Bassi e fortemente diseguali i salari minimi nell’Ue

febbraio 2018

Grandi differenze tra gli Stati membri evidenziate da uno studio di Eurostat

All’interno dell’Unione europea molti degli Stati membri fondatori hanno una lunga tradizione nel garantire un salario minimo nazionale a chi si trova nella fascia più bassa della forza lavoro. Un certo numero di altri Stati membri, tra cui la Germania, l’Irlanda, il Regno Unito e la maggior parte dei Paesi che hanno aderito all’Ue dal 2004 in poi, hanno introdotto recentemente una legislazione sui salari minimi. Complessivamente 22 dei 28 Stati membri dell’Ue dispongono attualmente di un sistema nazionale di salario minimo. Ci sono poi sei Paesi, Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia, che invece non prevedono lo strumento del salario minimo nazionale in quanto i salari minimi sono fissati da accordi collettivi settoriali.

2018 silvioNegli ultimi anni si è registrata una generale moderazione salariale nell’Ue, con aumenti relativamente bassi nella maggior parte degli Stati membri, cosa che ha portato le organizzazioni sindacali a denunciare la diminuzione del potere d’acquisto e degli standard di vita. Anche per questa ragione, da più parti si tende a promuovere l’idea di un salario minimo europeo o di salari minimi nazionali stabiliti in tutti gli Stati membri dell’Ue.

Si va dai 261 euro in Bulgaria ai 1.999 del Lussemburgo

L’Ufficio statistico europeo, Eurostat, ha dedicato al salario minimo uno studio pubblicato il 22 febbraio scorso, da cui emerge che i 22 Stati membri interessati alla questione presentano differenze sostanziali tra loro e possono essere suddivisi in tre grandi gruppi.

Il primo gruppo, dove i salari minimi nazionali sono inferiori a 500 euro mensili, comprende Bulgaria, Lituania, Romania, Lettonia, Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca e Slovacchia, con variazioni che vanno da 261 euro in Bulgaria a 480 euro in Slovacchia. Il secondo gruppo, con salari minimi tra i 500 e i 1.000 euro, comprende Estonia, Polonia, Portogallo, Grecia, Malta, Slovenia e Spagna, gruppo in cui il salario minimo varia da 500 euro in Estonia a 859 euro in Spagna. Il terzo gruppo, infine, con salari minimi di almeno 1.000 euro al mese comprende Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda e Lussemburgo, con salari minimi variabili da 1.401 euro nel Regno Unito a 1.999 euro in Lussemburgo.

Le disparità tra i livelli di salario minimo nell’Ue è notevole, con il più alto (Lussemburgo) che è 7,7 volte superiore a quello più basso (Bulgaria). Ciò è vero però con valori espressi in euro, mentre se si considera il potere d’acquisto mettendo in relazione i salari minimi con il livello dei prezzi in ogni Paese, allora le differenze si riducono sensibilmente a meno di 3 volte tra il più alto e il più basso.

Praticamente gli Stati membri del gruppo 1, con salari minimi relativamente bassi in euro, tendono ad avere un livello di prezzi più bassi e quindi salari minimi relativamente più alti se espressi in standard di potere d’acquisto. Viceversa, gli Stati membri del gruppo 3, con salari minimi relativamente alti in euro, tendono ad avere livelli di prezzi più elevati e quindi retribuzioni minime spesso inferiori se considerate in termini di potere d’acquisto.

Confrontando la graduatoria dei Paesi per salario minimo espresso in euro e in potere d’acquisto si osserva dunque un aggiustamento causato dal livello dei prezzi nei vari Paesi, con alcuni Stati membri che guadagnano posizioni verso l’alto e altri che scivolano verso il basso; uniche eccezioni sono Francia, Lussemburgo, Slovenia e Regno Unito che occupano la stessa posizione in classifica indipendentemente dal fatto che il loro salario minimo sia espresso in euro o in potere d’acquisto.

Salari minimi troppo bassi secondo la Ces

Secondo vari osservatori, con l’istituzione da parte dell’Ue del pilatro europeo dei diritti sociali e il conseguente impegno verso retribuzioni eque, si dovrebbe giungere a una politica europea dei salari minimi, promuovendo l’idea che tutti i salari minimi dovrebbero essere fissati a un livello di sussistenza.

Invece, «in molti Paesi dell’Ue i salari minimi sono così al di sotto della soglia ufficiale dei salari bassi che molti lavoratori hanno difficoltà a guadagnare il necessario per sopravvivere», sostiene un documento pubblicato nel novembre 2017 dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces). Secondo lo studio, i salari minimi dovrebbero aumentare del 62% in Spagna, del 28% in Germania e del 22% nel Regno Unito solo per raggiungere il 60% del salario mediano nazionale a tempo pieno (quota ancora inferiore a quella prevista dall’Ocse, che ha fissato la soglia di basso salario a due terzi del salario mediano nazionale).

In 10 Paesi dell’Ue, osserva la Ces, il salario minimo è pari o inferiore al 50% del salario mediano nazionale, «il che rende chiaramente difficile per coloro che percepiscono il salario minimo poter vivere con il denaro che guadagnano».

Generalmente, dunque, «i salari minimi sono troppo bassi» affermano i sindacati europei attraverso le parole della segretaria confederale della Ces, Esther Lynch: «L’Ue dovrebbe fissare una quota limite per i salari minimi previsti dalla legge, in modo da raggiungere almeno il 60% del salario mediano e quindi i salari di sussistenza. Ovviamente, questo non può essere fatto da un giorno all’altro, ma l’obiettivo dovrebbe essere stabilito in tutta l’Ue e gli Stati membri dovrebbero sedersi con sindacati e datori di lavoro nazionali per discutere su come e quando raggiungere tale obiettivo». Inoltre, sostiene Lynch, «aumentare i salari minimi al 60% della media o al salario medio in ciascun Paese ridurrebbe notevolmente la povertà lavorativa e stimolerebbe la crescita economica». La Confederazione europea dei sindacati ritiene che un obiettivo europeo per i salari minimi previsti dalla legge non interferirebbe con i salari minimi contrattati collettivamente in termini di livello negoziato o su come sono stati concordati.

Per queste ragioni la Ces afferma che farà pressioni affinché i salari minimi vengano aumentati come parte di un piano d’azione per l’attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali.

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