In lieve calo ma sempre elevata la povertà nell’Ue

ottobre 2017

Pubblicazione Eurostat in occasione della Giornata internazionale del 17 ottobre

Nell’Unione europea la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è in leggera diminuzione, ma nel 2016 si sono stimati ancora 117,5 milioni di persone in questa condizione, il che corrisponde al 23,4% della popolazione europea. Un Rapporto pubblicato da Eurostat in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, il 17 ottobre, rileva come dopo tre aumenti consecutivi tra il 2009 e il 2012 fino a raggiungere quasi il 25%, la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale nell’Ue da allora è costantemente diminuita seppur in forma lieve, raggiungendo nel 2016 un tasso poco più alto di quello che si aveva nel 2009.

Si tratta però di una riduzione lontana dall’obiettivo contenuto nella strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, adottata dall’Ue nel 2010, che chiedeva di ridurre del 25% il numero di europei che vivono al di sotto della soglia nazionale di povertà, facendo uscire dalla povertà più di 20 milioni di persone in Europa. Obiettivo inarrivabile, ma che obbliga comunque i Paesi dell’Ue a rivedere le loro politiche finora inefficaci di contrasto alla povertà, dato che l’Unione europea ha definito tra i suoi mandati anche quello di «rafforzare il carattere inclusivo e la coesione della società europea e di far sì che tutti i cittadini abbiano parità di accesso alle opportunità e alle risorse disponibili».

Forte il rischio povertà in Bulgaria, debole nei Paesi Bassi

Secondo le rilevazioni di Eurostat, nel 2016 oltre un terzo della popolazione era a rischio di povertà o di esclusione sociale in tre Stati membri: Bulgaria (40,4%), Romania (38,8%) e Grecia (35,6%). All’estremità opposta, invece, le quote più basse di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale sono state registrate in Repubblica Ceca (13,3%), Finlandia (16,6%), Danimarca (16,7%) e Paesi Bassi (16,8%).

Tra gli Stati membri per i quali sono disponibili dati, il tasso di povertà o di esclusione sociale è aumentato dal 2008 in dieci Stati membri, con i maggiori incrementi registrati in Grecia (dal 28,1% nel 2008 al 35,6% nel 2016, +7,5 punti percentuali), Cipro (+4,4 pp), Spagna (+4,1 pp) e Svezia (+3,4 pp). Al contrario, le maggiori diminuzione sono state osservate in Polonia (dal 30,5% al 21,9%, cioè -8,6 pp), Lettonia (-5,7 pp) e Romania (-5,4 pp). A livello di Unione europea la percentuale della popolazione totale a rischio di povertà o esclusione sociale è diminuita di 0,3 punti percentuali tra il 2008 e il 2016.

Le tre condizioni del rischio di povertà ed esclusione sociale

Il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali (povertà di reddito), grave deprivazione materiale o che vivono in famiglie con intensità lavorativa molto bassa.

Nel 2016 il 17,2% della popolazione dell’Ue era a rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali, una percentuale in diminuzione rispetto al 16,5% del 2008. Tra gli Stati membri, una persona su 4 era a rischio povertà di reddito in Romania (25,3%) e circa una su 5 in Bulgaria (22,9%), Spagna (22,3%), Lituania (21,9%), Lettonia (21,8%), Estonia (21,7%), Grecia (21,2%) e Italia (19,9% nel 2015). Al contrario, i tassi più bassi sono stati osservati in Repubblica Ceca (9,7%), Finlandia (11,6%), Danimarca (11,9%), Slovacchia (12,7%) e Paesi Bassi (12,8%). Rispetto al 2008, la percentuale di persone a rischio di povertà di reddito è aumentata in ventuno Stati membri per i quali sono stati forniti dati ed è diminuita in quattro.

La grave deprivazione materiale nel 2016 ha riguardato il 7,5% della popolazione europea, percentuale diminuita di un punto percentuale rispetto al 2008 (8,5%). Anche in questo caso forti le differenze tra Stati membri: da oltre il 20% in Bulgaria (31,9%), Romania (23,8%) e Grecia (22,4%), a meno del 4% in Svezia (0,8%), Lussemburgo (1,6%), Finlandia (2,2%), Danimarca e Paesi Bassi (entrambi 2,6%), Austria (3%) e Germania (3,7%).

La terza condizione, relativa alla bassa intensità lavorativa familiare, ha invece riguardato nel 2016 il 10,4% della popolazione dell’Ue di età inferiore ai 60 anni, persone che vivevano in famiglie dove gli adulti hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale annuo. Irlanda (19,2%), Grecia (17,2%), Spagna (14,9%), Belgio (14,6%) e Croazia (13,6%) i Paesi dell’Ue con le percentuali più elevate; Estonia (5,8%), Polonia (6,4%) e Slovacchia (6,5%) quelli con le quote più basse. Rispetto al 2008, la percentuale di persone a bassa intensità di lavoro è aumentata in 18 Stati e diminuita in 7.

Rete europea anti-povertà: «Serve determinazione politica»

«Affrontare la povertà significa assicurare che tutti possano partecipare alla società in condizioni eque e avere condizioni di vita dignitose. Non farlo rappresenta una violazione dei diritti umani» osserva la Rete europea contro la povertà (European Anti-Poverty Network –Eapn, che comprende 31 reti nazionali e 13 organizzazioni europee). Secondo l’Eapn le discussioni in corso sul futuro dell’Europa rappresentano un’occasione affinché l’Ue dimostri di essere interessata a quel 25% di cittadini a rischio di povertà. «È un’occasione per dimostrare di saper riconoscere gli errori e ricominciare a direzionare il progetto europeo verso il suo obiettivo originale: la pace e la coesione sociale» ha dichiarato il presidente dell’Eapn, Sérgio Aires, ricordando il prossimo Vertice sociale di Göteborg: «Deve essere in grado di dimostrare la determinazione politica di fare un passo avanti in questa direzione, concordando l’applicazione obbligatoria del pilastro europeo dei diritti sociali, e non solo per l’eurozona». Il pilastro, ha aggiunto, deve essere attuato con una buona governance partecipativa, inclusa la società civile e coloro che sono maggiormente colpiti dall’attuale mancanza di diritti sociali. Dovrebbe inoltre essere sostenuto da un adeguato finanziamento, «che consenta ai governi di investire in adeguati sistemi di protezione sociale, servizi di qualità e posti di lavoro. Soprattutto deve portare a miglioramenti concreti nella vita delle persone che vivono la povertà in tutta l’Ue».

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