lavorare in Europa può fare molto male

Ritmi di lavoro stressanti, aumento delle ore lavorate e degli straordinari, sottovalutazione delle regole di sicurezza, gare d'appalto al ribasso, ricorso sempre più ampio ai subappalti, economia sommersa ed illegale diffusa e spesso un'inadeguata consapevolezza culturale delle imprese. I maggiori studi e ricerche svolti negli ultimi anni a livello nazionale ed europeo considerano queste come cause principali della strage di lavoratori che si registra ogni anno nell'Unione (certo, con notevoli differenze tra i vari Paesi) e della non rosea situazione generale per quanto riguarda la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. La produzione normativa europea in materia è ampia e ratificata dalle legislazioni nazionali, l'innovazione tecnologica e la cosiddetta terziarizzazione determinano una notevole diminuzione dei rischi, eppure la situazione resta grave e, se da un lato permangono gli infortuni legati alle modalità "tradizionali" di lavoro, dall'altro aumentano i problemi di salute dei lavoratori derivanti dalle nuove forme di lavoro e dalle nuove esigenze del mercato. Un dato: secondo stime della Commissione europea il lavoro nero nell'Unione avrebbe un "peso" tra il 7% e il 16% del Pil; a parte i privilegiati doppiolavoristi, generalmente in nero per scelta, per il resto si tratta di milioni di lavoratori deboli e privi di diritti, le cui sicurezza e salute sul lavoro sono messe fortemente a rischio. Un altro dato: in Italia, nel 2000, ogni giorno si verificano mediamente 2700 infortuni e 3 decessi causati dal lavoro, con un aumento del 16% delle morti rispetto all'anno precedente. Una situazione unanimemente considerata «indegna per un Paese civile», ma che non è neanche la peggiore tra gli Stati membri dell'Ue.

i numeri degli infortuni

Sono le costruzioni, l'agricoltura e i trasporti i settori professionali più pericolosi in Europa, dove si registra cioè la maggior parte degli infortuni durante lo svolgimento dell'attività lavorativa.

Pur essendo ancora piuttosto complessa la comparazione dei dati raccolti nei diversi Stati membri (vedi box a pag. II), anche per le differenze tra i Paesi dove i dati sugli infortuni sono elaborati dagli istituti assicuratori e quelli invece dove le notifiche sono scollegate dal meccanismo assicurativo (Paesi dell'area anglosassone), i risultati generali delle elaborazioni svolte dall'Istituto statistico europeo Eurostat sono piuttosto chiari.

4.757.611 incidenti sul lavoro nel 1996 (3.668.266 uomini e 920.000 donne) che hanno comportato almeno 3 giorni di assenza del lavoratore: 1.357.022 dei quali nel settore manifatturiero e 831.000 in quello delle costruzioni. La maggior parte degli incidenti è avvenuta in aziende con meno di 49 occupati e il tasso di infortuni è più elevato nella fascia di età dei lavoratori compresa tra i 18 e i 24 anni. Nello stesso anno sono stati 5549 gli incidenti mortali (5124 uomini e 315 donne), 1349 nel settore delle costruzioni e 1128 nel settore manifatturiero, con un tasso che cresce al crescere dell'età dei lavoratori ed è maggiore nelle aziende con meno di 49 dipendenti. Oltre il 50% degli infortuni mortali, inoltre, è avvenuto in relazione al trasporto.

Se si considerano gli indici di incidenza degli infortuni per 100 mila abitanti, si vede come il settore delle costruzioni presenti un indice di 8023 nell'Ue (15 Paesi) e di 9447 nella zona euro (11 Paesi, dal momento che la nuova entrata Grecia non rientra ancora nelle statistiche), seguito dal settore agricolo (rispettivamente 7662 e 8564) e da quello dei trasporti (6018 e 7495). Anche per quanto riguarda i casi mortali, le costruzioni sono al primo posto in ambito Ue con un indice del 13,3, mentre nella zona euro questo settore lavorativo è superato leggermente da quello dei trasporti: 15,8 rispetto al 15,5. Va sottolineato come, a livello europeo ma non sempre a livello nazionale, tutti i settori abbiano fatto registrare una tendenza alla diminuzione del rischio, soprattutto l'agricoltura e il settore della ristorazione, nel biennio 1994-1996.

Al momento della redazione di questo inserto, il 1996 è l'anno cui fanno riferimento gli ultimi dati europei disponibili: dovrebbero essere resi noti entro breve i dati relativi al 1997, che non mancheremo di pubblicare sui prossimi numeri di euronote.

tra i giovani i rischi maggiori

A livello europeo si considera l'infortunio sul lavoro «un evento repentino che procura una lesione al corpo umano e che è in connessione con l'attività esercitata» e rientra nelle statistiche se ha provocato più di tre giorni d'assenza dal lavoro. L'indice dell'Unione per 100 mila lavoratori è di 4229 infortuni, mentre sale a 4966 se si considera la zona euro, e varia dai valori massimi registrati in Portogallo (7214) e Spagna (6736) al minimo di Svezia (1217), Irlanda (1494) e Gran Bretagna (1550). E' importante comunque segnalare che i Paesi per i quali la notifica dell'infortunio non è collegata al meccanismo assicurativo (area anglosassone) vengono separati nelle statistiche dagli altri per la minore confrontabilità dei dati da essi espressi, dal momento che si ipotizza un numero di casi denunciati inferiore a quelli effettivamente verificatisi.

La posizione dell'Italia è, nel complesso, migliore di quella espressa dalla totalità dei quindici Stati membri. Se però si disaggrega il dato per fasce d'età, si nota come tra i lavoratori di età compresa tra i 25 e 44 anni la situazione italiana sia nettamente migliore rispetto alla media europea, mentre per i più giovani (sotto i 25 anni) ma ancor peggio per i più anziani (oltre i 44 anni) la situazione è meno positiva. Tra i lavoratori più giovani è il Belgio a far registrare il più alto indice d'infortuni (9127), seguito da Portogallo (8913) e Spagna (8491), ma valori piuttosto alti riguardano anche Francia (7796), Paesi Bassi (6861) e Germania (6844). Irlanda (1159), Svezia (1160) e Gran Bretagna (1560) presentano gli indici più bassi anche in questa fascia, ma si tratta di valori difficilmente comparabili agli altri per i problemi di sottodenuncia già segnalati. In generale, comunque, è proprio tra i lavoratori con meno di 25 anni che si registrano i livelli più alti di infortuni, sia a livello europeo che nella maggior parte degli Stati membri.

Per quanto riguarda invece i lavoratori con più di 44 anni, la situazione è particolarmente grave in Portogallo (6379) e Austria (6028), mentre l'Italia si situa leggermente al di sotto della media dell'Uem (zona euro) ma sopra la media dell'Ue.

ma a morire sono i più anziani

Se si considerano i soli infortuni mortali, si può vedere chiaramente come le vittime sul lavoro siano in netta prevalenza lavoratori con più di 44 anni: questo sia a livello di Unione europea, che di zona euro, che in ognuno dei quindici Stati membri.

L'indice dell'Italia è uguale a quello della zona euro (4,1) e poco più elevato di quello dell'Unione (3,6). Portogallo (9,6), Spagna (5,9), Belgio (5,5) e Austria (5,4) sono i Paesi europei dove si muore di più per lavoro, mentre la Finlandia (1,7) presenta l'indice di mortalità più basso. Ma già come per gli infortuni non letali, anche in questo caso scomponendo il dato per classi d'età si può vedere come l'Italia (3,6) si trovi ai primi posti nella classifica europea dei casi di infortuni mortali che hanno come vittime lavoratori con meno di 25 anni (quarto posto), preceduta solo da Portogallo (7,6), Belgio (5,2)e Spagna (3,9). Indice più elevato rispetto alle medie Ue e Uem e quinto posto nella triste graduatoria europea anche per quanto concerne le vittime sul lavoro con più di 44 anni, dove l'Italia presenta un valore di 6,2 infortuni mortali ogni 100 mila lavoratori. Decisamente peggiore la situazione del Portogallo (15,8), così come indici più elevati di quello italiano si registrano in Austria (10,7), Belgio (7,9) e Spagna (7,4).

soprattutto nelle piccole imprese

In generale in Europa, così come in Italia, il rischio nelle piccole e medie imprese appare decisamente più elevato che non in quelle di dimensioni più grandi (con più di 250 addetti), sia per quanto riguarda il complesso degli infortuni che per quelli con conseguenze letali. Gli indici di infortunio più elevati riguardano infatti le imprese di dimensione medio-grande (50-250 lavoratori), con valori più che tripli rispetto alle grandi imprese. Gli infortuni mortali si verificano invece con maggiore frequenza nelle imprese medio-piccole (fino a 50 lavoratori), dove gli indici registrati sono almeno quattro volte più elevati che nelle grandi imprese.

Facendo riferimento al sesso dei lavoratori, invece, i dati Eurostat evidenziano probabilità d'infortunio molto più elevate tra gli uomini europei, che complessivamente corrono un rischio pari a 2,9 volte quello relativo alle donne, mentre rispetto ai soli infortuni mortali tale rapporto sale addirittura al 9,5. *

INFORMAZIONI: http://www.europa.eu.int/en/comm/eurostat; http://www.inail.it

 

è in corso la normalizzazione dei dati

Solo dalla metà degli anni Novanta, sulla scia dell'adozione da parte dei vari Paesi dell'Unione delle norme europee di sicurezza sul lavoro, si è cercato di rispondere concretamente all'esigenza storica di rendere confrontabili i dati raccolti da ciascun Stato membro. Nella maggior parte dei Paesi europei, infatti, i dati infortunistici sono elaborati dagli istituti assicuratori e quindi la loro dimensione quantitativa è profondamente collegata alle regole assicurative vigenti in ogni Paese, peraltro profondamente diverse tra loro. In altri invece, quelli dell'area anglosassone, la notifica dell'infortunio è scollegata dal meccanismo assicurativo e ciò rende, per ammissione generale, le statistiche infortunistiche che ne derivano particolarmente fragili e incomplete.

Negli anni precedenti, l'Istituto statistico europeo Eurostat aveva provato a svolgere rilevazioni annuali di tutti gli infortuni avvenuti nell'intera area comunitaria, ma il metodo risultò eccessivamente costoso. Scarsi successi ebbe anche il tentativo di rendere più omogenei i dati nazionali attraverso l'applicazione di algoritmi appositamente elaborati. All'inizio degli anni Novanta, invece, prese il via il progetto European Statistics in the Accidents on Work (ESAW), impostato in modo pragmatico e basato inizialmente su poche variabili comuni a tutti i Paesi. In pratica, ogni Paese avrebbe dovuto raccogliere i propri dati statistici secondo i criteri indicati dall'Esaw (per l'Italia l'INAIL) ed inviarli annualmente per via informatica ad Eurostat. Attualmente sono state definite 15 variabili normalizzate a livello europeo e dal gennaio 2001 dovrebbe partire la normalizzazione delle modalità di accadimento degli infortuni, basata su un sistema di codifica di un'ampia gamma d'informazioni. Tale sistema è stato elaborato da 4 Stati membri (DWES per la Danimarca, CNAMTS per la Francia, BG per la Germania, INAIL per l'Italia) che costituiscono una squadra di lavoro attualmente coordinata dall'INAIL.

Così, nel 1997 sono apparsi i primi dati statistici normalizzati prodotti da Eurostat con riferimento agli infortuni avvenuti nel 1993. La distanza temporale tra l'anno di infortunio e quello di fornitura dati, riducibile ma non eliminabile perché fortemente condizionata dai tempi di guarigione dell'infortunato, dalle incombenze burocratiche e dall'elaborazione in sede europea, si è oggi ridotta e nel 1999 sono stati diffusi i dati relativi ai casi avvenuti nel 1996 (che qui pubblichiamo). Dovrebbe essere imminente la diffusione dei dati relativi al 1997.

Fonte: INAIL, Rapporto annuale 1999

CASI D'INFORTUNIO CHE ABBIANO PROVOCATO PIU DI TRE GIORNI D'ASSENZA DAL LAVORO AVVENUTI NELL'UNIONE EUROPEA NEL 1996 - INDICI DI INCIDENZA PER 100.000 ADDETTI DISTRIBUITI PER SINGOLO STATO MEMBRO E PER CLASSE D'ETÀ DELLA VITTIMA    

Stato membro

Classe d'età

 
  <25 25-44  >44 In complesso

Unione Europea

5.405

4.109

3.735

4.229

Zona dell'Euro

6.797

4.750

4.432

4.966

* Dati nazionali provenienti dal sistema assicurativo contro gli infortuni sul lavoro

Austria

4.812

3.706

6.028

4.554

Belgio

9.127

4.785

3.666

5.059

Finlandia

4.566

3.422

3.004

3.372

Francia

7.796

4.731

4.279

4.964

Germania

6.844

5.016

4.276

5.098

Grecia

3.733

3.601

4.242

3.783

Italia

5.458

3.805

4.328

4.179

Lussemburgo

6.524

4.690

3.869

4.741

Portogallo

8.913

7.005

6.379

7.214

Spagna

8.491

6.960

5.449

6.736

* Dati nazionali provenienti dalle notifiche d'infortunio all'autorità responsabile

Danimarca

2.701

2.862

2.440

2.704

Irlanda

1.159

1.582

1.650

1.494

Paesi Bassi

6.861

3.950

2.850

4.251

Regno Unito

1.560

1.588

1.486

1.550

Svezia

1.160

1.220

1.232

1.217

Fonte: INAIL, Rapporto 1999


sicurezza minacciata dallo stress

In ottobre è stato reso noto uno studio dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, con sede a Bilbao, che rappresenta il primo passo verso un sistema di monitoraggio europeo in materia di infortuni, disturbi e malattie derivanti dalle condizioni di lavoro.

Basato sui rapporti nazionali stilati dai quindici Stati membri, lo studio individua le occupazioni ed isettori più pericolosi nonché le aree lavorative nelle quali i vari Paesi considerano necessario attuare maggiori interventi di prevenzione. L'analisi ha un duplice carattere, quantitativo e qualitativo, dal momento che mette insieme le rilevazioni statistiche con le esperienze e le conoscenze delle autorità nazionali, dei soggetti sindacali ed imprenditoriali e degli esperti in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Emerge così un quadro piuttosto completo della situazione europea, che ai settori tradizionalmente più pericolosi aggiunge ambiti e condizioni di lavoro finora non considerati ad alto rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori.

Come evidenziato dalle statistiche (vedi pagine I e II), anche nello studio dell'Agenzia di Bilbao le costruzioni, il settore manifatturiero, i trasporti e l'agricoltura sono i settori dove salute e sicurezza dei lavoratori vengono esposte ai rischi maggiori. Ma vengono individuati anche rischi piuttosto diffusi nei settori dei servizi pubblici e privati, ad esempio nel commercio e nei servizi sanitari. Nuovi fattori di rischio per la salute dei lavoratori sono inoltre individuati nell'area psicosociale, come le violenze fisiche, le prepotenze e le vittimizzazioni sui luoghi di lavoro, le posizioni e i movimenti dei lavoratori, lo stress. Naturalmente si sottolinea anche come siano necessari maggiori sforzi per ridurre i fattori di rischio tradizionali, come la manipolazione di sostanze chimiche, le vibrazioni, il rumore, il sollevamento di pesi ecc.

costruzioni pericolose

Anche lo studio dell'Agenzia europea conferma come le costruzioni sono il settore maggiormente a rischio, secondo quanto emerge dai rapporti nazionali, per quanto riguarda gli infortuni con un'assenza superiore ai tre giorni, gli incidenti mortali, le malattie professionali e i problemi di carattere muscoloscheletrico. Seguono i settori della manifattura metallica, dell'agricoltura, della sanità e servizi sociali, della produzione alimentare. Per quanto riguarda invece le occupazioni maggiormente pericolose, al primo posto c'è il lavoro in miniera, seguito dalle costruzioni, la manifattura ed i trasporti. I principali fattori di rischio sono le vibrazioni, la bassa e alta temperatura, il sollevamento e lo spostamento di merci pesanti, i prodotti chimici e le posture di lavoro estenuanti.

giovani più vulnerabili

Sono più gli uomini, per le mansioni svolte tradizionalmente, delle donne a rischiare incidenti sul lavoro (anche mortali) e malattie professionali, causa la maggiore esposizione al rumore, alle alte e basse temperature e alle vibrazioni. Le donne al lavoro, invece, sono considerate a rischio per i movimenti ripetitivi, i lavori monotoni, e le molestie fisiche e sessuali.

Ma così come confermano le statistiche, lo studio dell'Agenzia europea sottolinea come siano i giovani i soggetti più vulnerabili sul posto di lavoro, e questo per una serie di ragioni facilmente individuabili. Generalmente, infatti, i giovani lavoratori sono più disposti a correre rischi e, proprio per la loro età, potenzialmente esposti maggiormente per la mancanza di esperienza e di comprensione dell'ambiente lavorativo. In alcuni casi, poi, nei loro comportamenti sul lavoro può esserci anche l'intenzione di impressionare i colleghi e questo può influire sullo scenario degli incidenti. Rispetto alle malattie professionali, inoltre, nelle persone più giovani intercorre un tempo più lungo tra l'esposizione ad agenti pericolosi, come rumore e sostanze pericolose, e la manifestazione dei danni da essi derivanti; questo porta troppo spesso ad una sottovalutazione dei rischi, sia da parte dei lavoratori stessi che delle imprese.

pesi e sostanze nocive

Le piccole e medie imprese generalmente tutelano in misura minore la salute e la sicurezza dei lavoratori, causa la loro più limitata disponibilità di risorse, sia finanziarie, che di tempo, che nel campo delle competenze, e ciò compromette spesso la realizzazione delle misure necessarie a ridurre i rischi sul luogo di lavoro.

Anche i cambiamenti nell'organizzazione del lavoro vengono considerati un problema rilevante rispetto alla sicurezza dei lavoratori, perché implicano modificazioni dei turni di lavoro e dell'ordine in cui gli obiettivi lavorativi vengono raggiunti, e, di conseguenza, possono disorientare i lavoratori ed esporli a rischi.

Ma i pericoli maggiori per i lavoratori derivano comunque dal maneggiare e lo spostare materiali pesanti o dal trattare sostanze pericolose. Tali mansioni, secondo le indicazioni contenute nello studio dell'Agenzia europea, dovrebbero essere il più possibile automatizzate oppure organizzate al fine di ridurre al massimo i rischi: ad esempio, modificare le pratiche correnti con una migliore disposizione del posto di lavoro per ridurre la necessità di muovere pesi eccessivi; evitare lo scaricamento a mano del contenuto di un camion e utilizzare invece i carrelli elevatori, ecc.

ritmi elevati e stress

Anche la situazione lavorativa può incidere sulla sicurezza e la salute (vedi pag. V), così, lavoratori autonomi, lavoratori temporanei e coloro che hanno contratti a breve termine sono considerati a rischio per le limitate risorse a loro disposizione, in particolare per quanto riguarda l'accesso all'informazione e alla formazione riguardanti la salute e la sicureza.

Un crescente numero di lavoratori, poi, indica gli elevati ritmi di lavoro e lo stress come i due elementi principali di esposizione al rischio. Lo stress, però, non è una cusa ma piuttosto l'effetto di uno o di un insieme dei molteplici fattori di esposizione o di rischio esistenti sul posto di lavoro. Quando un lavoratore percepisce che una mansione non è praticabile nei tempi richiestigli o è al di fuori delle sue capacità, questo può creare stress; così come possono essere stressanti le condizioni ambientali del luogo di lavoro (rumore, temperatura, umidità, luce), le poche pause o troppo brevi, ecc. Una condizione di stress può ridurre le prestazioni lavorative ed aumentare gli errori, accrescendo così la probabilità di incidenti.

In base alle rilevazioni nazionali, l'Agenzia osserva come nella maggior parte degli Stati membri vengano considerati necessari e prioritari interventi aggiuntivi di prevenzione finalizzati a limitare le condizioni di stress dei lavoratori. *

INFORMAZIONI: http://europe.osha.eu.int

CASI D'INFORTUNIO CHE ABBIANO PROVOCATO PIU DI TRE GIORNI D'ASSENZA DAL LAVORO AVVENUTI NELL'UNIONE EUROPEA NEL 1996 - INDICI DI INCIDENZA PER 100.000 ADDETTI DISTRIBUITI PER SETTORE D'ATTIVITÀ E TIPO DI CONSEGUENZA   

Settore di attività

in complesso

casi mortali

  1996 1996/94 zona euro 1996 1996/94 zona euro
    (%) 1996 (%)   1996

agricoltura, caccia, silvic.

7.662

-17,9

8.564

12,9

7,9

12,9

industria manufatturiera

4.660

-8,1

5.433

3,9

-15,3

4,6

elettricità, gas, acqua

1.619

 

1.645

5,7

 

6,4

costruzioni

8.023

-11,0

9.447

13,3

-9,2

15,5

commercio e riparazioni

2.431

-4,7

2.781

2,5

-11,2

3,1

alberghi e ristoranti

3.532

-14,3

4.333

1,1

-42,2

1,3

trasporto, magazzinaggio, comunicazione

6.018

-2,0

7.495

12,0

-12,5

15,8

attivitàfinanziarie

1.582

-3,4

1.918

1,6

-29,1

2,1

IN COMPLESSO

4.229

 

4.966

5,3

 

6,3

Fonte: INAIL, Rapporto 1999


il mal di ...lavoro

Le condizioni del mercato del lavoro possono avere effetti significativi sulla salute e la sicurezza dei lavoratori. La precarietà del posto di lavoro, la riorganizzazione dell'ambiente lavorativo, i licenziamenti e le situazioni lavorative instabili sono spesso associati a una peggiore condizione di salute fisica e/o psicologica in numerose categorie di lavoratori dipendenti.

Questa correlazione è dimostrata da uno studio svolto dalla Fondazione europea di Dublino per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, secondo cui «i governi europei dovrebbero sottoporre le politiche per l'occupazione a regolari valutazioni prospettiche e retrospettive del loro impatto sulla salute e studiare la possibilità di attenuare o controbilanciare le conseguenze negative dell'attuale trasformazione del mercato del lavoro mediante meccanismi di compensazione». Inoltre, si legge nelle conclusioni della ricerca, «anche in momenti di instabilità economica e finanziaria, imprenditori e sindacati dovrebbero essere invitati a prestare maggiore attenzione ai risvolti umani e sanitari delle loro decisioni commerciali».

anche la flessibilità fa male alla salute

I mercati del lavoro del mondo industrializzato hanno fatto registrare numerosi cambiamenti importanti negli ultimi dieci anni: il tasso di attività è stato soggetto a significative variazioni, crescendo tra le donne e diminuendo invece tra gli adulti più giovani e più anziani; il settore del terziario si è espanso in modo considerevole; l'avvento della flessibilità è stato inesorabile, così come la proliferazione di modalità lavorative atipiche quali i contratti a tempo determinato, il lavoro interinale o a tempo parziale, le collaborazioni esterne e il lavoro autonomo.

In questo contesto si è svolto lo studio della Fondazione europea di Dublino, che ha svolto una rassegna della bibliografia esistente sul rapporto tra salute e occupazione in Europa, attraverso la consultazione di banche dati elettroniche, letteratura non ufficiale, Internet, centri di ricerca specializzati e importanti riviste del settore limitando l'esame ad articoli, libri e relazioni pubblicati tra il gennaio 1993 e il maggio 1998 e contenenti i risultati empirici di studi condotti in Europa, Nord America (Usa e Canada), Giappone e Australia.

I processi di riorganizzazione e ristrutturazione messi in atto da numerose aziende ed interi settori nell'ambito della crescente concorrenza internazionale hanno avuto notevoli ripercussioni sulle condizioni di salute di molti lavoratori. Così, ad esempio, i risultati dello studio mostrano come la precarietà del posto di lavoro determini una percezione soggettiva di peggiore salute fisica e l'accentuazione di alcuni sintomi clinici.

situazione lavorativa e condizioni di lavoro

I lavoratori subordinati temporanei, ad esempio, accusano con più frequenza stati di affaticamento,lombalgia e dolori muscolari rispetto ai lavoratori con diverso inquadramento contrattuale, sebbene dichiarino un numero inferiore di giorni di congedo per malattia. Una condizione, questa, che si registra in forma analoga in categorie professionali, settori economici e Paesi diversi.

La ricerca della Fondazione europea di Dublino indica poi che la situazione lavorativa influisce sullo stato di salute a prescindere dalle condizioni di lavoro. I lavoratori temporanei e a tempo determinato, infatti, lavorano generalmente in condizioni peggiori rispetto a quelle dei lavoratori permanenti (maggior esposizione a rumori intensi, a movimenti ripetitivi e brevi mansioni routinarie, a posizioni dolorose) e godono di una minor autonomia nella gestione delle mansioni e del tempo. Questo sembrerebbe determinare le peggiori condizioni di salute rispetto agli altri lavoratori, ma da diversi studi emerge come lo stato di salute resti peggiore anche dopo la modifica in senso migliorativo delle condizioni di lavoro individuali.

basterebbe spiegare i cambiamenti...

Gli effetti negativi sullo stato di salute fisico della precarietà del posto di lavoro sono più pronunciati negli uomini che nelle donne e sono avvertiti maggiormente da chi è già stato disoccupato oppure è stato assunto con un contratto a breve termine. Pur non sottovalutando gli aspetti caratteriali e psicologici dei singoli nella percezione e nell'elaborazione della situazione di precarietà lavorativa, dallo studio si nota come i più esposti al rischio di malattia nei casi di riorganizzazione aziendale siano i dipendenti di grado più basso e quindi meno informati degli effetti probabili che il cambiamento produrrà. Una maggiore capacità di controllo e la disponibilità di informazioni su quanto avviene contribuiscono in modo determinante ad attenuare gli effetti deleteri dei cambiamenti organizzativi, eppure questi ammortizzatori non vengono utilizzati e sono proprio i lavoratori temporanei ad essere meno consultati e informati nelle fasi di riorganizzazione.

un lavoro che non piace, peggio della disoccupazione

Se si prendono in esame i due gruppi sociali maggiormente colpiti dalle recenti trasformazioni del mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne, si può vedere come anche per loro la disoccupazione influisca negativamente sullo stato di salute e l'occupazione eserciti un influsso benefico. Tuttavia, gli effetti dell'occupazione sulla salute dipendono in larga misura dalla qualità del lavoro, tanto che una nuova occupazione non soddisfacente può influire sulla salute psicologica in modo ancora più negativo della disoccupazione. Rilevando infine una correlazione tra lo stato di benessere fisico ed economico delle donne e lo svolgimento di mansioni retribuite, lo studio raccomanda politiche per l'occupazione e la cura dell'infanzia che agevolino il raggiungimento dell'indipendenza economica per le donne. *

CASI D'INFORTUNIO MORTALE AVVENUTI NELL'UNIONE EUROPEA NEL 1996 - INDICI DI INCIDENZA PER 100.000 ADDETTI DISTRIBUITI PER SINGOLO STATO MEMBRO E PER CLASSE D'ETÀ DELLA VITTIMA

Stato membro

Classe d'età

 
  <25 25-44   >44 In complesso

Unione Europea

2,4

2,9

5,1

3,6

Zona dell'Euro

3,0

3,3

5,9

4,1

Austria

1,9

3,7

10,7

5,4

Belgio

5,2

4,6

7,9

5,5

Danimarca

1,2

2,2

5,2

3,0

Finlandia

0,9

1,8

1,8

1,7

Francia

2,6

2,8

5,9

3,6

Germania

2,4

3,0

4,6

3,5

Grecia

1,2

3,6

5,4

3,7

Irlanda

...

...

...

3,3

Italia

3,6

3,1

6,2

4,1

Lussemburgo

...

...

...

...

Paesi Bassi

...

...

...

...

Portogallo

7,6

7,4

15,8

9,6

Regno Unito

1,1

1,6

2,6

1,9

Spagna3,9

5,7

7,4

5,9

Svezia

0,9

1,5

3,2

2,1

Fonte: INAIL, Rapporto 1999

settimana europea: 44 milioni di lavoratori con il mal di schiena

Quello di ottobre, appena conclusosi, è stato il mese nel quale ogni Stato membro ha dedicato una settimana alla sensibilizzazione sulla salute e la sicurezza sul lavoro, nell'ambito dell'iniziativa europea in vigore da alcuni anni. L'edizione 2000 della "Settimana europea per la salute e la sicurezza sul lavoro" è stata dedicata alla prevenzione delle affezioni muscoloscheletriche connesse al lavoro, problematica già inserita dalla Commissione europea nel Programma d'azione 1996-2000 per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Questo tipo di affezioni comprende sia il classico mal di schiena che i disturbi agli arti inferiori e superiori, patologie note come Work related Musculo-Skeietal Disorders (WMSD), e risulta essere tra i più comuni a livello europeo, comportando costi umani e sociali elevati per i lavoratori e costi economici di miliardi di euro per mancata produzione e per l'incremento delle spese sanitarie e sociali.

Secondo un'indagine condotta della Fondazione di Dublino sullo "Stato di salute dei lavoratori europei", intervistando circa 15 mila persone (1000 per ogni Stato membro), il 30% dei lavoratori lamenta di soffrire di mal di schiena, il 17% di dolori muscolari alle braccia e alle gambe, mentre il 45% lamenta di lavorare in posizioni dolorose e stancanti. Circa 44 milioni di cittadini europei, cioè, soffrono ogni anno di mal di schiena causato dal lavoro, un numero che tra l'altro sembra essere in costante aumento.

I danni delle affezioni muscoloscheletriche variano dal disagio a disturbi non gravi a vere e proprie malattie che comportano assenze dal lavoro e richiedono trattamenti medici e ospedalieri. Ma le pratiche sanitarie non sempre risolvono i problemi, soprattutto quando il danno è divenuto cronico, e in questi casi la conseguenza è l'inabilità permanente del lavoratore nonché la perdita del posto di lavoro.

Le cause principali sono da imputare generalmente al tipo di progettazione del processo lavorativo, mentre i maggiori fattori di rischio sono da un lato le posture errate, i carichi, i movimenti ripetitivi ad alta frequenza, le vibrazioni, dall'altro la fatica, i ritmi di lavoro, l'ambiente particolarmente freddo, la monotonia e altri fattori psicosociali. Corrono i rischi maggiori i lavoratori manuali, le donne (soprattutto agli arti superiori per la ripetitività del lavoro) e i lavoratori anziani (il 35% dei lavoratori con più di 55 anni soffre di mal di schiena). Anche i lavoratori con contratti a termine o con contratti di lavoro interinale sono considerati a rischio, in quanto maggiormente esposti al lavoro ripetitivo e a posizioni dolorose e stancanti.

Secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces), deve essere assicurata una piena applicazione e una revisione delle direttive europee concernenti la movimentazione manuale dei carichi, il lavoro con i videoterminali, l'utilizzo delle attrezzature e della Direttiva quadro, al fine di garantire meglio la prevenzione dei diversi tipi di rischi che causano disturbi muscoloscheletrici. Vanno inoltre elaborate linee guida per armonizzare i metodi di valutazione dei rischi e l'applicazione delle direttive nonché attuata una revisione della lista europea delle malattie professionali per includervi le diverse forme di affezioni ai muscoli e alle articolazioni. Per i sindacati europei dovrebbe inoltre essere elaborato un insieme coerente di norme tecniche ergonomiche per intervenire nella fase progettuale delle macchine e delle attrezzature di lavoro.


le assicurazioni contro gli infortuni

I sistemi nazionali di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei vari Paesi europei sono piuttosto differenti tra loro. Si tratta comunque di sistemi in evoluzione, soggetti alle continue modifiche legislative, e che presentano alcuni principi ed elementi comuni.

forme di finanziamento

Nella maggior parte degli Stati il carico economico incombe esclusivamente sui datori di lavoro. Questo avviene in Belgio, Francia, Germania, Danimarca, Lussemburgo, Portogallo, Svezia, Irlanda e Grecia, anche se in quest'ultimo Paese il finanziamento dell'assicurazione infortuni avviene tramite il versamento di contributi assicurativi unificati. Solo nei Paesi Bassi non esiste alcuna assicurazione specifica in materia di infortuni sul lavoro e di malattie professionali, per cui tali rischi vengono coperti dall'assicurazione contro le malattie, l'inabilità al lavoro e da quella per i superstiti. Secondo quanto riportato dall'Inail nel suo Rapporto annuale 1999, in Francia «non è neppure necessaria l'assenza della retribuzione per sottrarre all'infortunio il suo carattere professionale», mentre in Gran Bretagna e in Germania «non viene escluso in linea di principio neppure dal fatto che l'azione sia stata compiuta contravvenendo a leggi o regolamenti purché realizzata nell'interesse dell'azienda». In Danimarca, poi, viene addirittura assimilata ad un infortunio, e quindi indennizzata, un'azione compiuta per salvare vite umane anche quando ciò non avviene in conseguenza al lavoro svolto dall'assicurato.

campo di applicazione

Nell'Unione europea sono assicurati per gli infortuni sul lavoro in primo luogo tutti i lavoratori dipendenti, con estensione agli apprendisti in Austria, Germania, Belgio, Gran Bretagna, Lussemburgo, Portogallo e Svezia, e una limitazione in Irlanda, dove viene richiesta per la copertura assicurativa un'età minima di 16 anni e un salario massimo. Artigiani e lavoratori autonomi sono normalmente assicurati con regimi diversificati. Esistono però altre categorie tutelate in alcuni Paesi europei. Così, ad esempio, in Francia è tutelato chi partecipa a titolo gratuito al funzionamento di organismi aventi scopi sociali, creati in virtù o per l'applicazione di un testo legislativo o regolamentare, nel caso in cui tale persona non sia protetta in altro modo; in Spagna e Portogallo sono tutelati i soci delle cooperative, mentre in Germania le persone che assolvono incarichi onorifici per la Repubblica Federale, i Länder, i Comuni. In Danimarca, unico caso europeo, è prevista una tutela assicurativa anche per il bambino che abbia contratto una malattia in conseguenza al lavoro svolto dai genitori, esposti ad effetti nocivi prima della fecondazione o dopo il parto.

infortuni in itinere

Tranne poche eccezioni, anche l'infortunio in itinere viene tutelato, cioè l'evento verificatosi ai danni del lavoratore durante il tragitto dalla residenza al lavoro. Ciò che varia da un Paese all'altro è l'ampiezza della protezione. Oltre ai Paesi Bassi, dove come detto non esiste un'assicurazione specifica sugli infortuni, anche in Danimarca non è prevista una tutela per gli infortuni in itinere, a meno che il tragitto non costituisca parte integrante dell'attività lavorativa o che il lavoratore sia costretto a recarsi sul luogo del lavoro al di fuori dell'orario normale. In Francia e Spagna, invece, l'infortunio in itinere è coperto anche se il percorso scelto dal lavoratore non è il più breve o subisce interruzioni, al di là dunque delle motivazioni personali del lavoratore. Essendo comunque materia giurisprudenziale, casi simili di infortuni in itinere possono essere indennizzati in alcuni Paesi e non in altri.

malattie professionali e gradi di invalidità

Nella maggior parte dei Paesi europei esistono poi degli elenchi di malattie per le quali è stata accertata la natura professionale e che vanno quindi tutelate come malattie di origine professionale. Tali elenchi recepiscono generalmente una raccomandazione della Commissione europea del 1990 (n. 90/236 CE), anche se in alcuni Stati è possibile dimostrare la natura professionale di una malattia non compresa nell'elenco. In Danimarca, come già detto, è considerata malattia professionale quella contratta da un bambino in conseguenza all'attività svolta dalla madre in gravidanza, mentre in Svezia è sufficiente che i danni fisici e/o le infermità siano provocati da fattori nocivi presenti nell'ambiente di lavoro. Per quanto riguarda invece il grado di invalidità richiesto per procedere all'indennizzo, si va dal 5% della Danimarca al 50% della Grecia, passando per l'11% di Italia, Francia e Finlandia, il 14% della Gran Bretagna, il 20% di Germania e Austria, il 33% della Spagna. In Belgio, Lussemburgo e Svezia, invece, la legge non prevede un grado minimo di invalidità indennizzabile. Va ricordato che Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna e Svezia recepiscono nel proprio ordinamento i Regolamenti CEE n. 1408/71 e 574/72 relativi all'applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all'interno della Comunità. *

Fonte: INAIL, Rapporto annuale 1999


controlli e sanzioni

I principi relativi alla prevenzione e alla sicurezza sul lavoro in Europa nonché la definizione delle figure che concorrono a realizzarle sono stati sanciti dalla direttiva-quadro europea n. 391 del 1989.

Una debolezza di questa direttiva è che non riguarda l'insieme del sistema di prevenzione ma si concentra piuttosto sugli obblighi del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori.

Va però sottolineato che la direttiva-quadro:

* contiene, nell'articolo 4, un esplicito riferimento alla responsabilità degli Stati in materia di salute e sicurezza affinché «le funzioni di vigilanza e sorveglianza siano assicurate ad un livello adeguato».

* non contiene precisazioni sulle sanzioni da adottare: ma un'armonizzazione dei sistemi di sanzioni penali, amministrative o civili sarebbe pressoché impossibile, dal momento che materie come il diritto penale e la responsabilità civile non sono oggetto di armonizzazione comunitaria.

La giurisprudenza della Corte di Giustizia europea chiarisce comunque che il processo di recepimento non è completo finché sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, non assicurino il rispetto delle prescrizioni da parte dei loro destinatari. Vediamo, di seguito, alcuni esempi nazionali.

In Francia la riforma del Codice del Lavoro del 1992 ha introdotto la nozione di responsabilità penale delle persone giuridiche. Sono previste sanzioni prevalentemente pecuniarie (pari a cinque volte quelle previste per le persone fisiche) e l'interdizione dalla partecipare ad appalti pubblici.

E' prevista l'incriminazione per «messa in pericolo di persone», per la violazione di un obbligo particolare di sicurezza o di prudenza imposto da una legge o da un regolamento. Il sistema francese è però poco sensibile all'evoluzione del lavoro, perché riflette le scelte politiche e le prassi amministrative relative all'indennizzo piuttosto che lo stato di salute dei lavoratori (il grande ritardo della Francia nel caso dell'amianto è dipeso proprio da questa situazione).

In Germania le norme statali sono fatte valere dagli ispettori del lavoro organizzati su base regionale, con potere sanzionatorio nei confronti delle imprese che violino leggi e disposizioni dello Stato. Le sanzioni statali possono essere di tipo finanziario (multe) o penale (detenzione). Il numero degli ispettori è ormai insufficiente, tanto che ogni impresa potrebbe subire un controllo ogni 15-20 anni. Dal 1982, in Gran Bretagna sono state notevolmente ridotte le sanzioni pecuniarie contro i trasgressori, nonostante l'alto numero di incidenti sul lavoro. E' l'unico Stato dell'Ue a considerare sufficiente un incarico part-time per la direzione generale dell'ispettorato del lavoro. Il datore di lavoro non è tenuto a rispettare le regole se non nella misura che ritiene «ragionevolmente praticabile» e può ricorrere contro le ingiunzioni degli ispettori. In Spagna sono previste sanzioni penali per i reati «di danno» e «di pericolo» (quest'ultimo molto difficile da identificare), ma sono relativamente deboli rispetto a quelle amministrative: sono previste multe pesanti e sanzioni, come la chiusura della sede di lavoro in casi molto gravi o limiti alla facoltà di contrattare con le pubbliche amministrazioni. L'ispettorato del lavoro in Svezia può dare un'ingiunzione se un datore di lavoro non osserva un provvedimento specifico o non si occupa di un problema considerato pericoloso. Quando l'ingiunzione non è rispettata, può essere imposta una pena oppure sanzioni pecuniarie. In Italia la legge n. 626 del 1994 (il cui testo è stato integrato da Dlgs. n. 242/96, Dlgs. n. 359/99, DM 12/11/99 e Dlgs 66/00) recepisce tutte le direttive europee in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro e prevede sanzioni sia penali che amministrative. Il passaggio dell'attività di controllo dall'Ispettorato del lavoro alle Asl non ha però migliorato il livello dei controlli, che resta ancora piuttosto carente.

Fonte: "Sicurezza sul lavoro in Europa: Indagini comparate in alcuni Stati membri", Istituto Italiano di Medicina sociale.

 

oltre ai costi umani e sociali, anche quelli economici

In tutti i Paesi europei vengono effettuate stime dei costi economici derivanti dai danni da lavoro, anche se la diversità dei metodi di valutazione non permette una rigorosa comparazione dei dati ma piuttosto una stima. Vediamo comunque le stime nazionali effettuate dagli Stati membri con valori in Ecu (tassi di cambio del 1995).

Austria: le perdite economiche per infortuni e malattie professionali ammontano a 2,2 miliardi all'anno, mentre le perdite aziendali sono di 0,4 miliardi. La stima indiretta è pari all'1,4 % del Pnl. Belgio: i costi diretti e indiretti per gli infortuni sono di circa 3 miliardi; quelli delle malattie professionali di 625 milioni. La stima indiretta è pari al 2,3% del Pnl. Danimarca: la cifra totale relativa a costi sociali di malattie e incidenti sul lavoro è di 3 miliardi (1992), pari al 2,7% del Pnl. Finlandia: i costi totali per malattie professionali ed incidenti ammontano a 3,1 miliardi, cifra che equivale al 3,6% del Pnl. Francia: i costi assicurativi per le malattie professionali e per gli incidenti del settore privato ammontano a 7 miliardi. La stima indiretta è pari allo 0,6% del Pnl. Germania: la somma totale di tutte le giornate perdute per incapacità lavorativa riflette la perdita di produzione dovuta al lavoro come fattore produttivo e nel 1995 è stata di 45 miliardi. Irlanda: i costi delle richieste di indennizzo per infortuni o rischi per la salute sono ammontati a 984 milioni. La stima indiretta è pari allo 0,4% del Pnl. Italia: nel 1995 il costo complessivo degli infortuni e delle malattie professionali per l'erario è stato di 28 miliardi, ripartiti in 23,4 per gli infortuni e 4,6 per le malattie professionali. La stima indiretta è pari al 3,2% del Pnl. Lussemburgo: complessivamente viene stimato un danno compreso tra 172 e 344 milioni, rispettivamente l'1,3% e il 2,5% del Pnl. Paesi Bassi: i costi totali dei rischi per la salute e la sicurezza sono pari a 7,5 miliardi. I costi per congedi ammontano a 4,9 miliardi, quelli per l'assistenza a 0,6, i costi per le azioni preventive a 1,6 e altri costi a 0,5 miliardi di Ecu. La stima indiretta è il 2,6% del Pnl. Portogallo: i costi diretti relativi agli infortuni sono di 0,3 miliardi, mentre quelli di sicurezza sociale per la copertura dì malattie professionali sono stati di circa 30 milioni di Ecu. La stima indiretta ammonta allo 0,4% del Pnl. Regno Unito: nel 1990 i costi erano stati di 6,3-12,6 miliardi per i datori di lavoro; 6,3 miliardi per le vittime e le famiglie; 8,4-16,8 miliardi (1-2% della produzione nazionale) per l'economia; 15,4-22,4 miliardi come ulteriore importo per sofferenze fisiche e morali. La stima indiretta (limitata perché sono esclusi i costi delle sofferenze fisiche e morali) è pari all' 1,1% del Pnl. Spagna: i costi totali per gli incidenti e le malattie professionali sono un po' meno del 3% del Pnl. Svezia: i costi complessivi annui degli infortuni segnalati ammontano a 7,2 miliardi, circa il 3-4% del Pnl.

Fonte: "Ambiente e Sicurezza sul Lavoro" a cura di Gabriella Galli