Parità di genere: diritto fondamentale

marzo 2017

L’Ue rinnova l’impegno a ridurre le persistenti disparità, soprattutto sul lavoro

«La parità di genere non è semplicemente un obiettivo al quale aspiriamo, è un diritto fondamentale». Queste parole, pronunciate dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker in occasione della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, rappresentano la posizione dell’Europa che sessant’anni fa ha iscritto nel Trattato di Roma la parità tra donne e uomini, facendone così uno dei valori fondanti dell’Unione europea.

L’Europa, ha ricordato inoltre Juncker, ha aperto la strada alla parità di genere «e dobbiamo esserne fieri», tuttavia anche nei Paesi dell’Ue persistono problemi di disparità e discriminazione ai danni delle donne, come rilevato da una Relazione pubblicata dalla Commissione che offre una panoramica dei principali sviluppi della politica, della legislazione e della prassi in materia di parità di genere nell’Ue durante l’ultimo anno.

Il tasso di disoccupazione femminile è ancora molto alto, soprattutto nei Paesi meridionali dell’Ue, se paragonato a quello maschile. Nel 2016 il tasso di occupazione femminile nell’Ue ha raggiunto il livello record del 65,5%, resta però una grande differenza rispetto al 77% degli uomini. Le donne continuano a guadagnare in media il 40% in meno rispetto agli uomini in tutti gli Stati membri e il divario retributivo di genere nelle pensioni è stabile al 38%.

«Andando avanti di questo passo ci vorrà un altro secolo per colmare il divario retributivo di genere» sottolinea la Relazione della Commissione, osservando come «il soffitto di cristallo esiste ancora» e sono soltanto quattro i Paesi con almeno il 30% di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende: Francia, Italia, Finlandia e Svezia. In otto Paesi (Bulgaria, Grecia, Croazia, Cipro, Lettonia, Ungheria, Malta e Romania) la presenza femminile in politica è inferiore al 20%.

Va un po’ meglio all’interno della Commissione europea, dove le donne occupano il 35% delle posizioni dirigenziali di livello intermedio e il 32% delle posizioni dirigenziali di livello superiore (direttore e oltre). Negli ultimi due anni la Commissione ha collocato diverse donne ai vertici dirigenziali, facendo così passare la quota di donne in tali posizioni al 29% rispetto al 13% del novembre 2014.

La stessa Commissione europea sottolinea poi che, attraverso il suo impegno strategico per la parità di genere 2016-2019, «affronta le disuguaglianze in ambiti importanti quali lavoro, retribuzione, processo decisionale e violenza». Inoltre ha dedicato il 2017 all’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze e nei prossimi mesi presenterà una nuova iniziativa per l’equilibrio tra vita professionale e vita privata destinata ai genitori e a coloro che svolgono un ruolo di assistenza.

Sottorappresentate nei ruoli di responsabilità

Secondo uno studio pubblicato da Eurostat, pur rappresentando circa la metà di tutte le persone impiegate nell’Ue, le donne continuano a essere sottorappresentate tra i dirigenti.

Dei quasi 7,3 milioni di persone che occupano posizioni manageriali nelle imprese con 10 o più dipendenti, infatti, 4,7 milioni sono uomini (65%) e solo 2,6 milioni donne (35%). Inoltre, le donne in posizioni manageriali nell’Ue guadagnano mediamente il 23,4% in meno rispetto agli uomini. La quota maggiore di donne tra i quadri si registra in Lettonia, l’unico Stato membro in cui le donne sono la maggioranza (53%) in questa occupazione. Seguono Bulgaria e Polonia (entrambe 44%), Irlanda (43%), Estonia (42%), Lituania, Ungheria e Romania (tutti 41%), Francia e Svezia (entrambe 40%). Situazione molto diversa nei Paesi dove le donne rappresentano meno di un quarto dei manager: in Germania, Italia e Cipro (tutti 22%), Belgio e Austria (entrambi 23%) e Lussemburgo (24%).

Le differenze tra uomini e donne in posizioni manageriali riguardano anche i salari, osserva Eurostat. Il divario retributivo di genere in posizioni manageriali è minore in Romania (5%), Slovenia (12,4%), Belgio (13,6%) e Bulgaria (15,0%). Al contrario, una donna manager guadagna circa un terzo in meno rispetto alla sua controparte maschile in Ungheria (33,7%), Italia (33,5%) e Repubblica Ceca (29,7%), e circa un quarto di meno in altri sette Stati membri.

Ces: obiettivo parità di retribuzione

«Il divario retributivo di genere è doloroso, ingiusto e comporta alti costi umani ed economici. Se non si interviene per accelerare la parità di retribuzione, le donne dovranno attendere più di 70 anni per essere pagate come i loro colleghi uomini» denuncia la Confederazione europea dei sindacati (Ces), indicando nella parità di retribuzione «il più grande stimolo economico che l’Europa abbia mai visto» nonché una buona misura per «sollevare milioni di donne dalla povertà».

Le donne costituiscono la maggioranza della forza lavoro in vari settori, l’aumento dei salari in questi settori contribuirebbe ad aumentare il potere d’acquisto delle donne e contemporaneamente a diminuire il divario retributivo di genere, osserva la Ces.

In media in Europa le donne guadagnano il 17% in meno degli uomini, soprattutto perché hanno più difficoltà a conciliare impegni di lavoro e familiari. Di conseguenza lavoro a tempo parziale, precarietà e interruzioni di carriera sono più comuni per le donne, con un impatto diretto sui salari.

La Ces nota come il divario salariale tra i lavoratori membri di sindacati sia meno della metà di quello esistente tra i lavoratori non sindacalizzati e che la contrattazione collettiva sia il modo migliore per ottenere aumenti salariali decenti e pagamenti trasparenti.

«Retribuzione inferiore significa anche pensioni più basse» ricorda la Ces, secondo cui «riducendo il divario retributivo di genere si contribuirebbe anche a ridurre il divario pensionistico di genere, che condanna molte donne alla povertà in età avanzata».

Comments are closed.

Tag Cloud

Cerca in Euronote

Ricerca per data