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	<description>informazione sociale europea</description>
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		<title>Risanare o affondare</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:46:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un vortice di Vertici ha caratterizzato la seconda metà di ottobre presso le Istituzioni europee e in Italia, a riprova che dal salvataggio dell’euro dipende la sopravvivenza dell’Ue tutt’intera. Al primo tentativo il Consiglio europeo non ha raggiunto un accordo formale e si è riconvocato qualche giorno dopo per adottare misure ufficiali di contrasto della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><div id="attachment_1020" class="wp-caption alignleft" style="width: 460px"><a rel="attachment wp-att-1020" href="http://www.euronote.it/2011/10/risanare-o-affondare/vignetta71_lettera/"><img class="size-full wp-image-1020" title="vignetta71_lettera" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/vignetta71_lettera.jpg" alt="La vignetta di Steve" width="450" height="480" /></a><p class="wp-caption-text">La vignetta di Steve</p></div>
<p>Un vortice di Vertici ha caratterizzato la seconda metà di ottobre presso le Istituzioni europee e in Italia, a riprova che dal salvataggio dell’euro dipende la sopravvivenza dell’Ue tutt’intera. Al primo tentativo il Consiglio europeo non ha raggiunto un accordo formale e si è riconvocato qualche giorno dopo per adottare misure ufficiali di contrasto della crisi finanziaria, per spegnere l’“incendio” greco ed evitare il contagio della bancarotta a Paesi sull’orlo del baratro, come l’Italia e la Spagna. Per tutta questa agitazione almeno tre ragioni.</p>
<p>La prima risiede naturalmente nella gravità della situazione finanziaria ed economica dell’Ue e non solo a causa dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna): anche la Francia tanto bene non sta con le sue banche in difficoltà, cosa che finalmente sembra aver capito anche la cancelliera Merkel per la Germania, considerazioni che hanno spinto il duo franco-tedesco a prendere iniziative solitarie, non senza qualche arroganza e fuori dalle corrette procedure comunitarie. Sul tavolo hanno preso forma il rafforzamento fino a 1000 miliardi di euro del Fondo salva-Stati (Fesf), la ricapitalizzazione delle banche (una decina in Italia) che dovranno rinunciare al 50% del valore dei bond greci, una stretta alle regole per il governo economico dell’Ue affidandone per ora la gestione al presidente permanente del Consiglio europeo e la richiesta di misure concrete e immediate per il rientro dal debito pubblico, in particolare per quanto riguarda l’Italia.</p>
<p>La seconda ragione di tanto nervosismo e del rinvio della decisione formale risiedeva nella resistenza di Merkel a rendere permanente lo strumento del salvataggio finanziario e nel bisogno di ricevere un ampio mandato negoziale da parte del suo Parlamento, come le è stato imposto dalla Corte costituzionale tedesca, accordo ottenuto con una larghissima maggioranza, opposizioni comprese.</p>
<p>La terza ragione di tanta agitazione stava in una scadenza imminente: il 3 novembre si riuniva il G20, il gruppo dei 20 Paesi più sviluppati del mondo riuniti al capezzale della più grave crisi economica moderna e dai quali dipende il contributo internazionale alla salvezza dell’euro nonché il futuro dell’economia mondiale.</p>
<p>Di qui una prima lezione: quella sul declino dell’Europa, politicamente fragile, senza un governo coeso della propria economia e poco rilevante su quella scena mondiale che un tempo lontano orientava e dalla quale ormai dipende. Usa, Cina, India, Russia, Brasile e altri chiedono conto all’Ue dei suoi comportamenti e delle decisioni che prenderà per sé, ma anche per la buona salute del resto del mondo.</p>
<p>Una seconda lezione riguarda direttamente l’Italia, il suo presidente del Consiglio, il vero “convitato di pietra” e grande imputato dinanzi al “tribunale” di Bruxelles, penosamente ridicolizzato da Merkel e Sarkozy davanti alla stampa internazionale, inadempiente fino all’ultimo istante rispetto alle misure richieste dalla Banca centrale europea (Bce) e in grave ritardo a promuovere politiche per la crescita.</p>
<p>Nelle poche ore a disposizione prima del Vertice euro del 26 ottobre, infatti, il governo italiano ha cercato di fare – male – quello che si sarebbe dovuto fare – meglio – già da molto tempo. Da un governo in affanno è uscita una fragile intesa, tradotta in una “lettera di intenti” che promette impegni e calendari di realizzazione accolti con non poche perplessità. Una lettera che risponde, tardivamente, a quella del 5 agosto scorso della Bce: promette leggeri ritocchi alle pensioni, licenziamenti più facili, mobilità nel pubblico impiego, dismissione graduale di immobili pubblici, soppressione delle Province e un’accelerazione delle liberalizzazioni. La lettera, incassata con riserve dal Consiglio europeo, innesca una sorveglianza stretta dell’Italia, non lontana da quella già in corso in Grecia, Paese al quale adesso assomigliamo ancora di più, avviati come siamo verso un lungo e doloroso percorso di risanamento finanziario. Su questa strada il vero ostacolo è l’immagine logorata dell’Italia, la sua caduta di credibilità e l’inaffidabilità di chi guida il governo. Ma non solo: pesa anche la difficoltà dell’opposizione a offrire un’alternativa solida e non aiuta nemmeno la cecità di troppi italiani che continuano a non voler vedere i disastri di cui sono vittime.</p>
<p>A sessant’anni dalla sua nascita l’Ue è davanti ad un bivio decisivo: fare un balzo verso una più forte solidarietà politica o rassegnarsi al declino.</p>
<p>Davanti allo stesso bivio anche quello che resta del governo italiano, a 150 anni dall’unità d’Italia: ritrovare la dignità di una nuova politica o contribuire ad affondare, con l’Europa, anche la comunità nazionale</p>
<p>(<em>Franco Chittolina</em>)</p>
<div class="shr-publisher-1019"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Frisanare-o-affondare%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<title>Tentativi per salvare l’euro</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:45:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La ratifica da parte di tutti i Paesi della zona euro delle misure riguardanti il Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Fesf, detto anche Fondo salva-Stati), l’accordo delle tre istituzioni dell’Ue su un pacchetto legislativo per migliorare la governance e l’introduzione del semestre europeo, che permette un coordinamento comunitario prima che siano adottate decisioni nazionali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>La ratifica da parte di tutti i Paesi della zona euro delle misure riguardanti il Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Fesf, detto anche Fondo salva-Stati), l’accordo delle tre istituzioni dell’Ue su un pacchetto legislativo per migliorare la governance e l’introduzione del semestre europeo, che permette un coordinamento comunitario prima che siano adottate decisioni nazionali, «hanno cambiato radicalmente le modalità di coordinamento a livello europeo delle nostre politiche economiche e di bilancio», tuttavia «occorrono ulteriori azioni per ripristinare la fiducia». Si tratta del preambolo contenuto nella Dichiarazione finale del Vertice euro svoltosi il 26 ottobre scorso, nel corso del quale i capi di Stato e di governo dei Paesi che hanno adottato la moneta unica europea hanno «convenuto una serie globale di misure supplementari». Non senza difficoltà, dal momento che la discussione è terminata solo a notte fonda.</p>
<p>Sottolineando come tutti gli Stati membri della zona euro sono «pienamente decisi a proseguire la loro politica di risanamento di bilancio e riforme strutturali» e che «uno sforzo particolare sarà richiesto agli Stati membri che devono far fronte a tensioni sui mercati del debito sovrano», il Vertice euro ha accolto con favore «le importanti misure adottate dalla Spagna per ridurre il disavanzo di bilancio, ristrutturare il settore bancario e riformare il mercato dei prodotti e del lavoro», così come i piani dell’Italia per le riforme strutturali volte al rafforzamento della crescita e la strategia per il risanamento di bilancio. Il governo italiano è stato però invitato a «presentare con urgenza un calendario ambizioso di tali riforme», mentre alla Commissione europea è richiesto di «fornire una valutazione dettagliata delle misure ed a monitorarne l’attuazione».</p>
<p>Le principali decisioni concordate nel corso del Vertice euro hanno riguardato:</p>
<p>• Un accordo che dovrebbe assicurare la riduzione del rapporto debito/Pil della Grecia, con l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 120% entro il 2020. Gli Stati membri della zona euro contribuiranno al pacchetto relativo alla partecipazione del settore privato fino ad un importo di 30 miliardi di euro. Lo sconto nominale sarà pari al 50% del debito greco virtuale detenuto da investitori privati. Sarà poi messo a punto un nuovo programma pluriennale Ue-Fmi per un finanziamento fino a 100 miliardi di euro entro la fine dell’anno, accompagnato da un rafforzamento dei meccanismi di controllo dell’attuazione delle riforme.</p>
<p>• L’ottimizzazione e un incremento delle risorse del Fesf, che potrebbe essere anche quadruplicato o quintuplicato, con un rendimento previsto intorno ai 1000 miliardi di euro e l’intenzione di potenziare la cooperazione con il Fondo monetario internazionale al fine di rafforzare ulteriormente le risorse del Fondo salva-Stati.</p>
<p>• Una serie globale di misure volte a incrementare la fiducia nel settore bancario: agevolando l’accesso ai finanziamenti a termine mediante un approccio coordinato a livello europeo; aumentando la situazione patrimoniale delle banche al 9% del requisito minimo di base di classe 1 entro la fine di giugno 2012.</p>
<p>• Un impegno inequivocabile per assicurare la disciplina di bilancio ed accelerare le riforme strutturali per la crescita e l’occupazione.</p>
<p>• Un rafforzamento significativo del coordinamento e della sorveglianza economici e di bilancio. Si prevede «una serie di misure molto specifiche, i cui effetti andranno ben oltre quelli del pacchetto recentemente adottato sulla governance economica».</p>
<p>• Dieci misure per migliorare la governance della zona euro.</p>
<p>• Un mandato al presidente permanente del Consiglio europeo (Herman Van Rompuy), in stretta collaborazione con il presidente della Commissione e con il presidente dell’Eurogruppo, al fine di individuare possibili misure intese a rafforzare l’Unione economica, anche esplorando la possibilità di limitate modifiche del Trattato. Tale carica, di presidente del Summit della moneta unica, è informalmente ma comunemente denominata “Mister euro”.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://www.consilium.europa.eu/">http://www.consilium.europa.eu</a></p>
<div class="shr-publisher-1017"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Ftentativi-per-salvare-l%25e2%2580%2599euro%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<title>Previsioni intermedie: rallenta la ripresa</title>
		<link>http://www.euronote.it/2011/10/previsioni-intermedie-rallenta-la-ripresa/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:42:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stagnazione economica per la seconda metà del 2011 e stabilizzazione dei livelli di crescita per la fine dell’anno, queste le previsioni delle Commissione europea effettuate sulla base dei dati rilevati in sette Stati membri dell’Ue: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, Polonia e Paesi Bassi. Secondo la Commissione, i risultati del primo trimestre 2011 sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>Stagnazione economica per la seconda metà del 2011 e stabilizzazione dei livelli di crescita per la fine dell’anno, queste le previsioni delle Commissione europea effettuate sulla base dei dati rilevati in sette Stati membri dell’Ue: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, Polonia e Paesi Bassi. Secondo la Commissione, i risultati del primo trimestre 2011 sono stati migliori del previsto e questo dovrebbe limitare i danni causati dal rallentamento registrato nella seconda metà dell’anno, facendo attestare la crescita annua all’1,6% nella zona euro e all’1,7 nell’intera Unione europea, dati analoghi a quelli dello scorso anno. Le previsioni di crescita per la seconda metà del 2011 sono comunque state riviste al ribasso (mezzo punto percentuale in meno sia per la zona euro sia per l’intera Ue) in una situazione di elevato rischio e di totale incertezza.</p>
<p>«Per rilanciare la ripresa è essenziale garantire la stabilità finanziaria ed elaborare bilanci del tutto sostenibili» ha dichiarato il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, secondo il quale «è bene proseguire nel risanamento in maniera differenziata e favorevole alla crescita mettendo in campo decisioni che sostengano la stabilità finanziaria e le riforme strutturali oggi più importanti che mai per sfruttare il potenziale di crescita».</p>
<p>In attesa delle previsioni elaborate sulla base di dati rilevati in tutti i Paesi dell’Ue, queste prime proiezioni disegnano un quadro di crescita che su base annua resterebbe ferma ai livelli 2010 e su base trimestrale sarebbe di poco superiore allo zero sia nell’Ue sia nella zona euro, con conseguente revisione al ribasso del tasso di crescita trimestrale a livello di Unione europea (un quarto di punto percentuale in meno).</p>
<p><strong>Riviste al ribasso<br />
le previsioni precedenti</strong></p>
<p>Le previsioni intermedie della Commissione europea contengono proiezioni aggiornate per il 2011 relative alla crescita del Pil e all’inflazione per i sette maggiori Stati membri dell’Ue, l’area dell’euro e l’Ue nel suo complesso. La crescita complessiva del PIL nel 2011 dovrebbe restare immutata rispetto alle previsioni di primavera 2011 formulate dalla Commissione per l’area dell’euro (1,6%) ed essere leggermente inferiore per l’Ue (1,7%). Ciò è dovuto in gran parte ad una crescita più forte del previsto nel primo trimestre. Tuttavia, il profilo di crescita trimestrale per il secondo semestre dell’anno è stato rivisto fortemente al ribasso. Le previsioni di crescita per l’Ue nel suo complesso sono ora a 0,2% nel terzo e nel quarto trimestre e per l’area dell’euro a 0,2% nel terzo e a 0,1% nel quarto trimestre. Per entrambe le aree i tassi di crescita trimestrali sono stati rivisti al ribasso rispettivamente di un quarto di punto percentuale. Le revisioni al ribasso riguardano tutti gli Stati membri presi in esame, il che indica sia un fattore comune che l’elevato grado di interconnessione delle economie europee. Tuttavia, la crescita dovrebbe rimanere diseguale da uno Stato membro all’altro.</p>
<p><strong>Crescita verso<br />
lo zero a fine anno</strong></p>
<p>Nel corso dell’estate sono emersi segnali di un indebolimento più esteso della domanda mondiale e del commercio mondiale. La ripresa ha perso vigore negli Usa e gli indicatori del commercio mondiale indicano un ulteriore indebolimento nel terzo trimestre. La produzione mondiale dovrebbe aumentare di circa il 4% nel 2011, il che equivale ad una revisione al ribasso di circa mezzo punto percentuale rispetto alle previsioni di primavera. Le condizioni sui mercati finanziari si sono deteriorate a causa del diffondersi delle preoccupazioni relative al debito sovrano nell’area dell’euro e dei timori per le prospettive di crescita e la sostenibilità delle finanze pubbliche negli Stati Uniti.</p>
<div id="attachment_1014" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-1014" href="http://www.euronote.it/2011/10/previsioni-intermedie-rallenta-la-ripresa/71_tab1/"><img class="size-medium wp-image-1014" title="71_tab1" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/71_tab1-300x113.png" alt="Clicca per ingrandire" width="300" height="113" /></a><p class="wp-caption-text">Clicca per ingrandire</p></div>
<p>Si prevede ora che la crescita del Pil nell’Ue nel secondo semestre del 2011 rimanga modesta, per giungere a un arresto pressoché totale verso la fine dell’anno. Le esportazioni nette, che sono state nuovamente il motore principale della crescita nel secondo trimestre, dovrebbero risultare meno dinamiche. I dati che emergono dalle inchieste condotte presso le imprese e i consumatori segnalano un netto deterioramento avvenuto a partire dalla primavera, il che indica un indebolimento della domanda interna nel secondo semestre dell’anno e forse oltre l’orizzonte temporale delle previsioni intermedie. L’aggiustamento di bilancio in corso contribuirà probabilmente alla debolezza della domanda interna. Le tensioni sui mercati finanziari sono destinate a intaccare la fiducia e ad aumentare i costi di investimento.</p>
<p><strong>L’inflazione diminuisce gradualmente</strong></p>
<p>La Commissione prevede poi che l’inflazione nell’Ue si riduca più rapidamente di quanto previsto in primavera. Essa ha registrato un’accelerazione nel primo semestre dell’anno, trainata soprattutto dalla componente energia. Tuttavia, recentemente i prezzi delle materie prime sono leggermente diminuiti. Con prospettive di crescita economica più deboli, l’inflazione Iapc (Indice armonizzato dei prezzi al consumo) nell’Ue e nell’area dell’euro dovrebbe diminuire gradualmente, raggiungendo rispettivamente il 2,9% e il 2,5% per tutto l’anno, e rimanere al di sopra del 2% fino alla fine del 2011.</p>
<p><strong>Resta alta l’incertezza</strong></p>
<p>L’incertezza sulle prospettive economiche rimane elevata. Alcuni dei rischi presi in considerazione nelle previsioni di primavera si sono ora concretizzati. In particolare, l’economia mondiale ha registrato un rallentamento e sono state deluse le speranze di un dissiparsi della crisi del debito sovrano. I rischi a carico della crescita permangono. Al contrario, i rischi che pesavano sulle prospettive dell’inflazione si sono in parte ridotti a partire dalla primavera e sono considerati equilibrati.                    <strong></strong></p>
<p><strong>FONTE E INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://ec.europa.eu/economy_finance">http://ec.europa.eu/economy_finance</a></p>
<div class="shr-publisher-1013"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Fprevisioni-intermedie-rallenta-la-ripresa%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>La riforma della governance economica</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Paesi dell’area dell’euro non potranno più ignorare gli avvertimenti della Commissione europea in materia di politiche di bilancio, dopo l’approvazione da parte del Parlamento europeo alla fine del settembre scorso della nuova legislazione europea sulla governance economica. Con questa riforma, secondo l’Europarlamento, i governi nazionali dovrebbero inoltre essere spinti a correggere più celermente una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>I Paesi dell’area dell’euro non potranno più ignorare gli avvertimenti della Commissione europea in materia di politiche di bilancio, dopo l’approvazione da parte del Parlamento europeo alla fine del settembre scorso della nuova legislazione europea sulla governance economica. Con questa riforma, secondo l’Europarlamento, i governi nazionali dovrebbero inoltre essere spinti a correggere più celermente una situazione economica problematica, garantire maggiore trasparenza e democraticità del processo decisionale e migliorare la qualità e l’attendibilità delle statistiche.</p>
<p>Va ricordato però che mentre la parte riguardante gli squilibri macroeconomici è stata approvata a larga maggioranza nel corso della plenaria europarlamentare, ricevendo il sostegno anche dei gruppi di centro-sinistra che hanno riscontrato un buon equilibrio fra imperativi sociali e finanziari, il resto dell’accordo sulla governance economica è passato di misura dato il voto contrario o le astensioni dei gruppi politici di centro-sinistra su alcune disposizioni per il timore che il nuovo sistema sia troppo incentrato sulla correzione dei bilanci piuttosto che su ripresa e occupazione.</p>
<p><strong>Meno accordi a porte chiuse</strong></p>
<p>L’accordo approvato dall’Europarlamento obbligherà i Paesi della zona euro a trovare una maggioranza per respingere gli avvertimenti della Commissione, che in caso contrario saranno direttamente applicabili. Un governo nazionale non avrà neanche l’opzione di ignorare gli avvertimenti, che saranno infatti applicabili dopo dieci giorni dalla pubblicazione, se il Consiglio decide di non votare. In caso di respingimento degli avvertimenti della Commissione, i ministri dovranno spiegarsi in un dibattito pubblico al Parlamento europeo.</p>
<p><strong>Audizioni pubbliche<br />
e supervisione</strong></p>
<p>L’Europarlamento ha poi ottenuto la possibilità di invitare ad audizioni pubbliche i ministri delle Finanze dei Paesi che hanno ricevuto una segnalazione,  provvedimento contro cui i governi nazionali si erano opposti a lungo durante i negoziati. Per quanto riguarda i disequilibri macroeconomici, invece, gli eurodeputati hanno ottenuto che la Commissione prenda in considerazione anche il surplus di bilancio come ragione di disequilibrio nell’Ue. I governi nazionali si erano opposti a tale misura, chiedendo che solo i deficit fossero investigati. Le regole approvate danno la possibilità alla Commissione di indirizzare misure correttive anche a Paesi con surplus commerciale, quali Germania e Paesi Bassi.</p>
<p><strong>Miglioramenti ottenuti<br />
dal Parlamento</strong></p>
<p>Rispetto alla proposta iniziale, l’accordo finale raggiunto e approvato dal Parlamento europeo contiene vari elementi migliorativi, tra i quali i più rilevanti riguardano:</p>
<p>• la codifica del semestre europeo in testi giuridici, dando così valore giuridico e maggior peso politico a tale procedura;</p>
<p>• la creazione di un quadro formale di supervisione dei Programmi di riforma nazionali;</p>
<p>• l’aumento dei poteri della Commissione, attraverso maggiori informazioni da fornire alla Commissione rispetto a quanto previsto in precedenza e missioni di sorveglianza negli Stati membri;</p>
<p>• una nuova sanzione (0,2% del Pil) per le statistiche fraudolente dei dati su deficit e debito;</p>
<p>• un deposito fruttifero come sanzione (0,1% del Pil) nel caso uno Stato membro non agisca come raccomandato per correggere uno squilibrio macroeconomico;</p>
<p>• una maggiore indipendenza degli istituti statistici;</p>
<p>• la salvaguardia dei processi di contrattazione sociale e gli accordi di fissazione dei salari durante la preparazione delle raccomandazioni ai governi nazionali.</p>
<p><strong>Il pacchetto economico<br />
in breve</strong></p>
<p>Secondo il comunicato redatto dall’Europarlamento il pacchetto approvato garantisce più efficacia all’attuale Patto di stabilità e crescita, permettendo un controllo dei deficit e dei livelli di debito più rapido e più celere rispetto a oggi. In secondo luogo, il pacchetto innova il sistema di governance, obbligando i governi ad agire velocemente per contrastare una minaccia all’economia dovuta a instabilità macroeconomiche, come nel caso della bolla immobiliare, o di perdita di competitività. Tali obiettivi sono perseguiti tramite azioni preventive, in particolare segnalazioni, e azioni correttive, in forma di sanzioni.</p>
<p>Infine, le regole approvate mirano a garantire che le statistiche, strumento essenziale per la programmazione economica e un’equilibrata politica di bilancio, saranno più precise e affidabili, oltre che più indipendenti.</p>
<p>In aggiunta a questi tre obiettivi, su richiesta dei deputati il pacchetto governance europea è strutturato in modo da incrementare la trasparenza del processo decisionale e la responsabilità democratica degli attori chiamati a prendere le decisioni e aumentare i poteri di sorveglianza della Commissione.</p>
<p><strong>FONTE E INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://www.europarl.europa.eu/">http://www.europarl.europa.eu</a></p>
<blockquote>
<p align="center"><strong>GLI EUROPEI E LA CRISI ECONOMICA</strong></p>
<p>Secondo l’ultimo sondaggio effettuato da Eurobarometro per il Parlamento europeo nel settembre scorso su un campione di 27.000 persone, la maggior parte dei cittadini europei è seriamente preoccupata degli effetti della crisi sulla propria situazione personale e ritiene che la crisi durerà ancora per molti anni. Una maggioranza di cittadini che avevano già sentito parlare di agenzie di rating è favorevole alla creazione di un’Agenzia europea e un’altra maggioranza, appartenente alla zona euro, è favorevole alla creazione di Eurobond. Il 42% degli intervistati ha risposto di aver già sentito parlare di Eurobond (46% nella zona euro e 35% nei Paesi dell’Ue che non hanno adottato l’euro), mentre il 38% si è espresso a favore e il 33% si è detto contrario.</p>
<p>Interrogati in seguito sull’idea di mettere in comune una parte del debito sovrano, gli europei si pronunciano in gran parte in favore di una tale opzione, anche se le differenze di opinione fra Stati membri sono notevoli (fino a 39 punti percentuali).</p>
<p>Infine, sulla domanda relativa alla solidarietà finanziaria fra Stati membri, il sondaggio nota una certa tendenza all’aumento delle risposte negative.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI:</strong> <a href="http://www.europarl.europa.eu/">http://www.europarl.europa.eu</a></p></blockquote>
<div class="shr-publisher-1011"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Fla-riforma-della-governance-economica%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<title>Una tabella di marcia contro la crisi</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una tabella di marcia per la stabilità e la crescita, contenente la risposta complessiva necessaria per ripristinare la fiducia nell’area dell’euro e nell’Unione europea nel suo complesso: si tratta di un’iniziativa presentata il 12 ottobre scorso dalla Commissione europea, con la quale l’esecutivo europeo mira a rompere il circolo vizioso dei dubbi sulla sostenibilità del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>Una tabella di marcia per la stabilità e la crescita, contenente la risposta complessiva necessaria per ripristinare la fiducia nell’area dell’euro e nell’Unione europea nel suo complesso: si tratta di un’iniziativa presentata il 12 ottobre scorso dalla Commissione europea, con la quale l’esecutivo europeo mira a rompere il circolo vizioso dei dubbi sulla sostenibilità del debito sovrano, la stabilità del sistema bancario e le prospettive di crescita dell’Unione europea.</p>
<p>La proposta della Commissione è giunta su sollecitazione del Parlamento europeo, che pochi giorni prima aveva adottato una risoluzione in cui chiedeva proprio la preparazione di una “road map” anti-crisi, basata sulla ricapitalizzazione delle banche europee, un’ulteriore armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali, l’emissione di Eurobond e una governance più forte per la zona euro. L’Europarlamento aveva sottolineato che la ricapitalizzazione delle banche deve avvenire a livello europeo e non essere attuata secondo priorità nazionali, ricordando anche la necessità di completare la riforma del regolamento comunitario sul mercato finanziario per rendere l’Ue più forte nel caso di una crisi futura.</p>
<p>Come risposta alle richieste del Parlamento, e sulla base degli impegni assunti dal presidente José Manuel Barroso nel discorso sullo stato dell’Unione, la Commissione ha dunque delineato cinque aspetti interdipendenti sui quali occorre agire congiuntamente e con la massima rapidità possibile. Questi cinque aspetti riguardano: una risposta decisa ai problemi della Grecia; migliorare le protezioni dell’area dell’euro contro la crisi; un approccio coordinato per rafforzare le banche europee; attuare fin d’ora le politiche per migliorare la stabilità e la crescita; costruire una governance economica più solida e integrata per il futuro.</p>
<p>«La tabella di marcia delinea la via di uscita dalla crisi economica – ha dichiarato il presidente della Commissione europea –. Non è più sufficiente dare risposte parziali in reazione ai vari aspetti della crisi. Dobbiamo ora anticipare i tempi. È possibile ripristinare la fiducia grazie all’impiego immediato di tutti gli elementi necessari per risolvere la crisi. Solo in questo modo potremo convincere i cittadini, i nostri partner in tutto il mondo e i mercati che le nostre soluzioni sono all’altezza delle sfide che tutte le economie stanno affrontando».</p>
<p><strong>Le misure prioritarie</strong></p>
<p>La tabella di marcia, approvata poi il 23 ottobre dal Consiglio europeo, invita ad avviare e attuare alcune misure prioritarie:</p>
<p>• Intraprendere un’azione decisiva sulla Grecia, in modo da dissipare ogni dubbio sulla sostenibilità economica del Paese. In questo contesto rientrano il pagamento della sesta tranche, un secondo programma di aggiustamento basato su finanziamenti adeguati con la partecipazione del settore pubblico e del settore privato e un sostegno costante da parte della task force della Commissione.</p>
<p>• Completare gli interventi relativi all’area dell’euro, tra l’altro rendendo operative le decisioni adottate il 21 luglio 2011, massimizzando l’efficacia del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf), anticipando alla metà del 2012 il varo del meccanismo europeo di stabilità e facendo in modo che la Banca centrale europea metta a disposizione un volume sufficiente di liquidità.</p>
<p>• Adottare un approccio pienamente coordinato per rafforzare le banche europee, che potrebbe essere basato su una rivalutazione effettuata dalle autorità di vigilanza ricorrendo ad un coefficiente patrimoniale temporaneo significativamente più elevato costituito da capitale di qualità elevatissima al netto delle esposizioni. Le banche dovrebbero ricorrere in primo luogo a fonti private di capitali, mentre i governi nazionali fornirebbero sostegno solo in caso di necessità. Qualora ciò non fosse possibile, la ricapitalizzazione dovrebbe essere finanziata mediante un prestito del Fesf. In caso di ricapitalizzazione le autorità nazionali di vigilanza vieterebbero alle banche la distribuzione di dividendi e premi.</p>
<p>• Accelerare le politiche per la stabilità e la crescita, tra l’altro mediante la rapida attuazione degli impegni assunti in materia di servizi, energia e accordi di libero scambio e la rapida adozione delle proposte sul tappeto a favore della crescita, quali le iniziative in materia fiscale e le prossime proposte da adottare con iter accelerato, in particolare quelle volte a estendere i vantaggi del mercato unico, e investimenti mirati a livello di Unione europea, anche mediante i cosiddetti <em>project bond</em>.</p>
<p>• Creare per il futuro una governance economica forte e integrata sulla base del vigente Trattato (articolo 136), rafforzando l’approccio comunitario. Sulla base del pacchetto potenziato sulla governance economica e del semestre europeo, già approvati, le proposte mirano a integrare il meccanismo europeo di stabilità e il Patto di stabilità e crescita in un unico sistema integrato di governance, al fine di accrescere la coerenza e l’efficienza. Ciò conferirebbe nuovi poteri alla Commissione/al Consiglio per intervenire nell’elaborazione dei bilanci nazionali e monitorare la loro esecuzione. La cooperazione rafforzata dovrebbe essere prevista in tutti i casi in cui un’azione decisiva verrebbe altrimenti ostacolata.</p>
<p><strong>FONTE E INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://ec.europa.eu">http://ec.europa.eu</a></p>
<blockquote>
<p align="center"><strong>IMPRESE PIÚ RESPONSABILI PER RILANCIARE LA CRESCITA</strong></p>
<p>Per sostenere l’imprenditoria e le imprese responsabili la Commissione europea ha lanciato lo scorso 25 ottobre un nuovo pacchetto di misure, nella convinzione che ciò sia fondamentale per rilanciare la crescita.</p>
<p>L’iniziativa per l’imprenditoria sociale, ad esempio, che può aiutare questo settore emergente a sfruttare il suo potenziale non utilizzato, è integrata da una strategia per far sì che la responsabilità sociale delle imprese generi un livello più elevato di fiducia e sicurezza presso i consumatori e migliori il contributo di tutte le imprese ad un maggior benessere sociale.</p>
<p>La Commissione sta inoltre formulando proposte per migliorare la trasparenza e promuovere attività imprenditoriali sostenibili tra le multinazionali. Le imprese estrattive e forestali dovranno essere più aperte riguardo alle tasse, ai diritti di concessione e ai bonus che pagano ai governi di tutto il mondo. È proposta poi la semplificazione delle norme contabili per le Piccole e medie imprese (Pmi), consentendo loro di risparmiare potenzialmente fino a 1,7 miliardi di euro l’anno. Le proposte ridurranno inoltre obblighi onerosi di comunicazione per le società quotate, comprese le Pmi, incrementando ulteriormente la riduzione dei costi.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI: </strong><a href="http://ec.europa.eu/internal_market/smact/index_it.htm">http://ec.europa.eu/internal_market/smact/index_it.htm</a></p></blockquote>
<div class="shr-publisher-1009"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Funa-tabella-di-marcia-contro-la-crisi%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<title>Nuove regole per i mercati finanziari</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Traendo lezioni dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008 e causata dai profondi cambiamenti avvenuti nei mercati finanziari mondiali, già nel 2009 il G20 aveva convenuto sulla necessità di migliorare la trasparenza e la vigilanza dei mercati meno regolamentati, inclusi quelli dei derivati, e di affrontare la questione dell’eccessiva volatilità dei prezzi sui mercati derivati delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>Traendo lezioni dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008 e causata dai profondi cambiamenti avvenuti nei mercati finanziari mondiali, già nel 2009 il G20 aveva convenuto sulla necessità di migliorare la trasparenza e la vigilanza dei mercati meno regolamentati, inclusi quelli dei derivati, e di affrontare la questione dell’eccessiva volatilità dei prezzi sui mercati derivati delle materie prime. In tale contesto, la Commissione europea ha presentato lo scorso 20 ottobre alcune proposte di revisione della direttiva relativa ai mercati degli strumenti finanziari (MiFid). Le proposte, costituite da una direttiva e da un regolamento, nelle intenzioni dell’esecutivo dell’Ue mirano ad accrescere l’efficienza, la resistenza e la trasparenza dei mercati, nonché a rafforzare la tutela degli investitori. Il nuovo quadro normativo, sostiene la Commissione, conferirà inoltre maggiori poteri di vigilanza alle autorità di regolamentazione e definirà regole di funzionamento chiare per tutte le attività di negoziazione.</p>
<p>«I mercati finanziari devono essere al servizio dell’economia reale e non viceversa – ha dichiarato il commissario europeo per il Mercato interno e i servizi, Michel Barnier –. La nostra legislazione deve adeguarsi alle trasformazioni registrate dai mercati nel corso degli anni. La crisi ci ricorda purtroppo la complessità e l’opacità raggiunte da alcune attività e alcuni prodotti finanziari, una situazione di fronte alla quale è necessario intervenire. Queste proposte contribuiranno a rendere i mercati finanziari migliori, più sicuri e più aperti».</p>
<p><strong>Migliorare la trasparenza</strong></p>
<p>La direttiva MiFid, entrata in vigore nel novembre 2007, disciplina la prestazione di servizi di investimento negli strumenti finanziari (attività di intermediazione finanziaria, consulenza, negoziazione, gestione del portafoglio, sottoscrizione, ecc.) da parte di banche e imprese di investimento nonché il funzionamento delle borse tradizionali e delle sedi di negoziazione alternative (cosiddetti sistemi multilaterali di negoziazione). La direttiva ha introdotto la concorrenza tra questi servizi e ha offerto agli investitori una scelta più ampia e prezzi più bassi, ma la crisi finanziaria ha messo in evidenza alcune importanti carenze. Così, pur permettendo l’esistenza di diversi modelli di negoziazione, la proposta di modifica cercherà di garantire che tutte le sedi operino secondo le stesse regole di trasparenza e limiterà i conflitti di interesse, attraverso l’introduzione di un nuovo tipo di sede di negoziazione: i Sistemi di negoziazione organizzati (Otf).</p>
<p>L’introduzione dei Sistemi di negoziazione organizzati migliorerà la trasparenza delle attività di negoziazione sui mercati dei capitali, incluse le “dark pools” (volumi o liquidità non disponibili su piattaforme pubbliche). Deroghe saranno accordate solo in circostanze ben definite. Verrà inoltre introdotto un nuovo regime di trasparenza per i mercati non azionari (obbligazioni, prodotti finanziari strutturati e derivati). Oltre a ciò, i nuovi requisiti che impongono la raccolta di tutti i dati di mercato in un unico luogo permetteranno agli investitori di avere una visione completa di tutte le attività di negoziazione nell’Ue e di prendere decisioni più informate.</p>
<p><strong>Rafforzare la vigilanza</strong></p>
<p>Le proposte della Commissione intendono anche rafforzare il ruolo e i poteri delle autorità di regolamentazione. In coordinamento con l’Autorità europea per i valori mobiliari (Esma) e in circostanze ben definite, le autorità di vigilanza possono vietare determinati prodotti, servizi o pratiche che possano minacciare la tutela degli investitori, la stabilità finanziaria o il corretto funzionamento dei mercati. Le proposte prevedono anche una maggiore vigilanza dei mercati dei derivati su merci. Viene introdotto un obbligo di notifica delle posizioni per categoria di operatori. In tal modo, le autorità di regolamentazione e i partecipanti al mercato saranno in grado di valutare meglio il ruolo della speculazione su tali mercati. Oltre a ciò, la Commissione propone di consentire alle autorità di regolamentazione finanziaria di sorvegliare l’attività di negoziazione di tutti i derivati su merci e di intervenire in qualsiasi momento, anche fissando limiti di posizione se vi sono rischi di perturbazioni dei mercati.</p>
<p><strong>Tutela degli investitori</strong></p>
<p>Sviluppando l’insieme di norme attualmente vigenti, la nuova MiFid impone requisiti più rigorosi per la gestione del portafoglio, la consulenza in materia di investimenti e l’offerta di prodotti finanziari complessi, come i prodotti strutturati. Al fine di evitare possibili conflitti di interesse, ai consulenti indipendenti e ai gestori di portafoglio sarà vietato accettare da parte di terzi o corrispondere a terzi pagamenti o altri vantaggi finanziari. Per tutte le imprese di investimento vengono introdotte norme sul governo societario e la responsabilità dei dirigenti. Per agevolare l’accesso delle piccole e medie imprese (Pmi) ai mercati dei capitali, poi, le proposte della Commissione prevedono inoltre la creazione di un marchio specifico per i mercati delle Pmi, un “marchio di qualità” che dovrebbe consentire di individuare le piattaforme che intendono rispondere alle esigenze delle Pmi.</p>
<p><strong>FONTE E INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://ec.europa.eu/internal_market/index_en.htm">http://ec.europa.eu/internal_market/index_en.htm</a></p>
<blockquote>
<p align="center"><strong>PROPOSTA UNA TASSA SULLE TRANSAZIONI FINANZIARIE</strong></p>
<p>Secondo quanto proposto in ottobre dalla Commissione europea, la tanto discussa tassa dovrebbe entrare in vigore nel gennaio 2014 e dovrebbe applicarsi a tutte le transazioni di strumenti finanziari tra enti finanziari per le quali almeno una controparte della transazione sia stabilita all’interno dell’Ue.</p>
<p>L’aliquota dovrebbe essere dello 0,1% per le obbligazioni e dello 0,01% per i derivati; il gettito atteso ammonterebbe a 57 miliardi di euro l’anno. Secondo la Commissione questa tassa – già introdotta in dieci Stati membri – farebbe in modo che il settore finanziario, concausa importante dell’attuale crisi, dia il suo contributo alla soluzione della crisi stessa, dando anche un ulteriore impulso al mercato unico ed evitando le attività di concorrenza.</p>
<p>Secondo il commissario europeo per la Fiscalità e l’unione doganale, Algirdas Šemeta, questa proposta conferirà all’Unione europea «il ruolo di precursore nell’applicazione globale dell’imposta sulle transazioni finanziarie», rispondendo così alle aspettative dei cittadini europei in merito al «giusto contributo del settore finanziario». La proposta sarà ora discussa dagli Stati membri nel quadro del Consiglio dei ministri dell’Ue.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI:</strong> <a href="http://ec.europa.eu/taxation_customs/index_en.htm">http://ec.europa.eu/taxation_customs/index_en.htm</a></p></blockquote>
<div class="shr-publisher-1007"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Fnuove-regole-per-i-mercati-finanziari%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Proposte per migliorare la competitività</title>
		<link>http://www.euronote.it/2011/10/proposte-per-migliorare-la-competitivita/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ripresa economica dell’Ue è stata relativamente lenta e rimane comunque molto fragile, situazione che si rispecchia nel pessimismo riscontrabile nel sistema economico europeo. Vi sono inoltre chiari rischi di una flessione della crescita dovuti ai mercati finanziari, all’aumento dei prezzi energetici e delle materie prime e alla necessità di un consolidamento dei bilanci. «L’industria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>La ripresa economica dell’Ue è stata relativamente lenta e rimane comunque molto fragile, situazione che si rispecchia nel pessimismo riscontrabile nel sistema economico europeo. Vi sono inoltre chiari rischi di una flessione della crescita dovuti ai mercati finanziari, all’aumento dei prezzi energetici e delle materie prime e alla necessità di un consolidamento dei bilanci. «L’industria dell’Ue è però un’industria sana e ha le potenzialità per riportare l’economia europea sui binari della crescita» sostiene la Commissione europea, che ha presentato lo scorso ottobre una comunicazione dal titolo “Politica industriale: rafforzare la competitività”, con cui esamina in modo specifico i risultati dell’industria sul piano della competitività nei vari Stati membri.</p>
<p>Notevoli le differenze riscontrate tra i vari Paesi dell’Ue: la produttività media del lavoro nel settore manifatturiero va da quasi il 125% del valore aggiunto lordo per persona occupata in Irlanda a meno del 20% in Bulgaria, la percentuale delle imprese innovatrici varia dall’80% in Germania al 25% in Lettonia; le regolamentazioni favorevoli alle imprese (<em>business-friendly</em>) sono maggiormente sviluppate in Finlandia, mentre l’Italia si situa all’ultimo posto. Innanzi a questa situazione la comunicazione della Commissione incoraggia gli Stati membri dell’Ue ad attuare celermente le politiche necessarie per arrivare ad una convergenza su livelli di competitività coerenti con la partecipazione alla zona dell’euro e al mercato interno.</p>
<p>Gli Stati membri devono pertanto attuare politiche forti e coordinate all’indirizzo dell’industria e delle piccole e medie imprese (Pmi). A tal fine, la Commissione si dichiara «pronta a promuovere e a monitorare i miglioramenti strutturali poiché l’economia europea deve ritornare quanto prima sulla via della crescita».</p>
<p><strong>Principali ambiti<br />
d’intervento</strong></p>
<p>Il potenziamento della competitività globale dell’industria europea è un elemento essenziale, sottolinea la Commissione, poiché il 75% delle esportazioni dell’Ue è ascrivibile al settore manifatturiero che assicura anche l’80% della ricerca e sviluppo (R&amp;S) industriale. La comunicazione ha identificato i seguenti ambiti chiave in cui si potrebbe ulteriormente rafforzare la competitività dell’Ue, al fine di progredire in modo significativo verso gli obiettivi della strategia Europa 2020:</p>
<p>• Incoraggiare i cambiamenti strutturali nell’economia, per passare a settori più innovativi e basati sulle conoscenze che presentano una maggiore produttività e risentono meno della concorrenza globale (come, ad esempio, le ecoindustrie, il settore delle apparecchiature elettriche e ottiche).</p>
<p>• Incoraggiare l’innovazione nelle industrie, in particolare mettendo in comune le risorse altrimenti limitate, riducendo la frammentazione dei sistemi a sostegno dell’innovazione e concentrando maggiormente i progetti di ricerca sugli sbocchi di mercato. I mercati per le tecnologie abilitanti fondamentali (ad esempio, le nanotecnologie, i materiali avanzati, la biotecnologia industriale) dovrebbero crescere addirittura del 50% entro il 2015, creando migliaia di nuovi posti di lavoro ad elevato valore aggiunto.</p>
<p>• Promuovere la sostenibilità e l’efficienza nell’uso delle risorse, in particolare dando impulso all’innovazione e all’uso delle tecnologie pulite, assicurando un accesso equo alle materie prime e all’energia senza che vi siano distorsioni nei prezzi nonché assicurando il potenziamento e l’interconnessione delle reti di distribuzione dell’energia.</p>
<p>• Migliorare il contesto imprenditoriale, in particolare riducendo gli oneri amministrativi che gravano sulle imprese e promuovendo la concorrenza tra i fornitori di servizi che usano la banda larga, l’infrastruttura energetica e quella dei trasporti.</p>
<p>• Valorizzare le potenzialità offerte dal mercato unico, sostenendo i servizi innovativi e attuando appieno il regolamento sul mercato unico, in particolare la direttiva sui servizi. La piena attuazione della direttiva potrebbe produrre su scala comunitaria un beneficio economico pari a 140 miliardi di euro, corrispondente a un potenziale di crescita dell’1,5% del Pil.</p>
<p>• Sostenere le Pmi, in particolare favorendo l’accesso ai finanziamenti, agevolando l’internazionalizzazione e l’accesso ai mercati e assicurando che le amministrazioni pubbliche riducano i tempi per i pagamenti.</p>
<p><strong>La situazione<br />
negli Stati membri</strong></p>
<p>Insieme alla comunicazione la Commissione ha pubblicato due Relazioni, una sulla competitività nell’Ue e l’altra sulle politiche degli Stati membri in materia di competitività, dalle quali emergono alcune indicazioni:</p>
<p>• La produttività del lavoro (per persona occupata nell’industria manifatturiera): il tasso di produttività è superiore alla media Ue in Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Belgio, Lussemburgo e Svezia, mentre è al di sotto della media in Slovacchia, Polonia, Slovenia, Cipro, Ungheria, Repubblica Ceca, Portogallo, Estonia, Lituania, Romania, Lettonia e Bulgaria.</p>
<p>• L’Ue dispone di un minor numero di giovani imprese innovative: le imprese dell’Ue presentano risultati inferiori, in termini di applicazioni e di commercializzazione della ricerca e dell’innovazione, rispetto a Usa e Giappone. La percentuale di imprese innovative tra tutte le imprese è particolarmente elevata in Lussemburgo, Germania, Belgio e Portogallo, mentre è bassa in Ungheria, Polonia, Lettonia e Lituania.</p>
<p>• L’industria è sempre più interconnessa con i servizi: in particolare, i servizi alle imprese ad elevata intensità di conoscenze vengono usati in misura crescente dall’industria quali input diretti e indiretti e corrispondono fino al 9% delle esportazioni dell’Ue-12 e al 18% di quelle dell’Ue-15.</p>
<p>• L’industria dell’Ue sta migliorando l’efficienza delle materie prime: essa fa un uso crescente di materiali riciclati e di succedanei innovativi, ma l’accessibilità delle materie prime non energetiche è essenziale per la competitività di diverse industrie manifatturiere ad alta intensità di materie prime nell’Ue.</p>
<p>• Efficienza industriale: l’Ue si trova in generale su posizioni più avanzate rispetto agli Usa e sta colmando il divario con il Giappone. Si registrano però notevoli differenze in termini di risultati tra Stati membri e settori industriali nell’Ue.</p>
<p>• La business-friendliness della regolamentazione pubblica: il gruppo di Paesi in cui la regolamentazione è meno onerosa per le imprese comprende Lussemburgo, Finlandia, Estonia, Cipro, Danimarca e Svezia, mentre le imprese denunciano una situazione meno favorevole in Belgio, Portogallo, Grecia, Ungheria e Italia.</p>
<p><strong>FONTE E INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://ec.europa.eu/enterprise">http://ec.europa.eu/enterprise</a></p>
<div class="shr-publisher-1005"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Fproposte-per-migliorare-la-competitivita%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Contro la crisi non basta la “crescita”</title>
		<link>http://www.euronote.it/2011/10/contro-la-crisi-non-basta-la-%e2%80%9ccrescita%e2%80%9d/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
				<category><![CDATA[71- Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Guido Viale*
La crisi continua e si aggrava perché è riconducibile a un eccesso di debito che circola per il mondo rimbalzando da un posto all’altro. Con il debito, negli anni del liberismo trionfante, è stato nascosto o mitigato un gigantesco trasferimento di reddito dal lavoro al capitale nei Paesi dell’Occidente: il 10% dei rispettivi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>di Guido Viale*</p>
<p>La crisi continua e si aggrava perché è riconducibile a un eccesso di debito che circola per il mondo rimbalzando da un posto all’altro. Con il debito, negli anni del liberismo trionfante, è stato nascosto o mitigato un gigantesco trasferimento di reddito dal lavoro al capitale nei Paesi dell’Occidente: il 10% dei rispettivi Pil. Dai “consumatori” insolventi quei debiti sono stati trasferiti a banche e assicurazioni; e da queste agli Stati che le hanno “salvate”, indebitandosi a loro volta con l’emissione di nuovi titoli; proprio quelli che oggi mettono in forse la solidità delle banche che ci lucrano sopra. In altri Paesi a mitigare quell’esproprio era stato un Welfare finanziato a debito: per evitare di far pagare più tasse.</p>
<p>Gli alti e bassi, ma sostanzialmente bassi, dei cosiddetti mercati, ci fanno capire che nei prossimi anni, e per molto tempo ancora, non ci sarà alcuna “crescita”: né in Italia né in Europa. Ma in un’economia che non cresce, dal debito non si esce. Qualcuno deve rimetterci. Per governi e finanza devono essere i lavoratori: con una stretta feroce a salari, Welfare, occupazione, tasse sulla miseria, diritti: oggi in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia; domani in Francia e chissà. Così, però, si stronca anche ogni ipotesi di crescita futura. Poi il pareggio di bilancio non elimina il debito pregresso; e se gli interessi aumentano, nemmeno il deficit.</p>
<p><strong>Un pericoloso saccheggio</strong></p>
<p>Con il procedere della crisi, l’esito ineluttabile di uno Stato preso nella spirale di un debito insanabile come quello italiano è ciò che tutti dicono di voler evitare, ma che nessuno vuole prepararsi ad affrontare: il fallimento (<em>default</em>). Il problema non è il se, ma è solo il quando; e chi sarà a subirlo e chi a imporlo; e in che modo gestirlo. Il “dibattito politico”, se ci fosse, dovrebbe vertere su questo. Invece tutti parlano di “rilanciare” una crescita che non tornerà più; o che, se anche “tornasse”, sarà talmente stentata da non poter interrompere quella spirale infernale. Mentre si parla di “crescita” qualcuno, anzi molti, si affrettano ad arraffare tutto, prima che non ci sia più niente da prendere. Proprio come i deprecati protagonisti delle rivolte inglesi; che sono al tempo stesso il prodotto di quel saccheggio e della cultura che la civiltà dei consumi e la pubblicità promuovono ogni giorno. Ma là non si tratta di rubare uno smartphone o un paio di sniker, ma di “privatizzazioni”. E poi, assalto alle pensioni (quelle dei poveri), ai salari, al Welfare, alla sanità, alla scuola, all’occupazione, al posto fisso, alle finanze dei Comuni: gli unici enti che sono, o potrebbero essere, vicini ai governati. Ovviamente è un saccheggio pericoloso: in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Medio Oriente – per non parlare dell’Islanda: infatti nessuno ne parla perché la strada del default è stata imboccata per scelta; e senza grandi danni, se non per i banchieri finiti in galera – domani in Italia, lavoratori e cittadini sfruttati e taglieggiati potrebbero ribellarsi. E non è detto che lo facciano in forme gentili. Londra insegna.</p>
<p>Per fare fronte a questa eventualità – scrivono i corifei del saccheggio di Stato – ci vuole una vera leadership. Quella attuale non è all’altezza: tanto è vero che quella italiana – ma non solo quella – è stata commissariata. Ma anche quella europea, che ne ha assunto la tutela, lascia a desiderare.</p>
<p><strong>La difesa dei “beni comuni”</strong></p>
<p>Davanti a noi c’è un’altra strada; perché sedi dove si producono idee le abbiamo, anche se ancora gracili: sono i mille comitati di lotta, i centri sociali, i circoli culturali, le associazioni civiche, alcune riviste, molti blog, le associazioni studentesche, le pratiche alternative dei Gas, dei Des, delle reti di insegnanti, molte imprese sociali, alcune rappresentanze sindacali. Anche alcune idee importanti e condivise, nuove rispetto ai termini di un dibattito “politico” ormai sclerotizzato, ci sono. Ad esempio quella dei “beni comuni”: da difendere dall’accaparramento privato e dalla gestione burocratica e corrotta degli organismi statuali attraverso forme di trasparenza integrale, di controllo dal basso e di gestione partecipata; e da estendere a tutte le risorse naturali indivisibili, ai servizi pubblici, ai saperi. Poi l’idea di contrastare gli effetti del precariato con un reddito di cittadinanza. E, ancora, quella della territorializzazione dei rapporti economici: mercati agricoli e alimentari a chilometri zero; rapporti diretti con i fornitori che garantiscono qualità dei prodotti, dei processi e delle condizioni di lavoro; coinvolgimento di tutti gli <em>stakeholder</em> (lavoratori, utenti, amministrazioni locali, associazioni, centri di ricerca, imprese fornitrici e utilizzatrici) nella riconversione di produzioni in crisi, obsolete o dannose (a partire dalle armi: meno spese, meno consumo di risorse, meno guerre); e impegno in tutte le attività di salvaguardia dei territori e della loro vivibilità.</p>
<p>Di qui la convinzione che la salvezza non verrà dalla “crescita”, che significa ogni giorno di più devastazione del pianeta, delle condizioni di vita e dei rapporti sociali; e che i vincoli imposti dai “mercati” – dalle parità di bilancio agli aumenti di fatturato, dal rendimento dei Bot agli andamenti delle borse – non sono totem a cui ci si debba piegare. Lungo questi filoni di pensiero, e dentro queste pratiche e questi organismi, può prendere forma e “formarsi” una nuova “classe dirigente”: una cittadinanza attiva che si metta in grado di esautorare e sostituire gli uomini che oggi sono al potere, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, sia negli organismi statali e amministrativi, che nelle imprese: quelle che oggi vogliono far pagare il costo dei loro disastri a chi non ne ha mai condiviso le responsabilità, né avrebbe potuto farlo.</p>
<p>Ma può un movimento dal basso, fatto di organismi dispersi e pratiche differenti, governare e dirigere un processo di transizione di questa portata? Che per di più sta andando e andrà incontro a resistenze pesanti e reazioni violente? Certamente no. Nessuno, credo, prospetta una cosa simile. Ma le forze, le idee e la determinazione per intraprendere un percorso del genere non possono nascere in nessuna altra sede e in nessun altro modo. D’altronde non si tratta di processi isolati: le donne e gli uomini alla ricerca di un mondo diverso, che lo ritengono possibile, sono milioni in ogni parte della Terra. E se il processo avrà un seguito, anche molti spezzoni delle attuali classi dirigenti potranno separarsi dalla matrice in cui sono cresciute e forgiate; ma è un processo che può svilupparsi intorno a idee e sedi che oggi occorre ancora diffondere e consolidare.</p>
<p><em>*economista e scrittore</em></p>
<div class="shr-publisher-1003"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Fcontro-la-crisi-non-basta-la-%25e2%2580%259ccrescita%25e2%2580%259d%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<title>Europa in ritardo nella lotta alla povertà</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
				<category><![CDATA[71- Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2011 segna il primo anno operativo della nuova strategia Europa 2020, con la quale l’Unione europea si è impegnata a perseguire una crescita economica e sociale sostenibile fissando, tra i vari obiettivi, per la prima volta quello di ridurre sensibilmente la povertà: almeno 20 milioni di poveri in meno entro il 2020. Una strategia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><p>Il 2011 segna il primo anno operativo della nuova strategia Europa 2020, con la quale l’Unione europea si è impegnata a perseguire una crescita economica e sociale sostenibile fissando, tra i vari obiettivi, per la prima volta quello di ridurre sensibilmente la povertà: almeno 20 milioni di poveri in meno entro il 2020. Una strategia avviata però in un contesto problematico di profonda crisi, con i governi europei concentrati sulle questioni economico-finanziarie per il salvataggio dell’euro attraverso riduzioni del disavanzo che prevedono forti tagli alle spese sociali.</p>
<p>Che possibilità ha quindi questo tipo di approccio di conseguire gli impegni di riduzione della povertà e promuovere la coesione sociale? Questa la domanda a cui ha cercato di rispondere l’European Anti-Poverty Network (Eapn, Rete europea contro la povertà) che tra maggio e settembre 2011 ha svolto un’indagine con i suoi membri nazionali ed europei su questo primo anno della strategia, valutando specificamente i Programmi nazionali di riforme varati dai vari Paesi dell’Ue. Sono state analizzate le misure macroeconomiche, quelle per l’occupazione, l’istruzione, la formazione e l’inclusione sociale, nonché il ruolo svolto dai meccanismi di governance e dai Fondi strutturali europei. Emerge un quadro fortemente negativo, segnato da profonda delusione, sensazione di inganno e rabbia diffusa rispetto all’approccio generalmente adottato sia a livello comunitario che nazionale. I membri della Rete europea evidenziano le carenze nella definizione di obiettivi contro la povertà, mentre le risposte politiche per garantire una crescita inclusiva sembrano essere nel migliore dei casi inadeguate e nel peggiore dei casi colpevoli di generare addirittura un aumento della povertà e dell’esclusione sociale, nonché in molti casi un attacco ai diritti umani.</p>
<p>In generale, sottolinea l’indagine svolta dal network europeo, si è avuta la netta sensazione che l’Ue non stesse lavorando nell’interesse delle persone povere e a rischio di povertà, cosa che ha demotivato i soggetti e le organizzazioni della società civile allontanandoli da un impegno efficace nella collaborazione con le istituzioni per la definizione e l’adozione dei Programmi nazionali. Le implicazioni di questo rifiuto, osserva l’European Anti-Poverty Network, possono avere gravi conseguenze per il futuro dell’Ue, perché «se l’Europa non ha cuore, perché la gente dovrebbe tornare a volere più Europa?».</p>
<p><strong>Conseguenze delle politiche macroeconomiche</strong></p>
<p>La maggior parte dei membri della Rete europea (soprattutto in Bulgaria, Danimarca, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia e in parte Estonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna) ha sottolineato che le politiche macro-economiche proposte dai governi difficilmente potranno contribuire alla crescita inclusiva e alla riduzione della povertà e dell’esclusione sociale, mentre è piuttosto probabile che generino un aumento della povertà. Solo un piccolo numero di membri (Austria, Belgio, Lituania e Malta) considera i Programmi nazionali in grado di contribuire in qualche modo ad una crescita inclusiva. In generale si è osservato come la crescita inclusiva non sia una priorità delle politiche, concentrate invece unicamente su questioni relative a deficit di bilancio, Patto euro-plus, aggiornamento del Patto di stabilità, salvataggio economico-finanziario di Paesi a rischio di fallimento e relativi programmi concordati con l’Ue e il Fondo monetario internazionale.</p>
<div id="attachment_1000" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-1000" href="http://www.euronote.it/2011/10/europa-in-ritardo-nella-lotta-alla-poverta/71_tab2/"><img class="size-medium wp-image-1000" title="71_tab2" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/71_tab2-300x197.png" alt="Clicca per ingrandire" width="300" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Clicca per ingrandire</p></div>
<p>Di conseguenza, i riferimenti a una crescita inclusiva sono quasi completamente assenti, segnando così un fallimento dell’impegno di integrare gli obiettivi sociali e di considerare come le politiche macro-economiche potrebbero contribuire alla riduzione della povertà e dell’esclusione sociale.</p>
<p>Non solo, secondo molti tali politiche potrebbero contribuire ad aumentare la povertà, sia perché un minor numero di persone sarà nelle condizioni di uscire da situazioni di povertà sia perché l’impatto delle misure di austerità e i conseguenti tagli alla spesa sociale provocheranno un incremento del rischio di povertà.</p>
<p>La maggior parte dei tagli di spesa sembrano infatti essere principalmente destinati ai servizi sociali, al sostegno del reddito e benefici correlati, ed in alcuni casi addirittura alle politiche attive del mercato del lavoro, con un inevitabile impatto negativo sull’accesso al mondo del lavoro e quindi sulla prevenzione e la riduzione della povertà. Alcuni membri nazionali dell’Eapn segnalano una prospettiva di «tagli selvaggi» alle prestazioni e ai servizi senza l’opportuna attenzione alle conseguenze di tali misure, mentre altri membri evidenziano l’esistenza di tagli meno espliciti ma piuttosto «nascosti», ad esempio limitando l’accesso all’assistenza sociale o non indicizzando le soglie di ammissibilità al reddito: in entrambi i casi, però, l’Eapn osserva chiaramente come il risultato probabile sia un aumento della povertà e dell’esclusione sociale.</p>
<p>Così come destano preoccupazione i deboli investimenti in eque e sostenibili riforme delle pensioni, perché i governi mirano soprattutto ad aumentare l’età pensionabile ed abbassare i contributi, ma sono evidenti i rischi di innalzamento dell’età pensionabile in particolare per i redditi più bassi o per i posti di lavoro poco qualificati, mentre l’abbassamento dei contributi avrà un impatto negativo sulle pensioni future.</p>
<p><strong>Aumento<br />
delle disuguaglianze</strong></p>
<div id="attachment_999" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-999" href="http://www.euronote.it/2011/10/europa-in-ritardo-nella-lotta-alla-poverta/71_tab3/"><img class="size-medium wp-image-999" title="71_tab3" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/71_tab3-300x209.png" alt="Clicca per ingrandire" width="300" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Clicca per ingrandire</p></div>
<p>I membri dell’Eapn hanno poi valutato in che misura gli Stati membri stanno contemplando una condivisione più equa delle ricadute della crisi. Secondo la Rete europea il problema della povertà non può essere affrontato senza ridurre le disuguaglianze, che rappresentano il principale ostacolo allo sviluppo sostenibile e alla crescita inclusiva. Basso o molto basso è considerato dall’Eapn il livello di politiche che promuovono una maggiore uguaglianza, per questo si prevedono aumenti delle disuguaglianze. Quasi ovunque (Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Regno Unito e Repubblica Ceca) i membri della Rete europea anti-povertà hanno segnalato come non sia data priorità a una condivisione più equa delle misure di riduzione del deficit attraverso un aumento del gettito fiscale più equo e una più equa distribuzione dei livelli salariali e di reddito, al fine di ridurre le disuguaglianze di reddito e di ricchezza.</p>
<p>In una recente Relazione sull’impatto sociale della crisi l’Eapn aveva avanzato alcune proposte alternative per assicurare una ripresa più equilibrata e più giusta: ridurre il deficit più lentamente, garantire servizi essenziali e benefici sociali, aumentare le entrate promuovendo una più giusta redistribuzione attraverso sistemi fiscali progressivi. Sistemi fiscali più equi sono considerati dall’Eapn come base essenziale per ridurre le disuguaglianze e progredire verso una crescita inclusiva. Preoccupano invece le misure adottate perché generalmente basate sul sacrificio della spesa sociale.</p>
<p>La spesa sociale, sottolineano i membri della Rete europea, non deve essere vista come un costo ma invece come uno strumento essenziale per raggiungere una crescita sostenibile e inclusiva. La chiave dovrebbe essere investire su un reddito minimo adeguato, in grado di fornire un piano di consumi e un trampolino di lancio per l’inclusione.</p>
<p><strong>Scarso impegno<br />
dei governi europei</strong></p>
<p>Il Consiglio europeo del giugno scorso e la Commissione europea, attraverso la valutazione effettuata sui Programmi nazionali di riforme, hanno evidenziato il mancato rispetto da parte degli Stati membri nel fissare obiettivi di riduzione della povertà sufficienti a soddisfare l’obiettivo globale dell’Ue. La Commissione ha osservato che non è nemmeno possibile produrre un dato comparativo a livello europeo per sapere «quanto vicino» siano gli obiettivi nazionali all’obiettivo generale, questo a causa delle differenze esistenti nelle metodologie nazionali. L’obiettivo povertà, infatti, è basato su una complessa combinazione di tre indicatori diversi (rischio di povertà, privazione materiale grave e bassa intensità di lavoro) e gli Stati membri sono stati lasciati liberi di scegliere il loro indicatore di povertà (tutti e tre, uno dei tre, o in alcuni casi i loro indicatori nazionali). Questa situazione ha però compromesso la possibilità di ottenere robusti dati comparativi necessari per definire e raggiungere un obiettivo credibile. I membri dell’Eapn chiedono che l’obiettivo anti-povertà sia almeno trattato come gli altri obiettivi.</p>
<p>L’obiettivo fissato dalla maggior parte degli Stati dell’Ue è visto dai membri dell’Eapn come troppo basso e inferiore alla loro quota proporzionale per raggiungere l’obiettivo comunitario, in rapporto alla popolazione attuale a rischio di povertà, per questo esprimono delusione per la mancanza di ambizione degli obiettivi denunciando la scarsa serietà dei governi nell’impegno per ridurre la povertà.</p>
<p>Un gran numero di membri dell’Eapn (Bulgaria, Danimarca, Estonia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia) ha poi evidenziato la priorità bassa o molto bassa data nei Programmi nazionali di riforme a garantire un adeguato reddito minimo e la protezione sociale, mentre mancano generalmente misure serie per contrastare le discriminazioni ed è totalmente ignorato il legame tra povertà e discriminazione.</p>
<p>In generale, conclude la Rete europea contro la povertà, «l’impatto delle misure di austerità sulle prestazioni sociali e sui servizi, l’incapacità di ridurre il deficit con altri mezzi, compresa una fiscalità più equa, significa che i poveri stanno pagando un onere eccessivo per una crisi che non hanno causato, mentre la disuguaglianza crescente mette a rischio la coesione sociale e una risposta sostenibile alla crisi. Tutto ciò sta minando la credibilità e il futuro dell’Ue».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>FONTE E INFORMAZIONI</strong>: <em>Deliver Inclusive Growth &#8211; Put the heart back in Europe! Eapn analysis of the 2011 National Reform Programmes Europe 2020</em> , 12 ottobre 2011, <a href="http://www.eapn.eu/">http://www.eapn.eu</a></p>
<blockquote>
<p align="center"><strong>I MESSAGGI CHIAVE DELL’INDAGINE SULLA POVERTÀ</strong></p>
<p>L’indagine svolta dall’European Anti-Poverty Network ha portato alla definizione di alcuni messaggi chiave sullo stato attuale delle politiche europee contro la povertà.</p>
<p>• L’approccio macro-economico dell’Ue, guidato da una governance economica che si concentra sulla stabilità e sulla competitività, non solo non promuove una crescita inclusiva, ma minaccia i diritti umani ed è probabile che generi un aumento della povertà, dell’esclusione e della disuguaglianza nell’Ue.</p>
<p>• L’incapacità di raggiungere l’obiettivo prefissato da parte dell’Ue e dei suoi Stati membri riflette una inaccettabile mancanza di serietà circa la riduzione della povertà. L’obiettivo della povertà deve essere trattato e attuato su una base di parità con gli altri obiettivi dell’Ue.</p>
<p>• Le politiche proposte per combattere la povertà sono insufficienti, non adeguatamente dettagliate ed eccessivamente focalizzate sull’occupazione, invece di investire in un approccio multidimensionale sostenuto da forti sistemi di protezione sociale.</p>
<p>• Anche se l’obiettivo occupazione è considerato ambizioso, seri dubbi sono espressi circa la sua attuazione, la mancanza di sinergie con l’obiettivo povertà e l’incapacità di dare priorità a mercati del lavoro inclusivi.</p>
<p>• Non c’è un investimento adeguato in campo educativo, manca un’analisi delle cause legate alla povertà e all’esclusione sociale. La tendenza è a concentrarsi sulla riduzione della dispersione scolastica, mentre scarsa attenzione è data a strategie integrate di apprendimento permanente.</p>
<p>• L’uguaglianza di genere e la lotta contro la discriminazione sono in gran parte assenti, manca un sistema integrato basato sui diritti e su servizi universali, con soluzioni mirate al fine di superare gli ostacoli esistenti per gruppi specifici.</p>
<p>• I Fondi strutturali sono al di sotto del loro potenziale in materia di inclusione sociale, manca un approccio integrato strategico per ridurre la povertà e l’esclusione sociale anche attraverso i Fondi europei.</p>
<p>• Scarsa partecipazione ai Programmi nazionali di riforme da parte di organizzazioni e di persone in povertà, con contatti limitati a riunioni informative e bassi livelli di consultazione, quindi con un impatto minimo e nessun impegno visibile a livello regionale e locale. Nonostante la necessità di coinvolgere tutte le politiche per combattere la povertà, il processo continua ad essere controllato dai ministeri economici e finanziari più che da quelli di area sociale.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI:</strong> <a href="http://www.eapn.eu/">http://www.eapn.eu</a></p></blockquote>
<blockquote>
<p align="center"><strong>PRINCIPALI RACCOMANDAZIONI CONTRO LA POVERTÀ</strong></p>
<p>Sulla base di quanto emerso dall’indagine, l’European Anti-Poverty Network ha avanzato alcune raccomandazioni alle istituzioni e agli Stati membri dell’Ue per contrastare la povertà.</p>
<p>• Dare priorità ad un approccio economico e sociale equilibrato, integrando la crescita inclusiva in tutte le politiche (macroeconomiche, occupazionali, sociali) dei Programmi nazionali di riforme. Ciò dovrebbe includere una valutazione urgente dell’impatto sociale della crisi e delle misure di austerità. Una risposta più equa alla crisi dovrebbe prevedere: riduzione del disavanzo più lenta; investimenti sociali per promuovere occupazione di qualità, protezione sociale e servizi chiave; aumento delle entrate attraverso un’imposizione più equa.</p>
<p>• Ristabilire un obiettivo credibile di povertà nell’Ue, con una riduzione del 3% su tutti gli indicatori e specifici sotto-obiettivi per i gruppi a maggior rischio di povertà, per esempio bambini, anziani, migranti e minoranze etniche. L’obiettivo della riduzione della povertà dovrebbe poi ottenere un trattamento paritario rispetto agli altri obiettivi ed essere monitorato in modo trasparente, con un dibattito annuale in seno al Consiglio europeo e al Parlamento europeo.</p>
<p>• Attuare approcci integrati per affrontare la multidimensionalità della povertà e dell’esclusione sociale, sostenuti da strategie nazionali sulla protezione sociale e l’inclusione sociale. È fondamentale difendere e investire nella protezione sociale e nell’adeguatezza dei sistemi di reddito minimo.</p>
<p>• Investire in mercati del lavoro inclusivi, in particolare nell’economia sociale e “verde” e nel settore dei servizi; promuovere la qualità, sia nei nuovi posti di lavoro che in quelli esistenti: garantire salari dignitosi, sicurezza del lavoro e tutela dei diritti del lavoro. Garantire strategie mirate a ridurre e prevenire la povertà dei lavoratori.</p>
<p>• Investire in istruzione per tutti, attraverso l’educazione inclusiva e strategie di apprendimento permanente che contribuiscono alla lotta contro la segregazione e l’esclusione.</p>
<p>• Investire in una società inclusiva e combattere la discriminazione su tutti i terreni e in tutte le aree. In particolare: sostenere un giusto approccio alla parità di genere; prestare attenzione alle esigenze delle donne a basso reddito o in situazioni di esclusione multipla; garantire un invecchiamento dignitoso e maggiori opportunità per i giovani; garantire servizi universali nonché strategie e risorse mirate per ciascun gruppo di popolazione a rischio.</p>
<p>• Garantire che i Fondi strutturali europei contribuiscano in modo efficace a promuovere l’inclusione, attraverso approcci integrati e socialmente inclusivi (in particolare con azioni integrate di inclusione attiva) e rendendoli accessibili alle piccole Ong di base. Impostare un sistema di valutazione sull’efficacia dei Fondi strutturali nella lotta alla povertà.</p>
<p>• Promuovere una partecipazione significativa delle parti interessate (comprese le Ong e le persone in povertà) in tutte le fasi e le aree dei Programmi nazionali di riforme, accettando e implementando le linee guida obbligatorie per la partecipazione al fine di  assicurare un’efficace combinazione di parti e metodologie per promuovere il partenariato e il co-sviluppo. Fornire risorse e supporto per lo sviluppo di Forum nazionali contro la povertà che permettano un dialogo strutturato tra gli attori nazionali, regionali e locali nell’ambito dell’attuazione della strategia dell’Ue Europa 2020.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI:</strong> <a href="http://www.eapn.eu">http://www.eapn.eu</a></p></blockquote>
<div id="attachment_998" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-998" href="http://www.euronote.it/2011/10/europa-in-ritardo-nella-lotta-alla-poverta/71_tab4/"><img class="size-medium wp-image-998" title="71_tab4" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/71_tab4-300x197.png" alt="Clicca per ingrandire" width="300" height="197" /></a><p class="wp-caption-text">Clicca per ingrandire</p></div>
<div class="shr-publisher-997"></div><!-- Start LikeButtonSetBottom --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:right;height:30px;'><a class='shareaholic-googleplusone' shr_size='medium' shr_count='false' shr_href='http%3A%2F%2Fwww.euronote.it%2F2011%2F10%2Feuropa-in-ritardo-nella-lotta-alla-poverta%2F'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 2px; width: 100%;"></div><!-- End LikeButtonSetBottom -->]]></content:encoded>
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		<title>Protezione Sociale</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 20:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>euronote</dc:creator>
				<category><![CDATA[71- Inserto]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Ue in crisi tra sostenibilità economica e sociale
La crisi economico-finanziaria globale in corso da oltre tre anni anziché affievolirsi continua a riproporsi in forme nuove e sempre più gravi, colpendo soprattutto alcuni Paesi europei le cui condizioni al limite del fallimento rischiano di mettere in discussione lo stesso progetto di Unione europea. Nel tentativo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start LikeButtonSetTop --><!-- End LikeButtonSetTop --><h1>L’Ue in crisi tra sostenibilità economica e sociale</h1>
<p>La crisi economico-finanziaria globale in corso da oltre tre anni anziché affievolirsi continua a riproporsi in forme nuove e sempre più gravi, colpendo soprattutto alcuni Paesi europei le cui condizioni al limite del fallimento rischiano di mettere in discussione lo stesso progetto di Unione europea. Nel tentativo di salvare la situazione e frenare la sfiducia dei mercati finanziari nei confronti di politiche inadeguate, le istituzioni europee chiedono ai governi nazionali drastici interventi per il risanamento dei conti pubblici. Con una crescita economica vicina allo zero, però, le manovre di bilancio dei governi prevedono soprattutto tagli alla spesa pubblica con due principali conseguenze, entrambe negative: la prima è che queste cosiddette politiche di <em>austerity</em> non favoriscono la crescita economica, quindi non limitano la sfiducia dei mercati che continuano a mettere in difficoltà i governi i quali, a loro volta, non riescono a influire efficacemente sulla necessaria riduzione dei debiti pubblici; la seconda conseguenza è che questo circolo vizioso creato da tagli alla spesa, crescita nulla, sfiducia dei mercati, debito che non si riduce e quindi nuovi tagli, non fa che ricadere sui cittadini meno abbienti perché consiste principalmente in riduzione delle spese per protezione sociale, cioè la principale voce della spesa pubblica (<em>come si può vedere nelle pagine seguenti</em>), con gravi rischi per la sostenibilità sociale europea.</p>
<p><strong>Una situazione già difficile</strong></p>
<p>Oggi in Europa una persona su cinque è a rischio di povertà o di esclusione sociale e circa 40 milioni di persone vivono condizioni di grave deprivazione.</p>
<p>L’esperienza degli ultimi anni ha confermato che avere un lavoro resta la migliore salvaguardia contro la povertà e l’esclusione, dal momento che il rischio di povertà per gli adulti disoccupati in età lavorativa è di oltre cinque volte superiore a quello di coloro che hanno un lavoro (44% contro 8%), mentre le persone inattive (escludendo i pensionati) corrono un rischio di povertà che è tre volte superiore a quello degli occupati (27% contro 8%). Già prima e ancor più durante la crisi si è però registrata la persistenza di gruppi di persone che restano fuori o ai margini del mercato del lavoro, spesso a causa delle molteplici barriere all’entrata (ad esempio basse competenze, responsabilità di cura, età, condizioni di immigrazione, di disabilità e altri fattori discriminatori). All’interno di questi gruppi svantaggiati le donne sono più vulnerabili a causa del persistente divario retributivo tra i sessi, della loro maggiore presenza nel lavoro precario, della segregazione settoriale e delle interruzioni di carriera. Anche l’avere un lavoro, poi, non sempre rappresenta una garanzia di benessere, dal momento che circa un terzo degli adulti in età lavorativa è a rischio di povertà e l’8,4% dei lavoratori vive sotto la soglia di povertà. Povertà dei lavoratori legata a condizioni di lavoro, basse retribuzioni, basse qualifiche, lavoro precario o sotto-occupazione. Il forte aumento del lavoro interinale e a tempo parziale (nella maggior parte dei casi involontario), insieme alla stagnazione dei salari, hanno causato un costante aumento del numero di individui con basso reddito, soprattutto tra le donne e i giovani. La povertà dei lavoratori è anche legata alla bassa intensità di lavoro in casa, cioè a situazioni in cui tutti insieme gli adulti di una famiglia non lavorano abbastanza per garantire condizioni dignitose alla famiglia stessa. Tutti problemi diffusisi ed acutizzatisi in questi anni di crisi.</p>
<p><strong>I rischi sociali dei tagli al Welfare</strong></p>
<p>La crisi, con le sue conseguenze sull’occupazione e sui redditi, ha inoltre aumentato il numero di famiglie che fanno esclusivamente affidamento sulle prestazioni sociali, mentre le esperienze delle crisi passate dimostrano che tali situazioni tendono a persistere a lungo amplificando così la necessità di prestazioni sociali per disoccupazione o inattività, malattia e invalidità, pensionamento anticipato, esclusione socio-economica. Se a ciò si aggiunge il fatto che i trasferimenti sociali (escluse le pensioni) riducono il rischio di povertà mediamente di un terzo nell’Ue, ma con riduzioni che vanno fino al 50% o più in alcuni Paesi, si può ben comprendere come politiche di tagli sommari alle spese sociali e alle prestazioni di Welfare possano avere conseguenze drammatiche per le società europee.</p>
<p>La crisi sociale derivata da quella economico-finanziaria, che negli ultimi anni ha visto aumentare seriamente la disoccupazione, l’impoverimento della popolazione, la vulnerabilità e l’esclusione sociale, rischia così di aggravarsi ulteriormente con la riduzione delle prestazioni di protezione sociale. In questo modo, però, ci si avvia verso lo smantellamento del tanto celebrato “modello sociale europeo” basato su quei sistemi di Welfare State che hanno avuto finora un ruolo fondamentale nel mantenere un adeguato livello di coesione sociale e di diritti.</p>
<p>È la stessa Commissione europea a sottolineare «l’importante ruolo di stabilizzatore automatico» fornito dai sistemi di protezione sociale, esortando gli Stati membri dell’Ue a garantirne l’adeguatezza e la sostenibilità, ricordando tuttavia che l’assistenza sociale «è principalmente di competenza degli Stati membri» e che l’Ue fornisce solo «un quadro per coordinare le politiche nazionali su aspetti connessi alla povertà e all’esclusione sociale, all’assistenza sanitaria, all’assistenza a lungo termine e alle pensioni». Al fine di conciliare il risanamento dei conti pubblici e la salvaguardia dei sistemi di protezione sociale l’Ue chiede quindi agli Stati membri di «coniugare efficacia, efficienza ed equità», ma molti governi sembrano rivolgere l’attenzione quasi esclusivamente alle questioni economico-finanziarie sottovalutando, con colpevole miopia politica, l’esplosiva situazione sociale che ne può derivare.</p>
<p>Si tratta di un passaggio centrale per i Paesi europei e per il progetto stesso di Unione europea: se è fondamentale la sostenibilità economico-finanziaria altrettanto fondamentale è la sostenibilità sociale, basata sulla coesione e sulla solidarietà possibili solo salvaguardando adeguati sistemi di protezione sociale. Pena l’insostenibilità dell’intero sistema, come dimostrano le dilaganti proteste sociali che si manifestano ormai in tutta Europa.</p>
<h1>La spesa sociale in Europa</h1>
<p>L’Europa alle prese con la crisi del debito e dei conti pubblici incontra molte difficoltà a ridurre la sua spesa pubblica perché oltre la metà di questa è dedicata alla protezione sociale e all’assistenza sanitaria, cioè i cardini di quel “modello sociale europeo” necessario a supportare i cittadini soprattutto in una fase di crisi economica e sociale come quella attuale.</p>
<p>Secondo quanto riportato dai più recenti studi in materia effettuati dall’Ufficio statistico dell’Ue, cioè Eurostat, la spesa pubblica dei governi dell’Ue è stata di circa 6182 miliardi di euro nel 2010, equivalente al 50,3% del Pil complessivo dei 27 Stati membri, e oltre la metà di essa (54%) ha riguardato la protezione sociale e la sanità.</p>
<p>Le spese di governo complessive dei Paesi europei, dopo una costante diminuzione registrata tra il 2003 e il 2007, avevano ripreso ad aumentare nel 2008 per raggiungere nel 2009 la quota più elevata degli ultimi dieci anni (50,8% del Pil) e segnando solo un lieve ribasso nel 2010 (50,3% appunto).</p>
<p>È evidente come l’aumento della spesa pubblica negli ultimi tre anni abbia coinciso con la grave crisi economico-sociale e sia dunque dovuta in larga parte ai tentativi dei governi di lenirne gli effetti (peraltro senza grandi risultati). Per questo non è difficile immaginare quali possano essere gli effetti delle politiche di <em>austerity</em> e dei tagli alla spesa che tutti i governi europei stanno adottando per carcere di sanare i conti pubblici: i sistemi di protezione sociale sono seriamente minacciati.</p>
<p><strong>Principale spesa dei governi</strong></p>
<p>I dati riportati da Eurostat mostrano come la spesa per protezione sociale rappresenti di gran lunga la voce più importante di spesa dei governi europei, pari al 20,1% del Pil complessivo nel 2009. Si tratta della spesa per pensioni, malattia e disabilità, famiglia e infanzia, disoccupazione, alloggio ed esclusione sociale. Una spesa rimasta abbastanza stabile in termini di percentuale sul Pil ma cresciuta in termini assoluti del 15,8% passando dai 2043 miliardi di euro del 2005 ai 2365 miliardi del 2009.</p>
<p>Naturalmente esistono differenze rilevanti tra i vari Paesi dell’Ue, con le spese più elevate per protezione sociale registrate in Danimarca (25,4% del Pil), Finlandia (23,9%), Francia (23,5%) e Svezia (23%) e le più basse a Cipro (10,9%) e in Slovacchia (12,2%). Gli incrementi più elevati in rapporto al Pil nel periodo 2005-2009 hanno invece riguardato i Paesi Baltici (+ 4%), Finlandia (+ 3,5%) e Danimarca (+ 3%), mentre quelli in valori assoluti sono stati osservati (incrementi fino all’85%) in Bulgaria, Romania e Paesi Baltici (diminuzioni viceversa in Svezia e Regno Unito).</p>
<p>Nei Paesi per i quali sono disponibili dati dettagliati, osserva Eurostat, l’aumento della spesa per protezione sociale è particolarmente evidente nella voce “vecchiaia” (cioè principalmente pensioni), capitolo vicino o superiore al 10% del Pil in undici Stati membri dell’Ue, mentre tra il 2008 e il 2009 sono aumentate sostanzialmente anche le spese per “disoccupazione” e “famiglia/infanzia”.<strong> </strong></p>
<p><strong>Soprattutto pensioni:<br />
record italiano</strong></p>
<p>Prendendo in considerazione i dati relativi al 2008 Eurostat osserva che le due voci più consistenti delle prestazioni di protezione sociale nell’Ue, cioè quelle relative a “vecchiaia e sussistenza” e “assistenza sanitaria”, hanno rappresentato in quell’anno rispettivamente il 45,4% e il 29,7% del totale delle spese per protezione sociale per un ammontare rispettivo dell’11,5% e del 7,5% del Pil europeo. Tutte le altre voci di spesa per prestazioni di protezione sociale (famiglia/infanzia, disoccupazione, disabilità, alloggio ed esclusione sociale) rappresentavano complessivamente meno del 25% della spesa totale e meno del 7% del Pil.</p>
<p>Tra gli Stati membri dell’Ue l’Italia presentava nel 2008 la quota nettamente più elevata di spesa per “vecchiaia e sussistenza” (cioè soprattutto pensioni) sia in percentuale sul totale della spesa per protezione sociale (60,7% rispetto a una media europea del 45,4%) sia in relazione al Pil (16,1% rispetto a una media europea dell’11,5%). L’unico Paese che si avvicinava all’Italia era la Polonia (59,6% del totale della spesa per protezione sociale ma solo il 10,9% del Pil). Di conseguenza, spendendo molto per questa voce Italia e Polonia risultavano nel 2008 anche i due Paese con le spese più basse per la maggior parte delle altre prestazioni di protezione sociale (<em>si veda la tabella nella pagina seguente</em>).</p>
<p><strong>Spesa più distribuita<br />
nel Nord Europa</strong></p>
<div id="attachment_1026" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-1026" href="http://www.euronote.it/2011/10/protezione-sociale/tabella1_71/"><img class="size-medium wp-image-1026" title="tabella1_71" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/tabella1_71-300x287.png" alt="Clicca per ingrandire" width="300" height="287" /></a><p class="wp-caption-text">Clicca per ingrandire</p></div>
<p>Opposta invece la situazione dell’Irlanda, il Paese dell’Ue con la spesa più bassa in prestazioni per “vecchiaia e sussistenza” (solo il 26,2% del totale della spesa per protezione sociale e il 5,5% del Pil), questo perché si tratta dello Stato membro dell’Ue con la popolazione più giovane e dunque le spese sono rivolte soprattutto alle voci “famiglia/infanzia” e “assistenza sanitaria”.</p>
<p>Le quote di spesa per protezione sociale dedicata complessivamente a “vecchiaia e sussistenza” e “assistenza sanitaria” erano nel 2008 più basse in Lussemburgo, Danimarca e negli altri Paesi Nordici, tutti Paesi che spendono relativamente più degli altri per le altre prestazioni sociali (famiglia/infanzia, disoccupazione, disabilità, alloggio ed esclusione sociale) sia in percentuale sul totale della spesa sociale sia in rapporto al Pil. D’altro canto, i Paesi con i più bassi livelli di spesa per protezione sociale in percentuale sul Pil (cioè Lettonia, Romania, Estonia, Lituania, Bulgaria e Slovacchia) spendono meno della media europea in tutte le voci di spesa.</p>
<p>Eurostat osserva poi che Belgio e Spagna sono i Paesi dell’Ue che spendono di più in relazione al Pil per prestazioni relative alla disoccupazione (rispettivamente 3,3% e 3%), mentre le spese per “alloggio ed esclusione sociale” sono mediamente le più basse in rapporto al Pil tra tutte le voci di spesa di protezione sociale (0,9% del Pil) ma risultano particolarmente basse nella maggior parte dei nuovi Stati membri dell’Ue (con valore minimo dello 0,1% del Pil in Estonia), in molti Paesi del Sud Europa (minimo registrato in Italia con lo 0,1% del Pil) e in Austria.</p>
<p><strong>Fonti:</strong> Eurostat, <em>Statistics in focus 42/2011</em> e<em> 17/2011</em><strong> </strong></p>
<p><a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu">http://epp.eurostat.ec.europa.eu</a></p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong>SPESA SOCIALE PRO CAPITE: LE DIFFERENZE NELL’UE</strong></p>
<p>Le rilevazioni di Eurostat sulla spesa per protezione sociale negli Stati membri dell’Ue mostrano differenze significative anche per quanto riguarda il livello di spesa pro capite, che al fine di una comparazione a livello europeo è espressa in standard di potere d’acquisto (Purchasing power standards &#8211; Pps).</p>
<p>Nel 2008 la spesa pro capite media per protezione sociale era di 6604 Pps nell’Ue a 27 e di 8108 Pps nell’area dell’euro. Considerando però i singoli Paesi, la spesa pro capite per protezione sociale nettamente più elevata si è registrata in Lussemburgo (14.057 Pps pro capite), seguito a distanza da Paesi Bassi e Svezia (entrambi con oltre 9000 Pps pro capite).</p>
<p>I valori rilevati nei Paesi con la più alta spesa pro capite per protezione sociale (Lussemburgo escluso) sono stati di circa 6-8 volte superiori a quelli registrati nel gruppo di Stati membri dell’Ue con la spesa pro capite più bassa, ovvero Bulgaria, Romania e Lettonia (con valori compresi tra i 1661 e i 1803 Pps pro capite).</p>
<p>Tra i Paesi europei al di fuori dell’Ue, invece, la spesa pro capite per protezione sociale più alta ha riguardato la Norvegia (10.642 Pps pro capite), superata a livello europeo solo dal Lussemburgo.</p>
<p>Le notevoli differenze tra Paesi europei in termini di livello di spesa per protezione sociale, osserva Eurostat, sono in parte dovute ai diversi livelli di ricchezza, ma riflettono anche la diversità nei sistemi di protezione sociale, le tendenze demografiche, i tassi di disoccupazione e altri fattori sociali, istituzionali ed economici.</p></blockquote>
<h1><strong>Una spesa più efficace ed efficiente<br />
per salvare il Welfare europeo</strong></h1>
<p>«L’intervento politico forte e gli stabilizzatori automatici incorporati nei sistemi di Welfare europei hanno svolto un ruolo importante nel mitigare le conseguenze sociali della peggiore recessione degli ultimi decenni. Tuttavia, è ancora difficile valutare appieno il costo umano della crisi ed è ancora in corso l’impatto sui mercati del lavoro e sulla popolazione, in particolare sui cittadini più vulnerabili. Investire in un regolare monitoraggio delle tendenze sociali e migliorare le statistiche sociali è fondamentale per la progettazione di risposte politiche tempestive ed efficaci e per valutare il loro impatto». È quanto si legge nel <em>Rapporto 2010 sulla protezione e l’inclusione sociale</em> redatto dal Comitato europeo per la protezione sociale (Social Protection Committee &#8211; Spc), organo di coordinamento tra gli Stati membri e le istituzioni dell’Ue in materia di politiche sociali.</p>
<p>Secondo il Rapporto, «la crisi ha messo in evidenza la grande diversità in seno all’Ue», dal momento che la sua portata, le sue dimensioni e i suoi effetti variano nei vari Paesi europei a seconda della capacità dei sistemi nazionali di Welfare di fornire una protezione adeguata. Non tutti gli Stati membri dell’Ue, infatti, dispongono dei mezzi finanziari e organizzativi per soddisfare la crescente domanda e alcuni presentano grandi lacune nelle loro reti di sicurezza. «Restringere queste lacune è ora una priorità. Allo stesso tempo è necessario contenere l’aumento della spesa pubblica, migliorare la qualità degli interventi e, in alcuni casi, definire delle priorità chiare. Ciò significa più efficace ed efficiente inclusione e protezione sociale, in linea con i principi di accesso per tutti, di adeguatezza e di sostenibilità» ha osservato il Comitato, sollevando la questione centrale per l’Unione europea e i suoi Stati membri: come ridurre la spesa pubblica garantendo adeguati livelli di protezione sociale?</p>
<p>Migliorare l’efficienza della spesa sociale e prevenire povertà ed esclusione sociale costituiscono secondo il Comitato due azioni prioritarie: «Equilibrate strategie di inclusione attiva, che uniscano un supporto adeguato al reddito, l’accesso al mercato del lavoro e ai servizi sociali, possono conciliare gli obiettivi di lotta alla povertà e di aumento della partecipazione al mercato del lavoro, migliorando al tempo stesso l’efficienza della spesa sociale». Inoltre deve essere prestata una «rinnovata attenzione» alle vecchie e nuove forme di povertà e di esclusione in una società che invecchia e che è in rapida evoluzione, aperta ai flussi della globalizzazione: «Prevenire e combattere la povertà, in particolare la povertà infantile, è fondamentale per preparare l’Europa al futuro, evitando uno spreco di potenziale umano».</p>
<p>La crisi in corso, osserva il Comitato europeo per la protezione sociale, «sottolinea la necessità di sostenere i cittadini in un momento di vincoli di bilancio più importanti. Le risposte dovrebbero essere coerenti con le riforme strutturali necessarie per modernizzare la politica sociale, per prevenire danni duraturi all’economia e alla società e prepararsi alle sfide future, quali ad esempio l’invecchiamento della popolazione».</p>
<p><strong>Molte lacune nella<br />
“rete di sicurezza”</strong></p>
<p>Nell’Ue il tasso di disoccupazione medio è oggi al 10%, ma è più che doppio tra i giovani e gli immigrati da Paesi terzi, mentre il numero delle persone senza lavoro è aumentato finora di oltre 5 milioni a causa della crisi, che certo avrà effetti anche sulle persone lontane dal mercato del lavoro perché inattive o disoccupate di lungo termine.</p>
<p>Le persone con scarsa qualifica professionale, quelle con disabilità o problemi di salute mentale e i migranti (in particolare le donne) hanno avuto un accesso limitato alla formazione e ad altri servizi per l’impiego, cosa che insieme alla mancanza di posti di lavoro può minare gli sforzi per aumentare l’occupabilità.</p>
<p>La maturazione dei sistemi pensionistici ha contribuito a ridurre i rischi di povertà per le persone anziane in molti Paesi europei, tuttavia la crisi minaccia lo sviluppo di pensioni adeguate dove la povertà tra gli anziani rimane molto elevata.</p>
<p>La perdita di potere d’acquisto e di reddito colpisce tutti i membri delle famiglie, ma soprattutto i minori e altre persone a carico, mentre il mantenimento di standard di vita dignitosi per tutti è un requisito fondamentale per sostenere l’occupabilità e la capacità di apprendimento.</p>
<p>Sulla base di queste constatazioni il Comitato europeo per la protezione sociale nota che «nel complesso, la maggior parte dei cittadini europei può contare su alcune delle reti di sicurezza più efficaci al mondo», tuttavia sottolinea l’esistenza di varie «lacune». L’efficacia dei sussidi di disoccupazione varia notevolmente a seconda della durata della copertura e della condizionalità. I giovani lavoratori con brevi registrazioni contributive e alcuni dei lavoratori autonomi non possono avere diritto all’indennità di disoccupazione, mentre i lavoratori a part-time o a tempo determinato spesso ricevono benefici inferiori rispetto agli altri lavoratori. Le riforme per rafforzare gli incentivi al lavoro hanno inasprito i criteri di ammissibilità, ridotto il livello o la durata dei diritti, mentre la crisi ha causato l’esaurimento dei sussidi per un numero crescente di persone. Per queste ragioni, sottolinea il Comitato, è necessario adottare strategie basate su «principi di inclusione attiva».</p>
<p>La copertura e l’adeguatezza delle disposizioni relative al reddito minimo variano sensibilmente all’interno dell’Ue, ma nella maggior parte dei Paesi l’assistenza sociale non è sufficiente per sollevare le persone dalla povertà. In tutti i Paesi, poi, regole complesse, mancanza di informazioni, valutazioni discrezionali, errori amministrativi e la paura della stigmatizzazione sono alla base, anche se in gradi diversi, della non-adozione di tali regimi, «vi è quindi spazio per l’aumento dell’efficacia e dell’efficienza dei sistemi di reddito minimo».</p>
<p>Se il sostegno a un reddito adeguato è fondamentale per le persone nel momento del bisogno, le politiche devono però anche aiutarle a partecipare al mercato del lavoro. La spesa e le misure per la partecipazione attiva al mercato del lavoro, tra cui l’apprendimento permanente, sono migliorate complessivamente negli ultimi anni, tuttavia «deve essere fatto di più per assicurare che tutti siano raggiunti», incluse le persone poco specializzate, i giovani e gli anziani, le famiglie monoparentali, le persone con disabilità o uscite da periodi di cura, i migranti e le minoranze etniche. «Servizi sociali e occupazionali adeguati e personalizzati, di qualità, sono essenziali per superare barriere strutturali alla partecipazione al mercato del lavoro e nella società» sostiene il Rapporto dell’Spc, segnalando l’importanza di un miglioramento della conciliazione tra lavoro e vita familiare perché «sostenendo le famiglie e l’infanzia si investe in un futuro sostenibile per l’Europa».</p>
<p><strong>Il problema dell’esclusione<br />
abitativa</strong></p>
<p>Anche la carenza di alloggi adeguati è un problema di lunga data nella maggior parte dei Paesi europei, rileva il Rapporto, segnalando che con la crisi e la crescente disoccupazione sono aumentati inadempienze sui prestiti per la casa, pignoramenti e sfratti. Il problema abitativo, che comprende sia i senzatetto sia coloro che vivono in alloggi precari, inadeguati e sovraffollati, necessita di una corretta valutazione e di una metodologia comune concordata a livello europeo.</p>
<p>Le cause di esclusione abitativa, osserva il Rapporto, possono essere strutturali (disoccupazione, povertà o mancanza di un alloggio adeguato), personali (disgregazione del nucleo familiare, malattia), istituzionali (post cure o carcere) o legate alla discriminazione. Le politiche devono però adattarsi al cambiamento dei modelli di senza fissa dimora e ai nuovi gruppi a rischio, come ad esempio le persone con bassi salari, scarsa formazione e occupazione intermittente, compresi i giovani lavoratori e i migranti. Secondo il Comitato, dunque, affrontare la crisi degli alloggi e il problema dei senzatetto richiede politiche integrate che combinino sostegno finanziario a privati, regolamentazione efficace e di qualità dei servizi sociali, il tutto attraverso una condivisione di responsabilità e una forte cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti.</p>
<p>Oltre all’elemento chiave per le politiche abitative costituito dalla disponibilità di alloggi sociali e pubblici, le concentrazioni di esclusione abitativa e senza fissa dimora non possono che essere affrontate attraverso programmi di riqualificazione urbana e la promozione di comunità sostenibili e mix sociale, osserva il Comitato per la protezione sociale, secondo cui «le strategie per affrontare l’esclusione abitativa hanno un ruolo importante nella costruzione di società ed economie socialmente ed ecologicamente sostenibili e dovrebbero essere parte integrante delle strategie post-crisi».</p>
<p><strong>La crisi aumenta i rischi<br />
per la salute</strong></p>
<p>I dati relativi all’impatto della crisi sulla salute sono ancora scarsi, ma l’esperienza dimostra che le recessioni aumentano i rischi per la salute mentale e fisica e che gli effetti negativi possono emergere nel tempo. Lo stato di salute è influenzato dall’estensione e dalla durata del degrado economico e sociale, mentre i vincoli di bilancio rendono difficile rispondere alle esigenze sanitarie in aumento.</p>
<p>Un improvviso aumento dell’insicurezza costituisce un fattore di stress che colpisce la popolazione in generale; l’incertezza lavorativa e la disoccupazione di lunga durata incidono significativamente sulla salute mentale e possono causare abuso di alcool e droghe, suicidio, aumento del rischio di malattie cardiovascolari con un impatto sulla mortalità; il reddito familiare più basso può inoltre ritardare e inibire il ricorso alle cure. «Ciò sottolinea la necessità di promuovere l’inserimento nel mercato del lavoro al fine di prevenire rischi per la salute» osserva il Comitato, segnalando come l’impatto sulla salute possa variare sensibilmente a seconda della profondità della recessione e soprattutto della forza dei settori sanitari e delle politiche di Welfare dei vari Paesi: «Alcuni degli Stati membri dell’Ue più colpiti dalla crisi sono anche quelli in cui la situazione sanitaria relativa è peggiore e le politiche sociali e sanitarie meno sviluppate. In vari Paesi europei è necessaria una migliore e maggiore spesa per l’assistenza sanitaria anche attraverso una maggiore promozione e prevenzione».</p>
<p>«Mortalità evitabile e morbilità sono un salasso per la società, riducendo l’occupazione, la produttività e la crescita e aumentando la pressione sui bilanci sanitari. A fronte di crescenti esigenze e budget limitati il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza assume una nuova urgenza» avverte il Comitato per la protezione sociale, ricordando come la spesa sanitaria incida mediamente per il 9% sul Pil: «Migliori progettazione, organizzazione e realizzazione dell’assistenza e un’attenzione al rapporto costi/benefici può far sì che simili livelli di spesa portino a risultati notevolmente diversi». Il settore sanitario ha inoltre un grande potenziale per la creazione di posti di lavoro, vitale per le strategie occupazionali e per una crescita sostenibile considerando che la domanda della popolazione per i servizi sanitari e sociali crescerà.</p>
<p><strong>Sostenibilità dei<br />
sistemi pensionistici</strong></p>
<p>Il principale capitolo di spesa per protezione sociale nell’Ue è quello riguardante le prestazioni di supporto alla vecchiaia e alla sussistenza, il che significa soprattutto pensioni. I pensionati sono stati relativamente poco colpiti finora, osserva il Rapporto, ma i sistemi pensionistici e il loro contesto economico stanno cambiando e «i tagli nei pagamenti di alcuni Paesi con alti tassi di povertà tra gli anziani sono fonte di preoccupazione». Le implicazioni a lungo termine della crisi, se non adeguatamente affrontate, potrebbero avere un impatto negativo su tutti i tipi di regimi pensionistici e aggravare la sfida dell’invecchiamento.</p>
<p>Le pensioni dipendono sempre più dai contributi legati al reddito, quindi l’adeguatezza delle pensioni dipenderà dalla capacità dei mercati del lavoro di offrire opportunità di carriere contributive più lunghe e complete. Il saldo tra l’adeguatezza e la sostenibilità – oggetto di un decennio di riforme pensionistiche – è messo in ulteriore pressione dalla crisi finanziaria ed economica. Un aumento dell’occupazione per i lavoratori anziani e le donne deve essere difeso dall’aumento della disoccupazione.</p>
<p>I futuri pensionati saranno probabilmente più esposti alle fluttuazioni dei mercati finanziari e del lavoro, mentre una contribuzione in cui i rischi di investimento sono generalmente a carico dei risparmiatori è destinata ad aumentare notevolmente.</p>
<p>Le misure di riforma introdotte dalla maggior parte degli Stati membri dell’Ue per garantire sistemi pensionistici più sostenibili economicamente rappresentano un passo molto importante, osserva il Comitato per la protezione sociale, ma devono essere ampliate in modo da garantire anche la fornitura di adeguate prestazioni pensionistiche. «Per raggiungere questo obiettivo è necessario che le persone lavorino di più e più a lungo, per cui oltre alle riforme pensionistiche servono ulteriori misure per migliorare le prestazioni del mercato del lavoro e una più ampia gamma di fonti di reddito pensionistico» si legge nel Rapporto.</p>
<p><strong>Coordinamento<br />
e cooperazione necessari</strong></p>
<p>La necessità di reagire rapidamente alla crisi ha indotto molti Stati membri a rafforzare la loro capacità di rilevare i problemi sociali e intensificare la cooperazione tra gli attori sociali e istituzionali. È stata ampliata la base di conoscenze sull’impatto sociale della crisi, utilizzando dati amministrativi o strumenti di monitoraggio specifici, tra cui nuove indagini. Sono state adottate misure per migliorare la tempestività delle indagini sociali a livello nazionale ed europeo.</p>
<p>Le parti sociali hanno spesso svolto un ruolo chiave nella progettazione e realizzazione delle misure di breve termine sui mercati del lavoro per salvaguardare i posti di lavoro. Le amministrazioni pubbliche e le Ong di tutta Europa hanno dovuto soddisfare una maggiore domanda di prestazioni sociali e di servizi vedendo spesso ridotte le loro entrate. Per queste ragioni, conclude il Comitato europeo per la protezione sociale, «la cooperazione e il coordinamento tra questi attori costituiscono un bene prezioso».</p>
<p>(<em>Questo testo è stato redatto in collaborazione con “puntidivista”, rivista dell’Osservatorio Caritas Torino e Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta</em>)<br />
<strong>INFORMAZIONI:</strong></p>
<p><a href="http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=en&amp;catId=750">http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=en&amp;catId=750</a></p>
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<p style="text-align: center;"><strong>MODELLI EUROPEI DI WELFARE STATE</strong></p>
<p>I sistemi di Welfare State (Stato del benessere, Stato sociale), fin dalle loro origini oltre un secolo fa, hanno dato un importante contributo alla modernizzazione della società europea, stabilizzando l’economia di mercato e consolidando le istituzioni democratiche.</p>
<p>Per Welfare State si intende generalmente l’insieme delle spese destinate alla previdenza, alla sanità, agli ammortizzatori sociali, all’assistenza, all’istruzione e alle politiche per la casa. Si tratta della parte più consistente della spesa pubblica, volta a soddisfare un’ampia gamma di bisogni fondamentali.</p>
<p>Dalle tutele che inizialmente garantivano solo i lavoratori dipendenti, nella prima metà del Novecento nelle socialdemocrazie scandinave, le forme di assicurazione sociale sono state estese a tutta la popolazione, dando origine ad un sistema di prestazioni a carattere universale. Nel secondo dopoguerra, poi, in tutti i Paesi europei si è verificata un’intensa espansione delle spese sociali (in Italia ciò è avvenuto con un lieve ritardo, solo verso la metà degli anni Sessanta, in corrispondenza di una fase di accelerato sviluppo economico).</p>
<p>I sistemi europei di protezione sociale presentano caratteristiche diverse, che riflettono i legami esistenti tra le modalità di sviluppo degli istituti e le esperienze storiche, politiche ed economiche dei singoli Paesi. I vari sistemi differiscono tra loro principalmente rispetto alla dimensione e alla composizione della spesa pubblica, agli aspetti istituzionali, ai tipi di prestazioni erogate e ai meccanismi di finanziamento previsti; conseguentemente, le politiche sociali possono essere classificate sulla base degli strumenti utilizzati (trasferimenti in denaro o erogazione di servizi), delle regole di accesso (con accertamento, o meno, delle condizioni di bisogno), delle modalità di finanziamento adottate (attraverso la fiscalità generale o tramite contributi sociali) e degli assetti organizzativo-gestionali. In base a queste categorizzazioni è possibile identificare alcune linee comuni di evoluzione dei sistemi di sicurezza sociale e individuare alcune macro-aree relativamente omogenee. La letteratura di social policy distingue quattro modelli di Stato sociale: il modello socialdemocratico (o scandinavo), il modello liberale (o anglosassone), il modello corporativo (o continentale) e il modello mediterraneo.</p>
<p><strong>Modello scandinavo</strong></p>
<p>Il primo modello, che caratterizza i Paesi scandinavi (Finlandia, Danimarca e Svezia) e l’Olanda (il cui sistema di Welfare ha però delle specificità assimilabili anche al modello continentale), presenta i livelli più alti di spesa per la protezione sociale (circa un terzo del Pil), considerata un diritto di cittadinanza; le prestazioni, che garantiscono una copertura universale, consistono in benefici in somma fissa, erogati automaticamente al verificarsi dei vari rischi. In aggiunta a questa base di tutela universalistica, i lavoratori occupati ricevono prestazioni integrative, tramite schemi professionali obbligatori altamente inclusivi. Le prestazioni assicurative contro la disoccupazione e le politiche attive sul mercato del lavoro rivestono un ruolo essenziale. La principale forma di finanziamento della sicurezza sociale è rappresentata dal gettito fiscale, sebbene siano stati compiuti, a partire dalla metà degli anni Novanta, alcuni passi per estendere il ruolo dei contributi sociali obbligatori.</p>
<p><strong>Modello anglosassone</strong></p>
<p>Il modello liberale (proprio di Irlanda e Regno Unito) ha come obiettivo prioritario la riduzione della diffusione delle povertà estreme e dei fenomeni di emarginazione sociale; pertanto, il sistema è caratterizzato dalla presenza di rilevanti programmi di assistenza sociale e di sussidi, la cui erogazione è tuttavia subordinata alla verifica delle condizioni di bisogno (<em>means testing</em>). Un ruolo importante è svolto dalle politiche attive del lavoro e da schemi che condizionano l’accesso ai benefici al possesso di un’occupazione regolare. Le modalità di finanziamento sono miste, in quanto, mentre la sanità è interamente fiscalizzata, le prestazioni in denaro sono generalmente finanziate tramite i contributi sociali.</p>
<p><strong>Modello continentale</strong></p>
<p>Il terzo raggruppamento comprende i Paesi dell’Europa continentale (Austria, Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo): questo modello prevede uno stretto collegamento tra le prestazioni sociali e la posizione lavorativa degli individui, ed è centrato sulla protezione dei lavoratori e delle loro famiglie dai rischi di invalidità, malattia, disoccupazione e vecchiaia. In questi Paesi tendono a prevalere programmi molto frammentati e diversificati per categorie, spesso più generosi verso i dipendenti pubblici, finanziati prevalentemente tramite contributi sociali, distinti per i vari istituti di spesa.</p>
<p><strong>Modello mediterraneo</strong></p>
<p>I Paesi dell’Europa meridionale, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, presentano sistemi sociali di introduzione relativamente recente, caratterizzati da livelli più bassi di spesa. Il modello mediterraneo di Stato sociale può essere considerato come una variante di quello continentale-corporativo, presentando sistemi di garanzia del reddito altamente frammentati per categorie occupazionali, in cui è ancora più accentuato il ruolo di ammortizzatore sociale assegnato alla famiglia. A differenza dei sistemi dell’Europa continentale, tuttavia, nei Paesi mediterranei manca un’articolata rete di protezione minima di base, sebbene di recente alcuni Paesi abbiano cercato di porre rimedio a questa anomalia attraverso l’introduzione di schemi di reddito garantito (in Spagna, Portogallo e, a livello sperimentale, in Italia). Continuano ad essere poco sviluppati anche i programmi di assistenza sociale e le politiche attive del mercato del lavoro.</p>
<p><strong>Fonte:</strong> Mariangela Zoli, “I sistemi di Welfare State nei Paesi dell’Unione Europea”, Università Luiss, 2004</p></blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong>PROTEZIONE SOCIALE CONTRO POVERTÀ ED ESCLUSIONE</strong></p>
<p>«Affrontare le cause dell’ineguaglianza focalizzandosi sulla redistribuzione del reddito, sull’effettività dei sistemi di protezione sociale e sull’universalità dei servizi» solo così si possono contrastare la povertà e l’esclusione sociale attraverso il coinvolgimento di istituzioni, nazionali e comunitarie, organizzazioni della società civile, imprese e cittadini. È quanto sostiene l’European Anti Poverty Network (Eapn), la rete europea di lotta alla povertà, in una nota di inizio settembre.</p>
<p>Secondo l’Eapn, nel contesto attuale di crisi è importante proteggere il volontariato dai rischi di «sfruttamento» che si verifica quando l’azione volontaria diventa «lavoro non retribuito che sostituisce il lavoro retribuito», o quando il ricorso al volontariato «mette in discussione il ruolo o l’organizzazione del Welfare State».</p>
<p>Il ruolo del volontariato è cruciale sia nel contrasto delle cause sia nella riparazione delle conseguenze della povertà e dell’esclusione sociale, tanto a livello di singolo individuo quanto a livello organizzativo e sociale, per questo l’Eapn rivolge varie raccomandazioni a una molteplicità di soggetti.</p>
<p>Alla Commissione europea è richiesto il coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato nella «governance della strategia Europa 2020», riconoscendo il «valore aggiunto» del loro contributo nella costruzione di una società più inclusiva e sostenibile, nonché l’avvio dei lavori sul «Libro bianco del volontariato e della cittadinanza attiva» che attribuisca il giusto valore al contributo che il volontariato dà nella riduzione delle disuguaglianze sociali e che incentivi la «creazione di un ambiente favorevole al volontariato».</p>
<p>Varie le richieste agli Stati membri dell’Ue: tutela giuridica dei diritti dei volontari, elaborazione di linee guida che impediscano l’uso di lavoro volontario in sostituzione di lavoro retribuito a cui spetta il compito di erogare i servizi di Welfare, riconoscimento alle organizzazioni della società civile dello status di interlocutore nelle politiche di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale.</p>
<p>Alle imprese e alle fondazioni è richiesto un maggior impegno civile, anche nel volontariato, non soltanto per una ragione di immagine ma anche con l’obiettivo di migliorare alcuni dati reali, investendo sulla responsabilità sociale di impresa come motore per il consolidamento di rapporti inclusivi con le comunità locali, per il miglioramento delle condizioni di lavoro e per il rafforzamento del capitale umano e sociale di una comunità.</p>
<p>Infine, l’associazionismo e il terzo settore sono invitati ad accrescere l’efficienza organizzativa e la qualità degli interventi, oltre che al superamento delle discriminazioni, ad esempio favorendo l’accesso all’attività di volontariato dei migranti, oppure garantendo alle donne avanzamenti di carriera non diversi da quelli degli uomini o, ancora, coinvolgendo i destinatari degli interventi come parte attiva nelle loro attività.</p>
<p><strong>INFORMAZIONI:</strong> <a href="http://www.eapn.eu/">http://www.eapn.eu</a></p></blockquote>
<div id="attachment_1025" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a rel="attachment wp-att-1025" href="http://www.euronote.it/2011/10/protezione-sociale/tabella2_71/"><img class="size-medium wp-image-1025" title="tabella2_71" src="http://www.euronote.it/wp-content/upLoads/2011/11/tabella2_71-300x245.png" alt="Clicca per ingrandire" width="300" height="245" /></a><p class="wp-caption-text">Clicca per ingrandire</p></div>
<h1>Sindacati europei a difesa del modello sociale europeo</h1>
<p>La Confederazione europea dei sindacati (Ces) è da sempre impegnata a difesa del modello sociale europeo, ancor più negli ultimi mesi caratterizzati da politiche di <em>austerity</em> messe in atto dai governi europei per tentare di sanare i conti pubblici riducendo le uscite di bilancio. Politiche che, oltre a non aiutare la generale crescita economica, minacciano i diritti sociali e del lavoro rischiando di far pagare il prezzo più elevato della crisi a chi non ha alcuna responsabilità, cioè la stragrande maggioranza della popolazione e dei lavoratori e soprattutto i gruppi più vulnerabili. Le attuali politiche di austerità, osservano infatti i sindacati europei, non fanno che favorire la disoccupazione ed aumentare le disuguaglianze, mentre in molti Paesi europei «i lavoratori si trovano ad affrontare attacchi frontali ai loro diritti legali acquisiti, sanciti dalla legislazione europea e dagli strumenti internazionali».</p>
<p>La Ces ritiene inoltre inaccettabile che le condizioni di tali politiche siano fissate unilateralmente da istituzioni e Banca centrale europea (Bce), le quali operano così oltre le loro competenze, mentre condanna il fatto che «alcuni governi stanno usando la crisi per smantellare le disposizioni sociali che sono il fondamento del modello sociale europeo». L’Unione europea e la Bce, osserva la Ces, «stanno conducendo spedizioni punitive contro i Paesi che non sono riusciti a rispettare le regole di stabilità. Invece di seguire la via della solidarietà e prendere misure coraggiose commisurate alla gravità della situazione, è la soluzione a breve termine che fa da padrona. Le recenti misure imposte a Italia e Grecia sono oppressive. I decisori europei persistono lungo un percorso che sta costringendo i Paesi in difficoltà verso il basso, in una spirale infernale».</p>
<p>I salari poi, sostengono i sindacati europei, «non sono il nemico dell’economia, ma il loro motore», per cui «scatenare una “corsa al ribasso” sui salari e le politiche di Welfare non farà che minare la dinamica della domanda e minacciare la deflazione in tutta l’Unione monetaria». Per questo la Ces ribadisce la necessità di allegare all’integrazione economica e sociale il pieno rispetto dei sistemi nazionali di fissazione dei salari e l’autonomia delle parti sociali.</p>
<p>Come se non bastasse, all’inizio di ottobre la Commissione europea ha pubblicato una proposta per ridurre gli aiuti europei alle regioni più povere in modo da costringere i governi a controllare la spesa pubblica: un approccio a cui la Ces si oppone fermamente, perché «serve solo a punire le regioni e le persone che sono già in difficoltà». Le sanzioni finanziarie legate al Patto di stabilità e crescita e le condizionalità macroeconomiche «sono inaccettabili» secondo i sindacati europei, perché il risultato sarebbe l’impoverimento delle popolazioni dell’Unione europea e quindi in contrasto con i principi fondamentali della politica di coesione economica, sociale e territoriale ribaditi nel Trattato di Lisbona.</p>
<p>Le attuali politiche europee che cercano affannosamente di raggiungere un risanamento economico-finanziario a scapito dei diritti sociali e del lavoro portano la Confederazione europea dei sindacati ad un’amara e preoccupata constatazione della situazione europea: «I disordini sociali che si registrano in molti Paesi non sono sorprendenti: contro la disoccupazione giovanile, il lavoro precario, le disparità di trattamento e le crescenti disuguaglianze le popolazioni europee vedono giungere dalle politiche dell’Ue solo austerità e attacchi ai loro diritti».</p>
<p><strong>INFORMAZIONI</strong>: <a href="http://www.etuc.org">http://www.etuc.org</a></p>
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<p style="text-align: center;"><strong>EUROPA SOCIALE: LE RICHIESTE DELLA CES</strong></p>
<p><em>Pubblichiamo di seguito il manifesto redatto dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) in occasione dell’euromanifestazione svoltasi a Breslavia (Wroclaw), in Polonia, il 17 settembre scorso.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Le turbolenze e le speculazioni sui mercati finanziari stanno minacciando la stabilità economica dell’Unione europea. La Ces ricorda ai leader politici che essi devono svolgere un ruolo di primo piano. Devono prendere delle decisioni e non permettere ai mercati finanziari e alle agenzie di rating di prendere il comando. La solidarietà in Europa non è mai stata urgentemente necessaria come oggi. Devono essere intraprese azioni immediate in favore dei meccanismi europei di solidarietà a sostegno di investimenti in tempo reale delle politiche di ripresa economica.</p>
<p>Senza la solidarietà europea sono a rischio l’occupazione, la coesione sociale e il tenore di vita di milioni di europei. È giunto il momento di dimostrare una reale leadership europea nel prendere le giuste decisioni per cambiare direzione. Chiediamo ai ministri economico-finanziari europei e alla presidenza di turno polacca dell’Ue decisioni e politiche ambiziose per un’Europa sociale e per una corretta e inclusiva governance europea.</p>
<p><strong>Noi rifiutiamo</strong><strong>:</strong></p>
<p>• i diktat dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating; • l’austerità della governance con conseguenti drastici tagli dei salari e della protezione sociale; • l’insicurezza e la disoccupazione, soprattutto per i giovani; • la deregolamentazione delle norme del lavoro e la regressione sociale; • gli interventi nella contrattazione collettiva nazionale e lo smantellamento del dialogo sociale; • le crescenti disuguaglianze sociali e salariali.</p>
<p><strong>Per</strong><strong> una solidarietà europea che rafforzi il modello sociale chiediamo:</strong></p>
<p>• posti di lavoro stabili e di qualità, con priorità per l’occupazione giovanile; • il rispetto per l’autonomia delle parti sociali nella contrattazione collettiva e dei salari; • un vero e proprio dialogo sociale; • la protezione e l’incremento del potere d’acquisto dei salari; • la garanzia di retribuzioni dignitose; • una forte protezione sociale per garantire coesione sociale e solidarietà; • l’accesso per tutti ai servizi pubblici di qualità; • la garanzia di migliori pensioni.</p>
<p><strong>Per</strong><strong> una solidarietà europea che assicuri una crescita sostenibile chiediamo:</strong></p>
<p>• l’attuazione di meccanismi europei per frenare la speculazione, accomunare i rischi e finanziare un piano di rilancio europeo (ad esempio con gli eurobond); • l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie e l’uso degli strumenti di bilancio esistenti per gli investimenti e la crescita sostenibile; • la fine di paradisi fiscali, evasione fiscale e frodi; • il controllo delle agenzie di rating; • lo sviluppo di politiche industriali dinamiche basate sul basso tenore di carbonio; • l’armonizzazione della base imponibile con un tasso fiscale minimo per le aziende.</p></blockquote>
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