il dibattito sull'Europa del futuro

«L'avvenire dell'Unione europea preoccupa tutti i nostri concittadini e l'esperienza di Nizza ha dimostrato che essi desiderano che siano presentate loro proposte chiare». Sono parole pronunciate dalla presidente del Parlamento europeo Nicole Fontaine lo scorso 19 ottobre, in occasione dell'apertura del Consiglio europeo di Gand. Qualche mese prima, nel maggio 2001, il Parlamento europeo aveva adottato una risoluzione sul futuro dell'Unione, nella quale sollecitava un dibattito pubblico e sosteneva che tale dibattito «debba essere aperto alla società ed essere accompagnato da un'adeguata campagna di informazione al fine di spiegare agli europei qual è la posta in gioco e di motivarli a parteciparvi attivamente». Nel luglio scorso, poi, la Commissione europea ha adottato il Libro Bianco sulla governance europea, testo che si propone di creare una maggiore apertura nel processo di elaborazione delle politiche dell'Unione europea, così da garantire una partecipazione più ampia dei cittadini e delle organizzazioni alla definizione e presentazione di tali politiche. «La riforma deve incominciare subito - si legge nella premessa del Libro - affinché i cittadini percepiscano il cambiamento ben prima che siano apportate ulteriori modifiche ai trattati dell'Unione».

E' chiara, dunque, la volontà delle istituzioni europee di "aprirsi" alla cosiddetta società civile e a tutti i cittadini, comunicando le proprie intenzioni e chiedendo contributi al dibattito in corso. Un percorso, quello delle riforme, che prenderà il via ufficialmente al prossimo Consiglio europeo di Laeken (14-15 dicembre 2001) per concludersi nel 2004 con la formulazione di un nuovo Trattato dell'Unione.

Ed è proprio al dibattito sul futuro dell'Unione che "euronote" ha deciso di dedicare questo inserto, così come già quello del numero scorso (n. 13/2001), e di seguirne il percorso nei mesi futuri. Così, dopo aver dato spazio ai contenuti del Libro Bianco sulla governance e ad un'analisi dettagliata del dibattito in corso svolta dall'Osservatorio sociale europeo (Ose), in questo inserto pubblichiamo le proposte della Confederazione europea dei sindacati per il prossimo Vertice di Laeken, parti di un recente intervento del presidente della Commissione europea, Romano Prodi, su ruolo e responsabilità dell'Unione nella situazione attuale e soprattutto in prospettiva futura, e un documento elaborato da alcune personalità di spicco nella costruzione europea (nomi quali Jacques Delors, Helmut Kohl, Jacques Santer, Helmut Schmidt, Mario Soares e altri) dal titolo piuttosto indicativo: "Svegliamo l'Europa". Gli autori del documento, infatti, preso atto di un percorso effettivamente compiuto finora dall'Unione europea, chiedono una forte e coraggiosa accelerazione dal momento che, scrivono, «da vari anni l'Unione è priva di slancio e alla ricerca di un'identità perché, a parte il grande allargamento, non ha altri progetti politici comuni. In disaccordo sull'unione economica e monetaria e sulla difesa, gli europei non riescono a definire né le finalità della loro integrazione né il suo modo di funzionamento né gli approfondimenti necessari al successo dell'allargamento. La crescente complessità delle istituzioni le indebolisce e scoraggia i cittadini». Una critica netta e una proposta: «La forte tendenza alla perdita d'ispirazione comunitaria, alla crisi d'identità europea ed al crescente disinteresse dei cittadini potrebbe essere ribaltata solo da un progetto politico concreto in grado di ispirare una nuova ambizione e di dare una direzione alla fase attuale dell'unificazione europea. Senza un progetto del genere, il cattivo funzionamento delle istituzioni è destinato a perpetuarsi ed i Vertici europei sono condannati a risultati che non supereranno più il minimo comun denominatore. Il risultato di Nizza non ha nulla di casuale, ed il "no" irlandese s'iscrive nello smarrimento generato da una situazione come questa».

Richieste di nuovo slancio e nuovi obiettivi, dunque, che giungono anche da parte della cosiddetta società civile. Il Forum europeo della società civile, ad esempio, chiede che la riforma sia il risultato di un dialogo strutturato e permanente tra la società civile, le istituzioni nazionali e quelle europee. Ma anche il ruolo dell'Unione deve essere diverso da quello attuale. Secondo il Forum, infatti, l'Europa deve «mettersi in prima fila nella battaglia contro la povertà nel mondo, per promuovere i diritti umani, favorire un commercio equo e solidale e uno sviluppo sostenibile. L'Unione europea è il nostro miglior garante per il rispetto degli standard sociali, ambientali, culturali e della salute pubblica. Il suo impegno per la giustizia sociale deve farsi sentire con forza sia all'interno dell'Unione che nel resto del mondo». Solo rispondendo a queste richieste, sostiene il Forum della società civile, «potremo costruire un'Unione europea più forte nel garantire a tutte le persone che vivono sul suo territorio i diritti politici, civili, economici, sociali e culturali. Un'Europa che lotti contro ogni forma di esclusione e di discriminazione, in grado di combattere l'uso della violenza sostenendo nel mondo intero lo strumento del dialogo».

Il dibattito è aperto.


le proposte dei sindacati europei sul futuro dell'Unione

Pubblichiamo il testo della risoluzione adottata durante il Comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati (Ces), tenutosi nei giorni 10 e 11 ottobre scorsi. Si tratta delle proposte che i sindacati europei avanzano in vista del Consiglio europeo di Laeken-Bruxelles (14-15 dicembre 2001), cioè la loro posizione rispetto alle riforme dell'Unione e all'Europa che si deve costruire per il futuro.

1. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) si rallegra del fatto che, con la dichiarazione del Vertice di Nizza, abbia preso avvio il profondo processo di riforma denominato "L'avvenire dell'Europa", imperniato sulle finalità dell'Unione europea.

Agli occhi della Ces, l'obiettivo generale dovrebbe essere quello di arrivare ad una Unione europea fondata sulla pace, la democrazia, i diritti fondamentali, la giustizia sociale, la piena occupazione e la qualità del lavoro, la coesione sociale e territoriale, la sicurezza sociale, i servizi di interesse generale ed il modello sociale europeo.

Il dialogo sociale ed il ruolo autonomo dei partner sociali, ivi compreso il loro ruolo in quanto co-regolatore a livello europeo, così come lo sviluppo di un sistema europeo di relazioni industriali dovrebbe costituire un pilastro fondamentale dell'Unione europea.

L'integrazione europea non può dunque ridursi ad un mercato e ad una moneta unica; deve essere completata dal governo economico, una vera unione sociale, nonché evolversi verso un'unione politica fondata su istituzioni democratiche ed efficaci, così come sul riconoscimento totale dei diritti civili e sociali.

2. La Ces è anche del parere che sia venuta l'ora di mettere mano in profondità ai trattati elaborati nel corso delle varie Conferenze intergovernative (Cig). Riconosce inoltre che una tale iniziativa potrebbe rispondere alla necessità di rafforzare il sostegno popolare al progetto di integrazione europea.

L'aumentata protezione degli interessi dei cittadini e lavoratori offerta dall'Europa in questa epoca di mondializzazione deve concretizzarsi in modo visibile. A questo riguardo, sarà cruciale recuperare i ritardi accumulati in materia di trasparenza e di democrazia, anche a livello nazionale, e di chiarire ruolo e competenze dell'Ue così come i suoi obiettivi. E, come gli ultimi avvenimenti internazionali hanno chiaramente mostrato, è essenziale e di grande valore aggiunto che l'Ue ed i suoi Stati membri siano in grado di affrontare efficacemente le sfide mondiali comuni, e ciò deve avvenire "con una sola voce".

La Ces si aspetta ora dal Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001 la definizione di una procedura strutturata in vista di una riforma del Trattato nel 2004.

3. L'ordine del giorno fissato a Nizza comporta quattro aspetti: il ruolo dei parlamenti nazionali, lo statuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e la sua integrazione nei Trattati, le competenze dell'Ue e la semplificazione dei Trattati stessi.

La Ces condivide l'approccio di apertura espressa nella dichiarazione di Nizza a proposito dell'inclusione di altri punti all'ordine del giorno. Il dibattito realizzato finora e gli avvenimenti internazionali fanno sì che l'ordine del giorno debba comprendere anche il ruolo esterno dell'Ue in quanto regolatore mondiale. Dovrebbe essere precisato che il chiarimento delle finalità dell'Unione europea riguarda sia gli obiettivi politici finali e le competenze sia il quadro istituzionale. Dovrebbe inoltre esservi integrata l'attuale iniziativa della Commissione sulla governance europea.

È dunque evidente che l'ordine del giorno deve prendere in considerazione una riorganizzazione dei Trattati, che riformerebbe nello stesso tempo il loro contenuto e il quadro istituzionale.

4. Anche se le diverse aspirazioni riguardo le finalità dell'Unione ed i fattori che sottintendono le innegabili difficoltà incontrate durante il processo Cig di Nizza per giungere a riforme ambiziose non devono essere trascurati, in questo quadro riguardante "L'avvenire dell'Europa" la Ces sottolinea fermamente il punto di partenza positivo di ricercare risposte europee comuni: gli Stati membri, malgrado le loro culture differenti, condividono valori europei comuni espressi nella Carta dei diritti fondamentali dell'Ue; esiste un sostegno reciproco fondamentale in favore della stabilità e del modello sociale europeo, compreso il ruolo dei partner sociali e dei servizi di interesse generale; gli Stati membri condividono in generale criteri comuni per ciò che riguarda l'efficacia ed il carattere democratico delle istituzioni e dei processi decisionali.

La sfida "pratica" dei lavori a venire consisterà dunque nel trovare "soluzioni-ponte" e puntare sul livello di integrazione europea già ottenuta, prendendo in considerazione le differenti tradizioni costituzionali e strutture politiche degli Stati membri.

L'adozione politica della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, malgrado le lacune rimaste, rappresenta un volano del processo di costituzionalizzazione europea ed un passo considerevole verso la "finalità" dell'Ue.

5. La Confederazione europea dei sindacati ritiene che i punti di partenza principali nel processo di riforma sul futuro dell'Europa sono i seguenti:

- la Ces riconosce la necessità di adottare una vera Costituzione che definisca chiaramente gli obiettivi, la giurisdizione e le responsabilità dell'Unione secondo un sistema equilibrato a livello federale (praticando contemporaneamente la sussidiarietà, la complementarità e la solidarietà). È inteso che i Trattati esistenti costituiranno il punto di partenza, ma la Ces rinnova le sue riserve riguardo la proposta formulata dalla Commissione di dividere i Trattati esistenti in due, perché quelli attuali rappresentano un'entità che riflette l'evoluzione progressiva del progetto di integrazione europea. Sarebbe dunque arduo conservare in modo adeguato la portata globale ed il dinamismo dei Trattati in quanto unico insieme. Per la Ces è prioritario che il modello sociale europeo, compreso il principio dei servizi di interesse generale, sia ancorato nella costituzione e che l'unione sociale, la politica per l'occupazione e l'unione economica e monetaria siano integrate su un piano di uguaglianza;

- la Ces raccomanda che la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, ivi compresi i diritti sindacali sovranazionali, diventi giuridicamente vincolante e sia integrata come "pietra angolare" della costituzione dell'Ue. In preparazione, la Ces propone che una procedura di evoluzione dinamica sia implementata dal Consiglio europeo di Laeken nell'ottica della sua evoluzione futura e del suo miglioramento;

- è estremamente importante per la Ces garantire che la Costituzione ed il Trattato politico riconoscano e rinforzino l'autonomia e il ruolo di co-regolatore dei partner sociali a tutti i livelli e dunque lo sviluppo di un sistema europeo di relazioni industriali.

6. Poiché il Consiglio europeo di Laeken di dicembre 2001 si pronuncerà sull'organizzazione di un dibattito strutturato sull'avvenire dell'Europa in preparazione alla Cig e alla riforma dei Trattati annunciati per il 2004, la Ces raccomanda che il futuro Trattato europeo rivesta la forma di un "Patto costituzionale", che rifletta l'insieme della società europea e dei suoi cittadini.

La Ces sostiene dunque la proposta di incaricare una Convenzione a preparare le proposte concrete di riforme, con, se necessario, opzioni alternative da sottoporre a decisione finale nella Cig 2004.

La Ces ritiene che la composizione della Convenzione dovrebbe essere analoga a quella della Convenzione che ha redatto la Carta europea dei diritti fondamentali e raccomanda vivamente che i partner sociali europei siano associati a titolo permanente a tale Convenzione in quanto osservatori, tenuto conto della loro rappresentatività di interesse socioeconomico prioritario ed il loro ruolo istituzionalizzato dal Trattato.

7. La dichiarazione di Nizza ha messo in evidenza la necessità assoluta «... di incoraggiare un ampio dibattito che associ tutte le parti interessate». La Ces sottolinea che, per raggiungere gli obiettivi fissati, un tale dibattito deve essere organizzato sia a livello europeo che nazionale. Si tratta di praticare una democrazia attiva per garantire la legittimità democratica del risultato finale. Se questo principio è adottato, dovrà riflettersi nelle procedure e nei metodi di lavoro.

8. È inoltre cruciale chiarire il ruolo e la partecipazione dei Paesi candidati all'adesione alla procedura strutturata sull'avvenire dell'Europa. Sarebbe errato e controproducente applicare criteri legali "draconiani" per coinvolgere solamente gli Stati membri attuali, le loro istituzioni politiche e i loro cittadini. I Paesi candidati che entreranno a far parte dell'Ue nel 2004 o in un prossimo futuro, e che saranno dunque in condizione di ratificare i Trattati di adesione, devono logicamente prendere parte al dibattito sulle riforme dell'Unione. La Ces sottolinea dunque la necessità di associare pienamente i Paesi candidati al dibattito in corso sul futuro dell'Europa. *

(traduzione a cura della redazione)

Fonte: www.etuc.org


svegliamo l'Europa

Pubblichiamo di seguito un documento sul futuro dell'Unione europea redatto lo scorso mese di ottobre e firmato da: Giuliano Amato; Etienne Davignon; Jean-Luc Dehaene; Jacques Delors; Felipe Gonzales; Roy Jenkins; Helmut Kohl; Maria Lourdes Pintassilgo; Jacques Santer; Helmut Schmidt; Mario Soares; Peter Sutherland; Karel Van Miert.

l'attesa dell'Europa

Con la prospettiva oramai prossima dell'allargamento, l'Unione europea sta per realizzare il suo obiettivo di riconciliazione e d'unificazione di tutte le nazioni d'Europa, un contributo decisivo all'equilibrio del mondo. Al tempo stesso compie grandi progressi verso un'"Unione sempre più stretta tra i popoli europei": tra pochi mesi 290 milioni di cittadini europei utilizzeranno una moneta unica, e questa rivoluzione porterà ad altri sviluppi; si vanno formando una forza europea di reazione rapida ed uno stato maggiore europeo, che consentiranno all'Europa di essere più efficace ed autonoma nella prevenzione e la gestione delle crisi; la realizzazione di uno spazio giudiziario di libertà e sicurezza progredisce, mentre il coordinamento delle politiche economiche e sociali nazionali si consolida sempre più. La realizzazione del sogno europeo formulato mezzo secolo fa non è mai apparsa tanto vicina. Tutto ciò deve darci fiducia e riempirci d'orgoglio: l'Europa sta diventando una comunità di valori e di destino.

Eppure dietro questo "bollettino medico" apparentemente soddisfacente si nasconde un'apatia che l'allargamento rischia di aggravare ulteriormente. La maggior parte dei progressi sono frutto di decisioni prese già da molto tempo. Da vari anni l'Unione è priva di slancio ed alla ricerca di un'identità perché, a parte il grande allargamento, non ha altri progetti politici comuni. In disaccordo sull'unione economica e monetaria e sulla difesa, gli europei non riescono a definire né le finalità della loro integrazione né il suo modo di funzionamento né gli approfondimenti necessari al successo dell'allargamento. La crescente complessità delle istituzioni le indebolisce e scoraggia i cittadini.

La forte tendenza alla perdita d'ispirazione comunitaria, alla crisi d'identità europea ed al crescente disinteresse dei cittadini potrebbe essere ribaltata solo da un progetto politico concreto in grado di ispirare una nuova ambizione e di dare una direzione alla fase attuale dell'unificazione europea. Senza un progetto del genere, il cattivo funzionamento delle istituzioni è destinato a perpetuarsi ed i Vertici europei sono condannati a risultati che non supereranno più il minimo comun denominatore. Il risultato di Nizza non ha nulla di casuale, ed il "no" irlandese s'iscrive nello smarrimento generato da una situazione come questa.

Quel che conta è agire. L'Europa è una "macchina", ed abbiamo quindi bisogno di motori che girino e spingano. Dobbiamo essere sempre in anticipo di un passo, di una solidarietà rispetto agli altri. Abbiamo sempre bisogno di soluzioni transitorie che consentano l'iniziativa di "coloro che vogliono andare più veloci e più lontano", come diceva Spaak. L'intera costruzione dell'Europa è una lunga transizione verso una dimensione europea sempre più ampia.

il nostro progetto europeo

Eredi dei padri dell'Europa e di realizzazioni già notevoli, i dirigenti dell'Unione non potrebbero onorare meglio le loro responsabilità che dedicandosi in priorità a definire le linee di forza di un sogno ambizioso che altro non può essere se non un progetto d'approfondimento e di completamento dell'acquis communautaire.

Il grande dibattito cittadino deciso a Nizza lo scorso dicembre può contribuirvi. Molti Capi di Stato e di governo hanno già formulato proposte che attestano tutte una grande ambizione per l'avvenire dell'Europa. Anche se molte di queste visioni del futuro divergono, sembra vi siano tutte le condizioni per una discussione feconda che vada all'essenziale e si svolga in soddisfacenti condizioni di trasparenza democratica.

Il progetto che ne emergerà deve innanzitutto essere definito in termini di contenuto e d'ambizione prima di affrontare i mezzi necessari alla sua realizzazione. Se si vogliono evitare le disquisizioni dottrinali e le barriere ideologiche, i problemi istituzionali e di funzionamento devono scaturire dalla scelta della comunità politica che vogliamo istituire.

I preamboli dei trattati fondano la costruzione europea sui valori di pace, di prosperità condivisa, di solidarietà, di democrazia, di rispetto delle identità e dei diritti fondamentali. Questi valori rappresentano inoltre il nostro contributo alla nascita di un ordine mondiale. Le recenti dichiarazioni dei dirigenti europei si iscrivono in questa prospettiva. Esse devono condurre ad un accordo sulle finalità dell'impresa comune.

Per portare a termine quanto è stato iniziato, l'Unione deve rafforzare la sua coesione interna. La moneta unica presuppone un coordinamento totale delle politiche macroeconomiche e una base comune in materia di fiscalità e di politica sociale. La condivisione delle nostre risorse umane, scientifiche e tecnologiche deve portarci verso uno sviluppo sostenibile, nel rispetto delle risorse naturali e dell'ambiente. La creazione di uno spazio di libertà e di giustizia esige il ravvicinamento dei nostri sistemi di diritto e dei mezzi di lotta contro il crimine organizzato ed il terrorismo. Tutto ciò è la concretizzazione politica del nostro modello europeo di società. Un allargamento che non sia accompagnato da un progetto comune di società significherebbe l'insuccesso dell'integrazione e della nostra influenza esterna.

L'Unione deve inoltre diventare un attore internazionale globale ed influente. Deve contribuire al controllo di un'economia mondializzata difendendo le nozioni di solidarietà, di sviluppo sostenibile e di prosperità condivisa che ne hanno fondato la sua evoluzione. Deve inoltre aiutare la comunità delle nazioni a fronteggiare le nuove sfide che si accumulano e minacciano la stabilità mondiale: equilibrio ecologico, proliferazione delle armi di distruzione di massa, crisi finanziarie sistemiche, e così via. Questi compiti essenziali richiedono che l'Unione, rafforzando il multilateralismo e associando maggiormente alla sua gestione i Paesi poveri e quelli emergenti, sviluppi il suo contributo specifico alla società mondiale da promuovere ed elabori una visione comune delle riforme da introdurre nel sistema internazionale nato dalla seconda guerra mondiale e dalla guerra fredda.

L'Unione può divenire uno dei principali architetti dell'ordine internazionale da inventare. Il suo modello originale, che ha apportato pace, rispetto del diritto e cooperazione in un continente da tempo lacerato dalla guerra e dal nazionalismo, può ispirare altre regioni del mondo. L'Europa si esprime nel rispetto di tutti e senza volontà egemoniche. Ma bisogna che in futuro lo faccia con una sola voce, partendo da posizioni comuni.

maggiore efficacia e democrazia

Per attuare un progetto del genere l'Unione ha bisogno di istituzioni forti, democratiche ed efficienti, fondate sulla doppia legittimità che ne è all'origine: quella degli Stati membri, insostituibili contesti d'identificazione dei cittadini, e quella di istituzioni di natura federale, anch'esse democratiche, che si preoccupano dell'interesse comune. La forma della "Federazione di Stati-Nazione", che s'iscrive direttamente nel progetto dei padri fondatori, potrebbe concretarsi in un consenso ricco di avvenire.

Il governo dell'Unione deve essere assicurato in sinergia dal Consiglio e dalla Commissione sulla base degli orientamenti forniti dal Consiglio europeo. Quest'ultimo deve concentrarsi, più di quanto non faccia attualmente, sul suo ruolo essenziale di motore e di guida. La Commissione ha il compito decisivo di enucleare l'interesse comune: acquisirebbe una maggiore legittimità democratica se la sua presidenza e la sua composizione fossero legate alle elezioni europee. Il Consiglio, espressione collettiva dell'interesse degli Stati membri, dovrebbe di norma deliberare a maggioranza qualificata.

Il pericolo dell'allargamento sta nell'aumentato rischio di blocco derivante dal veto dell'uno o dell'altro Stato membro. Ciò rafforza l'esecrabile prassi di Bruxelles del "pacchetto", ossia del veto su un punto che non interessa per ottenere un vantaggio su un punto che invece interessa, con la conseguente paralisi generale in cui riescono a muoversi solo gli "specialisti" che hanno la pretesa di governare l'Europa. Il voto a maggioranza è il "gendarme istituzionale" e segna quindi l'inizio della saggezza.

Una formazione centrale del Consiglio, detta degli "affari generali", dovrebbe riunire i ministri che si dedicano essenzialmente agli affari europei, in particolare per garantire insieme alla Commissione la preparazione e l'accompagnamento dei Consigli europei.

Il Parlamento europeo deve esercitare tutto il potere legislativo e di bilancio in codecisione con il Consiglio. Delle "convenzioni parlamentari temporanee", che associno i parlamenti nazionali, dovrebbero potersi pronunciare su determinate revisioni del patto costituzionale, i trattati d'adesione e la determinazione delle risorse proprie che garantiscono il finanziamento diretto dell'Unione.

Le realizzazioni essenziali dell'Unione, dall'unione doganale alla moneta unica, sono state compiute con il "metodo comunitario", fondato sul diritto privilegiato di proposta attribuito alla Commissione, organo indipendente, e sul voto a maggioranza qualificata del Consiglio, con una tensione dialettica permanente derivante dalla discussione obbligatoria delle proposte della Commissione secondo regole precise. Pertanto, nell'interesse comune, la Commissione non può imporre il suo punto di vista, ma fa sì che questo venga sistematicamente discusso. Questo metodo sarà più che mai necessario in un'Unione allargata, in cui sarà più difficile identificare l'interesse comune. Esso va privilegiato, anche se lo si dovrà adattare ai settori in cui le decisioni dell'Unione non sono di natura normativa.

Occorre inoltre utilizzare la possibilità transitoria delle cooperazioni rafforzate laddove queste siano giustificate da situazioni di diritto o di fatto, tenendo nel contempo presente che il rilancio dell'Europa comunitaria non potrà risultare semplicemente dalla loro attuazione puntuale: senza un progetto coerente di approfondimento, il meccanismo delle cooperazioni rafforzate potrebbe sfociare in un'Europa disgregata e nella cacofonia. Qualora le cooperazioni rafforzate dovessero moltiplicarsi, sarebbe opportuno orientarsi verso la formula più strutturata, ma più coerente e trasparente, dell'avanguardia aperta.

La democrazia richiede un ordinamento delle competenze dei diversi livelli di potere quanto più chiaro possibile e conforme al principio di sussidiarietà. Richiede inoltre che la Carta dei diritti fondamentali, approvata a Nizza, venga incorporata nei trattati, il cui testo deve essere reso accessibile ai cittadini. In un insieme democratico, è un'esigenza normale che gli elementi fondamentali del contratto di società siano chiaramente presentati per poter essere correttamente percepiti.

Non c'è bisogno di reinventare l'Europa: essa ha dietro di sé più di mezzo secolo di una storia fatta di progressi notevoli, di esitazioni, a volte di crisi, che le conferisce un'identità unica al mondo. Se oggi deve superare una nuova tappa e prendere il volto di una comunità politica identificata e democratica, lo farà traendo da questa storia quello che le ha permesso di trasformare il sogno in realtà: un progetto ambizioso, l'invenzione di equilibri che conciliano la natura originale delle sue istituzioni ed il rispetto delle identità nazionali, un metodo che consente di avanzare tenendo conto di tutti i punti di vista. Al momento della riunificazione del continente, è in questo tesoro che deve trovare l'ispirazione che le consentirà di essere puntuale all'appuntamento con la Storia.

L'Europa non è stata costruita da dottrinari, ma da audaci testardi.

L'Europa sonnecchia: svegliamola!


sfide e risposte dell'Europa dopo l'11 settembre

Pubblichiamo di seguito parti del discorso che il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ha tenuto lo scorso 11 ottobre dinanzi al Comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati (Ces).

evitare la trappola dello scontro tra civiltà

I crimini commessi negli Stati Uniti riguardano tutta l'umanità. Non è una guerra tra civiltà, non è uno scontro tra religioni. I nostri aggressori vogliono attirarci in una trappola. Come già ho voluto ricordare il giorno di Yom Kippur, parlando alla moschea di Bruxelles, gli attentati sono il frutto del fanatismo e dell'odio di un piccolo gruppo.

L'Europa, che è stata teatro di tante e tante persecuzioni religiose e che ha prodotto la Shoah non può certo pretendere di dare lezioni a nessuno; essa è però portatrice di un messaggio universale. Nel secolo dei Lumi, filosofi europei si sono battuti, nei loro stessi Paesi, contro le pratiche dei monarchi assoluti, contro le atrocità commesse, anche allora, nel nome di Dio. Hanno rischiato la vita, scontrandosi con l'atteggiamento dominante, per promuovere la tolleranza.

In quegli stessi anni, gli americani proclamavano la loro indipendenza in termini altrettanto universali, che vorrei oggi ricordare: «tutti gli uomini sono creati eguali ... dotati di certi inalienabili diritti, [e] tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità».

Io faccio appello oggi a tutti gli uomini, credenti o atei. Che ciascuno, nell'ambito della propria sfera culturale o religiosa, promuova la tolleranza e la moderazione.

le nostre affinità superano le diversità

Noi europei abbiamo molto discusso, in questi ultimi anni, di quali sono i nostri "valori". L'anno scorso abbiamo proclamato una Carta dei diritti fondamentali. In questo documento si afferma che «I popoli dell'Europa ... hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni». Tra tali valori figurano naturalmente la libertà, la sicurezza, ma anche come ben sapete, dato che i sindacati hanno partecipato attivamente all'opera di redazione, la solidarietà.

Ho già espresso il mio rammarico per il fatto che alla Carta non sia riconosciuto valore vincolante, e ribadisco oggi solennemente il mio appello agli Stati membri affinché le diano rapidamente forza giuridica. Non è questo un campo in cui possiamo certo accontentarci di dichiarazioni politiche.

Al tempo stesso, la globalizzazione ha suscitato numerosi dibattiti e controversie, per non parlare degli scontri violenti di Göteborg e di Genova. Gli avvenimenti dell'11 dicembre ci costringono brutalmente a fare i conti con la realtà. Ci dimostrano che noi viviamo già in un mondo globalizzato (...). Ecco perché la Commissione ha difeso una posizione ambiziosa a proposito del Protocollo di Kyoto sulla lotta all'effetto serra. Ecco perché la Commissione intende contribuire al successo del prossimo round di negoziati dell'Organizzazione mondiale del commercioa Doha e si batte perché all'ordine del giorno di tale riunione figurino i temi sociali e ambientali.

Le aggressioni dell'11 settembre hanno dato una dimostrazione sin troppo tangibile della globalizzazione (...).

Dobbiamo dunque porci delle domande fondamentali. La nostra risposta dev'essere adeguata al mondo globalizzato. (...) Non si tratta più di faccende riservate ai tecnocrati o agli specialisti di questioni istituzionali, ma di interrogativi fondamentali. Eccoli.

Siamo pronti, nell'Unione europea, a dare la precedenza a quello che ci avvicina (...) e a scordarci di quello che ci divide su questo o quell'aspetto secondario? Vogliamo difendere assieme, in maniera decisa, i nostri interessi comuni e in primo luogo quella formidabile apertura agli altri popoli e questa promessa di prosperità che è anche, e soprattutto, la mondializzazione? Non abbiamo forse dimenticato che ai diritti si accompagnano dei doveri? Che politica dobbiamo attuare nei confronti dei Paesi più poveri per sradicare la miseria, terreno di cultura dell'oscurantismo? O per integrare nelle nostre società dei giovani che, disorientati, rischiano di cadere in preda al fanatismo? Siamo pronti a farci delle reciproche concessioni per costruire un'Europa solidale al suo interno e abbastanza solida rispetto all'esterno, per difendere le sue idee?

Certo, non dobbiamo rispondere in modo precipitoso. Le conseguenze di queste azioni terroristiche richiedono delle soluzioni destinate a durare nel tempo. Ci tenevo però a sollevare queste questioni, estremamente politiche, a lungo trascurate nella costruzione europea. In questi ultimi giorni numerosi capi di Stato e di Governo europei hanno ricordato che l'Europa diventava sempre più "necessaria". Le questioni iscritte all'ordine del giorno sono questioni politiche. Tentare di rispondervi con dei cavilli significherebbe tagliare definitivamente i ponti con i nostri concittadini. (...).

solidarietà nei confronti degli Stati Uniti

L'Unione europea ha reagito in modo rapido e coerente agli attacchi contro gli Stati Uniti.

I ministri dei Trasporti e della Giustizia dei Quindici hanno tenuto delle riunioni straordinarie sulla sicurezza aerea e sulla lotta contro il terrorismo. Un Consiglio "Affari generali" ha assicurato il coordinamento delle posizioni nazionali. Già il 21 settembre, grazie all'impegno della presidenza belga, si è tenuto un Consiglio europeo straordinario (...) per affrontare tutte le questioni economiche, diplomatiche e giuridiche legate agli attentati. In quella occasione si è deciso di creare un mandato d'arresto europeo e di facilitare le estradizioni. Al tempo stesso, sia pure in maniera meno visibile, l'euro ha protetto le nostre economie.

Gli Stati membri alleati degli Stati Uniti, infine, hanno dichiarato applicabile l'articolo 5 del trattato dell'Atlantico settentrionale, per la prima volta nella storia della Nato. Vari Stati membri dell'Unione hanno offerto l'appoggio delle loro truppe. Questi impegni faciliteranno la reazione americana, cui le Nazioni Unite hanno riconosciuto il carattere di legittima difesa.

L'Unione e i suoi Stati membri hanno dunque agito utilizzando tutto l'armamentario degli strumenti a loro disposizione. L'Europa si è dimostrata efficace in questa crisi avendo reagito rapidamente e correttamente, ma soprattutto perché le questioni di procedura o di metodologia (comunitaria o intergovernativa) sono passate in secondo piano.

In quanto presidente della Commissione, mi felicito dell'unità raggiunta nell'azione. Mi auguro che queste tragedie servano almeno a farci concentrare stabilmente sui risultati. Dobbiamo ottenere dei risultati concreti, ora e nel lungo termine. Una volta passata l'emozione, non potrebbe esserci nulla di peggio che tornare a manifestare le nostre divergenze (ad esempio sulla maniera di ricostruire l'Afghanistan) o tornare alle nostre controversie istituzionali, così lontane dalle preoccupazioni dei cittadini.

fare la scelta dell'integrazione

Data questa situazione, dobbiamo renderci conto che l'Europa si trova ad un bivio.

Questi avvenimenti si verificano infatti in un momento cruciale della costruzione europea: come dimostrano tutti i discorsi fatti a partire dalla primavera del 2000, tutti sono d'accordo sulla necessità delle riforme. L'imminente ingresso di una dozzina di nuovi Stati membri, così come i grandi cambiamenti provocati dalla globalizzazione impongono una rifondazione dell'Unione.

È venuto inoltre il momento di coinvolgere di più i cittadini nell'integrazione. I recenti avvenimenti non fanno che confermare questa necessità. Tuttavia non è certo che, lasciata a se stessa, l'evoluzione sia positiva. La crisi attuale può favorire l'integrazione accentuando la necessità di agire a un livello più alto. Una maggiore convergenza nella politica estera, un ravvicinamento nel campo della giustizia e degli affari interni possono contribuire a relativizzare le divergenze e favorire una soluzione delle questioni istituzionali ancora aperte.

Ma le cose potrebbero anche andare nel senso opposto. La paura, la percezione di una minaccia fisica (...) potrebbero approfondire i contrasti (...). Il clima di guerra è generalmente favorevole al ripiegamento sul piano nazionale. L'Unione, che dispone di scarsi strumenti d'azione in campo diplomatico o per le azioni di polizia, per non parlare della difesa, può rischiare molto.

Al Vertice di Laeken del prossimo dicembre si dovrebbe dar vita a una Convenzione composta di parlamentari nazionale ed europei, di rappresentanti dei Governi e della Commissione per preparare le future riforme dell'Unione. I suoi lavori saranno accompagnati da un grande dibattito in modo da ampliare l'ambito tradizionale delle discussioni europee.

Nell'ipotesi di una evoluzione favorevole alla integrazione, la Convenzione preparerebbe adeguatamente il terreno e arriverebbe a formulare delle proposte praticabili; la Conferenza intergovernativa porterebbe così alle riforme. Nell'ipotesi di un ripiegamento sulla dimensione nazionale, la Convenzione sarebbe marginalizzata e i grandi problemi sarebbero dibattuti altrove.

Io invito voi, e con voi tutti i cittadini, a partecipare attivamente a questo dibattito perché possa prevalere la prima ipotesi.

La Convenzione, inoltre, dovrà lavorare a stretto contatto con le parti sociali e con tutta la società civile. In questo dibattito, i sindacati devono svolgere sino in fondo il loro ruolo. La legittimazione e la rappresentatività delle parti sociali sono un patrimonio storicamente acquisito. Scordarlo sarebbe scordare il nocciolo stesso della società. L'integrazione è una conquista fragile e preziosa, è il nostro patrimonio comune; abbiamo appena potuto constatare come la pace e la stabilità non sono mai acquisite una volta per tutte, neppure nei Paesi apparentemente più potenti.

(...) Abbiamo già in gran parte realizzato l'integrazione economica e monetaria. Ora dobbiamo affrontare assieme le questioni sociali, il problema dello sviluppo sostenibile, della giustizia e della sicurezza.

Ma come fare, in pratica? A Laeken bisogna decidere di mettere in atto la riforma sempre rinviata in occasione delle precedenti conferenze intergovernative (in particolare ad Amsterdam e a Nizza). Per riuscirci, dovremo procedere in un altro modo, parlando dei nostri obiettivi prima di passare agli aspetti tecnici. Il mandato della Convenzione dovrà porre in modo chiaro gli interrogativi centrali per il futuro dell'Unione:Come definire gli obiettivi interni dell'Unione europea e il ruolo che essa intende svolgere nel mondo? Come semplificare l'architettura europea e i trattati, in particolare nella prospettiva dell'allargamento? Come chiarire le responsabilità ed associare alle decisioni europee gli eletti nazionali e più in generale tutta la società? Come rendere l'Unione più efficace?

Quando conosceremo le risposte a queste domande, potremo immaginare le procedure giuridiche e gli strumenti necessari per raggiungere i nostri obiettivi. Il mio obiettivo per il 2004 si può sintetizzare così: un'Unione allargata, efficace e democratica.

multilateralismo e solidarietà

L'Unione europea può contare su alcuni importanti punti di forza per affrontare le sfide attuali.

Si tratta, come ho detto, di un progetto basato su alcuni valori supremi: il rifiuto della guerra, il rispetto delle differenze culturali, la libertà e la solidarietà.

L'Unione europea combina inoltre il liberalismo economico (mercato unico, quattro libertà) con un'organizzazione adeguata a questo mercato. Le norme esistenti in materia di concorrenza o di controllo degli aiuti evitano le distorsioni. L'Unione, poi, è riuscita a realizzare l'integrazione monetaria. Tale situazione comporta numerosi vantaggi, che si possono sintetizzare in un'unica parola: stabilità. Dal lancio dell'euro, nel gennaio del 1999, l'Europa ha goduto una situazione di stabilità dei tassi di cambio, di stabilità dei prezzi, di stabilità finanziaria e fiscale.

Questa stabilità (...) non è fine a se stessa, ma è uno strumento: lo scopo ultimo dell'unione economica e monetaria è permettere l'ammodernamento dell'Unione europea, portarla ad una maggiore crescita e a una maggiore occupazione.

Tutti questi anni di politica strutturale sono stati anni duri. I lavoratori e le loro organizzazioni sindacali sono stati tra gli artefici di questo "patto europeo" che ha permesso il risanamento e la stabilizzazione delle nostre economie. Ciononostante, il livello di organizzazione politica dell'Unione è ancora inferiore al livello di integrazione economica.

Questa situazione non è soddisfacente, in particolare in quanto impedisce all'Unione di avere una politica abbastanza attiva a favore della parte più vulnerabile e più svantaggiata della società. Abbiamo varato delle procedure innovative a Lisbona, in particolare il metodo aperto di coordinamento delle politiche sociali. Temi quali l'accesso di tutti all'occupazione, la prevenzione dei rischi di esclusione, l'azione a favore dei più deboli figurano ormai all'ordine del giorno delle Istituzioni europee. Poco a poco si vanno affinando degli indicatori relativi alla povertà e alla lotta contro l'esclusione, ciò che permetterà di intervenire in modo più efficace. Gli Stati membri si sono impegnati a presentare dei piani d'azione nazionali. A Nizza, nel dicembre scorso, è stata adottata l'"Agenda sociale europea", un documento che stabilisce i grandi orientamenti dell'azione europea in campo sociale per i prossimi cinque anni. A Stoccolma, nel giugno scorso, l'Unione si è dimostrata intenzionata a proseguire sulla stessa strada.

Molto resta ancora da fare, ma questi primi passi sono motivo di speranza per le categorie interessate, un importante riconoscimento della necessità di attuare delle politiche sociali accanto a quelle economiche (...).

Le conseguenze indirette dell'11 settembre potrebbero essere notevoli anche in campo economico e sociale. Anzitutto, ed è una cosa positiva, non potrà più imporsi come dottrina una certa forme di "pensiero unico" che difende un liberismo sfrenato. Abbiamo visto i danni spaventosi provocati dai movimenti di capitali che finanziano il terrorismo, abbiamo visto i limiti del segreto bancario, abbiamo visto i pericoli dei santuari utilizzati per il riciclaggio del denaro sporco. In secondo luogo, e questo è preoccupante, il rallentamento dell'economia potrebbe essere superiore al previsto. (...) Mi preoccupa la prospettiva di una recrudescenza dei licenziamenti. Quando i lavoratori perdono il lavoro, inizia un dramma umano, e il tessuto sociale si lacera. Un rafforzamento della coesione interna dell'Europa è essenziale per permetterle di conservare la sua posizione, accanto agli Stati Uniti, nel mondo del dopo 11 settembre 2001.

Nel complesso, io sono convinto che l'Europa può proporre la speranza di un mondo più giusto; di un mondo concepito per l'uomo e non contro di lui. Un mondo in cui la riconciliazione tra vecchi nemici è una realtà; in cui esistono procedure giuridiche per la soluzione delle controversie; in cui gli Stati e i popoli grandi e piccoli collaborano, a volte con difficoltà, ma con la volontà di riuscire, nel reciproco rispetto. Un mondo fondato su un modello solidale di società, in cui esistono delle politiche di redistribuzione, in cui si tiene conto dei più vulnerabili. Un mondo in cui la competitività procede di pari passo con la consapevolezza sociale e l'eccellenza delle politiche sociali (...).