dalla Carta dei diritti alla Costituzione

Atti del seminario del Segretariato europeo Cgil tenutosi a Bologna nei giorni 16-17 maggio 2002

Luigi Mariucci - Università di Bologna

Vi propongo un ragionamento sul tema della riforma dell'Unione europea da due punti di vista.

Il primo, quello della riforma delle istituzioni, sulla base della "Convenzione dei 105"; l'altro, quello più specificatamente di interesse sindacale, le implicazioni sociali di questo processo di riforma, che è quello di vostro maggiore interesse.

(...) Quello che abbiamo di fronte è un processo ricco di opportunità ma pieno anche di insidie, di ambivalenze e rischi. Ciò va detto, sia pur sottolineando, dal punto di vista italiano (e, vorrei aggiungere, della sinistra italiana), un'opzione ed un atteggiamento positivo verso il processo di riforma europeo, che tendenzialmente dovrebbe approdare ad una vera e propria costruzione costituzionale e politica dell'Unione europea.

(...) Voglio ricordare la "tempistica" di questo percorso ultimo: c'è stato il Trattato di Nizza che è stato deludente dal punto di vista del processo riformatore, che però ha acquisito il testo della "Carta fondamentale dei diritti" che, pur non avendo un valore immediatamente giuridico, ha un valore fortemente "politico" o, se si vuole, "metagiuridico". Poi dal vertice di Laeken è partita l'idea della Convenzione che ha il compito essenziale di formulare una o più proposte di riforma che rimetterà alla decisione della Conferenza intergovernativa del 2004.

Per indicare la radicalità delle alternative, delle diverse opzioni che ci stanno di fronte, mi richiamo a una dichiarazione recente di Giuliano Amato in una intervista. Amato, uomo di forte cautela e avvertenza sulla delicatezza dei processi istituzionali, ha detto in quell'occasione due cose: per ispirarsi a questo nuovo impegno di vicepresidente della Convenzione è andato a rileggersi i lavori di Madison e di Jay (i federalisti americani che dettero vita alla Convenzione di Filadelfia) che si convocarono nel maggio del 1787 e decisero il testo della Convenzione, cioè del patto costituzionale, nel mese di settembre di quel medesimo anno. Amato osserva che quegli uomini ebbero molto coraggio, ma avevano un compito più facile di quello dei componenti della Convenzione europea: erano molti di meno e parlavano tutti la stessa lingua. Aggiungo che la costruzione del sistema federale americano, come è noto, non si è conclusa con la Convenzione; perché il vero battesimo fu quell'altra verifica, un secolo dopo, a guerra civile compiuta. Quello è il vero atto di nascita del sistema federale americano.

L'altra affermazione di Amato è che è molto importante discutere della forma, del nuovo assetto istituzionale europeo e soprattutto delle sue ricadute interne dal punto di vista della composizione degli organi dell'Ue, ed in particolare dei rapporti tra Consiglio europeo e Commissione. Però tutto questo "è secondario" o addirittura si riduce ad "inutile chiacchericcio" se non si prendono alcune decisioni preliminari in ordine alla titolarità esterna dell'Unione europea, alla sua rappresentanza; a partire da una valutazione sullo scenario globale, che a me pare condivisibile, tutti gli indicatori, economici e (aggiungo) militari, dicono che nello scenario globale c'è un predominio eccessivo di un soggetto: gli Stati Uniti d'America che, allo stato delle cose, può essere in qualche misura controbilanciato solo da un forte polo europeo. Quindi, conclude Amato, la prima cosa da fare è decidere che nel Consiglio di sicurezza dell'ONU ci sia un solo seggio assegnato all'Unione europea, anziché come oggi avviene a Francia e Gran Bretagna che dovrebbero, di conseguenza rinunciare alla loro presenza autonoma; così come i Paesi europei dovrebbero fare confluire in un fondo unitario le loro quote di partecipazione ai vari fondi mondiali ed internazionali.

Detto questo è facile prevedere le resistenze e gli scogli. Primo, la resistenza degli Stati, valutandola non solo per i suoi aspetti inerziali e conservatori. Ma anche di resistenze di altro segno, che aumentano in Europa, intrise di nazionalismo, etnicismo, neolocalismo e che si alimentano di quello che viene chiamato il deficit democratico dell'Unione europea.

Questo è un punto che va sottolineato perché, a volte, gli euro-ottimisti esagerano nel sottovalutare l'importanza di questo tema. Solo vedendone lo spessore si può tentare di riuscire ad averne ragione. Quando si dice deficit democratico dell'Ue si dicono almeno due cose: la prima sostanziale, la seconda formale.

La prima è il deficit di riconoscibilità dell'Unione europea, come istituzione visibile. (...) La cittadinanza europea è tutta da costruire. Il senso della cittadinanza europea (duole dirlo) al di là dei vecchi abusati temi (della lingua, dell'etnia, del popolo, dello Stato) probabilmente si affermerà per le nuove generazioni (anzi per una parte di queste): quelle che fanno l'Erasmus, che scambiano i loro linguaggi e le loro lingue: loro potrebbero essere gli attori di una nuova ed estesa élite europea.

C'è poi il tema formale: il deficit di legittimazione. L'assetto strutturale dell'Ue ha mezzo secolo di vita. Questa Unione europea guardata nel suo insieme è uno strano animale, un ircocervo inafferrabile: abbiamo un Parlamento europeo che non esercita le funzioni tipiche dei parlamenti e solo da qualche anno a questa parte ha acquisito delle competenze codecisionali, ma non esercita la funzione "strutturale" di un parlamento: il potere legislativo e l'espressione di un proprio governo. Il potere di governo appartiene agli esecutivi dei singoli Stati. La Commissione ha essenzialmente ruolo di proposta e non di decisione. Quindi si impone un salto di qualità dal punto di vista della legittimazione delle istituzioni europee. Questo rinvia al tema della forma di governo ed al tema delle modalità di elezione degli organi.

Tutto ciò ha a che fare con le cose di cui si discute nella Convenzione, sperando che in questo caso le cose si possano muovere così come è accaduto per la moneta unica. Se risaliamo alle origini del tema dell'unione monetaria, che si collocano ben indietro rispetto a Maastricht, va ricordato che nessun esperto vi credeva: Adenauer veniva sconsigliato dai suoi esperti economici di muoversi su una strada che alludesse alla moneta unica. 10-15 anni fa nessuno poteva pensare che il marco venisse mandato al macero. E invece l'euro c'è ed è un fatto non da poco. James Madison, vecchio federalista americano, usava l'espressione efficace "federate il loro portafoglio e la testa e il cuore seguiranno".

Insomma, questo è il punto: il tema del rapporto tra riforma delle istituzioni ed allargamento. L'allargamento dell'Ue, se si vogliono evitare tante Bosnie piccole o grandi, è necessario. L'ancoraggio di quella complessa realtà del Nord e dell'Est europeo è indispensabile. E' altrettanto vero, però, che questi meccanismi istituzionali attuali, se sono già difficilmente applicabili oggi, in una situazione allargata andrebbero verso la paralisi.

Quali temi tratterà la Convenzione? Passiamoli in rassegna, senza tentare da parte mia di dare risposte.

Il tema della forma di questa Unione, nel rapporto tra processo di allargamento dell'Unione e strumenti della cooperazione rafforzata. Allargando l'Unione a 25 o a 28, come previsto, bisognerà affrontare, come in parte si è fatto per l'euro o per Schengen, il tema molto complesso della cosiddetta geometria variabile. Quindi: dato questo schema "grande Europa e nucleo centrale", le opzioni messe fin qua in campo sono (molto schematicamente):

1. Opzione "Fisher". Opzione sostanzialmente di carattere federale: che significa particolarmente, in una prima fase, per il nocciolo duro, la cessione di sovranità con conseguente rafforzamento dei poteri del Parlamento. Sostanzialmente l'idea di un assetto bicamerale: una camera politica ed una camera degli Stati (l'attuale Consiglio). Funzioni di governo della Commissione, eletta dal Parlamento.

2. Opzione "Chirac". Approssimativamente "confederale": cioè con un potere ancora molto saldo, attraverso la formula della cooperazione rafforzata, assegnato agli Stati (e quindi ai governi nazionali) e la trasformazione della Commissione in una sorta di segretariato.

3. Opzione britannica. Riassunta efficacemente di recente dall'"Economist", esclude un processo federale o confederale. Fa dell'Unione una sorta di alleanza organica tra Stati. Un governo europeo costituito dai capi di Stato; un potere legislativo affidato al Consiglio dei ministri; la Commissione con funzioni di puro segretariato; il Parlamento come foro di discussione; una Corte costituzionale, costituita da parlamentari europei; il diritto non regolato e assoluto all'opting out.

Quale l'impatto, le ricadute concrete, delle diverse opzioni? Di seguito solo i titoli dei problemi:

Struttura delle istituzioni ed organi (loro funzioni e loro relazioni reciproche): Parlamento, Consiglio, Commissione, Corte di giustizia.

Per quanto riguarda il Parlamento l'alternativa è tra stare sui poteri che sostanzialmente ha già oggi, rafforzando eventualmente o generalizzando le procedure di codecisione, snellendone magari i sistemi farraginosi e complessi attuali: prima, seconda e terza lettura, etc.; oppure adottare un modello che arricchisce le funzioni di iniziativa legislativa.

Il Consiglio: l'alternativa è tra mantenere i rapporti tra Consiglio e Commissione sulla base del modello attuale, con qualche ritocco o invece modificare questi rapporti, portando il Consiglio più ad una funzione di guida politica e la Commissione ad una funzione di governo più che di esecuzione e proposta.

Presidenza del Consiglio dei ministri: Nella prospettiva dell'allargamento non è tema secondario. La presidenza non è un titolo formale, significa organizzazione dei lavori, efficienza degli apparati, capacità di gestione. In luogo della situazione attuale (i semestri a turno) ci sono proposte che vanno nella direzione di eleggere un presidente del Consiglio al di fuori dei capi di governo, sciegliendolo, ad esempio, fra ex capi di governo.

Trasformazione della Corte di giustizia in una vera e propria Corte costituzionale.

Terzo punto cruciale è quello relativo alle modalità decisionali. Il problema non è stato risolto a Nizza. In quella sede è rimasto il criterio del voto all'unanimità (diritto di veto) sulle materie più rilevanti, anche se si è esteso il principio della maggioranza qualificata. Ad esempio, sulle misure in materia di immigrazione è sufficiente la maggioranza qualificata, ma sulle norme generali sull'immigrazione occorre l'unanimità.

Quindi il punto è: come, in materie cruciali (la difesa, la giustizia, la sicurezza, gli stessi fondi strutturali), dall'unanimità (che tra l'altro diventa ingestibile in una Europa a 25 o a 27, per cui un piccolissimo Paese può bloccare tutto) si passa al metodo della maggioranza (magari con qualche correttivo attraverso le tecniche della ponderazione). Poi ci sono gli euroentusiasti che pongono il metodo della maggioranza come valido quasi sempre, salvo rarissime eccezioni che dovrebbero contemplare il sistema della qualificata; anche per la revisione dei trattati bisognerebbe superare il principio dell'unanimità. Facile da dirsi; complicato farlo; perché, come si sa, il principio di maggioranza è un'anguilla un po' scivolosa che può produrre, se usato maldestramente, anche danni pesanti, dal punto di vista della tenuta istituzionale.

Problema delle competenze. Complicatissimo, innanzitutto perché si tratta di decidere la formula.

Competenze esclusive all'Ue. Tutto il resto allo Stato o alle Regioni, a seconda degli ordinamenti interne di ogni singolo Paese. Oppure le due liste dettagliate: competenze dell'Unione e competenze degli Stati e competenze concorrenti. Ognuna di queste opzioni ha un proprio significato. Già dalle prime battute emerse nelle prime discussioni della Convenzione prima ricordate, quella posizione di minoranza favorevole alla doppia "lista" (competenze dell'Unione e competenze degli Stati) è mossa da due diverse preoccupazioni: i tedeschi sono favorevoli alla doppia lista, nella speranza di non vedere un processo eteronomo di espropriazioni delle proprie funzioni. Anche Fini e i britannici si sono espressi in questo senso.

Altro tema importante è quello se il nuovo Trattato assumerà o no la forma di una Costituzione. Non si tratta di una domanda accademica. Se il nuovo Trattato assumerà la forma di una nuova vera e propria Costituzione, e cioè con una parte di principi (preambolo), una parte sui diritti, una parte sulla macchina-struttura, si porrà poi per ogni Stato membro un problema molto delicato: il rapporto tra questa costituzione (che diventerebbe fonte superiore di diritto) e le costituzioni nazionali.

Infine c'è il problema dei caratteri di questo grande Trattato o di nuova Costituzione, e cioè Costituzione rigida o flessibile; procedure di approvazione e revisione. Per quanto riguarda le procedure di approvazione, l'alternativa è tra il metodo rituale (conferenze intergovernative, lavori del parlamento europeo, ratifiche dei trattati in sede nazionale), oppure se dalla Convenzione si voglia ricavare una nuova legittimazione del processo costituente, e cioè un referendum europeo, attraverso il quale dare un'identità politica diretta, (ci sarebbero, in questo caso, problemi di quorum, di valutazione delle maggioranze, di esistenza o meno della maggioranza in ogni singolo Stato, ecc.) oppure la strada dei referendum nazionali. Questa scelta dipenderà anche dai caratteri dell'innovazione istituzionale; perché quanto più questo nuovo trattato attingerà la forma e la sostanza di un dato costituzionale tanto più i meccanismi di approvazione debbono essere molto forti.

Chiudo su questo con qualche battuta su un altro aspetto, e cioè sul profilo sociale di questo processo. Non è irrilevante (ovviamente) il problema dei rapporti tra istituzioni politiche e società. Basti ricordare il dato di chi decide, che cosa e come.

Mi si permetterà una citazione. Un'affermazione di Romano Prodi, di qualche settimana fa. A mio parere, Prodi dice bene, in sintesi, cosa sarebbe il cosiddetto modello sociale europeo. Prodi dice: "...modello sociale che ci fa dire che dobbiamo lavorare e lottare perché l'Europa sia e rimanga il posto al mondo dove la vita è meno dura per tutti e, soprattutto, per i più deboli... Se le differenze di reddito aumentano in modo selvaggio anche nell'Europa continentale, dove pure avevamo ben altre tradizioni, se la rincorsa è solo a smantellare il welfare, se non riusciamo a capire l'importanza della protezione ambientale, allora il modello europeo diventa una predica astratta...".

Questa è una buona definizione del modello sociale europeo. Se noi guardiamo ai dati formali, non c'è dubbio che nel tempo la dimensione sociale dell'Europa è venuta in evidenza anche dal punto di vista, diciamo così, della codificazione. Una volta si diceva dell'Unione "Gigante economico, nano sociale e politico": ma oggi, dalle carte sociali, alle politiche sull'occupazione, sulle politiche sociali da Maastricht ad Amsterdam, dalle direttive, dalla giurisprudenza della Corte di giustizia che ha costituzionalizzato "materialmente" i principi fondamentali dei diritti sociali, penso anch'io che si possa dire che i diritti sociali sono stati, in qualche misura, "costituzionalizzati", nel processo di costruzione europea.

(...) Ma che cosa succede se, a partire dalle definizioni del modello sociale europeo, coloro che debbono attuare le politiche sono governi di centro-destra o di destra che fuoriescono da quelle definizioni? Governi di questo genere possono diventare la maggioranza dei governi europei.

In altri termini (e qui ritorno allo scenario italiano), come è possibile che il Libro Bianco del lavoro e la relativa legge delega proponga flessibilizzazione indiscriminata del mercato del lavoro, sia in accesso che in uscita, sia delle figure flessibili d'ingresso del mercato del lavoro che nella disciplina dei licenziamenti? Come mai questa scelta è legittimata nel testo del Libro Bianco e nella campagna governativa con un richiamo all'Europa, alla necessità di adeguarsi ai modelli europei, al reintrodurre il contratto europeo, in maniera persino ossessiva e falsificante almeno a nostro giudizio e, invece, al contrario chi si oppone a quelle scelte richiama l'Europa, ma con opposte spiegazioni? Insomma nell'incertezza delle alternanze politiche e dei caratteri di queste che, a volte, fuoriescono dalla semplice dialettica fra governi moderati e governi di sinistra e attingono ad un altro tema, che è quello del fondamento del patto costituzionale, quando e come il processo di costituzionalizzazione dell'Unione europea fissa dei punti fermi, dei paletti?

Siamo sicuri che al di là delle proclamazioni e delle dichiarazioni, da questo punto di vista il processo costituente europeo abbia un ancoraggio solido? Noi dobbiamo guardare come i costituenti italiani (socialisti, comunisti, azionisti, cattolici di sinistra) guardavano alla Costituzione italiana del 1948. Poi sappiamo che una Costituzione non modifica immediatamente la realtà. Però sappiamo che il dato formale del patto costituzionale è dato molto importante.

Ancora qualcosa sulla Carta dei diritti fondamentali. Come sappiamo non ha valore giuridico in senso stretto. Qualcuno sostiene, al contrario, che la Carta di Nizza ce l'ha, perché è costituzionalizzata, perché è assunta dalla Corte di Giustizia nell'ambito dei principi fondamentali.

Intanto diciamo che è molto diversa dalla Costituzione italiana. E' intanto diversa la struttura. La Costituzione italiana è fatta di principi fondamentali che ispirano l'intero testo. Poi vi è la parte "Diritti e doveri dei cittadini": rapporti politici e rapporti etico-sociali, rapporti economici. Dopo viene la parte sulla struttura organizzativa dello Stato. Invece, la Carta europea dei diritti fondamentali procede attraverso l'inquadramento dei diritti in categorie di valori: un capo sulla dignità, un capo sulla libertà, un capo sull'uguaglianza e le norme di specifico interesse lavoristico sono distribuite lungo questi diversi capi. Vi sono due dichiarazioni del Preambolo importanti che assomigliano, ma non hanno la stessa forza, ad alcuni principi fondamentali della Costituzione italiana che, anche se a lungo negletti, riacquistano una forza straordinaria oggi.

Penso al comma 2° dell'art. 3 della nostra Costituzione "uguaglianza sostanziale" voluto pervicacemente da Lelio Basso. Non ha la stessa forza, tuttavia, nel Preambolo l'affermazione che l'Europa, "...consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, ...si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell'uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello stato di diritto". La formula è importante perché in questo caso non ci sono più dubbi. I diritti sociali, quelli legati all'uguaglianza ed alla solidarietà, sono messi sullo stesso piano dei cosiddetti diritti primari di libertà: diritti civili, diritti liberali. Quindi si attinge al profilo dell'uguaglianza sostanziale. Dopodiché le norme relative ai diritti sociali e ai diritti del lavoro sono distribuite nel testo. Ci sono delle assenze di rilievo. Manca, ad esempio, un riferimento al diritto alla retribuzione.

Altro esempio emblematico per capire alcune differenze. Articolo 28 Diritto di negoziazione e di azioni collettive: "I lavoratori e i datori di lavoro, o le rispettive organizzazioni, hanno, a tutti i livelli, il diritto di negoziare e di concludere contratti collettivi e di ricorrere, in caso di conflitti di interessi, ad azioni collettive per la difesa dei loro interessi, compreso lo sciopero, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali".

Questa formula, qualora acquistasse un vero carattere normativo e costituzionale, costituirebbe un progresso straordinario per quei Paesi, come la Gran Bretagna, che formalmente il diritto di sciopero non sanno neppure cos'è. E persino la Germania, nella sua Costituzione tace sul diritto di sciopero, che è pure riconosciuto in alcune costituzioni di Laender. Si tratta, da questo punto di vista, di una straordinaria conquista. Dal punto di vista del diritto costituzionale del lavoro italiano, siamo di fronte ad una norma peggiorativa, perché sciopero e serrata vengono messe nello stesso piano.

Se questo testo viene costituzionalizzato in senso proprio, che ne è del rapporto con l'attuale art. 40 della Costituzione italiana che la dottrina dominante considera ancora come diritto individuale ad esercizio collettivo?

Evidentemente, nel rapporto con la Costituzione italiana bisognerà fare scattare un'altra clausola, e cioè una clausola di garanzia delle discipline di miglior favore. In verità, allo scopo, c'è l'art. 53 della Carta (Livello di protezione) che così recita: "Nessuna disposizione della presente Carta deve essere interpretata come limitativa o lesiva (...) e delle Costituzioni degli Stati membri".

Salvo però un "piccolo" problema: che è rappresentato da un'altra clausola generale, che è l'art. 52 (Portata dei diritti garantiti).

"Eventuali limitazioni all'esercizio dei diritti e delle libertà riconosciute dalla presente carta devono essere previste dalla legge e rispettare il contenuto essenziale di detti diritti e libertà. Nel rispetto del principio di proporzionalità, possono essere apportate limitazioni solo laddove siano necessarie e rispondono effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall'Unione e all'esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui".

Ma qual'è l'interesse generale dell'Unione? Se interesse generale dell'Unione restasse quello delle ragioni di businnes dell'Unione (la libera concorrenza, la competitività, ecc.) questo limite dei diritti potrebbe diventare quanto mai ambiguo.

Un altro esempio, ancora più ravvicinato: art 30. Tutela in caso di licenziamento ingiustificato.

"Ogni lavoratore ha diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali".

Questo è l'argomento usato in Italia da quanti sostengono che la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e il ritorno alla monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati non solo è una misura richiesta dall'Unione europea, ma che addirittura è escluso dalla carta, che dice che c'è il diritto alla tutela, nel caso di licenziamento ingiustificato, ma non si dice quale tutela, per cui la tutela potrebbe essere economica, risarcitoria oppure reale (la reintegrazione).

Però la norma della carta parla pure di "conformemente al diritto comunitario ed alle legislazioni e prassi nazionali". Ma è chiaro che usando quest'argomento, noi interpretiamo l'art. 30 in maniera leggermente forzata, come se quest'art. 30 rendesse immodificabili le discipline nazionali precedenti alla normativa comunitaria.

Bisognerà stare molto attenti al processo di formalizzazione delle norme. Quando si scrivono norme di portata costituzionale, anche le virgole sono importanti. Al tempo stesso occorre essere consapevoli che le norme non conformano automaticamente la realtà. In Italia abbiamo vissuto almeno 12 anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione, che prevedeva l'uguaglianza sostanziale, il diritto di sciopero, il diritto alla retribuzione, senza che quella Costituzione avesse modificato alcunché del dato sociale e normativo, se è vero che la stessa Cassazione, fino a metà degli anni '50 considerò legittimi i licenziamenti per motivi politici, motivati come tali.

Insomma, la norma non modifica, ma l'esistenza di una norma favorisce un processo evolutivo.

Anche con le migliori garanzie, mai del tutto assicurate, la difesa, sia pure nel suo rinnovamento, del modello sociale europeo è un tema d'azione politica, di conoscenza e d'impegno.

Massimo Roccella - Università Statale di Milano

Abbiamo ascoltato alcuni accenni critici nei confronti della Carta dei diritti fondamentali, che, per la verità, hanno accompagnato l'iter di elaborazione della Carta. Ragionando in termini astratti si può concordare con queste critiche espresse in parte da Mariucci. Non c'è dubbio che la Carta sia piena di incertezze e di ambiguità. D'altra parte queste critiche sono esattamente speculari a quelle di chi ha criticato la Carta o almeno certe disposizioni in particolare nell'area dei diritti economici e sociali perché si tratterebbe di disposizioni di carattere meramente programmatico e, quindi, come tali, non immediatamente spendibili per fondare pretese in eventuale giudizio.

Ma, a prescindere da queste critiche di segno contrapposto, c'è da dire che riproporle in questo momento, purtroppo, non suona bene, perché il momento è sfavorevole. Voglio dire che certe critiche che già forse erano opinabili quando sono state formulate nella loro versione iniziale, oggi rischiano di essere complessivamente fuori tempo. Il vento sta cambiando, se non è già cambiato. Soffia un vento completamente diverso nell'Europa di oggi. I lavori della nuova Convenzione si svolgeranno sotto la pressione di questa sgradevole novità. E allora, forse, bisogna guardare con occhio realistico i contenuti della Carta di Nizza, salvaguardando le cose positive che vi sono contenute.

(...) La Carta di Nizza è un testo ovviamente parziale. Lì troviamo un elenco di diritti; mentre la futura Costituzione (se si creeranno le condizioni per arrivarci) ovviamente dovrà essere completata da una seconda parte, riguardante, com'è per la Costituzione italiana, l'assetto dei poteri. Ciò era chiaro fin dalla prima Convenzione. Vedremo adesso cosa potrebbe accadere con la nuova Convenzione. Ma certamente la nuova Convenzione non potrà non prendere in esame quello che è stato definito a Nizza.

Ma cosa è venuto fuori da Nizza? Innanzitutto, in termini generali, quello che si può dire con sufficiente certezza è che la Carta di Nizza traccia un disegno generale che punta a preservare i contenuti fondamentali del modello sociale europeo e, da questo punto di vista, può considerarsi un disegno alternativo al modello sociale americano. Sono tantissimi gli aspetti della carta di Nizza che possono confortare questo giudizio.

In primo luogo ha un valore altamente emblematico, in contrapposizione ad altri modelli, il divieto della pena di morte (art. 2, Diritto alla vita) che altrove non trova lo stesso riconoscimento.

Se vogliamo fare un parallelo con divieti altrettanto draconiani, pur se in tutt'altro contesto, suona quasi spontaneo accostare il divieto della pena di morte, che riguarda il diritto penale, al divieto di licenziamento ingiustificato, che riguarda il rapporto di lavoro. Può sembrare un'affermazione forte, un accostamento arbitrario, ma la pena di morte mira a privare il soggetto del bene fondamentale della vita; il licenziamento arbitrario mira a privare il lavoratore dello strumento per acquisire beni fondamentali all'esistenza. Quindi non c'è forzatura nel ricordare i due aspetti appartenenti allo stesso modello.

Sulla questione del licenziamento ritornerò dopo. Ma è importante sin d'ora sottolineare come l'inserimento nelle disposizioni costituzionali di principio, come questo, all'interno della Carta di Nizza, sia di grande rilievo, perché sino ad ora nessuna Costituzione, neanche le costituzioni degli ordinamenti che sono dotati di regole protettive in materia di licenziamenti, come in genere accade nei Paesi europei, contiene un riferimento così forte alla protezione in materia di licenziamenti.

Poi c'è un altro aspetto riguardante il rilievo del modello sociale europeo: il riconoscimento molto largo ed esteso dei diritti di protezione sociale che si ritrova negli artt. 34 (Sicurezza sociale e assistenza sociale) e 35 (Protezione della salute) della Carta. Qui c'è proprio un catalogo di diritti di sicurezza sociale: protezione contro i rischi di maternità, di vecchiaia, di infortuni, di disoccupazione involontaria. Ma non solo, oltre la sicurezza sociale si parla di assistenza sociale, di assistenza abitativa: vale a dire che i cittadini dell'Unione che non abbiano risorse sufficienti allo scopo devono vedersi riconosciuti dal potere pubblico i mezzi necessari per godere di un alloggio adeguato. Certo, è una proclamazione costituzionale di principio: ma anche questa urta contro un modello sociale, come quello Usa, dove gli homeless costituiscono una realtà non solo per chi non ha lavoro, ma anche fra i lavoratori; molti senzatetto negli Usa, e non solo, sono lavoratori a basso salario, con retribuzioni che non consentono di accedere a quel bene fondamentale della vita che è l'abitazione.

Questi sono alcuni elementi fondamentali che disegnano un modello. Un modello che ha forti radici nei vari consessi nazionali europei. La Carta di Nizza, con queste disposizioni costituzionali di principio, contribuisce a riaffermare e consolidare.

Qualcuno obietta: sì, certo, la Carta di Nizza fa obiezioni di principio, ma queste poi sono destinate a scontrarsi con i vincoli di bilancio derivanti dal rispetto del Patto di stabilità.

Anche questo è vero. Ma a questa obiezione si può replicare che l'esistenza di disposizioni costituzionali di principio che ribadiscono i fondamentali diritti sociali potrebbe essere utilizzata da governi disponibili a battere quella strada anche per mettere in discussione certi vincoli, come quelli del Patto di stabilità, che oggi appaiono intangibili; in assenza di disposizioni costituzionali di principio come questi accennati, neanche questo strumento sarebbe disponibile.

Al di là del disegno generale vi sono poi aspetti più particolari nel campo dei diritti economici e sociali che meritano di essere sottolineati. Io ne prenderei in considerazione tre: la concezione dell'eguaglianza che traspare dalla carta; la questione del diritto al lavoro e i fondamentali diritti del lavoro individuali e, soprattutto, collettivi.

La prima questione: la concezione dell'eguaglianza. Questa è affermata in termini molto ampi nella Carta di Nizza; anzi si può dire che il principio di non discriminazione costituisce ormai, anche alla luce delle considerazioni che si leggono nella Carta, la stella polare, il vero e proprio principio ordinatore dei diritti del lavoro nazionali.

Il principio di non discriminazione è affermato al riguardo con tutta un'ampia serie di ragioni potenzialmente discriminatorie: non soltanto le discriminazioni di sesso che costituiscono la ragione originaria per la quale nel diritto comunitario si è affermato una normativa antidiscriminatoria, ma anche quelle di razza, di lingua, quelle basate sull'origine etnica, sull'handicap, sull'età e così via.

Si è discusso se nella Carta abbia trovato cittadinanza soltanto la concezione formale dell'eguaglianza. Io direi che anche questa critica è eccessivamente severa perché, nella Carta di Nizza, accanto al principio di non discriminazione si riconosce anche la legittimità di specifiche misure di promozione nei confronti dei gruppi maggiormente svantaggiati. Si riconosce, insomma, la legittimità di quelle azioni positive che sono strettamente legate alla concezione sostanziale dell'uguaglianza e che, nel tempo, vengono adoperate in diversi Paesi della Comunità, soprattutto a sostegno del lavoro delle donne.

Rispetto al principio di non discriminazione si può dire - solo per fare qualche esempio concreto - che esso ormai permea il diritto comunitario, le normative nazionali di trasposizione in ambito sempre più esteso e valido.

Non c'è solo la questione della parità di trattamento tra lavoratori e lavoratrici. C'è anche il modo in cui nel diritto comunitario si affrontano altre questioni.

Mariucci accennava al modo diverso con il quale un governo di centro-destra può interpretare le direttive comunitarie rispetto ad un governo di centro-sinistra e ha fatto l'esempio della direttiva sul part-time. Io direi che questa notazione è vera, ma solo fino a un certo punto. Riprendiamo il caso del part-time. Qual'è il modo in cui la direttiva comunitaria è stata recepita dal governo di centro-sinistra nel nostro ordinamento? Il part-time, come sapete, è soprattutto lavoro delle donne; non a caso la direttiva comunitaria vieta le discriminazioni dirette e indirette. Questo spiega perché nella normativa italiana di trasposizione siano state introdotte tutta una serie di cautele che rafforzano la posizione individuale del lavoratore nella scelta dei tempi di lavoro, proprio per proteggere e promuovere il lavoro femminile. Un governo di centro-destra potrebbe intenderle diversamente? Non è detto. Il governo spagnolo di Aznar, che è stato il primo a recepire la direttiva comunitaria nel proprio ordinamento nazionale, l'ha fatto con ancora maggiori cautele del governo italiano. Quindi si può certo dire che le normative comunitarie, soprattutto quelle che sono frutto del dialogo sociale, sono costruite a maglie necessariamente larghe e, quindi, si prestano entro certi limiti anche ad interpretazioni divergenti.

Resta il fatto che le idee che circolano nel Libro bianco, e che adesso dovrebbero essere trasposte dal governo italiano in norme nazionali, entrano in collisione con alcuni principi fondanti del diritto comunitario del lavoro.

Del resto, come sapete, la Confindustria ha urlato a squarciagola che la normativa italiana di recepimento della direttiva comunitaria sul part-time urta con il diritto comunitario. Io, fino adesso, non ho visto un solo giudice che abbia sollevato una questione di incompatibilità tra la normativa italiana e il diritto comunitario.

Viceversa, sul contratto a termine, non soltanto sono personalmente certo che la normativa varata dal governo Berlusconi cozza, per tantissimi aspetti, con il diritto comunitario, e penso che la stessa Corte di Giustizia non avrebbe difficoltà ad affermare la stessa cosa.

Seconda questione: il diritto al lavoro. Questo è un altro aspetto su cui si è discusso molto. Si diceva inizialmente che la Carta di Nizza si preoccupa anche di sottolineare un elemento che pure è largamente presente nelle Costituzioni nazionali, come appunto la proclamazione di principio del diritto al lavoro: ora, questa critica aveva una sua ragione rispetto alle prime formulazioni della Carta; ma poi, nella versione finale, il diritto al lavoro è comparso. Per la verità si parla di "diritto di lavorare", ma io non penso che ci sia una grande differenza dal punto di vista sostanziale. La cosa importante è che questo diritto sia stato affermato e non soltanto simbolicamente. Bisogna ricordare la ragione storica della proclamazione del diritto al lavoro nelle costituzioni del secondo dopoguerra: la proclamazione del diritto al lavoro risulta strettamente intrecciata alla penetrazione dei valori sociali delle Costituzioni del secondo dopoguerra ed è servita a dare un fondamento anche di carattere normativo costituzionale alle politiche keynesiane di rimozione della discriminazione. Questo è un aspetto che, nel diritto comunitario, almeno sino a ieri, è stato assolutamente rimosso; anzi, per certi versi, è stato addirittura ignorato. Nel Trattato di Amsterdam non si parla affatto di politiche di piena occupazione, ma si indica un altro obiettivo della Comunità: si indica l'obiettivo del tutto generico di promuovere un livello elevato e duraturo di occupazione.

Ma il concetto di piena occupazione è sconosciuto al lessico del Trattato di Amsterdam. E' sulla base della Carta di Nizza che, viceversa, oggi si può anche trovare un fondamento normativo per politiche di pieno impiego qualora queste volessero tornare ad essere al centro degli obiettivi dell'Unione europea.

Non è un caso che Nizza venga dopo Lisbona, vale a dire dopo quel Consiglio europeo in cui, per la prima volta dopo decenni, all'interno della Comunità si è tornato a porre l'obiettivo della piena occupazione. Naturalmente, parlare oggi di Lisbona è parlare di un episodio molto lontano. Il vento è cambiato. Ciò non toglie che sia importante mantenere quella impostazione costituzionale di principio nella futura costituzione europea.

Terzo tema, quello dei diritti del lavoro. Abbiamo già ripetutamente accennato alla questione del licenziamento. Qui vale la pena di fare un approfondimento: dicevamo già prima come sia importante inserire nel testo costituzionale il diritto a non essere licenziati senza un giustificato motivo. Ma la norma dice qualcosa di più. Aggiunge un riferimento al "diritto comunitario e alla legislazione e alle prassi nazionali". E' un inciso molto controverso. Può essere interpretato in maniera diversa a seconda del contesto di riferimento. La norma in materia di licenziamento è assolutamente esemplare da questo punto di vista. E' pacifico infatti che non esiste un diritto comunitario in materia di licenziamenti individuali. Le uniche norme della Comunità in materia riguardano i licenziamenti collettivi e quindi non hanno riferimento alla disposizione contenuta nella Carta. Allora stabilire il diritto a non essere licenziato senza giustificato motivo e aggiungere "secondo il diritto comunitario e alla legislazione e alle prassi nazionali", in questo caso, e più chiaramente che in altre parti della Carta, non può che alludere ad un eventuale diritto comunitario. Può essere, in altre parole, un invito al legislatore comunitario perché si attivi anche su questa materia.

E noi sappiamo che in tempi recenti, la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha richiesto alla Comunità di legiferare anche in materia di licenziamenti individuali ed ha formulato una sua proposta di direttiva, che pone al centro della regolamentazione, proprio la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro. Non è, per ovvie ragioni, l'unica soluzione prospettata, ma nella proposta della Ces, l'idea di reintegrazione è ben presente e smentisce l'idea sulla quale la Confindustria martella ossessivamente da anni, secondo cui la reintegrazione sarebbe una bizzarria tutta italiana.

Nella Carta di Nizza, particolarmente importante è l'enfasi posta sui diritti collettivi nel lavoro. Innanzitutto c'è una norma, anch'essa senza alcun riscontro nelle Costituzioni nazionali: il diritto dei lavoratori e delle loro organizzazioni di essere informati e consultati preventivamente (art. 27) rispetto ad una svariata gamma di scelte dell'impresa. Questa non è soltanto un'affermazione importante, ma le vicende successive ci hanno dato una dimostrazione in tempo reale dei valori delle discussioni costituzionali intrinseche.

Qui vale la pena davvero fare un confronto con alcune fantasiose affermazioni del Libro Bianco di Maroni. Il Libro Bianco sostiene che dopo il Trattato di Amsterdam il diritto comunitario non si porrebbe più l'obiettivo di armonizzare le normative degli Stati membri in materia di lavoro e invece, proprio in quest'area delicatissima dei diritti di informazione e consultazione, esistono ben due direttive in materia. La prima, dell'ottobre 2001, sul coinvolgimento dei lavoratori nella società europea; la seconda, la direttiva quadro su informazione e consultazione, è stata approvata a Laeken nel dicembre scorso e pubblicata a marzo nella Gazzetta Ufficiale, che è ancora più emblematica: non c'è dubbio che i diritti riconosciuti dalla direttiva del 2002 vanno al di là del minimo comune denominatore riconoscibile nei singoli ordinamenti nazionali del lavoro e quindi costituiscono ancora una volta un esempio di armonizzazione verso l'alto che smentisce l'idea che il tema dell'armonizzazione sociale non faccia più parte delle politiche comunitarie.

La verità è che questo tema esiste ancora oggi; praticarlo quindi è questione di volontà politica che di volta in volta può determinarsi in un senso o nell'altro. Del resto sappiamo che, recentissimamente, è stata approvata dopo anni di discussioni una direttiva sulle molestie sessuali, grazie all'azione della commissaria Diamantopoulou. Anche questo dimostra che, se la volontà politica si esprime con forza in una certa direzione, il tema dell'armonizzazione sociale può essere ancora percorso.

Ma, la parte più importante delle affermazioni contenute nella Carta è quella, a prima vista, meno innovativa e più scontata. L'affermazione del diritto di sciopero e del diritto di contrattazione collettiva. Mariucci si esprimeva prima in termini critici sulla norma relativa al diritto di sciopero, anche se non trascurava di avvertire che rispetto a certi ordinamenti quella norma può avere un valore progressivo. Io direi che questa norma è importante per due ragioni ulteriori: in primo luogo nella prospettiva dell'allargamento: non bisogna mai dimenticare che questa Carta è stata scritta anche nella prospettiva dell'allargamento. E noi sappiamo che in alcuni dei Paesi candidati ad entrare nella Comunità, lo stato dei diritti sindacali non è paragonabile a quello dei Paesi che della Comunità fanno parte da tempo. L'esempio della Turchia è fin troppo facile, ma sarebbe importante conoscere bene anche la situazione di altri Paesi.

C'è poi un altro aspetto da prendere in considerazione. L'interferenza che sempre più spesso si verifica con svariati aspetti del diritto del lavoro e, da ultimo, riguardante anche i diritti collettivi tra regole in materia di lavoro e diritto comunitario della concorrenza. Questa interferenza, in tempi recenti, ha avuto modo di manifestarsi anche con riguardo al diritto di sciopero da una parte e al diritto di contrattazione collettiva dall'altra. Rispetto al diritto di sciopero, l'esempio da ricordare riguarda una sentenza della Corte di Giustizia nella quale si è tentato di dare una interpretazione dilatata. Il problema nasceva da una forma di lotta, il blocco delle merci praticato dagli agricoltori francesi. Le merci bloccate erano quelle provenienti da altri Stati membri. La questione era se quella forma di lotta non entrasse in contrasto con la libertà di circolazione delle merci garantita dal diritto comunitario. Dopo quest'episodio giurisprudenziale è intervenuto un regolamento della Comunità che ha tracciato i confini fra la libertà di circolazione delle merci e l'esercizio del diritto di sciopero, chiarendo abbastanza bene che i due diritti corrono su piani diversi. Tuttavia, non c'è dubbio che aver proclamato in un testo costituzionale il diritto di sciopero sia importante soprattutto in prospettiva, per offrire un fondamento normativo più saldo nell'eventualità di scioperi, ormai vicini alla realtà, di scioperi transnazionali. Credo che la prospettiva di scioperi transnazionali, prima o poi sia destinata a materializzarsi. Allora sapere che il diritto di sciopero ha un suo fondamento in un testo di rilevanza costituzionale non è sicuramente una cosa marginale.

La contrattazione collettiva. Questo è l'aspetto più delicato. In tempi recenti si è cercato di sostenere che la libertà di contrattazione collettiva dovrebbe essere subordinata alle regole comunitarie in materia di concorrenza fra imprese. E dunque, anche i contratti collettivi, sotto certi aspetti, potrebbero essere considerati come delle intese restrittive della concorrenza, e quindi censurabili dal punto di vista del diritto comunitario. Il problema si è posto davanti alla Corte di Giustizia nel 1999 in un caso ormai molto famoso. In quella sede, appunto, si discuteva della legittimità di un contratto collettivo olandese che aveva istituito un fondo unico per la gestione di un trattamento pensionistico integrativo che poi era stato esteso erga omnes, secondo le regole proprie del sistema olandese. L'avvocato generale, nelle sue conclusioni davanti alla Corte, ha cercato di sostenere in primo luogo che anche la contrattazione collettiva deve ritenersi sottoposta al diritto comunitario della concorrenza; in secondo luogo che, comunque, mentre libertà sindacale e sciopero possono essere ricompresi nel novero dei diritti fondamentali, lo stesso non potrebbe dirsi per la contrattazione collettiva. La risposta della Corte è stata molto importante: perché per la prima volta la Corte ha posto sullo stesso piano dal punto di vista dei valori riconosciuti nell'ordinamento comunitario la politica della concorrenza e la politica sociale. Da questa premessa ha svolto un ragionamento che le ha consentito di arrivare a concludere che, in linea di principio, i contratti collettivi non possono ritenersi sottoposti alle regole comunitarie in materia di concorrenza tra le imprese. E' una conclusione molto importante perché in questo caso quello che veniva in discussione, alla fine, era uno strumento essenziale di effettività della contrattazione collettiva riconosciuta in molti ordinamenti, e da noi, da lungo tempo, rivendicata senza successo (vale a dire la possibilità che a un contratto collettivo si dia efficacia generale). Ora, sulla base della decisione della Corte, si può dire che il Contratto collettivo erga omnes è perfettamente compatibile con il diritto comunitario. Quindi, questa affermazione di principio, è di grande rilievo. Certo, per sostenere la sua decisione, la Corte non è arrivata a utilizzare il linguaggio dei diritti fondamentali. Non ha detto, apertis verbis, che la contrattazione collettiva costituisce esercizio di un diritto fondamentale. E' anche vero però che la decisione della Corte viene prima della Carta di Nizza e che oggi, alla luce della Carta di Nizza, la Corte di Giustizia potrebbe anche aggiustare quella giurisprudenza ed assumere una decisione di sostegno ancora più aperto al contratto collettivo come esercizio di un diritto fondamentale.

Se quindi si guarda in maniera realistica alla Carta di Nizza, e pur tenendo conto che le formule usate contengono pure zone d'ombra ed ambiguità, bisogna riconoscere che il traguardo raggiunto a Nizza è tutt'altro che disprezzabile e che, nel contesto attuale, sarebbe già risultato notevole riuscire a mantenerlo. Dopotutto, la caratteristica degli enunciati normativi a livello costituzionale, anche quelli contenuti nella nostra Carta fondamentale, è quella di esprimersi molto spesso per clausole generali di significato aperto. Il contenuto concreto di queste clausole generali dipende dall'interpretazione. L'interpretazione, a sua volta, dipende dal contesto sociale e politico nel quale essa viene fatta. L'articolo 41 della nostra carta Costituzionale fa, come abbiamo detto, riferimento all'iniziativa economica che non può andare contro il rispetto della dignità umana. Ma il concetto di dignità umana è variabile. Soltanto in tempi recentissimi da questa norma della nostra carta costituzionale la giurisprudenza ha tratto le implicazioni più ardite sino al punto di giungere a riconoscere risarcibile in giudizio, per lesione della dignità umana, il fatto che l'imprenditore non riconosca al lavoratore il diritto alle ferie annuali, al riposo settimanale, ecc.

Quindi, secondo me, pur con tutte le sue ambiguità, la Carta di Nizza è un risultato prezioso che costerà già fatica mantenere. Ciò non toglie che qualche lacuna ci sia, rispetto alla quale è importante che le organizzazioni sociali, a cominciare dalla Confederazione europea dei sindacati, pongano un problema. Un aspetto che non è considerato nella Carta di Nizza e che varrebbe la pena prendere in considerazione nel contesto della futura riforma dei trattati: ed è l'aspetto, del quale si parla anche molto sotto tutt'altro profilo (strettamente nazionale) della giustizia del lavoro. Ora, come voi saprete, nell'Unione europea esiste un organo giurisdizionale costituzionale rappresentato dalla Corte di Giustizia. Senonché il lavoro della Corte di Giustizia è diventato sempre più complicato man mano che l'Unione si è andata estendendo. E' già molto difficile oggi con l'Unione a 15, figurarsi con l'Unione a 20 e poi a 24. E questo si riflette non tanto sulla rapidità delle decisioni, quanto sulla qualità delle stesse. Chi conosce bene la giurisprudenza della Corte si accorge che c'è una certa caduta della qualità. Ora, non sarebbe peregrina l'idea di richiedere, nella Costituzione, non un organismo ad hoc, ma almeno una sezione specializzata della Corte di Giustizia riguardo alla materia del lavoro.

Walter Cerfreda - Segretariato Europa Cgil

L'obiettivo di questo mio contributo è quello di scendere da una discussione, anche un po' teorica, alla dura realtà. Noi non possiamo dividerci tra ottimisti e pessimisti. Dobbiamo fare un'analisi di ciò che succede e, sulla base di ciò, vedere gli spazi materiali che ci sono a disposizione. Detto in altre parole, l'Europa che sarà, quella che uscirà dalla Convenzione, dalla riforma dei Trattati, sarà figlia dell'Europa che è. Non c'è nessun cenacolo di intellettuali che, attorno un tavolo, possa prescindere dalle dinamiche concrete in atto in Europa. La Convenzione sarà contaminata dalle vicende politiche, economiche e sociali in corso.

La Convenzione è fatta da persone fisiche: quelli che sono stati eletti nella Convenzione hanno un mandato statico fino alla fine dei lavori; ma i governi politici ed anche le istituzioni europee, a partire dal Consiglio europeo si modificano di volta in volta in conseguenza della formazione dei governi nazionali. La vittoria della destra in molti Paesi europei cambierà la composizione del Consiglio europeo: avremo, ovviamente, una diversa composizione che influirà su tutte le istituzioni a partire da quelle in atto nella Convenzione.

Oggi, in Europa, siamo in una fase eccezionale caratterizzata dalla grande offensiva generalizzata della destra. Ciò ha un carattere eccezionale perché nessuno di noi poteva immaginare ciò che si è poi manifestato prima in Francia e, poi, in maniera così forte, in Olanda. Tutti noi abbiamo sempre pensato che l'Olanda era un Paese di straordinaria cultura libertaria, ben governata e gestita da un governo che aveva ben fatto, le cui forze politiche si sono trovate dimezzati i seggi di fronte a un partito di matrice inquietante; matrice egualmente presente in Francia, manifestatasi anche nel Nord Italia e in Austria, presente in Danimarca e che vive in Inghilterra, anche se non ancora caratterizzata politicamente. Si tratta di una miscela esplosiva di due elementi: uno che riguarda la difficoltà a vivere in una società multietnica. Io ritengo che l'11 settembre abbia accelerato una vena xenofoba in Europa da contrapporre a quella fondamentalista. L'11 settembre ha toccato la psicologia dei cittadini e delle persone. Non si risponde al fondamentalismo con il razzismo; tuttavia nei Paesi dove è alta la concentrazione di immigrazione araba constatiamo che c'è una presa popolare anche su questi temi. Accanto a questo, particolarmente nelle società complesse ed avanzate, vi è il tema della criminalità e quindi il tema della sicurezza. (...) La destra ha così conquistato negli ultimi mesi interi territori europei: Spagna e Italia (situazioni consolidate), Portogallo, Danimarca, Francia. Insomma, in questa Europa di benessere, l'Europa del modello sociale, le parole della sicurezza fisica delle persone contro la criminalità generalizzata e le parole che riguardano la convivenza sono più forti delle parole della coesione, della solidarietà, dei diritti. Questo è ciò che politicamente sta avvenendo, in una marea montante. Ma il fatto eccezionale è che contemporaneamente a ciò si registra una generalizzazione dell'iniziativa delle lotte sociali, lotte sindacali in Italia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Danimarca ma anche in Polonia, Lettonia e Repubblica Ceca (...).

Queste due spinte in atto (destra politica e iniziativa sociale) portano l'Europa, oggi, a stare a metà del guado: non c'è più l'Europa che conoscevamo ieri, con la Carta di Nizza ben stretta in pugno. Tutto è alterabile, niente è garantito, nonostante l'euro. Potrà andare avanti, superando questa fase, ma potrà anche precipitosamente arretrare. Il punto è che la dinamica in avanti o indietro dipende essenzialmente dal gioco che si mette in campo, guardando principalmente alla messa in discussione dell'acquis comunitario e del modello sociale europeo. Ma non si tratta di un gioco di natura solo politica: la "ventata di destra" e la reazione sociale hanno radici più profonde.

(...) Siamo in una fase in cui le dinamiche dei processi di un'economia aperta che vede misurare la competitività in un mercato globale pongono in discussione il ruolo dell'Europa. Può essere l'Europa nella globalizzazione un'oasi che mantiene inalterati i suoi modelli, i suoi processi, i suoi costi, oppure, per non essere uniformata dai processi di globalizzazione, riesce ad esportare il suo modello di civiltà e di cultura? Anche questa discussione è astratta e accademica, perché la discussione tra globalizzazione e modello sociale europeo si basa su fatti concreti: la struttura che ha costruito il modello sociale europeo, la struttura competitiva europea, regge? Questo è il punto. Se questa struttura regge, è possibile esportare il modello nei mercati mondiali, se no lo smontaggio successivo diventa quasi dinamica obbligatoria. Questo è il motivo della crisi particolare che manifesta socialmente, economicamente e politicamente l'Europa: la struttura economica europea fatica a reggere il suo modello competitivo. C'è stato il trauma del 2001, dato dal fatto che dopo la crisi americana, accelerata dopo l'11 settembre, è crollato anche il Pil europeo. Noi abbiamo vissuto per tanti anni con la certezza che la ricchezza europea desse una sufficiente autonomia delle dinamiche generali, in quanto l'Europa era essenzialmente un grande mercato interno che poteva sorreggere anche difficoltà di portata mondiale. Invece, purtroppo, si è manifestato che se si ferma la macchina mondiale si ferma pure l'Europa. La Germania ha realizzato nel 2001 un Pil dello 0,6%, più basso di quello americano che ha subito per primo la crisi e circa la metà di quello italiano, che critichiamo per essere un Pil sicuramente insufficiente rispetto ai bisogni di sviluppo e di crescita che abbiamo nel nostro Paese. La Germania, che è il motore dell'Europa, l'anno scorso ha realizzato la performance più bassa d'Europa.

Per queste ragioni è andata in crisi la strategia di Lisbona. Cioè quella proposta nata dopo Maastricht di dare un modello sociale ed economico europeo basato sulla qualità e sullo spazio di competitività fondato su qualità del prodotto e qualità del lavoro. E' andato in crisi perché non ha retto lo scontro competitivo, mentre la struttura produttiva chiede in maniera crescente che il sovracosto del modello europeo venga man mano normalizzato. (...) Il modello sociale europeo viene aggredito in tutta Europa in quanto generatore di sovracosti che le imprese, nel mercato globale, non hanno più intenzione di mantenere e si appoggiano ai governi di destra che traducono tali richieste in politiche legislative e parlamentari.

Da questo punto di vista, in Europa è iniziata un'offensiva che ha un carattere sociale, economico e politico. Anche quest'offensiva, per arrivare ai temi della Convenzione, ha due gambe: una riguarda i processi, come accennavo prima, di deregolazione dei costi del mercato del lavoro e dei costi del lavoro. Lo scontro duro contrattuale in Germania non nasce con i meccanici, c'è stato prima un lungo braccio di ferro vinto dalla categoria dei chimici che ha rinnovato in Germania un contratto al 3,1%, superiore quindi all'inflazione, incrementando il potere d'acquisto: i metalmeccanici cono andati un po' oltre con quest'ultimo contratto di 22 mesi che va al 4%; in Gran Bretagna lo scontro sulla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali non si basa su una discussione generica ma dal fatto che si manifesta un doppio regime contrattuale: mantenimento del regime contrattuale per i lavoratori già esistenti e condizioni di mercato per i nuovi.

Noi sappiamo che all'interno della Convenzione molti esponenti rappresentanti di istituzioni di ispirazione moderata chiedono che dal futuro Trattato venga espunta la materia sociale. Voi sapete che la Convenzione finirà con due Trattati: un Trattato di principi e un altro programmatico. Il Trattato di principi riguarderà i grandi valori e lì dentro una parte della Carta di Nizza, la sua ispirazione, dovrebbe comunque farne parte. Ma la partita vera si gioca non sui grandi principi ma sul secondo Trattato, quello programmatico. Perché nel Trattato programmatico saranno inseriti i meccanismi e gli strumenti per attuare i principi. La richiesta che è stata avanzata da molti esponenti della Convenzione, a cominciare dal vicepresidente del Consiglio italiano, è che nel Trattato programmatico, nelle future competenze europee, non venga più prevista la materia sociale. Questi signori sostengono che, avendo l'Unione già tanto operato e regolato in materia sociale, si è nella realtà completato un arco di protezione europea e che non c'è bisogno di ulteriori regole sociali; che la materia sociale si è in qualche modo esaurita a livello comunitario e debba essere di sola competenza nazionale. Ovvero poter realizzare quei modelli di adattamento a livello nazionale delle grandi ispirazioni delle leggi sociali europee. Peraltro il documento Blair-Berlusconi, nel punto 23 dice esattamente ciò: "la materia di intervento della legislazione sociale europea si è completata".

Una Convenzione che avesse in conclusione l'uscita del sociale come futura materia europea lascerebbe all'Ue soltanto le competenze su difesa e sicurezza e sulla regolazione dei mercati. Questa è la proposta con cui ci dobbiamo misurare (...). Non possiamo che constatare che stiamo combattendo contro un'idea che ha nell'impianto Berlusconi-Blair un intervento sul mercato del lavoro e sull'abbattimento dei costi che ne derivano, cioè un'offensiva coerente. Talmente coerente che spiega perché oggi Aznar rompe con il sindacato spagnolo: (...) se rompe adesso è per marcare, come presidente di turno dell'Ue, un modello volto sì alla situazione spagnola ma che si connette a ciò che è in atto in Italia, in Inghilterra e in altri Paesi europei. Detta quindi un'ispirazione di politica più coordinata e più complessiva.

E lo fa anche perché la constatazione, e quindi la dinamica delle scelte, deriva dal fatto che la ripresa competitiva dopo questa fase di crisi da parte della struttura produttiva europea costa fatica. Questo anche per errori inaccettabili della stessa Unione europea: dalle istituzioni europee non viene nessun aiuto alla congiuntura. La Banca Centrale europea continua a strozzare i tassi d'interesse perché l'unico obiettivo è il mantenimento basso della dinamica inflativa, ma la conseguenza non è la crescita bensì la moderazione. Il commissario europeo Mario Monti continua a porre vincoli, facendo una lettura astratta della concorrenza e dimenticando che il mercato europeo è una parte del mercato mondiale e, quindi, ogni intervento fatto sul mercato europeo va misurato per gli effetti che combina rispetto alla dinamica globale.

(...) Paradossalmente, il futuro della congiuntura europea viene affidato alla locomotiva americana e, contemporaneamente, in Europa, non viene applicato nessuno degli strumenti che ha consentito all'economia americana oggi di riprendersi. Gli Stati Uniti si sono ripresi per alcune azioni precise: un grande aiuto alle imprese strategicamente più significative (in particolare, spazio, difesa e informatica) puntando sulla qualità, per conquistare un altro ciclo della tecnologia e del governo tecnologico; un investimento del 5,7% del bilancio in ricerca ed innovazione (in Italia siamo a poco più dello zero, mentre la media europea è dell'1 e qualcosa); l'alleggerimento della pressione fiscale sui redditi medio-bassi (la proposta Berlusconi alleggerisce sui redditi alti) e una politica protezionista su alcuni settori, quali la siderurgia e l'agricoltura. In Europa non è successo niente: perché non c'è una politica economica europea e i singoli Paesi non hanno né investito nei punti avanzati né su ricerca ed innovazione, ma, semplicemente in una competizione da costi e, quindi, di deregolazione ulteriore della struttura attinente il mercato del lavoro.

Siccome in Europa non si riesce a competere sulla qualità e, quindi, non si riesce a crescere, sta nascendo una discussione un po' curiosa che riguarda l'attacco al Patto di stabilità. Cambiamenti li rivendichiamo anche noi, ma la discussione in atto oggi nella richiesta di molti governi di revisione dei parametri del patto deriva dalle motivazioni che oggi l'Europa ha una congiuntura difficile, non riesce a crescere, non crescendo non ha ricchezza da ridistribuire ma ha un consenso da gestire. E, siccome il consenso va gestito (specialmente dai governi di destra), non avendo ricchezze materiali hanno bisogno di aumentare la spesa pubblica. Per aumentare la spesa pubblica chiedono la revisione dell'equilibrio del Patto di stabilità tra disavanzo pubblico e Pil.

Tutto questo giustifica poi la sterzata della "ventata di destra": cioè una difficoltà profonda del modello economico che, ovviamente, non avendo risposte sul terreno della qualità le cerca sui costi e sulla deregolazione del mercato del lavoro. Questa deregolazione introduce elementi di precarietà e insicurezza tra i cittadini europei. All'insicurezza si risponde da destra con una grande campagna sulla sicurezza fisica e non sulla sicurezza sociale. A sinistra si registra il vuoto di un modello di società che rilanci la stabilità e la certezza dei diritti delle persone accanto ad un intervento sulla sicurezza fisica: in caso contrario ci affidiamo alla polizia, terreno su cui vince naturalmente la destra.

Se questo è il quadro, che fare? Io penso che dovremmo fare quattro cose e cito quattro titoli.

Primo, una questione di metodo: bisogna aumentare la velocità. Significa far vedere le nostre priorità, metterle in campo. Non si tratta di costruire una piattaforma, ma, sulla tutela sociale, fare vedere che è possibile un'altra Europa, un altro cammino. All'Europa che stanno deregolando contrapporre un'altra Europa: non quella che avevamo (se no, ci dividiamo fra ottimisti e pessimisti), il pur importante acquis, ma l'Europa che vogliamo. Ciò deve avvenire su diverse linee di lavoro. La prima riguarda noi: occorre in questa fase un atteggiamento coraggioso da parte delle organizzazioni sindacali, utilizzando la fase del prossimo congresso della Ces, che sarà preceduto da tutti i congressi di categoria, per mettere in campo quella migrazione di poteri dai livelli nazionali al livello sovranazionale di competenza di politiche contrattuali e sindacali. (...) Non riusciamo a reggere il contratto nazionale di lavoro se non dentro una dimensione europea dei diritti, specialmente alla vigilia dell'allargamento e, quindi, cogliere l'occasione per segnalare in questa fase che il sindacato investe in una migrazione dei poteri verso la dimensione europea. Si pone la domanda: di quali contratti europei parliamo, se nel frattempo ci sconfiggono sui diritti e smontano la contrattazione nazionale? Io penso ad una sorta di manifesto o documento europeo sui diritti, sulle regole, uscendo dalla difesa in ogni singolo Paese. Un documento che faccia capire ai governi e agli imprenditori che anche a questo livello il sindacato scende in campo; poi, intorno al documento, aprire una campagna straordinaria di mobilitazione in Europa.

Secondo: io penso che si debba accelerare la riforma del dialogo sociale europeo. Proprio perché il dialogo sociale viene messo in discussione, viene compromesso nei vari Paesi (in Italia siamo passati alla comunicazione; non abbiamo né concertazione né dialogo sociale; in Spagna lo stesso), abbiamo bisogno di valorizzare una riforma del dialogo sociale e di farlo in tempi rapidi. Perché se la Ces e l'Unice sono in grado di segnalare in questo momento che invece si rafforza il dialogo sociale e si danno delle regole e delle procedure, tutto ciò acquista valore politico. E' una compensazione, una sponda. Noi siamo andati molto avanti, grazie ad un lavoro fatto in comune con Cisl e Uil. Il fondamento della riforma del dialogo sociale europeo è che in Europa le parti sociali non possono soltanto avere funzioni delegate dalla Commissione per regolare con avvisi comuni le direttive sociali della Commissione. Noi vogliamo mantenere questo anche per il futuro, anche perché vogliamo che la materia sociale rimanga competenza dei Trattati, ma la riforma del dialogo sociale poggia su due gambe. Una è la concertazione tripartita che è una sorta di politica dei redditi europea, mentre viene smantellata a livello nazionale. Si prevede una procedura per la quale, alla vigilia di ogni vertice, e segnatamente quelli che decidono le priorità economiche, ci sia un vertice sociale, in cui, accanto alle priorità economiche vengano fissate quelle sociali e quindi, le parti sociali concorrono a formare le linee di scelta di politica generale ed economica europea; come si è fatto in Italia con la concertazione che è stata adesso messa in discussione. Questa proposta, intorno alla quale si sta lavorando, è ormai largamente vicina alla conclusione. La seconda gamba è quella dello sviluppo delle relazioni dirette fra le parti, l'autonomia delle parti: abbiano cioè un doppio terreno negoziale di confronto e decidano loro di sentire il bisogno di regolare alcuni campi dell'attività del lavoro.

Terzo: la crescita. Il coordinamento delle politiche economiche europee. Inoltre c'è una discussione in atto sulla necessità di armonizzare le politiche fiscali in Europa. Tutto questo è importante, però c'è oggi una discussione sul Patto di stabilità: non sarebbe sbagliato, a mio parere, se il sindacato europeo aprisse una discussione in cui si vedesse pubblicamente che noi facciamo una proposta banalissima ma molto concreta. Diciamo: in Europa c'è bisogno non soltanto del Patto di stabilità ma anche della crescita. Noi difendiamo il valore del Patto di stabilità ma chiediamo che vi sia crescita. Per permettere che vi sia crescita, chiediamo che tutte le applicazioni derivanti dagli investimenti previsti dalla strategia di Lisbona non vengano computate sul Patto di stabilità. Se Lisbona è la competizione di qualità e se vi sono investimenti sulla qualità del lavoro, della formazione o di quanto viene lì indicato come i settori fondamentali di ricerca e sviluppo e delle filiere avanzate, la società della comunicazione, non si capisce perché questi investimenti debbano essere computate come spesa. Questa è un'altra idea di crescita. Un confronto attraverso la messa in campo di un'idea.

Quarto, la proposta coraggiosa in campo istituzionale. Assieme a Cisl e Uil abbiamo varato un documento che presenteremo in tutte le sedi, in cui si profila una scelta coraggiosa: la nostra idea è quella che un'Europa più forte in materia sociale, con più poteri delle parti sociali, pretende un assetto istituzionale che non è quello propostoci da Blair, Aznar, Chirac, con il Consiglio che elegge un suo premier il quale rappresenta gli Stati. Noi pensiamo che vada rafforzato un altro modello: innanzitutto dare al Parlamento europeo non solo le capacità di codecisione, pur fondamentale, ma, in un'Europa federale (che è la nostra ispirazione) trasferire poteri al Parlamento europeo a partire da quelli di codecisione e anche, ambiziosamente, il potere di poter eleggere un governo. Se no, che Parlamento è? Se non può eleggere un governo, perché il presidente della Commissione è nominato, se la Commissione non ha i poteri legittimati e democratici per governare, questi poteri di governo restano in capo agli Stati e, addirittura, Blair, Chirac e Aznar dicono che devono essere rafforzati i poteri degli Stati, non quelli della Commissione o del Parlamento. Infine una struttura bicamerale del Parlamento europeo, in cui gli Stati, nell'idea appunto di Stati federati, rappresentano una seconda Camera, cioè la Camera degli Stati. *

Renzo Imbeni - Parlamento europeo

Vorrei dire tre cose, in apertura. La prima: una delle ragioni di questo sconvolgimento politico elettorale, in Francia, in Olanda, in Danimarca e così via, è stato il ruolo che i governi nazionali hanno avuto rispetto alla costruzione europea, negli ultimi anni. Questo limite è diventato molto evidente. In sintesi: vertice europeo di Barcellona, vertice europeo di Nizza, vertice europeo di Goteborg, ecc. Conferenze stampa finali: Jospin e Chirac, primo ministro e presidente della Repubblica francese, insieme: "nous avons fait l'intérêt de nos pays". Stessa cosa dicono il primo ministro inglese e il primo ministro spagnolo. Cioè, il messaggio che è stato mandato è che c'è una contrapposizione, se non una contraddizione, una differenziazione enorme, fra gli interessi nazionali e l'interesse europeo. Ora, tu sei capo di governo, di una coalizione di centrosinistra oppure di centrodestra, e mandi questo messaggio: i frutti li raccoglie Le Pen, non li raccogli tu, li raccolgono il populista Haider, o Fortuny (sebbene si tratti di cose diverse tra loro: anch'io non sono per fare di tutta l'erba un fascio).

In questo sta la maggiore critica. Io ho chiesto al presidente del Parlamento europeo, in un incontro confidenziale, che intervenga in modo ufficiale in uno dei vertici, rivolgendosi ai capi di governo, perché si modifichi il linguaggio nelle esternazioni pubbliche, perché il potere vero, in quest'Europa è ancora quello dei governi nazionali. E se i governi nazionali mandano questo messaggio, subito dopo c'è la versione antieuropea (alla Bossi, ecc.).

E dove sta la versione delle forze politiche di progresso, a questo punto? Noi abbiamo avuto tutta una fase, quella dell'ultimo allargamento (Austria e Paesi nordici) in cui la critica diffusa alla costruzione europea era di tipo democratico, intrisa di esperienze democratiche consolidate, come quelle svedese, irlandese, danese (dove, dopo settant'anni, siamo arrivati a un cambiamento di indirizzo politico). La critica era "entriamo in un soggetto che è poco democratico", poco trasparente, poco simile alle nostre tradizioni dove c'è un controllo forte dell'opinione pubblica sui propri governanti e dove c'è un controllo fortissimo del proprio parlamento sul proprio governo; addirittura c'è il cosiddetto "metodo danese" (i ministri danesi quando vanno ai vertici hanno un mandato che viene discusso prima dal parlamento). L'idea, per quei Paesi, di mettersi assieme a Paesi usciti da poco dal fascismo, o che avevano un'eredità ancora negativa dal punto di vista della sicurezza democratica, era la ragione di questa critica di carattere democratico, e cioè l'antieuropeismo democratico. Io ho l'impressione che, col passare del tempo, l'antieuropismo non possa più essere di sinistra e democratico. L'antieuropeismo diventa progressivamente populismo di destra perché nega un fatto elementare: e cioè che i problemi che hanno di fronte le società di oggi, quelli più rilevanti, si affrontano e si risolvono soltanto ad un livello sovranazionale. Allora, il messaggio dei capi di governo anziché essere a difesa degli interessi nazionali contro, dovrebbe essere "abbiamo trovato assieme le soluzioni migliori per i nostri Paesi", per l'Unione europea e per ciascuno dei suoi Stati membri.

Il secondo punto. Un certo fondamentalismo federalista, come quello condotto dai federalisti italiani sullo Stato europeo, si munisce di messaggi che presentano l'Ue in termini negativi, come se l'Ue dovesse essere progressiva omologazione di tutto. Dice Sepi: io non vedo bene la Nazionale di calcio europea, ma diciamo le cose più sostanziose: abbiamo fatto la moneta, per ragioni funzionali, e ciò va bene a tutti, ma l'idea che si possa pensare in futuro ad una omologazione di carattere culturale, linguistico, religioso, sulle tradizioni così diverse e, anche sulle questioni degli Stati nazionali, mandando così il messaggio che l'Unione europea sostituisce gli Stati nazionali, questo è un incubo dal quale l'opinione pubblica europea fugge giustamente. E' proprio questo che dobbiamo capire: proprio perché l'Europa è diventata un soggetto politico, deve restare in piedi la concezione di un'Europa che è unione delle differenze, che tali sono e che tali resteranno. Il problema oggi è non di cancellare gli Stati nazionali, ma di passare ad una sovranità condivisa tra questi Stati nazionali, con le loro espressioni, i loro parlamenti e governi, e con le espressioni nuove di carattere istituzionale di questa sovranità condivisa: il Parlamento europeo, la Commissione. Se non c'è questa correzione si lascia spazio a tutte le propagande di qualunque tipo, con "forcolandia" e con l'indicazione, comunque, dell'Europa come altro dalla partecipazione di tutti noi e come elemento di cui diffidare, di cui avere paura, e non invece il risultato della nostra volontà.

Insomma, secondo me, occorre proteggere la presentazione del progetto Unione europea, come progetto ricco, affascinante, straordinario, perché è da una parte il luogo di affermazione di tutte le identità, nazionali, locali, regionali, culturali: solo dentro a questa dimensione sovranazionale tu hai la possibilità di difendere, contro la globalizzazione di natura economica e finanziaria, queste identità che altrimenti sarebbero travolte e poi, sul terreno politico, con questa sovranità condivisa, riesci ad essere un soggetto a livello internazionale, cosa che ben presto potrebbe avvenire.

In terzo luogo voglio toccare una questione un po' delicata, settoriale ma collegata con la precedente: qui tocco un nervo un po' scoperto per la sinistra, quello dell'immigrazione.

Questo tema richiama il modello sociale, fatto dai democristiani più che da noi. Faccio riferimento al voto olandese. Quando c'è stato il voto di Rotterdam ho chiesto cosa fosse successo a un mio collega olandese. Ha allargato le braccia: una sorpresa enorme. Poi abbiamo visto che il consenso su quelle posizioni è cresciuto. Lo dico per evitare che tutto si riduca a spiegazioni sociologiche, di condizione sociale, di disoccupazione che non è diminuita come si sperava.

La pena di morte, per esempio. Io sono rimasto sconvolto quando ho appreso che il rappresentante principale della religione islamica di Rotterdam se n'era uscito con una dichiarazione in cui diceva che secondo lui gli omosessuali dovevano essere puniti con la pena di morte. Ma chi è il razzista? Insomma c'è stato un vuoto nostro perché, d'accordo su questo con Cerfeda, se la risposta nostra è quella di rincorrere la destra sui terreni di polizia, sicurezza, criminalità, immigrazione, delinquenza, noi abbiamo perso. Abbiamo cominciato a perdere a Bologna, nel '99, su questo. Invertiremo rotta solo quando non daremo risposte chiare sul tema sicurezza sociale/sicurezza personale e non lasceremo il monopolio della difesa dei diritti ad altri.

Un'altra battuta sul tema delle 35 ore. I compagni francesi mi hanno detto che il solo effetto della legge sulle 35 ore è stato quello di un aumento demografico dopo la sua entrata in vigore.

A proposito della proposta di Blair. Di fronte a proposte di cambiamento bisogna sempre riflettere sulla situazione attuale. La situazione attuale non va. Così non può continuare. Noi abbiamo una presidenza ogni semestre. Vi immaginate da qui a cinque anni, con Malta, Estonia, Lettonia, Lituania e Slovenia, che per cinque semestri diventano presidenti a turno? Allora si sta discutendo di altre ipotesi. Una è di un turno di presidenza europea per due anni e mezzo o per cinque anni. Il problema è: chi la decide? I governi, i parlamenti nazionali, il Parlamento europeo? Quali equilibri di potere tra questo presidente e quello della Commissione? Quali poteri a quest'ultima? Quali poteri al Parlamento europeo? Se Blair spingesse davvero in quella direzione, gli altri Paesi dovrebbero porre il problema dell'unicità della sicurezza europea, di un volto esterno dell'Unione; porre il problema dell'esistenza dell'Ue, come tale, in tutti gli organismi internazionali. Non più la Francia e la Gran Bretagna nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma un rappresentante dell'Ue, con tutto quello che ne seguirebbe (Fmi, Wto, Banca Mondiale, Oil, e così via); non togliendo le rappresentanze nazionali, ma con un rappresentante che, a nome dell'Unione europea, parla in quegli organismi rapportandosi, ovviamente, ai Paesi membri. E ancora: questa proposta, in relazione a quale funzione del Consiglio in futuro? Perché oggi il Consiglio è esecutivo e legislativo. E' un animale strano: perché il Parlamento è co-legislativo; la Commissione propone ed esegue, ma senza potere decisionale; il Consiglio è codecisionale, nelle politiche comuni, con il Parlamento. Nelle altre politiche fuori dalle decisioni, e sono le più importanti, la maggior parte del potere è concentrato sul Consiglio.

A mio parere la Camera degli Stati sarebbe la soluzione migliore: due Camere, una rappresentante dei popoli, il Parlamento, l'altra rappresentante degli Stati. Compiti legislativi alle due Camere e un governo europeo che dovrebbe essere la Commissione.

Un'ultima cosa, non per complicare ulteriormente la situazione, a proposito del Patto di stabilità. C'è un punto che dovrebbe essere ulteriormente approfondito: se va avanti quest'idea (investimenti non computabili nelle spese facendo riferimento a Lisbona) ne derivano due aspetti. Uno riguarda le "difficoltà". Secondo: qual è il livello gestionale della traduzione di questa proposta? I singoli governi nazionali? Un riferimento al piano Delors, un Fondo europeo, a suo tempo acclamato e contemporaneamente buttato nel cestino dai governi europei, potrebbe essere importante. Se mi è permesso nella mia veste di membro supplente della Commissione controllo di bilancio dovrei informarvi, a proposito della situazione in Europa, che abbiamo respinto a maggioranza una proposta di relazione di una laburista gallese che, nella sua "esposizione dei motivi" proponeva di fatto di sciogliere il Comitato economico e sociale europeo, perché era a favore del dialogo sociale. E si chiedeva in quel documento: come mai le grandi industrie, le grandi compagnie cercano di avere un rapporto diretto con i parlamentari, i commissari? E' chiaro, concludeva, che il Comitato economico e sociale non conta niente. Una laburista gallese, non la nipote della Tatcher! Quindi, stiamo molto attenti.

 

Il seminario del Segretariato europeo della Cgil, svolto in collaborazione con la Cgil Emilia Romagna e intitolato: "Dalla Carta dei diritti fondamentali alla Costituzione europea: diritti sociali e cittadinanza europea", si è svolto nell'ambito di un progetto con la collaborazione ed il contributo della Commissione europea - DG Educazione e Cultura (n. 2001-1765/001-002 INF-SYNDIC) e ha visto la partecipazione di numerosi quadri sindacali territoriali e di categoria della Confederazione. Ne pubblichiamo ampi stralci (ma non tutto per motivi di spazio) ricordando che, oltre agli interventi che troverete di seguito, hanno svolto interessanti relazioni anche Mario Sepi, del Dipartimento politiche comunitarie della Cisl, e Carmelo Cedrone, responsabile internazionale della Uil. Le relazioni e gli interventi (tutti disponibili presso la redazione di "euronote") non sono stati rivisti, per ragioni di tempo, dagli autori. Ci scusiamo con loro, in anticipo, per eventuali refusi o omissioni.