Europa a disagio

dati e approfondimenti su alcune problematiche sociali nei Paesi dell'Ue

L'ampio dibattito sull'Europa sociale, apertosi nel corso del 2000 in occasione della stesura della Carta europea dei diritti fondamentali, è passato un po' in secondo piano negli ultimi mesi, dopo l'adozione del testo da parte del Consiglio europeo di Nizza (7-11 dicembre 2000) e la scelta di rinviare ogni decisione sulla sua portata giuridica e sul suo inserimento nei Trattati dell'Ue al 2004. L'attenzione si è così spostata su altre questioni, come il futuro assetto istituzionale dell'Unione, l'allargamento e le conseguenze che questo comporterà, l'imminenza dell'entrata in vigore dell'euro. Quello dei diritti dei cittadini resta però il tema centrale dell'Unione e della sua reale legittimazione, soprattutto perché sono milioni le persone che vivono nell'Ue senza che alcuni diritti fondamentali siano loro garantiti.

Si pensi, ad esempio, al vasto panorama di esclusione sociale tuttora esistente in Europa. Circa 25 milioni di famiglie, per un totale di quasi 65 milioni di persone, vivono al di sotto della soglia di povertà, fissata a sei decimi del reddito medio. Quasi il 10% dei cittadini dell'Unione vive in condizioni di povertà da più di tre anni e sono soprattutto i soggetti più deboli: anziani, disoccupati, famiglie con un solo genitore o con molti figli, persone a basso livello scolare e, negli ultimi anni, anche famiglie dove il lavoro non manca ma le entrate sono insufficienti (i cosiddetti "working poors"). Il 20% più ricco della popolazione europea detiene il 40% del reddito totale, mentre al 20% più povero resta appena l'8% della ricchezza, a dimostrazione di una disuguaglianza piuttosto pronunciata.

Oltre alle condizioni economiche, spesso sono anche le origini etniche a causare forme di discriminazione che ledono diritti fondamentali quali l'alloggio, il lavoro, la salute, l'istruzione. Le conseguenze sono che gruppi di persone immigrate da Paesi non comunitari o cittadini europei appartenenti a minoranze etniche vivono condizioni di emarginazione sociale ed economica e, anche per questo, diventano oggetto di xenofobia e razzismo. Nell'ultimo anno si è assistito ad una crescita del razzismo e della xenofobia in molti Paesi europei. Su tutti la Germania, dove quasi l'80% dei cittadini considera una minaccia crescente l'estremismo di destra che sta investendo il Paese e si esprime contro stranieri e minoranze etniche. Ma anche in Spagna (i fatti di El Ejido e Lepe, nel Sud del Paese, lo testimoniano), in Francia e Gran Bretagna si sono registrati gravi casi di intolleranza razziale e di difficile convivenza interculturale, difficoltà presenti in quasi tutti i Paesi europei e, spesso, strumentalizzate politicamente. L'Osservatorio europeo sul razzismo sottolinea infatti come le posizioni e le strumentalizzazioni dei partiti e degli esponenti politici incidano sullo sviluppo di sentimenti xenofobi, razzisti e di intolleranza religiosa tra la cittadinanza molto più che il tasso di immigrazione o di diversità religiosa di una società. Così come il silenzio e la passività rispetto alle manifestazioni razziste e xenofobe sono molto pericolosi e in qualche modo complici della diffusione dell'intolleranza. Per ora, solo il 15% della popolazione europea si sente «disturbato» dalla presenza di persone di nazionalità, razza e religione diverse dalla propria (Eurobarometro), ma il livello d'attenzione deve comunque restare alto.

L'emarginazione può derivare anche dall'uso e abuso di sostanze, e almeno su questo fronte si registrano in molti Paesi dell'Unione iniziative tese a ridurre il disagio causato da gravi situazioni di tossicodipendenza. Così, sono numerose, soprattutto nell'Europa settentrionale, esperienze di assistenza "primaria" e servizi "a bassa soglia" rivolti ai tossicodipendenti che non sono in cura o non intendono sottoporsi a una terapia; sono stati introdotti molti programmi di distribuzione di siringhe sterili per contrastare l'epidemia HIV/AIDS e l'epatite; cresce il numero delle "drug consumption rooms", luoghi dove è possibile fare uso di sostanze in condizioni igieniche "controllate", riducendo il rischio di contagio e d'overdose letale; crescono le sperimentazioni di trattamento dei tossicodipendenti con somministrazione controllata di sostanze e, in alcuni Paesi, si lavora anche sulle "nuove droghe", offrendo nei luoghi di consumo (discoteche e locali di altro tipo) test anonimi e gratuiti sulle pillole vendute come ecstasy, insieme a informazioni e consigli. Il tutto con l'obiettivo di migliorare le condizioni sia dei consumatori che di tutta la cittadinanza.

Un disagio sociale che permane, dunque, nell'Unione europea, ma anche molte interessanti iniziative progettate per prevenirlo e limitarlo, sia da parte delle istituzioni pubbliche che da parte del crescente settore del volontariato e del non profit, il cosiddetto Terzo settore.

Come già lo scorso anno (vedi euronote 8/2000), anche quest'anno dedichiamo un inserto di euronote ad alcuni aspetti del disagio sociale nell'Unione europea, utilizzando come fonte l'Annuario Sociale 2001 realizzato dal Gruppo Abele e appena pubblicato.

HIV/AIDS nei Paesi europei

Secondo i dati dell'United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS), aggiornati a dicembre 2000, nell'Europa occidentale si contano 540.000 adulti e minori viventi affetti da HIV/AIDS; 30.000 sarebbero stati i nuovi casi di infezione tra adulti e minori nel 1999. La situazione è più preoccupante in Europa orientale e Asia centrale. In questa area geografica l'UNAIDS contava, all'inizio degli anni Novanta, 700.000 persone viventi con il virus. Ciò che allarma è che, solo nel 1999, le nuove infezioni in quest'area sarebbero state 250.000.

Tra i Paesi europei, secondo il Centre Européen pour la Surveillance Epidémiologique du SIDA (CESES), al 30 giugno 2000 i casi cumulativi di infezione sarebbero stati 2699 in Belgio, 2279 in Danimarca, 51.799 in Francia, 18.700 in Germania, 46.559 in Italia.

CASI CUMULATIVI DI AIDS NELLA REGIONE EUROPEA DELL'OMS (AL 30 GIUGNO 2000)

Paesi

N. casi

Paesi

N. casi

Albania

12

Lituania

35

Armenia

23

Lussemburgo

147

Austria

2.008

Macedonia

34

Azerbaigian

24

Malta

50

Bielorussia

26

Repubblica Moldava

27

Belgio

2.699

Monaco

40

Bosnia-Erzegovina1

25

Olanda

5.242

Bulgaria2

67

Norvegia

672

Croazia

159

Polonia

873

Repubblica Ceca

141

Portogallo

7.191

Danimarca

2.279

Romania

6.301

Estonia

25

Fed. Russa

433

Finlandia

304

San Marino

14

Francia

51.799

Slovacchia

25

Georgia

34

Slovenia

85

Germania

18.700

Spagna

58.091

Grecia

2.107

Svezia

1.725

Ungheria

363

Svizzera

6.899

Islanda

50

Turchia

339

Irlanda

702

Ucraina4

1.277

Israele

635

Regno Unito

17.209

Italia

46.559

Uzbekistan

11

Kazakistan3

25

Rep. Fed. Jugoslava

860

Lettonia

60

TOTALE Regione europea 236.406

  1. Dato aggiornato al dicembre 1999, altri 10 casi rilevati prima del 1992

  2. Dato aggiornato al dicembre 1999

  3. Dato aggiornato al giugno 1999

  4. Dato aggiornato al dicembre 1999, altri 244 casi rilevati al 30 giugno 2000

Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati Centre Européen pour la Surveillance Epidémiologique du SIDA, (CESES), 2000

UNIONE EUROPEA: MORTI PER AIDS SUDDIVISI PER ANNO DI DICHIARAZIONE DEL DECESSO E PER PAESE E TOTALE CUMULATIVO DALL'INIZIO DELL'EPIDEMIA AL 30 GIUGNO 2000

 

Paese  1997  1998  1999  2000
(gen.-giu.) 
Totale
cumulativo

Austria**

33

49

35

13

1.228

Belgio**

108

50

74

28

1.563

Danimarca**

165

31

7

48

1.795

Finlandia**

7

11

5

5

224

Francia

1.611

855

491

163

31.054

Germania

771

551

255

192

11.790

Grecia**

258

79

79

41

1.223

Irlanda**

7

20

18

11

360

Italia

2.258

2.768

775

252

31.333

Lussemburgo

4

4

5

1

85

Portogallo**

529

412

466

298

4.052

Spagna**

3.267

1.431

3.128

331

31.364

Svezia**

25

161

35

5

1.173

Regno Unito

1.293

333

311

145

11.871

Ue

10.336

6.755

5.684

1.533

129.115

* Esclusa l'Olanda, per la quale non vi sono dati disponibili. I dati sono aggiornati al 30 giugno 1999
** Paesi per i quali non è disponibile la data di dichiarazione del decesso; i valori sono dunque stimati a partire dal totale cumulativo dei decessi dichiarato alla fine di ciascun anno
Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati CESES, 2000

Gli anziani in Europa

* Nell'UE, al 1998, la speranza di vita per gli uomini era pari a quasi 75 anni, per le donne a quasi 81. Era rispettivamente di 70 e 77 anni nel 1980. Si prevede che, se l'Europa manterrà gli attuali trend socioeconomici, nel 2010 arriverà fino a 78 anni per gli uomini e a 84 per le donne.

* Fra il 1960 e il 1999, la proporzione di anziani (persone con 65 anni o più di età) che vivono nell'UE è cresciuta dall'11% al 16%, arrivando a circa 60.000.000 di persone. Nel 2010 si stima che saranno 69.000.000: fra il 1999 e il 2010 si prevede quindi un incremento medio del 13%. L'incremento più intenso è atteso in Germania (24%). Ancora più intenso l'incremento dei "grandi anziani", cioè le persone con 80 anni e più, che dovrebbe essere del 36%; in questo caso, l'aumento più massiccio è previsto in Belgio, Grecia, Francia, Italia e Lussemburgo.

* Il tasso di dipendenza (rapporto fra le persone di 65 anni e più sulle persone in età lavorativa di 15-64 anni) nell'UE è pari a 24 (dato 1998). Gli unici Paesi che lo superano sono l'Italia (26)e la Germania (25). Quelli dove il tasso è meno elevato sono l'Irlanda (17) e l'Olanda (20).

* Una parte consistente della popolazione anziana dell'UE vive sola (32%) o con un partner (51%); un altro 13% con i figli o altri parenti o amici. Solo il 4% è istituzionalizzato. Ma gli anziani non possono essere considerati una categoria compatta. Mentre la maggior parte delle persone di 65-79 anni vive ancora in coppia (60%), questo avviene solo per il 26% dei grandi anziani. Molti di questi ultimi vivono soli (45%), il 10% in sistemazioni collettive e il 19% con i figli. Fra Paese e Paese si registrano notevoli differenze, in particolare circa la proporzione di grandi anziani che vivono con figli, parenti o amici: in Spagna e Portogallo ha questa forma di supporto il 40% o più, ma la percentuale crolla sotto il 5% in Danimarca e Svezia.

* Nell'UE solo il 5% delle famiglie non ha bagno o doccia, toilette in casa e l'acqua calda, ma la percentuale degli anziani privi di almeno uno di questi servizi sale al 9%. Tuttavia, la proporzione di anziani insoddisfatti per problemi legati all'abitazione (rumori fastidiosi, mancanza di spazio, inquinamento, ecc.) è in genere inferiore a quella del resto della popolazione. Fanno eccezione gli anziani greci e italiani.

* Secondo dati aggiornati al 1996, nell'UE è povero il 17% degli abitanti. Ma la percentuale sale al 18% fra gli anziani, al 19% nelle famiglie con pensionati e al 25% fra i single anziani.

* Il IX Rapporto del Centro Europa-Ricerche (CER) e del Sindacato pensionati italiani della CGIL (SPI-CGIL) sintetizza così il contesto economico e di welfare con il quale si confrontano gli anziani dell'UE: «Il quadro che emerge è quello di una transizione epocale. L'allungamento della vita media e il miglioramento delle condizioni di salute della popolazione, che sembrano oggi configurare semplicemente una pressione crescente su risorse scarse, producono in realtà una nuova risorsa, quella delle energie lavorative e dell'esperienza degli anziani. Costruire un sistema di rapporti di lavoro e un sistema di welfare che consentano l'uso appropriato di questa nuova risorsa, e garantiscano l'autonomia di reddito e di vita degli anziani, è tappa essenziale di un nuovo modello di sviluppo delle economie europee centrato sulla "qualità sociale"».

Il "braccialetto elettronico"

In Italia, il Decreto legge n. 341/2000, convertito in legge il 17 gennaio 2001, ha introdotto, tra l'altro, l'utilizzazione di meccanismi di controllo elettronico (il cosiddetto "braccialetto elettronico") come possibile strumento di sorveglianza per i detenuti che si trovano agli arresti o in detenzione domiciliare. Il "braccialetto", di plastica, indossato al polso o alla caviglia invierà segnali radio a un'apparecchiatura installata nell'abitazione del detenuto che, tramite segnali periodici, raggiungerà le centrali operative di polizia e carabinieri. La sperimentazione è iniziata nell'aprile 2001, a Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania. L'applicazione della misura sarà possibile soltanto con il consenso del detenuto che, in caso di rifiuto, rimarrà in carcere. Chi danneggia volutamente il "braccialetto" è punibile con la reclusione da uno a tre anni.

Varie le critiche, da quelle di tipo tecnico (ad esempio, in alcuni Stati in cui è stato sperimentato il numero di falsi allarmi risulta elevato), a quelle relative al significato di questa decisione: secondo molte associazioni di volontariato, sarebbe in contrasto con l'elemento fondante delle misure alternative, vale a dire la "messa alla prova" attraverso la concessione di fiducia alla persona. Il provvedimento riguarda inoltre detenuti che già potrebbero usufruire di pene diverse dalla reclusione, per cui il "braccialetto" si caratterizza come un vincolo in più,non come una misura di altro tipo: sempre secondo le concezioni critiche, finirebbe per esportare all'esterno il carcere insieme al carcerato.

Negli Stati Uniti viene applicato dal 1983 nei confronti dei detenuti in attesa di giudizio ritenuti non socialmente pericolosi. In Francia, il Parlamento, in via generale, ha approvato a febbraio 2000 la possibilità di adottarlo per i detenuti in regime di detenzione preventiva. In Germania viene applicato a chi si trova in libertà vigilata. In Belgio la sperimentazione riguarda 50 detenuti condannati a pene non superiori a sei mesi. In Svezia è limitato a coloro che hanno pene inferiori a due mesi. In Svizzera viene sperimentato su 200 persone condannate a pene brevi. In Olanda, invece, è utilizzato per i detenuti considerati a rischio, dei quali si vogliono controllare i movimenti in previsione del fine pena. In Gran Bretagna il sistema è stato introdotto a gennaio 1999 per i reclusi con condanne non superiori a quattro anni e con un fine pena non superiore a due mesi. Il ministro dell'Interno Jack Straw lo ha scelto anche come strumento di controllo per i ragazzi da 10 ai 15 anni che hanno commesso reati. Sperimentato su 155 minori in due città, Manchester e Norfolk, non ha dato finora risultati molto incoraggianti: a Manchester, infatti, quasi il 40% dei sorvegliati ha violato le prescrizioni.

NUMERO DI DETENUTI OGNI 100.000 ABITANTI, IN ALCUNI PAESI EUROPEI (1950-1999)

Paese

1950

1960

1972

1988

1999

Italia

74

71

51

55

90

Svizzera

-

-

42

73

85

Francia

89

59

58

81

90

Inghilterra e Galles

46

59

75

97

125

Svezia

35

63

54

56

60

Norvegia

50

44

39

48

60

Danimarca

95

73

69

68

65

Finlandia

185

153

102

-

45

Olanda

70

45

21

40

90

* Il dato si riferisce al 1863
Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati DAP, Le due città, dicembre 2000

La legislazione europea sull'uso di droghe

* Uno studio in sette Paesi Nell'aprile 1999 è stato pubblicato lo studio Analyse comparative des législations européennes en matière d'usage de drogues illicites et des actes préparatoires de l'usage, effettuato da Maria Luisa Cesoni, ricercatrice dell'università di Ginevra, e commissionato dall'Ufficio federale della sanità pubblica della Svizzera per esaminare le scelte in materia in sette Paesi: la Germania, la Spagna, la Francia, il Regno Unito, l'Italia, l'Olanda e la Svezia.

* Legge e Convenzioni Le scelte adottate variano notevolmente, spaziando dall'incriminazione per il semplice uso (Francia, Svezia) alla non incriminazione, sia dell'uso, sia della detenzione per uso personale (Spagna, Italia). Questo avviene nonostante tutti i Paesi abbiano sottoscritto le principali Convenzioni internazionali sugli stupefacenti: la Convenzione di Vienna del 1988, infatti, prevede che i sottoscrittori assegnino il carattere d'infrazione penale alla detenzione, all'acquisto e alla coltivazione di droghe "fatti salvi i principi costituzionali e i concetti fondamentali del loro sistema giuridico".

* Legge e prassi Dove il consumo è perseguito penalmente, direttamente o tramite l'incriminazione per il possesso di droghe, l'attività della polizia in materia di stupefacenti si concentra in maggior parte (Germania, Svezia), se non addirittura essenzialmente (Francia, Regno Unito), sul perseguimento dei consumatori. Dove esistono dati, si constata che le misure alternative al perseguimento o alla detenzione sono applicate solo marginalmente, con la conseguenza che in tutti i Paesi studiati, compresi i più tolleranti, gli utilizzatori di droghe sono una parte consistente dei detenuti (dal 30% al 50%, a seconda degli anni) e continuano a consumare sostanze illegali anche in carcere. Il trattamento medico-psicosociale sembra spesso avere la precedenza sulle sanzioni amministrative in Spagna e in Italia, mentre in Francia oggi chiedono una depenalizzazione anche gli operatori dei servizi sociosanitari, che a lungo hanno sostenuto l'approccio governativo.

* Legge e mercato Non è possibile rendere conto con precisione del fenomeno del consumo di droghe, date le dimensioni del suo sommerso (per un quadro generale rimandiamo al n. 10/2000 di euronote). Ma in tutti i Paesi studiati ricorrono alcune costanti: a) il consumo si presenta in modo visibile fra gli anni Sessanta e Settanta e registra un forte incremento fra i Settanta e gli Ottanta, sia pure con oscillazioni; b) alcune sostanze si modificano, alcune scompaiono dal mercato (magari per ripresentarsi dopo un certo periodo), altre fanno la loro apparizione. Il consumo è aumentato, e a volte diminuito per alcune sostanze, sia nei Paesi più repressivi, sia in quelli più tolleranti. Al contrario, i mutamenti del consumo hanno influenzato la legislazione. Una ricerca del 1993 (sempre di Maria Luisa Cesoni) ha constatato che la prevenzione dell'HIV/AIDS è stata attuata in ritardo nei Paesi più repressivi. Un'altra, del 1997 (di Martin Killias, dell'istituto di criminologia dell'Università di Losanna), ha verificato una diminuzione della criminalità associata alle droghe dove il consumo non è criminalizzato.

* Legge e legittimità Se non è provato che la criminalizzazione del consumo è efficace nel ridurre la domanda di sostanze, da più parti e da decenni si esprimono dubbi sulla conformità di questa strategia antidroga ai principi giuridici: secondo molti, essa viola il diritto alla libertà individuale, che è garantito dalle Convenzioni internazionali e da numerose Costituzioni nazionali e che "termina" solo dove iniziano i diritti di terzi. Anche nella messa in pratica delle leggi, l'accanimento sui consumatori piuttosto che sugli spacciatori e i trafficanti pone problemi di proporzionalità della reazione sociale. Infine, si rileva come il principio "terapia o sanzione", che sorregge la legislazione punitiva, non abbia effetti pratici: "Sono note, infatti, le reticenze dei magistrati ad applicare misure di tipo sanitario che esulano dalla loro competenza".

* Conclusioni La scelta di non criminalizzare il consumo è conforme al diritto internazionale. Non è provato che la repressione di questo comportamento riduca i consumi e favorisca il perseguimento di spacciatori e trafficanti, mentre vi sono indizi che la criminalizzazione comporta effetti secondari negativi. La scelta per una opzione o per l'altra è squisitamente politica, ma deve tener conto di alcuni elementi di diritto e di fatto: a) vanno rispettati i diritti fondamentali degli utilizzatori; b) la depenalizzazione del solo consumo non è sufficiente a impedire che gli utilizzatori siano perseguiti, perché il più delle volte i procedimenti si fondano sul possesso in flagranza di droga; c) il "perseguimento a maglie larghe" non porta a una depenalizzazione sostanziale del consumo perché i magistrati sono poco disposti a ricorrervi, creando gravi situazioni di disparità di trattamento nei confronti dei consumatori.

La riduzione del danno in Europa

* Siringhe sterili e prevenzione. L'epidemia di HIV/AIDS, manifestatasi dall'inizio degli anni Ottanta, ha portato all'introduzione dei primi programmi di distribuzione di siringhe sterili, che oggi sono presenti in tutti gli Stati dell'UE. In Finlandia, in Spagna e in Belgio i farmacisti ricevono una formazione specifica sui servizi di "consulenza alla salute" connessi ai programmi. In Francia e Spagna le farmacie fungono da veri e propri "servizi a bassa soglia". Anche per il contrasto dell'epatite virale C, la misura migliore di prevenzione consiste nell'intensificare la distribuzione di aghi e siringhe e nel sensibilizzare coloro che consumano sostanze per via endovenosa.

* L'assistenza primaria e la "bassa soglia". Le attività di assistenza "primaria" e i servizi "a bassa soglia" rivolti ai tossicodipendenti che non sono in cura, o non intendono sottoporsi a una terapia, sono stati introdotti come complemento ai Centri convenzionali nell'ultimo decennio. Questi servizi, il cui numero è in aumento in tutti i Paesi dell'UE (Grecia e Finlandia sono i Paesi dove l'introduzione è più recente), si pongono l'obiettivo di prevenire l'ulteriore deterioramento delle condizioni sociali e di salute dei tossicodipententi, offrendo anche un "aggancio" a chi desidera iniziare un percorso di disintossicazione. Un servizio ormai "classico" è rappresentato dalle Unità di strada o mobili (camper, roulotte, furgoni, autobus, auto) che forniscono informazioni, siringhe sterili, primo soccorso, interventi d'urgenza, ma anche generi di conforto, ascolto e counselling, nei luoghi d'incontro dei tossicodipendenti o di altri "gruppi target", come le persone che si prostituiscono in strada. In Francia, Irlanda e Paesi Bassi le Unità mobili possono anche distribuire metadone.

* Le drug consumption rooms. Note anche come shooting galleries, shooting rooms, safe injection rooms e, con un'espressione più generale, drug consumption rooms (DCR), sono locali dove è possibile fare uso di sostanze in condizioni igieniche "controllate", riducendo il rischio di contagio e d'overdose letale. In Germania esistono dal 1994 in quattro città, ma hanno superato un precario status giuridico solo nel 2000, con la modifica della legge sugli stupefacenti che lascia ai singoli Länder la facoltà di autorizzarne l'apertura.

In Olanda le DCR esistono da decenni (pur con una lunga parentesi d'eclisse per problemi legali) e servizi di questo tipo sono stati aperti anche in Svizzera e, oltreoceano, in Australia e in Brasile. In Svizzera, Olanda e Germania le DCR sono inserite nell'ambito dei servizi sanitari. Uno studio del Trimbos Instituut di Utrecht (Olanda, 1999) ha contato circa 40 servizi in 20 città di Paesi Bassi, Svizzera e Germania, gestiti da servizi sanitari pubblici, operatori della municipalità o enti non profit. A Francoforte, in una DCR si registrano 400 passaggi giornalieri in 15 ore d'apertura, a Zurigo e a Basilea 100 in sette ore. L'esperienza di Svizzera e Germania sfata l'ipotesi che le DCR incentivino i comportamenti a rischio. A Francoforte, le morti per overdose sono scese da 147 a 26 fra il 1992 e il 1999. In ribasso anche le denunce dei cittadini dovute alla presenza "pubblica" dei tossicodipendenti. I morti sono in calo anche a Basilea, mentre nelle DCR di Zurigo nell'ultimo anno si sono svolti 22 salvataggi, sempre da overdose. Fra 1990 e 1995 risulta diminuito anche l'uso promiscuo delle siringhe.

Nel maggio 2000 è stata inaugurata la prima DCR di un Paese mediterraneo: si tratta del "Dispositivo Asistencial de Venopunción" (DAVE), aperto a Madrid nel quartiere di Las Barranquillas. Dopo sei mesi di attività il servizio aveva effettuato circa 11.200 interventi rivolti a 1500 persone; 760 gli interventi di cura e 360 le visite mediche. Secondo l'Amministrazione madrilena, il servizio si "giustifica" soprattutto per essere intervenuto in 111 casi d'urgenza altrimenti mortali.

* Le terapie sostitutive. Introdotte negli anni Sessanta, consistono nel prescrivere una sostanza simile o identica "in sostituzione" alla droga normalmente assunta. Si distingue fra la graduale riduzione "a scalare" della quantità fino al livello zero (l'obiettivo finale è la disintossicazione) e il "mantenimento" (assunzione di una quantità sufficiente a ridurre i comportamenti e le situazioni di vita a rischio). La sostanza sostitutiva più utilizzata è ancora il metadone, presente in tutti i Paesi UE, anche se sono state introdotte altre sostanze: la buprenorfina (Belgio, Danimarca, Francia, Italia, Austria, Regno Unito), il Levo-alfa-acetil-metadolo (LAAM) (Danimarca, Germania, Spagna, Portogallo) e la morfina ad azione lenta (Austria). La copertura sul territorio delle terapie sostitutive è ancora limitata in Grecia, Finlandia e Svezia. In alternativa alla prescrizione del metadone, in alcuni Paesi si è aperta la strada alla "somministrazione controllata d'eroina".

* Le "nuove droghe". In alcuni Paesi si lavora anche sulle "nuove droghe", offrendo nei luoghi di consumo test anonimi e gratuiti sulle pillole vendute come ecstasy, insieme a informazioni e consigli. In Olanda, organismi impegnati sul campo e gli stessi consumatori raccolgono e fanno analizzare campioni delle sostanze: le pillole pericolose diventano subito oggetto di campagne informative. In Austria, il progetto "Check-it", focalizzato sui frequentatori di rave e sui consumatori d'ecstasy, ha iniziato a testare le "pasticche" e a intervistare i consumatori. Anche in Francia, nonostante i techno-party siano semi-illegali, operatori di Médecins du monde hanno introdotto l'analisi delle pillole, cercando con i conusmatori un dialogo sull'uso di droghe.

* Cannabis. Anche su un altro piano, quello della cannabis, stanno avvenendo cambiamenti: non solo ipotesi di depenalizzazione del consumo - se n'è discusso in Belgio e in Catalogna (Spagna) - ma anche un suo libero utilizzo per scopi terapeutici, con la crescita di un significativo movimento di base e lo schierarsi di numerose personalità della scienza e della medicina.

MORTI PER DROGA NELL'UNIONE EUROPEA DAL 1985 AL 1998

Paesi

1985

1986

1987

1988

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

Austria

-

-

-

-

20

36

70

121

130

140

160

179

132

108

Belgio

12

20

17

37

49

96

90

75

80

46

48

n.a.

n.a.

n.a.

Danimarca

150

109

140

135

123

115

188

208

210

271

274

266

275

250

Finlandia

n.a.

n.a.

n.a.

11

23

41

34

27

26

35

51

45

n.a.

n.a.

Francia

172

185

228

236

318

350

411

499

454

564

465

393

228

143

Germania

324

348

442

670

991

1491

2125

2099

1738

1624

1565

1712

1501

1674

Grecia

10

28

56

62

72

66

79

79

78

146

176

222

232

244

Irlanda

19

6

4

7

5

7

7

14

16

19

39

50

52

90

Italia

242

292

543

809

974

1161

1383

1217

888

867

1195

1566

1160

1076

Lussemburgo

1

3

5

4

8

9

16

17

14

29

20

16

9

16

Olanda

40

42

23

33

30

43

49

43

38

50

33

63

70

61

Portogallo

n.a.

18

22

33

52

82

121

156

115

143

198

232

235

337

Spagna

143

163

234

337

455

455

579

556

442

388

394

429

360

310

Svezia

150

138

141

125

113

143

147

175

181

205

194

250

n.a.

n.a.

Regno Unito
(Inghilterra e Galles)

1254

1362

1332

1348

1321

1339

1411

1533

1615

1796

1956

2150

2144

n.a.

n.a. = dato non disponibile
Fonte: Emcdda, Rapporto 2000

La somministrazione controllata di eroina

* Germania: comincia in sette città. L'esperienza degli ultimi 10 anni ha dimostrato che in Germania una gran parte dei tossicodipendenti può essere raggiunta e supportata in vari modi, ma un certo numero di essi rimane escluso, caratterizzato com'è da difficoltà di accesso al sistema sanitario, da una dipendenza grave e dalla scarsa propensione a sottoporsi a un trattamento disintossicante.

Ispirandosi all'esperienza della Svizzera e dell'Olanda (vedi oltre), nel 1999 il ministero della Sanità ha costituito un gruppo di studio per avviare una sperimentazione "multicentro" sul trattamento con eroina. Il gruppo, coordinato dal ministero e composto dai rappresentanti d'alcune città interessate, dei Länder e dell'Associazione medica federale, ha elaborato una prima cornice per la sperimentazione (target, base legale, ecc.). L'avvio del progetto è previsto durante il 2001, durerà tre anni e vedrà la partecipazione di Francoforte sul Meno, Karlsruhe, Amburgo, Hannover, Colonia, Essen e Monaco di Baviera. I costi saranno coperti dal governo federale, dai Länder e dalle città.

* Olanda: lavori in corso. Nel 1995 il Consiglio superiore di sanità olandese ha suggerito approcci terapeutici innovativi, fra cui la co-prescrizione medica d'eroina per i pazienti che, inseriti in programmi metadonici, mostrano forti resistenze al trattamento. Nel 1996 il ministero della Sanità ha insediato la Commissione centrale per il trattamento dei tossicodipendenti da eroina (CCBH), e questa nel 1997 ha presentato un progetto dettagliato per 750 utenti. La sperimentazione è iniziata nel 1998 con appena 50 partecipanti, ma ha poi raggiunto i 200, suddivisi fra Amsterdam e Rotterdam. I partecipanti sono volontari con almeno 25 anni d'età, dipendenti dall'eroina da almeno cinque anni con consumo pressoché quotidiano, in trattamento metadonico e in situazione di emarginazione sociale. Sono stati creati due gruppi, nel primo dei quali si somministrano metadone orale ed eroina per inalazione, mentre nel secondo si somministrano metadone orale ed eroina per via iniettiva. Le due sostanze vengono alternate o combinate con modalità diverse a seconda del periodo ("fase") di sperimentazione.

* Svizzera: esame superato. Il Progetto di prescrizione medica di stupefacenti (PROVE) è stato autorizzato come programma sperimentale dal Consiglio federale elvetico nel 1992, è stato avviato nel 1994 e si è concluso nel 1996. Tutti i pazienti iscritti alla fine del 1996 hanno potuto proseguire la terapia sino alla fine del 1998. Nel luglio 1997 il gruppo di ricerca dell'università di Zurigo che ha seguito l'iniziativa ha pubblicato un rapporto conclusivo. Gli obiettivi erano la verifica dell'effetto degli stupefacenti, delle loro ripercussioni sulla salute, dell'integrazione sociale e dell'efficacia della somministrazione sui tossicodipendenti che hanno fallito altre terapie di disassuefazione. La sperimentazione si è rivolta ai tossicodipendenti da eroina con alle spalle almeno due anni di consumo quotidiano d'oppiacei, nonché ripetuti tentativi di terapie tradizionali "falliti", e con difficoltà di salute e d'integrazione sociale. Le sostanze previste dal progetto erano l'eroina, la morfina e il metadone. La somministrazione, cui si è aggiunto anche un supporto psicosociale, è avvenuta sotto controllo medico. La valutazione dell'intero progetto si basa su oltre 1146 pazienti seguiti da 18 centri (di cui uno in un penitenziario) in 12 città del Paese; di 1035 pazienti sono stati rilevati per intero i dati d'ingresso e li si è suddivisi in due gruppi d'osservazione. Si sono ottenuti i seguenti risultati: è migliorato lo stato di salute, sono diminuiti gli stati di depressione e ansietà. È diminuito il consumo illegale d'eroina e cocaina, ma non quello di alcolici e di cannabis; dopo 18 mesi di trattamento consuma ancora cocaina il 5% del campione e benzodiazepine il 9%. Le persone con lavoro fisso sono passate dal 14% al 32%, la disoccupazione è scesa dal 44% al 20%, ma le nuove relazioni sociali sviluppate dai pazienti non sono giudicate sufficienti. Gli utenti coinvolti in atti di delinquenza sono diminuiti dal 69% al 10%. Ha partecipato all'intero periodo d'osservazione previsto (18 mesi) il 66% dei pazienti. Delle 353 persone che hanno abbandonato il trattamento, il 57% è passato a un altro tipo di terapia; il 24% ha iniziato una terapia d'astinenza; fra i casi di abbandono sono numerosi quelli dovuti al ricovero per HIV/AIDS. Entro la fine del 1996, dei 1146 pazienti 36 sono deceduti, di cui 17 per malattie infettive e altri per suicidi, incidenti o overdosi da droghe non somministrate su prescrizione medica; nel corso della terapia non vi è stato alcun decesso per overdose. Il tasso di mortalità annuo (1%) è inferiore a quello medio ricavabile da altre terapie per tossicodipendenti (0,7-2,6%). Il rapporto costi-benefici (che calcola anche i risparmi sulle possibili inchieste penali, periodi di carcerazione e cure sanitarie evitate) dà un "attivo" di 45 franchi svizzeri per paziente ogni giorno. Secondo il gruppo di ricercatori dell'università di Zurigo, il trattamento con prescrizione d'eroina è "un metodo terapeutico opportuno che offre sufficienti garanzie di riuscita" e, inoltre, i benefici riscontrati con la sperimentazione non riguardano solo i tossicodipendenti, ma tutta la cittadinanza (lotta contro il contagio di pericolose malattie e contro la criminalità legata alla droga).

Nel giugno 1999 un referendum popolare ha sancito la legittimità del "Trattamento assistito d'eroina". La terapia è entrata così a far parte della politica elvetica contro la tossicodipendenza, detta dei "Quattro pilastri": prevenzione, terapia, riduzione del danno/aiuto alla sopravvivenza e repressione.

Consumo e abuso di alcool

* Il consumo. L'Ufficio europeo dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) suddivide i Paesi di competenza in tre gruppi in base ai consumi ufficiali (ultimi aggiornamenti, anno 1998): 1) Paesi di alto consumo (oltre 10 litri di alcool puro pro capite l'anno): Repubblica Ceca, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna; 2) Paesi di medio consumo (5-10 litri pro capite): Austria, Bielorussia, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Grecia, Ungheria, Italia, Malta, Olanda, Polonia, Romania, Federazione Russa, Slovacchia, Svizzera e Regno Unito; 3) Paesi di basso consumo (meno di 5 litri pro capite): Azerbaijan, Estonia, Islanda, Israele, Kyrgyzistan, Norvegia, Moldavia, Svezia, Macedonia, Turchia e Ucraina. Ma i consumi stimati fanno salire fra i Paesi ad alto consumo anche la Danimarca, la Grecia, l'Ungheria, la Lettonia, la Moldavia, la Federazione Russa, la Macedonia e l'Ucraina. Il consumo nella regione è in calo, anche se questa diminuzione è sovrastimata: dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, grandi quantità d'alcolici vengono prodotte e consumate fuori d'ogni controllo nell'Europa orientale.

* Mortalità e danni dell'alcool. L'ufficio della regione europea dell'OMS stima (febbraio 2001) che l'alcool sia responsabile del 10% circa del "carico di malattia e disabilità" regionale, oltre al 40-60% dei decessi dovuti a lesioni intenzionali o non intenzionali. I costi sociali dell'abuso d'alcool ammontano all'1-3% del PIL.

In Francia si stima che siano alcolcorrelati il 10-20% degli infortuni su lavoro e fino al 40% degli incidenti stradali mortali; sono alcoldipendenti il 13% delle persone ricoverate in ospedale. I morti annui sarebbero 50.000. In Germania ha problemi con l'alcool, o dipendenza, circa il 10-17% di coloro che chiedono assistenza sanitaria; le morti alcolcorrelate annue sono circa 40.000. In Spagna si stima che dipendano dall'alcool un quarto delle violenze domestiche e si calcolano 20.000 morti annue.

Nel Regno Unito si calcola che il 25% delle persone arrestate sia in condizioni d'ubriachezza, e che oltre il 50% delle violenze e dei suicidi siano attuati sotto l'influenza dell'alcool. La mortalità annua da collegarsi ai consumi d'alcool in Inghilterra e Galles è di 33.000 persone. In Svizzera sono da collegare ai consumi alcolici il 10-20% degli incidenti stradali gravi; 3500 i morti in un anno.

In Danimarca, nella prima metà degli anni Novanta la mortalità alcolcorrelata è quasi raddoppiata, da 15 a 29 morti per 100.000 abitanti. L'alcool è corresponsabile del 25% della mortalità da incidenti stradali e del 16% delle patologie a essi correlate.

In Italia, le stime più recenti si riferiscono a tre serie di dati: secondo l'Osservatorio permanente, promosso dall'Assobirra, i morti collegati all'uso di alcolici sono stati tra i 12.000 e i 15.000 nel 1996 (da 7700 a 10.100 per patologie; da 3100 a 3800 per incidenti stradali; oltre 1100 per altri incidenti); il Gruppo epidemiologico della Società italiana di alcologia (GESIA) stima tra i 36.000 e i 43.000 decessi nel 1994 (circa il 7,2% di tutti i decessi), solo il 26-28% dei quali attribuibile a consumi elevati di alcool; l'Eurispes, invece, riporta nel Rapporto 2000 una stima di circa 30.000 decessi annui per abuso di alcool: 15.000 per cirrosi epatica, 3500 per carcinoma all'esofago, 3000 per incidenti stradali e 8500 per altre cause alcolcorrelate.

Il mobbing

* Che cos'è. Il termine indica la persecuzione psicologica sul luogo di lavoro da parte dei colleghi o della stessa azienda. Esso riguarda comportamenti, parole, atti, gesti, scritti in grado di offendere la personalità, la dignità e l'integrità psicofisica della persona e di metterne in pericolo l'impiego (da Mobbing, vessazioni sul lavoro, Giuffrè editore, 2000). Secondo la "Prima-Associazione italiana contro il mobbing e lo stress psicosociale" con sede a Bologna, invece, il mobbing «è una forma di terrore psicologico che viene esercitata attraverso attacchi ripetuti da parte dei colleghi o dei datori di lavoro. Le forme che esso può assumere sono molteplici: dall'emarginazione alla diffusione di maldicenze, dalle continue critiche alla sistematica persecuzione, dall'assegnazione di compiti dequalificanti alla compromissione dell'immagine sociale nei confronti di clienti e superiori. Nei casi più gravi si può arrivare anche al sabotaggio e ad azioni illegali».

* Mobbizzati d'Europa. La Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, costituita nel 1975 con sede a Dublino, nel 2000 ha svolto la sua terza ricerca sulle condizioni di lavoro nell'UE analizzando anche il mobbing (per i risultati generali della ricerca si veda euronote n. 10/2000). Dice di aver subito molestie o attacchi morali sul luogo di lavoro il 9% di un campione di 21.500 lavoratori europei, contro l'8% registrato dalla seconda ricerca sulle condizioni di lavoro (1996). Proiettando la percentuale sul numero di lavoratori dell'UE, il numero delle vittime risulta pari a 13.000.000 (12.000.000 nel 1996). Lo studio ha riscontrato, nel 2000, oscillazioni dal 4% al 15% dei lavoratori nei diversi Paesi, oscillazioni che «probabilmente riflettono differenze di sensibilità e dipendono dal fatto che l'argomento sia o meno oggetto di dibattito pubblico». I settori più esposti, secondo la ricerca del 1996, sono la sanità e i servizi sociali, mentre le categorie professionali più a rischio sono i livelli professionali meno elevati nel commercio e nei servizi, gli addetti ai servizi di protezione personale e gli addetti al servizio clienti. Secondo dati diffusi nel 1998 dall'International Labour Organization (ILO), sempre nell'UE il fenomeno è più diffuso della media nella Pubblica amministrazione, ma anche nel commercio e nei servizi, fra i lavoratori precari e fra gli impiegati.

* Il modello svedese. In Svezia il concetto di persecuzione psicologica sul lavoro è stato introdotto nel 1977 e nel 1994 è entrata in vigore una normativa dell'Ente nazionale per la salute e la sicurezza che definisce, controlla, sanziona e cerca di prevenire il mobbing, considerato come l'estrema conseguenza di meccanismi aziendali "devianti". Queste norme, secondo l'Eurispes, più che sulle sanzioni insistono sulla promozione del benessere lavorativo: si prevedono risarcimenti, ma il principio di base è la responsabilità che l'azienda deve assumersi per garantire la dignità d'ogni lavoratore, facendo del "modello Svedese" quello a oggi più valido.

La povertà in Europa

* Diciassette su cento arrancano. Nel 1996 (ultimi dati disponibili; Fonte European Community Household Panel-ECHP, diffusi dall'EUROSTAT nel 2000) vivevano sotto la soglia di povertà, fissata a sei decimi del reddito medio, il 17% dei cittadini dell'Unione europea (UE), poco meno del 18% registrato per il 1995. Nel 1996 erano povere 61.100.000 persone in 24.800.000 famiglie degli allora 13 Stati membri. L'incidenza meno elevata si registrava in Danimarca, Lussemburgo e Olanda (12%); quella più alta in Grecia (21%) e Portogallo (22%). L'Italia si colloca al 19%. La Norvegia è invece il Paese industrializzato che registra il più basso indice di povertà umana: 7,3% secondo le statistiche ONU 2000, relative al 1998.

* La povertà "lunga". Nel 1996, il 7% di tutti gli abitanti dell'UE viveva in condizioni di povertà da almeno tre anni. A livello dei singoli Paesi, questo tasso di "povertà persistente" variava fra il 3% della Danimarca e il 12% del Portogallo.

* Interni familiari a rischio. Fra le famiglie dove non manca il lavoro l'incidenza della povertà è del 13% (sono i cosiddetti "working poors"). Ma sono maggiormente a rischio le famiglie di pensionati (fra queste sono povere il 19%) e di disoccupati (fra queste la percentuale balza al 50%), quelle dove c'è un solo genitore (32%), o tre figli o più (25%), e quelle a basso livello scolare (26%).

* La povertà non monetaria. L'ECHP fornisce anche dati sulla povertà "non monetaria". Nel 1996, ad esempio, l'8% degli abitanti dell'UE era in ritardo nel pagamento di bollette, rate di mutuo, affitti. Il 13% non poteva permettersi di comprare abiti nuovi. Il 2% non disponeva di vasca da bagno o di doccia in casa. Il 3% era senza telefono. L'incidenza di queste situazioni era più ridotta nei Paesi a minore diffusione della povertà da reddito, l'Olanda, la Danimarca e il Lussemburgo. Ma si tratta di svantaggi non del tutto dipendenti dalla povertà da reddito: 60.000.000 di europei sperimentano più d'uno svantaggio e ben 38.000.000 di questi non sono ufficialmente poveri.

* La disuguaglianza. Viene misurata con il rapporto fra il reddito percepito dal 20% più ricco della popolazione e quello del 20% più povero. Il rapporto per l'UE è pari a cinque (i più ricchi si dividono il 40% del reddito totale, i più poveri appena l'8%). I Paesi più disuguali sono il Portogallo (rapporto pari a 7), la Grecia (6,1), quelli più equi la Danimarca (3,3) e il Lussemburgo (4). Fra i quattro Paesi più popolati, quelli più diseguali sono l'Italia (5,8) e il Regno Unito (5,5). Più ridotto il rapporto di Francia e Germania, rispettivamente 4,4 e 4,5.

LEGISLAZIONE SULLA PROSTITUZIONE IN EUROPA (2000)

 

Paese  Legislazione vigente sulla prostituzione
Austria 

Consentita nelle case di tolleranza
Obbligatori il controllo sanitario e la
registrazione dell'esercizio

Belgio 

Case di tolleranza proibite
Sono reati il favoreggiamento
e l'adescamento

Danimarca 

Consentita la prostituzione
Vengono perseguiti gli sfruttatori

Francia 

Case di tolleranza proibite
Non esistono controllo sanitario e
registrazione dell'esercizio

Germania 

Prostituzione legale
Obbligo di pagare le tasse

Irlanda 

Proibita qualsiasi forma di prostituzione
Perseguiti prostitute e clienti

Italia 

Prostituirsi non è reato
Sono reati il favoreggiamento e
l'adescamento

Olanda 

Consentita nelle case di tolleranza
Obbligo di pagare le tasse

Regno Unito

Prostituirsi non è reato
Sono reati il favoreggiamento
e l'adescamento

Spagna 

Prostituirsi non è reato
Sono reati il favoreggiamento
e l'adescamento

Svezia 

Case di tolleranza proibite
Clienti puniti con ammende o carcerazione

  Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati EURISPES, Rapporto Italia 2001

Razzismo, xenofobia e discriminazioni

* Europa tollerante. Il 15% circa della popolazione europea si sente "disturbato" dalla presenza di persone di nazionalità, razza e religione diverse dalla propria: i tassi più bassi si registrano in Spagna, Finlandia, Lussemburgo e Portogallo; in Italia l'intolleranza è al 12%, mentre sale al 20% in Belgio, al 24% in Danimarca e addirittura al 38% in Grecia. È quanto emerge dall'indagine semestrale della Commissione europea sulle opinioni dei cittadini europei (Eurobarometro), commissionata dall'Osservatorio europeo su razzismo e xenofobia (EUMC, con sede a Vienna) e basata su 16.172 interviste fatte a cittadini dei 15 Stati membri dell'UE. Circa due terzi dei cittadini europei (64%) considerano positivo per ogni società la presenza di persone di cultura, religione e razza differenti. Le differenze etniche e culturali possono portare notevoli benefici al Paese secondo i tre quarti circa dei cittadini svedesi (77%), spagnoli (75%) e olandesi (74%), percentuale che scende in Belgio (56%), Germania (53%) e Austria (52%) fino al minimo registrato in Grecia (36%). L'atteggiamento positivo verso l'interculturalità aumenta al crescere del livello di istruzione, a dimostrazione del fatto che l'istruzione è l'elemento fondamentale nella lotta al razzismo e all'intolleranza.

* Focolai di razzismo. Pur in un quadro generale tollerante e a favore dell'interculturalità, in Europa si annidano comunque focolai razzisti e xenofobi. Nel 2000 si è assistito infatti a un'allarmante escalation di atti violenti di razzismo e xenofobia in molti Paesi europei. Su tutti la Germania, dove quasi quotidianamente si verificano da parte di giovani neonazisti violazioni di cimiteri ebraici e sinagoghe, aggressioni e violenze nei confronti di stranieri. Secondo un sondaggio condotto dall'istituto demoscopico tedesco "Forsa", quasi l'80% dei cittadini tedeschi considera una minaccia crescente l'estremismo di destra che sta investendo il Paese. La Confindustria tedesca (BDI) ha proposto alle imprese di licenziare i dipendenti estremisti di destra, mentre provvedimenti contro i neonazisti sono stati prospettati anche dalle Poste tedesche. Due quotidiani, il "Der Tagesspiegel" e il "Frankfurter Rundschau", hanno pubblicato l'elenco delle vittime dell'estrema destra nei 10 anni trascorsi dalla riunificazione tedesca: le persone uccise sono state 93, tra le quali 32 stranieri e 15 homeless.

Gravi fatti di xenofobia si sono registrati anche nella Spagna meridionale, a El Ejido e Lepe, luoghi caratterizzati da un'alta concentrazione di immigrati nordafricani impegnati nel lavoro agricolo stagionale. Gruppi di popolazione locale hanno manifestato violentemente contro gli immigrati distruggendo negozi e automobili e mettendo in atto una vera e propria caccia all'uomo.

Anche i metodi eccessivamente duri adottati dalla polizia francese nelle periferie delle città, abitate prevalentemente da minoranze etniche, hanno causato numerose manifestazioni (la più violenta si è verificata a Lille nel mese di aprile dopo l'uccisione di un ragazzo algerino a opera di un poliziotto).

In molti altri Paesi europei (compresi quelli dell'Est), inoltre, si registra una crescita dei gruppi di giovani neonazisti e della propaganda xenofoba da parte di movimenti ed esponenti politici e i recenti episodi verificatisi in Gran Bretagna (Manchester e dintorni) confermano questa preoccupante tendenza.

* Il Rapporto dell'Osservatorio europeo. Secondo il Rapporto annuale 2000 dell'EUMC, le posizioni e le strumentalizzazioni dei partiti e degli esponenti politici incidono sullo sviluppo di sentimenti xenofobi, razzisti e di intolleranza religiosa tra la cittadinanza molto più che il tasso di immigrazione o di diversità religiosa di una società. Così come il silenzio e la passività rispetto alle manifestazioni razziste e xenofobe sono molto pericolosi e in qualche modo complici della diffusione dell'intolleranza. Spesso le vittime di violenze razziste hanno paura di denunciare gli abusi subiti e solo un numero limitato di aggressioni xenofobe viene registrato ufficialmente. I reati, commessi prevalentemente dalle organizzazioni neonaziste, avvengono soprattutto contro gli immigrati, le persone di origine straniera (soprattutto rom) e la comunità ebraica, anche se si è verificato un aumento delle aggressioni a omosessuali, esponenti politici dell'opposizione, giornalisti e agenti di polizia. Atti discriminatori e di violenza non sono però perpetrati esclusivamente dalla frange più estreme della società europea, ma vengono commessi anche da gente "normale" e da membri delle forze dell'ordine, questi ultimi prevalentemente durante i controlli d'identità, le operazioni di espulsione degli immigrati e nell'ambito carcerario.

Il numero maggiore degli illeciti penali a sfondo razzista e xenofobo non riguarda però gli atti di violenza quanto la propaganda, le minacce, le persecuzioni. Le discriminazioni avvengono invece prevalentemente sul mercato del lavoro (tra gli stranieri è più alto il tasso di disoccupazione e spesso più basso il livello retributivo), su quello delle abitazioni e nell'ambito dell'istruzione.

L'EUMC segnala poi la preoccupante diffusione di razzismo, xenofobia e antisemitismo nella rete telematica, con circa 2100 siti web censiti nel 1999 (nel 1995 ce n'era uno solo), il ruolo determinante dei mezzi di comunicazione nella creazione di sentimenti intolleranti (linguaggio ed enfasi utilizzati nelle notizie riguardanti stranieri) e la mancanza di uniformità e di definizioni comuni nel registrare e monitorare gli atti di razzismo.

TASSO DI SUICIDI IN ALCUNI PAESI D'EUROPA E DEL MONDO*

Paese

Anno

Uomini

Donne

Australia

1995

19,0

5,1

Austria

1998

30,0

9,2

Belgio

1994

31,2

11,4

Canada

1997

19,6

5,1

Cina

1994

14,3

17,9

Danimarca

1996

24,3

9,8

Fed. Russa

1997

66,4

12,3

Filippine

1993

2,5

1,7

Finlandia

1996

38,7

10,7

Francia

1997

28,4

10,1

Germania

1998

21,5

7,3

Giappone

1997

26,0

11,9

Grecia

1997

6,2

1,0

India

1995

11,4

8,0

Irlanda

1996

19,2

3,5

Italia

1996

12,4

4,2

Lituania

1998

73,7

13,7

Lussemburgo

1997

29,0

9,8

Messico

1995

5,4

1,0

Norvegia

1995

19,1

6,2

Olanda

1997

13,5

6,7

Polonia

1996

24,1

4,6

Portogallo

1998

8,7

2,7

Regno Unito

1997

11,0

3,2

Romania

1998

21,3

4,2

Slovenia

1997

49,3

11,8

Spagna

1996

12,8

4,3

Svezia

1996

20,0

8,5

Ungheria

1998

51,1

14,7

USA

1997

18,7

4,4

* Numero di suicidi ogni 100.000 persone; i dati sono quelli più recenti, disponibili all'ottobre 2000
Fonte: Annuario Sociale 2001 su dati OMS, 2000

Non profit in alcuni Paesi europei

Questo il quadro del non profit e del volontariato in Italia e in alcuni Paesi europei.

* Italia. Secondo il Rapporto biennale sul volontariato in Italia 2001, del ministero della Solidarietà sociale, «la situazione italiana registra un forte sviluppo dell'area del volontariato, anche se con livelli molto inferiori a quelli registrati negli altri Paesi dell'Europa continentale». Il rilancio è stato favorito da legislazioni regionali e da progetti di riorganizzazione delle autonomie locali. Il Rapporto biennale stima circa 590.000 volontari e ritiene che gli occupati nel non profit abbiano raggiunto il 3,5% di tutti gli occupati (erano il 2% nel 1991).

* Francia. Il Terzo settore è indicato con la definizione di "economia sociale". Si stima che nel Paese le associazioni siano 700.000: 120.000 di queste sono associazioni di solidarietà, che gestiscono servizi o aiuti a persone in difficoltà; 590.000 i lavoratori, di cui 400.000 dipendenti. Circa il 50% della popolazione si rivolge alle assicurazioni complementari, un universo di circa 3000 organizzazioni non profit amministrate da volontari ed "eticamente orientate", a differenza delle compagnie for profit. Il sistema mutualistico gestisce anche servizi sociali in proprio (ospedali, Centri per anziani e disabili) e programmi pubblici di sicurezza sociale.

* Spagna. La forma giuridica prevalente adottata dalle organizzazioni di volontariato è quella di associazione, ma vi sono soggetti costituiti in Fondazioni e cooperative. Il volontariato si segnala per la laicità delle associazioni (il 72% delle organizzazioni non appartiene ad alcuna matrice religiosa) e per la sua componente giovanile: il 75% dei volontari ha meno di 30 anni.

* Germania. Molto sviluppati sia il Terzo settore sia il welfare, che hanno rapporti codificati e un alto grado di interdipendenza, in un'ottica di sussidiarietà. Gli enti sono 68.000, erogano ben il 70% dei servizi alla famiglia, il 60% di quelli agli anziani e gestiscono il 40% dei posti letto ospedalieri. Nel Terzo settore operano 550.000 lavoratori a tempo pieno e 200.000 a tempo parziale, mentre sono 1.500.000 i volontari. Anche se il sistema tedesco è poco flessibile nell'adeguarsi ai nuovi bisogni, l'associazionismo ha iniziato ad assumere forme nuove: iniziative auto-organizzate, gruppi di auto-aiuto, network tra persone con i medesimi interessi.

* Olanda. Simile alla Germania per l'importanza del Terzo settore come fornitore di servizi di welfare, il "modello olandese" sembra caratterizzato da un non profit più ampio e il sistema di rapporti con le istituzioni è meno codificato.

* Belgio. Le associazioni attive sono circa 50.000: 18.000 retribuiscono i loro associati (470.000 operatori a tempo pieno, soprattutto nei settori educazione, ricerca, cultura, sport, tempo libero, servizi sociali) e le altre 32.000 sono composte da volontari.

* Regno Unito. Nel Paese esistono oltre 135.000 charities (associazioni di solidarietà) e circa 500-600.000 enti non profit in generale. Le prime impiegano circa 485.000 lavoratori retribuiti e contano oltre 3.000.000 di volontari. Secondo l'ultima indagine nazionale, del 1997, il 50% degli adulti è stato volontario per un numero notevole di ore al mese. La stima delle persone che hanno svolto volontariato ogni anno sarebbe di 22.000.000.

* Danimarca. I settori d'intervento sono soprattutto il tempo libero, seguito dai servizi scolastici e per l'infanzia, dai servizi sociosanitari e dagli anziani.

* Svezia. Il sistema svedese è più statalista e centralista di quello danese, e dunque il volontariato ricopre un ruolo molto meno rilevante. Tuttavia si contano 200.000 organizzazioni, perlopiù popolari (folkrorelse), fra cui molte sportive, educative, sindacali.

* Norvegia. Lo Stato è preminente, ma il volontariato nei servizi sociali e sanitari è riuscito ad aprire un dibattito sul possibile ruolo del Terzo settore nei servizi alla persona. Il non profit gestisce il 63% dei Centri di recupero per gli alcoldipendenti e il 75% dei servizi per gli anziani.

Gli zingari in Europa

* A seconda delle stime, si spazia fra 7.000.000 e 10.000.000 di zingari residenti in Europa, in buona parte nell'Europa dell'Est. I Paesi dell'Europa occidentale dove l'incidenza degli zingari sulla popolazione residente è maggiore sono la Grecia e la Spagna, circa l'1,3%.

* Nella prima metà degli anni Novanta, ultimo aggiornamento disponibile, si stimava che il 60% degli zingari europei fosse stanziale, nomadi solo il 20% e il rimanente 20% semi-nomadi (zingari con una dimora stabile, ma dediti ai viaggi per lavoro o secondo ritmi stagionali). Nel mondo, il totale sarebbe di circa 12.000.000 di persone, suddivise in gruppi molto eterogenei.

* In tutta Europa, sia pure con differenze fra Paese e Paese, la "questione zingara" continua ad essere segnata da tre ordini di problemi: l'alta incidenza di emarginazione e povertà, l'intolleranza e la discriminazione, il riconoscimento degli zingari come minoranza.

* Al V Congresso mondiale organizzato a Praga dall'Union Romani internazionale (Praga, 25-28 luglio 2000), Emil Scuka, segretario generale dell'organizzazione, ha chiesto che la popolazione zingara possa avere una rappresentanza politica ufficiale all'ONU.

* La difficile "transizione" seguita alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, lo smantellamento del vecchio Stato sociale, il risorgere di partiti e movimenti nazional-razzisti e le guerre balcaniche degli anni Novanta hanno spinto numerosi gruppi di zingari a emigrare dall'Est all'Ovest. Ma già nei decenni precedenti si erano verificati notevoli spostamenti. Erano gli anni in cui i Paesi dell'Est avevano avviato, tra luci e ombre, un lento processo d'assimilazione: tra l'altro, i rom giunti in Italia dalla ex Jugoslavia negli ultimi anni, e costretti a vivere da "nomadi" in campi degradati, in patria vivevano in abitazioni stabili. Si stima che fra il 1960 e il 1995 siano emigrati dall'Est all'Ovest circa 250.000 rom, soprattutto dall'ex Jugoslavia, dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca e dalla Slovacchia: i Paesi di destinazione sono soprattutto l'Austria, l'Italia, la Germania e la Francia.

* L'ultimo Rapporto annuale di Human Rights Watch segnala che i rom continuano a subire, nel disinteresse delle autorità, gravi molestie, violenze e discriminazioni in Croazia, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Bulgaria, Repubblica Federale Jugoslava (RFJ), Macedonia e Slovacchia. L'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati (ACNUR) segnala che in Kosovo 200.000 persone fra serbi e rom (secondo dati del 1991 questi ultimi nella regione erano circa 45.000) sono dovute fuggire al ritorno dei profughi albanesi dopo la guerra del 1999, o sono state allontanate più tardi, soprattutto verso la Serbia.

STIME DELLA PRESENZA DEGLI ZINGARI NELL'UNIONE EUROPEA
E INCIDENZA PERCENTUALE SULLA POPOLAZIONE
 

Paese  Stima
minima 
Stima
massima 
Popolazione residente  Stima %
minima 
Stima %
massima

Austria

15.000

20.000

8.106.000

0,19

0,25

Belgio

10.000

15.000

10.159.000

0,10

0,15

Danimarca

2.500

4.500

5.237.000

0,05

0,09

Spagna

500.000

600.000

39.700.000

1,26

1,51

Finlandia

5.000

8.000

5.126.000

0,10

0,16

Francia

200.000

300.000

58.300.000

0,34

0,51

Grecia

140.000

200.000

10.490.000

1,33

1,91

Irlanda

20.000

27.000

3.554.000

0,56

0,76

Italia

85.000

120.000

57.560.000

0,15

0,21

Olanda

30.000

40.000

15.575.000

0,19

0,26

Portogallo

50.000

100.000

9.808.000

0,51

1,02

Regno Unito

80.000

100.000

58.144.000

0,14

0,17

Svezia

15.000

20.000

8.819.000

0,17

0,23

Lussemburgo

200

500

412.000

0,05

0,12

Germania

85.000

120.000

81.922.000

0,10

0,15

TOTALE UE

1.237.700

1.675.000

372.912.000

0,33

0,45

TOTALE Europa 10.000.000 - TOTALE mondo 12.000.000

Fonte: Annuario Sociale 2000 su dati Union Romani, 1999