I salari colpiti dalla crisi

marzo 2017

Il peggioramento della condizione salariale europea in un Rapporto dell’Etui

L’approccio indicato dalla Commissione europea negli ultimi anni per affrontare la crisi economica e finanziaria, che ha orientato gli Stati membri dell’Ue verso i bassi salari, il decentramento dei sistemi di contrattazione collettiva e la limitazione dei diritti sindacali, non ha funzionato; per questo è necessario un riorientamento economico che preveda una nuova politica salariale basata su salari minimi adeguati, sistemi di contrattazione collettiva e sindacati più forti. È quanto afferma l’Istituto sindacale europeo (Etui) nel suo Rapporto Benchmarking Working Europe 2017 pubblicato il 13 marzo scorso. Secondo lo studio, i salari sono più bassi oggi di quanto non fossero otto anni fa in sette Paesi dell’Unione europea, mentre in 18 Stati membri i salari sono cresciuti molto più lentamente nel corso dei sette anni di crisi che negli otto anni precedenti.

«Questa è una pessima notizia, non solo per i lavoratori e le loro famiglie ma anche per le imprese, perché se i lavoratori hanno meno da spendere soffre l’intera economia» ha dichiarato la segretaria confederale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Esther Lynch, secondo cui «è tempo per un vero e proprio recupero perché i lavoratori di tutta Europa hanno bisogno di aumenti salariali».

Secondo il Rapporto, per una ripresa economica l’Ue deve passare a un modello di crescita salariale guidata, necessità riconosciuta recentemente anche dalla stessa Commissione europea e dalla Banca centrale europea (Bce): nonostante ciò, le politiche attuate nell’Ue sembrano ancora in grave ritardo. Per questo la Ces ha dichiarato il 2017 «anno dell’aumento salariale per i lavoratori europei», lanciando una specifica campagna su questo tema.

L’ombra lunga della crisi sui salari reali

Nonostante una lieve ripresa dei salari reali in alcuni Paesi dell’Ue negli ultimi due anni, il quadro è negativo considerando il lungo periodo. Osservando infatti la media annuale di crescita dei salari reali nel periodo pre-crisi (2001-2008) rispetto al periodo di crisi (2009-2016) il Rapporto evidenzia come la crisi abbia cambiato la dinamica di crescita salariale.

Il periodo pre-crisi è stato caratterizzato da un aumento salariale pronunciato nella maggior parte dei Paesi dell’Ue e soprattutto in quelli dell’Europa orientale. I tre Paesi baltici e la Romania hanno avuto tassi di crescita media di almeno l’8%; un secondo gruppo di Paesi con una crescita media di circa il 2% ha compreso Grecia, Irlanda, Regno Unito, Croazia e Svezia; la Germania è l’unico Paese che ha avuto un tasso medio di crescita negativo.

Con l’inizio della crisi nel 2009, osserva il Rapporto dell’Etui, il modello di sviluppo del salario reale è però cambiato completamente. Ristagno o addirittura diminuzione dei salari reali sono diventati la caratteristica dominante e almeno sette Stati membri hanno registrato tassi di crescita annui negativi. Il calo dei salari reali tra il 2009 e il 2016 è stato particolarmente pronunciato in Grecia (-3,12%), Croazia (-1,06%), Ungheria (-0,89%), Portogallo (-0,74%), Cipro (-0,6%), Regno Unito (-0,4%) e Italia (-0,3%). Solo sette Paesi hanno mostrano un aumento uguale o superiore all’1% annuo durante il periodo di crisi.

In generale, nel periodo 2009-2016 rispetto al periodo pre-crisi 2001-2008 la crescita dei salari reali è stata inferiore in Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia. La crescita dei salari reali è precipitata in Romania dall’11,2% pre-crisi allo 0,1% del periodo di crisi; in Lituania dall’8,8% all’1%, in Lettonia dal 10,6% all’1,2%. Solo in tre Paesi – Germania, Polonia e Bulgaria – gli aumenti salariali nel periodo 2009-2016 hanno superato quelli del periodo 2001-2008.

Inoltre anche nel 2016, quando i salari reali hanno ripreso lievemente ad aumentare, in realtà sono diminuiti in Belgio e sono stati quasi stagnanti in Italia, Francia e Grecia.

Raccomandazioni contro il rischio povertà dei lavoratori

Attraverso l’utilizzo di alcune misure per lo studio delle dinamiche salariali (come l’Indice Kaitz) il Rapporto evidenzia come, nonostante la ripresa della dinamica di sviluppo del salario minimo negli ultimi tre anni, il livello relativo sia ancora basso. In tutti i Paesi dell’Ue la definizione legislativa del salario minimo rimane al di sotto della soglia di «basso salario» che l’Ocse e altre organizzazioni internazionali fissano a due terzi della media nazionale.

Ciò evidenzia il «limitato impatto del livello dei salari minimi nella prevenzione del lavoro a basso salario», come confermano i dati Eurostat secondo cui nel 2014 circa un lavoratore dipendente su sei nell’Ue (il 17,2%) era un lavoratore a basso salario.

Considerando che un obiettivo fondamentale del salario minimo è quello di garantire che i lavoratori siano tenuti fuori dalla povertà senza ricevere aiuti pubblici quali crediti d’imposta, prestazioni sociali o altri vantaggi professionali, «è particolarmente preoccupante che in 10 dei 19 Paesi dell’Ue per cui l’Ocse fornisce dati, il livello relativo del salario minimo è inferiore al 50% della mediana nazionale del salario a tempo pieno». Così, nonostante la povertà dei lavoratori possa essere attribuita ad una varietà di fattori, è indubbio che «il basso livello dei salari minimi costituisca uno dei fattori che contribuiscono a far sì che molte persone in tutta Europa non siano in grado di vivere dignitosamente con i soldi che guadagnano lavorando».

Al fine di modificare questa situazione il Rapporto dell’Etui avanza alcune raccomandazioni all’Ue: lo sviluppo di una strategia di investimenti con l’obiettivo di ridurre le divergenze in tutta Europa; la promozione di una politica salariale solidale; arrestare il processo di deregolamentazione; una politica fiscale espansiva per promuovere la crescita sostenibile e la convergenza; consolidare e migliorare la protezione sociale; valorizzare e far rispettare i diritti dei lavoratori sul posto di lavoro; impegnarsi pienamente per un’Europa caratterizzata da elevati standard sociali, anche nel campo della salute e sicurezza.

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