come governare l'Unione che verrà nei nuovi scenari mondiali

Atti del convegno tenutosi a Milano il 26 novembre 2001 organizzato da Cgil-Cisl-Uil Lombardia

Susanna Camusso
segretario generale Cgil Lombardia

Il vantaggio di un introduzione in questo dibattito è quello che si possono proporre alcuni temi in materia problematica, rilanciando ai relatori del convegno stesso l'approfondimento delle tematiche.
La nozione di governance, non traducibile in italiano con una sola parola, non può essere identificata con il solo termine governo.
Con questa parola infatti si comprendono non solo le istituzioni e gli apparati governativi, ma anche «tutti i meccanismi formali e informali, pubblici e privati, di produzione del consenso sociale attorno ad obiettivi socialmente rilevanti». I principi di una buona governance, dicono gli estensori del Libro Bianco, sono l'apertura, la partecipazione, la responsabilità, l'efficacia, la coerenza, principi che costituiscono il fondamento della democrazia e della legalità negli Stati componenti e da applicare a tutti i livelli di governo: globale, europeo, nazionale, regionale e locale.
Il Libro Bianco, apre per la Commissione europea la discussione su un «nuovo modello di efficienza operativa nelle istituzioni comunitarie, per aprire una fase nuova nel rapporto con i popoli e gli Stati componenti».
Il Consiglio europeo di Laeken del 14 e 15 dicembre dovrà dare corpo alle decisioni assunte con la dichiarazione di Nizza dando avvio al processo di riforma "L'avvenire dell'Europa".
Il Vertice di Nizza del dicembre 2000, deludente come abbiamo in quell'occasione detto, per altri versi, aveva raggiunto almeno un obiettivo importante: quello del varo della Carta europea dei diritti fondamentali, anche se relegata ai margini del Vertice e licenziata con eccessiva e sospetta fretta. Altro importante fatto, più di attese che di atti concreti, è stato quello di fissare per la futura discussione quattro assi principali: il ruolo dei parlamenti nazionali, lo Statuto della Carta prima ricordata e la sua integrazione piena nei Trattati e la semplificazione di questi ultimi.
Laeken deve tradurre in atti concreti tutto ciò, aprendo così un passaggio di fase nuovo che veda anche il ruolo "esterno" che l'Ue dovrebbe avere nei processi di regolazione mondiale.
Mai come negli ultimi mesi è risultato evidente che il mondo monopolare, frutto della caduta dei blocchi e del decadimento delle istituzioni sovranazionali, non è un nuovo ordine mondiale.
La fine del mondo diviso in blocchi contrapposti e della guerra fredda avrebbe dovuto comportare (e dovrebbe ancora pretendere) la messa in campo di nuove energie, di nuove scelte internazionali rivolte allo sviluppo ordinato e compatibile, al rafforzamento dello stato sociale, a politiche rivolte a diminuire le terribili differenze di sviluppo e di democrazia esistenti nel mondo, presupposto storico di conflitti e di guerre. L'Unione europea, per storia, cultura politica e sociale, avrebbe potuto (e deve) svolgere un ruolo determinante in questa direzione, vincendo egoismi nazionali, volontà egemoniche, ridicole pre tese nazionaliste, quando non etniche o barbaramente e inutilmente provinciali.
Volgendo positivamente i cambiamenti dettati dalla globalizzazione, combattendo l'attacco universale alla democrazia innescato dal terrorismo fondamentalista, condizionando e regolando l'incontrollato liberalismo finanziario che si scopre anche finanziatore del terrorismo.
Vi è l'assoluta necessità per il mondo globale di istituzioni sovranazionali legittimate democraticamente a cui si riferiscano anche multipolarità sovranazionali democraticamente legittimate.
Non solo terrorismo, Afghanistan, Palestina e le tante guerre del mondo lo invocano, ma anche la necessità di regole condivise del mercato, del commercio della finanza, che diano regole alla globalizzazione.
In altre occasioni abbiamo detto della debolezza degli organismi mondiali, e delle potenzialità dell'Unione europea che è oggettivamente a un bivio. Infatti, o diventa, anche in presenza della scelta dell'allargamento, un'area più vasta di sostanziale libero scambio sostenuta da una moneta unica, riguardante tra l'altro solo una parte delle sue componenti, o un'Europa unita politicamente attraverso scelte istituzionali e di funzionamento democratiche ed efficaci, attraverso un governo dell'economia, dell'avanzata coesione sociale, e della cittadinanza sociale e civile. Conosciamo le contraddizioni, le differenti sensibilità ed i problemi e sarebbe inutile nasconderle. Ma non c'è altra scelta, pena l'annullamento di una evoluzione, fatta di piccoli passi, ma costante.
La stessa moneta unica ci costringe a questa accelerazione; il modello di unità scelto, attraverso il trasferimento della sovranità da parte dei Paesi dell'Unione che hanno deciso questa strada, del cardine più delicato delle politiche economiche, quello monetario e della ragione dei cambi (storicamente risultato di unità politiche) sarebbe messo rapidamente in crisi senza rapidi interventi unitari in materia economica, sociale, democratica: in una sola parola, politica.
Che è altro modo di dire quanto sempre affermato dal movimento sindacale, la nostra fondamentale critica ai 2 tempi dell'Europa: quella della moneta e quella della Carta fondamentale; ovvero della lunga strada per il suo trasformarsi, attraverso l'assunzione da parte degli Stati componenti, in carta costituzionale sostanziale.
Citando il saggio "Svegliamo l'Europa": «la moneta unica presuppone un coordinamento totale delle politiche macroeconomiche e una base comune in materia di fiscalità e di politica sociale. La condivisione delle nostre risorse umane, scientifiche e tecnologiche deve portarci verso uno sviluppo sostenibile, nel rispetto delle risorse naturali e dell'ambiente. La creazione di uno spazio di libertà e di giustizia esige il ravvicinarsi dei nostri sistemi di diritto e dei mezzi di lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo».
A questa sfida deve rispondere la governance e la riscrittura dei trattati e come ricorda la Ces questo dibattito va allargato ai Paesi candidati.
Le finalità indicate dal presidente della Commissione Prodi ai sindacati europei, le indicazioni del Libro Bianco, quelle di "Svegliamo l'Europa", le nuove necessità che dall'11 settembre 2001 chiamano alla lotta al terrorismo, non solo sul piano delle azioni di forza, sono lontane dalle scelte che compie il governo italiano, troppo spesso e neanche tanto velatamente antieuropeista.
Il dibattito sulla governance, la scelta che vogliamo ribadire perché il futuro Trattato sia un vero e proprio patto costituzionale, i sintomi di allontanamento dei cittadini dell'Europa devono spingerci a muoverci positivamente e a indicare questa direzione ai governi nazionali.
Il movimento sindacale ha, se è possibile, una ragione in più di altri sindacati per sostenere le tesi europerista e il documento della Confederazione europea dei sindacati (Ces).
Il sindacato italiano è stato un artefice fondamentale del processo di risanamento del Paese che ha permesso all'Italia di essere a pieno titolo nell'Unione monetaria.
Sarebbe assurdo se riuscissimo a far vivere l'Ue vicina per i sacrifici e lontana rispetto a temi che vanno dalla pace, ai diritti, alla sovranazionalità federale.
Dobbiamo far vivere l'idea di Unione europea, e a questo fine molte indicazioni vengono dal documento della Ces; potrei, per sintetizzare, richiamare questo passo: «per la Ces è prioritario che il modello sociale dell'Ue, compreso il principio dei servizi di interesse generale, sia ancorato nella costituzione e che l'unione sociale, la politica per l'occupazione e l'unione economica e monetaria siano integrate su un piano di eguaglianza».
La Ces raccomanda che la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, ivi compresi i diritti sindacali sovranazionali, diventi giuridicamente vincolante e sia integrata come "pietra angolare" della costituzione dell'Ue. Temi per noi, per il confronto in atto con il governo, di straordinaria attualità.
Ricordava Romano Prodi all'incontro con la Ces: «Un mondo in cui la competitività procede di pari passo con la consapevolezza sociale e l'eccellenza delle politiche sociali». Nessuno può nascondersi come fare davvero questo processo significhi per gli Stati nazionali dare il via a un processo di federalismo duplicemente legittimato che porta con sé cessione di sovranità, ma anche per le organizzazioni sindacali porta un problema di cessione di sovranità.
La richiesta della Ces di essere co-regolatore dei processi, la dinamica delle direttive da recepire dovrebbero essere primi passi: concordare in Europa e non smentire in patria, definire vere deleghe di potere contrattuale, come trasferimenti di poteri dovrebbero avere i Cae, in questo senso sul piano delle politiche sociali si può riaffermare un senso comprensibile per i cittadini lavoratori italiani ed europei.
Comunque al movimento sindacale tocca essere volano e protagonista principale di questo processo politico, rafforzando un sostegno convinto e partecipe al progetto di unità politica europea. Dobbiamo operare concretamente perché da Laeken, attraverso lo stabilirsi di percorsi e procedure concrete, si pervenga entro il 2004 ad una riforma del Trattato.
Noi condividiamo pienamente la posizione della Ces. Occorre più che mai ricercare risposte europee comuni alle domande dei cittadini: le culture differenti dei singoli Stati membri non possono diventare l'alibi per non condividere i valori europei comuni espressi solennemente nella Carta dei diritti fondamentali. Il processo di costituzionalizzazione europea passa necessariamente attraverso l'adozione politica e attiva della Carta, giuridicamente vincolante.
Quindi il futuro dell'Europa si afferma attraverso una "vera costituzione", che affermi obiettivi, giurisdizione e responsabilità dell'Unione secondo un sistema "equilibrato" a livello federale, poggiato sui cardini integrati della sussidiarietà, della complementarietà e della solidarietà.
Per noi il modello sociale europeo, comprendente anche il principio dei servizi di interesse generale, deve assumere la funzione di arco portante della Costituzione europea e, come afferma ancora una volta la Ces: «Unione sociale, politica per l'occupazione e unione economica e monetaria, siano integrati su un piano di uguaglianza».
Costituzione e Trattato debbono riconoscere e rafforzare l'autonomia dei partner sociali e il loro ruolo coregolatore a tutti i livelli, dentro un nuovo sviluppo di un sistema europeo di relazioni industriali. Sappiamo bene che ciò sarà né facile, né di breve periodo. Occorrerà superare diffidenze, resistenze, anche nostre, anche dentro il movimento sindacale europeo e italiano. Ma, ribadisco, il senso di marcia deve essere chiaro per tutti: non si perviene ad un sistema europeo di relazioni industriali senza il coraggio della scelta della cessione di parti di sovranità sindacale sulle materie che si vuole siano trattate a livello europeo. Il problema è quasi tutto nostro: occorre aprire una riflessione collettiva, utilizzando tutte le occasioni di discussione, per raggiungere quegli obiettivi. Il sindacato italiano ha tutte le carte in regola e le condizioni per fare da apripista nella direzione di una Ces capace di agire; il sindacato lombardo, per il ruolo che riveste, può e deve dare un forte contributo per quest'obiettivo.

In conclusione, tutto ciò è per noi necessario per dare senso alla governance e riallargare la comprensione del ruolo dell'Ue, del suo allargamento, della sua autorità internazionale.
Per il movimento sindacale ciò sarà se l'Ue è - come dice la Ces - fondata su pace, democrazia, diritti fondamentali, giustizia sociale, piena occupazione e qualità del lavoro, coesione sociale e territoriale, sicurezza sociale, i servizi di interesse generale e modello sociale europeo. A questi principi deve ispirare il suo ruolo di polo nell'ordine mondiale che si sta costituendo. *

Franco Chittolina
Commissione europea

Io vorrei iniziare ringraziando Cgil-Cisl-Uil per questa iniziativa, che mira ad allargare il dibattito sul futuro dell'Unione. Vorrei contribuirvi fornendo qualche elemento di contesto, per la riflessione, per la discussione, per questo dibattito che speriamo si ravvivi e cresca negli anni che verranno, da qui al 2004 quando dovrà essere adottata questa riforma che speriamo radicale. Quando parliamo di contesto, dobbiamo smettere di essere così narcisisti da guardare soltanto l'Europa : il contesto è il mondo, e vorrei partire proprio da quell'11 settembre 2001 di cui si dice che, da allora, nulla è più come prima. Ora io non vorrei che si esagerasse troppo su questo momento di rottura: non è che prima non ci fossero dei segnali gravi, molto evidenti del disordine mondiale, lasciando così credere in qualche modo che questi siano emersi soltanto dopo l'11 settembre. Prima dell'11 settembre c'è una lunga e duratura storia di squilibri Nord-Sud evidentissimi agli occhi di tutti con il cosiddetto risanamento ispirato alle politiche ultraliberiste, con il risultato del consolidamento di un debito insostenibile. C'è stato il fallimento di Seattle, c'è stato un segnale allarmante da Durban nella conferenza che affrontò il tema del razzismo e che, penso lo si possa dire con legittima fierezza, venne salvata dall'insistenza, dalla tenacia dell'Europa che riteneva che questi valori della convivenza dovessero essere affermati. E poi c'è l'instabilità, c'era prima dell'11 settembre, davanti agli occhi di tutti, c'è tuttora l'instabilità del teatro europeo dove ci sono situazioni di crisi appena sotto controllo, come nei Balcani ad esempio. C'era prima dell'11 settembre una prospettiva molto incerta, molto esitante, non tanto sull'allargamento ma sui tempi dell'allargamento, e chi chiamare in Europa, chi lasciare ancora fuori. C'è stato il Vertice di Nizza che ha lasciato l'Europa in un surplace piuttosto pericoloso. Ecco dopo l'11 settembre forse la differenza grande: c'è stata una presa di coscienza della gravità del disordine internazionale, ma è stata anche riconfermata chiaramente l'egemonia degli Stati Uniti, non la multilateralità, nemmeno la Nato è stata associata, soltanto gli Stati Uniti e qualche alleato più fidato. Il rientro nel gioco della Russia e della Cina: questo è importante con qualche rischio nel breve e medio termine non irrilevante per il futuro dei diritti umani nel nuovo concerto internazionale. Dopo l'11 settembre c'è stato un rilancio più volontarista dell'Unione europea, forte delle nuove dinamiche alla vigilia di Laeken, nuove iniziative sono state prese. Tutto questo in un momento in cui l'economia è in difficoltà, la ripresa che era di per sé fragile, dopo l'11 settembre rischia dei contraccolpi sempre più gravi, ritornano massicciamente le ristrutturazioni. A questo proposito segnalo tra l'altro, ma la conoscete, l'iniziativa recente della Confederazione europea dei sindacati presso la Commissione perché intervenga con strumenti nuovi su questo tema. Le nostre economie sono tutte chiuse dentro il patto di stabilità; da anni Jacques Delors ci ricorda che a Maastricht si è creata la moneta unica, non si è creato il governo dell'economia europea, e senza il governo dell'economia la moneta da sola, lo sappiamo, è crudele. Le politiche sociali, non godono di buonissima salute, si registra una sospensione di iniziativa legislativa importante. Il dialogo sociale nel quale sindacati e imprenditori sono impegnati è un po' in uno stato di letargo, l'Unice è piuttosto allergica a regolare alcuni temi, vorrebbe degli accordi di buona condotta non troppo vincolanti. Ma alla vigilia del vertice di Laeken riemergono gli irrisolti problemi istituzionali dell'Unione. L'essenziale potrebbe essere forse riassunto in questa domanda: "Ma dove si fermerà la deriva intergovernativa dell'Unione europea?". Dal metodo comunitario, invenzione nata con la prima Comunità europea, passando attraverso gli opting out dei primi anni Novanta, prima sul protocollo sociale, poi sulla moneta. Poi è stata invocata la sussidiarietà, ci ritornerò dopo, perché questo è un tema con degli sviluppi positivi, ma anche trappola possibile; siamo quindi passati all'Europa a più velocità e al Consiglio europeo di Lisbona abbiamo svoltato verso il metodo di coordinamento aperto, prima applicato alle politiche del lavoro, e poi più largamente al sociale e adesso rivediamo tornare tentazioni di direttorio. Forse si è sbagliato ad attirare l'attenzione sull'assenza da questi "direttorî" del nostro governo, non era una cosa decisiva, la cosa grave era che quell'incontro non era un incontro comunitario.

Bisogna, dice la Commissione europea, ritornare, bloccare questa deriva e rinsaldare, riconsolidare il metodo comunitario. Che cos'è il metodo comunitario? Io mi permetto di fare giusto due osservazioni sul metodo comunitario e sulla sussidiarietà, perché saranno di nuovo i grandi temi del dibattito che ci accompagnerà di qui al 2004. Il metodo comunitario è fatto essenzialmente di tre cose: la prima è l'iniziativa esclusiva della Commissione; la seconda è il voto a maggioranza qualificata, e il terzo elemento del metodo comunitario è il ruolo di legislatore del Parlamento. Senza questi tre elementi il metodo comunitario è indebolito ed è esposto a quelle derive intergovernative che poi sfoceranno inevitabilmente in un direttorio e che condurranno l'Europa non verso processi di integrazione politica, ma di indebolimento dell'Unione. Per reagire a questo, quali sono le proposte in cantiere alla vigilia del vertice di Laeken? Anche qui vorrei limitarmi ad un interrogativo: "che cosa è prioritario in questo momento, al di là dei singoli temi in Europa, quale preoccupazione maggiore?". Vorrei dirlo in modo un po' brutale, eccessivo, ma forse utile per riflettere negli anni che vengono. C'è un futuro per la democrazia in Europa? Detto così è proprio brutto. Io vi vorrei invitare a leggere quel libretto che ha scritto Darendorf, intitolato "Dopo la democrazia". Un'analisi sullo stato della democrazia nel mondo e in Europa, raffrontando quest'ultima con gli Stati Uniti. Negli Usa la democrazia è stata costruita, è stata vissuta, è stata migliorata, avendo come riferimento l'unità-nazione, riferimento non pertinente per l'Europa. E sullo sfondo di questo inquietante interrogativo, quale futuro per le democrazie in Europa, ricordarvi alcune cose che mi sembrano essenziali sul tavolo di Laeken. A cominciare dal Libro Bianco sulla governance che registra inquietudini sulla fragilità della democrazia in Europa, e l'assenza di un governo della mondializzazione. Esplicito nel Libro Bianco il richiamo al tema della sussidiarietà. A questo proposito nel dibattito europeo è emersa la confluenza direi di tre approcci diversi. La cultura britannica, allora dei conservatori inglesi (non mi sembra che sia cambiata molto oggi), che era quella della salvaguardia della sovranità nazionale, quindi la sussidiarietà interpretata a difesa della sovranità nazionale, e contro il livello federale europeo, ma anche contro il livello infranazionale regionale. Ha confluito in questo dibattito un'altra cultura, molto diversa, quella tedesca, che invece ha portato l'esigenza di sussidiarietà verso il basso, perché partecipassero alla decisione politica le autonomie locali. Una terza cultura entrata in questo dibattito, facendo di questo dibattito un mix molto complesso, che dà luogo poi a delle ambiguità, è quella cattolica, quella dell'enciclica "Quadragesimo Anno" che ricordava che non bisognava trasferire capacità decisionali dai privati verso il pubblico, o dalle comunità locali, o dalla famiglia se non era necessario far salire più verso l'alto, il luogo della decisione. Queste tre culture si sono aggrovigliate sul tema della sussidiarietà, sono diventate letture diverse, molto diverse tra di loro, della sussidiarietà e possono avere esiti estremamente diversi. Il secondo elemento che è sul tavolo, anche se non verrà affrontato esplicitamente dal vertice di Laeken in modo diretto, è la riconferma del processo di allargamento. Ultimo elemento che offro alla vostra riflessione e termino, la dichiarazione di Laeken. Che cosa si può pronosticare su Laeken? Alcune cose sicure e altre più incerte. Una cosa sicura è l'istituzione di una Convenzione per preparare la Conferenza intergovernativa del 2004, una Convenzione che riproduce in qualche modo le dinamiche e le innovazioni introdotte dalla Convenzione per la Carta dei diritti fondamentali. Elena Paciotti faceva parte di questa Convenzione e potrà dire, se vorrà, il positivo e forse il meno positivo di questa Convenzione, che però ha dato dei risultati sicuramente molto importanti. La Convenzione lavorerà dal marzo del 2002 e concluderà i suoi lavori verso giugno del 2003. Avrà una composizione fortemente segnata da attori nazionali: il 72,5% dei componenti sono espressioni di realtà nazionali, siano essi i governi o i parlamenti nazionali, sarà importante la sua presidenza. La dichiarazione di Laeken sarà un documento orientativo del percorso che deve portare l'Unione da oggi fino alla riforma del 2004, chiarendo almeno cinque punti: l'organizzazione istituzionale, la semplificazione degli strumenti regolamentari dell'Unione. Terzo punto, immagino quello centrale, il rafforzamento democratico delle istituzioni, in altre parole il futuro per la democrazia in Europa. Il consolidamento del Trattato, con l'inserimento nel Trattato della Carta dei diritti fondamentali e, ultimo punto, il ruolo dell'Unione europea sulla scena internazionale. Questi sono i cinque punti attorno ai quali dovrebbe probabilmente articolarsi la dichiarazione di Laeken fra qualche giorno. Per andare dove? Probabilmente verso l'avvio di un processo costituzionale per l'Unione europea. Processo costituzionale, non necessariamente una costituzione, potrebbe essere un patto costituzionale, potrebbe essere un capitolo costituzionale del Trattato, molte poi sono le modalità per eventualmente dare contenuto a questo percorso. Forse molti obiettano sulla possibilità di una costituzione senza un popolo e uno Stato. Non c'è in effetti un popolo europeo, grazie a Dio ci sono molti popoli europei. Ma qualcuno ribatte: anche la moneta unica è stata fatta senza Stato, nella storia mai è esistito una moneta senza Stato che la precedesse. Vi è ancora un'ultima cosa su cui vorrei attirare l'attenzione. A molti, a molti europeisti sinceri, dire costituzione sembra significare un esito sicuramente favorevole per un'integrazione forte dell'Unione europea. Ma qualcuno aspetta al varco il processo costituzionale, magari per ingessare le competenze dell'Unione, limitarle, perché una costituzione la si può fare per dare delle competenze ampie e anche per stringere le competenze esistenti, una costituzione è anche l'occasione per tornare indietro. *

Elena Paciotti
Parlamento europeo

Nel 2000, c'è stata una grande e innovativa iniziativa nell'Unione europea che è stata la Convenzione per la stesura della Carta dei diritti fondamentali. Non c'era mai stata una cosa simile, cioè un insieme dei rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei governi degli Stati membri, della Commissione e del Parlamento europei che insieme sono stati incaricati di redigere un testo. E' vero che tutto è insolito nell'Unione europea, cioè non ci sono precedenti nella storia delle istituzioni di qualche cosa di simile alla costruzione dell'Unione europea, questa condivisione di patrie sovranità da parte di Stati nazionali democratici, è una cosa che non si era mai vista ed è molto interessante e molto positiva.

Questo modello è cominciato con la Comunità economica del carbone e dell'acciaio (Ceca) del 1950, ma già allora si vedeva come un accordo di tipo economico avesse un effetto secondario voluto e straordinario, quello di garantire la pace. La nascita di istituzioni comuni, stabili, senza scadenza, senza possibilità di tornare indietro, faceva sì che ogni forma di confronto, di conflitto, avvenisse attraverso il conflitto interno alle istituzioni e non potesse sfociare in un conflitto aperto.

Oggi non possiamo dire che non ci può essere una Costituzione perché non c'è uno Stato: avere una Costituzione essenzialmente significa avere delle regole fondamentali che stabiliscono i principi e i diritti fondamentali cui le istituzioni pubbliche si debbono orientare e un sistema di divisione dei poteri per cui sia ben chiaro "chi fa che cosa", all'interno dell'attuazione di quei principi fondamentali; poi significa anche che va garantita la democrazia, altrimenti non è una Costituzione nel senso moderno ma è più semplicemente uno statuto di uno Stato autocratico.

Nel 2000, mentre la Convenzione ha svolto il suo compito in tempi più rapidi di quelli che gli erano stati assegnati ed ha scritto la Carta europea dei diritti fondamentali in modo ineccepibile (tanto che è stata approvata da tutte le tre istituzioni europee), contemporaneamente si svolgeva una Conferenza intergovernativa (Cig) destinata a modificare il Trattato che si è concluso poi a Nizza. Questa Cig non ha avuto però un gran successo, tanto che i governi, non appena firmato il Trattato di Nizza, hanno scritto una dichiarazione per dire che cosa non avevano fatto e che cosa si sarebbe dovuto fare nella prossima conferenza. Da un lato, dunque, una Convenzione composta di soggetti già rappresentativi di realtà diverse e democraticamente legittimate, che ha operato nella totale trasparenza: ogni atto della Convenzione, ogni sua discussione era pubblica, ogni suo documento era su Internet, chiunque poteva interloquire scrivendo e veniva preso in considerazione, decine e decine di organizzazioni non governative, a partire dai sindacati, hanno potuto partecipare ed essere ascoltate. Proprio questa assoluta pubblicità è la ragione del successo della Convenzione, mentre la non pubblicità è stata la ragione, io credo, dell'insuccesso della Conferenza intergovernativa. Quindi, quelli della pubblicità e della partecipazione sono stati due dati assolutamente rilevanti, così come la procedura per consenso, vale a dire la scrittura continua di testi che venivano via via affinati anziché decidere su votazioni a maggioranza e minoranza che avrebbe introdotto probabilmente un documento molto parziale e a rischio, al limite contraddittorio perché erano in gioco culture e visioni del mondo profondamente diverse. Ebbene, questa operazione di procedere per consenso, vale a dire proporre un'ipotesi, farla discutere, aggiustare il documento in una successiva versione che teneva conto di questa discussione, anche questa è stata una ragione del successo della Convenzione. Ed è per questo che da allora ogni operazione di modificazione delle istituzioni europee evoca il modello della Convenzione, tanto che al Vertice di Laeken sarà istituita un'altra Convenzione. Questa non si trascinerà per anni nel segreto delle trattative, perché dovrà rapidamente prendere atto e concludere, e portare a termine un lavoro preparato attraverso modalità di lavoro molto aperte, molto trasparenti, molto pubbliche e possibilmente partecipate.

Perché la cosa grave che secondo me è accaduta nell'anno 2000, che aveva i suoi precedenti nella scarsa partecipazione alle elezioni europee dell'anno precedente, è stata proprio la strada scelta caratterizzata da scarsa conoscenza e partecipazione dei cittadini: perché ad eccezione dei sindacati (la Ces è stata infatti costantemente presente, ha portato contributi, ha discusso i documenti che venivano introdotti) e di una piccola parte di associazioni - piccola in quanto non realmente rappresentative di una gran fascia di cittadini - c'è stata un'assenza dei cittadini, un'assenza della politica.

Ecco, questa Europa che andava avanti e faceva anche una cosa molto interessante e importante come la Carta dei diritti, d'altro canto però era ignorata e questo è indice di un deficit di democrazia che non è colmabile soltanto attraverso procedure più democratiche. È assolutamente vero che c'è un deficit di democrazia nelle istituzioni europee e il comare questo deficit è uno dei compiti della prossima Convenzione, della prossima Conferenza intergovernativa. È possibile riportare maggiore democrazia in Europa proprio operando per intero quel metodo comunitario che prevede un sistema di decisione che veda sempre coinvolto il Parlamento. Oggi il Parlamento ha poteri di co-decisione nel Consiglio soltanto per una parte, sia pure rilevante, della legislazione europea. Così come è necessaria una maggior legittimazione democratica della Commissione europea, che deve rimanere un'istituzione in qualche modo rappresentativa dell'insieme e non di una certa maggioranza o di una certa visione politica. Ma soprattutto se i cittadini non partecipano, perché non avvertono questa Europa come una cosa loro, credo che anche le modifiche che si possono trovare dal punto di vista procedurale non saranno sufficienti.

Negli ultimi anni, dunque, abbiamo visto un'assenza di interesse, anzi una certa diffidenza nei confronti di un'Europa incerta e divisa, questo mentre molti fatti davano una dimostrazione palese ed evidente della necessità dell'Europa. L'ultima riunione dell'Organizazione mondiale del commercio, ad esempio, è andata a rifugiarsi nel Qatar, cioè in un Paese assolutamente non democratico, perché aveva paura delle manifestazioni: questa è una cosa impressionante, cioè che un'organizzazione sovranazionale che regola il commercio per fare le sue riunioni vada a nascondersi in uno Stato che non riconosce i partiti.

C'è stata dunque una scossa imponente rispetto alla quale è mancata una presa di coscienza di una necessità di risposte. Certi del fatto che occorrono regolazioni sovranazionali, internazionali, mondiali per civilizzare il mercato globale, dobbiamo chiederci: come facciamo a fare queste regolazioni? Dobbiamo avere una grande Europa che conta e convincerci che il processo di allargamento dell'Europa non è soltanto una cosa inevitabile storicamente, una cosa che ci serve perché così abbiamo stabilità, una cosa giusta e buona per quelli che vogliono arrivare, ma fondamentale anche per noi, perché avere un mercato di 500 milioni di abitanti significa avere la più grande potenza economica del mondo. Solo creando un'Europa unita economicamente e politicamente noi possiamo pesare, contare e ottenere un regolamento del mercato globale, che in qualche modo civilizzi questa selvaggia economia di mercato che altrimenti produce sempre maggiori disuguaglianze, maggiori rischi di instabilità, di guerre, di sommovimenti e soprattutto di povertà e di miseria per le persone.

Quale altro documento noi possiamo immaginare se non la Costituzione di un'Europa unita? Mi pare evidente che poi i fatti dell'11 settembre 2001 hanno ulteriormente rafforzato questa necessità. Cos'altro possiamo immaginare per pensare di poter influire anche là dove è necessario l'intervento della forza ed evitare che sia semplicemente un solo potente al mondo a dire dove, quando, come e perché si interviene?

Dunque a me pare che l'allargamento dell'Unione europea, che Kofi Hannan ha definito la più grande operazione politica di questo inizio di millennio, sia un fatto da interpretare non misurando i fondi strutturali che andranno magari alla Polonia nel 2006 e non saranno più alla Sicilia (pur essendo queste cose serie e importanti). Noi abbiamo ottenuto un'Unione europea che, facendo il mercato unico, ci ha garantito la pace e ora vogliamo estendere questa Unione a tutto il continente europeo perché ci serve. Bisogna fare qualcosa di più importante della moneta unica, cioè una costruzione politica sul modello sociale che la Carta dei diritti fondamentali propone; che può non bastare, non piacere, essere migliorata, però la Carta dei diritti dell'Unione europea implica un modello sociale basato sui diritti fondamentali delle persone, anche i diritti economici e sociali (che, intendiamoci, non sono uguali in tutto l'Occidente democratico, perché negli Stati Uniti non è così).

E' solo attraverso l'Europa e al suo modello sociale che possiamo cercare di regolamentare la globalizzazione, e questo è possibile perché noi abbiamo sistemi culturali che ormai sono consolidati. Per realizzare queste operazioni, però, occorre che ci sia una presa di coscienza politica, molto più forte di quella che c'è, per rendersi conto di che cosa fare, quali sono le poste in gioco, e vedere come si possono affrontare e risolvere la gran parte dei problemi che abbiamo di fronte.

Così, il problema dell'immigrazione entro la fine di questa legislatura del Parlamento europeo sarà trasferito a livello europeo, perché si è presa coscienza che si tratta di un problema dell'Europa che nessun Paese può affrontare da solo. Allo stesso modo viene trattato il problema della lotta alla criminalità transnazionale e della cooperazione giudiziaria di polizia (oggi ahimè frenata essenzialmente dal governo Berlusconi). Quindi, sia per superare i problemi nazionali che per affrontare i problemi del mondo, la strada europea è necessaria e l'unica percorribile.

Il percorso indicato a Laeken e il lavoro che affronterà la Convenzione porteranno ad un processo di costituzionalizzazione, che tra l'altro è già in atto. C'è un processo di costituzionalità degli Stati, perché una parziale autonomia si sta formando, tutto il processo di decisione comunitaria è già una dimostrazione di autonomia, non dipende di volta in volta dalla volontà del governo. Questo però riguarda soltanto il cosiddetto primo pilastro, vale a dire essenzialmente la parte economica e la regolamentazione del mercato: dovrà giungere anche nel cosiddetto secondo pilastro, che è quello della politica estera e di sicurezza esterna, e dovrà riguardare anche il cosiddetto terzo pilastro, che è quello della cooperazione giudiziaria e di polizia.

Insomma, questo processo progressivo di costituzionalizzazione deve portare, da un lato, all'inserimento dei principi e dei diritti fondamentali nel testo costituzionale e, dall'altro, ad una chiara suddivisione delle competenze dei poteri pubblici. A questo si può arrivare se si viene accompagnati da una democratizzazione delle procedure sovranazionali. Sarà una cosa molto simile a una costituzione democratica, una costituzione per l'appunto senza Stati. E' stato detto: «non è possibile una costituzione senza un popolo», ma il popolo non è un'etnia, un popolo non è una lingua, può essere fatto di diverse lingue, di diverse etnie, semplicemente basato sulla condivisione di regole e principi comuni. Allora noi possiamo pensare a un popolo europeo, perché nel momento in cui noi condividiamo lo stesso modello sociale, le stesse regole, gli stessi principi, pur mantenendo la nostra diversità, noi abbiamo un popolo nel senso della democrazia, cioè di coloro che possono partecipare insieme a definire il loro destino, a definire le loro politiche. Certo, per far questo manca una cosa che noi dobbiamo contribuire a costruire, manca quella sfera pubblica di discussione: questa è una responsabilità politica di tutti, dei sindacati, dei partiti che devono sempre più avere carattere transnazionale.

Il giorno in cui il Parlamento europeo, il 14 novembre del 2000, ha approvato la Carta europea dei diritti fondamentali, ci fu una seduta solenne in cui venne a parlare Vojislav Kostunica, il presidente della Repubblica Federale di Yugoslavia, che è a sua volta un professore di Diritto costituzionale.

Lui ha definito l'esperienza dell'Unione uno splendido esempio, non solo per i Paesi europei che ancora devono aderire, ma per il mondo intero, riguardo alla direzione che il genere umano dovrebbe prendere se desiderasse lasciarsi dietro le spalle la forza, le guerre, le dominazioni come mezzi per soddisfare particolari interessi nazionali, e ha aggiunto: «Avendo creato questa unità di Stati nazionali, l'Unione europea ha aperto la prospettiva di una nuova era per il genere umano, e non solo per i risultati che ha raggiunto, ma forse ancor più per il modo in cui sono stati raggiunti. Qui l'Europa ha mostrato la vitalità della propria civilizzazione nel contesto della storia mondiale, e la capacità di immaginazione politica creativa per il proprio sviluppo futuro. Così come l'alba della nostra epoca ha coinciso con l'invenzione da parte dell'Europa di un nuovo foro politico, lo Stato-nazione, con il quale ha superato la crisi del particolarismo medievale, in questo nostro tempo post-moderno l'Europa ha inventato una forma superiore di organizzazione politica, una comunità transnazionale che va aiutata ad affrontare le sfide della normalizzazione». Ecco, io credo che dovremmo cercare di vedere l'Europa con gli occhi di Kostunica. (testo non rivisto dall'autore) *

Pier Virgilio Dastoli
Forum europeo della società civile

Sarebbe utile avviare una riflessione su come e perché possa o non possa svilupparsi la democrazia a livello nazionale, come e perché debba e possa svilupparsi la democrazia a livello internazionale e in particolare a livello europeo. Per sviluppare la democrazia a livello europeo, così come per sviluppare la democrazia in qualunque comunità di uomini, di Stati e di popoli sono possibili due metodi. C'è il metodo dell'anarchia, cioè il metodo in base al quale noi continuiamo a riconoscere ai governi nazionali il potere di gestire, di governare appunto le relazioni tra gli Stati e lasciamo in buona parte che sia il mercato a stabilire le regole. E c'è un altro metodo, che è quello che è stato applicato in alcune realtà più nuove d'Europa che è il metodo federale. Non ci sono altri sistemi, c'è l'uno o l'altro metodo. Il primo metodo noi lo tolleriamo nella realtà di tutti i giorni ed è un metodo che non porta a nulla se non a risultati drammatici, mentre il secondo metodo è l'unico in grado di costruire, in una comunità di uomini e di donne, un sistema di governo di tipo democratico.

Ci troviamo in una situazione decisiva per l'Europa, nella quale è necessario fare il passo, la svolta che porti ad una situazione nuova. Dal Vertice di Nizza l'Europa è uscita in pezzi, in un contesto internazionale in cui è invece chiamata ad affrontare e rispondere a sfide drammatiche.

Purtroppo gli avvenimenti dell'11 settembre 2001 hanno provocato, in alcuni dei nostri Paesi, e dico anche l'Italia, delle reazioni che io chiamerei di bugiardismo-nazionalista. Quegli avvenimenti ci hanno presentato una situazione schizofrenica: cioè da una parte hanno confermato una cosa che noi federalisti diciamo da anni, quella cioè che gli Stati-nazione sono impotenti di fronte ad avvenimenti di questo genere; dall'altra parte si è registrata una corsa di alcuni capi di Stati e di governo (tra cui i nostri) a Washington per andare dietro all'alleato americano. Ora è abbastanza evidente che gli avvenimenti dell'11 settembre confermano la necessità di una democrazia internazionale, e questa non può che essere realizzata utilizzando il metodo federale.

Poi ci sono altre questioni. Noi ci troviamo di fronte ad almeno cinque grandi problemi nella nostra società, di fronte ai quali è abbastanza evidente che il ruolo dei poteri statuari dev'essere rinforzato: la crescita delle disuguaglianze. il primato dell'economia sulla politica, l'impoverimento delle nostre democrazie, le insicurezze di tutti i cittadini e il problema di quale spazio dare alle grandi questioni di natura sociale. A queste sfide drammatiche noi dobbiamo essere in grado di rispondere in una maniera forte e ambiziosa e, per fare ciò, è necessario dare all'Europa un governo. Questo sistema di governo dev'essere un sistema democratico, che consente di garantire il dialogo fra i tre pilastri delle nostre società, che sono il mercato, il potere dello Stato e la società civile. Ma per garantire un dialogo efficace fra questi tre elementi della nostra società, l'unico modo è di inserire delle regole all'interno di un documento che non può che essere una Costituzione. Poi dovranno essere dati all'Unione dei poteri statuali, perché, insomma, fare un governo, aumentare il bilancio dell'Unione, fare una politica estera della sicurezza e della difesa, dare all'Unione la possibilità di garantire i diritti fondamentali, dare all'Unione competenze in materia monetaria, in materia fiscale, in materia di politica macroeconomica, questi sono poteri, chiamiamoli di tipo statuale. Costruire un sistema di questo tipo che possa far fronte a questi problemi in maniera democratica significa che deve essere basato sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. Allora, da questo punto di vista, non corriamo dietro alle formule: ad esempio la formula degli Stati-nazione non è esportabile al di fuori della Francia. Inoltre, con il Trattato di Maastricht l'Unione è diventata un'Unione di Stati e di cittadini, per cui, anziché correre dietro delle formule, dobbiamo dire con chiarezza che va costruito in Europa un modello politico federale e che questo modello non può che essere basato su una costituzione.

La riforma o rifondazione dell'Unione deve essere una rifondazione di tutti i meccanismi costituzionali sulla base dei quali l'Unione funziona, e non si può immaginare che questa Convenzione in primo luogo elabori e decida le sue proposte all'unanimità, perché questo significa trovarsi alla fine con un testo peggiore rispetto alla situazione di partenza. Dovrà essere una Convenzione all'interno della quale possa emergere un orientamento maggioritario tra i punti fondamentali del modello politico dell'Unione, cioè l'alternativa fra l'anarchia e il federalismo. In secondo luogo, bisognerà consultare i cittadini per verificare se sono favorevoli a una forma che non piace troppo ai governi, cioè alla costituzione di un governo federale. Poi, ad un certo punto, quando la Convenzione avrà finito i suoi lavori approvando a maggioranza la scelta di un modello (che io spero sia quello federale), il problema che si porrà sarà quello di quale tipo di rapporto si deve instaurare tra il lavoro della Convenzione e le decisioni dei governi. Allora, io da questo punto di vista lancio una provocazione: noi dovremmo mettere intorno al tavolo i governi che accetteranno il metodo e lo spirito del documento che sarà approvato dalla Convenzione, e certamente non potremmo mettere intorno al tavolo tutti i governi, che saranno a questo punto nel 2004 venti o venticinque, con il rischio di trovarci in una situazione simile a quella del Trattato di Nizza. Queste sono provocazioni, certo, però noi dobbiamo essere in grado di parlare ai cittadini con questo linguaggio, che è il linguaggio della realtà e non del realismo. Da questo punto di vista i cittadini devono essere posti di fronte all'obiettivo, che è un obiettivo ambizioso e forte, e deve essere spiegato loro come stanno le cose. Forse, così facendo, i cittadini saranno consapevoli e daranno il loro consenso a un processo politico, e forse alla fine del 2004 non ci ritroveremo di fronte a un altro Trattato complesso e difficile da capire, ma ci ritroveremo finalmente forse di fronte a una Costituzione che, come dicevo prima, per essere degna di questo nome non può che essere di tipo federale. Altrimenti noi costruiremo ancora una volta un passaggio sui principi dell'anarchia, e quindi sui principi del potere del mercato e non del potere della politica e del potere della società. (testo non rivisto dall'autore) *

Pier Paolo Baretta
segretario confederale Cisl

Siamo concentrati, in questi giorni, su molte questioni. Da un lato discutiamo di pensioni, di mercato del lavoro; problemi che sembrano avere un ambito e una competenza regionale. E dico subito, anche alla luce del dibattito di questa mattina, che il nostro governo farebbe bene a togliere dal campo la mina vagante della modifica dell'articolo 18. E' una scelta che non sta nella cultura con la quale stiamo ragionando in Europa per la costruzione di un modello condiviso di relazione sociale, anche con l'obiettivo di riformare il diritto del lavoro. Dall'altro lato, siamo concentrati sui venti di guerra e sul problema, altrettanto decisivo, della assenza di una governance mondiale.

Condivido le questioni poste da Chittolina nel suo intervento: la crisi dell'Onu non è ovviata dall'egemonia degli Stati Uniti, pur in questo momento inevitabile; e questo apre uno scenario di riflessione strategico che coinvolge anche noi e coinvolge il nostro sindacato mondiale che dovrebbe dimostrare più coraggio ed incisività nel modo con il quale affronta questa fase così difficile del mondo.

Tra questi due estremi, Bin Laden e le pensioni, rischiamo di distrarci fino al punto da considerare scontato, per addetti ai lavori, quello che è invece un punto strategico della nostra vita: la costruzione dell'Europa. Non è un dibattito ovvio, non è un dibattito superfluo, soprattutto non deve essere un dibattito per le élites.

Perché è strategico occuparsi di Europa in questa fase storica? Io individuo tre ragioni, tra le molte che sono emerse. La prima perché è assolutamente evidente che l'Europa è l'anello di congiunzione, per fortuna sempre meno un anello mancante, tra la vita di tutti i giorni e la dimensione globale. La globalizzazione non avviene tutta insieme. Quella politica, quella economica - non quella finanziaria che è più veloce - procedono per blocchi, per aggregati, con i limiti che questo comporta; ma anche con le sicurezze che questo può dare in un quadro di incertezza nella governance. Ma la globalizzazione è sicuramente anche segnata dalla crisi evidente degli Stati nazionali. In questo periodo di bandiere mancava la bandiera d'Europa come entità già presente, come patrimonio di idee e di identità.

La seconda ragione per la quale l'Europa è un terreno strategico è perché, tutto sommato, consente degli elementi di dominabilità. A livello di Europa noi possiamo "fare" delle cose, non solo ascoltarle; possiamo sentirle, cercare di influenzarle in termini culturali e politici, possiamo esercitare delle scelte. Si pensi alla discussione sul modello sociale europeo che, come veniva ricordato da Paciotti, è unico nel mondo.

Ma vorrei richiamare, qui, quanto ha detto Susanna Camusso nella sua introduzione, quando ha parlato della urgente costruzione di un sindacato europeo delegando, trasferendo poteri. E' questo un dibattito che dobbiamo affrontare con coraggio; certo, misurandone tutti i passaggi, ma dobbiamo decidere di passare poteri e competenze che oggi abbiamo. Non dobbiamo avere timore, perché in prospettiva io non vedo una riduzione di ruolo del sindacato, piuttosto il contrario, se siamo in grado di far crescere il sindacato europeo e il sindacato regionale. La costruzione di un sindacato europeo è anche il passo più importante per dare un contributo a quella riflessione critica sul sindacato mondiale cui ho accennato prima.

La terza questione per la quale l'Europa è ormai un terreno strategico quotidiano è una questione di politica interna: il dibattito procede veloce, ma anche la realtà! Facciamo solo riferimento all'euro. Quando i lavoratori dei vari Paesi faranno i confronti in euro ci penseranno loro a fare paragoni: il loro salario con quello dei lavoratori di Francoforte, il rapporto tra la spesa sanitaria italiana e, per esempio, la spesa sanitaria francese. Ci verranno poste delle domande nuove, e noi potremo dire che il costo della vita è diverso, ma non basterà. Dovremo essere in grado di dare delle risposte nuove, all'altezza di questa novità che è la costruzione di un quadro di riferimento europeo.

Io penso che questa visione strategica convenga ai lavoratori e convenga al sindacato: assumere l'Europa come terreno centrale della nostra iniziativa, facendo anche salti ulteriori rispetto alle nostre pratiche quotidiane. Camusso ricordava lo sforzo che ha fatto il sindacato italiano negli anni Novanta: abbiamo adottato politiche di moderazione salariale (pure in presenza di una svalutazione), abbiamo costruito un dibattito, un lavoro attorno all'idea dello sforzo che bisognava fare collettivamente per l'Europa, e abbiamo dato un contributo decisivo alla realizzazione di questo processo; perché eravamo convinti che conviene ai lavoratori una dimensione sovranazionale. Non è una novità, come si sa, nella tradizione del movimento dei lavoratori, del movimento sindacale, ma oggi vi è una attualità stringente che è dettata dal quadro di riferimento nel quale ci muoviamo. Questa visione strategica ci consente di rileggere sia le questioni nuove derivanti della crisi politica ed economica che segue alla vicende dell'11 settembre 2001, ma anche le questioni che preesistevano e che ora assumono una rilevanza nuova o rischiano di essere trascurate. La globalizzazione, mi sia consentito questo esempio, è un po' come una pentola a pressione sul fuoco con dentro del mais ( il mais è un esempio utile perché richiama il dibattito sui prodotti transgenici): il mais, quando si trova sul fuoco, scoppietta, si gonfia, sembra scoppiare. Ma non dipende dal mais, dipende da chi ha la responsabilità e la capacità, ad un certo punto, di toglierlo, di regolare il fuoco, dipende ancora una volta da una ipotesi di governance. Sulla regolazione del fuoco, sulla direzione che potrà prendere il mais, ovvero la globalizzazione, l'Europa - ne siamo coscienti, ed è stato chiaro anche qui oggi - ha una sua posizione centrale, se si muove in quanto Europa.

La globalizzazione è opportunità e rischio al tempo stesso. La più grande opportunità è che sicuramente mai come oggi l'umanità ha avuto a disposizione tante risorse da poter distribuire: se quel 20% della popolazione del mondo, della quale noi siamo parte, che gestisce l'80% delle risorse globali non è in grado di distribuirle, non perché domani si risolvano tutti i problemi ma perché ci sia nei prossimi anni un salto, una propensione in termini di vivibilità complessiva, sarà un peccato, nel senso letterale del termine.

Ma ci sono anche dei rischi nella globalizzazione; il principale è la solitudine. L'impressione che noi abbiamo, sempre di più, è che le persone vivano da sole un processo che appare come più grande di loro. Questa è una sfida fondamentale per i più grandi sindacati, per i sindacati di popolo come siamo noi.

C'è stato un dibattito tra filosofi nei mesi scorsi sulle tre grandi parole della Rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza e Fraternità. In nome delle prime due abbiamo fatto lotte e battaglie, scritto quintali di letteratura, elaborato costituzioni; la terza invece è stata relegata a fattore privato. La fraternità significa uguaglianza, solidarietà, contiene il senso positivo della sussidiarietà. Io penso che questi valori devono tornare oggi ad essere un programma politico, non soltanto un elemento privato. E questo richiama la nostra attenzione sulle teorie economiche di Amartya Sen e di altri sui quali abbiamo molto discusso. L'amico delle Acli, nel suo intervento, si preoccupava, giustamente, delle nostre divisioni sindacali e dei punti di riflessione comune. I temi della globalizzazione sono una opportunità straordinaria per trovare piattaforme comuni. Ma è il caso di dirci che è arrivato il momento di affiancare alle riflessioni sulla governance politica mondiale quelle sull'Europa. L'Europa ha una posizione geografica obbligata ad affrontare i problemi dell'integrazione culturale in chiave non solo multietnica, ma anche multilaterale: è un obbligo, non è più una scelta.

Ma forse è arrivato anche il momento di affrontare, più coraggiosamente, una discussione sul modello economico e sociale. Le teorie economiche del Fondo monetario non reggono la prova e tutto il dibattito sull'Organizzazione mondiale del commercio hanno dimostrato la necessità di affrontare questo tema con più spregiudicatezza. Pensate che Seattle è avvenuto solo due anni fa, eppure nella nostra percezione c'è stato un percorso lunghissimo, contraddittorio, di crescita, di difficoltà. Serve una coraggiosa discussione su un nuovo modello economico e su un nuovo modello sociale - se mi è consentito - post-competitivo; nel senso di ripensare ai limiti, non solo etici, dell'esasperata logica del mercato libero e autoreferenziale. Si tratta di una discussione urgente, non solo per ragioni valoriali, ma proprio per ragioni politiche e pratiche (soprattutto dopo l'11 settembre): non ci sarà sviluppo se non c'è democrazia, e se non c'è solidarietà. Attenzione, non dico che ci sarà uno sviluppo ingiusto, ma che non ci sarà sviluppo.

In questo senso ci accorgiamo come le stesse questioni che prima ho definito regionali, forse non sono poi tanto regionali, ma assumono già nella loro elaborazione una dimensione sovranazionale, almeno europea.

Si è parlato qui dell'avvio della costituzione europea, e noi siamo favorevoli; abbiamo fatto la moneta, facciamo adesso la Costituzione.

Mi viene da ricordare che Cavour disse: "L'Italia è fatta, adesso facciamo gli italiani", quindi il problema non è nuovo. E credo che, nel momento in cui si parla di Costituzione e in cui si avvia l'euro, con tutte le conseguenze cui abbiamo accennato, dovremo essere preparati ad affrontare una discussione molto stringente sul nuovo patto di stabilità. Fra un anno si completa infatti il percorso iniziato a Maastricht e bisognerà porsi il problema di quale nuovo patto di stabilità, con una moneta già funzionante e con il dibattito sulla Costituzione europea avviato. Credo che, coraggiosamente, toccherà anche a noi mettere le mani su un patto di stabilità che non sia solo monetario, solo politico, ma anche sociale. Non sarà semplice, è una discussione vera. Qui viene la risposta alla domanda che veniva fatta sulla dimensione europea anche dal punto di vista fiscale: non c'è dubbio, è urgente, ma io penso anche dal punto di vista del welfare, del lavoro, della previdenza. Non è contraddittorio, nonostante le prerogative nazionali su questi temi, sostenere che ci vuole una coraggiosa discussione europea anche sui sistemi di previdenza. Coraggiosa vuol dire coraggiosa: quello che non possiamo dare a Berlusconi, potremmo discuterlo, a fronte di un nuovo disegno europeo. E se mi si obietta: "ci vorranno anni", posso osservare che il sottosegretario Brambilla ci fa discutere per cambiare o non cambiare alcune regole della previdenza sulla base di un piano previsionale italiano che arriva al 2050! Presumo che da qui al 2050 qualche idea di equilibrio di welfare europeo ce la saremo data, e certamente noi vogliamo averla, e vogliamo richiederla. Peraltro, l'ingresso di nuovi Paesi pone tre questioni nuove al nostro dibattito. La prima, come sappiamo bene, è il costo del lavoro; la seconda è il welfare e i diversi sistemi di sicurezza e di diritti; la terza è la credibilità oggettiva, che deriva da questi e da altri elementi, per una dislocazione degli investimenti.

E' quindi chiaro che un patto di stabilità solo regionale dei singoli Stati sarà oggettivamente inadeguato a reggere una prospettiva di nuove tutele e di nuovi diritti in una logica come quella che ci attende nei prossimi dieci anni in Europa.

Questo vale anche sul piano dei diritti: ecco perché ho detto all'inizio che la proposta del governo italiano sull'articolo 18, al di là dei singoli aspetti di merito tutti da rifiutare, è ulteriormente sbagliata nel metodo e nel merito.

Ma che riferimento ha con il dibattito europeo cui accenniamo oggi? In Europa si sta discutendo di società di statuto europeo, e noi pensiamo di poterla trasferire in Italia in tempi brevi. Ma la società di statuto europeo prevede una nuova prospettiva di governance. In Europa si sta discutendo di responsabilità sociale delle imprese, c'è un Libro Verde sul quale abbiamo delle osservazioni critiche. In Europa si sta preparando una direttiva a sostegno della partecipazione finanziaria dei lavoratori. E' in atto la rivisitazione della direttiva sull'informazione e consultazione, sui Cae e così via. Lo stesso dibattito sul modello sociale europeo e sui diritti che ne derivano ha un respiro, visto in chiave europea, ben più ampio, ben più complesso e ben più interessante di quello, immiserito, che ci viene proposto dal governo.

Ecco perché, per concludere, a me sembra che sull'idea di una democrazia piena, che Chittolina rilanciava mutuandola da Dahrendoff e che Dastoli correggeva, trova risposta in quel "più Europa" che anche Elena Paciotti ha sostenuto e che un pò tutti oggi hanno confermato.

Ma l'Europa è qualcosa di più, l'Europa è anche motivo di speranza, è anche motivo di opportunità, è anche motivo di futuro. Questa è la sensazione che emerge, e questo è importante tradurlo nei luoghi di lavoro, negli uffici, tra la gente, tra i cittadini proprio in un momento come questo, nel quale la crisi mondiale ci attanaglia, l'ansia attraversa le singole persone, le famiglie, la comunità. Nel momento più buio della Seconda guerra mondiale Churchill disse: "forse non siamo al principio della fine, ma soltanto alla fine del principio". Ecco, la fase nuova che si apre può vedere l'Europa protagonista della nuova governance del futuro e noi lavoratori avere un ruolo decisivo perché questa si sviluppi.