

http://www.europarl.eu.int/hearings/20041111/imco/contributions_en.htm

sezione del sito del Pe. Contiene tutte le posizioni (non in lingua italiana) dei soggetti (sindacati, associazioni, imprenditori ecc.) consultati sul progetto di direttiva in occasione dell’audizione all’Europarlamento l’11 novembre 2004 (alcuni dei testi in italiano sono disponibili presso la redazione di “euronote”).

http://www.europarl.eu.int/comparl/imco/services_directive/background8_cm11_it.pdf

sezione del sito del Pe. Contiene il documento della commissione parlamentare per il Mercato interno e la Protezione dei consumatori, con tabelle esplicative sintetiche sull’argomento, in particolare sull’applicazione del principio del Paese di origine e del distacco dei lavoratori (in italiano).

http://www.delegazionepse.it/canali/mercato_consumatori/documenti/dettaglio.asp?id_doc=7133

sezione del sito della delegazione italiana al gruppo Socialista del Parlamento europeo (Pse). Contiene articoli, interviste e materiali sull’argomento (in italiano).

http://europa.eu.int/scadplus/leg/it/lvb/l23014.htm

indirizzo al portale dell’Unione europea, con una presentazione sintetica delle motivazioni che hanno portato al progetto di direttiva (in italiano).

http://europa.eu.int/prelex/detail_dossier_real.cfm?CL=it&DosId=188810

indirizzo al portale dell’Unione europea, sezione procedure interistituzionali, che descrive il percorso legislativo della proposta di direttiva dal momento della sua presentazione (in italiano).

http://www.europa.eu.int/comm/internal_market/en/services/services/index.htm

sezione dedicata ai servizi, sul sito della Direzione Generale Mercato Interno della Commissione europea.

http://www.esc.eu.int/

sito del Comitato economico e sociale europeo (Cese). Contiene il parere definitivo sul progetto di direttiva.

http://italia.attac.org/spip/rubrique.php3?id_rubrique=86

sezione del sito dell’organizzazione Attac, contenente ampia documentazione sulla proposta di direttiva, articoli, commenti e il testo della proposta Bolkestein.