occupazione

Rapporto 2004 sull’occupazione nell’Ue

Pubblichiamo di seguito una sintesi del Rapporto sull’occupa-zione nell’Unione europea che la Commissione europea ha reso noto alla fine del settembre scorso e che analizza la situazione occupazionale dell’Ue nel quadro internazionale, individuan-do gli elementi essenziali che caratterizzano il mercato del lavoro europeo e i fattori che possono permettere all’Ue di per-seguire gli obiettivi indicati dalla Strategia di Lisbona.

L’intero Rapporto è disponibile all’indirizzo web:

http://europa.eu.int/comm/employment_social/news/2004/sep/eie2004_en.html

 

lenta crescita economica dell’Unione eu-ropea nel 2003

La ripresa economica mondiale ha proseguito la sua accelerazione nel 2003, con una crescita relativamente for-te negli Stati Uniti e in Giappone. L’andamento dell’economia statunitense si è intensificato nel terzo e quarto trimestre 2003, traducendosi in una crescita finale annuale del 3,1%, rispetto al 2,2% dell’anno precedente. Contemporaneamente, si è osservata una netta accelerazione in Giappone con una crescita del 2,5% del Pil nel 2003 rispetto a una crescita negativa dello 0,3% nel 2002. L’Unione europea allargata a 25 Stati membri ha invece osservato una diminuzione della sua crescita economi-ca, stabilizzatasi nel 2003 allo 0,8% mentre era stata dell’1,1% l’anno precedente.

l’aumento dell’occu-pazione nell’Ue è stato limitato…

Nel 2003 anche la crescita dell’occupazione è stata limitata nell’Ue a 25. Il rallentamento della crescita occupa-zionale, iniziato nel primo semestre 2001, ha fatto registrare una pausa nell’ultimo trimestre 2002 per ripren-dersi poi moderatamente nel 2003. Per tutto l’anno, la crescita occupazionale è stata quasi statica fissandosi sullo 0,2%, mentre il tasso di disoccupazione è cresciuto fino al 9,1% (8,1% nell’Ue a 15) contro l’8,8% del 2002.

…e inferiore a quelli registrati negli Stati Uniti e in Giappone

Negli Stati Uniti, il mercato del lavoro ha mostrato segni di miglioramento più marcati nel 2003, che coincidono con la ripresa dell’economia statunitense. Dopo il calo dei due anni precedenti, infatti, l’occupazione è aumentata dello 0,9%. Tuttavia, anche la disoccupazione ha continuato a crescere fino a raggiungere il 6% annuale, contro il 5,8% del 2002. Nello stesso tempo, la diminuzione continua della popolazione in età lavorativa in Giappone ha comportato una nuova diminuzione dell’occupazione, ad un ritmo tuttavia inferiore a quello registrato negli ultimi anni.

si è aggravata la situa-zione occupazionale per giovani, persone a bassa qualifica, lavo-ratori del settore indu-striale e disoccupati di lunga durata

Anche se, contrariamente a Stati Uniti e Giappone, i livelli complessivi di occupazione nell’Ue non hanno mostrato segni di declino nel periodo 2000-2003, i mercati del lavoro europei hanno fatto registrare alcuni ele-menti di deterioramento, in particolare nel settore industriale, per i giovani e per le persone con bassi livelli di qualifica professionale. Inoltre, la disoccupazione di lunga durata nell’Unione europea appare di nuovo in crescita e ha raggiunto il 4% nel 2003 (3,3% nell’Ue a 15), che rappresenta un mutamento di tendenza rispetto all’abbassamento progressi-vo osservato particolarmente nel periodo 1998-2001.

gli andamenti del mer-cato del lavoro sono stati disuguali nell’Ue: tassi di crescita nega-tivi in numerosi Stati membri…

Nel 2003 le prestazioni in materia d’occupazione sono state disuguali nell’Unione europea a 25. Quasi la metà degli Stati membri ha registrato una crescita negativa. In Paesi come la Repubblica Ceca, la Finlandia, i Paesi Bassi e la Svezia, la crescita dell’occupazione ha registrato un’inversione di tendenza nel corso dell’anno pas-sando a indici negativi. In Belgio, Danimarca, Germania, Polonia, Portogallo e Slovenia, la crescita negativa già registrata nel 2002 è proseguita nel 2003, mentre in Francia ha segnato una battuta d’arresto nell’ultimo trime-stre 2003.

…in contrasto con la crescita positiva del-l’occupazione superio-re all’1% in altri Stati

D’altra parte, invece, 10 Stati membri hanno registrato una crescita positiva del tasso di occupazione oltre l’1%. In particolare in Spagna, dove è rimasta relativamente forte con valori intorno al 2% mostrando segnali di una ripresa moderata. In Italia si è registrata una crescita vicina all’1%, pur se in discesa rispetto ai precedenti elevati livelli. La crescita occupazionale è stata superiore all’1% anche in Estonia, Grecia, Irlanda, Ungheria, Lettonia, Lituania, Lussemburgo e Repubblica Slovacca.

restano limitate le prospettive di crescita occupazionale

Malgrado il miglioramento previsto nell’attività economica generale, il rallentamento economico prolungato conosciuto in Europa all’inizio del XXI secolo continua a pesare sugli andamenti del mercato del lavoro, impli-cando soltanto una crescita limitata dell’occupazione per il 2004 e il 2005. Ciò deve essere considerato quando si valutano le prospettive occupazionali dell’Ue rispetto agli obiettivi e alla crescita dei tassi di occupazione formulati nella Strategia di Lisbona e nella Strategia europea per l’occupazione.

 

 

 

quanto sono distanti gli obiettivi di Lisbona

 

obiettivi stabiliti nella Strategia europea per l’oc-cupazione

L’andamento dell’occupazione è una componente chiave della Strategia di Lisbona che mira a rendere l’Ue l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e di una maggiore coesione sociale. Le linee guida per l’occupazione hanno fissato tre obiettivi generali e complementari: piena occupazione; qualità e produttività del lavoro; coesione e integrazione sociali. Inoltre hanno integrato gli obiettivi sui tassi d’occupazione per il 2010 formulati dai Consigli di Lisbona e Stoccolma nel 2000/2001: 70% complessivo, più del 60% fra le donne e 50% per i lavoratori anziani.

nel 2003 il tasso medio complessivo di occupazio-ne nell’Ue è rimasto stabile attorno al 63% e al 55% per le donne, mentre ha supe-rato il 40% per le persone più anziane

Rispetto a questi obiettivi, il tasso d’occupazione generale nell’Ue a 25 è rimasto leggermente inferiore al 63% nel 2003 (64,3% nell’Ue a 15). L’aumento marginale, solo lo 0,1% nel 2003, è stato molto inferiore a quelli annuali osservati dalla fine degli anni Novanta fino al 2001, e ciò è dovuto principalmente ai livelli registrati per quanto concerne l’occupazione femminile: -0,3% in media per un tasso complessivo del 55% (56% nell’Ue a 15), mentre il tasso di occupazione maschile è sceso al 70,8% (72,6% nell’Ue a 15). Come già nel 2002, il tasso di occupazione per le persone tra i 55-64 anni di età è cresciuto notevolmente, con un incremento dell’1,5% circa, raggiungendo un tasso complessivo del 40,2% nel 2003 (41.7% nell’Ue a 15). La situazione occupazionale per i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni si è invece general-mente deteriorata negli ultimi tre anni nell’Ue.

i bassi tassi d’occupazione delle donne, dei lavoratori anziani e dei lavoratori poco qualificati sono sin-tomo di problemi struttu-rali nei mercati del lavoro europei

Nonostante gli aumenti nei tassi d’occupazione nel periodo 1997-2002 e i miglioramenti strutturali nel-l’andamento del mercato del lavoro degli ultimi anni Novanta (come indicato dalla riduzione del tasso di disoccupazione al netto dell’inflazione), gli aumenti relativamente forti nella disponibilità di forza lavoro e la continuativa capacità di recupero dell’occupazione anche in fase di rallentamento dell’economia, gli Stati membri dell’Ue mostrano problemi strutturali del mercato del lavoro. Questi includono bassi tassi di occupazione, in particolare per le donne, i lavoratori anziani e le persone poco qualificate professio-nalmente, così come le disparità regionali persistenti nei tassi d’occupazione e disoccupazione.

 

 

UE 2003: indicatori-chiave sull’occupazione

totale

uomini

donne

Popolazione totale (migliaia)

451.337

220.288

231.050

Popolazione 15-64 anni

302.532

151.264

151.268

Occupazione totale (migliaia)

199.636

112.614

87.024

Popolazione occupata 15-64 anni

190.219

107.029

83.193

Tasso di occupazione (% popolazione 15-64 anni)

62,9

70,8

55,0

Tasso di occupazione (% popolazione 15-24 anni)

36,7

39,5

33,7

Tasso di occupazione (% popolazione 25-54 anni)

76,5

85,1

67,7

Tasso di occupazione (% popolazione 55-64 anni)

40,2

50,3

30,8

Lavoro autonomo (% su totale occupati)

15,6

18,6

11,8

Lavoro part-time (% su totale occupati)

17,1

6,6

30,5

Contratti a termine (% su totale occupati)

12,9

12,2

13,7

Occupati nei servizi (% su totale occupati)

69,2

58,4

82,0

Occupati nell’industria (% su totale occupati)

25,5

35,5

13,7

Occupati in agricoltura (% su totale occupati)

5,2

6,1

4,3

Tasso di attività (% popolazione 15-64 anni)

69,3

77,4

61,2

Tasso di attività (% popolazione 15-24 anni)

45,0

48,5

41,3

Tasso di attività (% popolazione 25-54 anni)

83,2

91,8

74,5

Tasso di attività (% popolazione 55-64 anni)

43,1

53,8

32,9

Disoccupazione totale (migliaia)

19.039

9.766

9.273

Tasso disoccupazione (% forza lavoro >15 anni)

9,1

8,3

10,0

Tasso disoccupazione giovanile (% forza lavoro 15-24 anni)

18,3

18,1

18,6

Tasso disoccupazione lunga durata (% forza lavoro)

4,0

3,6

4,5

Tasso disoccupazione giovanile (% popolazione 15-24 anni)

8,1

8,6

7,7

 

Fonte: Commissione europea, Rapporto occupazione 2004; dati Eurostat

ulteriori progressi verso la realizzazione degli obiettivi sui tassi d’occupazione per il 2010 dipenderanno in gran parte dall’attuazione di riforme nel mercato del lavoro…

Nel complesso, sembra che l’UE sia ancora lontana dagli obiettivi di Lisbona. Nel 2003,I tassi d’occupa-zione complessivi per donne e lavoratori anziani sono inferiori di 7, 5 % e 10 punti percentuali rispetto agli obiettivi fissati per il 2010. L’eliminazione dei questi divari dipenderà molto dalla messa in atto di ulteriori riforme del mercato del lavoro per migliorare considerevolmente le prospettive occupazionali di donne, lavoratori anziani e persone poco qualificate e per promuovere la creazione di posti di lavoro nel settore dei servizi. È inoltre necessario combattere i recenti aumenti della disoccupazione dei giovani e di quella di lunga durata.

…che favoriscano nel con-tempo il miglioramento della qualità e della produt-tività del lavoro e incorag-gino la coesione sociale e l’integrazione

Alla lentezza dei progressi realizzati verso la piena occupazione corrispondono tendenze deludenti nella produttività e nel potenziale di rafforzamento dell’integrazione sociale e della coesione regionale, non-ché nel miglioramento della qualità del lavoro, come indicato dalla comunicazione della Commissione “Migliorare la qualità del lavoro”. I limitati progressi compiuti nella realizzazione della Strategia di Lisbo-na - e lo sviluppo della società della conoscenza, in particolare portando le spese di ricerca e sviluppo al 3% del Pil - esigono anche che tali riforme sostengano i miglioramenti della qualità e della produttività del lavoro e incoraggino l’integrazione e la coesione sociali.

le politiche prioritarie a questo proposito sono state identificate dal Gruppo europeo di esperti sull’oc-cupazione e dalle Linee guida per l’occupazione 2003-2006

Il Rapporto 2004 sull’occupazione nell’Ue conferma che la globalizzazione, il cambiamento tecnologico e l’integrazione economica, da un lato, e il rapido invecchiamento della popolazione, dall’altro, stanno influenzando sempre di più lo stile di vita delle persone che vivono e lavorano in Europa, così come in-fluenzano le modalità di produzione di beni e servizi. L’analisi del Rapporto sostiene l’appello lanciato dal Consiglio europeo nella primavera del 2004 agli Stati membri per intraprendere un’azione decisiva in quattro zone specifiche, evidenziate dalla task-force sull’occupazione europea: migliorare l’adattabilità di lavoratori e imprese; attrarre più persone nell’occupazione e rendere il lavoro un’opzione reale per tutti; investire di più e più efficacemente nel capitale umano; migliorare la messa in atto delle riforme per una migliore “governance”. Gli Stati membri devono quindi continuare a promuovere le politiche in conformità alle Linee guida per l’occupazione 2003-2006 e attuare quanto indicato dalle raccomandazioni specifiche relative a ogni Paese.

priorità d’azione: indi-catori-chiave dei tassi di occupazione; differenze fra Paesi dell’occupazione nei servizi; uscita da lavori a bassi salari e precari; effetti di globalizzazione, esterna-lizzazione e delocalizzazio-ne sull’occupazione

I vari capitoli tematici del Rapporto 2004 richiamano la maggior parte di questi temi fornendo fonda-mentali analisi: in primo luogo, gli indicatori-chiave dei tassi d’occupazione e il ruolo delle istituzioni e delle politiche attive nel mercato del lavoro, in particolare nella determinazione dello sviluppo del tasso d’occupazione globale (capitolo 2); in secondo luogo, sviluppo e natura della differenza fra Ue e Usa in materia di occupazione nel settore dei servizi e i fattori determinanti le differenze delle strutture occupazionali nei diversi Paesi (capitolo 3); gli indicatori-chiave delle dinamiche occupazionali, del mercato del lavoro e dell’uscita da lavori a bassi salari e precari, in particolare del ruolo delle varie for-me di investimento nel capitale umano (capitolo 4); una discussione sugli effetti dell’esternalizzazione, della delocalizzazione e della globalizzazione sull’occupazione (capitolo 5).

importanti le politiche attive del mercato del lavoro

spiegazione dell’evoluzione complessiva dei tassi di occupazione nel periodo 1997-2002

Tra i potenziali indicatori-chiave degli andamenti del mercato del lavoro figurano: il livello di fiscalità sul lavoro, le caratteristiche di negoziazione dei contratti collettivi e del meccanismo di regolazione; i sistemi d’indennità di disoccupazione; il livello e la composizione delle Politiche attive del mercato del lavoro (Paml). Una valutazione di tali politiche esige maggior comprensione delle probabili interazioni fra i dif-ferenti insiemi di servizi e politiche - interazioni in grado di rafforzare o annullare gli effetti. I risultati di questa valutazione basata su analisi econometriche, tuttavia, dipendono dalla scelta metodo-logica e devono essere interpretati con attenzione.

gli incrementi dell’occupazione a tempo parziale e del volume di spesa per le politiche attive del mercato del lavoro han-no contribuito ad aumen-tare il tasso di occupazione

L’apertura agli scambi è un indicatore-chiave della crescita occupazionale, probabilmente attraverso lo sviluppo, ma anche le politiche occupazionali hanno la loro importanza. Gli aumenti del numero di contratti a tempo parziale e del volume di spesa per le Paml (percentuale del Pil dedicato alle Paml rispetto al numero di persone senza impiego) sono due dei fattori più importanti nel determinare l’aumento del tasso di occupazione. Fra le diverse categorie di spesa per le Paml, le spese dedicate alle misure in favore dei giovani e dei servizi pubblici per l’impiego hanno il maggior effetto positivo sul tasso di occupazione.

 

prendendo in considera-zione i potenziali rapporti con altre politiche e ser-vizi, tutte le categorie di spesa per le Paml hanno un impatto positivo sul tasso di occupazione

Se si considerano i rapporti tra le differenti categorie di Paml, tutte sembrano avere un impatto positivo sul tasso d’occupazione. Tuttavia, quelle che riguardano le spese per servizi pubblici all’impiego e per misure in favore dei giovani mostrano risultati più evidenti rispetto alle spese per la creazione diretta di occupa-zione e per formazione. Se si considera il rapporto tra le spese per le Paml e il tasso di compensazione lordo (una misura delle prestazioni di disoccupazione e di sicurezza sociale rispetto al reddito del lavoro), l’effetto del volume di spesa per le misure in favore dei giovani è più rilevante nei Paesi dove il tasso di compensa-zione è relativamente alto. Al contrario, l’effetto positivo della formazione è leggermente ridotto nei Paesi dove il tasso di compensazione è elevato.

al contrario, i cambiamenti nel cuneo fiscale non sem-brano avere a lungo termi-ne effetti sull’occupazione

Nel periodo 1997-2000, il cuneo fiscale medio (non ponderato) per l’Ue a 15 è diminuito di circa un punto per-centuale. Tuttavia, mentre è probabile che, per ragioni microeconomiche, il cuneo fiscale sia particolarmente dannoso per le persone poco qualificate, l’evoluzione dello stesso, nel complesso, non ha effetti significativi a lungo termine sui risultati relativi all’occupazione, probabilmente perché può nascondere un’evoluzione com-pensatrice degli elementi che lo costituiscono, in particolare i contributi per la sicurezza sociale versati dai datori di lavoro, dai lavoratori e l’imposta sul reddito. Tra i differenti elementi del cuneo fiscale, le quote dei contributi versati dai datori di lavoro per la sicurezza sociale sembrano avere un’incidenza sul tasso di occupazione.

gli effetti sull’occupazione delle Paml e dell’evoluzione del cuneo fiscale o del tasso di sostituzione dipendono anche dal livello di coordi-namento della negoziazione

La risposta occupazionale alle Paml e all’evoluzione delle variabili strategiche è influenzata dal livello di coordinamento della contrattazione. Quando la contrattazione è decentrata o centralizzata, l’andamento del-l’occupazione tende a essere meno influenzato dall’evoluzione della pressione fiscale o del tasso di compen-sazione (tasso di sostituzione più adeguamento salariale), rispetto ai sistemi dove la negoziazione si effettua a livello settoriale. Per le Paml, effetti significativi sul tasso d’occupazione sono stati osservati nei sistemi dove la contrattazione si esercita a livello settoriale o centralizzato, ma non in quelli dove è decentrata.

le politiche attive e la si-curezza sociale devono favorire la capacità di adat-tamento dei lavoratori

Per contribuire a mantenere la fiducia dei produttori e dei consumatori e assicurare una protezione effi-cace dei lavoratori, è necessaria una protezione contro i rischi della disoccupazione e in materia di redditi. Queste misure sono un elemento importante della reazione alla situazione economica attuale, ma devono tradurre la necessità di adeguamenti del mercato del lavoro più velocemente che in passato.

 

Ue e Usa a confronto: le differenze occupazionali

 

si è ridotto lo scarto oc-cupazionale rispetto agli Stati Uniti nel settore dei servizi, ma si può suppor-re l’esistenza di un forte potenziale di creazione occupazionale ancora non sfruttato nell’Ue

Un altro sintomo, spesso citato, della debolezza strutturale dei mercati del lavoro europei è il divario con gli Stati Uniti nel livello di occupazione nel settore dei servizi. Nonostante nel periodo 1998-2003 un miglior andamento occupazionale nei servizi e un’evoluzione meno sfavorevole nell’industria abbiano ridotto considerevolmente il divario occupazionale tra Unione europea e Stati Uniti, questi ultimi con-tinuano a registrare un tasso di occupazione più elevato nei servizi (55,4%), ma più debole nell’industria (12,6%), rispetto agli Stati membri dell’Ue. Il divario ancora esistente tra Europa e Stati Uniti nel settore dei servizi, maggiore per quanto riguarda le donne e i lavoratori anziani, porta a dedurre che in tale setto-re nell’Ue ci sia un forte potenziale non sfruttato di creazione di occupazione.

il divario in termini oc-cupazionali riguarda sia settori o professioni alta-mente qualificati ad alta rimunerazione, sia settori o professioni poco produttivi e poco rimunerati

A livello settoriale, il divario tra Unione europea e Stati Uniti in termini di occupazione è rilevante sia nei settori poco qualificati che in quelli altamente qualificati: ad esempio in quelli a scarsa remunerazione come il commercio all’ingrosso e al dettaglio, alberghi e ristorazione, ma anche nei settori ad alto livello di qualifiche e di remunerazione come i servizi immobiliari e alle imprese, l’insegnamento e i servizi sanitari e sociali. Questa considerazione vale anche per quanto concerne il divario tra Ue e Usa nelle va-rie professioni: è più elevato per i lavoratori dei servizi e i venditori, da un lato, e per impiegati e quadri, dall’altro.

l’esperienza degli Usa permette di identificare il potenziale di creazione occupazionale nell’Ue, ma non costituisce necessaria-mente un riferimento per l’Europa

Il paragone fra gli andamenti dei mercati del lavoro europeo e statunitense può aiutare a identificare il potenziale di creazione di occupazione disponibile in Europa nel suo complesso, ma anche in alcuni Sta-ti membri dell’Ue esistono esperienze positive che possono servire da riferimento. Nel 2003, ad esempio, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito hanno superato gli Usa in termini di tasso d’occupazione. La Svezia in particolare, ma anche il Regno Unito, hanno registrato, come gli Stati Uniti, forti tassi di nuo-va occupazione in settori molto e poco qualificati, ma soprattutto nei settori a elevato livello di qualifica-zione e retribuzione come i servizi alle imprese, l’educazione, i servizi alla salute e sociali.

tra Ue e Usa le differenze strutturali dell’occupazione derivano dai diversi modelli di consumo e dalla struttu-ra finale della domanda

Le differenze di struttura dell’occupazione fra Europa e Stati Uniti sono in larga misura strutturali poiché riflettono differenze sostanziali nei modelli di consumo delle famiglie e nella composizione della doman-da finale. Si evidenziano in particolare per gli aumenti inferiori della domanda finale registrati nell’Unio-ne europea rispetto agli Stati Uniti. La forte progressione della domanda di servizi negli Usa risulta in larga misura dalla maggiore partecipazione al mercato del lavoro di donne e lavoratori anziani.

 

non trova invece riscontro l’opinione secondo cui le differenze sono dovute sia a migliori prospettive occupazionali negli Usa per le persone con scarse qualifiche…

Non esiste invece una prova certa e inequivocabile a sostegno della percezione classica secondo cui le differenze strutturali dell’occupazione tra Ue e Usa sono dovute principalmente alla struttura salariale europea più rigida o alle condizioni di produttività più favorevoli nell’Ue che impedirebbero alle persone a bassa qualificazione di entrare nel mercato del lavoro. Le informazioni relative ai titoli di studio formali e i test di scrittura-lettura comparabili a livello internazionale indicano che, sul piano occupazionale, la condizione delle persone poco qualificate è più sfavorevole negli Usa rispetto all’insieme degli Stati membri dell’Ue.

…sia a strutture troppo rigide dei salari nell’Ue, che ridurrebbero il volume dell’occupazione a bassa qualifica e poco remunera-ta nel settore dei servizi

Si osserva anche che le strutture dei salari sono molto simili tra i diversi Paesi e non costituiscono dun-que un fattore determinante degli andamenti occupazionali. In particolare negli Usa, è certo che gli aumenti di occupazione nei servizi sono stati accompagnati da forti aumenti dei relativi salari, ma nulla indica che le imprese abbiano ridotto i livelli di occupazione in risposta all’elevato livello dei salari in un dato settore. Al contrario, le imprese tendono a reagire con adattamenti a lungo termine che portano quei settori ad alto livello di remunerazione a diventare sempre più produttivi. Si può quindi dubitare di quanto le attuali strutture dei salari costituiscono uno stimolo adeguato per l’offerta di manodopera e favoriscono la creazione di lavoro nei servizi, particolarmente nei settori ad alta tecnologia e a forte in-tensità di conoscenza.

maggior domanda d’occu-pazione nell’industria che nei servizi

Nell’Unione europea si osserva che la domanda nei settori dell’industria e dei servizi ha un effetto particolare sull’occupazione nei servizi. In alcuni casi, i dati disponibili fanno pensare che la domanda nell’industria abbia un effetto più evidente sull’occupazione nei servizi che non la domanda nei servizi stessi.

un reale mercato interno dei servizi, un’aumentata partecipazione di donne e lavoratori anziani al mer-cato del lavoro e un con-tributo pubblico in settori quali l’educazione e i servi-zi socio-sanitari, permette-ranno di sfruttare meglio il potenziale d’occupazione nei servizi

L’effettivo sviluppo del mercato interno dei servizi e la rimozione degli altri ostacoli a una maggiore integrazione dei vari mercati europei dei servizi, contribuiranno a creare le condizioni di base ne-cessarie allo sviluppo del settore dei servizi nell’Unione europea. Per rispondere in modo specifico alla prosecuzione della ristrutturazione delle economie europee, la chiave dell’aumento occupazio-nale nei servizi è la creazione di impieghi in settori dove, in termini di confronto, le retribuzioni e la produttività sono più elevati, come i servizi alle imprese, l’educazione e i servizi alla salute e sociali. Per fare ciò, devono essere sfruttati gli effetti esistenti della domanda di prodotti nell’industria sul-l’impiego nei servizi, ed è necessario un aumento della domanda finale di servizi. In quest’ottica, è essenziale il riorientamento della spesa pubblica in settori come l’educazione e i servizi socio-sani-tari, che contribuirà ad accelerare la progressione della partecipazione delle donne e degli anziani al mercato del lavoro.

istruzione e formazione contro precariato e bassi salari

 

è importante che l’aumen-tata flessibilità offerta dalla crescente diversità dei tipi di contratti…

La diversità delle disposizioni contrattuali caratterizza sempre più i mercati europei del lavoro perché ne facilita l’accesso. Le imprese ricorrono in primo luogo ai lavori temporanei, per far fronte alle incertezze e alle fluttuazioni cicliche della domanda o per selezionare i lavoratori.

…si accompagni a un livel-lo di sicurezza adeguato, che favorisca sia il miglio-ramento della produttività e della qualità del lavoro sia l’inclusione sociale

Tuttavia, come sottolineato dalla task-force europea per l’occupazione, le forti variazioni dell’accesso al mercato del lavoro o alle opportunità di progressione di carriera possono portare un mercato del lavoro a due velocità, dove gli “avviati” beneficiano di alti livelli di protezione per il proprio posto di lavoro e di possibilità di carriera e i “non avviati” sono reclutati attraverso forme contrattuali alternative. Per mi-gliorare la produttività e la qualità del lavoro, come per favorire l’integrazione sociale, è allora essenziale che la flessibilità si accompagni ad un adeguato grado di sicurezza, mirato a garantire la possibilità delle persone a restare e progredire sul mercato del lavoro.

i mercati del lavoro europei si distinguono per un ele-vato tasso di permanenza, anche per chi esce da un impiego temporaneo…

Un’analisi sui mercati del lavoro europei della dinamica dei lavori precari a bassa retribuzione indica un elevato tasso di transizione. Circa un terzo delle persone che hanno un impiego precario trova un impie-go più stabile solamente dopo un anno. Tuttavia, è anche vero che, dopo sei anni - la prospettiva massi-male autorizzata dai dati disponibili - circa il 16% delle persone inizialmente a contratto precario restano sempre nella stessa situazione e, ciò che è più inquietante, il 20% è uscito dalla vita lavorativa attiva più di tutte le altre categorie di lavoratori.

…o da un impiego a basso salario, ma il rischio di lasciare la vita lavorativa attiva resta molto elevato in ambedue i casi

Sebbene l’incidenza dei bassi salari non sembra essere aumentata nell’Ue nella seconda metà degli anni Novanta, essa resta attorno al 15%; l’aumento risulta evidente in Germania e nei Paesi Bassi. La dinamica di entrata e uscita da un impiego a basso salario è simile a quella del lavoro temporaneo, con una permanenza più elevata nel primo rispetto al secondo. Il 44% delle persone che occupano impieghi a basso salario riescono ad aumentare la loro remunerazione in modo da superare la soglia di basso stipendio, ma solamente dopo una media di 7 anni. In compenso, il 30% di coloro che rece-piscono bassi salari non lavora più dopo 7 anni, con una probabilità di uscita dal mercato del lavoro superiore di quasi 13 punti percentuali rispetto a coloro che percepiscono da subito una remunera-zione elevata.

le modalità di transizione sono molto variabili da uno Stato membro all’altro

Le transizioni sul mercato del lavoro osservate in un anno nell’Ue sono molto variabili da uno Stato membro all’altro. La probabilità di passare dalla disoccupazione o dall’inattività a un lavoro è partico-larmente debole in Belgio, Grecia, Italia e Lussemburgo, mentre la probabilità di uscire dal mercato del lavoro è relativamente elevata in Germania e in Spagna. Insieme a Francia, Grecia e Finlandia, la Spagna si distingue per uno dei tassi di transizione più basso da un impiego temporaneo a uno permanente. Peraltro, sono la Germania e il Regno Unito che offrono la minor possibilità di superare la soglia di basso stipendio alle persone poco remunerate. Le transizioni verso il lavoro appaiono relativamente agevoli in Danimarca, Finlandia e Regno Unito, mentre il passaggio da un impiego temporaneo a uno permanente è più frequente in Austria, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. È più facile uscire da lavori a basso salario in Belgio, Finlandia e Portogallo.

donne, persone a bassa qualifica e lavoratori an-ziani occupano non solo una posizione più debole sul mercato del lavoro, ma hanno anche minor proba-bilità di migliorarla

Le donne, le persone poco qualificate, le persone anziane e, in certa misura, i giovani sono esposti al ri-schio di essere in posizione debole sul mercato del lavoro, sia in termine di contratti precari che di bassi salari, ma hanno anche minor probabilità di migliorare la loro situazione sul mercato del lavoro rispetto agli altri gruppi. I lavoratori anziani occupano generalmente una miglior posizione rispetto ai giovani in termini di remunerazione e di contratto, ma, quando occupano un impiego temporaneo o a basso sala-rio, hanno le maggiori difficoltà a restare o progredire sul mercato del lavoro.

qualificazione e formazione si rivelano efficaci per trova-re lavoro, offrono a precari e basso salariati la possibilità di evitare la disoccupazione e di migliorare il livello di qualità del lavoro

La qualificazione e i corsi di formazione sono particolarmente efficaci per facilitare l’entrata nel mercato del lavoro. Tuttavia, per quanto riguarda i cambiamenti in corso di attività, la formazione nel lavoro è fortemente legata alla probabilità di passare da un lavoro temporaneo a uno permanente. Per ciò che ri-guarda l’uscita da un lavoro poco remunerato, la formazione sul posto di lavoro ha, in un anno, maggior incidenza sui cambiamenti rispetto ai corsi di formazione, mentre questi ultimi giocano un ruolo più im-portante sui cambiamenti a lungo termine, e ciò lascia intravedere una miglior funzione delle formazioni che portano a una qualifica riconosciuta.

maggior equilibrio tra fles-sibilità e sicurezza contri-buirà a migliorare produt-tività e qualità del lavoro e a favorire l’integrazione sociale

L’azione in favore della flessibilità sul mercato del lavoro può riuscire soltanto se associata a un grado adeguato di sicurezza per i lavoratori per ciò che concerne la loro capacità a rimanere e progredire sul mercato del lavoro. I lavoratori temporanei e i lavoratori poco rimunerati, spesso poco qualificati, sono maggiormente esposti allo stato di disoccupazione, all’inattività e ai bassi salari, cosa che indica un rischio di segmentazione del mercato del lavoro. Un contributo fondamentale è portato dalle politiche attive del lavoro, in particolare i servizi pubblici all’impiego e la formazione continua, per facilitare l’en-trata e la progressione sul mercato del lavoro.

costi e benefici della globalizzazione

aumentata integrazione economica e accelerata globalizzazione si traduco-no in guadagni generali

Nello scorso decennio e all’inizio dell’attuale, le economie europee si sono sempre più integrate - in par-ticolare a seguito dell’allargamento dell’Unione europea avvenuto quest’anno - e la mondializzazione ha avuto una forte accelerazione. La globalizzazione ha effetti positivi e negativi, ma, nel complesso, si manifesta in guadagni globali per lavoratori e consumatori, in particolare in termini di mercati integrati, miglioramento dei legami commerciali e allocazione di prodotti e qualifiche che si traducono in prospet-tive di crescita a lungo termine.

l’integrazione europea può essere considerata come una “mini-globalizzazione”, ma finora non ha avuto al-cun effetto sulla crescita di occupazione e salari

I precedenti allargamenti dell’Ue non hanno avuto generalmente influenza sui salari o sull’occupazione, né hanno generato un afflusso massiccio di migranti. Nel caso del recente allargamento, gli scambi e i movimenti dei fattori potrebbero avere un’incidenza sulle regioni limitrofe dei Paesi dell’Europa centrale e orientale e sui settori specifici più esposti alla penetrazione delle importazioni a partire da questi Paesi. Tali effetti potrebbero essere ulteriormente amplificati dall’assenza di mobilità della manodopera tra settori, regioni e Paesi. Tuttavia, l’effetto sull’occupazione e sui salari dovrebbe essere nel complesso trascurabile.

la crescente importanza dei Tic e dei servizi all’impiego potrebbe accelerare ulte-riormente le ristrutturazio-ni e le delocalizzazioni

La ristrutturazione del settore manifatturiero che risulta dall’incremento della produttività o dall’evolu-zione tecnologica è un processo continuo e progressivo. È probabile che, in un futuro prossimo, si pro-durranno variazioni più improvvise e brusche a causa dei Tic e dei servizi connessi, ciò che in generale accelererà in parte il ritmo delle ristrutturazioni e in particolare delle delocalizzazioni.

gli effetti distributivi ine-guali di queste evoluzioni possono essere attenuati da adeguate politiche di adat-tamento

Affinché la globalizzazione abbia un effetto positivo per tutti, essa deve essere affiancata da politiche di adattamento che aiutino i lavoratori esclusi, unite ad un investimento elevato e continuo in capitale umano e in meccanismi efficaci di adeguamento delle qualifiche. Queste politiche possono contribuire a trasformare la generale sensazione di insicurezza in una percezione di possibilità di sviluppo dei per-corsi professionali più diversificati a livello individuale. Anche i sistemi di protezione sociale devono essere meglio adattati all’evoluzione dell’ambiente economico prodotto da una globalizzazione acce-lerata.

 

 

UE 2003: tasso di occupazione negli Stati membri e progressi verso i parametri di Lisbona e Stoccolma

Tasso di occupazione totale

Tasso di occupazione femminile

Tasso di occupazione dei lavoratori con più di 55 anni d’età

2003

Gap target 2010

Variaz. 2002-2003

Variaz. 1998-2003

2003

Gap target 2010

Variaz. 2002-2003

Variaz. 1998-2003

2003

Gap target 2010

Variaz. 2002-2003

Variaz. 1998-2003

BE

59,6

10,4

-0,3

2,2

51,8

8,2

0,4

4,2

28,1

21,9

1,5

5,2

CZ

64,7

5,3

-0,7

-2,6

56,3

3,7

-0,7

-2,4

42,3

7,7

1,5

5,2

DK

75,1

>

-0,8

0,0

70,5

>

-1,2

0,3

60,2

>

2,3

8,2

DE

64,8

5,2

-0,6

0,9

58,8

1,2

-0,1

3,0

39,3

10,7

0,6

1,6

EE

62,9

7,1

0,9

-1,7

59,0

1,0

1,1

-1,3

52,3

>

0,7

2,1

EL

57,9

12,1

1,2

2,4

43,9

16,1

1,4

3,7

42,3

7,7

2,6

3,3

ES

59,7

10,3

1,3

8,5

46,0

14,0

1,9

10,2

40,8

9,2

1,1

5,7

FR

62,8

7,2

0,0

2,6

56,7

3,3

0,2

3,6

36,8

13,2

2,1

8,5

IE

65,4

4,6

-0,2

4,8

55,8

4,2

0,2

6,8

49,0

1,0

1,9

7,3

IT

56,1

13,9

0,6

4,1

42,7

17,3

0,7

5,4

30,3

19,7

1,4

2,6

CY*

69,2

0,8

0,6

3,5

60,4

>

1,3

6,9

50,4

>

1,0

1,0

LV

61,8

8,2

1,4

1,9

57,9

2,1

1,1

2,8

44,1

5,9

2,4

7,8

LT

61,1

8,9

1,2

-1,2

58,4

1,6

1,2

-0,2

44,7

5,3

3,1

5,2

LU*

63,1

6,9

:

2,6

50,8

9,2

:

4,6

29,5

20,5

:

4,4

HU

57,0

13,0

0,8

3,3

50,9

9,1

1,1

3,7

28,9

21,1

3,3

11,6

MT*

54,5

15,5

:

:

33,6

26,4

:

:

30,3

19,7

:

:

NL

73,5

>

-0,9

3,3

65,8

>

-0,4

5,7

44,8

5,2

2,5

10,9

AT

69,2

0,8

0,0

1,3

62,8

>

0,3

4,0

30,4

19,6

0,7

2,0

PL

51,2

18,8

-0,3

-7,8

46,0

14,0

-0,2

-5,7

26,9

23,1

0,8

-5,2

PT

67,2

2,8

-1,0

0,3

60,6

>

-0,2

2,3

51,1

>

0,2

1,1

Sl

62,6

7,4

-0,8

-0,3

57,6

2,4

-1,0

-1,0

23,5

26,5

-1,0

-0,4

SK

57,7

12,3

0,9

-2,9

52,2

7,8

0,8

-1,3

24,6

25,4

1,8

1,8

FI

67,7

2,3

-0,4

3,1

65,7

>

-0,5

4,5

49,6

0,4

1,8

13,4

SE

72,9

>

-0,7

2,6

71,5

>

-0,7

3,6

68,6

>

0,6

5,6

UK

71,8

>

0,1

1,3

65,3

>

0,0

1,7

55,5

>

2,0

6,5

EU15

64,3

5,7

0,1

2,9

56,0

4,0

0,4

4,4

41,7

8,3

1,6

5,1

EU25

62,9

7,1

0,1

1,7

55,0

5,0

0,3

3,2

40,2

9,8

1,5

4,4

Target 2010

70%

Oltre il 60%

50%

Note:

* i dati relativi a Lussemburgo e Malta si riferiscono al 2002.

Le variazioni 1998-03 per Cipro riguardano il periodo 2000-03 e per il Lussemburgo il 1998-02.

Le colonne di “Gap dal target 2010” indicano solo una tendenza, dal momento che il target 2010 non è individuale ma riguarda l’UE nella sua interezza.

> indica che i rispettivi target sono già stati superati.

Fonte: Commissione europea, Rapporto occupazione 2004; dati Eurostat

 

la definizione delle poli-tiche di adattamento im-pone di tener conto delle strategie delle imprese al momento in cui decidono di delocalizzare

La definizione delle politiche di adattamento deve tenere in considerazione le strategie delle imprese quando optano per la delocalizzazione. In particolare, le strategie verticali o orizzontali di sviluppo del-l’impresa hanno un’incidenza differente che deve essere presa in considerazione al momento dell’elabo-razione di politiche destinate a gestire il cambiamento. Un accento particolare deve essere messo sull’at-tenuazione degli effetti locali o regionali di licenziamenti massicci, mentre i rischi commerciali associati alla delocalizzazione - come gli aumentati costi di coordinamento e i costi di potenziale rimpatrio - sono assunti dall’impresa nella sua decisione di delocalizzare.

le disparità salariali inter-nazionali sono meno preoc-cupanti in presenza di buo-ne politiche che facilitano la capacità d’adattamento del-le imprese e dei lavoratori

Le disparità salariali costituiscono uno dei motivi di delocalizzazione, ma i divari internazionali tra i salari non sono il principale problema, tanto più che traducono anche forti differenze di produttività sottostanti. L’aumento della produttività, la ricerca-sviluppo, l’adattamento continuo dei prodotti e una maggiore qualità di manodopera costituiscono la direzione da seguire per migliorare la capacità di adattamento delle imprese e dei lavoratori, le prestazioni globali in materia di occupazione nonché la competitività.

l’Unione potrà trarre van-taggi dalla globalizzazione, avviando una redistribu-zione più omogenea dei vantaggi nella società e sul territorio europeo

L’Ue è un attore mondiale che si trova nella posizione di trarre vantaggio dalla globalizzazione e metterla al servizio di obiettivi sociali ed economici. Data la natura della globalizzazione, l’azione in favore delle persone maggiormente implicate deve essere condotta in modo coordinato a livello europeo, in partico-lare per quanto riguarda le strategie sull’occupazione e l’integrazione sociale. Il modello sociale europeo ha aiutato l’Unione ad affrontare la rapidità del cambiamento e il suo costante ammodernamento conti-nuerà a migliorare la capacità dell’Ue nel favorire il cambiamento.

 

 

 

Comparazione internazionale di indicatori-chiave (2003)

UE-25

UE-15

USA

JAP

Popolazione (milioni)

455

381

284

128

PIL (in 1000 milioni PPS, prezzi correnti)

10.180

9.302

9.980

3.227

crescita del PIL a prezzi costanti (variaz, % annuale)

0,8

0,7

3,1

2,5

Tasso occupazione (% popolazione in età lavorativa)

62,9

64,3

71,2

68,4

Cresita dell’occupazione (variaz, % annuale)

0,2

0,2

0,9

-0,2

Tasso disoccupazione (% forza lavoro civile)

9,1

8,1

6,0

5,3

Nota: mentre il tasso di occupazione per UE e Giappone si riferisce a persone di età 15-64 anni, quello degli USA riguarda persone di età 16-64 anni,

Fonte: Commissione europea, Rapporto occupazione 2004; dati Eurostat

la strategia europea per l’occupazione

 

L’Ue e gli Stati membri de-vono intensificare i propri sforzi per sviluppare il po-tenziale umano e aumenta-re l’occupazione…

Nel complesso, malgrado i progressi realizzati nella riforma dei mercati del lavoro, l’Ue deve accelerare i propri sforzi per sfruttare il suo potenziale umano e realizzare gli obiettivi di Lisbona fissati per il 2010. Mercati del lavoro efficaci che diano risultati equi sono fondamentali per identificare le sfide che sussi-stono. Le conclusioni del presente Rapporto sottolineano la necessità di aumentare la partecipazione al lavoro, in particolare di donne e lavoratori anziani. Tale aumento deve parzialmente risultare da un’au-mentata creazione di posti di lavoro nei servizi in Europa e contribuirvi direttamente.

…per un migliore equilibro in particolare tra flessibilità e sicurezza…

Il Rapporto sottolinea in egual misura la necessità di anticipare, provocare e gestire il cambiamento risul-tante dall’integrazione economica e dall’evoluzione tecnologica su scala mondiale. Per favorire una mag-giore flessibilità del mercato del lavoro, migliorare la capacità d’inserimento professionale e la mobilità, aumentare la partecipazione al lavoro, è necessario incoraggiare nuove forme di sicurezza e impedire il formarsi di un mercato del lavoro “a due velocità”. L’istruzione e la formazione nel corso della vita, così come le politiche attive del mercato del lavoro, particolarmente attraverso un sostegno effettivo dei servi-zi pubblici all’impiego, possono giocare un ruolo particolarmente importante facilitando le transizioni e migliorando le prestazioni generali dell’occupazione.

…. utilizzando efficace-mente la Strategia europea per l’occupazione

Mettendo a confronto gli Stati membri con i loro punti forti e deboli, formulando raccomandazioni e legando più strettamente la loro partecipazione finanziaria alla realizzazione della Strategia europea per l’occupazione, come prevede la nuova proposta di regolamento della Commissione relativa al Fondo so-ciale europeo (Fse), l’Ue può essere una leva efficace per favorire i progressi a livello nazionale e sfruttare la mondializzazione al servizio dei propri obiettivi economici, sociali e ambientali.